Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 757 del 7/7/2000
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(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Martino, che illustrerà anche la mozione Pisanu ed altri n. 1-00461, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

ANTONIO MARTINO. Signor Presidente, il tema di questo dibattito è la concessione delle licenze per la telefonia della nuova generazione, UMTS (universal mobile telecommunications systems). È un tema che è stato oggetto di dibattito anche in altri paesi, sotto due profili: innanzitutto, dal punto di vista del metodo attraverso il quale concedere queste licenze, se dovesse seguirsi cioè la procedura dell'asta o se si dovesse seguire, invece, la procedura detta del «concorso di bellezza», il beauty contest, in base alla quale il Governo, con criteri suoi, scegli i gestori che posseggono i requisiti migliori.
Per ciò che riguarda l'Italia, abbiamo finito con lo scegliere una sorta di soluzione mista, in cui, all'interno del «concorso di bellezza», avrà luogo l'asta. In un articolo su Il Sole 24 Ore di ieri il senatore Franco Debenedetti, della sinistra, ha sostenuto, a mio avviso giustamente, che sarebbe stato preferibile seguire direttamente la procedura dell'asta e ciò non solo e non tanto perché attraverso questa procedura gli incassi sarebbero stati notevolmente maggiori, ma soprattutto perché l'asta riduce la discrezionalità dell'esecutivo nella scelta dei gestori e serve a scegliere le aziende più efficienti, cioè quelle che attribuiscono maggior valore alla concessione delle licenze.
Di questo tema si era occupato il settimanale inglese The Economist, in un articolo del 6 maggio in cui veniva spiegato come un'asta ben congegnata sia, non solo dal punto di vista dei proventi, ma anche dell'efficienza della selezione, un metodo di gran lunga preferibile. Del resto, che il sistema del cosiddetto concorso di bellezza non sia il più idoneo è dimostrato dal fatto che i proventi sono stati di entità molto diverse nei vari paesi. In Spagna e Finlandia, ad esempio, dove è stato adottato questo sistema, gli introiti sono stati irrisori, mentre in paesi che hanno adottato il metodo dell'asta, come la Gran Bretagna, a fronte di previsti proventi di due miliardi e mezzo di sterline, si sono conseguiti in realtà 22 miliardi e mezzo di sterline, pari a circa 70 mila miliardi di lire.
Per ciò che riguarda il nostro caso, l'entità dei proventi è incerta proprio per il metodo seguito, oltre che per la natura stessa del problema. Si è osservato che l'obiettivo minimo posto al Governo è di 25 mila miliardi; il ministro delle finanze Del Turco ha parlato di 20 mila miliardi e quello del tesoro Visco di 65 mila miliardi. Oggi, comunque, non parliamo del metodo di attribuzione delle licenze, ma dell'utilizzo dei proventi.
Al riguardo la nostra mozione - di cui mi permetterò di leggere il passo più significativo - sostiene che i proventi della concessione delle licenze dovrebbero essere destinati interamente a riduzione del debito pubblico. Questo per ragioni giuridiche ed economiche.


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Le motivazioni giuridiche fanno riferimento innanzitutto alla legge n. 432 del 1993, istitutiva del fondo per l'ammortamento dei titoli di Stato, che prescrive di conferire a tale fondo il gettito derivante da entrate straordinarie dello Stato. Un utilizzo diverso, quindi, rappresenterebbe violazione di questa norma.
Sempre sul piano giuridico, si è avuta notizia che la Corte dei conti ha sostenuto l'impossibilità di spendere gli introiti delle licenze UMTS per investimenti e spese correnti, anziché utilizzarle per la riduzione del debito pubblico. Secondo la Corte, infatti, riguardo alla copertura di oneri di natura corrente, si rileva che la finanziaria 2000 utilizza per la prima volta il miglioramento del risparmio pubblico (ossia la differenza tra entrate tributarie ed extratributarie e le spese) per la copertura di oneri correnti, anziché destinarlo alla diminuzione del deficit pubblico. Tale scelta, secondo la Corte, è incongrua perché tale forma di copertura non può non generare dubbi sulla sua legittimità e, in particolare, sulla sua conformità al disposto dell'articolo 81 della Costituzione, tanto più che si verte in ipotesi di miglioramento del risparmio pubblico verificatosi nell'ambito di un saldo di segno negativo. Potrebbero inoltre venire osservazioni e contestazioni anche da Bruxelles, in quanto, secondo i magistrati contabili, questa procedura sarebbe in contrasto con i criteri e gli obiettivi dell'Unione europea. Queste considerazioni giuridiche militano quindi contro la destinazione di parte delle risorse in oggetto a spese correnti.
Nel documento di programmazione economico-finanziaria leggiamo invece che il Governo prevede che una frazione degli introiti, fino al 10 per cento di quanto effettivamente incassato, venga destinata alla copertura di un programma straordinario di interventi nel settore della società dell'informazione. Anche dichiarazioni di esponenti del Governo puntano nella stessa direzione. Il ministro delle finanze Del Turco, ad esempio, ha affermato ieri che non c'è nulla di male né di antieuropeo nel destinare una quota importante delle risorse UMTS anche all'innovazione per favorire la competitività. Ometto altre dichiarazioni dello stesso genere. A me sembra che utilizzare anche solo il 10 per cento dei proventi della vendita delle concessioni UMTS per investimenti sia da considerare una iniziativa negativa; ciò è significativo della scarsa fede nella prudenza finanziaria professata con grande entusiasmo dagli esponenti della sinistra, per chi, come me, ha dedicato gran parte della sua produzione accademica alla necessità di una Costituzione fiscale che rendesse effettivo il vincolo di bilancio, quando viceversa altri avevano sostenuto per decenni l'utilità di una politica di bilancio volta a promuovere lo sviluppo attraverso il deficit spending. Ciò mi ha fatto venire alla mente una famosa storiella - a proposito dell'entusiasmo dei neofiti - relativa alla signora Claire Booth Luce che, appena convertitasi al cattolicesimo, venne nominata ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma e, ricevuta in udienza da Pio XII, pensò bene di lasciarsi andare ad una lunga tirata sul cattolicesimo, il che indusse il Papa ad interromperla dicendole: «Signora, sono cattolico anch'io». Ebbene, ascoltando le professioni di fede nella prudenza finanziaria e nel vincolo di bilancio imposto ai trattati europei, provenienti dai banchi della sinistra, mi sentii come ebbe a sentirsi Pio XII ascoltando la tirata della signora Luce.
La verità è che, per ciò che riguarda le impostazioni sul bilancio pubblico, abbiamo assistito ad una riscoperta e ad un recupero di una saggezza antica che era stata abbandonata: ricordiamo tutti la lezione di rigore nella gestione della finanza pubblica lasciataci dalla destra storica; si è trattato di una classe politica che deliberatamente e ad occhi aperti si è votata al suicidio, perseguendo una politica fiscale impopolare, pur di risanare il bilancio, nella convinzione che ciò fosse nel superiore interesse del paese. Il 16 febbraio 1876, Marco Minghetti poté annunciare alla Camera il pareggio del bilancio; due giorni dopo - il 18 febbraio - il Governo cadde e la destra scomparve


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dalla scena politica. Quella saggezza venne smarrita, per via dell'influenza - a mio avviso, mal interpretata o interpretata in modo distorto - della rivoluzione keynesiana. Con l'avvento della rivoluzione keynesiana in Italia, l'idea che il pareggio del bilancio fosse principio di correttezza e di trasparenza nella gestione della cosa pubblica venne abbandonata e si ritenne, viceversa, che il saldo del bilancio dovesse essere strumento di politica economica volta a promuovere lo sviluppo e l'occupazione.
Per decenni abbiamo insegnato - e continuiamo ad insegnare - ai nostri ragazzi nelle università che una politica di bilancio illuminata può garantire la piena occupazione, la stabilità dei prezzi, l'equilibrio della bilancia dei pagamenti e quant'altro. I risultati li abbiamo visti nei conti pubblici. Il pareggio del bilancio venne definito principio arcaico nel 1961 da un autorevole esponente, responsabile della politica monetaria in Italia; dal 1961 fino alla fine degli anni ottanta, il disavanzo ha continuato a crescere con i risultati che conosciamo.
Il trattato di Maastricht ha significato il recupero dell'importanza del principio del pareggio del bilancio e della solvibilità finanziaria dello Stato come principio di correttezza nella gestione della cosa pubblica. Allora, se i colleghi della sinistra che hanno con grande passione difeso gli accordi di Maastricht ne sono davvero convinti, dovrebbero in questo particolare caso (mi riferisco ai proventi della vendita delle concessioni UMTS) rifarsi alla saggezza di quanti hanno sempre creduto al principio del pareggio del bilancio e andarsi a leggere, per esempio, una lettera del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi al ministro del tesoro Pella, nella quale egli sosteneva che qualsiasi entrata straordinaria dovesse essere destinata alla riduzione del disavanzo, cioè a ridurre l'indebitamento pubblico.
Nel nostro caso, la questione è ancora più urgente, perché non si tratta di piccola cosa, ma di un fatto significativo in un momento molto delicato della politica economica italiana. Il cosiddetto risanamento finanziario, infatti, ottenuto nell'ultimo quadriennio va visto alla luce delle sue cause. Lo stesso governatore della Banca d'Italia ricorda, nella sua relazione, che il miglioramento del disavanzo, nel quadriennio dei governi di sinistra, di 5,7 punti percentuali del prodotto è dovuto per 4,7 punti alla minore spesa per interessi sul debito pubblico. In altri termini, oltre l'80 per cento del cosiddetto risanamento è dovuto alla diminuzione della spesa per interessi, la quale è stata conseguenza di fattori internazionali, del calo degli interessi a livello internazionale, che ha riguardato anche l'Europa e quindi l'Italia e che ci è piovuto addosso senza che avessimo fatto nulla per meritarlo. La diminuzione dei tassi d'interesse, però, non è un fenomeno destinato necessariamente a durare, anzi, potrebbe benissimo lasciare il posto ad aumenti dei tassi d'interesse, che del resto hanno già cominciato a manifestarsi negli ultimi mesi. Sempre nella relazione del governatore della Banca d'Italia si legge che gli aumenti dei tassi d'interesse a breve termine ed a più lunga scadenza incideranno marginalmente sui conti dello Stato nel 2000 e gli effetti tenderanno a divenire più rilevanti nei prossimi anni.
In questa situazione, quindi, non destinare per intero i proventi della concessione delle licenze UMTS alla riduzione dello stock del debito pubblico non è soltanto contrario a disposizioni normative, non è soltanto contrario all'impegno europeo del nostro paese, né è soltanto contrario all'asserita fede nella prudenza finanziaria nella gestione della cosa pubblica, ma è anche pericoloso, perché noi ci avviamo verso una fase in cui i governi italiani si troveranno a dover fare i conti con un aumento dei tassi e quindi con un aumento della spesa per interessi, per cui tutto dovrebbe essere destinato alla riduzione dello stock di debito pubblico.
C'è poi un'ulteriore considerazione. La decisione di destinare una parte dei proventi della vendita delle concessioni UMTS all'innovazione, per favorire la competitività, come è stato detto, non è soltanto, a mio avviso, un sintomo che la vecchia


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propensione per la finanza facile è ancora viva e vitale, ma suggerisce anche l'idea che goda ancora di ottima salute quel vecchio vizio della sinistra, non solo italiana, rappresentato dall'interventismo, cioè dalla convinzione che l'intervento pubblico sia condizione necessaria e forse anche sufficiente per promuovere lo sviluppo economico. La storia del secolo che volge al termine ci ha insegnato che le cose non stanno in questi termini. Se l'intervento pubblico potesse davvero determinare sviluppo ed occupazione produttiva, il comunismo avrebbe avuto successo: se è fallito, è perché l'intervento pubblico non è in condizione di determinare, appunto, sviluppo economico ed occupazione produttiva. Ho ancora vivo nella memoria un episodio che dimostra questo fatto. Subito dopo la «rivoluzione di velluto», che pose fine al comunismo in Cecoslovacchia, venne in Italia il ministro dell'industria ceco e ad una colazione organizzata dalla Confindustria uno degli industriali presenti gli chiese quali fossero in Cecoslovacchia i settori in cui conveniva investire. La risposta del ministro fu: «Questa è una domanda comunista». Ed è così, perché se noi sapessimo a priori dove conviene investire un illuminato intervento dello Stato indirizzerebbe risorse verso quei settori e ciò garantirebbe la crescita economica, lo sviluppo e l'occupazione. Il fatto è che non lo sappiamo.
In più, si suggerisce di destinare queste risorse ad un settore, quello dell'informatica, che rappresenta davvero un monumento alla superiorità della libera iniziativa privata rispetto a qualsiasi intervento pubblico, un settore che è nato, è cresciuto, si è sviluppato e moltiplicato non grazie ad una politica economica che rendesse ciò possibile o favorisse tale processo, ma grazie alle scelte di decine o centinaia di migliaia di piccoli operatori indipendenti, i quali hanno determinato questa crescita. Non c'è alcun bisogno di destinare risorse pubbliche a quel settore, non c'è alcun bisogno di rinunciare ad una politica di prudenza finanziaria per stimolare la crescita di quel settore.
A me sembra che ragioni giuridiche, ma soprattutto ragioni economiche, militino a favore del fatto che, come viene detto nella nostra mozione, le risorse derivanti dalle concessioni delle licenze vengano interamente destinate alla riduzione dello stock del debito pubblico (Applausi del deputato Tassone).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pennacchi. Ne ha facoltà.

LAURA MARIA PENNACCHI. Signor Presidente, colleghi, avere avuto il privilegio di ascoltare l'onorevole Martino, vista la sua intelligenza, gentilezza e chiarezza esemplari nell'esporre la propria opinione, mi facilita, perché, nell'esporre la mia opinione contraria, la lucidità con cui egli ha esposto la sua mi agevolerà il compito. Vorrei comunque esprimere l'auspicio che non si ribadiscano solo le convinzioni che ognuno di noi ha maturato nel tempo e, a volte, in condizioni prepolitiche, come è naturale e giusto che sia: chissà, può anche accadere che qualcosa cambi nelle nostre convinzioni.
Le mie argomentazioni sono a favore delle opportunità che ci potrebbe dare l'utilizzo di una parte degli introiti derivanti dall'operazione relativa alle licenze UMTS qualora vengano investite in ricerca, sviluppo e formazione, come previsto dalla mozione Mussi n. 1-00467.
Ripercorrendo il ragionamento svolto dall'onorevole Martino, inizierò anch'io con l'affrontare la questione della competitività, della quale oggi si discute moltissimo, anche se non mi sembra vi sia molta conseguenzialità. Infatti, prendere atto, come facciamo tutti - su questo c'è veramente consenso - che questa sia realmente la questione decisiva per il paese, significa poi cercare di individuare percorsi e soluzioni più adeguati ad affrontarla. Sono tra quelli che non ha da rimproverarsi di non avere né pensato né praticato politiche lassiste che non rispettassero i criteri rigorosi di finanza pubblica e sono convinta delle politiche di risanamento finanziario che i Governi di centrosinistra hanno condotto allo scopo


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principale di essere tra i primi undici paesi che davano vita all'euro.
Questa è stata una scelta politica che ha dato vita ad un grande dibattito nel nostro paese. Vi erano anche divergenze sull'argomento. Ad esempio, l'onorevole Martino è stato, anche in questa circostanza, uno di quelli che più limpidamente e più onestamente ha espresso la sua contrarietà su questa opzione politica di fondo condotta dai Governi di centrosinistra. Io non ero tra quelli che affermavano che bisognava affrontare prima la fase 1, vale a dire quella del risanamento, per poi passare alla fase 2, vale a dire quella della ripresa della spesa, perché ho sempre pensato che la fase fosse una sola e che il risanamento che doveva essere compiuto avrebbe dovuto essere un risanamento per lo sviluppo; la sua qualità e la sua natura avrebbero dovuto creare le condizioni per la ripresa dello sviluppo. Quando, per avere un disavanzo analogo a quello previsto nel DPEF di quest'anno, che è dell'1,3 per cento, dobbiamo risalire al 1965, quando ci troviamo dinanzi ad elementi che ci dicono che il debito pubblico scenderà al 111 per cento del PIL (una cifra ancora enorme e che non ci può consentire una riduzione della pressione fiscale più rapida di quella, pur necessaria, che noi abbiamo previsto; ricordo che nel 1995 tale percentuale era del 123 per cento), quando l'inflazione è al 2,5 per cento (e tutti giustamente esprimiamo una preoccupazione dinanzi ad una tendenza di ripresa del tasso di inflazione, anche se non dobbiamo dimenticare che nel 1990 esso era di circa il 7 per cento), quando la crescita economica prevista è intorno al 3 per cento, quando dal 1996 ad oggi possiamo prendere atto che sono stati creati circa 850 mila posti di lavoro in più, non si può dire che il risanamento è solo frutto di artifici contabili né è possibile negare che siamo dinanzi anche ad una «strutturalità» radicale del risanamento. Oggi si tende a dire che ciò è frutto non di politiche, non di scelte, non di azioni, ma di un certo andamento a livello internazionale dei tassi di interesse; non bisogna però dimenticare la forza e la generosità dimostrate dal popolo italiano.
Non mi permetterei mai di contestare che il trend internazionale di discesa dei tassi di interesse ci ha agevolato; se non vi fosse stato, tutto sarebbe stato enormemente più complicato. Ma se non ci fossero state le politiche specifiche che noi abbiamo portato avanti, quel trend non l'avremmo per così dire incontrato. Se fosse prevalsa la linea che il Polo, l'opposizione, esprimeva, questo trend - lo ripeto - non sarebbe stato incontrato e non avremmo ottenuto i risultati che oggi abbiamo.
Voglio ricordare che l'allora ministro del tesoro, oggi Presidente della Repubblica, ripeteva in continuazione: bisogna portare nell'euro un paese vivo e non un paese morto! Nel 1997, l'anno in cui la manovra di finanza pubblica raggiunse la maggiore intensità, la crescita del PIL fu dell'1,5 per cento.
Ma per tornare al tema al nostro esame, mi vorrei soffermare, in particolare, sulla questione della competitività e della relativa conseguenzialità. Anzitutto credo che sia opportuno chiarire di quale nozione di competitività stiamo parlando. Penso che si debba parlare di una competitività di sistema, del sistema paese, del sistema Italia. Se parliamo in questi termini, allora gli investimenti per la ricerca e lo sviluppo sono assolutamente determinanti, sono fondamentali. Bisogna chiedersi, in particolare, quali siano i fattori che influenzano la competitività; a tale domanda non possiamo che rispondere, di nuovo, che gli investimenti per la ricerca e lo sviluppo sono fondamentali.
Il rimprovero larvato e garbato fatto dall'onorevole Martino, cioè di «convertirci» soltanto ora, è tra l'altro contraddittorio con la segnalazione di un rischio che ritengo ci sia e sul quale deve essere sempre elevata la vigilanza, al fine di evitare di tornare ad una spesa troppo facile. Ripeto, io non ritengo che vi sia contraddizione nella nostra manovra, proprio perché non ho mai pensato che ci debba essere una fase 1 e poi una fase 2,


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avendo sempre considerato fondamentale il rigore finanziario per rilanciare lo sviluppo.
La situazione italiana - vorrei richiamare la vostra attenzione, e in particolare quella dell'onorevole Martino, su alcuni dati - si presenta con elementi che hanno una singolarità rilevante, ad esempio un'entità della spesa per ricerca e sviluppo che oggi rappresenta l'1 per cento del PIL.
In un lungo processo storico oggi si arriva a questo risultato. È un livello infimo: siamo sopravanzati non solo dai paesi nostri similari (Germania, Francia, Stati Uniti e Giappone), ma anche dalla Corea del Sud e da Taiwan, con una quota della spesa delle imprese su questo infimo 1 per cento che è appena del 57-58 per cento, mentre la media OCSE per gli investimenti in ricerca e sviluppo delle imprese è del 70 per cento.
Quel che è ancora più importante è che a questo dato così infimo si associa - l'associazione mi interessa anche dal punto di vista analitico - un'impressionante staticità, potrei dire un regresso, della nostra specializzazione produttiva che non si registra in nessun paese avanzato. Siamo l'unico paese che ha confermato e, addirittura, rafforzato una presenza in produzioni tradizionali: ciò significa che siamo il paese che sta fuoriuscendo da tutte le frontiere tecnologiche avanzate. Questo è un punto delicatissimo e ci spiega, peraltro, la quota delle nostre esportazioni, che è un altro elemento rilevantissimo quando ragioniamo di competitività, sul quale dovremmo fare analisi più sofisticate rispetto a quelle prodotte dalla propaganda politica. Se analizziamo la quota delle esportazioni di prodotti ad alta tecnologia, constatiamo che la quota italiana è scesa nell'ultimo decennio dal 3,5 per cento sul totale delle produzioni ad alta tecnologia delle esportazioni mondiali al 2,5 per cento. Ciò in un periodo in cui a livello mondiale la quota di scambi internazionali in prodotti ad alta tecnologia esplodeva, passando dal 15 al 30 per cento. Se fossero state effettuate politiche adeguate, le condizioni avrebbero imposto di inserirsi nel trend e di sfruttarne le potenzialità; così non è avvenuto.
Potrei citare altri dati, ma questi mi paiono sufficienti a dimostrare con grande forza la necessità di destinare almeno una parte dei proventi ad investimenti di questa natura.
Concludo, rilevando che sarebbe opportuno che iniziassimo una riflessione più sgombra dalle emergenze politiche quotidiane sul ruolo dell'intervento pubblico.
L'onorevole Martino ha esposto una tesi nota, molto documentata in letteratura, cui egli stesso con la sua produzione ha contribuito con grande esemplarità. Ritengo che a questo proposito vi sia una questione veramente aperta e si torni a giocare su una distinzione. A livello empirico si potrebbero avere elementi tali da problematizzare la certezza con cui parliamo della nuova economica, della cosiddetta new economy, che è poi un'espressione così vaga e generica che necessiterebbe di un fondamento analitico molto più solido. Ciò che, più correttamente, sul piano analitico gli studiosi americani hanno definito economia della conoscenza, economia dell'apprendimento, learning economy, rivoluzione microelettronica e così via nasce con atti molto importanti di presenza pubblica, anche se rinnovata e trasformata. Certo, non possiamo avere come modello lo statalismo socialdemocratico ottocentesco e novecentesco né, tanto meno, la pianificazione dei paesi del socialismo ormai defunto. Tuttavia, sapere che Internet è nata per un accordo tra il Governo federale, parti del Governo federale americano e università americane e che alla base di questo ciclo vi è un atto amministrativo, ci dimostra l'importanza di ragionare sulle modalità, sulle istituzioni e sull'architettura istituzionale che si crea tra l'operare di diversi soggetti, tra i quali quello pubblico mantiene un ruolo fondamentale. L'atto del 1981 sancì negli Stati Uniti la fine della sola brevettabilità individuale, consentendo la brevettabilità ad intere università; se tale principio venisse applicato in


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Italia, si affronterebbe il problema drammatico dell'assetto feudale delle nostre organizzazioni universitarie.
Onorevole Martino, mi rivolgo a lei che è anche professore universitario e lo faccio con passione, così come, secondo le sue affermazioni, la maggioranza ha sostenuto alcune posizioni: se mettessimo mano al groviglio, alla feudalità dell'assetto proprio del mondo universitario, caratterizzato da una carenza di rapporti e legami, all'interno di un'architettura istituzionale nella quale l'operatore pubblico potrebbe giocare un ruolo forte tra produzione e mondo universitario e della ricerca, faremmo qualcosa di molto utile per il nostro paese (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.

MARIO TASSONE. Signor Presidente, mi limiterò a pochissime battute, anche per lasciare un po' del nostro tempo al cofirmatario della mozione, onorevole Volontè, che interverrà dopo di me.
Ho ascoltato con molta attenzione l'illustrazione dell'onorevole Martino, che ha fatto una vera e propria lezione - gliel'ho anche detto al termine del suo intervento -, e le dichiarazioni dell'onorevole Pennacchi. Vorrei richiamare l'attenzione del Governo sulla vicenda attraverso brevissime considerazioni, non essendo all'altezza di fare ulteriori lezioni (o di fare una lezione).
Al di là del modo in cui si è pervenuti all'assegnazione - attraverso l'asta, un concorso di bellezza o l'inserimento dell'asta in un concorso di bellezza -, la vicenda è stata preceduta ed accompagnata da diversi commenti giornalistici non di una certa stampa specializzata, ma di una certa stampa che continuamente, periodicamente o quotidianamente fornisce informazioni sui movimenti e sugli interessi esistenti all'interno della maggioranza o delle cancellerie dei partiti dell'area della maggioranza. Lei, signor sottosegretario, sostiene che non lo sa; evidentemente, fa buone letture e ci complimentiamo con lei...

BRUNO SOLAROLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro, il bilancio e la programmazione economica. Cerco di farle più gradevoli!

MARIO TASSONE. ...che è dedito ad una vita molto parca e parsimoniosa (dobbiamo darle atto pure di questa testimonianza); anche il riferimento di Claire Booth Luce e di Pio XII si inquadra alla luce della sua disponibilità.
Noi che siamo dediti a queste buone letture, ma che siamo molto più modesti e mediocri nella nostra attività quotidiana, abbiamo colto l'esistenza di qualche venatura commerciale in questa vicenda; ciò traspare anche dalle parole dell'onorevole Martino. Non c'è dubbio, non sappiamo ancora se l'entrata per lo Stato sarà di 20.000 o di 30.000 miliardi, come non abbiamo mai saputo quanto avrebbe incassato l'erario dalla vendita dei beni demaniali. Per quanto riguarda il lato della spesa pubblica e, quindi, la capacità di risparmio, una volta abbiamo previsto 3.000 miliardi, una volta 5.000 miliardi, un'altra volta 8.000 miliardi; ritengo che tali cifre siano sempre state un po' relative, superficiali e generiche, senza un riscontro in termini seri.
Su questo discorso si inserisce il presente dibattito di carattere politico e di politica economica. Si può essere d'accordo o meno con il collega Martino ma, certamente, egli pone una questione di fondo.
In conclusione, vorrei aggiungere altri due elementi.
Non vi è dubbio che qui si parla di utilizzare queste somme per la riduzione del debito (credo che questa sia la posizione assunta anche nella mozione Pisanu ed altri, firmata dall'onorevole Volontè) oppure di destinarle per un piano informatico, energetico e di sviluppo.
Sottosegretario Solaroli, non so se essere d'accordo con il collega Martino, perché io sono più interventista di lui; tuttavia, analizzando il modo in cui si interviene in questo nostro paese nei vari settori, mi sorge qualche preoccupazione. Quando si parla di intervento sulla ricerca,


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sullo sviluppo e sull'informatica, richiamo veramente la sua responsabilità, la sua cortesia e soprattutto la sua attenzione sul modo in cui si è intervenuti nel campo della ricerca scientifica, dello sviluppo e dell'informatica nel nostro paese. Si possono, allora, fare tutti i programmi che si vuole, ma ci si deve dire però come siano stati utilizzati i fondi, le energie e le risorse in questo campo. Questo campo, infatti, è disseminato di incertezze, di disfunzioni, di lacune e soprattutto di dubbi sul buon andamento e sulla trasparenza nell'utilizzazione di tali fondi. Rilevo infatti che nella ricerca scientifica abbiamo ovviamente una miriade di enti e di sottoenti, non si tratta soltanto di quelli pubblici, perché credo che la ricerca scientifica la facciano tutti. Sappiamo, ad esempio, come viene ad essere utilizzata da parte delle università (ti chiedo scusa, onorevole Martino) e da parte di altre strutture.
Nella mozione Mussi ed altri n. 1-00467 non si parla, onorevole Pennacchi, del Mezzogiorno. Dobbiamo finirla perché il Governo può fare tutto: ad esempio, ci venga a dire che cosa si fa per il Mezzogiorno e a chiarire anche il problema dell'informatica o dell'intervento di questo «Sviluppo Italia», di questo moloch di cui nessuno parla, che amministra migliaia e migliaia di miliardi in «solitudine» senza che vi sia, cioè, un controllo del Parlamento. Finiamola con la retorica del Mezzogiorno, della ricerca scientifica, dell'informatica e dello sviluppo! Fateci conoscere i conti e la gestione di queste strutture sia per quanto riguarda la ricerca scientifica sia per quanto riguarda gli interventi per il Mezzogiorno. Ricordo che la Cassa per il Mezzogiorno era sotto il controllo del Parlamento: nel 1982 ero sottosegretario per il Mezzogiorno e vi era il controllo del Parlamento su quella Cassa! Questo «Sviluppo Italia» invece viene controllato semplicemente da alcuni amministratori, che ho più volte denunciato in quest'aula perché sono poco trasparenti; rispetto alla gestione del signor Borgomeo - faccio nomi e cognomi - e di altri credo che non sarebbe sufficiente qualche inchiesta in più!
Finiamola quindi di fare questo tipo di discorsi!
Mi avvio alla conclusione perché altrimenti lascio poco tempo all'onorevole Volontè.
Come vedete, colleghi, affrontando tale questione, ho voluto fare una valutazione politica, nella speranza di trovare qualche tipo di sensibilità; altrimenti, la «blindatura» vale la «blindatura» e il discorso del collega Martino rimarrà soltanto consegnato negli annuali della storia parlamentare di questo nostro paese. Non vorrei però che il suo intervento fosse consegnato soltanto agli studi nobili e che questo tipo di azioni e di pratiche di Governo fosse consegnato ai piccoli escamotage di ogni giorno che non arricchiscono, ma avviliscono la vita politica, sociale ed economica del nostro paese (Applausi del deputato Martino).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Volontè. Ne ha facoltà.

LUCA VOLONTÈ. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, onorevole sottosegretario, vorrei innanzitutto scusarmi per essere giunto in aula in ritardo.
Per iniziativa della «Casa delle libertà» affrontiamo oggi l'esame della mozione sulle licenze UMTS. Si tratta di una questione di grande importanza per i riflessi sullo sviluppo dell'intero settore delle telecomunicazioni e della new economy capace di aprire un ciclo lungo dello sviluppo, come si sta verificando negli Stati Uniti e come del resto teorizzarono Schumpeter prima e Kondrat'ev dopo.
Con la mozione firmata da tutti i capigruppo della «Casa delle libertà», che ho firmato a nome del CDU, s'intende, con questo atto di indirizzo, indicare al Governo un preciso percorso da seguire sui proventi delle licenze. Riteniamo che occorra consolidare il processo di risanamento della finanza pubblica senza sbavature e che i proventi debbano essere


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destinati - così come è previsto dalla legge n. 432 del 1993 - al fondo di ammortamento per il debito pubblico. Ciò assume ancora più importanza oggi, in presenza di una crescita del livello dei tassi di interesse rispetto ad un anno fa e in considerazione dei maggiori oneri che lo Stato sopporterà per il costo del servizio del debito. Purtroppo, dopo aver presentato il documento di programmazione economico-finanziaria con grave ritardo rispetto alla scadenza, il Governo non ha saputo quantificare all'interno dello stesso i possibili introiti, rinviando ciò alla nota di aggiornamento prevista per fine settembre. Tale ritardo si aggiunge a quello della gara per le licenze, rinviata alla fine di luglio, a dimostrazione dell'incertezza che regna nel Governo e nelle forze che lo sostengono. Del resto, tra gli operatori del settore era stata affacciata, piuttosto che l'asta, l'ipotesi di evitare il pagamento secco delle licenze preferendo quello delle royalties annuali per non appesantire i bilanci. È stato preferito un sistema ibrido di asta, ma con valutazione e selezione dei gestori attraverso un concorso delle caratteristiche. Indubbiamente, l'asta potrebbe consentire maggiori risorse rispetto ai 20-25 mila miliardi previsti o ipotizzabili anche senza arrivare all'ipotesi Visco di 60 mila miliardi.
Siamo preoccupati per le frequenti visite a palazzo Chigi dei manager delle compagnie di telecomunicazione privatizzate che hanno raggiunto ormai un livello che non trova riscontro nelle esperienze del passato e neanche della passata SIP.
In tale situazione appare discutibile indicare la destinazione di una frazione degli introiti fino al 10 per cento di quanto effettivamente incassato alla copertura di un programma straordinario di interventi nel settore delle società dell'informazione di cui non condividiamo l'impostazione, soprattutto se ciò significa mettere le mani su Internet e tassare Internet in una visione non liberale, non aperta alla società, ma tesa a condizionarla, a rafforzare la presenza dei controlli dello Stato, in una visione un po' socialista (non a caso portata avanti dai Governi socialisti e di sinistra al Consiglio europeo di Feira), su un settore che, se si diffonde, cresce impetuosamente solo se non vi sono né lacci né lacciuoli. Portare avanti i portali di Stato significa controllare l'economia, significa reinventare le partecipazioni statali di cui nei giorni scorsi era stata celebrata con enfasi la chiusura dopo sessant'anni di vita.
La differenza tra la mozione della «Casa delle libertà» e quella dell'onorevole Mussi, è sostanziale. Si tratta di due modelli di sviluppo a confonto rispetto ai quali non ci sono dubbi circa la nostra scelta.
Questo piano d'azione per la società dell'informazione presente nella mozione Mussi mi ricorda - e invito l'amico sottosegretario stimatissimo...

MARIO TASSONE. Questo senz'altro!

LUCA VOLONTÈ. ...a ricordarlo con me - un libro di Lewis, grande poeta e scrittore inglese, Perelandra dove, ad un certo punto, lo Stato si mise a pensare ad un piano d'azione per l'informazione pubblica. Questa analogia potrebbe far preoccupare (ci fa preoccupare sulle reali intenzioni, sulle possibili intenzioni, a volte sulle inconsapevoli intenzioni) nel confronto tra l'impostazione della Casa delle libertà e l'impostazione del Governo che guida per ora questo paese (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Scalia. Ne ha facoltà.

MASSIMO SCALIA. Signor Presidente, la collega Pennacchi ha già formulato alcune riflessioni e addotto taluni argomenti in risposta alle argomentazioni proposte dal collega Martino nell'illustrazione della mozione del Polo. Anch'io condivido il giudizio di una certa avarizia intellettuale da parte del collega Martino nel non voler riconoscere che alcuni risultati del risanamento della finanza pubblica non possono certo essere attribuiti alla congiuntura internazionale perché non si


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vede come questa possa influenzare lo stock del debito pubblico e il famoso rapporto debito pubblico-PIL.
In realtà, tutti sanno che quel risanamento fu proprio la conseguenza di una finanziaria che, se non fu lacrime e sangue, fu proprio perché il Governo Prodi riuscì ad equilibrare una manovra molto pesante (90 mila miliardi) con l'esigenza di un'equità sociale che venne mantenuta.
L'onorevole Martino è probabilmente il capofila, o uno dei capofila, degli euroscettici. Devo dire che ha anche avuto compagni di strada prestigiosi (lo stesso governatore della Banca d'Italia si sa che non ha mai brillato di entusiasmo nella rincorsa dell'euro), però credo che, una volta che gli avvenimenti stanno alle nostre spalle, si possa e si debba anche riconoscere che cosa è stato determinato da congiunture internazionali e che cosa è stato determinato da una precisa azione e volontà del Governo. Mi permetto di ricordare agli euroscettici che, ove non fossimo pervenuti all'euro nei tempi prefissati, la nostra moneta e più in generale la nostra economia difficilmente avrebbero retto ai durissimi colpi (ma l'Italia è un paese di debole memoria e forse tutti li hanno già dimenticati) che vennero dal crollo delle famose tigri asiatiche e del rublo e che caratterizzarono il periodo fra il 1998 e il 1999...

ANTONIO MARTINO. I paesi fuori dell'euro fecero meglio; l'Inghilterra fece meglio!

MASSIMO SCALIA. Non si può al tempo stesso sostenere che la nostra è un'economia debole, gravata ancora da un rilevantissimo stock del debito pubblico, e pensare che, se non vi fosse stata la protezione dell'euro, avremmo potuto reagire tanto quanto l'Inghilterra: mi sembra, francamente, un eccesso di prova...

ANTONIO MARTINO. Non è falsificabile come tesi!

MASSIMO SCALIA. Venendo alla materia oggi in esame, auspico che le gare che si terranno per l'assegnazione delle concessioni abbiano regole di massima trasparenza e siano orientate ad un criterio del massimo ricavo. Non vorrei, per capirci, che le cose che diceva prima il collega Volonté avessero un minimo di realizzabilità ed influissero sulle decisioni del Governo: è un rischio presente e noi, come Verdi, lo sottolineiamo in quest'aula, perché riteniamo che le gare debbano comportare il massimo ricavo per il fondo di ammortamento pubblico e non debbano assolutamente vedere Governo e Stato, in qualche modo, con «le mani in pasta» rispetto ad alcuni interessi.
Per quanto riguarda il merito della mozione presentata dai capigruppo del centrosinistra, vorrei qui rivendicare, con un minimo di orgoglio, il fatto che in quella mozione non si fa soltanto riferimento ad aspetti economici, finanziari, tecnologici, poiché nel dispositivo di impegno al Governo si ricorda un problema che dovrebbe essere di interesse generale (almeno così avemmo l'impressione quando si discusse alla Camera sulla questione dell'inquinamento elettromagnetico). Noi, infatti, abbiamo richiesto, ed i colleghi del centrosinistra sono stati d'accordo, che una parte del ricavato venga devoluta agli interventi che possono essere effettuati in materia di riduzione dell'inquinamento elettromagnetico, ovviamente a partire dalla ricerca fino ai veri e propri piani di risanamento che possono essere necessari.
Mi permetto di ricordare al collega Martino ed ai colleghi del Polo...

MARIO TASSONE. Della «Casa delle libertà»!

MASSIMO SCALIA. Sì, è un vecchio modo di dire...

MARIO TASSONE. Bisogna aggiornarsi nel linguaggio della politica!

MASSIMO SCALIA. Va bene, diciamo «Casa delle libertà», non mi pone problemi.


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Vorrei, dunque, sottolineare che questo tipo di destinazione e di finanziamenti è esattamente quello che noi chiamiamo vincolo ambientale, che va inteso non in modo burocratico o nel senso dei lacci e lacciuoli cui prima si accennava, ma in una visione più moderna rispetto a quella ottocentesca del liberismo tradizionale. In questo ambito, si riconosce che le dinamiche economiche sono ben lungi dall'essere deterministiche; lo stesso mercato, che spesso viene elogiato come selezionatore delle merci buone e sede di pura concorrenza, così non è mai stato fin dai tempi di Adam Smith. Anzi, alcune teorie liberiste, penso alla scuola di Chicago e a Milton Friedman, che poi sono state adottate in politica economica, in particolare con la reaganomics, hanno avuto alcuni clamorosi cedimenti là dove vi è stato un intervento pubblico molto forte: è quanto è accaduto negli Stati Uniti a favore dell'energia nucleare, uno dei punti di forza della reaganomics in totale contrasto con le visioni liberiste...

ANTONIO MARTINO. La reaganomics con l'energia nucleare non c'entra proprio niente! Proprio assolutamente niente!

MASSIMO SCALIA. Collega Martino, c'entra....

ANTONIO MARTINO. Tutte le opinioni sono valide ma non bisogna dire cose che non sono vere!

MASSIMO SCALIA. Forse lei non è informato; all'epoca della reagonomics, però, Reagan finanziò il piano delle centrali nucleari: cosa abbia questo a che vedere con il liberismo di Milton Friedman me lo racconterà lei, ma questa è una cosa certa, non opinabile...
Tornando al ragionamento sul vincolo ambientale, ritengo che vada visto come un utile snodo che, tra i fasci di possibilità che sono aperti, senza la rigidità della cosiddetta pianificazione, riesce ad orientare le scelte economiche possibili. Credo che ciò sia utile perché il mercato è spesso oggetto di apologie - anche se va ricordato il mercato di stupefacenti, quello di organi di bambini - perché, sicuramente «it works», come dicono gli inglesi, ma non è la sede limpida e pura nella quale la libera concorrenza si dispiega. Il vincolo ambientale, quindi, ha un senso preciso.
Nel merito, più specificamente, il nostro timore è che il ricorso alla terza generazione di sistemi mobili di telecomunicazione comporti l'installazione di nuovi impianti che, in prospettiva, addirittura sostituiranno quelli già esistenti. Un proliferare, dunque, di dispositivi, di antenne, un proliferare di fonti e sorgenti di inquinamento elettromagnetico rispetto al quale - in conclusione e per informazione dei colleghi - noi abbiamo approvato alla Camera un provvedimento legislativo che è veramente il più avanzato nel settore a livello internazionale, attualmente in discussione al Senato. Infatti, nel fissare i limiti di esposizione e gli obiettivi di qualità per quello che riguarda l'inquinamento elettromagnetico, per la prima volta, anche superando posizioni abbastanza retrive dell'Organizzazione mondiale della sanità e della Commissione tecnica internazionale sulle radiazioni non ionizzanti (quali le onde elettromagnetiche sono), si accetta l'idea che, accanto al rischio connesso ai cosiddetti effetti a breve termine, esista un rischio connesso agli effetti a lungo termine, le leucemie per capirci. Ciò trova sempre più importanti conferme scientifiche, dal momento che esistono sperimentazioni decisive che mostrano come anche campi magnetici di intensità debolissima, i famosi 0,2 microtesla, hanno finestre per frequenze molto basse, fra 1 e 10 hertz, in grado di indurre correnti all'interno del materiale organico di cui è composto il nostro corpo. Per correnti si intende l'insieme dei tipici ioni metallici che sono in esso presenti, vale a dire gli ioni calcio, litio, sodio e potassio, che possono migrare in flusso fuori dalla membrana cellulare, alterando così preziosi meccanismi fondamentali per la regolazione delle cellule e dell'insieme dei


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nostri tessuti. Mentre la Camera approvava quel provvedimento non era probabilmente al corrente di tutto ciò.
La recente esperienza di Zhadin e Novikov, i cui risultati sono stati pubblicati solo due anni fa su Bioelectromagnetism, era quella cui facevo riferimento e conferma che i rischi temuti esistono. Va ricordato che si tratta di rischi molto bassi e spesso alle centinaia di comitati sorti in tutta Italia io amo dire che la lotta viene portata avanti su temi ancora più pericolosi - basti pensare ai danni indotti dal benzene che è un sicuro cancerogeno -, tuttavia è fuori di dubbio che il rischio esiste. Il legislatore italiano allora sta un passo avanti - ed è una delle poche fortunate occasioni nelle quali ciò avviene - rispetto agli altri legislatori perché si è posto il problema. Ovviamente ciò vale se la legge quadro verrà approvata in forma definitiva.
In conclusione, credo che l'aver posto attenzione ad un tema rispetto al quale, oggi, la sensibilità sociale e le preoccupazioni sono fortemente diffuse e giustificate, contrariamente a quanto affermato pubblicamente dal ministro Cardinale, rappresenti un punto di forza della mozione presentata dai gruppi di centrosinistra.
Questi i motivi per i quali noi abbiamo firmato e voteremo a favore della mozione presentata dalla maggioranza.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Savarese. Ne ha facoltà.

ENZO SAVARESE. Signor Presidente, la Casa delle libertà, il Polo e gli alleati hanno ritenuto di presentare la mozione firmata dal collega Pisanu, dal nostro presidente di gruppo Selva e dagli altri presidenti di gruppo perché non vorrebbero che dietro una manovra - mi sembra la definizione più appropriata - di decine di migliaia di miliardi vi fosse l'intenzione di compiere probabili azioni di tipo congiunturale, invece che iniziative per la riduzione del debito pubblico. Manifestiamo, quindi, un gran numero di perplessità.
In prima istanza, mi permetto di sottolineare al rappresentante del Governo il fatto che in materia di vendita delle concessioni UMTS prevalgono le discussioni sul prezzo come elemento preponderante - sulla base di impostazioni spesso discutibili -, quindi sulla necessità di fare cassa, rispetto a quelle sulle iniziative di tipo strategico e di sviluppo industriale.
È estremamente strano che aziende che non riescono a fare il loro mestiere, come le Ferrovie dello Stato, che funzionano male, partecipino alla gara, con grande trionfalismo da parte di esponenti del Governo.
Ho letto una dichiarazione del ministro Cardinale, che fra l'altro non mi risulta sia il ministro dei trasporti, il quale afferma che è bene che le Ferrovie partecipino alla gara per l'UMTS. Questo è il paese in cui non si consegnano le lettere, ma le Poste spa si mettono a fare concorrenza alle banche, continuando a non consegnare le lettere, in cui le Ferrovie hanno un deficit spaventoso, in cui l'ENEL monopolista è nel settore delle comunicazioni con i soldi che riscuote attraverso quella che è stata definita, non da noi, ma dall'autorità garante Ranci, l'elettricità più cara d'Europa.
Quindi, credo che la prima riflessione che occorra fare sia cercare di capire cosa vi sia dietro questo disegno dell'UMTS. Stiamo parlando di una tecnologia che oggi è solo in prospettiva, che si conosce, ma non si sa quali saranno gli sviluppi economici potenziali, possibili, reali dell'UMTS.
Di fronte a questa incertezza, il Governo comunque ha una certezza, la necessità di fare cassa, quella stessa necessità che porta ad annunciare trionfalisticamente che il debito pubblico è diminuito e che, attraverso la caccia agli evasori, si è potuto aumentare il gettito fiscale, quando in realtà il gettito fiscale, signor rappresentante del Governo, Presidente, come è noto a tutti, è aumentato per un solo motivo, cioè perché in Italia


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c'è la pressione fiscale più alta d'Europa a fronte di servizi di livello decisamente infimo.
Questa gara per l'UMTS si svolge in maniera così precipitosa, così affrettata, con questi concorrenti che non si sa bene come debbano interagire, anche in ambito europeo, perché noi siamo assolutamente a favore dell'apertura dei mercati, ma in condizioni di reciprocità; bisogna, quindi, domandarsi se l'Italia sia il paese in cui le telefonie di tutta Europa e di tutto il mondo possono operare, quando le nostre hanno difficoltà ad operare in altri paesi. Bisogna domandarsi come il Governo intenda risolvere i problemi legati all'inquinamento da elettromagnetismo che vengono sollevati dalle associazioni dei consumatori e dagli utenti.
Al Governo non sfugge che a proposito delle nuove licenze UMTS si parla della necessità di 50 mila - sottolineo 50 mila - nuovi ripetitori e non è chiaro se essi saranno ad uso di un solo soggetto, cioè se ognuno prenderà i suoi 10 mila o se, magari facendo ciò che non si è riusciti a fare prima, nonostante le impostazioni dirigistiche e i diktat del sottosegretario Vita sul decoder unico, non si riesca a realizzare una piattaforma che permetta, almeno in campo tecnologico, di sfruttare le sinergie possibili. Tutto ciò non è chiaro, così come non è chiaro quanto il piano industriale debba essere coerente e prevalente sulle mere necessità di cassa; non è chiaro nemmeno quali saranno le modalità di partecipazione e come verrà richiesto il pagamento a questi «megaconsorzi» che si stanno creando, come ripeto, per gestire uno sviluppo assolutamente teorico della telefonia mobile. Il nostro è uno strano paese, in cui si continua a tassare la telefonia mobile come bene di lusso quando oggi l'Italia registra forse lo sviluppo maggiore in Europa di questo comparto e un lusso è diventata la telefonia fissa. Ciononostante, sul cosiddetto telefonino continua a gravare la tassa imposta sui beni di lusso.
Si scommette sull'utilizzo dell'UMTS che, come non sfuggirà al Presidente né al Governo, è sicuramente un mezzo ad alta tecnologia, con delle potenzialità di interazione, quali la possibilità di vedere film, di fare shopping elettronico e di effettuare collegamenti Internet (che peraltro già oggi sono realizzabili con altri sistemi, tramite cellulari), il cosiddetto «telefonino intelligente», quello che Nicholas Negroponte definiva il nuovo grande fratello.
Di fronte a questa scommessa, che peraltro non trova ancora rappresentazioni pratiche in alcun paese del mondo, né negli avanzati Stati Uniti d'America, né in altri Stati europei, il Governo non trova di meglio che esplicitare non su un articolo di giornale o in una delle tante dichiarazioni, che spesso si contraddicono, degli esponenti del Governo (magari del ministro Cardinale), ma, addirittura all'atto dell'insediamento del Governo Amato, che l'UMTS è uno dei sistemi che l'esecutivo ha identificato per fare cassa. Francamente mi domando - e credo che non sia un interrogativo retorico - come sia possibile continuare a gestire lo Stato e la cosa pubblica con misure assolutamente congiunturali e straordinarie. Le privatizzazioni non avrebbero dovuto essere un mezzo per fare cassa, come ha rilevato qualche sera fa anche il ministro Visco, dicendo «abbiamo realizzato le privatizzazioni e ridotto l'indebitamento». Ebbene, si sono fatte le privatizzazioni, ma in realtà il disegno strategico industriale non è chiaro. Le privatizzazioni debbono essere un fine, non un mezzo. Noi, da liberali, crediamo che la privatizzazione vada verso un'economia di mercato competitiva, in cui si scontrano non oligopoli, ma aziende sane, partecipate in maniera diffusa, con largo seguito azionario, che abbiano quindi la possibilità di essere a loro volta competitive sul mercato europeo e globale.
Questo Governo, invece, ha fatto delle privatizzazioni un sistema per fare cassa. Nutriamo allora forti timori e una reiezione, da parte del Governo, della mozione del collega Pisanu e degli altri rappresentanti della «Casa della libertà» vorrebbe proprio dire - come affermava in altri tempi il presidente Andreotti: «a pensar male si commette peccato, ma


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spesso ci si azzecca» - che da parte vostra c'è la volontà pervicace di utilizzare i proventi della gara UMTS semplicemente per necessità di cassa o magari, ancora peggio, per necessità di finanziaria elettorale.
Se così non è, siate coerenti e votate per la mozione presentata dalla «Casa delle libertà», una mozione che negli assunti credo sia da voi assolutamente condivisa e condivisibile e che, in fin dei conti, non mi pare dica cose tanto aberranti per chi sostiene, più o meno coerentemente e in maniera più o meno corretta, di averci portato in Europa nonostante il disavanzo e con grande sforzo dei cittadini. Come dicevo, siate coerenti e rendetevi conto di uno dei problemi della nostra permanenza in Europa, perché oggi, di fronte all'offensiva franco-tedesca, credo che articoli come quello di Monti sul Corriere della Sera della settimana scorsa meritino una ben più ampia attenzione da parte del Governo e delle forze di maggioranza rispetto a quella che si è prestata ad altri più futili argomenti, come le esternazioni del presidente Berlusconi sul calcio e le conseguenti stizzite risposte di D'Alema e compagni. Siate conseguenti e rendetevi conto che per stare in Europa a testa alta è necessario ridurre l'indebitamento: abbiamo, infatti, un tasso di indebitamento poco inferiore a quello del Belgio (paese ben più piccolo del nostro), ma decisamente sproporzionato rispetto ai criteri stabiliti dall'Unione europea.
La soluzione, dunque, è facile: si stabilisca, come richiesto nella mozione, che i proventi della vendita delle concessioni UMTS vadano a ridurre il debito pubblico. È facilissimo, signor rappresentante del Governo. Ritengo che si tratti di una proposta che dovete considerare, altrimenti - ripeto - ogni dubbio diventa legittimo; quando ci presenterete la finanziaria «leggera» di settembre, non vorremmo che ciò significhi qualcos'altro, come si usa dire in genovese quando, appunto, si usa il termine «leggera»: ovvero, che si tratti di una legge finanziaria da presa in giro, per arrivare alle elezioni facendo finta che non si aumenta il carico fiscale e senza prendere misure strutturali.
Non vorremmo che la vendita delle concessioni UMTS ai consorzi di cui parlavo precedentemente (con tutti i limiti di inquinamento ambientale elettromagnetico e con la necessità di scrivere regole in materia di sicurezza, come richiesto chiaramente nell'ultimo paragrafo della mozione del Polo per le libertà) servisse a continuare la politica dello struzzo e a dimenticare altri problemi strutturali ai quali l'Unione europea spesso ci richiama. Basti pensare al nodo del sistema pensionistico e del disavanzo spaventoso degli enti di gestione previdenziali, ancora e continuamente lottizzati e gestiti dalla «trimurti» sindacale che più o meno sostiene (con le debite differenze tra sindacati) il vostro Governo e si dimentica che le riforme strutturali vanno fatte; non si può assolutamente continuare a far finta di niente, cercando di fare cassa!
Il senso della battaglia di Alleanza nazionale, insieme agli amici delle altre componenti della «Casa delle libertà», è proprio questo: ci rendiamo conto della sfida (la globalizzazione) e dell'importanza teorica della questione; non sappiamo ancora quanto varranno, effettivamente, le concessioni UMTS, ma ci rendiamo conto delle difficoltà che oggi si creano ad un mercato che investe su qualcosa di cui non sa quale sarà il ritorno economico. È chiaro che chi investe 5 mila o 10 mila miliardi (o quella che sarà la cifra) deve, in qualche modo, rientrare della spesa e non vorremmo che quel che si fa uscire da una parte rientri dall'altra, ovvero, con un aggravio dei costi per l'utilizzatore finale del sistema UMTS; non credo che Tim, Omnitel, Wind o altri operatori siano enti di beneficenza!
Francamente nutro qualche perplessità su partite di giro di altre aziende che incamerano proventi; mi riferisco ad aziende come l'ENEL e le Ferrovie e alla vergognosa vicenda dell'ACEA (l'azienda che fornisce elettricità e acqua alla città di Roma), che non riesce a garantire il servizio. Questa mattina sono arrivato in


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ritardo perché sono rimasto bloccato per un'ora, a causa della mancanza di energia elettrica in una zona di Roma servita dall'ACEA. Quell'azienda, che dovrebbe garantire l'energia elettrica e l'acqua, non riesce a fare il suo mestiere! Tuttavia, siccome il signor Cuccia, benedetto dal Governo e con amicizie in Campidoglio, ritiene di doversi gettare nel settore della telefonia, gli si vuol dare spazio, dimenticando che non è capace a fare il suo mestiere.
Prescindendo da considerazioni di profilo industriale, il nodo politico che il Polo ha identificato nella mozione è il seguente: di fronte ad uno sviluppo di tipo industriale e multimediale che può essere - non è detto che lo sarà - l'elemento nuovo della comunicazione negli anni futuri, per la possibilità di scambi di messaggi, di interazioni e l'utilizzo di un sistema che ha potenzialità ancora non espresse al massimo, si teme che tutto ciò serva semplicemente a fare manovre di tipo elettorale. Questo noi non possiamo accettarlo.
Crediamo sia evidente la compostezza, la moderazione della nostra mozione e quindi l'accettazione della gara, certo, nel rispetto di tutti i criteri di trasparenza possibili e nel rispetto dell'equilibrio tra strategie di tipo industriale e necessità di cassa, tenendo presente l'esigenza di diminuire il debito pubblico. Sono questi i motivi per i quali ritengo che la nostra mozione debba essere approvata anche dai partiti di Governo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Galli. Ne ha facoltà.

DARIO GALLI. Signor Presidente, intervengo a sostegno della mozione presentata dalla «Casa delle libertà». Molte cose sono state già dette dai colleghi che mi hanno preceduto, quindi non ripeterò le stesse considerazioni, ma ritengo di dover comunque svolgere una serie di ragionamenti sull'argomento.
Intanto bisogna ricordare che parliamo di una cosa estremamente importante dal punto di vista strategico industriale, perché la telefonia della terza generazione, con tutte le possibilità tecniche che consentirà, aprirà una serie di possibilità significative per le persone, ma soprattutto per l'economia in generale. Debbo dire, tuttavia, un po' in controtendenza rispetto a quanto si è detto questa mattina, ma soprattutto rispetto a quella che è un po' l'idea generale degli economisti (soprattutto di quelli che magari l'economia l'hanno vista più che altro sui libri e un po' meno nella realtà), che personalmente non mi aspetto più di tanto da questa telefonia dell'ultima generazione e da quella che più in generale viene definita come new economy. La new economy nella storia del mondo c'è sempre stata, in quanto in tutti i periodi storici vi è stato qualche cambiamento significativo: immaginiamo quando si è passati dalla posta a cavallo al telegrafo, oppure da questo al telefono e poi alla radio, dalla radio alla televisione e poi ai computer, e così via. Ebbene, non per questo il mondo è diventato un'altra cosa, è chiaro che nella logica di normale evoluzione dell'economia e della tecnologia ogni novità in campo tecnico comporta le sue aggiunte, le sue variazioni, però le cose continuano ad andare avanti esattamente come prima, sia pure, chiaramente, con lo sviluppo conseguente al passare del tempo. Non si può dire, quindi, che la new economy stia determinando qualcosa di particolarmente diverso da quello che è accaduto nel passato: anche oggi vi sono aziende nuove che nascono, come è sempre stato, e aziende decotte che muoiono, come è sempre stato; ci sono aziende tradizionali, con prodotti tradizionali, che continuano ad andare benissimo, a lavorare e a guadagnare moltissimo e così continueranno a fare per tantissimo tempo. Pensiamo ai settori economici più tradizionali, per esempio al campo automobilistico, a quello degli elettrodomestici, e così via, nei quali già venti o trent'anni fa si diceva che sarebbero successi chissà quali sfracelli; si diceva che in Europa non si sarebbe più prodotta un'automobile, perché nel giro di pochissimi anni si sarebbero prodotte solo nel terzo mondo: ebbene,


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mi sembra che le automobili più belle e costose vengano prodotte ancora nel cuore di quello che era l'impero di Carlo Magno, cioè in Germania, e le aziende che le producono, BMW e Mercedes, siano quelle che guadagnano di più al mondo in campo automobilistico; mi pare, inoltre, che le cose tecnologicamente più significative vengano prodotte ancora in questa parte del mondo. Quindi agli economisti che fanno previsioni catastrofiche forse bisogna prestare attenzione solo fino ad un certo punto.
Tornando, però, all'argomento della giornata, lo Stato italiano, come gli altri Stati europei, ha comunque di fronte la possibilità di cui ci stiamo occupando, che ovviamente non si può ascrivere a suo merito, perché la tecnologia ha altra derivazione, però lo Stato ha la possibilità di utilizzare la situazione che si è venuta a creare nella maniera più opportuna.
Sono d'accordo con quanto affermato in precedenza relativamente al fatto che la vendita di queste licenze debba essere fatta in maniera oculata, perché, visto che nessuno regala niente, i soldi che le aziende dovranno sborsare in questa fase saranno sicuramente recuperati successivamente. Del resto se in questa fase lo Stato non cercasse di trarre da questa operazione il massimo utile possibile, non avrebbe la certezza che le aziende, in futuro, non approfitteranno della situazione, facendo pagare agli utenti più del necessario, ma avrebbe sicuramente la certezza di incassare poco adesso, quindi, da un punto di vista razionale mi sembrerebbe una scelta poco opportuna.
Lo Stato ha pertanto l'obbligo, visto che ne ha la possibilità, la competenza e la legittimità, di ricavare il più possibile da questa operazione. Bisognerebbe entrare nel merito dello svolgimento di questa gara e verificare se le modalità siano le più corrette e le più adatte a massimizzare il profitto che questa operazione può rendere, ma, soprattutto, se le gare, come abbiamo spesso registrato nel nostro paese negli ultimi anni, non vengano bandite in modo tale da favorire i soliti noti. Vorrei sottolineare quanto detto nell'intervento che mi ha preceduto e, precisamente, che lo Stato dovrebbe vigilare sui partecipanti alla gara, perché, oltre a dover svolgere in generale una funzione di controllo e di guida, deve svolgere una sorta di attività moralizzatrice, in base alla quale, ad esempio, verificare non solo se gli enti partecipanti alla gara siano realmente dotati delle risorse finanziarie richieste dalla gara, ma anche che la loro dotazione sia dovuta a risorse proprie. Infatti, se alla gara partecipassero le Ferrovie dello Stato o, faccio un esempio ancora più assurdo, il Ministero del tesoro - enti, quindi, che, per definizione, sono finanziati dai contribuenti italiani -, sarebbe poco morale qualora per questa operazione dovessero attingere alle loro dotazioni di bilancio.
Quello che ci auguriamo non accada è che l'operazione non venga condotta nella stessa maniera in cui si è fatto negli ultimi anni. Noi, che siamo critici nei confronti dell'Europa soprattutto per come si sta venendo a configurare, siamo invece, in questo caso, in qualche modo grati alle direttive europee le quali obbligano lo Stato a fare qualcosa che forse qualche anno fa non avrebbe fatto. Infatti, sembra che in questa gara vi sia almeno un minimo di regolarità. Non sarebbe stato sicuramente così se il Governo avesse agito come ha fatto negli ultimi anni, in occasione forse anche più importanti di quella della telefonia di terza generazione.
Basta ricordare l'operazione ormai mitica della vendita dell'Alfa Romeo. In quel caso vi sarebbe stata la possibilità di far entrare in Italia aziende straniere forti e qualificate, quali la Ford o la Toyota, che avrebbero pagato con denaro sonante che sarebbe entrato nelle casse dello Stato. Per ragioni economiche avrebbero quindi operato una ristrutturazione industriale vera dell'Alfa Romeo ed oggi avremo, oltre alla FIAT, un'altra seria casa automobilistica in Italia che avrebbe contribuito con il proprio lavoro alla ricchezza nazionale e che avrebbe altresì contribuito a rendere più competitiva la FIAT, che è vissuta invece in un regime di monopolio con i risultati che oggi abbiamo sotto gli occhi.


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La FIAT ha praticamente fatto chiudere l'Alfa Romeo: ad Arese ci sono gli stabilimenti vuoti e qualcuno propone di farvi svolgere la fiera di Milano, come se l'Italia sia un paese di commercianti e non produca più nulla. Come dicevo, l'Alfa Romeo, prima come casa automobilistica e poi come produzione industriale, ha chiuso; ma la cosa più grave è che tra un po' chiuderà anche la FIAT. Questa casa, abituata per anni a non avere competitori sul suolo nazionale, abituata a vivere in un mercato protetto con incentivi, con la cosiddetta rottamazione e via dicendo, ha scoperto di colpo di non essere più capace di produrre automobili. In effetti, chi leggesse il listino riportato su qualunque mensile automobilistico e guarda cosa fanno le altre case automobilistiche e cosa fa la FIAT, effettivamente avrebbe qualche preoccupazione. A tutto ciò va aggiunto - e questo è un classico della tradizione politica italiana - che nell'ambito di tutta questa operazione la FIAT non ha dato una lira allo Stato italiano! Al danno si aggiunge quindi la beffa visto che sembra che quei famosi cinquemila miliardi, che la FIAT avrebbe dovuto pagare allo Stato quindici anni fa, non siano stati ancora pagati, e ovviamente non li pagherà più. Dunque, il risultato finale è che è stata chiusa una gloriosa casa automobilistica come l'Alfa Romeo di cui la FIAT non è stata nemmeno capace di sfruttarne il marchio.
Di questo passo in breve tempo chiuderà anche la FIAT e, invece di avere in Italia due case automobilistiche forti, tra qualche anno non ne avremo nessuna. A tale riguardo ricordo che in Germania, dove il costo del lavoro è superiore, vi sono quattro o cinque case automobilistiche che vanno benissimo, che hanno una produzione tripla di quella italiana, con margini di contribuzione industriale enormi, che noi nemmeno ci sogniamo, e che sicuramente continueranno in questo modo ancora per tantissimi anni.
Ci potremmo poi chiedere cosa sia stato fatto con riferimento all'ENEL. Premesso che sono alcuni anni che qui si parla di federalismo anche se nessuno sa, diciamo così, dove esso sia, per quanto riguarda l'ENEL tutti dicono che è privatizzata. Essa è stata «spaccata» in tante società, ognuna delle quali è diventata una spa, anche se non si capisce bene come. Rispetto a prima - ve lo dico come utente e come amministratore locale - non c'è alcuna differenza. Per fare certe cose in un comune, prima si faceva una telefonata, mentre adesso bisogna farne quattro o cinque e, quando si chiama al solito numero, ci viene detto che non è più quello il numero telefonico della società e che bisogna chiamarne un altro.
Continuano ad accadere cose vergognose. Ad esempio, se un comune decide di installare un palo della luce in una strada non può farlo, per così dire, privatamente ma deve passare per forza attraverso l'ENEL, alla faccia della privatizzazione e della libera concorrenza! Rispetto ad un qualunque fornitore deve chiedere l'intervento dell'ENEL (che fa un preventivo che il comune deve accettare), pagare in anticipo e poi aspettare che le società private che hanno sostituito l'ENEL mandino con comodo (normalmente dopo cinque o sei mesi) i propri tecnici per provvedere alla installazione del palo. Visto che poi ci vogliono ancora un paio di mesi per allacciare la lampadina, alla fine per completare l'installazione di un palo della luce ci vogliono due anni (e, lo ricordo, il pagamento è avvenuto con sei mesi di anticipo). Se questa è la privatizzazione, allora era meglio l'ENEL di prima!
Per quanto riguarda la telefonia, quando la SIP era completamente statale, aveva un certo tipo di servizi che a loro volta avevano un certo tipo di costi. Oggi la situazione non è migliorata rispetto ad allora ma il fatto che vi sia stata una concorrenza (peraltro obbligata, e non certo per volontà del Governo) ha comportato alcuni risultati in ordine alle tariffe. Ciò dimostra che effettivamente, se le cose vengono fatte bene da chi conosce il mestiere, allora a qualche risultato si arriva.
Penso che, se non ci fosse questa imposizione europea, sicuramente la posizione


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del Governo di centrosinistra sarebbe stata quella di far fare tutto allo Stato, anche in questo comparto. Ci sarebbe quindi stato un altro bel «bagno di sangue» anche per la telefonia di terza generazione, che magari qualche anno dopo sarebbe stata privatizzata e rivenduta alla FIAT a costo zero.
Analoga cosa possiamo dirla con riferimento alla RAI, che è passata da quattro edizioni di telegiornali al giorno a qualcosa un po' più decoroso solo quando ha avuto, diciamo così, la concorrenza in casa. Se non ci fosse stata questa, probabilmente oggi in Italia avremmo ancora la televisione in bianco e nero.
Per fortuna vi è l'obbligo della direttiva europea di fare la gara in un certo modo per cui, nonostante la buona volontà che sicuramente il Governo metterà in questa azione, probabilmente quest'ultimo riuscirà a fare meno danni di quanti ne avrebbe fatto senza il controllo della Comunità europea.
Passiamo al punto principale di questa discussione. Lo Stato ha ottenuto il bene insperato di vendere ai privati; analizziamo ora come può essere realizzata la vendita. In primo luogo, bisogna valutare il prezzo della vendita; indipendentemente dal fatto che sia più o meno giusto, cerchiamo di approfittarne il più possibile. Si parla di 25 mila miliardi, di 5 licenze da vendere a circa 4 mila miliardi ciascuna, che dovrebbero rendere 20 mila miliardi, ma ci si aspetta un rialzo in fase d'asta, pertanto la previsione è tra i 25 e i 40 mila miliardi. Non so come si siano comportati gli altri, ma la Germania si sta posizionando su una cifra tra i 100 e i 120 mila, tre o quattro volte superiore rispetto a quella italiana. La Germania è un paese enormemente più forte di noi dal punto di vista economico, ma ha 80 milioni di abitanti rispetto ai nostri 60 milioni, non vi è, quindi, molta differenza.
Per quanto riguarda la diffusione di telefonia mobile tra la popolazione, in Italia essa supera di circa il 60 per cento quella tedesca. Se analizziamo il mercato potenziale, dobbiamo concludere che il mercato italiano non è molto diverso da quello tedesco e, allora, non si capisce bene perché noi dovremmo vendere a 25 mila miliardi, se gli altri stanno vendendo a 100 mila.
Altri paesi hanno fatto gare simili alla nostra. In Francia vi è una previsione di incasso superiore del 50 per cento rispetto a quella italiana. Ricordo che la Francia ha più o meno gli stessi abitanti dell'Italia e che la diffusione della telefonia mobile è pari a circa il 35 per cento della popolazione, mentre in Italia è pari a circa il 50 per cento ed è in ulteriore aumento. Vi è, dunque, anche in questo caso, un mercato superiore a quello francese, ma stiamo puntando a vendere ad un prezzo decisamente inferiore (circa il 50 per cento). Questi elementi dovranno essere valutati e spero che su di essi si possa ancora parlare, prima di stabilire le modalità della gara con le cifre fissate e quelle del rilancio.
Passiamo ora al punto fondamentale, quello dell'utilizzo di questo ricavato. Anche in questo caso vi sono leggi che obbligano il Governo a comportarsi in un certo modo, in particolare, la legge n. 432 del 1993, che prescrive di destinare nel fondo speciale per il risanamento del debito pubblico tutti i proventi straordinari. Sul fatto che le vendite di licenze UMTS costituiscano un introito straordinario mi sembra non vi siano dubbi. Non bisogna essere fini legislatori o costituzionalisti per capirlo, anche un bambino della terza elementare se ne renderebbe conto! Evidentemente, però, non è così per i ministri del Governo italiano, dal momento che vi è stata inizialmente una proposta veramente vergognosa di destinare il 50 per cento di questo introito a non si sa bene che cosa, ridotto adesso ad un più mite 10 per cento che, comunque, è sbagliato. Anzi, secondo me, non è neanche legittimo da un punto di vista puramente legislativo ed è vergognoso dal punto di vista del principio. È come se lo Stato italiano avesse bisogno di un'ulteriore prova per dimostrare a se stesso che non è capace di fare certe cose. Non capisco che motivo vi sia di destinare il 10 per cento, cioè tre, quattro o cinque mila


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miliardi, di questi proventi per disperderli nel mare magnum delle iniziative inutili del Governo italiano. Si parla delle solite cose che servono per far spendere soldi: incentivi all'istruzione, diffusione dei mezzi, corsi di aggiornamento e tutte le altre cose assurde - chiamiamole con il loro nome, che facciamo più in fretta e non perdiamo tempo - che hanno finalità puramente elettorali.
Non penso che l'Italia abbia bisogno di tre, quattro o cinque mila miliardi che il Governo potrebbe spendere con la sua solita, nota incapacità gestionale, distribuendoli a pioggia, con la conseguenza che, magari, in qualche posto piove di più e in qualche altro di meno. Questo comportamento fa il paio - ed è veramente ridicolo - con quello dell'ex primo ministro D'Alema quando sosteneva che avrebbe dato un computer per ogni casa con una legge speciale, come se gli italiani avessero bisogno del milione del Governo per comprarsi un computer, che ormai costa una stupidaggine e che, comunque, è già presente nella maggior parte delle case.
Sarebbe comunque servito a fare qualche supergara, che magari avrebbe vinto qualcuno; come minimo, sarebbe servito ad affidare incarichi, consulenze, eccetera; tutte cose inutili che non avrebbero portato i computer nelle case o magari lo avrebbero fatto - com'è normale che succeda in Italia - due o tre anni dopo, quando i computer sono buoni per essere buttati nella spazzatura.
Per fortuna ciò non si è realizzato, ma devo dire che i successori dell'ex Presidente del Consiglio non si stanno comportando molto meglio. Esiste una possibilità semplice: prendere i soldi e metterli in cassa, comprare i BOT in esubero (per lo meno quelli in scadenza nei momenti più concitati dal punto di vista finanziario) e concedere un piccolo contributo (si potrebbe trattare dell'1-2 per cento del debito pubblico); ciò sarebbe significativo in linea di principio, perché dimostrerebbe ai partner europei che l'Italia, quando può, si comporta in maniera virtuosa, o per lo meno col buonsenso del buon padre di famiglia.
Se i 25.000, 30.000 o 40.000 miliardi (quelli che saranno) entreranno effettivamente nelle casse dello Stato - bisognerà vedere, infatti, a chi si concederanno le licenze, come verranno concesse, quali saranno le modalità di pagamento (che non si verifichi un'altra FIAT e che i soldi si riescano effettivamente «a portare a casa») -, esiste un apposito fondo dove potranno affluire tali risorse in maniera pulita, senza giri, con pochi costi di gestione, per ridurre il debito pubblico. Ricordo che tale debito, anche se spesso si mescolano le carte e si prendono in giro - com'è normale - i cittadini, resta il primo problema italiano, secondo soltanto a quello dell'immigrazione extracomunitaria clandestina.
Il debito pubblico italiano rimane esattamente quello esistente in precedenza. A me fanno ridere, o meglio fanno preoccupare molto, i titoli teleguidati dei giornali, secondo i quali l'economia andrebbe bene e vi sarebbe un boom delle entrate finanziarie. Tutto ciò riguarda soltanto la spesa e il bilancio corrente; quando si afferma che sono migliorate le entrate, significa che potranno essere entrati 2.000, 5.000, 10.000 miliardi in più di parte corrente, diminuendo lo squilibrio di parte corrente, ma quel che resta è il debito pubblico complessivo, che è la vera e propria spada di Damocle che incombe sugli italiani. Quando si parla di miglioramento dei conti correnti, è come dire che una persona ha percepito uno stipendio mensile di 2 milioni 200 mila lire anziché di 2 milioni perché ha fatto qualche ora di straordinario, ma se ha acceso un mutuo per la casa di 150 milioni, quel che conta è quest'ultimo, non le 200 mila lire in più che transitoriamente, casualmente, ha guadagnato in un mese.
Ricordo che il debito pubblico rimane pari al 120 per cento del PIL, esattamente il doppio di quanto previsto dal Trattato di Maastricht. Sappiamo benissimo che l'entrata dell'Italia in Europa è stata un


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fatto puramente politico; gli altri paesi non volevano che l'Italia restasse fuori per una serie di ovvie ragioni, delle quali non vi è il tempo per parlare, ma dal punto di vista economico qualunque paese di normale buonsenso non avrebbe fatto entrare l'Italia in una comunità che, per quanto riguarda gli altri componenti, è economicamente solida.
L'Italia ha da sola, in valore assoluto, un quarto del debito pubblico europeo, il che non è cosa di poco conto. I 2 milioni e mezzo di miliardi di debito pubblico rappresentano un macigno sulla testa di ogni italiano; oltretutto il Governo, e di conseguenza il paese, ha beneficiato, non per proprie virtù, ma per la fortunata situazione esistente all'esterno, di alcuni anni di tassi di sconto estremamente bassi, che hanno enormemente aiutato le manovre finanziarie di risanamento della parte corrente del bilancio (che poi è stata risanata fino ad un certo punto).
Non è detto, però, che tale situazione duri per sempre. Negli ultimi sei mesi abbiamo registrato con una certa preoccupazione un'inversione di tendenza, perché i tassi sono aumentati di nuovo. Ricordo - lo sapete benissimo - che ogni punto percentuale in più di tasso di sconto, che poi si trasforma in un 1 per cento in più di rendimento dei BOT, costa più di 20.000 miliardi l'anno di soli interessi. Se, pertanto, dovessero esservi un paio di punti in più nei tassi d'interesse, fatto questo tutt'altro che impossibile, ciò significherebbe dover pagare di colpo 40.000-50.000 miliardi in più l'anno, con la conseguenza che le previsioni ottimistiche fatte negli ultimi due anni verrebbero sconfessate.
A fronte di una situazione del genere, veramente drammatica e che, dopo l'ordine pubblico, dovrebbe rappresentare la più importante priorità del nostro paese, c'è chi si pone persino il dubbio se utilizzare o meno un 10 per cento di un incasso straordinario per qualcosa di diverso dal risanamento del debito pubblico. È assolutamente una follia, da qualunque punto la si voglia vedere, indipendentemente da questioni politiche o partitiche. Credo che occorrerebbe soprattutto avere una chiara indicazione sul fatto che questo Governo voglia utilizzare quota parte di questo introito straordinario esclusivamente per questioni elettorali! È evidente che quel 10 per cento, se il Governo avrà la possibilità di spenderlo, verrà speso in maniera tale da avere qualche ritorno di consenso.
Si parla solo di una quota del 10 per cento e non di qualcosa di più consistente soltanto perché la legge non consente neanche una percentuale di quel tipo; altrimenti, probabilmente, sarebbe passata addirittura la prima voce, cioè, quella che prevedeva di destinare il 50 per cento di questo introito per questioni di quel genere e, se non vi fosse stata l'Europa, forse qualche benpensante del Governo avrebbe pensato addirittura di destinare il 100 per cento di questa entrata per questioni elettorali e comunque di spesa corrente e basta!
Anche se questo è un colpo di fortuna non meritato dal Governo (però c'è e noi ragioniamo in termini di paese), credo che debba essere sfruttato nel modo migliore possibile. Il Governo deve comunque cercare di ricavare la massima utilità da questa possibilità di vendita; non deve però avere assolutamente neanche un secondo di esitazione o un minimo dubbio nel destinare il 100 per cento di questo introito straordinario alla riduzione del debito pubblico. Mi rendo conto che da un punto di vista strettamente elettorale sarà più difficilmente spendibile, perché è chiaro che è più facile avere dei soldi contanti in mano da distribuire per avere il consenso, tuttavia questo Governo si deve dimostrare capace e responsabile almeno in questa situazione: deve «mettere in pista» una gara che sia la più redditizia possibile; che sia aperta - e vi deve essere un forte controllo - esclusivamente a gruppi che abbiano effettivamente una solidità finanziaria e non che utilizzino il denaro degli altri; che siano gruppi seri, capaci di fare bene il proprio mestiere. L'esecutivo dovrà controllare quindi che si tratti di gruppi che facciano questo per attività industriale e che non


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siano i finanzieri dell'ultimo minuto che, essendo amministratori delle Ferrovie o di grosse aziende municipalizzate, si divertano a giocare a fare i finanzieri internazionali; deve inoltre prestare attenzione affinché quel mestiere lo faccia chi è capace di farlo, che si controlli che queste aziende facciano le cose nel modo in cui devono essere fatte e che si predispongano soprattutto - visto che ora abbiamo la possibilità di ragionarci avendo un po' di tempo a disposizione, contrariamente a quando la telefonia mobile è partita, forse con poca esperienza da parte di tutti - controlli immediati con una normativa severa che consenta di verificare che i soldi derivanti da questa cosa non vadano esclusivamente a profitto, a scapito della salute pubblica e che si prevedano quindi regolamenti sufficientemente severi per garantire la sicurezza della popolazione (costino quello che devono costare, ma comunque non si può trasformare in denaro-profitto la salute pubblica). Si deve quindi predisporre - contrariamente a quanto è avvenuto nell'occasione precedente - una regolamentazione seria e severa ed è poi necessario che venga fatto rispettare e controllare il livello delle emissioni in generale. Non solo, il Governo dovrebbe cercare alla fine di conseguire da questa gara il massimo profitto possibile, ovviamente nei limiti della giustizia e della regolarità della gara stessa, e di destinare assolutamente e senza alcun dubbio questo e qualunque altro introito straordinario alla riduzione del debito pubblico! Un'azione di questo genere - lo ripeto - renderà di meno dal punto di vista elettorale, ma è sicuro che dal punto di vista della moralità dell'azione politica sarà apprezzata da tutti.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

BRUNO SOLAROLI, Sottosegretario di Stato per il tesoro, il bilancio e la programmazione economica. Il Governo si riserva di intervenire nel prosieguo del dibattito.

PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

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