Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 770 del 26/7/2000
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(Dichiarazioni di voto)

PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
Ricordo che, secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei presidenti di gruppo del 18 luglio 2000, ogni gruppo dispone di dieci minuti, più un tempo aggiuntivo di


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venti minuti per il gruppo misto, così ripartito:
Verdi: 3 minuti; CCD: 3 minuti; Rifondazione comunista-progressisti: 3 minuti; Socialisti democratici italiani: 2 minuti; Rinnovamento italiano: 2 minuti; CDU: 2 minuti; Federalisti liberaldemocratici repubblicani: 2 minuti; Minoranze linguistiche: 2 minuti; Patto Segni-riformatori liberaldemocratici: 2 minuti.

Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Loddo. Ne ha facoltà.

ANTONIO LODDO. Signor Presidente, nel nostro paese e nel mondo si sta facendo sempre più ampia la convinzione che la pena di morte non sia altro che la violazione dei più fondamentali diritti umani, in particolare il diritto alla vita e il diritto a non essere sottoposti a trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti, come recita l'articolo 5 della Dichiarazione universale dei diritti umani, ripresa da altri strumenti internazionali, Costituzioni e leggi nazionali.
Tutti concordano ormai che la tortura costituisce una evidente crudeltà e le norme giuridiche ne impediscono l'uso durante gli interrogatori o come punizione.
Tutto ciò premesso, resta ancora da comprendere perché la forca, la ghigliottina, la camera a gas, la sedia elettrica e tutti gli altri strumenti dei boia non siano ancora esclusivamente arredi da museo ed oggi il loro uso sia legalmente consentito in molte parti del mondo. Perché oggi la tortura in taluni paesi suscita più orrore della camera a gas o dell'iniezione letale? Perché sapere che un detenuto è stato sottoposto a scariche elettriche o ad una finta esecuzione scatena più raccapriccio di quanto non ne susciti una sedia elettrica che uccide o una vera esecuzione? Che cosa può rendere lecito per lo Stato ciò che mai è lecito per l'individuo?
Non vi è dubbio che i condannati a morte sono spesso accusati di reati estremamente crudeli, ma la crudeltà del reato non alleggerisce mai la crudeltà della pena. Nessuna norma mai e per nessuna ragione può sospendere il rispetto dei diritti fondamentali, neppure nei confronti di quelle persone che si ritiene non ne abbiano più alcuno. I diritti umani appartengono a tutti, anche a quelli che possiamo considerare i peggiori tra noi ed hanno lo scopo di proteggerci tutti e sempre. La storia è troppo piena di persone additate alla pubblica opinione come i peggiori tra i malfattori, come degni solo di morte e poi riconosciuti non colpevoli per effetto di tragici errori giudiziari, perché ci possiamo permettere di condannare chiunque senza appello.
Come indicano i rapporti delle Nazioni Unite e di Amnesty International, le esecuzioni arbitrarie extragiudiziali e sommarie, le condanne a morte in seguito a processi che non rispettano le norme internazionali dei processi equi successivi a dibattimenti, in cui gli imputati sono addirittura privati dell'assistenza legale o del diritto di appello, sono al mondo ancora troppe per poter offrire almeno un barlume di serenità.
Lo stesso caso Barnabei, che ha dato origine al dibattito odierno, pone il problema del giusto processo e conseguentemente della giusta o ingiusta sentenza; tutti sappiamo però che, se a un errore nel condannare alla pena detentiva si può in qualche modo supplire, anche se mai nessuno potrà restituire ad un innocente gli anni di vita trascorsi in una galera, alla pena di morte mai si potrà supplire. Questa sola considerazione dovrebbe bastare ad abolire la pena di morte.
Eppure anche grandi democrazie occidentali, come gli Stati Uniti d'America, la considerano necessaria. A nulla pare sia servito quel secolare dibattito di cui il nostro paese può andare fiero per averlo iniziato, né bastano i contributi che provengono dalla filosofia, dalla religione, dalle indagini sociologiche e dalla criminologia; sono dibattiti e contributi che fanno onore alla civiltà dei paesi che aboliscono la pena di morte ma che non vengono da taluni considerati ancora abbastanza convincenti, benché le argomentazioni contrarie, come la deterrenza, il


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controllo della criminalità, l'esclusione definitiva dei criminali dalla società, costituiscano solo dei luoghi comuni che le scienze umane hanno già dimostrato abbondantemente inefficaci.
Occorre che gli Stati pensino - questo, sì - a come rendere la giustizia giusta. Punire è necessario, ma le società civili hanno mezzi ben diversi dalla forca o dal far fuoco contro gli scafisti per tutelarsi e cautelarsi davanti alla criminalità. La forca, la sedia elettrica, le armi in genere sono solo scorciatoie semplicistiche a cui taluno fa ricorso soprattutto quando gli Stati sono incapaci di accogliere le sfide vecchie e nuove del nostro tempo. Il ruolo della politica è alto e complesso, rifugge dalle sintesi ad effetto, risponde ai bisogni della gente e non ai sondaggi d'opinione, coglie ed addita le grandi tensioni ideali e si fa carico della loro realizzabilità. Quando la politica usa la morte per risolvere le questioni sociali, la politica abdica al suo ruolo e manifesta la sua incapacità.
Questo Parlamento, espressione delle più elevate tensioni etiche del paese, deve ripetere ancora una volta il suo «no» all'uso della pena di morte come strumento di repressione e deve rivolgere il proprio appello, soprattutto e non solo perché la circostanza di un oriundo italiano in questo momento ce lo impone, agli Stati Uniti perché quel paese ha un forte potere di legittimazione verso tanti altri paesi. Benché gli Stati Uniti non siano il paese dove in proporzione si pratica in misura maggiore la pena di morte, il loro atteggiamento induce a comportamenti politici e sociali e alle imprevedibili conseguenze.
Il nostro auspicio è che gli Stati Uniti - e con essi tutti gli Stati in cui si pratica la pena capitale - comprendano che l'omicidio legale è solo una tragedia che si aggiunge ad un'altra tragedia, senza risolvere nulla, perché mai due errori hanno fatto una cosa giusta. È impossibile pensare che, per difendere la vita e la persona che è stata uccisa, lo Stato debba a sua volta uccidere. La pena capitale è disumana, allo stesso modo in cui è disumano il crimine che vuole eradicare. Per questa ragione, signor Presidente, preannuncio il voto favorevole del gruppo dei Democratici-l'Ulivo sulla mozione che stiamo per votare invocando, nel contempo, per il giovane Barnabei, ragionevolezza e clemenza (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Valetto Bitelli. Ne ha facoltà.

MARIA PIA VALETTO BITELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo non può che esprimere un voto favorevole sulla mozione Veltroni n. 1-00469 che concerne la pena di morte e rinnova l'impegno del nostro paese al riguardo.
Vorrei sottolineare brevemente le motivazioni che inducono il nostro gruppo non solo al voto favorevole, ma al sostegno costante e continuo alla battaglia contro la pena di morte. È indubbio che il nostro paese ha dimostrato - come ricordato dal rappresentante del Governo - un impegno molto forte nel sostenere, a livello internazionale, l'abrogazione della pena di morte o almeno la moratoria sulle esecuzioni. Vorrei ricordare, in quest'aula, che proprio durante l'attuale legislatura è stato cancellato dalla Costituzione italiana l'ultimo riferimento alla possibilità di utilizzare la condanna capitale all'interno del nostro ordinamento giudiziario. Inoltre, svolgendo una considerazione contenuta anche nella mozione, ritengo assai significativo un impegno europeo: condivido che l'Unione europea ponga ai paesi candidati il vincolo di non attivare la pena di morte e che la pena capitale non sia prevista negli ordinamenti dei paesi che chiedono di aderire all'Unione europea. Sarebbe un evidente segno di valori comuni condivisi, maturati in secoli di percorsi culturali comuni tra i paesi dell'Unione europea.
Vorrei sottolineare, ancora una volta, quanto emerso nella discussione generale e ricordato dal rappresentante del Governo, a partire dai principi che contraddistinguono


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me e i colleghi del mio gruppo: mi riferisco ai principi ed ai valori cristiani; la pena non deve avere soltanto un valore - diciamo così - «retributivo», né deve avere il valore di una vendetta, ma deve rappresentare per il condannato una possibilità di riscatto e di reinserimento nel tessuto sociale, che non può essere negata a nessuno. Tale valore è presente anche nella Costituzione, ma per i credenti ed i cristiani parte da convinzioni profonde e da motivazioni individuali, non solo collettive e della comunità sociale. Lo Stato, quindi, deve erogare giustizia, non vendetta: è questo che vogliamo affermare sostenendo con forza la mozione che stiamo per votare. È stato ricordato precedentemente come anche nella comunità internazionale sia stato modificato progressivamente, pur con molte fatiche, l'orientamento di diversi paesi che non condividono con noi gli stessi percorsi culturali e le stesse identità; quei paesi, però, oggi negano il ricorso alla pena di morte, pur facendo riferimento a modelli culturali diversi dal nostro. Non è così, però, ancora per 76 paesi; come ricordato dalla mozione.
Signor Presidente, è sicuramente molto importante il riferimento, contenuto nella mozione, alla possibilità di una interpretazione evolutiva della Carta delle nazioni unite in atto da tempo che, rispettando il delicato equilibrio tra il ruolo dell'ONU e la sovranità nazionale, consenta l'assunzione dei diritti umani come valori condivisi e cogenti della comunità internazionale. Da questo punto di vista, come ha ricordato il collega che ha parlato prima di me, è evidente che il diritto alla vita è il primo dei diritti umani, e lo sottolineo sia come cristiana sia come cittadina italiana.
Ciò che colpisce di più noi occidentali è proprio il ricorso alla pena di morte in un paese come gli Stati Uniti d'America, che con noi condivide una serie di elementi culturali molto forti ed una evoluzione della società. È questo il tema del primo impegno che si chiede al Governo di assumere in merito all'esecuzione di Derek Rocco Barnabei, di origine italiana, ma, come ricordato dal sottosegretario, cittadino americano.
Il ricorso alla pena di morte negli Stati Uniti e la forza dell'opinione pubblica di quel paese nel privilegiare il valore retributivo della pena rispetto alla possibilità del riscatto e del reinserimento nella società sono elementi che sicuramente sorprendono ogni volta che ci si trova di fronte a casi, come quello di cui tratta la mozione, in cui vi è un elemento ulteriore di preoccupazione, cioè il rischio che nell'eseguire la pena di morte si possa compiere un errore giudiziario. Vorrei distinguere i due piani: uno è quello della condanna del ricorso alla pena di morte in assoluto da parte nostra e l'altro è quello, ulteriore, del rischio che nell'esecuzione di questa condanna si compiano anche errore giudiziari. Il caso in oggetto potrebbe essere uno di questi, poiché nel corso del processo sono stati omessi molti accertamenti e la giustizia americana in questo momento sembra negare la possibilità di verificare ulteriormente, con altri test, l'innocenza o la colpevolezza dell'imputato. È anche in base a questo argomento che si chiede al Governo italiano di intervenire e a questo proposito vorrei evidenziare come negli stessi Stati Uniti d'America si sia modificata la percezione comune su questo tema, poiché si è dimostrato attraverso statistiche che la maggior parte dei condannati sono persone che hanno avuto una scarsa possibilità di difendersi con tutte le garanzie che ai cittadini americani, come a quelli di altri paesi, compreso il nostro, sono assicurate per poter dimostrare la loro innocenza. La serie di errori giudiziari che hanno portato alla pena capitale fanno riflettere sul rischio di compiere esecuzioni oggettivamente sommarie.
In un paese in cui vi è ancora una profonda convinzione in merito all'utilizzo della pena capitale, questo argomento potrebbe essere utilmente adoperato come strumento per giungere ad una moratoria che quanto meno assicuri a tutti i cittadini, soprattutto ai più deboli, la possibilità di difendersi veramente: altrimenti ci


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si può trovare, come è avvenuto, nella condizione di soddisfare il desiderio di rivalsa, talvolta di vendetta, delle famiglie delle vittime con un capro espiatorio che è il primo imputato assicurato alla giustizia, ma che non si è certi che sia il vero colpevole.
Credo che questo secondo aspetto del problema non possa che indurci ad andare avanti su questa strada.
Il secondo impegno che si chiede al Governo è quello di lavorare ulteriormente sul piano europeo affinché l'attività in questa direzione non sia condotta solo singolarmente, chiedendo all'Unione europea di impegnarsi con la comunità internazionale affinché si lavori in questo senso. Ritengo che, nel momento in cui all'interno dell'Unione europea si discute la possibilità di costituire non solo un'unione economica, ma anche un'unione politica e si sta lavorando per definire la carta dei diritti fondamentali dei cittadini dell'Unione europea, sia ancor più importante e significativo fare in modo che fra questi diritti sia riconosciuto e promosso il diritto alla vita e la condanna della pena di morte non solo all'interno dell'Unione europea ma in tutta la comunità internazionale.
Per questi motivi, annuncio che il gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo voterà convintamente a favore di questa mozione (Applausi dei deputati del gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Saraceni. Ne ha facoltà.

LUIGI SARACENI. Signor Presidente, vorrei esprimere una convinta adesione alla mozione al nostro esame. Si tratta di una mozione che, a mio avviso, trae la sua maggiore efficacia proprio dalla combinazione dei suoi contenuti - contenuti di principio, prospettive di impegno politico -, ma che trae principalmente efficacia proprio dalla drammatica rappresentazione, in un caso concreto, della principale ragione pratica che ci fa essere contrari alla pena di morte. Mi riferisco a quella ragione pratica che due secoli fa Voltaire, nel commento a Beccaria, indicava come insuperabile ragione per essere contro la pena di morte: l'irreparabilità dell'errore.
Del resto, mi sembra che i moderni ordinamenti penali abbiano definito l'istituto della revisione - quella impugnazione di tipo straordinario che non conosce termine, perché la scoperta dell'errore giudiziario non può avere termine, dal momento che può avvenire in qualsiasi momento -, connotato della civiltà giuridica, che è palesemente incompatibile con la pena di morte, perché la revisione giudiziaria fondata sulla scoperta dell'errore che avvenisse ad esecuzione compiuta non sarebbe un atto di riparazione ma una tragica beffa per l'interessato e non solo per quest'ultimo, perché è già stato sottolineato come la pena di morte venga inflitta in modo definitivo non solo all'autore del reato, ma anche a tutta la sfera degli affetti che ruota intorno a lui.
Ritengo che questa ragione pratica sia fondamentale, al di là delle ragioni di principio, e che non possa che rendere assolutamente evidente, a chiunque abbia a cuore la ragionevolezza dei rapporti fra gli uomini, la contrarietà alla pena di morte.
Oltre a ciò, la mozione mi sembra indichi una prospettiva di impegno politico che deve essere insistentemente perseguita. Bisogna ricordare che il nostro paese, in particolare questo Parlamento, dal 1994 ha posto all'attenzione dello scenario internazionale questo problema, ottenendo anche alcuni risultati, come è stato ricordato dal rappresentante del Governo. Non dimentichiamo che la Commissione per i diritti umani dell'ONU, nell'aprile del 1998, ha approvato una risoluzione per l'abolizione della pena di morte o almeno per una moratoria dell'esecuzione che ha già ottenuto alcuni risultati. Ai paesi che ha già ricordato qui il rappresentante del Governo, vorrei aggiungere la Russia, l'Albania e il Congo, che hanno eliminato dal loro ordinamento la pena di morte o comunque accettato la moratoria.


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L'obiettivo da perseguire - e ciò è puntualmente enunciato nella mozione - è quello di una dichiarazione da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite perché noi abbiamo bisogno, nel nostro ordinamento internazionale, di un'affermazione di principio che vada al di là della dichiarazione di Stoccolma del 1997 che è l'unica in cui si dice che la pena di morte viola il diritto alla vita.
Questa, che è un'affermazione fondamentale a mio avviso, non la si ritrova nella dichiarazione dei diritti dell'uomo di New York e nemmeno nella Convenzione europea sui diritti umani per quelle resistenze che prima ha indicato anche il sottosegretario Ranieri.
Ebbene, credo che una affermazione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite rappresenterebbe quell'atto di diritto internazionale a valore universale che farebbe compiere dei passi avanti a quel percorso che deve avere come sbocco l'affermazione che vi sono diritti fondamentali (e quello alla vita è il primo dei diritti fondamentali) che sono sovraordinati alla stessa sovranità dello Stato.
È questa l'affermazione di principio alla quale credo che dobbiamo puntare, e del resto la mozione in esame opportunamente impegna il Governo ad adoperarsi affinché da parte dell'Unione europea sia presentata all'Assemblea generale dell'ONU una nuova risoluzione. Per tali ragioni aderiamo con convinzione a tale mozione (Applausi dei deputati del gruppo misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Manzione. Ne ha facoltà.

ROBERTO MANZIONE. Tocchiamo oggi un argomento che, occorre dirlo immediatamente, vede per fortuna tutto il Parlamento schierato sulle stesse posizioni. Occorre però operare una ricostruzione per vedere in che modo si è giunti a determinare le condizioni affinché una battaglia di civiltà sociale ed umana come questa in qualche modo arrivasse ad un livello di risultati che stiamo verificando in questo momento.
Su indicazione del Governo italiano, che ha deciso di consegnare la risoluzione nelle mani dell'Unione europea, il 28 aprile del 1999, su proposta del Presidente di turno della Germania, la Commissione per i diritti umani dell'Unione europea ha approvato la risoluzione per la moratoria universale delle esecuzioni capitali; l'ha fatto con la maggioranza assoluta dei voti e con il numero record di 72 paesi co-sponsor dell'iniziativa. Dopo questa pronuncia - ecco perché certe deliberazioni hanno un'importanza che travalica il dato meramente formale -, come puntualmente testimoniato nel rapporto 2000 di «Nessuno tocchi Caino», associazione che tutti conosciamo, molti paesi hanno deciso di abolire completamente la pena capitale o di sospendere le esecuzioni, tra questi la Russia, l'Albania, l'Ucraina, il Nepal ed il Congo.
Proprio dopo questa deliberazione, la situazione riguardante la pena di morte è quindi ulteriormente migliorata, essendo 119 i paesi abolizionisti a vario titolo, mentre 76 risultano essere ancora quelli che conservano la pena di morte.
La 56o Commissione per i diritti umani ha approvato a Ginevra il 26 aprile 2000 - facendo quindi temporalmente un ulteriore passo avanti - con 27 voti a favore e 13 contrari una nuova risoluzione a favore della moratoria, compiendo così un altro passo formale ma con valenza concreta e sostanziale che in qualche modo ha riaperto il dibattito rispetto a quegli Stati che per certi versi non volevano che vi fosse alcun tipo di ingerenza.
Anche negli Stati Uniti si è riaperta un'ampia discussione sulla pena di morte, tanto è vero che lo Stato dell'Illinois, come sappiamo, in questo contesto ha deciso di adottare una moratoria delle esecuzioni.
Il caso concreto previsto nella mozione in esame è come tutti sappiamo quello di Derek Rocco Barnabei, la cui famiglia ha origini italiane ed è in attesa di essere giustiziato nello Stato della Virginia perché accusato di omicidio.
Non è vero quello che ha detto il Governo o, meglio, occorre precisare


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quello che ha detto il rappresentante del Governo, il sottosegretario Ranieri, perché, purtroppo, la data dell'esecuzione è stata già fissata. L'esecuzione è, infatti, prevista per il 14 settembre prossimo e, proprio per l'imminenza della data, la mamma di Derek Rocco Barnabei ha fatto un ulteriore appello al Papa. Già nel dicembre scorso il Santo Padre aveva fatto pervenire al governatore della Virginia il suo interessamento a favore del signor Derek Rocco Barnabei. Ora, proprio perché interessato direttamente dalla madre, Giovanni Paolo II ha nuovamente sollecitato l'adozione di un atto di clemenza nei confronti del signor Barnabei.
Verifichiamo, quindi, che vi è un panorama complessivo mondiale rispetto al quale occorre continuare ad esercitare una pressione costante e convinta. Come sappiamo, la proposta politica sul tavolo è quella di un'iniziativa sulla moratoria delle esecuzioni in vista della completa abolizione della pena di morte. L'abolizione della pena di morte è, a nostro avviso, un processo di civiltà umana che deve essere considerato irreversibile: molto più evidente per quanto riguarda il diritto e le organizzazioni internazionali, meno evidente - ma anche significativo - per quanto riguarda il diritto interno agli Stati. Occorre, allora, sconfiggere ogni tentativo di cambiare le carte in tavola portato avanti da quanti non vogliono né l'abolizione della pena di morte né la moratoria delle esecuzioni né alcuna ingerenza dall'esterno sul tema dei diritti umani. Però, occorre prendere coscienza che l'Europa ha deciso di combattere per la moratoria che, se approvata, sarebbe la più forte ed autorevole denuncia di violazione dei diritti umani.
Un apporto straordinario ad una battaglia sempre più impegnativa è quello che dobbiamo pretendere fino alla fine, in piena sintonia con tutte le forme di unità parlamentare, politica e di opinione pubblica che su questo argomento si sono espresse nel nostro paese. Dobbiamo solo decidere se e come continuare questa battaglia. A mio avviso, non esistono dubbi sul «se», viste le dichiarazioni che si sono fin qui succedute; ho, invece, qualche perplessità sul «come» continuare, in quanto, per alcuni aspetti, siamo ancora al punto di partenza. Comunque, se decideremo che dovrà essere ancora battaglia, sarà innanzitutto una battaglia - e dobbiamo saperlo - contro l'ipocrisia e il tradimento dei diritti umani conclamati da tanti a parole e negati da molti nei fatti. Ecco perché, con questa mozione, chiediamo al Governo italiano, da un lato, di intercedere presso il governatore della Virginia affinché vengano disposte nuove e più approfondite indagini e affinché, nel frattempo, si provveda alla commutazione della pena di Derek Rocco Barnabei e, dall'altro, di adoperarsi - come ha già fatto nel 1999 e nel 2000 - affinché l'Unione europea rilanci con forza l'iniziativa.
L'UDEUR ha sostenuto la mozione, l'ha sottoscritta attraverso il suo segretario nazionale e, mio tramite, dichiara che intende continuare la battaglia che, per il momento, è per la moratoria della pena di morte, ma che deve riuscire ad affermare il principio che vuole negare la possibilità che un uomo condanni un altro uomo, anche se ha sbagliato, a non dover più vivere.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Vendola, al quale ricordo che, purtroppo, dispone soltanto di tre minuti. Ne ha facoltà.

NICHI VENDOLA. Signor Presidente, nell'annunciare il voto favorevole di Rifondazione comunista sulla mozione in discussione, non ripeterò argomentazioni ormai largamente condivise in quest'aula e che costituiscono, nella loro ricchezza etica e culturale, uno dei rari punti di eccellenza del nostro dibattito politico.
La pena di morte è un crimine perfino più odioso dell'altro crimine, che pretende di sanzionare, con il gesto premeditato, pubblico e irrimediabile della cancellazione del bene della vita. La pena di morte è il compimento estremo di una concezione premoderna del diritto, laddove


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tra il reo e il reato non pare esservi soluzione di continuità e l'unica pena adeguata pare quella di impiccare il reo all'albero del proprio reato. Una sorta di equazione penale che nega in radice l'umanità della storia di un presunto colpevole, trasforma lo Stato in un killer seriale, benché autorizzato, chiude il civile consesso nel recinto, anche simbolico, delle vendette e dei riti sacrificali.
A questo vorrei aggiungere due ulteriori annotazioni. La pena di morte è un crimine politico, perché la fonte della sua legittimazione non è nel diritto, ma nel potere e cioè in un'idea peculiare del rapporto tra statualità e consenso. La Cina ne è un esempio eclatante, ma, dentro tutt'altra storia, gli Stati Uniti, ancora oggi, vivono il fenomeno della rincorsa elettorale dell'esecuzione capitale.
La pena di morte, infine, è un crimine di classe, seleziona sempre le sue vittime nei settori più marginali della società. Quanti più poveri cresceranno nel tempo del primato osceno dell'homo economicus, tanto più forte sarà la spinta alla giustizia esemplare. Capiterà così che una vita in pena potrà inciampare in una morte in forma di pena.
L'eventualità - tutt'altro che remota, signor Presidente - dell'errore giudiziario come nel caso del signor Barnabei, toglie il fiato a qualsivoglia tentativo di giustificazione razionale della condanna capitale e l'affanno con cui molti Stati hanno tentato di modernizzare l'icona del capestro con iniezioni letali e sedie elettriche non è riuscito a sterilizzare quel delitto legale contro cui noi oggi alziamo la nostra voce. Dead man walking è una frase da cancellare per sempre, da bandire per sempre. C'è una sola categoria di lavoratori che noi vorremmo licenziare: i boia (Applausi).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Grimaldi. Ne ha facoltà.

TULLIO GRIMALDI. Signor Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, la mozione al nostro esame è stata sottoscritta dai rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in questo Parlamento e quindi si ritiene che verrà approvata all'unanimità. Questo è un segno che la civiltà giuridica del nostro paese offre anche alla riflessione delle altre nazioni che ancora mantengono questo odioso strumento di repressione. Qui non è in discussione la pena di morte come deterrente. Se ne è parlato molto in passato e si è anche dimostrato attraverso statistiche che questo deterrente non serve certamente a scoraggiare il crimine. I paesi dove questa pena è in vigore non sono certamente all'avanguardia dal punto di vista della repressione della criminalità. Non è nemmeno in discussione il fatto che la pena capitale toglie qualsiasi possibilità di riesaminare un caso giudiziario. In passato più volte si sono verificati casi in cui, dopo l'esecuzione capitale, si è scoperto che i presunti responsabili erano innocenti. Questo potrebbe essere il caso, di cui ci occupiamo, del cittadino americano di origini italiane Rocco Barnabei, che ha invocato più volte la prova del DNA che gli è stata negata, prova con la quale avrebbe potuto dimostrare la propria estraneità al crimine del quale è accusato.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE CARLO GIOVANARDI (ore 10)

TULLIO GRIMALDI. Come dicevo però, queste sono discussioni già fatte in tutti i trattati giuridici, soprattutto dai processualisti. È invece in discussione un principio di civiltà, quel principio che ha portato ad esempio il nostro paese ad eliminare completamente dal nostro ordinamento, anche da quello militare, la pena capitale. Si tratta di un principio di civiltà perché, in effetti, la pena capitale si risolve in una sorta di vendetta non condotta dalla vittima del reato, come magari poteva accadere negli antichi riti tribali, ma che si consuma organizzata scientificamente dallo Stato.
Un servizio che è stato pubblicato di recente da un quotidiano italiano di larga


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tiratura ha riportato l'esempio di una esecuzione avvenuta nello stadio di Kabul in Afghanistan alla presenza di numerosi spettatori (in molti casi, infatti, la pena di morte avviene alla presenza del pubblico). In quel caso, veniva citato il seguente particolare: che l'esecuzione del condannato, che era stato dichiarato colpevole e quindi condannato alla pena capitale, veniva rimessa ai parenti della vittima. Era stato accusato di omicidio e i parenti della vittima - in quel caso il fratello - avevano il potere di concedergli o meno la grazia. Ebbene, come viene riportato dalla cronaca, in quel caso la gente presente nello stadio aveva invocato la clemenza per il condannato; invece, il fratello della vittima aveva proceduto alla esecuzione, sgozzando il condannato! In questo fatto vedo una profonda differenza - che è stata rilevata - tra la vendetta, che nel caso di specie assume tutte le connotazioni di un omicidio (mi riferisco alla legge del taglione, dell'occhio per occhio) che veniva in un certo senso compensato da un altro omicidio autorizzato dalla comunità (si tratta quindi di un rito tribale), e la scientificità e la raffinatezza delle esecuzioni che avvengono in altre civiltà giuridiche (noi le consideriamo tali forse a torto), dove i condannati restano nelle celle della morte per anni, fino ad arrivare a 10 o 15 anni! È il caso proprio degli Stati Uniti d'America. In quel paese i condannati muoiono giorno per giorno; non una volta sola, perché non vengono ammazzati dai parenti della vittima, ma vengono invece scientificamente annientati giorno dopo giorno fino alla esecuzione finale, che avviene - anche in questo caso - con strumenti scientificamente raffinati: l'iniezione letale, la scarica elettrica, il gas e così via.
Abbiamo avuto un periodo della storia in cui le rivoluzioni si servivano di questo strumento. La rivoluzione francese, ad esempio, fece moltissime vittime soprattutto tra i nobili, utilizzando per la prima volta nelle esecuzioni la ghigliottina, che era uno strumento ritenuto un mezzo per una morte più dolce, senza sofferenza. Anche quella era una barbarie, come barbarie sono tutte le esecuzioni che vengono eseguite e come barbarie sono quelle - ancora più gravi - esecuzioni che avvengono a distanza di tempo, per cui il condannato non è più la persona che ha commesso il crimine, ma è una persona profondamente diversa! Mi riferisco, ad esempio, a taluni casi di ragazzi di 18 o 20 anni che erano stati condannati per aver commesso un crimine, che poi sono stati soppressi a distanza di tempo, quando ormai avevano acquistato anche una maturità. Negli ultimi tempi ne abbiamo avuti moltissimi esempi, soprattutto in paesi come gli Stati Uniti d'America, ai quali noi in questo momento ci rivolgiamo perché è lì che si profila questo nuovo crimine nei confronti di Derek Rocco Barnabei, che si continua a proclamare innocente.
Noi non abbiamo possibilità di intervenire su quel paese. Dobbiamo soltanto rilevare, purtroppo, con preoccupazione e con senso di sgomento, come quando ci si riferisce ad un modello di giustizia, non si possa assolutamente guardare a quello americano! Infatti numerose statistiche hanno dimostrato che la maggior parte di coloro che sono stati condannati alla pena capitale erano di colore o poveri, e comunque non avevano potuto pagarsi un buon avvocato, e perciò erano stati affidati - e lo dico tra virgolette - alla clemenza della corte.
Ecco perché io credo che oggi la voce che proviene da questo Parlamento, che più che di appello è di indignazione per quanto ancora avviene in tanti paesi del mondo (in Asia, negli Stati Uniti e in tanti altri), forse potrà contribuire a fermare la mano dei boia. Questo deve essere un impegno che dovrà sostenerci non soltanto oggi, al momento dell'approvazione della mozione, ma per quanto il nostro Governo dovrà fare, anche in sede internazionale, per riproporre quella moratoria che per pochi voti non fu approvata (Applausi dei deputati dei gruppi Comunista e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).


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PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Marongiu. Ne ha facoltà.

GIANNI MARONGIU. Signor Presidente, onorevoli colleghi, anche noi liberaldemocratici e repubblicani esprimiamo il nostro voto favorevole alla mozione che impegna il Governo ad adoperarsi affinché l'Unione europea, associando paesi di altri continenti, rilanci con grande forza l'iniziativa per la moratoria delle esecuzioni e presenti all'Assemblea generale dell'ONU una nuova risoluzione sulla pena di morte.
È una lotta dura e quotidiana quella che vede contrapposti i favorevoli e i contrari. Le ragioni dei favorevoli alla pena di morte si possono riassumere nel convincimento che un uomo possa emettere nei confronti di un altro uomo una sentenza irreversibile. Ciò contrasta con la stessa natura dell'uomo che è, per definizione, essere finito e fallibile. Ecco perché ci convincono, ci hanno sempre convinti, le ragioni dei contrari alla pena di morte, quali furono luminosamente esposte da Cesare Beccaria e da quel grande liberale che fu il guardasigilli Zanardelli, fino agli splendidi lavori della nostra Assemblea costituente.
Ecco, noi ci riconosciamo nell'efficace disposto della nostra Costituzione e di esso facciamo tesoro anche con riguardo alla sinteticità. Perciò siamo favorevoli alla presente mozione (Applausi dei deputati dei gruppi misto-Federalisti liberaldemocratici repubblicani e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Peretti. Ne ha facoltà.

ETTORE PERETTI. Signor Presidente, nel momento in cui il nostro Parlamento apre una finestra per occuparsi di diritti umani, noi siamo molto soddisfatti e partecipiamo al dibattito con la consapevolezza che molto c'è da fare. La pena di morte rappresenta un problema ancora troppo aperto, un problema che vorremmo fosse superato, ma che invece è ancora presente in 76 paesi, mentre l'Italia è in prima fila nell'assunzione di iniziative per la sua abolizione.
Oggi ci occupiamo di un caso molto specifico, quello di Rocco Barnabei, che potrebbe essere giustiziato anche in ragione di un errore giudiziario. Per questo siamo favorevoli alla mozione che tende a impedire questa esecuzione. Vorremmo però che il dibattito, le iniziative, l'impegno e l'interesse che il nostro Parlamento assume in questi casi non fossero solo la coda di un'eco che arriva dagli Stati Uniti dove queste discussioni assumono un connotato di grande libertà, una valenza molto importante.
Vorremmo, però, che vi fossero anche iniziative specifiche ed autonome del Parlamento per occuparsi di tutti i casi, i paesi, le situazioni in cui la pena di morte viene praticata e diventa strumento quotidiano di sopraffazione, situazioni sulle quali purtroppo manca l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale.
Dichiariamo pertanto il nostro voto favorevole sulla mozione in esame, auspicando che vi possano essere iniziative per richiamare all'attenzione dell'opinione pubblica internazionale tutti i casi dei paesi in cui la pena di morte è strumento quotidiano coercitivo dei diritti civili (Applausi dei deputati del gruppo misto-CCD).

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