TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 239 di Giovedì 12 dicembre 2002


PROPOSTA DI LEGGE DI CUI SI PROPONE L'ASSEGNAZIONE
A COMMISSIONE IN SEDE LEGISLATIVA

II Commissione permanente (Giustizia):

PECORELLA: «Modifiche al testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115».
(3017)



MOZIONI SUL DISAGIO ECONOMICO NEL MEZZOGIORNO

La Camera,
premesso che:
i dati diffusi dall'Istat il 17 luglio 2002 sul tema «Povertà in Italia nel 2001» evidenziano che i valori relativi alla povertà segnano cali consistenti al Centro e al Nord, dove la povertà è scesa rispettivamente dal 9,7 all'8,4 per cento e dal 5,7 al 5 per cento; per quanto riguarda il Mezzogiorno, invece, l'indice di povertà è salito dal 23,6 al 24,3 per cento. Per quanto riguarda la povertà assoluta delle famiglie, la percentuale si alza notevolmente nel Mezzogiorno per arrivare al 9,7 per cento;
è noto anche il deficit infrastrutturale che patisce l'Italia meridionale, ma poco o nulla è stato previsto nel collegato in materia di infrastrutture e trasporti. Anche se sono ormai evidenti le realtà istituzionali ed economiche che vi si stanno affermando e che meriterebbero appoggi ed aiuti, non si fa niente per il reale miglioramento delle reti stradali esistenti e si assiste ad una completa e disarmante inattività nella progettazione di nuove reti viarie e ferroviarie, per non parlare della carenza nei servizi aerei e marittimi;
inoltre, l'emergenza idrica che affligge parecchie regioni del Sud, tanto che alcune di esse hanno dichiarato lo stato di calamità, non fa che aggravare notevolmente i disagi anche economici di questa parte d'Italia e gli aiuti economici promessi ed ammontanti in circa 500 milioni di euro pare che stiano incontrando troppe difficoltà di stanziamento;
i dati ricavabili dal bollettino statistico della Banca d'Italia mettono in luce che anche sui tassi d'interesse praticati dagli istituti di credito il divario fra Nord e Sud è molto alto, tanto da sfiorare i quattro punti percentuali;
è stata, inoltre, modificata la normativa di cui all'articolo 8 della legge n. 388 del 2000, in merito alla concessione del credito d'imposta per gli investimenti nelle aree svantaggiate individuate dalla Commissione europea come destinatarie degli aiuti a finalità regionale, essendo stato fissato un tetto annuale per lo stanziamento relativo a tale agevolazione;
l'agevolazione di cui sopra ha conosciuto un notevole successo ed infatti le regioni meridionali hanno usufruito di tale beneficio per un ammontare pari al 92 per cento dell'intervento;
ora, ancor più che in passato, il Meridione si trova in uno stato di grandissimo disagio economico che rischia di precluderne la sopravvivenza: bisogna, quindi, appoggiare le migliori politiche di incentivazione e gli investimenti in tutte le aree territoriali svantaggiate del nostro Paese, come il Mezzogiorno;

impegna il Governo

a presentare una relazione al Parlamento nel più breve tempo possibile nel merito dei problemi evidenziati in premessa che affliggono il Sud del Paese.
(1-00100) «Di Gioia, Piglionica, Potenza, Lettieri, Pappaterra, Mancini, Bova, Finocchiaro, Siniscalchi, Minniti, Oliverio, Carboni, Leccisi, Boato, Buemi, Innocenti, Violante, Castagnetti, Grotto, Bonito, Mussi, Intini, Meduri, Luigi Pepe, Pistone, Luongo, Tocci, Iannuzzi, Cennamo, Rotundo, Adduce, Rossiello, Caldarola, Ceremigna, Folena, Villetti, Boselli, De Franciscis, Nicola Rossi».
(19 luglio 2002)

La Camera,
premesso che:
nell'ultimo decennio, nell'ambito del sistema infrastrutturale e dei trasporti nel Mezzogiorno si è assistito a una forte perdita di competitività. A fronte di un incremento della dotazione infrastrutturale nel Centro Nord per autostrade (+ 6,1 per cento), nel Mezzogiorno si è assistito ad una diminuzione pari al -2,4 per cento; inoltre, nello stesso periodo la dotazione ferroviaria ordinaria (sia elettrificata che a doppio binario) ha registrato una contrazione nell'intero paese (- 18,4 per cento), concentrata nel Mezzogiorno (- 28,1 per cento). Il Sud del Paese presenta nel complesso una dotazione infrastrutturale in ferrovie e autostrade addirittura inferiore rispetto ai paesi del centro est dell'Europa che entreranno tra breve a fare parte dell'Unione europea il cui superamento non è stato sin qui affrontato;
il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno è diminuito tra il 1996 e il 2001 di soli 1,5 punti percentuali (dal 20,8 per cento al 19,3 per cento), mentre nel centro nord la diminuzione è stata di 2,4 punti percentuali (dal 7,4 per cento al 5,0 per cento). Il divario rispetto alle altre aree del paese rimane invariato, se non in marginale crescita; il tasso assoluto di disoccupazione è in ogni caso elevatissimo per un paese industrializzato come l'Italia;
la connotazione «dualistica» dell'economia italiana appare evidente anche in relazione ai dati riguardanti il prodotto pro-capite. Tra le regioni meridionali, il livello del prodotto per abitante più elevato si registra, nel 2001, per l'Abruzzo, con un valore pari all'83,1 per cento della media nazionale e di 14 punti percentuali inferiore rispetto a quello dell'Umbria (97,8 per cento), la regione centro-settentrionale a più basso livello relativo di sviluppo. Seguono Molise, Sardegna e Basilicata, con valori compresi tra il 79,8 per cento e il 72,5 per cento; le restanti quattro regioni merdionali - nelle quali risiede oltre l'80 per cento della popolazione del Sud - presentano valori dell'indice del prodotto per abitante compresi tra il 66,8 per cento della Sicilia e il 63,8 per cento della Calabria;
negli ultimi cinque anni (1996-2001) il differenziale del prodotto interno lordo tra centro nord e Mezzogiorno è rimasto sostanzialmente invariato;
la Casa delle Libertà ha inteso risolvere il problema del ritardo infrastrutturale del Mezzogiorno e delle altre aree sottoutilizzate del Paese incidendolo alla radice, rispondendo all'obiettivo della certezza della tempistica, delle procedure e della accelerazione del realizzo delle opere. Per tali motivi, è stata varata la cosiddetta «legge obiettivo» che, grazie alle semplificazioni introdotte alla macchinosa e penalizzante normativa vigente, rappresenta una grande opportunità per promuovere l'adeguamento agli standard nazionali ed europei del sistema infrastrutturale del Mezzogiorno. Le opere oggetto della legge sono quelle di interesse nazionale tali da accelerare la modernizzazione del Paese con attenzione concentrata al Mezzogiorno. Infatti, gli investimenti per infrastrutture localizzate nel Mezzogiorno rappresentano il 45 per cento degli investimenti complessivi del programma infrastrutture. È stata inoltre rilanciata la finanza di progetto come meccanismo moderno per una gestione razionale della progettualità e per il coinvolgimento del capitale privato nel finanziamento delle opere. Lo stesso Patto per l'Italia ha sancito la priorità degli interventi per colmare il gap infrastrutturale del Mezzogiorno;
i problemi di sviluppo riguardano non solo il Mezzogiorno ma anche altre aree nel territorio nazionale, riconosciute dalla stessa Unione europea come caratterizzate da difficoltà strutturali (aree dell'obiettivo 2). Tali aree meritano la giusta attenzione in una logica di perequazione dell'intervento pubblico per lo sviluppo senza determinare incoerenti discriminazioni tra i territori bisognosi di sostegno;
l'azione di Governo ha già trovato una concreta realizzazione nello sblocco dei cantieri per l'ammodernamento dell'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria e nell'accelerazione nella realizzazione delle tratte ad alta velocità nel Mezzogiorno e che collegano il Mezzogiorno alle regioni del centro nord;

impegna il Governo

a presentare al Parlamento una relazione annuale in merito allo stato di avanzamento delle politiche per la riduzione del gap infrastrutturale del Mezzogiorno e delle altre aree sottoutilizzate del Paese.
(1-00137) «Bocchino, Amoruso, Briguglio, Cannella, Canelli, Cardiello, Catanoso, Cirielli, Cola, Coronella, Cristaldi, Fasano, Fatuzzo, Fragalà, Gallo, Geraci, Gironda Veraldi, La Grua, Landolfi, La Russa, Lo Presti, Lisi, Maggi, Nespoli, Paolone, Patarino, Antonio Pepe, Pezzella, Riccio, Scalia, Strano, Taglialatela, Trantino».
(9 dicembre 2002)

La Camera,
premesso che:
il pesante gap infrastrutturale che penalizza il Mezzogiorno è storicamente dovuto in larga misura al fatto che per decenni gli investimenti della ex Cassa del Mezzogiorno in opere pubbliche non sono stati aggiuntivi rispetto a quelli diretti dello Stato, ma sono stati in gran parte sostitutivi di quelli statali e, quindi, non hanno conseguito l'obiettivo di ridurre in modo significativo il differenziale di infrastrutture pubbliche nelle regioni meridionali ed insulari rispetto al Centro-Nord;
negli anni dei Governi di centrosinistra, sull'altare del risanamento dei conti pubblici sono state compresse eccessivamente le spese in conto capitale invece di quelle correnti e, quindi, si sono realizzate in tutto il Paese, ed in particolare nel Mezzogiorno, poche opere pubbliche, penalizzando, in particolare, quelle aree, soprattutto meridionali, che più ne avevano e ne hanno necessità;
il problema della disoccupazione in Italia riguarda essenzialmente il Mezzogiorno, in quanto i più alti tassi di inoccupazione sono concentrati quasi esclusivamente nelle regioni meridionali ed insulari, anche se ci sono segni di aumento dell'occupazione che lasciano intravedere un'inversione di tendenza;
i dati sulla disoccupazione nel Sud non sono integralmente rappresentativi della realtà, poiché in tale area del Paese è purtroppo ancora largamente diffusa l'economia sommersa e, proprio per contrastare tale deprecabile fenomeno, il Governo ha varato, subito dopo il suo insediamento, un provvedimento diretto a favorire, tra l'altro, l'emersione dell'economia in nero, provvedimento che finora non ha dato tutti i risultati sperati e che proprio per tale ragione è stato prorogato con modifiche dirette ad accrescerne l'efficacia;
il Governo, con l'approvazione dei vari provvedimenti diretti ad una rapida realizzazione di grandi opere infrastrutturali, ha inteso dare una forte accelerazione alla realizzazione di quelle opere pubbliche localizzate prevalentemente nel Meridione, che sono indispensabili al miglioramento della competitività del nostro sistema Paese;
nel disegno di legge finanziaria per il 2003 sono previsti cospicui stanziamenti a favore del Mezzogiorno ed innovazioni procedurali delle forme di incentivazione delle attività produttive e di promozione dell'occupazione aggiuntiva nelle aree meridionali, tali da migliorare il rapporto costi-benefici della spesa pubblica in termini di sviluppo delle attività e di occupazione aggiuntiva;
in questa legislatura sono state varate numerose misure per accelerare l'impiego dei fondi comunitari attribuiti al nostro Paese per la promozione dello sviluppo delle aree svantaggiate;

impegna il Governo

a presentare al Parlamento una relazione annuale sul grado di attuazione della politica in favore dell'Italia meridionale ed insulare.
(1-00138) «Antonio Leone, Blasi».
(11 dicembre 2002)



MOZIONI SUL LAVORO MINORILE

La Camera,
premesso che:
la Convenzione n. 182 promossa dalla conferenza generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, adottata a Ginevra il 17 giugno 1999 ed entrata in vigore il 19 novembre 2000, relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile, impegnava i Paesi firmatari ad un'azione rapida e complessiva per l'eliminazione del fenomeno, attribuendo allo stesso un carattere d'emergenza;
secondo il rapporto globale sul lavoro minorile, pubblicato il 6 maggio 2002 dall'Ufficio internazionale del lavoro, sono costretti al lavoro 246 milioni di ragazzi tra i cinque e i diciassette anni, di cui ben 179 milioni esposti alle forme peggiori e dannose per la loro salute fisica, mentale e morale;
circa 111 milioni di bambini sotto i quindici anni sono, infatti, costretti a lavori pericolosi ed oltre 8 milioni di bambini sono sottoposti in schiavitù (schiavitù per debiti) e ad altre forme di lavoro forzato, come l'arruolamento in vista della partecipazione a conflitti armati, la prostituzione, la pornografia e altre attività illecite;
il direttore generale dell'Ufficio internazionale del lavoro, Juan Somavia, ha dichiarato che «nonostante l'impegno dei Governi e dei loro interlocutori per combattere il lavoro minorile in tutto il mondo, il problema è ancora gigantesco» e che «i progressi compiuti sulla via dell'abolizione effettiva sono considerevoli ma la comunità internazionale non deve dar tregua ai suoi sforzi contro la propagazione di una forma di lavoro della quale sono vittime milioni di bambini in tutto il mondo»;
il 60 per cento del totale dei bambini costretti al lavoro è localizzato nell'area Asia-Pacifico, seguita dall'Africa subsahariana (23 per cento), dall'America latina e dai Caraibi (17,4 per cento), dal Medio Oriente e dall'Africa del Nord (6 per cento);
la tipologia di lavoro in cui questi bambini sono utilizzati riguarda essenzialmente il settore primario, con percentuali rilevanti nell'agricoltura commerciale (cacao, caffè, cotone ed altri), anche se la maggior parte dei bambini impiegati si trova in settori economici non ufficiali dove non vengono riconosciuti né tutelati;
tra le cause principali elencate nel rapporto figurano: la povertà, le crisi economiche e politiche, le discriminazioni etniche e religiose, le migrazioni, lo sfruttamento a carattere criminale, la mancanza di scuole, pratiche culturali tradizionali e la mancanza di protezione sociale, che spingono un numero sempre maggiore di bambini a forme di lavoro pericolose e molto spesso illegali;
il rapporto è stato discusso dagli organi dell'Organizzazione internazionale del lavoro alla 90a sessione della conferenza internazionale del lavoro il 12 giugno 2002 a Ginevra: in quella stessa sede è stata istituita dall'Organizzazione internazionale del lavoro la giornata internazionale contro il lavoro minorile;

impegna il Governo

ad adottare ogni utile iniziativa volta a favorire, da parte dei Paesi maggiormente colpiti da questo fenomeno, l'adozione di strumenti legislativi efficaci nel campo del divieto del lavoro minorile e la puntuale applicazione dei dettami contenuti nella succitata Convenzione n. 182 e nella raccomandazione sull'età minima per l'ammissione al lavoro del 1973;
a sollecitare nuovi programmi di cooperazione e di assistenza internazionali allo scopo di consentire la formazione scolastica obbligatoria fino ai 14-16 anni per contrastare il lavoro minorile e come opportunità di sviluppo. In particolare, in occasione dell'emanazione del decreto dei flussi migratori, a prevedere criteri di preferenza per i cittadini di nazioni con le quali siano stati stabiliti accordi che prevedano precisi impegni di realizzazione di programmi di scolarizzazione;
ad adottare iniziative normative volte a prevedere forme di aiuto economico alle famiglie, dando applicazione alla proposta «20:20» adottata dal vertice sociale di Copenaghen (marzo 1995), per la quale il 20 per cento dei fondi spesi dai Paesi sviluppati per la cooperazione dovrebbe essere destinato a progetti sociali, mentre i Paesi in via di sviluppo dovrebbero investire il 20 per cento del loro bilancio nella stessa direzione;
a tenere maggiormente in considerazione le altre iniziative proposte dalle organizzazioni sociali non governative italiane, da tempo impegnate nel trovare valide soluzioni al problema del lavoro minorile;
ad adottare iniziative normative volte:
a) a prevedere meccanismi di controllo e codici di condotta più rigidi nella fabbricazione dei prodotti italiani, specialmente nella catena del subappalto, e nella loro commercializzazione internazionale per creare marchi di garanzia sociale, obbligando le imprese alla trasparenza riguardo alle condizioni sociali ed ambientali della loro produzione;
b) ad imporre la certificazione del «timbro di garanzia sociale», sul rispetto dei diritti umani e sindacali, per i prodotti provenienti dai Paesi maggiormente soggetti al pericolo di utilizzo di manodopera infantile. Tale certificazione dovrebbe essere concessa soltanto dopo severi controlli attuati da società di certificazione con la collaborazione di organizzazioni locali, dell'Unicef e dell'Organizzazione internazionale del lavoro;
a favorire la creazione di programmi di riabilitazione dei bambini assoggettati a forme di schiavitù, prostituzione e lavori nocivi;
a verificare e a riferire in Parlamento sulla situazione attuale in Italia rispetto a tale fenomeno e a valutare l'opportunità di mettere in campo nuove iniziative, che, d'intesa con le parti sociali e le organizzazioni imprenditoriali, mirino a debellare sul nascere tale rischio.
(1-00080) «Volontè, Ciro Alfano, Emerenzio Barbieri, Dorina Bianchi, Brusco, Riccardo Conti, Cozzi, D'Agrò, D'Alia, Degennaro, De Laurentiis, Di Giandomenico, Filippo Maria Drago, Giuseppe Drago, Follini, Giuseppe Gianni, Grillo, Anna Maria Leone, Liotta, Lucchese, Maninetti, Mazzoni, Mereu, Mongiello, Montecuollo, Naro, Peretti, Ranieli, Romano, Rotondi, Tabacci, Tanzilli, Tucci».
(12 giugno 2002)

La Camera,
premesso che:
il 12 giugno 2002 si è celebrata la prima giornata mondiale contro il lavoro minorile promossa dall'Organizzazione internazionale del lavoro, che avrà d'ora in poi cadenza annuale;
l'ultimo rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro «A future without child labour» segnala che dalle inchieste realizzate nei Paesi in via di sviluppo emergono dati allarmanti;
questo triste fenomeno coinvolge nel mondo, con modalità diverse, fino a 250 milioni di bambini in età compresa dai 5 ai 14 anni, di cui il 70 per cento lavora nei settori dell'agricoltura, della pesca e della caccia, l'8 per cento nella produzione manifatturiera e nel commercio, sia all'ingrosso che al dettaglio, il 7 per cento in lavori domestici, mentre il 4 per cento nei trasporti e nelle comunicazioni e, infine, il 3 per cento nel settore delle costruzioni e nell'industria estrattiva mineraria;
in particolare, si ricorre allo sfruttamento del lavoro minorile nella coltivazione e trasformazione del cacao, del caffè, del lattice, del cotone e del tè. Infatti, sulla base dei monitoraggi effettuati nei principali mercati mondiali, ovvero in Brasile, Kenya e Messico, lo sfruttamento di bambini al di sotto dei 15 anni è pari al 25-30 per cento del totale della manodopera;
anche i Paesi industrializzati non sono indenni da questa piaga e in Italia, nonostante il divieto previsto dalla legge n. 977 del 1967, in base ai dati Istat i ragazzi al di sotto dei 15 anni che svolgono attività lavorative corrispondenti ad una forma di sfruttamento sono circa 31.500, pari allo 0,66 per cento della popolazione giovanile compresa tra i 7 e i 14 anni: di questi 19.200 svolgono un lavoro non continuativo, mentre i restanti 12.300 bambini svolgono un lavoro continuativo, cioè per almeno due ore in una giornata e almeno una volta a settimana;
i bambini e i ragazzi che in Italia sono coinvolti a vario titolo in attività di aiuto alla famiglia sono circa 144 mila;
sono circa 83 mila gli adolescenti compresi nella fascia di età tra i 15 e i 18 anni che dichiarano di aver avuto qualche esperienza lavorativa prima dei 15 anni, di cui 37 mila nel Mezzogiorno, area dove questo fenomeno si lega in maniera simbiotica con la piaga del lavoro nero;
la XI Commissione lavoro pubblico e privato della Camera dei deputati nel corso della XIII legislatura ha concluso un'indagine conoscitiva sul lavoro nero e sul lavoro minorile, nella quale si sottolineava la necessità di rimuovere le cause indirette (stato di povertà materiale e culturale delle famiglie, dispersione scolastica) dell'offerta di lavoro minorile e di incidere più fortemente sul fenomeno della domanda, da parte delle imprese, di questa grave forma di lavoro illegale;
allo sfruttamento del lavoro minorile si accompagnano forme di abuso ancora più gravi e intollerabili, quali condizioni di vera e propria schiavitù collegate alla mancata o non adeguata retribuzione, a condizioni subumane dei luoghi di lavoro, fino all'abuso e allo sfruttamento sessuale dei minori che lavorano;
il lavoro durante l'infanzia toglie ai bambini e alle bambine la possibilità di avere condizioni di vita consone alla loro età, nonché un'adeguata formazione scolastica e professionale e, di conseguenza, riduce, nei Paesi in cui è praticato, la possibilità di costruire, in prospettiva per il futuro, una classe dirigente e un corpo sociale a diffuso tasso di scolarizzazione e pienamente consapevole dei propri diritti;
è molto limitato il numero di aziende italiane, soprattutto produttrici di prodotti per l'infanzia, che ha sottoscritto protocolli con le rappresentanze sindacali per controllare che le aziende italiane ed estere, fornitrici di semilavorati, non impieghino minori nei loro processi produttivi;
iniziative del genere sono state prese da multinazionali straniere, attraverso codici di autoregolamentazione aziendale, anche sotto la pressione di iniziative popolari per l'affermazione dei diritti umani;
il nostro Paese deve essere impegnato con lo stesso sforzo sia sul fronte internazionale, sia nella completa eliminazione del lavoro minorile in Italia, secondo quanto previsto dalla legge 977 del 1967;
in Parlamento sono state presentate diverse proposte di legge che riprendono il lavoro svolto nel corso della precedente legislatura, concernenti «Disposizioni in materia di certificazione di conformità sociale delle imprese che non utilizzano lavoro minorile»;

impegna il Governo:

a dotarsi in tempi rapidi degli adeguati strumenti per la rilevazione quantitativa e qualitativa del fenomeno e ad intensificare l'attività di controllo sul territorio, fornendo annualmente alle competenti Commissioni parlamentari un rapporto sulla situazione del lavoro minorile in Italia;
a promuovere un sistema di certificazione di conformità sociale delle imprese che non utilizzano lavoro minorile;
a promuovere, anche ai sensi della legge n. 285 del 1997, sia a livello di Governo centrale, sia a livello di enti locali, progetti specificatamente mirati all'eliminazione del lavoro minorile nel nostro Paese e alla rimozione delle cause che determinano l'offerta di lavoro, destinando a tali progetti adeguate risorse;
a incentivare a livello nazionale le iniziative di accordo tra le parti sociali finalizzate al controllo e all'eliminazione, in Italia e nel mondo, del lavoro dei bambini nei processi produttivi e ad estendere la propria iniziativa in sede internazionale, a partire dall'Unione europea, affinché l'Europa si doti di una carta comune contro lo sfruttamento del lavoro minorile;
a sostenere presso l'Organizzazione internazionale del lavoro l'istituzione di un sistema di etichettatura con il relativo meccanismo d'ispezione internazionale.
(1-00081) «Castagnetti, Duilio, Delbono, De Franciscis, Enzo Bianco, Rusconi, Colasio, Fistarol, Carbonella, Camo, Carra, Cusumano, Giachetti, Fioroni, Bimbi, Bindi, Monaco, Pasetto, Fanfani, Papini, Luigi Pepe, Tonino Loddo, Realacci, Ruta, Burtone, Squeglia, Tuccillo, Mazzuca Poggiolini, Lettieri, Morgando, Mosella, Mattarella, Maccanico, Franceschini, Gentiloni Silveri, Banti, Vernetti, Mantini, Ladu, Iannuzzi, Molinari, Merlo, Frigato, Lusetti, Santino Adamo Loddo, Pistelli, Meduri, Reduzzi, Ruggeri, Acquarone, Villari, Boato, Bottino, Gerardo Bianco».
(12 giugno 2002)

La Camera,
premesso che:
lo sfruttamento del lavoro infantile per la sua entità e sistematicità rappresenta un dato strutturale dell'attuale economia globalizzata. A 250 milioni di bambini sono negati diritti fondamentali come quello all'istruzione, al gioco, alla casa ed alla salute. Molti di loro sono ridotti allo stato di schiavitù;
la Convenzione n. 182 dell'Organizzazione internazionale del lavoro del 17 giugno 1999 relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile è purtroppo ancora in buona parte inattuata e richiede un rinnovato impegno della comunità internazionale per far fronte all'aggravarsi della situazione;
anche nel nostro Paese il lavoro minorile non solo non è stato debellato ma riemerge prepotentemente dove sono diffusi il lavoro nero, la disoccupazione, la cancellazione dei diritti acquisiti dai lavoratori adulti. Grave rimane il problema dell'abbandono dell'obbligo scolastico;

impegna il Governo

a destinare almeno il 50 per cento dei fondi per la cooperazione allo sviluppo ai programmi sociali (oggi il nostro Paese investe solo lo 0,3 per cento dei fondi della cooperazione per l'istruzione primaria);
a realizzare l'impegno di devolvere lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo alla cooperazione allo sviluppo entro il 2004;
a cancellare il debito estero dei Paesi poveri, impegnando i Paesi debitori a convertire il debito condonato in programmi sociali;
ad operare, all'interno delle istituzioni Internazionali, perché vengano tenuti in considerazione i diritti delle popolazioni povere e siano cancellate le politiche del Fondo monetario internazionale responsabili delle catastrofi sociali nei Paesi dove sono stati applicate;
a sostenere in ogni ambito internazionale l'adozione di sanzioni nei confronti delle imprese multinazionali e non che, anche attraverso contratti di appalto, utilizzano mano d'opera infantile;
a denunciare ogni trattato di libero commercio, firmato in sede WTO, che non preveda esplicitamente le suddette sanzioni;
a istituire organismi governativi per controllare il comportamento all'estero delle imprese italiane, affinché utilizzino sempre lavoratori adulti, a condizioni di retribuzione eque e nel pieno rispetto delle Convenzioni internazionali esistenti (libertà sindacale e diritto di negoziazione collettiva, divieto di discriminazioni, divieto di lavoro forzato, divieto di lavoro infantile);
a sostenere progetti di sviluppo nel Sud del mondo, realizzati dalle ONG e dai movimenti impegnati nella lotta allo sfruttamento del lavoro infantile;
a favorire il commercio equo e solidale e la diffusione dei marchi di qualità sociale dei prodotti;
a predisporre e favorire programmi di riabilitazione dei bambini assoggettati a forme di schiavitù, prostituzione e lavori nocivi;
ad incentivare il sistema preferenziale dell'Unione europea prevedendo sgravi tariffari per le merci provenienti dai Paesi che si impegnano contro il lavoro infantile;
ad incrementare il sostegno economico al programma IPEC, appositamente promosso dall'OIL per combattere lo sfruttamento dei bambini;
ad adottare iniziative normative volte ad estendere in Italia controlli per individuare aziende o situazioni di economia informale che utilizzino il lavoro infantile e predisporre tutte le iniziative necessarie per tutelare i diritti dei bambini a cominciare da quello all'istruzione.
(1-00132) «Mantovani, Giordano, Titti De Simone, Deiana, Alfonso Gianni, Mascia, Pisapia, Russo Spena, Valpiana, Vendola».
(2 dicembre 2002)

La Camera,
premesso che:
nella Convenzione sulle forme peggiori di lavoro minorile del 17 giugno 1999, oltre al lavoro forzato, alle forme di schiavitù, alla prostituzione e alle altre attività illecite, viene considerato tra le forme peggiori di sfruttamento, qualsiasi lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, rischia di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità di un minore;
il lavoro minorile che ha le conseguenze più gravi è pertanto qualsiasi lavoro che possa pregiudicare il normale sviluppo fisico e psicologico dei bambini e degli adolescenti;
tra questi, i lavori della durata di almeno due ore al giorno pericolosi, o notturni, o molto stancanti, o per i quali si salta spesso la scuola, che non lasciano tempo per fare i compiti o per giocare e stare con gli amici;
l'Ufficio internazionale del lavoro, nel rapporto globale sul lavoro minorile del maggio 2002, ha reso noto che nel mondo 246 milioni di bambini ed adolescenti tra i 5 e i 17 anni, sono costretti al lavoro;
tra questi, 179 milioni di bambini e ragazzi svolgono attività dannose per la salute fisica e mentale;
dallo stesso rapporto si rileva che 111 milioni di bambini che hanno meno di quindici anni sono costretti a svolgere lavori pericolosi, mentre 8 milioni di bambini subiscono varie forme di schiavitù, mediante il coinvolgimento in attività illecite, come la prostituzione, la pornografia, lo spaccio di droga, l'addestramento alla guerra per la partecipazione a conflitti armati;
gran parte di questi bambini ed adolescenti (il 60 per cento) vive nell'Asia-Pacifico; il 23 per cento nell'Africa sub-sahariana, il 17,4 per cento in America latina e nei Caraibi, il 6 per cento in Medio Oriente e Africa del nord;
i settori produttivi che utilizzano manodopera minorile sono, in prevalenza, l'agricoltura, la caccia e la pesca (attività che occupano il 70 per cento dei bambini «lavoratori»), la produzione manifatturiera e il commercio all'ingrosso e al dettaglio (l'8 per cento), i trasporti e le comunicazioni (4 per cento) l'industria estrattiva e mineraria e quella delle costruzioni (3 per cento); il 7 per cento è impegnato in lavori domestici;
i bambini e gli adolescenti sono costretti a lavori pericolosi e illegali, secondo il citato rapporto, a causa della povertà, di crisi di carattere economico e politico, di discriminazioni etniche e religiose, nonché a causa delle migrazioni e dello sfruttamento criminale; favoriscono il fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile la mancanza di scuole e di protezione sociale, nonché alcune pratiche culturali tradizionali;
anche in Italia, il fenomeno ha dimensioni allarmanti: secondo l'Istat, che ha presentato nel giugno 2002 un rapporto elaborato su impulso del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, i ragazzi con meno di 15 anni che svolgono attività lavorativa sono oltre 144.000, pari al 3,1 per cento dei bambini di quell'età (dati 2000);
considerando l'insieme delle attività, continuative e non continuative, il numero dei quindicenni «sfruttati» in Italia risulta di 31.500 unità, lo 0,66 per cento della popolazione giovanile tra i 7 e i 14 anni, con un'incidenza maggiore tra i quattordicenni (il 2,74 per cento);
tra questi, 12.300 minori svolgono un'attività che si può definire «continuativa» e 19.200 non continuativa;
lo sfruttamento minorile appare un fenomeno che interessa tutto il Paese, anche le zone più sviluppate, ed è connesso - nel Nord del paese - con gli alti tassi di occupazione locale, mentre nel Mezzogiorno con gravi condizioni di disagio economico e sociale;
ben 83.000 adolescenti tra i 15 e i 18 anni d'età hanno avuto esperienze lavorative prima dei 15 anni; di questi, 37 mila vivono nel mezzogiorno, dove lo sfruttamento minorile è strettamente connesso con il lavoro nero;
l'impegno dei minori nel mercato del lavoro è anche frequente nella popolazione con un basso tasso di scolarità: il 69,8 per cento degli occupati con meno di 19 anni ha la licenza media, il 7,8 per cento solo la licenza elementare; questo potrebbe rendere nel futuro più difficile l'inserimento professionale dei lavoratori che hanno iniziato a lavorare molto presto;
i dati Istat che si riferiscono alle famiglie italiane potrebbero essere anche fortemente sottostimati, se si considera la popolazione minorile zingara e extra comunitaria presente sul territorio italiano non censita o non ricompresa nell'indagine;
la Convenzione n. 182 sulla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile, promossa dalla conferenza generale dell'Organizzazione internazionale del lavoro, entrata in vigore nel novembre del 2000, in considerazione di tale emergenza, impegna i paesi firmatari ad un'azione coordinata e immediata per l'eliminazione del grave fenomeno;

impegna il Governo:

ad incrementare le risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo, in particolare destinando tali risorse a progetti finalizzati ad un'istruzione gratuita e obbligatoria accessibile a tutti i bambini e le bambine;
ad aumentare a livello bilaterale e multilaterale, il sostegno finanziario a progetti nel campo dell'educazione, adeguati alla realtà sociale di ogni Paese e accompagnati da azioni di sensibilizzazione e incentivi alle famiglie più povere;
a rafforzare l'impegno per garantire l'accesso ai servizi essenziali e alle risorse produttive come primo passo nella strategia di lotta alla povertà;
a cancellare il debito estero dei Paesi più poveri, impegnando i Paesi debitori a convertire il debito condonato in programmi sociali;
a favorire interventi alternativi come il commercio equo e solidale e a promuovere il collegamento diretto tra i produttori dei PVS autorganizzati e i consumatori;
ad incentivare il sistema preferenziale dell'Unione europea che prevede sgravi tariffari per le merci provenienti dai paesi che si impegnano contro il lavoro infantile;
a farsi promotore dell'introduzione di una «clausola sociale» anche all'interno della Omc (Organizzazione mondiale per il commercio) e negli accordi commerciali internazionali che attesti che i prodotti non derivano né da lavoro minorile né dallo sfruttamento del lavoro adulto;
ad adottare opportune iniziative per promuovere l'adozione in Europa di una carta comune contro lo sfruttamento del lavoro minorile;
a sollecitare l'Organizzazione internazionale del lavoro ai fini dell'istituzione di un sistema di etichettatura - che garantisca il non utilizzo di lavoro minorile - e l'adozione dei relativi sistemi d'ispezione internazionale;
a dotarsi di adeguati strumenti per il monitoraggio e la rilevazione quantitativa e qualitativa del fenomeno del lavoro minorile in Italia e a fornire ogni anno alle competenti Commissioni parlamentari un rapporto sulla situazione del lavoro minorile nel Paese;
ad affrontare lo sfruttamento minorile in Italia con una molteplicità di strumenti, opportunamente integrati, per tener conto delle diverse cause che concorrono al lavoro minorile e delle diverse caratteristiche dei bambini e delle famiglie coinvolti;
a sviluppare le azioni di intervento e di controllo degli ispettori del lavoro relative a questo fenomeno;
ad adottare opportuni strumenti per la prevenzione del lavoro minorile e dello sfruttamento;
ad assicurare la riabilitazione e l'integrazione sociale delle bambine e dei bambini ridotti in schiavitù o sfruttati sul lavoro;
ad adottare iniziative normative volte ad introdurre ed applicare sanzioni severe nei confronti delle imprese italiane che ricorrano al lavoro minorile;
a ridurre le condizioni di disagio economico e sociale che costringono le famiglie più povere a impegnare i minori nel lavoro;
a promuovere, anche ai sensi della legge 28 agosto 1997, n. 285, sia a livello di Governo centrale sia da parte degli enti locali e territoriali, progetti specificatamente mirati alla eliminazione del lavoro minorile nel nostro Paese e alla rimozione delle cause che determinano l'offerta di lavoro, destinando a tali progetti adeguate risorse;
ad incentivare a livello nazionale le iniziative di accordo tra le parti sociali finalizzate al controllo e all'eliminazione, in Italia e nel mondo, del lavoro dei bambini nei processi produttivi;
a promuovere un sistema di certificazione di conformità sociale per le imprese italiane, che non utilizzano lavoro minorile.
(1-00133) «Violante, Capitelli, Cordoni, Agostini, Bogi, Calzolaio, Innocenti, Magnolfi, Montecchi, Nicola Rossi, Ruzzante, Giacco, Pisa, Bolognesi, Buffo, Diana, Gasperoni, Motta, Nigra, Sciacca, Trupia, Battaglia, Di Serio D'Antona, Labate, Lucà, Petrella, Turco, Zanotti, Carli, Chiaromonte, Giulietti, Grignaffini, Lolli, Martella, Sasso, Tocci, Sandi».
(2 dicembre 2002)

La Camera,
premesso che:
nonostante l'impegno profuso in sede internazionale al fine di combattere in modo efficace il problema dello sfruttamento del lavoro minorile e l'adozione, in quest'ambito, della convenzione n. 182 dell'Organizzazione internazionale del lavoro e della Raccomandazione n. 190 sulla stessa materia, entrambe approvate a Ginevra il 17 maggio 1999 e autorizzate alla ratifica in Italia con legge 25 maggio 2000, n. 148, dati recenti confermano che il fenomeno continua a persistere con particolare riguardo ad alcune regioni del mondo;
in particolare le maggiori concentrazioni di sfruttamento di lavoro minorile si verificano in Asia, con una percentuale del 61 per cento, in Africa dove il lavoro minorile arriva alla soglia del 32 per cento ed in America Latina dove si attesta al 7 per cento;
la Convenzione n. 182 dell'OIL definisce tra l'altro le cosiddette «forme peggiori di lavoro minorile», individuandole in tutte le forme di schiavitù minorile, ivi compresi il lavoro forzato ed il reclutamento armato di minori, lo sfruttamento a fini pornografici e per altri fini illeciti - quali ad esempio il traffico di stupefacenti - e qualsiasi altro lavoro che metta a repentaglio la salute, la moralità o la sicurezza del minore;
l'indagine conoscitiva in materia di lavoro nero e minorile svolta nella passata legislatura dalla Commissione Lavoro della Camera dei deputati, ha evidenziato come questo fenomeno sia tutt'altro che sconfitto anche all'interno del nostro territorio nazionale, pur con diffusione diversa nelle realtà regionali, con una maggiore incidenza in alcune regioni meridionali, dove si collega a condizioni familiari di particolare degrado e indigenza ed al fenomeno del prematuro abbandono scolastico;
in base a quest'indagine il lavoro minorile in Italia originerebbe soprattutto all'interno delle cosiddette micro-imprese, piccole attività artigianali o commerciali prevalentemente a conduzione familiare;
in Italia inoltre, il fenomeno del lavoro minorile risulta essere particolarmente diffuso all'interno delle comunità di immigrati, dove risulta oltre modo difficile per gli organi competenti esercitare un controllo efficace ed acquisire dati certi, considerato anche l'alto tasso di clandestini all'interno delle suddette comunità;
un'importante problematica al riguardo è anche quella costituita dai cosiddetti «bambini ombra», termine con il quale si definiscono quei bambini giunti in Italia provenienti da Paesi nei quali non esiste un sistema di anagrafe obbligatoria e quindi, in quanto privi di un nome e di una nazionalità certi, facili prede di sfruttamento a fini illeciti e, addirittura, crudeli come il mercato degli organi;
in tutte le realtà nelle quali lo sfruttamento del lavoro minorile risulta essere più diffuso è stato riscontrato un evidente collegamento tra la povertà materiale dei cittadini, il tasso d'abbandono scolastico ed il lavoro minorile;
la frantumazione delle competenze in materia di tutela all'infanzia e in particolare di lotta allo sfruttamento del lavoro minorile rende difficoltosa sia l'acquisizione di dati certi sull'argomento sia un incisivo ed efficace sistema di interventi;

impegna il Governo

a prevedere un efficace sistema di monitoraggio sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile, se del caso a ciò deputando appositi osservatori provinciali presso le direzioni provinciali del lavoro o presso le prefetture, che siano dotati di poteri d'indagine e di accesso agli atti della pubblica amministrazione, all'interno di un più ampio sistema di collaborazione tra tutti i soggetti che possano venire in possesso di informazioni utili in materia, e che, da un lato, informino l'autorità giudiziaria per la parte di sua competenza in base ai meccanismi sanzionatori vigenti, mentre, dall'altro, riferiscano al ministero del lavoro e politiche sociali affinché siano approntate le necessarie misure concrete volte a contrastare il fenomeno, ed al Parlamento al fine di varare gli opportuni provvedimenti legislativi;
ad adottare un'iniziativa normativa volta ad istituire un'authority per le problematiche sull'infanzia che sia dotata di poteri di coordinamento, di impulso e d'istruzione nei confronti degli altri enti pubblici e che possa attivare le procedure volte a dare assistenza ed aiuto ai minori e alle famiglie in difficoltà, anche attraverso l'incentivazione nel quadro del piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali, degli aiuti alle associazioni impegnate nella prevenzione e nella lotta allo sfruttamento dei minori;
ad adottare iniziative normative volte a prevedere un sistema di etichettatura dei prodotti nazionali ed esteri commercializzati sul nostro territorio nazionale, che verifichi ed attesti che per la loro fabbricazione non siano stati impiegati minori sfruttati, e ad assumere le necessarie iniziative volte ad impedire la circolazione e commercializzazione sul territorio nazionale di prodotti per la cui realizzazione sia accertato il contributo di minori in stato di sfruttamento;
a controllare, in sede internazionale, attraverso le nostre rappresentanze istituzionali ed attraverso le associazioni impegnate in programmi di aiuti all'estero, il rispetto, da parte dei Paesi stranieri, delle Convenzioni internazionali in materia di sfruttamento del lavoro minorile e a non stipulare accordi bilaterali con quei Paesi che non le rispettino o che non adottino nel loro sistema normativo nazionale una legislazione adeguata in materia;
ad attivarsi presso la Comunità europea per qualificare la lotta allo sfruttamento dei minori come un tema prioritario dell'azione dell'Unione europea.
(1-00134) «Buontempo, Castellani, Lisi, Mussolini, Cannella, Porcu, Airaghi, Ascierto, Giulio Conti, Taglialatela».
(2 dicembre 2002)



INTERPELLANZE URGENTI

A)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro per le pari opportunità, per sapere - premesso che:
con la mozione n. 1-00017, approvata dalla Camera dei deputati in data 6 novembre 2001, il Governo si era impegnato, accogliendo l'atto di indirizzo menzionato, ad attivare ogni utile iniziativa per:
a) rafforzare i controlli sulla rete internet finalizzati a contrastare la pubblicazione e lo scambio di materiale pedopornografico;
b) introdurre con urgenza l'obbligo, per chi offre servizi di telecomunicazione, di accesso alla rete internet o di hosting di pagine web, di conservare, per il tempo idoneo a soddisfare le esigenze dell'autorità giudiziaria e a prescindere dalle esigenze di fatturazione, i dati sul traffico e sulle comunicazioni;
c) verificare l'efficienza delle procedure per l'avvio delle indagini, cercando di renderle più rapide, pur salvaguardando tutte le esigenze e le garanzie collegate alla natura delle attività di intercettazione;
d) intensificare le forme di cooperazione internazionale multilaterale e bilaterale per stabilire regole comuni e migliorare la cooperazione giudiziaria, al fine di rendere più efficace la lotta contro le organizzazioni criminali internazionali dedite a forme di sfruttamento sessuale dei bambini;
a Budapest il 23 novembre 2001 veniva aperta alla firma la convenzione del Consiglio d'Europa sui crimini informatici, firmata da 33 Stati, di cui 29 membri del Consiglio d'Europa, tra cui l'Italia, e 4 non membri dell'organizzazione internazionale: Stati Uniti, Canada, Giappone e Sud Africa. Con la firma della convenzione gli Stati parte si sono obbligati ad introdurre nella legislazione nazionale misure volte ad assicurare la disponibilità dei dati relativi al traffico su richiesta di un'autorità straniera, nel caso di indagini per la repressione dei crimini informatici. La convenzione contempla tra i crimini informatici la pornografia minorile;
il 12 luglio 2002 è stata emanata dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Unione europea la direttiva 2002/58/CE, relativa al trattamento dei dati personali e alla tutela della vita privata nel settore delle comunicazioni elettroniche: tale direttiva estende a tutti i servizi internet l'obbligo di cancellare i dati relativi al traffico, quando non siano più necessari per la trasmissione di una comunicazione (articolo 6). La direttiva dà facoltà agli Stati di adottare misure legislative che prevedano l'obbligo di conservazione dei dati per un periodo di tempo limitato, come misura necessaria e proporzionata per la salvaguardia di interessi particolari, come la sicurezza pubblica. La direttiva dovrà essere attuata entro il 31 ottobre 2003;
la legge 24 marzo 2001, n. 127 prevede che il Governo proceda all'emanazione, entro il 31 dicembre 2002, di un testo unico di disposizioni in materia di tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali -:
quali atti il Ministro interpellato abbia intrapreso o intenda intraprendere per dar seguito alla mozione citata e agli atti di indirizzo del Parlamento su questa materia;
quali siano le ulteriori iniziative per provvedere tempestivamente all'adattamento del diritto interno alla citata convenzione internazionale e alla citata direttiva comunitaria, anche prima dello scadere del termine e tenuto conto dell'obbligo di stand still;
se ritenga che sarà rispettato il termine del 31 dicembre 2002 per l'emanazione del testo unico di riordino.
(2-00569) «Volontè, Ciro Alfano, Emerenzio Barbieri, Dorina Bianchi, Brusco, Riccardo Conti, Cozzi, D'Agrò, D'Alia, Degennaro, De Laurentiis, Di Giandomenico, Filippo Maria Drago, Giuseppe Drago, Follini, Giuseppe Gianni, Grillo, Anna Maria Leone, Liotta, Lucchese, Maninetti, Mazzoni, Mereu, Mongiello, Montecuollo, Naro, Peretti, Ranieli, Romano, Rotondi, Tabacci, Tanzilli, Tucci».
(3 dicembre 2002)

B)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle attività produttive, per sapere - premesso che:
la società Marconi ha annunciato un piano di esuberi che coinvolge oltre mille lavoratori;
il piano, costituito da soli tagli, colpisce pesantemente un'azienda con produzioni ad alta tecnologia e ricca di importanti professionalità;
l'Italia non può vedere gravemente ridimensionata la sua struttura industriale più significativa -:
quali iniziative intenda assumere affinché Finmeccanica acquisisca, dopo Marconi Mobile, anche altri settori della società e sia definito, anche attraverso un rapporto col Governo della Gran Bretagna e col vertice del gruppo, un progetto di rilancio e di difesa dell'occupazione.
(2-00570) «Mazzarello, Violante, Acquarone, Burlando, Bottino, Banti, Intini, Cialente, Labate, Pinotti, Rognoni, Borrelli».
(4 dicembre 2002)

C)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri delle attività produttive e dell'ambiente e della tutela del territorio, per sapere - premesso che:
la telenovela sul destino della centrale termoelettrica di Polesine Camerini sembra non avere mai fine, a tutto discapito dell'ambiente e delle popolazioni circostanti;
questa centrale, sita nel comune di Porto Tolle (Rovigo), di proprietà dell'Enel produzioni spa, è una dei più grandi impianti esistenti in Italia (quattro sezioni da 660 megawatt cadauna per complessivi 2640 megawatt) e concorre per circa l'8 per cento alla produzione nazionale;
l'impianto, alimentato ad olio combustibile denso (ocd), è in esercizio dai primi anni ottanta ed è ubicato in un territorio, quello del delta del Po, di straordinaria valenza naturalistica ed ambientale;
i danni prodotti da questo tipo di alimentazione e dalle sue emissioni sono noti da anni e la discussione sul destino della centrale e sulla necessità dell'ambientalizzazione della medesima è da tutti riconosciuta, anche dalla stessa Enel, che ha progettato un'ipotesi di miglioramento della struttura da un punto di vista di impatto ambientale, prevedendo investimenti per 520 milioni di euro;
tale programma di ambientalizzazione è da troppo tempo all'esame del ministero delle attività produttive, nell'ambito delle procedure stabilite dalla legge n. 55 del 2002 (cosiddetta «sblocca centrali»), ma la situazione sembra essere ferma a quanto ebbe modo di riferire il Ministro Marzano il 21 novembre 2001, in risposta ad un'interrogazione a risposta immediata presentata dal primo firmatario del presente atto ispettivo;
ultimamente si sono diffuse notizie stampa che attribuiscono ai ministeri delle attività produttive e dell'ambiente e della tutela del territorio la volontà di concedere una proroga di due anni per l'adeguamento ai limiti di emissioni, proroga che sarebbe stata sollecitata dal gestore della rete, preoccupato in ordine alle conseguenze derivanti da una eventuale cessazione dell'attività della centrale in oggetto -:
se corrisponda al vero che ai ministeri delle attività produttive e dell'ambiente e della tutela del territorio sia giunta richiesta di una proroga delle scadenze di legge relative al contenimento delle emissioni inquinanti per la centrale Enel di Polesine Camerini e, eventualmente, quale sia l'orientamento in materia;
quale sia lo stato dell'iter autorizzativo relativo al programma di ambientalizzazione della medesima centrale attualmente all'esame del ministero delle attività produttive.
(2-00573) «Grotto, Boato».
(4 dicembre 2002)

D)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri delle attività produttive, dell'ambiente e della tutela del territorio, della salute e delle comunicazioni, per sapere - premesso che:
giovedì 28 novembre 2002, intorno alle ore 19.40, nei serbatoi di stoccaggio di peci clorurate (reparto Td5) dello stabilimento della Dow Poliuretani di Porto Marghera (Venezia), divisione italiana della Dow Chemical, subentrata all'Enichem nella gestione dell'impianto del toluendiisocianato (tdi), si è verificata un'esplosione che ha sviluppato un incendio in seguito al quale si è formata una densa nube di sostanze chimiche con emissione di toluen, biclorobenzene e idrocarburi, mentre è in fase di accertamento l'emissione di diossine e di furani;
molte ore prima dell'esplosione, intorno alle ore 14.00 circa, al reparto Td5 era scattata l'emergenza per un anomalo aumento di temperatura nel serbatoio di raccolta delle peci clorurate, pericolosissimo scarto del toluendiisocianato, e che, nonostante l'impossibilità di riparare il guasto, l'intero impianto ha continuato a funzionare a pieno regime per non pregiudicare gli standard produttivi;
il materiale bruciato nell'incendio, il toluendiisocianato e le peci clorurate, è un rifiuto tossico nocivo che viene conservato in serbatoi a 150 gradi di temperatura prima di essere inviato agli inceneritori dei rifiuti tossico-nocivi;
in seguito all'incidente tre lavoratori sono dovuti ricorrere a cure mediche per intossicazione dovuta all'inalazione delle sostanze sprigionatesi durante l'incendio;
dalla direzione dello stabilimento l'allarme e la richiesta di aiuto per domare l'incendio sarebbero partiti intorno alle ore 20.00, come testimoniato dal fax ricevuto dal sindaco di Venezia alle ore 20.08;
le sirene d'allarme (punti di diffusione acustica bitonale) sono state attivate intorno alle ore 20.30, su indicazione dello stesso sindaco e in seguito alla segnalazione sulla possibile tossicità delle sostanze sprigionatesi nell'incendio;
i punti di segnalazione acustica bitonale, attivati solo recentemente, si trovano a Marghera, Malcontenta e Catene, zone dichiarate a rischio elevato dall'agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto;
i rapporti di sicurezza, ai sensi dell'articolo 8 del decreto legislativo n. 334 del 1999, che recepisce la direttiva cosiddetta Seveso 2 n. 96/82, prevedono che ogni azienda, oltre alla redazione di documentazione relativa allo stabilimento (notifica), predisponga un rapporto di sicurezza da presentare agli organi competenti responsabili delle emergenze esterne, i quali rivelano che nella provincia di Venezia gli stabilimenti a rischio di incidente rilevante, di cui al decreto legislativo n. 334 del 1999, sono ben 36, di cui 24 nel comune di Venezia, concentrati nella zona industriale di Porto Marghera;
lo studio del ministero dell'ambiente del marzo 1998, preliminare all'accordo di programma sulla chimica, ha censito nell'area di Marghera 13 stabilimenti con 54 impianti a rischio d'incidente rilevante, nei quali sono trattate e stoccate circa 1.200.000 tonnellate di prodotti pericolosi e le cui aree potenzialmente interessate dagli eventi incidentali sono comprese tra un raggio di azione di 1.000 metri (rischio di morte) e 8.000 metri (ferimenti e danni permanenti);
l'autorità portuale ha predisposto il rapporto sulla sicurezza, all'interno del piano regolatore portuale del porto di Venezia, per la sezione di Porto Marghera, adottato dal comitato portuale il 17 febbraio 2000, da cui si evince la presenza delle seguenti sostanze infiammabili, esplosive o tossiche: anidride arseniosa (12 tonnellate); infiammabili (gpl) (675 tonnellate); infiammabili (benzine) (900.720 tonnellate); infiammabili (benzine) (25.000 tonnellate); infiammabili (benzine) (218.325 tonnellate); infiammabili (greggio) (77.958 tonnellate); infiammabili (esano) (154 tonnellate); c.v.m. (4.492 tonnellate); ossigeno (1.100 tonnellate); ossigeno (0,78 tonnellate); acido fluoridrico (784 tonnellate); cloro (3 tonnellate); ammoniaca (13 tonnellate); anidride solforosa (63 tonnellate); infiammabili (gpl) (50 tonnellate); infiammabili (benzine + gpl) (134.613 tonnellate); ammoniaca (39.317 tonnellate); fosgene (15 tonnellate); cloro (542 tonnellate); infiammabili (benzine) (128.500 tonnellate); acrilonitrile (9.270 tonnellate); infiammabili (benzine) (124.300 tonnellate); infiammabili (benzine) (500 tonnellate);
sia il rapporto citato che il piano di emergenza esterna relativa ai rischi industriali, redatto dalla prefettura nel febbraio 1998, evidenziano che, in normali condizioni di vento, i centri abitati di Marghera, Mestre, Malcontenta, Oriago e Mira, distanti da 1 a 4 chilometri dall'epicentro della zona a rischio, sarebbero raggiunti in pochi minuti da un'eventuale nube di sostanze tossiche sprigionatesi da qualche impianto;
il sindaco di Venezia, Paolo Costa, con una lettera al Presidente del Consiglio dei ministri, ha richiesto la piena attuazione dell'accordo sulla chimica e ha parlato del mancato finanziamento del «Simage», il sistema integrato per il monitoraggio e la gestione delle emergenze, che «consentirebbe la segnalazione simultanea di un incidente alle autorità competenti, annullando così gli attuali lunghi tempi per l'avvio delle procedure di allertamento della popolazione»;
esiste un nucleo operativo di vigili del fuoco elicotteristi, con sede presso l'aeroporto di Tessera, composto principalmente da personale abilitato a svolgere operazioni a rischio, anche in situazioni come quella in oggetto, ma i cui mezzi attualmente sono obsoleti e inidonei, trattandosi di elicotteri monomotore e non più idonei al sorvolo di città densamente popolate e non conformi alle normative europee Jar (Joint agreement regulations);
sarebbe opportuno che fossero verificate eventuali responsabilità degli addetti allo stabilimento, che hanno lasciato trascorrere circa 25 minuti dall'inizio dell'incendio prima di allertare gli organi preposti, e che fosse accertato per quali motivi si sia ritardato nell'attivare questa procedura -:
se non condividano quanto espresso da un ingegnere dei vigili del fuoco del comando di Mestre esperto in incidenti chimici, secondo il quale sarebbe stato più «saggio» e responsabile da parte della direzione dello stabilimento «mettere al minimo l'impianto tecnico» nel momento in cui si è verificato il primo allarme per l'alta temperatura, e cioè intorno alle ore 14.00 del 28 novembre 2002;
se non ritengano necessario accertare perché i punti di segnalazione acustica siano presenti nelle sole zone di Marghera, Malcontenta e Catene e non anche a Mestre, Oriago e Mira, indicate, nel piano di emergenza esterna relativa ai rischi industriali, redatto dalla prefettura nel febbraio 1998, come località raggiungibili in pochi minuti da una nube tossica perché distanti da 1 a 4 chilometri dall'epicentro della zona a rischio di Porto Marghera;
come intendano indurre gli enti locali, che in base alle direttive Seveso sono tenuti ad informare la popolazione, a strutturare sistemi adeguati per allertare tempestivamente la medesima in caso di incidenti rilevanti per l'incolumità pubblica;
se non ritengano sia utile dotare la popolazione di maschere antigas con filtri adeguati a proteggere dalle sostanze tossiche, come proposto dai sindaci della Riviera del Brenta;
se non ritengano che il sistema radiotelevisivo pubblico nazionale, e soprattutto le sedi regionali della Rai, debbano prevedere eccezionali misure di informazione per i telespettatori, idonee ad allertare la popolazione e ad informare tempestivamente circa i rischi sanitari cui la stessa è esposta in situazioni simili a quella verificatasi il 28 novembre 2002;
se non ritengano indispensabile dotare il nucleo elicotteristi dei vigili del fuoco del Veneto di almeno due elicotteri del tipo A109E Power (in uso o in corso di acquisizione da parte dei carabinieri e della marina militare) equipaggiati con Flir (Forward looking infra red), già in dotazione alla polizia di Stato e alla guardia di finanza e costiera, che avrebbero consentito di monitorare al buio la nube tossica;
quali misure intendano adottare a tutela dei lavoratori primariamente esposti ad eventi pericolosi per la salute, quali esplosioni, incendi, rilasci e dispersioni di sostanze tossiche, e a tutela della popolazione residente vicino agli stabilimenti a rischio;
se non ritengano opportuno accelerare il processo di riconversione dell'area industriale di Porto Marghera, nel senso di uno sviluppo sostenibile e socialmente ed ecologicamente compatibile che garantisca la piena occupazione e la valorizzazione delle professionalità attualmente operanti nell'ambito della chimica;
se, a tal fine, intendano procedere ad implementare l'accordo integrativo sulla chimica relativo alle bonifiche, con l'obiettivo di dismettere definitivamente l'industria chimica pesante, di delocalizzare gli impianti ed i siti di stoccaggio e di mettere in sicurezza impianti che trattano sostanze tossiche, come ad esempio il fosgene;
per quale motivo fino a questo momento l'accordo sulla chimica firmato nel 1998 sia tuttora inattuato, in particolare nelle sue parti più significative dal punto di vista della sicurezza, come la dismissione produttiva dei 50 ettari del Petrolchimico 1, nel quale vi sono impianti vecchi e più vicini alle residenze di privati cittadini e a grandi arterie di circolazione, la riduzione dello stoccaggio di fosgene e la «bunkerizzazione» dello stesso.
(2-00582) «Zanella, Lion, Cima, Boato, Pecoraro Scanio, Bulgarelli, Cento, Di Gioia, Soda, Collè, Potenza, Bimbi, Vigni, Alfonso Gianni, Maura Cossutta, Widmann, Buemi, Villetti, Brugger, Panattoni, Mazzuca Poggiolini, Luigi Pepe, Valpiana, Reduzzi, Sereni, Sandi, Sedioli, Rugghia, Russo Spena, Mantovani, Nannicini, Buffo, Cialente, Dameri, Pistone, Pisapia, Calzolaio, Giordano, Gentiloni Silveri, Fumagalli, Carboni, Pappaterra, Albertini».
(9 dicembre 2002)

E)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, per sapere - premesso che:
la situazione dei valichi alpini sul versante occidentale è assolutamente preoccupante, vista la scarsità e l'inadeguatezza dei passaggi stradali;
tale situazione provoca risultati negativi sia sul versante della sicurezza stradale, sia sul versante economico, con ingenti danni al sistema dell'autotrasporto e, più in generale, al sistema economico italiano, limitato nella sua capacità di esportare verso gli altri paesi dell'Unione europea e danneggiato nella tutela di diritti fondamentali riconosciuti dall'ordinamento comunitario, quali la libera concorrenza e la libertà di movimento delle merci;
miglioramenti sensibili si potranno avere solo nei prossimi decenni con la realizzazione della linea ferroviaria ad alta capacità Torino-Lione e del traforo autostradale del Mercantour;
la possibile ratifica da parte del Parlamento italiano del protocollo aggiuntivo sui trasporti della Convenzione delle Alpi potrebbe complicare ulteriormente la realizzazione di un traforo alpino autostradale;
tale emergenza, già evidenziata dalla situazione del traforo del Monte Bianco e del Frejus, praticamente giunti ad una saturazione, si segnala in tutta la sua gravità nel sud del Piemonte e specificatamente nella provincia di Cuneo;
attualmente le vie per raggiungere la Francia e la penisola iberica ono rappresentate:
a) dal colle di Tenda, tunnel inadeguato e soggetto a continui lavori e chiusure;
b) dall'autostrada dei fiori, giunta al collasso delle sue capacità e difficilmente ampliabile considerate le condizioni del territorio;
c) dal colle della Maddalena, con problemi di valanghe in quota e di attraversamento del centro storico di Demonte;
con le precipitazioni atmosferiche delle ultime settimane il collegamento del colle di Nava verso la Liguria è interrotto, con gravi danni per l'economia e gravissimi disagi per gli abitanti dell'alta valle Tanaro, costretti a incredibili e pericolosi percorsi alternativi, con giovani studenti costretti a trasbordare dai loro scuola bus e percorrere tratti a piedi addirittura sui binari della linea ferroviaria;
i lavori di consolidamento della strada statale 28 del col di Nava continuano, provocando disagi indefinibili, sin dall'alluvione del 1994, con risultati non sempre positivi da parte delle imprese selezionate dall'Anas;
il sindaco di Demonte ha manifestato la propria preoccupazione relativa agli effetti sulla stabilità dei palazzi a causa del passaggio di oltre 500 mezzi pesanti nel centro storico del paese, come confermato dalle perizie del professor Tosti, che parlano di lesioni paragonabili a scosse di carattere sismico;
sia nel caso del colle di Nava (strada statale n. 28) che del colle della Maddalena (strada statale n. 21), gli amministratori locali hanno individuato soluzioni alternative di costo relativamente ridotto e in grado di fornire immediate risposte alla viabilità;
tali soluzioni alternative possono avere un senso solo se l'Anas, con i fondi a sua disposizione già destinati nei piani triennali alle medesime zone, sarà in grado di completarle nel giro di pochissime settimane (colle di Nava) o mesi (colle della Maddalena) -:
quali siano le misure di indirizzo che il Ministro interpellato intenda adottare nei confronti dell'Anas, verificando in che misura l'Anas medesima abbia già provveduto per cercare di limitare i disagi ed i pericoli incombenti sui cittadini delle vallate interessate nonché i danni economici alle imprese di autotrasporto e al sistema economico nazionale nel suo complesso.
(2-00584) «Guido Giuseppe Rossi, Gibelli, Cè».
(10 dicembre 2002)

F)

I sottoscritti chiedono di interpellare i Ministri delle infrastrutture e dei trasporti, dell'interno e del lavoro e delle politiche sociali, per sapere - premesso che:
la compagnia aerea «Federico II», di cui il comune di Foggia è socio di maggioranza insieme ad alcune aziende municipalizzate, è fallita;
questo fatto non solo ha determinato, da mesi, il blocco degli stipendi per i dipendenti, ma rischia di creare un tracollo finanziario per le casse del comune di Foggia, a discapito di tutta la cittadinanza;
il collegio dei revisori dei conti, nella relazione al rendiconto del consuntivo generale del comune per l'esercizio 2001, presentata il 1o agosto 2002, scriveva testualmente: «la somma pagata nel maggio 2002 dal comune di Foggia, pari a 476.896 euro, rappresenta i tre decimi sia della quota corrispondente al 20 per cento del nuovo capitale sociale deliberato, mai sottoscritto, che della quota corrispondente al 20 per cento del sovrapprezzo azioni previsto. La creazione di quest'ultimo fondo avrebbe avuto come destinazione specifica la copertura della perdita d'esercizio registrata al 31 dicembre 2001, operazione di copertura che viene però esclusa sia dai patti parasociali che dallo stesso consiglio comunale. La somma versata, ove rimanesse l'unica di fatto, rappresenterebbe il nuovo capitale sociale sottoscritto e versato della compagnia Federico II, con l'effetto di far diventare il comune di Foggia unico socio e, quindi, con responsabilità illimitata»;
attualmente, essendo stata l'unica somma versata, il comune di Foggia dovrà rispondere a tutti i creditori, con l'aggravante che le perdite della «Federico II», stimate in 10,2 miliardi di vecchie lire a novembre 2000, sono ulteriormente cresciute di 5 miliardi di vecchie lire (sino a marzo 2001), e, di conseguenza, dovrà, a breve, versare un altro milione di euro;
a questo si aggiunge il fatto che l'Enac starebbe decidendo la cancellazione della «Federico II» dai registri aeronautici italiani e che il patrimonio della compagnia si aggirerebbe, secondo alcune indiscrezioni, sui 25 mila euro;
questa situazione, che determina un ovvio nervosismo e fa vacillare l'attuale maggioranza al consiglio comunale di Foggia, rischia, cosa ovviamente più grave, di creare un buco nelle casse comunali con conseguenze che dovranno essere scontate dai cittadini per molti anni -:
se e come si intenda intervenire per salvaguardare i dipendenti della compagnia aerea «Federico II» e se corrisponda al vero che ci sarebbe l'intenzione da parte dell'Enac di cancellare la medesima compagnia dai registri aeronautici italiani;
se non si ritenga che sussistano gli elementi, visto i rischi che corre il comune di Foggia in termini di bilancio, per intervenire da parte del Governo sulla base di quanto previsto dagli articoli 141 e 193 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico della legge sull'ordinamento degli enti locali).
(2-00583) «Di Gioia, Folena, Bonito, Boato».
(9 dicembre 2002)

G)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro per i beni e le attività culturali, per sapere - premesso che:
il castello di Padova porta i segni di una storia che in epoche successive ha lasciato le sue tracce, assegnandogli ruoli e significati diversi e segnandolo in maniera indelebile: sistema fortificato fin dalla prima metà del X secolo, ad opera del vescovo, e munito di una torre con il nome di «Turlunga», attorno al 1242 venne ingrandito e rafforzato da Ezzellino da Romano, che inglobò anche la chiesa di San Tommaso e fece costruire due alte torri, una verso la città e una verso la campagna;
un ulteriore rafforzamento fu voluto nel 1374 da Francesco I da Carrara e affidato all'architetto Nicolò della Berlarda; durante il dominio veneziano, il castello di Padova perse progressivamente d'importanza e subì in seguito numerosi interventi e trasformazioni d'uso che ne alterarono la struttura; dal 1807 è adibito a carcere; è stato persino fino a pochi anni fa, trasformato in alcune sue adiacenze in fabbrica di biciclette;
l'impianto del 1200 è tuttora perfettamente visibile, sviluppandosi lungo le mura medioevali con l'ingresso da piazza Castello e comprendendo la torre della Specola;
il forte degrado a cui è abbandonato il castello può portare ad una grave perdita di elementi che segnano la storia della città di Padova e non solo, ma anche del patrimonio storico-artistico italiano, innestando processi irreversibili che rischiano di mettere in pericolo un'opera di assoluto rilievo e importanza culturale, simbolo ed identità padovana;
il tetto del castello presenta gravi ed evidenti segni di instabilità strutturale, che possono portare in breve tempo ad una ceduta strutturale complessiva con conseguenze disastrose per la stabilità generale del castello;
è a rischio di crollo la chiesa dell'800 e materiali di grande importanza storica rischiano di essere asportati insieme ai detriti;
la sovraintendenza ha iniziato una meritoria attività di restauro in due sale di un ciclo di affreschi trecenteschi che rappresentano sicuramente un unicum;
sono urgentemente necessari fondi e risorse aggiuntive per restaurare il ciclo pittorico delle sale -:
come il Ministro interpellato intenda agire per:
a) dotare le competenti sovraintendenze di risorse adeguate per una preliminare indagine ricognitoria, necessaria per conoscere le condizioni generali della struttura, dello stato delle decorazioni all'interno delle sale, nonché per procedere a discialbare le parti ancora coperte da calce o intonaco;
b) finanziare di conseguenza tutti gli interventi straordinari non riconducibili alla dotazione ordinaria;
c) promuovere il recupero monumentale del Castello Carrarese, primario bene storico, architettonico, artistico e militare della città di Padova, attualmente abbandonato ed in stato di grave degrado, con un progetto di ampio respiro culturale, magari con un concorso internazionale di progettazione e ristrutturazione architettonica come ad esempio fatto con il castello di Rivoli, quello di Rovereto e quello di Messina;
se, e come, intenda esercitare le sue funzioni di tutela del bene nei confronti dei soggetti gestori del bene e se, allo scopo di salvaguardare la struttura, non ritenga opportuno, in via provvisoria, di assumersi la gestione stessa del bene, in vista di un conferimento dello stesso al comune di Padova o ad una fondazione mista che tuteli e valorizzi il castello Carrarese, evitando, il conferimento dello stesso alla Patrimonio dello Stato spa e di converso il rischio della sua alienazione.
(2-00567) «Colasio, Ruzzante, Bimbi, Melandri, Realacci, Bellillo, Zorzato, Rodeghiero, Carra, Enzo Bianco, Soro, Fistarol, Stradiotto, Piscitello, Trupia, Papini, Molinari, Magnolfi, Grillini, Cazzaro, Martella, Mantini, Capitelli, Bottino, Delbono, Ciani, Duilio, Santino Adamo Loddo, Carbonella, Bandoli, Vigni, Sandi, Innocenti, Milanato».
(3 dicembre 2002)

H)

I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere - premesso che:
Tesa spa partecipa al 51 per cento in Tecnoborgo, società realizzatrice e gestrice dell'inceneritore della provincia di Piacenza, che smaltisce 105.000 tonnellate l'anno per una produzione energetica elettrica pari ad una potenza di 10 megawatt: già classificata in Cip 6;
Tesa spa partecipa al 51 per cento in Mipiace.com, società realizzatrice del cablaggio in fibra ottica della città di Piacenza;
Enel possiede alcune centrali che attraverso Elettroambiente spa potrebbero permettere lo smaltimento dei rifiuti speciali raccolti ed avviati allo smaltimento da Tesa;
Enel spa ha acquisito recentemente ad un prezzo notevole la Camuzzi Gazometri spa che, a sua volta, ha acquisito nel dicembre 2001 il 40 per cento delle azioni Tesa spa;
il 40 per cento delle azioni Tesa è stato acquisito per un importo pari a 59 miliardi di vecchie lire, dopo una serrata gara al rialzo (asta pubblica col sistema della candela vergine) con Asm Brescia;
dai mass media si apprende che Enel sarebbe intenzionata a fuoriuscire dal settore dello smaltimento rifiuti cedendo le azioni Tesa, avendo dato mandato alla banca d'affari Lazard di trattare la vendita delle suddette azioni;
i due consiglieri d'amministrazione designati da Camuzzi Gazometri spa in Tesa spa si sono dimessi senza motivazione alcuna dal predetto consiglio d'amministrazione;
le predette dimissioni sono state presentate contemporaneamente a quelle di altri due componenti del consiglio d'amministrazione di Tesa, contribuendo così in modo determinante a far decadere quest'ultimo;
la decadenza del consiglio di amministrazione di Tesa spa, auspicata dalla nuova giunta dell'Ulivo del comune di Piacenza, ha consentito di escludere dal consiglio di amministrazione di Tesa i rappresentanti designati dalla precedente amministrazione comunale;
appare inaudito che consiglieri designati da un azionista pubblico (qual è oggi Camuzzi a seguito della sua acquisizione da parte di Enel) si siano prestati a rassegnare le dimissioni, incuranti del fatto che detto irresponsabile gesto poteva danneggiare proprio l'azionista degli stessi che è in procinto di vendere proprie quote azionarie di Piacenza -:
se il Governo ritenga che la fuoriuscita di Enel dal settore dello smaltimento dei rifiuti possa risultare economicamente svantaggiosa, specie nel breve termine;
se non ritenga il Ministro interpellato che le dimissioni dei componenti del consiglio di amministrazione di Tesa spa, intervenute nell'imminenza dell'annunciata vendita da parte di Enel spa del relativo pacchetto azionario, possano mettere a rischio gli interessi patrimoniali dell'Enel;
quali iniziative intendano eventualmente adottare per cercare di limitare il più possibile i danni che da questo tipo di operazione potrebbero derivare.
(2-00524)«Polledri, Cè, Bricolo».
(4 novembre 2002)