Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 738 del 12/6/2000
Back Index Forward

Pag. 2


...
(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Teresio Delfino, che illustrerà anche la mozione Buttiglione n. 1-00440, di cui è cofirmatario.

TERESIO DELFINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, la mozione che il gruppo CDU ha presentato in ordine alla revoca dell'embargo internazionale nei confronti dell'Iraq trova fondamento nella tragedia umanitaria le cui dimensioni stanno diventando sempre più tragiche; ma essa è soprattutto motivata dalla esigenza di smuovere una situazione politica di stallo che non fa che aumentare l'incomunicabilità.
Sono note le situazioni di grande sofferenza in cui versano milioni di cittadini iracheni a causa di una misura, quella dell'embargo, che era stata assunta a seguito di una violazione di una situazione


Pag. 3

internazionale per rapportare la relazione tra Stati con gli ordinamenti internazionali. Tenuto conto della risoluzione 1284 delle Nazioni Unite che obbliga l'Iraq a cooperare con la Commissione delle Nazioni Unite incaricata di verificare la distruzione di tutte le armi nucleari, batteriologiche e chimiche detenute dal Governo iracheno, credo che oggi il nostro paese debba riprendere un'azione diplomatica più forte e che altrettanto debba fare in particolar modo l'Unione europea per trovare una soluzione che offra finalmente uno sbocco positivo e di pace reale in quella travagliata area mediorientale.
Se non assumiamo come elemento fondamentale quello della situazione che si è determinata a seguito del suddetto embargo che oramai dura da anni, credo allora che non avremo tutti quegli elementi positivi che devono essere ricercati per un dialogo, per un'iniziativa diplomatica che porti da un lato, come abbiamo detto chiaramente nella nostra mozione, alla piena esecuzione da parte del Governo iracheno della risoluzione 1284 delle Nazioni Unite e, dall'altro, contestualmente, alla revoca dell'embargo e alla ripresa di normali relazioni commerciali come conseguenza di un successo che deve essere raggiunto nell'ambito di una valutazione completa delle indicazioni e degli obblighi previsti dalla suddetta risoluzione.
Credo che in questo consista l'iniziativa che abbiamo assunto. Ribadiamo, in questo momento, la richiesta di un'iniziativa forte che, anche sulla base di una risoluzione parlamentare, impegni il Governo a tutti i livelli con il contributo di un forte coordinamento dell'Unione europea. Riteniamo che la situazione attuale sia offensiva della dignità e della realtà umana. La tragedia di questo paese esige una risposta per le situazioni di necessità che larga parte della popolazione civile dell'Iraq si trova a sopportare.
Signor Presidente, concludo ribadendo proprio a nome del CDU, che come forza politica sta cercando di dare il proprio contributo in tutte le sedi, l'auspicio che questa iniziativa trovi il Parlamento largamente coeso su una mozione unitaria che impegni il nostro Governo a fare in modo che si esca da quella situazione di difficoltà - come dicevo all'inizio - e di stallo che obbiettivamente accresce la tragedia e il dolore di una popolazione già troppo martoriata.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mantovani, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00462.

RAMON MANTOVANI. Presidente, non vi è alcuna delle sei mozioni che discuteremo che non sostenga esplicitamente che in Iraq è in corso una tragedia dal punto di vista umanitario e della violazione dei diritti umani. Sono ormai milioni i bambini, le donne e i vecchi - le persone più deboli - iracheni che hanno perso la vita a causa di questo embargo; in quei luoghi, mancano le più elementari assistenze sanitarie, le medicine e perfino le matite perché per la loro realizzazione si potrebbero usare materiali che potrebbero essere destinati alla costruzione di bombe atomiche. Assistiamo veramente ad una grande tragedia umanitaria, eppure non succede nulla: l'embargo continua ad essere applicato e il tragico bilancio di vittime che ne è conseguenza è sotto i nostri occhi.
L'obiettivo dell'embargo continua ad essere lo stesso e Saddam Hussein continua a sedere al suo posto. Noi siamo contro Saddam Hussein che è stato un persecutore del proprio popolo, del popolo curdo e di tutti gli oppositori iracheni democratici, in particolare, è stato persecutore dei comunisti iracheni che ha assassinato, incarcerato e costretto all'esilio. Tuttavia, rimane al suo posto, anzi secondo tutta la pubblicistica, Saddam Hussein si avvale di un consenso anche considerevole a causa del fatto che il popolo iracheno avverte un'aggressione nei propri confronti, nei confronti cioè del popolo medesimo e non del regime che lo controlla e lo governa.
Basterebbe il buon senso per capire che questa misura dell'embargo, oltre ad essere ingiusta dal punto di vista del


Pag. 4

diritto internazionale - perché, come è noto, l'embargo si può applicare solo da parte dei paesi ricchi nei confronti dei paesi poveri, non al contrario -, non solo non ha raggiunto i suoi obiettivi, ma ha provocato l'effetto opposto a quello degli obiettivi proclamati. Temo però che gli obiettivi veri degli Stati Uniti d'America e del Governo della Gran Bretagna non siano affatto quelli di rimuovere Saddam Hussein ma, al contrario, quelli di mantenere la zona altamente instabile, il che permette, in particolare agli Stati Uniti, di giustificare la loro preponderante presenza militare, il loro insediamento militare, la loro egemonia politico-militare anche sull'Europa, anche per quel che concerne il ruolo che quest'ultima avrebbe invece potuto svolgere in questa tormentata area del mondo.
Per tali motivi pensiamo che sia venuto il momento di non limitarsi più a porre semplicemente la questione. Sono nove anni, infatti, che viene posta e sono nove anni che si versano lacrime di coccodrillo sui morti iracheni. Stiamo parlando di milioni di persone e di migliaia di bambini che muoiono ogni mese a causa della mancanza di assistenza sanitaria. È ora di finirla con la semplice denuncia e con le lacrime di coccodrillo e sarebbe il momento che da parte del nostro paese si prendessero delle misure unilaterali.
L'Italia - o, per meglio dire, il nostro Governo - può continuare, nell'ambito della comunità internazionale, a fare l'ipocrita, a far finta di promuovere una discussione su questi argomenti per poi adeguarsi alle decisioni che prendono coloro i quali hanno l'egemonia all'interno di queste istituzioni internazionali, oppure può porre più drasticamente il problema nelle sedi internazionali, corredando questa posizione di alcuni atti e gesti unilaterali che l'Italia può compiere, perché è nella sua facoltà farlo. Il nostro paese può riaprire l'ambasciata in Iraq, può «scongelare» i crediti iracheni nelle banche italiane, può avviare una politica di relazioni commerciali che rompano, di fatto, in concreto, l'embargo nei confronti dell'Iraq. Nessuno chiede qui all'Italia di commerciare armi con l'Iraq, come invece si fa tranquillamente con altri paesi che, invece, usano quelle armi per massacrare popolazioni civili inermi nell'ambito di certi conflitti. Noi chiediamo che si possano commerciare cibi, medicine, effettuare ristrutturazioni attraverso pezzi di ricambio dell'apparato industriale iracheno non bellico e civile.
L'Italia può fare questo e per tale motivo abbiamo presentato una mozione che propone esattamente questi indirizzi e che cerca di fare davvero un passo avanti per salvare le vite degli iracheni e per far ritrovare al nostro paese una parvenza di dignità e una missione di politica estera concreta (Applausi dei deputati Delmastro Delle Vedove e Simeone).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pezzoni, che illustrerà anche la mozione Mussi n. 1-00463, di cui è cofirmatario.

MARCO PEZZONI. Signor Presidente, credo sia molto importante che anche la Camera, dopo il Senato, affronti il tema drammatico di come riuscire a porre in essere una grande e forte iniziativa politica, italiana ed europea, perché si arrivi non tanto alla sospensione dell'embargo (questa, infatti, è già la proposta dell'ultima risoluzione, del dicembre scorso, del Consiglio di sicurezza dell'ONU, la n. 1284, in cambio ovviamente di un'accettazione completa da parte dell'Iraq degli ispettori dell'ONU), quanto ad una revoca totale. Questo è il punto politico vero: non la sospensione, ma la revoca.
Come dicevo, mi auguro che l'Assemblea della Camera sappia operare altrettanto bene di quella del Senato, perché, signor Presidente, la mia prima preoccupazione è che, nel momento in cui il Governo italiano riceve, dopo un ampio dibattito svoltosi nelle due Camere, un mandato, non vi siano contraddizioni ed ambiguità. Vi è la posizione coraggiosa contenuta nella risoluzione finale, unitaria, del Senato ed io spero che altrettanto si verifichi, su posizioni così avanzate, da parte della Camera.


Pag. 5

Ecco perché credo che il nostro dibattito debba servire per rafforzare le iniziative coraggiose del Senato e non si possa retrocedere rispetto a quel confronto. Per questo motivo, come gruppo, abbiamo presentato una mozione a prima firma Mussi che, di fatto, riproduce in sintesi quel che è avvenuto al Senato. Il punto politico è rappresentato da una forte iniziativa italiana, nel contesto europeo ed internazionale, per arrivare rapidamente - è questa la seconda sottolineatura politica che vorrei fare - ad una revoca definitiva dell'embargo.
La prima riflessione che mi sento di fare è che la revoca è giusta ed opportuna alla luce del nuovo diritto internazionale. Sembra strano che mentre, dalla Serbia al Kosovo, stiamo sempre più riflettendo non sul vecchio diritto internazionale ma sull'elaborazione di nuovi paradigmi condivisi, sul nuovo diritto internazionale, dimentichiamo - lo fa spesso anche la diplomazia - che quest'ultimo ha inserito come principio innovativo non solo il rapporto tra gli Stati, non solo il diritto tra gli Stati, ma anche il diritto dei popoli, il diritto della società civile.
Dobbiamo prendere molto sul serio tale questione, che ha sicuramente natura etica. Qualcuno potrebbe sostenere che basterebbe ciò per accogliere l'invito del Pontefice, Giovanni Paolo II, e di tanta parte della società civile, laica e cattolica, italiana, europea ed internazionale; basterebbe la petizione, sottoscritta da circa 2.000 persone, che è stata sottoposta oggi alla nostra attenzione per riconoscere che la revoca dell'embargo è opportuna. Penso, però, che questa sia anche una posizione politica, una posizione giuridicamente sostenibile. Mi meraviglio del fatto che, spesso, i Governi e le diplomazie si limitino ad accettare una vecchia distinzione tra, da una parte, una morale, una necessità etica sul piano planetario e, dall'altra, la realpolitik, il diritto internazionale. Non è così perché persino l'ONU, la vera fonte del diritto internazionale con le sue risoluzioni, si trova in difficoltà.
Oggi stiamo parlando della risoluzione n. 1284, ma dimentichiamo che quattro giorni fa, nella notte tra giovedì 8 e venerdì 9 del corrente mese di giugno, il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha dovuto ulteriormente modificare alcuni contenuti della risoluzione indicata, del dicembre 1999, essendosi reso conto che esiste una condizione di difficile applicazione.
Siamo molto provinciali quando sosteniamo semplicemente che bisogna applicare la risoluzione del dicembre 1999, tenuto conto che è la stessa ONU, è lo stesso Kofi Annan ad aver lanciato un appello alla comunità internazionale per cercare di allargare le maglie di quella risoluzione. Come dicevo, proprio quattro giorni fa l'ONU ha incrementato da 300 a 600 milioni di dollari i fondi finalizzati all'acquisto dei pezzi tecnologici per l'industria petrolifera irachena, rendendosi conto che è inutile sostenere che l'Iraq può aumentare in maniera cospicua la propria rendita e la propria produzione di petrolio se, in questi mesi, non lo si è messo in grado di disporre dei ricambi tecnologici necessari a modernizzare, se non altro a rendere almeno produttiva, la propria industria petrolifera.
Allo stesso modo, mi sembra che Le Monde abbia giustamente rilevato che siamo entrati - pensate - nell'ottava fase di nuove interpretazioni, di modificazioni delle diverse risoluzioni dell'ONU, allo scopo di approfondire, cambiare, innovare il meccanismo conosciuto come oil for food. Noi, infatti, non stiamo discutendo di un embargo, ma di una modalità che l'embargo stesso ha assunto ormai da nove anni (fra poco entriamo nel decimo anno). Tale embargo è diventato una camicia di forza; l'oil for food, pensato come camicia di forza nei confronti del regime iracheno, non prendendo in considerazione il nuovo diritto internazionale, il diritto dei popoli - questa è la riflessione, sottosegretario Intini -, si è trasformato in una drammatica camicia di forza portatrice di morte nei riguardi del popolo iracheno.
Qualcuno giustamente ha sostenuto, nel dibattito svoltosi in Italia, in Europa e a livello internazionale, che è il regime che usa quelle sanzioni e quelle modalità


Pag. 6

per premere ulteriormente sul proprio popolo, per ottenere consenso e per scatenare il nazionalismo, la rabbia, il malessere e il dramma che si sta consumando giorno per giorno. Sottolineo che l'UNICEF ha parlato di 250 morti, moltissimi dei quali bambini: la responsabilità è sotto gli occhi di tutti, ma qualcuno dice che è del regime. No, vi è una doppia responsabilità: non si può pensare, infatti, con la coscienza illuministica delle anime belle, che noi mettiamo in campo una sanzione di tipo internazionale come l'embargo senza sapere che vi è un uso politico di tale strumento e senza sapere se sia o meno efficace non solo dal punto di vista etico, ma anche da quelli politico, politico-militare ed economico, cioè, se ottenga o meno il cambio del regime o se invece (ed è qui il doppio uso politico) sia utilizzato dai paesi più forti per quella strategia del doppio contenimento che soprattutto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno pensato nei confronti dell'Iran e dell'Iraq tempo fa. Essa oggi consiste nell'uso del petrolio, nell'isolamento dell'Iraq e del popolo iracheno, ma in realtà viene utilizzata per mantenere un controllo economico, politico e militare su quest'area così instabile.
Io pongo la questione: è interesse dell'Europa, è interesse dell'Italia?
Signor sottosegretario, vi è di più: molti non hanno ancora collegato il fatto che la cosiddetta rogue doctrine, e cioè la dottrina dei paesi fuori legge, è l'ultima versione che caratterizza l'impostazione politica dei paesi che detengono armi improprie, nucleari, chimiche o biologiche che minacciano la sicurezza degli Stati del nord, in modo particolare quella degli Stati Uniti. Perché il ministro degli esteri francese ha sostenuto di non condividere quella dottrina? Perché non deve essere questa la posizione esplicita dell'Unione europea e, cioè, che quel tipo di interpretazione porta oggi a teorizzare lo scudo stellare nuova versione (si tratta, cioè, dello scudo di protezione antimissili balistici o missili di altro tipo), per cui serve avere, teoricamente e politicamente, la dottrina secondo la quale alcuni paesi (non più la Russia, ovviamente) sono pericolosi sul piano militare, affinché in tal modo si possa giustificare una nuova e tecnologica corsa al riarmo? È interesse dell'Europa?
Come rispondiamo poi alla proposta di Putin - non a caso avanzata qui a Roma - di una nuova idea di architettura di difesa comune che preveda anche il coinvolgimento della Russia e non di tagliarla fuori, nell'ambito di una sicurezza condivisa e di un'idea nuova, che non può essere quella dei paesi criminali, fuori legge e rinnegati come recita la rogue doctrine? Colleghi, come vedete, tutto si collega!
Allora io chiedo sul piano politico, non solo etico, che, sulla base del diritto internazionale dei popoli, si valuti l'efficacia dell'embargo, si veda che questo comporta risultati drammatici. Ricordo l'uso politico «cattivo» che ne viene fatto non solo da parte del regime del dittatore Saddam Hussein, che si è rafforzato e non indebolito, ma anche perché si mettono in una posizione di non protagonismo sul piano internazionale gli interessi geostrategici della nuova Unione europea che, nella sua nuova politica estera, avrà bisogno di incorporare, teorizzare e far diventare cultura l'iniziativa politica e strategica. È quello che in parte poi il nostro Governo ha fatto; infatti, chi, se non noi, ha cominciato a mettere in crisi la dottrina del doppio contenimento verso l'Iran tentando - attraverso un'alleanza con le forze che cercavano una democrazia interna e la scommessa sulle forze popolari e sulla nuova presidenza Khatami - gradualmente di avvicinarlo all'Europa? Perché noi non dobbiamo scommettere su una pace duratura in Medio Oriente piuttosto che sul riarmo di Israele? Perché noi non dobbiamo scommettere che con l'allargamento della NATO, e se vi sarà un allargamento dell'Unione europea che includerà la Turchia, si realizzerà un relativo disarmo e vi sarà sicurezza, in comune con Iran e Iraq, per lo Stato di Israele e sicurezza per la Siria che, oggi, piange il suo leader morto?


Pag. 7

Perché non avere questa visione d'insieme dell'intero Medio Oriente? Occorre sapere che vi è un interesse nazionale, mediterraneo ed europeo che ci deve portare a verificare la vera utilità dell'embargo, cioè se esso non rafforzi piuttosto il regime.
Dal punto di vista geostrategico noi abbiamo un'altra visione internazionale: non quella vetero della rogue doctrine o del doppio contenimento, ma quella del dialogo critico, della strategia di inclusione e dell'alleanza affinché i popoli prendano in mano la loro storia e il loro futuro.
Siamo entrati nell'ottava fase, come dice correttamente Le Monde. L'ONU sta cambiando ancora questo meccanismo che, come una doppia camicia di forza, sta strangolando il popolo iracheno e rafforzando il regime di Saddam Hussein. Allora, la domanda è politica: a chi conviene che continui un embargo che è già durato dieci anni? Quando mai si è visto un embargo lungo dieci anni che non abbia portato a casa nessun significativo risultato politico, se non quello che giustamente all'inizio ci si era proposti, cioè il riconoscimento da parte dell'Iraq del Kuwait, e della sua intangibilità come Stato sovrano nazionale? Questo, l'Iraq lo ha riconosciuto.
L'Europa oggi si deve fare carico della sicurezza del Medio Oriente. Essa si deve far carico, dialogando con l'Iraq, così come domani avverrà con l'incontro storico tra le due Coree (la Corea del nord è un altro di quei paesi indicati come rinnegato e fuori legge per i suoi «rischi militari» a lunga e media gittata), di offrire una strategia alternativa che riprenda il cammino del disarmo e della crescita del dialogo e della cooperazione. Ecco perché, nella nostra mozione, noi facciamo anche una riflessione critica: la democrazia moderna e gli Stati moderni devono identificarsi nel diritto dei popoli.
Se uno strumento politico e militare come l'embargo è inefficace, bisogna pensare ad altri strumenti e non semplicemente, come «coazione a ripetere», insistere anno dopo anno con un braccio di ferro tra sistemi politici nel completo disinteresse delle ricadute sui popoli. Ecco perché noi dobbiamo riflettere persino sui meccanismi dell'embargo e sul fatto che esso viene utilizzato politicamente a due livelli e sul fatto, signor sottosegretario, che il Governo italiano deve posizionarsi sul punto più alto di iniziativa politica.
Il collega Buttiglione ha parlato dell'Unione europea. Noi oggi dobbiamo sapere che l'Unione europea oggi è schizofrenica perché da un lato vi è la Gran Bretagna che, insieme agli Stati Uniti, unilateralmente sta controllando la no-fly zone e decide unilateralmente, e non con la legittimazione del Consiglio di sicurezza dell'ONU, di bombardare o di punire di tanto in tanto l'Iraq. È una scelta militare e politica assolutamente separata che non ha alcuna legittimazione da parte del Consiglio di sicurezza, ma questo è ciò che sta avvenendo all'insaputa e spesso nel disinteresse anche della stampa italiana, che non sempre è informata o che non sempre ha a cuore ciò che avviene ogni settimana nel mondo non a «ondate» di moda. Noi come ci posizioniamo? Con la prospettiva e l'iniziativa francese? Decideremo, dopo la sezione di interessi, di aprire un'ambasciata? Noi ci posizioniamo più vicino alla Francia? È certo che va fatta una battaglia con una politica estera comune dell'Unione europea per il Medio Oriente; ma nel frattempo, attendendo che si decida una comune posizione (e passeranno mesi, forse anni), che cosa noi faremo crescere e fermentare?
Noi pensiamo che l'Italia debba collocarsi con quei paesi che più di tutti insistono per una nuova strategia europea di inclusione di tutta quell'area e di avvio di una fase di disarmo, perché tutto è collegato! È collegato alla sicurezza economica, è collegato alla nuova NATO, è collegato alla nuova identità di difesa europea, è collegato a un nuovo interesse europeo geostrategico, è collegato al Mediterraneo, a Israele, alla Siria e all'Iraq.
Non possiamo non vedere che anche le nuove frontiere tecnologiche, che oggi vengono proposte, di nuova escalation


Pag. 8

militare, come quella dello scudo stellare antimissili balistici, hanno a che fare con la sicurezza nei confronti di questi paesi. E dobbiamo pretendere sicurezza, certamente. Le ispezioni dovranno tornare ad essere fatte sul territorio iracheno. Non è un caso che, dopo l'esperienza negativa fatta da Butler, oggi l'ONU abbia cambiato il direttore prendendo l'ex presidente dell'AIEA, perché quest'ultima si era comportata meglio degli altri ispettori e aveva testimoniato con serietà l'inesistenza, oggi, di un rischio nucleare da parte dell'Iraq.
Probabilmente, invece, è ancora viva la questione, che dobbiamo monitorare bene, del rischio di armi chimiche e batteriologiche, le armi di distruzione di massa. È giusto avere questa attenzione, e la nuova commissione dell'ONU (17 commissari), presieduta da Hans Blix, deve entrare al più presto in azione. Ma sapete quando entrerà in azione, signor Presidente e signor sottosegretario? È previsto che entri in azione nel tardissimo autunno di quest'anno! E sapete quando il Segretario generale Kofi Annan presenterà al Consiglio di sicurezza dell'ONU un rapporto compiuto sull'embargo e sull'Iraq? Nell'autunno del 2000! Allora, si pone una questione di tempi, è necessaria una accelerazione su queste questioni, perché il tempo significa vita, significa iniziativa politica, significa non una pausa di sei mesi, ma un'iniziativa che impedisca intanto che altre strategie geopolitiche e militari prendano il sopravvento. Perché, per esempio, c'è il rischio di non sapere nulla sulle armi chimiche batteriologiche di Saddam Hussein? È questa la motivazione per escludere ulteriormente quell'area, quel popolo e per riprendere la corsa agli armamenti di nuovo tipo?
Come vedete, la questione del tempo è una questione politica che ci permette anche di essere più o meno protagonisti, come Italia e come Europa, di una iniziativa forte che sappia far prendere alla storia una piega e un cammino diversi.
Ecco perché credo che, dopo il debito esterno dei paesi più poveri, in occasione del Giubileo del 2000 il Governo italiano, come contributo proprio, farebbe bene a riflettere sugli embarghi, sull'efficacia degli embarghi convocando una presenza internazionale di esperti, economisti, militari, giuristi e sociologi attenti ai diritti umani sugli strumenti che il nuovo diritto internazionale deve mettere in campo di fronte ai dittatori, non per punire i popoli. Ecco perché credo che, anche sui tempi, dobbiamo avere un'attenzione particolare.
Signor Presidente, è con questo spirito di visione di insieme che il gruppo dei DS spera che quest'Assemblea affronti con grande senso di responsabilità la sfida che abbiamo di fronte, per il diritto umanitario ma anche, come ho detto, perché credo che sia arrivato il tempo, per l'Italia e per l'Europa, di affrontare insieme, collegialmente, una nuova strategia politica, una nuova strategia diplomatica che permetta di dare una risposta strategica, una risposta di lunga stabilità al bisogno dei popoli in Medio Oriente, soprattutto quello iracheno, di essere finalmente presi in considerazione nei loro diritti fondamentali. Anche le minoranze, anche quelle curde, che oggi chiedono di essere tutelate in Iraq, come in Iran, come in Turchia: non facciamone un pretesto per dire «la Turchia non entra in Europa», ma una condizione elementare di standard di diritti umani, civili e politici perché la Turchia possa entrare in Europa. La visione dei diritti delle minoranze curde in tutta quell'area ha bisogno, comunque, che l'Europa se ne faccia carico in modo politico, diplomatico, culturale ed economico.
Signor Presidente, vorrei informarla che l'Assemblea nazionale francese la settimana scorsa coraggiosamente ha fatto un summit con le rappresentanze curde di tutti questi paesi, con la presenza di intellettuali e di forze democratiche appartenenti alla Turchia, all'Iran e ad altri paesi. Ciò è stato fatto dall'Assemblea nazionale francese: io non capisco perché l'Italia non debba avere l'orgoglio, nel favorire assolutamente il primato dei diritti umani e la riconquista di valori democratici comuni, di essere, insieme ad altri paesi europei, l'elemento che favorisce


Pag. 9

il dialogo perché i diritti umani diventino davvero una prospettiva politica vincente, perché si costruisca e si favorisca la democrazia, in Serbia, come in Iraq.
Per fare ciò non occorre solo coraggio etico, ma, come ho cercato di dire nel mio intervento, anche coraggio innovativo sul piano politico. Credo che questo sia innanzitutto il compito dei Governi del ventunesimo secolo ed anche dei Parlamenti attenti al nuovo diritto internazionale, che ci parla il linguaggio del diritto dei popoli e delle minoranze.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Signor Presidente, nel mio intervento, in realtà, leggerò un testo, che rappresenta il contributo scritto, preparato dai presentatori della petizione popolare che ha raccolto 25 mila firme e che è stata annunciata poco fa dal Presidente, prima dell'inizio di questa discussione.
Tale petizione è stata promossa dalle associazioni «Un ponte per» e dal «Comitato Golfo per la verità sulla guerra» con la campagna «Rompere l'embargo». Faccio questo perché, al di là delle convinzioni che i Verdi hanno su questa vicenda, trovo doveroso che nel dibattito parlamentare si faccia sentire la voce di queste associazioni, che hanno condotto in questi anni, anche in collegamento con importanti forze politiche rappresentate in quest'aula, una battaglia coraggiosa, impostando fin dai giorni del bombardamento dell'Iraq, all'inizio degli anni novanta, una campagna politica contro l'embargo ed una campagna di attivazione di aiuti umanitari provenienti dalla società civile e dalle associazioni di volontariato laico e religioso, mantenendo aperta la discussione e la riflessione.
Credo che le 25 mila firme che sono state depositate alla Camera rappresentino uno stimolo che questo Parlamento deve saper raccogliere, rappresentare e tenere presente nel momento in cui si completerà la discussione con la votazione delle mozioni presentate.
Le conseguenze di dieci anni di sanzioni economiche sono ben note nelle loro linee generali e sono riassumibili in pochi dati. Sul piano alimentare mancano in Iraq circa il 30-35 per cento delle calorie necessarie; ancora più grave è la mancanza di proteine e di micronutrienti: la conseguenza è che il 32 per cento dei bambini sotto i cinque anni, cioè uno su tre (980 mila), è in condizioni di malnutrizione cronica.
Sul piano sanitario vi è da anni un aumento delle malattie infettive, anche banali, del tratto respiratorio e dell'apparato gastrointestinale, in conseguenza dell'abbassamento delle difese immunitarie della popolazione, per la scarsità di cibo, e un forte incremento della mortalità per la scarsità di medicinali. Principalmente a causa di ciò il tasso di mortalità infantile è triplicato: in numeri, circa 750 mila bambini deceduti. Si registra, inoltre, un forte incremento delle leucemie infantili, dei ritardi mentali e dei disturbi del comportamento, anche e soprattutto infantili.
Nel campo educativo l'abbandono nell'età dell'obbligo ha raggiunto il 20 per cento e il rendimento scolastico è in forte calo a causa delle condizioni fisiche dei bambini e della demotivazione degli insegnanti, anche per le condizioni salariali pessime.
Si calcola che oltre un milione di persone abbia lasciato il paese alla ricerca di migliori condizioni di vita. L'esodo ha riguardato soprattutto quadri tecnici, professionisti e intellettuali. Le università del Medio Oriente sono piene di professori iracheni, mentre la preparazione universitaria si fa su testi di dieci anni fa.
Parliamo quindi di una tragedia senza precedenti, umanitaria e politica: non era mai accaduto dopo la seconda guerra mondiale che paesi occidentali determinassero con proprie decisioni tragedie di queste dimensioni. Non era mai successo, se non durante una guerra, che gli indicatori di benessere di un paese si riducessero per dieci anni di seguito.


Pag. 10

Un giorno, forse, i libri di storia parleranno di quanto è avvenuto in Iraq come un genocidio la cui responsabilità ricade in particolare sull'occidente.
C'è qualcuno in quest'aula che ragionevolmente può sostenere che l'Iraq, devastato dai bombardamenti e ridotto allo stremo dall'embargo, dopo dieci anni di ispezioni dell'ONU, la distruzione certificata di enormi quantità di armamenti, possa davvero considerarsi una minaccia per la pace e la sicurezza? Se lo è chiesto recentemente anche il ministro della difesa francese, rispondendo senza esitazioni di «no».
Vogliamo anche ricordare che, nella fase precedente alla crisi attuale delle ispezioni, erano state installati telecamere, microfoni ed altri sensori in oltre mille siti produttivi ritenuti collegati o relazionabili alla filiera degli armamenti sensori sofisticatissimi, che permettevano un monitoraggio in tempo reale dei siti stessi.
C'è qualcuno in quest'aula che può ragionevolmente sostenere che l'isolamento dell'intera popolazione dalla comunità internazionale, il drastico abbassamento dei livelli di istruzione, la fuga all'estero di parte rilevante degli intellettuali, la diffusione dell'Islam radicale, la crescita di un sentimento antioccidentale nella popolazione possa favorire un'evoluzione democratica di quel paese? Ciò è talmente assurdo che viene da pensare che i veri motivi dell'embargo siano altri.
Sappiamo che la gran parte dei parlamentari condivide queste argomentazioni. Il Senato già nel 1997 ha impegnato il Governo ad operare per il superamento dell'embargo. Ma il Parlamento può condannare, criticare, suggerire, impegnare o può prendere decisioni nel proprio ambito di competenza, che è la legislazione italiana.
Concludo, signor Presidente, leggendo le ultime righe di questo testo preparato dalle associazioni che hanno presentato la petizione popolare e che riguardano le richieste contenute nella petizione stessa.
I promotori dichiarano di aver letto le mozioni presentate e di essersi posti alcuni interrogativi. È sufficiente impegnare genericamente il Governo ad operare per la revoca dell'embargo o non è meglio invitarlo almeno a compiere alcuni fatti concreti chiedendo che relazioni periodicamente al Parlamento al riguardo o che si svolga su questa materia una discussione nell'Assemblea generale dell'ONU? O proporre una decisione comune del Consiglio dell'Unione europea che richieda esplicitamente la revoca immediata delle sanzioni economiche e la separazione del dossier armamenti da quello dell'embargo oppure dare mandato alla missione italiana alle Nazioni Unite di comunicare ufficialmente al segretario generale la contrarietà italiana ad ulteriori proroghe della sanzione?
Vi chiediamo di riflettere e di decidere pensando ad Hania: ha 17 mesi, è ricoverata in un ospedale di Bagdad, è condannata a morte perché alcuni farmaci contro la leucemia infantile sono stati per molto tempo nella lista dei prodotti banditi e che ora sono stati ammessi nella green list ma costano troppo per poter essere importati. Hania non ha né armi da distruggere né petrolio da darci ma la sua vita può dipendere anche da noi.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rizzi, che illustrerà anche la mozione Bosco n. 1-00450, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

CESARE RIZZI. Signor Presidente, l'embargo in corso in Iraq perdura da quasi dieci anni, causando danni incalcolabili e difficilmente descrivibili nella società irachena.
Le sanzioni inflitte al popolo iracheno hanno gravemente infranto i diritti fondamentali dell'uomo togliendo alle popolazioni ogni tutela della salute, il diritto di vivere in condizioni decorose, i diritti umani internazionalmente riconosciuti, compresa la capacità di sfruttare liberamente le proprie risorse economiche.
Gli organismi internazionali presenti in Iraq sono giornalmente in grado di constatare le conseguenze del totale embargo in atto nei confronti di questo popolo: problemi di ogni sorta, derivanti dalla


Pag. 11

grave mancanza di generi alimentari e di medicinali, nonché dal cedimento delle strutture economiche e di servizio. L'UNESCO, nel suo rapporto del luglio 1999, ha dichiarato che le conseguenze delle sanzioni economiche nei confronti degli iracheni, in particolar modo nei confronti dei bambini e dei neonati, hanno determinato tra gli anni 1994 e 1999 una percentuale di mortalità neonatale del 10,8 per cento, successivamente degenerata nei bambini sotto i cinque anni di età al 56 per cento; il tutto per mancanza di cibo, di medicinali e di generi di prima necessità, che ha provocato l'aumento esponenziale di malattie infettive.
I paesi della coalizione, durante l'operazione militare contro l'Iraq, hanno utilizzato armamenti banditi dall'ordine internazionale e, tra questi, le munizioni all'uranio impoverito, determinando gravi fenomeni di inquinamento ambientale che hanno determinato una innaturale crescita di malattie tumorali del sangue, dei polmoni, dell'apparato digerente e della pelle, provocando deformazioni fisiche e corporee associate ad altre malattie.
L'accordo oil for food non ha soddisfatto le più semplici necessità del cittadino iracheno, sia nell'approvvigionamento di generi alimentari che di medicinali, in quanto le quote stabilite sono insufficienti alla necessità della popolazione ed inoltre, sotto l'aspetto nutritivo, risultano sbilanciate.
Con la nostra mozione si impegna, pertanto, il Governo a promuovere tutte quelle iniziative che riterrà più opportune, allo scopo di porre fine all'embargo in atto e ad intervenire presso gli organismi internazionali, l'ONU, la Commissione europea e la NATO affinché cessino i quotidiani bombardamenti che tutt'oggi persistono e si apra un tavolo di trattative per mitigare l'assurda ed inumana persecuzione di un popolo che da troppo tempo soffre una situazione ormai divenuta insostenibile.
Signor Presidente, ho ascoltato i miei colleghi intervenuti sullo stesso problema: mi fa specie che intervengano deputati dei Democratici di sinistra parlando di diritti umanitari e di diritti dei popoli. Non dimentichiamo che un caso analogo si è verificato poco tempo fa nei Balcani. Si parla di uranio impoverito in Iraq, ma ve ne è altrettanto nei Balcani e nel Kosovo! Caro sottosegretario, in quella regione vi sono 6 mila militari italiani e non dimentichiamo che tra quattro, cinque anni, avremo gli stessi problemi che vi sono in Iraq: malattie della pelle, tumori e leucemie infantili. È strano, dunque, sentirsi dire che dobbiamo metterci una mano sul cuore e parlare dei diritti dei popoli e dei diritti umani, quando voi stessi siete quelli che avete promosso la guerra nei Balcani! La Lega nord Padania, invece, è sempre stata contraria alle guerre. Voi, dunque, avete promosso quella guerra e, guarda caso, siamo stati i primi a bombardare nei Balcani, provocando quel che tutti ben sanno.
Molte volte si verificano strane anomalie, specialmente con questo Governo. Il nuovo ministro della sanità, appena nominato, vuol fare una lotta contro il fumo ed i fumatori in quanto, a suo giudizio, vi sarebbe una diretta connessione tra il fumo e certe forme tumorali. Per porre fine a quelle forme tumorali, il nuovo ministro della sanità vuole vietare di fumare in pubblico. Può anche essere giusto, ma ci preoccupiamo di fare in modo che in futuro non vi siano persone con tumori provocati dal fumo o altre malattie, mentre non ci siamo preoccupati di mandare i nostri militari nei Balcani, anzi, siamo stati i primi. Non ci preoccupiamo di non aver fatto nulla, anzi, abbiamo dato una mano. Guarda caso, io nel mese di novembre ero a Bruxelles ed ho parlato con il generale Clark, il quale ci ha anche ringraziati perché il contingente italiano è stato uno dei primi ad andare a bombardare i Balcani. Non dimentichiamoci, allora, che la NATO ha scaricato tonnellate e tonnellate di uranio impoverito. La situazione dei Balcani è come quella dell'Iraq, però le nostre reazioni sembrano diverse nei due casi. Dobbiamo salvare l'Iraq, per l'amor di Dio, ci mancherebbe altro, certo che


Pag. 12

dobbiamo revocare l'embargo, per porre fine a questo scempio che si sta compiendo: ci sono migliaia e migliaia di bambini che muoiono e nessuno fa niente! Non dimentichiamo che tutte le notti la NATO bombarda l'Iraq...

AVENTINO FRAU. Non la NATO, gli americani!

CESARI RIZZI. Gli americani, gli americani, sono sempre i soliti: d'altronde sono stati gli americani a far sì che la NATO intervenisse nei Balcani e noi siamo stati compiacenti.
Non dimentichiamo che l'uranio impoverito determina tutto quello che abbiamo detto poc'anzi: leucemie infantili, malattie della pelle, tumori e così via. Pertanto, quando sentiamo fare in quest'aula dei falsi moralismi, possiamo ben dire «da che pulpito viene la predica»! Quando la sinistra critica quello che è successo in Iraq e non si preoccupa di quello che succederà, col tempo, nei Balcani, potete capire quale sia la nostra impressione. Sì, d'accordo, questo è il Parlamento italiano e qui si può dire tutto quello che si vuole, è fuori dubbio, però sarebbe bene anche avere un minimo di dignità e di coerenza e dire cose che non vadano oltre certi limiti.
È vero, signor Presidente, che in questo mondo ci sono molte situazioni tragiche, in Africa, per esempio, muoiono migliaia di persone tutti i giorni, però non possiamo stare a guardare un popolo che è rimasto senz'acqua: due settimane fa, infatti, ho parlato con l'ambasciatore iracheno e mi ha detto che tutte le condutture dell'acqua sono state bombardate, per cui quella poca acqua che hanno è inquinata, ma i bambini la bevono, perché non hanno nient'altro né hanno medicinali per potersi difendere dalle infezioni. Vedere una tragedia del genere è allucinante e il Governo italiano dovrebbe davvero attivarsi perché si ponga termine a questo embargo.
Mi avvio alla conclusione, Presidente, perché già i colleghi intervenuti hanno detto quello che si doveva dire, però voglio ribadire ancora un concetto, perché io sono uno di poche parole, ma mi piace parlar chiaro, per cui non posso sentire certe menzogne. È assurdo sentirsi dire certe cose da quegli stessi uomini che hanno collaborato a determinare tragedie come quella dei Balcani, che, lo ripeto, è uguale a quella di cui stiamo discutendo, per cui tra quattro o cinque anni parleremo dei Balcani come ora parliamo dell'Iraq, né più né meno, perché lo stesso uranio impoverito usato nell'Iraq è stato adoperato anche nei Balcani, quindi si determineranno le stesse malattie. Allora, tra quattro o cinque anni - lo ribadisco - parleremo dei Balcani e questi signori, questi miei colleghi della sinistra che poco fa sono intervenuti dichiarandosi indignati per quello che sta succedendo in Iraq saranno ancora qui ad indignarsi per quello che loro stessi hanno provocato nei Balcani!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Brunetti, che illustrerà anche la mozione Grimaldi n. 1-00451, di cui è cofirmatario. Ne ha facoltà.

MARIO BRUNETTI. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, la guerra del Golfo del 1991 sembra un ricordo davvero lontano: chi parla più di quel macello?
Chi ricorda che, ancora oggi, continuano i bombardamenti sull'Iraq? Chi riflette sulla sorte di quel popolo, dei bambini che muoiono, dell'abbandono dei vecchi, delle tragiche condizioni umane di quella gente? Di Bagdad che, paradossalmente, in arabo significa «città della pace», sembra non sia rimasto altro che il nome. Eppure, nel 1991, una cinica logica di rapina di risorse e una concezione imperiale del mondo hanno prodotto la guerra più terrificante dei nostri tempi, non so se al pari o più della più recente carneficina dei Balcani.
Questa terra dell'antica Mesopotamia è stata devastata per 40 notti dai bombardamenti, da 106 mila incursioni aeree e da 95 mila tonnellate di bombe, pari a 6 volte la potenza distruttiva della bomba di


Pag. 13

Hiroshima, che hanno raso al suolo patrimoni inestimabili di fronte ai quali solo l'incultura americana non è riuscita a commuoversi: hanno colpito al cuore culture e civiltà millenarie; hanno polverizzato scuole, ospedali e altre strutture civili; hanno contaminato a lungo l'ambiente con la loro radioattività. Forse, dal punto di vista simbolico, il più orrendo dei misfatti commesso dai carri armati dell'operazione desert storm, denominati Abrahams, è stata la distruzione, con proiettili all'uranio impoverito, fonte di radioattività beta, di Ur di Caldea, il luogo ove 5 mila anni fa si dice sia nato il patriarca Abramo.
Tutto ciò mentre il cosiddetto occidente cattolico e civile plaudiva entusiasta agli «attacchi chirurgici» e alle «bombe intelligenti», proprio come sarebbe successo, sette anni dopo, con la distruzione del Kosovo e della Serbia nella guerra aggressiva nei Balcani. Proprio così: in Europa si applaudiva mentre in Iraq si celebrava lo spettacolo del massacro e dell'orrore e si esaltava, con l'embargo, la tragedia di un popolo agonizzante. Sì, agonizzante: infatti, le organizzazioni umanitarie internazionali, l'UNICEF e osservatori attenti si sforzano di evidenziare che l'Iraq, oggi, già devastato dal cataclisma dei bombardamenti, è vittima di una cinica logica di sterminio e di una feroce e disumana barbarie di massa, di cui la storia ci rimanda ricordi nefasti, che l'hanno chiuso come in un enorme campo di concentramento, privato della possibilità di ricevere dall'esterno il necessario per la sopravvivenza della popolazione, con un embargo su tutti i prodotti, compresi cibo e medicinali, senza poter comprare pezzi di ricambio, specialmente per infrastrutture, impianti per la difesa della salute, strumenti per garantire l'elettricità e la depurazione delle acque e senza che nessuno possa entrare o uscire con un aereo. Alcuni colleghi forse ricordano una visita che abbiamo fatto qualche anno fa in Iraq e l'avventura che abbiamo vissuto da Amman a Bagdad attraverso il deserto.
Un dato terribile per tutti sintetizza la conseguenza di questo decreto di morte costituito dall'embargo, deciso nel 1990 dal Consiglio di sicurezza dell'ONU e tuttora in vigore. Sono 1 milione e 200 mila, secondo le organizzazioni internazionali, i cittadini morti per fame e malattia e, cosa ancor più agghiacciante, sono in numero da 6 mila a 9 mila al mese i bambini che muoiono per inedia, secondo i dati confermati dall'UNICEF. Alla faccia dell'umanità, dei diritti e della civiltà occidentale! Si tratta, insomma, di un genocidio di massa, costruito sulla felicità dei costruttori e dei trafficanti di armi dei cosiddetti paesi avanzati del nostro occidente, dominatori del più vasto mercato del Medio Oriente, i quali continuano a fare affari perché la guerra non è mai finita. Proprio così: sull'Iraq continuano quotidianamente i bombardamenti anglo-americani, anche se ciò non fa più storia. Tali bombardamenti continuano con la ridicola motivazione dell'espulsione ingiusta degli ispettori dell'Uniscom che, come è stato universalmente accertato, agivano più per conto della CIA che per assolvere le funzioni loro assegnate dall'ONU.
Con i bombardamenti, continua l'embargo, che si sta rivelando contro la popolazione più micidiale della guerra, creando uno scenario di miseria e di morte, solo parzialmente attenuato dal cosiddetto programma oil for food (petrolio in cambio di alimenti) previsto dalla risoluzione n. 986 del Consiglio di sicurezza dell'ONU, che, secondo gli stessi osservatori dell'ONU, le autorità locali utilizzano con grande parsimonia e intelligenza, finalizzando le poche risorse ai bisogni dei più deboli e alle estreme urgenze.
Ma proprio l'embargo è il simbolo dell'immoralità e della violenza contro un popolo e un paese con grandi ricchezze, costretto alla miseria. È stato opportunamente ricordato che nel medioevo, quando un esercito conquistatore voleva piegare un popolo, assediava la città per mesi, per anni, tagliando ogni comunicazione, viveri, acqua e assistenza, fino allo sfinimento e alla resa per fame. È davvero tragico che i nuovi conquistatori del


Pag. 14

mondo, seppure in forme e con mezzi diversi, utilizzino ancora oggi quella logica, dopo secoli di cammino della civiltà e in presenza della Carta, sottoscritta, dei diritti dell'uomo, della Convenzione dei diritti dell'infanzia, della Convenzione di Ginevra sulla protezione delle popolazioni civili in caso di conflitto e della dichiarazione finale della conferenza sulla sicurezza alimentare.
Sembra paradossale che essi utilizzino quei metodi quando è ormai certo che gli embarghi si rivolgono soltanto contro le popolazioni civili e realizzano il risultato inverso di ciò che si vuole ottenere, perché operano una saldatura più solida tra popolo e classi dirigenti. Dall'Iraq a Cuba, alla Corea del nord, alla Jugoslavia e in ogni dove, gli embarghi dimostrano solo il loro volto di disumana ferocia dei potenti del mondo contro popolazioni inermi.
Per quanto riguarda l'Iraq vorrei riportare, in proposito, il seguente giudizio, istruttivo per tutti noi, di Danis Halliday: «Le incursioni aeree, le sanzioni, l'isolamento non hanno portato a nessun cambiamento positivo (...). Le sanzioni si sono rivelate un dispositivo brutale e disumano (...). È ora di abbandonare i piani che mirano a brutalizzare ancora di più questo paese (...) ad assassinare i suoi dirigenti e a porsi obiettivi diversi da quelli previsti dalle risoluzioni delle Nazioni Unite (...). È ora di aprire un dialogo vero che consenta all'insieme dei paesi del Golfo di immaginare un futuro più pacifico». Non è il comunista Brunetti che parla, ma il coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per quel paese. È un messaggio che possiamo fare nostro - tutti insieme - perché non è possibile consentire ulteriormente che la cultura della disumanità e della morte continui, e vada avanti il tentativo di distruggere, con l'embargo, la vita, l'istruzione, la scuola, per privare un popolo, tra i più progrediti nel mondo arabo prima della guerra del Golfo, della propria identità, per controllarne le sue enormi risorse.
L'Italia, interpretando la sensibilità e la passione civile del suo popolo, deve agire in ogni sede internazionale perché si ponga fine all'embargo, chiedendo, peraltro, il rispetto della risoluzione della commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, che invita gli Stati «a revocare le sanzioni economiche qualora, dopo un ragionevole periodo di tempo, esse non abbiano permesso il raggiungimento degli obiettivi fissati».
Dieci anni sono davvero un'eternità e non un ragionevole periodo di tempo! Ed è arrivato il momento che il nostro paese, in nome della civiltà, della morale, del rispetto delle convenzioni sottoscritte sul rispetto dei diritti umani, prenda anche iniziative unilaterali in questa direzione, che possano concretizzarsi anzitutto nell'apertura della rappresentanza diplomatica italiana a Bagdad, e poi nella revoca, con apposito provvedimento legislativo, delle misure relative ai beni della repubblica dell'Iraq. È questo un segnale forte che l'Italia può dare per rompere la logica barbarica dell'embargo..
Ciò non solo per sottolineare un'autonoma presa di distanza da una logica di dominio unipolare del mondo e dagli interessi dei costruttori di morte, ma anche per riaffermare la volontà dell'Italia a non partecipare a politiche di conflitto che mettano in discussione la vita, la cultura e l'identità di un altro popolo.
In questo senso, da questo Parlamento, attraverso questo nostro dibattito, deve partire un segnale importante e una forte volontà che impegni lo stesso Governo. Per questi motivi, chiediamo che la mozione presentata dai Comunisti italiani venga approvata.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Frau. Ne ha facoltà.

AVENTINO FRAU. Signor Presidente, il dramma dell'embargo in Iraq, che è oggetto della riflessione che il Parlamento sta facendo da qualche tempo, prima al Senato ed ora alla Camera, è un fatto assolutamente positivo perché di fronte a questo dramma si era riscontrato un lungo, lunghissimo silenzio che dava ormai per acquisito che ci potesse essere un paese - e ce ne sono altri, non solo l'Iraq


Pag. 15

- che subisce una guerra senza che vi siano adeguate attenzioni nei suoi confronti.
Ci voleva l'iniziativa di un giornalista - per di più di un giornale satirico - come Salvi; ci voleva Striscia la notizia per porre di fronte a 10 milioni di italiani la drammaticità di questo problema; ci voleva la sensibilità di molte associazioni giovanili più attente a questa vicenda, ai problemi dell'uranio impoverito e della lenta morte della gioventù di vari paesi, preoccupazioni espresse proprio ieri in un convegno molto significativo organizzato dai giovani di Forza Italia di Vicenza. Il dibattito parlamentare giunge con buoni risultati nell'ambito del Senato, ma di fronte - diciamolo pure - ad un lungo silenzio governativo, ad una mancanza di iniziative che potessero non solo risolvere la situazione, ma anche dare il senso di una presenza italiana che potesse stimolare altre presenze.
Non voglio entrare nella situazione drammatica da tutti descritta. Siamo tutti d'accordo sulla valutazione della tragedia e sulle gravi responsabilità dei governanti di quel regime, ma siamo d'accordo anche sul fatto che questo non basta per condannare un popolo definitivamente a morte. L'embargo, tutto sommato, si è rivelato uno strumento obsoleto o, meglio, molto «efficace» se lo si considera dal punto di vista dei risultati: il collega Brunetti poco fa ci ricordava gli assedi delle antiche civilizzazioni e la morte per fame. Credo che l'esempio sia significativo se vogliamo considerare che, ancora oggi, l'obiettivo finale di ogni guerra, della guerra tout court, è quello di distruggere l'avversario. Ma allora avversari non erano i governi ma i popoli.
In una realtà come la nostra, più attiva e più sensibile - lo spero o almeno mi illudo - ai problemi della civiltà e di un umanesimo di cui ci vantiamo molto spesso, e forse non sempre a ragione, credo che tutto ciò possa condurci a qualche riflessione molto negativa.
L'embargo si è rivelato inutile anche sul piano politico, perché Saddam Hussein oggi è sicuramente più gratificato dal consenso dei suoi cittadini rispetto a prima, un consenso espresso non tanto nei suoi confronti, ma per il dissenso e l'ira verso gli altri, consolidando, come spesso avviene, il consenso formatosi per la lotta contro un avversario comune. L'embargo ha fallito sul piano strategico perché in tutta l'area in cui Saddam Hussein - questo lo riconoscono quasi tutti gli osservatori internazionali - era stato considerato poco credibile, poco accettabile e poco trattabile, oggi comincia ad avere un peso ed un rispetto che prima non aveva. Non parlo del piano umanitario o morale, perché di tale problema potremmo discutere a lungo, essendo però d'accordo, dall'inizio alla fine, sul fatto che purtroppo vi è un conflitto, sempre grave, tra etica e guerra e forse, talvolta, tra etica e decisione politica.
All'embargo si aggiungono bombardamenti continui, per di più ad uranio impoverito, nelle no-fly zone, zone nate per tutelare i curdi - quindi in termini positivi -, ma usate, dobbiamo dirlo (il collega Rizzi parlava della NATO ma io l'ho corretto) da Stati Uniti e Gran Bretagna, che intervengono unilateralmente, con qualche strappo al diritto internazionale, visto che non esiste sanzione espressa in questo senso dalle Nazioni Unite né dal Consiglio di sicurezza.
Qual è, di fronte a queste questioni, la politica che vediamo? La politica di Clinton, riassunta nel suo intervento in cui egli ha dichiarato di avere firmato un provvedimento con il quale si erogavano milioni di dollari per i partiti antagonisti a Saddam Hussein, formalizzando quindi un rapporto che sul piano del diritto internazionale è assai grave, trattandosi di interferenza nella sovranità di un altro Stato, e che soprattutto, partendo da un esempio abbastanza banale, contraddice la tradizione degli Stati Uniti, che spesso hanno interferito nelle politiche degli altri, ma senza dirlo (né tanto meno lo diceva lo stesso Presidente degli Stati Uniti). Almeno si poteva imputare alla CIA di fare cose che gli americani, da loro, non avrebbero fatto. Stavolta invece lo hanno anche dichiarato.


Pag. 16

Vi è poi la politica inglese, di pura adesione, che ha portato anche un pezzo dell'Europa a coinvolgersi molto di più di quanto non sarebbe avvenuto se il discorso fosse stato unitario, se avesse tenuto conto delle opinioni di Francia, Italia, Germania e di altri, una politica che viene giustificata - lo stesso sottosegretario Intini lo ha fatto l'altro giorno al Senato - con l'esigenza di salvaguardare le alleanze. Questo quasi che il nostro problema sia prevalentemente quello di essere in un'alleanza per salvaguardarla. Noi, invece, stiamo in un'alleanza perché di essa condividiamo i fini e gli obiettivi e se siamo d'accordo su questi ultimi possiamo non essere d'accordo sui mezzi e sui modi, o sulle esagerazioni o sulle eccessive limitazioni.
Abbiamo ed abbiamo avuto negli anni - sono ormai cinquanta - un rapporto di fedeltà nei confronti dell'alleanza, all'interno del patto occidentale, con gli Stati Uniti, ma questo non deve portarci a perdere, in nome di una presunta fedeltà, una certa autonomia ed una libertà di giudizio.
Ricordo che, parlando di tutt'altri argomenti in transatlantico con un vecchio politico, quest'ultimo affermò che, intorno ai grandi uomini politici, vi erano uomini molto modesti. Egli - la faccio breve - disse: «Sai, io glielo dico che sono uomini modesti; mi rispondono che sono fedeli e dimenticano che la modestia è una caratteristica anche della fedeltà». Meglio essere quindi meno fedeli, ma più pronti nel valutare le situazioni, per essere non infedeli, ma più intelligentemente fedeli.
Del resto, il rapporto con il Governo iracheno è abbastanza chiaro. Noi siamo categoricamente convinti delle responsabilità di quel Governo, ma vorremmo non consentire ad esso il vittimismo, non permettere a quel Governo, che è il vero massacratore del suo popolo, di poter impunemente dire, per colpa nostra, che quel popolo glielo ammazzano gli americani, gli inglesi, gli occidentali, gli europei e, quindi, anche gli italiani. Vorremmo togliere a Saddam Hussein e a Tarek Aziz (il quale è il suo porte-parole internazionale, essendo ministro degli esteri, ma soprattutto il volto meno arabo, meno integralista di quel Governo), la possibilità di dire che non basta lamentarsi di quello che succede fuori, se poi dentro lo si utilizza.
Vi è però un problema - lo ha sollevato prima il collega Pezzoni - di diritto internazionale. Non posso condividere la tesi che esista un diritto internazionale dei popoli, perché, fino a prova contraria, non è così; esiste però politicamente un nuovo orientamento, che può essere considerato in modo positivo o negativo, che sconvolge i canoni tradizionali del diritto internazionale. Pensate soltanto, colleghi, che abbiamo proceduto ad interventi militari umanitari e che, quindi, abbiamo violato la sovranità di Stati in nome di un interesse internazionale più ampio, anche se coperto dalla dimensione internazionalistica dell'autorizzazione delle Nazioni Unite.
Dobbiamo ripensare a molte cose, anche ad un nuovo ordine internazionale - questo è il punto fondamentale -, per evitare che la gente accusi, che i popoli accusino cinque paesi di governare il mondo e che questi cinque paesi lo governino pretendendo l'unanimità dei consensi su determinate scelte ed il diritto di veto in ordine ad un cambiamento delle scelte stesse.
A questo punto, dopo la fine del bipolarismo, quali caratteri ha assunto la comunità internazionale? Deve essere una comunità governata dalla potenza più forte ovvero una realtà che si muove interpretando effettivamente le volontà dei popoli? Certamente, non immagino una comunità internazionale nella quale il peso degli Stati Uniti sia uguale a quello della Costa d'Avorio o della Sierra Leone, ma, signor sottosegretario, vi è un'obiettiva debolezza, quella delle Nazioni Unite, che dimostrano sempre più di essere un organismo velleitario, che ha approvato, nel tempo, ben ventidue risoluzioni sull'Iraq senza conseguire risultati apprezzabili rispetto agli obiettivi che si prefiggeva; si tratta di un organismo che non crede più in se stesso, il cui segretario generale


Pag. 17

assume un'immagine più patetica che potente. Quanto siamo distanti da Hammarskjöld che, a rischio e pericolo della sua vita, si recava nei luoghi interessati per imporre, anche di fronte all'opinione pubblica, determinate soluzioni e novità.
Sottolineo, poi, la debolezza dell'Europa, di cui spesso ci «sciacquiamo la bocca» e che, peraltro, poco fa, per non dire quasi nulla fa, quando si tratta di confliggere anche solo marginalmente con politiche che, probabilmente, ritiene più grandi di lei o dei suoi uomini.
Ricordo, inoltre, la crisi permanente del Medio Oriente, un'area in cui sappiamo di mettere le mani in un nido di serpenti (lo dico con tutto il rispetto che gli Stati meritano), ossia in un conflitto permanente nel quale ideologia, religione, interessi economici ed interessi strategici rendono difficile qualunque tipo di dialogo.
Sono consapevole della difficoltà oggettiva di fare marcia indietro. Se dovessimo giungere ad una soluzione unilaterale del problema, ossia se noi decidessimo (quando dico noi mi riferisco alle Nazioni Unite e ai paesi più potenti), indipendentemente da quanto sostiene Saddam Hussein, di revocare l'embargo, chiaramente dovremmo aspettarci che di questa mossa lo stesso Saddam Hussein faccia un elemento di vittoria; è chiaro, infatti, che egli urlerebbe al paese che la comunità internazionale si è inginocchiata dinanzi alla sua potenza, alla sua resistenza, alla sua capacità di fare politica. Sappiamo che ciò potrebbe avvenire, ma speriamo anche che le regole del diritto, non quello formale, non quello consolidato, ma del diritto - vorrei parafrasare il collega Pezzoni - dei popoli (un diritto che non esiste ma che, essendo un po' dentro di noi, in realtà in qualche modo esiste) possano prevalere sulle tattiche politiche, sulla strategia per la sconfitta di un regime.
Credo che, se si costringesse l'opinione pubblica, anche e soprattutto quella americana, a riflettere su tale problema, si darebbe un grande apporto non solo in ordine alla situazione dell'Iraq, ma anche con riferimento all'intera politica delle sanzioni. Il sistema delle sanzioni internazionali deve essere ripensato, deve essere rivalutato nei suoi modi, nelle sue forme ed anche nella sua sostanza. Dobbiamo decidere, insomma, se l'oggetto della sanzione internazionale debba continuare ad essere il popolo ovvero (non diciamo i Governi perché ciò sarebbe ridicolo) gli Stati, intesi in modo diverso. Devo dire che da questo punto di vista sarebbe necessaria una grande riflessione. Noi, in Italia, abbiamo dato un apporto fatto semplicemente di spinte in qualche modo nel dibattito parlamentare, ma non vorrei che tale contributo si limitasse, signor sottosegretario, ad essere del tipo di quello che lei ha attribuito al ruolo del Parlamento. Mi riferisco al suo intervento al Senato dove lei si è espresso nel modo seguente: «Capisco bene, tuttavia, che ciascuno ha il suo ruolo; il Parlamento ha soprattutto il ruolo di stimolo, di indirizzo sul piano politico e morale; il Governo ha anche il ruolo di tener presente il contesto dei rapporti diplomatici e quello dei rapporti con gli alleati». No, il Parlamento non è uno «stimolatore elettrico», non è un qualcosa che dice al Governo che «sarebbe bene che tu facessi». Il Parlamento è la centralità della volontà popolare; il Parlamento esprime e revoca i Governi. Il Parlamento non può non tener conto delle alleanze (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania) perché sarebbe una situazione da handicappati, e lo dico con tutto il rispetto dovuto per questa categoria di persone. Il Parlamento, in sostanza, fa questo dibattito che può apparire a Camere vuote, ma noi sappiamo che non è così; svolge questo dibattito non per chiedere cortesemente al Governo di essere attento a questi problemi, ma per dire all'esecutivo che deve operare per risolvere questi problemi perché questa è la volontà del popolo italiano! Non si tratta allora di un problema burocratico! Onorevole Intini, spero che il suo rientro nell'ambito governativo la porti a non sopravvalutare la forza delle burocrazie e i consigli molto paludati dei diplomatici, cioè di gente


Pag. 18

abituata ovviamente a fare alte considerazioni piene di dottrina, ma a considerare che la volontà del nostro popolo è quella di fare una politica diversa rispetto ad un altro popolo!
Il problema vero e profondo che abbiamo di fronte, me ne rendo conto, è un problema anche di alleanze ma - come dicevo prima - il sistema delle alleanze non deve prevalere sulla volontà del nostro popolo perché, altrimenti, dovrei dire che la volontà del popolo americano prevale su quella del popolo italiano: ed io non sono d'accordo su questo (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania), con tutto il rispetto e l'amicizia verso gli alleati americani. Un conto però era la fedeltà, quasi naturale, che avevamo qualche tempo fa, in tempi di bipolarismo - quando la scelta era tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, io non avevo dubbi su chi scegliere ed ingoiavo rospi di traverso se era necessario, perché non avevo scelta -, un altro conto è quanto si verifica oggi, cioè, in un momento nel quale, pur essendovi una situazione delicata sul piano politico e strategico (tutto quello che si vuole), non abbiamo più i condizionamenti negativi di un tempo! Dobbiamo quindi essere parte di quel mondo che si riunisce con grande e legittima prosopopea, qualche volta, nel gruppo dei sette, degli otto paesi che governano il mondo sul piano economico e finanziario, che però su altre questioni non si riunisce in sette o otto, ma vede la prevalenza di due o tre paesi!
Credo, ad esempio, che - ed è una cosa grave - i bombardamenti, con o senza uranio impoverito, effettuati nella no-fly zone siano stati un atto riprovevole sul piano del diritto internazionale e sul piano politico delle alleanze. Che significato ha avuto, infatti, un atto di questo genere? Che due Stati, all'interno di una stessa grande alleanza, fanno quello che gli pare! Allora, perché la stessa cosa non deve valere per altri due Stati che, all'interno della stessa alleanza, fanno quello che vogliono?
Non intendo essere polemico con uno dei nostri alleati, ma voglio riaffermare che quello dell'Iraq non è un problema solo americano perché potrei anche pensare che si tratti di un problema delle compagnie petrolifere americane, ed allora il discorso mi andrebbe meno bene!

SANDRO DELMASTRO DELLE VEDOVE. Bravo!

AVENTINO FRAU. Non è un problema solo di petrolio perché, in tal caso, mi andrebbe ancor meno bene, ma è un problema politico più ampio di stabilità dell'area che sappiamo essere fortemente instabile, di superamento delle vicende irachene e iraniane che hanno caratterizzato il periodo della lunga guerra; è un problema, insomma, di natura internazionale che coinvolge tutti coloro i quali vogliono un clima di pace. Dovremmo ristabilire un principio per il quale noi, considerati paesi ricchi (perché lo siamo), non ci faremo considerare da tutto il resto del mondo come ricchi e arroganti (non vorrei infatti che la gente del mondo guardasse i turisti italiani come noi guardavamo gli americani nel dopoguerra, cioè come i nuovi padroni).
Credo sia utile che la Camera (sono d'accordo con la proposta fatta poc'anzi dal collega Pezzoni) possa arrivare ad una soluzione unitaria come l'ha trovata il Senato.
Penso, inoltre, che la soluzione unitaria serva soprattutto a far capire al nostro Governo che su questa vicenda tutto il Parlamento, senza alibi e senza situazioni di maggioranza e di opposizione, gli impone di compiere un'azione decisa e una vera ricerca, e di esercitare la giusta pressione sugli alleati (e le pressioni giuste si fanno quando si ha qualche carta da giocare, ma se si è nudi alla meta non ci sono troppe carte da giocare). Ritengo, dunque, che il Governo, che ha queste carte, possa ritenere che il Parlamento non sia solo un luogo di proposta e di meditazione ma sia anche il centro della volontà politica del nostro paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e della Lega nord Padania).


Pag. 19

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Calzavara. Ne ha facoltà.

FABIO CALZAVARA. Signor Presidente, le mozioni che sono state presentate e sono state sottoposte alla valutazione dell'Assemblea sono emblematiche di una situazione che si trascina penosamente da nove anni: prima, la guerra del Golfo contro l'Iraq e, poi, il conseguente embargo per troppi versi ingiustificato.
Per un attimo vorrei ricordare che questa guerra è stata voluta in parte per defenestrare un regime che non era più sotto il controllo degli Stati Uniti che lo avevano reso forte e che lo avevano armato di armi batteriologiche in funzione antikomeinista, cioè contro l'Iran che non obbediva e che metteva in discussione il primato degli Stati Uniti d'America in quell'area e soprattutto il primato del controllo petrolifero occidentale.
Dobbiamo constatare che la stessa cosa è accaduta anche con l'Iraq. Infatti, certamente, qualcuno ha ricevuto dei benefici da questa guerra (parlo dei benefici ricevuti dalle lobby dei fabbricanti di armi che abbiamo visto in enormi quantità come non se ne erano più viste dalla fine della seconda guerra mondiale). Vi sono gli interessi delle grandi compagnie petrolifere occidentali, soprattutto di quelle americane ed inglesi, che hanno visto crescere notevolmente i loro affari ed i loro guadagni proprio grazie al blocco dovuto alla guerra e all'embargo del più grande produttore di petrolio al mondo, l'Iraq, che ha una produzione di petrolio di alta qualità perché - voglio ricordarlo - necessita di minore raffinazione e anche perché è situato ad una minore profondità.
Tutto ciò ci suggerisce altre soluzioni per quella guerra in cui l'Iraq è stato trascinato, certamente commettendo un atto proditorio verso il Kuwait - ma ricordiamo che il Kuwait è stato sempre storicamente, culturalmente e linguisticamente parte integrante dell'Iraq -, anche perché certi rapporti segreti ci hanno fatto capire che l'Iraq ha attaccato per approfittare di una situazione antiamericana di quell'area e perché è stato ingannato da certi rapporti segreti che facevano capire che un intervento armato degli Stati Uniti d'America e dei loro alleati sarebbe stato impossibile. Ecco che allora torniamo a ricollegarci con il fatto che qualcuno ha guadagnato e ha speculato su tutto ciò, però questo è all'esame della storia e della politica.
Comunque, queste mozioni sono da sostenere per il lato umanitario che evidenziano nei confronti delle popolazioni interessate. Abbiamo visto tutti, infatti, come i risultati dei bombardamenti sull'Iraq siano stati gli stessi dei bombardamenti sui Balcani e sul Kosovo in particolare, cioè assolutamente nulli per la dittatura in questi paesi e deleteri e dannosissimi, invece, per le popolazioni. Ricordiamo allora che quest'ultime sono composte da vecchi e da donne, ma anche da bambini, per i quali si registra una mortalità del 50 per cento - almeno per quelli di età superiore ai quattro-cinque anni - dovuta non solo alla denutrizione, alla mancanza di apparecchiature e di mezzi per poter operare, in quanto sottoposti ad un ingiustificato ed ingiustificabile embargo, ma anche, purtroppo, al potentissimo inquinamento radioattivo, cancerogeno e tossicologico dovuto alle armi all'uranio impoverito: su questo territorio sono state scaricate più di 300 tonnellate di uranio impoverito, per stessa ammissione del Pentagono e dell'USA Force americana. Sappiamo altrettanto bene, per stessa ammissione dei loro uffici studi, quanto questo materiale sia pericoloso non solo per la sua radioattività, ma proprio per il suo effetto tossicologico, che causa danni irrimediabili di inquinamento ambientale destinati a durare in eterno, in quanto sappiamo che cesseranno tra 4 miliardi e mezzo di anni. E quelle 300 tonnellate di uranio impoverito sono state concentrate sulle città più importanti, più industriali e più popolate dell'Iraq! Ecco perché ormai si registrano migliaia di casi l'anno di deformazioni di nascituri e perché gli stessi sintomi della famosa sindrome del Golfo hanno animato gran parte dell'opinione pubblica degli stessi


Pag. 20

Stati Uniti d'America. Fortunatamente lì si sono mobilitate le forze politiche, per cui negli Stati Uniti e nel nostro continente vi è stato un impatto positivo ed utile - politicamente parlando - alla discussione di questi problemi; ciò grazie anche alla nostra denuncia che qui ribadiamo in quanto indubitabilmente necessaria per rivedere la questione dell'uranio impoverito.
Concludo brevemente, ringraziando del tempo che mi è stato concesso, ricordando come tutta questa vicenda dia una visione di debolezza europea e della politica italiana che dovrebbe indurci a trovare una risposta unica - sono quindi favorevole a una proposta in tal senso - per arrivare, entro tempi brevi e in modo deciso, ad unire tutte le forze politiche presenti in quest'aula nel tentativo di fornire una risposta urgente a un embargo che non può più protrarsi. Le cifre, veramente incredibili e disastrose dal punto di vista umanitario, ci impongono di dare una risposta. Vi sono ormai tutte le carte, i documenti e i numeri per poter dire, purtroppo, che si sta parlando di un lento genocidio di questo popolo. Se intervento umanitario deve esserci, non si deve più ricorrere alla forza ma all'uso delle armi democratiche. Poiché con le mozioni in discussione si impegna fortemente il Governo in questa direzione, dobbiamo trovare il consenso unanime per ovviare con celerità a queste sofferenze inumane e disumane assolutamente distanti dalla democrazia (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega nord Padania, di Forza Italia e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Simeone, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00449. Ne ha facoltà.

ALBERTO SIMEONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, secondo i dati dell'UNICEF, la mortalità infantile in Iraq è aumentata di circa il 200 per cento rispetto al 1990. Sempre secondo dati ufficiali dell'UNICEF, l'aspettativa di vita si è abbassata dai 65 anni per gli uomini e 68 per le donne del 1990 ai 51 anni del 1999. La stessa alfabetizzazione, dall'85 per cento per gli uomini e dal 79 per cento per le donne del 1990, è scesa al 71 per cento per gli uomini e al 48 per cento per le donne, secondo le stime del 1995. Il reddito pro capite, dai 2.800 dollari statunitensi del 1989 è sceso agli appena 35 dollari del 1999. La situazione energetica è diventata assolutamente inadeguata per tutto il paese, sia dal punto di vista dell'alimentazione degli impianti produttori ed erogatori di energia elettrica, sia per quanto riguarda i pezzi di ricambio.
Ecco qual è la situazione che si è determinata in Iraq per l'embargo, in atto ormai da nove anni. Avere attenzione e sensibilità verso un problema che oggi è diventato critico, motivo di dibattito acceso e di arroventata discussione, causa di riflessione profonda e di ripensamento in molti paesi europei è un dovere anche per il Parlamento italiano.
L'embargo nei confronti dell'Iraq, che si protrae ormai dal 1991, più che un'azione volta a favorire la caduta di Saddam Hussein, si è sostanziato solo in un inutile e punitivo atto per la popolazione civile e soprattutto per le fasce più deboli: bambini, donne, anziani e malati.
Gli obiettivi della guerra del Golfo e del conseguente embargo sono, quindi, strategicamente falliti, ma gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, senza prendere atto di questo dato reale, continuano ed insistono nel voler tenere a tutti i costi in piedi la misura restrittiva che porta all'isolamento totale dell'Iraq e della sua popolazione.
Il caso Iraq è esploso nuovamente all'ONU e si sono riacutizzate le divisioni tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, da una parte, che vorrebbero prolungare l'ormai decennale embargo contro Baghdad, e la Francia, la Cina e la Russia, dall'altra, che invece vorrebbero progressivamente normalizzare i rapporti.
Il Consiglio di sicurezza dell'ONU, dopo una discussione assai accesa, ha ritenuto, anche a seguito dei numerosi raid angloamericani nelle no-fly zone, di prolungare per altri sei mesi il programma «cibo contro petrolio»; una proroga


Pag. 21

che Bagdad definisce l'ennesima dose di anestetico somministrata per produrre un ingiusto embargo verso quel paese. Nel frattempo, in Iraq si continua a morire: secondo l'UNICEF in Iraq ogni mese cinque mila bambini sotto i cinque anni muoiono per carenze sanitarie o per altri motivi legati all'embargo, in vigore ormai dal 1990.
In ogni caso tutto ciò non significa e non deve significare che si intende dissociarsi dalla politica degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Le posizioni si sono differenziate e devono essere differenziate anche a livello europeo. Si manifestano a livello europeo scelte diverse tra i membri dell'Unione: la Francia non è sulla stessa lunghezza d'onda dell'Inghilterra, così come non lo sono la Spagna, il Portogallo e la Grecia, paesi che hanno riaperto le loro sedi diplomatiche a Bagdad.
Anche a livello di Parlamento europeo si sta tentando di accelerare le azioni perché si arrivi ad una revoca dell'embargo. Questo non significa - lo ripeto - voler assolutamente dissociare la nostra politica da quella dei paesi alleati che in ogni caso vantano anche meriti conquistati con tante azioni a difesa della democrazia e dei diritti del nostro paese.
Nessuno vuol disconoscere tutto ciò né proporre chissà quale traumatico personaggio su altre sponde. Il problema è che il Parlamento italiano deve votare per sollecitare il Governo italiano a compiere tutti i passi necessari nei confronti degli Stati Uniti e concordare sulla cessazione dell'embargo nei confronti dell'Iraq, paese dilaniato da continui bombardamenti nel corso di questi anni che hanno solo accresciuto la sofferenza ed il dolore della popolazione civile senza scalfire il potere di Saddam Hussein e senza neppure favorire un cambiamento al governo del paese iracheno.
Si può continuare a tenere congelata, isolata, una parte del mondo arabo? Si può continuare a far patire la fame, la miseria, le malattie, a migliaia se non a milioni di bambini? Si può continuare ad assistere in silenzio all'agonia di una popolazione fiaccata e condannata duramente a pagare un costo altissimo ed insopportabile? Fino a quando si può considerare giusta e civile una condizione del genere? Per giudicare, signor Presidente, bisogna andare in Iraq, bisogna viaggiare per quel paese perché solo così si potrà toccare con mano la situazione in cui si trova. La gente soffre, la gente patisce maledettamente, la gente muore.
Il viaggiatore che si reca a Bagdad tocca con mano l'inumanità dell'embargo e le sue conseguenze devastanti. Negli ospedali si muore per nulla, si muore per dissenteria, si muore anche per la più banale delle infezioni perché mancano i medicinali più banali, come per esempio la penicillina. Se poi si entra nell'ospedale pediatrico di Bagdad, i bambini muoiono davanti agli occhi dei visitatori i quali non possono fare a meno di ascoltare le urla delle mamme che assistono alla morte dei loro bimbi. Quell'urlo, che ho avuto occasione di ascoltare quando mi sono recato in visita in un ospedale pediatrico, mi accompagnerà per tutta la vita perché non ferì soltanto coloro che si trovavano a passare di lì ma anche tutta l'umanità: la morte di quei bambini è infatti la morte di tante madri, è la morte di tutto il mondo.
Sono trascorsi sette minuti dall'inizio del mio intervento ed è morto un altro bambino in quel paese perché lì ogni sette minuti muore un bambino. C'è di più, onorevole Presidente, l'Italia e l'Europa non possono assistere in silenzio all'agonia del popolo iracheno, devono trovare una via d'uscita, devono essere capaci di rispettare i principi umanitari, devono rispettare i principi che vengono dettati dalla civiltà. L'Europa non può continuare ad assistere inerme, l'Europa deve fare qualcosa e in questo caso deve rivendicare un ruolo, anche autonomo, nei confronti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, senza con questo mettere in discussione un'alleanza sancita da tanti positivi riscontri leali, per guidare un processo di avvicinamento nei confronti di quel mondo arabo che non è più opportuno tenere prigioniero di un isolamento che si


Pag. 22

sta rivelando assurdo e controproducente sul piano politico, ingiusto e crudele sul piano umano e civile.
Si può - ecco un'altra domanda importante - lasciare fuori dalla possibile conoscenza europea e mondiale una città come Bagdad che alle miserie e sofferenze di oggi affianca tesori di millenarie e grandiose civiltà con le quali la civiltà europea si deve poter confrontare nella conoscenza, nello studio e nella ricerca, così da rendere possibile la fruizione di tanti tesori d'arte di oggi di fatto come cancellati.
Vi sono evidenti buone ragioni politiche per avviare una fase diversa, per spingere l'Iraq ad aprirsi a colloquio con l'Europa ma l'Europa deve iniziare questo colloquio vincendo le resistenze degli Stati Uniti d'America e della Gran Bretagna.
Vi sono urgenze umanitarie per porre fine all'attuale stillicidio di sofferenze del popolo iracheno. Bisogna eliminare l'embargo e consentire l'avvio di quel processo di scambi e contatti che è sempre foriero dello sviluppo e della crescita della civiltà democratica. È necessario, allora, porre fine all'embargo, sollecitare l'Europa a prendere posizione sulla questione, sollecitare gli Stati Uniti e la Gran Bretagna a rivedere una posizione che si sta rilevando sempre più assurdamente punitiva e assolutamente inutile. Il suggerimento è la risoluzione che il voto del Parlamento italiano deve auspicare nella sua più grande unità. In tal modo si fa una scelta che la storia giudicherà opportuna o, meglio, necessaria e positiva e contemporaneamente si aiuta un intero popolo a sfuggire alla condanna irreversibile ad una vita di sofferenze e privazioni. Si aiutano, soprattutto, i bambini iracheni a sognare e a sperare in un futuro migliore per il proprio paese.
Signor Presidente, abbiamo lanciato appelli al Santo Padre e al Presidente Ciampi: è proprio di qualche ora fa un ulteriore appello di Sua Santità Giovanni Paolo II perché si revochi l'embargo; abbiamo lanciato appelli perché il Santo Padre e il Presidente della Repubblica Ciampi si facciano interpreti del grido di dolore del popolo iracheno ed intercedano, con la loro autorevolezza morale e politica, per la revoca dell'embargo. Abbiamo stigmatizzato il silenzio di gran parte della stampa sulla visita del Presidente del Parlamento iracheno Humadi, alla quale non è stata data la necessaria pubblicità, forse perché è un problema che si deve tacere; forse è un problema di fronte al quale, quando si conoscono le cifre delle morti di migliaia o milioni di bambini, si inorridisce e ciò si vuol tenere oscuro alla stragrande maggioranza della gente.
Signor Presidente, sono state censurate le dichiarazioni rese al Senato dal sottosegretario di Stato per gli affari esteri, Intini, il quale molto pilatescamente ha fatto riferimento ad una migliore applicazione della risoluzione n. 1284 per migliorare le condizioni socio-sanitarie della popolazione irachena. Ma forse il sottosegretario di Stato per gli affari esteri ignora che il Parlamento europeo, all'unanimità, ha chiesto che il Consiglio di sicurezza chiarisca i termini di quella risoluzione. Proprio il Parlamento europeo, all'unanimità, nella seduta del 17 gennaio 2000, ha fatto voti perché sia revocato l'embargo e perché cessino le azioni militari nelle zone no-fly a nord e a sud del paese.
Signor Presidente, sono stato due mesi addietro a Bagdad e mi stavo spingendo fino ad Ur quando fui fermato, insieme all'onorevole Delmastro Delle Vedove (che mi accompagnava in quella missione) perché si stava bombardando la città e tutta la zona adiacente. Questa è la forza della democrazia o è la forza della potenza degli Stati Uniti d'America e della Gran Bretagna? Non basta tutto ciò che si sta verificando nel Consiglio di sicurezza dell'ONU perché si possano finalmente mettere la Gran Bretagna e gli Stati Uniti di fronte alle loro responsabilità e trovare, in maniera forte, fortissima e decisiva una via per la revoca dell'embargo? Sono passati altri 7 minuti: è morto un altro bambino. È la morte dell'innocenza e con l'innocenza muore anche il mondo, quel mondo che mi auguro possa


Pag. 23

essere più sensibile alla tragedia biblica che si sta consumando in quel paese (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e della Lega nord Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Delmastro Delle Vedove. Ne ha facoltà.

SANDRO DELMASTRO DELLE VEDOVE. Signor Presidente, dopo gli interventi che mi hanno preceduto non voglio indulgere in considerazioni di tipo umanitario perché sarebbe effettivamente ultroneo. Voglio porre, invece, alcuni quesiti al sottosegretario di Stato per gli affari esteri, onorevole Intini, per conoscere la posizione del Governo, e soprattutto ciò che intende fare per porre fine senza ulteriori indugi (non fra qualche mese o fra qualche settimana, ma fra qualche giorno), anche con atti unilaterali, ad un genocidio che disonora tutto l'occidente. Vede, sottosegretario Intini, la mia preoccupazione nasce dal fatto che in data 2 marzo 1999 - e vedo qui in aula l'onorevole Achille Occhetto - la Camera dei deputati aveva già approvato una risoluzione con la quale si chiedeva una maggiore attività in vista di una revoca dell'embargo che attanaglia l'Iraq e della riapertura della nostra ambasciata in Iraq e dell'ambasciata irachena a Roma.
In quella circostanza l'onorevole Achille Occhetto ha testualmente dichiarato: «Siamo partiti dalla convinzione sempre più diffusa che l'embargo decretato dall'ONU nei confronti dell'Iraq non abbia risolto alcuno dei problemi per cui era stato decretato, ma si sia risolto soltanto in un peso crudele per la popolazione». Il presidente della Commissione esteri in tale circostanza riteneva, proprio in ragione della tragica gravità della situazione della popolazione irachena, di sottolineare anche l'importanza di atti di natura unilaterale finalizzati alla normalizzazione dei rapporti tra la comunità internazionale e l'Iraq.
Questa importante risoluzione e le gravi dichiarazioni rese del presidente della Commissione esteri risalgono, ripeto, al 2 marzo 1999. Il collega Simeone ci ha ricordato che ogni sette minuti muore un bambino, sottosegretario Intini: lei può fare il conto della tragedia che dal 2 marzo 1999 al 12 giugno 2000 si è consumata e noi a questo gioco di barbarie non vogliamo starci più.
Allora mi chiedo e vi chiedo che cosa accadrà se verrà approvata un'altra risoluzione: ci troveremo nuovamente qui a parlare tra un anno e mezzo, in una giornata come quella di oggi, essendo tutti d'accordo, mentre ogni sette minuti continuerà a morire un bambino, da qui ad altri diciotto mesi, per tutte le malattie ed i bombardamenti che abbiamo già ricordato? Vede, ha ragione l'onorevole Simeone, bisogna andare là, sottosegretario Intini, per capire che cosa accade, bisogna vedere con i propri occhi. Bisogna vedere con i propri occhi le immagini di bimbi che pensavamo fossero ormai confinate nelle tragiche fotografie dei campi di concentramento tedeschi e invece, nel 2000, sono ancora reali; i bimbi si abbarbicano alle gambe del visitatore perché lo vedono vestito da occidentale e presumono che possa dar loro qualche moneta, presumono che possa consentire loro di sopravvivere almeno per quel giorno.
Allora capisce, sottosegretario Intini, che facciamo fatica a comprendere come si possa tentare - come ha fatto lei al Senato, in data 6 giugno - di distinguere il momento del Parlamento dal momento del Governo. Anche in termini costituzionali, non vorrei mai far parte di un Governo che non sia in grado di tradurre in fatti operativi e concreti un'unanimità come quella che stiamo vedendo in quest'aula, dall'estrema sinistra fino all'estrema destra, senza distinzione alcuna, fermo restando il quadro delle alleanze, fermi restando i giudizi sulla persona di Saddam Hussein. A questo proposito, poi, debbo dire che francamente faccio non poca fatica a comprendere come abbia potuto, il campione dell'occidente che bombardava Khomeini, che andava bene agli americani e da questi veniva armato, trasformarsi nel Satana del mondo intero


Pag. 24

nel momento in cui agli americani non faceva più comodo. Faccio, ripeto, molta fatica e tutto ciò mi fa comprendere che probabilmente c'è qualcosa che non va.
Allora, signor sottosegretario, vorrei da lei anche dei chiarimenti di natura giuridica (già l'onorevole Frau, insigne cultore del diritto internazionale, ha affrontato taluni temi). Voglio chiederle come si atteggi il Governo italiano in termini di diritto internazionale in ordine alle no-fly zone, che costituiscono atti di vera e propria pirateria internazionale, non avendo mai avuto alcuna legittimazione dalle Nazioni Unite. Voglio anche ricordarle che il 2 agosto 1990 il Consiglio di sicurezza emanava la risoluzione n. 661 che stabiliva il regime delle sanzioni globali, che non aveva alcun precedente nella storia delle Nazioni Unite. Dieci giorni più tardi, veniva approvata la risoluzione n. 665: il Consiglio di sicurezza, cioè, non pago, imponeva il blocco marittimo per rafforzare il regime delle sanzioni.
Un mese più tardi, il Consiglio di sicurezza dell'ONU, approva la risoluzione 670 che, richiamando la precedente risoluzione, aggiunge «anche tutti i mezzi di trasporto, ivi compresi gli aerei». Personalmente, non ho mai creduto all'uso dell'embargo, che era già fallito, nei confronti dell'Italia, con le famose sanzioni che altro non avevano ottenuto se non il risultato di rinsaldare il popolo italiano con il capo di allora (non siamo stati neanche capaci di capire che la storia avrebbe potuto insegnarci qualcosa). Comunque, nonostante tre risoluzioni successive a distanza di un mese e mezzo, non paghi della situazione, nel novembre 1990, vale a dire quattro mesi dopo, malgrado l'embargo totale che avrebbe dovuto piegare l'Iraq, gli Stati Uniti d'America richiedono ed ottengono la famigerata risoluzione n. 678 che, invece di attendere l'esito dell'embargo - perché questa misura, per essere efficace, richiede del tempo -, autorizza ad utilizzare tutti i mezzi necessari, ivi compresa la forza, in palese violazione della stessa carta istitutiva delle Nazioni Unite (chiedo che il Governo si pronunci su tale questione).
Oltre alle parole dell'onorevole Achille Occhetto, registriamo gli appelli disperati, tra cui, da ultimo, quello del Pontefice, ma anche di padre Jean Marie Benjamin che, nel gennaio 1999, sul quotidiano Liberazione ha scritto: «L'ONU è rimasta a guardare un genocidio che ha superato, dal 1991 ad oggi, 1 milione di vittime. La FAO, l'UNICEF e l'UNESCO hanno fornito cifre che parlano di 5, 6, 7 mila bambini morti ogni mese per le conseguenze dell'embargo: un vero e proprio campo di concentramento sul quale si è riversata, nel 1991, cinque volte la potenza delle bombe di Hiroshima e, ora, di altre bombe». Il quadro, onorevole Intini, è proprio questo.
Anche per quanto riguarda il viaggio del Pontefice, i giornali hanno riportato del tempestoso incontro fra il segretario di Stato americano signora Albright - che, non paga di quanto accaduto in Iraq, ha voluto fare, forse perché dal suo punto di vista repetita iuvant, la stessa cosa in Kosovo, come ha detto l'onorevole Rizzi - e monsignor Tauran in cui è stato messo in discussione il viaggio del Pontefice ad Ur. La questione è stata discussa al punto tale che Giovanni Paolo II, con tristezza, ha dovuto rinunciare ad un viaggio che non era certamente politico, ma che avrebbe segnato l'inizio dell'anno giubilare con la visita alla casa di Abramo. Onorevole Intini, l'onorevole Simeone ha già ricordato che, nel viaggio che abbiamo fatto insieme in Iraq, siamo stati fermati a 35 chilometri da Ur, perché mentre stavamo arrivando era in corso un bombardamento: Ur è un piccolo villaggio dove non c'è assolutamente nulla, tranne la casa di Abramo. Nonostante tutto stavano bombardando quella città!
Le chiedo, onorevole Intini, visto che è persona ricca di sensibilità, se possiamo permetterci il lusso di fare distinzioni tra Parlamento e Governo, il quale deve tenere conto dell'equilibrio internazionale. Mi chiedo quanto coraggio in più del nostro abbiano gli altri governi europei che hanno già riaperto le loro ambasciate a Bagdad. Infatti, sia io sia l'onorevole Simeone abbiamo visto la bandiera tedesca al centro di Bagdad, perché è aperta


Pag. 25

l'ambasciata di quel paese, così come l'ambasciata spagnola: anche questi due paesi fanno parte della NATO. A questo punto vale quanto detto dall'onorevole Frau: non si mette in discussione l'alleanza perché si critica l'alleato, ma l'alleanza si rafforza se vi è parità di atteggiamenti nei confronti dell'alleato. Inoltre, all'alleato che non voglia essere padrone, ma anche solo primus inter pares, il Parlamento ha il sacrosanto dovere di dire che l'Italia non ci sta ad un massacro indiscriminato di questo tipo (spero di parlare anche agli organi di informazione). Nell'intervento dell'onorevole Frau ho colto una battuta, ma credo che sia una drammatica realtà. L'onorevole Frau ha parlato di Striscia la notizia. Onorevole Intini, sono stato a Bagdad per due volte; quando tornavo nel mio collegio venivo sbeffeggiato perché qualcuno mi chiamava: onorevole Saddam, onorevole Hussein. E questo perché l'informazione è giunta ad un livello di degenerazione per cui era già una colpa essere entrato all'interno dei confini del diavolo!
Ebbene, io ringrazio ufficialmente dall'aula del Parlamento questo controtelegiornale di controinformazione che per la prima volta, sia pure con i toni di Striscia la notizia, ha detto ciò che tutta la stampa di informazione non ha mai avuto il coraggio di dire in dieci anni, cioè che si uccidono donne, vecchi e bambini.
Prima di concludere, onorevole Presidente, vorrei ricordare che insieme all'onorevole Simeone sono andato a vedere lo scempio di El Ameria, il rifugio nel quale si è avuta la prova della perfezione della tecnica statunitense. Gli aerei sono passati sopra quel rifugio una prima volta riuscendo a fare con un missile un buco terrificante sul tetto del rifugio; sono poi passati per la seconda volta e con la loro mirabile tecnica sono riusciti con un secondo missile a centrare esattamente il buco fatto in precedenza. Quattrocentocinquantatré morti, onorevole Intini! Bambini, donne e vecchi! E ciò in un rifugio che per definizione non può essere stabilimento militare. Abbiamo persino visto l'unica fabbrica di latte in polvere del paese bombardata dagli americani!
Infine, onorevole Intini, le ricordo una notizia che risale a tre mesi fa: la scoperta del blocco da parte delle Nazioni Unite di una partita di farmaci per la cura delle malattie cardiovascolari, perché contenevano - pensate un po'! - la glicerina. Dal momento che con la glicerina sarebbe teoricamente possibile produrre la nitroglicerina, immaginando che in Iraq, dove non vi è più l'acqua per bere, come hanno avuto modo di dire altri colleghi, vi siano impianti capaci di trasformare il contenuto di pillole destinate alla terapia di malattie cardiovascolari per produrre la nitroglicerina - soltanto la fantasia sfrenata degli amerikani con la «kappa» può pensare una cosa del genere -, si è bloccata l'importazione di questi farmaci.
Inoltre, lo dico rivolgendomi agli animalisti, vi sono 50 tori che si trovano fermi da tempo immemorabile in una parte del golfo di Aqaba. Erano tori da monta importati per cercare di incrementare nuovamente la pastorizia; sono bloccati perché, in base alle norme internazionali, possono entrare in un paese soltanto se sottoposti a vaccinazioni. Ma poiché tra i componenti di queste vaccinazioni ve ne era uno (non ricordo più quale e nemmeno lo voglio ricordare, tanto è lo sdegno che ha suscitato in noi questa vicenda) che poteva avere un'applicazione di tipo militare, ci sono 50 tori, lo ripeto, che sono tenuti fermi nel golfo di Aqaba.
Onorevole Intini, è questa la situazione! Noi abbiamo la pretesa molto rispettosa ma anche molto ferma di chiedere al Governo, che lei autorevolmente rappresenta in questo momento, che non si limiti a dire: vedremo di fare qualcosa. Abbiamo la pretesa di chiedere al Governo, in un sussulto di orgoglio che deve essere il frutto di un ricordo di italica capacità di essere civiltà, di adottare anche atti unilaterali non dico di rottura nei confronti degli alleati ma tali da infrangere il mostruoso clima di silenzio intorno ad uno sterminio che disonora tutta l'umanità. La coralità degli atteggiamenti emersi dal dibattito parlamentare impone al Governo di fare qualcosa fin da


Pag. 26

domani mattina perché è inammissibile che ci possa essere in questo mondo un onorevole Simeone che si alza in piedi per ricordare che ogni sette minuti muore un bambino. Ogni atto che noi non compiamo con la dovuta energia nei confronti di questa situazione ci rende complici, ogni sette minuti, di un assassinio (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia, della Lega nord Padania e Misto-Rifondazione comunista-Progressisti - Congratulazioni)!

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

Back Index Forward