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PRESIDENTE. Passiamo all'interrogazione Taradash n. 3-05556 (vedi l'allegato A - Interpellanze e Interrogazioni sezione 2).
RINO SERRI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, come probabilmente l'onorevole Taradash sa, l'Italia ed io personalmente siamo coinvolti fino in fondo, con grande impegno, nella soluzione del conflitto che si è aperto tra Etiopia ed Eritrea e che è tuttora in corso.
stati 2 mila scambi di prigionieri, con un ritorno dei civili che sta avvenendo nelle terre dalle quali erano stati espulsi, in seguito al conflitto.
come contributo alla loro crescita civile, sociale ed umanitaria e alle condizioni di pace in un'area pur sempre particolarmente vicina alle nostre responsabilità e ai nostri impegni.
PRESIDENTE. L'onorevole Taradash ha facoltà di replicare.
MARCO TARADASH. Ringrazio il sottosegretario per la sua risposta. Naturalmente la mia interrogazione, recando la data 19 aprile 2000, è precedente agli eventi che hanno portato alla cessazione del conflitto ed alle iniziative adottate dalla comunità internazionale per giungere ad una pace durevole.
Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri ha facoltà di rispondere.
Il processo non si è ancora concluso anche se è ormai avviato ad una soluzione positiva. Ci siamo sforzati di perseguire innanzitutto l'obiettivo della cessazione delle ostilità ed il ripristino della pace riguardo ad un conflitto che aveva assunto, sin dall'inizio, dimensioni tragiche in riferimento alle decine di migliaia di vittime causate.
Come si sa, si è arrivati all'accordo del giugno 2000 per la cessazione delle ostilità e successivamente a quello di Algeri per la pace. Mi sono recato la settimana scorsa in Etiopia ed in Eritrea al fine di favorire quello che può essere definito l'atto conclusivo di una fase, vale a dire il ritiro delle truppe etiopiche dal territorio eritreo, che si compirà - l'accordo è stato stipulato a Nairobi la scorsa settimana - entro il primo marzo prossimo; contemporaneamente vi sarà la dislocazione delle forze di pace. In questo quadro, abbiamo seguito con particolare attenzione - la mia affermazione non è certamente di natura formale - la questione umanitaria da tutti i punti di vista, anche da quello rilevato dall'onorevole Taradash. Non c'è dubbio che nella fase iniziale vi siano state rilevanti e massicce deportazioni di cittadini eritrei da parte dell'Etiopia con espulsioni dal territorio etiopico. Non abbiamo dati precisi, ma la cifra indicata dall'onorevole Taradash nell'interrogazione credo sia realistica. Per fortuna la deportazione è cessata. Coloro i quali non sono stati deportati sono ancora molti, visto che circa 300 mila eritrei vivevano in territorio etiopico e di essi circa 200 mila sono ancora presenti in quel territorio; inoltre, non abbiamo notizie recenti di azioni discriminatorie pesanti - non escludo che permangano azioni discriminatorie più leggere - nei confronti dei cittadini eritrei che vivono in Etiopia.
Successivamente, vi è stata una raccolta in campi di detenzione con l'espulsione di cittadini etiopici da parte dell'Eritrea: ciò è avvenuto nell'ultima fase del conflitto e dopo il primo accordo sulla cessazione delle ostilità. Anche questo sembra oggi ormai finito.
Noi abbiamo agito in due direzioni. In primo luogo, abbiamo parlato con grande chiarezza ed in modo diretto con i vertici politici dei due paesi: io stesso ho sollevato la questione più volte sia con il primo ministro etiopico Meles Zenawi sia con il presidente eritreo Isaias Afeworki ai quali ho lanciato un appello per la cessazione delle deportazioni e delle discriminazioni e per il ripristino di condizioni di vita accettabili anche sul piano del rispetto dei diritti umani e delle minoranze. Va detto che, pian piano, questa pressione non solo nostra, evidentemente, ha conseguito risultati ed oggi sembra che la situazione sia molto meno negativa di quella che si poteva riscontrare qualche tempo fa, vale a dire all'inizio e durante il conflitto.
In secondo luogo, abbiamo attivato la Croce rossa internazionale.
La Croce rossa internazionale, che prima non aveva accesso perché non vi erano accordi in particolare con l'Eritrea, ha chiesto a noi di intervenire al fine di favorire tali accordi. Lo abbiamo fatto ed abbiamo ottenuto anche dei risultati nel senso che la Croce rossa è stata ammessa a controllare, a seguire tali questioni sia in Eritrea che in Etiopia; ad un certo punto ha anche favorito un trasporto meno traumatico di alcuni deportati, nella fase in cui le deportazioni erano ancora in atto, ed ha rappresentato un elemento in qualche maniera di freno rispetto ad iniziative discriminatorie o di violazione di diritti umani che potevano esserci e che probabilmente ci sono state.
Pertanto, il quadro che si configura adesso - lo voglio sottolineare positivamente - è quello di un processo molto rapido. Nelle ultime settimane ci sono
Questo ritorno, questo rientro dei civili potrebbe essere molto accelerato nelle prossime settimane perché si sta realizzando il ritiro etiopico dai territori eritrei e la dislocazione della forza di pace richiesta degli stessi protagonisti e in particolare degli eritrei, funzionerà anche come elemento di garanzia, di sicurezza per i cittadini che rientrano nelle loro case, nelle loro terre da cui erano stati espulsi di fatto a seguito del conflitto.
Dunque, come stavo dicendo, nell'ambito di un quadro che vede un processo di pace che sembra proseguire e consolidarsi, si prospetta una condizione migliore per quanto riguarda l'affermazione dei diritti umani, il ritorno dei profughi, lo scambio dei prigionieri. Una situazione che lentamente potrebbe configurare una normalizzazione che, anche se non si realizzerà in brevissimo tempo, noi perseguiamo con grande intensità. Lo facciamo sia come Italia sia come Unione europea. Immagino che voi sappiate che io rappresento la Presidenza dell'Unione europea e che il mandato è stato rinnovato ed ampliato nel senso che in esso si parla anche di ricostruire la collaborazione tra i due paesi. È questo l'obiettivo che ci proponiamo di perseguire perché, oltre a riguardare i due popoli interessati, attiene anche alla pace nell'area del Corno d'Africa che, come sapete, è tuttora tormentato da crisi serie, gravi e difficilmente solubili: da quella somala a quella sudanese.
Per quanto riguarda la forza di pace, voi sapete che sono 4.200 i caschi blu dell'ONU; c'è una forte presenza europea e dunque anche italiana. Noi copriamo la componente aerea con due aerei da trasporto, due da ricognizione, due elicotteri con i rispettivi equipaggi, il personale tecnico in un numero tale da consentire anche turnazioni. Inoltre vi sono una compagnia di sicurezza militare di 40 uomini e 50 mezzi per il trasporto a terra. Verificheremo nel prosieguo se sarà possibile prevedere dei ricambi.
Infine, per quanto riguarda la nostra cooperazione, vorrei precisare, rivolgendomi all'onorevole Taradash, che la cifra di 240 milioni di dollari si riferiva sia al passato che al futuro. Per quanto riguarda l'Etiopia, si tratta infatti di due programmi e non di uno solo.
Debbo confermare che sia l'Etiopia che l'Eritrea sono tra i primi 15 paesi con i quali l'Italia ha mantenuto e sviluppato un rapporto di cooperazione che in questa fase ha riguardato la questione umanitaria che è stata rilevante in rapporto al conflitto ma anche in rapporto alla siccità che ha colpito quei territori, determinando condizioni di fame e un vero e proprio disastro umanitario molto forte, soprattutto nell'area sud dell'Etiopia.
I due paesi - lo ripeto - sono prioritari per quanto riguarda sia l'azione umanitaria sia i problemi dello sviluppo. Ciò vale in particolare per l'Eritrea, dove siamo stati particolarmente impegnati nel processo di ricostruzione. Recentemente - dopo la data di presentazione dell'interrogazione -, circa due mesi fa, abbiamo deliberato lo stanziamento di 120 miliardi di lire per partecipare alla ricostruzione dell'Eritrea non solo in ambito umanitario per il rientro dei profughi, ma anche nei settori dell'agricoltura, della scuola e dell'energia elettrica. Come sapete, a Massaua era stata bombardata una centrale elettrica che noi italiani avevamo contribuito ad attivare e a potenziare. In sostanza, siamo riusciti con un impegno, che non è stato semplice, a mantenere un rapporto con i due paesi sviluppandolo e consolidandolo; abbiamo dato un contributo alla pace e non abbiamo sottaciuto, in un rapporto di franchezza, alcune severe critiche anche sul piano umanitario.
Per quanto riguarda le questioni sollevate dall'onorevole Taradash, ritengo che oggi esse possano essere considerate con minore preoccupazione perché ci si avvia ad una loro soluzione. Si può rafforzare la linea di collaborazione con i due paesi
Nella mia interrogazione denunciavo eventi riportati dai bollettini di Amnesty International: deportazioni di massa decise dal Governo etiope che coinvolgevano circa 50 mila persone, le quali avvenivano con modalità estremamente crudeli, le famiglie venivano separate, i maschi deportati mesi prima rispetto al resto della famiglia; le condizioni di detenzione durante la deportazione erano terribili, vi erano spesso donne incinte, i bambini arrivavano esausti e, a volte, morenti nei luoghi loro destinati. Tutto ciò solo per aver commesso il reato di essere di origine eritrea o di avere votato «sì» al referendum che aveva costituito il nuovo Stato. Ora la situazione è cambiata e naturalmente prendo atto dell'impegno del Governo italiano. Resta il problema di carattere generale sollevato dall'interrogazione: il negoziato in corso all'epoca per il contributo italiano allo sviluppo dell'Etiopia che consisteva, nelle varie tranche, in 240 milioni di dollari.
Ho discusso altre volte in aula - e colgo ora nuovamente l'occasione - sulle politiche di cooperazione allo sviluppo sostenendo che esse non devono essere condizionate. Spesso echeggiano nell'aula richieste di azzerare il debito pubblico dei paesi in via di sviluppo che sono in condizioni di povertà estrema, ma non ci si rende conto che questa richiesta, se non è condizionata, finisce semplicemente per alimentare ulteriori situazioni di sottosviluppo.
Ad esempio, gli interventi della comunità internazionale in occasione della carestia che ha colpito il Corno d'Africa nel 1998, che sono stati molto consistenti, hanno rappresentato un alimento non tanto per la popolazione quanto per la guerra dell'Etiopia perché, grazie all'aiuto internazionale, il Primo ministro Zenawi ha potuto garantire all'esercito il rifornimento non soltanto alimentare ma anche di munizioni. Ciò in un paese dove, secondo gli ultimi dati di bilancio pubblicati da Il Sole 24 ore, la spesa militare nel 1999 o nel 1998 era di 13 dollari a testa per abitante, quando l'80 per cento della popolazione viveva con un reddito quotidiano inferiore a due dollari.
Se gli aiuti allo sviluppo non rientrano in un tentativo di globalizzare anche la democrazia ed i diritti umani, diventano aiuti allo sviluppo delle dittature. Questo aspetto contenuto nell'interrogazione resta aperto, perché non mi pare che, in generale, la politica del nostro paese, molto spesso della comunità internazionale, in materia di aiuti allo sviluppo sia cambiata. Vi è una forma di assistenzialismo e di solidarismo che si trasforma nell'esatto contrario dei nobili principi morali che spingono molti a dichiarare la necessità dell'azzeramento del debito estero di tali paesi e di compiere interventi di solidarietà. Non è così: se non ci si renderà conto che dove esiste una cricca di potere militarista o corrotta, generalmente militarista e corrotta, le politiche umanitarie finiscono per avere, in realtà, conseguenze antiumane, credo che continueremo a commettere gravi errori.
La ringrazio comunque, signor sottosegretario, per l'impegno italiano profuso in questi anni e mi auguro che le politiche che verranno seguite andranno nella direzione di ottenere risultati concreti.


