Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 695 del 16/3/2000
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(Eventuali procedimenti pendenti nei confronti dell'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro)

PRESIDENTE. L'onorevole Mancuso ha facoltà di concludere il suo intervento.

FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, quanto a concluderlo, devo porgerle la preghiera di considerare ai termini del regolamento l'eccezionalità del caso e quindi non privarmi della possibilità di


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concludere concettualmente e verbalmente ciò che ho da dire, non solo con riferimento al merito, ma anche con riferimento ad un inciso che ho ascoltato fuori dall'aula nel quale lei adombra la possibilità di essere caduto in errore. Ha ragione in questo, lei è caduto in errore; di guisa che non mi sento obbligato a dirle altra cosa se non in termini di civiltà. In termini regolamentari e politici mi è stata usata una sopraffazione, sia pure frutto di un errore.
Se lei avesse prestato attenzione alla frase precedente, la penultima, avrebbe notato che essa conteneva il termine «criminale» in senso di aggettivo, esattamente come quello che intendevo dare allo stesso termine «criminale» allorché lei mi ha interrotto, mi chiedo ancora in nome di che cosa. Resta comunque la mia preferenza per il «criminale» rispetto al «cretino».
Torno ora all'argomento e dico, seguitando, che mi riferivo ad un atteggiamento di certa magistratura nei confronti del ministro Scalfaro rispetto ad una mia denuncia, quando ho potuto documentare che, mentre per identiche ipotesi altri ministri erano stati tratti a giudizio per peculato aggravato, nel caso dell'ex ministro Scalfaro è stata invece elevata l'imputazione, già prescritta nel momento dell'iscrizione, di abuso d'ufficio.
Inoltre, a conferma di questo protezionismo indebito nei confronti dell'ex ministro Scalfaro, stavo per dire e dico ora che vi è un'altra dimostrazione. La mia denuncia contro Scalfaro e contro i magistrati che lo hanno coperto nel modo che lascio a lei immaginare - e come direi se fossi completamente immune dal ritegno di scontrarmi con persona priva di equità - è del 28 maggio 1999. In questa denuncia si riferiva esattamente il contenuto del libro di Misiani, con le debite virgolettature e le denominazioni oggettive e soggettive del caso.
A seguito di ciò ebbe luogo l'iscrizione di Scalfaro nel registro degli indagati per il reato, già prescritto, di abuso d'ufficio. Il successivo 5 luglio mi rivolsi al tribunale per i reati ministeriali, al quale la pratica Scalfaro era stata nel frattempo trasmessa dalla procura di Roma, sollecitando un provvedimento, perché, come lei ben sa, i termini a provvedere di questo speciale tribunale sono ristrettissimi ed erano sul punto di spirare. Chiedevo di essere interrogato; chiedevo che si interrogasse quello che era già imputato, sia pure di quel tenue reato; chiedevo un confronto con lui e con il segretario generale Gifuni; chiedevo che fossero interrogati i magistrati che si erano adoperati per coprire entrambi; inoltravo l'istanza per cui, casomai si ravvisasse una competenza prorogata della procura di Perugia, gli atti relativi fossero trasmessi proprio a Perugia.
A tutt'oggi, nel momento in cui vengo a replicare o per lo meno a svolgere il mio compito in ordine a questa stessa materia, fatta oggetto di un'interpellanza parlamentare e durante il quale vengo interrotto ed estromesso dall'aula, non ho ricevuto una citazione per deporre come persona informata dei fatti, come teste e come ex presidente della commissione d'indagine sui fondi riservati SISDE, compito che assolsi allorché, magistrato in pensione, venni pregato e supplicato di assumere questo compito oneroso, che mi pose allora e mi pone ora in possesso di un patrimonio che vorrei riversare proprio alla magistratura, che adesso nasconde uomini e fatti, non nell'interesse di quello Stato e di quelle istituzioni alla tutela dei quali il suo risentimento verso di me si è appellato poc'anzi, ma per la vera custodia del diritto, della legge e delle legalità. Infatti, ciò che giustamente e provvidamente lei ha invocato, cioè il rispetto delle norme, è un dovere che appartiene soprattutto a chi sta al vertice delle istituzioni: a Scalfaro allora e a lei stasera.
Dunque, la materia dell'interpellanza relativa a Scalfaro è o non è materia di storia e di rossore della Repubblica? È materia per la quale noi, come parlamentari, non di questa parte o di quell'altra, ma semplicemente e puramente come rappresentanti dello spirito e della idealità della libertà, siamo tenuti a testimoniare


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e, se feriti e fatti oggetto di sopraffazione, a protestare e ribellarci nei modi compatibili con la nostra dignità e, purtroppo, con taluna altrui dignità vanamente sollecitata ad essere tale.
Desideriamo sapere non soltanto le già ovvie ed acquisite notizie che il garbato sottosegretario ci ha fornito e che sono di pubblico dominio, oltre che in saldo possesso degli interpellanti, e del sottoscritto in modo particolare. Desideriamo sapere se si vuol fare o meno questo giudizio per peculato (quale dovrebbe essere) nei confronti dell'ex ministro dell'interno Scalfaro. Si vuole incassare, oltre ai 100 milioni mensili, anche un indebito profitto fatto di consorteria e, purtroppo, anche di quella cosa che a lei non piace, ma che già la nostra legge chiama alternativamente delitto o crimine, senza offendere i destinatari della norma, né coloro che se ne avvalgono ai fini di tutela della legalità?
Signor sottosegretario, desideriamo sapere questo, solo questo, senza pretendere di offendere (non è nel nostro costume), ma neppure con la viltà di soffrire e patire la prepotenza, come purtroppo in questo paese si sta adusando a fare. Questo le chiediamo, questo non ci ha detto, questo ricaveremo dall'anima, dal sentimento e dall'esperienza del popolo (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale).

PRESIDENTE. La ringrazio. Debbo specificare che non ho affatto riconosciuto un errore nel mio comportamento; ritengo, anzi, di essermi comportato esattamente nel modo in cui dovevo. Di fronte ad una interpretazione diversa avanzata dal presidente Pisanu, ho fatto una cosa assolutamente ovvia: l'ho accolta come legittima, perché nessuno di noi - né io, né il presidente Pisanu, né l'onorevole Mancuso - ha il dono dell'infallibilità.
Rimane il fatto che, se anche ci fosse stato un errore interpretativo, quella frase si prestava a quell'interpretazione e quindi il mio intervento era legittimo; sarebbe stata, dunque, anche legittima una sua specificazione, accettando quell'erronea interpretazione che io, eventualmente, avevo avanzato.

FILIPPO MANCUSO. No, signor Presidente, no! No!

PRESIDENTE. Non ci sono spazi per altri dibattiti. Rimane il fatto che, comunque, l'accaduto ha una sua regolamentare sede di analisi e di valutazione.
È così esaurito lo svolgimento delle interpellanze urgenti all'ordine del giorno.

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