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TESTO AGGIORNATO AL 27 LUGLIO 2000
PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione del Doc. LVII, n. 5/I.
SALVATORE CICU. Signor Presidente, l'attuale situazione economica europea è ideale per una ripresa prolungata e forte, rende semplici e rischiose le soluzioni dei problemi, come accade sempre quando si pedala in discesa. E anche in Italia la qualità e l'incisività dei provvedimenti farà la differenza. Dopo anni di politiche maldestre e restrittive sarebbe un delitto se perdessimo l'occasione di disegnare le riforme strutturali, le grandi incompiute, le cosiddette buone riforme per lo sviluppo. Ma, così come avviene nel rituale tipico dei momenti centrali per lo sviluppo del paese, il vuoto è l'immagine che riassume il disagio di questa coalizione di Governo e della sinistra egemone. Il DPEF al nostro esame viene posto in risalto per l'astrattezza ed è accomunato ad una scatola vuota.
e quella del nord e non prende neppure in considerazione l'ipotesi che dal sud si possa e si debba ripartire.
hanno la possibilità di arrivare da un luogo ad un altro sul proprio territorio.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pennacchi. Ne ha facoltà.
LAURA MARIA PENNACCHI. Signor Presidente, vorrei partire dalla sottolineatura dell'eccezionalità dei risultati che sono stati conseguiti dai Governi di centrosinistra dal 1996 ad oggi, documentati nel DPEF di quest'anno. Altro che politiche maldestre, come diceva poc'anzi il collega dell'opposizione! A lungo l'opposizione ha negato che il risanamento che i Governi di centrosinistra stavano conducendo fosse un risanamento strutturale - oggi siamo tutti, credo, costretti ad ammetterlo - ed a lungo la stessa opposizione non ha creduto alla possibilità che questo risanamento fosse intrinsecamente legato alla determinazione di condizioni per il nuovo sviluppo che ora è in atto. Se l'Italia oggi è in grado di agganciarsi alla crescita internazionale, lo è non in virtù di qualcosa che è disceso dal cielo, ma in virtù delle politiche specifiche che sono state adottate.
Ora dobbiamo proporci traguardi nuovi, in cui tutti possano vedere alimentate le loro speranze per il futuro: i cittadini e le cittadine; i lavoratori e le lavoratrici; le famiglie italiane, specie quelle a più basso reddito; le imprese, le quali hanno bisogno di essere sostenute nello sforzo di ritrovare la via dell'innovazione e dunque della competitività. La relazione logica causale vorrei che fosse chiara: è dall'innovazione che nasce la competitività, non dobbiamo smarrire la direzione da seguire. In effetti, questa è la scelta centrale compiuta nel DPEF, con la quale noi ci sentiamo di consentire fortemente: la via di un'innovazione qualificata, non di un'innovazione quale che sia, di una modernizzazione progressista per il paese. Si tratta dunque di un'innovazione che soddisfa due requisiti fondamentali come ha soddisfatto il processo di risanamento che ci ha guidato fin qui: la coniugazione con principi di equità ed una visione della competitività intesa come competitività dell'intero sistema paese.
corrente, al netto degli interessi, grazie alle misure indicate nel DPEF che verranno sostenute nella risoluzione che la maggioranza presenterà, può calare di 3 punti percentuali in termini di PIL. D'altro canto, non va trascurato che la spesa pubblica corrente si conferma in Italia inferiore di circa 3 punti percentuali rispetto alla media dei 12 paesi che fanno parte dell'euro. Questo vuol dire, in buona sostanza, che il maggior onere per interessi è già ora pagato con una minore spesa corrente e non con una maggiore pressione fiscale. Dunque, il nodo di fondo è avere un'idea di sviluppo intenso per il nostro paese, uno sviluppo equo, sostenibile, uno sviluppo dell'Italia nell'Unione europea.
economica, un forte ritorno in campo della nozione di politica economica, macro e micro economica; significa che il proseguimento della stagione delle riforme non solo è necessario ma è concretamente possibile.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Becchetti, al quale ricordo che ha dieci minuti. Ne ha facoltà.
PAOLO BECCHETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, collega Pennacchi che ha testé terminato l'intervento, il documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2001-2004, la cui presentazione è avvenuta non il 30 giugno 2000, come prescritto dalla legge n. 468, ma in ritardo, contiene già in questo primo slittamento di data, l'embrione di molte furbizie, di falsità e di tentativi maldestri di captatio benevolentiae di cui è letteralmente infarcito.
professioni, vogliamo la riforma del sistema, ma parlare di liberalizzazione e identificare quel benefico processo con il mero problema dell'abolizione degli albi e degli ordini è frutto di quelle certezze che Bompiani invitava ad accantonare e segnale di una rozzezza ideologica e di schematismi che non producono nulla. Vale certamente per il Presidente Amato, per Bersani e per tutti quelli che fanno queste semplificazioni.
fiumi di denaro dai contenziosi e dalla stima del lavoro già fatta, stima che nel disegno di legge Bersani - all'esame del Senato e già furbescamente «infilato» nel decreto-legge sul contenimento delle spinte inflazionistiche - è nebulosa e volutamente incerta. Ciò appunto per inzuppare tutti insieme il pane in quel gustoso intingolo. Fatte salve, però, le amiche cooperative sulla tratta Milano-Bologna e fatte salve le gare con ribassi del 45 per cento, come, ad esempio, quella della stazione e del nodo di Bologna, che fa appunto rima con vergogna.
PRESIDENTE. Onorevole Becchetti, deve concludere.
PAOLO BECCHETTI. ...e così via. Non sarebbe più utile alla giustizia se questi magistrati andassero a decidere i processi, invece di perdere quattro o cinque mesi per far nascere una società che poi, per definizione, è anche impresa? È così che si facilita il venture capital e la fiducia che l'investitore può dare ad una buona idea? È così, senza il coordinamento con una adeguata disciplina fiscale, che si favorisce il «fare impresa» in società?
PRESIDENTE. Un minuto in più lo ha già avuto. Ora gliene concedo un altro, ma poi deve concludere.
PAOLO BECCHETTI. Devo citare un esempio veramente di malasemplificazione...
PRESIDENTE. Io non sono uno di quelli che toglie la parola, ma il Presidente Violante, quando toglie la parola, lo fa davvero! Non vorrei...
PAOLO BECCHETTI. Mi avvio veramente alla conclusione.
PRESIDENTE. ...che dessi l'impressione che uno fa due pesi e due misure, cosa che io non amo praticare!
PAOLO BECCHETTI. Avviandomi alle conclusioni, vorrei dire che nella legislazione derivata dalla Bassanini sui beni soggetti a vincoli archeo-monumentali vi è l'introduzione ex novo di una autorizzazione a vendere solo per le persone giuridiche private, non aventi fini di lucro: si tratta quindi delle cooperative, degli enti ecclesiastici e delle ONLUS.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Niedda, al quale ricordo che dispone di dieci minuti di tempo. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE NIEDDA. Signor Presidente, utilizzerò il tempo a mia disposizione cercando di restare al tema in esame, anche come dimostrazione al collega che mi ha preceduto che ha fatto una simpatica affabulazione, in qualche modo extra ordinem diei.
sulla base del criterio della legislazione vigente - a quello programmato e finanziano gli interventi di sostegno allo sviluppo. Nel documento 2001-2004, è sancito il criterio secondo cui la manovra correttiva sarà costituita da una revisione della legislazione vigente di spesa e di entrata tutta rivolta al finanziamento degli interventi per il sostegno allo sviluppo. La nota di aggiornamento al documento dovrà quindi specificare e definire una contabilità di reperimento delle risorse.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Niedda, poiché è stato rigorosamente nei termini.
STEFANO BASTIANONI. Signor Presidente, sottosegretario D'Amico, colleghi, possiamo definire questo documento di programmazione economico-finanziaria un atto di svolta: per la prima volta da quando un Governo presenta i suoi indirizzi alle Camere, gli andamenti tendenziali del bilancio non richiederanno manovre correttive e si valuterà quante risorse ridistribuire alla comunità.
intenzione di procedere in questa direzione. Sulla questione che sta molto a cuore a un Governo di centrosinistra non può che essere così: sul grande tema dell'occupazione occorre investire con coraggio soprattutto puntando sulla formazione e la formazione professionale, attraverso interventi mirati che possono offrire ai nostri giovani quella spendibilità sul mercato del lavoro che è soprattutto dovuta all'apprendimento delle lingue straniere e del linguaggio informatico, che sono in tutta Europa un viatico per un'occupazione stabile o comunque per un primo lavoro.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Agostini. Ne ha facoltà.
MAURO AGOSTINI. Signor Presidente, io non vorrei soffermarmi su aspetti che sono stati già trattati, anche ampiamente, che riguardano il lavoro svolto in questi anni e i risultati raggiunti, anche se si è trattato di un lavoro di risanamento profondo della finanza pubblica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, non soltanto in Italia: sono apprezzati anche dagli organismi internazionali.
internazionale ed interno? Io credo di sì, anche e soprattutto grazie ad alcuni provvedimenti su cui poi mi soffermerò. Ma è assolutamente ingiusto e, soprattutto, non corrisponde alla situazione dei fatti dire che questa ripresa ha caratteristiche squisitamente internazionali, così come non è giusto fare riferimento soltanto alla riduzione dei tassi di interesse che si è verificata in questi anni, adducendo questo come l'elemento che ha consentito il risanamento.
che rappresenta un punto di completamento della manovra volta a sostenere la ripresa attualmente in corso in Italia in maniera forte e robusta. Penso in particolare alla riduzione dell'aliquota sulle operazioni straordinarie (fusioni e concentrazioni), che passa dal 27 al 19 per cento e la rivalutazione dei beni di impresa che, come i colleghi ben sanno, era una delle rivendicazioni, uno dei problemi posti dal complesso delle forze imprenditoriali italiane al momento del passaggio all'euro. Sono due i punti significativi che si iscrivono all'interno di questo complesso di interventi i quali comprendono anche un'operazione riferita all'IRAP sulle piccole e medie imprese. È dunque un disegno di carattere complessivo piuttosto importante.
Non si può continuamente portare l'esempio di quel che si sta facendo in Germania, se non si comprende che la riforma fiscale che sta attuando Schroeder è volta a cambiare i connotati del famoso modello renano e a portare quel capitalismo ad un modello di carattere anglosassone: checché se ne dica, è la strada che abbiamo seguito a partire dal 1996 con il cosiddetto «eurosim» per arrivare al testo unico in materia finanziaria e alle questioni che stiamo discutendo oggi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pasetto. Ne ha facoltà.
GIORGIO PASETTO. Signor Presidente, il dibattito sul DPEF ha di fronte a sé l'annuncio proclamato, diffuso e reiterato di una dura opposizione da parte del Polo. Direi che, in modo per certi versi conseguente e coerente con quella linea, il relatore di minoranza e gli interventi dei colleghi del Polo hanno disegnato un quadro fallimentare e, per la verità, non hanno prodotto proposte alternative, come invece spetterebbe ad una grande forze di opposizione che ha l'ambizione di essere forza di Governo ed indicare su quale terreno si possa sviluppare una linea alternativa all'attuale maggioranza.
avanti nel corso della presente legislatura, è possibile osservare come gli indicatori economici e finanziari abbiano subito nel complesso uno straordinario miglioramento. Il tasso di sconto di riferimento all'inizio del 1996 era pari al 9 per cento e si è attualmente attestato al 4,25 per cento. I tassi di interesse bancari sono scesi dal 12 al 5 per cento nel periodo 1996-1999. Ma un dato emblematico, che forse meglio di tutti fa emergere le dimensioni dello sforzo ed i positivi risultati che sono stati conseguiti, è rappresentato dall'incidenza dell'indebitamento netto della pubblica amministrazione rispetto al PIL, passata dal 7,1 per cento del 1996 all'1,9 del 1999. È l'azione di risanamento, e non soltanto la congiuntura internazionale, che ha dato i suoi frutti già nello scorso anno e che ci consente oggi di affrontare un nuovo e più decisivo impegno, soprattutto a favore delle famiglie, delle piccole e medie imprese, nonché dell'incremento degli investimenti per l'innovazione. Il rilancio dell'attività produttiva richiede, in primo luogo, alle imprese di effettuare significativi sforzi di innovazione ed allo Stato di sostenerli. Per incrementare, insieme alla produttività, l'attività innovativa, occorre aiutare le imprese, soprattutto quelle di minori dimensioni, per le quali la spesa destinata a finanziare le attività di ricerca è più difficile da sostenere.
Non mi sembra, quindi, di avvertire quel clima di «tutto da rifare», tra l'altro, lo ripeto, in assenza di proposte alternative. Si avverte invece una sorta di sconcerto e di nervosismo da parte dei rappresentanti del Polo, perché la verità è che, a differenza di una facile invocazione propagandistica circa la riduzione della pressione fiscale, ci troviamo di fronte ad una proposta conseguente ad un'azione coerente del Governo che porterà ad una consistente riduzione, reale, incisiva e non propagandistica, della pressione fiscale che riguarderà l'IRPEF, l'IRAP e, soprattutto, le famiglie.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Burani Procaccini. Ne ha facoltà.
MARIA BURANI PROCACCINI. Signor Presidente, signor sottosegretario, il ministro Del Turco ha sottolineato la necessità di una discussione approfondita sul DPEF, ma il caotico lavoro d'aula e di Commissione, in questi giorni, non è andato a vantaggio di una analisi seria ed approfondita. Tenterò comunque di evidenziare alcuni punti fermi, banali finché si vuole, ma che non possono essere sottaciuti.
la povertà - e si è visto anche su questi banchi! - ma, se da un lato si preoccupa di sconti per le cure a favore degli animali, cosa che mi vede sostanzialmente concorde per la mia ben nota posizione animalista, non si preoccupa altrettanto di aumentare la detraibilità delle spese mediche, ora al 19 per cento, e di eliminare la franchigia generalista di 250 mila lire oggi esistente. Certamente gli umani sono subordinati rispetto agli animali e tra gli umani le famiglie rispetto ai singoli, ciò sottolinea il diverso peso di popolari e verdi in questa compagine ministeriale.
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Burani Procaccini. Mi dispiace interrompere i colleghi che vanno oltre il tempo loro assegnato; dovete tenere presente che mi mettete in imbarazzo.
BENITO PAOLONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il DPEF per il 2001-2004 del quale oggi si discute, è un documento che dice molto poco. Siamo di fronte ad un documento caratterizzato da una grande indeterminatezza: la vera sostanza della manovra è, infatti, rimandata ad una nota di aggiornamento che sarà presentata a fine settembre. In quella sede saranno definiti i settori e la quantificazione delle maggiori spese, nonché gli interventi proposti per il loro finanziamento, la quantificazione delle eventuali maggiori entrate tributarie e il loro utilizzo. Come si vede, quindi, la nota di aggiornamento di settembre costituirà il vero documento della manovra di finanza pubblica per il periodo compreso nel bilancio pluriennale che la legge n. 468 del 1978 e la legge n. 208 del 1999 prescrivono che sia definito entro il 30 giugno.
nei confronti di cittadini ed imprese che hanno causato danni sia all'economia, di cui si è strozzata sul nascere qualunque spinta evolutiva, sia allo Stato sociale, con l'aumento della disoccupazione e delle sacche di povertà in un largo strato della popolazione, determinando così un progressivo inaridirsi della domanda interna, che ha aggravato lo stato generale dell'economia.
PRESIDENTE. Onorevole Paolone, deve concludere.
BENITO PAOLONE. Sto concludendo, Presidente.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Fiori, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
ROBERTO MARIA RADICE. Signor Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, devo confessare che quando a fine giugno il documento di programmazione economico-finanziaria è stato presentato, a causa dei numerosi e pressanti impegni nella VIII Commissione, mi sono limitato ad una prima lettura veloce, ricavandone però subito la sensazione di trovarmi di fronte ad un documento di stile propagandistico ed elettorale. In quei giorni potei anche rimarcare la durezza con cui veniva giudicato il documento di programmazione economico-finanziaria. La Confindustria, attraverso il suo presidente D'Amato, ha bocciato il documento, giudicandolo inadeguato ad affrontare i gravi problemi da cui è afflitto il paese, ma anche dai sindacati si sono levate dure voci di critica: «scatola vuota», inadeguato. Pari giudizi sono venuti da molte associazioni di categoria, per non parlare del governatore della Banca d'Italia e della Corte dei conti.
titolo e di quattro righe di teorica enunciazione; scarni gli accenni al problema abitativo ed alla politica della casa per i ceti più deboli. Ecco allora nella VIII Commissione i commissari di maggioranza cercare di andare in aiuto al Governo ed alla relatrice, dopo avere espresso parere favorevole, con una lunga serie di osservazioni che, per logica, avrebbero dovuto portare ad un parere negativo. Continua così la politica degli annunci e si ipotizza - sottolineo: si ipotizza - l'opportunità di confermare le agevolazioni esistenti in materia di ristrutturazione edilizia.
paralisi portata dalle forze disomogenee che lo compongono. Il paese ha bisogno di una politica che sappia riaprire una stagione di progettualità, che sappia offrire l'idea di un destino nel quale la società italiana si riconosca.
PRESIDENTE. Constato l'assenza degli onorevoli Boccia e Guarino, iscritti a parlare: s'intende che vi abbiano rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Cicu. Ne ha facoltà.
Ancora una volta vi è la dimostrazione della rinuncia ad articolare strumenti e politiche per dare spazi di competitività al paese e alle imprese. Non c'è alcuna seria programmazione, ma solo e semplicemente l'enunciazione di capitoli della prossima finanziaria che peraltro non lasciano ben sperare; vi è la sottovalutazione della questione dell'inflazione, che comporta pesanti conseguenze per il bilancio dello Stato e per le nostre politiche salariali e dei redditi, la politica delle privatizzazioni, carente ed inefficace, il dividendo fiscale da restituire, i piani di azione della new economy: questi sono i problemi che in gran parte sono stati trattati dai miei colleghi. In particolare voglio soffermarmi sul capitolo dedicato all'occupazione e al Mezzogiorno. Vi è il problema della velocità relativa allo sviluppo nelle diverse zone d'Italia. La minore velocità delle regioni meridionali in termini di prodotto lordo e di accumulazione del capitale costituisce un grave problema in quanto comporta un'incidenza intollerabile della povertà e della disoccupazione. Peraltro questo documento di programmazione economico-finanziaria non prende in alcuna considerazione i temi del Mezzogiorno né la questione del divario tra la realtà del sud
In Italia si è riusciti a mettere insieme un incredibile paradosso: a parità di ricchezza, sui meridionali gravano maggiori imposte destinate al finanziamento dei servizi pubblici locali; accade tuttavia che la quantità e la qualità dei servizi siano nettamente peggiori rispetto alle altre zone d'Italia. Il primo dei due problemi concerne la direzione che il Governo ha prescelto nell'articolazione della politica di sviluppo; il secondo tema riguarda l'entità dei divari. Quelli tra il Mezzogiorno ed altre zone del paese, comunque vengano considerati, sono rilevanti e crescenti. I comuni del sud hanno potuto disporre nel 1999 di risorse complessive pro capite di parte corrente minori di oltre il 24 per cento rispetto al livello medio in Italia e di oltre il 30 per cento rispetto a quelle del nord del paese. Semmai vi è stata una linea di politica economica di questo Governo volta a ridurre nel tempo i divari, anche quanto concerne la finanza locale è chiaramente fallito. Le distanze nel nostro paese anziché accorciarsi si allungano e, invece di discutere seriamente su come risolvere i problemi dei nostri disoccupati e dei nostri emigrati, si continua a discutere dell'immigrazione estera. L'economia meridionale arranca in Calabria, in Campania, in Sardegna, in Sicilia e in Basilicata dove il tetto di disoccupazione oscilla tra il 23 e il 28 per cento.
I dati indicano che nel corso dell'ultimo anno più di 100 mila persone si sono spostate in cerca di lavoro dal sud al nord, nell'indifferenza generale, mentre il Governo fa uno strano dibattito sulla questione dell'immigrazione, senza fare alcuna valutazione su quanto, invece, sta accadendo nel nostro meridione e nelle zone deboli e sottosviluppate del paese. Ebbene, tale problema viene affrontato nel DPEF con l'annuncio trionfalistico che nel 2010 si avrà la piena occupazione!
Quel che lascia maggiormente sconcertati e perplessi è la totale assenza di interventi per ridurre il divario tra nord e sud. Sembra che l'annosa questione del Mezzogiorno, in una sorta di rassegnazione, non interessi più a questo Governo; lo interessa solo ed esclusivamente quando si tratta di portare avanti esperimenti come quello che riguarda l'agenzia Sviluppo Italia, che mi sembra si stia preoccupando più del latte di Parma, che delle mucche e delle pecore della Sardegna e del meridione, che stanno morendo a causa dell'emergenza idrica (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia)!
Ritengo che questo sia uno dei terreni sui quali occorrerebbe agire subito; si deve partire dal sud e, al di là delle tematiche ben note, relative alle infrastrutture, alla formazione, alla sicurezza e all'ordine pubblico, occorre adottare misure che da un lato riducano nettamente il cuneo fiscale e contributivo, dall'altro rendano più flessibile il mercato del lavoro. È necessario un abbattimento del carico delle imposte nel sud, trasferendolo in pochi anni in tutto il paese.
La lotta al sommerso è sicuramente una battaglia di civiltà, ma non la si porta avanti con i contratti di emersione, bensì, riducendo il peso del fisco e dei contributi in modo da allinearli a quelli di altri paesi come la Gran Bretagna.
Ritengo vi sia un problema di fondo che riguarda, ancora una volta, questo Governo che cerca di illudere i cittadini che non l'hanno mai legittimato; quei cittadini che si aspettano ancora una volta riforme strutturali serie; quei cittadini che nel meridione - ed in particolare nella Sardegna - in questi giorni hanno ricevuto la drammatica e devastante notizia secondo cui il Governo pensa al sistema dei trasporti tagliando drasticamente qualsiasi possibilità per quella regione; non mi riferisco all'ipotesi di realizzare autostrade, ma di ultimare una semplice superstrada che si sviluppi attraverso il nodo unico esistente in Sardegna dal nord al sud, penalizzando fortemente i suoi abitanti ed impedendo loro non solo la cosiddetta continuità territoriale con il resto del paese, ma anche la continuità territoriale nella propria terra: essi non
Ancora una volta, le ferrovie sarde vengono drasticamente escluse dal piano trasporti, addirittura con la chiusura di linee ferroviarie. In questo momento si avverte il bisogno forte di realizzare una opposizione, non con gesti simbolici come quelli che vengono adottati in questo momento in Sardegna, con l'occupazione delle sedi ferroviarie strategiche, ma riaprendo in quest'aula la questione del Mezzogiorno: non possiamo più accettare che nel 2010, accanto a quei toni trionfalistici, vi sia la spaccatura definitiva del nostro paese!
Colleghi, ritengo che abbiamo tutti una grande responsabilità, primaria e preliminare, proprio in questo momento; nel momento in cui questo Governo, con modi falsi e menzogneri, fa enunciazioni trionfalistiche, dovremmo riaprire un dibattito con la società civile per compiere un percorso che consenta la ricostruzione del paese (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
La crescita economica per l'anno a venire sarà vicina al 3 per cento ed il Fondo monetario internazionale, che è un'istituzione molto severa, sostiene che le valutazioni del Governo sono sottostimate. Lo stesso Fondo indica per tutti i paesi europei condizioni di eccellenza per ritrovare le quali bisogna risalire agli anni sessanta.
L'occupazione dal 1996 ad oggi è aumentata di 830 mila unità e non nel 2010, ma nel 2004 si prevede che la disoccupazione possa scendere ad un livello prossimo a quello che in letteratura viene considerato di disoccupazione frizionale, ossia il 7 per cento. Questi risultati sul versante della crescita economica e della generazione di occupazione sono indubbi e sono fortemente connessi ai dati relativi al risanamento.
Voglio ricordare che il disavanzo raggiungerà quest'anno l'1,3 per cento del PIL e che bisogna risalire al 1965 per trovare un dato analogo. L'opposizione, invece di fare discorsi che appaiono formalisticamente vuoti, dovrebbe fornire una risposta a questa domanda: come mai bisogna risalire al 1965 per trovare un dato come questo?
Il debito pubblico scende al 111 per cento e l'inflazione al 2,3 per cento, un valore che comunque tiene desta la nostra vigilanza, ma che dimostra a sua volta, se ricordiamo che nel 1990 l'inflazione era al 6,5 per cento, l'enorme cammino che abbiamo compiuto.
La spesa per interessi è oggi poco al di sopra del 6 per cento, mentre era al 12 per cento nel 1993 ed ancora all'11,5 per cento fino al 1996. Solo dal 1997 inizia una sua significativa riduzione ed oggi la spesa per interessi è dimezzata rispetto al 1993: in valori assoluti, passiamo dai 202 mila miliardi del 1996 a 140 mila miliardi, destinati a diminuire ancora. Se fossero riusciti a prevalere gli euroscettici, che erano tantissimi, specie nelle file dell'opposizione (ricordo cosa accadde nel 1996, quando decidemmo il raddoppio della manovra per centrare il traguardo dell'euro), non saremmo davvero a questi risultati.
Altre vie sarebbero del tutto inadeguate e per indicare la loro inadeguatezza vorrei sottolineare alcune questioni. In primo luogo, ancora non ci è stato spiegato perché le imprese abbiano incontrato tante difficoltà, dopo aver giustamente deplorato le condizione di crowding out - come si dice nel linguaggio tecnico - che l'accumularsi del debito pubblico aveva creato sulle attività produttive delle imprese, a valersi delle condizioni indubbie di crowding in nelle quali oggi siamo. Basti pensare che per un sistema produttivo indebitato per circa 900 mila miliardi l'anno la riduzione di un punto della spesa per interessi significa un risparmio di risorse e, quindi, generazioni di risorse addizionali per 9-10 mila miliardi l'anno.
Sempre riguardo alle altre vie inadeguate, vorrei ricordare a chi insiste per una più forte ed esclusiva linea di politica economica, vale a dire quella della detassazione, che la detassazione è largamente in atto. Oggi la nostra pressione fiscale è in linea con la media dei paesi dell'Unione europea e, grazie ad interventi già decisi, la pressione fiscale scenderà di oltre 2 punti percentuali in termini di PIL, senza pensare che si possono aggiungere altri interventi, come sarà indicato nella risoluzione che verrà presentata dalla maggioranza. Gli oneri contributivi sono stati abbassati in questi tre o quattro anni di oltre 3 punti percentuali e poiché, di fatto, c'è stata una fortissima moderazione salariale, le retribuzioni reali sono rimaste sostanzialmente ferme, mentre la produttività del lavoro è cresciuta di ben 10 punti.
Abbiamo approvato riforme fiscali molto prima di altri: abbiamo tagliato le tasse per 11 mila miliardi in un solo anno, mentre la Germania apporterà microriduzioni annuali che, alla fine, risulteranno minori delle nostre. Voglio altresì ricordare che, se non avessimo il debito che abbiamo, accumulato nel corso di vari decenni, potremmo avere una pressione fiscale più bassa di almeno 2 punti o 2 punti e mezzo.
Bisogna, infine, dire chiaramente che chi vuole tagliare le tasse in maniera più massiccia vuole anche tagliare le spese in maniera altrettanto massiccia: la popolazione italiana deve sapere che un taglio massiccio delle spese significa intervenire più massicciamente sul reddito disponibile delle famiglie e dei cittadini.
Sempre a proposito di altre vie da ritenere inadeguate, è importante ricordare l'azione compiuta per il contenimento della spesa da parte dei Governi di centrosinistra. Per meglio valutare questo aspetto, ricordo che negli anni cinquanta e sessanta la spesa pubblica è cresciuta a tassi medi annui reali - quindi al netto dell'inflazione - superiori all'8 per cento; negli anni settanta e ottanta il tasso reale di crescita della spesa pubblica è stato pari al 4,5 per cento annuo; negli anni novanta la spesa è cresciuta appena dell'1 per cento in termini reali annui. Ciò vuol dire che abbiamo avuto - visto che questo trend si verifica a partire dal 1995 - una fortissima compressione della dinamica della spesa a cui sottende un'altrettanto formidabile modifica nei comportamenti di tutti gli operatori. Oggi la spesa pubblica
Per percorrere questo cammino occorre molto di più di un'esclusiva politica di detassazione e occorrono politiche economiche mirate, specifiche, selettive, non il puro e semplice ricorso ad automatismi come avviene con la detassazione tout court.
Il nostro sistema ha bisogno di maggiori investimenti, in particolare di maggiori investimenti per la ricerca e lo sviluppo. A tale riguardo ricordo che la spesa per la ricerca e lo sviluppo è crollata all'1 per cento del PIL nel nostro paese; la componente privata di questo modesto 1 per cento del PIL rimane in maniera consistente al di sotto della media dei paesi dell'OCSE, dove la media della componente privata per la spesa per la ricerca e lo sviluppo è di circa il 70 per cento, mentre la nostra è di circa il 56-57 per cento.
Occorre fare un salto nella specializzazione produttiva perché siamo l'unico dei paesi industrializzati che ha conosciuto negli anni ottanta e novanta un'impressionante staticità della propria specializzazione produttiva. Occorre fare un salto che investa anche i servizi e che quindi offra anche, attraverso il rimedio alla sottoterziarizzazione che caratterizza l'economia italiana, più lavoro alle donne. Del resto il lavoro delle donne viene ormai indicato da tutte le istituzioni internazionali come la grande risorsa che i paesi industrializzati, attraversati da una transizione demografica di non irrilevanti proporzioni, potranno utilizzare in futuro.
Occorre anche un salto dimensionale del nostro apparato produttivo; il che richiede una struttura più dinamica degli assetti proprietari privati e ciò rende auspicabile quella riforma del diritto societario a cui ci siamo accinti, la sollecitazione di una maggiore apertura degli assetti delle imprese all'apporto di capitali terzi, come possono essere quelli generati dai fondi pensione e dai fondi per gli investimenti. Occorre altresì puntare anche alla quotazione nei mercati finanziari.
Occorre maggiore concorrenza in alcuni settori produttivi. Nel caso del petrolio è del tutto chiaro che i difetti di funzionamento dei mercati creano rendite che generano maggiore inflazione e tali difetti si cancellano eliminando le rendite a vantaggio di pochi e non sottraendo risorse all'intera collettività per fiscalizzare una parte degli oneri sociali e ridurre il costo del lavoro. Questo non vuol dire che non si debbano anche fare politiche di riduzione ulteriore del costo del lavoro.
Occorrono altresì maggiori investimenti in infrastrutture; l'armatura infrastrutturale del nostro paese si rivela fragile, ha bisogno di essere rafforzata e sostenuta; occorre una maggiore efficienza ed una maggiore efficacia nelle azioni della pubblica amministrazione (questo è un indirizzo molto importante), occorre altresì una estensione e un approfondimento degli istituti della cittadinanza sociale e della stessa idea della cittadinanza sociale, a partire da quella riforma degli ammortizzatori sociali che è attesa da lungo tempo.
Chi sostiene che la cura sia soltanto meno tasse, penso sia una mente semplice, come ha autorevolmente detto il ministro del tesoro, ma dirò di più: una mente semplicistica. Occorre molto di più e questo di più richiede, come ho già detto, politiche mirate, articolate.
Una legge finanziaria a saldo zero significa l'opposto dell'inazione; significa il richiamo all'esercizio pieno della responsabilità dell'iniziativa politica e della politica
È un vero peccato, cara collega Pennacchi e sottosegretario D'Amico, che il governatore della Banca d'Italia e la Corte dei conti abbiano giudicato inconsistente il documento. Di una cosa bisogna dare atto alla collega Pennacchi: toni trionfalistici a voce bassa, per pudore presumibilmente o per vergogna.
Nel leggere il documento di programmazione economico-finanziaria mi è venuto in mente un gustoso brano tratto dall'Elogio della pazienza di Cicerone che narra: «C'era un tale che, avendo pattuito con il nemico una tregua, compiva saccheggi di notte con il pretesto e la scusa che la tregua era stata pattuita per il giorno». Se penso al rapporto tra questo Governo e il popolo italiano in genere e, in specie, tra questo Governo e l'opposizione parlamentare, mi sembra che l'apologo ciceroniano calzi a pennello. Il Governo promette al popolo, visto che le elezioni si avvicinano, di farlo partecipare alla spartizione del bottino fiscale, chiamandolo pomposamente dividendo fiscale, in maniera ridicola e con la compiacenza della stampa più «appecoronata». Furbescamente, però, il bottino o dividendo fiscale, alla cui spartizione gli italiani di giorno dovrebbero partecipare, è frutto di quel saccheggio che il Governo ha fatto a danno degli stessi italiani di notte, nella buia notte della spremitura fiscale. Urlano il TG1 ed i tromboni di regime: «Boom delle entrate tributarie!» e pensano che gli italiani portino gli orecchini al naso e non capiscano bene che il boom delle entrate è la grassazione che questo Governo fa ai loro danni con la pressione fiscale, con le tariffe dei servizi che non scendono, nonostante la liberalizzazione (si veda l'energia elettrica) e le privatizzazioni, con l'odiosa IRAP, con i mille e mille salassi che il cittadino subisce con addizionali, ritenute, anticipi di imposte, canoni, acqua, rifiuti e chi più ne ha, ne metta.
E ancora: nel leggere questo DPEF tutto annunci, certezze, sicurezze, paradisi terrestri, scenari programmatici (forse è opportuno questo riferimento al teatro, ove si recita a soggetto!), project financing, piani di stabilità, e-society, e-governament, e-commerce, i («i» in italiano, non «e» anglofono) pifferai che lo hanno redatto, nel lettere tutto questo - dicevo - ho pensato a Valentino Bompiani che ammoniva: «giorno per giorno bisogna mettere in sospetto le proprie opinioni, idee e abitudini, comprese le più radicate, più disponibile per rendere qualche casella del cervello alla vita che cambia». Ne faccia tesoro il Governo ed i suoi ministri se lo ricordino quando, ad esempio, pensano alla riforma delle professioni, quando pubblicano il piano generale dei trasporti, quando affrontano la riforma del diritto societario, quando vendono la pelle dell'orso (una parte dei proventi delle gare UMTS) prima ancora di averlo catturato!
Ecco, dunque, i punti sui quali intendo concentrare l'attenzione e fare alcune riflessioni sulla inadeguatezza del DPEF: le professioni, il piano generale dei trasporti e la mobilità, il diritto societario, i proventi straordinari, gli investimenti e il project financing, le semplificazioni e le privatizzazioni.
Riguardo alla riforma delle professioni, dichiaro che noi vogliamo la riforma delle
Il CNEL ha fatto utili e approfonditi studi che evidentemente Amato e Bersani non hanno neppure letto. Il sistema binario o duale che salvaguarda, da un lato, lo straordinario patrimonio delle professioni regolamentate in funzione degli interessi di ordine costituzionale (giustizia, sanità, ambiente, eccetera) che esse debbono proteggere e tutelare e, dall'altro, quell'altrettanto straordinario scenario che si apre alle professioni nuove ed emergenti, non regolamentate - sistema che il CNEL ipotizza poter evolvere in un sistema stellare -, è l'humus nel quale deve svilupparsi una disciplina armonica e coerente che ha due, due soli poli, due soli fini prioritari ed un solo faro civile di guida.
Per quanto riguarda i fini, vi è, in primo luogo, l'apertura ai giovani delle opportunità di lavoro, ma di un lavoro serio, qualificato, aggiornato, frutto della cultura, dell'approfondimento e della preparazione più completa, non la cialtrona apertura alla concorrenza sleale, all'accaparramento di lavoro per tessera politica, cose in cui, voi della sinistra, purtroppo, siete specialisti. Il secondo fine: la resa al cliente cittadino di una prestazione completa, responsabile, soddisfacente, esaustiva e a corrispettivi da un lato sostenibili per il cliente e, dall'altro, dignitosi per il prestatore di opera professionale.
Il faro, infine, è la libertà, quella libertà che la sinistra rimastica ma non riesce a digerire, perché la libertà vi è indigesta. Mi domando se Amato sappia o no che Veltroni ha promesso alle professioni non regolamentate una bella legge regolatrice - su proposta di legge Ruzzante - entro questa legislatura.
Il secondo argomento riguarda la mobilità ed il piano generale dei trasporti. Quello che ha fatto questo Governo in materia di trasporti con tre ministri - Burlando, Treu ed ora il sopravvalutato Bersani, uno più inconcludente dell'altro -, i guasti provocati da questo esecutivo sono sotto gli occhi di tutti.
Il piano generale dei trasporti neppure è stato pubblicato e già ha sollevato una caterva di critiche. L'enfasi di 170 mila miliardi in dieci anni si è sgonfiata di fronte al primo approccio. Innanzitutto, l'infrastrutturazione del paese nel settore stradale: interventi al nord, qualche intervento al sud, ed il centro Italia rischia di diventare un vero e proprio collo di bottiglia, anzi una strozzatura nel bel mezzo del sistema stradale del paese.
Le trasversali da Civitavecchia al mare Adriatico, da Grosseto a Fano e a sud del Lazio, nonché tutto il sistema a spina di pesce che darebbe respiro agli spostamenti delle merci in tratte brevi della strada, lasciando i lunghi percorsi al mare ed alla ferrovia, quei progetti sono totalmente assenti dal piano, tutto intriso da una logica di spesa, senza un minimo di progettualità in termini di ambiente e di decongestionamento del traffico veicolare su strada, che tanti danni e tanti lutti provoca quotidianamente.
L'alta velocità ferroviaria, trasformata con un gioco di prestigio - la solita burla di Burlando - in alta capacità, è destinata a tempi ancora più lunghi di quelli, già biblici, da cui è afflitta. Ambienti economici seri ed avveduti hanno già denunciato che il progetto Bersani di annullare le concessioni e passare alle gare europee, in astratto auspicabile e giusto, è anche, se non solo, un progetto per fare uscire i general contractor (IRI, ENI, FIAT, Impregilo) dalle secche in cui si sono impantanati per loro incapacità gestionali... Presidente, faccia stare zitto il relatore, perché mi disturba; o tace o parla piano.
L'uscita sarà per essi indolore e dolce, ricca e grassa, perché questi signori incasseranno
Dei 170 mila miliardi, dunque, la metà alle Ferrovie per mantenere i 130 mila ferrovieri che votano a sinistra, gli spiccioli al settore marittimo ed aereo. Per gli aeroporti il piano generale dei trasporti contiene 18 righe - sottolineo 18 righe - a pagina 50. Un vero scandalo. Questo sarebbe l'annunciato riequilibrio modale, l'accelerazione degli investimenti, l'innovazione tecnologica, lo sviluppo della logistica? Acqua e chiacchiere, caro signor sottosegretario, non fanno frittelle.
Il terzo punto è il diritto societario ed il sistema delle imprese. La riforma, che ha iniziato faticosamente il percorso in Commissione giustizia, si incentra su un'affermata discontinuità e diversificazione nelle società di capitali tra le Srl a ristretta - non si definisce bene quanto - compagine sociale e le Spa, società a base ampia ed aperta, salvo il modello societario mutualistico, mentre incombe la crisi della mutualità, ormai messa all'angolo dalle imprese cooperative delle dimensioni gigantesche. La CMC, la CCC fatturano più di Impregilo, di Condotte e Ferrocementi e di Salini. Le Coop e la Conad fatturano cinquanta volte più di Standa e di altre imprese della grande distribuzione.
Il fallimento è una mannaia sulle imprese che hanno qualche difficoltà superabile ed è un deterrente inefficace verso la cattiva gestione delle grandi imprese, anche cooperative, protette dallo scudo socio-politico della mitica conservazione dei livelli occupazionali.
Il diritto penale societario in 58 anni dall'entrata in vigore dei codici civile e penale è stato usato in prevalenza contro Silvio Berlusconi, contro il quale una magistratura politicizzata non poteva trovare altro che dei falsi in bilancio inesistenti, perché il soggetto attivo - Berlusconi - e quello danneggiato - Berlusconi appunto - sono la stessa persona. Vede, Presidente Amato che è assente, nessuno può dire bugie e falsità a se stesso: forse ci riesce lei e, inconsapevolmente, per incapacità, anche Veltroni, quando risolleva il problema del conflitto di interessi.
Intanto, il tentativo di semplificare già da adesso il procedimento costitutivo delle Srl, spesso con un unico socio o con due soci, per lo più parenti o associatisi per intuitu personae, questa semplificazione ha già incontrato il fuoco di sbarramento della magistratura, che non si capisce bene per quale fine di pubblica utilità voglia conservare saldamente il controllo di omologazione anche sulle piccole società di capitali. Magari per fare ridicola giurisprudenza su questioni minimali: mi riferisco al trasferimento di sede da città a città; al bilancio da approvare entro sei mesi; al divieto, non sancito da alcuna norma, del voto segreto ...
Presidente, vorrei avere un solo minuto...
Una richiesta di una cooperativa ha ricevuto la seguente risposta dal Ministero: «Tenuto conto della inderogabile previetà» - si badi bene: la inderogabile previetà - «della autorizzazione rispetto all'atto di alienazione, si chiede: istanza; statuto dell'ente alienante; certificato del vincolo monumentale (che il Ministero già possiede); parere della sua soprintendenza; elaborati grafici; documentazione fotografica vistata dal soprintendente; dichiarazione circa l'attuale e futura destinazione del bene, vistata dal soprintendente e firmata dall'alienante e dall'acquirente; relazione artistica e storica del soprintendente; planimetria catastale; certificato dell'UTE; autorizzazione a vendere dell'ente ecclesiastico.
Alla faccia della semplificazione!
Il documento di programmazione economico-finanziaria che la Camera si appresta ad esaminare è l'ultimo della tredicesima legislatura della Repubblica e, in qualche modo, segnerà i primi anni del terzo millennio, quelli con i quali noi iniziamo ad esaminare la situazione che si presenta oggi.
Noi abbiamo iniziato la legislatura nel 1996 con un deficit di bilancio della pubblica amministrazione che era uguale al 7,1 per cento del prodotto interno lordo. Nell'anno in corso il deficit sarà di poco superiore all'1 per cento del PIL.
Come ha riconosciuto l'OCSE, che è sicuramente un osservatore più puntuale e preciso di qualche volenteroso collega dell'opposizione, si tratta di uno dei più energici risanamenti attuati nell'ultimo decennio. I vantaggi delle riforme strutturali realizzate in questi anni ci consentono di consolidare i risultati conseguiti con il raggiungimento dei noti parametri di Maastricht. Anche se l'andamento congiunturale dell'ultimo biennio non è stato favorevole, la positiva dinamica dei tassi d'interesse ha consentito di mantenere il trend della finanza pubblica.
Il deficit di bilancio che abbiamo nell'anno in corso e che avremo negli anni successivi è ormai esclusivamente destinato al finanziamento delle spese in conto capitale, cioè degli investimenti, come fanno i paesi con i conti in ordine. Su questo argomento la collega Pennacchi ha svolto delle osservazioni puntuali e intelligenti.
Sono alle nostre spalle gli anni nei quali il deficit di bilancio serviva a finanziare la spesa corrente cioè, per la parte più importante, le retribuzioni dei pubblici dipendenti. Se, come appare probabile, la crescita economica nei primi quattro anni del millennio sarà doppia rispetto a quella del quadriennio precedente, gli obiettivi che il paese si è posto saranno raggiunti.
Il pareggio di bilancio sarà realizzato nel 2003 e nello stesso anno il debito consolidato scenderà al livello del prodotto interno lordo. Da quell'anno la crescita percentuale del prodotto interno lordo determinerà l'equivalente diminuzione del rapporto deficit su PIL. Nel quadriennio di legislatura che è alle nostre spalle, il risanamento del bilancio pubblico, le iniziative imprenditoriali e un attento governo dell'economia hanno consentito un rilevante aumento dell'occupazione che viene oggi stimato in circa 830 mila unità, portando la popolazione attiva a 21 milioni di persone, dati che fanno parte della realtà del nostro paese e non dei sogni di qualche Presidente del Consiglio improvvisato.
È opportuno richiamare questi dati nel momento in cui il Parlamento si appresta ad esaminare il documento di programmazione economico-finanziaria. Senza retorica, il nostro paese ha realizzato in questi anni straordinari risultati, smentendo i disegni nichilisti di chi voleva dividerlo e l'ostracismo dimostrato dal conglomerato di destra verso le varie ipotesi di risanamento del paese, quasi tutti raggiunti. La destra, plurale nelle sue espressioni, è unitaria nell'incapacità di comprendere i bisogni effettivi del paese, dimostrati nell'opposizione alla finanziaria nel 1996 (che è quella che ci ha consentito di raggiungere i parametri di Maastricht) e che si ripete oggi costantemente in ogni intervento, a voler dipingere l'Italia in una situazione diversa da quella che è.
Nei pochi minuti che restano, nei quali cercherò di rispettare il tempo che mi è stato assegnato, ricordo che il saldo primario sarà quest'anno uguale al 5,2 per cento del prodotto interno lordo e che una percentuale oscillante tra il 5 e il 6 per cento durerà in tutto il periodo del documento di programmazione economico-finanziaria, cioè fino al 2004. Le spese in conto capitale che erano state sacrificate negli anni della legislatura avranno un netto incremento negli anni successivi, crescendo con una media costante del 3,8 per cento. Il debito pubblico, l'autentico handicap del nostro sistema economico, sarà del 112 per cento quest'anno e raggiungerà, come ho detto, il 100 per cento del prodotto interno lordo nel 2003. Tali risultati, che per gli altri paesi erano acquisiti, richiedono per il nostro paese uno sforzo straordinario per adeguarci ad una situazione che ci ha visto per lungo tempo, sia con il deficit di bilancio che con il debito, fuori controllo. La crescita della spesa corrente al netto degli interessi sarà nell'ordine del 3 per cento all'anno, mentre la crescita della spesa in conto capitale sarà molto più alta.
Voglio ricordare a me stesso e a quei pochi che mi ascoltano che, da quando abbiamo iniziato questa legislatura nel 1996, quattro anni fa, ad oggi, l'inflazione, i prezzi, sono cresciuti complessivamente del 7,4 per cento in quattro anni. Nei quattro anni precedenti la crescita dei prezzi, l'inflazione, era stata quattro volte superiore. Il quadro, che si presenta dinanzi a noi con una economia sostanzialmente in via di risanamento dimostra che fin dal 1998 il saldo corrente della pubblica amministrazione è tornato in attivo, per cui il residuo indebitamento netto è tutto rivolto al finanziamento della spesa in conto capitale.
L'alto livello del rapporto tra l'avanzo primario e il prodotto interno lordo si rende necessario date le previsioni della spesa per interessi la cui incidenza sul PIL continua a permanere relativamente elevata nel quadriennio (sopra il 6 per cento fino al 2002 e poi, moderatamente, a scendere). Alla fine del 2003, nell'area dell'euro, il saldo delle amministrazioni pubbliche dovrebbe realizzare un sostanziale pareggio e l'incidenza del debito sul PIL dovrebbe pervenire al 66,3 per cento. Il dato supererà il 60 per cento solo per il Belgio, dove sarà collocato al 101, l'Italia, dove sarà collocato al 100, e l'Austria, dove sarà al 61,2 per cento.
Secondo la terminologia adottata in occasione degli ultimi due documenti di programmazione economico-finanziaria, la manovra correttiva è costituita da interventi strutturali che riallineano il profilo dell'avanzo primario e dell'indebitamento netto secondo l'evoluzione tendenziale -
Avendo quasi terminato il tempo a mia disposizione, mi accingo a concludere, facendo presente che il cosiddetto bonus, o dividendo fiscale, che il Governo si appresta a stabilire e dividere, rappresenterà un intervento a favore delle fasce più deboli. Possiamo dire, a quattro quinti del cammino di questa legislatura, guardando ai quattro anni successivi, che il Governo di centrosinistra ha fatto il suo dovere e ha portato il paese dove aveva promesso: credo che sia stato svolto un buon lavoro e che questo documento di programmazione economico-finanziaria confermi un indirizzo che è stato estremamente benefico per il nostro paese e che la destra, seppur recalcitrante, non riesce ancora a comprendere (Applausi dei deputati del gruppo dei Popolari e democratici-l'Ulivo).
È iscritto a parlare l'onorevole Bastianoni, al quale ricordo che ha cinque minuti. Ne ha facoltà.
In questi anni, sono stati compiuti sacrifici da parte delle famiglie, dei cittadini, delle imprese italiane: si è fronteggiata una situazione di emergenza che derivava da una finanza che stava andando fuori controllo, per il dissesto dei conti pubblici. Soprattutto negli anni ottanta, si sono create situazioni che sono state recuperate. Se oggi, quindi, possiamo non parlare più di quante risorse togliere dalla disponibilità dell'economia, delle famiglie, delle imprese è grazie ad un lavoro portato avanti dai Governi di centrosinistra negli anni con coerenza. Certamente, restano molti problemi aperti, mali antichi e nuove emergenze: tuttavia, credo che in questa direzione bisognerà muoversi, e il banco di prova sarà rappresentato dalla prossima legge finanziaria.
In primo luogo, bisognerà restituire a chi ha dato di più, alle famiglie: si impone una riduzione della pressione fiscale, a partire dalle famiglie. È delle ultime ore l'intesa raggiunta per la riduzione di un punto percentuale dell'IRPEF, compatibilmente con la disponibilità delle risorse che si verranno a creare. Un'altra direzione importante credo sia rappresentata dalla sicurezza: un segnale forte deve essere dato ai cittadini e alle forze dell'ordine su uno dei temi più importanti, su cui occorre un investimento strategico.
Un altro importante settore in cui occorre intervenire è quello della piccola e media impresa, che è il motore della nostra economia, un volano per lo sviluppo e per l'occupazione: occorrono, quindi, misure che possano andare nella direzione, per esempio, di rivedere l'IRAP, una tassazione regionale che va nella direzione del cosiddetto federalismo fiscale, ma che può e deve essere migliorata con opportuni accorgimenti. C'è il discorso dell'ammodernamento della pubblica amministrazione che questi Governi hanno operato in maniera convinta e decisa, siamo andati verso una semplificazione del rapporto cittadino pubblica amministrazione e questo è un dato innegabile. Molto deve essere ancora fatto, va informatizzata tutta la pubblica amministrazione, vanno riqualificate molte persone che operano nel pubblico impiego, ma vi è disponibilità di risorse e
Vi è anche un altro tema, che ritengo importante in una fase di grandi trasformazioni e ristrutturazioni nel settore delle imprese, che riguarda i cinquantenni, molti laureati in discipline giuridiche ed economiche, quadri, ingegneri, che si trovano oggi a dover uscire dal circuito produttivo. Dobbiamo farci carico anche di queste persone che hanno famiglia, hanno figli che devono studiare, mutui da pagare; credo che in questa fase del nostro sviluppo noi dobbiamo dare loro risposte adeguate.
Signor Presidente, come dicevo all'inizio, questo è l'ultimo documento di programmazione economico-finanziaria abbiamo di fronte; si sta concludendo una legislatura che credo sia stata positiva: noi possiamo quindi lasciare un percorso compiuto, risultati certi e possiamo guardare al futuro con speranza e con ottimismo.
Le ricordo che ha a disposizione quindici minuti di tempo, ma se ne adopererà di meno, vi sarà una qualche riconoscenza.
Mi sembra necessaria solo una considerazione polemica nei confronti di alcune affermazioni fatte anche nel corso della discussione odierna, tendenti a evidenziare che quest'opera di risanamento non ha toccato minimamente l'aspetto della lotta all'evasione fiscale. Se per lotta all'evasione fiscale si intende un qualche sbandieramento propagandistico, ciò non ci appartiene; se per lotta all'evasione fiscale si intende, invece, un processo fondato su una moderna riforma fiscale e, soprattutto, su un'azione costante, quotidiana della pubblica amministrazione su un processo che, di per sé, tende a fare emergere base imponibile, è innegabile che ciò sia avvenuto.
Vorrei soltanto ricordare all'onorevole Armani che è sufficiente guardare l'incremento delle entrate dell'IVA di questi anni e metterlo in relazione alla crescita troppo modesta, come tutti abbiamo detto, del prodotto interno lordo per trarre necessariamente la conclusione che effettivamente è emersa materia precedentemente sommersa, proprio attraverso lo strumento della lotta all'evasione fiscale.
Vorrei ricordare, in merito alla riforma fiscale, che essa è stata finalmente completata con due provvedimenti, uno dei quali è già legge: lo statuto del contribuente. L'altro, che diventerà legge tra poche settimane, è la riforma sulle successioni. Diciamo che questa è la parte della riforma fiscale più rivolta al cittadino, al rapporto tra fisco e contribuente.
È importante sottolineare questi aspetti perché, se non vi fosse stato questo lavoro paziente di riforma e di risanamento, noi oggi non saremmo in condizione - questo è il punto politico che voglio sottolineare - di affrontare e rispondere positivamente alla ripresa economica in corso. A questo proposito vi è un elemento di strumentalizzazione politica nelle argomentazione che vengono addotte.
Guardiamo avanti: è possibile che l'Italia riesca a stare positivamente all'interno della ripresa economica in atto a livello
Il problema non è la riduzione dei tassi di interesse in assoluto, ma che in questi anni si è ridotto il differenziale dei tassi di interesse tra l'Italia e gli altri paesi, cioè quello che in altri termini si chiama il «rischio paese». In Italia, grazie all'opera di questi anni, non esiste più un rischio paese, che fino a poco tempo fa - fino al 1995 e all'inizio del 1996 - veniva definito con uno spread, un differenziale nei tassi di interesse, che non era altro che il riconoscimento che si dava agli investitori a fronte di un rischio maggiore rispetto agli investimenti in altri paesi.
Proprio questa opera ci consente oggi di affrontare positivamente la ripresa in atto. Noi non stiamo, quindi, beneficiando soltanto di una ripresa di carattere internazionale, ma siamo in condizione di stare pienamente all'interno di questa ripresa, che ha caratteristiche internazionali, proprio perché in Italia vi è stata un'opera di risanamento profondo, che consente di poggiare la ripresa su basi solide. Se non vi fosse stata quest'opera alle nostre spalle, saremmo ancora in una navicella sottoposta alle turbolenze, che oggi va su e domani va giù e non offre mai un profilo di stabilità.
Pertanto, il nesso risanamento-sviluppo va considerato pienamente nella sua pregnanza, perché è attraverso questo nesso che si può guardare positivamente ai problemi che ancora oggi abbiamo davanti. Quali sono tali problemi? Vorrei prendere di petto una questione squisitamente politica. Oggi si sta cercando di creare un senso comune, che sostanzialmente dovrebbe corrispondere a questa idea: il centrosinistra ha fatto bene, la sinistra ha operato bene per il risanamento, ma oggi è tempo di sciogliere le briglie al cavallo e di farlo correre e, quindi, bisogna affidarsi ad una guida diversa, cioè ad una guida di centrodestra.
Si tratta di un'argomentazione che vorrei esattamente rovesciare. Proprio per l'azione svolta in questi anni, il centrosinistra e la sinistra italiana sono oggi in condizione di porsi come garanti veri di questa ripresa forte e duratura.
Il problema politico che abbiamo di fronte a noi non è soltanto quello di rivendicare giustamente quello che abbiamo fatto in questi anni, poiché questo in qualche modo è consegnato alla storia. Il problema vero che abbiamo davanti da qui alla finanziaria, in questo percorso che ci porterà fino alla fine dell'anno ed alla fine della legislatura, è quello di caratterizzarci sempre più come una coalizione di Governo in grado di garantire una ripresa forte e duratura. Io leggo così il complesso di interventi delineati nel DPEF e che troveranno poi concreta applicazione nella finanziaria.
Si è detto giustamente che l'Italia è cresciuta poco negli anni novanta, che abbiamo alle spalle. Vi è stato sicuramente un differenziale di crescita anche rispetto agli altri paesi europei, che pure sono cresciuti poco anch'essi rispetto agli Stati Uniti d'America. Ebbene, alcuni interventi vanno esattamente in questa direzione: basti pensare alla necessità di sostenere la domanda interna, i consumi e gli investimenti. In questa direzione vanno alcuni degli interventi che sono stati illustrati stamattina, anche nella relazione che ha aperto questa discussione, con riferimento alla riduzione dell'1 per cento dell'IRPEF, agli interventi mirati nei confronti dei redditi più bassi - fino a prevedere forme di franchigia fiscale fino ai 15 milioni -, al sostegno delle pensioni minime, alla necessità, quindi, di dare una boccata d'ossigeno in questa direzione. Attenzione però, il DPEF e la legge finanziaria non vanno tenuti separati da un altro importante provvedimento in questi giorni in discussione presso la Commissione finanze e, cioè, il collegato fiscale
Non c'è dubbio che queste tematiche di breve periodo rappresentano un problema più generale e cioè il differenziale di competitività fra l'Italia e gli altri paesi. Attenzione però, occorre fare una discussione separata perché vi è l'atteggiamento un po' «peloso» di chi oggi parla a proposito e a sproposito della perdita di competitività, non ricordandosi di avere fatto parte in passato di quegli stessi schieramenti politici che hanno fatto della leva del cambio l'elemento fondamentale dell'iniziativa di carattere internazionale dell'Italia. Oggi l'elemento della competitività è messo in evidenza nel modo drammatico che tutti abbiamo constatato anche nella discussione odierna proprio perché si è compiuta l'operazione di portare l'Italia tra i primi paesi aderenti all'euro. In precedenza il differenziale di competitività veniva coperto e mascherato dal partito della svalutazione che aveva al suo interno componenti molteplici ma che lavorava in questa direzione; oggi questi problemi sono alla luce del sole e il salto di competitività di cui l'Italia ha bisogno è quello a cui hanno fatto riferimento il governatore della Banca d'Italia, il neo presidente di Confindustria e il presidente dell'antitrust Tesauro. È qui che dobbiamo puntare l'attenzione ed è per questo che occorre procedere quanto prima alla riforma del diritto societario e del diritto fallimentare. Si tratta di un provvedimento importantissimo proprio per dare sostegno al salto di competitività che il nostro paese deve compiere. La riforma deve necessariamente avere il carattere di una normativa flessibile e snella, che sia di principio e di quadro e che lasci alla piena autonomia privata, all'autonomia statutaria come si dice oggi, l'opportunità di muoversi nella direzione dei «vestiti» normativi più confacenti alle esigenze dell'impresa nella sua fase di sviluppo. Pensando ad alcuni atteggiamenti politico-culturali della sinistra e del centrosinistra, occorre tornare a puntare con grande energia al tema della crescita dimensionale dell'impresa perché sono finiti gli anni del «balletto» di piena santificazione del piccolo e bello. Il punto della crescita dimensionale dell'impresa diventa oggi un tema fondamentale, se vogliamo realizzare alcuni degli obiettivi contenuti nel DPEF. Non ha senso parlare di incremento forte della spesa in ricerca e sviluppo se non si dice «sì» ad un intervento di carattere pubblico, come per tutte le economie sviluppate ma se soprattutto non è un incremento di carattere privato, che in quanto tale necessita - essendo la ricerca e lo sviluppo funzioni del fatturato - di una dimensione aziendale forte, ampia e in grado di riproporre il tema della crescita dimensionale dell'impresa italiana.
Un'altra considerazione relativa agli elementi di carattere strutturale impone la necessità che vi sia un'accentuazione nei processi di liberalizzazione. In questi anni abbiamo realizzato molto bene le privatizzazioni e ne abbiamo realizzate molte anche dal punto di vista quantitativo, con strumenti sufficientemente sofisticati nel rapporto con i mercati finanziari. Oggi avverto l'esigenza di un incremento di liberalizzazioni che riguardi sia alcuni settori dei servizi più tradizionali, sia elementi riferiti alle libere professioni, di cui si è già parlato, in modo da conferire loro una caratteristica di capitalismo più aperto e conflittuale (se posso usare questa espressione).
È credibile l'idea che si cerca di veicolare di una sinistra statalista, chiusa in se stessa, buona solo quando bisogna far soffrire il paese, come è avvenuto con lo sforzo per l'ingresso nel sistema della moneta unica? Vi è ora la necessità di lasciare il campo ad altre forze? No, non è assolutamente così, perché il profilo della sinistra e del centrosinistra che proponiamo è quello di uno strumento politico volto a creare una società più aperta, dinamica e competitiva. Una società di questo genere non è una società che getta a mare le regole, ma uno sviluppo che richiede una regolamentazione più moderna e flessibile, come si è fatto in altri ordinamenti e come si sta cercando di fare oggi nel nostro paese.
Ciò non significa accentuare le disuguaglianze, ma dare una risposta positiva, in quanto sappiamo che l'obiettivo fondamentale oggi è quello di creare ricchezza: siamo, appunto, in condizione di creare ricchezza e maggiore sviluppo, nonché di consentire la crescita del paese; questa è la precondizione per fare dell'Italia un soggetto che partecipi pienamente alla ripresa internazionale con caratteristiche che siano un punto di riferimento e, in qualche caso, di esempio.
Il collega Armani ed in parte il collega Bono hanno fatto affiorare una sorta di proposta tesa a far slittare l'approvazione del DPEF al mese di settembre per non avere, magari, il tempo necessario per approvare la legge finanziaria. È una specie di «è tutto da rifare» che ricorda i film di Totò, mentre il collega Possa non ha potuto negare che siamo in una fase espansiva della nostra economia, salvo poi attribuire la crescita alla sola congiuntura internazionale. Vorrei dire al mite collega Possa che in realtà, oggi, raccogliamo i frutti di uno sforzo, di un impegno e dell'azione di risanamento, nonché del raggiungimento dell'obiettivo dell'ingresso in Europa, da noi perseguito fin dal 1996. Questo è stato fatto, colleghi, senza intaccare le conquiste sociali sul terreno della previdenza e dell'assistenza che il sistema paese garantisce alle fasce più deboli e non soltanto a queste. Da qui il nostro ottimismo - mi rivolgo anche qui ai colleghi Possa e Delfino -, che è largamente condiviso dagli organismi internazionali, dalla Commissione europea, in base ai dati riferiti alla crescita della produzione industriale e dell'occupazione: sono dati, questi, incontestabili. La verità è che oggi ci troviamo di fronte ad una ripresa economica che secondo i dati forniti dai maggiori centri di osservazione economica internazionali va ben oltre le migliori aspettative. Questo clima di ritrovata fiducia è frutto di un impegno coerente e forte, portato avanti dalla maggioranza nonostante la dura e pregiudiziale opposizione del Polo.
Ora, come hanno già sottolineato i colleghi della maggioranza, assumendo il 1996 come anno di riferimento per valutare la dimensione dell'impegno portato
Colleghi, siamo anche noi d'accordo con il governatore della Banca d'Italia sulla necessità di porre le premesse per una più incisiva riduzione della pressione fiscale che si presenti come sicura e prolungata negli anni a venire. Per quanto ci riguarda, come Popolari abbiamo sottolineato più volte come rimanga centrale la questione della riduzione della pressione fiscale in favore del maggior numero delle famiglie italiane, migliorandone le condizioni di vita e favorendo la ripresa dei consumi interni. Parlo di una diminuzione della pressione fiscale all'interno della quale trovino quindi posto, accanto alle misure a sostegno delle imprese di piccole e medie dimensioni, anche le deduzioni fiscali a favore delle famiglie. Gli sgravi fiscali esistenti, infatti, malgrado alcune positive misure attuate attraverso le ultime leggi finanziarie, non tengono conto in maniera adeguata ed in modo proporzionato degli oneri e delle responsabilità che gravano su moltissime famiglie. Il nostro sistema fiscale, pur riconoscendo il principio della deducibilità dei costi per il mantenimento dei figli a carico, stabilisce importi detraibili di modeste dimensioni, limitandone, di fatto, la portata.
Per quanto riguarda i ceti più deboli, alla luce dei dati ISTAT sul numero di persone che si trovano in stato di indigenza, appare opportuno uno sforzo ancora maggiore di quello sin qui compiuto, diretto a potenziare le azioni a sostegno dei cittadini più deboli, anche attraverso la revisione dell'ammontare delle pensioni minime.
Avviandomi alla conclusione di questo intervento sul DPEF per gli anni 2001-2004, sul quale esprimo un giudizio positivo, vorrei evidenziare come nel percorso sin qui seguito dalla maggioranza parlamentare e dal Governo durante la corrente legislatura siano state certamente poste le premesse per l'attuale discussione, che tra l'altro ci vede impegnati nel decidere come restituire risorse al paese ed ai cittadini. Infine, vorrei aggiungere che, nel valutare positivamente quanto delineato nel DPEF, ritengo che questo contenga elementi e misure che consentiranno di cogliere le opportunità di crescita sociale ed economica offerteci sia dalla fase di espansione che stiamo attraversando sia dall'opera di risanamento compiuta e destinata a consolidarsi.
Colleghi del Polo, come si può ignorare il problema rappresentato dalla dinamica della spesa degli enti decentrati? Vi è stata una certa confusione su tale questione ed essa deve essere comunque affrontata, anche se, a nostro avviso, l'intervento sulla spesa pubblica deve essere diretto non solo a realizzare tagli, ma anche a proseguire nelle cosiddette riforme senza costo, vale a dire in un'azione di miglioramento della pubblica amministrazione in termini di efficienza.
Ciò è accompagnato da consistenti politiche di sviluppo, di innovazione e di intervento nel Mezzogiorno, che costituiscono l'approdo di uno sforzo e di un impegno portato avanti dalla maggioranza nel corso di questi anni. Proprio questo DPEF, che conclude, per certi versi, l'azione di questi anni, si colloca in questo quadro, vale a dire in quel quadro che Ciampi, allora ministro del tesoro, ci ricordava essere il dividendo che sarebbe stato restituito agli italiani ed al paese grazie alle politiche di risanamento e all'ingresso in Europa.
Questo è il programma e l'impegno che abbiamo assunto quattro anni fa di fronte al corpo elettorale, programma e impegno che abbiamo perseguito con coerenza, nonostante una dura opposizione e lo sforzo propagandistico che è stato fatto nei confronti del paese.
È per queste ragioni, Presidente e colleghi, che noi Popolari non soltanto confermiamo il nostro consenso all'azione della maggioranza di Governo, ma riteniamo anche questo DPEF coerente con le politiche e con il programma che ci siamo prefissi di realizzare nel 1996 e condividiamo e facciamo nostra la relazione dell'onorevole Testa.
Questo DPEF, cari colleghi, ha scelto di seguire la facile strada di non scegliere o, meglio, di scegliere la marginalità e la genericità. Le radici della questione, invece, in materia di politiche sociali sono - come ben sottolinea il forum delle associazioni familiari - l'iniquità di un fisco che non tiene conto dei carichi familiari e che non adotta alcun criterio di equità orizzontale per le famiglie italiane, le più tartassate e misconosciute d'Europa, nonostante la loro funzione primaria di ammortizzatore sociale nei confronti dei più giovani e dei più anziani, quindi, dei soggetti più deboli della nostra società.
Il DPEF continua con la politica dello Stato assistenziale: siamo all'anno 2000, anno in cui le famiglie con figli sono penalizzate fiscalmente con la progressività delle aliquote e delle tariffe e tartassate dal carico delle imposte indirette sui consumi di base. È infatti profondamente iniquo che le aliquote imposte alle famiglie con figli siano da 10 a 33 punti più elevate di quelle di una persona singola con le medesime possibilità di spesa.
Cari amici popolari, mi rivolgo in modo particolare a voi, don Milani diceva che non c'è ingiustizia peggiore che trattare in maniera uguale situazioni diseguali. Chi ha carichi familiari non può che essere trattato in maniera diversa da chi non ce l'ha. Il sistema che il DPEF attuale non cambia di una virgola è quello di continuare con le tasse individuali sempre fortemente inique, come ad esempio l'ICI calcolata sui metri quadri e non in base ai carichi familiari; come se per un singolo abitare in 70 metri quadri sia la stessa cosa che per una famiglia con due o tre figli e magari con un anziano.
Certamente il DPEF è stato accompagnato da una grande pubblicità circa l'impegno a favore della famiglia e contro
Finora infatti, e cito da una risposta del direttore dell'Avvenire ad un lettore «le misure per la famiglia, tranne il modesto incremento delle detrazioni per figli a carico, sono state sinonimo di agevolazioni per le persone povere o a rischio di povertà. Che la presenza di figli nelle famiglie monoreddito porti spesso le famiglie sull'orlo della povertà è purtroppo un dato di fatto, ma questo non autorizza ad attribuire l'aggettivo familiare ad una politica che è viceversa assistenziale». Queste non sono parole mie ma del direttore di uno dei giornali a maggiore diffusione in Italia - il giornale dei vescovi italiani - e che da sempre ha fatto della difesa della famiglia e delle persone il suo incontrastato cavallo di battaglia.
Veramente riesce difficile far capire a questo Governo ed a questa maggioranza come sia assurdo sottrarre con tasse sballate risorse alle famiglie che più tardi, con un meccanismo costoso ed assurdo, vengono restituite come elemosine e ciò quando già la famiglia a rischio, cioè quella con figli minori, è per varie cause scivolata sotto la soglia di povertà in una progressività crudele e colpevole studiata ad arte da uno Stato patrigno.
Fin dal 1996 in un mio intervento sul DPEF avevo sottolineato con forza la necessità di introdurre il BIF (Basic income familiar) nella tassazione riguardante la famiglia. Il BIF prevede il costo del mantenimento di ciascun figlio, oggi calcolabile sui 6 milioni rispetto al reddito fiscalmente esente, che per le persone sole è calcolato intorno ai 9 milioni. Si tratta di equità orizzontale che richiede inoltre che, in una gradualità da stabilire, le somme detratte si trasformino in somme erogate per quelle famiglie il cui reddito non consenta detrazione alcuna. Ciò senza togliere gli assegni di integrazione alla povertà estrema, tuttora in vigore.
Il ministro Visco ha invece adeguato le detrazioni di poche lire fino al 2002 per i figli a carico, minori di 3 anni, che aumentano di ulteriori 240 mila lire. Sono elemosine di uno Stato elemosiniere che neppure si rende conto di ciò che comporta la normale vita di una famiglia monoreddito, dato che assistere figli e vecchi e lavorare è impresa di Sisifo. Per la verità un vecchio con pensioncina è un bene prezioso per la povera famiglia italiana e i veri penalizzati sono i bambini. E non mi si venga più a dire che un buon punto di avanzamento sono state le 200 mila lire erogate alle famiglie con più di tre figli perché, come al solito, la dittatura burocratica e assistenziale italiana ha messo in moto un meccanismo assurdo in cui i comuni hanno calcolato l'erogabilità dell'assegno sul reddito IRPEF e non su quello ISE. Inoltre, come rilevato dal rapporto paese dell'Istat, per quest'anno c'è stata confusione e sovrapposizione tra i vari provvedimenti a favore delle famiglie povere, con grave rischio di clientelismo nascosto.
Siamo ancora alle sportulae dei clientes, cari colleghi, altro che DPEF del 2000! La molteplicità delle soglie di reddito degli enti erogatori, delle tabelle, eccetera, hanno creato una giungla di assegni familiari con una moltiplicazione del noto effetto delle trappole di povertà che non rispettano né la dignità dell'uomo né l'utilità della valenza sociale delle famiglie. Una politica che in modo trasparente e netto non rispetti l'equità orizzontale, ma sia preoccupata solo ad elargire poche e maledette manciate di spiccioli, non è e non può proclamarsi una politica per la famiglia, cari colleghi del centrosinistra, cantori delle «magnifiche sorti e progressive» di questa nostra povera Italia!
È iscritto a parlare l'onorevole Paolone, che dispone di cinque minuti. Ne ha facoltà.
Il documento in esame - va detto in via pregiudiziale - non risponde alle prescrizioni delle leggi sopra citate e alle risoluzioni approvate dal Parlamento: come premessa, non è mica male per un documento elaborato dal Governo! Esso è manchevole di un coerente quadro delle politiche tendenziali e mostra carenze gravi nel quadro programmatico. Il principio centrale che ispira il DPEF è quello della «manovra zero», secondo cui non sarebbe necessario alcun intervento di carattere strutturale, ma ciò è in contrasto con quanto emerge da un sia pure approssimativo quadro tendenziale. Infatti, nel quadro a legislazione vigente, il discorso potrebbe forse reggere, ma tale quadro non tiene conto di fattori importanti quali i costi del rinnovo dei contratti di lavoro del pubblico impiego, l'andamento della spesa sanitaria e previdenziale, il patto di stabilità interna e così via.
L'Italia è sempre meno competitiva in campo internazionale, ma secondo questo documento non occorre alcun intervento. Non viene neanche sfiorato il problema che si presenterà alle imprese e alle economie del nostro paese quando verrà meno il beneficio derivante dall'attuale svalutazione dell'euro, colleghi della sinistra e del centrosinistra. Nessun accenno è fatto ad interventi strutturali per le piccole e medie imprese né per le grandi; si dovrebbero registrare aumenti rilevanti del PIL, dell'occupazione, dello sviluppo, dell'economia del Mezzogiorno, ma non è assolutamente dato di sapere con quali interventi e con quale politica tutto ciò si dovrebbe ottenere.
Organismi internazionali come il Fondo monetario internazionale e l'OCSE ma anche lo stesso governatore della Banca d'Italia sottolineano la necessità di non sottovalutare i problemi strutturali del paese e di affrontare le questioni cardine come i problemi della sanità, della previdenza, del carico fiscale e tributario e via dicendo. Tuttavia, per il Governo e per questa sua maggioranza di sinistra e di centrosinistra non occorre alcuna manovra aggiuntiva e nessuno sforzo programmatico. Si manifesta un ottimismo eccessivo, quasi irresponsabile, nel confidare in una situazione che oggi determina un quadro macroeconomico che dovrebbe continuare ad essere sospinto da una congiuntura favorevole che dovrebbe durare a tempo indeterminato, quasi all'infinito. Si è costruito un documento che non dice nulla, ma che soddisfa le esigenze elettorali di una coalizione politica che versa in gravissime difficoltà e che manifesta - come in questo caso - mancanza di idee, di prospettive e incapacità di elaborare proposte valide e di sottoponendole al vaglio di un attento e serio esame. Oggi in questo documento non vi sono argomenti validi per un serio esame della politica economica e finanziaria che il Governo propone. Si enfatizza la distribuzione di un possibile dividendo fiscale, frutto di politiche vessatorie
Questa maggioranza si è dimostrata incapace di incidere realmente sui problemi e sui nodi strutturali del paese, che rimangono ancora oggi non solo insoluti, ma nemmeno affrontati. Non si capisce bene se questo inconcludente DPEF sia più inutile perché mancante di contenuti, o più dannoso, perché certamente è un'occasione sprecata, come quelle del passato, per affrontare i veri problemi sociali, economici e finanziari di questo paese.
Si tratta però della dimostrazione lampante della mancanza di idee, di programmi, di serietà politica di questa maggioranza che si è preoccupata soltanto di fare con questo documento propaganda elettorale. L'Italia, colleghi della sinistra, non ha bisogno di scelte strumentali per propaganda elettorale, ma di interventi strutturali; ha bisogno di infrastrutture, di sostegno alle piccole, medie e grandi imprese, della riduzione della pressione fiscale, del riordino della spesa previdenziale e sanitaria.
Se un parziale risanamento lo si ottiene al prezzo di un mancato sviluppo, con il conseguente aumento della disoccupazione ed i relativi disagi morali, sociali e di sicurezza e con il mancato recupero di risorse per gli investimenti, vuol dire che la strada è sbagliata. Il Polo delle libertà e la Casa delle libertà da sempre si sono posti in alternativa ad una politica di sinistra e di centrosinistra che, come per il passato, ha sbagliato determinando un debito pubblico pauroso, ma che le ha permesso di comprarsi il consenso, ed oggi vuole porvi rimedio con soluzioni propagandistiche a prezzi altissimi per il popolo italiano, senza risolvere i problemi strutturali e fondamentali richiamati - contrariamente a quanto dite - nelle proposte presentate prima in Commissione e poi in Assemblea da quanti sono intervenuti a nome del Polo delle libertà e della Casa delle libertà.
È iscritto a parlare l'onorevole Radice. Ne ha facoltà.
Onorevole Radice, le ricordo che ha cinque minuti di tempo.
Quando poi il documento è pervenuto alla VIII Commissione ambiente, territorio e lavori pubblici, ho approfondito l'esame del testo. La relatrice in Commissione, l'onorevole De Simone, era chiaramente in difficoltà nel cercare di illustrare quelli che secondo lei erano alcuni significativi obiettivi. Analizziamoli insieme: la finanza di progetto, di cui a pagina 20, consta del
Noi diciamo che questi provvedimenti sono inidonei ad affrontare il grave problema del lavoro nero in edilizia e che è fondamentale ed essenziale introdurre l'IVA ridotta al 5 per cento. Questa strada sperimentammo durante il Governo Berlusconi: fu positiva e fu un errore gravissimo averla abbandonata! I francesi ci danno ragione avendo introdotto la TVA al 5,5 per cento.
È veramente incredibile non trattare in un documento di programmazione economico-finanziaria i problemi dell'edilizia, notoriamente uno dei grandi motori dell'economia; un motore che si vuole lasciare colpevolmente in panne!
E parliamo di altre gravi lacune di questo documento: dovrò farlo necessariamente con dei flash, dato il poco tempo a mia disposizione.
Infrastrutture e sistema di mobilità. Con venti righe si affronta e si liquida il problema, limitandosi ancora una volta ad una semplice elencazione di alcune opere indispensabili al paese: passante di Mestre, variante di valico, Salerno-Reggio Calabria, Asti-Cuneo, Milano-Brescia, 106 ionica.
Il dibattito è stato acceso e serrato presso l'VIII Commissione in questo periodo; quest'aula ha vissuto un grande impegno nei giorni scorsi sulla proposta di legge Berlusconi e Bossi per lo snellimento delle procedure per la realizzazione di opere pubbliche. Anche i DS hanno recentemente presentato una proposta di legge, ma il Governo sorvola e tace sulle soluzioni possibili per affrontare il problema!
Questa maggioranza ormai da cinque anni promette deciso impegno in proposito. Ben cinque sono stati i ministri dei lavori pubblici che hanno fatto solenni dichiarazioni e nel frattempo che cosa si è concluso? Niente! La circolazione sulle strade è ormai al collasso!
Piano generale dei trasporti. Lo stesso ex ministro Ronchi lo definisce un libro dei sogni; io aggiungo che non basta un elenco di opere, sempre le stesse da anni: bisogna indicare gli strumenti adeguati all'effettiva e pronta realizzazione.
Vi sono poi altri temi essenziali per la modernizzazione del paese che non vengono nemmeno elencati. Li elenchiamo noi, ricordando che in Commissione VIII abbiamo depositato testi legislativi e proposte per la loro soluzione: logistiche e trafori (per tutti valga il Mercantur); siti contaminati (Restauro Italia).
Nella strategia per lo sviluppo del Mezzogiorno neanche una parola viene detta sulla lotta contro la mafia, la criminalità organizzata, l'occupazione del territorio da parte della nuova criminalità proveniente dai paesi dell'est. Come è pensabile uno sviluppo del sud se prima non si pone mano all'estirpazione di questo cancro soffocante che impedisce lo sviluppo di ogni attività? Così non solo la droga, il contrabbando, la prostituzione consentono ingenti guadagni alle organizzazioni criminali, ma esse sono lasciate libere di manipolare il settore rifiuti, di gestire gli appalti, di taglieggiare i commerci, il turismo e la piccola e media imprenditoria.
Scarni e inconsistenti sono gli accenni anche ai gravi problemi della giustizia e della sicurezza, che esamino esclusivamente dal punto di vista delle infrastrutture. Solito annuncio per l'edilizia carceraria; si tace però sulle infrastrutture e sui materiali indispensabili per l'esercizio della giustizia! A Monza, dove vi è il sesto tribunale d'Italia, da anni si vive di promesse: all'atto pratico si negano i finanziamenti per il palazzo di giustizia!
Mi avvio alle conclusioni: questo documento è la radiografia di un Governo incapace di governare in una situazione di
Ed ancora: l'Italia non può permettersi di sprecare i prossimi dodici mesi. In questa fase della congiuntura internazionale restare fermi significherebbe precipitare indietro: queste parole pronunciava il presidente di Confindustria Antonio D'Amato il 25 maggio in occasione dell'assemblea annuale.
Professor Amato, dopo cinque ministri dei lavori pubblici, siamo stanchi di parole. Le soluzioni voi non sapete approntarle: lasciate allora scegliere al paese un Governo degno degli italiani!
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione.
Questa lunga giornata impone che le repliche tanto dei due relatori quanto del rappresentante del Governo avvengano in una seduta successiva.
Il seguito del dibattito è pertanto rinviato ad altra seduta.


