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PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Taradash n. 2-02379 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 13).
MARCO TARADASH. L'interpellanza fa riferimento alla visita che è stata fatta in Italia tra il 22 ottobre e il 6 novembre 1995 dal Comitato per la prevenzione della tortura sulla base dei poteri che gli sono stati conferiti dalla Convenzione europea per la prevenzione della tortura. Dopo una visita effettuata in varie postazioni di polizia, della Guardia di finanza e dei carabinieri e in svariate carceri italiane, il Comitato ha pubblicato, il 4 dicembre 1997, un rapporto in cui si formulavano osservazioni e raccomandazioni indirizzate al Governo italiano. Il Governo italiano ha diffuso questo rapporto con la sua risposta soltanto all'inizio dell'anno 2000, quindi a distanza di cinque anni dalla visita del Comitato per la prevenzione della tortura. Va tenuto presente che il Comitato si era già recato in Italia nel 1992 e che anche in quell'occasione aveva pubblicato un rapporto. Nel rapporto pubblicato nel 1997 il Comitato richiama il precedente rapporto per dire che la situazione non è cambiata e anzi si è aggravata.
Sintetizzo quanto è riferito nell'interpellanza, che pone questioni inquietanti al Governo. Ci è giunta notizia fra l'altro, nelle ultime settimane, soprattutto dopo la vicenda di Sassari, di numerosi allarmi sulla situazione delle carceri in Italia. A Sassari sono stati arrestati 82 agenti di custodia. Anche sulla facilità di decidere della custodia cautelare si dovrebbe discutere, ma questo sarà merito di altra interpellanza. Qui si sta discutendo del fatto che a Sassari si arrestano 82 agenti di custodia accusati di maltrattamenti nei confronti di molti detenuti. Contemporaneamente giungono notizie da altre carceri italiane di maltrattamenti: solo ieri da Rebibbia, poi da Regina Coeli, da San Vittore e da altre carceri italiane. Quasi il paese si meraviglia di leggere simili notizie.
e alla formazione professionale degli appartenenti alle forze dell'ordine e agli agenti penitenziari.
FILIPPO MANCUSO. È tortura!
MARCO TARADASH. ...tanto che, al riguardo, il Comitato sottolinea il principio generale secondo il quale la detenzione rappresenta una sanzione e che essa deve limitarsi alla privazione della libertà. Sappiamo benissimo come sia difficile in certe situazioni non applicare misure di restrizione. Ho però ricevuto l'altro ieri, ad esempio, la lettera di un detenuto che si trova in condizioni di isolamento da sette anni. Costui ha diritto ad una visita al mese da parte dei familiari i quali, per le condizioni finanziarie in cui versano, non possono recarsi a trovarlo che una volta ogni quattro mesi. Costoro hanno diritto ad una visita di un'ora dietro ad un vetro. Si tratta di un detenuto condannato all'ergastolo, a pena grave, ma con una moglie e dei bambini piccoli, il quale non può in alcun modo avere contatti se non tre volte l'anno attraverso una vetrata. Non si riesce veramente a comprendere cosa possa entrarci questo con i sistemi di sicurezza che debbono impedire il contatto con un condannato sospettato di appartenenza a banda armata. In realtà, vi è una prassi di leggerezza per cui l'articolo 41-bis nel nostro paese viene usato, ormai esclusivamente, a fini afflittivi, in modo tale da portare la persona che è sottoposta a questo regime a collaborare con le autorità di polizia e con la magistratura.
Potrei citare ancora svariati passaggi da questo documento, che è a disposizione di tutti, ma non lo farò. A questo punto vorrei sapere dal Governo cosa abbia fatto a seguito di quel documento ed affermare anche che, avendo letto il rapporto dell'esecutivo in risposta a quello del comitato per la prevenzione della tortura, non è sufficiente richiamare la necessità di nuove leggi o anticipare la costruzione - sempre a venire - di nuovi carceri, come se il problema fosse esclusivamente quello di avere strutture materiali migliori a disposizione. Non è soltanto questo. È in discussione la funzione del carcere, se il carcere debba servire alla società per garantire la sicurezza e, al tempo stesso, offrire l'opportunità ai detenuti di uscire dalla loro condizione di appartenenti al mondo criminale, oppure se il carcere serva esclusivamente a coprire falle, a trasferire in luoghi chiusi una minima parte dei problemi che non si riesce a risolvere sotto il profilo della sicurezza e, al tempo stesso, ad affiancare - la visita del comitato per la prevenzione della tortura lo dimostra - le indagini di polizia e quelle della magistratura in termini tali da negare i precetti costituzionali.
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Taradash.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, è evidente che, ad un'interpellanza così corposa, che investe la questione carcere, il senso del carcere, il significato della pena, la risposta non può essere sbrigativa e neppure evasiva.
assieme sulle linee che bisogna cogliere, per chiunque sia su questi banchi o su quelli del Parlamento. Se noi pensiamo, infatti, che su tale tema si possa appunto etichettare chi vi parla come solo un Don Chisciotte, credo che non faremmo un passo in avanti.
FILIPPO MANCUSO. In che anno è stato editato?
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Credo quattro anni fa.
FILIPPO MANCUSO. Percentualmente è un regresso!
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. In un anno i detenuti sono aumentati di 6 mila unità senza cambiare le leggi, in base però alla pulsione, reale fra le forze politiche, della spinta alla sicurezza e della richiesta di tolleranza zero. Sono 6 mila! Ci avviciniamo a battere il record di presenza di detenuti nella storia repubblicana.
carcere avrebbe invece bisogno di una riflessione seria, costante, approfondita, di essere tolto dal cono d'ombra a cui far seguire scelte politiche forti, coraggiose e innovative, anche rischiando. Come la libertà è rischio, così anche le azioni di riforma nel carcere sono rischiose, però per agire in questo modo occorre non avere la preoccupazione che c'è qualcuno pronto a sparare addosso.
FILIPPO MANCUSO. Non è vero!
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Lo conosco benissimo; dico che è vivibile perché in quelle condizioni il fatto che non vi sia un'esplosione significa che in questi anni sono state costruite le basi per una convivenza tra direzione, operatori e detenuti che consentono a quella pentola a pressione di non esplodere. In quelle condizioni, a San Vittore si svolgono comunque attività significative ed importanti: si stampa un periodico (Magazine) molto bello; si è prodotto il film Campo corto; si è prodotta un'opera d'arte; si tengono importanti corsi; vi è un rapporto con la regione Lombardia. Si lavora anche nel carcere di San Vittore in quelle condizioni che ricordava l'onorevole Mancuso. Gli episodi di violenza che egli segnalava datano a molti anni fa, ma non si concretizzarono nel carcere bensì prima che i detenuti ci venissero rinchiusi.
già distribuita presso tutti gli istituti. Tale nuovo registro, a differenza di quello precedentemente in uso, è suddiviso in più colonne contenenti date e orari delle visite, generalità del detenuto, esame obiettivo, diagnosi e prognosi, proposte e prescrizioni, dichiarazioni rilasciate dal detenuto interessato, valutazioni del sanitario sulla compatibilità o meno tra le dichiarazioni e le risultanze dell'esame obiettivo. Vi è anche una colonna ove vanno annotate le determinazioni del direttore dell'istituto.
nella quale, tra le altre novità, vi è chiara e netta l'indicazione dell'uso del metadone, non solo a scalare, ma anche a mantenimento, diretta a superare le prassi negative di molti SERT. Così, ad esempio, nel carcere romano di Regina Coeli oggi il SERT dà il metadone, mentre la crisi di astinenza di Marco Giuffreda a novembre dello scorso anno in quel carcere fu trattata dal medico del SERT con antiemetici e antipiretici.
di Roma-Rebibbia è da tempo in corso di sperimentazione il cosiddetto «progetto Ulisse» che prevede la costituzione di cooperative che già all'interno degli istituti programmino la progressiva dismissione dei detenuti malati attraverso la loro collocazione in comunità esterne di sperimentazione ed inserimento.
Con riferimento al terzo quesito concernente i denunciati casi di maltrattamento, con particolare riguardo ai fatti accaduti presso il centro penitenziario di Secondigliano e nell'istituto di Sassari, basterà ricordare, quanto ai primi, che la procura della Repubblica di Napoli ha avviato il procedimento penale n. 92572/96, a carico di 20 agenti di polizia penitenziaria in relazione agli ipotizzati reati di abuso di autorità e lesioni personali (articoli 608 e 582 del codice penale).
prevede infatti nuove misure e disposizioni per quanto riguarda il lavoro, lo studio, la condizione degli stranieri in carcere, i servizi igienici e sanitari: è un pezzo di riforma.
MANLIO CONTENTO. Era San Vito al Tagliamento e Pordenone, signor sottosegretario, come lei sa benissimo. Mi perdoni l'interruzione.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Non è casuale questa formulazione, onorevole Contento.
MANLIO CONTENTO. Lo spero per lei e non per me.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Non vorrei che la sua fosse una minaccia.
MANLIO CONTENTO. No, altrimenti andrei ad allargare la frotta della domanda a cui lei faceva riferimento!
PRESIDENTE. Non minacciatelo interrompendolo: lasciatelo continuare.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Ad ulteriori mirati interventi di ristrutturazione degli istituti penitenziari, volti al medesimo fine di aumentare, da un lato, la capienza delle strutture e, dall'altro, di migliorare le condizioni di vita dei detenuti, si potrà provvedere con i fondi che saranno resi disponibili, in sede di assestamento di bilancio, per un importo di 50 miliardi di lire riferito a ciascuno degli esercizi finanziari 2000 e 2001.
ogni modo si sta valutando come riprendere il progetto e appunto portarlo a conclusione.
PRESIDENTE. L'onorevole Mancuso, cofirmatario dell'interpellanza, ha facoltà di replicare.
FILIPPO MANCUSO. Signor sottosegretario, lei non riuscirà ad annegare il nostro scontento nel profluvio delle parole pronunciate. Era doveroso, rispetto alle problematiche che sono state poste, perorare la causa del futuro, causa sempre vinta dai chiacchieroni, quando si tratta cioè di prospettare ciò che manca ma al tempo stesso ciò che si fa, soprattutto legando - come direbbero i cuochi - una cosa e l'altra in una besciamella di luoghi comuni, che manifestano lo scontento, propiziano un futuro di rivendicazioni civili, aprono alla politica e allo Stato situazioni sperate, sempre auspicate, mai avveratesi.
non ha senso se esso vuole sottolineare un'ipotetica esagerazione dell'onorevole Taradash rispetto alle sensibilità costituzionali che questo Stato e questo Governo hanno verso il problema della detenzione e della penalizzazione delle condotte illecite.
FRANCO CORLEONE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Questo no!
FILIPPO MANCUSO. Su per giù, non era così, ma allora fu così.
delle leggi, soprattutto da parte di coloro i quali ne sono i principali custodi. Questo sottintendeva la nostra interpellanza.
L'onorevole Taradash ha facoltà di illustrarla.
Il Comitato per la prevenzione della tortura ha effettuato una nuova visita all'inizio di quest'anno, ma ancora, stando a quanto mi risulta, non abbiamo gli esiti della visita stessa.
Se il Governo avesse avuto attenzione a quanto riferito dal Comitato di prevenzione della tortura, la meraviglia non ci sarebbe stata anche perché forse il Governo sarebbe intervenuto per correggere una situazione che nel corso degli anni non si è modificata e, anzi, si è aggravata.
Si tratta di una situazione che contempla le più svariate forme di offesa ai diritti umani; segnalo, ad esempio, che il Comitato si è dichiarato particolarmente preoccupato delle informazioni raccolte nel carcere di San Vittore dove nelle quattro settimane precedenti la visita un detenuto circa su cinque tra quelli arrivati si era lamentato di maltrattamenti inflitti nelle ore successive al momento del suo arresto e presentava lesioni fisiche e altri segni che confermavano le sue dichiarazioni. Rispetto a tali fatti, richiamando il rapporto precedente al 1992, il Comitato di prevenzione della tortura era arrivato alla conclusione che coloro che vengono privati della libertà ad opera delle forze dell'ordine, soprattutto se stranieri e/o arrestati per reati legati agli stupefacenti, corrono il rischio non irrilevante di essere maltrattati. La situazione del carcere di San Vittore era peggiorata rispetto alla visita precedente.
In questo caso si parla di stranieri e di tossicodipendenti, ma la situazione investe sicuramente casi molto diversi fra loro. Ricordo, per fare un esempio, che in relazione all'omicidio di Marta Russo esiste la registrazione di un colloquio tra persone che erano state in un primo momento fermate. Queste persone, non sapendo di essere registrate, parlano delle botte ricevute durante il loro stato di fermo. Ricordo che Salvatore Ferraro, uno degli imputati, ha presentato denuncia per essere stato malmenato una volta arrivato nella questura. Chi gira le carceri è a conoscenza di tanti episodi di questo genere; vi sono un'abitudine e una prassi, specialmente negli uffici della questura e, in alcuni casi nelle stazioni dei carabinieri, di usare la mano forte nei confronti di cittadini che sono oggetto di indagini.
Non mi risulta che su questo problema il Governo abbia adottato alcun intervento, nonostante le ripetute denunce del comitato europeo di cui trattiamo. Il documento del Comitato riferisce che, anche nel carcere di Poggioreale, un gran numero di detenuti ha affermato di essere stato picchiato da membri della polizia penitenziaria che ricorrerebbero a tale metodo nella fase di ammissione nell'istituto per istruire i detenuti sulle regole di comportamento cui devono attenersi e per punirli per ogni azione non conforme a quelle regole. Tali affermazioni - si legge nel rapporto - sono state confermate anche da altre fonti.
Quando mi sono recato nel carcere di Poggioreale - mi è capitato più volte - mi sono meravigliato per il modo in cui i detenuti si avvicinavano ad un parlamentare, senza quel minimo di spontaneità che anche in una situazione difficile come quella di un carcere (e di quel carcere) dovrebbe manifestarsi quando si ha l'occasione di parlare con chi viene a fare una visita di ispezione.
Il Comitato ha chiesto al Governo italiano nel 1992 e lo ha ripetuto nel 1995 di far svolgere un'inchiesta da un'autorità indipendente sul modo in cui vengono trattati i detenuti sia al momento del loro arresto sia nel primo interrogatorio; ha chiesto anche che sia data priorità assoluta all'insegnamento del diritto dell'uomo
Conosciamo la situazione difficilissima degli agenti penitenziari e il modo altrettanto difficile quanto quello dei detenuti in cui devono passare le loro giornate; sappiamo anche - e i dati più recenti li ho avuti dal carcere di Rebibbia - che gran parte degli agenti penitenziari finisce per mettersi in malattia di fronte alle difficoltà che non riescono a superare. L'ultima volta che sono stato a Rebibbia la media dei malati era del 30-35 per cento e ciò significa un aggravio di lavoro per gli altri ed un'insoddisfazione diffusa che abbiamo registrato anche nelle ultime settimane.
Il Comitato chiede anche un intervento sui medici penitenziari e che venga ottimizzato il cosiddetto registro 99, redatto a seguito dell'esame medico a cui vengono sottoposti i nuovi detenuti, con riferimento sia alle eventuali denunce di maltrattamenti subiti, sia ai rilievi medici operati in relazione ad esse. In pratica afferma che i medici penitenziari non osano dire la verità e richiama il Governo sul fatto che la legge che prevede che in casi eccezionali i detenuti possano non essere assistiti dal difensore per cinque giorni non rientra tra le categorie connesse ad uno Stato di diritto.
Vengono poi analizzate altre situazioni, ad esempio quella dei detenuti sottoposti al regime di cui all'articolo 41-bis. Il Comitato osserva che non vi è alcun dubbio che questo sistema è di natura tale da provocare effetti dannosi che possono determinare l'alterazione delle facoltà sociali e mentali, spesso irreversibilmente, e si raccomanda l'adozione di misure urgenti e che, in generale, l'intero sistema sia oggetto di riesame, poiché appare poco chiaro - afferma il comitato - il rapporto tra l'obiettivo dichiarato di quel sistema, cioè impedire la costituzione ed il consolidamento dei legami tra un detenuto ed il suo gruppo di appartenenza, e certe restrizioni imposte, come la sospensione totale della partecipazione alle attività culturali, ricreative, sportive, la sospensione dal lavoro, le limitazioni nei colloqui con i familiari e l'ora d'aria.
Il rapporto rileva altresì che si può dubitare che un obiettivo non dichiarato del sistema sia quello di agire come un mezzo di pressione psicologica al fine di provocare la dissociazione o la collaborazione, cosa che in altri termini si può definire tortura, signor sottosegretario...
Siamo nell'ambito di una giustizia sostanziale (che è precedente o posteriore - lo è stata nella storia del novecento - alla democrazia ed allo Stato di diritto), che purtroppo nel nostro paese prevale su ogni altra ragione.
So che per questo Governo la Costituzione rappresenta un di più, la Costituzione è un «purtroppo», la Costituzione è qualcosa... Voi siete sottosegretari e fate gesti sconsolati; sono sconsolato anch'io! Non è che le mie parole non corrispondano a quelle del Presidente del Consiglio: ieri egli non si è limitato a dichiarare, com'era suo diritto, l'inopportunità di una manifestazione; egli ha aggiunto che, purtroppo, la Costituzione della Repubblica italiana impedisce di vietare la manifestazione e che, purtroppo, nella Costituzione vengono prescritte determinate garanzie di libertà, di espressione e di manifestazione.
So quanto sia buona la volontà del sottosegretario Corleone che, proprio per la sua buona volontà, viene sempre mandato a rispondere ad atti di sindacato ispettivo di questo genere; tuttavia, preferisco la malafede alla buonafede se, di buonafede in buonafede, si finisce per offrire una copertura a coloro che utilizzano non la mia interpellanza ma la risposta del sottosegretario - che so già essere improntata ai principi più sacri delle libertà personali, a Cesare Beccaria e a tutto il resto - per non fare nulla e, anzi, per aggravare, com'è successo in questi mesi e in queste settimane con la nuova direzione dell'amministrazione penitenziaria, uno stato di fatto assolutamente inaccettabile sotto ogni profilo costituzionale e di diritto, non solo nazionale ma anche europeo (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).
Il sottosegretario di Stato per la giustizia ha facoltà di rispondere.
Ringrazio l'onorevole Taradash perché, con strumento ispettivo, non è la prima volta che consente di affrontare un tema di una delicatezza estrema e che ha bisogno di interventi nel profondo, non solo di un'attenzione quando scoppia il caso, l'emergenza.
Colgo anche questa occasione, essendo stato poche ore fa in visita al carcere di Rebibbia e ieri al carcere di Regina Coeli, per affermare in quest'aula, dove vi è una presenza qualificata di parlamentari ad ascoltare la mia risposta, che ho un'estrema preoccupazione per un clima che si sta accentuando, per una situazione di preoccupazione ed esasperazione che coinvolge i detenuti e gli operatori delle carceri, in primo luogo la polizia penitenziaria. Credo che dobbiamo essere consapevoli che il carcere non può essere un luogo abbandonato e non dobbiamo aspettare che scoppino vicende e fatti che possano poi risultare difficili da contenere. Penso, allora, che darò una risposta che sarà di assoluto dialogo per riflettere
L'interpellanza dell'onorevole Taradash traccia una linea di sintesi delle principali problematiche che investono il sistema carcerario italiano, richiamando in particolare le preoccupazioni espresse dal Comitato per la prevenzione della tortura, in occasione delle visite effettuate dalla relativa delegazione nell'ultimo decennio.
Il Governo considera di fondamentale importanza l'azione di stimolo, di critica e di pressione culturale e politica del suddetto Comitato.
Il carcere non può e non deve essere un'istituzione chiusa al controllo sociale e il paese e la collettività hanno bisogno di conoscere, anche nella sua cruda realtà, tale fenomeno. L'indignazione per i fatti che accadono è un buon segno, ma lo stupore spesso ha un significato non convincente!
Mi permetto di cogliere l'occasione odierna per ringraziare la casa editrice Sellerio che ha avuto alcuni anni fa la felice intuizione di pubblicare il rapporto del Comitato nella collana diretta da Adriano Sofri. È bene che si discuta di quello che tale Comitato viene a dirci...
Sono problemi enormi, drammatici, sui quali il Governo e il Ministero della giustizia hanno compiuto in questo anno uno sforzo notevole, anche se certamente ancora insufficiente.
Da una parte, vi sono problemi strutturali come la situazione dell'edilizia carceraria; la inadeguatezza e vetustà di molti edifici penitenziari, accompagnata dalla realizzazione - avviata negli anni passati e ormai solo in parte rimediabile - di edifici pensati negli anni dell'emergenza del terrorismo, che sono costosissimi, che richiedono un numero altissimo di personale e che risultano essere assolutamente inadeguati alle nuove realtà di una detenzione che non sia puramente custodialistica, ma finalizzata alla risocializzazione. Dall'altra parte, vi è il problema delle croniche carenze di personale, in particolare nel settore del trattamento, accompagnate anche da una cattiva distribuzione delle risorse sul territorio e da una cattiva organizzazione del lavoro che produce ciò che richiamava l'onorevole Taradash: e quindi tassi di assenteismo molto alti; l'insufficienza dei momenti di formazione del personale che dovrebbe assumere carattere permanente; la quasi totale assenza di opportunità di lavoro per i detenuti. Sottolineo poi il fatto che 10 mila detenuti lavorano oggi come dieci anni fa, come nel 1990, con una popolazione carceraria che è passata da 30 mila a quasi 55 mila persone.
Il sovraffollamento è la condizione che oggi rende invivibile la maggior parte degli istituti. D'altra parte, vi è un problema politico di approccio al tema del carcere sul quale prevale, tra le forze politiche e nella società, un atteggiamento di rimozione o un atteggiamento contraddittorio, accompagnato da frequenti concessioni ad istanze repressive di carattere demagogico e da una ingiustificata enfatizzazione di un preteso conflitto tra istanza securitaria e approccio trattamentale, con rari ed episodici sussulti di attenzione. Questo è un momento che io mi auguro non sia episodico, ma rappresenti una svolta. Il
Comunque, qualcosa si è fatto in questi anni (verrò poi al punto specifico). Per esempio, l'onorevole Taradash ha ricordato alcune osservazioni su San Vittore. Egli sa che San Vittore è in una situazione di difficoltà estrema, eppure, nonostante ciò, è un carcere vivibile.
Legga l'intervista di Pagano di dieci giorni fa.
Sul tema del maltrattamento dei detenuti al momento dell'ingresso in carcere, vi sono numerose circolari (alcune risalenti a più di dieci anni fa) del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Già dal 1987, infatti, è stato istituito presso tutti gli istituti di pena un particolare servizio per i detenuti e per gli internati nuovi giunti dalla libertà consistente in un presidio psicologico da affiancare alla prima visita medica generale e al colloquio di primo ingresso, un servizio affidato ad esperti specializzati in psicologia o criminologia clinica che hanno un colloquio con il detenuto il giorno stesso di ingresso nell'istituto e prima dell'assegnazione alle sezioni al fine di accertare l'eventuale rischio autolesionistico o autosoppressivo.
Ulteriori disposizioni in materia di isolamento precauzionale, sciopero della fame, rientro dal permesso, ingresso di nuovi giunti e divieto di incontro sono state impartite dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria con nota del 21 aprile 1998.
In precedenza erano già state diramate, il 12 febbraio 1998, le linee guida ai fini del contenimento e della riduzione del drammatico fenomeno dei suicidi nelle carceri. Allo scopo di eliminare, in conformità a quanto auspicato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), il rischio di atti di violenza nei confronti delle persone detenute, specie al momento dell'arresto, sin dal giugno 1998, si è disposto che i sanitari dell'istituto, ove accertino in sede di esame del detenuto o dell'internato la presenza di lesioni personali, hanno l'obbligo di annotare nel registro modello 99 (registro delle visite, osservazioni e proposte), oltre all'esito della visita effettuata, le dichiarazioni eventualmente rese dall'interessato in merito alle circostanze della subita violenza.
Inoltre, lo stesso sanitario deve formulare le proprie valutazioni sulla compatibilità o meno delle lesioni riscontrate rispetto alla causa di esse dichiarata dal detenuto. In tutti i casi di lesioni riscontrate all'atto dell'ingresso in istituto, le annotazioni apposte nel registro modello 99, corredate da tutte le altre osservazioni utili, devono essere inviate immediatamente all'autorità giudiziaria per quanto di competenza.
Per facilitare la piena applicazione dei princìpi stabiliti nella suddetta circolare, il DAP ha provveduto a realizzare una nuova versione del registro modello 99,
La trasformazione di questo registro da modello aperto a modello contenente specifiche voci e, in particolare, l'introduzione tra queste ultime di quelle concernenti le dichiarazioni dell'interessato e le valutazioni del sanitario, serve a richiamare l'attenzione di questi sull'obbligo di annotare sul registro, in presenza di lesioni, tutti quegli elementi utili per l'accertamento dei fatti da parte dell'autorità giudiziaria.
Peraltro, poiché nonostante le direttive da ultimo impartite, la delegazione del Comitato per la prevenzione della tortura, durante la visita effettuata in Italia lo scorso mese di febbraio, ha riscontrato, in taluni casi, irregolarità nella tenuta del registro in questione, si è provveduto ad emanare il 16 marzo 2000 una nuova circolare, con la quale si è ulteriormente richiamata l'attenzione sulla necessità che le disposizioni relative alle corrette modalità di compilazione del registro vengano scrupolosamente osservate dai sanitari senza alcuna eccezione.
Per quanto concerne le iniziative adottate per la tutela e la salute dei detenuti affetti da HIV, si evidenzia che, con decreto interministeriale sanità e giustizia del 21 ottobre 1999, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 299 del 22 dicembre dello scorso anno, sono stati individuati criteri per definire i casi di AIDS conclamato o di grave deficienza immunitaria, ai fini di cui alla legge 12 luglio 1999, n. 231. Per i detenuti affetti da tale virus, oltre agli usuali protocolli con i farmaci antiretrovirali, sono utilizzati anche moderni protocolli che prevedono l'uso di farmaci inibitori delle proteasi e sono state attivate collaborazioni in convenzione per prestazioni assistenziali da parte di aziende sanitarie, in modo da provvedere in maniera esaustiva alla gestione delle varie fasi di diagnosi e terapia. Inoltre, per le esigenze diagnostiche e terapeutiche delle fasi acute della malattia, sono istituiti specifici reparti presso gli istituti penitenziari di Milano Opera, Napoli Secondigliano e Genova Marassi, anche se quest'ultimo reparto sarà presto chiuso e sostituito con il reparto in fase di ristrutturazione di Pontedecimo. Sul punto ho già dettagliatamente informato il Parlamento rispondendo al Senato ad una interrogazione della senatrice Scopelliti il 10 marzo 2000. Analoghi reparti sono stati progettati per gli istituti penitenziari di Catanzaro, Perugia femminile, Cagliari e Rebibbia (nuovo complesso).
Per i detenuti affetti da infezione HIV e sindromi correlate in condizioni cliniche non particolarmente gravi, che comunque necessitano di un'assistenza sanitaria legata allo stato di sieropositività, sono in fase di realizzazione ulteriori reparti distribuiti su tutto il territorio nazionale, i quali verranno dotati di infermeria attrezzata e dove sarà assicurata un'assistenza sanitaria di base per ventiquattro ore giornaliere, unitamente a quella specialistica.
Si ricorda peraltro che, ai sensi dell'articolo 8 del decreto legislativo 22 giugno 1999, n. 230, a decorrere dal 1o gennaio di quest'anno sono state trasferite al servizio sanitario nazionale le funzioni sanitarie precedentemente svolte dall'amministrazione penitenziaria, con riferimento ai settori della prevenzione e dell'assistenza ai detenuti e internati tossicodipendenti. Non si tratta di cosa da poco, se si pensa che il problema della tossicodipendenza rappresenta una quota rilevantissima, in termini quantitativi e qualitativi, della sanità penitenziaria.
Un primo effetto positivo della riforma si è avuto con l'emanazione, nel dicembre dello scorso anno, di una circolare congiunta dei ministri Diliberto e Bindi sull'assistenza sanitaria ai tossicodipendenti,
Il Governo e il Ministero della giustizia stanno seguendo con la massima attenzione le prime fasi di attuazione della riforma, in modo da poter arrivare alla data del dicembre 2000, termine ultimo per l'adozione dei provvedimenti di natura legislativa, con il massimo di conoscenze e di informazioni necessarie per l'adozione dei provvedimenti di attuazione della legge di riforma. Ciò che preme comunque sottolineare è che la riforma del servizio sanitario penitenziario non è finalizzata a realizzare risparmi di risorse o equilibri di natura burocratica, ma è e deve essere diretta esclusivamente al miglioramento della situazione sanitaria dei cittadini detenuti.
Per quanto riguarda le iniziative adottate nei confronti dei detenuti affetti da malattie mentali, ricordo che le sezioni per minorati psichici, ex articolo 98, comma 5, del decreto del Presidente della Repubblica n. 431 del 1976, sono istituite presso gli ospedali psichiatrici giudiziari di Napoli, Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto, presso la casa circondariale di Firenze-Sollicciano (sezione femminile), presso la casa di reclusione di Roma-Rebibbia e nella sezione giudiziaria dell'ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere. Gli internati sottoposti alla misura di sicurezza detentiva nell'ospedale psichiatrico giudiziario (OPG) sono, invece, ricoverati nei cinque ospedali psichiatrici di Reggio Emilia, Napoli, Aversa, Montelupo fiorentino e Barcellona e presso l'ospedale psichiatrico di Castiglione.
Sulla questione degli ospedali psichiatrici giudiziari è però ormai tempo di scelte coraggiose e innovative. Prima di assumere l'incarico di sottosegretario, e già nelle precedenti legislature, ho presentato una proposta di legge per l'abolizione della non imputabilità per vizio di mente: è una grande questione. Si tratta di una proposta che ha raccolto amplissimi consensi negli ambienti psichiatrici, ma non è condivisa da una parte rilevante della scienza penalistica. Ne prendo atto, anche se resto convinto che quella sia una scelta coerente con le acquisizioni della scienza psichiatrica, che hanno dimostrato l'assoluta inadeguatezza terapeutica delle istituzioni totali, e con i principi costituzionali, che escludono possa esservi una limitazione della libertà personale in assenza di un accertamento di responsabilità. Ma soluzione del problema mi sta molto più a cuore della disputa teorica e per questo ho chiesto al ministro Fassino di accelerare l'iter di presentazione di un disegno di legge che recepisca i contenuti della proposta elaborata dalla fondazione Michelucci di Firenze e presentata al Senato dal consiglio regionale della Toscana.
Posso annunciare che prima dell'estate il testo sarà proposto al Consiglio dei ministri.
In attesa della necessaria riforma legislativa, il Ministero ha avviato forme di collaborazione, soprattutto in Toscana ed in Emilia-Romagna, tra le direzioni degli OPG di Montelupo e Reggio Emilia e gli enti locali allo scopo di favorire quanto più possibile il reinserimento degli internati non più socialmente pericolosi nell'ambito del tessuto sociale. Tali sperimentazioni, che vengono attuate sulla falsa riga di quanto previsto nel disegno di legge che ho ricordato, sono inquadrate nell'ambito di un più generale progetto connesso alla dismissione dell'OPG come istituzione totale.
Fra le iniziative che il dipartimento sta attuando per assicurare ai detenuti minorati psichici tutte le possibilità di reinserimento, vi è quella di favorire la partecipazione anche della comunità esterna, già assicurata dalle ACLI provinciali di Roma, dalla Caritas e dalla Chiesa avventista. In particolare, per la casa di reclusione
Ove dovesse trovare attuazione tale progetto, è previsto che nelle case di accoglienza per i minorati psichici sarà garantita la presenza di personale paramedico e volontario e sarà attivata l'opera di reinserimento sociale dei detenuti in stato di disagio psichico, in collegamento con gli assistenti sociali in vista del loro ingresso nel mondo del lavoro.
Si evidenzia, inoltre, che disposizioni specifiche per i problemi connessi al disagio psichico in carcere sono state impartite con lettera circolare del 3 giugno 1999 (avente per oggetto un intervento psichiatrico negli istituti penitenziari e convenzioni professionali) con la quale si è sottolineata la necessità che l'assistenza sanitaria assicurata al detenuto venga organizzata in modo tale da individuare tempestivamente tutte quelle situazioni che richiedono intervento psichiatrico. Questa misura riguarda circa tremila detenuti.
È inoltre allo studio un progetto atto a far sì che almeno in ogni grande istituto penitenziario venga istituito un reparto psichiatrico gestito da personale qualificato e che vengano attivate strutture a custodia attenuata nelle quali far prevalere la caratterizzazione psicologica, psichiatrica ed educativa rispetto a quella della semplice sorveglianza.
Per quanto riguarda poi il quesito relativo alle iniziative in favore dei minori soggetti a misura limitativa della libertà personale, in particolare di quelli con problematiche connesse alla sieropositività, si deve far presente che i ragazzi ristretti, in quanto minorenni o giovani adulti, pur se portatori delle problematiche appena segnalate, godono nei servizi penali minorili di regole interne e di trattamenti educativi del tutto distinte da quelle degli adulti. Infatti, il personale in forza presso detti istituti, sia civile che di polizia, segue specifici corsi di formazione utili all'approccio con l'utenza minorile, tenuto conto che il settore delle attività formative rappresenta la dimensione organizzativa ed operativa nella quale più rilevanti appaiono le caratteristiche distintive di questi istituti rispetto alle strutture detentive degli adulti.
Il carcere minorile rappresenta un dato certamente residuale, con una presenza media di circa 500 detenuti, compresi i giovani adulti, ma non per questo merita meno attenzioni. Posso annunciare che è ormai imminente la presentazione, da parte del Governo, di un disegno di legge che, aderendo alle ripetute sollecitazioni della Corte costituzionale, finalmente detta regole diverse da quelle per gli adulti per l'esecuzione delle misure penali nei confronti di minorenni. Si tratta di un passo necessario e significativo ma ancora non sufficiente.
La risposta penale alla devianza minorile deve essere diversamente articolata sul piano del diritto sostanziale con la previsione di sanzioni diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria, di contenuto riparatorio e risarcitorio, e sul piano degli interventi sociali.
Non possiamo sottovalutare il fatto che la popolazione detenuta negli istituti penali minorili italiani è rappresentata, per la quasi totalità, da stranieri accusati di reati di gravità medio-bassa, in gran parte nel settentrione, e da italiani accusati di reati di particolare gravità, prevalentemente nel sud.
Per il resto della devianza minorile, gli ammortizzatori sociali funzionano e non si ricorre al carcere. Per questi, invece, non esistono allo stato risposte adeguate. È per questo che il Ministero considera positivamente l'iniziativa adottata dal comune di Torino, in accordo con il Governo, di insediare una commissione (l'abbiamo chiamata commissione disagi) presieduta da una delle massime autorità in materia di devianza minorile, il professor Paolo Vercellone, con l'incarico di individuare le risposte adeguate alle nuove realtà della devianza minorile.
Quanto alle vicende di Sassari, sono tuttora in corso le indagini e, comunque, su tale episodio faccio richiamo a quanto già comunicato dal ministro nel question time recentemente. Comunque, quella vicenda costituisce per noi uno spartiacque perché la risposta non sia un arroccamento burocratico corporativo, ma serva per un rilancio di un disegno, di un progetto riformatore.
Relativamente ai procedimenti penali e disciplinari promossi nei confronti del personale di polizia penitenziaria ritenuto responsabile dei reati di maltrattamento, percosse e lesioni personali, violenza privata e minaccia si comunica che dal 1997 ad oggi, risultano essere 183 gli appartenenti al corpo penalmente coinvolti per tali fattispecie di reati. Di essi, 13 unità sono state assolte; per 53 unità è già stato pronunciato decreto di archiviazione; per altre 10 unità non si è dato luogo a procedere per remissione di querela; 8 elementi risultano tuttora indagati mentre per le restanti 98 unità, la situazione procedurale allo stato è ancora pendente.
In ordine a tali episodi di violenza, il Ministero della giustizia ha rimesso gli atti al competente provveditore regionale per valutare, con riferimento ai soggetti nei cui confronti è stata disposta l'archiviazione del procedimento o non si è proceduto per remissione di querela, la ravvisabilità nei fatti di eventuali infrazioni di natura disciplinare.
Non risulta, invece, che personale di polizia penitenziaria in servizio presso Milano-San Vittore, sia stato coinvolto negli anni presi in esame in episodi integranti le medesime fattispecie di reato.
Per quanto riguarda il quarto quesito, rappresento che il Ministero della giustizia, allo scopo di garantire il rispetto delle limitazioni imposte dall'applicazione del regime speciale di cui all'articolo 41-bis, secondo comma, dell'ordinamento penitenziario e delle finalità perseguite dal legislatore volte ad assicurare l'ordine e la sicurezza negli istituti ove sono ristretti i detenuti sottoposti a tale regime, nonché al contempo, dare piena attuazione alle indicazioni della Corte costituzionale, ha rideterminato le disposizioni relative all'organizzazione delle sezioni ove sono ristretti detenuti sottoposti a detto regime speciale e le modalità di fruizione dei diritti oggetto delle limitazioni contenute nei decreti applicativi del regime stesso: si tratta della famosa circolare Margara, che pure ha sollevato un coro di critiche da parte di quelli che potremmo definire (non mi riferisco ai presenti) garantisti a corrente alternata che esistono e occupano la scena politica.
In ogni caso, l'imminente scadenza dell'efficacia della disposizione consentirà (mi auguro) un dibattito parlamentare serio ed approfondito; ho un po' di timore ad usare questi aggettivi che sembrano un inciso rituale, ma ritengo necessario proprio un dibattito serio ed approfondito alla ricerca di soluzioni equilibrate e non più transeunti con ripetute proroghe.
Un ulteriore passo in avanti per un miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti sarà rappresentato dall'approvazione - che, annuncio, è prevista per la prossima settimana - da parte del Consiglio dei ministri del nuovo regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario, interamente sostitutivo di quello del 1976. Il nuovo regolamento adegua la disciplina di rango secondario alle innovazioni legislative intervenute negli anni successivi alla riforma penitenziaria ed alle innovazioni derivanti dalla legislazione europea, introducendo disposizioni dirette a migliorare in maniera rilevante ed effettiva gli standard di vivibilità negli istituti penitenziari. Il nuovo regolamento
Sempre sul piano delle cose concrete dirette a migliorare la situazione carceraria, non posso che esprimere soddisfazione per l'approvazione, ieri, da parte della Camera all'unanimità, della proposta di legge cosiddetta Smuraglia, concernente la disciplina delle cooperative sociali per favorire il lavoro penitenziario. Mi auguro che la definitiva approvazione da parte del Senato possa avvenire in tempi rapidissimi, avendo la Camera inserito modifiche di carattere formale al testo già votato dal Senato.
Per quanto riguarda il problema del sovraffollamento, la mia convinzione personale è che gli stanziamenti per l'edilizia penitenziaria debbano essere finalizzati a migliorare la qualità degli istituti, chiudendo quelli non recuperabili. In questi giorni si è parlato di quello di Savona: è una vergogna quell'istituto, va chiuso, ma il problema è che noi attendiamo da mesi, se non da anni, che il comune ci indichi un'area in cui costruire un nuovo istituto, per sostituirne uno in cui vi sono celle senza finestre.
La soluzione al problema del sovraffollamento, però, onorevole Taradash, non sta solo nell'edilizia carceraria, ma nelle risposte politiche ai nodi profondi dell'universo carcerario: la tossicodipendenza, l'immigrazione clandestina, il lavoro, la salute, le condizioni di lavoro degli operatori, e così via. Solo una strategia politica complessiva su questi temi, con un approccio più laico e pragmatico, consentirà di dare risposte concrete e adeguate. Penso che non il centrosinistra, ma tutti noi non possiamo accettare che il carcere rimanga il simbolo vivo e reale della diseguaglianza sociale del nostro paese e che si mostri nella realtà di una discarica sociale per i non assistiti, i non protetti, i deboli. Dobbiamo fare uno sforzo per immaginare che il carcere, pur in questa apparente contraddizione, sia un laboratorio di sperimentazione dello Stato sociale, di un welfare rinnovato a partire proprio dagli ultimi della società, dobbiamo pensare di attuare il dettato costituzionale del reinserimento sociale: è una scommessa apparentemente folle, ma io penso che la dobbiamo giocare.
Tornando sul versante dell'edilizia carceraria, posso annunciare che è prossima l'attivazione dei nuovi istituti di Rossano in Calabria - apertura già avviata il 1o marzo -, Milano Bollate, Massa Marittima, Caltagirone, Ancona, Castelvetrano. Inoltre faccio presente che nel corrente esercizio 2000 sono stati finanziati numerosi interventi di ristrutturazione che interessano gli istituti penitenziari di Bergamo, Civitavecchia, Milano San Vittore - c'è una ristrutturazione molto efficace -, Roma Regina Coeli, Catania piazza Lanza, Udine, Venezia, Lecco, Pescara e Bari, i quali comporteranno un sensibile aumento di capienza degli istituti, ma soprattutto una vivibilità maggiore. Il quesito su cui vorrei un confronto è questo: come si creano la domanda e l'offerta e che rapporto c'è tra loro? Se appena noi abbiamo mille posti questi non solo vengono immediatamente occupati, ma vi è un afflusso superiore, dove può portarci la spirale che si innesca? Quale modello di carcerazione si vuole per il nostro paese? Questo credo sia il quesito di fondo a cui dobbiamo dare risposta insieme.
Ricordo che è stata altresì finanziata la costruzione di nuovi istituti penitenziari a Rieti, Marsala e Pordenone-San Vito al Tagliamento, in sostituzione di istituti fatiscenti da chiudere e sono già in costruzione nuovi istituti a Perugia e Reggio Calabria, anche questi in sostituzione di quelli esistenti.
Sul versante del personale va segnalato che, in data 19 maggio 2000, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che prevede un aumento dell'organico del personale civile dell'amministrazione penitenziaria di 1.142 unità. L'aumento in questione riguarda soprattutto educatori ed assistenti per la parte trattamentale dei detenuti. In tale provvedimento viene previsto il ruolo dirigenziale del Corpo degli agenti di polizia penitenziaria, che permetterà di strutturare il corpo come tutte le altre polizie e di nominare un direttore per ogni istituto; i direttori ed i provveditori avranno accesso alla carriera dirigenziale con maggiore responsabilità e, quindi, saranno maggiormente incentivati a svolgere un buon lavoro. Infatti, per lavorare bene occorre una forte motivazione e non frustrazione.
Per quanto riguarda il personale delle aree amministrativa e trattamentale è ormai imminente l'assunzione di altre 743 unità per concorsi già espletati. Per la polizia penitenziaria, oltre all'aumento derivante dall'immissione di 700 unità dei ruoli direttivi, prevista dal decreto legislativo di riordino del dipartimento, sarà possibile, grazie ad un emendamento presentato dal Governo al disegno di legge collegato alla legge finanziaria, l'assunzione, entro dicembre 2001, di oltre 1.330 agenti. Il riordino dell'amministrazione penitenziaria rappresenta un tassello decisivo del progetto riformatore. Con la riforma, infatti, oltre agli aumenti di organico, la gran parte dei provveditorati regionali dell'amministrazione penitenziaria - 12 su 16 - sono elevati ad uffici di livello dirigenziale generale; allo stesso modo sono elevati ad uffici dirigenziali la gran parte degli istituti penitenziari e dei centri di servizio sociale: si tratta non solo degli istituti con più di 100 detenuti, ma anche di quelli con un numero inferiore a 100 detenuti che hanno particolari caratteristiche.
Nella fase di prima applicazione, una quota rilevante dei posti di livello dirigenziale viene riservata al personale delle carriere direttive dell'amministrazione. Con tale riorganizzazione sarà possibile, entro breve tempo, assicurare che ogni direttore sia responsabile di un solo carcere, superando l'odierna situazione di un direttore con responsabilità di più istituti (anche questo alla base di alcune difficoltà che conosciamo).
Sarà poi ripreso il progetto dell'affettività in carcere, che era stato previsto nel nuovo regolamento penitenziario (ma il Consiglio di Stato, nell'esaminare il provvedimento, aveva bocciato tale possibilità). Ho già annunciato questa mattina in Commissione giustizia l'imminente presentazione di un emendamento governativo al disegno di legge attualmente in discussione in tale Commissione della Camera per la modifica della legge Simeone diretto ad inserire l'affettività nell'ordinamento penitenziario, quindi per via legislativa, per rendere il nostro paese simile alla Spagna, alla Svizzera, all'Olanda e a tanti altri paesi europei con diversa cultura e diverso orientamento. Ad
Circa l'ultimo quesito posto, si fa presente anzitutto che il Comitato per la prevenzione della tortura ha inviato, in data 10 novembre 1998, una nota di compiacimento indirizzata al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria in ragione della migliore situazione complessivamente riscontrata rispetto all'ispezione effettuata nell'ottobre-novembre 1995. Ciò premesso, si rileva che, all'esito della recente visita effettuata in Italia dallo stesso Comitato, si è tenuto, in data 25 febbraio 2000, un incontro tra una delegazione del Comitato stesso e i rappresentanti di tutte le amministrazioni interessate, non solo quella del Ministero della giustizia. E nell'occasione il capo della delegazione ha esternato alcune osservazioni contenute, per la parte di interesse dell'amministrazione penitenziaria, in un testo che, per comodità, si mette separatamente a disposizione degli onorevoli interpellanti, formulando la richiesta di invio di una serie di documenti utili per la stesura del rapporto da parte della delegazione stessa. In ordine a tali osservazioni e richieste il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha provveduto, in data 11 aprile 2000, a fornire al presidente del Comitato una prima risposta a carattere interlocutorio con riserva di integrarla e precisarla in rapporto agli analitici rilievi che verranno formulati nel rapporto ufficiale del Comitato, che presumibilmente sarà trasmesso il prossimo mese di luglio di quest'anno.
In conclusione - mi scuso per la lunghezza, forse eccessiva, della risposta - va rilevato che la congrua soluzione alle problematiche di cui si è dato conto è ben presente tra gli obiettivi prioritari che si intende conseguire non in un futuro ipotetico ma sperabilmente nel presente. Ma la complessità degli interventi ancora da adottare, che riguardano profili di varia natura, esige l'unione delle forze, la convergenza dei propositi, non escluso quello di offrire del sistema carcerario italiano un'immagine decorosa che possa testimoniare all'esterno, in Europa, un grado di civiltà alto del nostro paese.
Buona parte del suo intervento, signor sottosegretario, non è altro che una ripetizione - ben detta, peraltro - e, in certi punti, convinta - soggettivamente convinta da parte sua - di ciò che sappiamo. Ma il substrato, le cause reali della nostra interpellanza, che erano quelle da cui si facevano discendere le doglianze fattuali rispetto alle quali lei ha prospettato un roseo avvenire, erano intrinseche - e non soltanto - alla situazione delle carceri, tragedia di ogni società, tragedia di ogni individuo, in uno Stato come il nostro, dove non si rispettano così armoniosamente come si dovrebbe le libertà individuali.
Noi avevamo presupposto un disagio che non parte dalla vita materiale del carcere, ma vi arriva e su questo aspetto, che lei certamente non ha mancato di notare, non ha pronunciato nessuna parola. Il carcere è una stazione di arrivo; ciò che vi arriva parte da mille altri luoghi diversi: parte sì dal sentimento civile del processo e della pena, parte anche dalle dimensioni che la pena deve avere nell'ambito delle sue finalità costituzionali.
Il suo allargamento di braccia, signor sottosegretario a latere, onorevole Occhipinti,
Dicevo che al carcere giunge anche tutto ciò che lo vede come una dannazione, come una necessità, come un esito al pari modo in cui le fogne delle città ricevono i liquami che in esse trascorrono e defluiscono.
L'intervista del direttore del carcere di San Vittore, Pagano, la contraddice e contraddice anche quelle poetiche aperture sulle elaborazioni sociali che in quel carcere si farebbero quando analiticamente egli descrive le ragioni delle situazioni per cui quel carcere - e io aggiungo, anche quel carcere - di San Vittore è un luogo di dannazione tra viventi. Non le eventuali canzonette, le orchestrine e gli attori che, secondo la sua descrizione, vi possono agire, alleviano quelle vite, non è vero! Pagano - o, comunque, il direttore di allora: mi pare si chiamasse così -, però, è la stessa persona che, allorquando nel 1995 l'allora ministro della giustizia inviò un'ispezione proprio in quel carcere, come alla procura di Milano, perché si verificasse se in quel luogo vivibile - lei dice - accadevano morti artificiali, non necessarie, sofferenze non coonestate con le finalità della detenzione, riferì in modo tale che l'ispettore inviato dal ministro, che è l'attuale procuratore della Repubblica di Roma Vecchione, venne a dire al ministro che a San Vittore si viveva come in un grande albergo.
Dunque, se arriva molto nel carcere, vi arriva anche la menzogna e dolorosamente vi arriva da parte di coloro che dovrebbero, invece, asserire la verità che non riguarda soltanto la situazione materiale degli istituti, ma le condizioni umane di chi vi è costretto a vivere.
Che ne dice lei, sempre a proposito di questi arrivi al carcere, di un procuratore della Repubblica che esalta l'enorme beneficio della prima notte in carcere, queste nozze pagane con l'illibertà, come segnale di vittoria della giustizia sull'uomo, di questa entità astratta sulla realtà concreta della vita? Lei sa chi è stato a dire questa infamia?
Le dico una cosa che lei non può sapere, con il consenso del Presidente. Chi le parla è stato invitato da un'università italiana a tenere una conferenza, tema a scelta del sottoscritto, il quale ebbe l'imprudenza di dire che di lì a qualche giorno avrebbe parlato in quell'università su questo tema: processo e tortura. Interpellata, la procura del luogo vietò questo fatto ed io poi andai a tenere in altra sede questa comunicazione.
Che ne dice lei, al di là delle future edificazioni, dei futuri benefici, delle cose che verranno, della dichiarazione fatta, direbbe un avvocato, in continenti, cioè nel momento di Sassari, nella breve stagione sassarese della persecuzione fisica dei detenuti, secondo la quale «no, la mano forte ci vuole talvolta»? Può anche essere vero, perché quella del carcere è una realtà terrificante, dove nessuno ha ragione e dove nessuno ha torto, l'una parte e l'altra. È degno però di un'intelligenza responsabile asserire come giustificabile il fatto che in quel momento determinava la crisi dello Stato e la deficienza della sua funzione nell'ambito di un rapporto così delicato quale è quello con il detenuto?
Questo arriva nel vostro carcere, non soltanto la feccia sociale, che purtroppo persiste ad ogni buona intenzione di riforma: arriva questa feccia mentale, la feccia mentale di chi dice che in carcere la violenza occorre, è inevitabile, di chi dice che la prima notte in carcere è un salutare sponsale, di chi esalta continuamente il carcere come risoluzione di tutti. Le manette come emblema della forza dello Stato, là dove la forza, l'emblema dello Stato sta nell'osservanza generale
Non ci accontentiamo - al di là della stima che personalmente nutro per lei e della sincera comprensione che ho del suo travaglio -, non ci possiamo accontentare di questo. Voi dovete dire che nel carcere defluisce anche l'incultura di una parte esiziale della nostra magistratura. Questo dovete dirvi e dire al paese, se avete in onore il vostro onore (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale e del deputato Taradash).


