Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 795 del 20/10/2000
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(Discussione sulle linee generali - A.C. 6460)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Ruzzante.

PIERO RUZZANTE, Relatore. Signor Presidente, la proposta di legge n. 6460, di cui sono primo firmatario, è una piccola proposta, ma non per questo poco importante. La stessa, infatti, vuole porre al centro dell'attenzione il tema dell'uso dei bambini-soldato nel mondo. Le stime UNICEF degli ultimi 10 anni parlano di 2 milioni di bambini uccisi nei conflitti, 4 o 5 milioni rimasti disabili, 12 milioni rifugiati e sfollati, un milione di bambini orfani a causa dei conflitti. Ancora oggi più di 300 mila ragazzi di età inferiore ai 18 anni stanno in questo momento combattendo nel mondo. Altre migliaia sono soggetti a reclutamento sia negli eserciti regolari sia in quelli di opposizione armata. Il problema ovviamente non riguarda l'Italia: è più diffuso in Africa e in Asia, ma, per quanto riguarda gli arruolamenti, molti paesi, anche in America e in Europa, reclutano minori nelle loro Forze armate. Per quanto la maggior parte di loro abbia fra i 15 e i 18 anni, molti di essi in Africa e in Asia sono reclutati sin dai dieci anni ed è documentata la tendenza a inserire negli eserciti ragazzi sempre più giovani.
Essendo soldati, questi ragazzi diventano legittimamente obiettivi di attacco durante i conflitti armati e sono spesso trattati con brutalità e puniti severamente per i loro errori anche negli eserciti regolari, mentre la tentata diserzione può portare alla prigione e qualche volta ad un'esecuzione sommaria.
Queste agghiaccianti informazioni sono fornite da alcune organizzazioni che operano in ambito internazionale, quali Amnesty International, l'UNICEF e Telefono Azzurro. In particolare, Amnesty International sostiene l'adozione di un protocollo opzionale alla convenzione ONU sui diritti dell'infanzia che, in base al diritto umanitario nazionale, stabilisca a quindici anni l'età minima per il reclutamento militare e la partecipazione ai conflitti armati.
Alcune associazioni internazionali, d'intesa con organizzazioni non governative, si sono unite nel sostenere che il limite dei quindici anni è troppo basso e deve essere portato a diciotto anni. Da qui la richiesta del protocollo opzionale alla convenzione sui diritti dell'infanzia.
Io e gli altri firmatari di questa proposta di legge riteniamo che l'età minima per l'arruolamento dei ragazzi nelle Forze armate debba essere di diciotto anni, in quanto, da un lato, questa è l'età minima richiesta per votare nelle elezioni degli organi legislativi nella stragrande maggioranza degli Stati e rappresenta, quindi, il momento dell'assunzione di responsabilità da parte del cittadino - tra l'altro, tale età segna il momento formale di transizione dall'adolescenza all'età adulta -; dall'altro, la convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia nel 1989, di cui abbiamo festeggiato qualche mese fa il decimo anniversario, ha definito come «minore» ogni essere umano di età inferiore ai diciotto anni. Infatti, la maggior parte dei paesi nel mondo non recluta minori e non permette che essi prendano parte ai conflitti armati.
L'uso dei bambini-soldato deve essere, quindi, considerato come uno sfruttamento illegale di minori per la natura indubbiamente pericolosa del lavoro in


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cui vengono ad essere coinvolti. I diciotto anni sono l'età minima stabilita nei trattati internazionali per accedere ai lavori pericolosi: non a caso l'OIL, l'organizzazione internazionale del lavoro, riconosce che il principio dell'età minima per l'assunzione al lavoro o comunque per svolgere un'attività che per sua natura o per le circostanze in cui viene effettuata può nuocere alla salute, alla sicurezza o alla morale dei giovani è applicabile anche alla partecipazione a conflitti armati.
Pertanto, appare evidente una contraddizione tra quanto sostengono l'OIL e la stessa convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e quanto, invece, viene attuato nei vari paesi del mondo.
Il rapporto promosso dalle Nazioni Unite sull'impatto della guerra sui bambini, redatto nel 1996 da Gracha Machal, raccomanda a tutti gli Stati di smettere di reclutare e di utilizzare bambini per raggiungere obiettivi militari, congedando i bambini-soldato e reinserendoli nella società civile.
In Uganda, per esempio, l'esercito di resistenza nazionale aveva tra le sue file, secondo le stime, tremila adolescenti, molti dei quali di età inferiore ai sedici anni, tra cui figuravano cinquecento bambine. In Sierra Leone i ribelli golpisti del fronte unitario rivoluzionario hanno rapito duemila bambini tra i 7 e i 14 anni per obbligarli a combattere. Anche vicino a noi, nel recente conflitto in Kosovo, alcuni bambini erano costretti a lavorare nelle miniere di carbone che alimentavano la centrale elettrica di Pristina e altri venivano usati come scudi umani.
Dal 1989 la convenzione sui diritti del fanciullo, siglata a New York il 20 novembre 1989 e resa esecutiva in Italia con la legge 27 maggio 1991, n. 176, offre in materia di protezione dei minori un quadro organico.
Il 25 agosto del 1999 si è pronunciata anche l'Organizzazione delle Nazioni Unite con la risoluzione n. 1260 che, rinnovando la condanna nei confronti di quegli Stati che utilizzano i bambini nei conflitti armati in violazione del diritto internazionale, ha indicato alcune strategie, quali i giorni di tregua che gli Stati hanno l'obbligo di seguire nei conflitti, ed ha altresì raccomandato alla Commissione dei diritti dell'uomo di redigere un progetto di protocollo facoltativo alla citata convenzione del 1989 per elevare l'età di arruolamento a diciotto anni.
La proposta di vietare il reclutamento e la partecipazione ai conflitti di ragazzi al di sotto dei diciotto anni è stata pienamente appoggiata in sede internazionale dal movimento internazionale della Croce rossa, dalla Mezzaluna rossa, dal Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (UNICEF), e dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (ACNUR), dall'esperto del Segretario generale sull'impatto dei conflitti armati sui bambini e del rappresentante speciale del segretario generale. Questo impegno culminerà in un'importante conferenza internazionale volta a mobilitare i Governi e i Parlamenti di tutto il mondo per mettere fine all'impiego dei bambini-soldato.
Ricordavo prima come il problema sia più diffuso in Africa ed in Asia, dove l'uso dei minori arriva fino all'età di otto-dieci anni: vengono utilizzati nei conflitti perché funzionali dal punto di vista tattico, dal momento che i bambini più difficilmente possono essere colpiti. Per questo vengono utilizzati in tutti quei conflitti che ancora permangono in Africa, in Asia e in parte anche nell'America meridionale. Tuttavia molti paesi in America e in Europa reclutano i minorenni nelle loro Forze armate e l'Italia - veniamo al senso del provvedimento in esame - è tra i 49 paesi del mondo che consentono il reclutamento di minorenni nelle proprie Forze armate.
C'è una netta differenza tra reclutare minorenni o utilizzarli nel corso di conflitti; credo però che vi sia una palese contraddizione tra l'obiettivo internazionale di arrivare ad impedire l'utilizzo di minorenni nei conflitti e ciò che avviene in molti paesi occidentali.
Attualmente in Italia, ai sensi dell'articolo 3 della legge 31 maggio 1975, n. 191, un ragazzo di soli diciassette anni può già presentare domanda per accedere


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ad una accademia militare, anticipando così di ben dodici mesi il servizio militare di leva. Però a diciassette anni non gli si riconosce in questo paese la piena capacità di agire o la possibilità di esprimere il proprio voto. Mi domando allora come possa essere concesso ad un minorenne di entrare nel mondo militare quando il suo mondo dovrebbe essere un altro, quello dello studio, del gioco, del divertimento. A diciassette anni in Italia un giovane non può sposarsi, se non dietro autorizzazione dei genitori, non può votare né può essere eletto, non può avere la patente di guida né il porto d'armi ma può - in base alla nostra legislazione - essere arruolato ed usare armi.
Credo che vi sia una contraddizione piccola dal punto di vista numerico, perché i giovani che si arruolano prima del compimento del diciottesimo anno di età sono poche centinaia, ma ritengo che si tratti di una grande contraddizione rispetto all'obiettivo di impegnare il nostro paese in una campagna internazionale per l'abolizione dell'arruolamento dei minorenni negli eserciti regolari o irregolari. Probabilmente la contraddizione non verrà meno neppure con la fine dell'obbligo di leva ed è per questo che abbiamo pensato all'abrogazione dell'articolo 3 della legge n. 191 affinché, anche quando entrerà in vigore il servizio militare volontario, vi sia l'obbligo della maggiore età per accedere all'arruolamento.
Vi è stata anche una importante campagna internazionale detta «stop all'uso dei bambini soldato», promossa in Italia dall'UNICEF, da Amnesty International, da Telefono Azzurro ed altre dieci associazioni attraverso la quale sono state raccolte 200 mila firme poi consegnate al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi per chiedere l'esclusione dei minorenni dai conflitti e l'innalzamento della maggiore età per la coscrizione obbligatoria o per l'adesione volontaria.
L'uso dei bambini soldato - spiega la stessa Coalizione per l'abbattimento dell'arruolamento minorile - deve essere considerato come uno sfruttamento illegale dei minori per la natura pericolosa del lavoro in cui essi sono coinvolti. Diciotto anni sono l'età minima stabilita dai trattati internazionali per accedere ai lavori pericolosi; l'arruolamento e l'uso di bambini soldato non possono più essere tollerati da un paese come l'Italia, che si batte a livello internazionale per il rispetto dei diritti umani ed è - come deve essere - sensibile a tali temi; il nostro paese non potrebbe battersi con uguale forza se, al suo interno, vi fosse la contraddizione del mancato rispetto dei diritti dei minori e dell'obbligo di arruolare solo maggiorenni.
L'obiettivo della proposta di legge in esame è, dunque, quello di abrogare l'articolo 3 della legge 31 maggio 1975, n. 191, che consente ai ragazzi di appena 17 anni di potersi arruolare. Mi auguro che, contemporaneamente all'approvazione della proposta di legge, l'Italia possa firmare il protocollo opzionale dell'ONU e mettersi alla testa di un movimento di Stati che vogliono modificare la Carta dei diritti del fanciullo, con l'obiettivo di inserire anche in quel documento - che non sempre viene rispettato dai paesi, ma è comunque una elencazione di principi - il limite di 18 anni come età minima per l'arruolamento.
Signor Presidente, mi auguro che vi sia un atteggiamento positivo da parte di tutte le forze politiche e dei gruppi parlamentari nei confronti della proposta di legge; non è avvenuto così in Commissione, ma sono convinto che in aula si possa giungere ad una rapida approvazione con il consenso unanime. Infatti, un consenso unanime dell'Assemblea (come è avvenuto per proposte di legge analoghe quale, ad esempio, quella per l'abrogazione della produzione ed esportazione delle mine antipersona) darebbe più forza all'Italia in sede internazionale.
Vorrei concludere con le parole riportate in un libriccino prodotto da Amnesty International e da altre associazioni, in cui si riporta la storia di un ragazzino del Congo (fortunatamente ancora in vita). Si chiama Dieudonné e, a 16 anni, ha già partecipato a guerre di liberazione e a molte battaglie, ma sogna di lasciare


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l'esercito per studiare. Egli ha detto: «Mi sono arruolato nell'esercito di Kabila quando avevo 13 anni perché la mia casa era stata saccheggiata e i miei genitori se ne erano andati. Rimasto solo, ho deciso di arruolarmi. In genere, sono in prima linea; ho combattuto molte battaglie e durante la prima guerra di liberazione del 1996-1997, ho combattuto nella battaglia di Kalemia e sono andato fino a Kinshasa» - dice orgoglioso - «ma trovo che la vita militare è dura. Sono solo un ragazzino, devo tornare a scuola».
Signor Presidente, ritengo che lo scopo della proposta di legge sia semplice: dare una risposta a Dieudonné e consentire a tutti i bambini del mondo di posare le armi e tornare a scuola, al gioco e alle loro famiglie.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

MASSIMO OSTILLIO, Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Gnaga. Ne ha facoltà.

SIMONE GNAGA. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, non si può non essere d'accordo con l'esposizione fatta in modo sincero e leale dal Ruzzante. È vero, la proposta di legge è stata oggetto in Commissione di posizioni diverse su alcuni punti, soprattutto su quello che riguarda la posizione italiana. Lo stesso Governo, in alcuni momenti, ha espresso dubbi sul provvedimento in sé, ma è certo che da parte di tutti i soggetti interessati vi sia una adesione piena ad una campagna internazionale che vieti l'uso indiscriminato - legittimo o illegittimo che sia - dei minorenni come soldati.
Mi scuso se il mio intervento non sarà molto coordinato, ma data la materia ho preferito parlare a braccio piuttosto che preparare un intervento scritto, anche perché ritengo che su tale questione le posizioni non possano che essere concordi, non solo sul contenuto della proposta di legge, ma anche sulle azioni internazionali che dovranno essere intraprese.
Abbiamo davanti agli occhi proprio in questi giorni i tragici episodi che si stanno verificando in Palestina ed io mi auguro che da parte del Governo e della maggioranza - lo dico in modo molto chiaro, senza alcun intento polemico - vi sia una presa di posizione netta sull'uso dei bambini che viene fatto da una delle due parti. Si tratta infatti di bambini, che vengono mandati a lanciare sassi contro reparti armati: io non entro nel merito politico della vicenda, in questo momento, perché è anche possibile che la battaglia sia gusta in sé, ma io contesto che venga condotta utilizzando dei bambini, che non vengono fermati dalla polizia e dalle autorità palestinesi. Allora, se veramente l'autorità palestinese deve garantire certe cose, per giustizia e per coerenza vi dovrebbe essere un intervento volto ad impedire a questi bambini di partecipare alla guerra. In questo modo, infatti, conoscono la vita nel modo peggiore, in un momento tragico, per cui difficilmente potranno avere un futuro sereno: dall'altra parte, invece, vi sono reparti specializzati, legittimi, armati, eccetera. Mi auguro allora, ripeto, che venga chiesto all'autorità palestinese - se davvero vi è tale autorità in quella zona - di impedire questi fatti.
Desidero anche ricordare che conosciamo le immagini di esponenti dell'UCK - quindi, non soltanto i serbi hanno usato scudi umani - che nei campi profughi stavano adescando, «arruolando» bambini sotto i diciotto anni: e non abbiamo visto alcuna azione dei kosovari albanesi volta ad impedire che l'UCK prendesse questi ragazzini nei campi profughi. Scusate, ma allora dobbiamo parlare di tutto. L'uso indiscriminato dei bambini, infatti, viene effettuato da parte di tutti i regimi. In determinati regimi, infatti, ed in situazioni tragiche, probabilmente si spera anche che l'uso dei bambini abbia un maggiore impatto emotivo nei confronti della controparte: forse si spera che il


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nemico possa essere indotto a trattenersi dallo sparare a dei fanciulli. Molti, insomma, sono i motivi che conducono allo sfruttamento, da parte di qualsiasi Stato o regime.
A questo proposito desidero portare una testimonianza diretta, non solo del sottoscritto, ma anche di diversi colleghi deputati e dello stesso Presidente Violante: nella Corea del Nord, a Pyeongyang abbiamo visto migliaia di bambini marciare, non armati, sia ben inteso, ma inquadrati un po' come da noi accadeva con i balilla. Quindi, sebbene la società internazionale stia cambiando, vi sono regimi che fanno un uso indiscriminato, anche d'immagine, dei bambini. Dunque non soltanto vengono armati, ma molto spesso irreggimentati e vestiti in uniforme fin da piccoli.
La richiesta che pertanto viene fatta non solo da Amnesty International, ma anche da vari organismi internazionali, è che vi sia una forte volontà politica, a livello mondiale, volta ad impedire l'uso di fanciulli (tali, infatti, vengono considerati coloro che non hanno ancora compiuto i diciotto anni) per finalità improprie ed a fermare l'attività di quei regimi che, anche se non inseriscono i minorenni nei loro eserciti, ne fanno comunque un uso strumentale. Può essere quindi pericolosa la vita dei bambini in alcune società, al di là del fatto che facciano parte o meno delle forze armate del loro paese o che combattano in forze che non vengono considerate regolari. Dobbiamo quindi tentare di affermare una volontà politica molto più ampia.
Per quanto riguarda il provvedimento al nostro esame, con il quale si chiede l'abrogazione dell'articolo 3 della legge 31 maggio 1975, n. 191, pur non essendo in sede di dichiarazione di voto, preannuncio che il gruppo di Alleanza nazionale è sicuramente favorevole alla sua approvazione. Deve tuttavia essere sottolineato che l'Italia non ha nulla a che vedere con i paesi che abbiamo richiamato negli esempi fatti sia dal relatore sia da me. Dobbiamo quindi sottolineare l'importanza di una società che ha garantito a tutti i minorenni un futuro migliore: questa rappresenta una grande vittoria dei regimi democratici dell'occidente e non solo. Vi è comunque una discrepanza legislativa più che sociale, perché la legge prevede che ragazzi di 17 anni che vogliano fare la carriera militare entrando a far parte delle forze armate italiane, previa preventiva autorizzazione scritta dei genitori, possono richiederlo. Del resto non mi risulta che vi siano state richieste di questo tipo, anche se recentemente vi è stato un rilevante impiego di nostri uomini in missioni all'estero: non mi risulta, quindi, che vi sia stato alcun minore di 18 anni che sia andato in missione all'estero. Chiederò comunque maggiori informazioni al Governo, ma sono certo che una cosa di questo genere non sia mai accaduta.
Del resto, la possibilità che si verifichi una cosa del genere è abbastanza difficile, perché, in ogni caso, la normativa vigente prevede che, al compimento del diciassettesimo anno, si possa presentare domanda, previa autorizzazione dei genitori, alla quale segue una risposta di accettazione e l'inizio di un corso di preparazione: pertanto, prima di poter effettivamente svolgere le funzioni proprie delle forze armate passano molti mesi e si arriva quasi al diciottesimo anno di età. Per questo per un minore di 18 anni sarebbe difficile poter andare in missione all'estero.
Comunque, nel momento in cui si segue un corso di preparazione, si imparano ad usare le armi. Altro discorso che si potrebbe fare - ma ciò non concerne strettamente il provvedimento al nostro esame - riguarda l'effettiva differenza che vi può essere tra un diciassettenne e un diciottenne: in altri settori, ad esempio, non vi è questa differenza, perché il sedicenne può conseguire, ad esempio, una sorta di patente di guida. È ovvio che guidare una moto o avere un'arma in mano non sono certo la stessa cosa, ma la conoscenza dell'uso dell'arma durante una fase di istruzione non può essere paragonata all'uso dell'infanzia a scopi militari. Pertanto, lo ribadisco ulteriormente, la


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situazione dell'Italia è completamente diversa: nessun bambino è partito per azioni di guerra.
Ho già preannunciato, quindi, la nostra posizione favorevole sul provvedimento ed auspico - ma ne sono convinto - un'adesione generale e una mobilitazione affinché altri Stati europei facciano altrettanto.
Non sto qui a farne l'elenco, ma - ripeto - vi sono partner europei di prestigio che hanno all'interno delle proprie forze armate (utilizzandoli anche in zone di guerra) minori di diciotto anni.
Dobbiamo premere perché nasca soprattutto una volontà politica. Non si può fare qualcosa soltanto con le leggi! Nel momento in cui c'è una volontà, noi possiamo ottenere un cambiamento con i mezzi di informazione e con pressioni sui mass media. Inoltre, con le nostre rappresentanze diplomatiche - se vi è questa volontà - noi potremmo anche minacciare la chiusura dei rapporti commerciali con quei paesi, ad esempio dell'Africa e dell'Asia, le cui autorità arruolano ed usano i bambini (alcuni vengono arruolati in maniera legale, altri invece sono impiegati in forze rivoluzionarie).
Ripeto, le nostre rappresentanze diplomatiche (ma anche quelle degli altri paesi aderenti alla Carta) devono premere su questo punto. Ciò è più utile di una legge, anche se indubbiamente quest'ultima serve a far vedere che abbiamo tutto il diritto di portare avanti questo discorso, poiché anche noi siamo stati tra i primi a fare un chiarimento legislativo dinanzi ad una discrepanza anche se di carattere più normativo che sociale (in effetti nel nostro paese la maggiore età si acquista a diciotto anni). Per essere in armonia e in linea con la normativa e la richiesta a livello internazionale da parte di Amnesty International e di altri organismi, è necessario un adeguamento normativo.
Presidente, vorrei concludere il mio intervento auspicando che questo provvedimento, che dovrà poi essere esaminato dal Senato, non diventi oggetto di demagogia politica. Nel momento in cui si vuole portare avanti un discorso di esempio di politica estera, allora tali esempi devono essere di carattere generale e globale. Tutti quanti dobbiamo ricordarci della situazione esistente e di quanto è stato fatto anche in regimi democratici occidentali per l'evoluzione della società, con riferimento ai minorenni. Questo è bene sottolinearlo come è bene sottolineare anche una vittoria ed una crescita della società italiana in un regime democratico; cosa questa che non è avvenuta in altri paesi d'Europa.
Ciò detto, concludo annunciando la presentazione di un mio ordine del giorno con il quale chiederò al Governo un impegno affinché l'autorità palestinese si adoperi al massimo per impedire che i suoi minorenni facciano ciò che ogni giorno vediamo in televisione.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Burani Procaccini. Ne ha facoltà.

MARIA BURANI PROCACCINI. Presidente, colleghi, parlare di questo brevissimo provvedimento, con il quale si abroga un solo articolo di una legge precedente, rappresenta un chiarimento doveroso che va fatto su un punto che non è certo paragonabile a quello relativo all'uso dei bambini-soldato, cosa che avviene in tantissimi Stati del mondo e che anche in questi giorni è sotto i nostri occhi. Come hanno detto il relatore e il collega Gnaga, indubbiamente in Italia vi è la particolarità che all'età di diciassette anni si può chiedere di essere inseriti in un'accademia militare per poter cominciare a fare quell'addestramento militare che porta poi alla vita militare in senso più lato.
Per noi però c'è un'antichissima tradizione - possiamo proprio dire per grazia di Dio! - che ci ha messo al riparo dagli eccessi che ancora vengono perpetrati in tantissime parti del mondo nei confronti dell'adolescenza e, peggio ancora, nei confronti dell'infanzia.
La volontà della mia forza politica di intervenire in sede di discussione sulle linee generali su questo argomento è una


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volontà che parte da questo fatto contingente per arrivare a qualcosa di più esteso. La mia parte politica ha presentato una risoluzione in Commissione infanzia proprio perché l'Italia possa adottare e far applicare il protocollo facoltativo alla Convenzione dei diritti dell'infanzia che fissa a 18 anni l'età minima per qualsiasi forma di reclutamento militare.
Vorrei sgomberare il campo da un'affermazione più volte ripetuta. Per me non è indicativo il fatto che a 18 anni si voti o si possa entrare a far parte di un esercito regolare; lungi da me qualsiasi forma di guerriglia che non ammetto e che non fa parte assolutamente del mio patrimonio morale e spirituale. Se ho le mie perplessità sull'utilizzo dello strumento militare in genere - che è però necessario alla vita di uno Stato, sia pure nell'ambito delle convenzioni internazionali che ci mettono al riparo dalle efferatezze -, per me è certamente intollerabile pensare a qualsiasi forma di guerriglia sia, per gli adulti sia, tanto meno, per gli adolescenti e per i bambini.
Vi è un movimento dei giovani di tutti i partiti appartenenti ai vari Stati della Comunità europea che si sono incontrati meno di un mese fa a Parigi per chiedere l'abbassamento del diritto di voto a 16 anni. Se i giovani avvertono quest'esigenza, è segno che vi è una maggiore maturazione dei sedicenni di oggi che non sono paragonabili ai giovani, non dico di cento, ma neppure di cinquant'anni fa. Vi è una maggiore maturazione dovuta alla maggiore partecipazione alla vita sociale a tutti i livelli e anche al fatto che la famiglia, per necessità, è meno protettiva: il giovane è immesso più rapidamente nell'attività della vita sociale (per esempio, attraverso le associazioni di volontariato) ed ha la possibilità di inserirsi più velocemente nella vita di uno Stato. Ma ciò non significa nulla, nel senso che io non paragonerei le due cose: mentre è giusto cominciare a pensare al sedicenne in maniera diversa, anche relativamente alle responsabilità penali, non è altrettanto lecito consentire la sua partecipazione ad un esercito, tanto più se si considera che ci stiamo avviando verso un esercito volontario che impone una scelta consapevole.
Ci auguriamo che l'Italia faccia nel mondo solo operazioni di pace; tuttavia, l'arruolamento implica rischi e responsabilità particolari e una notevole fermezza psicologica e di carattere perché ci si può trovare di fronte a situazioni dirompenti. È questa la distinzione che deve essere fatta e non un'analogia tra il divieto di voto ai minori di 18 anni e l'abrogazione dell'articolo 3 della legge n. 191 del 1975.
A mio avviso, l'abrogazione di questo articolo deve essere fatta per chiarezza e perché si deve considerare il servizio militare come un'esperienza che richiede la massima responsabilità e, pertanto, la massima maturità.
Affrontare in discussione generale quest'argomento non significa tanto commentare la doverosa abrogazione dell'articolo 3, quanto fare in modo che, da questo momento in poi, l'Italia possa essere un elemento di spicco per sostenere la coalizione - di cui è stata fatta menzione poco fa - che ha dato vita al movimento «Stop all'uso dei bambini soldato».
Sono pienamente d'accordo con il collega Gnaga: il problema non riguarda soltanto il bambino-soldato, al quale viene messa addosso una serie di cartucce, con la conseguenza che sembra il bandolero dei film americani, e viene messo un mitra in mano, ma anche il bambino che viene mandato indiscriminatamente a fare lavori che, giustamente, l'Organisation internationale du travail ha ritenuto a particolare rischio e ai quali ragazzi al di sotto dei diciotto anni non devono essere assolutamente adibiti; figurarsi, poi, quando vengono impiegati come «scudi umani».
Viviamo nella civiltà della comunicazione e le immagini che ci vengono trasmesse in questi giorni sono abominevoli. Ho davanti agli occhi - non credo che la potrò mai dimenticare - l'immagine del bambino palestinese, portato dal padre in zona di scontri, che si rifugia dietro al padre e viene ucciso; per cancellarla dall'immaginazione delle persone,


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in maniera altrettanto assurda, è stata necessaria l'immagine dei miliziani palestinesi con le mani sporche di sangue per avere appena fatto a pezzi loro coetanei con la divisa militare israeliana.
Dobbiamo fare queste guerre a colpi di immagini? Le immagini trasmesse dalle televisioni e riportate sui giornali sono le nuove bombe atomiche? Ciò che sta avvenendo nella mente dell'uomo è veramente qualcosa di efferato, perché da sempre la protezione dell'adolescenza e dell'infanzia è parte integrante del codice morale di ogni popolazione: esulare da tale protezione rappresenta veramente un abbassarsi a livelli che non definisco assolutamente animali, perché questi ultimi hanno un forte senso di protezione dei cuccioli. Siamo noi esseri umani ad aver smesso di proteggere i propri cuccioli; siamo noi ad avere una volontà di sopraffazione che non si può assolutamente tollerare.
Approfittiamo, allora, della proposta di legge in esame, una piccola iniziativa da parte dell'Italia che può rappresentare, però, un momento forte di concordia tra le parti politiche per far sì che a livello internazionale il nostro paese si faccia antesignano della ratifica del protocollo che, in un certo senso, è stato aggiunto alla convenzione ONU sui diritti dell'infanzia; tale convenzione, purtroppo, insieme con il diritto umanitario internazionale, stabilisce attualmente a quindici anni l'età minima per il reclutamento militare. È giusto, pertanto, che l'indicato protocollo venga ratificato da tutti gli Stati che fanno parte non dico dell'Unione europea, che già si è espressa favorevolmente nel suo insieme, ma di tutti gli Stati che, per esempio, fanno parte o vogliono entrare a far parte delle Nazioni Unite.
Sono anche d'accordo sul fatto che l'Italia si faccia promotrice di una campagna internazionale affinché gli aiuti e gli appoggi internazionali siano commisurati all'utilizzo dei bambini in particolare nelle guerre, ma in generale in tutti i lavori che mettono a rischio la loro salute e, quindi, il futuro dei giovani uomini e delle giovani donne ai quali dovremmo affidare il nostro domani e che sempre più spesso vengono considerati, invece, carne da macello.
È questo che dobbiamo chiedere alto e forte; su questo dobbiamo chiedere che gli standard internazionali siano ben precisi, anzitutto, nell'esprimere un'unica valutazione: come giustamente ha affermato il collega Gnaga, non devono esservi ideologicamente figli e figliastri. Noi non dobbiamo fare discriminanti tra coloro che ci fanno simpatia quando li vediamo sfilare tutti belli allineati e coloro che invece ci fanno orrore quando li vediamo prendere in mano il machete e tagliare le mani o le gambe ai loro coetanei. Sono bambini gli uni e gli altri, e sono bambini, gli uni e gli altri, che vanno protetti dagli adulti e da se stessi!
Questo deve essere quindi un principio d'onore che da quest'aula deve levarsi alto e forte e preghiamo il Governo di farlo proprio perché credo che questo sia il vero «salto di qualità»: cercare di dire che non esistono non dico guerre giuste e guerre ingiuste, perché credo che a questo ci siamo finalmente arrivati tutti, ma che non esistono persone che utilizzano i minori in azioni di guerra che siano più «scusabili» delle altre. Adesso, siamo ancora a questo: «scusiamo» più gli uni che gli altri! Non esiste scusa; dal Parlamento italiano non deve partire altro che un'azione ed una proclamazione di condanna di chiunque utilizzi un minore di 18 anni in operazioni militari, in azioni di guerra, di guerriglia o di lotta e di lotta armata, fosse anche armata con le pietre! Queste sono cose che purtroppo ci dilaniano, ma che non possiamo assolutamente accettare, proprio perché dobbiamo educare quei bambini non certamente all'odio, ma a qualcosa che sia la fiducia nella vita!

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Valpiana. Ne ha facoltà.

TIZIANA VALPIANA. Sottolineo innanzitutto che Rifondazione comunista nella discussione generale su questa proposta di legge, che è un provvedimento di competenza


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della Commissione difesa, ha voluto affidare a me, che sono membro della Commissione infanzia, l'intervento nel dibattito odierno. Abbiamo compiuto tale scelta proprio per sottolineare anche in questo campo, prettamente legato alla difesa, la centralità che Rifondazione comunista vuole attribuire ai diritti dei bambini e delle bambine e soprattutto al progetto di società futura in cui crediamo nel nostro «fare politica» ogni giorno.
Credo che la proposta di legge che ci apprestiamo - me lo auguro - a votare all'unanimità sia uno strumento indispensabile con il quale l'Italia si allinea un pochino di più a quei principi, che peraltro abbiamo sottoscritto, previsti dalla Convenzione di New York e soprattutto al protocollo opzionale relativo al divieto di arruolamento dei bambini-soldato.
Credo che questa sia una legge urgente e indispensabile e voglio iniziare questo mio intervento ringraziando il collega Ruzzante, relatore sul provvedimento, e tutti gli altri colleghi della maggioranza e la collega Pozza Tasca per avere avuto la sensibilità che in altre forze politiche era mancata - compresa la mia - di capire la necessità anche di questo piccolo passo, che rientra però in un quadro più generale per adeguare il nostro paese alle convenzioni internazionali. Ritengo che questo passo ci consentirà - anche se dal punto di vista pratico e concreto nel nostro paese i cambiamenti saranno pochi - di assumere con coerenza un ruolo internazionale importante: quello di farci ancora una volta promotori nel mondo dell'ampliamento dei diritti umani, e dei bambini in particolare, e di essere una specie di avanguardia, di apripista nell'introduzione di una misura civile di rispetto della vita, che ci auguriamo possa diffondersi poi rapidamente anche negli altri paesi.
Credo che vada a merito della sensibilità del nostro paese se la coalizione di 47 paesi europei denominata Stop using child soldiers ha trovato in Italia appoggi estremamente importanti: mi riferisco prima di tutto al Presidente della Repubblica Ciampi, alla ministra Turco, al Presidente della Camera, alla coalizione e soprattutto a quegli oltre 300 mila cittadini che hanno sottoscritto l'appello della campagna che è stata portata avanti da una serie di associazioni tra le quali Amnesty International, l'UNICEF, i quaccheri, Terres des Hommes (non vorrei fare torto ad alcune organizzazioni, che dimenticherò sicuramente). Vorrei ricordare inoltre che questa campagna è stata appoggiata a livello internazionale dalla Croce rossa, dalla Mezzaluna rossa, e dall'ACNUR (l'Agenzia per i rifugiati).
Si diceva prima che nel nostro paese questo provvedimento riguarderà un numero molto esiguo di minori: tuttavia, nel 1999 gli «infradiciottenni» arruolati nelle nostre Forze armate volontariamente o presenti nelle accademie erano 509; non mi sembrano sinceramente così pochi come si vuol far credere!
Mi sembra che varrebbe la pena che un provvedimento di grande valore etico come questo venisse approvato anche se riguardasse un solo ragazzo. In realtà, mi sembra che non si tratti solo di una questione simbolica o formale. Se nel nostro paese il fenomeno non coinvolge i bambini nei conflitti armati, sappiamo tutti che in altri paesi la situazione è assolutamente drammatica, come nei paesi dell'Africa, dell'Asia, ma anche - e questo è triste - nei paesi europei e negli Stati Uniti.
Il nostro di oggi è un gesto di chiarezza sostanziale per la tutela dei ragazzi.
Esaminando l'iter del provvedimento, non appartenendo alla Commissione difesa, sono rimasta sconcertata dalle parole di contrarietà del Governo, pronunciate il 25 gennaio e ribadite il 2 febbraio, in IV Commissione, per bocca del sottosegretario Rivera. Tali espressioni sono state ammorbidite nel proseguimento dell'iter e mi auguro che in futuro vi sarà un ulteriore ravvedimento da parte del Governo che, per ora, credo che abbia deciso di rimettersi all'Assemblea. Infatti, credo che questo atteggiamento denunci un grave ritardo culturale e soprattutto una totale schizofrenia, non solo per le diverse opinioni (abbiamo visto che la ministra


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Turco si è schierata al fianco della coalizione all'interno della compagine dei ministri), ma anche perché questo tentennamento di fatto va contro altri provvedimenti già presi nel nostro paese o contro la ratifica di convenzioni internazionali, e soprattutto va contro le continue dichiarazioni di rispetto dei minori a cui non sempre seguono provvedimenti e fatti conseguenti.
Esaminando l'iter del provvedimento in Commissione, mi hanno stupito alcune posizioni di colleghi di Forza Italia o del Polo che hanno usato l'argomentazione che questa norma che oggi vogliamo abrogare in realtà offre ai ragazzi un'occasione di lavoro un anno prima. Credo sia importante - e tutti quelli che sono intervenuti questa mattina l'hanno sottolineato - ricordare che nonostante il Parlamento, con il solo voto contrario di Rifondazione comunista, stia approvando la riforma della leva e stia andando verso un esercito con connotazione professionale, noi non accetteremo mai di considerare quello del soldato un lavoro come un altro, perché non è assolutamente un lavoro qualsiasi.
Oggi la guerra è molto diversa (anche se alcuni tipi di guerra intorno a noi li vediamo ancora combattuti con il corpo a corpo), veramente molto diversa da quella di una volta. Ricordiamoci, infatti che nell'ultima drammatica guerra, che abbiamo vissuto anche da protagonisti, della Serbia contro il resto del mondo, i piloti NATO che hanno distrutto bersagli militari e civili non hanno avuto nemmeno una perdita. Quindi c'è questa distanza che fa sì che sembri che il militare non compia più, nella guerra moderna, atti offensivi: ma il fine ultimo di chi lancia una bomba è evidentemente l'offesa, l'uccisione e la distruzione del nemico, in una parola il prevalere delle ragioni del più forte. Dunque, credo che questo non sia un lavoro come un altro, e soprattutto credo che un ragazzo non possa accedere ad una scuola di educazione i cui valori non sono certo la pace, la non violenza e la tolleranza.
Ancora, nell'esaminare l'iter ho letto di un collega - e anche oggi mi sembra di aver sentito il collega Gnaga - che ha definito questa proposta demagogica, legando questo giudizio all'argomentazione che si è sempre fatto così e che questo problema c'è sempre stato. Sono contenta - e credo che tutti siamo contenti - di riconoscere che la consapevolezza sui diritti dei bambini e dei ragazzi nel mondo di oggi è maggiore rispetto al passato e che i rapporti civili sono progrediti. Credo che l'acquisizione di nuove consapevolezze in questo campo sia importante per tutti, almeno sul piano teorico, perché se guardiamo nella pratica non sempre, per esempio, il lavoro minorile è stato superato o è stato superato lo sfruttamento dei bambini (si tratta di una cosa che era considerata normale fino a un secolo fa). Credo, dunque, che non considerare più normale ciò che nel passato consideravamo normale perché attestati su una diversa consapevolezza di civiltà, sia un vantaggio per tutti noi.
Tra l'altro, la parola «demagogico» l'ho sentita risuonare anche nella Commissione per l'infanzia quando, per esempio, abbiamo proposto di non usare i bambini come veicoli o destinatari di messaggi pubblicitari. Oppure, l'ho sentita risuonare in Commissione affari sociali quando, nell'ambito della discussione sul progetto di legge in materia di alcolismo, abbiamo proposto, per i ragazzi, determinati tipi di tutela rispetto all'uso dell'alcol. Credo, quindi, che ci debba far riflettere il fatto che, accanto ai facilissimi proclami di difesa dei bambini che ci accomunano tutti, alcune forze politiche, quando dal proclama si passa al tentativo di concretizzare in scelte normative alcuni diritti, siano invece pronte ai distinguo, a bollare come demagogiche le proposte e a battersi, in sostanza, affinché nulla cambi ed il mondo degli adulti possa continuare, indisturbato, impunemente, ad usare, come ha sempre fatto (probabilmente, oggi, in modi nuovi, sempre più subdoli e perversi), i bambini.
Si è osservato giustamente che, in realtà, l'approvazione di questa proposta


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di legge nel nostro paese non scongiurerà certo l'impiego di bambini-soldato nel resto del mondo, purtroppo in situazioni di conflitti duri e sanguinosi, ma credo che l'argomentazione per la quale non possiamo da soli salvare il mondo non possa diventare un alibi per non cambiare nulla oggi, in attesa di un futuro migliore e salvifico, che, però, se non prepariamo giorno per giorno con atti concreti, non arriverà mai. Nel nostro paese, gli effetti di questa legge che voteremo riguardano certo un numero limitato di ragazzi, ma quello che è importantissimo e di enorme valore, io credo, è l'affermazione del principio, il riconoscimento che esistono motivazioni etiche superiori e, soprattutto, il rilievo sul piano internazionale e l'autorevolezza che questa scelta ci potrà dare nell'ambito dell'Unione europea e nel mondo per portare avanti a testa alta la campagna che ci siamo proposti e la lotta all'impiego dei bambini in tutte le guerre.
Se guardiamo alla situazione internazionale da questo punto di vista, come è stato già osservato dai colleghi precedentemente, troviamo situazioni spaventose, terribili, che non possiamo fingere di non vedere, perché anche in paesi a noi vicini (come è stato documentato, per esempio, per quanto riguarda i paesi dell'OCSE nel recente summit del maggio scorso) migliaia di bambini prendono quotidianamente parte a conflitti. Conosciamo, per esempio, la schizofrenia del Regno Unito (credo che nessuno possa affermare che non si tratti di un paese di antica ed alta democrazia), che vieta ai diciassettenni di votare e di bere alcolici ma li arruola (circa un migliaio all'anno) nell'esercito e li invia anche nei conflitti armati: è stato infatti documentato che, sia nella guerra del Golfo, sia nel conflitto delle Falkland, sono morti minorenni inglesi e oltre cinquanta minorenni inglesi hanno fatto parte delle forze di pace Kfor in Kosovo. Inoltre, diciassettenni americani, sia maschi sia femmine, hanno partecipato alla guerra del Golfo e alle operazioni in Somalia e in Bosnia: i minori americani arruolati, nel 1998, erano circa 25 mila.
Più della metà dei paesi dell'OCSE prevede l'arruolamento di minorenni, ad un'età di sedici anni per quanto riguarda il Belgio, la Bosnia, la Repubblica d'Irlanda, San Marino e la Slovacchia, ad un'età di diciassette anni per quanto riguarda l'Austria, la Croazia, Cipro, l'Estonia, la Repubblica federale della Jugoslavia, la Macedonia, la Francia, la Germania, l'Italia (mi auguro solo fino ad oggi), il Lussemburgo, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Polonia, il Portogallo e la Slovenia. Nel Regno Unito, nel 1998, erano in servizio militare 5.528 minorenni, di cui quasi 700 ragazze, e quando il comitato ONU per i diritti dei bambini ne ha chiesto conto alla Gran Bretagna si è argomentato che i ragazzi rispondono meglio all'addestramento e rimangono più a lungo nelle forze armate.
Nelle forze armate britanniche, sono stati registrati frequenti casi di abuso di potere, malversazione, molestie, abusi sessuali, cui i minorenni, e soprattutto le minorenni (credo che questo ci debba far riflettere, una volta di più, sul fatto che, anche nel nostro paese, purtroppo, secondo quella che è la mia concezione, stiamo aprendo l'esercito alle donne), sono particolarmente esposti. Si verifica, infatti, ogni sorta di angherie e di umiliazioni. Nel nostro paese, lo sappiamo benissimo, il nonnismo è purtroppo una realtà, frutto evidentemente di una distorta interpretazione del potere e delle gerarchie, frutto di debolezza e di vigliaccheria, che si scatena maggiormente con brutalità sul soggetto debole: i bambini, i ragazzi, i minorenni sono sicuramente soggetti deboli che rischiano di subire di più.
Credo che sia importante sottolineare, inoltre, quella che ancora nel mio partito, ed io personalmente, chiamiamo connotazione di classe.
Negli Stati Uniti il reclutamento dei cadetti avviene nelle scuole con alte percentuali di studenti non bianchi: il 54 per cento dei cadetti è composto da giovani di minoranze etniche, il 65 per cento viene da comunità povere e svantaggiate, il 40 per cento sono ragazze. Per non parlare di ciò che avviene nell'esercito regolare, perché


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l'uso e il coinvolgimento dei bambini negli eserciti e nei gruppi armati di opposizione è quotidianamente sotto i nostri occhi in tutti i moderni conflitti attorno a noi. I bambini vengono utilizzati per piazzare le mine, per trasferire le granate, per fare da corrieri, come scudi umani o - come è successo nella guerra di Serbia - come banche del sangue viventi. Sono coinvolti nei saccheggi in tutti i fronti caldi, dalla Palestina al Kosovo, dall'Irlanda del nord ai paesi baschi, dal Kurdistan alla Cecenia, nonché in centinaia di migliaia nei conflitti africani e asiatici. Non vorrei dimenticare, poi, e concludo, che i problemi non sono tutti lontanissimi da noi. Il capo della polizia di Caltanissetta in sede di audizione in Commissione - la collega Burani Procaccini era presente - ci ha drammaticamente testimoniato e denunciato il reclutamento da parte della mafia di bambini di 10-11 anni in quella che lui ha definito una scuola per killer adolescenti che sono arruolati in una guerra contro lo Stato. Ci ha parlato di Simon, di 16 anni, e di undici assassinii e credo che anche rispetto a questo tipo di lotta, che tutti insieme vogliamo condurre sul piano ideale, al fine di tenere fuori i bambini e i ragazzi dai conflitti, dalle brutture, dalle guerre, dalle scelte e dalle strumentalizzazioni del nostro mondo adulto, la proposta di legge debba essere approvata.
Porci l'obiettivo di rispettare a tutto raggio lo statuto del tribunale penale internazionale, che considera l'utilizzo dei minori in guerra un crimine contro l'umanità, sia un gesto piccolissimo per il nostro paese, che forse modificherà in maniera insignificante sul piano pratico la nostra situazione, ma che è un'assunzione di responsabilità altissima, dall'altissimo valore simbolico. È una goccia che sicuramente non cambierà la situazione della lotta contro tale crimine, come diciamo spesso, tuttavia, credo sia un passo indispensabile nella lotta per il rispetto dei diritti dei bambini e delle bambine.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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