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PRESIDENTE. Passiamo all'interrogazione Grimaldi n. 3-06920 (vedi l'allegato A - Interrogazione a risposta immediata sezione 2).
TULLIO GRIMALDI. Signor Presidente del Consiglio, dopo il bombardamento su Bagdad un giornale ha iniziato l'articolo con queste precise parole: «Dove eravamo rimasti?».
l'Europa? Qual è la posizione del nostro Governo? C'è stato un silenzio veramente preoccupante da parte della nostra diplomazia e del nostro Governo su questo che, come è stato detto da tutte le parti, è un gravissimo atto di aggressione verso un paese sovrano.
PRESIDENTE. Il Presidente del Consiglio dei ministri ha facoltà di rispondere.
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. I bombardamenti ai quali l'onorevole Grimaldi si riferisce hanno interessato, come è noto, quattro posizioni radaristiche ed un centro di controllo collocati in punti diversi del territorio iracheno: uno di essi alla periferia di Baghdad.
PRESIDENTE. L'onorevole Grimaldi ha facoltà di replicare.
TULLIO GRIMALDI. Presidente, soltanto l'ipocrisia americana può giustificare una simile azione come un atto difensivo contro postazioni militari, che come tale è stato smentito da tutte le parti. Non c'è una sola fonte che abbia riconosciuto che in quel caso l'attacco fosse giustificato perché c'erano pericoli anche per quegli aerei che, diciamolo una volta per tutte, sono da considerarsi abusivi perché la no-fly zone non è stata assolutamente prevista da alcuna risoluzione dell'ONU. Ma c'è di più: tutte le fonti smentiscono che vi siano depositi o fabbriche di armi di qualsiasi genere che possano veramente mettere in pericolo la tranquillità di altri paesi. Gli americani, oltretutto, dispongono di satelliti e di mezzi sofisticati per intervenire e per sapere ciò che avviene nel territorio iracheno.
L'onorevole Grimaldi ha facoltà di illustrarla.
Eravamo rimasti ad un altro Bush, solo che allora vi era stata l'invasione del Kuwait; c'era un'alleanza che aveva al suo interno anche molti paesi arabi; c'era tutto il mondo occidentale che aveva, in un certo senso, appoggiato quell'iniziativa. Ora la questione è diversa: la Francia ha protestato; altri paesi come la Russia e la Cina hanno protestato; l'ONU è rimasta disorientata da questa iniziativa ed i paesi arabi sono in fermento. C'è oggi una solidarietà nei confronti di Saddam Hussein anche da parte di paesi che una volta erano in conflitto con l'Iraq. E l'Italia? E
I bombardamenti - hanno asserito le autorità dei paesi che li hanno effettuati - sono avvenuti per proteggere aerei angloamericani che volano nella cosiddetta no-fly zone, la zona nella quale è precluso agli iracheni fare alzare i loro aerei.
L'Italia partecipò, come è noto, alle operazioni del Golfo nel periodo ricordato dall'onorevole Grimaldi dopo l'invasione del Kuwait e a difesa dei diritti umani che il regime di Saddam Hussein sicuramente non rispetta, non ha mai rispettato e rispetto ai quali è indiscutibilmente un regime pericoloso.
Noi Italia, però, non abbiamo mai concorso né al concepimento della no-fly zone né alla sua difesa, non essendo essa prevista da risoluzioni delle Nazioni Unite ed essendo per di più estranea a qualunque intervento della NATO, di cui facciamo parte. Questa è, tra l'altro, la ragione per la quale, alla stregua degli altri Stati europei, fatti salvi naturalmente gli inglesi che partecipano a tali operazioni, non siamo stati informati della recente operazione. Ed è anche la ragione per cui vi è su tutto questo una consolidata valutazione dell'Italia. In base a tale valutazione, non sono queste le operazioni da compiere, ma l'attuazione delle decisioni dell'ONU, delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e quindi il controllo sulle armi di distruzione di massa che potrebbero ancora trovare nel territorio iracheno qualcosa di rilevante. In questo senso ci siamo adoprati e ci stiamo adoprando da tempo perché finalmente si arrivi a quel completamento delle ispezioni che l'ultima risoluzione delle Nazioni Unite richiede, garantendo, come è giusto, all'Iraq, che questo è un completamento che deve avvenire entro un tempo certo, pronti a reagire a tutte le violazioni di queste risoluzioni delle Nazioni Unite e pronti altresì, come è giusto, a porre fine, una volta accertato ciò che deve essere accertato, ad un regime di sanzioni che già ora sta provocando conseguenze non ammissibili nei confronti della popolazione civile dell'Iraq.
Quello che sta accadendo - su questo do ragione all'onorevole Grimaldi - trasforma il leader arabo, giustamente ritenuto il più pericoloso, nel leader forse più popolare nell'ambito di una opinione pubblica araba sempre più in fermento e sempre più esasperata anche per la questione palestinese. Questo è davvero un risultato opposto rispetto a quelli a cui dovremmo aspirare.
Vorrei ricordare le dichiarazioni rilasciate ad un quotidiano da un ex funzionario dell'ONU, ora sacerdote, Jean-Marie Benjamin: «La posta in gioco è altissima, di mezzo non c'è solo il petrolio iracheno. Il giorno in cui dovesse cadere l'embargo che dura da dieci anni e che ha già provocato un milione e mezzo di morti innocenti, in Iraq arriveranno esperti da tutto il mondo che potranno constatare che la contaminazione radioattiva non è un'invenzione. Allora l'Iraq potrebbe provare che sono state usate contro il suo popolo armi di distruzione di massa vietate dalle convenzioni internazionali». Vogliamo parlare di diritti umani che sarebbero violati in Iraq da parte di Saddam Hussein e dagli angloamericani? Questo è il punto!


