TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 411 di Giovedì 22 gennaio 2004

INTERPELLANZE URGENTI

A)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della difesa, per sapere - premesso che:
nessuna azione è stata intrapresa dal Governo per porre rimedio ad un'incresciosa situazione che vede coinvolti oltre 600 ufficiali del ruolo speciale dell'esercito, fortemente penalizzati nel loro sviluppo di carriera e danneggiati dal punto di vista morale e materiale dall'atteggiamento ormai cronicamente omissivo della direzione generale del personale militare, che continua a respingere il riconoscimento e l'applicazione di una precisa norma di legge (articolo 39, comma 6, del decreto legislativo n. 490 del 1997), a suo tempo varata dal legislatore proprio per sanare gravi sperequazioni determinatesi all'interno del ruolo;
negli ultimi due anni la situazione è divenuta deleteria per l'aumento esponenziale del contenzioso provocato dal perdurare delle inadempienze da parte della citata direzione generale, che, ad avviso degli interpellanti, ha manifestato un atteggiamento, che si è di fatto tradotto nella mancata applicazione del disposto normativo;
a causa di ciò, quasi la metà degli ufficiali coinvolti, sobbarcandosi ingenti spese legali, è dovuto ricorrere alla giustizia amministrativa per ottenere il riconoscimento di diritti che, invece, sono espressamente e direttamente garantiti da leggi vigenti;
dall'inizio del 2002 ad oggi risultano essere state emesse dal tribunale amministrativo regionale del Lazio ben dodici sentenze, riguardanti complessivamente 262 ufficiali, tutte favorevoli ai ricorrenti e tutte identiche fra loro nella declaratoria del diritto all'applicazione del medesimo richiamato articolo di legge, sempre ignorato dall'amministrazione;
risulta illogico, irrazionale e contraddittorio il fatto che, a fronte delle dodici citate sentenze identiche, sette, riguardanti 168 ufficiali, siano definitivamente passate in giudicato, mentre cinque, riguardanti gli altri 94 ufficiali, siano state inspiegabilmente impugnate dinanzi al Consiglio di Stato;
il Ministro interpellato, per rispondere ai numerosi e svariati, passati e recenti, quesiti riguardanti tale anomala vicenda, ha sempre adottato il medesimo testo scritto, in cui si rilevano elementi che dimostrano, ad avviso degli interpellanti, nell'ipotesi migliore, un'inattendibilità delle fonti tecniche disponibili;
da ultimo, in risposta all'interrogazione svolta presso la IV Commissione difesa della Camera dei deputati, il Governo ha sostenuto, in particolare, che «per le altre 8 sentenze (anno 2003), tutte favorevoli agli interessati, è stato interposto gravame innanzi al Consiglio di Stato» e che «...la stessa Avvocatura dello Stato ... ha formalizzato gli atti di appello dinanzi al Consiglio di Stato»; ciò, a quanto consta agli interpellanti, non corrisponde al vero, ma al contrario ben quattro di quelle sentenze, riguardanti 80 ufficiali, non solo risultano mai appellate (e, quindi, divenute esecutive dallo scorso mese di luglio 2003), ma, addirittura, perdurando l'inadempienza da parte della direzione generale del personale militare, è stato necessario, con inutili altre spese per i ricorrenti, avviare il procedimento per l'esecuzione coatta delle stesse con la prima udienza di ottemperanza, svoltasi presso il tribunale amministrativo regionale del Lazio in data 15 dicembre 2003;
inoltre, in occasione della medesima risposta, oltre alle appena citate gravi omissioni ed infondatezze, da un lato è stata chiamata inopinatamente in causa la responsabilità dell'Avvocatura dello Stato, che «per disguidi» non avrebbe impugnato tre sentenze del 2002, dall'altro, per giustificare il contegno tenuto dall'amministrazione, viene capziosamente richiamato un parere consultivo del 2000 del Consiglio di Stato, che, invece, oggettivamente va interpretato nel senso opposto;
tale risposta del Governo, viziata da siffatte evidenti infondatezze, è, ad avviso degli interpellanti, profondamente offensiva dell'etica politica e della dignità del Parlamento;
non si comprende il motivo del comportamento da parte della direzione generale del personale militare, che ha provocato malcontento, demotivazione e danni economici per il personale interessato, danneggiando l'immagine di efficienza dell'amministrazione oltre ad esporla ad onerosi provvedimenti esecutivi;
non è più tollerabile il protrarsi della situazione descritta, che ha provocato disparità di trattamento, inerzie e discriminazioni, che hanno portato oggi l'amministrazione ad essere sopraffatta dal contenzioso, essendo incapace di adottare provvedimenti, se non attraverso le ordinanze dell'autorità giudiziaria, circostanze queste che sarebbero state evitate con un'accorta e tempestiva applicazione delle norme;
non è, altresì, accettabile che, esclusivamente per effetto di tale modo di operare della direzione generale del personale militare, soltanto alcuni dei moltissimi ufficiali interessati, cioè solo quelli che hanno potuto attivarsi rivolgendosi ai legali, possa ottenere finalmente il riconoscimento di diritti che il legislatore ha riservato a tutti, mentre invece i molti altri rimasti in silenzio, perché impegnati all'estero, distolti da ragioni di servizio ovvero per altri motivi, debbano rimanere ingiustamente penalizzati;
le argomentazioni fin qui esposte non permettono più di poter confidare sull'autenticità di eventuali future spiegazioni del Governo sui motivi che hanno determinato l'incresciosa situazione descritta;
le principali responsabilità sono, comunque, da ritenere a carico della direzione generale del personale militare, che, nella gestione del contenzioso ha sempre disatteso anche le norme richiamate dalle direttive DGPM/UCGA/NORM/143 del 27 novembre 2003 e DGPM/UCGA/25 dell'11 marzo 2003 -:
se non intenda:
a) accertare, attraverso l'ausilio di fonti certe e attendibili, l'attuale entità del contenzioso pendente presso la direzione generale del personale militare e il suo sviluppo negli ultimi tre anni;
b) adottare iniziative volte a dare soluzione al contenzioso di cui in premessa, disponendo, in particolare, le corrette rideterminazioni dell'anzianità per tutti gli ufficiali del ruolo speciale dell'esercito, che, scavalcati nel ruolo di appartenenza da colleghi con minore anzianità di grado, sono stati valutati e promossi dopo l'entrata in vigore del decreto legislativo n. 490 del 1997;
c) avviare un'indagine amministrativa sullo svolgimento dell'intera vicenda narrata in premessa, al fine di verificare eventuali responsabilità di natura disciplinare, avendo cura di segnalare agli organi competenti l'eventuale sussistenza di danni erariali per l'amministrazione.
(2-01017) «Molinari, Boccia».
(17 dicembre 2003)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della difesa, per sapere - premesso che:
con interrogazione di aprile 2002, n. 4-02613, a cui non fu data, ad avviso degli interpellanti, una risposta soddisfacente, e con interrogazione n. 4-04685 di dicembre 2002 erano stati chiesti chiarimenti circa l'annosa vicenda riguardante l'attuale imponente contenzioso relativo ai ricorsi giurisdizionali di circa 300 ufficiali dell'esercito contro l'amministrazione della difesa per ottenere le dovute ricostruzioni di carriera nei termini di legge, anche alla luce di alcune sentenze favorevoli del tribunale amministrativo regionale del Lazio;
nella seconda delle interrogazioni citate erano state evidenziate palesi omissioni, per la ripetuta inosservanza da parte della direzione generale del personale militare di alcune precise e non equivoche norme di legge circa l'avanzamento degli ufficiali, nonché grave inerzia nell'esecuzione dei relativi provvedimenti d'autorità, consistenti nell'ottemperanza del giudicato portato da numerose sentenze del tribunale amministrativo regionale del Lazio, che disponevano la corretta ricostruzione della carriera per i numerosi ufficiali ricorrenti;
la risposta, pervenuta con nota del gabinetto del Ministro interpellato datata 5 novembre 2003, introduce ulteriori elementi di grave perplessità circa l'operato dell'Avvocatura generale dello Stato, la quale «per disguidi» avrebbe impugnato soltanto una (n. 12260) di quattro identiche sentenze del tribunale amministrativo regionale del Lazio del periodo 2001/2002, consentendo, quindi, l'esecuzione delle altre tre (384, 385 e 390 tutte del 2002) a favore di 88 ufficiali interessati, e contiene anche affermazioni circa l'attuale iter di altre otto sentenze del tribunale amministrativo regionale del Lazio del 2003, tutte favorevoli ad altri 147 ufficiali ricorrenti, asseritamente pendenti in appello, mentre, al contrario, ben quattro di tali sentenze (3804, 3807, 3808 e 3809 dell'anno 2003), non essendo state mai impugnate, sono già esecutive da luglio 2003. Quanto precede, in palese violazione di ogni disposto normativo, nonché dell'obbligo, ex lege n. 205 del 2000, di dare esecutività alle sentenze di primo grado, comprese quelle in pendenza di impugnativa, come le altre quattro (3810, 3811, 3812 e 3813) inspiegabilmente impugnate, nonostante tutte le sentenze fossero identiche nel petitum e nella causa petendi;
dal sito internet del tribunale amministrativo regionale del Lazio può rilevarsi che, per l'esecuzione forzata di tali sentenze, la prima udienza di ottemperanza per l'eventuale nomina di commissario ad acta era fissata per il 15 dicembre 2003;
tale risposta fornita dall'Amministrazione sembra essere finalizzata ad eludere approfondimenti:
a) sui motivi per i quali le citate quattro sentenze del 2003, a favore di 80 ufficiali, passate in giudicato da luglio 2003, con relativa diffida notificata in data 8 settembre 2003, non siano state ancora eseguite;
b) sul criterio di impugnazione adottato, che, a questo punto, appare inequivocabilmente casuale, trattandosi di sentenze assolutamente identiche nella declaratoria del diritto all'applicazione a tutti gli ufficiali ricorrenti dello stesso articolo di legge;
c) sul motivo per cui l'amministrazione della difesa, ancora una volta soccombente in giudizio, non abbia, anche questa volta, attribuito all'Avvocatura dello Stato la responsabilità degli asseriti «disguidi» avvenuti in precedenza;
d) sulle misure adottate al fine di scongiurare il ripetersi dei lamentati «disguidi» e delle conseguenti differenze di comportamento dell'amministrazione, che, di fatto, oggi, a fronte di identiche situazioni, hanno dato luogo a ulteriori discriminazioni che compromettono una già grave situazione, caratterizzata da palesi violazioni dei fondamentali principi di uguaglianza e imparzialità;
ad avviso degli interpellanti, ancora una volta il Ministro interpellato non è stato correttamente informato sulla vicenda e ciò ingenera il dubbio che alcuni uffici non abbiano ben chiaro, per usare un eufemismo, il quadro complessivo in cui è inscritta tale incresciosa vicenda;
il ripetuto atteggiamento dilatorio di alcuni uffici dell'amministrazione della difesa confligge apertamente con le direttive specifiche emanate dal direttore generale del personale militare, in data 17 marzo e 27 novembre 2003, in materia di responsabilità amministrativa;
quanto sopra evidenziato risulta inaccettabile rispetto all'attuale situazione generale, in cui tutti i più autorevoli rappresentanti della politica, di maggioranza e di opposizione, dichiarano la necessità di una doverosa maggiore attenzione nei confronti di tutto il personale militare, che, al contrario, in questo caso viene ingiustamente penalizzato proprio dall'inerzia o peggio dall'ostilità di qualche dirigente, che riesce ad eludere anche il controllo dello stesso Ministro interpellato;
l'acclarata scorrettezza nella gestione di tale imponente contenzioso, che, per questo, sta aumentando in modo esponenziale, con il coinvolgimento di ulteriori diverse centinaia di ufficiali che chiederanno anche il risarcimento del danno, rende pertanto urgente ed improcrastinabile una tempestiva «inversione di tendenza» da parte della competente direzione generale -:
se il Ministro interpellato, tratte tutte le conclusioni del caso, intenda istituire, prima che comunque lo faccia l'autorità giudiziaria, una commissione d'indagine sul contenzioso in atto pendente e all'attenzione degli uffici della direzione generale del personale militare, per fare piena luce sulla vicenda qui esposta e per tutelare anche la stessa amministrazione da azioni di carattere legale e risarcitorio, con lo scopo anche, sul piano politico, di consentire al Governo e alla maggioranza che lo sostiene di ripristinare il rapporto di fiducia con i cittadini in uniforme gravemente pregiudicati da simili «anomalie».

(2-01040) «Franz, Lo Presti».
(21 gennaio 2004)

B)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere - premesso che:
dal 14 dicembre 2003, con l'entrata in vigore del nuovo orario ferroviario, è stato soppresso il treno Intercity Reggio Calabria-Bari;
è questa l'ultima misura di un disegno che progressivamente tende a smantellare il servizio di trasporto che collega la Calabria al resto del Paese lungo il litorale ionico;
già nel 2002, infatti, è stato soppresso l'unico treno Intercity, il 744, che, lungo la dorsale ionica, collegava Reggio Calabria con Roma;

notevoli sono i disagi determinati all'utenza, tant'è che si registrano forti proteste da parte degli amministratori locali, numerose manifestazioni delle popolazioni dei comuni della costa ionica e forti prese di posizione anche da parte della Chiesa cattolica e da parte del vescovo di Locri;
la decisione di Trenitalia, oltre a creare disagi, contribuisce ad aggravare le condizioni di traffico lungo la strada statale n. 106 ionica, meglio conosciuta come strada ad alto rischio e prima nella graduatoria relativa ad insicurezza ed a pericolosità per il numero di incidenti che si verificano;
nei programmi del Governo e nella legge finanziaria per il 2004 non è prevista la destinazione di risorse per l'ammodernamento della ferrovia ionica e per la strada statale n. 106, che collega Reggio Calabria con Taranto, lungo la costa ionica -:
se non ritenga di dover assumere iniziative urgenti affinché sia ripristinato il treno Intercity Reggio Calabria-Bari;
quali iniziative intenda assumere perché sia definito un programma di ammodernamento della ferrovia ionica Bari-Reggio Calabria e perché siano destinate adeguate risorse all'ammodernamento della strada statale n. 106 ionica, dando priorità alla realizzazione dei tratti che presentano maggiore criticità;
se non ritenga di dover convocare entro tempi brevi una conferenza dei servizi alla quale invitare Trenitalia, Anas, la regione Calabria, le province calabresi ed i comuni interessati, al fine di concertare programmi concreti in direzione dell'ammodernamento infrastrutturale del versante ionico calabrese ed una adeguata organizzazione del servizio di trasporto ferroviario.
(2-01016) «Oliverio, Bova, Minniti, Meduri, Albertini, Amici, Annunziata, Roberto Barbieri, Gerardo Bianco, Bielli, Boccia, Borrelli, Bressa, Buemi, Buffo, Buglio, Burtone, Cabras, Camo, Carbonella, Cennamo, Chiaromonte, Crisci, Dameri, Titti De Simone, Delbono, Di Gioia, Diana, Duca, Filippeschi, Fistarol, Franceschini, Franci, Frigato, Fumagalli, Galeazzi, Giachetti, Grotto, Leoni, Lettieri, Santino Adamo Loddo, Lulli, Luongo, Lusetti, Mancini, Maran, Marcora, Mariotti, Merlo, Milana, Pappaterra, Petrella, Piglionica, Piscitello, Potenza, Preda, Quartiani, Rava, Rognoni, Rossiello, Rotundo, Ruggeri, Ruta, Sandri, Susini, Vianello, Villetti, Bellillo, Benvenuto, Cialente, Coluccini, De Luca, Giulietti, Grandi, Grillini, Lolli, Paola Mariani, Nannicini, Nieddu, Nigra, Ottone, Panattoni, Pinotti, Raffaldini, Ranieri, Ruzzante, Santagata, Soda, Stradiotto, Michele Ventura, Vertone, Zanella, Zunino».
(17 dicembre 2003)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere - premesso che:
Trenitalia continua nello smantellamento della rete ferroviaria nell'alto ionio calabrese, allontanando lentamente Crotone dal resto del territorio regionale e italiano;
dal 14 dicembre 2003, infatti, con l'entrata in vigore del nuovo orario ferroviario, è stato definitivamente soppresso anche l'Intercity Reggio Calabria-Bari via ionica, denominato «Pitagora», che era l'unico collegamento mattutino da Reggio Calabria per Bari e l'unico in serata per recarsi nella città dello Stretto;
già nel 2002 era stato soppresso l'unico treno Intercity che, lungo la dorsale ionica, collegava Reggio Calabria con Roma;
è stato, altresì, eliminato l'ottimo servizio di auto al seguito per il Nord Italia, che prima era attivo sia per Milano che per Torino;
pochi mesi fa la società di infrastrutture delle Ferrovie dello Stato (Rfi) ha annunciato il finanziamento di oltre 460 milioni di euro per lo sviluppo della rete ferroviaria calabrese, anche se si tratta semplicemente della riproposizione di progetti risalenti a una decina di anni fa;
si guarda con interesse allo stanziamento di oltre 800.000 euro per finanziare la ristrutturazione dello scalo di Cutro, a pochi chilometri da Crotone;
non si riesce a comprendere quali siano le difficoltà per dare il via ad un'opera per la quale occorrerebbero pochi mesi di lavoro e che sarebbe utile agli insediamenti industriali della zona;
lo scalo di Cutro potrebbe, inoltre, rappresentare il punto di partenza per uno sviluppo nel territorio del trasporto ferroviario, sia merci che passeggeri;
a differenza dell'impegno evidenziato nel recupero delle potenzialità del porto, si avverte un disinteresse nei confronti del miglioramento delle infrastrutture della zona, insieme con una capacità progettuale pressoché inesistente o quantomeno limitata al brevissimo termine;
basterebbe poco per reintegrare la linea ionica al resto della rete ferroviaria: il superamento delle difficoltà imposte dalla pendenza della galleria di Cutro e l'installazione dell'alimentazione elettrica per i treni sarebbero una spesa non ingente e determinerebbero una riduzione dell'inquinamento, una maggiore sicurezza e nessun problema particolare di modifica del tracciato -:
quali iniziative intenda assumere affinché sia ripristinato il treno Intercity Reggio Calabria-Bari;
se intenda intervenire contro lo smantellamento della rete ferroviaria ionica da parte di Trenitalia, che, oltre a creare gravi disagi all'utenza, contribuisce ad aggravare le condizioni di traffico lungo la strada statale ionica n. 106, strada ad alto rischio per l'elevato numero di incidenti che si verificano;
quali provvedimenti intenda al più presto intraprendere per evitare che la zona del crotonese, già tagliata fuori dall'Italia, si allontani anche dal resto della Calabria;
per consentire a tale area l'avvio di un processo di sviluppo globale, quali iniziative intenda adottare ai fini di un miglioramento delle infrastrutture del territorio;
se non ritenga opportuno, in particolare, che siano destinate adeguate risorse all'ammodernamento della ferrovia ionica Bari-Reggio Calabria e alla strada statale ionica n. 106.
(2-01036) «Volontè, Dorina Bianchi».
(17 dicembre 2003)

C)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro della salute, per sapere - premesso che:
in data 10 gennaio 2004, la signora Maria Antonietta Cappelletti si è trovata nella necessità di essere ricoverata per una crisi cardiaca e un'insufficienza renale, sopraggiunte in un quadro clinico già grave;
la signora è morta dopo un'inutile e disperata ricerca, durata ore, di un posto letto in 32 ospedali delle province di Como, Milano, Varese e Lecco;
dopo una visita all'ospedale di Cantù i medici avevano ritenuto necessario il ricovero, che «però è avvenuto solo cinque ore più tardi, quando i sanitari, dopo avere inutilmente contattato 30 ospedali - tutti completi - e avere chiamato anche il magistrato di turno, le hanno finalmente trovato un posto letto all'ospedale di Garbagnate (Milano)»;
sempre in Lombardia è emerso che qualche tempo addietro per far ricoverare una persona colpita da ictus è stato necessario ricorrere all'intervento della sorella del Ministro dell'economia e delle finanze, perché non risultavano posti disponibili negli ospedali di più province lombarde;
i tagli e le risorse sottratte a livello centrale (nel caso lombardo anche a livello periferico), per quanto riguarda la sanità, sono pagati dai cittadini;
la diminuzione dei posti letto senza alcuna razionalità, solo per fare tagli, compromette i livelli di salvaguardia e di funzionamento del sistema sanitario;
le strutture sanitarie stanno contraendo il numero di posti letto per malati acuti, senza però che vengano poste in essere strutture per i malati non acuti, fondamentali per poter reggere ad un numero di posti così limitati;
il Governo negli ultimi due anni ha proceduto a tagliare ulteriormente risorse per la sanità e a non rispettare, come dimostrano gli atti della conferenza Stato-regioni, neppure il patto sul contenimento della spesa siglato l'8 agosto 2001 -:
quali iniziative intenda promuovere il Ministro interpellato, nell'ambito delle proprie prerogative, per accertare quanto è accaduto alla donna colpita da crisi cardiaca in Lombardia e adottare tutti gli strumenti di controllo che evitino il ripetersi di episodi di tal genere;
quali iniziative intenda adottare per procedere immediatamente al riparto dei fondi del servizio sanitario nazionale, anche per le annualità 2002 e 2003, come richiesto dalle regioni.
(2-01037) «Bindi, Castagnetti, Loiero, Mosella, Burtone, Meduri, Fioroni, Duilio».
(20 gennaio 2004)

D)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro della difesa, per sapere - premesso che:
dal 19 al 23 gennaio 2004 è stata programmata a Kuwait City la manifestazione fieristica «Ricostruire l'Iraq», alla quale l'Italia partecipa con 180 delegazioni di imprese al seguito del Viceministro per le attività produttive, onorevole Adolfo Urso;
in una nota esplicativa, diramata nei giorni precedenti l'inizio della fiera, il Viceministro Urso ha sottolineato che, finita in Iraq la fase di emergenza, le imprese italiane «potranno partecipare attivamente alla seconda fase, quella della ricostruzione del Paese, verso la quale ci sono in Italia fortissime aspettative». Nella stessa nota Urso ha ricordato che l'Italia fa parte dell'amministrazione centrale della Cpa a Baghdad, in particolare nella regione sud del Paese, a Bassora, deve «ricopriamo tra l'altro il ruolo di vice governatore e nella provincia di Dhi Qar, dove abbiamo l'incarico di vice coordinatore»;
il termine per la presentazione delle proposte di prequalifica per i bandi di gara per 17 contratti di ricostruzione in Iraq, riguardanti energia, trasporti, comunicazioni e infrastrutture civili, per un valore di 5 miliardi di dollari, è scaduto il 15 gennaio 2004, mentre solo il 7 gennaio il Program management office del Pentagono ha pubblicato i bandi di gara. Le ditte italiane sono entrate ufficialmente nel meccanismo delle gare per gli appalti il 13 gennaio 2004, in coincidenza con la visita al contingente italiano di stanza a Nassiriya del governatore Bremer. In diverse occasioni il Sottosegretario alla difesa Usa, Paul Wolfowitz, aveva sottolineato come soltanto le ditte dei Paesi che sostengono l'occupazione militare potessero aspirare ad aggiudicarsi i lavori;
della task force Iraq, costituita ad aprile 2003 presso il ministero degli affari esteri, fa parte la Confindustria, ma ne sono state invece escluse le organizzazioni non governative. L'Italia, infatti, sin dall'inizio del cosiddetto dopoguerra iracheno, si è preoccupata di salvaguardare prioritariamente una presenza commerciale oltre che militare, con la riapertura nella capitale dell'ufficio dell'Ice (Istituto per il commercio estero), la riattivazione della copertura assicurativa Sace, l'estensione all'Iraq dei fondo Simest e fin dal giugno 2003, prima ancora che arrivassero i carabinieri, una delegazione dell'Eni si era già recata a Nassiriya per verificare i 2,6 miliardi di barili di petrolio che proprio in quella zona le verranno assegnati;
l'8 gennaio 2004 il Governo ha approvato il decreto che prolunga di altri sei mesi le missioni militari italiane all'estero, tra cui si annovera anche quella denominata «antica Babilonia». Tale decreto, però, non è stato ancora inviato alle Camere. Nel frattempo in Iraq continua e si estende la quotidiana escalation di sangue e violenze, di cui è drammatica testimonianza l'attentato sanguinosissimo del 18 gennaio 2004. Un conflitto micidiale che si genera dall'intreccio perverso tra l'occupazione dei Paesi alleati, la resistenza di settori crescenti della popolazione e il ruolo della neonata polizia irachena, che, con l'avallo americano, spara su folle inermi che chiedono lavoro. Un piano, quello Usa, che, con sempre più evidenza, promuove la frammentazione del Paese su base etnico-confessionale (una vera e propria «balcanizzazione» dell'Iraq), suscitando violente reazioni di protesta all'interno del Paese -:
se il Governo non ritenga che il complessivo contesto politico-militare, nonché le dinamiche che caratterizzano la situazione in Iraq, ormai non offrano più nessun ragionevole argomento a sostegno della tesi umanitaria, in base alla quale la maggioranza del Parlamento approvò l'invio del contingente italiano a Nassiriya;
se ci siano impegni formali nel frattempo intercorsi tra il Governo italiano e l'amministrazione Usa per assicurare la presenza del nostro Paese nel programma di ricostruzione dell'Iraq solo a condizione che si mantenga l'impegno militare e se così fosse se il Governo non ritenga necessario informarne il Parlamento;
se il Governo non ritenga che in un tale contesto la funzione e il ruolo delle forze armate italiane, stando al dettato costituzionale, non consentano, ormai visibilmente, la permanenza del nostro contingente a Nassiriya e se pertanto non si voglia procedere a richiamare in Italia i nostri militari.
(2-01033)
«Deiana, Giordano».
(20 gennaio 2004)

E)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro degli affari esteri, per sapere - premesso che:
il Governo italiano ha sottoscritto il Programma d'azione della Conferenza su popolazione e sviluppo (Cairo 5-13 settembre 1994) e la Piattaforma d'azione della Conferenza di Pechino su donne e sviluppo (4-15 settembre 1995), nonché i documenti approvati, a cinque anni di distanza dalle due conferenze, dalle due Assemblee generali delle Nazioni Unite del 2 luglio 1999 e del 9 giugno 2000;
la comunità internazionale, al summit del millennio delle Nazioni Unite (settembre 2000), si è data l'ambizioso traguardo di ridurre della metà il numero di individui in stato di povertà assoluta entro il 2005;
gli obiettivi di sviluppo del millennio (millennium development goals), stabiliti al summit sopraindicato, per arrivare a questo traguardo, prevedono espressamente il raggiungimento dell'eguaglianza di genere e l'empowerment delle donne (obiettivo 3);
tutto ciò per arginare le gravissime emergenze che vedono, nel mondo: un miliardo e 200 milioni di persone che vivono con meno di 2 dollari al giorno, in maggioranza donne; il perdurare dell'analfabetismo, di cui le donne rappresentano il 63 per cento; 2 milioni di donne all'anno infettate dal virus Hiv e 1,2 milioni di donne uccise dall'aids; 2 milioni di bambine costrette a prostituirsi; 585.000 donne morte ogni anno per cause legate alla gravidanza e al parto; 60 milioni di donne assenti dalle statistiche a causa degli aborti selettivi; 130 milioni di donne che hanno subito mutilazioni dei genitali. Inoltre i due terzi dei 40 milioni di rifugiati nel mondo sono donne e bambini;
il cammino verso l'eguaglianza di genere comincia dagli indicatori di alfabetizzazione e di istruzione e continua attraverso l'assistenza sanitaria, che comprende anche la libertà di scelta sulla propria fecondità;
è importante che la famiglia e la società accettino una più ampia partecipazione pubblica delle donne e che tutti gli ostacoli a tale partecipazione siano eliminati;
l'obiettivo del millennio numero 5 prevede il miglioramento della salute materna, garantito a tutte le donne, l'assistenza durante la gravidanza, prima e dopo il parto, e la disponibilità di un pronto soccorso ostetrico per le emergenze e per le gravidanze precoci, in cui i rischi di mortalità e morbilità materne sono più alti, nonché una corretta pianificazione familiare, che può salvare la vita delle donne, poiché riduce il rischio di gravidanze indesiderate, aborti clandestini e morte di parto;
la cooperazione dell'Italia con i Paesi in via di sviluppo è, a tutt'oggi, disciplinata dalla legge 26 febbraio 1987, n. 49, che prevede il miglioramento della condizione delle donne e dell'infanzia e il sostegno della promozione delle donne;
tale legge prevedeva espressamente la creazione di un ufficio donna e sviluppo, che oggi è stato di seguito trasformato in ufficio donne, bambini, handicappati;
nel 2003 sono diminuiti i contributi volontari al sistema delle Nazioni Unite e i due organismi maggiormente penalizzati sono stati l'Unfpa (Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione) e l'Unifem (Fondo delle Nazioni Unite per le donne), che si occupano in modo specifico di migliorare la condizione femminile;
sono da tenere in considerazione le raccomandazioni espresse nella comunicazione della Commissione europea al Consiglio dell'Unione europea e al Parlamento europeo del 21 giugno 2001 sul Programma d'azione per il mainstreming sull'eguaglianza di genere nella cooperazione allo sviluppo dell'Unione europea -:
se il Governo, in particolare il Ministro interpellato, intenda ripristinare l'ufficio donne e sviluppo, dotandolo di risorse umane e mezzi finanziari adeguati per avviare progetti di azione positiva, per l'empowerment delle donne e per integrare una prospettiva di genere in tutti i programmi e progetti di cooperazione allo sviluppo;
se intendano attivarsi perché sia aumentato il contributo volontario e i finanziamenti per programmi e progetti specifici dell'Unfpa e dell'Unifem nel settore della salute riproduttiva, della violenza contro le donne, dello sfruttamento sessuale, delle mutilazioni genitali femminili, della rappresentanza politica;
se nei programmi di cancellazione del debito vogliano dare priorità ai progetti che hanno come obiettivo il miglioramento delle condizioni femminili e della salute riproduttiva;
se intendano realizzare iniziative di informazione in Italia a dieci anni dalla Conferenza de Il Cairo su popolazione e sviluppo e dalla Conferenza di Pechino su donne e sviluppo.
(2-01034) «Alberta De Simone, Abbondanzieri, Bellini, Boato, Bolognesi, Buffo, Calzolaio, Cento, Chiaromonte, Cordoni, Maura Cossutta, Dameri, De Luca, Deiana, Diana, Duca, Lion, Lumia, Raffaella Mariani, Mazzuca Poggiolini, Montecchi, Panattoni, Pisa, Pollastrini, Quartiani, Ruzzante, Sasso, Siniscalchi, Valpiana, Vigni, Bulgarelli, Cima, Preda, Ranieri, Trupia, Zanella, Zanotti, Pistone, Battaglia».
(20 gennaio 2004)

F)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio, per sapere - premesso che:
il 13 gennaio 2004 presso le acciaierie Beltrame di Vicenza i macchinari di controllo dell'azienda hanno segnalato la presenza di elisotopo di cesio 137, materiale tossico radioattivo, in una decina di camion carichi di polveri provenienti dallo stesso stabilimento e pronte per essere smaltite;
tali polveri sono i residui di fusione del materiale di scarto che giunge alla Beltrame da ogni parte del mondo per essere trasformato in acciaio: questo materiale, prima di essere fuso, viene controllato in entrata attraverso strumenti atti a tale scopo, ma nulla di anomalo era stato segnalato in precedenza;
i controlli fatti fino ad ora dall'agenzia per l'ambiente, dai vigili del fuoco e dalle forze dell'ordine non sono serviti a chiarire né l'entità del pericolo di contaminazione, né da dove sia arrivato il materiale radioattivo, né tantomeno come questo non sia stato rilevato dai sistemi di controllo dell'azienda prima di essere utilizzato;
non si conoscono ancora quali rischi corrono gli operai che il 13 gennaio 2004 lavoravano nello stabilimento, tanto che lo stesso sindaco di Vicenza ha dichiarato alla stampa che esistono «ipotetici rischi per una quindicina di operai» (Il Giornale di Vicenza del 14 gennaio 2004);
come dichiarato dalla stampa, quattro giorni prima il portale di sicurezza dell'azienda aveva segnalato la presenza di radioattività nel materiale in ingresso -:
quali provvedimenti il Ministro interpellato intenda adottare perché si giunga al più presto a quantificare la gravità della contaminazione e le sue cause, perché vengano posti in sicurezza al più presto i camion contenenti le polveri contaminate, perché gli operai dell'acciaieria vengano correttamente e tempestivamente informati circa i rischi reali che tale attuazione comporta per la loro salute e perché vengano chiariti i motivi per cui la radioattività del materiale non è stata segnalata dai macchinari di controllo posti all'entrata dello stabilimento;
quali controlli siano attuati per evitare che materiale radioattivo circoli nel territorio nazionale senza che se ne conosca la provenienza e la destinazione.
(2-01038) «Violante, Trupia, Vigni, Vianello, Piglionica, Sandi, Ruzzante».
(20 gennaio 2004)

G)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle attività produttive, per sapere - premesso che:
la Sicilia sta attraversando una grave crisi del suo sistema economico produttivo e, in particolar modo, industriale;
da mesi si susseguono crisi di importanti realtà produttive che danno occupazione sul territorio e che costituiscono una voce importante della economia regionale;
a crisi territoriali si aggiungono, inoltre, le ripercussioni di quanto sta accadendo a livello nazionale, ad esempio per quanto concerne la crisi Parmalat, che riguarda direttamente gli impianti del Latte Sole di Catania e Ragusa (latte fresco, a lunga conservazione e latticini), per i quali le banche hanno chiuso le linee del credito, con il rischio di travolgere lavoratori e allevatori siciliani;
si fa presente che il 60 per cento del latte ragusano viene conferito alla Parmalat e che nell'azienda Latte Sole sono occupati ben 171 dipendenti, con 900 allevatori;
il comparto produttivo siciliano sta vivendo ore di apprensione per il futuro della Cesame, con 350 lavoratori a rischio licenziamento, a causa di una grave crisi finanziaria ma non produttiva dello stabilimento impegnato nella produzione di ceramiche, sulla quale è stata richiesta dagli interpellanti l'applicazione urgente della cosiddetta «legge Prodi bis» per garantire salari e lavoro ad una realtà che ha un futuro;
è di pochi giorni fa la decisione di chiudere l'agenzia di recapiti espresso «Ventura» di Catania, con 34 dipendenti, che consegna le raccomandate per conto delle Poste Italiane spa;
a queste realtà vi è da aggiungere la crisi del comparto chimico di Gela, con l'Enichem pronta ad andare via e a chiudere la sua esperienza in Sicilia con oltre 3.000 lavoratori a rischio;
sulla vicenda Enichem vi è anche il fermo della produzione della raffineria, a seguito, nel mese di novembre 2003, della disposizione della magistratura di sequestrare i 92 serbatoi dell'impianto;
si era in attesa della sottoscrizione di un accordo di programma per il rilancio della chimica in Sicilia, del quale si sono perse le tracce;
in questo quadro disastroso il presidente della regione Sicilia, Salvatore Cuffaro, continua a dimostrare un ottimismo, ad avviso degli interpellanti, irresponsabile nella completa disattenzione del Governo centrale, che per ovvi motivi di coalizione non interviene;
il tasso di disoccupazione continua ad essere intorno al 20 per cento (di cui oltre il 50 per cento si tratta di giovani), il tasso di lavoro nero riguarda quasi il 37 per cento dell'economia regionale e solo negli ultimi due anni sono stati licenziati complessivamente quasi 3.000 lavoratori -:
quali iniziative il Governo intenda porre in essere per dare una soluzione alle vertenze riportate nelle premesse, garantendo i livelli occupazionali e il rilancio delle attività economiche in Sicilia, contrastando il lavoro nero e abbattendo le diseconomie che interessano il territorio siciliano, a partire dalla sicurezza e dal contrasto alla criminalità.
(2-01039) «Burtone, Enzo Bianco, Annunziata, Giovanni Bianchi, Gerardo Bianco, Boccia, Camo, Carbonella, Cardinale, Carra, Ciani, Colasio, De Mita, Fanfani, Fusillo, Gambale, Iannuzzi, Ladu, Lettieri, Santino Adamo Loddo, Loiero, Maccanico, Marini, Mattarella, Meduri, Milana, Mosella, Pasetto, Ruta, Squeglia, Vernetti, Villari, Volpini, Finocchiaro».
(20 gennaio 2004)

H)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri degli affari esteri e delle attività produttive, per sapere - premesso che:
dalle agenzia di stampa è stata diffusa la notizia che il 5 dicembre 2003 a Roma sedici Paesi (Italia, Australia, Spagna, Giappone, Stati Uniti, Austria, Repubblica Ceca, Belgio, Danimarca, Svizzera, Svezia, Lussemburgo, Polonia, Olanda, Germania e Regno Unito) si sono riuniti segretamente, presso il ministero dell'economia e delle finanze, ed hanno firmato un accordo per la garanzia dei finanziamenti per esportazioni di beni e servizi a breve termine verso l'Iraq per due miliardi di euro, come misura per assistere nella ricostruzione e rilanciare l'economia del Paese;
l'accordo è stato firmato dall'autorità provvisoria alleata, dalle agenzie per i crediti di esportazione dei sedici Paesi coinvolti e dalla Trade bank dell'Iraq (creata per facilitare gli investimenti nel Paese in assenza di una vera banca centrale irachena);
a richiedere l'incontro l'Eximbank americana, che il 16 settembre 2003 si era impegnata per 500 milioni di dollari, che aspettava, però, che si muovessero anche gli alleati, in particolare l'Italia con la Sace, che l'11 settembre 2003 ha già ricevuto un'autorizzazione a procedere fino ad assicurazioni per 250 milioni di euro dal comitato interministeriale per la programmazione economica, con un plafond complessivo di 1 miliardo di euro per il 2004;
in una sua dichiarazione, il Ministro delle finanze olandese, Gerrit Zalm, che ha ritenuto opportuno informare formalmente dell'incontro il Parlamento de L'Aja, ha affermato che la possibilità di coperture assicurative pubbliche accelererà la ricostruzione e l'export delle imprese olandesi e degli altri Paesi presenti in Iraq, tra cui l'Italia;
serve, infatti, l'afflusso di capitali stranieri per la ricostruzione delle grandi infrastrutture energetiche e le grandi banche vedono ancora rischi troppo elevati che non possono coprire da sole, mentre la copertura assicurativa statale le invoglierebbe a prestare agli esportatori occidentali;
l'accordo non è collegato alla conferenza dei donatori di Madrid, nella quale erano stati raccolti 33 miliardi di dollari per la ricostruzione: la cifra non includeva crediti per l'esportazione, assistenza tecnologica od altri aiuti non in valuta;
tutto questo viene promosso nell'interesse della popolazione irachena, senza che in Iraq ci sia un governo democraticamente eletto, con una situazione drammatica di guerra in corso e con una guerriglia che ha iniziato ad attaccare proprio il personale delle imprese straniere;
l'accordo è stato firmato, nonostante gli stessi Governi sappiano bene che un esecutivo democratico iracheno non ci sarà per diversi mesi: quindi, nell'eventualità probabile che le compagnie chiedano indennizzi, i Governi avrebbero con questo accordo-quadro la sicurezza di essere subito ripagati o con la vendita delle proprietà di Saddam o, soprattutto, con le risorse accumulate nel fondo di sviluppo per l'Iraq (ossia quel fondo, che, alimentato con i proventi delle vendite del petrolio iracheno, una volta sospeso il programma Onu oil for food dei tempi dell'embargo, era stato destinato alla ricostruzione ed allo sviluppo in favore delle popolazioni irachene);
questo accordo arriverebbe dopo mesi di dibattito senza soluzione sull'ingente debito, pari ad almeno 127 miliardi di dollari, di cui 20 miliardi verso le agenzie di credito all'esportazione (almeno 1,3 verso la Sace), che il popolo iracheno si ritrova verso i Paesi donatori dopo la caduta di Saddam;
a questo debito vanno aggiunte anche le enormi compensazioni di guerra imposte dall'Onu all'Iraq dopo la prima guerra del Golfo, per un totale intorno agli 80 miliardi di dollari, di cui almeno 3,4 miliardi ancora da pagare all'Italia con i proventi del petrolio;
senza dimenticare che i 33 miliardi di dollari per la ricostruzione approvati dalla conferenza dei donatori di Madrid nel mese di ottobre 2003 saranno concessi soltanto come prestiti, e non come doni, e quindi in qualche modo il futuro governo iracheno li dovrà ripagare -:
quali siano i motivi che hanno impedito al Governo italiano di informare anticipatamente il Parlamento della riunione del 5 dicembre 2003, se non ritenga opportuno ora rendere noto quali operazioni siano state assicurate dalle agenzie di credito all'esportazione italiane e quali siano state quelle finanziate dall'Italia nell'era di Saddam Hussein e come intendano intervenire in ambito internazionale affinché il debito dell'Iraq verso i Paesi donatori venga cancellato.
(2-01035) «Cima, Bulgarelli, Cento, Boato».
(20 gennaio 2004)