Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 1 del 30/5/2001
(continuata nella giornata di giovedì 31 maggio 2001)

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Saluto del Presidente provvisorio (ore 10,03).

PRESIDENTE. (Si leva in piedi). Onorevoli colleghi, la norma regolamentare che affida la Presidenza della prima seduta della Camera al Vicepresidente anziano per elezione nella precedente legislatura e la rinnovata fiducia manifestatami dagli elettori della mia terra di Liguria mi conferiscono l'alto onore di dirigere i nostri lavori iniziali.
La prassi parlamentare vuole che il Presidente provvisorio rivolga un saluto e svolga qualche breve considerazione introduttiva. Talora, in qualche manuale di procedura parlamentare, questo adempimento è indicato con la formula «rivolge parole di circostanza». Ecco, io non vorrei che le poche cose che sto per dire siano considerate espressioni di circostanza. L'amore che sempre, da cittadino, da studioso di diritto pubblico, da parlamentare ho nutrito e nutro per le libere istituzioni democratiche, di cui il Parlamento è la massima espressione, mi consente di affermare che non intendo rivolgervi parole di circostanza ma esprimere sentimenti profondamente sentiti, ai quali ho cercato di ispirare sempre la mia attività pubblica e privata.
Non sono, dunque, di circostanza i saluti che ritengo doveroso premettere al mio odierno intervento.
Il primo saluto è mio, personale, ed è rivolto a tutti voi. Un caloroso benvenuto ai nuovi deputati che, per la prima volta, fanno parte di questa Assemblea e un altrettanto caloroso saluto ai colleghi che di essa hanno già fatto parte, con i quali, al di là e al di sopra delle differenti posizioni, ho avuto modo di intrattenere rapporti di stima e molto spesso di cordiale amicizia durante il comune lavoro svolto nelle Commissioni e in quest'aula. Quest'aula nella quale, da più di ottanta anni, si sono vissuti i momenti più felici e più tragici della storia del nostro paese:


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momenti che hanno visto celebrare la definitiva conquista della nostra indipendenza nazionale, il crollo, la rinascita ed il consolidarsi della democrazia; un'aula, dunque, in cui si è gioito e si è pianto. Ma in questo giorno inaugurale vorrei che guardassimo a quest'aula soltanto come luogo nel quale, alla fine del dicembre del 1947, è stata votata la nostra Costituzione, una Carta dei diritti non concessa da superiore autorità, ma votata dai rappresentanti del popolo sovrano, di un popolo che con la Resistenza e la guerra di liberazione si era liberato dalla tirannide ed aveva rivendicato la sua dignità e la sua capacità di riconoscere e garantire i diritti fondamentali della persona, della famiglia e delle autonome comunità.
Rivolgo poi, questa volta non a titolo personale, ma sicuro interprete dei sentimenti di tutta l'Assemblea, un deferente saluto al Presidente della Repubblica, a Carlo Azeglio Ciampi (Vivi, generali, prolungati applausi), che con la sua azione quotidiana interpreta fedelmente il dettato costituzionale che gli conferisce l'altissima funzione di rappresentare l'unità nazionale.
Egualmente credo di interpretare un sentimento comune nel rivolgere un saluto riconoscente a Luciano Violante (Vivi generali, prolungati applausi - L'onorevole Violante si leva in piedi), che ha diretto i lavori della scorsa legislatura con un impegno difficilmente eguagliabile, dando prova di fermezza, di equilibrio, di rigore e di umanità. In particolare ritengo che la sua opera debba essere ricordata e, mi auguro, proseguita per quanto attiene alla valorizzazione delle istituzioni parlamentari, allo snellimento delle procedure e soprattutto al miglioramento della qualità delle leggi. Personalmente considero un privilegio quello di aver potuto collaborare con lui, constatando, giorno per giorno, quanta intelligenza, quanta fatica, senso del dovere e dello Stato occorrano a chi, tra noi, ha il compito di presiedere la Camera dei deputati.
Onorevoli colleghi, abbastanza frequentemente ci è dato riscontrare in qualche settore dell'opinione pubblica un senso di sfiducia nei confronti del Parlamento, tanto da alimentare l'antica e rinnovata teoria del distacco tra paese reale e paese legale. La teoria, dicevo, è antica tanto che all'inizio del secolo un nostro collega scrisse un gustoso pamphlet dal significativo titolo Perché i deputati sono antipatici, ma è anche recente e a contrastarla non giovano certo alcune impietose riprese delle telecamere sull'aula quasi vuota quando si svolge il rito delle interrogazioni a risposta immediata. Non si può dire, d'altronde, che ad alimentare questa opinione non concorra talora una distorta informazione. Per rifarmi all'esempio ora citato, basterebbe ricordare che, se durante lo svolgimento delle interrogazioni l'aula è deserta, in quello stesso momento molti deputati stanno alacremente lavorando nelle Commissioni, nel cui ambito principalmente si svolge il procedimento legislativo.
Personalmente sono però convinto che la situazione reale contraddica questo preteso sentimento di sfiducia di cui tanto si è parlato e si parla: non si spiegherebbe diversamente il massiccio afflusso alle urne, che, a mio avviso, dimostra come gli italiani abbiano fiducia nel Parlamento e credano in esso come nell'istituto garante della nostra vita democratica. Ed è così. La salvaguardia del rilievo costituzionale e delle funzioni del Parlamento è la vera, unica garanzia della convivenza democratica e, quindi, della nostra condizione di liberi cittadini in una libera Repubblica.
È in questa sede che la sovranità popolare appartenente al popolo trova i modi legittimi per il suo esercizio; ma se, come credo, il popolo italiano ha dimostrato di avere fiducia nell'istituzione parlamentare, è nostro stretto dovere dimostrare quotidianamente di esserne degni, svolgendo il nostro lavoro con assiduità e con serietà.
Del nostro futuro lavoro, degli impegni che ci attendono non spetta a me dire.
In linea teorica, credo peraltro mi sia consentito affermare che se, da un lato, l'appartenenza a comunità internazionali liberamente scelte e, dall'altro, l'ampio decentramento in corso di funzioni normative


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ed amministrative alle regioni e agli enti locali limitano in diversa misura le tradizionali attribuzioni del Parlamento nazionale, non riducono la sua determinante importanza per la soluzione dei grandi problemi della società, in un'epoca di grandi trasformazioni che più di ogni altra richiede norme generali e di principio.
Onorevoli colleghi, tutti noi siamo qui giunti come donne e uomini di parte, rappresentanti dunque di ideologie e di interessi diversi quando addirittura non confliggenti. Ciascuno di noi deve, tuttavia, sempre tener presente, nell'esercizio del mandato affidatoci, che i deputati rappresentano l'intera nazione.
Questo richiamo non vuol certo significare che, entrati in quest'aula, si possano ignorare e disattendere le ideologie e gli interessi che sono a fondamento delle nostre appartenenze politiche e dei programmi con i quali ci siamo presentati al giudizio del corpo elettorale. Personalmente, anzi, ritengo che la fedeltà agli impegni assunti e, quindi, al rispetto del patto che idealmente abbiamo stretto con i cittadini che ci hanno concesso la loro fiducia sia un impegno d'onore e di natura morale e che, come tale, vada sempre rispettato.
Il richiamo all'articolo 67 della Costituzione significa piuttosto che, in coerenza con i nostri ideali e con gli interessi che legittimamente siamo chiamati qui a rappresentare, dobbiamo sempre tendere al raggiungimento del bene comune, vale a dire del superiore interesse nazionale, almeno per quanto a ciascuno di noi è dato di individuare.
Quest'aula è luogo di democrazia. Conseguentemente è luogo di confronto e talora anche di scontro. Ebbene, mi auguro che il confronto sia sempre leale e costruttivo e che, se mai scontri debbano avvenire, non avvengano mai per interessi di parte ma solo unicamente per quello che riteniamo essere il superiore interesse della nostra Patria.
Con questo sentimento, con questo auspicio rinnovo il mio saluto augurale e dichiaro aperti i lavori della XIV legislatura repubblicana (Vivi, generali applausi).

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