Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 726 del 25/5/2000
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(Piano di ristrutturazione aziendale dell'Ente tabacchi italiani, con particolare riferimento alla manifattura di Chiaravalle-Ancona)

PRESIDENTE. Passiamo all'interpellanza Sbarbati 2-02339 (vedi l'allegato A - Interpellanze urgenti sezione 2).
L'onorevole Sbarbati ha facoltà di illustrarla.

LUCIANA SBARBATI. Signor Presidente, sottosegretario, colleghi, con la riforma dei monopoli di Stato e la costituzione dell'ETI abbiamo avviato un processo di riforma in questo settore per il quale lo stesso ETI deve gestire la fase di ristrutturazione con la realizzazione di un piano industriale che deve rendere competitive le nostre manifatture a livello non solo nazionale, ma anche europeo.
Il consiglio di amministrazione dell'Ente tabacchi italiani ha redatto nel mese di ottobre un piano industriale che prevedeva la permanenza di soltanto tre manifatture per le sigarette e di una per i sigari. Nei mesi di febbraio-marzo 2000, lo stesso ETI ha presentato alle organizzazioni sindacali un piano rimodulato in base al quale vi è stata una nuova ridistribuzione della produzione e le manifatture, invece che tre per le sigarette e una per i sigari, sono aumentate divenendo rispettivamente cinque e due. Crediamo che vi sia da fare chiarezza sulle motivazioni che hanno portato alla rimodulazione del piano ad invarianza della produzione e per quanto riguarda due manifatture molto importanti (sono certamente tutte importanti, ma in questo caso vi è una situazione di fatto un po' diversa).
La manifattura di Chiaravalle aveva una produzione di 19 milioni di chili di sigarette che è stata ridotta della metà; la quantità tolta alla manifattura di Chiaravalle è stata data a manifatture che nel primo piano si prevedeva dovessero essere chiuse per improduttività, mi riferisco alle manifatture di Scafati e di Cava dei Tirreni. La manifattura di Lucca, che produce sigari pregiati e sulla quale lo stesso monopolio ha investito miliardi e miliardi, si è vista privare della produzione di sigari di qualità destinati a Cava dei Tirreni. Su queste decisioni chiediamo una spiegazione, così come la chiediamo per la manifattura di Chiaravalle che è una delle prime per produzione, nella quale non si registra assenteismo, vi è una produzione di qualità da sempre e dove non c'è, come per esempio a Bologna, una massiccia attività che costringe la manifattura a dare in appalto la lavorazione. Chiediamo una spiegazione relativamente agli investimenti previsti per queste manifatture che dovranno garantire la stabilità dell'occupazione e, quindi, la permanenza sul mercato di queste realtà produttive.

PRESIDENTE. Il sottosegretario di Stato per le finanze ha facoltà di rispondere.

ALFIERO GRANDI, Sottosegretario di Stato per le finanze. Onorevole Presidente, onorevoli interpellanti, in merito alla problematica sollevata nell'interpellanza deve essere preliminarmente ricordato che il piano di ristrutturazione dell'ETI, i cui obiettivi e linee guida sono stati approvati all'unanimità dal consiglio di amministrazione dell'ente (i componenti sono stati nominati con decreto interministeriale 23 dicembre 1998) nella seduta del 4 ottobre 1999 ha finalizzato la sua iniziativa ad allineare l'azienda ai livelli di produttività e redditività dei principali competitori presenti nello scenario europeo attraverso un'incisiva razionalizzazione sia delle strutture di produzione sia di quelle di distribuzione.
Il piano così delineato individua un'impresa che nella sua situazione a regime risulterà fondata sulle attività principali dei prodotti da fumo e della distribuzione


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con indicatori di produttività e di redditività concorrenziali e sostenibili nel tempo, tali da soddisfare le attese del mercato dei portatori di interessi e da garantire stabili livelli di occupazione.
Per quanto riguarda, in particolare, l'identificazione dei siti produttivi in cui concentrare e razionalizzare la produzione dei tabacchi lavorati e dei sigari, l'ETI ha adottato una griglia comparativa di criteri oggettivi di valutazione aventi riguardo, tra l'altro, alla loro ubicazione geografica, alle effettive potenzialità produttive e alla logistica dei collegamenti infrastrutturali; tutto questo nell'ambito dei volumi produttivi che l'ETI è ragionevolmente in grado di collocare sul mercato dopo un fin troppo lungo periodo di crisi, cui il nuovo assetto deve porre rimedio creando le condizioni per il rilancio di un polo produttivo nazionale.
La prima proposta di piano a cui si è riferita l'onorevole Sbarbati è stata sottoposta al vaglio delle organizzazioni sindacali di categoria, a cui è seguito un esame dettagliato dei problemi. Sulla base di questo confronto l'ETI, cercando di tenere conto delle osservazioni raccolte, ha avanzato una seconda e più aggiornata proposta di piano, che ritiene comunque in grado di rispondere al criterio di economicità e redditività della futura ETI Spa, quando l'ente pubblico economico lascerà il posto alla società per azioni. È quindi in grado di dare le necessarie garanzie per il futuro dell'azienda, come deriva dal mandato ricevuto dal Governo.
Il confronto con i sindacati è proseguito ed il ministro Visco ha concluso l'accordo il 13 aprile di quest'anno. Di conseguenza, in rapporto a questo, il Ministero ha avviato tutte le iniziative necessarie per avere un quadro definitivo di utile ricollocazione di tutto il personale che l'ETI non utilizzerà. A tali iniziative vanno aggiunte le misure tese a valorizzare i siti dismessi, al fine di creare nuova occupazione nelle località coinvolte. A queste è finalizzato il protocollo di accordo raggiunto tra l'ETI e Sviluppo Italia.
Fermo restando che non è compito del Governo entrare nel merito delle singole scelte del piano industriale, comprese le localizzazioni, che sono competenza dell'ETI, va sottolineato che gli esiti delineati sono il frutto di una trattativa nazionale complessiva con i sindacati su tutta la produzione e tutta la dislocazione negli stabilimenti.
A conclusione di questa fase l'ETI dovrà rispondere al Governo in relazione all'adempimento del mandato che ha ricevuto di dare vita ad un'azienda produttiva ed efficiente in grado di stare sul mercato. Di questo, ovviamente, il Governo risponderà al Parlamento.
Il futuro della manifattura di Chiaravalle, cui si fa riferimento nell'interpellanza, può trovare nella gestione dell'accordo nazionale con i sindacati una soluzione tale da rispondere alle preoccupazioni avanzate nell'interrogazione.
Fermo restando che l'ETI deve vedere garantita la sua autonomia e che le scelte per il futuro di ogni stabilimento rientrano in un piano complessivo nazionale, la gestione dell'accordo potrà quindi meglio precisare le prospettive di tutti gli stabilimenti (compresi quello di Chiaravalle, ma anche quello di Lucca) in termini di volumi produttivi occupati, investimenti attuali e futuri, oltre che, ovviamente, la ricollocazione della manodopera nei casi in cui gli stabilimenti non ne prevedano l'assorbimento.
L'ETI ritiene che lo stabilimento di Chiaravalle sarà un punto importante di prospettiva per il futuro dell'azienda. In particolare, la produzione sarà orientata sui segmenti con elevata prospettiva di crescita per tutte le tipologie slim e MS mild. Non sono stati attribuiti in questa fase livelli di produzione ulteriori in quanto, nei limiti produttivi fino ad oggi stimabili, in altre manifatture sono già disponibili spazi utilizzabili con investimenti minori.
Gli investimenti previsti per l'insediamento produttivo di Chiaravalle sono allo stato stimabili in circa 10 miliardi e riguardano adeguamenti e ristrutturazioni sia degli immobili che degli impianti, la


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preparazione delle materie, confezionamento e condizionamento più, naturalmente, opere ausiliarie.

PRESIDENTE. L'onorevole Sbarbati ha facoltà di replicare.

LUCIANA SBARBATI. Signor Presidente, vorrei ribadire che l'interpellanza alla nostra attenzione è stata sottoscritta dai rappresentanti oltre che dei repubblicani, dei liberali, dei popolari, dei democratici di sinistra, dei democratici, dei verdi, dei socialisti, della lega ed anche dei comunisti italiani. Questo per sottolineare che il problema è sentito anche a livello nazionale e non è soltanto locale.
Accetto le dichiarazioni del sottosegretario Grandi sull'assoluta libertà di azione da parte dell'ETI e del suo mandato, ricevuto dal Governo e dal Parlamento. Debbo però far rilevare alcune questioni. Innanzitutto, il mandato era dar vita ad un'azienda con un assetto produttivo efficiente, in grado di sostenere la concorrenza e di stare sul mercato. Il primo piano era certo molto serio e rigoroso (perché le privatizzazioni si fanno per bene o non si fanno) e dicendo rigoroso a proposito di un piano di riassetto industriale bisogna assolutamente sottolineare che in quel primo piano vi era un coraggio diverso che non nel secondo, vi era il taglio dei rami secchi che consentiva di ricapitalizzare per investire su un'azienda che diventava un'impresa di qualità in grado di competere.
Nel secondo piano si sono voluti mettere insieme l'assetto industriale e le preoccupazioni sociali; tali preoccupazioni sono nostre, di tutti, della maggioranza e dell'opposizione (quando si tratta di difendere il salario dei lavoratori e l'occupazione, siamo certamente sensibili), ma è chiaro che non si possono fare le nozze con i fichi secchi e che non sempre le cose possono andare bene.
La nostra preoccupazione è che sia inutile mantenere in vita manifatture come Scafati o Cava de' Tirreni, che comunque - credo - dovranno essere chiuse fra non molti mesi per problemi riguardanti la stessa struttura aziendale nella sua efficienza ed efficacia, come ha sottolineato in precedenza il sottosegretario Grandi. Credo che dovrebbe esservi una maggiore chiarezza di intenti, almeno nella loro esposizione, affermando che ci si è fatti carico di alcune situazioni con la conseguenza che da un primo piano, a mio avviso più serio ed articolato in funzione del mandato ricevuto, si è passati ad un secondo piano, con il quale si tenta di arginare problematiche locali; da ciò, però, sono derivate penalizzazioni particolari, tra le quali quelle di Lucca e di Chiaravalle alle quali ho fatto riferimento.
Ancorché sia un deputato eletto in questo collegio, rimprovero con molta chiarezza al ministro Visco, al quale chiederò spiegazioni, di essersi permesso di scrivere in un libro che un deputato delle Marche che ha una manifattura nel suo collegio abbia fatto ostruzionismo per impedire il varo di questo provvedimento. Ricordo a Visco che fin dal 1992, da quando sono deputato, ho lottato per la riforma dei monopoli e che presentare un emendamento o un'interpellanza non significa fare ostruzionismo, bensì compiere il proprio dovere di parlamentare; se, in quell'occasione, il mio emendamento significava il risanamento dell'azienda (prevedendo l'unitarietà dell'azienda stessa e la trasformazione dei monopoli in società per azioni) e se esso fu votato da tutti i deputati del centrodestra, nonché da quelli di Rifondazione comunista e dai Repubblicani (che, invece, erano nel centrosinistra), ciò non significava fare ostruzionismo. Da quel giorno, l'allora ed attuale presidente della Commissione finanze, onorevole Benvenuto, non ha più convocato la Commissione fino a quando non si è trovato un accordo e, certamente, la colpa non era dell'onorevole Sbarbati o di chi ha fatto il suo dovere in Parlamento. Non si trattava certamente di ostruzionismo; semmai l'ostruzionismo lo faceva il Governo che, non vedendo procedere la riforma come voleva il ministro, faceva ostruzionismo, infischiandosene


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della sovranità parlamentare (la proposta di legge è di iniziativa parlamentare).
Precisato come stanno le cose ad onor di verità, faccio presente al sottosegretario Grandi che la risposta è abbastanza soddisfacente per alcuni punti. Non ritengo, però, che 10 miliardi siano sufficienti per un investimento serio in una manifattura come quella di Chiaravalle, che lei, signor sottosegretario, ben conosce. Esistono preoccupazioni perché, chiaramente, con il primo piano si pensava anche alla possibilità di nuove assunzioni che, invece, non rientrano nel secondo piano o difficilmente vi rientreranno.
Vi è un problema in più, del quale dovrete preoccuparvi: la qualificazione delle maestranze. Un'azienda che intende essere rimessa sul mercato in termini competitivi e seri guarda certamente alla ristrutturazione aziendale, al taglio dei rami secchi, alla rifunzionalizzazione della produzione a tutti i livelli, ma guarda soprattutto alla qualità del prodotto, che deriva non solo dalla strumentazione tecnologica ma anche da un know-how legato alle maestranze e, quindi, alla qualità umana.
Comunque vi sarà un turnover, una parte del personale verrà ricollocata; probabilmente - si tratta di un'indagine seria della quale si dovranno occupare anche le organizzazioni sindacali - dovremo verificare se, di fronte a tutto ciò, si perderà la professionalità più avanzata nel settore con la conseguenza di trovarsi poi in una situazione di difficoltà rispetto ai volumi di produzione sui quali voi stessi avete impegnato le manifatture.
Rispetto al mandato ricevuto, quindi, nulla quaestio. Ritengo, però, che il Parlamento, almeno fin quando la privatizzazione non sarà totale, abbia il dovere di essere informato con chiarezza. Non si tratta di un mandato in bianco ma di una riforma alla quale si è provveduto con un mandato serio del quale il Parlamento chiede conto, per verificare se, effettivamente, lo spirito della legge sia rispettato ovvero venga in qualche modo tradito.
Penso anche che debba esservi un maggiore colloquio tra i dirigenti dell'ETI ed i rappresentanti del Parlamento, che certamente chiedono incontri non per tirare per la giacchetta qualcuno, ma per chiedere spiegazioni, per apportare il contributo in termini di un'attività politica spesa anche per la riforma dei monopoli. Essi chiedono, pertanto, la possibilità di ottenere un riscontro efficace anche rispetto a posizioni che a volte non sono chiare, senza che ciò sia colpa di qualcuno. Accetto senz'altro quanto è stato detto rispetto alla serietà non per l'impostazione di un piano che è stato presentato anche da alcune forze sindacali, che hanno dato - non tutte - comunque il proprio assenso. Ritengo vi siano dei problemi da affrontare rispetto alla rimodulazione del piano e, quindi, al modo in cui siano stati distribuiti i volumi e ritengo che si possa ancora rivedere questa distribuzione. Il ministro Visco dovrebbe chiarirci, ad esempio, perché Bologna, che dà quasi tutti i lavori in appalto, si ritrovi con quella mole di volumi assegnata, che non riuscirà a realizzare ed a gestire; anche perché - come sappiamo tutti, compreso il sottosegretario Grandi - Bologna ha rifiutato di fare i tripli turni, mentre Chiaravalle sarebbe stata disponibile a farli; ciò ha portato addirittura le maestranze di Bologna ad assumere una posizione molto negativa nei loro confronti.
Credo che vi sia ancora un poco da discutere e che vi sia ancora la possibilità di riesaminare la questione. Sottolineo che la mia interpellanza, sottoscritta da numerosi colleghi, non va nel senso di allargare le maglie della rete, ma di realizzare una riforma seria e di portare a termine un progetto serio di ristrutturazione! Avere a cuore anche il discorso sociale - ritengo che sia un patrimonio di tutti - è assai importante: il fatto di avere portato a termine determinate soluzioni (dallo stoccaggio a Bari, al discorso di Lecce e via dicendo) dà un senso a tutto; non possiamo però degenerare da questo punto di vista perché, altrimenti, provocheremmo quel danno che per tanti anni qui dentro si è arrecato non volendo realizzare una riforma seria dei monopoli,


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nei tempi economici utili alla riforma vera dell'azienda. Siamo arrivati molto tardi: non per colpa dell'onorevole Sbarbati - il ministro Visco se lo tolga dalla testa -, ma probabilmente anche per colpa del partito dei DS, prima PCI o PDS, che non voleva la riforma quando altri la richiedevano (parlo delle privatizzazioni per essere ancora una volta un po' polemica ma, come direbbe qualcuno, «ci coglie»).
Siamo, quindi, qui per dare la nostra disponibilità e, se è vero che non vi debbono essere invadenze di campo e soprattutto delle pressioni (non sono qui per fare pressioni, perché svolgo un discorso in sede parlamentare), è altrettanto vero che vi debba essere una possibilità di dialogo e di colloquio che fino ad ora con l'ETI non si è avuta, per lo meno da parte nostra visto che abbiamo presentato questa interpellanza. Chiediamo quindi che ci venga data questa possibilità di confronto: vedremo poi se tutto ciò che è stato fatto sia accettabile in toto o se si possa migliorare. Credo che, sotto il profilo di una possibilità di miglioramento, lo stesso ETI debba essere disponibile e per quanto riguarda il discorso industriale e per quanto riguarda lo stesso discorso di carattere sociale.
Per quanto riguarda Chiaravalle e su quello che sarà l'«esito» della manifattura rispetto allo stesso piano di ristrutturazione (e in particolare con riferimento a quella di Lucca), mi riservo di effettuare una verifica più approfondita rispetto alla stesura definitiva del piano, che ancora non ho letto complessivamente, per poi - spero - incontrarci nuovamente con maggiore soddisfazione da ambo le parti.

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