Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 758 del 10/7/2000
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TESTO AGGIORNATO ALL'11 LUGLIO 2000


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(Discussione sulle linee generali - A.C. 4979-B)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che la I Commissione (Affari costituzionali) s'intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Cerulli Irelli.

VINCENZO CERULLI IRELLI, Relatore. Presidente, il testo torna dal Senato con una lieve modifica di cui parlerò fra breve. Si tratta del testo da noi avviato, che modifica gli articoli 56 e 57 della Costituzione, prevedendo in queste norme il numero rispettivamente dei deputati e dei senatori assegnati alla circoscrizione Estero che - lo ricordo per tutti noi - è stata istituita dall'articolo 48, norma ormai approvata nelle forme costituzionali. La circoscrizione Estero è, dunque, ormai una realtà dal punto di vista giuridico.
Gli articoli 56 e 57 sono modificati nella parte in cui si prevede il numero rispettivamente dei deputati e dei senatori assegnati a tale circoscrizione. Il numero - come i colleghi ben ricordano - è tenuto distinto da quello dei deputati e dei senatori nazionali anche perché viene calcolato, per così dire, forfettariamente: non è un numero rapportato ad un'entità prefissata della popolazione quale, viceversa, è il numero dei deputati nazionali


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che è calcolato in base alle singole circoscrizioni nazionali. È questa la scelta che fu fatta dalla Camera dei deputati quando avviammo l'esame del provvedimento. Si tratta, inoltre, di un numero che viene sottratto al numero dei senatori attualmente previsto che resta come numero assegnato alle circoscrizioni nazionali.
I colleghi ricorderanno che su questo punto vi fu un certo dibattito in aula ed anche in Commissione, perché qualcuno riteneva più opportuno che tale numero fosse sommato a quello dei deputati e dei senatori già previsto dalla Costituzione. Prevalse, però, l'opinione opposta secondo la quale prevedere, in una situazione di carattere politico-istituzionale in cui da più parti si è preso l'impegno di ridurre il numero dei parlamentari, un aumento del numero degli stessi, sia pure contenuto, non sarebbe stato opportuno.
Il testo contiene una disposizione transitoria - e qui veniamo al punto - la quale consta di due norme tra loro diverse. Parlo prima del secondo comma che prevede semplicemente che, in caso di mancata approvazione, nel corso di questa legislatura, della legge ordinaria che necessariamente deve attuare la normativa costituzionale sulla circoscrizione Estero - legge, peraltro, espressamente prevista dall'articolo 48 già approvato - si continui ad applicare il diritto elettorale precedente per le prossime consultazioni elettorali. Si tratta di un punto che considererei quasi scontato, ma allora si ritenne opportuno inserire una specifica disposizione costituzionale transitoria che andasse in questo senso.
Il primo comma dell'articolo 3, viceversa, ha un contenuto sostanziale, in quanto stabilisce che la medesima legge prevista dall'articolo 48 della Costituzione, attuativa della circoscrizione Estero, contenga altresì - quindi in un medesimo contesto normativo - le modifiche della legge elettorale nazionale (segnatamente in ordine ai numeri) rese necessarie dall'attuazione della circoscrizione Estero; si volle allora, su proposta di alcuni colleghi (sulla quale l'Assemblea fu d'accordo) unificare nel medesimo contesto sia l'attuazione della circoscrizione Estero, sia le modifiche rese necessarie in ordine alle circoscrizioni nazionali.
Signor Presidente, veniamo al punto. Alla Camera, a fronte del timore da parte di qualcuno che da tali modifiche potessero risultare cambiamenti anche nell'assetto dei collegi uninominali, si volle inserire in questa norma transitoria la previsione che restava comunque ferma, nelle singole circoscrizioni, la determinazione dei collegi uninominali stabilita dai provvedimenti legislativi del 1993.
La norma che potremmo definire di salvaguardia, introdotta alla Camera su proposta di alcuni colleghi, si riferisce evidentemente - lei, Presidente, lo può capire meglio di me - alla legge della quale si parla, che non è la legge elettorale nazionale ma la legge attuativa dell'articolo 48, alla quale si fa riferimento nel contesto del primo comma della norma transitoria. A nessuno di noi, per la verità, venne in mente di condizionare con questa norma transitoria il futuro assetto della legge elettorale nazionale, già allora in qualche modo in itinere, perché ci si riferiva esclusivamente alla legge di cui all'articolo 48 della Costituzione.
Come i colleghi sanno, al Senato la norma transitoria in questione ha suscitato in alcuni - pure autorevoli - colleghi senatori qualche dubbio; si è eccepito, infatti, che potrebbe essere interpretata al di fuori del suo contesto come una norma che potrebbe vincolare il futuro legislatore nazionale in ordine alla determinazione dell'assetto dei collegi. In relazione a tale dubbio, che in quella sede è stato sollevato, il Senato ha ritenuto opportuno sopprimere questa parte del primo comma della norma transitoria, così modificando il testo approvato dalla Camera.
La questione è stata ampiamente discussa in Commissione da parte di molti colleghi (sono intervenuto in proposito anch'io) ed è stato ribadito che si sarebbe potuta tranquillamente sostenere un'interpretazione conforme alla nostra. Alcuni colleghi hanno richiamato gli atti preparatori del Senato, dai quali sono emerse posizioni del tutto identiche alle nostre da


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parte di molteplici colleghi senatori e di alcuni gruppi politici; alla fine, tuttavia, è prevalsa una soluzione volta a cassare questa norma.
Signor Presidente, a fronte di tale modifica la Commissione affari costituzionali, a nome della quale ho l'onore di parlare, pur avendo riaffermato la bontà della sua precedente interpretazione, ritiene opportuno che il testo del Senato vada approvato così come ci è pervenuto. Dico ciò anche perché questa soppressione, alla quale alla Camera era stato attribuito il significato di una salvaguardia, in realtà sul piano normativo non produce effetti sostanziali; la sua eliminazione, quindi, non nuoce a nessuno, mentre elimina questo vago dubbio che nell'aula del Senato è stato prospettato.
In conclusione, la Commissione propone ai colleghi dell'Assemblea di approvare il testo che proviene dal Senato anche perché abbiamo tempi un po' stretti per l'approvazione definitiva dopo tre mesi da entrambe le Assemblee. Colgo l'occasione per ricordare ai colleghi, che peraltro lo sanno molto bene, che tutti noi abbiamo preso un impegno molto preciso con i nostri connazionali all'estero - ribadito anche la settimana scorsa al Consiglio generale - di far sì che alle prossime consultazioni elettorali essi possano votare per la circoscrizione Estero (Applausi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

UGO INTINI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, il Governo si riserva di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Armaroli. Ne ha facoltà.

PAOLO ARMAROLI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi, circa trent'anni fa l'onorevole Tremaglia iniziò una battaglia tanto meritoria quanto solitaria per rendere effettivo l'esercizio del diritto di voto per gli italiani all'estero. Sono trascorsi trent'anni e l'onorevole Tremaglia e Alleanza nazionale non sono più solitari nel condurre questa battaglia perché essa è condivisa, a parole, da tutte le formazioni politiche. L'onorevole Tremaglia è sommerso da un subisso di «sì»! Il guaio è che ai «sì» si aggiungono i «ma» (con tre puntini di sospensione), i quali ci hanno preoccupato non poco in Commissione affari costituzionali e qui in aula.
Cito due «ma» particolarmente inquietanti.
Il primo consiste nel fatto che i deputati e i senatori rappresentanti degli italiani all'estero - che è in numero di 12 alla Camera dei deputati e di 6 al Senato della Repubblica: quanto è minima e piccola questa integrazione - vengono a sottrarsi ai 630 deputati e ai 315 senatori. Ora è vero che nell'opinione pubblica vi è un certo disagio per il numero dei deputati e dei senatori, ma visto che il collegio degli elettori dei cittadini politicamente attivi aumenterebbe di un cospicuo numero grazie al fatto che i nostri concittadini all'estero avrebbero veramente l'opportunità di votare, ritengo che sarebbe stata cosa giusta ed opportuna se fosse stata adottata quella soluzione, alla quale, d'altra parte, in un primo tempo la maggioranza era favorevole, sia pure con qualche perplessità; alla fine si è deciso invece di sottrarre 12 seggi alla Camera dei deputati e 6 seggi al Senato. Per carità, nulla quaestio se la trovata dell'ultimo momento non fosse preoccupante, perché non vorrei che con questa sottrazione poi, alla fine, si determinasse una disaffezione nel voto, cosa che ovviamente mi auguro non avvenga e spero che nessun gruppo faccia marcia indietro dopo i tanti impegni assunti da tutti i membri della Commissione e da molti autorevoli componenti della Camera dei deputati che hanno fatto promesse ai rappresentanti degli italiani all'estero.
Il secondo «ma», la seconda «ciliegina» che non ci piace sulla torta che invece ci piace molto, è il fatto, già ricordato un momento fa dal relatore Cerulli Irelli, che il Senato, nella sua


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autonomia (che ovviamente io rispetto in pieno) ha tolto di mezzo l'ultima parte del comma 1 dell'articolo 3 e cioè il periodo che dispone: «Resta comunque ferma, nelle singole circoscrizioni, la determinazione dei collegi uninominali stabilita dal decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 536, e dal decreto legislativo 20 dicembre 1993, n. 535».
Perché non ci piace il fatto che il Senato abbia cancellato quest'ultimo periodo del primo comma dell'articolo 3? Non ci piace perché così facendo resta ferma la possibilità che il numero dei collegi, cioè che i seggi dei rappresentanti degli italiani all'estero possano (dico possano perché non è un obbligo, ma una facoltà) essere «pescati» dai collegi uninominali. Con quali conseguenze, signor Presidente? Con quali conseguenze, signor rappresentante del Governo? Ovviamente, di conseguenza, si dovranno riscrivere i collegi!
Poiché noi ci ricordiamo ancora che negli Stati Uniti (mi pare nel 1840, quindi più di un secolo e mezzo fa) ci fu un governatore che riscrisse i collegi in maniera tale da favorire se stesso e la sua maggioranza, talché da quel momento si è parlato di gerrymandering, noi non vorremmo (a pensar male si fa peccato, ma ci si indovina) che il Governo tentasse una certa operazione, sia pure aiutato da quella commissione Giuliani che lavorò quando si dovettero definire i collegi nel 1993-1994; non vorremmo che il ridisegno dei collegi possa essere fatto ad arte per favorire una parte, cioè (tanto per non fare nomi e cognomi) la maggioranza di Governo, e per penalizzare l'altra parte, cioè (tanto per non fare nomi e cognomi) l'opposizione di centrodestra.
Ciò nondimeno noi non vogliamo alimentare il ping-pong, la navette, la spola fra Camera e Senato e, sia pure obtorto collo, come ha detto egregiamente il relatore Cerulli Irelli, chiniamo il capo e accettiamo - obtorto collo, lo ripeto - questa modifica del Senato; speriamo che con il nostro «sì» non ci siano più alibi per altri ping-pong e che la proposta di modifica costituzionale possa andare in porto rapidamente, talché entro la fine della legislatura sia possibile avere un complesso normativo tale per cui l'esercizio del diritto di voto degli italiani all'estero possa essere finalmente effettivo e non più virtuale come è stato per tanti anni colpevolmente perché il Parlamento non si era fatto parte diligente.
Gli alibi sono caduti, signor rappresentante del Governo, e spero che anche il Governo voglia fare la sua parte fino in fondo. Qualora le cose dovessero andare per il verso storto non potremo dire che le responsabilità sono orfane, ma dovremo dire che le responsabilità, anche in questo caso, avranno un nome e un cognome. Grazie.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pezzoni. Ne ha facoltà.

MARCO PEZZONI. Signor Presidente, colleghi, signor sottosegretario, credo che abbia fatto bene il relatore Cerulli Irelli a scegliere, a nome della Commissione affari costituzionali, di appoggiare la modifica che è stata apportata nella lettura del Senato. Siamo consapevoli, a tale riguardo, che la prima lettura della Camera inizia sostanzialmente oggi, per cui tutti dobbiamo sapere che probabilmente abbiamo perso tre mesi in questo processo faticoso di modifica costituzionale. Come ha ricordato il relatore, Cerulli Irelli, in una prima fase, nel mese di marzo, la Commissione affari costituzionali del Senato si era espressa favorevolmente sul testo della Camera; soltanto in giugno, due settimane fa, l'Assemblea del Senato ha deciso di sopprimere, come ulteriore salvaguardia, il secondo periodo del comma 1 dell'articolo 3, recante le disposizioni transitorie ed ha votato a favore dell'emendamento soppressivo del senatore Pastore. Questi non appartiene alla maggioranza di centrosinistra, ma si proponeva uno scopo che è giusto rispettare e su cui occorre riflettere.
In sostanza, come ha osservato il collega Cerulli Irelli, il Senato ha voluto evitare la costituzionalizzazione dell'attuale configurazione dei collegi maggioritari


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uninominali, che sappiamo corrispondere oggi al 75 per cento del totale dei seggi della Camera. Vedete, anch'io sono convinto che l'ispirazione nella stesura originaria dell'Assemblea della Camera, all'inizio dell'anno, per la proposta di legge costituzionale di modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, fosse sostanzialmente corretta: in realtà, con il periodo che è stato poi soppresso dal Senato, volevamo garantire che i dodici deputati e i sei senatori fossero «pescati» unicamente dal proporzionale. Dunque, quella specificazione nel secondo periodo del comma 1 che volemmo aggiungere era una salvaguardia di questo tipo: si voleva evitare che successivamente manovre discrezionali potessero portare a far «pescare» i dodici deputati e i sei senatori dalla parte maggioritaria, soprattutto per quanto riguarda il voto per la Camera dei deputati.
Sappiamo che la parte maggioritaria, nell'attuale legge ordinaria, riguarda il 75 per cento dei collegi uninominali, mentre solo il 25 per cento dei seggi viene assegnato con metodo proporzionale. Credo, però, che possiamo prendere sul serio la preoccupazione e la riserva dei colleghi del Senato ed osservare che effettivamente è giusta la loro riflessione dopo un avvenimento politico che qui, a mio avviso, non è stato sufficientemente citato: il nostro testo, signor Presidente, colleghi, è stato definito, infatti, prima del fallimento del referendum elettorale. Questa ulteriore preoccupazione che oggi viene espressa dai colleghi del Senato è dunque successiva al fallimento del referendum elettorale, che ha fatto cambiare - dobbiamo dirlo con grande schiettezza e chiarezza - l'orientamento di gran parte dei gruppi parlamentari, che solo qualche mese fa pensavano ancora di rendere più forte ed ampia la parte maggioritaria del nostro sistema elettorale e che, dopo il fallimento del referendum, hanno più o meno velocemente pensato che il nuovo punto di confronto fra maggioranza e opposizione fosse il modello tedesco, per aumentare la quota proporzionale anche fino al 50 per cento e dunque diminuire la parte maggioritaria...

PAOLO ARMAROLI. I Democratrici di sinistra sono stati velocissimi nel cambiare opinione!

MARCO PEZZONI. È evidente che, in questo clima nuovo, si tenta un diverso dialogo sulla legge elettorale tra centrosinistra e centrodestra, tra maggioranza ed opposizione. Si pone, appunto, una questione di grande interesse comune, di interesse bipartisan: siamo in grado di fare una nuova legge elettorale? Una legge elettorale che dia maggiore stabilità al Governo, ovviamente con alcuni accorgimenti che potranno esservi se le forze politiche di maggioranza e di opposizione troveranno un accordo comune e mi riferisco, ad esempio, al premio di maggioranza, all'indicazione diretta del Presidente del Consiglio. Di fronte a questa eventualità e alla possibilità che vi sia una dialettica virtuosa, o positiva - se non si vuole usare tale termine - tra forze di centrodestra e di centrosinistra sulla questione della riforma elettorale, credo che i colleghi del Senato si siano fatti carico di un'ulteriore preoccupazione. Essi hanno cercato di interpretare il comma 2 in modo diverso da noi: se lo abroghiamo, rendiamo maggiormente possibile un incontro su un'eventuale riforma elettorale di tipo più proporzionale e, quindi, un incontro tra forze di maggioranza e di opposizione.
Credo che certe volte sia opportuno evitare di fermarsi troppo sugli aspetti dietrologici, negativi che portano, poi, alle navette, poco positive dal punto di vista del raggiungimento dell'obiettivo che sta a cuore a tutti noi, proprio al fine di evitare ciò che dicevano il collega Cerulli Irelli e il collega Armaroli. È opportuno, quindi, farci carico dello spirito che ha animato i colleghi del Senato e segnalare la vera preoccupazione che essi sollevano, in un certo senso condividendola, non tanto per quanto riguarda l'abrogazione del comma che, a nostro avviso, aveva un'altra aspirazione,


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quanto per il motivo politico, la giustificazione e l'obiettivo: rendere ancora più forte sulle grandi questioni di riforma elettorale un consenso bipartisan, bicamerale, non solo per quanto riguarda l'esercizio del diritto di voto degli italiani all'estero ma anche eventualmente un possibile, probabile, auspicabile accordo tra maggioranza e opposizione anche sulla legge elettorale nazionale. Questo è il vero significato. Devo dire che sono assolutamente d'accordo con il collega Armaroli - per sgombrare il campo da interpretazioni dietrologiche - sul fatto che vi debba essere la piena volontà politica da parte di noi tutti, Camera e Senato, affinché i dodici deputati e i sei senatori vengano attinti esclusivamente alla quota proporzionale. È assolutamente giusto che vi sia l'impegno politico che i dodici deputati e i sei senatori mai e poi mai dovranno essere attinti, in modo diretto o indiretto, da una quota maggioritaria e dai collegi uninominali.
Dunque, quel comma, che era stato inserito da noi in questa sede, deve essere comunque rispettato nello spirito della legge ordinaria che saremo chiamati a varare. Ecco l'impegno politico che tutti noi ci dobbiamo assumere oggi e l'impegno politico che il mio gruppo, i Democratici di sinistra, si vogliono assumere. Tuttavia, è giusto dirci, come ha fatto il collega Cerulli Irelli nella parte conclusiva della sua relazione, che deve esservi una qualche preoccupazione, non tanto sulle motivazioni o sulle giustificazioni - perché credo siano state già espresse in tal senso - quanto sui tempi. Infatti, è giusto dire che probabilmente vi sarebbe potuta essere una maggiore capacità di cogliere tale nesso da parte dei colleghi del Senato prima e non a distanza di tre mesi. Avviando ora la prima lettura nell'identico testo del Senato alla Camera dei deputati, abbiamo diminuito il margine di tempo a disposizione della seconda lettura, che dovrà avvenire a distanza di tre mesi, quindi ottobre o novembre di quest'anno. Bisogna, quindi, lanciare un allarme e manifestare una preoccupazione, che è emersa anche nel corso della seconda assemblea plenaria del Consiglio generale degli italiani all'estero che si è tenuto a Roma dal 5 all'8 luglio, cioè la settimana scorsa. È stata chiesta una grande assunzione di responsabilità a noi della maggioranza, all'opposizione, alla Camera, al Senato e al Governo perché questa sia la legislatura che porti a compimento la seconda lettura, nell'identico testo, degli articoli 56 e 57 della Costituzione, così come modificati dal Senato, nonché l'approvazione della legge ordinaria, prevista nel testo che in questi giorni siamo chiamati ad approvare e che era poi il testo originario definito dalla nostra I Commissione, presieduta da Rosa Jervolino Russo.
È necessaria una salvaguardia precisa. Questa compiuta riforma entrerà in vigore non appena sarà approvata la legge ordinaria e, quindi, il punto di discrimine, il momento decisivo, in cui tutta questa riforma finalmente verrà attuata, è l'approvazione della legge ordinaria che fisserà le modalità di voto per corrispondenza, gli accordi che si dovranno siglare tra l'Italia e i singoli paesi, l'eventuale possibilità di opzione, e così via.
È molto importante, quindi, che noi oggi, riflettendo sulla preoccupazione del CGIE, ci impegniamo - ecco la mia proposta - ad una nuova regia politica e istituzionale tra Camera e Senato, con la collaborazione del Governo, perché l'insieme di questo provvedimenti abbia una priorità - chiamiamola una «corsia preferenziale» - e non ci siano alibi, incidenti di percorso, interferenze con altri provvedimenti legislativi, ma vi sia finalmente una visione d'insieme, anche con le altre questioni che in qualche modo possono interferire.
Sono molto amareggiato e preoccupato quando vedo che nell'ambito del dibattito maggiore - chiamiamolo così - sulla riforma del sistema elettorale italiano, del dialogo - spero positivo e non malato, come spesso è malata la dialettica che caratterizza in quest'aula e in quella del Senato il rapporto tra maggioranza ed opposizione -, della dialettica e del confronto sulla riforma della legge elettorale,


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che è stato avviato, pensando più o meno ad una versione italiana del modello tedesco, nessuno dei leader dei gruppi politici e nessuno dei maggiori giornali fa mai alcun riferimento alla quota proporzionale del 2 per cento, che già oggi deve essere patrimonio culturale, giuridico e istituzionale di tutte le forze politiche.
Sembra quasi che ci sia una schizofrenia, tra una riforma di tipo A, una riforma maggiore, che è ancora tutta eventuale - quella del sistema elettorale nazionale, più o meno maggioritario, corretto, proporzionale, con un aumento della quota proporzionale -, e la riforma che finalmente rende praticabile l'esercizio del diritto di voto degli italiani all'estero, che sembra posta sulla luna, fuori dal dibattito nazionale. Così non è.
Voglio richiamare in questa sede il Governo e tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione, affinché da oggi sia presente nel dibattito l'interconnessione esistente tra la questione dei dodici deputati e dei sei senatori, che fanno parte della quota proporzionale, che noi comunque dovremo salvaguardare, e la riforma elettorale «maggiore» - chiamiamola così - del nostro paese. C'è un interconnessione, un collegamento preciso; insisto sulla necessità di cominciare ad avere una visione d'insieme, anche per quanto riguarda le possibili interferenze tra una legge elettorale ordinaria, che ridisegnerà i collegi, diminuendo o meno i collegi uninominali maggioritari, e la legge ordinaria che saremo chiamati ad approvare, riguardante il voto per corrispondenza, le modalità di voto, il modo di elezione dei dodici deputati e dei sei senatori assegnati alla circoscrizione Estero.
Insisto che occorre una precisa regia politico-istituzionale bicamerale e bipartisan perché questa è una riforma che riguarda tutti, maggioranza ed opposizione. Dovrebbe esserci un contatto continuo tra le Presidenze di Camera e Senato affinché il prossimo autunno, in occasione della prima conferenza degli italiani nel mondo, che si terrà a Roma dal 13 al 16 dicembre 2000, vi sia la seconda deliberazione sulle modifiche degli articoli 56 e 57 della Costituzione. Sarebbe importante che per quella data almeno uno dei due rami del Parlamento approvasse la nuova legge ordinaria sulle modalità di voto dei cittadini italiani residenti all'estero.
Se questo è il percorso e se questi sono i tempi che abbiamo di fronte, dobbiamo puntare sulla sensibilità e sull'intelligenza della presidente della I Commissione, onorevole Rosa Jervolino Russo, perché penso sia la persona più adatta a svolgere questo compito di regia tra Camera e Senato, sensibilizzando il Governo sui tempi, anche perché questa riforma sta a cuore sia alla maggioranza sia all'opposizione. Ribadendo la necessità di ispirarsi a valori bipartisan, occorre riconoscere al collega Tremaglia il ruolo di forza dinamica all'interno del centrodestra.
Al collega Armaroli vorrei fare una breve osservazione. Non è vero che la scelta dei dodici deputati e dei sei senatori all'interno dell'attuale numero di 315 senatori e 630 deputati sia dovuta al Senato. Questo primo «ma» del collega in realtà non è un «ma», è una scelta precisa della Camera dei deputati fatta ben sapendo che essa avrebbe comportato un maggiore consenso presso l'altro ramo del Parlamento. Nello stesso tempo però, come ha correttamente osservato il collega Cerulli Irelli, la scelta di non ampliare l'attuale numero dei parlamentari di Camera e Senato, da un lato, rende più evidente la nostra carica innovatrice (perché l'opinione pubblica vorrebbe esattamente il contrario, cioè, la diminuzione complessiva del numero dei parlamentari), dall'altro, segnala che quella rappresentanza all'estero non è una riserva indiana, non è qualcosa di più rispetto all'attuale numero di parlamentari ma parte integrante, costitutiva, della stessa identità nazionale, parte della dialettica politica del nostro paese, tant'è vero che nella legge ordinaria sarà opportuno inserire un collegamento tra gli schieramenti opposti di centrodestra e centrosinistra. Se le nostre comunità all'estero vorranno presentare liste separate, dovranno raccogliere le firme,


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esattamente come fanno le forze politiche a livello regionale. È evidente però che la loro rappresentanza all'estero si collega con la dialettica presente all'interno del nostro paese che è fra due grandi schieramenti. Chi non vuole riconoscersi né nell'uno né nell'altro ricade nelle normative che regolamentano la possibilità di concorrere alle elezioni di Camera e Senato con gli obblighi previsti dalla legge ordinaria.
È con questo spirito, colleghi, che vorrei dire che da parte dei Democratici di sinistra-l'Ulivo c'è grande attenzione, adesso, a recuperare il tempo perduto; vi è la possibilità - con margini certamente ristretti - che un'intelligente regia politica ed istituzionale possa, entro l'anno, prima dello svolgimento della prima conferenza degli italiani nel mondo, realizzare quasi completamente il percorso riformatore, compresa la lettura della legge ordinaria: questo, dunque, dovrebbe essere il nostro impegno.
Signor Presidente, nell'anno in cui si terrà la prima conferenza mondiale degli italiani all'estero, colgo l'occasione per dire che da parte del CGIE è venuto un appello ad una maggiore sensibilità da parte non solo della Camera e del Senato, ma anche del Governo, affinché quella conferenza (che si terrà nell'anno del Giubileo) non si limiti soltanto ad essere una passerella delle rappresentanze di circa 3 milioni di cittadini italiani nel mondo; sto parlando di cittadini italiani e non di oriundi. Loro, i cittadini italiani nel mondo, già a partire dal prossimo mese, terranno in Africa, poi nel nord America, in Australia, in Europa ed infine in sud America, conferenze regionali di preparazione alla conferenza mondiale degli italiani all'estero che si terrà a Roma. In questa città, probabilmente, ci sarà un incontro degli italiani eletti nel mondo. Ebbene, vorrei fare una proposta alla Presidenza della Camera: chiedo che vi sia una sessione speciale di questo ramo del Parlamento, interamente dedicata ai diritti dei cittadini italiani nel mondo, in cui si discuta, tutti insieme, della realtà dei nostri concittadini all'estero, per farla meglio conoscere prima della conferenza mondiale. Con ciò si potrà dimostrare che questo ramo del Parlamento è particolarmente sensibile al problema e vuole dedicare un momento istituzionale alla riflessione politica. Infatti, l'altra Italia non è conosciuta: RAI International non dà informazioni di ritorno adeguate e i documenti ed i dossier che vengono raccolti sono in realtà conosciuti solo nel circuito degli italiani all'estero, mentre la gran parte di noi non ne ha consapevolezza, esclusi i pochi che per compiti istituzionali, per dovere o per passione, si interessano della problematica.
Signor Presidente, vorrei citare alcuni documenti estremamente importanti, che la settimana scorsa sono stati presentati alla seconda assemblea plenaria del CGIE: mi riferisco al dossier L'informazione ai giovani italiani in America Latina curato dall'IRTEF (Istituto di ricerca sulle tecniche educative e formative) di Udine, aiutato e patrocinato dal Ministero degli affari esteri; mi riferisco, altresì, ad un secondo dossier della commissione intercontinentale Europa-nord Africa: molti non lo sanno, ma i rappresentanti italiani in Germania denunciano che i permessi di soggiorno talvolta sono negati non agli extracomunitari, ma ai cittadini italiani indigenti, dalla legislazione tedesca. Quella legislazione da un lato è formalmente europea, dall'altro, invece, nega o è molto restrittiva con i permessi di soggiorno per i meno abbienti o per le donne che non chiedono di lavorare, ma di curare i propri bambini; ebbene se quelle donne chiedono un assegno sociale all'ufficio assistenziale e sociale nel comune in cui risiedono, non hanno poi diritto al permesso di soggiorno. Cito, infine, un documento dei paesi anglofoni extraeuropei e dell'Australia, in cui si parla della cultura dei diritti e dell'informazione, nonché della cultura come stile di vita. Sono tante le analisi nuove, moderne ed attuali sui giovani e sulla nuova forma dell'emigrazione italiana nel mondo, che non è più quella di una volta.


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Signor Presidente, quei giovani ci interpellano; proprio per questo, dobbiamo rispondere non solo con la riforma degli articoli 56 e 57 della Costituzione, ma anche ai problemi sociali e culturali sollevati dall'emigrazione italiana nel mondo, da quella forma moderna di emigrazione che riguarda nuovi cittadini e nuovi concittadini che hanno un rapporto diverso, intelligente e forte con l'Italia. Ebbene, credo che tutto questo comporti anche un'apertura mentale e culturale diversa da parte della nostra Assemblea. Ecco perché insisto sull'idea che potrebbe essere bello, quest'anno, non solo completare l'iter legislativo dei provvedimenti, ma anche dedicare una sessione di questo ramo del Parlamento ai diritti dei cittadini italiani nel mondo.

PRESIDENTE. Desidero assicurarle, onorevole Pezzoni, che sarà mia cura far pervenire subito la sua richiesta al Presidente della Camera e quindi all'Ufficio di Presidenza.
È iscritto a parlare l'onorevole Niccolini. Ne ha facoltà.

GUALBERTO NICCOLINI. Signor Presidente, questo doveva essere un esame in seconda lettura, invece di fatto siamo di nuovo alla prima.
Ricordo che c'erano alcune perplessità, anche all'interno del mio gruppo, in ordine alle modalità di attuazione del principio contenuto nel progetto di legge: alla fine, però, convincemmo anche i più riottosi che alla scelta relativa alla circoscrizione Estero non si poteva dire di no.
Furono poi manifestate perplessità sul numero dei rappresentanti, questione sulla quale proprio nei giorni dell'esame in prima lettura avevamo discusso con rappresentanti degli italiani nel mondo presso il Ministero degli esteri. Alle richieste di un numero maggiore veniva opposta l'esigenza prioritaria di raggiungere comunque un accordo che consentisse di attuare il principio. Ricordiamo che si tratta di circa tre milioni di elettori nel mondo e, pur ammettendo che non si dovesse raggiungere la stessa proporzione esistente tra rappresentanti ed elettori nel nostro paese, i numeri che inizialmente si ipotizzavano erano di 20 deputati e 10 senatori, per arrivare poi a 16 e 8 e infine a 12 e 6.
Successivamente si discusse se il numero dovesse concorrere a formare quello totale dei parlamentari oppure se dovesse essere aggiuntivo. Anche a questo proposito si svolse un animato dibattito, finché si giunse alla soluzione, che non tutti condividevamo, di sottrarre tale numero a quello dei deputati e dei senatori: teniamo presente che, come si disse in quell'occasione, 1.000 parlamentari sono tanti, ma togliendone 18 non si dà certo un segnale al paese. Se avessimo ridotto il totale della metà, certamente avremmo dato un notevole segnale, ma toglierne 18 non aveva un grande significato: comunque, si decise di provare questa via.
Insomma, il percorso è stato lungo e faticoso ed ha visto dibattiti anche all'interno dei singoli gruppi, ma alla fine tutti ci siamo adeguati alle scelte prevalenti, perché il fine era talmente importante che ciascuno ha preferito rinunciare ad un «pezzettino» delle sue convinzioni pur di arrivare ad una meta comune.
Al Senato tutto stava filando per il meglio quando, all'ultimo momento, è arrivata questa sorpresa, in ordine alla quale mi riallaccio alle perplessità espresse dall'onorevole Armaroli. Indubbiamente, esisteva una preoccupazione, espressa più volte anche in passato, in ordine ad un possibile riaggiustamento delle circoscrizioni. Ci si chiedeva, innanzitutto, chi avrebbe dovuto provvedervi ed in che modo. Sappiamo benissimo, infatti, che con i metodi scientifici di oggi basta spostare il confine di una circoscrizione di una via, non dico di un chilometro, ma anche solo di pochi edifici, per cambiare immediatamente il risultato elettorale. D'accordo, dovremmo essere tutti in buona fede, ma dal momento che tutti partono dall'idea che l'altro sia in malafede c'è un timore generalizzato di mettere le mani in questa vicenda. In qualche maniera, quindi, ci si voleva cautelare. Il Senato, però, ha ritenuto che la scelta


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operata fosse sbagliata. Allora, sentiti i colleghi, si era pensato di intervenire in seguito, con legge ordinaria, con l'impegno politico di tutti a procedere in questo modo prima delle scadenze previste. Sappiamo che iniziare adesso un braccio di ferro con il Senato significherebbe senz'altro negare agli italiani all'estero il diritto di votare, su questo non c'è dubbio, perché quand'anche non si andasse alle elezioni anticipate, ma queste si svolgessero alla scadenza naturale del marzo prossimo, solo accettando il testo pervenutoci dall'altro ramo del Parlamento possiamo sperare di giungere in tempo all'approvazione: se iniziamo con una piccola lite con il Senato, è finita, e questa è l'ultima cosa che vogliamo. Credo che nessun gruppo politico possa assumersi questa responsabilità, ma non per paura della penalizzazione che ne avrebbe al momento delle elezioni, bensì perché sarebbe un atto di estrema ingenerosità, quasi un'offesa nei confronti dei nostri connazionali all'estero. Quindi, come hanno detto altri colleghi, anche il gruppo di Forza Italia accetterà obtorto collo il testo del Senato, per votarlo il prima possibile ed arrivare entro l'anno al completamento dell'intero sistema. Abbiamo perso tantissimo tempo, avremmo forse potuto lavorare in maniera più organica, si sarebbe potuto decidere di approvare tutte le modifiche costituzionali con un'unica legge, anziché con tre o quattro; avremmo potuto fare tante cose, ma oggi dobbiamo prendere atto del fatto che siamo arrivati a luglio e tra poco le Camere chiuderanno, dopodiché si riprenderà a settembre, quando dovremo procedere all'esame del disegno di legge finanziaria e di una serie di grossissimi problemi. Credo che tutti i gruppi debbano assumersi l'impegno di giungere entro la fine dell'anno alla definizione del sistema di modifiche costituzionali e di leggi applicative, affinché i cittadini italiani all'estero siano senza dubbio posti in condizione di partecipare alle elezioni di marzo, come gli italiani residenti in patria. Credo sia necessario assumere questo impegno, perché se dovesse nuovamente ricominciare la navette tra Camera e Senato, il Parlamento italiano tradirebbe una volta di più le legittime aspettative degli italiani all'estero, persone che, ricordiamolo sempre, sono rispettabili e più italiane degli italiani rimasti in patria e che, in quanto tali, hanno ancora più diritto degli italiani di esercitare tutti i diritti che la Costituzione prevede (Applausi).

PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Luciano Dussin, iscritto a parlare: s'intende che vi abbia rinunziato.
È iscritta a parlare l'onorevole Jervolino Russo. Ne ha facoltà.

ROSA JERVOLINO RUSSO. Signor Presidente, vorrei esprimere una preoccupazione. Dagli interventi che si sono succeduti in quest'aula, mi sembra molto chiaro che tutti i gruppi politici vogliono non solo arrivare alla modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, ma vogliono altresì che si approvi anche la normativa ordinaria che consenta il concreto esercizio del voto degli italiani all'estero. Ritengo che abbiamo contro di noi un nemico comune molto forte: mi riferisco al tempo. Hanno ragione i colleghi che lo hanno sottolineato.
Non vale quindi la pena di fare dietrologie e, men che meno, vale la pena di creare conflittualità fra i due rami del Parlamento. Vorrei comunque sottolineare, non per orgoglio istituzionale, che questo ramo del Parlamento e la Commissione affari costituzionali in particolare non hanno mai perduto un giorno sulla questione al nostro esame e, se si fossero seguiti i ritmi della Commissione affari costituzionali della Camera dei deputati sia sulla modifica all'articolo 58 della Costituzione sia sulla modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione, avremmo concluso molto prima l'iter di revisione costituzionale. Comunque, tant'è.
A questo punto, l'attesa degli italiani all'estero non può essere delusa, perché, come è stato ricordato in quest'aula, il cammino non è iniziato in questa legislatura, ma tante legislature fa e mai si è


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arrivati così vicini alla meta come questa volta. Pertanto, sarebbe accolto male il non riuscire a raggiungere l'obiettivo.
Non ho dubbi che il procedimento previsto dall'articolo 138 della Costituzione relativamente alla modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione sarà completato in tempi rapidi. Come hanno già affermato i colleghi, ritengo sia stato saggio non intraprendere un braccio di ferro con il Senato e accettare il tipo di interpretazione proposta, facendo sparire i dubbi che al Senato erano stati sollevati, per la verità non dalla maggioranza.
Tuttavia, signor Presidente, mi preoccupa fortemente la legge ordinaria attuativa. Il collega Pezzoni mi ha chiamato in causa quale punto di raccordo istituzionale fra i due rami del Parlamento. Non mi permetto certo di giocare a ping pong con la Presidenza della Camera, ma non voglio neanche in questa sede, conoscendo l'attenzione degli italiani all'estero sull'argomento, assumere su di me e sulla Commissione affari costituzionali una responsabilità che ci sovrasterebbe. Pertanto, mi permetto di rinviare questo appello alla Presidenza della Camera.

PRESIDENTE. La Presidenza della Camera farà il suo dovere, onorevole Jervolino Russo.

ROSA JERVOLINO RUSSO. Non c'è dubbio.

PAOLO ARMAROLI. Come sempre!

PRESIDENTE. Come giustamente ha osservato l'onorevole Armaroli: come sempre!

ROSA JERVOLINO RUSSO. Mi fa piacere che l'onorevole Armaroli sia d'accordo con tutti noi. Del resto noi avevamo già iniziato a lavorare su questo tema. Capisco benissimo le connessioni esistenti fra la legge ordinaria attuativa del nuovo testo degli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione e la riforma elettorale generale.
Vorrei però sottolineare che esistono, per così dire, momenti di forte specificità; con ciò intendo riferirmi al voto per corrispondenza, all'eventuale diritto di opzione, ad aspetti che potrebbero essere affrontati anche separatamente da questo ramo del Parlamento.
In ogni caso a me non interessa quale dei due rami del Parlamento affronti tali questioni, anche perché noi, come Commissione affari costituzionali della Camera, non abbiamo certo bisogno di cercarci il lavoro, avendone fin troppo.
Ciò che mi interessa - e qui voglio ribadirlo con forza - è che l'obiettivo venga colto. Per questo mi fa piacere, signor Presidente, sapere che la Presidenza della Camera - cosa di cui non avevo dubbi - svolgerà al più alto livello il suo compito di coordinamento con l'altro ramo del Parlamento. Ciò detto, signor Presidente, la ringrazio.

PRESIDENTE. Ed io ovviamente ringrazio lei, onorevole Jervolino.
Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle modifiche introdotte dal Senato.

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