Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 867 del 26/2/2001
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(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 4426-B)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Serafini.

ANNA MARIA SERAFINI, Relatore. Signor Presidente, il chiarimento interpretativo


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che ho cercato di offrire nella relazione, approfondito in modo mirabile dall'onorevole Marotta, consente di procedere all'esame in sede legislativa senza modificare il testo approvato dal Senato, in modo da giungere all'approvazione definitiva in questa legislatura. Vorrei ringraziare tutti i colleghi e le colleghe intervenuti, in particolare il presidente Finocchiaro ed il sottosegretario Corleone che su questo provvedimento hanno avuto una particolare sensibilità.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, il mio intervento sarà molto breve per due ragioni evidenti a tutti: la relazione circostanziata dell'onorevole Serafini mi esime dal ripercorrere i contenuti del testo e la sapienza giuridica dell'onorevole Marotta mi esime anche dal rispondere alla perplessità in qualche modo ingiustificata dei componenti della Commissione affari costituzionali poiché dimostra come il testo pervenuto dal Senato non contenga contraddizioni.
Si tratta di un provvedimento significativo che non definirei minore anche se riguarda poche persone, 60 bambini e 58 donne. Questi sono i numeri che erano sul tappeto anche nel luglio scorso quando la discussione generale aveva visto gli interventi della relatrice onorevole Serafini, dell'onorevole Marotta, del Governo da me rappresentato e dell'onorevole Simeone. Oggi manca l'onorevole Simeone, ma la compagnia è sempre questa. Mi auguro che a conclusione della terza lettura il provvedimento venga approvato, anche perché nel corso dell'esame alla Camera e al Senato ha registrato il vasto consenso di tutte le forze politiche, quindi di fronte ai piccoli numeri (che non consentono di esercitare polemiche sulla sicurezza) e al consenso che c'è non si giustificherebbe la mancata approvazione del provvedimento.
Eppure ritengo che dobbiamo attribuire particolare valore a questo provvedimento anche se concerne poche persone, perché le conquiste civili e umanitarie sono più importanti non se determinate dalla forza dei numeri, ma da questioni di principio, come hanno ricordato gli onorevoli Serafini e Marotta. Si tratta di principi riconosciuti dalla Costituzione: il valore della maternità, da una parte, ed il valore più moderno della relazione fra madre e figlio, dall'altro. Dobbiamo cercare di affermare questi principi per evitare che si eserciti violenza su bambini da zero a tre anni, mettendoli prima in carcere e poi, una volta compiuti i tre anni, strappandoli alla madre per mandarli in un istituto. Così facendo, condanneremmo questi bambini ad un destino pericoloso.
Il carcere, purtroppo, è un luogo prettamente maschile: infatti, su 54 mila detenuti, le donne sono solamente 2 mila. Questo dato potrebbe essere oggetto di attenta riflessione in merito alla violazione della legalità, ma non spetta a me farlo in questa sede. Come dicevo, il carcere è un luogo prettamente maschile e le donne che vi sono rinchiuse, tranne qualche eccezione - vi sono infatti alcune donne che sono in carcere per aver commesso delitti efferati o legati alla partecipazione alle organizzazioni criminali -, sono il frutto dell'emarginazione sociale.
Nel carcere di Livorno, qualche giorno fa, una donna di 39 anni si è suicidata. Era stata arrestata, sottoposta a custodia cautelare e poi condannata per rissa aggravata, oltraggio e resistenza: era stata condannata a 9 mesi e 25 giorni, condanna che sarebbe cessata il prossimo mese di giugno. Dalla lettura dei documenti si evince che uno dei motivi della crisi depressiva che ha portato questa donna al suicidio in carcere è stato il destino dei figli, in particolare di uno che aveva saputo essere stato affidato ad una comunità.
Questa vicenda dovrebbe farci riflettere sul compito affidato al carcere di perseguire scopi che dovrebbero invece perseguire istituzioni diverse. In questo senso il provvedimento al nostro esame è importante, perché attribuisce al servizio sociale


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non solo compiti di controllo delle prescrizioni, ma anche quello di favorire il reinserimento nella società. Infatti, spesso l'uscita dal carcere è fonte di preoccupazione per la prospettiva di vuoto e di solitudine che si percepisce: è pertanto molto importante e significativo che questo provvedimento attribuisca questo compito al servizio sociale.
In questo provvedimento è altresì importante il principio che stabilisce che l'articolo 21 della legge n. 354 del 1975 si applica non solo al lavoro tradizionale, ma anche alla cura e all'assistenza dei figli. In questo provvedimento così limitato vi sono principi importanti che devono essere riaffermati anche in questa discussione.
Il motivo principale che porta alla necessaria approvazione del provvedimento riguarda la necessità di dare a chi è in carcere un segnale forte di speranza. Nell'anno del Giubileo si è data al mondo del carcere l'illusione di provvedimenti quali l'amnistia e l'indulto che poi non sono stati varati.
La mancanza del miracolo ha prodotto una sfiducia nel carcere e una frustrazione molto forte. Se mettiamo insieme il sovraffollamento (perché continua ad esservi) e la frustrazione, abbiamo allora l'immagine plastica di un luogo difficile da governare. È per questo che anche un piccolo provvedimento come quello in esame può però dimostrare che vi è attenzione.
Il Parlamento ha lavorato molto sul carcere, lo ha fatto con molte leggi e molte riforme: da quella sul lavoro in carcere a quella sull'incompatibilità con la detenzione dei malati di AIDS, a quella concernente il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, a tutte le misure previste nell'ultima finanziaria per l'edilizia penitenziaria, per il trattamento e non ultima quella relativa al regolamento che è una base per cambiare la vita quotidiana nelle carceri.
Abbiamo fatto tutto questo, ma le riforme per camminare hanno bisogno non solo di risorse (e la finanziaria le ha date), ma hanno anche bisogno che cambino le teste. E perché ciò avvenga occorre molta convinzione; ci vuole un'adesione di tutti coloro che si trovano all'interno del carcere - dei detenuti e degli operatori -, altrimenti le riforme non camminano.
I miracoli hanno un automatismo ed una immediatezza straordinaria; le riforme invece hanno bisogno di un profondo e costante lavorio e questo perché in un'istituzione come questa, ancor più che in altri luoghi, c'è bisogno del consenso e della convinzione nonché di un clima di partecipazione.
Penso che questo provvedimento, che sta per essere approvato dal Parlamento alla fine dei suoi lavori, rappresenti il segno che vi è attenzione al problema e spinga ad avere fiducia in un cambiamento del carcere al fine di renderlo un luogo trasparente, come abbiamo avuto modo di dire moltissime volte.
Se tutto ciò accadrà, se verrà accolta la proposta della relatrice Serafini di una via più rapida, quella della sede legislativa, tenuto anche conto della discussione sulle linee generali che si è svolta in aula, credo che potremmo far sì che venga festeggiato in un modo diverso da parte di alcune decine di persone, di donne, il prossimo 8 marzo, ricorrenza che è diventata inevitabilmente una tradizione e non un momento rivoluzionario. Quest'anno l'approvazione di tale legge potrebbe farla diventare una festa che rappresenta anche una conquista importante (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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