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PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Biondi n. 2-02485 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 3).
ALFREDO BIONDI. Signor Presidente, vorrei dire qualche parola per illustrare l'interpellanza, se non altro per giustificare la mia presenza ed anche quella del sottosegretario Corleone, che mi fa sempre piacere incontrare.
fuga di notizie per coprire rapporti tra boss e politici; dice che c'è un disegno preciso per far fallire il lavoro del procuratore antimafia. E aggiunge: no alla gestione privatistica - e io che credevo che i pubblici ministeri fossero enti pubblici ma qui, invece, è un ente privato - dei pentiti da parte dei singoli magistrati, spero della procura. Il ministro Fassino si adoperi per l'estradizione dalla Francia del brigatista Loiacono (vedremo cosa dicono i francesi).
PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Biondi.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Grazie, Presidente.
destino dell'istituto del regime di cui all'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario; si tratta di una questione di non poco conto, da tutti i punti di vista, sia ordinamentale, sia costituzionale.
PRESIDENTE. L'onorevole Biondi ha facoltà di replicare.
ALFREDO BIONDI. Signor Presidente, intanto sono contento che il sottosegretario Corleone non mi abbia dato una risposta burocratica, non abbia letto un mattinale preparato dagli uffici ed abbia avuto la compiacenza di impostare il suo discorso sulla base delle legittime richieste di un deputato ed anche - mi è parso - sulle preoccupazioni non ancora fugate di un rappresentante del Governo. Questa è già una bella cosa e, se, avvenisse spesso, potremmo magari dissentire - come forse succederà alla fine - ma non esprimere scontentezza, indignazione, perplessità e via dicendo. Bisogna, insomma, anche nel sindacato ispettivo stabilire un rapporto di lealtà, di cordialità, mi permetto di dire anche di fiducia, di confidenza, intesa come fiducia reciproca, che è utile.
nel Regno di Danimarca». Certo che c'è qualcosa di marcio, se vi sono fughe di notizie, se una vicenda come quella di D'Antona ha potuto svolgersi in quel modo tragicomico, con l'arresto di chi non doveva essere arrestato e con la fuga di quelli che si sarebbero potuti arrestare, se non fosse stato arrestato colui che non doveva esserlo, e così via.
Mi permetto di dire che occorre fare qualcosa di più relativamente alla fuga di notizie, oltre a lamentarsene e dire che è una sorta di patologia. È vero che ora abbiamo un ministro della sanità che cura gli incurabili, ma prima di arrivare alla fase terminale cerchiamo di intervenire quando è ancora possibile fare una valutazione ed una scelta. È mai possibile che il Governo e i servizi - mi rivolgo anche all'onorevole Frattini - non siano in grado di intervenire? Ho letto l'elenco di coloro i quali possono tradire una notizia, per quanto riguarda un processo in corso a Brescia: è mai possibile che una questione che riguarda Vigna debba essere conosciuta prima dai redattori dei giornali e poi dal procuratore (non dico prima del ministro: speriamo di no)? Se è possibile, questo problema va curato, perché così si assicura il buon andamento della giustizia. Se le notizie si ottengono violando le regole, si verificano fatti istituzionalmente riprovevoli, com'è accaduto ad un Presidente del Consiglio che ha ricevuto una notizia dai giornali: non esiste nel codice di procedura penale, tra i metodi di notifica delle comunicazioni giudiziarie, l'affidamento di tali comunicazioni alla stampa o magari al dottor Buccini. Non credo vi sia un sistema familistico, come spesso accade.
voglio parlare di imposizioni - di coloro che ricoprono posizioni particolari sia pure di carattere regionale.
L'onorevole Biondi ha facoltà di illustrarla.
Nella mia interpellanza pongo dei problemi al Governo, al Ministero della giustizia, nonché al Parlamento e a me stesso come cittadino, in ordine ad una situazione che ha creato un forte allarme politico, sociale, funzionale ed anche interno alla magistratura. Essa riguarda le iniziative - vedremo poi quali nell'interpretazione che ne darà il Governo - del procuratore nazionale antimafia Vigna in ordine all'ipotesi di dissociazione dei boss, secondo quello che si legge sui giornali e che naturalmente fino ad ora non ho potuto approfondire con gli strumenti straordinari a disposizione dei parlamentari per sapere le cose.
Sul Corriere della Sera del 9 giugno si dice: ecco il piano per la dissociazione dei boss; i capi di Cosa nostra avrebbero dovuto incontrarsi in carcere per preparare una dichiarazione comune sulla loro sconfitta nella lotta con lo Stato (e questa è una bella cosa). Ma Caselli dice di «no», Caselli non vuole, Grasso nemmeno; Grasso contesta a Vigna il disegno di legge.
In un altro giornale si legge: «Allarmante spettacolo di impotenza» - non so se generandi o coeundi - dello Stato che determinerebbe uno spettacolo di distacco tra i poteri del procuratore generale antimafia, che dovrebbe sovrintendere e coordinare le iniziative e che invece spesso viene criticato se coordina e assume queste iniziative.
E ancora: sembra che il CSM, uscendo dal suo caratteristico riserbo, voglia compiere un'indagine sulle probabili trattative tra Stato e mafiosi.
E ancora: il vicepresidente della Commissione antimafia, il collega Vendola, punta l'indice - e fa bene - sul Palazzo e dice: Vigna smentisce assai poco, troppi silenzi sulla mafia, non è un fulmine a ciel sereno, è uno scambio di polpette avvelenate ai vertici dello Stato.
E poi: il presidente della Commissione per il controllo dei servizi, il collega Frattini, parla di un burattinaio dietro la
Grasso rilascia addirittura un'intervista, che non si nega a nessuno, come un sigaro o una nomina a cavaliere, come pure le attenuanti generiche, finché ci saranno, e dice: siamo pronti a difenderci se fosse firmato quel patto; Vigna mi ha informato, io ero perplesso e sono meravigliato che al Senato si discuta il disegno di legge; come se fosse vietato al Senato di discutere qualunque disegno di legge.
È vero che sul piano dell'inframmettenza ora c'è anche un rapporto speciale tra la procura generale e il papato; sembra che sia in discussione se il Papa possa intervenire, come se in Italia da porta Pia in poi non fosse mai successo! È una forma di ingenuità di tipo ambrosiano che naturalmente appartiene a quella forma ipocrita che si usa quando non si vuole una cosa e la si nega ad un altro.
Ho citato questi esempi perché è vero che in Italia si dimentica tutto; l'Italia è il paese dell'amnesia, non so se sia il paese dell'amnistia, è il paese dove si fa grande clamore e poi tutto si scorda. Io ho una certa memoria, storica ed istituzionale, e so bene che i poteri del ministro della giustizia sono più legati alle sue responsabilità che alle possibilità dell'intervento. Lo so perché come dice il poeta: «credete a chi ne ha fatto esperimento»; però esiste anche un problema che riguarda il buon andamento dell'amministrazione della giustizia e io non credo sia accettabile che, se Vigna fa una cosa, a Palermo si passi la notte - come si legge in queste interessanti notizie - in bianco, con gli occhi arrossati, mentre gli uomini della scorta fumano, come Janez, un numero infinito di sigarette. Credo che tutto ciò non riguardi soltanto il costume piuttosto discinto di taluni che assumono atteggiamenti emotivi e passionali, pur sapendo che non scriminano, ma credo che il Governo debba intervenire e fare delle valutazioni. Era opportuno o no? Il Governo non può impedire naturalmente all'autorità giudiziaria - e guai se lo facesse - di assumere queste iniziative ma, se queste ultime creano una realtà così conflittuale, allora forse una parola di chiarezza sarebbe opportuna. Del resto nell'interpellanza che ho presentato insieme al collega Pisanu viene chiesto proprio questo, cioè, una risposta chiara sui ruoli di ciascuno e in particolare se vi sia stata una fuga di notizie, come affermano Vendola e Frattini da opposti schieramenti, e chi ne sia stato l'autore; se sia vero che vi è un piano di dissociazione dei boss mafiosi e se sia vero che questo rischio - definiamolo così - è stato calcolato in termini critici da uomini esperti ed ammirevoli come il procuratore della Repubblica di Palermo Grasso, che io ho avuto il piacere e l'onore di incontrare quando ero avvocato di parte civile nel maxiprocesso e lui era giudice a latere. So che egli è persona riservata e riflessiva: pertanto, se è arrivato a dire che questo fatto lo ha indotto ad attivare un'iniziativa come un'intervista (è vero che non è più strano che i magistrati rilascino interviste ed anzi mi chiedo quale sia il rapporto - potrebbe costituire materia di un'indagine - tra il numero delle interviste ed il numero delle sentenze: ne potrebbe derivare una nobile gara tra chi ne fa di più), credo che ciò debba formare oggetto di una risposta dell'amico Corleone - mi permetto di definirlo tale -, che è stato mandato qui in avanscoperta. Evidentemente il ministro era in altre faccende affaccendato ed io sono contentissimo che sia venuto lei, sottosegretario Corleone, non per antipatia verso il ministro Fassino, ma perché almeno lei ha maggiore consuetudine con queste cose. Sono quindi in trepida e fiduciosa attesa.
Il sottosegretario di Stato per la giustizia ha facoltà di rispondere.
Rispondere ad una interpellanza illustrata dal Presidente Biondi non solo in maniera intelligente e spumeggiante, come egli tradizionalmente fa, ma anche ponendo una più vasta serie di questioni rispetto al testo del documento è, da un lato, molto stimolante e, dall'altro, molto impegnativo.
Mi limito a fissare alcuni punti fermi e, poi, per quanto mi è possibile, a rispondere ad alcune delle osservazioni che sono state formulate. Un limite al modo in cui posso e intendo rispondere all'onorevole Biondi discende dal fatto che il ministro ha già riferito a questa stessa Camera sulla questione, rispondendo ad una interrogazione a risposta immediata dell'onorevole Giuliano. Credo che l'onorevole Biondi ricordi questo fatto, proprio perché presiedeva l'Assemblea in occasione del question time in cui è stata fornita la risposta.
In quella sede il ministro ha ribadito con estrema fermezza che non vi è stata alcuna trattativa tra boss mafiosi ed organi istituzionali dello Stato. Tutto è avvenuto in modo estremamente semplice e trasparente nell'ambito di normali o straordinarie attività di istituto svolte dal procuratore nazionale antimafia, dottor Vigna.
È accaduto che un gruppo di boss mafiosi abbia manifestato la volontà di parlare con il procuratore nazionale antimafia per esprimere l'eventualità di dissociarsi dai vincoli omertosi che hanno caratterizzato fino ad oggi l'appartenenza di questi boss alla mafia. Il dottor Vigna ha avuto questi colloqui ed ha informato preventivamente il ministro, in quanto si trattava di reclusi sottoposti al regime speciale dell'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario. Il dottor Vigna, ovviamente, non ha dato al ministro alcuna informazione sul tenore e sull'oggetto dei colloqui, che sono coperti dal più rigoroso riserbo, trattandosi di attività investigativa propria dell'autorità giudiziaria.
Il Presidente Biondi pone il problema della fuga di notizie, delle responsabilità e del significato di quell'episodio. Avendo conoscenza di molti fatti, ritengo che nella storia d'Italia la fuga di notizie rappresenti di per se stessa un mistero, quasi sempre insolubile, che rimane all'interpretazione e al libero convincimento degli interpreti; rimane, comunque, uno dei casi che non trovano soluzione.
Sempre in quell'occasione il ministro ha evidenziato che non solo non vi era stata alcuna trattativa, ma che non vi era stato neppure alcun atto successivo ai colloqui, che in qualche modo potesse far pensare ad una qualsiasi forma di accordo. In particolare, il ministro ha sottolineato che nessuna misura era stata presa per attenuare il regime di cui all'articolo 41-bis del codice penitenziario. Vorrei però dire che sarebbe stolto, da parte mia, rivestire un ruolo di sepolcro imbiancato e negare che quell'episodio, per la sua delicatezza ed il clamore che ha suscitato, pone inevitabilmente degli interrogativi e suscita allarme, così come ha affermato il Presidente Biondi, nonché preoccupazioni cui occorre dare una risposta.
In ogni caso, ritengo di poter dire che si tratta di questioni sulle quali la Camera avrà occasione di intervenire, perché credo che sarà chiamata presto a discuterne: è imminente - almeno mi auguro - l'esame del provvedimento di riforma della legislazione sui pentiti varato dal Senato; si tratta di una di quelle vicende strane, che risorgono e che vengono riproposte nel momento in cui si verifica un caso, dopodiché ce se ne dimentica fino al caso successivo. Voglio ricordare che, proprio al Senato, vi è stato un interessante confronto sul tema dei colloqui investigativi, che certamente merita una particolare attenzione: chi può fare i colloqui investigativi? In che termini? In che modi?
Inoltre, il Parlamento sarà chiamato a discutere, prima del 31 dicembre 2000, sul
Signor Presidente, mi sembra di aver fatto riferimento a tre momenti in cui il Parlamento può intervenire, non nei casi in cui (come sempre) si lamenta la fuga dei buoi dalla stalla, ma in tempi che possono essere utili.
Nell'occasione del 14 giugno da me ricordata, il ministro ha aggiunto testualmente: «Non vi è stata alcuna forma di trattativa o di accordo con la mafia perché non ci può essere. Non c'è stata, non c'è e non ci sarà!». Tali dichiarazioni del ministro, per la loro univocità e fermezza, valgono senza dubbio a superare le preoccupazioni espresse dalla procura di Palermo - a caldo, devo dire, anzi a caldissimo - anche attraverso dichiarazioni alla stampa (o, meglio, più che di dichiarazioni, si è trattato di un'ampia intervista), che evidentemente muovevano da notizie giornalistiche - che riteniamo infondate - di trattative in corso tra istituzioni dello Stato e boss mafiosi, in merito ad un possibile affievolimento della lotta alla mafia. Del resto, il suddetto ufficio inquirente intendeva solo ribadire, nell'occasione, l'inammissibilità di tali supposte trattative, cosicché non sembrerebbe corretto interpretare le dichiarazioni in questione come sintomo di diffidenze e di contrasti tra la procura di Palermo e la procura nazionale antimafia, uffici che, invece, come è a tutti noto, collaborano con grandissimo impegno e lealtà nella difficile opera di contrasto nei confronti della criminalità organizzata.
Rimane comunque il problema che ho segnalato. Devo dire la verità: esporre le questioni durante il question time è un po' come fare l'amore per corrispondenza, perché ci si deve limitare ad una rapida domanda e ad una rapida risposta, quindi non si può dire che possa essere sviluppata la questione in modo da fare chiarezza. Tuttavia, in quell'occasione - io ero presente - il ministro ha detto una cosa importante, ossia che non vi sono state trattative. Va bene, ma queste trattative con i boss che, viribus unitis, dichiarano di volersi dissociare, chi le conduce? Intanto, si tratta di un'offerta: come nel poker, si dice «vedo», anzi, in questo caso «sento», e poi si va a sentire.
Mi pongo insomma qualche interrogativo in merito ad un ufficio come quello del procuratore Vigna, che, a quanto ho sentito dire, non riferisce al ministro, oppure si limita a comunicargli l'intenzione di andare dai boss (mi è parso che il ministro abbia ammesso di essere stato informato, ma non su che cosa), mentre poi in merito a quello che effettivamente avviene i giornali daranno, con titolazioni più o meno suggestive, indicazioni precise riportando le finalità e dando informazioni circa lo svolgimento della trattativa, la dissociazione, eccetera, eccetera. Allora, in una procura dell'importanza strategica ed anche qualitativa di quella di Palermo, che si riunisce di notte, con procuratori che si stracciano le vesti e dichiarano «allora ce ne andiamo tutti, qui si abbassa la guardia», e così via, c'è qualcosa che non va. Questo è il punto.
Non ci si può limitare a dire, come fanno Frattini e Vendola, «c'è del marcio
La buonanima di Falcone (tanti ne fanno l'apologia da morto, io invece gli volevo bene da vivo) immaginava la procura nazionale antimafia - ed io, come avvocato di parte civile, ne ho parlato con lui tante volte - come una realtà di sintesi e di grande strategia, per evitare la trattativa privata. È vero, infatti, che non ci sarà stata la trattativa generale (lo dice il ministro ed io ci credo, non perché è un uomo d'onore, ma perché è un ministro della Repubblica ed io devo credergli se dice che non c'è stata trattativa, perché, se lo avessi detto io in quella qualità, avrei pregato gli altri di credere alla parola che il ministro pronuncia dalla sua posizione funzionale ed istituzionale), mi chiedo, però, se non vi sia il rischio che, al posto della trattativa generale, per far dissociare un gran numero di persone e per poter stabilire una rottura anche tra i capi che ancora non si sono sottomessi, non si affermi la piccola gelosia, onorevole Corleone, di quelli che fanno le trattative private, ottenendo non la dissociazione, ma il finto pentimento, l'adesione ad una comodità, in cui giocano un po' di verità ed un po' di bugia, un po' di interesse ed un po' di speranza, un po' di abbassamento della guardia, non in generale, ma nella particolare posizione che ciascuno ricopre.
Ho appreso che l'avvocato Li Gotti, che si lamenta per conto di Brusca, ha affermato: «Il pentito sì che se ne intende». Sono favorevole all'iniziativa privata, ma c'è anche un limite. Se il procuratore generale antimafia assume una posizione - conosciamo Vigna e sappiamo bene che non è persona capace di compiere atti contrari alla legge: è un uomo molto severo, come ho potuto verificare anche quando era procuratore della Repubblica a Firenze -, perché gli altri sono diffidenti? Questa è la domanda che dovrebbe porsi il Governo e che, se mai fosse possibile, vorrei non fosse riportata nel resoconto, visto il dialogo che stiamo svolgendo fra noi. Perché il procuratore di Palermo ed i suoi amici devono avere paura che il procuratore generale antimafia possa fare cose che turbino, addirittura, l'ordine delle loro funzioni e, quasi quasi, l'esclusiva di un rapporto che non è certamente un patteggiamento?
Lei ha parlato dei colloqui investigativi: sono d'accordo con lei e ho presentato anche un emendamento al provvedimento che questa Camera esaminerà tra breve. Si usa fare l'apologia della magistratura, ed è giusto, perché se lo merita; ritengo che il colloquio investigativo debba essere svolto dal magistrato, non vedo perché debba delegare delle «spolette» che vanno a sentire, a provocare e a riferire. Sarà anche utile, ma è pericoloso. Vigna stava conducendo un colloquio investigativo e credo che proprio per questo sia stato criticato così fortemente: credo in quanto detto da Vendola e Frattini - combinazione, da due diverse posizioni politiche - relativamente al fatto che qualcuno abbia tirato una polpetta avvelenata, perché poteva accadere che a livello generale potessero essere superate le gestioni particolari. Questa è una posizione che il Governo ritengo debba valutare con serenità.
La stessa cosa si può dire per l'articolo 41-bis. Ero in America e sono tornato apposta per firmare il provvedimento previsto dall'articolo 41-bis che era in scadenza: l'ho fatto quando tutti ritenevano che io fossi una sorta di ponte levatoio per le impunità. Non è vero! In Italia fare il proprio dovere sembra quasi una cosa che fa notizia. Se il Governo deve mantenerlo lo mantenga e se ne assuma la responsabilità di fronte al Parlamento. Su queste cose non debbono esserci sotterfugi, perché la giustizia non è né di sinistra né di destra: per la sua natura, la giustizia è equilibrio e non consente ai due piatti della bilancia di pendere da una parte piuttosto che dall'altra.
Vorrei svolgere alcune considerazioni sui colloqui investigativi, visto che stiamo parlando tra di noi senza acredine. Bisogna mettersi d'accordo, perché qualcuno autorizza il colloquio investigativo e qualcuno ne riceve le conseguenze: in base a questo si assumono le iniziative. Chi controlla? Chi è che ha il controllo di questa fase, di questa «nebulosa» in cui vi è, diciamo così, un rapporto che non sarà di trattativa né pattizio ma nel quale si stimola qualcuno ad «uscire»? Sono d'accordo quando si dice che bisogna rompere la crosta mafiosa, ma per romperla ci vuole colui che ha il piccone per farlo. Però è anche vero che occorre un controllo, perché un potere senza responsabilità può diventare una prepotenza, un prepotere, e addirittura un «subpotere» che può essere male utilizzato.
A tale riguardo vorrei citare alcuni passi di un articolo scritto da Carlo Nordio che pone tre questioni con le quali vorrei terminare il mio intervento. Dice Nordio: «Perché tante contraddizioni? In Italia si fanno sempre le cose a metà. La direzione nazionale antimafia doveva dare un indirizzo unitario ed omogeneo ed occorreva quindi un ufficio centralizzato con competenza e poteri nazionali». Il che non è avvenuto e le hanno dato il solito coordinamento che non si nega a nessuno. Nordio, da quel magistrato che è, così prosegue: «Ma un certo tipo di magistratura non ne volle sapere (...)» di questo coordinamento effettivo e di questa iniziativa diretta. «Era il primo passo per controllare, da Roma, (...)» - così si temeva - «l'operato dei pubblici ministeri (...)» - ma affidato ad un magistrato e non al ministro! - «violandone l'autonomia e compromettendone l'indipendenza». Ma anche questa indipendenza - mi permetta di aggiungere soltanto questo, signor Presidente - non è una cosa che si ottiene per decreto. Non c'è, cioè, un decreto che stabilisce perché la pubblica amministrazione debba essere imparziale e il giudice indipendente e soggetto solo alla legge! Il giudice che giudica questo è la coscienza del giudice! Non esiste una guarentigia!
Se nessuno interviene quando accadono queste cose e c'è uno sbaglio, allora effettivamente chi ha una funzione specifica, come ad esempio il procuratore della Repubblica, che è geloso del procuratore della direzione nazionale antimafia, assume una posizione che definirei semplicemente irrituale e non corrispondente al ruolo di un soggetto.
Infine Nordio dice: «Risultato: l'ufficio ne è uscito indebolito (...)». Le funzioni del dottor Vigna sono pertanto soltanto di studio e coordinamento. Il fatto che a Palermo si siano così arrabbiati, a parte il folclore e gli stati d'animo, dimostra che loro non desiderano che si intervenga sul «manovratore». Io credo che il procuratore generale, proprio perché tale, non debba subire le impostazioni - e non
Sulla base di quanto ho detto non sono insoddisfatto della sua risposta, signor sottosegretario, bensì desideroso di vedere se le cose avranno poi una evoluzione migliore, meglio se qui in Parlamento e con riferimento alle cose da fare! Altrimenti a noi poi compete lamentarci soltanto per ciò che è avvenuto, ma questo quando ormai i buoi, che sono cornuti, sono scappati dalla stalla!


