Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 815 del 28/11/2000
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Si riprende la discussione.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Caveri. Ne ha facoltà.

LUCIANO CAVERI. Signor Presidente, colleghi, alla vigilia della Conferenza di Nizza vi è una sorta di «effetto imbuto», vale a dire che ci troviamo in una specie di «pigia pigia» in mezzo a mille argomenti che in qualche maniera sono oggi all'attenzione nell'ambito del difficile cammino per l'integrazione europea. Possiamo dire, nell'ottica di un federalista, che ci stiamo muovendo lentissimamente lungo la strada di una reale integrazione in chiave federalista. Tuttavia, le priorità che sono state elencate anche nell'incontro dei parlamentari nazionali con i parlamentari europei (in questo momento, ho l'onore di avere questo duplice incarico) sono ben note: il numero dei commissari, il sistema di votazione in seno al Consiglio dei ministri, il numero dei rappresentanti da eleggere al Parlamento europeo (naturalmente tutto nella chiave dell'ampliamento), ed ancora la cooperazione rafforzata, la sicurezza e la difesa, l'allargamento del principio di codecisione, fondamentale per avere un reale ruolo del Parlamento europeo.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI PETRINI (ore 15,40)

LUCIANO CAVERI. Non vi è, però, alcun dubbio sul fatto che ciò che colpisce di più l'attenzione è la Carta dei diritti, questa sorta di precostituzione europea, che è al centro del dibattito in queste ore. Mi sia consentito di darne una chiave di lettura che viene dal mio appartenere ad una minoranza linguistica (e credo di esprimere qui il pensiero di tutta la componente delle minoranze linguistiche): siamo molto interessati al fatto che, nel capo dedicato all'uguaglianza, agli articoli 21 e 22, venga evocato il ruolo delle minoranze linguistiche, che opportunamente l'articolo 21 definisce «minoranze nazionali».
All'articolo 22, si stabilisce che l'Unione europea rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica. Molte organizzazioni, in questi anni, hanno fatto in modo che il tema delle minoranze linguistiche in Europa venisse evocato nella Carta, perché si tratta di una delle chiavi di lettura fondamentali per il futuro: o vi sarà una reale tutela ed un reale coinvolgimento delle minoranze, oppure è ovvio che l'integrazione fallirà, come è fallita in certi momenti nel passato. E ciò vale soprattutto pensando all'allargamento ad est, dove, accanto ai noti problemi, si pone anche il problema delle minoranze linguistiche, del loro coinvolgimento e della loro tutela.
Se però possiamo dire che il livello di tutela fra l'individuale ed il collettivo che viene qui richiamato è abbastanza soddisfacente,


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quello che ancora non è soddisfacente è il livello di cogenza, cioè perché andare verso una reale costituzionalizzazione della Carta, perché chiederne intanto un reale inserimento nei trattati.
Perché in qualche maniera l'inserimento nei trattati e la costituzionalizzazione per il futuro sono una sorta di garanzia internazionale per le minoranze e questo, lo ripeto, è del tutto fondamentale, naturalmente a tutela delle nostre minoranze e di quelle che entreranno nell'Unione europea di domani.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ballaman. Ne ha facoltà.

EDOUARD BALLAMAN. Signor Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo, non possiamo, in sostanza, valutare negativamente ciò che il Presidente del Consiglio oggi ha riferito alla Camera, anche se, purtroppo, dobbiamo far notare che quanto detto dal Presidente spesso non è stato seguito negli ultimi anni dai Governi di centrosinistra. Tanto per portare qualche esempio, mi riferisco a quell'inno alla vita che il Presidente ha decantato ribadendo con estrema forza che nessuno ha diritto di togliere la vita ad un altro uomo, neanche per ragioni di giustizia o di estrema giustizia. Ed allora, mi domando per quali motivi siamo giunti ai bombardamenti del Kosovo in aperta contraddizione con quanto è stato affermato. Un altro motivo che non può che trovarci d'accordo è stato toccato dal Presidente del Consiglio usando toccanti parole nei confronti delle donne, talvolta indifese di fronte ad una società troppo spesso maschilista. Appoggiamo con forza queste sue parole, ma non vediamo atti concreti nei confronti di quella piaga che si chiama infibulazione, che noi abbiamo spesso evidenziato e che voi, troppo spesso, avete tollerato.
Mi rivolgo, quindi, al Presidente: caro Presidente, è ora di fare chiarezza, sia per quanto riguarda la politica europeista del Governo sia per quanto riguarda quella della Lega nord. Il nostro movimento, contrariamente a quanto avete spesso voluto far credere, non è antieuropeista, ma è estremamente preoccupato che si voglia fare dell'Europa quello Stato ipercentralista che allontana i cittadini ancor più dello Stato attuale; uno Stato ipercentralista che lascia persino il Parlamento europeo senza poteri, per affidare, invece, questi poteri tutti a commissari che non rispondono ad elezioni popolari, ma troppo spesso a logiche burocratiche e lobbistiche.
L'Europa che la Lega vuole è un'Europa dei popoli, dove i cittadini si possano riconoscere e possano esercitare quei poteri che, prima gli Stati centralisti e, ora, una supernazione vogliono rapinare. È evidente, quindi, la nostra richiesta affinché una parte sempre più consistente dei poteri della Commissione passi al Parlamento europeo. Questo non è all'ordine del giorno della Conferenza di Nizza, ma alla stessa si lavorerà per preparare la prossima agenda; noi riteniamo che un passo importante debba prevedere un processo per cui i poteri passino dalla Commissione al Parlamento europeo. È evidente che noi bloccheremo ogni iniziativa tendente ad una Costituzione attuata con lo stesso meccanismo con cui è stata fatta la Carta dei diritti, ovvero dando a un numero limitatissimo di saggi e illuminati da Dio il potere di decidere sulla testa dei cittadini. Noi non permetteremo mai che la Costituzione europea sia fatta senza l'approvazione dei cittadini, non permetteremo mai che la Costituzione europea sia fatta da persone che non siano scelte liberamente tra i cittadini stessi. È evidente, quindi, che una Costituzione deve passare attraverso una Assemblea costituente.
Signor Presidente del Consiglio, per ben due volte lei ha richiamato con forza la questione dell'identità culturale europea. Ebbene, noi con altrettanta forza ribadiamo che questa è veramente la pietra angolare della struttura europea, ma purtroppo dobbiamo far notare che, troppo spesso, a causa delle sciagurate politiche sull'immigrazione, si è favorita semmai l'islamizzazione del paese più che una cultura europea. Un'islamizzazione


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del paese e del continente, senza tenere conto che nell'Europa dell'est esistevano ed esistono problemi estremamente gravi a cui dovremo comunque porre rimedio. In nome dell'Europa, si pensi innanzitutto agli europei!
Sull'allargamento, riteniamo corretto quanto espresso dal vicepresidente del Parlamento europeo Renzo Imbeni, che ha parlato di un allargamento nel rispetto delle regole e senza fare regali a nessuno, una posizione che mi pare seria e coerente e che deve, quindi, incominciare a fare ragionare sulla pesantissima questione turco-cipriota, ove sia il nostro Governo sia quello europeo spesso, anzi troppo spesso, hanno chiuso un occhio, se non due.
Caro Presidente, la struttura di questa Europa è evidentemente carente e la mancanza di entusiasmo che ella ha richiamato proprio all'inizio del suo discorso non è la causa, ma l'effetto di questa Europa così articolata. È inutile che le ricordi che nelle ultime elezioni europee oltre il 50 per cento degli aventi diritto non ha partecipato alle votazioni. Inoltre, proprio grazie a questa stupida struttura centralista europea, stanno fiorendo nel continente molti e floridi gruppi antieuropeisti, per non parlare poi dell'ultimo esito referendario danese. Insomma, Presidente, ci si renda conto che non sono i cittadini ad allontanarsi dall'Europa, ma queste istituzioni - che ora vi apprestate a modificare - ad allontanarli sempre più.
La crisi dell'euro, che tutti noi imputiamo ad una carenza di tutela politica, non è sanabile con le prese di posizione ancora più centraliste che ha proposto Prodi, volendo affidare addirittura la Banca centrale europea alla tutela della Commissione da lui presieduta: la crescita di un organo politico ben più vicino ai cittadini europei potrà essere quel nume tutelare dell'euro che è stato creato.
Il collante necessario ed insostituibile per far sì che chi abita in Europa si senta cittadino europeo non possono quindi di certo essere quegli Stati centrali sempre più privi di potere, ma debbono invece essere quelle regioni che dovranno avere sempre maggiori competenze, in nell'ottica di devolution che noi vogliamo portare avanti.
Ecco quindi un'Europa con un Parlamento finalmente legiferante che definirà le linee principali della Federazione ed un insieme di regioni tendenti ad attuare le linee programmatiche, nel rispetto del proprio territorio e dei propri popoli.
Caro Presidente del Consiglio, noi abbiamo sicuramente capito l'Europa che vogliamo ed intendiamo offrirle questo modello, ma nell'interesse del paese le daremo comunque una fiducia che deve ben spendersi, anche perché questa è sicuramente l'ultima volta che lei potrà avere la nostra fiducia e che potrà rappresentarci e non per decisione nostra, ma di quella sua stessa maggioranza che ha deciso di non ricandidarla (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bova. Ne ha facoltà.

DOMENICO BOVA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che il mio gruppo condivide pienamente, e il dibattito che si apre oggi alla Camera sono il segno importante del coinvolgimento parlamentare nella fase ascendente del processo normativo comunitario, nel caso specifico alla revisione dei Trattati.
Nizza, colleghi, rappresenta una tappa decisiva per riscrivere le regole del governo dell'Europa, per far crescere, dopo l'Europa della moneta e dell'economia, quella dei popoli e dei cittadini, l'Europa politica. Al vertice di Nizza spetta il compito di predisporre la riforma della struttura istituzionale e decisionale dell'Unione, struttura necessaria perché l'Unione stessa possa affrontare le sfide del momento, che sono quelle dell'euro e dell'allargamento. Da una parte l'euro rende necessarie forme più profonde di integrazione di carattere politico, dall'altra l'allargamento presuppone un'adeguata riforma dell'assetto istituzionale e


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del sistema decisionale europeo, che deve essere democratico ed efficace per evitare la paralisi decisionale ad un'Unione che conterà presto 27-30 membri.
L'allargamento rappresenta una responsabilità politica ed una opportunità storica per l'intera Europa. L'entrata dei paesi dell'Est nel quadro comunitario può dare un importante contributo alla pace ed alla stabilità dell'intera Europa, all'affermarsi della democrazia ed al rispetto dei diritti umani. L'allargamento può influire positivamente sullo sviluppo economico e civile dell'intera area.
Mentre da una parte, infatti, impone ai nuovi Stati di riformare l'assetto economico ed istituzionale interno al fine di conformarsi agli standard di sviluppo degli altri Stati membri, dall'altra dà vita ad un mercato più vasto ed integrato che conterà 500 milioni di persone e in cui aumenteranno certamente le opportunità di investimento, di crescita e di occupazione. Spetta pertanto a tutti gli Stati membri dell'Unione, e all'Italia in particolare, infondere maggiore fiducia nei propri cittadini verso l'Unione europea, quegli stessi cittadini che guardano con diffidenza ad ulteriori forme di integrazione dopo che l'introduzione dell'euro non ha ottenuto il successo che era stato annunciato e sperato.
Si tratta di diffondere nell'opinione pubblica l'idea che allargare l'Europa ai paesi dell'est non comporterà solo costi ma soprattutto benefici in termini di stabilità politica ed economica. Per quanto riguarda l'Italia in particolare, l'allargamento, determinando uno spostamento del baricentro dell'Unione dal centro-nord al centro-sud dell'Europa, ne accrescerà l'importanza strategica con effetti positivi su tutto il paese e anche sul Mezzogiorno d'Italia.
Un altro tema che mi preme sottolineare riguarda le riforme istituzionali che devono necessariamente precedere l'allargamento. È essenziale infatti che siano predisposte le riforme dell'apparato istituzionale e decisionale comunitario necessarie a garantire che l'allargamento si realizzi in condizioni ottimali, senza compromettere il dinamismo e il buon funzionamento della costruzione europea. Si tratta di riscrivere le regole del Governo dell'Europa allargata in modo da salvaguardare l'efficienza e la democraticità dell'apparato decisionale dell'Unione e in modo da garantire il buon funzionamento ed il dinamismo della costruzione europea.
Occorre evitare che l'allargamento sia realizzato a discapito dell'approfondimento e a costo della paralisi dell'apparato decisionale comunitario. Ai fini dell'approfondimento, considerando che i nuovi Stati non saranno subito nelle condizioni di adattarsi allo standard comunitario, si rende necessario accettare la prospettiva di un'Europa a più velocità, di cui le cooperazioni rafforzate costituiscano lo strumento. L'utilizzo di questo tipo di cooperazioni può garantire, come osservava questa mattina il Presidente del Consiglio, il dinamismo e l'efficienza del sistema comunitario ed evitare pericolose paralisi dell'apparato decisionale. Vanno pertanto superati i timori che le cooperazioni rafforzate possano portare alla frammentazione del sistema istituzionale; al contrario, la possibilità che due o più Stati membri assumano iniziative che consentano loro di avviare forme più profonde di cooperazione rappresenta un modo per accelerare il processo di integrazione, fornendo, anche a quegli Stati che momentaneamente non possano o non vogliano aderirvi; uno stimolo a superare gli ostacoli, le remore, le incertezze.
Mi piace qui ricordare che alla vigilia del vertice di Biarritz il Governo italiano ha presentato alla Conferenza intergovernativa, insieme alla Germania, un piano per la semplificazione del meccanismo di cooperazione rafforzata e per la costruzione di un'Europa a due velocità.
Il Governo italiano deve impegnarsi affinché alla conferenza europea di Nizza si raggiunga un accordo sulle questioni centrali del negoziato in corso che porti alla riduzione del numero dei commissari,


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all'estensione del voto a maggioranza qualificata, alla riponderazione semplice del voto in seno al Consiglio.
Un altro tema su cui mi preme porre l'accento è quello della Carta dei diritti. L'Italia deve adoperarsi affinché la Carta possa avere in futuro valore giuridico vincolante e non rimanere una semplice dichiarazione di intenti. Si tratta di superare le resistenze di quegli Stati che hanno impedito che fosse previsto, in occasione del vertice di Nizza, anche il semplice inserimento della Carta nei Trattati.
La Carta dei diritti, che dovrebbe costituire il preambolo della futura Costituzione europea, rappresenta una tappa importante per la creazione di una grande Europa unita che assicuri a tutti i cittadini un'area integrata di pace e di sicurezza, accanto ad un livello elevato delle forme di democrazia e di garanzia dei diritti individuali. Una proposta del Governo italiano che mi sembra importante - e a cui il Parlamento deve dare il proprio sostegno - riguarda l'inserimento nel tavolo negoziale della revisione dei trattati in materia di politica comune di sicurezza e di difesa. Ritengo necessario che siano recepiti nei Trattati i progressi compiuti in materia, prevedendo veri e propri parametri comuni, rispondenti alla nuova natura delle sfide della sicurezza, con particolare riguardo ai compiti di Petersberg (missioni di mantenimento della pace, di ripristino della pace e di gestione delle crisi). Ciò mi sembra tanto più urgente in vista dell'obiettivo dell'Unione di disporre, entro il 2003, di un corpo militare di cinquanta, sessantamila uomini, che si possano mobilitare nel giro di 60 giorni per missioni a livello internazionale. Tale forza, a cui l'Italia contribuirà fornendo 19.800 uomini, dovrebbe essere in grado di sostenere missioni della durata di almeno due anni e di sviluppare una serie di capacità militari.
In conclusione, dobbiamo avere la consapevolezza che la riforma dei meccanismi decisionali comunitari è essenziale, non solo ai fini dell'allargamento, ma soprattutto per gettare le premesse per forme più intense di integrazione e per realizzare quell'Europa che (come ha detto un grande uomo del secolo trascorso, di fronte alla porta di Brandeburgo a Berlino) deve essere libera grazie alle sue diversità e forte grazie alla sua unità.
All'Unione spetta, da una parte, consolidare le strutture democratiche per assicurare la stabilità politica, economica e sociale, dall'altra perseguire gli obiettivi di fondo dell'integrazione, assicurando alle istituzioni europee e ai suoi membri il buon funzionamento e la massima efficacia dei meccanismi decisionali.
Riscrivere le regole di convivenza che consentano il buongoverno di un'Europa allargata non è - lo sappiamo bene, colleghi - un obiettivo facile da raggiungere: profonde sono ancora le divergenze tra gli Stati membri su questioni di fondo. È necessario, pertanto, uno sforzo congiunto per superare i singoli interessi nazionali a favore dell'interesse generale comunitario, del buon funzionamento e dell'integrazione politica.
I Governi degli Stati membri dovranno accettare ulteriori riduzioni delle rispettive sovranità nazionali al fine di completare il processo di integrazione politica ed economica dell'Europa e per dare all'Unione quell'anima politica che ancora le manca.
Mi auguro che il dibattito si concluda con una posizione unitaria (come mi pare stia emergendo) condivisa dalla maggioranza e dall'opposizione: ciò permetterebbe al Governo di presentarsi al Consiglio europeo di Nizza con una posizione negoziale forte, espressione non solo della maggioranza, ma di tutta Italia. Con tali considerazioni, colleghi, vi invito a dare al Governo il pieno mandato perché a Nizza si lavori per dare all'Europa il senso di un grande comune disegno per una comune identità politica e culturale e perché viva un progetto che doti l'Unione di una comune identità (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Urso. Ne ha facoltà.


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ADOLFO URSO. Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente, colleghi, credo che sia un fatto importante e niente affatto scontato che in questa sede si giunga (come in questo momento sembra possibile) ad una risoluzione a larghissima maggioranza, ad una risoluzione bipartisan su un argomento fondamentale per la vita del nostro paese e dell'Europa. È un fatto importante e per niente scontato, perché il clima generale di questi mesi e qualche dichiarazione di troppo, resa a fini elettorali e demagogici anche da alcune alte autorità del Governo, avrebbero potuto determinare un'altra soluzione. Invece, il dibattito si avvia - almeno per la parte politica che rappresento, ovvero il centrodestra, la casa delle libertà e Alleanza nazionale - ad un voto comune su una risoluzione che spero sia definita. Sarà probabilmente un voto a larga maggioranza, perché non dobbiamo sottacere il fatto che vi è una parte del Parlamento che non esprimerà voto favorevole e si recherà a Nizza per manifestare contro il vertice che si terrà in quella città.
Non è affatto scontato, perché avendo sentito il presidente Berlinguer affermare che esistono in Europa due destre, una favorevole all'integrazione e l'altra contraria, debbo dire che esistono in questo Parlamento due sinistre: una favorevole al processo di integrazione europea e l'altra fortemente contraria, che ha radici nella storia della sinistra italiana. Esistono in questo Parlamento due sinistre che si contrappongono, in questa ed in altre sedi, salvo poi ritrovarsi - dobbiamo dare atto di una dichiarazione di grande fantasia - in un atteggiamento di non belligeranza elettorale per la prossima competizione. Affermo che esistono due sinistre, come sempre sono esistite nella storia d'Europa.
Questa mattina il Presidente della Repubblica Ciampi ricordava, in un articolo riportato sulla stampa, che stiamo nuovamente decidendo le sorti del nostro continente, così come ebbero a fare i grandi statisti degli anni cinquanta. È un paragone che a me piace molto, per cui voglio ricordare, come ha fatto il Presidente all'inizio del suo articolo, ciò che si decise negli anni cinquanta. Anche allora bisognava scegliere quale Europa costruire e si avviò un processo che doveva partire, non a caso, dalla difesa militare dell'Europa, dalla Comunità europea di difesa, ma che poi partì invece da quella economica. Nel frattempo, però, si costruivano le due Europe: una militare, di difesa, l'Alleanza atlantica, l'altra economica, la Comunità europea. Ebbene, le due Europe che si costruivano l'una sull'altra e si integravano, sempre in nome della libertà e dell'occidente, avevano di fronte un'altra Europa, che a sua volta si integrava, per contrapposizione militare ed economica: il Patto di Varsavia ed il Comecon.
In quel processo di integrazione europea ed in quel processo di difesa affonda le radici, come giustamente ricordava Ciampi, il processo che noi abbiamo davanti, e che ha altre prospettive, perché la situazione geopolitica del continente è cambiata. L'Europa di allora si costruiva a difesa e contro qualcosa, l'Europa di oggi si costruisce per includere quel qualcosa che non c'è più, che è crollato. Per questo il processo interno è diverso, per questo è necessario (come lei, signor Presidente del Consiglio, ha detto più volte, e di questo la ringrazio) integrare in nome di valori superiori. È necessario includere e non più escludere, ma in nome di qualcosa, delle radici cristiane, delle radici latine di questo continente, della cultura che si è formata; integrare in nome di valori superiori, a partire da Nizza, certamente, ma non solo con Nizza, bensì con un processo che va sviluppandosi nel tempo.
Con un certo interesse crediamo di aver notato nella parte finale del suo discorso la consapevolezza delle inquietudini che sicuramente vi sono in Europa, di un processo che si sta sviluppando nei cittadini europei e che bisogna comprendere fino in fondo, nonché di quel deficit di democrazia che corre il rischio di bloccare il processo di integrazione e di allargamento ad est. Ebbene, lei diceva nella parte finale del suo discorso che è


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importante seguire una procedura di largo coinvolgimento per arrivare alla costituzione europea: «non soltanto un gruppo di saggi» - non soltanto un gruppo di burocrati e di eurocrati - «ma di sicuro i Parlamenti nazionali, reinvestiti di questo problema, probabilmente le opinioni pubbliche nazionali, certo gli Stati che via via entreranno nell'Unione». Io vorrei dire: cancelliamo quel «probabilmente», diciamo «le opinioni pubbliche nazionali», certamente le opinioni pubbliche nazionali, certamente i cittadini europei. La volontà comune che l'Italia deve manifestare a Nizza ci deve consentire di avere un progetto nazionale, un progetto per il nostro paese, perché non sia soltanto il partner che dice sempre di sì, ma innanzitutto lo Stato che è consapevole di essere diventato finalmente, per condizioni storiche, non più la nazione confine d'Europa, non più la nazione che deve fare da freno rispetto all'est e al sud, ma la nazione cerniera d'Europa, che può e deve trovare un proprio progetto nazionale e diventare nazione leader nel contesto interregionale balcanico e danubiano, così come è nella sua storia.
Per far questo - e concludo - vi è bisogno certamente di una politica bipartisan in questo momento, nella consapevolezza che il processo di allargamento ad est e di rifondazione degli istituti comunitari sarà accompagnato nella prossima legislatura da questo Parlamento e dal Parlamento europeo, nel processo ovviamente dei vertici intergovernativi. Quindi la maggioranza di oggi, che verosimilmente non sarà la maggioranza di domani, deve partecipare anch'essa al processo di integrazione, come noi oggi facciamo dai banchi dell'opposizione e come ci auguriamo di farlo un domani dai banchi del Governo, in una logica da sistema-paese che è importante portare all'interno della nostra nazione. Non era scontato, perché in politica estera, salvo questa legislatura in cui il voto del Polo c'è sempre stato sulle questioni fondamentali di politica estera - parlo del Kosovo e dell'Albania -, la storia del nostro paese non è una storia bipartisan: vi era una sinistra consistente che in politica estera, nel caso della Comunità economica europea e dell'Alleanza atlantica, per troppo, lungo tempo stava dall'altra parte. Una piccola parte di quella sinistra ancora oggi sta dall'altra parte in questo Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Monaco. Ne ha facoltà.

FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, com'è noto all'ordine del giorno della Conferenza intergovernativa di Nizza vi sono tre questioni che attengono all'assetto istituzionale dell'Unione europea: le dimensioni e la composizione della Commissione, il meccanismo di ponderazione dei voti in seno al Consiglio dell'Unione e l'eventuale estensione del voto a maggioranza qualificata nel Consiglio stesso. A tali questioni si aggiunge l'auspicato varo della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione messa a punto dall'apposita convenzione sulla quale questa Camera si è già pronunciata.
Per esprimerci sinteticamente, potremmo racchiudere l'intero senso del vertice di Nizza nella questione che definirei della direzione e della misura dell'integrazione politico-istituzionale dell'Unione o addirittura del senso e delle dimensioni del processo di costituzionalizzazione dell'Unione, se è vero che le Costituzioni, di norma, fissano, da un lato, i principi e i diritti fondamentali, affidati alla Carta, cui segue abitualmente la ripartizione dei poteri tra gli organi che presiedono alle decisioni collettive.
Anche in Italia, ancorché circoscritto ad una élite di opinione politica e culturale, a partire dall'estate scorsa si è sviluppato un intenso dibattito al quale hanno partecipato un po' tutti i principali protagonisti: mi riferisco al Presidente Ciampi, al Presidente del Consiglio Amato, al ministro Dini, al Presidente Prodi, all'onorevole Napolitano e ad altri ancora. Osservo, senza spirito polemico, ma come mera constatazione di fatto, che è risultata vistosa l'assenza di contributi di


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rilievo da parte dell'opposizione, per tacere poi delle resistenze fino all'aperto e talvolta scomposto dissenso da parte di alcuni settori dell'opposizione stessa.
Ancor più ricco e variegato è stato il dibattito su scala europea, polarizzato in larga misura, com'è noto, intorno al punto di vista, da un lato, del Presidente Chirac e, dall'altro, del ministro Fischer. Come dicevo, è impossibile raccogliere qui il senso di tale dibattito; sterile e semplicistica sarebbe anche la rappresentazione di quel dibattito all'insegna dell'opposizione tra idealisti da un lato e pragmatici dall'altro, tra massimalisti e minimalisti. Di sicuro si può osservare che il positivo risultato di quella riflessione è scaturito da un virtuoso gioco delle parti niente affatto artificioso e furbesco. Mi spiego meglio. Da un lato, vi è l'impulso a procedere più speditamente lungo la via dell'integrazione politica da parte della Commissione europea e del suo Presidente Prodi: è giusto che sia così, perché spetta alla Commissione svolgere questa parte di impulso, esaltata dal compito che il suo Presidente si è assegnato; dall'altro, vi è il realismo dei Governi, più o meno europeisti, sostenuti e pungolati dai rispettivi Parlamenti. Infine, vi è la visione generosa e audace dei federalisti che ha rappresentato da sempre uno stimolo per l'azione degli statisti.
Merita citare una pagina del 1973, nella quale Altiero Spinelli rimarcava il senso ed il valore di questa sinergia, di questo virtuoso gioco delle parti: «La Comunità europea è stata il frutto di una tensione fra la visione radicale dei federalisti e la realizzazione pragmatica degli statisti, ma senza questa tensione nulla sarebbe stato intrapreso».
Per quanto riguarda l'Italia, da sempre all'avanguardia nella tensione europeista, merita notare, come ha fatto efficacemente Giorgio Napolitano di recente a Formia, che il DNA dell'europeismo italiano sta nella consapevolezza, vivissima soprattutto in De Gasperi, del nesso profondo tra il ruolo dell'Italia e la costruzione dell'Europa politica.
Nelle sue memorie Jean Monnet ce ne dà testimonianza. Così scrive: «De Gasperi aveva compreso (...)» - è uno passo del 1952 - «che l'Italia non avrebbe giocato in Europa un ruolo equivalente a quello degli Stati più industrializzati se non accelerando il processo politico che restava in sospeso nei primi trattati europei».
Venendo ora al merito delle due grandi aree di problemi oggetto dell'appuntamento di Nizza, in vista del quale questo Parlamento può e deve affidare un mandato al Governo, mi limito a fare una sola osservazione per ciascuna di esse. Anzitutto, nel ridisegnare la mappa dei poteri nell'Unione si deve sviluppare la proposta già contenuta in un libro bianco sulla governance, cioè sull'insieme dei livelli e delle forme di Governo della società europea. È tempo cioè di mettere a punto - sono parole di Prodi - un piano di insieme ispirato all'idea che l'Europa non è gestita solo dalle istituzioni europee ma anche dalle autorità nazionali, regionali e locali e dalla società civile. Queste parole suggeriscono una doppia esigenza, quella di un ripensamento complessivo ed organico dei poteri dell'Unione e della consapevolezza che il governo dell'Europa è sistema articolato cui partecipa una pluralità di soggetti sociali ed istituzionali, centrali e locali.
Circa la Carta dei diritti dell'Unione, dobbiamo confermare il giudizio che questa Camera ha già formulato: è un testo decisamente buono che vorremmo fosse integrato nei trattati; uno strumento prezioso sia ai fini dell'allargamento sia - ove fosse necessario - per venire a capo di problemi come quello che si è posto di recente per l'Austria. Una Carta, che fissa con precisione l'identikit etico-politico dell'Unione, serve ai paesi candidati ad accedervi affinché lo facciano con cognizione di causa in ordine ai principi che informano l'Unione stessa; serve altresì a sanzionare con imparzialità ed oggettività, ove fosse il caso, Stati e formazioni politiche in aperto contrasto con quella tavola dei diritti.


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Lungi da noi ogni strumentalizzazione ed ogni forzatura polemica. Auspichiamo anzi il più largo consenso di questa Camera sull'indirizzo qui accennato, ma insieme massima chiarezza e dunque unità nella chiarezza. In Europa dobbiamo portare la nostra unità, che però sia al riparo da sorde resistenze o da malcelate ambiguità circa la convinzione che si debba spingere in avanti il processo di integrazione politica e la costituzionalizzazione dell'Unione europea.
Dunque i democratici acconsentono volentieri al mandato che lei, Presidente Amato, ci ha chiesto, ma proprio nei termini che lei ci ha chiesto, cioè un mandato forte a non accontentarsi di posizioni minimaliste, ma piuttosto a puntare ad un obiettivo alto. Credo che siano state queste le sue parole.
Ritengo sia doveroso rimarcarlo anche qui in quest'ora perché - lo dico anche alla luce delle parole che sono risuonate poc'anzi in quest'aula - non vorrei che il consenso manifestato da alcune parti politiche (consenso, lo ripeto, auspicabilmente largo) sia un consenso meramente tattico, artificioso, forzato e originato da mere convenienze politico-elettorali (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Vendola. Ne ha facoltà.

NICHI VENDOLA. Nel suo discorso di stamane, come al solito ricco di suggestioni e di finezza intellettuale, il Presidente del Consiglio è partito dal disvelamento di quelle inquietudini e di quei dubbi anche radicali che paiono minare la stessa architettura del discorso europeista. Vi è come una grande ombra - questo pareva dirci Giuliano Amato - che pesa sul profilo stesso del vecchio continente. Non solo un palese deficit di entusiasmo ma addirittura una incrinatura del senso medesimo di uno spazio comune e di un comune progetto.
Come non condividere una descrizione che vede ciclicamente lo schiudersi di processi e di culture che sono il contrario dell'integrazione, che vede e non nasconde la flebile identità su cui cementare la nuova democrazia comunitaria, che è capace di intendere l'opacità e la friabilità dei valori che pure dovrebbero forgiare il sentire comune di un popolo di popoli?
Sarebbe utile - ma questo il nostro premier non lo fa e forse non lo può fare - chiedersi dove nasca l'ombra, cosa abbia generato l'inquietudine, altrimenti ne riduciamo la portata ad una sorta di pittura impressionistica, ad un epifenomeno senza politica. Diciamo la verità, l'ombra nasce dalla storia recente, quella che ha visto poco alla volta sfibrarsi le grandi narrazioni europeistiche che avevano animato le culture moderate e riformatrici del novecento, quella che ha visto ridursi a cartoline illustrate le cogenti intuizioni di Altiero Spinelli, quella che ha messo al centro, come un collante, e addirittura come un'etica, la moneta, il suo primato sulla politica, il suo valore ordinamentale, la sua democrazia senza procedure e senza soggetti. Qui, secondo noi, si spegne un'idea, qui si consuma un'ambizione, qui si trasforma una grande edificazione geopolitica e addirittura antropologica nella prosaica ingegneria delle relazioni intergovernative e nella predicazione quasi teologica della Banca centrale.
Insomma, qui l'Europa si stinge e si rinsecchisce, adattandosi ad esistere alla stregua di un contenitore misto di burocrazie politiche e di ceti mercantili. I popoli e la democrazia sono oggetti retorici, ma non soggetti vivi, ma non attori protagonisti, ma non sovrani effettuali di questa Europa inquieta del suo conio, ma non così inquieta da rovesciare a se stessa nel primato costituente della democrazia dei popoli.
Al difetto di senso di progetto il Presidente del Consiglio, non senza abilità argomentativa, cerca di supplire con il discorso sulla Carta. La Carta dei diritti, diciamo il manifesto della nuova cittadinanza continentale, nasce da genitori cattivi, cioè da un'elaborazione ristretta e separata e non da un vero processo democratico. La Carta vorrebbe restituire un'anima a quelli che si erano totalitariamente


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occupati dei portafogli e dei mercati, vorrebbe presentarsi come un filo d'Arianna nel necessitato labirinto delle politiche della moneta e dunque vorrebbe presentarsi come un contrappeso all'urto materiale del neoliberismo in tutte le sue varianti politico-ideologiche. La Carta sembra diventare, in virtù della propria potenza demiurgica, la traccia di quel popolo e di quell'unità che poi verranno: come verranno, perché verranno questo non è dato sapere.
Nei suoi tratti principali, signor Presidente del Consiglio, questa Costituzione in nuce pare assorbire il nucleo cruciale della democrazia liberale, pur aperta ai nuovi beni di una società complessa, in primis il principio di non discriminazione come regolatore generale e articolato su ogni latitudine delle differenze e delle diversità. Ma niente di più. Direi molto di meno rispetto al costituzionalismo europeo novecentesco, a quell'equilibrio avanzato e solido tra principi della democrazia liberale e principi della democrazia sociale, che trovano, come tutti sanno, nella nostra Carta del 1948, un modello insuperato di sintesi.
Le due grandi questioni che sono la storia, anche la storia costituzionale del secolo appena finito, scompaiono dagli odierni assetti regolativi: il lavoro e la pace. Il lavoro regredisce a dimensione economico-corporativa, laddove era la base materiale dei percorsi di inveramento della giustizia sociale e di eguaglianza nel godimento della pienezza della cittadinanza; la pace semplicemente si dissolve in sussulti emotivi, non essendo più al tempo del monopolarismo targato NATO né un diritto né un dovere delle genti e degli Stati.
Come si vede, in questo schema argomentativo, esposto naturalmente in maniera grezza e sotto forma di indice, a causa dei cinque minuti di tempo concessomi, vi è tutto tranne che la paura dell'Europa o dell'europeismo. Il nostro voto negativo sul mandato che si chiede della riunione di Nizza intende segnalare non la spinta al villaggio o la nostalgia delle piccole patrie; al contrario, la sfida della costruzione della democrazia del popolo d'Europa ci appassiona e ci stimola, ma c'è, signor Presidente del Consiglio, un'Europa delle oligarchie e di un'unica sovranità mercantile che a noi non piace e che noi intendiamo bocciare (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti - Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Saonara. Ne ha facoltà.

GIOVANNI SAONARA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, signor ministro degli affari esteri, signor ministro per le politiche comunitarie, il gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo accoglie volentieri la richiesta che lei, Presidente Amato, ha fatto stamani; la accoglie nella convinzione che il negoziato, che ha visto impegnato il nostro Governo da protagonista, debba essere concluso nel segno di una partecipazione accorta, tenace, determinata, come è avvenuto in questi mesi, che credo siano stati faticosi per i nostri negoziatori come probabilmente lo saranno anche i giorni di Nizza.
Il gruppo si rallegra anche del profilato accordo ed approdo che vi sarà, mi auguro anch'io nella chiarezza, questa sera al momento delle votazioni. Nella chiarezza, dunque, perché mi auguro che il consenso sulla risoluzione sia anche consenso sulle posizioni italiane espresse nelle note n. 4746, n. 4731 e n. 4783, fatte pervenire tempestivamente ai negoziati della Conferenza intergovernativa. Non vorrei che vi fosse un consenso politico «general-generico», mentre sappiamo che le questioni al centro del negoziato sono la composizione della Commissione europea, la riponderazione dei voti in seno al Consiglio, la maggioranza qualificata e la cooperazione rafforzata.
Si tratta di questioni, come è stato detto più volte anche stamani, che hanno certamente, signor Presidente del Consiglio, una loro «tecnicalità», forse non entusiasmante neppure per molti parlamentari;


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si tratta anche, però, di questioni squisitamente politiche, come lei del resto ha riconosciuto e sottolineato, tant'è vero che le ha connesse immediatamente con la proclamazione solenne della Carta dei diritti e con il tema straordinario del cosiddetto allargamento alle nazioni che da molti anni sono in attesa, sulla soglia dell'Unione europea, di essere integrate in questo cammino.
Sono questioni cruciali per la riforma delle istituzioni europee che chiedono, signor Presidente del Consiglio, di essere conosciute e riconosciute. Forse potrà sembrare paradossale, ma proprio in queste settimane, in questi mesi - lei stesso all'inizio del suo intervento lo ha riconosciuto -, vi sono state folate di gelo sulle istituzioni europee. In parte, la XIV Commissione della Camera dei deputati, nello svolgimento di un'indagine conoscitiva molto impegnativa sulle modalità di recepimento delle direttive europee e riflettendo sulle modalità di negoziazione nella fase ascendente (quindi nel «protagonismo» del nostro paese), ha riscontrato questo stesso disagio e questa stessa difficoltà. Si tratta, pertanto, di istituzioni da «ri-conoscere», da «ri-trovare», con lo stesso entusiasmo e la stessa determinazione che ci hanno guidato nel triennio 1996-1998 e che non possono essere smarriti per le folate di gelo che, come dicevo, soprattutto negli ultimi mesi sono ricomparse in qualche modo nelle nostre città, nelle nostre regioni, presso le nostre amministrazioni. Non mi riferisco soltanto, come ognuno di noi sa, alla riconoscibilità o meno del vincolo dell'euro, ma ad una riflessione più vasta sui vincoli e sulle opportunità che il nostro paese ha rispetto all'Unione europea.
Come accade sempre in queste occasioni, gli uffici della Camera dei deputati ci hanno fatto dono di una serie di strumenti che mi auguro possano diventare anche e soprattutto strumenti della prossima campagna elettorale. Non scambio i materiali proposti dalla Camera dei deputati per veloci informative agli elettori. Mi chiedo semplicemente, e le chiedo anche, se quel mutuo riconoscimento di civiltà politica, cui lei ha fatto cenno nei giorni scorsi, non potrebbe improntare anche la prossima campagna elettorale, giocandola sulla corresponsabilità possibile di tutti noi verso l'Europa e sottolineo «di tutti noi» perché, se mi si consente di soffermarmi su un aspetto che lei ha forse implicitamente sottolineato nel suo discorso, questa mattina lei ha chiesto il consenso alla prosecuzione dei negoziati. Mi auguro però che tale consenso sia anche il consenso di quegli enti locali, specialmente le regioni, che - lei lo sa - sono diventate sempre più sensibili alle questioni relative alla nostra negoziazione in ambito comunitario. Si tratta evidentemente di ricostruire percorsi di fiducia tra gli enti locali, lo Stato e gli Stati - nel solco del buon lavoro fatto in questi cinque anni e nel senso della corresponsabilità di un patto europeo tra questi attori; di ricostruirlo in questo modo, anche là dove - in questa Camera dei deputati rappresento le popolazioni del Veneto - può nascere e può risorgere uno scetticismo, una disillusione e un disincanto, che non sempre è frutto di disinformazione, anzi, è frutto di attesa e anche di timore per l'allargamento e per l'approfondimento!
Non a caso, a me piace parlare di più di riunificazione e di logica della codecisione, così come lei del resto ha ricordato questa mattina. Signor Presidente del Consiglio, i timori che vengono espressi - siano essi quelli degli allevatori che sono ai valichi, siano essi quelli di chi gode da molti anni dell'ombrello che a volte viene sentito peraltro insufficiente del sostegno alle produzioni agricole - sono quelli della old economy, sono quelli che vengono proprio dalla terra, dalla «terra concreta» e che non sembrano avvertire neppure la cosiddetta new economy, l'area leggera della new economy! I timori vengono da lì e non possono essere sottovalutati anche perché sottovalutare questi timori relativi alle riforme delle istituzioni europee e alla loro capacità riconosciuta di autorevolezza sarebbe particolarmente grave.


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Lei, signor Presidente del Consiglio, va a Nizza un anno dopo il convegno di Seattle e a qualche settimana dall'incontro de l'Aja. Entrambi gli incontri, che non hanno avuto esito positivo, possono far ritenere studiosi e cittadini che sia impossibile l'accordo intergovernativo sulle questioni essenziali del nostro futuro, della modernità, dello sviluppo. Vi può essere una crisi della stessa idea di governo globale e credo che questo sia un tema che lei, il ministro Dini e il ministro Mattioli avete, con responsabilità diverse, seguito con la medesima passione in questi anni. Ci può essere l'idea che anche la Conferenza di Nizza possa concludersi, se non con un fallimento, con un accordo di basso profilo. Ed allora, credo che tornino particolarmente utili le osservazioni proposte dal Presidente Romano Prodi nel suo discorso a Strasburgo ad ottobre di quest'anno. Osservava Prodi: «Negli ultimi cinquant'anni abbiamo ottenuto grandi risultati, ma non dobbiamo cadere nell'errore di abbassare la guardia considerando tali risultati irreversibili.
Se non ci impegneremo a salvaguardare gli elementi essenziali dell'architettura costituzionale europea, noi perderemo anche le conquiste che oggi diamo per scontate, cioè la responsabilità democratica, la legittimazione, lo Stato di diritto».
Io ritengo, signor Presidente, che i Popolari e democratici siano da sempre impegnati nella salvaguardia, nell'estensione e nel consolidamento di questi diritti e saranno al suo fianco nel negoziato di Nizza (Applausi dei deputati del gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Trantino. Ne ha facoltà.

ENZO TRANTINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, credo che debba essere una operazione di grande onestà intellettuale e istituzionale non caricare Nizza di contenuti messianici. Nizza è un passaggio obbligato e deve essere un passaggio importante. Nizza quindi non è una tappa pigra e automatica, ma è soltanto l'avvio di un processo che deve essere curato, irrobustito e nutrito tutte le volte in cui noi avremo la possibilità di farlo.
Da ciò discendono le sue inquietudini, onorevole Presidente del Consiglio, e tali inquietudini ovviamente debbono anche riferirsi ai veti che sono delle realtà ostative oggi presenti. C'è un fronte scettico su Nizza. Vi sono paesi europei che vengono definiti costellazioni mobili: vi è la tendenza alla minimalità della Gran Bretagna, vi è la ricerca dei massimi sistemi della Francia e vi è una riserva costituzionale da parte dell'Italia in ordine all'articolo 42, quando si parla della proprietà avente funzione sociale e che certamente non trova traccia nella carta fondamentale dell'Europa. Le diciamo subito, signor Presidente del Consiglio, che Alleanza nazionale le affida una forte adesione all'isolamento del razzismo contestuale all'esclusione delle discriminazioni: sono i due poli di un ragionamento che non è né suggestivo né filosofico, ma che diventa morale dello Stato.
Ci sono degli interrogativi, come dicevo, e questo eventuale fallimento che potrà derivare da questi interrogativi sarebbe un vuoto di iniziative e coinciderebbe per le istituzioni con un arresto cardiaco che può essere momentaneo o allarmante e noi ci auguriamo che sia soltanto un fatto di precaria presenza.
Barnier elenca, e gela, i veti: la Francia sulla politica commerciale; la Gran Bretagna sulla fiscalità; la Germania sull'immigrazione; la Spagna sui fondi strutturali. È diventata l'Europa di Sant'Andrea. Non si capisce più che cosa ci unisce quando sono tante le occasioni di divaricazione.
Meno male che stamattina abbiamo letto che il Presidente della Repubblica Ciampi tonifica le nostre speranze. Vi è una comunità di valori che arricchiscono l'identità europea come un valore aggiunto all'identità nazionale. V'è quindi l'urgenza di manifestare una fede europea, ma verso dove? Ecco il punto copernicano: dall'economia al diritto, come un raccordo tra carte e trattati (che la carta possa


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essere la prima parte, il preambolo o la mappa, questo appartiene soltanto alla nomenclatura).
L'Italia deve vestirsi d'orgoglio e deve rivendicare i diritti condivisi che si innalzano a valore: dalla patria come comunità di destini, alla giustizia senza persecuzioni e senza protezioni, alla famiglia come scelta affettiva e morale tra uomo e donna mirata a «infuturarsi» nei figli, alla cultura - per educare prima e informare dopo senza veleni di parte - all'impresa, rischio che diventa capitale e lavoro. Solo così si accorcia il gap tra potere politico e controllo democratico. Occorre cioè sentire le istituzioni e non subirle. Perciò occorre una Costituzione leggera, flessibile, breve, puntata sulla sussidiarietà - come oggi ha ricordato Biancheri - che ha un titolo particolare, qui da noi, nello Stato dove ha sede la cattedra di Pietro.
Il 2002 è vicino. L'euro non deve essere più la moneta di conto, ma la moneta corrente. Ecco perché la soluzione che prospetta Alleanza nazionale è che vi sia una politica estera europea - così come ella ha annunciato - con una politica di difesa comune. Questo deve rappresentare il corpo della nuova Europa che si vuole edificare, ma l'anima deve essere ricercata nel diritto europeo, cioè nelle libertà al plurale, nelle libertà ordinate, perché se queste libertà ordinate mirano allo sviluppo dell'Europa, essa non sarà più soltanto una riunione geografica di Stati, ma un destino unitario che potrà parlare il futuro dei nostri figli (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e di Forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Benetti. Ne ha facoltà.

LINO DE BENETTI. Signor Presidente, signori ministri, i Verdi sono pienamente ed integralmente d'accordo con le dichiarazioni del Presidente del Consiglio che hanno aperto questo dibattito: non desidero, quindi, entrare nel merito delle grandi questioni poste e voglio sottoscrivere le posizioni espresse dal Presidente del Consiglio, augurandomi che vi sia davvero una risoluzione unitaria della Camera. Nel breve tempo che ho a disposizione, mi soffermerò, invece, su altri temi, che possono riguardare il volto, l'identità, l'anima, il progetto comune per l'Europa.
Se oggi siamo qui, a svolgere questo dibattito politico in aula, è grazie ai Governi che si sono succeduti in questi anni, in particolare dal 1996 ad oggi, in quali con accanimento e determinazione hanno portato l'Italia in Europa, grazie al risanamento dei conti, con una grande voglia di stare nel gruppo di avanguardia dei paesi migliori, nel gruppo che «tira» ed ha una visione ideale. Questo è accaduto grazie ai Governi di centrosinistra che hanno governato fino ad oggi il nostro paese e mi auguro continuino a governarlo anche nel futuro: la nostra discussione di oggi è infatti già un risultato, con il nostro desiderio di giungere, con coesione, ad una risoluzione comune.
Per i Verdi, devo aggiungere poche considerazioni. Come ho avuto occasione di osservare in sede di dibattito sulla Carta dei diritti, non siamo mai diventati europeisti perché siamo nati europeisti: l'essere europeisti è nel nostro fattore costitutivo, se posso usare un'espressione un po' banale, nel nostro DNA. Siamo nell'ambito del grande disegno di Spinelli, Einaudi, Sturzo, De Gasperi e, voglio ricordare, anche di Alex Langer...

ALFREDO BIONDI. Martino!

LINO DE BENETTI. Adesso, naturalmente, abbiamo a che fare con problemi che, come ha osservato il Presidente del Consiglio, sono oggetto di inquietudine (siamo d'accordo) e non vanno sminuiti. Non dobbiamo e non possiamo fare passi indietro: i Verdi non vogliono che si facciano passi indietro! Quale identità, quale volto comune dell'Europa vogliamo richiamare? Devo al riguardo segnalare, soltanto per titoli, quelle che oggi ci sembrano insufficienze: in primo luogo, solo per stare alla cronaca e alle vicende degli ultimi anni, mesi e giorni, ricordo il caso (cui anche lei, Presidente Amato, si è


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riferito) della mucca pazza, che richiama i diritti della salute e della sicurezza, il potere di scelta dei cittadini, la possibilità di avere una buona qualità della vita.
Ricordo ancora il fallimento - già citato precedentemente dal collega Saonara - della Conferenza sul clima de L'Aja, in cui l'Europa ha certamente mostrato più coesione e forza, con posizioni diverse da quelle di Giappone, Australia e Stati Uniti: vi sono, però, ancora posizioni contraddittorie, poco forti, troppo deboli. Ricordo, inoltre, una sorta di deregulation europea sulla caccia, in nome di un preteso principio di sussidiarietà, assurdo e sbagliato; ricordo poi una debolezza antica dell'Europa sulla questione della politica comune nel settore della difesa. Ancora, stamattina un fax mi ha informato di una legge in Brasile per abbattere il 50 per cento delle foreste amazzoniche al fine di destinare i terreni all'agricoltura intensiva e agli allevamenti. Chiedo allora: come può reagire l'Europa, essendo molto interessata, di fronte a questi fatti? Sono solo alcuni punti che indichiamo, e parlo velocemente per dire qualcosa di più.
Occorre certamente un'Europa più forte; in un'intervista, pubblicata ieri su la Repubblica, Daniel Cohn-Bendit indica la risposta che dobbiamo dare: un'Europa più forte, meno debole, che sappia difendere i propri interessi che riguardano la qualità e richiamano quella che lei, signor Presidente del Consiglio, indicava come anima dell'Europa. Ciò va fatto peraltro, a nostro avviso, non soltanto contro paesi come l'America, l'Australia, il Giappone, ma anche contro interessi di alcuni poteri allo sviluppo quantitativo che rischia di uccidere il pianeta, e non solo l'Europa. Si tratta di un furto di qualità, di libertà, di diritto, di dignità degli esseri umani.
Contro questo accanimento di profitto, se così posso dire, non vogliamo consentire alcuna mediazione, quindi devono essere superati i deficit di democrazia politica, di sostenibilità allo sviluppo, di libertà e di diritti. Vorremmo che, quando si parla di cooperazione rafforzata - sulla quale siamo d'accordo come ho detto inizialmente - tra i fattori della stessa sia compreso anche lo sviluppo sostenibile, che è una delle anime principali di una cooperazione di avanguardia rafforzata. È una proposta che può essere avanzata in questa sede, è ciò di cui i Verdi desiderano essere protagonisti, collaborando affinché il disegno che lei ha menzionato, signor Presidente del Consiglio, sia quello che ci avvicina al disegno dei padri fondatori e dei Governi che in questi anni hanno sostenuto l'Europa dei popoli, delle libertà e dei diritti (Applausi dei deputati dei gruppi misto-Verdi-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Follini. Ne ha facoltà.

MARCO FOLLINI. Signor Presidente, il mandato che i deputati del centrocristiano democratico affidano al Governo in vista del vertice di Nizza è finalizzato a costruire un'Europa più forte, più unita, più larga e più libera. Lo scenario degli anni scorsi è molto diverso da quello nel quale ci troviamo oggi ad affrontare questo appuntamento. Non ho bisogno di ricordare che il disegno europeista, nato dopo la guerra per la forte volontà dei democratici cristiani, per molti e molti anni, ha incontrato nel nostro paese l'ostilità e l'incomprensione di larghissima parte della sinistra. Forse non sarà inutile, né troppo polemico ricordare ancora che meno di dieci anni fa il voto di ratifica del Trattato di Maastricht vide in questa stessa aula l'astensione del maggior partito della sinistra e dell'allora onorevole Rutelli.
Se segnalo con puntiglio questi precedenti non è per alzare steccati, ma semmai per ricordare quando lungo sia il cammino alle nostre spalle e quanto sia prezioso, al punto in cui siamo, costruire intorno all'obiettivo europeo il più ampio consenso delle principali culture politiche del nostro paese. Oggi tentiamo la strada di un mandato comune del Parlamento al Governo, di tutto il Parlamento o quasi. Vogliamo sotterrare, una volta per tutte, l'idea velenosa e fasulla che esista una


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divisione tra i Poli sull'Europa e che ci sia un Polo, quello arrivato magari per ultimo alla conversione europea, che su questo argomento ha titolo per rivendicare il primato del neofita.
Gli argomenti di cui si discuterà a Nizza sono principalmente due: uno riguarda la riforma dei meccanismi decisionali dell'Unione, vale a dire l'obiettivo di limitare i diritti di veto di ogni paese e di ampliare il numero di materie sulle quali decide la maggioranza, di estendere l'area della cooperazione rafforzata. Tale obiettivo, ovviamente, contiene un principio di maggiore democrazia; vogliamo affidare ai popoli e non solo agli Stati, alle procedure democratiche ed elettorali e non solo al negoziato diplomatico i passi ulteriori che la comunità farà di qui in avanti.
Il secondo argomento è quello che impropriamente viene definito l'allargamento. Dico impropriamente perché credo che si tratti di una vera e propria riunificazione dell'Europa. Noi vogliamo reinserire a pieno titolo nell'Unione quei paesi che il comunismo ha tenuto segregati al di là della cortina di ferro e che si sono liberati della dittatura anche perché hanno sempre mantenuto l'Europa come riferimento della loro cultura e della loro idealità politica. Abbattere ciò che resta di quella vecchia cortina è un'opera di giustizia e insieme di realismo. Non sarebbe equo, lo ripeto, escludere dalla costruzione europea popoli e paesi che ne fanno parte per una loro antica vocazione storica e non sarebbe lungimirante illudersi che si possa difendere il benessere di questa metà del continente fino a quando si lascia l'altra metà in una condizione di isolamento e di difficoltà che non tarderebbe a ripercuotersi su tutti noi.
Questi compiti, questi obiettivi rimandano all'identità europea, alle radici comuni della nostra civiltà. In questi anni l'Europa è stata, prima di tutto, un luogo di libertà, di tolleranza e di convivenza tra idee diverse e tra popoli che, nella loro lunga storia, troppo spesso si erano combattuti. È ovvio che questo patrimonio resta un punto fermo, tanto più quando lo vediamo insidiato dal riemergere di dispute etniche e di sentimenti razzisti che - per fortuna, ma soprattutto per virtù - non fanno parte del bagaglio politico di nessuna delle grandi forze del nostro paese.
Avvertiamo con preoccupazione il fatto che un'Europa affidata alle cure di molti Governi socialisti stia segnando il passo in questi ultimi tempi. Ci battiamo perché il cammino riprenda e soprattutto riteniamo che quel cammino debba ricevere oggi un forte impulso da tutto il Parlamento italiano, cercando tutti di salire un gradino al di sopra delle dispute della politica interna ed elettorale ed evitando di cercare - o magari di offrire - pretesti per trarre qualche strumentale vantaggio di parte a spese di tutti.
L'opposizione di centrodestra ha dato un apporto decisivo nel definire in questi anni una politica di interesse nazionale: lo ha fatto in Albania ed in Kosovo. È lo spirito istituzionale in cui nei giorni scorsi ha parlato Berlusconi e che per noi è da sempre un aspetto fondamentale della nostra cultura moderata. Al vertice di Nizza faremo in modo che si senta una ed una sola voce a rappresentare l'Italia tutta intera (Applausi dei deputati dei gruppi misto-CCD e di Forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bastianoni. Ne ha facoltà.

STEFANO BASTIANONI. Signor Presidente del Consiglio, signor ministro degli esteri, colleghi, il vertice di Nizza costituisce una tappa importante nella costruzione dell'Europa. È un'occasione per questo Parlamento di offrire un mandato chiaro nella direzione dell'integrazione europea di fronte alle sfide che ci stanno davanti, che sono quelle dell'allargamento e del funzionamento degli organismi comunitari.
Sappiamo che l'Europa, per quello che ci riguarda, è un teatro importante, in cui il nostro paese ha giocato e gioca un ruolo fondamentale. È vero che ultimamente (lo ricordava il Presidente del Consiglio nell'intervento di oggi) vi è stata una fase di incertezza e di appannamento, che richiede


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un rafforzamento. I cittadini debbono sentirsi coinvolti in questo progetto europeo. Quando parliamo quindi della sicurezza alimentare, della difesa, dell'immigrazione, della moneta unica, parliamo della costruzione di un'Europa in cui i cittadini possano riconoscersi. Ciò nella prospettiva dell'allargamento, che è importante perché fa dell'Italia una nazione centrale, di cerniera tra occidente e paesi dell'est, mettendone in luce il ruolo strategico all'interno del bacino Mediterraneo. Si tratta di una fase nella quale rischi ed opportunità, costi e benefici si alternano, in cui il nostro paese può giocare un ruolo significativo. Ecco perché le riforme, che sono importanti, debbono trovare in questa sede una progressiva soluzione, superando la fase del voto all'unanimità, una sorta di veto che blocca il meccanismo decisionale.
Nel vertice di Nizza sarà proclamata la Carta dei diritti, che è un elemento fondamentale di crescita della costruzione europea che crediamo non possa essere elusa con comportamenti incoerenti ed intolleranti da forze politiche che magari a Bruxelles votano questi documenti e si comportano difformemente in altre realtà, come quelle nazionali.
Signor Presidente del Consiglio, ritengo che questo passaggio sia importante, perché quando sono in gioco gli interessi nazionali dobbiamo superare la vivacità del dibattito e le contrapposizioni, affidando a lei ed al ministro degli esteri un mandato pieno per rappresentare l'Italia nel migliore dei modi al fine di far prevalere gli interessi del nostro paese e degli italiani.

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Costa, iscritto a parlare a titolo personale: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritta a parlare a titolo personale l'onorevole Fei. Ne ha facoltà.

SANDRA FEI. Il Presidente del Consiglio ha parlato di un'Europa in bilico, un'Europa - si potrebbe aggiungere - di europeisti e non di europei, un'Europa - è davvero il caso di dire - ad una svolta, che rischia di perdere il treno con se stessa.
Un intervento qualificante, quello del Presidente Amato, ma in uno schema scarso, limitato e limitante proprio per la premessa che è stata fatta. Ci prepariamo ad un vertice i cui presupposti e proponimenti si sono persi per strada. Tutti ricorderete l'apertura della Presidenza francese con l'accalorato «botta e risposta» di Fischer e Chirac; tutti conosciamo l'agenda ridottissima della sua conclusione e come sempre, quando un'operazione fallisce nelle sue premesse, si rilancia la posta. Ora più che mai sarebbe il momento di farlo e porre sul tavolo di Nizza proposte nuove che non soltanto riguardino il nuovo ordine dell'Europa del futuro, che non solo riguardino una nuova visione europea nel senso lato del termine, ma che possano regalare all'Italia un ruolo di conduttore in modo che possa essere davvero considerata un interlocutore ineccepibile.
Caro Presidente del Consiglio, avrei voluto che lei parlasse del fallimento del vertice di Marsiglia sulla questione mediterranea, fallimento dovuto non soltanto alla situazione contingente del Medio Oriente, ma anche ad un impegno svogliato - diciamo così - di molti paesi (e l'Italia è fra questi, ahimè); avrei voluto da parte dell'Italia un rilancio di questa politica così importante per noi. Anche sulle questioni relative ai Balcani lei non ha detto nulla. Lei ha parlato di cooperazione rafforzata, che è certamente un fatto importante ma già acquisito; perché non lanciare il concetto delle cooperazioni rafforzate anche esterne in una politica di centri concentrici e non? Quanto all'allargamento del sistema delle adesioni, pur essendo lei profondamente convinto della necessità di cambiare le regole, non ha sfiorato il tema, nel senso che non ha fatto nuove proposte da discutere per le prossime presidenze. Cosa diremo a febbraio, quando i tedeschi presenteranno ufficialmente il conteggio dei costi riferiti all'allargamento e corredati da un'analisi della mise a´ niveau dei paesi candidati?


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Lei ha parlato di un'Europa che possa finalmente guardare alla politica come punto di partenza tra gli Stati, ed è giusto che sia così perché nell'era della globalizzazione è da qui, dalla politica, che deve partire un'Europa forte, di pace e di sicurezza per trascinare con sé l'economia e la cultura. Ma quale proposta concreta può portare l'Italia e può avallare questo Parlamento? La Germania, la Gran Bretagna e la Spagna arriveranno a Nizza con proposte sostanziali; noi con un semplice atteggiamento di adeguamento a ciò che è già in ballo?
Ci sarebbe molto da aggiungere, ma il tempo a me concesso - ahimè - è esaurito. Affermo la mia soddisfazione per la risoluzione che questo Parlamento avallerà, ma aggiungo il mio rammarico per la mancanza di una proposta solida per il futuro dell'Europa che regali all'Italia quel ruolo che merita e al quale tutti noi aneliamo (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole La Malfa, iscritto a parlare a titolo personale: si intende che vi abbia rinunziato.
È iscritto a parlare a titolo personale l'onorevole Rebuffa. Ne ha facoltà.

GIORGIO REBUFFA. Signor Presidente, nel brevissimo tempo che ho a disposizione mi limiterò ad esprimere un giudizio generale e due giudizi più specifici. Quello di carattere generale è un compiacimento, nel senso che, grazie anche a lei, signor Presidente del Consiglio, forse la serata di oggi ci dà un risultato positivo perché riusciamo a togliere al discorso sulla politica estera e sul vertice di Nizza i pungiglioni avvelenati che rischiavano di farne un elemento propagandistico. Ritengo che si tratti di un elemento positivo e, se questa sera l'Assemblea voterà un mandato pieno a lei e al ministro degli esteri per rappresentare l'intero Parlamento, sarà un grande passo in avanti rispetto ai rischi propagandistici derivanti dall'utilizzo di questioni di tal genere.
Tutto ciò, però, non mi esime dall'esprimere qualche perplessità sul merito. La prima riguarda il percorso istituzionale seguito. Siccome le Costituzioni, come lei sa meglio di me (anzi, come io ho imparato da lei), sono vincoli posti a poteri concreti, cominciare dalla Carta dei diritti, cioè da un bill of rights è un percorso insolito nella storia della formazione delle Costituzioni. Ed è anche in questo caso un percorso insolito perché i 54 articoli della Carta sono un magnifico, in qualche caso intelligente, in altri meno, collage di tanti diritti contenuti nei singoli documenti degli Stati che compongono l'Unione.
Tuttavia, la leva più semplice è quella di cominciare da qui. Dobbiamo sapere, infatti, che fermarci ora vorrebbe dire non essere arrivati da nessuna parte; per fare un'osservazione paradossale, possiamo dire che gli Stati Uniti non sarebbero mai esistiti se la Costituzione americana fosse stata scritta cominciando dal Bill of rights e se non vi fossero stati gli strumenti istituzionali per dare a quel documento di diritti (come al nostro) un contenuto reale.
Inoltre, vorrei esprimere un giudizio politico generale. Spero che questi embrioni o abbozzi di discussione di politica estera, svolti dalle Assemblee parlamentari, ci portino un po' più lontani. Tuttavia, debbo dire con molta franchezza che l'Europa non ha ancora affrontato alcune delle questioni che mi sembrano più serie, come non lo ha fatto neanche il Parlamento. Mi riferisco, ad esempio, all'impatto del processo di globalizzazione, che comporta lo scardinamento (credo lo abbia già detto lei, signor Presidente del Consiglio) o la fine degli Stati nazionali. Ragioniamo tutti come se fossimo ancora nell'onda della pace di Westfalia. In realtà, lo scardinamento delle identità politiche ed istituzionali dell'Europa è un aspetto sul quale vi è ancora molto da lavorare. Sono fiducioso che dal dibattito di questa sera nasca una posizione dell'Italia più forte, che consenta di sgomberare il campo dalle viltà e dalle timidezze che spesso ha l'intera Europa. Mi riferisco, in particolare, al processo di


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allargamento, rispetto al quale constato ancora molta timidezza e molti opportunismi, che credo sia compito nostro cercare di rimuovere.

PRESIDENTE. Constato l'assenza degli onorevoli Bampo e Sgarbi, iscritti a parlare a titolo personale: si intende che vi abbiano rinunziato.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle comunicazioni del Governo.
Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 17,30 con la replica del Presidente del Consiglio dei ministri.

La seduta, sospesa alle 17, è ripresa alle 17,30.

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