Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 784 del 5/10/2000
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Informativa urgente del Governo sugli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di un'informativa urgente del Governo sugli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente. Dopo l'intervento del sottosegretario per gli affari esteri, dottor Serri, potrà intervenire un deputato per gruppo per cinque minuti, nonché un rappresentante per ciascuna delle componenti del gruppo misto.
Ha facoltà di parlare il sottosegretario per gli affari esteri.

RINO SERRI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli deputati, il Governo che rappresento in assenza del ministro Dini, impegnato all'estero, condivide totalmente il sentimento di gravissima preoccupazione che ha mosso il Parlamento. Per cominciare, vorrei fare una riflessione sulla grave situazione che si è venuta a creare negli ultimi giorni in Palestina e nella stessa Israele, con scontri violenti ed assai ampi e purtroppo con molte decine di morti e molte centinaia di feriti. Si tratta, nella stragrande maggioranza delle vittime, di palestinesi e purtroppo, ancora una volta, di bambini, anche di giovanissimi, ma anche di israeliani ed in particolare di popolazioni arabe che abitano in Israele.
Il Governo ha già espresso, ma lo rinnova anche in questa sede parlamentare, i sensi del suo cordoglio e della solidarietà di tutti gli italiani alle vittime. Posso assicurare al Parlamento che abbiamo già provveduto ad inviare i primi soccorsi urgenti, abbiamo offerto la nostra disponibilità a prestare in Italia cure specialistiche ai feriti ed abbiamo costituito, insieme con gli altri, una task force umanitaria che si riunisce ogni due giorni ed alla quale l'Italia partecipa anche come capofila designato del settore sanitario per quanto riguarda la Palestina.
Purtroppo i gravissimi scontri di questi giorni rappresentano un colpo durissimo al processo di pace israelo-palestinese e


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questo proprio nel momento in cui esso conosceva la fase più complessa e difficile, anche perché probabilmente vicina a qualche soluzione significativa di almeno una parte dei problemi aperti.
In questa luce è difficile dire se la visita del leader del Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio o Spianata delle Moschee, compiuta proprio in questo momento, sia il frutto di un gesto irresponsabile, come dice il rabbino Toaff, o assuma di più il carattere di un gesto provocatorio contro gli sviluppi del negoziato in corso e contro qualche apertura negoziale che traspariva negli ultimi giorni da ambedue le parti. Mi riferisco in particolare al rinvio della dichiarazione d'indipendenza da parte del Consiglio nazionale palestinese, molto apprezzata sul piano internazionale e dagli stessi israeliani, ed alle dichiarazioni rese ancora pochi giorni prima dallo stesso primo ministro israeliano Ehud Barak, che si riferiva alla possibilità di due Stati con capitale Gerusalemme e Al-Qods e quindi prospettava una via d'intesa anche per quanto riguarda il tema delicatissimo di Gerusalemme. Fatto si è che nella tensione, che era già alta, il gesto a cui mi riferivo ha perlomeno contribuito ad innescare una nuova ondata di scontri che ha riaperto il capitolo della violenza e che minaccia seriamente il processo di pace.
Purtroppo, anche la tregua che si era stabilita il 3 ottobre non si era ancora affermata; gli scontri hanno continuato almeno fino a ieri sera a Gaza, in Gisgiordania e in Israele. Ieri sera c'è stato un nuovo accordo a Parigi per quanto riguarda la cessazione della violenza: bisognerà verificare se questo riesce ad incidere nella situazione reale.
In questo quadro l'azione del Governo italiano si è mossa su tre linee essenziali: la prima è stata, ed è tuttora, quella di fermare gli scontri in atto, di bloccare il ritorno alla violenza tra israeliani e palestinesi e bloccare quindi il rischio di un possibile rapido allargamento nella regione, in particolare anche nel Libano, ma non solo. A questo fine siamo intervenuti sul Governo israeliano e sull'Autorità nazionale palestinese perché operino in tutti i modi per andare in questa direzione; abbiamo sollecitato e sostenuto la posizione espressa in questo senso dall'Unione europea, chiedendo che l'esercito israeliano ritorni alle posizioni precedenti, che cessi ogni manifestazione violenta anche da parte palestinese e che si faccia, se sarà ancora utile nei prossimi giorni, un'inchiesta internazionale per verificare le responsabilità per la nuova esplosione di violenza in atto.
A questo proposito, i colleghi sanno che Israele è su posizioni negative circa la proposta di una vera e propria commissione internazionale, ma ci possono essere anche varie forme per cercare di identificare le responsabilità in un clima che sia positivo ai fini della ripresa del negoziato.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dal canto suo, non è ancora approdato (almeno fino a questa notte) al voto su progetti di dichiarazioni che erano stati proposti e sollecitati da varie parti, oltre che dai protagonisti.
Tutto questo - e passo quindi al secondo punto - ci dice che l'azione per fermare gli scontri non può essere disgiunta da una rapida ripresa nel merito del negoziato per una soluzione complessiva del problema. Tutti sapete già che ieri a Parigi ci sono stati una serie di incontri della Albright con il Presidente Arafat e con il primo ministro Barak e che ci sono stati incontri e contatti molto intensi con la Presidenza francese di turno, in particolare con il Presidente Chirac. Sapete anche che oggi è previsto a Sharm el-Sheikh un nuovo incontro tra Mubarak, Arafat e Barak e forse con la Albright.
Il Governo italiano ritiene che la scelta più utile e produttiva nelle condizioni di oggi sia quella di sostenere e favorire in tutti i modi la ripresa dei negoziati sui canali che sono già aperti dopo gli accordi di Wye Plantation e i vertici di Camp David e il precedente vertice di Sharm el- Sheikh.
Sembra difficile e forse improduttivo oggi avviare altri canali o altre iniziative negoziali. Certo, se i canali che sono aperti con le iniziative in atto non dovessero


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portare ad una rapida e costruttiva ripresa del negoziato di pace, se malauguratamente ciò avvenisse - perché credo che nessuno qui se lo augura -, allora non potremmo rassegnarci ad una ripresa generalizzata della guerra; dovremmo cercare altre strade ed eventuali nuove iniziative. Ma oggi dobbiamo sostenere i tentativi in corso con il massimo impegno, anzi dobbiamo accentuare tale impegno con tutti gli specifici contributi che può dare l'Italia e l'Europa anche ai massimi livelli, come già auspicato da molti parlamentari, con l'impegno diretto della Presidenza di turno francese (come è già avvenuto nella giornata di ieri), con l'azione, se necessario, dell'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, ambasciatore Solana, con il lavoro intenso che sta facendo, anche se in molto appariscente - ma non è una critica; al contrario -, l'inviato speciale dell'Unione europea, ambasciatore Moratinos.
Come è noto a tutti, il negoziato di pace, soprattutto nelle settimane successive al vertice di Camp David, è stato incentrato sulla questione di Gerusalemme, questione resa più difficile da tutti i delicati valori simbolici e religiosi che la città santa racchiude sia per gli israeliani, sia per i palestinesi, ma anche per i cristiani e per altri.
Sul tavolo sono tuttora presenti molteplici proposte, alcune delle quali prescindono dal concetto tradizionale di sovranità, ipotizzando anche fattispecie giuridiche nuove, di cui avete sentito: la giurisdizione divina, un eventuale controllo internazionale, la proposta di assegnare ai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza il controllo dell'area, che peraltro non è andata avanti; recentemente il ministro della giustizia israeliano Beilin, nel corso di un incontro avuto a Roma il 28 settembre scorso con il ministro degli esteri Dini, ha avanzato anche un'altra ipotesi che spostava in avanti la soluzione definitiva del problema di Gerusalemme. Gli Stati Uniti hanno anche prospettato l'ipotesi di un'intesa che non prevedesse un accordo su quella città, ma lo spostasse avanti nel tempo. I palestinesi, da parte loro, hanno dichiarato di volere le garanzie che un accordo senza Gerusalemme non pregiudichi però in futuro i loro diritti sulla città.
La questione di Gerusalemme, a sua volta, è primaria ed importante, ma non deve comunque far sottovalutare la rilevanza di altri problemi, in primo luogo quello del ritorno dei rifugiati, considerato prioritario non solo dai palestinesi, ma anche da altri fondamentali attori della questione mediorientale, quali la Giordania ed il Libano. Come ho avuto modo di verificare io stesso due settimane fa, in occasione di un incontro con il Presidente Lahoud e con il Primo ministro Hos in Libano, la questione dei profughi palestinesi viene posta con grande determinazione.
Non si tratta naturalmente di entrare in tutti i dettagli del negoziato - adesso ho voluto fare solo qualche accenno -, che pure l'Unione europea segue con continuità e con intensità. Sempre a Beirut, ho avuto un incontro recentissimo con l'ambasciatore Moratinos, il quale stava facendo un giro nella regione, e che dava un giudizio analogo a quello sottinteso nella prima parte della mia esposizione, di avvicinamento - difficoltoso ma in atto - alla soluzione di alcuni grandi problemi.
Il Governo concorda però con la sollecitazione, venuta da varie parti, a far sì che in questa fase cruciale l'Unione europea, per il peso politico che ha e per l'apporto economico che fornisce alla regione, possa e debba accentuare ed intensificare, anche in vista delle prospettive di sviluppo del partenariato euromediterraneo, il proprio ulteriore contributo al negoziato, perché siamo nella fase decisiva. Credo peraltro che ieri l'azione della Presidenza francese dell'Unione europea andasse già in questa direzione.
Arriviamo così al terzo aspetto della linea del Governo, alla quale farò solo alcuni cenni, riguardante l'azione diretta, bilaterale, dell'Italia nei confronti sia di Israele e Palestina, sia degli altri paesi della regione. La nostra azione si è


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concentrata su tre direttrici: la prima è quella di avere un costante contatto con tutti i protagonisti internazionali. Il Presidente Amato ed il ministro degli esteri Dini hanno avuto una lunga serie di incontri - a cominciare dal mese di settembre, subito dopo le ferie estive -, che non sto ad enumerare, nel corso dell'Assemblea delle Nazioni Unite, ma anche a Roma e in altre aree.
La seconda è di una forte azione bilaterale nei rapporti intensi e molto positivi che l'Italia ha con tutti i paesi dell'area, a cominciare dalla nostra tradizionale amicizia con Israele, all'amicizia che abbiamo con il popolo di Palestina. L'Italia è uno dei paesi che già tempo fa ha approvato una legge, quella che si riferisce ai crediti di aiuto, secondo la quale l'autorità nazionale palestinese viene equiparata a quella di uno Stato riconosciuto, indicando la scelta strategica che il Governo ed il Parlamento italiano hanno fatto a proposito del diritto palestinese ad avere la propria patria con aiuti molto consistenti, che l'Italia dà attraverso la cooperazione alla sviluppo, non solo alla Palestina ma anche all'Egitto, alla Giordania, alla Siria e al Libano. In quest'ultimo paese in particolare ho avuto modo due settimane fa di presiedere una conferenza mondiale delle organizzazioni non governative, promossa dal Governo italiano, da quello libanese e dalle Nazioni Unite, con l'obiettivo di puntare alla ricostruzione del sud del Libano come un contributo alla stabilità dell'area, cosa di cui avevo avuto modo di parlare una settimana prima con il viceministro israeliano della difesa ed il viceministro degli esteri, ricevendo l'apprezzamento di un'azione dell'Italia in quell'area molto delicata. Questa è un'area dove, come voi sapete, vi è la presenza delle truppe italiane nella regione del Libano del sud che si aggiunge all'altra presenza italiana ad Hebron (presenza molto apprezzata dalle popolazioni e dai rispettivi governi).
In terzo luogo vi sono una serie di iniziative politiche della società italiana, delle forze politiche, degli enti locali italiani, che si vanno sviluppando da tempo. Penso agli incontri israelo-palestinesi che si sono svolti in Italia - quel tipo di incontri definito people to people -; penso a conferenze e ad iniziative varie delle organizzazioni non governative, penso alla settimana italiana per la pace che si è tenuta recentemente in Palestina e in Israele e alla quale ho partecipato (erano presenti circa un migliaio di italiani) insieme ad amministratori locali, di tutte le forze politiche interne ed esterne al Parlamento, che andavano dagli amministratori di Trento al sindaco di Lecce. In quella sede è stato assunto un atteggiamento di grande serietà e convergenza politica che voglio sottolineare in questa sede: al di là di quello che è stato pubblicato sulla stampa, è stato offerto un contributo serio.
Signor Presidente, onorevoli deputati, di fronte alla gravità della crisi tutto quello che si è fatto è importante, ma non basta. Il Governo ne è consapevole. Ho cercato di dire anche come il Governo pensa di agire per intensificare il suo sforzo sulle linee e gli indirizzi che il Parlamento ha sempre dato nel passato e darà sicuramente anche in questa occasione. Credo che tutti siamo consapevoli che la nuova crisi in Medio oriente, oltre a colpire i popoli di Israele e Palestina, minaccia seriamente la pace, coinvolge in modo diretto i paesi e i popoli dell'area mediterranea e, tra questi, la sicurezza e la pace per l'Europa e l'Italia in modo particolare. Dobbiamo fare di tutto per essere all'altezza di questa responsabilità, per evitare nuovi rischi e per riaprire la via della pace.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pezzoni. Ne ha facoltà.

MARCO PEZZONI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, la crisi mediorientale non è grave, è gravissima. All'alba di oggi notizie stampa riportano che è saltato di nuovo l'accordo che nella notte si profilava a Parigi e che dunque il vertice tenuto in quella città è quasi fallito, che il nuovo vertice che si


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dovrebbe tenere oggi a Sharm el-Sheikh difficilmente riuscirà a recuperare le premesse che fino a questa notte tutti davano ormai per acquisite, cioè che il doppio vertice in Francia e in Egitto sarebbe stata la premessa per una ripresa del negoziato politico di pace.
Una delle ragioni che, all'alba di oggi, hanno fatto saltare l'accordo consiste nel fatto che Arafat insisteva per l'inchiesta internazionale e per il coinvolgimento dell'Europa, mentre Barak ed Israele rifiutano che l'Europa prenda parte, in qualsiasi forma, all'inchiesta internazionale ed accettano unicamente qualche forma (ridotta, tra l'altro) di presenza tecnica degli Stati Uniti.
Dunque, la questione è drammatica e non siamo nemmeno alle premesse di una ripresa del negoziato politico di pace; non abbiamo nemmeno alcuna certezza sul cessate il fuoco. Oggi pomeriggio, il Parlamento europeo probabilmente assumerà una risoluzione durissima nei confronti delle principali responsabilità in questa crisi che, leggendo il testo del Parlamento europeo, sono addossate ad Israele più che ai palestinesi. Non c'è dubbio che nella nuova intifada ci siano precise responsabilità anche dell'autorità nazionale palestinese, che ha utilizzato le forze di polizia e non solo le nude mani dei bambini e dei ragazzi della nuova intifada, ma è ovvio che le responsabilità politiche ricadono, innanzitutto, sui vertici israeliani, oltre che palestinesi e, soprattutto in politica, ricadono sul paese che è più forte, più strutturato ed ha più responsabilità interne ed internazionali.
Non possiamo, di fronte a questa crisi, non fare una riflessione, riprendendo anche alcune considerazioni svolte dal sottosegretario Serri, secondo cui la crisi mediorientale non è solo bilaterale, ma ha già caratteristiche di crisi internazionale. Oggi le proteste si sono diffuse in Giordania, al Cairo, in Siria; il sindaco di New York ha chiamato israeliani e palestinesi, perché teme una situazione di conflitto e di scontro persino nella città; vi sono tensioni a Roma presso il Colosseo; c'è, insomma una febbre che sale. Ma la dimensione euromediterranea dell'Europa - non solo dell'Italia - è una dimensione strategica; dunque, signor sottosegretario, indipendentemente dal fatto che Israele ci voglia o meno, è obbligo morale e politico dell'Europa fare di più.
È bene tutto quello che il Governo italiano sta facendo a livello bilaterale; vanno bene i contatti e gli sforzi per comunicare con tutti i paesi arabi; va bene il sostegno delle ONG e dell'Italia alla nascita e alla crescita dei territori dell'autorità nazionale palestinese; va bene il tavolo per la pace e il fatto che gli enti locali si siano mobilitati in settembre, proprio a Gerusalemme, per sostenere le ragioni della pace e la sua condivisione da parte dei due popoli; vanno bene i soccorsi urgenti e la task force. Però è insufficiente la politica dell'Unione europea: non basta Moratinos; non basta la Presidenza francese dell'Unione europea; è ovvio che la dimensione euromediterranea della politica estera europea è, in realtà, una dimensione fondamentale, addirittura interna, per la stabilità ed il futuro della stessa Europa e del dialogo euromediterraneo.
Signor Presidente, dobbiamo fare molto di più. È evidente che, come europei, proprio sulla questione di Gerusalemme dobbiamo essere più vicini ai due contendenti: occorre uno sforzo europeo perché Gerusalemme sia condivisa e, come ha detto il sottosegretario, occorre che siamo vicini a palestinesi ed israeliani perché da soli non sono in grado di reggere nemmeno la doppia sovranità di Gerusalemme, la doppia sovranità sul muro del pianto, la doppia sovranità sulla spianata delle moschee, detta anche il monte del tempio. Se non c'è un'autorità internazionale, una solidarietà internazionale, una presenza di istituzioni europee a Gerusalemme, un'alta autorità internazionale come quella dell'ONU, tale doppia sovranità rischia di creare un nuovo muro di Berlino. Condividere Gerusalemme significa, appunto, essere vicini ad ambedue i popoli e questo è compito strategico e morale dell'Unione europea.


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Grimaldi. Ne ha facoltà.

TULLIO GRIMALDI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, l'orrore per le immagini delle stragi e dell'uccisione di un bambino inerme non devono farci perdere la lucidità necessaria per valutare la situazione secondo il diritto e la politica che regolano la convivenza tra i popoli e tra gli Stati.
Qui non interessa tanto a chi addebitare la scintilla che ha prodotto la deflagrazione. Altre sono le responsabilità. C'è una tendenza, oggi, a separare razze ed etnie nell'illusione che questo consenta una convivenza. Non è così.
C'è poi una consolidata pratica che muove gli interventi degli organismi internazionali là dove vi sono interessi particolari. Così è stato per l'Iraq, così per il Kosovo e per altre parti del mondo. Così non è stato, invece, in Medio Oriente ed in Palestina: vorrei richiamare soltanto la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU n. 242 del 22 novembre 1967, che immediatamente dopo l'occupazione affermava che i principi della Carta delle Nazioni Unite nel Medio Oriente dovevano essere realizzati attraverso il ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati e la cessazione di tutte le ostilità e di tutte le operazioni di conflitto. Questo non è avvenuto, perché la comunità internazionale non è intervenuta con sufficiente energia e quindi la situazione nel Medio Oriente, e in particolare in Palestina, è degenerata sempre più.
È inutile nasconderlo, in questo momento, e lei lo ha detto, signor rappresentante del Governo: il nodo è rappresentato da Gerusalemme e dai territori occupati. Qui non è in gioco una provocazione, non dobbiamo domandarci da chi sia stata portata avanti: anche gli israeliani parlano di provocazioni. Abbiamo ricevuto - io e, credo, anche gli altri rappresentanti dei gruppi parlamentari - una nota della rappresentanza diplomatica di Israele a Roma che parla, appunto, di provocazioni da parte dei palestinesi. Addirittura - devo dirlo, perché è indicativo del cinismo -, si dice: «È con grande dolore e con senso di impotenza che assistiamo alla triste pratica di esporre i bambini in prima linea in luoghi e situazioni di scontro che non appartengono e non devono appartenere in alcun modo al mondo dell'infanzia. L'uso di armi da fuoco da parte dell'esercito israeliano è rigorosamente disciplinato ed ha funzione deterrente nei confronti del ricorso alle armi da parte dei civili palestinesi». Bene, queste affermazioni dimostrano chiaramente qual è lo spirito al quale sono improntate tutte le azioni delle forze di occupazione israeliane in quei territori. Ci può essere stata anche una reazione da parte della polizia palestinese, ma l'occupazione ormai dura da tempo ed è stata oggetto anche di una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU che parlava, appunto, dell'atteggiamento che devono tenere le forze di occupazione nei confronti delle popolazioni civili secondo la Convenzione di Ginevra.
Bene, questa è la situazione nel Medio Oriente ed in Palestina. Noi diamo atto al Governo degli sforzi compiuti in questa zona del mondo, soprattutto per i rapporti che il nostro Governo ha intrattenuto con tutti gli altri paesi. Diamo atto altresì all'Unione europea che sembra si sia interessata alla vicenda, ma non basta, perché quest'area coinvolge tutto il Medio Oriente e, quindi, tutto il bacino del Mediterraneo, a parte i riflessi che la crisi può avere nel mondo intero. È un'area, quindi, nella quale l'Europa deve essere presente con una politica precisa che ponga fine a questo stato di tensione.
La convivenza tra i popoli è possibile: non dobbiamo addebitare né agli israeliani né ai palestinesi, in quanto popoli, la responsabilità di quello che accade. Sono i Governi ad essere in primo luogo responsabili ed è la comunità internazionale che ha tollerato tutto ciò finora e che non è intervenuta con decisione.
Il mio partito ha già espresso e continua ad esprimere solidarietà nei confronti dei palestinesi in lotta e, nello stesso tempo, deplorazione per le vittime, sia che esse siano palestinesi sia che esse


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siano israeliane, perché ci sono anche giovani israeliani che muoiono o, meglio, che vengono mandati a morire per una causa sbagliata e per difendere gli interessi dei coloni e di quel Governo.
Chiediamo, quindi, un impegno più deciso da parte del nostro Governo che coinvolga l'Unione europea in questa vertenza, cercando di risolvere al più presto questa situazione di crisi.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Giovanni Bianchi. Ne ha facoltà.

GIOVANNI BIANCHI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, le notizie dell'alba sono veramente inquietanti e, forse, anche scoraggianti. Le metafore sono impotenti e tutte troppo inferiori alla scena: il rischio è che si sia cominciato a scivolare lungo una insanguinata montagna di sapone e risulta sempre più difficile fermarsi, circolo vizioso di attacchi e contro attacchi. «I peggiori disordini dal 1948 e dalla guerra d'indipendenza», ha titolato la stessa stampa israeliana.
Sono sette giorni che si spara e si muore in Palestina nonostante un cessate il fuoco già stabilito lunedì notte e, dall'inizio della crisi - le cifre sono destinate a salire -, il conflitto ha provocato oltre 60 morti e circa 1.500 feriti. Abbiamo tutti negli occhi la sequenza fotografica di Mohammed al Dura, il palestinese dodicenne ucciso sabato a Gaza, con il padre ferito accanto a lui e le scuse ed il rammarico della stessa nota dell'ambasciata di Israele a noi pervenuta.

RAMON MANTOVANI. La rivendicazione!

GIOVANNI BIANCHI. No...
Vi è stato un potente spiegamento di armi pesanti, tank, elicotteri da combattimento. Ebbene, c'è un punto drammatico di non ritorno di questo conflitto che può far degenerare i disordini in una guerra fra Stati. La polizia palestinese oramai ha assunto per dimensioni ed armamenti le caratteristiche di una forza armata ed è stata impegnata su un terreno; dall'altra parte ho già parlato dello spiegamento senza risparmio di forze da parte di Israele.
I capitoli di fondo costituiscono anche la premessa - non lo si deve dimenticare - di una pace da realizzare con i palestinesi e la Siria, della definizione dei confini dello Stato palestinese, della soluzione del problema di 4 milioni di profughi, cui faceva giustamente cenno il sottosegretario Serri, da non lasciare tutti sotto le bandiere degli hezbollah, ma soprattutto della questione dello Stato di Gerusalemme. Ritengo che tutto ciò faccia comprendere l'utilità e la necessità di un'inchiesta internazionale, anche se, lo dico in nome del realismo e non solo della moderazione, mi sembra saggio non creare eccessive difficoltà al Governo di Ehud Barak, che ha compiuto passi lungo la via della pace.
Sappiamo che dall'altra parte, vale a dire dalla parte delle autorità palestinesi e di Arafat, vi è la frustrazione per risultati gravemente inferiori all'attesa. Ciò da nuova spinta ad Hamas e alla Jihad, decise questa volta a cavalcare la protesta.
Sono tutte ragioni che vedono micce lunghe rispetto alle difficoltà che abbiamo dinanzi. In questo senso l'improvvida e dissennata provocazione di Ariel Sharon, non a caso stigmatizzata duramente dal rabbino Toaff (mi riferisco alla decisione di visitare il Monte del Tempio alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme) è senz'altro la miccia breve messa su polveri da troppo tempo secche e disponibili.
Vi è poi un grave problema che lacera all'interno il tessuto di Israele, il conflitto esploso con gli arabo-israeliani : 7 morti tra quella popolazione che rappresenta il 20 per cento dello Stato ebraico (un milione di persone) dove si radicalizza un processo in atto da tempo, la palestinizzazione degli arabi di Israele.
Ho richiamato questi problemi per dire quanto sia difficile il «tessuto» e quanto irta sia la strada. Una crisi quindi molto più grave, la più grave da quando l'ex


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premier Netanyahu aprì un antico passaggio sotto le fondamenta del tempio di re Salomone.
Tutto questo dice come la comunità internazionale non possa restare alla finestra e do atto al nostro Governo dei passi fin qui fatti. Dopo Wye Plantation, Camp David, credo che il problema di Gerusalemme, in particolare, sia di fronte a noi non soltanto perché come ci ha ricordato il Santo Padre non ci sarà pace nel mondo se non ci sarà pace a Gerusalemme, ma per la serie di problemi che, come ho detto, si vengono ad incrociare.
Mi piace sottolineare anche l'osservazione fatta dal sottosegretario di Stato Serri a proposito dell'opera della nostra diplomazia popolare. Non è un vezzo localistico dire che accanto a quelle di Trento e a Lecce c'era anche una delegazione del mio comune, Sesto San Giovanni, guidata dal sindaco. Ma al di là di facili localismi, cosa intendo dire? Che questo problema può essere risolto con una spinta italiana ed una spinta europea che trova gran parte dell'opinione pubblica non solo attenta ma anche desiderosa di trovare una soluzione entro breve tempo, anche perché una soluzione rimandata diventa ulteriormente difficile se non impossibile.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Leccese, al quale ricordo che ha tre minuti di tempo.

VITO LECCESE. Presidente, probabilmente utilizzerò molto meno dei tre minuti che mi sono stati assegnati.
Noi intendiamo chiedere un aggiornamento di questa discussione proprio sulla base di quanto è accaduto nelle ultime ore. La Reuter di stamane ha battuto la notizia che sostanzialmente il negoziato di Parigi è fallito, la parte israeliana non parteciperà al negoziato che si apre stamane in Egitto a Sharm el-Sheikh. Il leader israeliano Barak è atteso a Tel Aviv per la costituzione di un nuovo Governo, un Governo di unità nazionale, di emergenza nazionale di cui dovrebbe far parte addirittura il Likud, proprio quel partito che si è reso responsabile della provocazione che ha poi fatto «esplodere» il processo di pace.
Come lei sa, Presidente, e come sa bene il rappresentante del Governo, se queste notizie dovessero essere vere lo scenario muterebbe notevolmente e non ci sarebbe motivo per discutere quest'oggi su un'informativa non più attuale, resa dal rappresentante del Governo, che addirittura confidava sulla buona riuscita del negoziato che si sarebbe dovuto svolgere stamane a Sharm el-Sheikh.
Sostanzialmente noi chiediamo un aggiornamento di questa discussione e che il Governo venga in tempi rapidi a darci una informativa che sia effettivamente urgente e che dia realmente conto degli sviluppi di questa gravissima crisi internazionale.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, ringrazio il sottosegretario per l'informativa. Il ministro degli affari esteri non è presente perché è in giro per il mondo, ma sarebbe utile che talvolta il Parlamento fosse informato delle sue azioni e dei suoi interventi a livello internazionale.
Ci troviamo di fronte ad una crisi profonda del mondo mediorientale, che si accompagna anche alla crisi che interessa l'ONU e alla debolezza oggettiva dell'Unione europea. Nessuno si sconvolgerà se domani il Parlamento europeo approverà un documento molto forte per assenza di autorevolezza e per incapacità d'intervento. Gli organismi internazionali hanno dato una delega all'America per gestire anche la vicenda mediorientale e, a mio avviso, vi è una scarsa incidenza nell'azione del nostro Governo e di quelli di altri paesi europei per un'iniziativa più appropriata e più opportuna.
Sono fatti drammatici, non c'è dubbio: bisogna procedere sulla via della pace e del confronto. Vi è una crisi all'interno dei due paesi coinvolti: la debolezza del presidente dell'Autorità palestinese e del Premier israeliano; riguardo a queste vicende incredibili dobbiamo svolgere


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un'azione molto più incisiva e impegnativa.
Signor Presidente, credo che il Governo italiano debba valutare più approfonditamente la crisi dell'Unione europea causata da un'assenza di strategia politica, cui si unisce la carenza d'impegno dell'ONU. In conclusione, voglio ricordare al sottosegretario Serri che non bastano gli aiuti umanitari, perché l'Italia dovrebbe condurre un'azione a livello internazionale su questa vicenda drammatica del Medio Oriente.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Niccolini. Ne ha facoltà.

GUALBERTO NICCOLINI. Presidente, ringrazio il sottosegretario per l'informativa che, purtroppo, non per colpa sua, è stata superata in tempo reale dagli avvenimenti, come del resto era prevedibile. Infatti, quando stanotte abbiamo sentito che era stato firmato un accordo, in pochi abbiamo pensato che realmente si potesse giungere in tempi brevissimi al termine della carneficina. Vi sono delle responsabilità, al di là dell'episodio di Sharon che va nel Monte del Tempio e del fatto che erano state già preparate armi e pietre che sarebbero state usate alla prima provocazione; al di là del fatto che si è passati molto presto dalle pallottole di gomma ai proiettili veri, ai carri armati e agli elicotteri e che dall'altra parte si sono usati in maniera spregiudicata e cinica i bambini; al di là di tutto questo, vi sono altre responsabilità a monte. Oltre all'assenza colpevole e drammatica dell'Europa, si è verificata un'attesa spasmodica provocata dal Presidente Clinton con i suo incontri di Camp David, perché prima di concludere il suo mandato voleva passare alla storia caricando di illusioni questa attesa. Sembrava che tutto fosse pronto per la pace che certamente non avrebbe potuto essere ipotizzata né realizzata in tempi così brevi.
Probabilmente in questo tipo di trattative è meglio ipotizzare un risultato molto minore per avere qualcosa di più, piuttosto che prevedere il risultato massimo e non raggiungere l'obiettivo.
Da una parte, come abbiamo sentito, la debolezza dei due capi, Barak e Arafat, dall'altra, la pressione americana che è sicuramente sbagliata perché la trattativa di ieri condotta dalla signora Albright, che sembra essere una tragedia per la politica internazionale, è fallita così come è accaduto per l'ex Jugoslavia e per altre questioni in cui è intervenuta l'America. Ultimamente gli Stati Uniti hanno combinato una serie di guai terribili; forse è meglio che il mandato di Clinton finisca presto, perché un nuovo Presidente, forte dell'insediamento, potrebbe portare avanti meglio certi discorsi. Abbiamo constatato che gli Stati Uniti hanno fallito e che hanno provocato attese tali da determinare, a loro volta, queste reazioni.
Indubbiamente, vi è stata una provocazione nei confronti del mondo palestinese, ma la risposta era stata già organizzata: mancava solo la scintilla, il bidone di benzina era pienissimo.
Torniamo al discorso di prima: Europa, dove sei? Europa, che fai? Non abbiamo neanche messo a disposizione una sede a Parigi per gli incontri mentre, davanti al fallimento della mediazione americana, soltanto l'Europa potrebbe dire una parola definitiva su questa vicenda.
Non vogliono l'inchiesta internazionale? In qualche modo bisognerà convincerli; non si può pensare che il mondo possa accettare una certa risposta nei confronti di un'intifada diversa, ricordiamocelo. Non siamo più alle pietre, perché da queste siamo passati ai kalashnikov. Di fronte ad una tragedia che sta diventando quasi un conflitto, il mondo europeo occidentale avrà il diritto di «metterci il naso», non per interessarsi degli affari degli altri, ma per interessarsi degli affari di tutti. Quel focolaio è di una drammaticità e pericolosità enormi e di esso l'Europa deve farsi carico in tutte le maniere, senza però dimenticare che vi sono altri focolai.
In proposito, va stigmatizzata la perdurante assenza del ministro degli affari esteri: capisco le ragioni degli impegni internazionali, ma penso che la visita in


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Corea e Vietnam sia meno importante di quanto sta succedendo a pochi chilometri da casa nostra. Mi riferisco, da una parte, al problema della Jugoslavia, dall'altra, al Medio Oriente. Al di là del ringraziamento al sottosegretario per la sua puntualità e per la puntigliosità della sua relazione, la perdurante assenza del ministro va stigmatizzata senz'altro. L'Europa ha bisogno dei propri ministri più nel nostro continente che in Vietnam ed in Corea, dove i problemi, che pure saranno diversi, potranno essere risolti dopo che sarà tornata la pace e la serenità a Gerusalemme e in Serbia.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Rodeghiero. Ne ha facoltà.

FLAVIO RODEGHIERO. Signor Presidente, ho un'inguaribile propensione a giudicare i fatti, le guerre, gli eventi che riguardano gli umili come strumento dei potenti. Anche in questo caso, non sono propenso a sostenere la necessità di indicare i responsabili o, genericamente, ad individuare un obbligo o un impegno particolare, quantomeno in questo momento, dell'Europa e dell'Italia. Certamente, ne ribadisco la responsabilità e la necessità di un intervento, ma in questa situazione l'aspetto principale, relativamente alla conferenza di Sharm el-Sheikh che vi è stata (non quella che è stata convocata), è che il 13 settembre doveva essere la data prevista per il compimento del ciclo previsto negli accordi di pace per la nascita del nuovo Stato palestinese, il che non è avvenuto.
Dobbiamo pensare alle due parti in causa non come a due blocchi monolitici. In ambito ebraico, vi è una divisione tra gli ebrei ortodossi, rappresentati dai soggetti provenienti dall'Asia centrale e dalla Russia, e gli ebrei - diciamo così - laici, rappresentati dai soggetti che provengono dagli Stati Uniti e dall'Europa centrale; in ambito palestinese, la vecchia guardia socialista si contrappone ai movimenti integralisti, come quelli di Hamas e di Al Fatah.
Relativamente alla nascita dello Stato palestinese, forse anche tali avvenimenti stanno per essere e sono utilizzati come strumento per giustificare un evento che si sapeva dovesse accadere e che vi è la necessità di far accettare da una parte e dall'altra, superando le divisioni interne.
Credo troppo nell'intelligenza dei servizi di intelligence israeliani per non sapere che la visita di Sharon al Monte del Tempio, alla Spianata delle Moschee, non fosse causa di determinate deflagrazioni, come pure della pronta reazione anche della parte araba dello stesso Israele.
A questo punto, si costituisca certamente una commissione d'inchiesta; dichiariamo e chiediamo il cessate il fuoco; prevediamo un calendario per la ripresa dei negoziati, ma teniamo presente che l'aspetto centrale della questione è quello della nascita dello Stato palestinese.
A questo punto - al riguardo dobbiamo riflettere - è utile per la pace e la sicurezza nell'ambito europeo, e quindi anche per l'Italia, che in questa realtà euro-mediterranea venga inserita la nascita di questo Stato? Io direi di sì! Esso rappresenterebbe, a mio avviso, un ponte sociale ed economico che potrebbe essere creato anche all'interno del fronte arabo, oggi anch'esso diviso: la Giordania che ricorda ancora il «Settembre nero» per la pressione dei palestinesi; il Libano che è sotto la tutela siriana, per lo stesso motivo; il Kuwait, dal quale i palestinesi sono stati espulsi; e quindi tutto il modo di osservare questa realtà da parte dei paesi come l'Arabia Saudita. Quello potrebbe essere anche uno strumento e una cinghia di trasmissione nei confronti del mondo arabo e del vastissimo mondo islamico, al quale si dovrebbe finalmente anche chiedere reciprocità di rapporti. Non solo, ma attorno a quella soluzione, si potrebbero impegnare anche le forze più estreme europee ed italiane, perché quel contesto riguarda l'ambito della cooperazione e dell'intervento economico, rispetto al quale entrambe le parti - ma certamente molto di più quelle palestinesi e quelle arabe - debbono essere sensibili.
Abbiamo già sentito dire dal sottosegretario Serri quale impegno di crediti vi


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sia nei confronti dello Stato palestinese, dell'Egitto, della Giordania, della Siria e del Libano.
Facciamoci forte certamente, quindi, di determinate posizioni che già altri hanno assunto a livello internazionale, vista la debolezza in questo momento - in prossimità delle elezioni presidenziali - degli Stati Uniti; tanto più, alla luce di questo fatto, deve essere forte la presenza europea!
Teniamo però presente - lo ripeto - che l'aspetto politico centrale dell'intera questione è quello della nascita dello Stato palestinese, che comporta inevitabilmente il problema di Gerusalemme come capitale o meno. È allora necessario un controllo dei luoghi santi da parte dell'ONU; la creazione di un'autorità sovranazionale ed internazionale per Gerusalemme; e che vi sia un rispetto e un controllo dei luoghi santi ispirato al rispetto reciproco, che si deve alle religioni del «Libro».
In questo senso, credo che l'Italia - è sempre stato così, peraltro, ma vorrei ribadirlo - debba tenere presente anche la posizione della Santa sede e che, assieme a quest'ultima, si renda interprete (credo infatti che su questo problema anche la religione cristiana debba dire la sua) di determinate posizioni che la «rendono forte» per la storia che la Santa sede e l'Italia hanno avuto in quei paesi, avendo anche come ospite - lo sappiamo dai fatti di cronaca anche giudiziaria - sia gruppi estremistici palestinesi, sia altri gruppi in ambito ebraico.
Credo che questa sia la forza che è data all'Italia e all'Europa per intervenire su tale questione, tenendo però presente che al momento attuale il problema è quello della nascita dello Stato palestinese, che Yasser Arafat ha proclamato per il prossimo primo gennaio; è lì che dobbiamo puntualizzare quali saranno le nostre posizioni politiche, le politiche dell'Europa che - ripeto - potranno trovare un punto di forza nei confronti e nei rapporti con tutta la realtà arabo-islamica.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Zacchera. Ne ha facoltà.

MARCO ZACCHERA. Presidente, colleghi, penso che l'aspetto fondamentale della crisi di questi giorni - e anche in definitiva le ragioni di questi scontri - non venga tanto da un gesto assolutamente irresponsabile compiuto da Sharon, quanto dal fatto che in questa zona del mondo sta vincendo chi non vuole la pace! E la pace non la si vuole anche per calcolo o per convinzione: non la vogliono quelle forze politiche israeliane che spesso considerano più importante la lotta politica al loro interno che non, invece, la pace in tutta l'area mediorientale.
Non riesce ad imporla una leadership israeliana che è diventata debolissima e continuamente ricattabile per la precarietà numerica della maggioranza presente nella Knesset. Quest'ultimo, peraltro, è l'unico Parlamento democraticamente eletto senza «trucchi» in tutta questa zona!
Questa crisi fa inoltre dimenticare i passi importanti che lo stesso Stato d'Israele aveva compiuto in questi mesi verso la pace: non dimentichiamoci, ad esempio, l'abbandono unilaterale della parte sud del Libano, che aveva creato le possibilità di chiudere uno dei tanti fronti di tensione in Israele. La pace peraltro non riesce certo ad imporla l'autorità palestinese che dimostra tutti i suoi limiti nel controllo della sua polizia, dei manifestanti, dell'ordine pubblico, di chi comunque ha reagito anche sparando nelle prime giornate degli scontri, innestando quell'escalation che, per esempio, viene portata avanti in questi giorni anche dalla televisione palestinese che, di fatto, carica ancora di più gli animi di tensione.
È grave che Israele abbia mosso i carri armati perché non ci si muove con i carri armati contro la gente, ma questo gesto di forza sottolinea in questo momento, secondo me, anche la debolezza dei vertici israeliani, che non riescono a controllare una situazione sul campo.
In definitiva, la parte più grave di questa crisi è che viene messa in dubbio


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quella grande aspirazione alla sicurezza, che è tipica della parte israeliana. Il concetto della sicurezza di Israele è visto qualche volta quasi come una fobia. Non ci poteva essere evento peggiore della crisi di questi giorni per innescare a medio e a lungo termine all'interno delle strutture israeliane un ulteriore timore da questo punto di vista; esso peraltro non è sicuramente attenuato dalla risposta di un'autorità palestinese che poi, in definitiva, non riesce a controllare le sue stesse forze che ormai sono diventate legittimamente armate; la sua polizia, che è sostanzialmente un esercito.
La domanda è: che fare in questa situazione? Si dice di lavorare per la pace.
Tutti abbiamo già detto che l'Europa è sostanzialmente assente, ma io ritengo che l'Europa non debba essere presente solo e soltanto, o principalmente, nei momenti di crisi, come in questi giorni, ma che debba essere parte fondamentale di un processo di sviluppo dell'area mediorientale che non è soltanto sviluppo di discorsi di pace. L'Europa è ancora troppo assente in una zona che è a due passi da casa nella strategia e nell'intervento economico per poter dare una chiave di sviluppo a questa zona. Si tratta di sviluppare i rapporti con Israele, certamente, ma anche di sviluppare il potenziale del mercato arabo-palestinese che va al di là dei confini dello Stato palestinese, in un'area nella quale, potenzialmente, 150 o 200 milioni di persone possono e debbono guardare verso l'Europa. In questo senso l'Europa è assolutamente assente nell'immediato, ma anche nella sua strategia.
Noi avremmo voluto che in questi giorni fosse stata data più visibilità all'Europa, ma Prodi non se ne occupa, Solana non sembra occuparsene, la Albright va e viene da Camp David. Si ritrovano all'Eliseo che, per carità, è in Francia (perché ha la presidenza di turno), ma a monte non è stato creato dall'Europa un tessuto per riuscire comunque a costruire un punto di dialogo continuo. È importante invece che crescano dal basso tanti piccoli e timidi tentativi. È grave che non ci sia una copertura dall'alto, cioè dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea che invece dovrebbe preoccuparsi di questo perché poi, in definitiva, ne va della nostra sicurezza e di una zona così vicina a noi, la cui crisi comporta conseguenze anche per noi (pensiamo soltanto ai potenziali episodi di terrorismo e ad una quantità di problemi).
Si tratta dunque di una pace difficile. Che cosa possiamo fare? Innanzitutto dobbiamo ricordare tutte le persone che muoiono per la pace. Tutti siamo rimasti scioccati per quel ragazzino che è stato ucciso dalle pallottole della polizia e dell'esercito israeliano e tutti ogni giorno vediamo gli episodi terribili che si verificano nel mondo. Ne cito uno che non è israeliano. In questi giorni due italiani sono stati uccisi lavorando per la pace in Africa (questo Parlamento se ne è assolutamente dimenticato): ricordo il missionario ucciso domenica scorsa in Uganda e un volontario martedì. Noi vogliamo mantenere questa pace? Allora dobbiamo impegnarci. Impegniamoci dunque a destinare risorse per questo fine. Stiamo per esaminare la legge finanziaria? Impegniamo alcune risorse, anche se limitate, nel processo di pace «fisico», per fare alcuni investimenti italiani. Cerchiamo di creare autorevolezza europea e autorevolezza dell'Italia.
Queste cose sono alla nostra portata e possono dare un contributo decisivo al processo di pace che tutti vogliamo.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Mantovani. Ne ha facoltà.

RAMON MANTOVANI. Signor Presidente, si sentono, si sono sentite, e temo che si sentiranno, troppe parole di circostanza. Questo dibattito è troppo ispirato a questa logica di spendere parole di circostanza su quello che sta avvenendo in Palestina.
È troppo facile addossare le responsabilità di ciò che sta avvenendo a Sharon; gli elicotteri che sparano mitragliate sulla folla che lancia sassi non sono di Sharon, sono del Governo israeliano. È troppo


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facile, appunto, spendere parole di circostanza, individuare dei responsabili, che certamente responsabilità hanno, per coprire invece altre responsabilità che non si vogliono né denunciare né attaccare.
Bisogna dire come mai la mediazione degli Stati Uniti d'America in questa vicenda non abbia raggiunto fino ad oggi alcun risultato apprezzabile, perché ogni volta che ci si avvicina all'obiettivo dell'applicazione di una risoluzione delle Nazioni Unite di venticinque anni fa succeda quello che stiamo vedendo sotto i nostri occhi in questi giorni: si verifica una escalation di violenza e bisogna riprendere poi le trattative da altri passaggi, precedenti alla situazione che si era raggiunta recentemente. Non c'è responsabilità dei cosiddetti mediatori?
Chi impedisce, sottosegretario Serri, al Consiglio di sicurezza di avere una posizione, di prendere una risoluzione? Lo sanno anche i cani e i gatti: sono gli Stati Uniti d'America, che mettono il veto sulla possibilità che le Nazioni Unite dicano la loro, e gli Stati Uniti sarebbero poi mediatori in questa controversia. È una cosa scandalosa!
Quanti chilometri separano gli Stati Uniti dalla Palestina e da Israele e quanti chilometri separano Roma, Parigi, Bonn, Berlino dalla Palestina e da Israele? Come mai sono sempre e solo gli Stati Uniti? Come mai avete voluto associare Israele all'Unione europea, quando noi vi abbiamo chiesto di non associarla finché non ci sarà una pace duratura? L'avete associata e poi oggi incassate il fatto che Israele non vuole, non accetta nemmeno che siano presenti degli osservatori ad un'inchiesta da parte dell'Unione europea sul suo territorio. È una vergogna!
La politica dell'Unione europea non solo non esiste, ma è ipocrita, supina, subalterna a quella degli Stati Uniti; e quella del Governo italiano, la cui funzione di crocerossina noi apprezziamo, non è certamente degna di un paese che ha una politica estera capace di dire la sua su quello che succede nel Mediterraneo, capace in Europa di prendere un'iniziativa unilaterale in grado di spostare le forze in campo, un'iniziativa efficace per ottenere la pace. Basta con le parole di circostanza! È ora che l'Europa e l'Italia dicano la loro parola! Noi saremo in piazza nelle prossime settimane, nei prossimi giorni a protestare, perché noi la nostra parola la diciamo e la continueremo a dire (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole La Malfa. Ne ha facoltà.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, naturalmente condivido la preoccupazione espressa dal rappresentante del Governo e dalla nostra Assemblea per la situazione pericolosissima e dolorosa del Medio Oriente, così come condivido l'auspicio che gli sforzi di dialogo e di ristabilimento della pace siano coronati da successo.
Ovviamente, vorrei che nei nostri dibattiti non si dimenticasse mai la condizione del Medio Oriente, la condizione di Israele, un piccolo paese democratico che negli ultimi cinquant'anni è stato circondato da vicini che certamente ne hanno proclamato ed hanno cercato di attuarne la distruzione. Non vorrei che si dimenticasse, inoltre, che Israele nel processo di pace che tutti noi abbiamo sostenuto ha fatto molto: è il paese che rischia di più, rinunciando al territorio che esso aveva occupato dopo una guerra di aggressione che aveva subìto. Israele pur nella critica che noi ovviamente possiamo fare all'azione di Sharon, va quindi considerato con molto equilibrio.
Vorrei dire ai colleghi che vi hanno accennato che per l'Italia sarebbe difficile accettare, in condizioni di disordini di questo genere, un'indagine internazionale, così come sarebbe molto difficile per il nostro paese se dal mondo ci si dicesse che Roma deve diventare non la nostra capitale ma una specie di protettorato dell'ONU perché lì sono collocati i luoghi santi. Cerchiamo di non dimenticare la condizione di Israele e se l'Europa non svolge un ruolo in questa vicenda, ciò è


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anche perché troppo spesso le forze politiche europee hanno dimostrato non l'equidistanza che gli americani hanno saputo dimostrare nella questione arabo-israeliana, ma una certa tendenza che nei suoi estremi assume i contorni del discorso dell'onorevole Mantovani. Un discorso come quello dell'onorevole Mantovani crea problemi al centrosinistra e credo che gliene creerà sempre di più (Commenti del deputato Boghetta).

RINO SERRI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Chiedo di parlare per fornire un aggiornamento.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

RINO SERRI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, non intendo replicare, ma desidero fornire un aggiornamento rendendo note delle notizie che io stesso non conoscevo fino a pochi minuti fa. Ricordo solo un punto iniziale dal quale partire: forse qualcuno di voi ricorda che stamane mi sono riferito al fatto che se fallissero le iniziative negoziali in corso, non ci si potrebbe rassegnare alla ripresa generalizzata della guerra ma bisognerebbe pensare a nuove iniziative. Qualcuno ha detto che le iniziative in corso sono fallite: non so se sia così; il Governo responsabilmente non è in grado al momento di dare questo giudizio. Si è confermato, purtroppo, che il Primo ministro israeliano non si recherà a Sharm el-Sheikh, ma non è chiaro il motivo di questo diniego: si fa riferimento ad un documento che era stato concordato per una forma di commissione d'inchiesta, ma che all'ultimo momento il Presidente Arafat non avrebbe firmato. C'è una dichiarazione della rappresentante dell'Autorità palestinese in Francia, sulla base della quale il fatto che il Primo ministro israeliano non si recherà a Sharm el-Sheikh è un atteggiamento tattico, non definitivo.
In sostanza, non si è in grado in questo momento di dire se il processo negoziale che si era riaperto o che si tentava di riaprire con gli incontri di Parigi e di Sharm el-Sheikh sia definitivamente tramontato. Naturalmente il Governo si augura di no, ma come ho detto all'inizio, se così fosse, il Governo sarebbe più che pronto a cercare insieme con i partner europei, con gli alleati americani e con le due parti nuove strade da percorrere per evitare che la guerra possa ritornare a generalizzarsi nel territorio israelo-palestinese e nel Medio Oriente.
Un'ultima informazione - che ho dimenticato di fornirvi all'inizio del mio intervento, ma che è stata sollecitata da qualche collega - è che l'Italia è componente di un gruppo informale a livello europeo di cui fa parte anche la Santa Sede per discutere e contribuire a trovare soluzioni sulla questione di Gerusalemme.

PRESIDENTE. È così esaurita l'informativa urgente del Governo sugli ultimi sviluppi della crisi in Medio Oriente.

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