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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
MARIA TERESA ARMOSINO. Signor Presidente, colleghi, dobbiamo preliminarmente far rilevare la provocazione costituita dalla decisione di esaminare un provvedimento importante e di rango costituzionale, quale quello volto al riequilibrio della rappresentanza dei sessi, quando ormai mancano credo solamente 10 sedute alla fine della legislatura. È infatti evidente che non si intende compiere un passo di civiltà quale questo, ma si vuole utilizzare questo provvedimento forse solo a fini propagandistici ed elettorali.
mimose, vale a dire il 10 marzo 1999 -, presentammo un emendamento, primo firmatario il presidente del gruppo di Forza Italia - vorrei sottolineare che non era l'emendamento delle donne di un partito, posto che i problemi di deficit di democrazia investono la società nel suo complesso e non solo una sua parte -, che mirava a fare in modo che il 5 per cento del contributo ai partiti fosse dato a condizione che questi ultimi si facessero promotori di una politica volta non ad aumentare il numero delle donne candidate, ma quello delle donne elette. Non possiamo sottacere che questa sinistra, che a circa 10 sedute dalla fine della legislatura iscrive all'ordine del giorno dell'Assemblea un provvedimento ambizioso volto a modificare una norma costituzionale - che per essere approvato richiede due letture da parte di ogni ramo del Parlamento -, rifiutò questo principio. Nella legge sul finanziamento pubblico ai partiti venne introdotta la cosiddetta «quota rosa» che non imponeva nulla, (cioè non un'attività, una presa di coscienza di coloro che sono i primi strumenti di democrazia, cioè i partiti, al fine di migliorare la situazione) se non un 5 per cento per l'attività delle donne. Ed allora non può non colpire doppiamente e in senso negativo la richiesta da parte di chi governa di calendarizzare, quando ormai nulla può più essere fatto, un provvedimento di questo tipo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pozza Tasca. Ne ha facoltà.
ELISA POZZA TASCA. Presidente, il ventesimo secolo è stato testimone di un cambiamento senza precedenti nelle vite e nei ruoli delle donne e degli uomini. Definito dai più il secolo delle donne, il novecento ha visto infatti l'affermarsi della forza femminile. Ma se oggi vogliamo parlare di diritti e di doveri delle donne in Europa, possiamo dire che, se diritti e doveri sono gli stessi dell'uomo, i
limiti che la donna incontra sono molto più ampi e le cifre ce lo dimostrano. Rappresento ormai da cinque anni il Parlamento italiano all'Assemblea del Consiglio d'Europa, di cui fanno parte ben 43 paesi; analizzando nel complesso i dati di questi paesi, si desume che il salario delle donne è inferiore del 30 per cento rispetto a quello garantito agli uomini. Su un totale di 140 milioni di salariati in Europa, solo 52 milioni sono donne che lavorano essenzialmente nel settore dei servizi (74 per cento), dell'industria (18 per cento) e dell'agricoltura (8 per cento). Il 74 per cento dei lavoratori part-time è prestato dalle donne. Fatta eccezione per i paesi scandinavi, pochissimi sono gli Stati che hanno attuato politiche di rivalutazione del lavoro di cura, che hanno permesso e garantito la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di cura.
nel rivedere per l'ennesima volta presentati dal ministro degli affari esteri tre candidati maschili per ricoprire incarichi internazionali. Allora mi chiedo: quali empowerment e mainstreaming applichiamo?
ANNA MARIA DE LUCA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Siamo alle dichiarazioni di voto e, pertanto, non le posso dare la parola.
ANNA MARIA DE LUCA. Presidente, la signora ministro non c'è né c'è alcun
rappresentante del Governo (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Il Governo deve essere presente in aula anche in questo caso. È indispensabile (Il sottosegretario Li Calzi entra in aula). Onorevole sottosegretario, se vuole accomodarsi, possiamo continuare (Commenti dei deputati del gruppo di Forza Italia).
ROSANNA MORONI. Il gruppo Comunista voterà a favore della modifica dell'articolo 51 della Costituzione, pur nella consapevolezza che si tratta di un voto simbolico, con l'intento di affermare comunque, prima dello scioglimento delle Camere, l'importanza, l'essenzialità del contributo femminile alla vita politica e istituzionale.
Ho sentito la convinzione e la determinazione a costruire una realtà diversa, più avanzata; una realtà più aderente alle condizioni e ai rapporti reali presenti nella società.
PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Moroni.
ANNA MARIA DE LUCA. Signor Presidente, continuo a notare l'assenza della signora ministro. Ha avuto circa dieci minuti di tempo per entrare in aula.
PRESIDENTE. Onorevole De Luca, il Governo è rappresentato. Non c'è nessun obbligo per il ministro competente per materia di essere presente.
ANNA MARIA DE LUCA. Mi scusi, signor Presidente, questo è un provvedimento di grande delicatezza che, secondo noi donne, richiede la presenza della signora ministro per le pari opportunità. La signora ministro però non è in aula.
PRESIDENTE. Onorevole De Luca!
ANNA MARIA DE LUCA. È forse impegnata ad allenarsi al tiro a segno?
PRESIDENTE. Onorevole De Luca!
ANNA MARIA DE LUCA. Infatti, non è possibile che la ministra per le pari opportunità non sia in aula oggi.
PRESIDENTE. Onorevole De Luca, se lei intende parlare, può farlo. Se non intende parlare, può rinunciare al suo intervento.
ANNA MARIA DE LUCA. No, non rinuncio.
PRESIDENTE. Ma non può imporre al Governo comportamenti che il Governo è libero di tenere in una maniera o nell'altra, né può imporre altri comportamenti a questa Presidenza.
ANNA MARIA DE LUCA. È una questione di opportunità.
PRESIDENTE. Onorevole De Luca, se vuole intervenire intervenga!
ANNA MARIA DE LUCA. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghe e colleghi, credo di aver affrontato ampiamente lunedì, quando sono intervenuta in quest'aula in sede di discussione sulle linee generali, la questione di merito del provvedimento che stiamo esaminando, il suo iter, nonché il contesto che in qualche modo l'ha prodotto, per cui, avendo pochissimo tempo a disposizione e non essendo mia abitudine ripetermi, e avendo parlato di passato e di presente, ritengo oggi che due parole vadano spese per il futuro, che credo e spero possa essere più felice - posso usare questa espressione - e debba riservare migliori occasioni alle donne che vogliono avvicinarsi alla politica.
una legge, legge costituzionale che aprirà poi la strada alle leggi ordinarie e così via. Comunque, nella XIV legislatura, sicuramente si dibatterà su questo punto e, sperando di essere qui, lo faremo. Speriamo vi siano persone aperte, anche uomini, che continueranno su questa strada. In questa sede molti hanno condiviso la nostra opinione e li ringrazio per la serenità di giudizio. Ritengo che le cose più importanti siano già state dette, quindi mi auguro che tutti quanti insieme si possa dare un segnale di maturità al paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Soda. Ne ha facoltà.
ANTONIO SODA. Signor Presidente, onorevoli colleghe deputate, onorevoli colleghi, consentitemi un'apparente divagazione storico-letteraria. Circa quattro secoli fa... (Commenti)...nella sua dimora sull'Esquilino, a poche centinaia di metri da quest'aula, a volte tanto indegnamente rappresentata, una donna, Margherita Sarrocchi denunciava la prepotenza maschile come cifra dominante delle relazioni umane, politiche, sociali, culturali, economiche, finanziarie e domestiche del suo secolo. Nello stesso tempo, dalle mura alte, triste, buie, soffocanti di un convento veneziano, Elena Tarabotti gridava inascoltata la violenza che racchiudeva le donne in angustie insoffribili, espressioni di pregiudizi, a volte maggiori verso le donne rispetto agli animali. Sovente, infatti, alle donne era perfino negato il diritto di mirare l'aria, come ella diceva.
che la proclamazione, anche solenne e costituzionale, del principio della parità formale non è sufficiente per realizzare la democrazia.
PRESIDENTE. Onorevole Soda, concluda perché ha superato ampiamente il suo tempo.
ANTONIO SODA. ...altrettanti potranno essere i provvedimenti. Da qui deriva la scelta del termine «provvedimento», con cui non si intende solo la legge ma anche l'atto amministrativo, la decisione giudiziaria o l'impulso politico che rimuovano gli ostacoli che tutti gli organi della Repubblica sono chiamati a
realizzare per garantire l'uguaglianza reale.
PRESIDENTE. Onorevole Soda, tenga conto anche dell'uguaglianza dei tempi! Ha già sforato di tre minuti.
ANTONIO SODA. I tempi della legislatura non consentono l'approvazione finale ma è importante, utile, prezioso, il voto su questa proposta di legge perché testimoni il nostro impegno reale in questa direzione e consenta nella prossima legislatura una rapida approvazione (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Prestigiacomo. Ne ha facoltà.
STEFANIA PRESTIGIACOMO. Vorrei dire subito che l'onorevole Soda ha un modo singolare di rappresentare la realtà, cioè l'onorevole Soda attribuisce, ascrive... La ringrazio, onorevole Soda, lei è molto raffinato...
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Prestigiacomo, anche per i tempi del suo intervento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nardini. Ne ha facoltà.
MARIA CELESTE NARDINI. Signor Presidente, va ricordato che una riforma così importante e di rango costituzionale non richiede necessariamente la presenza del Governo: tale compito attiene squisitamente al Parlamento e pertanto ritengo influente che ci sia o meno il Governo.
bene, vi voglio vedere, ma non alla televisione, in una schermaglia da quattro soldi tra donne, ma nella conduzione di una battaglia politica seria, che dia il giusto riconoscimento al mondo delle donne, di quelle donne che hanno combattuto duramente per affermarsi e per affermare non solo i propri diritti, ma la propria persona. Ecco, è lì che vi aspettiamo (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti)!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Paissan. Ne ha facoltà.
MAURO PAISSAN. I deputati Verdi, signor Presidente, voteranno a favore di questa modifica costituzionale che inserisce nell'articolo 51 la promozione, con appositi provvedimenti, della parità di accesso tra donne e uomini negli uffici pubblici e nelle cariche elettive, il che significa, sapendo come va il mondo, la promozione della presenza femminile nell'amministrazione e nella politica.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Scoca. Ne ha facoltà.
MARETTA SCOCA. Signor Presidente, fa riflettere il fatto che, a distanza di ben 54 anni dalla promulgazione della Carta costituzionale della Repubblica italiana, si senta la necessità di modificarla al fine di rafforzare la possibilità per le donne di partecipare alla vita pulsante del paese. Questa vita si svolge nelle istituzioni, negli uffici pubblici e, ovviamente, attraverso le cariche elettive e nella vita politica in senso lato.
dello Stato, nella vita militare e in ogni altra istituzione; si distinguono, in particolare, nelle libere professioni e in tutte le carriere che intraprendono con successo: a poco a poco sono effettivamente cadute tutte le preclusioni legate al sesso.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Luciano Dussin. Ne ha facoltà.
LUCIANO DUSSIN. La Lega nord Padania esprime un voto favorevole su questo provvedimento anche se ritiene opportuno fare qualche precisazione con riferimento ad alcune iniziative proposte per arrivare ad una concreta parità di accesso alle cariche elettive da parte delle donne.
vuol dire che non è più un problema di leggi ma di cultura per affrontare i reali problemi sociali e di impegni per superare ciò che frena l'espressione di tutte le potenzialità delle donne.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Ciapusci. Ne ha facoltà.
ELENA CIAPUSCI. Ho ascoltato con attenzione gli interventi dei colleghi e delle colleghe intervenuti prima di me. Vorrei partire da un'analisi relativa al male della politica. I cittadini si allontanano dalla politica perché non trovano una persona forte, in grado di emergere indipendentemente dal fatto che sia donna o uomo. Questo provvedimento intende favorire l'entrata in politica delle donne. A mio parere, se la persona - non la donna - è valida, emerge comunque, sia essa donna o uomo. Sono in Parlamento e ritengo di rappresentare i valtellinesi che mi hanno eletto, indipendentemente dal fatto che siano uomini o donne. Tutti dobbiamo affrontare difficoltà nel nostro lavoro, soprattutto le donne che certamente hanno gli stessi diritti, ma che devono superare maggiori difficoltà se vogliono emergere. Queste difficoltà temprano la persona, la donna, il politico. Credo di essere una dei pochi sindaci donne presenti in Parlamento; non sono l'unica sindaco donna nel paese, perché ce ne sono tantissime. Fanno bene il loro lavoro e certamente non sono state elette alla carica di sindaco perché una quota - che assomiglia tanto alle quote latte - abbia consentito loro di diventarlo. Probabilmente, sono emerse nei vari settori, anche in quello politico, esclusivamente perché avevano capacità che sono state in grado di far valere e di far comprendere agli altri.
nel nostro paese) che, qualora si rimanga incinta, si verrà licenziate. Questo è il diritto raggiunto attraverso un sistema sindacale che vuole proteggere ma che non dà altra contropartita.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Ciapusci.
MARCO TARADASH. Signor Presidente, mi chiedo anzitutto perché stiamo svolgendo questa discussione; tutti noi sappiamo benissimo, infatti, che il provvedimento in esame non ha alcuna possibilità tecnica - non dico politica - di essere licenziato dal Parlamento. Si tratta, allora, di una discussione perfettamente inutile, di un contentino che i presidenti di gruppo, quasi tutti maschi, hanno dato alle colleghe dell'altro sesso (Applausi di deputati del gruppo di Forza Italia e dei deputati Ciapusci e Napoli) per lavarsi una coscienza che, evidentemente, non hanno troppo tranquilla.
Ascoltavo prima sconvolto l'onorevole Soda dire che bisogna arrivare alla parità sostanziale, che lo Stato deve fare in modo di rimuovere tutto ciò che impedisce la parità sostanziale, anche le cose strutturali. Ha parlato dei tempi della politica: si dovrà, cioè, arrivare a proibire che la politica si consumi anche nelle ore della notte - immagino - per consentire la parità sostanziale? Certo, si può arrivare a questo, ma non deve essere la Costituzione a dirlo, non possono essere le leggi a imporlo, non si può andare avanti a forza di proibizionismi e di imposizioni di Stato cercando, attraverso lo Stato, la Repubblica, vale a dire i Governi, di imporre comportamenti alle persone, agli individui, finendo per azzerare le differenze, invece che moltiplicare l'uguaglianza attraverso la moltiplicazione delle differenze!
maschio, ma questo sarebbe l'esito di una norma che prevedesse le quote.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Bastianoni che aveva chiesto di parlare per dichiarazione di voto: s'intende che vi abbia rinunziato.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, i parlamentari del CDU voteranno a favore del provvedimento, però vorrei fare qualche valutazione a commento del dibattito che ho seguito. Ovviamente tali valutazioni nascono da un'esigenza di chiarimento.
dichiararsi a favore del provvedimento in esame e pertanto voteranno a favore, ma certamente rimangono grandi dubbi e perplessità. Se infatti il provvedimento dovesse sollecitare quote e riserve, sarebbe non una previsione di parità, ma una norma che faciliterebbe e accompagnerebbe uno squilibrio fra i sessi, il che, ovviamente, violerebbe le previsioni contenute nell'articolo 3 e nell'articolo 51 della Costituzione, che viene modificato (Applausi dei deputati del gruppo misto-CDU e di deputati del gruppo di Forza Italia).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Armaroli. Ne ha facoltà.
PAOLO ARMAROLI. Signor Presidente, penso di interpretare i sentimenti unanimi dell'Assemblea se dico de hoc satis, per almeno due ragioni: la prima, perché effettivamente le dichiarazioni di voto, mai come adesso, sono state plurime, lunghe ed accalorate; la seconda, per il fatto, presidente Jervolino, come ricorderà, che sono già intervenuto e, anche se nutro un dubbio, non posso che confermare quanto ho già detto in sede di discussione generale. Alleanza nazionale, quindi, voterà a favore di questa modifica costituzionale, anche se non può fare a meno di nutrire molte perplessità sul testo, perché si tratta di una riforma placebo, che non farà male ma che probabilmente non farà neppure del bene.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Bastianoni. Ne ha facoltà.
STEFANO BASTIANONI. Signor Presidente, desidero solo annunciare il voto favorevole dei deputati di Rinnovamento italiano sulla proposta di legge costituzionale di modifica dell'articolo 51 della Costituzione, in materia di parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Lucchese. Ne ha facoltà.
FRANCESCO PAOLO LUCCHESE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di legge in esame è intempestiva e non è stata presentata nei giusti tempi in quanto siamo alla fine della legislatura, quindi, si vuole affermare un principio che, in effetti, è già contenuto all'articolo 51 della Costituzione. Secondo alcuni essa vuole sollecitare la cattiva coscienza degli uomini che sono contro le donne, ma io credo che, in definitiva, se la si considera un modo per ribadire quanto già affermato nel suddetto articolo e che, in altre occasioni, abbiamo votato - come è accaduto per la riforma dello Statuto siciliano -, possiamo essere d'accordo nel merito, anche se non sarà raggiunto l'obiettivo di approvarla in questa legislatura.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Napoli. Ne ha facoltà.
ANGELA NAPOLI. Signor Presidente, ho chiesto di parlare in dissenso dal mio gruppo, non per esprimere un voto diverso rispetto alla dichiarazione di voto fatta dall'onorevole Armaroli a nome del gruppo di Alleanza nazionale, ma perché intendo lasciare agli atti la mia visione su questo argomento.
femminile che in questo momento ci ascolta, se sia vero o meno che la Costituzione italiana oggi consente la pari opportunità di accesso alle liste. È vero o no che deve essere invece modificata la cultura dei partiti, la cultura dell'elettorato (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia e del deputato Ciapusci) e, soprattutto, quella del mondo femminile? Anche quando avremo garantito questa pari opportunità di accesso, che - lo ribadisco - è già garantita, trovate le donne italiane oggi disposte a scendere in politica; trovate le donne italiane disposte a votare da elettrici per la candidata donna; trovate i partiti che realmente tutelano le capacità della donna! Non serve continuare a prenderci in giro, non basta continuare a presentare modifiche beffa ad una Costituzione che, per la prossima tornata elettorale, rimarrà invariata. Diciamo chiaramente la verità e ciascuno abbia il coraggio delle proprie azioni!
ANNA MARIA DE LUCA. È un atto politico!
ANGELA NAPOLI. Io ce l'ho e per questo dichiaro di votare contro questo provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale e del deputato Stajano).
ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Signor Presidente, vorrei semplicemente chiedere alcune cortesie. La prima la chiedo ai colleghi di tutti i partiti politici qui presenti, quella di leggere il resoconto non solo della discussione sulle linee generali che si è svolta lunedì scorso, ma anche quello del lungo lavoro che si è svolto presso la Commissione affari costituzionali e soprattutto quello relativo alla indagine conoscitiva estremamente seria ed approfondita che abbiamo portato avanti in tempi non sospetti, perché così tante delle obiezioni e delle richieste che sono state qui fatte avranno una risposta che il tempo non mi consente di dare.
ROSA JERVOLINO RUSSO, Presidente della I Commissione. Dico che questa
legislatura non è stata inutile perché, non solo sul piano delle modifiche degli statuti delle regioni a statuto speciale (come ha ricordato qualcuno) è stato inserito il principio del riequilibrio della rappresentanza, ma anche perché, su emendamento della collega Moroni, nella modifica del titolo V della parte II della Costituzione questa possibilità, questo dovere delle istituzioni è stato inserito anche per le regioni a statuto ordinario.
PRESIDENTE. La ringrazio, presidente Jervolino Russo.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Armosino. Ne ha facoltà.
Stante questa premessa, per quanto riguarda il merito dobbiamo osservare il fatto che, mentre nel paese vi è stata una sorta di «femminilizzazione» di molte professioni, dalla magistratura all'insegnamento, nelle sedi elettive registriamo un numero sempre più decrescente di donne. Ciò testimonia il divario esistente tra il paese reale e quello che possiamo definire il paese legale.
Condividiamo quanto stabilito dalla Corte costituzionale in relazione alla modifica di una norma legislativa che, per il riequilibrio della rappresentanza, aveva introdotto il sistema delle quote; tuttavia, proprio partendo dalla sentenza della Corte costituzionale, riteniamo non si debba parlare di quote di categorie, ma si debba considerare la realtà per quello che è, vale a dire nella duplicità originaria dell'essere umano, il quale può essere indifferentemente uomo o donna. È su questo che dobbiamo riflettere al fine di portare nelle aule del Parlamento e delle altre istituzioni quanto meno la rappresentanza femminile che registriamo nel mondo dell'economia, della scuola e delle altre attività.
C'è un'altra osservazione che vorrei svolgere. La politica in Italia viene finanziata con un contributo ai partiti, ma omettiamo di considerare che il 36 per cento delle donne italiane lavora e percepisce redditi soggetti a tassazione, contribuendo così al finanziamento della politica. In epoca non sospetta, vale a dire quando a questo provvedimento si sarebbe potuti arrivare con l'intenzione di approvarlo e non con quella invece di usarlo a scopo propagandistico o, se fosse più meritevole, a scopo esclusivamente pedagogico, a seguito dell'emanazione della sentenza della Corte costituzionale, ci eravamo posti il problema di come procedere ad un riequilibrio di rappresentanza. In occasione dell'esame del provvedimento, che poi divenne la legge n. 157 del 1999 - che fu esaminata dall'Assemblea due giorni dopo lo sfiorir delle
Avevamo anche presentato, in modo provocatorio, una proposta di legge di modifica dell'articolo 55 della Costituzione. Certo, sappiamo anche noi che la modifica di una norma costituzionale può diventare operante solo dopo che è stata approvata una specifica legge statale. Tuttavia, ci è stato detto (ed abbiamo letto) che la modifica dell'articolo 55 avrebbe inciso sulla rappresentanza della Camera dei deputati e del Senato. Abbiamo letto dotti ed autorevoli pareri, abbiamo sentito le risposte dei colleghi della sinistra che ci hanno detto che avremmo affrontato solo una parte dell'argomento, lasciando, per così dire, scoperte tutte le altre competizioni ed elezioni (quelle regionali, provinciali e comunali). Ebbene, non può sfuggire a nessuno quanto falsa e mendace sia quest'affermazione. Falsa e mendace poiché coloro che, a fronte di una richiesta di riforma dell'articolo 55 della Costituzione, si indignarono adducendo pretese argomentazioni giuridiche sono coloro che hanno inteso far sì che in Italia sia vigente una norma aberrante che consente di procedere al riequilibrio di rappresentanza nelle regioni a statuto speciale ed impedisce che il riequilibrio di rappresentanza avvenga nelle regioni a statuto ordinario.
Mi rendo altresì conto che porre questo problema allo scadere della legislatura, se da un lato facilita la soluzione, perché avviene a mo' di propaganda e perché non abbia un concreto effetto, dall'altro significa dire - o significherebbe, se potesse avere una concreta applicazione - a tutti i colleghi di questa Camera e dell'altra: per cortesia, fatti più in là!
Su questo problema l'orientamento di Forza Italia, ferma la denuncia che è stata fatta e che riteniamo preliminare ed assorbente, è di esprimere comunque un voto favorevole, non perché lo strumento indicato sia quello idoneo a risolvere e a riequilibrare la rappresentanza ma perché intendiamo intraprendere, contro il volere della sinistra, un percorso diverso di civiltà in un paese che è maturo per ridurre quelle che sono le differenze tra quanto avviene, per esempio, in quest'aula e quanto avviene nel mondo che ci circonda.
Il paradosso è sancito persino nelle Costituzioni: gli uomini e le donne sono uguali. Dall'Irlanda alla Russia, dalla Spagna alla Finlandia, alla Bulgaria, le Costituzioni sanciscono uguaglianza di diritti e di opportunità, garantiscono gli stessi diritti politici e civili, ma ancora a troppe poche donne nella grande Europa è garantita la possibilità di accedere ai posti decisionali. Recentemente qualche successo è stato raggiunto: in Germania, ad esempio, la proporzione delle donne che siedono nei Parlamenti dei Länder, dal 10 per cento dei primi anni ottanta è passata a più del 30 per cento negli ultimi tempi. Nello stesso periodo, la percentuale delle donne all'interno del Bundestag si è quadruplicata, passando dall'8,5 per cento al 31 per cento della nuova legislatura. In Francia, grazie ad un'azione di sensibilizzazione nel Parlamento e nell'opinione pubblica promossa da Jospin, si è costituzionalizzato il principio dell'equilibrio della rappresentanza ed i risultati elettorali hanno subito premiato la presenza femminile nelle istituzioni. Ma, a parte le eccezioni, a livello più esteso, all'interno dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa le donne rappresentano solo il 14 per cento dei membri.
Siamo sempre, quindi, lontani da una parità reale e sempre più vicini ad una democrazia incompiuta. Le statistiche della presenza delle donne italiane negli organismi decisionali ci parlano poi di piccoli, piccolissimi numeri. Il Governo Amato ha diminuito la presenza femminile: una ministra e due sottosegretarie in meno rispetto al precedente Governo D'Alema; alla Camera dei deputati, 70 deputate su 630 membri (11 per cento) costituiscono il fanalino di coda dell'Europa (basti pensare al 21,6 per cento della Spagna, al 18,7 per cento del Portogallo, al 17 per cento della Lettonia); al Senato della Repubblica, le 26 senatrici su 326 senatori (8 per cento) ci portano nelle classifiche europee al di sotto della Repubblica Ceca e della Polonia (11 per cento) per non parlare poi della Svizzera (19,6 per cento) o del Belgio (28,2 per cento); nelle consultazioni del giugno scorso per il Parlamento europeo, l'Italia è passata da 12 a 10 seggi, ovvero dal 13,8 per cento all'11,5 per cento, con una diminuzione del 2,3 per cento; come dato comparativo basti pensare che la presenza femminile nel Parlamento europeo è aumentata dal 27 al 30 per cento e che Francia, Germania, Austria, Spagna ed Olanda hanno superato un terzo di presenza femminile. Potrei continuare, Presidente, con molti altri dati che riguardano le donne sindaco, quelle presidenti di provincia e l'unica donna presidente di regione, nonché le donne consigliere, ma preferisco procedere con queste considerazioni.
Il 25 maggio scorso, attraverso la presentazione di una interpellanza urgente, firmata e sottoscritta da molte parlamentari, ho richiesto alla nuova ministra per le pari opportunità, Katia Bellillo, quanto della piattaforma di Pechino fosse stato realizzato in Italia e se empowerment e mainstreaming fossero rimaste parole virtuali o se avessero trovato cittadinanza nella realtà. Dopo risposte giustamente rassicuranti, sulla base di un lavoro intenso svolto dal centrosinistra per la promozione delle donne, immaginate il mio stupore la settimana scorsa, colleghi,
Al di là del valore simbolico che l'approvazione di questo testo rappresenterà per l'Assemblea, sappiamo benissimo che il provvedimento in esame non potrà mai introdurre una vera e propria modifica costituzionale, perché i tre mesi necessari per la seconda lettura non vi sono.
Tuttavia, abbiamo di fronte alcune scadenze e, se quello che stiamo facendo può assumere un valore reale e non virtuale, facciamo sì, presidenti dei gruppi parlamentari e segretari di partito, che le donne non vadano nelle prossime elezioni politiche a «tappare» i buchi, che non siano considerate «donne giuste nei posti sbagliati», perché delle due l'una: o il paese normale - quello del sociale, dell'economia, della pubblica amministrazione, dove le donne si sono progressivamente affermate - è un pese virtuale oppure è il paese della politica ad essere anomalo, poiché non riconosce spazi alle donne. Non è una questione di quote, colleghi, ma di democrazia.
Un'ultima considerazione. Ieri è stato votato un provvedimento a tutela delle donne vittime di violenze familiari; forse - me lo auguro - nei prossimi giorni verrà finalmente votato anche il testo contro il traffico degli esseri umani e delle donne. Non dovremmo, forse, fare una riflessione più ampia sul fatto che abbiamo avuto cinque anni di legislatura per approvare questi provvedimenti ed ora, alla fine, siamo con l'acqua alla gola? Non è questo un discorso di maggioranza ed opposizione, perché entrambi avremmo potuto richiederne la calendarizzazione; è un discorso di scarsa attenzione su provvedimenti che riguardano la dignità delle donne e la democrazia sostanziale. È un problema culturale, colleghi, e la donna schiavizzata nelle nostre strade è l'interfaccia della scarsa rappresentanza femminile nelle istituzioni rappresentative.
Una volta la forza delle donne era nella capacità di superare gli steccati. Oggi, a quanto pare dagli ultimi episodi televisivi, non accade nemmeno questo. Credo che anche noi donne delle istituzioni dovremmo ripensare il nostro linguaggio, affrancarci dal «politichese», modificare il nostro modus operandi, parlare alle donne, ma anche agli uomini, ovvero ai cittadini della res pubblica, su quanto valido sia stato e continui ad essere nella storia della società l'apporto delle donne.
Non basta più un movimento come quello degli anni settanta e ottanta né bastano le donne della politica istituzionale. Ci vuole un coinvolgimento più grande, di cui facciano parte le donne che conoscono il governare, che conoscono le regole del gioco, che abbiano già vinto ed abbiano voglia di far vincere le altre donne. Anche le associazioni dovranno svolgere un ruolo più partecipato, essere più vicine alle singole realtà e sensibilizzare maggiormente i giovani, altrimenti si lascerà alle nuove generazioni un'eredità imperfetta.
Solo una forza propulsiva così grande, concludo Presidente, che scuota l'opinione pubblica, che radichi la convinzione che «più donne equivale a più civiltà, più stabilità, più democrazia», potrà modificare la situazione, altrimenti ogni richiesta cadrà.
Il voto dei deputati del gruppo dei Democratici-l'Ulivo su questo provvedimento sarà senza dubbio positivo; tuttavia, non perdiamo l'ennesima chance di rendere fatti gli atti che qui dentro con tanta enfasi affermiamo e difendiamo (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici-l'Ulivo).
Credo che questa sia una questione troppo importante perché non sia degna di attenzione da parte del Governo (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia)!
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Moroni. Ne ha facoltà.
Nel corso della discussione sulle linee generali di lunedì ho già espresso le posizioni del mio gruppo; quindi, sarò estremamente sintetica. Oggi desidero solo aggiungere alcune considerazioni, sollecitate dalla lettura questa mattina di un articolo firmato da una donna che stimo e che da sempre si è impegnata nelle battaglie femminili. Mi ferisce - e credo di non essere la sola - che oggi, proprio questa donna, si riferisca all'impegno per la modifica dell'articolo 51 della Costituzione in termini di «melassa unitaria in nome del vittimismo femminile, quando c'è da far fronte comune per ottenere più candidature rosa nelle liste». Mi sembra ingiusto e infondato che si voglia leggere un interesse corporativo, un atteggiamento di autocommiserazione, una lamentela dettata da inconfessate ambizioni personali, nell'impegno per una modifica costituzionale che ambisce invece a dare risposte alla preoccupante assenza femminile nelle istituzioni, a rendere veramente effettiva e democratica la rappresentanza, ad avvicinare politica e istituzioni alla società reale.
Speravo e continuo a sperare comunque che dal paese - soprattutto dalle sue parti più sensibili al tema della partecipazione democratica alle decisioni, dalle parti più convinte dell'eguale dignità dei generi femminile e maschile e del prezioso quanto inutilizzato patrimonio insito nel pensiero e nell'esperienza femminile - venissero sostegni e incitamenti, suggerimenti e contributi e non una critica tanto gratuita quanto discutibile! In ogni caso, vi sarà sicuramente tempo di riprendere l'argomento e di farlo divenire - mi auguro - tema di interesse generale, come stanno tentando di fare le donne dell'Arci con la loro campagna per la democrazia paritaria.
Siamo tutti ben consapevoli che le leggi non possono di per sé avere effetti miracolosi, tanto meno quando si tratta di situazioni caratterizzate da un'estrema complessità, quando le radici di un problema sono tante e aggrovigliate; ma crediamo allo stesso tempo che non si debba cedere ad atteggiamenti di rassegnata passività e di immobile attesa di un cambiamento culturale che appare decisamente lontano!
L'approvazione della modifica odierna, che significativamente assegna alla Repubblica il compito di promuovere la parità di accesso - e precisa - con appositi provvedimenti al fine di evitare rischi di elusione del principio, ci sembra un contributo non secondario alla costruzione di condizioni sociali e culturali più avanzate, alla diffusione di una maggiore consapevolezza della necessità per la stessa democrazia di una partecipazione significativa delle donne ai processi più importanti. In questo non vedo vittimismo, né corporativismo, vedo invece ancora una volta l'intelligenza, la saggezza e la consapevolezza delle donne.
Non ho sentito dalle mie colleghe lamentele prive di dignità lunedì scorso; ho sentito semmai l'analisi lucida e consapevole di una realtà inaccettabile: quella che vede la maggioranza del corpo sociale esclusa da ruoli decisionali significativi!
Ognuno di noi ha, naturalmente e legittimamente, proprie convinzioni sui modi e sulle forme migliori per realizzare quest'ambizione; ma di una cosa ne sono certa e ne siamo tutte convinte: la presenza femminile nei partiti e nelle istituzioni non è un interesse esclusivo delle donne, ma un interesse generale, un bisogno dell'intera comunità umana. Se in questo si vuole vedere per forza un trasversalismo deteriore, pazienza! Io ci vedo un forte senso di responsabilità che non viene ingabbiato in nome delle proprie convinzioni o appartenenze e che ovviamente non le intacca né le condiziona. Mi auguro che quella che è stata definita con sufficienza una «melassa unitaria» rappresenti un segnale politico per il nostro paese e riesca ad aprire gli occhi a tutti i partiti e a far comprendere che uno degli elementi più significativi del non voto è dato proprio dalla stanchezza delle donne, dalla delusione, dalla sempre maggiore fatica a riconoscersi in una politica che non comprendono e che non le comprende. Parimenti, mi auguro che sapremo fare buon uso della multiformità dei pensieri femminili, anche dialetticamente contrapposti, ma tutti egualmente meritevoli di rispetto e di attenzione, avendo tutti rilievo e dignità eguali.
Mi auguro che sapremo evitare quegli atteggiamenti che sembrano voler circoscrivere la migliore sensibilità femminile a poche elitarie avanguardie intellettuali. Solo un'accettazione rispettosa delle differenze, un dialogo autentico tra le diverse culture femminili, una reale capacità di darci ascolto e forza reciproca potranno consentirci di raggiungere il necessario parallelismo tra ruolo sociale e ruolo istituzionale delle donne e di riconoscere eguale voce e eguale dignità ad una espressione del genere umano (Applausi).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole De Luca. Ne ha facoltà.
Siamo vicini ad una tornata elettorale importante perché ci saranno amministrative di livello diverso e quindi di diversa importanza. Si terranno elezioni provinciali e comunali che interesseranno anche città capoluogo - e quindi saranno molto importanti - e poi non si può certo trascurare l'importanza fondamentale delle imminenti elezioni politiche.
Mi corre l'obbligo, l'onore e la responsabilità, in qualità di rappresentante di tante donne di Forza Italia che in questo momento mi stanno ascoltando, nonché in quanto dirigente nazionale per le pari opportunità, di levare una voce, anche esile (mi rendo conto) ma chiara, non a tutela delle donne del paese, perché di tutela non hanno bisogno, di essere la loro portavoce. Scendendo nel concreto, come è mia abitudine nell'analisi di tutte le questioni, non credo vi siano grossi problemi al livello della composizione delle liste comunali: in base alla mia esperienza nelle passate esperienze, infatti, almeno in Forza Italia, abbiamo avuto una certa difficoltà a trovare un numero sufficiente di donne competenti da inserire nelle liste.
I problemi sorgono salendo di livello, per le liste dei consigli provinciali, per quelle dei consigli regionali, quando dovranno essere eletti, e soprattutto per le elezioni politiche nazionali. Sto pensando a tutti i posti di governo nelle città, agli assessorati, alle giunte in cui dovrebbe essere espressa una adeguata rappresentanza, competente e capace, che nel paese esiste, di donne che premono (almeno in alcune regioni, perché in altre purtroppo siamo ancora un pochino indietro) per poter dimostrare le loro capacità. Ricordiamoci che le donne sono maggioranza nel paese e nel corpo elettorale. Per carità, so che negli statuti di alcuni partiti presenti in quest'aula (non li indico per una questione di correttezza) sono previste quote: nello statuto di Forza Italia, non abbiamo quote, ma mi corre l'obbligo di sottolineare che, pur non essendovi quote, abbiamo una percentuale di donne elette uguale a quella di partiti che hanno le quote. È un dato importante, perché indica che noi, forse, candidiamo meno, ma con più attenzione e per i posti in cui le donne possono veramente avere la massima chance di essere elette.
Credo che, in questo momento così importante, in cui due schieramenti stanno preparando le squadre nazionali del futuro Governo, anche a questo livello si debba pensare ad un'omogeneità nel rispetto di ciò che esiste nel paese, rispetto alla sua composizione elettorale. Come, con quale motivazione lasciare esclusa non una quota (non voglio usare questa brutta parola, che non condivido), ma una rappresentanza adeguata di quelle capacità, di quelle differenze di genere che non possono che arricchire qualsiasi governo comunale, regionale o nazionale?
Ritengo che voi, signori colleghi - mi riferisco proprio al genere maschile presente in quest'aula, credetemi con tutto il rispetto e la considerazione -, per le vostre competenze, sappiate che, se questo provvedimento venisse approvato, come speriamo, dall'Assemblea, si tratterebbe, in questo momento, solamente di un atto politico ma di grandissimo valore, che ognuno di voi potrà spendere a proprio beneficio nel proprio collegio quando sarà venuto il momento; tuttavia, esso non creerà «nessun danno», perché si tratta di un provvedimento di rango costituzionale, per cui non vi è assolutamente il tempo necessario per farlo diventare effettivamente
Da quell'epoca il cammino di emancipazione della donna, lungo, faticoso, travagliato e doloroso ha portato nelle Costituzioni e nei trattati internazionali all'affermazione del principio di eguaglianza, ma non per tutte le donne del pianeta. Dunque, credo che a tante donne del pianeta debba andare la commossa partecipazione di quest'Assemblea che sta sviluppando un processo di avanzamento sul terreno dell'eguaglianza, mentre esse sono ancora in quelle tristissime condizioni descritte secoli fa.
Poiché dalla rappresentanza formale alla rappresentanza reale e all'eguaglianza sostanziale il cammino è ancora lungo, colleghe e colleghi, ecco l'importanza, l'eccezionalità di questa proposta di legge.
Francamente mi dispiace che qualche donna non abbia colto il valore e la portata storica della stessa. Nella relazione che accompagna il testo, l'onorevole Mancina fa un'analisi storico-costituzionale, sociale e giuridico-comparativa eccezionale per la sua completezza e profondità.
Da essa dobbiamo muovere per comprendere il significato e la prospettiva di orizzonti che sul terreno della democrazia questa proposta apre ad un intero popolo e non solo alle donne.
La necessità della modifica dell'articolo 51 della nostra Carta, che pure all'epoca rappresentava un passo rivoluzionario in direzione della reale affermazione dei diritti delle donne, nasce dalla consapevolezza che la disposizione attuale, pur avendo importato le necessarie modifiche della legislazione ordinaria sul diritto di accesso delle donne ai pubblici uffici - mi riferisco, in particolare, alla legge 9 febbraio 1963, n. 66, che aprì alle donne l'accesso all'alta dirigenza delle pubbliche amministrazioni ed alle funzioni giurisdizionali, fino ad allora negato, ancorché fosse stata approvata la Carta costituzionale - e pur avendo, dunque, una portata rivoluzionaria, presenta elementi di ambiguità, quegli stessi elementi che logorarono per lungo tempo la dottrina, la giurisprudenza, anche costituzionale, ed i politici, nella prospettiva di una possibile assunzione del sesso come requisito specifico di talune singole cariche e uffici pubblici.
Ma soprattutto, anche al di là di questa ambiguità, la disposizione attuale lega il diritto all'uguaglianza, di cui all'articolo 3 della Costituzione, al principio della rappresentanza - l'accesso alle cariche elettive -, esclusivamente sul terreno formale. È ormai di comune acquisizione nella scienza politica, storica, sociale e giuridica
Ove permangano condizioni reali - culturali, lavorative, strutturali, nell'organizzazione delle imprese, delle istituzioni sociali in generale, nella ripartizione del lavoro di cura fra uomo e donna, nella funzione della stampa, nella struttura dei partiti, nella natura e nei tempi della politica, nei meccanismi di formazione delle classi dirigenti in tutti i movimenti associativi, nelle condizioni operative di svolgimento delle funzioni nelle sedi di rappresentanza, tra cui la nostra stessa sede - che ostacolano ed escludono di fatto dalla rappresentanza la metà ed oltre del genere umano - il genere femminile -, la democrazia è povera, la rappresentanza è incompiuta, il potere mantiene il suo nucleo di conservazione maschilista ed è, quindi, un potere dimezzato, anche nella fonte stessa di legittimazione democratica.
Accanto a questa consapevolezza, si colloca un'altra certezza ormai acquisita, cioè che i processi storici spontanei non sono sufficienti per il superamento di queste condizioni reali di disuguaglianza. I processi spontanei non sono sufficienti e dunque vanno modificati, trasformati, accelerati, accompagnati.
In questa analisi trova radice e forza la scelta di un intervento riformatore sull'articolo 51 della Costituzione. Badate che il testo proposto - non vorrei fare polemiche, ma alcune colleghe del Polo mi ci trascinano - è quello della collega Mancina e di altri, che è stato presentato il 2 marzo 1999, come ha ricordato la relatrice, mentre tutti gli altri vengono dopo, sono al seguito. Quindi la responsabilità sui tempi per cui non potremo far diventare questo testo legge costituzionale non può essere imputata né al nostro gruppo né alla relatrice, cui va il merito della spinta originaria propulsiva che abbiamo voluto dare al provvedimento.
Il testo espressamente sceglie di non esaurire, come pure abbiamo fatto in altri testi costituzionali, la questione della rappresentanza integrale dei generi nelle istituzioni nella previsione della legittimazione costituzionale delle quote di genere nelle leggi elettorali. La scelta compiuta, a mio avviso, non esclude la possibilità della previsione delle quote come garanzia di accesso alla competizione elettorale, non certo come garanzia di risultato. E in questo senso la pronuncia della Corte Costituzionale n. 422 del 1995 sull'illegittimità delle quote è una sentenza che non ha colto il senso della legislazione sulle quote che è diretta a provvedere e a garantire le condizioni della candidatura delle donne, non certo la loro automatica elezione che sconvolgerebbe il principio di uguaglianza del voto e della rappresentanza.
Il testo prospetta il superamento o quanto meno un'integrazione della nozione tradizionale di rappresentanza politica, quella che esaurisce la rappresentanza nella proclamazione della formale uguaglianza di tutti gli individui, a prescindere dal genere, per attingere ad una nozione di rappresentanza reale di tutto il popolo nelle sue specificità e nelle sue differenze ed affronta il nodo irrisolto degli ostacoli che impediscono la reale eguaglianza. Qui si ricollega al secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione e dunque alla funzione di dare compiutezza alla democrazia e di rendere democratico il potere ed il suo esercizio. E come tanti sono ancora gli ostacoli che si frappongono all'eguaglianza reale (dalle condizioni effettive di lavoro alle condizioni operative di lavoro nelle sedi di rappresentanza)...
L'onorevole Soda ascrive a merito del proprio gruppo politico, quello dei Democratici di sinistra, e a merito dell'onorevole Mancina la maternità dell'iniziativa mentre scarica sul Parlamento il fatto che si sia arrivati a fine legislatura per trattare questo argomento.
Credo, onorevole Soda, che a questo punto lei meriti una risposta da parte dell'opposizione. Pertanto, le voglio semplicemente ricordare che le uniche riforme in tema di pari opportunità approvate da questo Parlamento si riferiscono ad un emendamento presentato da Forza Italia che, nell'ambito della legge sul finanziamento pubblico ai partiti, ha assegnato il 5 per cento alle attività a favore della partecipazione delle donne alla politica e ad un altro emendamento - sempre presentato da Forza Italia - che nell'ambito della legge sull'elezione diretta dei presidenti delle regioni a statuto speciale ha fatto nascere un'iniziativa della Commissione che è confluita nell'attuale proposta di modifica dell'articolo 51 della Costituzione. Pertanto, se le regioni a statuto speciale approveranno leggi elettorali ispirate alla riforma varata dal Parlamento, dovranno rispettare un principio di pari opportunità, grazie proprio all'iniziativa dell'opposizione.
Vorrei inoltre ricordare all'onorevole Soda che, insieme alle donne che si sono impegnate per portare avanti il provvedimento e al nuovo comitato nazionale per le pari opportunità, insieme alle donne che tutte noi rappresentiamo, abbiamo insistito affinché si svolgesse tale dibattito - pur sapendo che non ci sono i tempi parlamentari - perché tutte noi abbiamo riconosciuto il valore politico che può avere il voto del Parlamento in questo momento. Ci troviamo, infatti, in un momento in cui i partiti sono in fibrillazione, perché si stanno compilando le liste elettorali: pertanto, un voto favorevole del Parlamento può essere un monito importante perché si consideri che esiste uno squilibrio molto forte nel nostro paese ed un distacco tra la società e la politica: la società vede le donne presenti in tutti i campi, dal volontariato al mondo del lavoro (dove conseguono sempre più successi), al mondo della formazione; invece, in politica il nostro paese è il fanalino di coda dell'Europa (ma anche rispetto ai paesi del nord Africa), in quanto le donne sono assolutamente una minoranza.
Dunque, pur sapendo quale sia la situazione - non per colpa dell'opposizione, che anzi si è mobilitata con lettere e iniziative affinché si potesse discutere sul provvedimento che stiamo per votare - abbiamo voluto che si lanciasse un segnale dal Parlamento, ovvero dall'organo istituzionale più importante, ai partiti affinché si tenesse conto che c'è bisogno del contributo delle donne e che le donne rappresentano una risorsa per il paese: l'Italia non può permettersi lo spreco di una risorsa così importante. Per le ragioni esposte, preannuncio il mio voto favorevole.
Preannuncio il voto favorevole dei deputati del gruppo di Rifondazione comunista sulla riforma costituzionale; essa ha certamente un valore alto, perché è condivisibile tutto quel che possa agevolare e promuovere l'accesso delle donne e spingere i partiti a fare in modo che più donne siano presenti nelle istituzioni (lo dico senza enfatizzazioni).
Forse è stata usata una parola sbagliata, quando si è parlato di «melassa», da parte della donna che ha voluto criticare tale iniziativa; tuttavia, credo che ella muovesse da alcune riflessioni. Stiamo dando tantissimo valore a qualcosa che sicuramente è importante, ma non possiamo dimenticare che di strada le donne ne hanno fatta moltissima; oggi - se proprio vogliamo approfondire il discorso ed essere sincere con noi stesse - dobbiamo pensare che abbiamo bisogno di una riforma costituzionale perché si avverino i cambiamenti strutturali e i partiti possano essere indotti a modificare e a trasformare se stessi. Allora, questo non è un passo avanti ma, a mio modo di vedere, potrebbe essere persino un passo indietro. Ciò ci chiama a riflettere sulle condizioni della politica. Dico questo perché sicuramente ci sono alcuni motivi per cui noi condividiamo questa riforma, in quanto consentire l'accesso di più donne alla politica significa forse frenare quell'onda forte di liberismo che sta distruggendo e sta facendo regredire - certo non del tutto, perché non potrebbe riuscirci - le conquiste compiute dalle donne. Non ho sentito provenire dai banchi di quest'aula neanche una parola in questo senso. Si continua a voler mettere mano a quella che è stata una delle grandi conquiste delle donne, non l'aborto, come siete soliti dire, ma quell'iniziativa di civiltà che ha consentito di raggiungere un riconoscimento della sessualità delle donne ed ha tradotto in legge la possibilità delle donne di autodeterminarsi in merito ad una scelta molto difficile.
Sui temi della procreazione assistita e del lavoro voi state dando veramente uno schiaffo alle conquiste delle donne. Perché, con la vostra politica liberista, non venite a vedere le condizioni di lavoro delle donne, certamente non solo nel sud? Perché non pensate a quante donne oggi sono costrette, per accedere al posto di lavoro, ad esibire i risultati del test di gravidanza, alla faccia delle pari opportunità? Se mai fossero incinte, non potrebbero più accedere al posto di lavoro!
Allora, su cosa stiamo discutendo? Sì, noi siamo d'accordo su questa proposta di legge costituzionale, non potremmo non esserlo, perché sancisce un principio alto, ma non possiamo non pensare a quello che sta producendo in questi anni la politica liberista di quella destra che nella regione Puglia propone un assegno di 8 milioni alle donne in cambio del non aborto, monetizzando una cosa così grave, una scelta così pesante. Non si interviene, quindi, per consentire alle donne di mantenere i loro figli, magari aiutandole a trovare lavoro; no, si monetizza la loro situazione difficile! Questi sì che sono gravi passi indietro, come lo è stato la reintroduzione del lavoro notturno (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti), ma su questo non siete in grado di dire una parola, a questo non siete in grado di dedicare una battaglia (Commenti dell'onorevole Ciapusci)!
Ecco perché, forse, vi è stato chi ha chiamato «melassa» questo provvedimento, sia pure usando un termine improprio, perché si tratta di una riforma di alto profilo: però, mi dispiace, ma devo dire che riteniamo di fare dei passi indietro quando ci troviamo costretti a stabilire per legge la parità di accesso fra uomini e donne. Questo è veramente un campo aperto per una battaglia politica:
Noi Verdi abbiamo sempre sostenuto questa proposta nel corso dell'intera legislatura, prima presentando una proposta di legge firmata dall'onorevole Boato e da me e poi con l'impegno profuso dal collega Boato in sede di Commissione affari costituzionali sul testo oggi al nostro esame.
Questi principi, come sappiamo, sono stati introdotti anche grazie all'iniziativa dei deputati Verdi nelle leggi sulle elezioni degli organi sia delle regioni a statuto ordinario sia delle regioni a statuto speciale. Registriamo oggi la promulgazione della legge che riguarda l'elezione degli organi delle regioni a statuto speciale dopo il fallimento dell'iniziativa referendaria assunta da un senatore del Polo.
Sappiamo bene che il nostro voto avrà il valore di un pronunciamento politico, visto che prima della fine della legislatura non potremo percorrere fino in fondo l'iter della modifica costituzionale che stiamo esaminando. In quanto pronunciamento politico, il voto dei Verdi sarà più che convinto, perché abbiamo una motivazione in più per aderire a questa proposta. Sappiamo bene, infatti, che le donne, come è stato accertato dalle indagini demoscopiche effettuate non solo sul nostro elettorato, ma in tutto il paese, sono particolarmente sensibili, forse più degli uomini, ad alcuni temi tipici della politica ambientalista: mi riferisco alla qualità della vita, alla tutela dell'ambiente, al diritto degli esseri viventi, umani e non, al diritto alimentare e al diritto alla salute, con particolare attenzione a quella dei bambini, vale a dire di coloro i quali rappresentano il futuro dell'umanità.
Questo è un motivo in più che spinge noi deputati Verdi a votare a favore di questa proposta di legge costituzionale (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi-l'Ulivo).
L'articolo 3 della Costituzione definisce il concetto di parità assoluta tra i due sessi ed impone la rimozione degli ostacoli che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione all'organizzazione economica e sociale del paese.
Lo stesso concetto di uguaglianza è sottolineato dall'articolo 51 della Costituzione per quanto concerne la possibilità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive e, là dove ve ne sia la necessità, la Costituzione ribadisce sempre il concetto di parità tra uomo e donna. Le donne sono entrate in magistratura, nell'Avvocatura
Allora, perché si vuole rafforzare l'articolo 51 della Costituzione, aggiungendo al primo comma l'ulteriore periodo: «La Repubblica promuove, con appositi provvedimenti, la parità di accesso tra uomo e donna», che potrebbe sembrare del tutto superfluo, addirittura pleonastico? Perché in realtà la rappresentanza femminile negli organismi politici, in Parlamento e nelle sedi decisionali per la vita del paese è del tutto irrisoria ed è anzi in declino, impedendo così la piena realizzazione della democrazia, che vuol dire partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica. Così, la rivoluzione copernicana effettuata dalla Costituzione non si è ancora realizzata del tutto.
Penso che le ragioni siano molte e che vadano ricercate in motivazioni di ordine culturale, storico e pratico, difficili da superare se non con una maggiore maturità.
Si era pensato di superare i maggiori ostacoli nella partecipazione delle donne alla vita politica con il meccanismo delle quote. È stato un escamotage ma che è stato dichiarato anticostituzionale dalla Corte con la sentenza del 6 settembre del 1995, n. 422. Tale sentenza è assolutamente corretta dal punto di vista giuridico ed è pertanto condivisibile, ma il problema rimane; con questa modifica costituzionale si vuole dare un segnale forte, che ha anche una valenza didattica e tendenziale.
Le azioni positive che possono essere prese per agevolare la partecipazione attiva delle donne alla vita politica e alla vita rappresentativa sono molte e a diversi livelli. Molti suggerimenti in tal senso sono contenuti nella risoluzione del Parlamento europeo del 16 settembre 1998 e destinati ai partiti ancora tutti saldamente in mani maschili.
Certamente si valuterà ciò che faranno i vari partiti, con riferimento alle prossime elezioni politiche e amministrative, e quale di questi partiti sarà più attento e più aperto a porre in essere azioni positive a favore della partecipazione delle donne, con ciò dimostrando il proprio grado di maturazione democratica che deve essere possibile per tutti i cittadini
Le donne sapranno valutare l'atteggiamento che dimostreranno i vari partiti in merito alla delicata questione costituzionale che stiamo affrontando. Mi auguro che vi sia un consenso unanime dell'Assemblea su quest'importante modifica.
Voglio terminare ringraziando le presentatrici delle varie proposte, il relatore, onorevole Mancina, i membri della Commissione affari costituzionali e in particolare il suo presidente Jervolino Russo, perché tutti quanti hanno lavorato con grande dedizione e partecipazione nell'elaborazione di questo testo breve ma incisivo ed importante.
Ciò detto, dichiaro il voto favorevole dei deputati del mio gruppo (Applausi).
Ho letto con estremo interesse, come del resto hanno fatto molti altri colleghi, la parte introduttiva della proposta di legge in discussione. Sembra impossibile che fino a poche decine di anni orsono alle donne fosse addirittura negato il diritto di voto. Dunque, molto è stato fatto per superare queste discriminazioni; altro si deve però ancora fare.
Ora, nel nostro paese i diritti ci sono e vengono garantiti, anche se sono migliorabili. Se c'è la necessità di marcare maggiormente alcuni principi fondamentali, già previsti dall'attuale legislazione,
Se i dati che ho sentito citare indicano una scarsa presenza femminile nelle istituzioni, vuol dire che forse mancano quelle strutture atte a garantire una maggiore libertà e disponibilità di tempo da parte delle donne.
A tale riguardo, sottolineiamo che, in questi cinque anni di Governo di centrosinistra, poco è stato fatto. Fissare quote di accesso non ci sembra una risposta giusta; non servono riserve protette, ma occorrono provvedimenti sociali a sostegno delle donne che consentano, a chi vuole, margini di tempo per occuparsi della vita delle istituzioni.
A nostro avviso, questo provvedimento deve aprire la strada ad una serie di norme sociali finalizzate a dare maggiori possibilità alle donne. Guai, però, se il principio fosse solamente basato sulla ricerca di quote di partecipazione perché torneremmo indietro e perderemmo quei diritti che negli ultimi anni sono stati faticosamente riconosciuti alle donne. Dobbiamo, quindi, parlare di principi e non di liste con percentuali bloccate. Prima ho ascoltato qualche intervento in cui si parlava un po' troppo di assessorati e di liste comunali da attribuire al mondo femminile. Ciò significa, forse, rinunciare a credere che sia possibile intervenire alla radice dei veri problemi delle donne. Pronunciamo, quindi, il nostro «sì» a leggi e a principi a favore della famiglia e delle donne, ma dichiariamo il nostro «no» su provvedimenti che si occupino solo di numeri. Fatte queste osservazioni, annuncio il voto favorevole della Lega nord Padania sulla proposta di riforma costituzionale al nostro esame (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e dei Popolari e democratici-l'Ulivo).
Lo ripeto, vi è un male generale della politica, che esiste nel mondo maschile e che vogliamo estendere anche al mondo femminile. Credo che ciò non sia assolutamente giusto; ritengo che ghettizzare la donna in una quota sia ancora peggio che lasciarla sola ad esprimere le proprie capacità.
Prima ho sentito dire da una collega di Rifondazione comunista che le donne hanno ottenuto parecchi diritti all'interno del mondo del lavoro: ebbene, queste donne hanno conseguito diritti che hanno umiliato l'essere donna. Mi spiego meglio. Esibire il certificato ginecologico prima di essere assunte è umiliante ed ancor peggio è sottoscrivere la clausola (questo accade
Lasciamo perdere il mondo del lavoro maschile e femminile perché, altrimenti, non riusciamo a capire come mai la politica della difesa del lavoro abbia determinato nel nostro paese una disoccupazione di italiani ed una richiesta sul mercato di extracomunitari, indipendentemente dall'essere uomo o donna.
Non credo che riservare quote specifiche alle donne sia corretto. La donna svolge un ruolo importantissimo in questo Stato, prima di tutto di madre ed educatrice, poi di politico. Credo che su questo punto dobbiamo riflettere, perché se diamo alla famiglia l'importanza che effettivamente ha come nucleo più piccolo della società, dobbiamo per forza tenere conto di un ruolo che le donne stanno perdendo per conquistare lidi che magari competono loro, ma senza accorgersi di ciò che hanno perso.
Per tale motivo, voterò contro il provvedimento in esame (Applausi).
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Taradash. Ne ha facoltà.
Ho sentito dire da una collega che, in realtà, stiamo discutendo di questo provvedimento perché, se la Camera lo approverà (inutilmente, sapendo che l'altro ramo del Parlamento non potrà farlo), i partiti si sentiranno chiamati in causa al momento della predisposizione delle liste elettorali. Il Parlamento della Repubblica italiana, pertanto, viene utilizzato per mandare un messaggio ai partiti: questo è il ruolo che viene affidato ad un'istituzione che, come ci viene ricordato ogni minuto ed ogni secondo, costa tanto, ha tante cose da fare, non deve perdere tempo. Eppure stiamo soltanto perdendo tempo in nome della cattiva coscienza di alcuni colleghi maschi e per mandare un messaggio ad alcuni segretari di partito maschi che, dal voto della Camera, dovrebbero essere indotti ad includere qualche femmina in più nelle liste elettorali.
L'operazione che si sta compiendo in questo ramo del Parlamento è una grande presa in giro ma, al di là di essa, entrerò anche nel merito della questione. Si vuole introdurre nella Costituzione una norma che è innanzitutto brutta. Essa stabilisce che «la Repubblica promuove con appositi provvedimenti la parità di accesso tra uomini e donne». «Appositi provvedimenti»: linguaggio burocratese, che certamente non può essere utilizzato in una Costituzione decente e che non significa assolutamente nulla. «Appositi provvedimenti»: il provvedimento non apposito non va bene? Che senso ha scrivere una frase orribile come questa?
Si modifica un articolo della Costituzione che, invece, era chiarissimo, limpidissimo ed obbligava lo Stato all'uguaglianza dei diritti ed alla parità di accesso. Nella storia della Repubblica italiana, per l'uguaglianza e la parità tra uomini e donne, hanno fatto di più le leggi sul divorzio e sull'aborto di qualsiasi norma che si fosse voluta o si volesse oggi inserire nella Costituzione. La parità e l'uguaglianza, infatti, si conquistano nella società anche grazie alle leggi, ma grazie a cose concrete e non a «manifesti» che vogliono indicare un percorso di cui non si conosce assolutamente né l'inizio né la fine.
Ma l'elemento poi di fatto sostanziale di questo provvedimento è che si tratta di una norma ambigua, per non dire truffaldina. Tutti sanno che non è vero quello che recita il testo; non è vero che qui ci si occupa di parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, perché in primo luogo la parità di accesso agli uffici pubblici esiste già, in secondo luogo, non si capisce perché la Costituzione dovrebbe preoccuparsi della parità di accesso agli uffici pubblici e non anche agli impieghi privati; in terzo luogo, qua si parla soltanto di cariche elettive. Questa è l'unica novità che cerca di introdurre, vanamente, perché non la introdurrà questo pseudoprovvedimento. Qua si vuole arrivare alle «quote», all'imposizione di un obbligo di votazione per una persona a seconda del suo sesso! In questo modo viene meno il principio per cui gli elettori scelgono da chi essere rappresentati indipendentemente dal sesso (e questa è l'unica garanzia reale di parità), ma si vuole imporre agli elettori di scegliere in nome del sesso, facendo in modo che vi sia la quota riservata alle donne accanto a quella che diviene la quota riservata agli uomini.
Dato che questo probabilmente non sarà sufficiente alle ambizioni di parità sostanziale, evidentemente dovremo poi spingerci a fare in modo che le donne votino le donne e gli uomini votino gli uomini! Questa è la strada che si vuole iniziare a perseguire in nome della parità sostanziale, che è l'esatto opposto dell'uguaglianza liberale, che è uguaglianza di punti di partenza, di opportunità e che riguarda le differenze di sesso, come pure quelle di colore, di nazione e di censo!
Se vogliamo continuare con questi «giochetti inutili» e se vogliamo essere imprigionati di volta in volta in questo «rito di esorcismo» delle responsabilità della politica rispetto ad una gestione che rende la democrazia fittizia e l'accesso agli incarichi pubblici in realtà un percorso che spesso uomini e donne non se la sentono di seguire per il modo in cui viene delineato, lo si mascheri pure questo problema con la questione della discriminazione tra uomini e donne da «annegare» e negare in una riforma della Costituzione! Se invece vogliamo effettivamente cercare di risolvere il problema che porta in questo Parlamento - come in tanti altri Parlamenti - ad una sottorappresentazione così evidente delle donne, cerchiamo allora di domandarci come sia strutturata la nostra società, quali siano i rapporti all'interno del mondo della politica e quali siano le ragioni sostanziali che rendono così difficile, per chi non abbia il 100 per cento del suo tempo a disposizione, di occuparsi, ad esempio, della politica. È una questione che riguarda uomini e donne e non soltanto le donne. Non è questione che si può risolvere con gli «appositi provvedimenti» che un Governo dovrebbe essere chiamato a varare senza sapere assolutamente quali possono essere e che, di conseguenza, si esauriscono nella politica delle quote. Come ha detto prima la collega Ciapusci, la politica delle quote ha tutte le controindicazioni che ha segnalato. Se alcune donne sono diventate sindaco, è perché c'era un posto di sindaco al quale le donne sono riuscite a candidarsi, sconfiggendo altri candidati, donne o uomini che fossero. Non si possono fare i vicesindaci donna accanto al sindaco maschio, non si possono fare i viceparlamentari donna accanto al parlamentare
Ho vissuto la parte più importante della mia vita politica in un partito che ha avuto la prima segretaria donna, che ha espresso la prima commissaria europea italiana donna. Questo è avvenuto non perché c'era la quota riservata, ma perché c'era un modo di fare politica diverso da quello che si incontra in altri partiti.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.
Non entro nel merito del lavoro della Commissione perché ritengo sia stato improntato a grande serietà e quindi all'esigenza di approfondimento di questo tema.
Sostanzialmente, vorrei capire l'utilità di questa riforma dell'articolo 51 della Costituzione. Se noi non avessimo una serie di provvedimenti che hanno già sostanzialmente previsto una parità tra uomini e donne, certamente questa modifica costituzionale sarebbe stata utile e opportuna. Se ci fossimo trovati all'inizio di questo secolo o anche nel dopoguerra, senza alcune leggi ordinarie, certamente questo provvedimento sarebbe stato utile. Certamente vi saranno state delle motivazioni, ci saranno stati degli input, però ritengo che la tutela e la parità fossero già previste dall'articolo 3 della Costituzione ed anche dall'articolo 51 della stessa. Perché allora vi è questa ulteriore previsione normativa? Perché rinviare ad ulteriori leggi ordinarie questa parità di accesso tra donne e uomini agli incarichi pubblici? Di recente abbiamo avuto l'accesso al servizio militare delle donne (voglio ricordare che erano state presentate alcune proposte di legge riguardanti l'impiego delle donne non in combattimento, ma in servizi sociali, amministrazione, compiti sanitari e così via).
Si è giunti poi, invece, a disciplinare un equilibrio ed una parità assoluta tra donne e uomini: può darsi, allora, che questa sia una sollecitazione. Qualche considerazione in tal senso la svolgeva anche opportunamente la nostra collega Scoca: bisogna, quindi, capire sostanzialmente il perché di ciò. Forse perché ci troviamo alla vigilia di una campagna elettorale, perché stiamo procedendo alla formazione delle liste elettorali? Non credo sia questo il motore che ha guidato gli amici ed i colleghi che hanno lavorato sul provvedimento in esame. Certo, però, se si dovesse andare verso una riserva (lo hanno già sottolineato altri colleghi), se si dovesse giungere alle quote obbligatorie per le candidature, su ciò non saremmo assolutamente d'accordo, perché così si lede un principio di libertà. Le quote obbligatorie, infatti, ledono la libertà della scelta da parte degli elettori: sostanzialmente, si arriva anche a questo tipo di condizionamento, che ovviamente non sarebbe accettabile.
Ci esprimiamo quindi a favore, perché ovviamente non abbiamo motivo di esprimerci contro, ma se abbiamo la ripetizione di una previsione costituzionale già esistente perché la si è proposta? Significa, allora, che vi è qualcosa di più, visto e considerato, onorevoli colleghi, che il provvedimento in esame rischia di non vedere la luce: sarebbe allora un provvedimento ad pompam, o ad ostentationem! Se così è, non ritengo che abbiamo impiegato utilmente il nostro tempo ed il nostro lavoro: vi saranno forse dei messaggi, ma siccome non siamo l'amministrazione delle poste e telegrafi, certamente i messaggi in questo campo ed in questo momento non ritengo siano utili.
Concludo, signor Presidente, dopo avere espresso le nostre valutazioni e preoccupazioni: ripeto, i deputati del CDU non hanno alcuna motivazione per non
Nel testo, si prevede di operare «con appositi provvedimenti», ma la stessa relatrice ha avanzato qualche dubbio e le sue esemplificazioni sono state molto scarne, perché effettivamente non vedo come si possa potenziare a valle, cioè con un provvedimento di riforma costituzionale e con provvedimenti di accompagnamento di carattere ordinario, la partecipazione delle donne alla vita politica e quindi alle rappresentanze in tutte le sedi istituzionali.
È chiaro che Alleanza nazionale è favorevole ad un maggiore ingresso delle donne non solo in Parlamento, ma anche in tutte le sedi istituzionali.
Nel corso dell'attuale legislatura, insieme con tutti i colleghi di Alleanza nazionale, ho potuto ammirare l'impegno, l'intelligenza, il valore e la capacità di tutte le nostre colleghe deputate di qualsiasi gruppo parlamentare. Tuttavia, devo anche dire che la riforma giunge in aula alla venticinquesima ora, quando ormai il tempo è scaduto e mancano ormai poche settimane alla fine della legislatura.
Pertanto, si tratta di una riforma monca che sarà approvata soltanto da questo ramo del Parlamento in prima lettura e non potrà incidere sulla realtà. Ricordavo al presidente Jervolino che la maggioranza può indicare l'80 per cento degli argomenti da inserire nel calendario dei lavori e il presidente Jervolino mi ricordava, secondo verità, che anche l'opposizione ha qualche spazio, ma il 20 per cento è riservato alle opposizioni nel loro complesso. Siccome riteniamo che alcuni provvedimenti siano più importanti di una proposta che non potrà andare in porto, devo stigmatizzare, a due anni dall'avvio dell'esame del provvedimento in Commissione, quanto è avvenuto, perché, se questa maggioranza parlamentare avesse davvero voluto il compimento della riforma, avrebbe potuto pensarci prima e calendarizzare il provvedimento in aula fin dallo scorso anno in modo da farlo diventare legge.
Siccome ho appreso, come ricordavo nella discussione sulle linee generali, che è stato il presidente del gruppo dei DS, lo stimabile onorevole Fabio Mussi, a insistere per la calendarizzazione del provvedimento in esame - ovviamente trovando concordi quasi tutte le parti politiche - devo dire che da parte dell'onorevole Mussi e della sua parte politica si è trattato di un tentativo di strizzare l'occhio alle elettrici, che voteranno tra poco. La strizzata d'occhio mi va benissimo, l'inganno è un'altra cosa e questa calendarizzazione tardiva, a mio avviso, è proprio una beffa e un inganno nei confronti di tutte le donne, quindi anche delle elettrici (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
Mi pare sia assodato che esista una parità tra uomo e donna, mi sembra un concetto che ormai è entrato nella cultura generale.
Forse non vi sono le occasioni e non si creano le opportunità necessarie per dare alle donne la possibilità di esprimere le stesse potenzialità degli uomini; vi è una differenza di sesso che pone determinate condizioni e determinati limiti. Questa differenza di ruoli all'interno della società e della famiglia non costituisce un limite, perché, se le donne vogliono effettivamente esprimere questa potenzialità di partecipazione alla vita pubblica, non vi è un divieto che lo impedisca e questa possibilità di partecipare esiste.
Siamo d'accordo nel ribadire il concetto; lo consideriamo un modo per dire all'opinione pubblica che questo principio vale, ma ciò non vuole significare creare quote o riserve, altrimenti verrebbe alterato un concetto che invece noi vogliamo affermare nella piena libertà di scelta tra i sessi e non con un'azione di coercizione che possa condurre, come ha detto l'onorevole Taradash, al fatto che gli uomini votino per gli uomini e le donne votino per le donne. Non è questo ciò che si vuole; si vuole affermare un principio. Siamo d'accordo nel ribadirlo, senza creare quote o riserve che secondo noi finirebbero per svilire tale principio.
In ogni intervento che è stato svolto stasera in aula è apparso palese che il provvedimento che stiamo per votare è un provvedimento «beffa», perché di fatto non vi sono i tempi necessari per apportare una modifica alla Costituzione.
È un provvedimento che in questo momento viene adottato in maniera strumentale e demagogica e di fronte al quale nessuno - se non pochi in quest'aula - osa assumere una posizione chiara, perché siamo in un momento pre-elettorale ed abbiamo tutti paura di essere definiti conservatori o maschilisti e, quindi, ci apprestiamo a presentare il provvedimento beffa all'elettorato, in questo caso femminile, in maniera strumentale e demagogica.
Si tratta di una strumentalizzazione e di una demagogia alle quali non mi presto, da donna, perché questa modifica della Costituzione è una modifica beffa. Infatti, vorrei chiedere a tutti, ed in particolare all'elettorato
Un'altra cortesia la chiedo a chi ci ascolta: non potendo leggere gli atti a cui ho fatto riferimento direttamente sulle copie stampate, vi invito a farlo attraverso Internet. Si può dire tutto ciò che si vuole, si possono avere opinioni diverse, ma non si può affermare che abbiamo voluto prendere in giro alcuno. Rivendico la serietà del nostro lavoro pienamente consapevole che non è soltanto attraverso norme di legge che si riescono ad incentivare una partecipazione ed una presenza reale delle donne nelle istituzioni ma che bisogna cambiare il costume. Con il nostro lavoro e con la votazione di oggi abbiamo voluto offrire un contributo a che questo costume maturi.
Amici, qui ci siamo rimpallati meriti e colpe da destra e da sinistra, ma vorrei ricordare che, a parte riconoscere che la prima proposta di legge è stata quella della relatrice, quest'ultima ha cercato tutti i punti di convergenza mentre qui mi sembra che si stiano cercando tutti i punti di divisione, questa volta, sì, elettoralistici e demagogici. Aggiungo che questa non è stata una legislatura inutile dal punto di vista del cambiamento delle possibilità effettive, perché le donne ci sono e fanno politica ma poi non riescono ad arrivare nei luoghi, soprattutto quelli più alti, di direzione del potere politico. Noi non vogliamo creare le quote ma reali possibilità di accesso. Quali? Le vedrà il legislatore ordinario ma un «cappello» costituzionale serve perché quando il legislatore ordinario nel 1993 ha provato a darlo, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale quella legge proprio per mancanza della copertura che noi oggi cerchiamo di inserire con una prima lettura, che però è solo una tappa.
In conclusione, rivendico rispetto per questo lavoro; rivendico rispetto per la quantità di speranze che c'è nel paese dietro questo lavoro; rivendico rispetto per la sofferenza del lungo cammino delle donne verso la parità; infine (lo ha detto poco fa l'amico, onorevole Tonino Soda) rivendico rispetto e condivisione per quelle donne che ancora stanno percorrendo tale cammino.
Cosa vogliamo essere? Vogliamo essere soltanto forti attrici di un cambiamento nel segno di diritti di cittadinanza pienamente esercitati e nel segno di una solidarietà forte e costruttiva (Applausi dei deputati dei gruppi dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo e Comunista).
Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.


