![]() |
![]() |
![]() |
La seduta, sospesa alle 9,55, è ripresa alle 10,15.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il Presidente del Consiglio dei ministri. Ne ha facoltà.
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, ho ritenuto (e la ringrazio, Presidente, di avermi dato questa opportunità) di venire io a spiegare la posizione del Governo in tema di trattamenti differenziati per il Mezzogiorno; un tema che poi porta con sé, per vicende che sono note alla Camera, quello del trattamento delle imprese tassate in base a bilancio ai fini dell'IRPEG, perché molte questioni sono state poste a questo proposito ed è giusto che il Governo definisca con chiarezza quello che intende, avendo sino a questo momento condotto con chiarezza e con linearità un'impostazione che non nasce oggi e che trova, nel testo della finanziaria e negli stessi emendamenti che il Governo ha presentato, delle soluzioni che riteniamo coerenti, ancorché vi siano dei problemi che sono stati aperti, che sono meritevoli di attenzione e che devono, tuttavia, essere trattati con la dovuta attenzione per la tematica delicata che pongono di rapporti tra noi e l'Unione europea.
può essere realizzata in un'impresa che in realtà è collocata in parte altrove e in parte nel territorio obiettivo 1.
processo con le risorse di cui disponiamo, creando un trend che è destinato a continuare anche negli anni futuri.
DANIELE MOLGORA. E il nord paga!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Quindi, abbiamo previsto che anche per l'IRPEF dei lavoratori, così come per i contributi, ci sia questo meccanismo a scalare. Ciò rimane all'interno dei principi sui quali è fondata l'autorizzazione dataci, ai sensi del Trattato, dalla Commissione per i contratti di emersione e noi abbiamo previsto che tutto il gettito che da qui proviene vada a riduzione di imposizioni sulle imprese. Ovviamente, come lo abbiamo previsto? Così come Dio comanda in termini di copertura, cioè non anticipando il livello a cui può arrivare quella tassazione in funzione del presunto gettito da emersione, perché questo sarebbe spericolato in termini di contabilità di Stato e di salvaguardia della finanza pubblica, ma prevedendo che via via che affluiscono queste risorse (che possono essere identificate, perché vengono da imprese che, in quanto emergono, si autoidentificano e che il sistema mantiene identificate, quindi è un gettito che si può isolare) passino a riduzione della tassazione nella misura consentita, appunto, da quella entità. In questo modo evitiamo anche di scrivere norme - queste, sì, programmatiche - in cui si dice che l'IRPEG sarà al 30, al 29, al 31 o al 24 per cento, in quanto valutiamo già da oggi che il gettito da emersione sarà 6 mila, 4 mila, 8 mila o 9 mila. Qui la legge di contabilità e le
norme che chiunque segue in materia di copertura, se ha a cuore la finanza pubblica, sono le norme di San Tommaso: prima si vede quanto è il gettito da emersione e su questa base si riduce l'imposizione (Commenti di deputati del gruppo di Alleanza nazionale). È così, perché è molto facile far saltare la finanza pubblica, gettando il cuore oltre l'ostacolo.
NICOLA BONO. Voi ne sapete qualcosa!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Il problema è che non si getta il cuore oltre l'ostacolo, ma (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, comunista e misto-Verdi-l'Ulivo)...
SERGIO COLA. Ma cosa vi applaudite!
DOMENICO BENEDETTI VALENTINI. Ma cosa vi applaudite? Avete capito tutto (Commenti di deputati del gruppo di Alleanza nazionale)!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Va bene, registro questa osservazione: evidentemente qualcuno ritiene che questa sia roba da ridere, vedremo sui manuali di contabilità futuri quanto sarà seria!
UMBERTO GIOVINE. Parliamone con Prodi (Commenti dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e dei Popolari e democratici-l'Ulivo)!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. ... avendo ottenuto un'autorizzazione proprio su questo ordine
di temi soltanto 20 giorni fa, può apparire contraddittorio da parte nostra e può non aiutarci - lo sottolineo - a sostenere le ragioni di questa impostazione davanti alla Commissione.
PRESIDENTE. Colleghi, su tale questione consentirò un intervento per ogni gruppo, per non più di 10 minuti, e in ogni caso il tempo non sarà computato nel tempo contingentato, al fine di consentire un dibattito più approfondito e diciamo meno preoccupato.
FRANCESCO GIORDANO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCESCO GIORDANO. Signor Presidente, ad essere onesti la sua presa di posizione, la sua riflessione in questa sede, ci pare molto diversa - anch'essa criticabile per dire la verità - da quella presentata dal presidente della Confindustria D'Amato e anche da quella presentata dal candidato a Premier dell'Ulivo, Rutelli (Applausi polemici dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale). È una presa di posizione che ha una sua logica interna - insisto, noi la critichiamo -, ma che ha un impianto che risulta radicalmente diverso da quello della Confindustria.
PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Giordano. Per cortesia, colleghi!
FRANCESCO GIORDANO. Ribadisco che questo suo intervento mi pare un'aperta sconfessione delle avances del candidato Premier dell'Ulivo in totale sintonia con la Confindustria.
finalizzare questa riduzione dell'IRPEG ad un vincolo occupazionale? Qual è la differenza tra la vostra proposta ed un impianto liberista finalizzato esclusivamente a ridurre le tasse per incentivare la competitività e l'occupazione? Quali vincoli prevedete effettivamente di introdurre in relazione alla crescita dell'occupazione? Onestamente la vostra politica mi sembra diversa da quella promossa dalla Confindustria in termini di quantità, ma rischia di essere simile ad un impianto liberista, perché non determina alcun vincolo concreto per l'occupazione; sostanzialmente mi sembra interna al vecchio schema secondo il quale l'assegnazione di risorse al sistema delle imprese dovrebbe determinare una maggiore crescita destinata a incrementare l'occupazione. Ma come lei sa molto bene, purtroppo questo circolo virtuoso si è interrotto da tanto tempo, perché la crescita si è disaccoppiata dalla maggiore occupazione.
PRESIDENTE. Il tempo, onorevole Giordano.
FRANCESCO GIORDANO. Sto concludendo, Presidente.
PRESIDENTE. Colleghi, poiché mi risultano molte richieste di intervento, confermo il limite di dieci minuti per ciascun gruppo (che potrà suddividerli come ritiene), mentre assegno agli oratori delle componenti del gruppo misto il termine di cinque minuti. Altrimenti non riusciremmo a concludere questo dibattito entro tempi ragionevoli.
PIETRO ARMANI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
PIETRO ARMANI. Devo dare atto al Presidente del Consiglio dell'onestà di aver riconosciuto che la riduzione della pressione fiscale sia per le imprese sia per le famiglie è un nodo essenziale per il futuro del nostro paese, nonché per il mantenimento della competitività e delle quote di mercato nel contesto economico globale. Tuttavia la sua proposta mi sembra veramente una malva: me lo consenta, signor Presidente del Consiglio. Infatti il meccanismo esposto - sia pure esteso anche all'IRPEF dei dipendenti - è assolutamente inefficace.
anni esse saranno chiamate a pagare esattamente come prima. Allora anche i titolari di quelle attività sono come San Tommaso, signor Presidente del Consiglio, e non soltanto il ministro del tesoro e il ministro delle finanze.
ROBERTO MANZIONE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ROBERTO MANZIONE. Professor Amato, ho preso atto di ciò che ha detto in anteprima, nel senso che non vi è stata alcuna occasione o possibilità per tentare di ragionare con il Governo su ipotesi tecniche intermedie. Mi rendo conto, quindi, che la sua valutazione tecnica e politica è riferita agli emendamenti che sono stati cristallizzati negli atti parlamentari. Ciò perché non vi è stata l'opportunità o forse la volontà di immaginare percorsi intermedi attraverso i quali tentare di ragionare sull'idea e sulla finalità degli emendamenti, anziché sul loro contenuto tecnico.
paese, ci fa ancora più piacere, ma non attribuite primogeniture né bandierine ché non le vogliamo.
ANTONIO MARZANO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONIO MARZANO. Ho ascoltato con attenzione l'intervento del Presidente Amato e devo dargli atto della consapevolezza che ha dimostrato dei problemi che si stanno qui dibattendo. Devo tuttavia prendere la parola per dichiararmi in dissenso rispetto a quanto egli ha sostenuto. Consentitemi innanzitutto di ricordare di cosa stiamo parlando: stiamo parlando delle aree in ritardo economico in questo paese. Naturalmente ve ne sono diverse, ma il sud è quella principalmente coinvolta nel nostro dibattito.
TERESIO DELFINO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Le ricordo che il tempo a sua disposizione è di 5 minuti.
TERESIO DELFINO. Signor Presidente del Consiglio, la sua esposizione ha il pregio della chiarezza e riconosce, giustamente, la legittimità delle numerose forze politiche che hanno posto il problema, con una serie di emendamenti che lei ha richiamato, dello sviluppo del Mezzogiorno, delle aree deboli di questo paese e della nostra impresa in generale. Inoltre, lei ha dato un aperto riconoscimento dell'alta pressione fiscale esistente nel nostro paese sulle imprese e sulle famiglie richiamando l'azione che il Governo ha fatto con la riforma dell'IRPEF. Anche questo è un elemento che noi condividiamo pienamente e che da tempo denunciamo.
ROBERTO VILLETTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Le ricordo che ha cinque minuti di tempo.
ROBERTO VILLETTI. Condivido le parole del Presidente del Consiglio, che penso abbia esposto una proposta convincente ed efficace. Devo dire che mi sono un po' meravigliato che il collega Manzione non abbia colto gli aspetti di disponibilità manifestati dal Presidente del Consiglio e di forte convinzione circa gli interventi da attuare. Questa mia posizione, che coincide con ciò che ha detto il Presidente del Consiglio, mi consente tuttavia di fare una riflessione di carattere generale perché su tale questione effettivamente esiste un nodo. Non è infatti la prima volta che utilizziamo il sud per attuare su tutto il territorio nazionale un
complesso di misure e di provvedimenti, procedimento che ritengo profondamente sbagliato.
LAURA MARIA PENNACCHI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Le ricordo che ha 8 minuti di tempo a disposizione.
LAURA MARIA PENNACCHI. Signor Presidente del Consiglio, il gruppo dei Democratici di sinistra esprime un profondo apprezzamento per la sua esposizione e per la soluzione in essa prospettata: intraprendere e proseguire una trattativa in termini incalzanti e più ravvicinati con i responsabili e le autorità dell'Unione europea, che consenta di riproporre in termini concreti ed efficaci il trattamento differenziato (da tutti auspicato) della tassazione sulle imprese per i territori individuati nell'obiettivo 1. Il Presidente del Consiglio ha riconosciuto la legittimità di tale esigenza; condividiamo questa valutazione di legittimità e la nostra condivisione - come la sua ammissione - non è affatto forzata e non è una concessione alle circostanze, bensì una convinzione profonda.
che i Governi di centrosinistra (compreso quello da lei presieduto) hanno portato avanti in questi anni. Infatti, un conto è pensare ad una soluzione che si faccia carico giustamente del problema dei trattamenti differenziati per il Mezzogiorno e porti ad oneri intorno ai 400 miliardi, un altro conto è muovere verso soluzioni che porterebbero ad oneri - come da lei ricordato - tali da creare fortissimi problemi per gli equilibri di finanza pubblica e di bilancio e, quindi, anche sulla presenza del nostro paese nel sistema dell'euro.
molto elevati l'IRPEF, che come sappiamo è l'imposta più importante, quella in relazione alla quale, d'altro canto, la finanziaria prospetta una rimodulazione di tutti i parametri. Se noi compissimo un'operazione di questa natura, saremmo di fronte ad uno stravolgimento totale del sistema fiscale, con conseguenze drammatiche sul sistema di protezione sociale (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
ANTONELLO SORO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANTONELLO SORO. Signor Presidente del Consiglio, abbiamo condiviso e condividiamo le scelte generali contenute nella manovra finanziaria che stiamo esaminando in questi giorni, in queste ore. Pensiamo che in questa manovra, così come il Governo l'ha proposta al Parlamento, siano contenute le scelte generali che configurano un'offerta di governo, che portano a termine una fase lunga, durata cinque anni, di risanamento del paese, e sono la precondizione ineludibile per aprire un'altra stagione importante per l'Italia di espansione economica e di maggiore giustizia sociale.
a conservare gli investimenti e a svilupparli, nonché al mantenimento di tali investimenti nel Mezzogiorno: questo è il fattore sul quale credo si sia voluto da parte di tutti - sicuramente da parte dei gruppi della maggioranza - richiamare l'attenzione del Governo e del Parlamento per vedere se sia possibile fare di più per favorire gli investimenti nel Mezzogiorno non solo attraverso gli interventi già disposti in favore dell'attività economica, dei nuovi investimenti e dell'emersione, ma anche in favore di una riduzione del carico fiscale delle imprese che vi operano. Se sarà possibile, riteniamo che questa sia una proposta che può aiutare la crescita generale del paese e offrire alle aziende meridionali la possibilità di essere competitive nel modo in cui lo sono già quelle che operano in altre aree del paese.
NICOLA BONO. Questa è una mistificazione pura. Il Presidente del Consiglio ha detto il contrario!
ANTONELLO SORO. ... creare fattori di convenienza per gli ulteriori investimenti nel Mezzogiorno, fattori non transitori! Signor Presidente, io sono contrario, noi siamo contrari all'idea di fattori di convenienza che durino due anni, perché quelli non sono fattori di convenienza ma strumenti che vengono utilizzati da altri per ottenere dei risultati che in termini generali non sarebbe possibile conseguire.
GIANCARLO GIORGETTI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIANCARLO GIORGETTI. Finalmente il Presidente del Consiglio ha portato nella sede propria un dibattito di cui si sono occupate trasmissioni televisive e le prime
pagine dei giornali. Un dibattito che si è svolto - come abbiamo appreso -, anziché nelle aule parlamentari che si pronunciavano su continui accantonamenti in ordine all'articolo 3, nelle segrete stanze della Confindustria.
che escono dal sommerso. Questo fantomatico emendamento del Governo dovrebbe porre le basi per il recupero dell'evasione fiscale e per la sua distribuzione attraverso una riduzione delle aliquote di imposta sulle persone giuridiche e, forse, anche sulle persone fisiche.
PRESIDENTE. Il tempo, onorevole Giorgetti.
GIANCARLO GIORGETTI. Mi avvio a concludere, Presidente.
Consiglio in carica dovesse subire un emendamento da parte di un presidente del consiglio candidato. (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania - Congratulazioni)
FRANCESCO MONACO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
FRANCESCO MONACO. Signor Presidente, anch'io vorrei esprimere in premessa un giudizio più che positivo sulla finanziaria che stiamo esaminando: un testo eccellente nella sua ispirazione e nel suo impianto. Vorrei inoltre ribadire la consapevolezza che alla maggioranza spetta anche - e, oserei dire, soprattutto - il compito di far conoscere ed apprezzare la manovra economica varata dal Governo e discussa in Parlamento, oltre al compito di arricchirla e di integrarla.
SILVIO LIOTTA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SILVIO LIOTTA. Signor Presidente del Consiglio, noi del Centro cristiano democratico siamo una forza di opposizione ma ci qualifichiamo altresì perché le
proposte che presentiamo, sulla base del principio bipartisan che dovrebbe reggere anche i lavori dell'aula, sono produttive nella prospettiva di divenire un giorno forza di Governo.
MARIA CARAZZI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARIA CARAZZI. Signor Presidente, Signor Presidente del Consiglio, colleghi, si assiste anche questa volta, come in ogni finanziaria, ad una serie successiva di richieste da parte delle imprese per alcuni aspetti sostenitrici delle regole del mercato ma niente affatto liberiste quando si interviene nel campo degli aiuti e degli incentivi, tanto è vero che le loro richieste vanno in rotta di collisione con le norme comunitarie a difesa della concorrenza. Nella finanziaria di quest'anno ci troviamo già di fronte, grazie alla disponibilità di gettito, ad una potente erogazione di fondi destinati agli sgravi fiscali alle imprese, tanto che, un po' polemicamente, noi Comunisti italiani, quando abbiamo dovuto trovare compensazioni a nostre proposte emendative costose destinate al sostegno del reddito, abbiamo indicato a copertura anche la soppressione di parti di articoli destinati agli sgravi fiscali alle imprese, appunto per segnalare che erano molto generosi.
un danno dalla diminuzione della possibilità dello Stato di assicurare un civile funzionamento.
ALBERTO ACIERNO. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ALBERTO ACIERNO. Signor Presidente, quello odierno è un dibattito estremamente interessante, anche se per me poco comprensibile: infatti non riesco ancora a chiarire a me stesso cosa si cela dietro l'intervento del Presidente del Consiglio. Un esame superficiale dell'intervento del professor Amato mi porta a pensare che l'incoronazione di Rutelli, che sembrava essere una festa, tale non era; mi riferisco alla posizione che Rutelli, nuovo leader del centro-sinistra, ha assunto rispetto alla vicenda legata ad un'eventuale riduzione dell'IRPEG nel Mezzogiorno, esattamente contraria rispetto a quella assunta dall'attuale Presidente del Consiglio.
dando, mi pare non esista. Può essere, allora, che l'Italia funga da sprone per gli altri paesi dell'euro...
PRESIDENTE. Deve concludere.
ALBERTO ACIERNO. Grazie, Presidente. Concludo subito.
MASSIMO SCALIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Il tempo a sua disposizione è di 5 minuti.
MASSIMO SCALIA. Con il suo intervento di questa mattina, il Presidente del Consiglio ha riportato nella sede istituzionale propria un problema di politica fiscale con rilevanti conseguenze di carattere economico. Il percorso, illustrato peraltro anche con elementi di merito, che il Presidente del Consiglio propone, mi sembra che abbia, sostanzialmente, il carattere dell'unicità. Mi sembra, infatti, assai singolare - lo rimarcava già il collega Soro - non tenere conto dei vincoli, puntualmente qui ricordati, posti dall'Unione europea.
e di compatibilità diverranno a livello mondiale così elevati che le vicende pur gravissime che in questi giorni hanno riguardato il nostro paese, i cambiamenti climatici che stanno prendendo piede, stupefacendo anche alcuni commentatori che solo fino a qualche anno fa sostenevano il contrario, diventeranno una spada di Damocle rispetto alla quale le politiche economiche dovranno adottare adeguati provvedimenti (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi-l'Ulivo).
DANIELE ROSCIA. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Le ricordo che ha cinque minuti.
DANIELE ROSCIA. Signor Presidente, onorevole Presidente del Consiglio, il suo intervento di questa mattina ha introdotto una novità rispetto alle posizioni, che già si conoscevano dai giornali, di rifiuto a sostenere emendamenti di un gruppo della sua maggioranza intesi a ridurre una tassazione sulle società di capitali del sud che, a parere della Confindustria (che sembra sia l'autrice di questa perorazione), è di 400 miliardi circa. L'entità della detassazione non imporrebbe certamente un dibattito se non per gli aspetti contingenti riguardanti l'assetto del suo Governo ed il dibattito ben più ampio sulla detassazione, oltre che sull'influsso che la riduzione delle tasse può esercitare sullo sviluppo economico.
GIANNI MARONGIU. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
GIANNI MARONGIU. Signor Presidente del Consiglio, il nostro gruppo - piccolo, ahimè, e me ne rammarico un po' per noi e un po' per lei - intende
esprimere, attraverso le mie brevi e modeste parole, il pieno assenso al suo intervento e alle sue proposte. Le ragioni del consenso si alimentano del riscontrato rispetto delle istituzioni e della verità, nonché della mancanza di retorica.
ANTONIO LEONE. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà. Le ricordo che ha 2 minuti di tempo a disposizione.
ANTONIO LEONE. Signor Presidente, vorrei tirare le somme del dibattito di stamani. Vi è una maggioranza trasversale sulla riduzione dell'IRPEG al sud e una presa di posizione del candidato premier del centrosinistra, il sindaco Rutelli, che smentisce il Presidente del Consiglio.
ISAIA SALES. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ISAIA SALES. Signor Presidente del Consiglio, intervengo per accogliere il suo invito a ritirare l'emendamento sull'IRPEG che avevo presentato insieme al collega Vozza e per darle, se mi consente, un suggerimento. Noi abbiamo presentato un emendamento relativo solo al sud e così ha fatto l'UDEUR. Nessuno di noi ha presentato emendamenti che proponessero, da qui al 2003, riduzioni dell'IRPEG in altre parti di Italia. È stata la Confindustria ad affermare che per superare il vincolo comunitario bisognava dimostrare che le misure prese per il sud sarebbero state estese al resto d'Italia. Questo lo dice la Confindustria, non l'Unione europea. Allora, perché non trattiamo con l'Unione europea solo ciò che si può fare per il sud?
STEFANO BASTIANONI. Chiedo di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
STEFANO BASTIANONI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, il gruppo di Rinnovamento italiano continua a ritenere che la finanziaria per il 2001 sia una manovra di qualità, una manovra che ci aggancia allo sviluppo ed al processo di crescita europei. Tale manovra è stata anticipata dal documento di programmazione economico-finanziaria approvato dal Parlamento, il quale fissava dei parametri - due terzi ed un terzo - nell'azione di redistribuzione delle maggiori entrate affluite all'erario nell'ultimo anno ed interviene dopo l'azione di risanamento che i Governi di centrosinistra
hanno compiuto in tutti questi anni, dal 1996. Noi continuiamo a ritenere si tratti di una manovra di qualità.
MARIO CLEMENTE MASTELLA. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARIO CLEMENTE MASTELLA. Signor Presidente, vorrei intervenire brevemente prima che lo faccia il Presidente del Consiglio e prima che si riunisca il Comitato dei nove.
non siamo legati in maniera partigiana ad un'idea di qualcuno, non siamo corporativi, anche perché siamo un piccolo partito che sposa una causa che riteniamo giusta e per questo lo facciamo in coscienza!
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il Presidente del Consiglio dei ministri. Ne ha facoltà.
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, mi pare che la discussione sia servita a chiarire che su questo tema vi può essere un'ampia intesa che al momento mi pare, peraltro, più sul principio che sul merito di un singolo emendamento.
AMEDEO MATACENA. Bravo!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Non vi appropriate di una cosa che è pacifica (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, misto-Socialisti democratici italiani e misto-Verdi-l'Ulivo - Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale). Questa è davvero una cosa pacifica, tant'è vero che dopo numerosi anni è stato un Governo di centrosinistra che ha proposto la riduzione dell'IRPEG a quest'aula, in queste settimane (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, misto-Socialisti democratici italiani e misto-Verdi-l'Ulivo - Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)!
GIANFRANCO CONTE. Dopo averla aumentata!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Il punto è come utilizzare questo strumento, questo impianto di riduzione fiscale che è destinato a riguardare l'intero paese, per una promozione specifica dell'investimento nel Mezzogiorno. Questo è il problema dal quale siamo partiti e con il quale in primo luogo vogliamo fare i conti, perché tra
l'altro serve all'intero paese - ciò dovrebbe essere chiaro - perché non sono soltanto gli ambientalisti a notare che il nord è saturo. Sono gli imprenditori del nord a notare che il nord è saturo!
FORTUNATO ALOI. Lo conosce il Mezzogiorno?
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Ascoltando questa discussione mi rendo conto che vi sono due impostazioni diverse rispetto ad un punto sul quale l'onorevole Mastella è stato molto garbato nel suo intervento, ed io l'ho molto apprezzato (Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania). Oh Signore!
PRESIDENTE. Colleghi, per favore!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Presumo che debba essere l'ora dell'appetito a provocare questi effetti!
PAOLO PALMA. Come sono scostumati, Presidente (Commenti)!
PRESIDENTE. Colleghi, basta, per favore!
GIULIANO AMATO, Presidente del Consiglio dei ministri. Il punto è vedere come ciò si possa utilizzare per il Mezzogiorno. È evidente che, a questo proposito, sono emerse due ipotesi diverse che sono poi codificate negli emendamenti che abbiamo sott'occhio: in base alla prima, si dovrebbe definire la riduzione in termini, per così dire, secchi per il solo Mezzogiorno; in base alla seconda, prescindendo o meno dall'Unione, la riduzione è prospettata come temporaneamente anticipatrice di una riduzione fiscale da estendere poi all'intero territorio nazionale. Abbiamo, dunque, queste due impostazioni. In più, l'onorevole Manzione sostiene giustamente che vi potrebbero essere altre ipotesi per avvicinare le due precedenti. Si tratta di ipotesi, mi permetto di sottolinearlo e mi scuso; l'Unione europea non è un fatto tecnico, ma politico o, almeno, questo gli italiani hanno sempre sostenuto da cinquant'anni a questa parte. Ogni fatto politico vive di regole che noi abbiamo ratificato e dalle quali ci sentiamo vincolati; in questo caso abbiamo a che fare con l'articolo 88 (ex 92 e 93) del Trattato dell'Unione europea. Dobbiamo domandarci quale di queste ipotesi presentare all'Unione europea o se non sia meglio presentarle tutte, senza vincolarci a priori ad una sola, sulla quale ancora non abbiamo raggiunto un orientamento complessivamente convergente e non sapendo esattamente quale possa essere la reazione comunitaria su ciascuna delle ipotesi.
caso in cui siano approvate si incorre nella procedura di infrazione, cosa che all'Italia è successa, ahimè, molte volte. Un paese che sta alle regole europee rispetta il Trattato che - non per assoggettare i Parlamenti alle burocrazie, ma perché così è stato definito - prevede da parte degli Stati l'invio delle proposte all'esame della Commissione.
PRESIDENTE. Colleghi, a questo punto sospendo la seduta per consentire al Comitato dei nove di riunirsi.
Al fondo vi è proprio questo: la posizione che l'Unione europea è venuta definendo nel corso degli anni a proposito dei trattamenti differenziati per le aree di cui all'obiettivo 1, che sono aree suscettibili di una qualche differenziazione rispetto ad altre in materia di aiuti di Stato.
Che vi possa essere un livello fiscale diverso per le aree soggette all'obiettivo 1, è un tema che l'Italia ha da anni posto all'attenzione dell'Unione europea. Non è da oggi che noi ci siamo resi conto e che pensiamo che potrebbe essere utile, per le aree dell'obiettivo 1, per il Mezzogiorno, avere un trattamento fiscale differenziato che concorra, insieme ad altro, a sostenere gli investimenti nel Mezzogiorno. Lo abbiamo posto, è stato posto da Governi precedenti. La posizione dell'Unione europea si è venuta definendo, in modo sempre più nitido e sempre più caricato di precedenti, nell'escludere che per le imprese già esistenti su territori di obiettivo 1 si possano avere aliquote fiscali differenziate che si configurano - questa è la posizione dell'Unione europea - come aiuti di Stato al funzionamento delle imprese distorsivi, in quanto tali, della concorrenza.
La posizione che più volte abbiamo manifestato all'Unione europea nasceva dalla constatazione che, se un intero paese è obiettivo 1, questo gli è consentito mentre, se un paese ha solo una parte ad obiettivo 1, questo non gli è consentito. Ciò non ha cambiato però la sostanza della posizione dell'Unione europea, la quale ha continuato a sottolineare gli effetti di arbitraggio che si possono determinare quando la differenziazione avviene all'interno di un singolo paese, quale per esempio la possibilità distorsiva che
La discussione è andata avanti a lungo. Nella primavera scorsa fu definita un'intesa tra il Governo D'Alema, la Confindustria e le altri parti sociali per un pacchetto di misure differenziate fondamentalmente imperniate sul rafforzamento dei contratti di emersione, che già esistevano (disciplina legislativa 1996 e disciplina legislativa subentrata nel 1998) e che tuttavia non stavano funzionando adeguatamente proprio perché prevedevano benefici, anche consistenti, per le imprese destinate all'emersione, che riguardavano il loro passato, ma non il loro futuro. Ci si concentrò allora sull'idea che si potesse per il futuro intervenire adoperando la parte contributiva, prevedendo trattamenti favorevoli per i nuovi investimenti, lavorando fondamentalmente sull'idea che l'impresa in emersione potesse essere considerata alla stregua dell'impresa nuova perché per quest'ultima taluni trattamenti differenziati risultavano consentiti dalla giurisprudenza dell'Unione europea.
Questa è l'impostazione che venne convenuta tra le parti sociali, affidata al Governo per la trattativa con Bruxelles e sulla quale non più di venti-venticinque giorni fa, dopo una non tanto lunga quanto consistente istruttoria, si è ottenuta la «luce verde» della Commissione conseguendo quello che, rispetto alla sua giurisprudenza, diventava un vero e proprio precedente perché non era mai accaduto che venisse consentito un aiuto in questi termini. Fondamentalmente che cos'era? Il credito d'imposta per i nuovi investimenti ed esclusivamente per il Mezzogiorno, destinato ad essere fruibile anche dall'impresa che emerge. Sottolineo questo punto che è di fondamentale importanza: l'impresa che emerge, che accetta l'emersione, fa il suo primo conto patrimoniale e i beni di cui essa risulta titolare e che entrano nel conto patrimoniale vengono trattati come nuovi investimenti e quindi sono sottratti ad imposizione fiscale, il che significa che questa impresa non paga l'IRPEG. Ma non è solo questo, perché c'è una sorta di salario convenzionale inferiore a quello reale che cresce negli anni fino a raggiungere il livello reale al quinto anno. Su questo salario convenzionale viene calcolata la contribuzione per cui il primo anno è 100 meno x, il secondo è 100 meno x a scalare, per arrivare a 100 soltanto dopo alcuni anni.
Questi che ho descritto sono gli architravi della misura prevista, che però prevede anche altro. Abbiamo tradotto tutto questo in emendamenti presentati alla finanziaria approvata dal Consiglio dei ministri il 29 settembre scorso, non appena è arrivata l'autorizzazione di Bruxelles.
Il contratto di emersione acquista così una sua consistenza ed una sua molto maggiore utilità perché, di fatto, condona una buona parte del passato ed apre la prospettiva di anni futuri nei quali il livello della contribuzione e il livello della tassazione del reddito d'impresa - in ragione del credito per i nuovi investimenti - sono in pratica particolarmente favorevoli.
Ci siamo resi conto che per l'impresa italiana esiste un problema di livello di tassazione, come ci siamo resi conto che esso esiste per la famiglia italiana; pertanto, nell'ambito delle misure proposte nella finanziaria, per ridurre efficacemente la pressione fiscale avvalendoci delle maggiori entrate di cui si possa disporre, abbiamo proposto - tra le altre misure - anche quella di avviare la riduzione dell'IRPEG su tutto il territorio nazionale: come ben sapete, è previsto che si arrivi ad una riduzione già di due punti nel 2003, con la relativa copertura. Questo è un processo che dovrà continuare su tutto il territorio nazionale. Non guardo al Mezzogiorno come territorio da utilizzare necessariamente come cavallo di Troia, per uno o due anni, per ottenere la riduzione dell'IRPEG su tutto il territorio nazionale. È giusto ridurre tale imposta per l'intero paese; abbiamo già avviato il
Su queste premesse sono state presentate proposte per estendere quanto avevamo fatto con le misure di cui ho parlato, con una riduzione drastica dell'IRPEG nel Mezzogiorno, accompagnata in prospettiva dalla riduzione su tutto il territorio nazionale. Ne ho discusso con la Confindustria (poiché quell'istituto è fondamentalmente la fonte della proposta), con particolare riferimento al tema dell'emersione: il presidente della Confindustria D'Amato si rivela giustamente sensibile a tale tema e alla necessità di rafforzare il più possibile le misure che portino all'emersione delle imprese meridionali. Ciò è giusto; è uno sforzo che abbiamo cominciato a compiere e che dobbiamo continuare a perseguire. L'idea che è stata avanzata è che il gettito derivante dall'emersione possa essere destinato ad una riduzione del carico fiscale. È un'idea giusta, che abbiamo cercato di mettere in pratica tentando di rimanere nei limiti di ciò che è stato autorizzato da Bruxelles, per evitare di dover ricominciare una procedura di verifica ai sensi dell'articolo 88, commi 2 e 3 del Trattato, che (avendo appena ottenuto un'autorizzazione) ci sembrava fosse da valutare con grande prudenza ed attenzione.
A questo punto, che cosa abbiamo fatto? Parlo con sincerità e con franchezza: ho incontrato il presidente della Confindustria, esattamente nella mattina di sabato scorso, e gli ho fatto presente (ne era ben consapevole) la difficoltà davanti all'Unione europea di prevedere livelli differenziati di IRPEG con immediatezza e nei termini di cui ho parlato poco fa; si è prefigurata, dunque, la possibilità che il Governo lavorasse su emersione, acquisizione delle risorse da emersione, utilizzazione per discesa graduale dell'imposizione sulle imprese, esattamente nei limiti e nelle quantità corrispondenti al gettito dovuto all'emersione.
Che cosa abbiamo fatto in più rispetto a quello che già avevamo previsto, che era - e voglio sottolinearlo - compatibile con l'autorizzazione comunitaria conseguita? Abbiamo esteso il congegno inizialmente previsto per la contribuzione, che cresce di anno in anno andando verso il cento su cento, anche all'IRPEF dei lavoratori dipendenti. Ciò per una ragione molto semplice, perché se c'è un salario che è convenzionale ai fini della contribuzione sarebbe contraddittorio e illogico che ai fini dell'IRPEF valesse per gli stessi lavoratori un salario diverso. Quindi se è convenzionale, con una crescita graduale, il salario su cui si misurano i contributi, non può non essere il medesimo quello su cui si misura l'IRPEF.
Abbiamo di fronte emendamenti i quali prospettano qualcosa che va oltre ciò che noi abbiamo ritenuto di fare: emendamenti che prospettano una riduzione dell'IRPEG nel Mezzogiorno e basta; che la prospettano prima nel Mezzogiorno e poi su tutto il territorio nazionale; che la prospettano con copertura effettiva oppure anche con copertura presunta. Insomma, una varietà di emendamenti. Questo vorrei dire alla Camera con ferma convinzione.
Lascio da parte, perché ne ho già parlato, il problema della copertura e per il momento ne prescindo. Parto dalla premessa che, qualunque sia il punto di approdo del nostro lavoro, comunque, le coperture devono essere reali. Mi soffermo quindi esclusivamente sull'altro profilo, quello, in sostanza, della anticipazione, nel Mezzogiorno, di una riduzione del trattamento IRPEG da estendere poi a tutto il territorio nazionale.
Ripeto: il Governo da anni ha prospettato ciò alla Commissione europea. Non ci siamo riusciti: abbiamo ottenuto un risultato buono, ma in parte diverso. La Camera ritiene di riproporre la questione, che ha una sua legittimità politica ed io la riconosco in pieno. Lo ripeto: la questione ha una sua legittimità politica, ma il problema è come lo vogliamo trattare di fronte ad un'Unione europea, della quale siamo ed intendiamo essere uno dei paesi principali e, come tale, il nostro paese ha una propria responsabilità per i modi in cui si comporta nell'Unione; conseguentemente, dobbiamo definire il tipo di rapporto che, rispetto a queste proposte, vogliamo instaurare con la Commissione.
Non ho alcuna difficoltà a riproporre il problema, perché percepisco che questa è la volontà della Camera. Infatti, se la volontà della Camera è quella che colgo da questi emendamenti, è giusto che il Governo si faccia interprete di tale volontà. Tuttavia, non ritengo possibile farlo in ragione del percorso che ho descritto e del fatto che, non più di 20 giorni fa, su questo tema specifico abbiamo ricevuto un'autorizzazione che ha confini e limiti. Presentarsi di fronte all'Unione europea con questa ulteriore ipotesi, nella forma che, come ho visto, è stata scelta dalla Camera in altri casi, vale a dire approvando un testo che contenga in sé la riserva di verifica in sede comunitaria (come direbbe un giurista, una sorta di condizione che sta tra il sospensivo ed il risolutivo: se la Commissione dice di no, la norma cade),...
Pertanto, a nome del Governo e con il massimo impegno, avanzo la seguente proposta: si approvino gli emendamenti già preparati, che scaturiscono da un confronto che già è avvenuto anche con la fonte iniziale di queste ipotesi, quindi, si approvino gli articoli 3, 5 e 7 nel testo risultante dalla parte già approvata e gli emendamenti che arricchiscono i contratti di emersione; gli emendamenti che fanno riferimento ad un trattamento differenziato IRPEG vengano ritirati, perché noi possiamo immediatamente notificarli, come nuova proposta, alla Commissione. Lo farei io personalmente perché vengano vagliati con l'attenzione che merita un'impostazione largamente sostenuta dalla Camera dei deputati della Repubblica italiana e perché al Senato - possibilmente - noi siamo in grado di riprendere l'argomento qualora la Commissione possa condividere la nostra impostazione. Questo è un modo corretto per porre un problema.
So che vi sono dei deputati che si chiedono per quale motivo non ci si possa limitare ad accantonare questi emendamenti, per poi vedere. Con sincera preoccupazione a questi deputati, di cui apprezzo la posizione e l'intendimento, dico che ciò non ci aiuterebbe in sede comunitaria se vogliamo davvero che questa non sia una battaglia di bandiera ma una battaglia che mira ad uno scopo. Arrivare dicendo: «datemi una risposta entro una settimana» è il miglior modo per farsi dire di no. E noi oggettivamente non abbiamo i tempi tecnici per tornare sull'argomento qui alla Camera, dopo un vaglio comunitario.
Mi dovrei ridurre io a vedere il commissario, farmi esprimere la sua opinione e venirvela a raccontare? Non è questo il modo con cui si può sperare di ottenere un risultato in sede comunitaria. Diamo il tempo necessario per un effettivo vaglio di questa ipotesi che, ripeto, merita rispetto e per la quale io ho tutto il rispetto, naturalmente nei limiti in cui si tratta di ipotesi che intendiamo «coprire» realmente, ma questo è un discorso che ho già fatto.
Abbiamo ragioni per ritenere che al Senato sia possibile tornare su questo. Evitiamo però di essere un paese che è andato davanti a Bruxelles, si è fatto dare un'autorizzazione su una certa impostazione e immediatamente dopo ne approva un'altra e chiede che questa stessa venga approva ex post. Ripeto, questo non ci aiuterebbe e non sarebbe adeguato a ciò che dobbiamo essere in sede comunitaria. Mentre prendere le proposte, arrivare a Bruxelles facendo vedere di quante parti politiche siano questi emendamenti (con il rispetto che essi si meritano) può darci una chance superiore in una materia che è difficile.
Ho ritenuto di venire qui per sottolineare non soltanto l'importanza che in quest'aula attribuiamo al tema in esame, ma anche per l'impegno con il quale al di fuori di quest'aula in sede comunitaria intendiamo occuparcene. Riterrei molto fermamente che sarebbe giusto attenersi alla linea che ho detto; occorre farlo con convinzione, onorevoli colleghi, e mi permetto di rivolgermi a quelli della maggioranza. Stiamo costruendo - l'opposizione la criticherà, ed è giusto che lo faccia dal suo punto di vista - una buona finanziaria che dà dei risultati al paese, cerchiamo di far percepire al paese i risultati che stiamo producendo per gli italiani e non le scontentezze dell'uno o dell'altro per cose che potrebbero andare diversamente (Applausi dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, misto-Verdi-l'Ulivo e misto-Rinnovamento italiano).
Il nostro compito è questo. Le maggioranze sostengono ciò che fanno; tocca alle opposizioni criticare ciò che le maggioranze fanno (Applausi dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, misto-Verdi-l'Ulivo e misto-Rinnovamento italiano).
Vorrei farvi osservare, signor Presidente, che questa discussione...
Prego, onorevole Giordano.
Vorrei riflettere anche sul fatto che il dibattito sulla finanziaria - facevo quest'osservazione anche ieri - rischia di essere prevalentemente incentrato sugli incentivi e sugli aiuti al sistema delle imprese. Signor Presidente, insieme al Governo, in questi giorni, lei si è sforzato di dimostrare che questa finanziaria è diversa, ma stiamo discutendo su come intervenire ancora per agevolare il sistema delle imprese. Lei ci ha detto esplicitamente che, in realtà, vi sono vincoli imposti dall'Unione europea che non possono in alcun modo determinare un aiuto e un favore nei confronti delle cosiddette aree svantaggiate perché questo meccanismo altera il principio della concorrenza. Ricordo questa affermazione per dire che il principio della concorrenza che anima l'Unione europea spesso e volentieri risulta essere una penalità proprio per le aree svantaggiate.
Non condividiamo la vostra proposta che - insisto - è diversa da quella della Confindustria perché le modalità con cui volete attivare l'emersione del sistema del lavoro nero rappresentano, nella sostanza, una sorta di sanatoria per le imprese che hanno evaso e che hanno avuto un comportamento illegale. Spesso ci troviamo di fronte ad una sorta di diritto diseguale per cui questa sanatoria viene concessa al sistema dei poteri forti, ma viene negata ad altri soggetti che non hanno la forza di esprimersi, come è successo recentemente per un caso molto diverso che riguardava alcuni studenti universitari.
Non condividiamo il criterio applicato sia per via contrattuale sia attraverso incentivi e sgravi fiscali. Penso che la nostra critica sia giusta perché questo comportamento induce alcuni settori del sistema delle imprese a concludere che, prima o poi, una sanatoria si possa ottenere.
Signor Presidente del Consiglio, lei propone anche - ed è questo il punto di maggiore contrasto tra noi e il Governo - un'ulteriore riduzione dell'IRPEG, oltre a quella già prevista che lei ha rivendicato in questa legge finanziaria, per un gettito - se non ricordo male - pari a circa 5 mila miliardi; vale a dire che le risorse finanziarie che si recuperano da un'emersione, per noi discutibile e criticabile, del lavoro sommerso siano destinate a premiare ulteriormente il sistema delle imprese attraverso la riduzione dell'IRPEG.
Entrando nel vostro schema (non nel mio, che prevede una politica per incentivare l'occupazione all'interno di altre dinamiche) le chiedo, signor Presidente del Consiglio: ma non volete neanche
Noi le chiediamo di provare ad affermare un altro schema, finalizzando le risorse recuperate dal sommerso (in maniera così controversa) ad una politica per il lavoro e per l'occupazione.
Dicevo che a nostro parere il Governo dovrebbe finalizzare la maggiori risorse ad una politica per il lavoro che guardi più al soggetto disoccupato che non all'impresa. In Francia la riduzione dell'orario di lavoro ha prodotto 500 mila nuovi posti; un salario sociale che aiuti i giovani disoccupati significa dotare l'impresa che voglia assumere un giovane dei contributi erogati dallo Stato. Forse una politica di più decisa programmazione e di maggiore intervento pubblico nell'economia darebbe risultati più certi che non la politica liberistica con la quale state facendo concorrenza al sistema delle destre. (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista).
Non si può dire che la norma che è stata proposta non sia programmatica, non si può sostenere che la logica è quella di San Tommaso («vedo e a quel punto concedo»), perché in realtà si tratta proprio di una norma programmatica. Come può pensare, signor Presidente del Consiglio, che le attività produttive attualmente sommerse saranno incentivate a regolarizzarsi? Il fenomeno dell'economia sommersa interessa specialmente il sud, ma anche il centro ed il nord, e nasce soprattutto per ragioni di sopravvivenza, a fronte del costo del lavoro per unità di prodotto, della scarsa mobilità del fattore lavoro, del livello di pressione fiscale, del venir meno dei margini offerti dai differenziali di cambio delle valute internazionali. Si dice che di fronte alla prospettiva (sia pure allettante) di chiusura delle pendenze passate e di una relativa franchigia per qualche anno queste attività produttive dovrebbero accettare di emergere. Ma si sa benissimo che dopo alcuni
La mia prima osservazione riguarda l'inefficacia di una norma assolutamente programmatica che porta ad attendere quanto frutteranno l'emersione e la lotta all'evasione per avere i soldi per finanziare un'ulteriore riduzione dell'IRPEG.
Ella sa - ce lo ha detto la Corte dei conti nel rendiconto del 1999 - che la lotta all'evasione, gli accertamenti e le riscossioni da controlli sono stati un flop, per cui non possiamo aspettarci molto di diverso se non cala sistematicamente ed in tutto il territorio nazionale la pressione fiscale sulle imprese. Fra l'altro, nel momento in cui si danno soldi alle famiglie, se le imprese non sono competitive, la domanda interna può trasformarsi in un ulteriore aumento delle importazioni di prodotti dall'estero, per lo meno dalla Comunità europea, che potrebbero essere molto più competitivi di quelli nazionali.
Vorrei ora fare una considerazione politica, signor Presidente. Il suo discorso lo vada a fare al candidato Premier Francesco Rutelli, che ha proposto esattamente quello che abbiamo proposto noi, ad esempio, con l'emendamento Bono 3.14. Francesco Rutelli, infatti, ha proposto di accettare la linea della Confindustria, come fa il nostro emendamento, quindi la perorazione va fatta a colui che sostanzialmente dovrebbe guidare il nuovo Ulivo nella campagna elettorale.
Un'ultima osservazione sull'atteggiamento nei confronti della Comunità europea. Con l'ingresso nella moneta unica abbiamo rinunciato ad una larga parte della nostra sovranità nazionale; lo abbiamo fatto con piena consapevolezza dei costi e dei benefici, però ciò che può consentirci di recuperare spazi nella difesa degli interessi nazionali è la nostra credibilità verso il resto dell'Europa che dipende dalla riduzione del debito pubblico e dal mantenimento dei limiti dei saldi. Come si può fare? Un paese che non è riuscito a completare le privatizzazioni, che nonostante quelle effettuate ancora ha livelli di liberalizzazione dei servizi di pubblica utilità estremamente ridotti, che prevede grosso modo nel 2001 di affrontare la riforma del welfare e in particolare della previdenza ma ancora non ha fatto nulla nonostante la «gobba» della Ragioneria generale dello Stato ci indichi che a partire dal 2005 potrebbero esserci grossi problemi per il bilancio dello Stato non è un paese credibile a livello europeo. Potremo ottenere una franchigia nella linea degli aiuti di Stato assunta dalla Commissione europea nel momento in cui saremo credibili perché riduciamo in termini assoluti il debito pubblico e non perché speriamo che il rapporto debito-PIL migliori, avvicinandoci al parametro di Maastricht. Dobbiamo ridurre in termini quantitativi assoluti il debito pubblico, cosa che non è stata fatta ma può esserlo accelerando liberalizzazioni, privatizzazioni e riforme nel settore welfare che finora ci siamo baloccati ad affermare come necessarie senza farle.
Comprendo quanto da lei affermato e cerco di fare tesoro della sua lezione, professor Amato, allorché si è riferito a chi aveva sostenuto di più la misura.
Tuttavia, in tono molto dimesso, professor Amato, mi permetto di farle notare che non condivido alcune impostazioni; non mi consideri un alunno impertinente perché non lo sono, comprenda però che se portiamo avanti interessi più grandi di noi, bagagli ideali nei quali crediamo profondamente, probabilmente lo facciamo perché esistono considerazioni diverse che superano certe gerarchie preacquisite.
In questa logica, Presidente del Consiglio - in questo caso la chiamo Presidente del Consiglio - le dico di non essere convinto che il pacchetto di emendamenti possa essere definito «della Confindustria»: è una definizione che non mi piace, così come non mi piace la finalizzazione al recupero del sommerso, per favorire l'emersione, che anche lei ha contribuito a dare. L'emersione è uno dei problemi che il nostro paese deve affrontare, ma non il problema principale: signor Presidente, abbiamo depositato l'emendamento venti giorni fa, quindi se vi fosse stata la volontà, anche formale, di cominciare una trattativa, in venti giorni teoricamente sarebbe stato possibile avviarla. Tra l'altro, non mi risultano avanzate richieste formali di preistruttoria o di istruttoria in sede di Commissione europea, rispetto ad emendamenti che - lo ribadisco - sono stati formalizzati venti giorni fa! Come dicevo, è l'impostazione complessiva a non convincere: non proponiamo una misura per recuperare il sommerso, immaginiamo scenari diversi.
Ci rendiamo conto che tra poco si realizzerà l'allargamento dell'Unione (anche se dovranno passare cinque anni) che comporterà l'ingresso di paesi gravati da enormi difficoltà; ci rendiamo conto che se non utilizzeremo i prossimi cinque anni per superare il gap di cui soffre il Mezzogiorno, non recupereremo mai più l'equilibrio complessivo nel nostro paese. Considerando la diversa realtà economica del nostro paese, immaginiamo una prima tranche di abbattimento dell'IRPEG per il Mezzogiorno, che è un'emergenza e rispetto alla quale non si può pensare all'allargamento dell'Unione senza pensare al riequilibrio di un dislivello per il quale non si fa nulla! Questo è! Non vogliamo favorire l'emersione, immaginiamo un sistema che poco a poco dia la possibilità di creare sviluppo e di rilanciare il Mezzogiorno per poi restituire a tutte le imprese serie, che hanno pagato un'IRPEG esagerata grazie proprio al sommerso, quello che è stato tolto.
In altri termini, un provvedimento che si rivolga ai regolari, ai legali, a chi ha pagato un'imposta esagerata se paragonata a quelle corrisposte nel resto d'Europa, anche perché legata all'emersione. Dunque, il provvedimento non mira a favorire l'emersione o, come dice Giordano di Rifondazione comunista, a prevedere una sanatoria per le imprese: no, assolutamente no! Vogliamo perequare rispetto alle aziende sane e pulite, alle imprese trainanti per l'economia italiana restituendogli quello che è stato tolto, anche per la nostra incapacità. Questa è la filosofia della norma, non difendiamo posizioni assurde di nessuno; sappiamo però che il riallineamento deve avvenire prima all'interno del nostro paese, perché solo questo ci consentirà di misurarci con il resto della comunità, senza differenze di area. Solo allora potrà essere esaltata la competitività che tutti a parole ricercano.
Queste sono le finalità del nostro emendamento, non difendiamo le posizioni della Confindustria, né intendiamo fare battaglie velleitarie, assolutamente no! Né tantomeno vogliamo strumentalizzare vicende politiche che hanno connotato gli emendamenti, i quali hanno una valenza assolutamente tecnica (sul tecnicismo e sulle sue affermazioni mi soffermerò dopo, proprio perché sono un discepolo a volte arrogante e presuntuoso).
Dunque c'è una finalità politica: che questa venga sposata dal candidato premier della coalizione, Francesco Rutelli, ci fa piacere; che coincida in parte con le tesi della Confindustria, ci fa piacere; che venga condivisa da altri, per buona parte da tutto lo schieramento di centro e da una parte della sinistra perché è un'ipotesi di sviluppo che rilancia il sistema
Presidente del Consiglio, lei non può venire a chiederci di non accantonare la materia, perché una valutazione di questo tipo è stata fatta già ieri da quest'aula, che ha ritenuto necessaria una pausa di riflessione sull'articolo 3 e sull'articolo 5 che concerne il credito d'imposta. E lei, dopo che un atto di significato tecnico e politico di questo genere è già avvenuto, viene a chiederci di non accantonare l'articolo 3! Mi dispiace, Presidente del Consiglio, è fuori tempo massimo, perché è una valutazione che l'aula ha già compiuto.
L'input che il Governo deve raccogliere da una decisione già formalmente assunta da quest'aula - dopo una discussione che qualcuno ha considerato inutile, ma che invece era importante perché chiariva le posizioni - è quello di aprire formalmente una trattativa con la Commissione europea. Questo le ha detto ieri quest'aula accantonando l'articolo 3; a proporre di procedere in quella direzione non c'è solo il mio emendamento, ma anche emendamenti dei DS, di AN, di Forza Italia, di altri gruppi del centrosinistra. Questo è l'input politico che lei deve raccogliere e non venirci a dire, dopo che abbiamo deciso l'accantonamento, che non dobbiamo accantonare.
Non entro nel merito delle tecniche di copertura, ricordo soltanto che, quando si è decisa la rottamazione, fu individuata una copertura in un certo senso «debole» nei proventi che si sarebbero ricavati dalla maggiore vendita di autovetture, e dalle conseguenti maggiori imposte che si sarebbero determinate. Non sono un tecnico, quindi non mi permetto di ragionare su questa materia, ripeto però quanto ho detto all'inizio sul fatto che da parte del Governo non c'è stata la volontà di entrare nel merito, perché gli strumenti tecnici esistono e sono due. Il primo è la deroga contenuta nel de minimis e già utilizzata nell'articolo 7, che consentirebbe in deroga alle previsioni della Commissione europea, di cominciare a ragionare su un'ipotesi di riduzione dell'IRPEG; oppure vi è l'altra ipotesi che lei ha deriso, ma che è politicamente importante, cioè di sospendere l'efficacia della norma per dare al Governo il tempo di cominciare una trattativa con la Commissione europea. È sicuramente una mediazione politica che probabilmente comporta alcuni problemi tecnici, ma in quest'aula non dobbiamo assumere decisioni tecniche, dobbiamo assumere decisioni politiche che tengano conto delle motivazioni.
Lei può dire che le motivazioni alla base della nostra richiesta non sono valide e mi consenta di dire - sarò sfrontato fino alla fine - che non sono convinto che lei condivida le nostre motivazioni. In questo quadro non posso raccogliere il suo appello, signor Presidente del Consiglio, perché l'accantonamento è stato già deciso; noi crediamo che la prospettiva che si è determinata con la misura che abbiamo proposto debba essere coltivata. Siamo disponibili - perché non siamo innamorati delle nostre idee - a ragionare sui tempi, sui modi, sulla quantità, su tutto quello che può essere ragionevolmente discusso senza rinunciare al principio: a quel principio, Signor Presidente del Consiglio, noi non possiamo rinunciare (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDEUR).
Presidente Amato, ieri ho fatto un po' di calcoli: all'inizio degli anni novanta il meridione aveva un PIL pro capite che era quello del resto del paese 20 anni prima: ciò vuol dire che era in ritardo di venti anni rispetto al resto del paese. Oggi ha un reddito pro capite che è ancora più in ritardo rispetto a quello del resto del paese ed attualmente, per arrivare di nuovo al PIL pro capite del resto del paese, ci vorrebbero 28 anni - ma, attenzione! - 28 anni durante i quali il sud dovrebbe avere un tasso di sviluppo pari a quello finora avuto dal resto del paese ed a condizione che quest'ultimo, in questi 28 anni, si fermasse: solo allora lo potrebbe raggiungere.
Oltre ad un ritardo di 28 anni, il sud ha una disoccupazione giovanile che supera il 50 per cento e si avvicina al 60 per cento: questi sono i dati del problema. Sappiamo che tutto questo è in ragione di alcune mancanze della politica economica nei confronti del sud, il quale ha un gap infrastrutturale; tutto il paese è in ritardo dal punto di vista infrastrutturale rispetto all'Europa, anche il centro-nord, ma nel sud il ritardo è del 50 per cento (cioè ha una dotazione infrastrutturale inferiore del 50 per cento). Pertanto il meridione non è in condizioni di parità nella competizione sul mercato europeo. Esiste dunque un problema di mancanza di concorrenzialità dovuto a questi ritardi e a questi gap del meridione.
L'unica misura concreta di cui il Parlamento si sta occupando ormai da 5 anni a questa parte a favore del sud è la riduzione dell'imposizione fiscale sulle imprese; tutto il resto - le cento idee per il sud di cui avete parlato a Catania, i patti e i contratti senza fatti, Sviluppo Italia, di cui nessuno si è accordo nel sud - non sono misure idonee. La misura concreta è questa, contenuta in un emendamento presentato da Forza Italia, che nella sostanza è molto simile ad un altro presentato dall'UDEUR.
Lei ha affermato che vi sono forti ragioni politiche alla base di questa proposta ed ha aggiunto un «ma»: ma l'Europa potrebbe non essere d'accordo. Stiamo, cioè, dicendo che l'Europa sarebbe insensibile a forti ragioni politiche: ci rendiamo conto della gravità di questa affermazione (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)? Lei sta dicendo che poco tempo fa si è raggiunto in sede europea un accordo diverso e che è rischioso porre adesso un nuovo problema: allora vuol dire che quello non era un accordo felice, perché in realtà conteneva più limiti e costrizioni che autorizzazioni. Dobbiamo riproporre questo problema con forza in sede europea.
Mi rivolgo all'onorevole Giordano: chi può creare posti di lavoro in questo paese? Vogliamo andare avanti con i lavori socialmente utili? Lo Stato crea ancora posti di lavoro? Non è in grado di crearne. Il sistema delle partecipazioni statali si sta smantellando: chi può creare posti di lavoro al sud, intendendo posti di lavoro seri e produttivi? Le imprese. Ed allora un intervento a favore delle imprese è un intervento anche a favore dei lavoratori, dei disoccupati (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)! Dobbiamo entrare in questa logica ed evitare quei conflitti ideologici che per tanto tempo ci hanno ossessionati.
Concludo, Presidente Amato. Qui vi sono proposte che hanno - lei lo ha ammesso, lo ha riconosciuto - una forte valenza politica. Noi dobbiamo porre l'Europa di fronte alle sue responsabilità. Il Parlamento italiano non può fare le leggi chiedendo prima il permesso a un commissario europeo o a un altro. Il Parlamento italiano è sovrano (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia). E qui si tratta di proposte che hanno forza politica. Lasciamo alla politica la sua forza, non facciamo in modo che la tecnocrazia prevalga sulla politica, perché non è questa l'Europa che noi desideriamo (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
Ma lei, signor Presidente, ha ancora espresso condivisione e disponibilità a sostenere in modo serio, presso la Comunità europea, le proposte emendative di abbattimento della pressione fiscale e gli emendamenti sull'IRPEG, in particolare, per le aree deboli del nostro paese.
Tutte queste riflessioni e questi elementi ci portano però, partendo dalla sua analisi, ad alcune conclusioni. La prima è che noi rileviamo in questa sua dichiarazione l'ammissione di una politica economica che è stata insufficiente e inadeguata per il rilancio, lo sviluppo e la crescita economica del nostro paese, perché conseguentemente e coerentemente si deve dire che, se non abbiamo abbattuto in modo adeguato la tassazione sulle imprese e sulle famiglie, abbiamo fatto una politica economica tutta mirata all'aumento della pressione fiscale e della riduzione degli investimenti, che certamente ha conseguito un obiettivo che anche noi perseguivamo, qual è quello dell'ingresso dell'euro, ma che altrettanto certamente ha penalizzato lo sviluppo del nostro paese, come peraltro stanno a dimostrare gli indici di questi anni del PIL.
La seconda riflessione è che, a nostro avviso, la proposta per l'emersione delle imprese in nero è, per le ragioni che sono state dette, un pannicello caldo, soprattutto rispetto ai gravi problemi del nostro sistema produttivo. È una sanatoria - è stato detto da sinistra - che può essere utile a nostro giudizio, ma non offre alcun aiuto vero alle imprese oneste. Questo è il punto sul quale vogliamo un chiarimento, signor Presidente del Consiglio, perché non è possibile che, davanti a una difficoltà di quella grande capacità produttiva rappresentata dal sistema delle nostre piccole e medie imprese, non ci sia una risposta adeguata. Si dà quindi un aiuto alle imprese sommerse, mentre non possiamo dimenticare che esse hanno condotto una concorrenza sleale e distorta.
L'ultima riflessione è che la sua comunicazione, signor Presidente del Consiglio, fa esplodere un forte problema politico sulla coesione della maggioranza, sulla coerenza della linea politica ed economica della nuova coalizione, del nuovo Ulivo - «Insieme per l'Italia», rispetto a quella che il suo Governo sta portando avanti. Come si può accettare questa diversità tra la sua linea e quella del candidato Rutelli? Quale credibilità può avere in questa situazione il suo Governo, non solo nel nostro paese, ma nell'ambito dell'Unione? È questa la nostra preoccupazione, signor Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati del gruppo misto-CDU).
La discussione che dovrebbe avvenire fra di noi - lo dico per il presente ma anche per l'avvenire - dovrebbe vertere sul fatto che nel sud vanno sicuramente introdotte misure di agevolazione e di incentivazione; tuttavia dobbiamo pensare anche a sgomberare il campo, su tutto il territorio nazionale, da un complesso di trasferimenti fatti sotto forma di agevolazione ed incentivazione alle imprese e in molti casi con interventi di carattere settoriale per puntare ad una riduzione generale delle tasse sulle imprese. Quello che non si può fare è creare agevolazioni ed incentivi per le imprese su tutto il territorio nazionale e contemporaneamente avere una riduzione delle tasse. È un problema di carattere generale: per quanto riguarda il sud, dobbiamo concentrare gli interventi di incentivazione ed agevolazione, mentre per quanto riguarda il territorio nazionale, dobbiamo agire in termini generali e da questo punto di vista incentivare la concorrenza che è determinata dal mercato.
La seconda considerazione che voglio fare, dopo quella precedente riguardante le imprese e la Confindustria, si riferisce al sindacato. Anche da questo punto di vista dobbiamo stare molto attenti nell'attuare una serie di interventi volti a rendere flessibile il mercato del lavoro, a creare condizioni di sicurezza all'interno di questa flessibilità e ad adottare incentivi per rendere più rigido il mercato del lavoro perché questo è ciò che si verifica in alcuni casi. Per esempio, assumiamo iniziative a favore della creazione di forme di lavoro a tempo determinato e poi, contemporaneamente, creiamo incentivi per trasformarle in forme di lavoro a tempo indeterminato, creando così contraddizioni che sono di ostacolo al sistema della flessibilità per cui, sia rispetto alle imprese e alla Confindustria sia rispetto al sindacato, dobbiamo condurre un confronto molto aperto e chiaro.
Mi sembra che il dibattito e l'introduzione del Presidente del Consiglio siano stati molto chiari di fronte al Parlamento. La finanziaria è una buona finanziaria e credo che riusciremo a sciogliere anche il nodo che abbiamo di fronte; invito il Presidente del Consiglio ad andare avanti su questa strada (Applausi dei deputati del gruppo misto-Socialisti democratici italiani).
Vale la pena di ricordare che esisteva uno sgravio contributivo generalizzato per il Mezzogiorno d'Italia, che ammontava ad 11.200 miliardi (e non ai 400 miliardi di cui oggi si discute), che è stato soppresso con l'accordo Pagliarini-Van Miert, ovvero per iniziativa di quella che oggi è l'opposizione in Parlamento: pertanto, non è davvero a noi che deve essere ricordata l'esigenza di sviluppo del Mezzogiorno.
Signor Presidente del Consiglio, la sua impostazione è a mio giudizio molto condivisibile, in quanto non costituisce uno stravolgimento della manovra di finanza pubblica che stiamo in queste ore discutendo, né dell'intera politica economica
Signor Presidente del Consiglio, l'impostazione da lei ricordata non costituisce uno stravolgimento, soprattutto se teniamo conto dei capisaldi della manovra di finanza pubblica che lei ha definito buona e che io vorrei definire perfino eccellente; vorrei, altresì, che non dimenticassimo, né disperdessimo, il significato di un surplus fiscale che oggi ci consente di restituire, in termini di benefici fiscali, qualcosa come 28 mila miliardi per l'anno in corso e per i successivi.
Il primo caposaldo è l'equilibrio nella distribuzione dei benefici fiscali tra famiglie e imprese; ci riferiamo a quelle famiglie che ieri, nella discussione dell'articolo 2 del disegno di legge finanziaria, sono state ricordate da tutte le forze politiche presenti in Parlamento; sono state ricordate anche dalle forze dell'opposizione, perfino in polemica e cercando di trovare una presunta contraddizione nella posizione del Partito popolare, sollecitato ad esprimere ancor più fortemente la sua naturale propensione verso un primato del ruolo delle famiglie. Ebbene, non si può essere a favore delle famiglie a giorni alterni.
D'altro canto, anche se guardiamo ai benefici fiscali che vanno alle imprese, lei ha ricordato, signor Presidente - e lo aveva fatto anche il ministro Visco l'altro giorno, in sede di replica -, quanti sono i benefici fiscali in termini quantitativi e qualitativi previsti in questa finanziaria e quanti sono stati in tutti questi anni. Credo che un effetto di questi benefici fiscali che sono andati alle imprese sia rintracciabile anche in quell'incremento dei profitti che per il campione Mediobanca risulta, nel 1999, di oltre il 70 per cento, a fronte di un fatturato praticamente, in termini reali, a livello zero. Ciò vuol dire che ci sono grandi problemi; è proprio così, le imprese hanno problemi e vanno aiutate ad affrontarli fornendo loro, appunto, misure che spingano ad innovare, ad investire, ad estendere la base produttiva ed a realizzare profitti sul volume dei fatturati e non solo profitti unitari che dipendono semplicemente da riduzione dei costi e da espulsione di manodopera.
L'altro grande caposaldo che lei ci ha ricordato, signor Presidente del Consiglio, è che la riduzione della pressione fiscale, che era nel programma dell'Ulivo e che è la realtà a cui oggi siamo tangibilmente, concretamente di fronte, si configura in termini di grande equilibrio ed articolazione. Equilibrio significa tenere nel dovuto conto il fatto che il nostro debito pubblico è ancora il doppio di quello dei paesi a noi similari; la spesa per interessi, per quanto crollata dal 12 al 6 per cento del PIL, è sempre il doppio di quella che pagano Francia e Germania; la pressione fiscale è oggi nella media di quella dei paesi a noi similari e grazie alle misure contenute nella finanziaria scenderà sotto la media; la spesa pubblica al netto degli interessi, invece, rimane al di sotto di tre punti. Dunque, se teniamo conto di tutti questi elementi, possiamo ragionevolmente affermare che stiamo già pagando il maggior debito non con maggiori entrate, ma con minore spesa, per cui l'ipotesi di ridurre ulteriormente la spesa inciderebbe profondamente sul corpo vivo del paese.
Vi è allora un'ultima notazione che vorrei fare: una riduzione della pressione fiscale equilibrata ed articolata, fatta di un complesso di misure, di un mix attento - con quella necessaria attenzione che lei ci ricordava -, anche sofisticato, tiene necessariamente conto delle conseguenze che l'azione condotta su un'imposta determina su un'altra imposta. Se pensassimo di poter abbassare di 10-12 punti l'IRPEG, non potremmo mantenere a livelli
È assolutamente spropositata l'eco che ha avuto nella stampa e nella politica italiana, in questi giorni, la discussione sulla parte emendativa di questa manovra. Infatti, in qualche momento può sembrare che la parte emendativa sovrasti e prevalga sull'architettura generale della manovra finanziaria. Noi non pensiamo sia così e non modificheremo mai il giudizio positivo che abbiamo espresso per la manovra varata da palazzo Chigi. Ci sentiremmo comunque di approvarla anche se il testo che il Governo ha presentato al Parlamento non dovesse essere modificato, ma abbiamo condiviso la volontà, espressa dal Governo e ribadita dai gruppi parlamentari della maggioranza, di arricchire questa manovra e di rendere ancora più esplicite le tendenze in essa contenuta e che oggi il Presidente del Consiglio ha voluto richiamare (noi ne condividiamo lo spirito). Si tratta di una volontà generale che si incardina sull'obiettivo, per il futuro, di ridurre ancora la pressione fiscale complessiva sulle famiglie e sulle imprese e di aiutare la crescita del lavoro e dell'occupazione in costanza e, se possibile, in crescita di presidi di protezione sociale. Questa è la linea seguita dal Governo, questa è la linea seguita dalla maggioranza di centrosinistra all'interno della quale si esaminano e si discutono tutti gli argomenti che possono rendere più forte tale manovra.
La riduzione del carico fiscale per le famiglie e per le imprese ha fatto passi in avanti grazie a questa manovra. Se è vero quanto dicono gli analisti indipendenti, vale a dire che, in seguito alla manovra varata dal Governo, il carico fiscale sull'utile di impresa in Italia scende al di sotto della media degli altri paesi europei - intendo ribadirlo -, noi condividiamo l'opinione di quanti ritengono che ciò rappresenti l'avvio di un processo. Vorremmo accelerare al massimo il corso di un processo che tende a ridurre la pressione fiscale sulle imprese e sulle famiglie, affinché il sistema Italia possa diventare più competitivo e le risorse delle imprese possano essere investite con più coraggio nell'innovazione tecnologica e nella ricerca, fattori vincolati e determinati dal peso fiscale, ma forse anche da una certa timidezza delle imprese italiane a riversare gli utili nella ricerca e nello sviluppo.
La pressione fiscale ha, in qualche misura, attirato la nostra attenzione in questa discussione, ma il fattore lavoro non può essere dimenticato. L'occupazione in Italia non è diffusa in modo omogeneo: il problema dell'occupazione e del lavoro è circoscritto in un'area importante del paese per la quale si deve fare ancora molto. Non nasce oggi la politica del Governo in favore del Mezzogiorno, anzi, oggi se ne percepiscono gli effetti in termini di crescita del prodotto interno lordo, ma anche in termini di crescita dell'occupazione. Tuttavia, rimane un differenziale di convenienza ad investire,
Ciò è possibile farlo nel rispetto delle regole comunitarie. Noi lo sappiamo e ci ha sorpreso molto che l'onorevole Marzano, stamattina, abbia liquidato il vincolo comunitario come una questione marginale. La sovranità del Parlamento non è in discussione. Noi sappiamo di aver trasferito parti importanti di sovranità alla dimensione comunitaria non oggi ma tanto tempo fa, ed abbiamo la volontà di trasferirne ancora (Applausi dei deputati dei gruppi dei Popolari e democratici-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo)!
Liquidare tale questione come un vincolo inesistente, richiamare la volontà politica del Parlamento in quanto capace di essere alternativo prevalente rispetto alle regole e quindi alla legalità, è un argomento che non sentivamo da tempo e che io non avrei mai immaginato di sentire nelle parole di una persona come l'onorevole Marzano (Applausi dei deputati dei gruppi dei Popolari e democratici-l'Ulivo e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).
La legalità italiana e quella comunitaria sono un riferimento ineludibile; noi vogliamo che nell'ambito della legalità si faccia ogni sforzo, anche di tipo pragmatico (come ha suggerito Francesco Rutelli, suggerimento nel quale per intero ci riconosciamo e che pensiamo sia accolto nelle parole pronunciate quest'oggi dal Presidente del Consiglio), per esperire tutti i tentativi, per sapere se è possibile ...
Pensiamo che per il Mezzogiorno si debba fare di più. Questa è la politica del Governo del centrosinistra. Abbiamo cominciato a fare tante cose con questa finanziaria, pensiamo che se ne possano fare ancora con il contributo del Parlamento; pensiamo che il Presidente del Consiglio debba onorare fino in fondo l'impegno assunto stamane dinanzi alle Camere, ossia di ricercare attraverso tutti gli strumenti un percorso che consenta, prima della fine dell'esame parlamentare di questa legge finanziaria, di trasformare quell'emendamento che il relatore ha già ipotizzato in uno strumento di canalizzazione dei nuovi proventi dall'emersione in direzione di una riduzione del peso fiscale per le imprese nel Mezzogiorno. Questo è l'obiettivo per il cui raggiungimento noi siamo impegnati (Applausi dei deputati dei gruppi dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e dei Democratici-l'Ulivo).
Finalmente, come ho già detto, il Presidente del Consiglio con uno scatto di orgoglio ha portato all'attenzione della Camera le proprie argomentazioni. Peraltro ha parlato di emendamenti del Governo, che però non risultano ancora essere stati presentati e sui quali dunque le opposizioni fanno un po' fatica ad esprimere una valutazione politica.
Nelle dichiarazioni del Presidente del Consiglio appaiono evidenti almeno tre dati di fatto, che sono difficilmente contestabili. Il primo riguarda l'ammissione del fallimento totale della politica per il Mezzogiorno, dei diversi Governi di sinistra che si sono succeduti in questi quattro anni. Se si dibatte rispetto ad ipotesi alternative, in una parte o in un'altra della maggioranza, sulle misure da adottare prima della fine della legislatura, è evidente che tutte le iniziative (in particolare quelle relative alle programmazioni negoziate: parti territoriali, contratti d'area e via dicendo) sono state giudicate un fallimento dallo stesso Governo. Per non parlare poi di Sviluppo Italia, questa fantomatica società che avrebbe dovuto rilanciare l'immagine e attrarre investimenti dall'estero nel meridione! È dunque un dato di fatto: lo stesso Governo, lo stesso Presidente del Consiglio giudica fallimentare la politica per il sud, portata avanti in questi quattro anni.
La seconda constatazione è ancora un dato di fatto. Il dibattito verte fondamentalmente sull'emersione del sommerso nel Mezzogiorno. Abbiamo sempre sostenuto che l'economia del sud fosse ingiustamente sottovalutata per l'enorme massa di sommerso che vi regnava. Alle argomentazioni della Lega si ribatteva che al nord e, in particolare, nel «criminale» nord-est si nascondessero pericolose orde di evasori fiscali. Il discorso del Presidente del Consiglio fa giustizia anche di questa verità assoluta che la sinistra ha propagandato nel corso di questi anni.
Prendiamo atto che il Presidente del Consiglio ha affermato che esistono in Italia due sistemi economici assolutamente differenti che richiedono risposte di politica economica diverse che non è possibile dare perché l'Unione europea pone precisi vincoli. Si dovrebbe fare una riflessione più generale sull'Unione europea che, nei più diversi settori, dopo la firma dei Trattati, impone una specie di camicia di forza all'interno della quale i Parlamenti nazionali non hanno alcuna possibilità di legiferare.
Per quanto riguarda, in particolare, la politica fiscale - dopo che la politica monetaria è stata demandata con esiti non del tutto soddisfacenti a Bruxelles - ci auguravamo che i Parlamenti nazionali mantenessero una riserva di autorità, cosa che - a quanto pare - non è possibile, anche in pendenza del processo di armonizzazione fiscale e che non ha ancora raggiunto un compiuto risultato. Ciò significa che alcune argomentazioni che abbiamo sempre sostenuto in passato hanno trovato una conferma implicita e, sotto certi aspetti, esplicita da parte del Presidente del Consiglio Amato.
Veniamo ora alle questioni politiche che il Presidente del Consiglio ha posto nel suo intervento. Prendiamo atto che il Governo proporrà alcuni emendamenti che noi, purtroppo, non abbiamo ancora visto perché non sono stati formalmente presentati; possiamo esprimere una valutazione solamente sulle anticipazioni che il Presidente del Consiglio ha fatto. Le precisazioni relative al rafforzamento dei contratti di riallineamento - introducendo, di fatto, un regime differenziato di tassazione sulle persone fisiche per i lavoratori che attualmente sono nel «sommerso» delle regioni del sud e, pertanto, una discriminazione sulle stesse persone fisiche che probabilmente non è del tutto costituzionale - propongono un'estensione dei benefici previsti dalle norme relative alle nuove imprese all'imposta sul reddito delle persone fisiche per tutti i soggetti
Oso pensare che il sommerso non riguardi principalmente grandi realtà che hanno una dimensione sociale da giustificare una società di capitali; molto spesso il sommerso fa riferimento al lavoro delle piccole imprese, che hanno più consonanza con le società di persone o con le imprese individuali.
È una svolta epocale, perché il ministro Visco ha finito di raccontarci proprio l'altro giorno che, grazie alla sua opera, si è recuperata una larghissima base imponibile e una forte evasione che è stata distribuita, secondo gli intendimenti del Governo, in data 30 settembre, in modo - per così dire - equilibrato tra il sistema delle imprese e le famiglie che hanno goduto di una distribuzione proporzionalmente maggiore rispetto al sistema delle imprese.
Ora si dice che per il recupero del sommerso, cioè dell'evasione (si chiama ancora oggi così, anche per coloro che operano nelle aree depresse), viene redistribuito integralmente alle imprese, nella forma di una riduzione delle aliquote. Si tratta di una svolta politica importante, a prescindere dal giudizio di merito sull'opportunità di ridurre le aliquote per le imprese: significa infatti trascurare del tutto la dimensione delle famiglie e quindi contraddire in modo palese l'intera impalcatura della legge finanziaria presentata dal Governo.
La seconda questione riguarda l'area interessata da queste misure. Se tutto si imbastisce sui contratti di riallineamento, il recupero di evasione dovrebbe essere concentrato nelle aree depresse. Come avviene la redistribuzione delle risorse così recuperate? Attraverso una spalmatura della riduzione delle aliquote per tutte le imprese operanti sul territorio nazionale o attraverso la concentrazione dei benefici esclusivamente nel sud? È un aspetto importante, che il Presidente del Consiglio ci deve spiegare. Infatti se le facilitazioni fossero limitate esclusivamente a coloro che operano nel sud, le obiezioni che lei ha sottolineato (e che, secondo le sue parole, sono state poste anche dall'Unione europea) in questo caso varrebbero per le misure proposte dal Governo esattamente quanto per la riduzione delle aliquote IRPEG proposta (tra virgolette) dalla Confindustria.
Oltre alle questioni politiche fondamentali che ho richiamato vorrei soffermarmi su un terzo problema di grande rilievo. Il Presidente del Consiglio ha concluso il suo intervento cercando di salvare il salvabile: ha preso atto della volontà del Parlamento ed ha assicurato una tempestiva indagine istruttoria presso le sedi comunitarie per capire se gli emendamenti presentati alla Camera potranno essere approvati durante l'esame presso il Senato della Repubblica. Benissimo. Però lei ha fatto un'altra affermazione molto impegnativa, signor Presidente del Consiglio: ha detto che queste misure costano 4-5 mila miliardi ed ha sottolineato di tenere particolarmente agli equilibri della finanza pubblica.
Vorrei sapere dove il Governo pensa di recuperare i 4-5 mila miliardi qualora al Senato l'emendamento dovesse essere approvato. Quali misure proposte nel testo del 30 settembre (credito di imposta o altre) sarete disposti a ritirare? Infatti è questa la scelta che dovrete compiere e che noi saremo chiamati a valutare anche come gruppo parlamentare.
Cosa è cambiato dal 30 settembre ad oggi? È cambiato che oggi la maggioranza ha candidato un altro presidente del consiglio. Lei ha giustamente osservato che la maggioranza deve sostenere il Governo e che l'opposizione deve criticare e presentare proposte alternative. Ma non si era mai visto che un Presidente del
Ringrazio il Presidente Amato per aver richiamato in Assemblea, con la consueta lucidità e precisione, la linea seguita dal Governo: la conoscevamo, ne apprezzavamo e ne apprezziamo la prudenza e la responsabilità sotto il profilo delle coperture finanziarie. No - ha detto il Presidente Amato - a operazioni spericolate: e questa mi pare la differenza rispetto ai nostri antagonisti.
Apprezziamo anche la cura di preservare dignità e linearità nei nostri rapporti con l'Unione europea. Da qualche anno l'Italia ha riconquistato credito internazionale, senso delle istituzioni nazionali e sovranazionali; davvero un costume europeo. Sarebbe un delitto anche solo dare l'impressione che si torni all'antico, che ci si sottragga a regole condivise da noi stessi sottoscritte, quelle che disciplinano la casa comune europea.
Nelle sue parole, Presidente Amato - e questo ci fa piacere -, c'è anche l'autorevole riconoscimento che le questioni che in Parlamento e nel paese sono state poste (uno sforzo ulteriore nel senso di un'anticipazione di misure mirate sul Mezzogiorno) hanno una loro legittimità politica e un fondamento oggettivo. Non si tratta di questioni pretestuose, non sono proposte avanzate sotto la dettatura di Confindustria, semmai esse mirano a rafforzare e non ad alterare la linea del Governo e della maggioranza, quale è rifluita nell'impianto della finanziaria che prevede su questo punto una riduzione della tassazione sulle imprese e un sostegno speciale, ancorché non esclusivo, al Mezzogiorno.
Lei, Presidente, ci ha posto un preciso quesito al quale rispondo sì. Vorrei che il collega Manzione mi ascoltasse e riflettesse, perché a fronte della richiesta avanzata dal Presidente del Consiglio di ritirare le proposte emendative vi è - almeno così io ho inteso - un preciso autorevole solenne impegno, da parte del Governo, ad una nuova interlocuzione con le istituzioni dell'Unione europea, un'interlocuzione forte, energica, non pregiudicata da atti parlamentari precipitosi nell'uno o nell'altro senso. Su questo punto cade l'accento; questa è la novità di rilievo che a me pare di poter registrare oggi.
Con il nostro consenso - mi rivolgo ai colleghi dell'UDEUR - dobbiamo dare forza al Governo e al Presidente del Consiglio che si accinge ad un nuovo difficile negoziato in sede comunitaria. Che le vostre e le nostre proposte emendative abbiano sortito questo effetto non è una circostanza irrilevante, non è un piccolo elemento di novità. Qualche volta - e questo è un caso classico - il bicameralismo rappresenta un'opportunità preziosa: al Senato ci sarà tempo e modo di arricchire ed integrare la finanziaria sulla scorta dell'esito della nuova impegnativa interlocuzione con l'Unione europea, che ci auguriamo sortisca effetti positivi (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici-l'Ulivo).
Riteniamo innanzitutto tardiva la sua proposta e il suo intervento. Evidentemente, Presidente, lei non è stato informato di come si sono svolti i lavori in Commissione bilancio e all'interno dell'aula. Desidero quindi riassumerli brevemente.
In sede di Commissione bilancio, l'articolo 3 è stato uno di quelli sui quali il relatore non era pronto ad affrontare la discussione, per cui viene ora affrontato dall'aula senza alcun esame preliminare. I temi dei quali parliamo oggi erano noti già quindici giorni fa in Commissione bilancio.
Non siamo innamorati della politica del credito di imposta o della riduzione dell'IRPEG non finalizzata, abbiamo acceduto a presentare gli emendamenti perché in materia il Governo aveva avanzato delle proposte, ma potremmo scegliere anche una linea diversa, senza far riferimento a quella indicata.
Presidente, la sua proposta è tardiva e incompleta; sono profondamente rispettoso della figura istituzionale del Presidente del Consiglio e la stimo personalmente, ma non ritengo che il suo intervento sia mirato a confortare il candidato premier, con l'identificazione della sua posizione con quella di Rutelli, nel senso che anche lei apprezza la riconsiderazione dell'aliquota IRPEG per il Mezzogiorno. Signor Presidente, lei non può ostacolare gli emendamenti presentati facendo riferimento alle intese raggiunte in sede comunitaria!
Il relatore Cherchi, proprio con riferimento all'articolo 7 recante «Agevolazioni per gli investimenti nelle aree svantaggiate», ha formalizzato l'emendamento 7.87 per introdurre una moratoria nell'efficacia della norma nell'attesa del nulla osta della Commissione europea. L'argomento di cui oggi si discute richiama alla mente il dibattito svoltosi in Commissione e in aula - qualcuno un po' distratto l'ha dimenticato - sul collegato e sulla legge finanziaria Prodi del 1999. In quell'occasione furono introdotti, all'articolo 3 del collegato, una serie di incentivi per le imprese ed in particolare fu prevista una norma, condivisa dal Governo, in favore dei nuovi assunti per gli anni 1999-2000-2001 e diretta ai datori di lavoro pubblici e privati operanti in Campania, in Basilicata, in Sicilia, in Calabria, in Puglia e in Sardegna, ossia in una larga parte delle realtà rientranti nell'obiettivo 1.
Ebbene, fu deciso l'inserimento del comma 7 secondo cui «l'efficacia delle misure di cui ai commi 4 e 5 è subordinata all'autorizzazione e ai vincoli della Commissione delle comunità europee, ai sensi degli articoli 92 e seguenti del trattato istitutivo della comunità europea» tanto che le disposizioni sono entrate in vigore dopo circa un anno. Quindi, oggi lei non può chiedere ai deputati di ritirare i propri emendamenti perché esiste una intesa con l'Unione che impedisce al Parlamento di approvare una disposizione vincolata all'autorizzazione della Commissione.
Quanto è stato fatto su proposta del Governo Prodi può essere ripetuto: non credo che la Commissione presieduta da Prodi smentisca oggi una procedura decisa dallo stesso Prodi in occasione del dibattito sulla legge finanziaria 1999, che ha fatto entrare l'Italia in Europa.
Allora, Presidente del Consiglio, il tema è un altro. Così facendo riteniamo di offrire al Governo una via di uscita, perché non possiamo credere che le dichiarazioni da lei rese siano profondamente sentite, lo dico per il rispetto che ho della sua persona e del ruolo istituzionale che riveste. Se lo fossero, dovrebbe essere coerente; se invece vi è un problema di copertura, il Comitato dei nove non sarà contrario ad individuare i relativi mezzi finanziari per fronteggiare la spesa.
Dico questo perché, oltre alle motivazioni molto corrette e condivisibili espresse dal Presidente del Consiglio in merito all'inopportunità o addirittura impossibilità di accedere a richieste di ulteriori riduzioni IRPEG rispetto al testo esistente (essenzialmente per vincoli comunitari), per noi comunisti italiani ci sono motivi di contrarietà politica ad accedere a queste richieste «confindustriali». Ci sembra infatti che così verrebbe meno quell'equilibrio tra le diverse finalità della finanziaria.
Abbiamo già dichiarato che questa è una buona finanziaria, ma diciamo anche che, se ci sono possibilità di ricalibrare la distribuzione interna delle risorse o di impiegare risorse aggiuntive, noi ben sappiamo cosa farne e che, invece di attribuirle ad un'ulteriore riduzione dell'IRPEG in favore del sistema delle imprese, pensiamo ad altri obiettivi.
Dobbiamo rinforzare il sostegno ai redditi più bassi, anche se riconosciamo che ci sono già fatti positivi; cito solo l'aumento delle maggiorazioni sociali, l'adeguamento delle pensioni all'inflazione, l'aumento delle detrazioni, l'alleggerimento delle aliquote per gli scaglioni più bassi. Sappiamo anche che alcuni di questi obiettivi saranno rinforzati, perché il Governo nella giornata di ieri ci ha dato importanti assicurazioni a proposito della questione degli «incapienti»; ma ci sarebbero anche da affrontare il problema della riduzione generalizzata dei ticket, se non fosse possibile a causa di incompatibilità finanziarie l'abolizione totale, e del finanziamento di risorse da destinare al settore del pubblico impiego, in particolare per gli insegnanti.
Ci sono insomma molti modi in cui possono virtuosamente essere utilizzate le risorse esistenti ed eventuali risorse aggiuntive. Sul problema specifico dell'Irpeg, quindi, per noi non esistono solo le argomentazioni esposte dal Presidente del Consiglio, ma anche un ragionamento di natura distributiva; mentre credo sia accettabile la destinazione a riduzione IRPEG di risorse provenienti dall'emersione, come aveva proposto il Governo, non va bene che a questa finalità vadano risorse aggiuntive.
I contenuti redistributivi verso i ceti a basso reddito non devono essere ribaltati. La tassazione sulle imprese, come quella sui soggetti fisici, può certo essere calibrata, e la legge finanziaria lo fa; queste tasse possono essere anche ridotte, e la finanziaria lo fa, ma la tassazione non può non essere considerata un fondamento del nostro patto sociale, su cui si basa la possibilità dello Stato non solo di assicurare il proprio funzionamento, ma anche di attivare, appunto, l'opera perequativa a vantaggio di classi e di territori, compreso quindi anche il Mezzogiorno, che diversamente, in preda a dinamiche di libero mercato, non potrebbero che vedere peggiorata la loro situazione.
Oltre a ciò, come la collega Pennacchi ha già ricordato, diminuendo in modo sconsiderato la pressione fiscale l'intero sistema dei servizi pubblici andrebbe in crisi e quindi non sarebbero svantaggiati solo i ceti a basso reddito, che non vedrebbero la funzione perequativa, ma qualunque ceto e qualunque reddito ricaverebbero
Riconfermando quindi l'appoggio a questa finanziaria ci auguriamo, signor Presidente, e lavoriamo per questo risultato, che ogni intervento emendativo, specialmente se da parte del Governo, vada a migliorare e non a squilibrare il rapporto esistente fra le finalità sociali e il sostegno al sistema delle imprese (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti italiani).
Intervenendo in quest'aula, il presidente dell'UDEUR, onorevole Manzione, ha chiaramente detto «noi abbiamo presentato un emendamento e sapevamo di creare dei problemi alla maggioranza, ma era un tentativo per riuscire a sederci attorno ad un tavolo politico per discutere di questo, e forse anche di altro». Ma tutto questo - ha denunciato in quest'aula oggi l'onorevole Manzione - non è stato fatto, come se l'esecutivo rappresentato al professor Amato con il suo intervento odierno avesse decretato la fine dei rapporti politici tra la maggioranza e l'UDEUR. Anche questo non mi è chiaro.
C'è invece un problema che è «il problema»: l'emendamento firmato dall'UDEUR e anche da molti altri partiti secondo il mio punto di vista è l'unico vero apprezzabile emendamento che quest'aula dovrebbe discutere. E non lo dico da meridionale, bensì da figlio di una donna del nord. Lo dico perché il costo sociale che lo Stato italiano sostiene per fronteggiare la lotta all'evasione, per sostenere i disoccupati italiani, è elevatissimo e viene pagato attraverso l'attuale pressione fiscale. Credo che qualunque Governo e qualunque maggioranza abbiano il dovere di intervenire sui costi qualora ve ne sia la possibilità.
Che cosa porterebbe una diminuzione dell'IRPEG alle imprese del Mezzogiorno? Una mancata entrata, in base a quanto sostiene il ministro Visco, ridicola rispetto ai numeri del bilancio dello Stato: afferma Visco che il gettito prodotto dall'IRPEG del Mezzogiorno d'Italia è di poco meno inferiore ai 2 mila miliardi l'anno. Una diminuzione del 10 per cento di questa somma porterebbe a una minore entrata di 200 miliardi, che nel bilancio dello Stato sono una voce ridicola, considerato che la sommatoria delle spese che sostengono tutti i ministeri per le fotocopie è superiore ai 200 miliardi.
Se tutto questo si applicasse, come lei propone, anche alle cosiddette aziende sommerse, creeremmo sicuramente, facendo emergere il sommerso, un gettito che, probabilmente, coprirebbe la minore entrata dei 200 miliardi. Ma tutto questo, così ben rappresentato in Europa, lasciando fuori i vostri problemi politici interni, troverebbe il plauso dell'Europa stessa, che invece critica aspramente l'Italia per come gestisce la spesa pubblica; critica l'Italia per i mancati interventi strutturali per risolvere il problema dell'occupazione.
Professor Amato, lei che è persona colta e di grande esperienza, provi a parlare con Prodi e a spiegargli che, tutto sommato, questo meccanismo è applicabile e non va in contrasto con le finalità della Comunità europea che vogliono un'Europa economicamente forte, cosa che oggi, visti i risultati che l'euro sta
Può essere che l'Italia funga da sprone per insegnare agli altri paesi europei i nuovi metodi per risolvere i problemi dell'economia nazionale ed europea.
Il collega Marzano faceva un richiamo di orgoglio patriottico francamente bizzarro: vorrei sapere cosa ne penserebbe un suo studente se, ad un esame, proponesse come elemento concreto di politica economica a livello europeo la rivendicazione della sovranità nazionale! Ma, al di là delle battute, credo che sia stata tracciata la strada e vorrei richiamare alcuni colleghi dell'opposizione, che in modo francamente improprio si preoccupavano di una presunta distonia tra la linea proposta dal Presidente del Consiglio e le argomentazioni avanzate dal candidato leader Rutelli, all'equilibrata esposizione fatta prima dal collega Liotta. Forse non tutti sono obbligati a sapere ciò che dice l'avversario, però varrebbe la pena informarsi prima quando si assume una posizione: mi sembra che proprio l'elemento che congiunge l'emersione del sommerso alla possibile, ulteriore riduzione dell'IRPEG e dell'IRPEF fosse il centro della proposta avanzata da Francesco Rutelli, totalmente in sintonia con la proposta avanzata qui alla Camera dal Presidente del Consiglio.
La collega Pennacchi definiva eccellente la manovra economica della finanziaria. Credo che essa abbia rilevanti conseguenze sociali positive. Quanto al definirla eccellente, Presidente Amato, mi consenta di dissentire per un punto specifico ma molto importante che abbiamo già sottolineato nella discussione generale: uno dei leit-motiv della manovra economica è il puntare, attraverso una serie di provvedimenti, anch'essi di riduzione della tassazione, di incentivi e quant'altro, a creare le condizioni per un aumento dei consumi individuali. Francamente, ritorniamo al capitolo VI inedito del Capitale di Marx: il consumo produttivo e la produzione consumatrice, cioè quel punto di vista che, nell'ottocento, ha accomunato tutta l'economia classica, marxismo e liberismo.
Da vent'anni l'ambientalismo propone un punto di vista diverso e a Giuliano Amato, che in questi giorni si ripropone come «gruppettaro» di Seattle, vorrei ricordare che forse questa finanziaria poteva essere impostata, invece che attivando i consumi individuali, riattivando i servizi di qualità. Se vogliamo stare agli articoli di cui stiamo discutendo in questi giorni, l'esempio tipico è rappresentato dagli emendamenti presentati ieri da vari gruppi e volti a premiare coloro i quali fanno ricorso alla mobilità pubblica e non a quella privata, che è una delle cause di quell'inquinamento che l'Amato di Seattle stigmatizzava solo pochi giorni fa. Non si è seguita questa strada e noi abbiamo parlato di un rospo da ingoiare.
Non pretendiamo oggi che la nostra cultura sia quella dominante; riteniamo però - visto che il Presidente del Consiglio quando parla fuori di qui si pone su questa lunghezza d'onda - che, se questo punto di vista innovativo e moderno non diventa dominante, i problemi di sostenibilità
Noi autonomisti per l'Europa condividiamo pienamente le regole dell'Unione europea e ci atteniamo ai patti che lei ha sottoscritto coerentemente con gli assetti europei. Pertanto non sosterremo emendamenti della sua maggioranza o dell'opposizione che siano tesi a differenziare la tassazione delle imprese. Non ho certo il tempo per suffragare questa mia posizione ma ricordo che appartengo ad una formazione politica che nel lontano 1994 ha condiviso la soppressione della fiscalizzazione degli oneri sociali al sud con importi ben più importanti rispetto a quelli indicati. Spero che i ministri e le formazioni politiche che allora sostenevano quelle ragioni abbiano il coraggio anche in questo frangente di sostenere questa posizione, altrimenti - comprendo la sindrome «del posto sicuro» negli accordi elettorali - si svilirebbe il significato di una forza politica nuova che ha avuto il coraggio di denunciare che dietro certi accordi vi sono problemi di conflitti di interesse, anche se fanno capo a presidenti di grandi organizzazioni datoriali o a formazioni politiche che in determinate parti del territorio nazionale traggono sostentamenti di natura partitica.
Allora, signori miei, bisogna essere molto seri in quest'aula e non sostenere - come è successo nei mesi scorsi - che occorre introdurre aliquote fiscali più basse, senza poi trovare le coperture essenziali per mantenere la coerenza con i saldi di finanza pubblica e con gli impegni che il nostro paese ha assunto nei confronti dell'Europa sottoscrivendo vari trattati.
Abbiamo ascoltato molte dichiarazioni, addirittura di autorevoli rappresentanti di partito, che tra qualche settimana voteranno la Carta europea, i quali dimostrano di essere palesemente contro l'Europa. Quei signori dovrebbero avere almeno la coerenza di stare zitti, perché così evidenziano chiaramente che vi è una vocazione non europeista, ma solo assistenzialista nel voler garantire ad alcune aree del paese una riduzione della tassazione, che non ha costituito, in passato - con la fiscalizzazione degli oneri contributivi -, uno strumento efficace per l'occupazione e lo sviluppo economico. Pertanto, signor Presidente del Consiglio, le ribadisco che i nostri pochi numeri saranno a sostegno di tale posizione.
È facile ed è purtroppo una cattiva abitudine della peggior retorica, nazionale e non, promettere la diminuzione delle tasse quando si parla del fisco, mostrarsi europeisti quando si parla d'Europa, invocare il rispetto del Parlamento quando si parla di noi stessi. Più difficile è essere al contempo rispettosi del Parlamento, dell'Europa, delle esigenze del paese e della verità. Ebbene, signor Presidente del Consiglio, lei ci è riuscito.
Lei è riuscito ad essere rispettoso del Parlamento: si era creata una impasse e lei, con un comportamento molto corretto perché molto istituzionale, ha fatto una proposta che assume il massimo della rappresentatività e perciò, per noi, della garanzia.
Nel rispetto delle indicazioni dell'Unione europea, lei ha ricordato le regole, formulando un breve ma chiaro calepino, che occorrerebbe porre a disposizione dei distratti e degli immemori (ahimè, ce ne sono e, quindi, ce n'è bisogno). Qualcuno direbbe: conoscere per deliberare.
Per quanto riguarda il rispetto delle esigenze concrete del paese, l'emersione del sommerso, soprattutto nel Mezzogiorno, mi stupisce che non sia valorizzata da chi tanto insiste sul rapporto tra emersione della base imponibile e possibile diminuzione delle aliquote.
Per quanto riguarda il rispetto della verità, qualcuno dibatte di tali problemi come se si venisse dal nulla: in realtà, è stata fatta un'importante riforma tributaria che ha toccato anche l'IRPEG: penso alla DIT e alla super DIT e, quindi, agli strumenti di un'effettiva, moderna, costante e continua riduzione.
La logica parlamentare vorrebbe che quando si parla di riduzione del carico fiscale si avesse l'onestà di riconoscere quanto è stato già fatto. Questo atto di lealtà contribuirebbe certamente alla reciproca legittimazione delle parti che si contendono il consenso. Si può fare di più, è vero: lei lo ha indicato e ha preso l'impegno di rendere concreto tutto ciò. Noi la lodiamo per la procedura prescelta e per il merito (Applausi dei deputati dei gruppi misto-Federalisti liberaldemocratici repubblicani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo).
Vi è tutta una serie di altre posizioni, che non portano, però, a chiarire quello che oggi il Presidente non ha detto: se sul piano politico il Presidente del Consiglio sia da una parte o dall'altra. Egli non può d'altronde trincerarsi - come è stato fatto in altre numerosissime occasioni - dietro l'alibi degli ostacoli dell'Unione europea. È il momento, allora, che venga fuori il Governo, che venga fuori questa maggioranza, che venga fuori il Parlamento sui problemi che attengono al sud, che poi non riguardano solo il sud, ma l'intera Italia. Venga fuori finalmente chi ha veramente a cuore gli interessi del sud, che poi sono, come dicevo, quelli dell'intera Italia. Il Polo lo ha fatto, la Lega lo ha fatto, sottoscrivendo un emendamento comune con le altre componenti della Casa delle libertà, lo faccia anche questo Governo, se ne ha il coraggio. Liberandosi dalle posizioni di schieramento e con l'intento di riaffermare una volta per tutte il primato della politica e delle prerogative del Parlamento, lo facciano per intero i parlamentari del sud: è questo l'appello che viene non solo da Forza Italia, ma dall'intera Casa delle libertà.
È inutile trincerarsi dietro alibi, nel momento in cui si è inteso non portare avanti una politica di riduzione fiscale nei termini in cui è stata richiesta dalla stessa Unione europea, caro onorevole Marongiu. Nel momento in cui questo Governo ha svenduto il sud, quest'ultimo ha pagato con i propri sacrifici - e mi riferisco alla svendita della sua economia in materia di agricoltura mediterranea -, ma non può pagare anche in questa occasione, nel momento in cui la partecipazione all'Unione europea sarà estesa anche ai paesi dell'est, perché ci sarà un altro sud. Questa è l'ultima occasione ed è questo l'appello che parte dalla Casa delle libertà (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
Le porto l'esempio della Corsica. Nel 1996 la Corsica ha ottenuto un regime speciale per 5-7 anni, con una riduzione al 17 per cento dell'IRPEG per le piccole imprese di rilievo locale (ricordo che la Corsica non rientra interamente nell'obiettivo 1). Allora, se lei è d'accordo, si potrebbe avanzare la proposta di trattare, nel periodo di passaggio della finanziaria da qui al Senato, sul de minimis, cioè quella soglia di incentivo che l'Unione consente senza autorizzazione (massimo 200 milioni in tre anni). Ciò ci consentirebbe di ridurre l'IRPEG al sud senza farlo necessariamente nel resto del paese. Il punto debole della Confindustria è di volere una differenziazione che dura tre anni: ma in tre anni non si creano convenienze, quindi una differenziazione fiscale tra nord e sud deve esistere per tutto il periodo di vigenza dei fondi comunitari, quindi almeno fino al 2006.
Se lei, signor Presidente, accetta questa proposta, si può avviare una trattativa specificando che già altre volte l'Italia si è regolata in questo modo, usufruendo del de minimis. Aggiungo che si potrebbe fare questo sia per i nuovi investimenti, se si ritiene di vincolare la riduzione a questi ultimi, sia per tutte le imprese: la decisione la lascio al Governo, anche se personalmente propendo per l'ipotesi di ridurre la pressione fiscale unicamente per chi avvia nuove imprese. Su questo punto potrebbe esservi anche l'accordo dell'UDEUR, perché mi sembra di aver capito che l'onorevole Manzione è d'accordo sulla proposta relativa al de minimis. Quindi, non facciamo una trattativa con Bruxelles su tutto, facciamola unicamente sul sud e vediamo se ci concede almeno il de minimis.
In ogni sede il Presidente del Consiglio ha ricordato che la manovra presentata alle Camere avrebbe potuto anche essere migliorata mantenendo fermi i saldi di bilancio. Ritengo, quindi, che non ci si debba scandalizzare né debba essere eccessivamente drammatizzato il fatto che possa registrare diversi punti di vista il dibattito che si sta svolgendo all'interno e fuori di qui su alcune di queste misure (mi riferisco, in particolare, alle misure in favore delle imprese nel Mezzogiorno).
Apprezziamo il fatto che il Presidente del Consiglio sia venuto in quest'aula a spiegare la posizione del Governo; abbiamo colto nelle sue parole un'apertura significativa che riguarda il Mezzogiorno, vale a dire un'area in cui persistono ancora condizioni di disagio, di difficoltà e di arretratezza. Pertanto, ci trova consenzienti l'impostazione che egli ha delineato in base alle compatibilità europee volte ad aprire un dialogo con Bruxelles che possa produrre risultati concreti: un conto è volere e un conto è potere e ci sono vincoli che dobbiamo rispettare se vogliamo far parte dell'Europa. Apprezziamo l'azione del Governo e del Presidente del Consiglio e ad essa diamo la nostra adesione.
Non ho sentito echeggiare in quest'aula un'intonazione politica né risvolti di natura particolare a fronte delle dichiarazioni e della proposta avanzata dal collega Manzione, proposta che noi confermiamo per il principio in essa contenuto, perché siamo affezionati al principio, alla sostanza e non tanto all'emendamento. Ci interessa pertanto portare avanti una questione che riguarda ceti, aree territoriali e interessi che vivono nel disagio.
Questa è la ragione che ha spinto l'onorevole Manzione ad intervenire a nome del nostro gruppo ed ho ascoltato alcuni interventi, da ultimo quello del collega Sales, che confermano questo giudizio. Non è un caso e non c'è alcuna forma di mistificazione nell'operare una ricognizione, come altri all'interno del centrosinistra hanno fatto, per valutare questa possibilità. Mi sembra evidente che il sud, nell'opera di risanamento che è stata fatta nel nostro paese per l'efficacia operativa dei Governi che si sono alternati, abbia subito una fase di rallentamento. Il dispiegamento di risorse è avvenuto in altre zone del paese e meno nel Mezzogiorno d'Italia. Quindi il sud, da questo punto di vista, andava a rilento.
Signor Presidente del Consiglio, conosciamo la sua sensibilità che crediamo uguale alla nostra - questa è la ragione per la quale la sosteniamo nell'azione di Governo -, ma chiediamo - dal suo punto di vista, lei si è rivolto alla maggioranza, della quale noi facciamo parte e restiamo a far parte - che ci sia l'intera solidarietà da parte sua e del centrosinistra sulla questione del Mezzogiorno. Le chiediamo, proprio in virtù della sua sensibilità e di quello che sentiamo con calore per averla ascoltata in varie circostanze, di fare di più per tale questione.
Le rivolgiamo questa richiesta per una ragione molto semplice: vorrei che sia dato un segnale all'opinione pubblica. Qui non c'è nessuno che giochi o che bari e siccome sentiamo che in sede europea c'è qualcuno che dice - può darsi sia sbagliato, ma noi ci atteniamo ai dati istituzionali - che forse questo nostro emendamento otterrebbe il gradimento della Comunità europea, noi vorremmo che, se così fosse, venisse sancito nei fatti, perché saremmo nel giusto ed il Governo potrebbe lavorare con efficacia. Se così non fosse, resta il problema di fare di più per il Mezzogiorno, per i piccoli e medi imprenditori, per le imprese in genere e per l'occupazione. Noi non siamo «confindustrialisti»,
Ci dispiace - debbo dire la verità - il modo con il quale è stato affrontato questo argomento; ci dispiace anche il tono usato. Forse Manzione ha detto una cosa con calore, ma il calore voleva proprio significare una grande partecipazione.
Signor Presidente, non la voglio tirare per le lunghe e quindi concludo dicendole che noi chiediamo al suo Governo, a lei in particolare, di mandare in sede europea una delegazione, insomma qualcuno! Faccia subito un'istruttoria, poi ritorni in quest'aula e dica se la cosa è possibile o non è possibile. Se sarà possibile, benissimo! Accediamo alla sua disponibilità, a ciò che ci ha detto, perché evidentemente vogliamo lavorare con lei, con il centrosinistra e con la maggioranza, e su questo non mi pare che vi siano discussioni. Però noi vorremmo metterci in pace con la nostra coscienza; vorremmo evitare che altri che giocano possano barare al gioco, che non è di natura elettorale ma tocca la coscienza e la dignità di tanti cittadini del nostro paese.
Le chiediamo, signor Presidente del Consiglio, di mandare una delegazione e che poi riferisca. Noi ci atterremo a quello che il Governo riferirà in quest'aula perché riteniamo sia giusto e corretto così. Se così non sarà, rimarrà un problema che non è soltanto suo ma che è di ogni parlamentare perché evidentemente questo problema sacrosanto, che abbiamo posto con l'emendamento di cui si è parlato, resta all'attenzione della coscienza politica ed anche partitica che «frequenta» tutti gli «appezzamenti» territoriali e politici di quest'aula parlamentare (Applausi dei deputati del gruppo dell'UDEUR).
L'utilità di una riduzione del carico fiscale sull'impresa è fuori discussione ed ha ragione chi dice che ridurre il carico fiscale sulle imprese serve allo sviluppo e non esclusivamente ad una parte sociale. Questo mi pare pacifico (Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
Creare quindi condizioni che favoriscano la dislocazione nel Mezzogiorno di attività produttive che sono possibili nel nostro paese, ma per le quali il nord ha una difficoltà ormai oggettiva ad ospitarle, riveste un interesse che vale tanto per il Mezzogiorno quanto per il paese. Ed è in questa prospettiva che da anni (anche il Governo che ha preceduto il mio, come ho già avuto modo di riferire, ci si era collocato) il Governo ha cercato di rendere le condizioni dell'investimento nel Mezzogiorno più favorevoli di quanto lo fossero in precedenza.
Prego, signor Presidente del Consiglio.
È questa la prima ragione, ascoltato il dibattito, che mi convince ancora di più dell'opportunità della richiesta, che con calore ho rivolto all'Assemblea, di ritirare questi emendamenti in modo da poterli utilizzare come proposte, ai sensi dell'articolo 88 del trattato, e presentarli all'Unione insieme ad altre ipotesi che potranno emergere, che ancora non sono state presentate e che potranno collimare tanto con gli interessi di cui il Parlamento si fa portatore, quanto con le esigenze di compatibilità comunitaria.
Questo non significa soggiacere - lo dico al collega Marzano - perché il Trattato prevede che tutti gli Stati membri avanzino proposte, qualora vi siano problemi di compatibilità con il Trattato stesso, prima di approvarle, perché nel
Sono consapevole - non ho seguito i lavori, ma ne avevo parlato nel mio iniziale intervento - di commi presenti all'interno del testo della finanziaria che, rispecchiando un modulo già usato in passato anche dal Governo Prodi, prevedono che alcune misure possono essere assoggettate a verifica comunitaria ex post.
Ho sottolineato nel mio precedente intervento l'inopportunità di adottare questa procedura nell'ambito in cui ci muoviamo, ai confini di un'autorizzazione comunitaria appena ricevuta lo scorso 10 ottobre. Quindi, appare istituzionalmente più corretto, politicamente più appropriato, nonché più utile al risultato che si vuole ottenere, presentarla in termini di proposta, limitandosi ad approvare misure che abbiano già ricevuto l'autorizzazione comunitaria. Questo può facilitare il nostro lavoro di «avvocati» della causa italiana davanti alla Commissione: è esattamente la ragione che ho già esposto in precedenza.
Noi siamo pronti ad attivare questa procedura immediatamente: oggi stesso chiederò al ministro per le politiche comunitarie di recarsi a Bruxelles. Tenete presente che l'obiettivo è aprire il discorso: il mio scopo non è ottenere dalla Commissione un no alla svelta, per liberarmi del problema; il mio scopo non è poter tornare in quest'aula entro ventiquattro ore con la risposta, perché se fosse così con elevatissima probabilità mi assegnerei il compito di venirvi a riferire un no. In realtà su questo terreno occorre lavorare e discutere, senza dimenticare - e in proposito do ragione all'onorevole Marzano - che dobbiamo fare i conti con una burocrazia più francotedesca che italiana, la quale ha una percezione delle cadenze forse meno flessibile rispetto alla tanto vituperata burocrazia italiana.
In sostanza voglio partire oggi stesso, ma sapendo che non mi si chiede di rientrare qui entro ventiquattro ore, perché questo danneggerebbe la causa della quale ci dobbiamo occupare. Come ho detto in precedenza, in caso di esito positivo la prospettiva ragionevole è quella di riprendere il discorso al Senato. Posso però assicurare che, qualora lo strumento risultasse non praticabile, noi ci adopereremmo, insieme con la maggioranza e con tutto il Parlamento, affinché - come suggerito dall'onorevole Mastella - strumenti ulteriori e diversi ci possano aiutare a rafforzare l'economia meridionale, in una fase in cui il decollo è possibile. Ecco il nostro impegno.
In questa prospettiva non posso che reiterare la richiesta di procedere nell'ordine in cui riterrete alla votazione degli articoli contenenti misure che fanno parte del tema che abbiamo esaminato, ritirando però gli emendamenti che investono i profili di carattere comunitario che sono stati richiamati. Si tratta in altre parole, come ha suggerito l'onorevole Mastella, di rimanere «affezionati» al principio e di incaricare il Governo - ma non i testi normativi concretamente approvati - di promuoverlo fino a quando il nostro lavoro in sede comunitaria (il più rapido possibile), a partire da oggi, ci permetterà auspicabilmente di calibrare il testo migliore, che può anche non coincidere con alcuno degli emendamenti fino ad ora presentati (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, dell'UDEUR, misto-Socialisti democratici italiani, misto-Verdi l'Ulivo, misto-Minoranze linguistiche e misto-Rinnovamento italiano).
La seduta riprenderà alle 15 con immediate votazioni.


