Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 10 del 4/7/2001
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(Pareri del Governo)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il sottosegretario per l'economia e le finanze, senatore Giuseppe Vegas, che invito anche ad esprimere il parere sulle mozioni Crucianelli ed altri n. 1-00009 e Alfonso Gianni ed altri n. 1-00010.

GIUSEPPE VEGAS, Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi soffermerò esclusivamente sulla questione della cosiddetta Tobin tax.
La questione è riassumibile nella seguente domanda: esiste uno strumento che consenta di regolamentare i mercati, di risolvere i problemi del debito dei paesi poveri e insieme - questo sembra essere il sottofondo della Tobin tax - di non incidere pesantemente sulle finanze dei paesi creditori? Si tratta di una domanda che mischia, in un certo senso, problemi di economia con problemi di etica; lascerò sospeso il giudizio su questi ultimi e mi soffermerò sulla questione economica, tenendo presente che la domanda a cui occorre rispondere è se il meccanismo delineato dalla Tobin tax sia ragionevolmente efficiente e consenta davvero di risolvere il problema o, se, invece, non provochi in qualche misura un danno o problemi applicativi superiori a quelli che vorrebbe risolvere.
Un inciso che non può essere trascurato riguarda il fatto che si tratta di una proposta avanzata, come è stato illustrato nel dibattito, circa trent'anni fa e che, dunque, si riferisce ad un periodo economico distante anni luce rispetto a quello attuale; quindi, deve essere valutata anche con riferimento alla sua origine temporale. È, tra l'altro, una proposta che lo stesso autore ha avuto modo, in un periodo successivo, di valutare e di meditare differentemente, tenendo presente che nel 1972 la cosiddetta mondializzazione dei mercati e la terziarizzazione dell'economia erano ancora fatti, per certi aspetti, di là da venire.
La Tobin tax non può non essere osservata sotto alcuni profili. Il primo è quello che concerne le sue implicazioni sull'armonizzazione della tassazione dei redditi da capitale. Com'è noto, tale armonizzazione è una questione valutata dall'Unione europea, una questione sulla quale esiste una procedura in corso che, tuttavia, non può essere accolta semplicemente perché, essendo noi in un regime di moneta unica, privarsi integralmente dello strumento della fiscalità differenziata costituisce un sacrificio per le nostre possibilità di politica economica e, quindi, va valutato con estrema attenzione; si tratta, comunque, di un argomento che si discute in sede europea. Diversa è la questione se l'armonizzazione possa essere applicata in sede mondiale. Occorre, allora, far presente che applicare un'armonizzazione fiscale, anche se limitata alla questione della tassazione delle rendite finanziarie, non appare, allo stato, realistico in un ampio ambito internazionale.
D'altra parte, il problema dell'armonizzazione fiscale su scala mondiale non è mai stato sollevato in nessun foro internazionale. Infatti, il diverso grado di sviluppo economico dei paesi, il loro differente tasso di risparmio interno, le difformi esigenze di finanziamento dei loro disavanzi correnti esterni, la diversità del quadro istituzionale, regolamentare e fiscale,


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sono solo alcune delle ragioni che non rendono realistica ed opportuna un'armonizzazione della tassazione su capitale su scala mondiale.
Ma vi è un altro profilo, che attiene alla stabilità del sistema finanziario internazionale ed alla prevenzione delle crisi; occorre rammentare che in ambito europeo, in base al trattato dell'Unione, sono vietate tutte le restrizioni, incluse quelle fiscali, ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi, con la sola esclusione di quelle sugli investimenti diretti provenienti da o verso paesi terzi, già in vigore alla data del 31 dicembre 1993. È richiesta, inoltre, l'unanimità del Consiglio per le misure che comportano un regresso nella legislazione comunitaria per quanto riguarda la liberalizzazione dei movimenti di capitali provenienti da paesi terzi o ad essi diretti.
La possibilità di introdurre restrizioni temporanee, non superiori a sei mesi, a movimenti di capitali, prevista dall'articolo 59, è condizionata alla ricorrenza di circostanze eccezionali che causino, o minaccino di causare, difficoltà gravi per il funzionamento dell'unione economica e monetaria; essa, inoltre, si riferisce esclusivamente a transazioni con paesi terzi e, quindi, si tratta di una visione estremamente limitata.
Allo stato attuale della legislazione comunitaria, quindi, non possono essere introdotte, neanche temporaneamente, restrizioni ai movimenti di capitali all'interno dell'Unione europea o basate su motivazioni di distribuzione del reddito ed equità fiscale.
Sotto il profilo tecnico, occorre, osservare tra l'altro, che l'introduzione di un'imposizione sulle transazioni finanziarie di breve e brevissimo termine presuppone almeno tre elementi indispensabili, fatte salve altre considerazioni sulla base imponibile e sulla modulazione rispetto alla variabile temporale e, cioè, secondo quale limite di tempo individuare il carattere speculativo della transazione e come evitare un aggiramento dello stesso, ad esempio attraverso i nuovi strumenti finanziari quali swap, futures, option. In merito, occorrerebbe - ed apro una breve parentesi - tener conto che la nostra Costituzione reca tra i suoi principi fondamentali quello della tutela del risparmio e, dunque, se si decide di assumere delle misure, occorre evitare che il risparmio risulti danneggiato.
Ma dicevo, sul piano tecnico, che vi sono tre elementi che andrebbero assunti, nel caso si procedesse ad una tassazione di questo genere. Il primo è il seguente perché questo tipo di tassazione possa avere effetti, si deve svolgere in un sistema chiuso, cioè dovrebbe essere assicurata ex ante un'adozione coordinata della misura, vale a dire contemporanea nel tempo ed identica nelle modalità, da parte di un numero più esteso possibile di ordinamenti, tale da coprire la grande maggioranza, in termini geografici e quantitativi, dei paesi attraverso i quali si svolgono le transazioni finanziarie oggetto dell'imposta; deve essere, quindi, una misura adottata sostanzialmente in tutto il mondo.
Il secondo elemento: rispetto alle giurisdizioni che non dovessero aderire, devono essere messe in opera contromisure tali da scoraggiare, se non impedire del tutto, la conclusione delle transazioni; è molto facile, cioè, che si verifichino episodi di free riding e, quindi, di allocazioni diverse delle risorse e delle transazioni. Vi è un serio rischio che le transazioni internazionali si delocalizzino.
Infine, il sistema deve poter individuare efficacemente la differenza tra transazioni finanziarie da assoggettare ad imposta e transazioni di carattere non finanziario da non assoggettare ad imposta, ad esempio pagamenti di prezzo rispetto a transazioni di carattere reale. E qui occorre chiarire un aspetto: l'economia moderna ha abbandonato, per buona parte della sua composizione, un sistema legato alle transazioni reali, perché si è ampiamente terziarizzata e nel futuro si terziarizzerà ancora di più; quindi, legare il valore etico dell'economia esclusivamente alla trasmissione di beni materiali sembra un ritorno al passato, che non consentirebbe alle nostre popolazioni tenori di vita quali esse hanno e quali ambiscono avere.


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Tra l'altro, occorre sottolineare che molti di questi movimenti, anche a breve e brevissimo termine, sono operati da fondi pensione o altri fondi, nei quali sono riversati gli investimenti ed i risparmi non solo dei grandi investitori - o, come alcuni amano definire, dei grandi speculatori - ma anche di piccoli risparmiatori, di lavoratori dipendenti, di pensionati.
Se noi impedissimo, o sostanzialmente disincentivassimo, i movimenti cosiddetti speculativi a breve e brevissimo termine da parte dei fondi, avremmo come effetto una diminuzione del tenore di vita, presente e futuro, di molte fasce, anche deboli, della nostra popolazione. È ovvio che, se non si realizzassero i tre presupposti che ho sopra delineato si renderebbe inefficace la misura, perché, se non fosse garantita la massima estensione geografica, l'imposta non raggiungerebbe il suo scopo e potrebbe essere facilmente elusa, dato anche il carattere, per definizione, molto mobile della sua base imponibile; inoltre, se non fosse garantita la sua limitazione alle transazioni finanziarie, l'imposta diverrebbe un ostacolo alla circolazione dei beni e servizi, il che andrebbe contro lo stesso obiettivo dell'imposta. Tuttavia, come dicevo, la distinzione tra transazioni finanziarie e transazioni riferite a beni e servizi è molto flebile.
Anche sotto il profilo economico esistono valide argomentazioni che sconsigliano l'adozione di un'imposta sulle transazioni finanziarie. Infatti, la teoria economica suggerisce che la perdita economica del paese, in termini di minore offerta di capitale e di più alti costi necessari per ottenerlo, supera le maggiori entrate per il Governo. I sicuri beneficiari della misura fiscale sono invece i detentori nazionali di capitale che verranno a godere di una rendita di posizione: mi domando se questo sia lo scopo dell'istituzione della Tobin tax. Le tasse sui movimenti di capitale devono, dunque, essere concepite, applicate e discusse esclusivamente in un'ottica di stabilità del sistema finanziario. Infatti, Tobin l'aveva proposta come imposta sulle transazioni in valuta estera e non come strumento per aumentare il gettito fiscale del paese, che sarebbe lo scopo di questa imposta. Le suddette misure possono dunque essere considerate come una sorta di assicurazione che il paese potrebbe stipulare contro il rischio di un'eccessiva esposizione a breve dell'economia nazionale, a fronte, tuttavia, del pagamento di un premio rappresentato dai costi che derivano dalla tassa in questione per l'economia del paese nel suo complesso. Ci si domanda, in una fase in cui anche i dati che scopriamo, di giorno in giorno, sulla finanza pubblica, costringono a mantenere un comportamento molto cauto e stringente, se sia possibile pagare un sovrappremio per la provvista per finanziare il disavanzo pubblico.
Questi costi sono stati amplificati dall'innovazione finanziaria che ha reso evanescente la distinzione, come si diceva prima, tra flussi di capitale a breve e a lungo termine. Per evitare l'elusione e mantenere l'efficacia della misura, occorrerebbe estendere la tassa a tutte le transazioni, e non solo ai movimenti speculativi a breve, ma anche agli investimenti diretti, ai crediti commerciali e ai flussi a lungo termine. Ciò comporterebbe tassi più bassi di formazione di capitale e di crescita, il che, ovviamente, sarebbe deleterio in un paese, come il nostro, che ha la necessità di aumentare lo sviluppo, gli investimenti e il risparmio.
Come è dimostrato dalle recenti crisi in diversi paesi emergenti, dove la presenza di elevati costi di transazione equivale, di fatto, ad una tassa sulle transazioni finanziarie, anche un livello elevato di tassazione non costituirebbe un deterrente sufficiente a fronte di forti aspettative di deprezzamento della valuta. Tra l'altro, occorre ricordare che tutti i paesi europei sono orientati a diminuire, e non ad aumentare, il livello di pressione fiscale.
Restringendo poi la liquidità dei mercati, questo tipo di imposte finirebbe per accrescerne la volatilità, anziché ridurla: quindi, maggiori rischi per i mercati, maggiori rischi per lo sviluppo del sistema economico. Controlli sui movimenti di capitale, soprattutto se disegnati in maniera non appropriata dal punto di vista tecnico,


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possono indurre i flussi finanziari a fluire attraverso canali meno soggetti a sorveglianza, aumentando così i pericoli per il sistema finanziario. Infine, i paesi che hanno già proceduto alla liberalizzazione finanziaria difficilmente potrebbero tornare indietro e reintrodurre forme di tassazione, sia perché la struttura dei controlli amministrativi necessaria alla concreta applicazione di tributi è stata smantellata sia perché i mercati intenderebbero la reintroduzione di limitazioni ai movimenti di capitali come il primo passo di un ripensamento della politica del paese verso gli investimenti esteri e penalizzerebbero, dunque, il paese imponendogli spread di rischio più alti.
Ciò significherebbe, ove adottate esclusivamente dall'Italia o dall'intera Unione europea, che la stessa pagherebbe un costo della provvista più alto e soprattutto si troverebbe di fronte ad una preoccupante carenza di capitali, i quali verrebbero delocalizzati verso mercati più redditizi. È un prezzo che difficilmente potremo ragionevolmente assumerci.
A fronte di questi rischi e costi, in Europa non esistono preoccupazioni per la stabilità del sistema finanziario che possano giustificare simili misure. La stabilità finanziaria in Europa viene preservata attraverso la disciplina delle politiche monetarie e fiscali dei paesi membri, la solidità del suo sistema finanziario e della regolamentazione prudenziale - in larga misura armonizzata -, lo sviluppo lo spessore e la maturità dei suoi mercati finanziari. Questi fattori di stabilità hanno consentito ai paesi dell'Unione europea di evitare il contagio delle recenti crisi finanziarie. Si tratta di valutazioni nella sostanza condivise dai nostri partner europei del G7.
Signor Presidente, per rispondere alla domanda che mi ero posto all'inizio del mio intervento, non esiste allo stato una scorciatoia per risolvere i problemi del debito del terzo mondo senza gravare direttamente la finanza pubblica italiana, senza modificare la struttura dell'assetto finanziario del paese creditore. In sostanza, non esistono scorciatoie per risolvere questo problema; se si intende portare sollievo ai debiti dei paesi del terzo mondo, occorre - anche di fronte al contribuente italiano - mettere mano al portafoglio. L'ipotesi di un'imposta che si basa su un meccanismo di illusione finanziaria non può essere condivisa dal Governo. Per questo motivo, esprimo parere contrario sulle mozioni Crucianelli ed altri n. 1-00009 per quanto riguarda la questione relativa alla Tobin tax e sulla mozione Alfonso Gianni ed altri n. 1-00010.

PRESIDENTE. Invito tutti i colleghi ad abbassare un poco il tono della voce.
Ha facoltà di parlare il ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, onorevole Altero Matteoli, che invito anche ad esprimere il parere sulla mozione Giordano ed altri n. 1-00004. Ne ha facoltà.

ALTERO MATTEOLI, Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ieri abbiamo assistito ad oltre sei ore di dibattito e ascoltato circa 30 interventi. All'inizio del suo discorso, il collega Ruggiero ha ricordato che, non essendo stato eletto, era la prima volta che partecipava ai lavori della Camera. Io vi ho partecipato per molti anni e raramente mi era capitato di assistere all'illustrazione di documenti che avevano così tanti punti in comune. Anche il dibattito di ieri, molto serio ed approfondito, ha dimostrato che su questo argomento è possibile trovare punti di incontro molto forti.
La mozione della quale mi accingo a parlare, presentata dall'onorevole Giordano come primo firmatario ed illustrata dall'onorevole Vendola, contiene alcuni aspetti che il Governo non può accettare. La serietà della mozione ed anche il modo in cui è stata presentata dall'onorevole Vendola meritano comunque un'attenta analisi ed una risposta corretta. Nella mozione si chiede, per quanto concerne il protocollo di Kyoto, l'effettiva attuazione degli impegni assunti in quella sede e si sottolinea: «assumerli anche unilateralmente». Vorrei partire proprio da tale punto e fare un po' la storia di queste


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ultime settimane, a partire dalla nascita del Governo.
Ho partecipato ai lavori de L'Aia come ministro dell'ambiente e, - non so se uso un termine troppo forte -, dopo il fallimento de L'Aia, gli Stati Uniti d'America considerano il Protocollo uno strumento inadeguato e chiedono di cercare nuove vie per combattere il cambiamento climatico.
Al contrario, l'Unione europea ritiene che il Protocollo di Kyoto sia il migliore strumento a disposizione e si sta adoperando per convincere la Russia, il Canada e il Giappone a condividere l'impegno di ratificare il Protocollo entro il 2002. Questi paesi, tuttavia, ribadiscono le stesse posizioni e le stesse richieste non accolte dall'Unione europea, già avanzate nel novembre scorso a L'Aia. Manifestano, inoltre, incertezza sulla possibilità di aderire al Protocollo senza gli Stati Uniti d'America. Uno dei primi atti di questo Governo, adottato dal massimo esponente, il Presidente del Consiglio, l'onorevole Berlusconi, a Göteborg, è stato quello di restare fedeli all'accordo con l'Europa e di cercare di portare sulla posizione europea il maggior numero di paesi possibili, ivi compresi gli Stati Uniti d'America. Dal 19 al 27 luglio prossimo, a Bonn, vi sarà la ripresa della VI Conferenza delle parti, la quale dovrà affrontare due questioni principali. La prima è la seguente: la possibilità di definire regole di attuazione del Protocollo di Kyoto che, nonostante la posizione USA, possano essere comunque accolte da un numero di paesi industrializzati sufficienti per assicurare l'entrata in vigore del Protocollo, ovvero rappresentativi di almeno il 55 per cento delle emissioni, Unione Europea, Russia, Canada, Giappone, Australia, paesi del centro-est europeo.
La seconda questione concerne le prospettive dei programmi mondiali per la protezione del clima dopo la decisione USA di non ratificare il Protocollo di Kyoto e di indicare al tempo stesso nuovi obiettivi, oltre il Protocollo di Kyoto, orientati sia ad individuare regole internazionali per lo sviluppo e la promozione delle tecnologie a basse o a zero emissioni, sia a coinvolgere i maggiori paesi emergenti (Cina, India, Brasile) negli impegni di riduzione.
Ho tenuto un incontro bilaterale, durante la Conferenza de L'Aia, con alcuni paesi, quelli più incerti, e gli Stati Uniti d'America hanno affermato di non essere pronti a ratificare il Protocollo di Kyoto e hanno chiesto tempo. Di fronte però alla domanda che i paesi europei rivolgono loro sul tempo di cui hanno bisogno, la risposta è molto vaga e quindi inaccettabile da questo punto di vista.
Inoltre, nel caso di ratifica unilaterale, l'Unione europea dovrà fare riferimento alla posizione comune adottata dal Consiglio dei ministri dell'ambiente il 17 giugno del 1999. Di conseguenza, per ratificare il Protocollo di Kyoto, è necessaria l'approvazione a livello europeo di un regolamento o di un altro atto avente valore normativo contenente sei punti essenziali.
Il primo concerne la ripartizione degli oneri di riduzione tra gli Stati membri già indicata dalla posizione comune in modo non vincolante; il secondo riguarda le regole comuni da rispettare per ridurre le emissioni; il terzo attiene agli standard tecnologici di riferimento per l'efficienza energetica nelle produzioni di energia, nelle attività industriali, nella costruzione di autoveicoli e degli altri mezzi di trasporto; il quarto inerisce alle misure fiscali comuni per penalizzare l'impiego di combustibili fossili e valorizzare l'impiego nelle fonti rinnovabili; il quinto attiene alle regole di un commercio dei permessi di emissione all'interno dell'Unione europea; il sesto concerne le modalità per il controllo del rispetto degli obblighi di riduzione o limitazione da parte degli Stati membri e le sanzioni da applicare in caso di inadempienza.
Fermo restando l'impegno preso da questo Governo, che ha praticamente ribadito l'impegno del precedente, la Camera deve sapere come stanno le cose. Noi continueremo, insieme ai paesi europei, a lavorare per la ratifica del Protocollo di Kyoto. Tuttavia, si tratta di un problema di costi: quando nella mozione Giordano


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ed altri n.1-00004 è scritto «assumerli anche unilateralmente», dobbiamo sapere a cosa andiamo incontro. I tecnici calcolano una spesa per l'abbattimento delle emissioni e la ratifica del Protocollo di Kyoto intorno ad una cifra che varia dai 105 mila miliardi ai 120 mila miliardi, se l'approvassimo unilateralmente. Se invece l'accordo fosse globale, la spesa scenderebbe del 40-50 per cento.
Vi è un altro aspetto da sottolineare: voi sapete che l'Unione europea ha stabilito una cifra annuale di un milione di dollari per gli interventi. Agli Stati uniti d'America toccava una quota parte di 400 mila dollari. L'Unione europea e i governi dei paesi chiamati a ratificare il Protocollo devono decidere se assumersi questa quota che verrebbe meno se gli Stati uniti d'America restassero fuori, se inoltre restassero fuori il Giappone (sono altri 127 mila dollari) o l'Australia e il Canada, tuttora incerti; noi andiamo allora a ratificare il protocollo di Kyoto, ma i risultati, purtroppo, sarebbero scadenti, dal momento che mancherebbero i mezzi, fermo restando che il Governo è deciso ad andare avanti ma il Parlamento deve sapere come stanno le cose.
Un secondo punto che è stato presentato e sottolineato nella mozione Giordano ed altri n.1-00004, illustrato dall'onorevole Vendola anche in maniera suggestiva e ad un livello culturale alto, piacevole da ascoltarsi, concerne il «rifiuto zero». Nella mozione, il discorso è suggestivo; tuttavia, non è purtroppo in questi termini. Infatti, in merito all'impegno in direzione di una economia a «rifiuto zero», al di là delle suggestioni evocate da un simile concetto, occorre rimarcare come questo non sia supportato da alcun fondamento scientifico, al pari di quelli relativi alle emissioni «zero» o a «rischio zero».
La produzione di ingenti quantità di rifiuti è uno dei segni distintivi delle società economicamente sviluppate; le emergenti problematiche di tutela ambientale e di sviluppo sostenibile impongono evidentemente un approccio diverso rispetto al passato, in termini di dematerializzazione della produzione, riorientamento dei consumi, minimizzazione di quantità e pericolosità, massimizzazione del riciclaggio e recupero, finalizzate nel medio periodo ad una inversione di tendenza che permetta una diminuzione della produzione di rifiuti associata comunque ad una crescita del prodotto interno lordo.
Ciò si ottiene agendo, come accennato da più fronti, sul versante della gestione dei rifiuti. Sono tuttavia noti i limiti tecnico-economici, ma anche ambientali, alla realizzazione di un sistema che ricicli o recuperi come materiali quantità maggiore del 50 per cento degli attuali rifiuti urbani. Considerazioni analoghe valgono per i rifiuti industriali. Altrettanto noto è che, essendo ogni operazione reale di trattamento generatrice a sua volta di rifiuti, anche i moderni sistemi di gestione improntati alle direttive comunitarie comportano la necessità di smaltimento finale in discarica, in una quantità di residui che è difficile mantenere al di sotto del 50 per cento di peso. Cosa voglio dire? Considero la discarica superata per lo smaltimento dei rifiuti e ritengo insufficiente il numero dei comuni che praticano la raccolta differenziata. Inoltre, ho l'impressione - ma è un eufemismo - che, se non aiutiamo, anche economicamente, i piccoli comuni, questi non riusciranno ad introdurre una raccolta differenziata seria e il Parlamento dovrà fare una riflessione in questo senso.
Siamo favorevoli ad una estensione totale della raccolta differenziata, siamo d'accordo che sia portato in discarica il minor numero possibile di rifiuti, ma l'alternativa per smaltirli resta, evidentemente, quella di bruciarli, resta l'inceneritore delle ultime generazioni - ed è quello che noi vogliamo -, perché altra strada non c'è per smaltire i rifiuti o comunque non c'è attualmente alcun supporto tecnico preciso che possa dare qualche garanzia. È necessario quindi lavorare per continuare la raccolta differenziata dei rifiuti in un maggior numero di comuni (direi in tutti i comuni d'Italia) e il Parlamento deve compiere una riflessione per rendere effettiva la possibilità di attuare


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tale raccolta, anche attraverso l'aiuto finanziario, perché tale tanti comuni non ce la possono fare.
Infine, per quanto riguarda la difesa del suolo di cui parla la mozione Giordano ed altri e n. 1-00004, il Governo si impegna a porre la politica della difesa del suolo al centro della sua azione, sia attraverso una profonda rivisitazione in termini di snellimento delle procedure e di cronologia degli adempimenti della legge n. 183 del 1989, sia adoperandosi nei limiti dei vincoli imposti dalla congiuntura economica, ma con un particolare sforzo per una netta inversione di tendenza dell'andamento quantitativo dei flussi finanziari fino ad ora ad essi destinati, identificando in tale iniziativa di carattere finanziario - almeno inizialmente - il volano di una ripresa delle attività finalizzate ad affrontare il dissesto territoriale. La ripresa porterà come inevitabile conseguenza all'assunzione strutturale di un adeguato numero di giovani e tecnici, rifuggendo dalla logica di assunzione straordinaria non correttamente correlata ad un complessivo impegno istituzionale della complessa materia del governo del territorio.
Dal programma di Governo, tra l'altro, emerge la volontà - tutta da verificare con il Parlamento - di stanziare cifre rilevanti (dai 70 mila ai 100 mila miliardi) per la difesa del suolo. Nella mozione Giordano ed altri n. 1-00004, illustrata dall'onorevole Vendola, a questo proposito vi sono molti punti su cui io concordo: purtroppo il suolo in questi anni non è stato sufficientemente difeso ed abbiamo assistito ad una miriade di disastri dovuti all'incuria dell'uomo e a decisioni prese da tante amministrazioni che hanno consentito il verificarsi di innumerevoli disastri. È un passaggio della mozione che presenta alcuni punti sui quali concordo e la maggioranza si impegna a presentare in Parlamento in tempi brevi una normativa per poter stanziare cifre importanti per la salvaguardia del territorio e spero, subito dopo le vacanze estive, di poter portare - non come Ministro dell'ambiente ma come Governo nella sua interezza e, certamente, anche con il supporto del ministero - una proposta seria per la difesa del suolo.
Anche se nella mozione Giordano ed altri n. 1-00004 la questione della carbon tax non è contenuta (o comunque lo è solo parzialmente), ma poiché ieri molti colleghi parlamentari ne hanno parlato, vorrei riferire all'Assemblea anche su questo argomento in particolare per quanto concerne il trasferimento alle regioni delle risorse relative al decreto n. 337 del 1999, che ammontano a 155 miliardi.
Per i programmi di interesse regionale, le regioni hanno proposto, nei primi mesi del 2001, le loro linee di intervento nei settori: fonti energetiche rinnovabili, risparmio energetico e mobilità sostenibile. Il Ministero dell'ambiente ha predisposto il decreto di ripartizione delle risorse che ha ottenuto il vaglio positivo della Corte dei conti il 28 giugno 2001. Nei prossimi giorni il Ministero dell'ambiente trasferirà le risorse alle regioni. In questa sede, vi risparmio la lettura delle stesse, ma chiunque ne vorrà prendere contezza saprà che esiste il riparto tra le regioni di questi 155 miliardi che nei prossimi giorni dovrebbero essere trasferiti alle stesse.
Per i motivi che ho espresso, pur apprezzandone alcuni passaggi, esprimo parere contrario alla mozione Giordano ed altri n.1-00004. Vorrei invitare i firmatari della mozione a rivedere alcuni punti della stessa. La mozione, infatti, non è totalmente da rigettare e presenta dei passaggi condivisibili, ma alcuni punti non possono essere assolutamente accettati dal Governo.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

CARLO GIOVANARDI, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, il ministro degli affari esteri è attualmente impegnato con il Consiglio degli italiani all'estero, ma la riunione dovrebbe essere nella sua fase conclusiva.


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Quindi, chiederei una breve sospensione dei lavori dell'aula per permettere al ministro Ruggiero di esprimere il parere sulle restanti mozioni per poi procedere alle dichiarazioni di voto. Il ministro Ruggiero dovrebbe essere in arrivo.

PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, sospendo la seduta in attesa dell'arrivo del ministro Ruggiero.

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