Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 758 del 10/7/2000
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(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 4979-B)

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Cerulli Irelli.

VINCENZO CERULLI IRELLI, Relatore. Presidente, prendo atto con soddisfazione dell'accordo di tutti i gruppi sull'approvazione della legge nel testo attuale.
Ribadisco anch'io l'esigenza di mettere mano al più presto alla legge ordinaria attuativa (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il sottosegretario di Stato per gli affari esteri.

UGO INTINI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il problema che abbiamo


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dinanzi appare ormai semplice e penso quindi che possa essere affrontato in tempi assai brevi.
Il Senato ha introdotto un emendamento al testo del provvedimento; lo ha fatto per un motivo di scrupolo, per un motivo di prudenza. Le discussioni di natura giuridica sono sempre interessanti anche se talvolta portano a conclusioni opinabili. Però adesso ciò che è evidente è che l'emendamento introdotto dal Senato va accettato perché non si possono lasciare dubbi interpretativi, visto che questi ultimi erano stati sollevati.
La Commissione affari costituzionali della Camera così ha ritenuto di fare; unanime è stato il parere dei parlamentari intervenuti in questa sede. Il relatore Cerulli Irelli ha chiarito in modo più che convincente le ragioni per impostare le cose in certi termini. Ciò che è importante adesso è andare alla sostanza della legge sulla quale sono state fatte alcune osservazioni. Certo, una legge la si può sempre fare meglio, ma adesso è a tutti chiaro che il meglio significa fare in fretta. Occorre fare in fretta perché il Parlamento ha già perso troppo tempo e noi non possiamo venir meno agli impegni e agli obblighi che abbiamo assunto.
Il collega Pezzoni ha fatto una riflessione sul referendum elettorale, il quale ha capovolto una situazione politica. Per due volte, in due anni, l'opinione pubblica ha detto che non vuole il sistema maggioritario ed ha anche respinto l'idea che sia possibile cambiare le leggi, in particolare quella elettorale, a «colpi d'accetta», cioè a colpi di referendum. Ciò significa che il Parlamento deve fare il suo dovere perché i cittadini italiani non vogliono una democrazia plebiscitaria, ovvero referendaria, ma vogliono una democrazia rappresentativa nella quale appunto il Parlamento e non altri ha il compito di fare le leggi.
Penso anche che l'opinione pubblica abbia respinto una deformazione della filosofia referendaria che si va affacciando con forza e sulla quale dobbiamo riflettere. In questa deformazione c'è una strada orwelliana, cioè l'idea che si possa, o che sia auspicabile, arrivare ad una democrazia diretta; un'idea che si va facendo strada in molte università americane. Una volta c'era la polis greca, in cui i cittadini votavano direttamente senza l'intermediazione del Parlamento o dei partiti, cosa che poi non più stato possibile fare anche se ritengo che con la rete dei computer ciò sia nuovamente possibile in un futuro più o meno prossimo; sarà infatti sufficiente che i cittadini facciano un click sul tasto di un computer per esprimere un «sì» o un «no». Ebbene credo che questa forma di democrazia diretta sia lontana dalla mentalità di chi ha a cuore la democrazia vera, la democrazia non orwelliana.
Penso che questo parere dell'opinione pubblica sia più importante in quanto l'intera stampa italiana ha fatto una grande campagna favorevole a questo voto.
Per ritornare all'argomento in discussione, il Governo accetta l'emendamento introdotto dal Senato e auspica che si proceda in tempi rapidi e bene. Per quanto ci riguarda faremo del nostro meglio per evitare che i processi alle intenzioni finiscano per dimostrarsi fondati. Davvero non vorremmo che ciò accadesse.
La legge deve diventare esecutiva per le prossime elezioni politiche di primavera. Parlo delle elezioni politiche di primavera e vorrei inserire, a questo proposito, un'ultima osservazione. È curioso che si dica, ad esempio, da parte del capo dell'opposizione, che si deve votare ad ottobre perché, altrimenti, avremmo di fronte un anno di campagna elettorale. È curioso perché, in questo caso, Berlusconi diventa monsieur de La Palisse: certo, un anno prima delle elezioni vi è un anno di campagna elettorale, nove mesi prima ci sono nove mesi, sette mesi prima ci sono sette mesi; secondo questa logica non si voterebbe mai alla scadenza naturale. Vi è anche una contraddizione che riguarda l'argomento al nostro esame. Poiché sosteniamo che si deve fare in modo che gli italiani votino all'estero per le prossime


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elezioni politiche, non possiamo esprimere questa volontà e, nel contempo, dichiarare che si vogliono anticipare le elezioni politiche ad ottobre. È a tutti evidente che, se si votasse in quel mese, gli italiani residenti all'estero non potrebbero partecipare alle elezioni.
Vorrei anche aggiungere - mi si consenta questa battuta - che si sta parlando con i termini giusti, dal momento che si parla di argomenti importanti: si parla di italiani all'estero e non di padani! Al di là di queste osservazioni, mi scuso per aver parlato troppo perché su questo argomento si deve parlare il meno possibile e fare il più possibile. Guai se gli italiani all'estero non votassero alle prossime elezioni politiche perché si sentirebbero, in qualche modo, beffati dal Parlamento.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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