Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 770 del 26/7/2000
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TESTO AGGIORNATO AL 27 LUGLIO 2000


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Si riprende la discussione della mozione Veltroni ed altri n. 1-00469.

(Ripresa dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Rodeghiero. Ne ha facoltà.


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FLAVIO RODEGHIERO. Signor Presidente, ci ritroviamo ancora una volta a discutere sulla questione della pena di morte: l'abbiamo già fatto come Parlamento il 30 marzo scorso nel riproporre una mozione per ribadire l'impegno del Governo presso l'Unione europea per una nuova risoluzione contro la pena di morte presso la Commissione per i diritti umani dell'ONU, ma ancor prima la Camera ha discusso tale tema quando si è trattato di intervenire per salvare la vita di un altro condannato a morte negli Stati Uniti, Joseph O'Dell, per il quale abbiamo condotto un'intensa battaglia. In quel periodo, il settimanale americano New Republic accusò l'Italia di attivarsi per quel condannato e non per i due cubani che in quel periodo venivano pure condannati a morte a Cuba per l'uccisione di due turisti italiani.
Ora interveniamo a favore di un oriundo italiano condannato a morte in Virginia senza che, per semplici motivi procedurali, possa essere effettuato ogni più preciso accertamento della colpevolezza, come l'esame del DNA. È importante intervenire a favore di Rocco Barnabei e cogliere la spinta emotiva di questo caso per riproporre con forza l'impegno presso le istituzioni dell'ONU per una moratoria della pena di morte; è importante, però, cogliere (siamo infatti in un'Assemblea legislativa) quegli elementi di diritto che ci permettono di affermare l'assolutezza del valore della vita, perché altrimenti corriamo il rischio di lasciarci muovere dall'emotività quanto coloro i quali la stessa pena di morte chiedono e pretendono.
Ponendoci contro la pena di morte, vogliamo affermare che lo Stato, ogni Stato, mai può avere libero arbitrio sulla vita di alcun uomo, poiché la vita di ciascuno è il bene più alto al quale la struttura storica dello Stato deve porsi al servizio, dal concepimento fino al termine dell'esistenza. È assumendoci questo impegno che chiediamo anche a coloro che votano questa mozione, che annunciamo il nostro voto favorevole sulla mozione. In questo senso, la politica intesa come forma più alta di servizio all'uomo deve essere capace di assolutizzare alcuni valori fondamentali facendosi guida del consenso e non seguendo il consenso nei confronti della realtà sociale interna prima di tutto e, nella fattispecie, anche di quella internazionale.
Si tratta di promuovere, in questo paese e nel mondo, come ci è stato ricordato da un'alta autorità morale all'inizio di quest'anno, forme sempre più mature di rispetto della vita e della dignità di ogni persona. Ecco le motivazioni etiche che ci muovono. Certo, intendiamo rispettare le diverse realtà e tradizioni dei vari paesi: per esempio, la dottrina asiatica dei diritti umani attribuisce un valore prevalente agli interessi collettivi piuttosto che ai diritti individuali, all'autorità piuttosto che alle libertà fondamentali, ma la frattura avvenuta all'interno della Conferenza islamica nelle recenti discussioni sulle risoluzioni per la moratoria della pena di morte presso la Commissione dei diritti umani dell'ONU rinforza l'idea che l'Europa, dove le battaglie e le riflessioni sulla democrazia sono millenarie, a buon diritto possa permettersi di farsi guida di paesi che hanno poco più di qualche secolo di storia, o di paesi caratterizzati da culture religiose che non hanno conosciuto il laico travaglio delle lotte per le libertà fondamentali, secondo quella tendenza di cui si deve dare atto nell'attività svolta in questi anni dal Consiglio d'Europa a far sì che l'Europa possa diventare un continente libero dalla pena di morte.
I diritti umani da tempo vengono considerati questione di interesse mondiale. Quando, nel 1994, si trattò di assegnare la risoluzione relativa alla moratoria della pena di morte alla Commissione competente per materia dell'Assemblea generale dell'ONU, si dovette decidere se affidarla alla VI Commissione competente per le questioni giuridiche, ritenendo che la questione riguardasse la legislazione penale degli Stati, cioè si trattasse di limitare una prerogativa sovrana degli Stati, o se assegnarla alla III Commissione, competente per le questioni sociali


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e umanitarie, quindi di pertinenza dei diritti umani. Il fatto che tale risoluzione fosse presentata a quest'ultima Commissione equivale a prescindere da quel dibattito teorico e ad affermare che tale questione rientra nell'ottica della promozione e protezione dei diritti umani. Certo, si tratta di intraprendere attività internazionali di educazione e di promozione dei diritti umani, ma anche di costruire le premesse per un contesto internazionale più giusto in cui essi possano venire rispettati a cominciare dai rapporti economici.
Siamo qui di fronte, in sintesi, ad una battaglia non solo per la vita di un uomo da salvare, ma soprattutto per regole da cambiare. La strada tracciata credo sia il percorso migliore: far maturare un sentimento giuridico in seno alla comunità internazionale contrario all'applicazione della pena capitale. In questo senso, credo che la moratoria sulle esecuzioni sia davvero la strada più efficace, perché è tale da fornire ai paesi che conservano la pena capitale il tempo necessario in termini politici e giuridici per eliminare la pena di morte dai loro codici penali.
Veniamo ai motivi sociali, che sono già stati sottolineati. Nel 1960 negli Stati Uniti i sondaggi mostravano che solo il 50 per cento dei cittadini era a favore dell'esecuzione capitale; la pena di morte è stata reintrodotta dopo l'ondata di criminalità degli anni settanta, quando c'erano più di duemila morti ammazzati all'anno nella sola città di New York. Secondo il Manhattan Institute, nei 38 Stati cui è in vigore, oggi il 70 per cento della popolazione è a favore e il 30 per cento è contrario, tanto che, mentre Clinton, che non deve più affrontare le elezioni, accetta di considerare l'ipotesi di una moratoria, sua moglie, che si sta candidando al Senato nello Stato di New York, si è dichiarata favorevole alla pena di morte affermando che è una posizione condivisa dalla maggioranza della popolazione di quello Stato. La gente di colore conta circa il 12 per cento della popolazione negli Stati Uniti, ma rappresenta il 42 per cento di quella nel braccio della morte. Tale fatto è la controprova che la richiesta della pena di morte esiste là dove si è incapaci di regolare la realtà sociale, caratterizzata da profondi squilibri economici, o là dove le carenze della struttura statuale inducono a preferire la soddisfazione dei sentimenti delle vittime del crimine e dei loro parenti, incrementando il concetto di rivalsa e di vendetta, piuttosto che garantire la certezza del diritto e la previsione della pena come occasione per contribuire a sollevare il male, materiale e morale causato, nonché come tempo per la redenzione personale.
Del resto, analisi scientifiche ed esperienze molto concrete recenti, come quella ultima in Kenya, hanno mostrato come la pena di morte non sia un deterrente al crimine e possa, anzi, essere utilizzata per coprire la riluttanza dei Governi a combattere la corruzione della polizia e la povertà.
Ritorna il tema del rapporto diritto-giustizia, già sottolineato, ed è del resto l'assenza della certezza della pena che, anche nei paesi occidentali, provoca ondate emotive a sostegno della pena di morte. A queste motivazioni si aggiungono quelle propriamente giuridiche per le possibilità dell'errore giudiziario: ben 13 condannati a morte sono stati liberati negli ultimi anni in Illinois perché riconosciuti innocenti in extremis. Come ha detto Thomas Jefferson, in una frase, peraltro citata dallo stesso Bernabei: «Sarò contro la pena di morte fino a quando non sarà stata dimostrata l'infallibilità della giustizia umana». Ben venga, quindi, un nuovo impegno del Governo, perché finalmente, oltre alle risoluzioni contro le pene di morte, approvate a Ginevra dalla Commissione diritti umani delle Nazioni Unite, nel 1997, 1998 e 2000, l'Unione europea riesca a promuovere in Assemblea generale delle Nazioni Unite, e dunque presso i 185 paesi membri, una risoluzione dai medesimi contenuti, dopo che quella Assemblea l'ha bocciata nel 1994 ed ha deciso di rinviare il confronto e la votazione finale di un'identica mozione nell'ultima sua Assemblea, sperando in un esito positivo, visto che la maggioranza,


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oltre 100 dei paesi membri, non contempla più tale condanna nella legge o nella pratica.
Il collega del mio gruppo, che è intervenuto durante la discussione generale, ha ricordato che è tuttavia necessaria una coerenza della comunità internazionale nel momento in cui esige motivandolo con ingerenza umanitaria il rispetto dei diritti umani nello spazio sovrano di altri Stati. Noi della Lega nord Padania abbiamo avuto questa coerenza, ritenendo, anche in un altro dibattito in questa stessa sede parlamentare, che per condannare la violenza altrui non si potesse muovere un'altra violenza quale la guerra. Con questa coerenza e per i motivi etici, culturali e giuridici che abbiamo esposto, daremo il nostro voto favorevole alla mozione al nostro esame (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania e di Forza Italia).

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Rodeghiero.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.

GUSTAVO SELVA. Signor Presidente, Alleanza nazionale voterà a favore di questa mozione per una ragione di principio ed anche per una ragione politica. Infatti, Alleanza nazionale fra la vita e la morte ha scelto la vita.
Nelle tesi di Fiuggi questa inequivocabile posizione è indicata con chiarezza. Cito testualmente: «Va combattuta quella cultura della morte che pervade la civiltà occidentale qualche volta. La cultura della vita è essenziale al nostro paese non solo in virtù della sua tradizione cattolica, ma anche nella consapevolezza che si tratta di un valore umano e culturale e che, quindi, può e deve essere difeso da tutti, laici o cattolici che siano».
Ne consegue che noi rifiutiamo la pena di morte non considerando lecito togliere la vita ad una persona per quanto efferato possa essere il delitto commesso. In questo senso siamo perfettamente in linea con l'articolo 27 della nostra Costituzione che ha cancellato la pena capitale dal nostro sistema giudiziario. Nel caso specifico, siamo contro la sentenza in quanto sentenza di morte e non per interferire nell'ordinamento giudiziario degli Stati Uniti d'America. Siamo contro una sentenza pronunciata dai giudici americani nei confronti di Rocco Barnabei e degli altri condannati in attesa di esecuzione nei vari Stati.
La moratoria che questa mozione sollecita ci trova, dunque, perfettamente d'accordo. Delle pronunce dei giudici americani noi sappiamo quello che abbiano letto nei giornali. Chiediamo la revisione del processo nei confronti di Barnabei, magari in attesa di un atto del governatore che permetta di operare per la riapertura del processo per consentire la presentazione di quelle prove che sono determinanti agli effetti della dichiarazione di colpevolezza.
Ma quanto alle pena di morte in generale, mi sia consentito da questa Assemblea fare qualche valutazione, cominciando col dire che non condividiamo un certo «doppiopesismo» politico, nonostante qualche parola contenuta nel documento, a mio parere più per obbligo che per reale convinzione.
Quando si parla di pena di morte, onorevoli colleghi, tutta l'attenzione, anche di questa Assemblea, sembra essere rivolta agli Stati Uniti d'America, dove viene praticata al pari di altri paesi, come la Cina, che in questo campo vanta un triste primato, compreso quello della più assoluta segretezza di talune sentenze. Voglio ricordare a chi ha seguito questi fatti distrattamente che il 6 luglio scorso, durante la visita a Roma del Primo ministro cinese Zhu Rongji, quest'ultimo disse che la pena di morte rientra pienamente negli affari interni del suo paese. Una dichiarazione del genere, a mio giudizio, avrebbe dovuto provocare una sollevazione politica generale ed una forte protesta di chi dell'abolizione della pena capitale ha fatto anche una bandiera.
Ebbene, ciò non è accaduto. Il Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, si è limitato a precisare che sull'argomento fra Italia e Cina esistono differenze. Ho ragione di credere che quella di Amato sia la posizione di gran parte della maggioranza


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che sostiene il suo Governo. Anche durante una precedente visita del Presidente cinese Jiang Zemin era stato affrontato lo stesso problema con analoghi risultati. Nonostante l'affermazione secondo la quale la Cina ha fatto grandi progressi nel campo dei diritti umani, le esecuzioni capitali si svolgono regolarmente nel paese e in Occidente ne arriva spesso un'eco un po' lontana.
Nel 1996, come ha documentato Amnesty International, che bisogna citare per tutto il complesso delle valutazioni e dei dati che fornisce, sarebbero state emesse 6.400 condanne e ne sarebbero state eseguite 4.367; nel 1997 sarebbero state eseguite almeno 1.644 condanne alla pena capitale. Amnesty International ritiene che le cifre siano molto più alte, ma è impossibile disporre al riguardo di statistiche di fonte cinese, poiché esse sono considerate segreti di Stato.
Spesso - riferisce Amnesty International - l'annuncio di una condanna a morte viene fatta in luoghi pubblici e i condannati vengono esposti e costretti ad abbassare la testa e a tenere al collo un cartello con il loro nome ed il loro crimine.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE (ore 10,30)

GUSTAVO SELVA. Agli imputati è spesso negato di avere un'assistenza legale valida. Nel caso che ne sia incaricato uno, qualche volta non dispone mai più di un giorno o due per prepararne la difesa. Dopo la condanna a morte sono previsti da tre a dieci giorni per ricorrere in appello ma raramente gli appelli vengono accolti. La pena di morte viene usata in maniera indiscriminata nei confronti delle classi sociali più basse e spesso le uniche prove contro gli imputati sono confessioni estorte con la tortura.
Ebbene, questo doppiopesismo politico non lo condividiamo; siamo contrari alla pena di morte ovunque sia applicata, in Cina come in Iran, come a Cuba. A proposito di Cuba invito i colleghi a leggere un recente libro del giornalista Federico Guiglia che documenta con ampiezza di particolari il ricorso alla pena di morte da parte di Fidel Castro contro i suoi avversari politici.
È con queste valutazioni che noi condividiamo la mozione che ha come prima firma l'onorevole Veltroni ma questa Assemblea deve fare attenzione affinché la pena di morte non venga selettivamente utilizzata per condannare un paese piuttosto che un altro ma venga invece condannata nella sua aberrazione morale, etica, culturale e politica. In questo senso noi faremo un salto di qualità per dare il nostro contributo all'abolizione della pena di morte per la quale abbiamo un rifiuto totale, culturale, politico e generale (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Biondi. Ne ha facoltà.

ALFREDO BIONDI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, tra poco voteremo una mozione che porta le firme dei leader dell'opposizione e della maggioranza. Non è un atto di buonismo né di opportunismo, ma un atto di civiltà alla quale l'Italia è legata per una lunga tradizione e per sentimenti non solo di ordine umano ma anche di considerazioni ragionevoli di diritto e di senso delle responsabilità. Lo Stato ha il monopolio legittimo della forza e non deve perciò trasformarla né in violenza né in prepotenza né in vendetta. Quindi, il Parlamento si appresta a discutere di cose che riguardano altri paesi, molti altri paesi, troppi altri paesi. Non abbiamo vocazioni magistrali, non intendiamo impartire lezioni, non facciamo distinzioni in meridiani e in paralleli, in colori politici di bandiere, in tradizioni nazionali e culturali che ci sono estranee; il Parlamento italiano, dalla Costituente in poi, ha avuto una stella polare alla quale ha sempre saputo rivolgersi con sentimento e con ragione, che non sono valori contrastanti.
Ringrazio il Presidente Violante per avermi qualche giorno fa incaricato di


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rappresentare la Camera in un grande convegno ad Assisi organizzato dal Presidente del Senato dove erano presenti tutti i paesi dell'Unione europea, con l'esclusione dell'Inghilterra. Questa forma di «insularità» fa parte di una specie di sfizio britannico che naturalmente rispettiamo ma che ha tolto una voce al coro unanime che si è levato anche in quella altissima sede.
Forza Italia mi ha dato l'incarico di parlare anche per un altro motivo: ho avuto l'onore, come guardasigilli del Governo Berlusconi, di abolire l'ultimo frammento di pena di morte esistente nel codice penale militare di guerra (provvedimento approvato all'unanimità dalle Camere). Nel dicembre 1994 - lo ha ricordato poco fa l'onorevole Rodeghiero - il Governo italiano, con chi allora lo rappresentava al dicastero della giustizia, andò a premere il pulsante del voto per indicare, in un momento molto difficile in cui qualcuno lasciava la toga, che c'era qualcuno che si assumeva responsabilità e faceva un viaggio giudicato impopolare anche in questo Parlamento dove, purtroppo, si verificano sussulti garantisti a corrente alternata.
Credo di poter parlare, perciò, e guardare in faccia il mio amico Veltroni, dicendogli che ha fatto bene a presentare la mozione come primo firmatario, con la responsabilità del massimo partito che sostiene la maggioranza, ma ricordandogli che a quel documento è stata aggiunta la firma di tutti i leader: si tratta, dunque, di una realtà corale, che è molto importante ricordare qui.
L'onorevole Marongiu poco fa ricordava giustamente che la nostra è una tradizione che affonda le proprie radici lontano, addirittura nel periodo illuminista, se non preilluminista, ma non solo: abbiamo avuto una guerra civile ed abbiamo anche noi avuto le nostre condanne a morte, talune sommarie. Proprio per questo nella Costituente vi fu un soprassalto e si stabilì il principio per cui il delitto del privato non può sommarsi al delitto dello Stato che, con una visione - oserei dire - premeditata, non compie un atto di giustizia, ma un atto di disperazione: quello di spengere una vita.
Finché c'è vita c'è speranza, anche di recupero, come ricorda l'articolo 27 della Costituzione. Dunque, possiamo dire che questo fatto ci riguarda come cittadini, come parlamentari e come esseri umani: perciò, guardiamo ora al governatore della Virginia non per dirgli cosa deve fare, ma per dirgli cosa non deve fare da qui al 14 settembre prossimo. Parliamo per questo caso, per questo figlio di immigrati, Rocco Derek Barnabei; ce ne siamo occupati in Parlamento anche con l'amico Vigni, raccogliendo la somma necessaria perché egli avesse un'adeguata difesa e qualche tentativo, in questa fase, nonostante le strettoie procedurali, si sta ancora facendo.
Vorremmo che ciò potesse avvenire anche per altri casi, come ricordava l'onorevole Selva. Non voglio dire, però, che la Cina è vicina o è lontana, così come Cuba o l'Iran o altri paesi: certo, in alcuni casi ci si commuove di meno, ma non è il momento di sezionare sentimenti generali. Parliamo dell'America come di un grande paese (è vero, onorevole Veltroni), che ha per Presidente Clinton il quale, però, come governatore, prima di assumere l'incarico di Presidente degli Stati Uniti, è corso a firmare una condanna a morte. In altri paesi non c'è nemmeno la pubblicità di tali fatti: essi non fanno notizia.
Ebbene, signor Presidente, onorevoli colleghi, superiamo le pulsioni e le sensazioni individuali per dire che il Parlamento italiano è coerente con la sua storia e con la sua unanimità su questo principio, nonché sui valori di cui è titolare pro quota e nei singoli. Da questo punto di vista, ritengo che si possa rivendicare al nostro diritto ed ai nostri sentimenti il valore di una continuità e - come ha detto il sottosegretario Ranieri - una storia di tale continuità, che non ha sofferto costrizioni o riduzioni, chiunque fosse al Governo del nostro paese.
È dunque con orgoglio di italiano e di parlamentare, a nome del gruppo di Forza Italia, che preannuncio il voto favorevole alla mozione che chiede che ogni tentativo


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sia ancora esperito ed ogni pressione possa essere fatta affinché le parole del Parlamento italiano, accanto a quelle del romano Pontefice, possano smuovere quelle che sono, talvolta, coscienze torbide ed incapaci di vivere il momento della ragione, rispetto a quello della vendetta. La vendetta si trasforma - e questo è grave - in una esecuzione capitale che toglie la vita e la speranza, e credo che questo faciliti il rapporto tra il crimine e l'imputato e non quello tra il condannato e la società, perché pone sullo stesso piano tanto chi ha subito il danno quanto chi lo ha arrecato, in una tragica legge del contrappasso che dobbiamo fare in modo che non esista più. Facciamo quello che possiamo, intanto votiamo con convinzione a favore di questa mozione (Applausi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Veltroni. Ne ha facoltà.

VALTER VELTRONI. Signor Presidente, colleghi deputati, il prossimo 14 settembre un ragazzo italoamericano, Derek Rocco Barnabei, compirà il breve tragitto che lo porterà dal bracco della morte del carcere di Waverly al Greenville correction center, dove è il lettino per l'iniezione letale. Questo è ciò che accadrà se non saranno autorizzati i test sul DNA che potrebbero provare l'innocenza da lui rivendicata. Questo è ciò che accadrà se il governatore della Virginia non sarà sensibile all'appello sottoscritto da centinaia di parlamentari europei e ancor di più alle alte parole con cui Giovanni Paolo II ha chiesto proprio ieri un atto di clemenza nei confronti di questo ragazzo.
Tutti noi avremmo desiderato che il 2000 fosse un anno senza esecuzioni capitali. Tutti noi abbiamo sperato che la moratoria sulla pena di morte messa a punto dall'Unione europea avesse questo effetto: una speranza che purtroppo è svanita lo scorso autunno, con la mancata discussione in sede ONU della risoluzione europea. Così, anche in questi mesi ci sono state persone che sono salite sulla sedia elettrica o sono state impiccate o fucilate, perché così hanno deciso le autorità di alcuni dei 76 paesi dove ancora vige la barbarie della pena di morte.
La pena di morte è la violazione forse più insopportabile della dignità dell'uomo e del primo dei suoi fondamentali diritti: il diritto alla vita. È un istituto contrario ai principi fondamentali della convivenza umana, che non ha nulla a che fare con la civiltà e con la giustizia. Questo è ciò che pensiamo delle più di 1.800 esecuzioni capitali - e sono solo quelle di cui si ha notizia ufficiale - compiute l'anno scorso nei paesi che nei loro ordinamenti mantengono la pena di morte.
La mozione che stiamo per approvare impegna il Governo italiano ad adoperarsi affinché l'Unione europea rilanci la sua iniziativa per chiedere all'ONU di approvare una moratoria della pena di morte, una risoluzione che sospenda le esecuzioni capitali in ogni angolo del pianeta, nella prospettiva della loro totale abolizione. Ritengo sia un fatto di grande valore civile e morale che in questo Parlamento, nel quale abbiamo tante quotidiane ragioni per dividerci, i segretari di tutti i partiti abbiano voluto insieme sottoscrivere questa proposta, a dimostrazione di come sappia essere unito il nostro paese - ne hanno parlato ora, da ultimi, i colleghi Selva e Biondi, che cito in quanto rappresentanti dell'opposizione - quando si tratta di affrontare grandi battaglie di civiltà.
Questa è una battaglia che sappiamo essere lunga e difficile. A rallentare il cammino sono, infatti, molti ostacoli. I paesi «mantenitori» sostengono che la pena di morte è uno strumento che ogni Stato può adottare liberamente. Sostengono, come ha fatto pochi giorni fa durante la sua visita in Italia il Primo ministro cinese Zhu Rongji, che non possono esserci ingerenze di alcun tipo in quello che sarebbe un «affare interno» di ogni singola nazione, libera di scegliere questo strumento, la pena di morte, così come sceglie il proprio sistema economico, politico, sociale e culturale. Su questo il nostro dissenso è netto.


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Noi non crediamo, pur nel rispetto della culture e delle diversità, delle differenti forme economiche e sociali, che il mondo del 2000 possa rinunciare al rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo. Non crediamo che la comunità internazionale possa rimare inerte di fronte ad immagini - da qualunque paese provengano - che ci raccontano di guerre etniche, di fame e di povertà, di intolleranza religiosa e razzista, di condanne arbitrarie e torture, di violazione dei diritti umani.
Noi crediamo, invece, a una vera «mondializzazione» di questi diritti. Crediamo, con il Segretario della Nazioni Unite Kofi Annan, che «nessuno Stato può uscire dal sentiero dei diritti umani, che sono e devono essere universali».
Ho detto nessuno Stato: non l'Iraq, dove le esecuzioni capitali sono state, nel 1999, più di 700; non l'Iran, dove fonti dell'opposizione denunciano almeno 600 esecuzioni dopo la protesta studentesca della scorsa estate; non la Cina, alla quale spetta il triste primato di oltre mille giustiziati nel 1999 e nei confronti della quale auspichiamo parole e iniziative capaci di portarla a scegliere la via della democrazia, del pluralismo, del rispetto dei diritti e delle libertà politiche;...

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Veltroni.
Onorevole Sestini, la prego di prendere posto.
Onorevole Pecorella, onorevole Sospiri, onorevole Lembo, per cortesia...
Prego, onorevole Veltroni.

VALTER VELTRONI. ...non gli Stati Uniti, dove le 98 esecuzioni dello scorso anno e le 23 condanne a morte già eseguite nel 2000 nel solo Stato del Texas creano un contrasto insopportabile con la civiltà di quella grande democrazia.
Ho ancora in mente le parole pronunciate un mese fa dal governatore di quello Stato all'indomani dell'esecuzione di Gary Graham, condannato a morte sulla base di un'unica testimonianza, dopo un processo che ha lasciato nell'opinione pubblica molte perplessità. «Giustizia è stata fatta», ha detto il candidato alla casa bianca, George Bush, dopo aver sostenuto che «non c'è bisogno di alcuna moratoria» sulla pena di morte. Un giudizio inaccettabile. Espresso con parole gelide e burocratiche.
Parole lontane, molto lontane, da quelle pronunciate, come ultima dichiarazione, da un uomo giustiziato il 15 marzo scorso proprio in un carcere del Texas. «Sento di dover parlare» - ha detto Timothy Gribble, colpevole di omicidio - «contro la pratica della pena di morte, anche se non ho obiezioni nel mio caso. La pena di morte è una punizione non necessaria per la società, che ha altri mezzi per difendersi. Non potete rimediare a una morte con un'altra morte. Anche se lo Stato sceglie di prendersi una vita e prendere il potere di Dio nelle proprie mani, anche se il governatore uccide nel nome della giustizia, ad essere colpita è la civiltà degli uomini».
È così. La società moderna ha davvero altri mezzi per proteggersi dai criminali. Le ultime indagini statistiche svolte negli Stati Uniti dimostrano, peraltro, che il numero dei crimini commessi non è diminuito con il ripristino delle esecuzioni capitali, e che in quasi il 70 per cento dei processi finiti con la condanna a morte vi sono stati gravi errori giudiziari.
L'altro obiettivo che persegue la mozione di oggi è, allora, quello di impegnare il Governo italiano - lo ha ribadito il sottosegretario Ranieri - a intervenire presso il governatore della Virginia e il Governo degli Stati Uniti allo scopo di evitare che in questa storia possa essere scritta, il prossimo 14 settembre, un'altra pagina triste e dolorosa.
Non sta a noi, lo ha ricordato l'altro giorno l'onorevole Vigni, giudicare se Derek Rocco Barnabei sia colpevole o innocente. A noi spetta, però, il dovere di chiedere con tutta l'autorevolezza che abbiamo che gli venga riconosciuto il diritto di difendersi con tutti i mezzi e gli esame possibili. Perché è ingiusto e inaccettabile togliere la vita a una persona in ogni caso, anche a colpevolezza provata.


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Ma, se possibile, è ancora più mostruoso pensare ad un eventuale errore giudiziario, pensare alle persone giustiziate o in attesa di esserlo per un crimine mai commesso, per non essersi potuti difendere come nel loro diritto, per aver espresso un'opinione o aver manifestato, come accade in tante parti del mondo, contro il regime del loro paese.
La storia del secolo scorso è segnata da questo. Due italiani, saliti innocenti sulla sedia elettrica nel 1927, pagando anche il pregiudizio della loro origine e delle loro idee politiche, sono rimasti, per tutti noi, il simbolo di questa mostruosità. Ma sono mille e mille i nomi che si potrebbero fare di seguito a quelli di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.
Ora occorre dire basta.
Non vogliamo che nel mondo del 2000 quella lista continui ad allungarsi. E abbiamo il dovere di fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per evitare che il prossimo nome da aggiungere ad essa sia quello di Derek Rocco Barnabei.
È solo una delle tante vite che devono essere salvate.
Per queste vite - di innocenti, di colpevoli - occorre proseguire quella che è una battaglia di civiltà e che noi qui, insieme, sosteniamo, per una moratoria universale delle esecuzioni capitali per l'abolizione della pena di morte nel mondo, insieme ad Amnesty International, alla comunità di Sant'Egidio, a «Nessuno tocchi Caino».
Perché crediamo alle parole pronunciate proprio qui a Roma, un anno fa, dal reverendo Jesse Jackson che disse: «La pena di morte rimette soltanto in circolo la violenza, qualcuno dovrà rompere questo ciclo».
Noi, insieme, possiamo cominciare a farlo (Applausi).

PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto.

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