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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
MAURO MICHIELON. Signor Presidente, è estremamente singolare che il Governo abbia accolto come raccomandazione l'ordine del giorno Cordoni n. 9/6250/1, in quanto lei, di fronte a qualsiasi emendamento dell'opposizione, ha affermato che il parere della Commissione bilancio era contrario.
PRESIDENTE. Ho detto la verità, onorevole Michielon.
MAURO MICHIELON. Infatti. L'ordine del giorno citato impegna il Governo a reperire finanziamenti per ampliare la platea dei soggetti che avranno diritto all'integrazione al trattamento minimo. Ripeto, è singolare, perché ciò vuol dire che se una proposta proviene dall'opposizione viene cassata; se, invece, proviene dalla maggioranza, il Parlamento approva gli ordini del giorno.
PRESIDENTE. Deve concludere, onorevole Michielon.
MAURO MICHIELON. Concludo, Presidente.
perché siamo contenti che 36 mila persone possano godere di un loro diritto, senza tuttavia dimenticare che altre 340 mila persone attendono ancora di godere dello stesso diritto (Applausi dei deputati del gruppo della Lega nord Padania).
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gazzara. Ne ha facoltà.
ANTONINO GAZZARA. Signor Presidente, la proposta di legge al nostro esame si muove nell'ottica di considerare tra i diritti soggettivi l'integrazione al trattamento minimo, ma a nostro avviso non raggiunge i risultati auspicati. Occorre infatti tenere in debito conto, al fine di un compiuto esame della questione, sia la legislazione che nel tempo si è occupata del tema, sia la sentenza della Corte costituzionale relativa al diritto all'integrazione, sia il fatto che vi sono circa 400 mila soggetti aventi diritto, mentre la presente legge si occupa soltanto di 36 mila.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cangemi. Ne ha facoltà.
LUCA CANGEMI. Signor Presidente, il gruppo di Rifondazione comunista si asterrà dal voto. Non voteremo contro, perché per noi rappresenta principio costitutivo della nostra azione politica l'attenzione estrema alle condizioni di vita dei cittadini. Questo provvedimento, sia pur per un numero limitatissimo di persone, contribuisce concretamente al riconoscimento di un diritto finora negato.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pampo. Ne ha facoltà.
FEDELE PAMPO. Presidente, noi abbiamo dimostrato con i fatti di voler migliorare questo provvedimento. La maggioranza, con il suo comportamento, ha dimostrato esattamente il contrario, rimarcando la volontà della discriminazione, della emarginazione e soprattutto della limitazione del provvedimento stesso.
del giorno che pure abbiamo votato, a dimostrazione concreta della volontà di affrontare e risolvere definitivamente tale questione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Gardiol. Ne ha facoltà.
GIORGIO GARDIOL. Presidente, intervengo per annunciare il voto favorevole
dei deputati Verdi su questo provvedimento che giunge un po' tardivo e che ripara il 10 per cento dell'ingiustizia che le donne nate dopo il 1941 hanno subito. Il 90 per cento di loro, infatti, attende ancora la riparazione dell'ingiustizia subita.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Teresio Delfino. Ne ha facoltà.
TERESIO DELFINO. Presidente, il provvedimento in esame tocca una questione molto delicata determinata dall'articolo 4 del decreto legislativo n. 503 del 1992. La norma aveva provocato gravi sperequazioni e determinato nel tempo moltissime ingiustizie.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Strambi. Ne ha facoltà.
ALFREDO STRAMBI. Preannuncio il voto favorevole sul provvedimento dei deputati del gruppo Comunista e chiedo alla Presidenza l'autorizzazione a pubblicare in calce al resoconto stenografico della seduta odierna il testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, onorevole Strambi.
MARIA PIA VALETTO BITELLI. Signor Presidente, dichiaro il voto favorevole del gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo sulla proposta di legge, esprimendo, come relatrice, un ringraziamento per il fatto di essere finalmente giunti alla fine dell'esame del provvedimento, che è molto atteso, con l'auspicio che il Senato proceda rapidamente all'approvazione definitiva del testo.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Cordoni. Ne ha facoltà.
ELENA EMMA CORDONI. Preannuncio il voto favorevole sul provvedimento del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e chiedo alla Presidenza l'autorizzazione a pubblicare in calce al resoconto della seduta odierna il testo della mia dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. La Presidenza lo consente, onorevole Cordoni.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Michielon. Ne ha facoltà.
In ogni caso, ritengo che questo servirà a poco alla maggioranza, quando dovrà rivolgersi alle 340 mila persone escluse dall'integrazione al minimo; in quell'occasione la maggioranza dirà a quelle persone che anche se non beneficeranno subito dell'integrazione al trattamento minimo, ne beneficeranno in futuro, visto che è stato approvato quell'ordine del giorno; tuttavia, ciò servirà a poco, perché in occasione della discussione della prossima legge finanziaria, noi vi «marcheremo stretto»! Saremo noi a porre le cifre e vedremo che cosa succederà.
Il provvedimento che stiamo per votare va a sanare, in parte, un'ingiustizia perpetrata con il decreto legislativo n. 503 del 1992: alcune quote e fasce di reddito beneficeranno dell'integrazione al trattamento minimo. La norma si riferisce alle persone cui mancavano 2 anni per maturare il diritto all'integrazione; il reddito familiare, in tal caso, non deve essere più pari a 4 volte l'integrazione al minimo (625 mila lire) ma da 4 a 5 volte quella somma; pertanto, si amplia il reddito di riferimento.
Siamo assai contenti del fatto che finalmente 36 mila persone, dopo tanti anni, vedranno riconosciuto un loro diritto, negato allora dal Presidente del Consiglio Amato; tale diritto viene riconosciuto in ritardo e per circa il 70 per cento dell'integrazione al minimo. Tuttavia, non possiamo dimenticare le altre 340 mila persone che ne sono escluse.
Con i miei emendamenti 1.7 e 1.8, chiedevo almeno che i versamenti volontari di contributi venissero restituiti alle persone che non potevano beneficiarne, in quanto l'INPS mantiene indebitamente quelle somme: si tratta di milioni di lire! Ho fatto l'esempio dei lavoratori extracomunitari che, in base al decreto legislativo n. 286 del 1998, hanno diritto - qualora decidano di smettere di lavorare in Italia e di tornare nel loro paese - di incassare quanto versato all'INPS ed ho chiesto che tale diritto fosse riconosciuto anche alle persone che hanno versato contributi volontari fino ad una certa età.
Questa è la realtà.
Con gli emendamenti che sono stati dichiarati inammissibili chiedevamo che i nostri lavoratori dipendenti avessero gli stessi diritti dei lavoratori extracomunitari, cioè la possibilità di scegliere se godere della pensione dell'INPS oppure incassare i versamenti fatti negli anni. In primo luogo non si comprende perché quegli emendamenti siano stati dichiarati inammissibili, mentre al Senato erano stati tutti ammessi, ma questa è una vecchia storia, probabilmente il Senato si regola con maglie molto più larghe. In ogni caso, il problema resta, Presidente, perché sono circa tre mesi che tanto il governatore della Banca d'Italia Fazio, quanto il Presidente del Consiglio Amato vanno in giro a dire bugie. Infatti, che gli extracomunitari salveranno la nostra previdenza e che senza gli extracomunitari non incasseremo più le pensioni sono soltanto bugie. La realtà è diversa: se si vuole raggiungere questo risultato, gli extracomunitari devono lasciare all'INPS almeno i versamenti relativi a tre, quattro, cinque anni, potendo eventualmente chiedere la restituzione dei versamenti effettuati dopo un certo periodo lavorativo. Per esempio, se un extracomunitario lavora per quindici anni, dovrebbe lasciare i versamenti relativi a cinque anni, per portare eventualmente dove vuole quelli relativi agli altri dieci anni.
Come ho già sottolineato, a fronte di un 54 per cento di extracomunitari che in Italia lavorano, c'è un 46 per cento di persone che sono qui e non lavorano, mentre giustamente godono dei servizi, dell'assistenza e di tutte le prestazioni che offre loro questo Stato. Perciò ritengo che fosse giusto e addirittura naturale che questi lavoratori almeno lasciassero i loro versamenti all'INPS, dal momento che hanno goduto di numerosi servizi da parte di questo Stato.
Per le motivazioni esposte, esprimeremo un voto di astensione, ma solo
Muovendo da tali prospettive ci si scontra, da un lato, con le differenti situazioni già consolidate e, dall'altro, con l'aspetto economico generale. Rendere compatibili le due cose risulta difficile, ma non impossibile. La maggioranza a nostro avviso, con questa legge non ci è riuscita. Vi sono infatti circa 400 mila soggetti che secondo le disposizioni vigenti nelle varie epoche godono di trattamenti differenti che, se unificati secondo i criteri oggi valutati positivamente, comporterebbero una spesa difficilmente sostenibile. Ecco perché un provvedimento che muove da presupposti corretti può sfociare in soluzioni non del tutto accettabili.
Le varie proposte di legge sul tema, poi abbinate a quella al nostro esame, affrontano nella relazione introduttiva e nell'articolato diverse prospettive dell'identica problematica, che però tentano di risolvere sempre compatibilmente con le situazioni soggettive e con le esigenze del bilancio pubblico. La legge che ci accingiamo ad approvare opera una selezione e decide di tutelare 36 mila persone: e le altre? E per il passato?
La stessa XII Commissione, esprimendo un parere favorevole, muove la seguente osservazione: «si valuti l'opportunità di assumere iniziative per sanare le situazioni delle lavoratrici alle quali mancavano più anni al raggiungimento dell'età pensionabile secondo la disciplina allora in vigore; e si sottolinea la necessità che in futuro siano garantiti a tutti i lavoratori i diritti soggettivi nel trattamento di previdenza». Questo è il tema di cui ci saremmo dovuti occupare e che, invece, risolviamo solo in parte.
La stessa relatrice ha correttamente rilevato come sia stata ritenuta opportuna la soluzione di compromesso, per problemi di indisponibilità finanziaria, ed ha ribadito la disponibilità del Governo ad un'ulteriore revisione della normativa volta ad allargare la base dei beneficiari per l'integrazione al trattamento minimo, compatibilmente, però, con le esigenze di equilibrio del bilancio pubblico. Si tratta di un metodo che lascia perplessi, non in linea di principio, ma in linea di attuazione, soprattutto quando non risulta chiaro il meccanismo in forza del quale si è operata la selezione utile ad individuare 36 mila beneficiari su 400 mila potenziali aventi diritto. Né può bastare, a tale proposito, la dichiarazione di un «compromesso» - termine tra l'altro virgolettato - raggiunto al Senato con alcune associazioni di categoria più o meno rappresentative, ma certamente vicine all'attuale maggioranza. A nostro avviso, sarebbe stato meglio individuare un meccanismo di integrazione che assicurasse uguaglianza di trattamento a tutti gli interessati, soprattutto considerando le posizioni reddituali; allo stesso modo si sarebbe dovuto pensare alla semplificazione degli adempimenti richiesti per la certificazione ed il conseguente accertamento proprio delle condizioni reddituali.
L'attuale maggioranza ha scelto la soluzione che ci accingiamo ad approvare. Ecco perché, pur tenendo nel debito conto che questo provvedimento si muove in un'ottica corretta, anche se parziale e non risolutiva, annuncio che il gruppo di Forza Italia si asterrà dal voto.
Tuttavia, questo elemento, che ci induce a non esprimere un voto contrario e ad astenerci dal voto, non può in alcun modo, per quanto ci riguarda, far passare sotto silenzio il fatto che ci troviamo ancora una volta di fronte alla logica della «mancia» e della propaganda, vale a dire ad una logica che comporta discriminazioni e disparità di trattamento.
Si tratta quindi di un provvedimento parziale ed insufficiente, ma non solo: infatti, ancora una volta, ci troviamo ad operare in base ad una logica ragionieristica e di bilancio e non di costruzione di un sistema previdenziale capace di garantire giustizia ed equità nel paese. Per dirlo in maniera più chiara, ci troviamo ancora nella stessa logica sottesa al decreto legislativo n. 503 del 1992. Questo decreto legislativo deve essere ricordato non solo perché con il provvedimento al nostro esame lo modifichiamo, ma anche perché tutto comincia da lì, dal Governo Amato del 1992 e da quel decreto legislativo che rappresenta la prima grande ferita al sistema previdenziale pubblico. Da quel momento inizia l'attacco violento alle garanzie conquistate dai lavoratori e dai pensionati grazie a dure lotte; da quel momento inizia una serie pressoché infinita di ingiustizie, che feriscono profondamente e in più punti la nostra società.
Il Governo ora, di fronte alle sofferenze che originano da quel decreto legislativo, non riesce a fare uno scatto in avanti per uscire, sia pur parzialmente, da quella logica. Abbiamo assistito alla lunga discussione, purtroppo ancora non conclusa, sul cumulo fra le rendite ed i trattamenti INPS.
Siamo di fronte ad un'altra vicenda che segna appunto il prevalere di quella logica. Questa maggioranza, questo Governo si pongono per così dire all'interno dell'orizzonte tracciato da Amato nel 1992, e ulteriormente inasprito dalla controriforma Dini.
Siamo contro quell'orizzonte, vogliamo un cambiamento, vogliamo che si rompa questa gabbia che ha portato ad una situazione di grandissimo disagio e che costruisce le premesse per un ulteriore diffondersi del disagio, nonché un elemento di autentica sofferenza per i settori più deboli della nostra società.
Ribadiamo quindi il nostro voto di astensione, prendendo atto di questo parzialissimo risultato e ribadendo la necessità di una svolta radicale in materia previdenziale. Ribadiamo altresì il nostro impegno per la difesa del sistema previdenziale pubblico e per una decisa svolta rispetto alle pensioni minime. Su questo punto condurremo la nostra battaglia nel corso dell'esame del DPEF e della legge finanziaria (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti).
L'auspicato miglioramento che pure c'era stato da parte della maggioranza si è trasformato poi in un diniego assoluto. Mi rendo conto che i problemi di spesa possono portare a certi ragionamenti, ma allora mi domando quale senso potesse avere l'indicazione espressa in sede di Commissione, e quale senso abbia l'ordine
Si tratta di un problema che il centrosinistra aveva per così dire sposato fin dal 1996. Ma da quell'anno ad oggi il centrosinistra ha continuato a tradire le aspettative, le ansie, le preoccupazioni, soprattutto di quelle lavoratrici che con il decreto Amato avevano visto decapitati i loro diritti.
Il provvedimento - lo afferma l'Ulivo, lo afferma la maggioranza - non risolve il problema ma alimenta, a nostro modesto avviso, le sperequazioni; evidenzia il concetto della distribuzione a pioggia, delle miserie però, e non delle ricchezze che pure questo Stato ha!
L'aver voluto mirare a risolvere il problema di 36 mila unità a fronte delle 400 mila esistenti chiarisce il concetto fondamentale della scelta di questo Governo che ha limitato il suo intervento e il suo interessamento solo ed esclusivamente ad una minima parte.
Siamo profondamente convinti, soprattutto dopo il comportamento della maggioranza, che vi è un attacco all'istituto dell'integrazione al trattamento minimo. Riteniamo che l'attacco (cosa che del resto fece lo stesso Presidente del Consiglio Amato nel 1992) nei confronti della integrazione al trattamento minimo sia soprattutto mirato a non consentire la maggiore libertà del cittadino, e quindi la maggiore libertà di scelta, di orientamento e di voto del cittadino stesso.
Siamo anche convinti che dal 1996 ad oggi il comportamento della maggioranza è stato tale da ingannare soprattutto queste lavoratrici, perché da quell'anno ad oggi sono passati ben quattro anni e si sarebbero potute risparmiare molte risorse da destinare alla soluzione di questo problema.
Nonostante la forte denuncia che continuiamo a fare, signor Presidente, onorevoli colleghi, non intendiamo penalizzare ulteriormente tante lavoratrici colpite da un'ingiustizia voluta e determinata dai Governi di centrosinistra, ingiustizia che si è perpetrata dal 1992 fino ai nostri giorni, in ossequio ad una scelta e ad una precisa indicazione che si manifesta anche con questo provvedimento.
Il provvedimento è parziale, lo hanno detto tutti e lo ha sostenuto anche la relatrice; è stato presentato un ordine del giorno in cui si auspica lo stanziamento di nuove risorse. Riteniamo che il problema non debba essere affrontato in questa maniera; in questa situazione, si deve tenere in debita considerazione un dato ISTAT che questo Governo non considera quando deve affrontare questi problemi: in questi mesi sono aumentate in Italia la povertà e l'emarginazione, che riguardano soprattutto le ex lavoratrici o le donne rimaste sole. Per recuperare tali casi di emarginazione, in materia di integrazione al trattamento minimo, il Governo avrebbe dovuto esaminare questo provvedimento in maniera differente.
Tutto ciò, però, non induce a scagliare la prima pietra su queste scelte. Pensiamo sia necessario approfondire il problema e siamo certi che non questa, ma una nuova maggioranza lo risolverà. Ci asterremo dal votare la proposta di legge per esprimere la nostra condanna ad un comportamento discriminatorio della maggioranza nei confronti di 370 mila lavoratrici che rimarranno escluse da questa normativa. Questa maggioranza dal 1996 ad oggi non ha saputo trovare le risorse adatte per sanare questa situazione. Auspichiamo che con l'approvazione di questo provvedimento si possa iniziare a risolvere il problema, ma ci asterremo perché siamo convinti che, da questo momento, la nostra azione proseguirà a sostegno e a tutela dell'integrazione al trattamento minimo, normativa altamente sociale nei confronti dell'emarginazione che ancora esiste in Italia (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).
Siamo riconoscenti a queste signore che quasi giornalmente hanno sollevato il problema credendo che il Parlamento e il Governo fossero in grado di risolverlo in breve tempo. Ci sono voluti quattro anni e speriamo che nella prossima finanziaria sia contenuto un provvedimento che renda maggiormente giustizia a queste donne, non costringendole a separare il nucleo familiare per ottenere ciò di cui hanno diritto.
Il provvedimento in esame presenta luci ed ombre, ma soprattutto, a nostro avviso, sottolinea come la politica degli annunci fatti in questi giorni dal Governo e da autorevoli ministri sul dividendo fiscale non trovi poi, quando si può intervenire sulla questione dell'integrazione delle pensioni minime, che è tema molto evocato dall'esecutivo, la disponibilità finanziaria per dare a questo problema una soluzione che peraltro recupera il 10 per cento della situazione creatasi, determinando nello stesso tempo, in una logica antica, nuove sperequazioni. Infatti, si sposta soltanto la frontiera delle conseguenze prodotte dall'articolo 4 del decreto legislativo n. 503.
L'assoluta incoerenza del Governo in ordine a temi così importanti, quali il venire incontro alle difficoltà delle fasce sociali più deboli, ci lascia totalmente insoddisfatti. Poiché tuttavia il provvedimento rappresenta pur sempre un minimo passo avanti, aderendo alle sollecitazioni provenienti dalle forze politiche della Casa delle libertà, i deputati del CDU si asterranno sulla proposta di legge.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Valetto Bitelli. Ne ha facoltà.
In conclusione, desidero anche dare atto della tenacia che le donne interessate al provvedimento hanno dimostrato nel sostenerlo con forza in questi anni. È un riconoscimento non solo - come osservavano polemicamente i colleghi dell'opposizione - nei confronti della Federcasalinghe, perché oltre a quest'ultima, vi sono il Moica e, soprattutto, le donne che si sono autorganizzate nel Comitato 503, le quali hanno difeso il provvedimento forse con maggior forza dei sindacati delle casalinghe.
Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.


