Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 860 del 15/2/2001
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(Introduzione della legge islamica in Nigeria)

PRESIDENTE. Passiamo all'interrogazione Pezzoni n. 3-05280 (vedi l'allegato A - Interpellanze e interrogazioni sezione 3).


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Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri ha facoltà di rispondere.

RINO SERRI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, com'è noto, la Nigeria è tornata da non molto tempo ad una vita democratica, dopo un periodo abbastanza difficile, anche drammatico, di dittatura militare. Il processo di consolidamento della democrazia in Nigeria è difficile, va avanti con lentezza e trova grandi ostacoli, uno dei quali è rappresentato dall'iniziativa, che investe nove Stati delle regioni del nord, di introduzione della legge coranica, della sharia, che sta provocando tensioni rilevanti tra l'etnia hausa (in maggioranza musulmani) e quella yoruba (in maggioranza cristiani), la prima concentrata soprattutto negli Stati del nord, la seconda presente soprattutto negli Stati del centro-sud.
Gli scontri più violenti, che testimoniano l'esistenza di tale tensione, si sono registrati dal febbraio 2000, quando vi sono stati circa un migliaio di morti nella città di Kaduna, la capitale dello Stato omonimo. Tali tensioni, scontri, incidenti si manifestano continuamente e vi sono stati anche di recente, non solo nel momento più acuto che ho indicato.
Il Presidente Obasanjo, eletto democraticamente all'inizio del 1999, è impegnato in un'azione che tende a garantire la convivenza civile e a consolidare la democrazia; egli lavora in favore di una riconciliazione nazionale sotto l'autorità del Governo federale. Il Governo nigeriano è impegnato anche - in tal modo rispondo ai quesiti posti dall'onorevole Pezzoni e dagli altri firmatari l'interrogazione - a difendere la vita e la proprietà dei residenti stranieri in Nigeria. In effetti, anche durante queste tensioni, non si sono registrate conseguenze particolari e particolarmente gravi per i cittadini stranieri.
Nell'impegno per la riconciliazione nazionale e per evitare queste tensioni si mobilitano anche altre forze: un contributo rilevante è venuto e viene dal Consiglio interreligioso nigeriano, che si sforza di mantenere costantemente aperto il dialogo e di impedire il precipitare delle tensioni. Non è da escludere che dietro a queste iniziative, che riguardano l'introduzione della sharia, possano operare anche gruppi legati a vecchi interessi che si erano consolidati durante la dittatura e che tendono ad evitare l'affermarsi della democrazia, anche indebolendo il ruolo e il potere del presidente Obasanjo.
Da parte italiana abbiamo avuto numerosi contatti e incontri con le autorità nigeriane e con lo stesso presidente Obasanjo: il Presidente D'Alema - ero presente anch'io - lo incontrò al Cairo; il Presidente Amato lo ha incontrato al vertice di Okinawa. Non solo, ma il presidente Obasanjo è stato in visita in Italia lo scorso anno. Noi abbiamo cercato di accompagnare un'azione di sostegno alla democrazia nigeriana, allo stesso presidente Obasanjo, con un invito ad operare per un clima di tolleranza religiosa, di rispetto dei diritti umani, quali elementi fondamentali del consolidamento della democrazia!
Noi pensiamo e continuiamo a pensare che la stabilità e il consolidamento delle istituzioni democratiche in Nigeria siano fattori essenziali per tutta l'area dell'Africa occidentale e per lo stesso continente africano. Come sapete, l'area dell'Africa occidentale è percorsa tuttora da tensioni e drammi (pensate alla Sierra Leone, ma anche ad altre crisi come quelle che purtroppo si sono recentemente verificate nella Costa d'Avorio, in Liberia ed altre ancora).
Il ruolo che una Nigeria democratica, solida e stabilizzata può assolvere è molto importante sia nell'Africa occidentale sia nel complesso dell'Africa. Anche di recente - proprio ieri - abbiamo ricevuto alla Farnesina una delegazione di tre paesi (Algeria, Nigeria e Africa) che stanno producendo una iniziativa, in vista del G8, per riprendere e sviluppare i temi della condizione dell'Africa, del suo sviluppo e della sua diversa partecipazione ai processi di globalizzazione in atto.
Per quanto riguarda poi i rapporti bilaterali, noi li stiamo riprendendo e


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sviluppando dopo un periodo nel quale erano stati rallentati nell'epoca della dittatura militare. Vi sono importanti accordi che stiamo stipulando. Di recente, vi è stato anche un accordo sui temi migratori, sulla riammissione dei clandestini (firmato a Roma nel settembre dello scorso anno), che funziona, ha cominciato a funzionare e potrebbe rappresentare un accordo importante come «apripista» anche per altri paesi dell'Africa sub-sahariana.
In questo quadro noi intendiamo sviluppare ulteriormente i nostri rapporti anche di cooperazione. Ad esempio, partecipiamo alla battaglia contro la malaria, della quale è stato alfiere e protagonista lo stesso presidente Obasanjo. Ad Abuja prossimamente avrà luogo una conferenza internazionale sulle malattie endemiche come l'AIDS, la malaria, la tubercolosi ed altre; e l'Italia partecipa con impegno a questa battaglia, anche stabilendo questo nuovo rapporto di stretta collaborazione con un paese come la Nigeria, di cui vogliamo contribuire a rafforzare la stabilità e la democrazia.

PRESIDENTE. L'onorevole Pezzoni ha facoltà di replicare.

MARCO PEZZONI. Signor Presidente, ritengo importanti e significative le cose che ci ha detto oggi, in risposta alla nostra interrogazione, il sottosegretario Serri.
Effettivamente questa interrogazione risale a quasi un anno fa, cioè al marzo del 2000. Noi abbiamo inteso proporla proprio perché sappiamo che la Nigeria ha un peso assai rilevante nell'area geografica dell'Africa occidentale e dire nell'intera Africa. Noi sappiamo che la Nigeria è il paese più popoloso dell'intera Africa. Ha dunque un peso non solo demografico, ma politico, economico e sociale assai rilevante.
Sottosegretario Serra, quello che ci preoccupa è che da allora ad oggi la sharia, come modello di realizzazione di uno Stato e di una legalità che si ispira direttamente al Corano, non è stata contenuta, non ha subito un'evoluzione significativa in alcuni paesi e a livello internazionale (dove la tendenza a confondere il nazionalismo, la difesa religiosa ed etnica e la sharia è diventata più forte), e non si è lasciata contaminare dalla cultura del pluralismo, del rispetto dei diritti umani e della democrazia. Mi riferisco a quei conflitti religiosi interetnici che ormai vanno dalle Molucche, così dimenticate ma nelle quali vi è una situazione drammatica, fino al centro dell'Asia (Afghanistan), per arrivare ad una crescente diffusione nella stessa Africa. Vi è una islamizzazione legittima dell'Africa e c'è un risveglio islamico che noi rispettiamo nell'Africa, ma quello che ci preoccupa è il modello di traduzione statuale e istituzionale che, mi risulta, sta prendendo piede anche in Somalia, che sta ancora consolidandosi e dando pochi segnali di apertura in Sudan. Questo è ormai diventato uno dei temi dominanti del conflitto interno e internazionale anche nei paesi che una volta erano, diciamo così, indenni da questo contagio che faceva pensare che ormai le soluzioni moderne fossero unicamente legate ad una identificazione con un certo tipo di realizzazione dell'Islam in un modello statuale totalizzante. Questo è ciò che ci preoccupa.
Credo inoltre che sia importante - è la mia riflessione di oggi - non solo un'attenzione alla Nigeria, come diceva il sottosegretario, alla Liberia, alla Costa d'Avorio, alla Sierra Leone e all'intera Africa, ma anche un salto di qualità strategico dell'Europa. Dopo il vertice che si è tenuto al Cairo (che mi pare sia già quasi dimenticato), che è stato il primo vertice tra l'Unione europea e l'Africa, mi sembra ci sia una grande assenza, non delle politiche o delle politiche umanitarie, non di una discussione sulle «condizionalità», ma della politica. Non c'è una strategia politica dell'Unione europea, e quindi anche dell'Italia, verso l'Africa. In assenza di un soggetto politico internazionale come l'Unione europea, lo voglio ricordare al sottosegretario, è ovvio che poi tutte le politiche al plurale, da quella della cancellazione del debito, a quelle di cooperazione, sono marginali e non decisive.


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Mi permetto inoltre di dire al collega Taradash che si dovrebbe avere una maggiore conoscenza per compiere una riflessione più profonda della stessa questione delle «condizionalità» e della cancellazione del debito.
La missione che la Commissione esteri della Camera ha compiuto nel Corno d'Africa (in Somalia, ma soprattutto in Etiopia e in Eritrea) ci ha fatto capire, attraverso il dialogo con Meles Zenawi, poco prima della guerra, che lui avrebbe comunque dichiarato guerra e intrapreso un conflitto armato con l'Eritrea, malgrado il 90 per cento della comunità internazionale, cioè quasi tutti gli Stati europei, il Canada e gli Stati Uniti avessero da mesi deciso di non dare più nessun aiuto, ne umanitario né finanziario. Anzi, questo è stato utilizzato da Meles Zenawi per dire che erano stati strozzati a livello finanziario e che comunque essi avevano nella guerra l'unica soluzione per i propri conflitti e le proprie contraddizioni interne.
Sappiamo bene che vi è ovviamente un uso politico, sempre e comunque, anche delle questioni relative a conflitti interni e internazionali. La debolezza dell'Etiopia, che è uno Stato federale, ma pluralistico, che in realtà non ha ancora trovato una transizione democratica, è stata risolta nel conflitto interno vedendo nell'Eritrea il nemico esterno, quindi, con una guerra nazionalistica che copriva le proprie contraddizioni.
In sostanza, la cancellazione del debito e le politiche di cooperazione sono comunque di accompagnamento alla questione centrale, che è quella della politica come capacità di intervenire davvero, in quanto Europa, con un modo nuovo per aiutare l'Africa ad essere sempre più un continente che affronta la questione della propria democratizzazione.
Voglio sottolineare, per finire, signor sottosegretario, il fatto che la Nigeria non è inclusa nella nuova cancellazione del debito che abbiamo previsto: sappiamo che, per motivi interni ed internazionali, la Nigeria non rientra tra i paesi che abbiamo individuato, come Italia, come club di Parigi, come paesi del G8 a Colonia, dopo Okinawa (vedremo a Genova). Attenzione, la questione del debito, signor sottosegretario, dovrà essere nell'agenda del vertice G8 di Genova e bisognerà prevedere una politica di inclusione, non di esclusione, anche rispetto alla cancellazione del debito, perché con l'esclusione favoriamo i fondamentalismi ed i nazionalismi.

PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze e delle interrogazioni all'ordine del giorno.

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