Back Forward

Seduta del 29/9/2004


Pag. 3


...
Esame testimoniale di Stefano Menicacci.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'esame testimoniale di Stefano Menicacci.
Avverto l'onorevole Menicacci che è ascoltato nella qualità di testimone e, quindi, con tutte le conseguenze di legge che non gli debbo ricordare perché è uno dei nostri migliori colleghi.
Lo abbiamo convocato, e non credo che sarà l'unica volta che ci vedremo, sia perché forse non sarà possibile completare oggi l'esame testimoniale, sia perché lo sappiamo anche difensore di Giancarlo Marocchino, che certamente non in questa qualità vorremo sentire, ma con tutte le garanzie che la legge prevede. Tuttavia, lo abbiamo distintamente chiamato in relazione alle richieste pervenute alla presidenza della Commissione, con le quali si manifestava la volontà di rendere alcune dichiarazioni, ed anzi di informare la Commissione di importanti circostanze e fatti relativi alla questione della quale ci occupiamo; ci è sembrato pertanto che fosse giunto il momento, così come le avevo rappresentato per iscritto che quando era pervenuta la lettera non era ancora il momento giusto per poterla ascoltare. Anche in relazione a queste istanze, siamo qui oggi ad ascoltarla per sapere quello che ci vuole dire, poi eventualmente saranno rivolte domande da parte nostra.
La prego innanzitutto di declinare le sue generalità.

STEFANO MENICACCI. Mi chiamo Stefano Menicacci, sono nato a Foligno, in provincia di Perugia, il 4 ottobre 1931 ed esercito la professione dell'avvocato.

PRESIDENTE. Qui a Roma?

STEFANO MENICACCI. Sì, sono iscritto all'albo di Roma, dove mi sono trasferito da una ventina d'anni.
Ringrazio lei, presidente, e la Commissione per questa opportunità, che io ritengo doverosa come difensore di Marocchino, perché ogni volta che in un'audizione viene chiamato in causa Marocchino e si chiedono notizie sulla sua persona - io le offro il mio punto di vista, anche come cittadino, perché sono molto indignato, presidente (sono un uomo molto sereno e cerco di essere sempre obiettivo) del tentativo di mistificazione in atto (uso parole forti) - si dicono delle falsità, si operano delle strumentalizzazioni, delle invenzioni, per assecondare, supportare il cosiddetto teorema «Somalia-Alpi-malacooperazione-rifiuti tossici-trasporti di armi», da parte di una lobby (anche in questo caso uso una parola forte) fatta dall'assemblaggio e dal convergere di un insieme di interessi politici, editoriali, giornalistici, di produttori di film televisivi, che cercano di imporre una verità giornalistica e televisiva sulla verità giudiziaria acquisita. Enumererò almeno dodici pronunce giudiziarie che hanno contestato e contestano questo artificioso teorema omicidiario.

PRESIDENTE. Innanzitutto, noi più volte, come lei dice, abbiamo evocato la persona di Giancarlo Marocchino, perché si tratta di un nome che ricorre a vario titolo, senza che la Commissione dimentichi che si tratta di persona che rispetto ai fatti per i quali la Commissione indaga non ha avuto alcun pregiudizio di carattere giudiziario.


Pag. 4


Con questa consapevolezza noi abbiamo sempre portato avanti il nostro lavoro. Naturalmente, siccome il nome di Giancarlo Marocchino, suo assistito, non lo mettiamo noi nelle carte, ma lo troviamo in ogni circostanza e fatto, abbiamo il dovere - lei è stato deputato della Repubblica, per cui sa bene quali sono i nostri compiti - di approfondire in tutte le direzioni, specialmente in una vicenda come questa, nella quale i percorsi giudiziari sono stati molteplici, non sempre tutti soddisfacenti. Come lei ben sa, le Commissioni parlamentari d'inchiesta hanno il compito non solo di contribuire ad accertare la verità, ma soprattutto di capire se possano esservi state disfunzioni in qualsiasi istituzione, per cui comprende che non abbiamo certamente alcuna limitazione. Le assicuro che la mia storia di garantista non permetterebbe mai che venisse impostata una qualsiasi attività d'indagine su prevenzioni o presupposti che non appartengono alla realtà dei fatti già acquisiti, non altrove ma dalla Commissione. Questo è il primo punto che volevo chiarire.
Il secondo punto è che, proprio nell'ottica di quanto le ho detto fino ad un attimo fa, e cioè che il compito della Commissione è quello di fare chiarezza a 360 gradi, senza pregiudizio per le garanzie di nessuno, ma senza rispetti nei confronti di alcuno e, quindi, senza la preoccupazione di dover rispettare qualche «santuario» o qualcosa del genere, fra le varie cose che noi prendiamo in considerazione ci sono anche quelle alle quali lei ha fatto riferimento, che sono tutte sub iudice, tra virgolette, perché noi non siamo dei giudici, ma siamo dei pubblici ministeri, per cui lei può stare tranquillo e sereno e rendere le sue dichiarazioni, perché la Commissione è consapevole di ogni cosa.
Quanto alla questione di Marocchino, non l'abbiamo chiamata in questa sede per difendere Marocchino, ma per sapere le verità che lei ci ha preannunciato con le lettere che ci ha inviato. Con tutta serenità noi siamo qui ad ascoltarla.

STEFANO MENICACCI. La ringrazio, presidente. La Commissione deve prendere atto che nessuno ha elevato una imputazione, purchessia, nei confronti di Marocchino in relazione al fatto omicidiario. L'unico che ha articolato delle contestazioni, artificiosamente, è il dottor Tarditi, della procura di Asti, ma per altri fatti di cui parlerò, conclusosi anch'esso con l'archiviazione e con l'assoluzione. Non vi è nessun procedimento penale in Italia e tanto meno in Somalia in relazione alla sua attività pregressa.
Le devo dire, presidente, che non mi interessa tanto e solo la posizione di Marocchino, ma mi interessa il fatto in sé. Mi indigna venire a rilevare, a scoprire alcuni fatti artificiosi che come ho detto prima, prima di tutto come cittadino mi offendono.

PRESIDENTE. Devo tornare a premettere che lei qui non è chiamato - lo farà - per fare la difesa di nessuno. Nelle lettere, che se vuole le leggiamo per suo ricordo, ha dichiarato di essere a conoscenza di fatti e circostanze, personalmente acquisiti come tali da lei, e su questi la Commissione è ben lieta di poter raccogliere il suo contributo.

ROSY BINDI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ROSY BINDI. Presidente, devo darle atto di avere interrotto per ben due volte l'avvocato, dopo che ha fatto due precisazioni che io ritengo assolutamente offensive. Di cittadini indignati ce ne sono molti, ma non tutti hanno il privilegio di essere sentiti da una Commissione.
Se l'avvocato ritiene di avere degli elementi importanti da riferirci, ce li dica; per il resto le sue considerazioni francamente non ci interessano.

PRESIDENTE. Onorevole Bindi, mi pare che si sia perfettamente in sintonia e mi auguro di avere manifestato il pensiero della Commissione.


Pag. 5


STEFANO MENICACCI. Ma io ho anticipato una valutazione globale, che mi riprometto di dimostrare, altrimenti la mia presenza qui sarebbe ultronea.
Siccome la segreteria della Commissione ieri mi ha fatto sapere che era opportuno che io portassi la documentazione in mio possesso - io volevo venire soltanto per parlare a braccio, senza documenti - ho ritenuto di portare con me alcuni documenti che penso possano essere occasione di riflessione per la Commissione. Ho articolato una serie di temi e lei dirà, presidente, se è opportuno affrontarli o se sono superflui.
Innanzitutto, vorrei spiegare brevemente qual è il mio rapporto con la Somalia, con la realtà somala. Voglio dire tutto quello che so di Giancarlo Marocchino, la sua attività, l'esodo dalla Somalia per l'accusa di aver fornito armi e il traffico di armi dall'Unosom; poi tutto ciò che ho appreso sul fatto omicidiario, per terza persona o anche direttamente; sul tema - se mi consente, ho qualche elemento - della malacooperazione, del traffico di armi e di rifiuti in Somalia; come è nato questo teorema omicidiario, il crollo di questo teorema, l'esito dei procedimenti penali che sono stati instaurati a Torre Annunziata, ad Asti e a Milano; la costruzione dei primi supporti del teorema, perché sono stati fatti i nomi di testimoni - Aloi, Anghessa, Elmo - e se è opportuno che la Commissione li conosca tutti, le informative della Digos di Udine e del SISDE di Roma, gli interessi dei «detrattori» e la necessità di altri supporti testimoniali, che hanno portato poi alla creazione, anche in questo caso artatamente, di un testimone - «finalmente un testimone», così riportavano certi articoli -, vale a dire di Giampiero Sebri e, quindi, tutto il comportamento della procura di Milano, con il PM Romanelli, per il «progetto Mozambico» e per il progetto Somalia. Poi vi è tutto il discorso di Guido Garelli - che è molto importante perché sarebbe l'ideatore del cosiddetto progetto Urano 1, per il Sahara spagnolo, e Urano 2, per la Somalia -, le iniziative della procura di Asti, con cinque procedimenti dal PM Tarditi, tutti archiviati, la montatura del «progetto Scaglione», che è importante perché è l'unico punto di riferimento di cui si è avvalsa la Commissione sul ciclo dei rifiuti in atto oggi nella XIV legislatura.
Se mi permette, presidente, vorrei ancora parlare della «cimice fantasma», che riguardava i comportamenti di Tarditi nei confronti di Garelli, fatto portare ad Ivrea in modo da poterlo interrogare a supporto di quel teorema, del processo Fichera a Roma, e vorrei portare alcune conclusioni.

PRESIDENTE. Di queste cose sappiamo tutto.

STEFANO MENICACCI. Non credo, presidente, con tutto il rispetto. Lei sa come è stato montato il processo Scaglione?

PRESIDENTE. Lei parla quando io le do la parola, tanto per cominciare.

STEFANO MENICACCI. Chiedo scusa.

PRESIDENTE. La seconda cosa che le dico è questa: la Commissione è a conoscenza di ogni cosa. Di ciascuna delle cose che lei ha ricordato e che io ho annotato, siamo consapevoli fin troppo, per gli approfondimenti documentali e investigativi che abbiamo fatto.
Ciascuno degli argomenti che lei ha indicato è di nostro interesse. Perciò la prego, con riferimento a ciascuno degli argomenti che lei ha indicato, di dirci le circostanze di fatto che sono a sua personale conoscenza e che non appartengono - lei conosce gli atti a menadito - alle consapevolezze giudiziarie di ieri e della Commissione d'inchiesta di oggi.
I fatti: come è nato quello che lei chiama il teorema, come il teorema è crollato. Lei deve dire i fatti sui quali lei basa, per consapevolezza personale o per consapevolezza indiretta, questa affermazione. Perché è lei che dice che è un crollo. Noi non possiamo dire né che è un crollo né che non è un crollo.

STEFANO MENICACCI. Presidente, mi sono ripromesso di articolare fatti.


Pag. 6


PRESIDENTE. Questi sono temi, non sono fatti. Su questi temi mi dica il fatto di sua conoscenza diretta o indiretta.

STEFANO MENICACCI. Questo è il mio proposito.

PRESIDENTE. E la invito ad essere sintetico nella esposizione, altrimenti non riusciamo a terminare, fatta salva la possibilità di effettuare un rinvio.

STEFANO MENICACCI. Ho detto all'inizio della mia conoscenza della realtà somala. Infatti, voi potreste domandarmi: che cosa sai? Ho già detto che sono stato per tre legislature membro della Camera dei deputati (ormai sono allergico alla politica). Smesso l'impegno (ero del Movimento sociale italiano) in seguito ad una scissione del 1976 sono tornato all'esercizio della mia professione di avvocato. Venni chiamato dal comandante della milizia nazionale somala nel 1984, Abderaman, genero di Siad Barre (aveva sposato la figlia), e dal vice comandante, colonnello Abduhai, che ne aveva sposato la segretaria. La Milizia nazionale somala era un po' come la nostra vecchia Milizia volontaria di sicurezza nazionale, cioè era un'organizzazione a sostegno del regime.
Nel 1984, dunque, andai in Somalia. C'era stata una truffa organizzata da italiani (avevano liberato delle lettere di credito per un miliardo e mezzo, ma non avevano consegnato una nave con il legname e il ferro convenuti). Un italiano era finito in carcere; lo feci liberare e fu effettuata una transazione. In quella circostanza, ebbi l'occasione di conoscere persone autorevoli del mondo somalo: il presidente del Parlamento, vari ministri, il sindaco di Mogadiscio, il capo della polizia e via dicendo. Il generale Abderaman mi fece l'onore e il piacere di portarmi dal Presidente della Repubblica il generale Siad Barre con il quale ebbi una lunga conversazione (ero residuo dall'impegno politico e lui voleva approfondire la conoscenza della situazione italiana).
Nel 1986 tornai in Somalia con un imprenditore che voleva il pagamento di uno zuccherificio che non gli era stato onorato (regalò a Siad Barre anche un orologio d'oro, ma non sortì l'effetto sperato)...

PRESIDENTE. È prescritto.

STEFANO MENICACCI. Nel 1989 tornai di nuovo in Somalia. Era stato ucciso da poco il vescovo Colombo, e mi recai nel luogo in cui era stato ucciso, per una questione che si riferiva ai rapporti con una banca locale. Incrementai così le mie conoscenze.
Tutte le volte ebbi modo di parlare con Siad Barre, che mi descrisse la situazione somala, e mi disse che la teneva in pugno con un controllo generale su tutto il paese. Manifestò particolare interesse per le vicende di Craxi e del Partito socialista italiano (si sa, notoriamente, di questa simpatia).
Al ritorno, scrissi un libretto sui rapporti tra Italia e Somalia nel centenario, perché era il 1989 (e, come sapete, l'Italia si stabilì per la prima volta in Somalia nel 1889).
A Roma operava nello studio l'avvocato Duale, che voi avete sentito in quanto somalo. E il mio studio divenne un punto di riferimento e di transito per moltissimi somali. Vennero dei ministri, ed io li portai al Ministero degli esteri e in alcune Commissioni del Parlamento; creai un'«associazione di amicizia Italia-Somalia». Ho conosciuto anche alcuni signori della guerra: Osman Ato, Ali Mahdi; ho conosciuto il figlio di Aidid, con il quale ho ottimi rapporti. Ho manifestato simpatia, lo dico incidenter tantum, per la Somalia, perché mi sono accorto che i somali hanno un fortissimo senso della dignità. E forse noi abbiamo qualche dovere nei confronti di questo popolo che veste all'italiana, mangia all'italiana, pensa all'italiana. Nella boscaglia hanno sempre gli spaghetti a disposizione. Se girano per il mondo transitano per Roma, poi vanno a stabilirsi altrove, perché noi li abbiamo trattati male (260 mila sono andati in Canada, 160 mila in Inghilterra, 60 mila in Germania), e non abbiamo pagato loro tanto per fare


Pag. 7

un esempio neppure la bolletta dell'energia elettrica, né quella dell'acqua consumate presso la loro ambasciata durante la loro guerra civile e l'inesistenza di un governo somalo. Tra l'altro, hanno conosciuto la più grande diaspora della storia: due milioni di persone sono venute via su meno di dieci milioni.
Dico tutto ciò a dimostrazione della mia simpatia e propensione personale a capire le cose della Somalia, senza aver mai realizzato un affare o aver mai percepito alcunché tramite questi miei rapporti.
Tornai a Mogadiscio nel 1999 con alcuni imprenditori, per realizzare qualcosa che poi è stato realizzato, perché pensavo che i fatti economici potessero favorire i fatti politici, cioè per realizzare una farmacia, una fabbrica di produzione di bibite e acqua minerale e una conceria.

PRESIDENTE. Quindi dal 1984 al 1999 lei non sa niente della Somalia?

STEFANO MENICACCI. Mi perdoni, ci sono stato nel 1984, nel 1986, nel 1989 e, nel 1999, la quarta volta.

PRESIDENTE. Dunque dal 1989 al 1999 non c'è stato. Lei diceva che conosceva tutto, ma per dieci anni non ha potuto conoscere niente.

STEFANO MENICACCI. Nel 1999 sono andato a vedere il luogo in cui era stata uccisa Ilaria Alpi. Ho un quadro chiarissimo della situazione locale. Potrei fare uno schizzo rappresentativo, ma non credo che sia necessario per la Commissione.
In quella occasione, le dico con estrema franchezza che cosa è accaduto. Mi sono dotato di una scorta di 16 o 17 soldati armati. Il punto di riferimento in tutti questi anni era Giancarlo Marocchino che avevo conosciuto nel 1984. Sono andato lì, sul luogo dell'omicidio, e sono andato a parlare con il portiere dell'hotel Hamana, quello cioè che corse al porto vecchio dopo l'assassinio.

PRESIDENTE. Queste sono le cose che ci interessano. E devono essere tutte così.

STEFANO MENICACCI. Prima di andare lì ho dovuto superare la linea verde che divide in due la capitale, e ci sono riuscito. Sono arrivato dov'era la Banca commerciale, il cinema, poi poco dopo c'è la cattedrale. Non so se la Commissione sa che quello che ha messo l'esplosivo nella cattedrale, fatta saltare per aria (era la più grande dell'Africa), è stato giustiziato dagli stessi somali.
Tornai dove è l'arco romano, l'hotel Giuba, fino al punto in cui c'era stato il delitto, in via Treves, se non sbaglio. Parlai con il portiere dell'Hamana, il quale mi raccontò che aveva sentito questi colpi e che subito dopo era corso, rendendosi conto della situazione, presso il porto vecchio. Il porto vecchio sta sei o settecento metri più a sud, la strada è perpendicolare alla costa del mare ed è leggermente in discesa. Chiese l'aiuto dei soldati nigeriani (o pakistani, non ricordo bene), i quali negarono l'intervento (il che dimostra già la particolare tensione che vi era in quel momento).

PRESIDENTE. Negarono l'intervento di soccorso?

STEFANO MENICACCI. Sì. Non vollero intervenire. Allora, questo addetto alla sicurezza dell'albergo tornò indietro e nel tornare indietro incrociando sull'angolo dell'hotel che si chiama Giuba (oggi è semidistrutto) tra via Treves e il largo della Repubblica che è parallelo alla costa, incontrò Giancarlo Marocchino che stava tornando dal compound americano, che si trovava verso il porto e verso l'aeroporto che era a Mogadiscio sud, oltre la linea verde, a circa 6 chilometri di distanza verso casa sua (erano le 15,30 circa), la quale era circa a trecento metri di distanza dal punto in cui avvenne il fatto omicidiario. Marocchino era partito all'alba, avendo lasciato a casa sua solo Porzio e la Simoni, che erano suoi ospiti dal giorno prima, era andato con gli operai armati e con la guardia al compound


Pag. 8

per costruire gli alloggi per l'ambasciatore di Stato Scialoja e per gli addetti alla cooperazione ancora rimasti, per i dieci carabinieri di scorta e uno o due dei servizi segreti.

PRESIDENTE. Torniamo al 1999.

STEFANO MENICACCI. Incrociato Marocchino gli disse: guarda che lì ci sono due italiani morti. Marocchino lo sbeffeggiò dicendo che era impossibile, giacché non c'è nessun italiano a Mogadiscio. Ma Marocchino deviò e provvide al soccorso. Mi riferì solo questo fatto.

PRESIDENTE. Chi fu a fare questo?

STEFANO MENICACCI. Il portiere dell'albergo.

PRESIDENTE. Come si chiamava il portiere?

STEFANO MENICACCI. Quando venne preparai una memoria, che non ho qui con me, purtroppo, ma che recupererò, perché ho trasferito lo studio in un appartamento a Lavinio, e credo di poterlo recuperare con i nomi delle altre persone che adesso le dirò.
A quel punto, il portiere mi indicò una persona che era di fronte all'albergo. Mentre parlava con me (io ero circondato a sette o otto metri di distanza dalla scorta) vi era una cinquantina di persone sul famoso marciapiede dove c'era la donna che distribuiva tè e dove era avvenuto quel fatto che lei sa. Mi indicò una persona e mi disse: quello lì sa qualche cosa.
Allora attraversai la strada, e debbo dire che la tensione era un po' particolare perché la gente vedendo un bianco si accalcava. Questo signore, sulla cinquantina, mingherlino, portava la veste e non i pantaloni, era seduto accosciato ed era a fianco di un ingresso sul muro che latera la strada, senza porta, che dà accesso ad un cortiletto proprio nella casa avanti all'albergo. Perché mi avvicinai? Perché il portiere mi disse: il figlio di quel signore è stato ferito dai colpi sparati dall'incrocio più a sud della stessa strada.
Non conoscevo questo fatto. Sembra, stando a questa affermazione, che quando, ad un certo momento, quel gruppo omicidiario sparò contro la Toyota della Alpi e di Hrovatin, qualche colpo abbia raggiunto il giovane somalo, perché la Toyota, la macchina della Alpi e il posto ove si trovava la donna del tè si trovano tutti sulla stessa linea, sullo stesso lato della strada, anzi sullo stesso marciapiede, di fronte all'albergo, a lato dell'ambasciata d'Italia...

PRESIDENTE. Quindi sarebbe posteriore rispetto alla macchina.

STEFANO MENICACCI. Certo, posteriore, come se il proiettile abbia proseguito e abbia colpito qualcuno che stava lì accalcato attorno alla donna del tè. Lei sa che vicino la donna del tè c'era parecchia gente. E sembra che vi sia stato questo ferito.
Questo uomo fu un po' sgarbato con me, non volle rispondere, non mi disse niente. Debbo dire che però è il proprietario della casetta che sta di fronte, e quindi, un domani, potrebbe essere rintracciato.
Ad un certo momento, le persone presenti che sentirono le mie domande (tra l'altro non so se il mio interlocutore capiva bene l'italiano, ma tutti gli uomini sui cinquant'anni lo parlano) mi dissero che presente al fatto omicidiario era una persona lì presente. Mi fu indicato un uomo giovane di circa trenta-trentacinque anni, piuttosto robusto, che è il proprietario di un negozietto squallido che vende cose antiche, e che sta proprio di fronte al punto in cui s'era fermata retrocedendo la macchina di Ilaria Alpi. Vi si accede con due gradini, un vano di tre metri per cinque, con un banconcino in mezzo per i clienti.
Questo signore mi raccontò brevemente, perché l'atmosfera era piuttosto calda, che effettivamente aveva visto la macchina sbattere contro il muro, nel


Pag. 9

retrocedere (il riferimento al fatto che la guardia avesse o meno sparato non lo ricordava), e che aveva sentito sparare alcuni colpi.

PRESIDENTE. Da che cosa dipendeva il retrocedere? Perché retrocedevano?

STEFANO MENICACCI. L'autista della macchina di Ilaria Alpi prese a retrocedere di una ventina di metri, andando ad urtare contro un muretto laterante la strada sulla destra che oggi è stato sopraelevato. Quando andai, nel 1999, mi fecero vedere quel muretto dietro il quale si nascose la guardia del corpo. Adesso è stato innalzato a livello di un piano.
Altro non mi disse. È comunque una persona che ha visto la scena e che un domani potrebbe essere benissimo sentito.

PRESIDENTE. Di questi testimoni lei ha nome e cognome?

STEFANO MENICACCI. Di quest'ultimo senz'altro. E posso fornirvelo.
Che cosa mi disse Marocchino di questa faccenda? Marocchino mi ha sempre raccontato i fatti che ho detto prima: che tornava dal compound, che deviò, che urlò. Voi conoscete le testimonianze di Simoni e Porzio, che pianse, che imprecò e che trasportò via i due corpi al porto vecchio.
Gli ho chiesto: tu mi hai riferito che i due non dovevano venire in quella zona e che avevano fatto male a venire in quel posto. Lui mi spiegò perché. Via Treves, in precedenza, era una via estremamente sicura e tranquilla, perché c'era l'ambasciata italiana, i soldati italiani, le garitte. Era una zona molto frequentata con piazza Monopolio (c'era il monopolio delle sigarette all'epoca), che è alle spalle.
Successivamente, però, il 16 dicembre l'ambasciata era stata abbandonata. Il generale Fiore evacuò tutto il personale dell'ambasciata, con molti mezzi blindati. Sapete chi volle come controllore della retroguardia per tutta l'operazione? Giancarlo Marocchino, che peraltro compì un atto di estrema umanità e italianità: confidò al generale Fiore che in una casa vicino vi erano due mortai con un'ottantina di proiettili, pronti a sparare sull'ambasciata; il generale Fiore, raccontando l'episodio - e infatti furono rinvenuti i mortai e i colpi - alla Commissione d'inchiesta sulla cooperazione, disse che l'Italia doveva riconoscenza a Giancarlo Marocchino, tanto che un parlamentare disse che bisognava proporre al Presidente della Repubblica di conferirgli una medaglia. Con l'evacuazione, quella zona era diventata pericolosa. Per quale ragione? C'era un forte risentimento di molti somali del posto, per debiti non pagati e per promesse fatte e non mantenute da parte italiana.
Ad un certo momento, i somali che avevano dei conti in sospeso (qualcuno doveva avere il risarcimento di danni), videro che gli italiani erano partiti, per cui la zona divenne veramente pericolosa per gli stranieri e gli stessi italiani. Tanto è vero che Giancarlo Marocchino mi ha detto che in quel momento a Mogadiscio, soprattutto a Mogadiscio nord, c'erano almeno dieci gruppi armati, sul tipo di quello che ha ucciso Ilaria Alpi e Hrovatin.

PRESIDENTE. Lei ha condotto un'inchiesta, direttamente o attraverso altre persone? Infatti, come lei ha detto, siccome Marocchino è citato più volte in tutti gli atti, eccetera, e vi sono state diverse attenzioni giudiziarie (tutte risoltesi in maniera assolutamente liberatoria, però negli atti ne rileviamo una certa presenza), lei, come suo difensore, che poteva avere interesse a condurre indagini e fare accertamenti al fine di conoscere qualcosa di più per passare dalla difesa ostruzionistica alla difesa costruttiva, come diciamo noi oggi, ha svolto delle indagini dalle quali è uscito qualche risultato che possa indirizzare verso causali, mandanti ed esecutori?

STEFANO MENICACCI. Presidente, a parte il fatto che io sono rimasto a Mogadiscio pochi giorni, mentre questa attività avrebbe richiesto una permanenza maggiore, la situazione era veramente pericolosa. Condurre un'indagine locale significava


Pag. 10

correre il rischio di morte. A Marocchino ho detto: tu sai chi sono quelli che appartengono al gruppo. E lui mi disse: io ho saputo, tramite gli uomini della mia scorta che mi hanno fatto una confidenza, che si trattava del gruppo degli Abgal e Mursade.
Gli chiesi: sono gruppi della stessa fazione o di fazione contraria? No - lui mi disse - una volta erano della stessa fazione, cioè degli Abgal (nel senso che anche i Mursade erano degli Abgal), poi i Mursade sono passati con Aidid. Egli mi ha confidato che nella macchina vi era una rappresentanza degli Abgal e altra del gruppo Mursade.

PRESIDENTE. Abgal è Ali Mahdi.

STEFANO MENICACCI. Sì, mentre Aidid è del gruppo degli Abergadir. Come mai - gli chiesi - vi erano rappresentanti dei due gruppi nella Land Rover?
Mi spiegò che i gruppi omicidiari, o comunque di armati, usavano questo trucco; ne mettevano una parte del nord e una del sud. Quando il gruppo degli armati superando la linea verde andava al sud c'erano quelli del sud, quando lo stesso gruppo veniva oltre la linea verde, nel nord, c'era a proteggere quelli del sud il rappresentante di questa zona. Quindi, praticamente, questo gruppo omicidiario sarebbe stato un gruppo misto. Lui mi disse che l'unica cosa che conosceva era l'appartenenza a questi gruppi, ma non fece dei nomi.
Gli dissi: è possibile che tu non sappia qualche nome? E lui mi disse: quali nomi vuoi chiedere? In Somalia puoi chiedere di Ali, Mohamed e Ibrahim, Mahmud, ma non c'è un documento di riconoscimento, e quindi ti possono dare un nome qualsiasi dietro il quale non c'è nessuno e che comunque rende impossibile l'identificazione.

PRESIDENTE. La presenza di rappresentanti di Ali Mahdi e di Aidid (semplifico) in un agguato come quello di cui stiamo parlando non potrebbe essere significativa di una riaggregazione dei gruppi contrapposti per liberarsi di una cosa che interessava eliminare ad entrambi? Le chiedo se ha fatto questa riflessione.

STEFANO MENICACCI. Non ho elementi per farla.

PRESIDENTE. Non sto parlando di elementi, lo capisco.

STEFANO MENICACCI. Nel momento in cui me ne sono interessato anche la contrapposizione tra Aidid e Ali Mahdi era superata perché Aidid era morto nel 1996, ucciso.

PRESIDENTE. Ma non nel 1994.

STEFANO MENICACCI. Nel 1994 no, ma nel 1994 erano ancora ferocemente contrapposti. Non c'era ancora un segnale di avvicinamento.

PRESIDENTE. Come avviene nelle «buone» famiglie mafiose, quando si deve uccidere Falcone, ci si mettono tutte le famiglie. Ogni famiglia ha il suo rappresentante. In questo caso, dover eliminare una persona come Ilaria Alpi, che poteva aver dato fastidio e turbato gli equilibri dell'ambiente, poteva essere il segno di una rappresentatività globalizzata rispetto agli interessi in gioco.

STEFANO MENICACCI. Ho capito, presidente, però faccio un'osservazione. Lei sa che in questa vicenda è intervenuta anche una informativa da parte della DIGOS di Udine. Lì vengono indicate alcune persone che sono in netta contrapposizione l'una con l'altra. Uno è il sultano di Bosaso che è migiurtino (era colui che aveva sequestrato la nave a Mugne, e che gli aveva chiesto il riscatto), nemico di Siad Barre, tanto è vero che è stato nominato ministro della difesa nel nuovo governo. Mugne era uomo di Siad Barre, faceva affari con la figlia, era della tribù «bravana», ed era colui che subiva il ricatto del sultano di Bosaso. Ali Mahdi aveva contribuito a sconfiggere Siad Barre,


Pag. 11

era il presidente della repubblica ad interim della Somalia, a cui Mugne aveva rubato le navi (ho sentito il fratello alla Corte di assise di Roma nel processo Hashi che ha detto che le navi erano comunque del governo somalo e che verranno restituite quando si costituirà il nuovo governo unitario...).

PRESIDENTE. ...d'accordo.

STEFANO MENICACCI. Poi c'è Gilao, il quale era uomo di Barre, l'ultimo sindaco di Mogadiscio.

PRESIDENTE. Tutto ciò conferma esattamente quello che sto dicendo.

STEFANO MENICACCI. Lo so.

PRESIDENTE. Ma questa è una deduzione e non fa parte dei fatti.

STEFANO MENICACCI. Perdoni, colgo l'occasione per finire questo discorso del perché non si fanno indagini, con riferimento a Marocchino. Marocchino non è stato inquisito da nessuno. Tra l'altro, perché Marocchino viene tirato in ballo? Sparare su Marocchino è come sparare sulla Croce rossa: non era in condizione di difendersi, non sapeva quello che avveniva in Italia. Per cui è stato facile tirarlo dentro...

PRESIDENTE. Questa è difesa. Avvocato, scusi, lei mi deve consentire di mettere un discrimine preciso. Poi la chiameremo un giorno per difendere Marocchino (mi auguro di no).
Andiamo avanti per i temi che ha indicato. Fino a questo momento alcune cose le abbiamo già fatte. Lei ha parlato un attimo fa di Udine. Di Udine noi sappiamo ogni cosa. Lei prima ha evocato la DIGOS di Udine per dire che da lì si sarebbero verificate situazioni rispetto alle quali - gli esiti li conosciamo tutti - dobbiamo accertare gli antefatti. Se lei ha notizie di circostanze o fatti ad esse relativi, forse possiamo mettere insieme le due DIGOS di Roma e Udine.
A questo punto, ritengo opportuno procedere in seduta segreta. Non essendovi obiezioni, dispongo la disattivazione del circuito audiovisivo interno.

(La Commissione procede in seduta segreta).

PRESIDENTE. Riprendiamo i nostri lavori in seduta pubblica. Dispongo la riattivazione del circuito audiovisivo interno.
Ringrazio l'avvocato Menicacci e dichiaro concluso l'esame testimoniale.

La seduta termina alle 16.

Back Forward