Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 870 dell'1/3/2001
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(Accordo tra il Ministero degli affari esteri e la Banca mondiale)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Giovine n. 2-02915 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 9).
L'onorevole Giovine ha facoltà di illustrarla.

UMBERTO GIOVINE. Signor Presidente, con l'interpellanza urgente in esame, insieme ad altri trenta colleghi del gruppo di Forza Italia, abbiamo sottolineato un episodio veramente strano che si riferisce ad un accordo (peraltro, di modesta entità in termini economici, ma di grande ricaduta sul piano culturale e di immagine) tra la Farnesina e la Banca mondiale.
Tale accordo è stato improvvisamente e senza giustificazione formale (mi riferisco allo scambio di lettere che normalmente segue tali trattative) rescisso dalla Farnesina con una telefonata avvenuta il 16 febbraio scorso ovvero il giorno in cui il quotidiano italiano la Repubblica ha pubblicato la prima puntata dell'inchiesta sull'affare tra Telecom Italia e Telekom Serbia. Nella telefonata, di cui abbiamo notizia soltanto grazie a fonti di informazione della Banca mondiale a Washington, si dichiarava la mancanza di volontà politica di eseguire questo progetto. Naturalmente la Farnesina ha sempre il diritto di rinunciare ad un progetto (che peraltro il Ministero degli esteri aveva proposto coinvolgendo di sua iniziativa la Banca mondiale), ma il modo e i tempi in cui ciò è avvenuto sono stati straordinariamente irrituali. Se vi fossero state ragioni per denunciare, per rinunciare, per rinegoziare l'accordo, queste avrebbero potuto essere espresse - come avviene di regola - durante le trattative con la Banca mondiale.
Aggiungiamo che nei giorni successivi alla presentazione dell'interpellanza niente - per quanto è a nostra conoscenza ed è a conoscenza della Banca mondiale - è avvenuto che giustifichi il comportamento della Farnesina, che ha causato in tutto il management della Banca mondiale (fino alla presidenza) un notevole shock.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri ha facoltà di rispondere.

UMBERTO RANIERI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. In riferimento all'interpellanza presentata dall'onorevole Giovine e da numerosi altri parlamentari va subito rilevata l'infondatezza del collegamento che è stato instaurato fra due fatti completamente ed evidentemente distinti e separati: la non partecipazione dell'Italia al programma della Banca mondiale Global learning distant network e il caso Telekom Serbia.
Per completezza di informazione, il programma Global learning distant network


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della Banca mondiale consiste nella creazione di una rete di formazione a distanza nei paesi in via di sviluppo attraverso l'insediamento di centri multimediali sia in quei paesi sia negli Stati donatori. L'Italia ha avviato negoziati con la Banca mondiale per valutare la fattibilità dell'istituzione di un centro in Italia e di altri centri nei Balcani e nel sud del Mediterraneo, in considerazione della priorità di quelle aree geografiche per il nostro paese. Hanno così avuto luogo incontri con i responsabili della Banca, la quale ha anche individuato gli esperti che avrebbero dovuto essere impegnati nella realizzazione di un primo studio di fattibilità nei Balcani, del costo di 212 mila dollari USA.
Dalla presentazione dei termini di riferimento dello studio di fattibilità si è tuttavia constatato che i costi risultavano estremamente elevati: la Banca mondiale ha ipotizzato un ammontare globale dell'intervento di circa 6 milioni di dollari. Un riscontro con centri di eccellenza nazionali che svolgono attività di formazione a distanza ha confermato che lo stesso obiettivo è realizzabile in via bilaterale ad un costo nettamente più contenuto garantendo nel contempo una maggiore visibilità dell'intervento italiano. Peraltro, nell'ambito del sistema universitario italiano risultano essere stati autonomamente avviati programmi in questa materia.
Il Ministero degli esteri ha pertanto comunicato alla Banca mondiale di non ritenere di partecipare al programma ed è stato formulato - seguendo le normali procedure previste per i fondi fiduciari italiani presso la Banca mondiale - un parere negativo al finanziamento delle consulenze dei singoli esperti individuati dalla Banca per la realizzazione dello studio di fattibilità nei Balcani.

PRESIDENTE. L'onorevole Giovine ha facoltà di replicare.

UMBERTO GIOVINE. Signor Presidente, sono del tutto insoddisfatto e mi dispiace che il sottosegretario Ranieri, di cui abbiamo più volte apprezzato il lavoro e lo stile, abbia dovuto o, meglio, sia stato costretto in questo caso ad usare lo stesso stile reticente, oscuro e inattendibile già usato in quest'aula dal titolare della Farnesina.
Per giustificare la mia insoddisfazione basterebbe dire che la procedura standard cui il sottosegretario si riferiva prevede un passo iniziale: se una cosa costa troppo e ci si è dimenticati di dirlo, si chiede un abbassamento dei costi. Questo abbassamento non è stato chiesto, perché le ragioni della rinuncia a questo progetto modesto, ma strategico, in questo momento sono ben altre.
Non mi limiterò a dire come gli antichi post hoc ergo propter hoc: vale a dire, siccome è avvenuto poche ore dopo l'uscita nelle edicole de la Repubblica, deve quindi dipendere da questo. No, non ce n'è bisogno, perché fra la presentazione di questa interpellanza urgente e la cortese risposta del sottosegretario Ranieri sono intervenuti ben altri fatti. Mi riferisco alle straordinarie e, per certi aspetti, strabilianti dichiarazioni del titolare della Farnesina in quest'aula, nel corso dell'informativa del Governo, e presso la Commissione esteri del Senato. Tali dichiarazioni sono talmente gravi da provocare, a quanto sembra o almeno a quanto dichiara il giornale, una querela formale da parte del direttore e dei giornalisti de la Repubblica, autori di quella inchiesta. Voglio ricordare che gli stessi giornalisti, quando lavoravano al Corriere della sera, dettero inizio ad una grande inchiesta sulla corruzione in Russia che andò avanti per diverse puntate e che non dette seguito ad alcuna smentita, che io ricordi.
Quale è stato lo stile, se così si può chiamare, del titolare della Farnesina in questa circostanza, che getta nuova luce sull'oggetto di questa interpellanza? Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghi, il ministro Dini si è presentato in quest'aula dicendo che la recente inchiesta giornalistica sulle telecomunicazioni serbe non meriterebbe, da parte del Governo, la benché minima attenzione. Si tratta di un florilegio di illazioni e di


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deduzioni. Inoltre, il ministro ha parlato di «talune subdole vociferazioni» e di «squallide speculazioni». Spostatosi poi di poche centinaia di metri da Montecitorio a Palazzo Madama, il titolare pro tempore della Farnesina si è espresso in questo modo: «Certo, non è il lavoro di immaginazione di due nostri pur eccellenti giornalisti» - sempre riferendosi all'inchiesta de la Repubblica - « che hanno ricevuto i pezzi di carta da qualche parte, perché nessun giornalista può pensare di ricomporre una vicenda così delicata e complessa. Probabilmente questa inchiesta è nata in opposizione alla nostra politica nei Balcani che non era apprezzata dai manovali della CIA che operano a Roma e di cui abbiamo nomi e cognomi», adombrando così il ministro che i giornalisti in questione, apprezzati dai loro colleghi e dai lettori prima del Corriere della Sera poi de la Repubblica, siano al soldo, siano dei manutengoli di un servizio segreto di un paese straniero.
Bisogna dire che non sono soltanto i media italiani che, come è giusto, si stanno occupando della cosa. In grande evidenza, infatti, un grande giornale internazionale, apprezzato in tutto il mondo, The Wall Street Journal Europe, insieme ad un disegno che raffigura il ministro degli esteri Dini, scrive: «Il signor Dini ha persino suggerito che cercano di incastrarlo quelli della CIA, perché occasionalmente è stato in disaccordo con la politica americana». Aggiunge diplomaticamente - quello sì - The Wall Street Journal Europe: «Non abbiamo trovato nessuno alla CIA che potesse confermare quanto detto da Dini».
Signor sottosegretario, articoli come questo producono danni gravissimi all'Italia, paese che, come è noto, si trova in fondo alla classifica europea insieme alla Grecia, guarda caso partner, con la società OTE, dell'operazione Telekom Serbia, nella classifica della corruzione. L'Italia e la Grecia sono i paesi più corrotti d'Europa secondo Transparency International, organizzazione tedesca universalmente apprezzata.
Questo è ciò che resta, dopo anni di disastrosa gestione del ministro Dini, della credibilità, dell'affidabilità della Farnesina. Accountability si chiama!
Pochi giorni fa, autorevoli personaggi italiani, tra cui il professor Gros-Pietro, sul concetto e sull'importanza dell'accountability, cioè dell'affidabilità negli affari internazionali, hanno fatto pubblicare sul Il Sole 24 ore un memorabile articolo. Tutto ciò mentre l'accountability, cioè l'affidabilità italiana, cadeva nella polvere per colpa del ministro Dini.
Ed è inutile buttarla in politica dicendo che qualcuno ce l'ha con qualche altro perché non è d'accordo con gli Stati Uniti d'America! Questo è semplicemente ridicolo.
Stiamo ai fatti. Nell'interpellanza abbiamo parlato del primo segnale, della prima spia immediata delle gravi difficoltà che incontra d'ora in poi la politica italiana nei Balcani. Ecco l'episodio dei rapporti con la Banca mondiale!
Le onde di shock di questo episodio assolutamente inedito a Washington, non alla CIA come vorrebbe Dini ma alla Banca mondiale che tratta con 200 paesi del mondo, sono tali da fare ulteriormente cadere la credibilità italiana. E l'Italia è un paese finanziatore della Banca mondiale, un paese che a livello di Nazioni Unite ha portato avanti per anni un'azione al fine di ottenere un posto che secondo noi merita nel Consiglio di sicurezza.
Quanto ci vorrà per ripristinare la credibilità dell'Italia nei consessi internazionali quando il Financial times parla di rabbia da parte degli attuali governanti serbi e il The Wall Street Journal Europe mette giustamente in ridicolo il nostro ministro degli esteri, ancorché la cosa ci dispiaccia per questioni nazionali? Quanto ci vorrà perché la credibilità dell'Italia possa essere restaurata presso i partner, gli alleati e il consesso internazionale nel quale ci muoviamo?
Poiché l'interpellanza non riguardava direttamente la questione Telecom Italia-Telekom Serbia, non entrerò nel merito di questo punto, ma mi limiterò ad esprimere


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la mia totale insoddisfazione. Quando si dice, come ha fatto il Presidente del Consiglio Amato, che l'Italia ha preso non si sa quali contatti ai tempi di Milosevic con l'opposizione serba ed ha aggiunto: «Gli storici giudicheranno», mi chiedo allora quali fossero questi contatti con un'opposizione che il ministro Dini conosce così poco da storpiare per cinque volte il nome dell'organizzazione che alla fine è riuscita a sradicare il potere di Milosevic.
Ho visto l'attuale primo ministro serbo Djindjic a Washington nel gennaio dell'anno scorso in un incontro con l'allora Presidente Clinton e non mi è parso affatto che ci fosse apprezzamento da parte dell'allora opposizione ed oggi maggioranza a Belgrado per quanto fatto o per quanto si presumeva venisse fatto dal Governo italiano in direzione di questa stessa opposizione.
L'attuale ministro delle comunicazioni di Belgrado Boris Tadic, che per l'appunto è il ministro dal quale sarebbe passato il progetto Farnesina-Banca mondiale, se fosse andato avanti, vuole sapere che fine abbiano fatto i soldi dell'affare Telecom Italia-Telekom Serbia.
Ecco perché la Farnesina si è affrettata ad interrompere questo rapporto! Avrebbe avuto a che fare con un ministro il quale ora chiede i conti. Come sono stati spesi i soldi, da chi e in quali mani sono andate (in Italia si direbbe: «in nero»)? Sono state fatte varie supposizioni ma io vi dico una certezza: sono andati a rafforzare l'armamento missilistico del dittatore Milosevic alla vigilia dell'entrata in guerra dell'Italia e della Nato contro la Serbia per l'affare del Kosovo. Sono andati, attraverso la Beogradska banka ed un'altra banca di Cipro, per i pezzi di ricambio di missili che sono in grado di raggiungere l'Italia.
Quei missili furono talmente trascurati dal Governo D'Alema che l'attuale Governo entrò in guerra nel Kosovo senza neanche chiedere agli alleati statunitensi di dare la priorità nei loro obiettivi alle rampe missilistiche di Milosevic in grado di colpire Bari, Brindisi, Lecce e Ancona. Questo è stato fatto!
Signor Presidente, signor sottosegretario, Lenin diceva: «I capitalisti ci venderanno la corda con la quale noi li impiccheremo» ed è esattamente quello che ha fatto il nostro ministro degli esteri, anche se pretende di farci credere che egli non sapeva nulla dell'affare Telecom-Telekom quando autorizzò l'operazione. In realtà, sapeva bene che notevoli somme, sia per la parte italiana che per quella greca, dei 767 miliardi di euro sarebbero andate nell'immediata disponibilità del dittatore Milosevic, il quale considerava gli italiani «quei mafiosi». Noi rimanderemmo volentieri questa accusa al dittatore Milosevic, di cui ci auguriamo presto l'arresto da parte delle autorità democratiche jugoslave, ma temiamo che i comportamenti mafiosi ci siano stati e che le istituzioni italiane, specialmente quelle che oggi dicono che nulla sapevano dell'operazione, siano rimaste coinvolte.
L'interpellanza che abbiamo presentato mette il luce quello che da oggi accadrà o resterà della nostra politica nei Balcani a causa della politica del ministro Lamberto Dini.

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