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WALTER DE CESARIS. Signor Presidente, signor ministro, colleghe e colleghi, questo decreto-legge si compone di due parti ben distinte.
operativa la legge n. 183 del 1989 sulla difesa del suolo, che continuiamo a ritenere fondamentale nella sua intuizione della difesa della unitarietà fisica dei bacini idrografici.
Ecco, questa è la spia di una realtà che è davanti ai nostri occhi: eventi naturali simili a quelli cui si riferisce il decreto sono purtroppo destinati a ripetersi e con essi dovremo convivere. Se non interveniamo, se non cominciamo ad intervenire a monte, invertendo la politica di governo, a tutti i livelli, che ha privatizzato il territorio, lo ha sdemanializzato ed ha permesso una urbanizzazione (più o meno abusiva) incontrollata, non affronteremo il nodo vero che abbiamo di fronte.
Come già fatto con il decreto n. 180 del 1998, emanato a seguito dei tragici avvenimenti delle frane in Campania (Sarno, Quindici), da un lato, si interviene per dare impulso ai cosiddetti piani stralcio per la messa in sicurezza del territorio a partire dalle aree definite di grave rischio idrogeologico e, dall'altro, si varano, conseguentemente alle ordinanze di protezione civile già emanate, misure a favore delle popolazioni, delle imprese per la ripresa delle attività produttive, delle regioni e degli enti locali per il ripristino delle infrastrutture. Si interviene, quindi, congiuntamente per riparare i danni e mettere in sicurezza il territorio, almeno rispetto alle aree considerate di maggior pericolo.
Noi riconosciamo che con il decreto n. 180 del 1998 si è cercato di dare un impulso agli adempimenti in materia di difesa del suolo, almeno dal punto di vista dei piani di emergenza.
Con questo decreto si compie un ulteriore passo in avanti, si continua su quella traccia. Pensiamo che questo impulso sia positivo e che si sia colta la drammatica urgenza di intervenire almeno con misure di messa in sicurezza delle aree a più elevato rischio.
Naturalmente, rimane il quadro di riferimento complessivo della politica di Governo che è inadeguato ed insufficiente e, a causa del quale, questi stessi interventi, comunque, hanno una natura emergenziale senza avere il respiro e l'ambizione di rappresentare una reale inversione di tendenza verso l'adozione di una vera politica di prevenzione e risanamento.
Crediamo che, sostanzialmente, dovremmo misurarci su quali interventi occorra assumere per rendere effettivamente
Occorre fare in modo che i piani di bacino abbiano tempi di approvazione e di adozione certi e verificabili: da questo punto di vista, il caso del bacino del Po è illuminante in quanto il piano predisposto era subissato dalle osservazioni degli enti locali e non approvato dalla regione. È strano che, in una situazione nella quale la cosiddetta semplificazione delle procedure introduce modifiche delle conferenze di servizio per far fronte all'esigenza di accelerare i tempi delle decisioni (anche passando sopra le obiezioni delle comunità locali) e gli sportelli unici per rendere veloci i processi autorizzatori per le imprese, non si riesca ad imprimere una analoga accelerazione nel campo della difesa del suolo. Non ci dice anche questo quali siano le vere priorità delle politiche di Governo?
I piani di bacino debbono essere sovraordinati rispetto alla programmazione del territorio e debbono rappresentare un vincolo per la programmazione del territorio ad opera degli altri livelli istituzionali (regioni, enti locali).
Occorre determinare finanziamenti adeguati, sulla base di una programmazione pluriennale certa e costante.
Non c'è dubbio che sui primi due punti, rispetto ai piani stralcio per la messa in sicurezza delle aree a rischio, si fa un passo in avanti: si indicano tempi perentori per l'adozione degli stessi e si definisce la convocazione di conferenze programmatiche ad opera delle regioni, con la partecipazione di tutte le istanze del territorio, per esprimere un parere unitario sul progetto di piano.
Si stabilisce, inoltre, che le determinazioni assunte in sede di comitato istituzionale, a seguito dell'esame delle conferenze programmatiche, costituiscono variante agli strumenti urbanistici.
Infine, anche sulla questione della certezza e della continuità dei finanziamenti, nella finanziaria è contenuta una novità: l'apertura di un capitolo di spesa con previsione pluriennale proprio per il finanziamento dei piani di messa in sicurezza del territorio. Il problema è l'assoluta inadeguatezza delle risorse messe a disposizione e la richiesta è che, nel corso dell'iter al Senato, si provveda ad un drastico incremento.
Il punto critico che rimane aperto ed ancora irrisolto riguarda il nesso che deve intercorrere tra gli interventi di emergenza per la messa in sicurezza (emergenza) e quelli di prevenzione (ripristino delle condizioni naturali, rinaturazione del territorio, allontanamento delle condizioni di rischio).
Si compie un passo in avanti ed il nostro ruolo di opposizione non ci impedisce di vederlo: è stato compiuto da alcuni anni in materia di protezione civile, di interventi postcalamità.
Ora si è avviato un percorso positivo (a partire dal decreto n. 180 del 1998) anche nei termini dei piani stralcio per la tutela dal rischio idrogeologico in relazione alle aree dove il pericolo è maggiore.
Rimane ancora aperto, invece, il punto critico più grande; quello relativo alla capacità di una riforma complessiva sul capitolo della prevenzione e ripristino delle condizioni naturali.
Il limite del centrosinistra, in altre parole, consiste nel fermarsi di fronte allo scoglio che richiede il maggiore coraggio riformatore, di trarre le necessarie conseguenze per l'effettiva messa in sicurezza del territorio ovvero di chiarire come «delocalizzare» quanto non è compatibile con la sicurezza dal rischio idrogeologico.
Il decreto affronta (e lo fa con provvedimenti specifici) il problema degli interventi in favore delle popolazioni e delle imprese del nord Italia colpite due volte dall'alluvione (quest'anno e nel 1994). Come ha detto il magistrato del Po, sentito dalla Commissione ambiente, «quando un determinato fenomeno si ripete per tre volte in sette anni, usare l'aggettivo "eccezionale" per catalogare tale evento vuol dire, prima di tutto, fare un torto alla lingua italiana».
La seconda parte del decreto (quella recante interventi in favore delle popolazioni e delle imprese ed interventi di ripristino delle infrastrutture) presenta due contraddizioni. La prima è generale e riguarda la mancata approvazione della legge quadro in materia di calamità: essa rende necessaria l'emanazione di decreti-legge per predisporre i primi interventi disposti con le ordinanze. Ciò crea, tra l'altro, la contraddizione rappresentata da una strozzatura del dibattito parlamentare perché i tempi previsti per la conversione in legge (60 giorni) consentono una discussione effettiva in un solo ramo del Parlamento (e noi, infatti, oggi siamo chiamati a votare il decreto con pochi emendamenti, malgrado siamo convinti che sarebbero necessarie ulteriori modifiche, perché ci si dice che non vi è la garanzia che il decreto possa altrimenti essere convertito in tempi utili).
Ma abbiamo, anche, una contraddizione specifica. Il decreto si interseca con la finanziaria che deve prevedere ulteriori risorse indispensabili a far fronte alle esigenze. Approvando il decreto prima della definitiva approvazione della legge finanziaria, manca la certezza degli interventi e la garanzia per le popolazioni (e anche per le imprese) viene meno. Quando si parla di interventi, si usa l'espressione «fino a» che lascia margini di ambiguità e discrezionalità evidenti. E non c'è la garanzia che le risorse della legge finanziaria saranno sufficienti a fare in modo che il «fino a» divenga «pari a» e a garantire l'effettivo ripristino delle infrastrutture distrutte o danneggiate.
È necessario, quindi, un impegno esplicito sia sulla adeguatezza delle risorse sia sulla certezza degli interventi previsti sia sul completamento degli stessi (con le previsioni che non sono ricomprese nel decreto e sulle quali c'è una forte convergenza).
Il Governo, approvando l'ordine del giorno presentato da tutti i componenti della Commissione, si è impegnato a correggere le incongruenze e a reperire le risorse necessarie per far sì che gli interventi a favore delle popolazioni e delle imprese siano concessi nella misura massima prevista.
Ci saranno nuove ordinanze, emendamenti nella finanziaria e un nuovo decreto.
Questo è l'impegno assunto dal Governo. Noi ne verificheremo il rispetto con puntualità e rigore.


