Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 648 del 23/12/1999
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TESTO INTEGRALE DELLA DICHIARAZIONE DI VOTO DEL DEPUTATO LEONE DELFINO SULLA QUESTIONE DI FIDUCIA

LEONE DELFINO. Prendo brevemente la parola per motivare il giudizio negativo del partito socialista e mio personale rispetto al Governo che ha visto la luce in queste ultime ore e che si è voluto portare con irrituale rapidità al giudizio del Parlamento senza aver dato esaurienti e persuasive risposte ai problemi che hanno determinato la caduta del precedente.
Il passaggio da una fase della vita politica del nostro paese a un'altra, dalla prima alla seconda Repubblica è a mio avviso sempre più condizionato dal conseguimento di un vero clima di riconciliazione, che amo definire di pacificazione nazionale.
Per raggiungerlo sono necessarie tre condizioni: un'operazione verità non solo sull'ultimo decennio, ma sull'intero arco di tempo dal dopoguerra in poi; un'operazione di comprensione tra i poteri dello Stato; infine le riforme, prima tra tutte quella elettorale, in modo da consentire efficacemente l'alternanza nella stabilità, indispensabile per il buon governo, e l'equa rappresentatività delle forze politiche in campo, senza trascurare di valutare responsabilmente i danni che possono derivare da artificiose esclusioni mediante meccanismi di miope ingegneria elettorale, per rincorrere maggioranze certe, ma espresse da un numero sempre più esiguo di elettori.
Vi è poi l'urgenza di una riforma rispetto a cui ogni inadempienza peserà come un macigno su chi oggi ha la responsabilità della guida del paese e, quel che è peggio, sul futuro democratico. Si impone cioè una nuova visione fortemente federale della struttura politica e amministrativa che favorisca la crescita di una classe politica e gestionale moderna e sempre più responsabile. Un federalismo che somigli maggiormente ad un coordinamento di responsabilità diffuse sul territorio con un decentramento di poteri che investa la sfera delle decisioni politiche e amministrative per dare alla gente la fiducia di potersi costruire il proprio futuro e, con esso, quello del paese.
Ultima, non per importanza, è la riforma del welfare che va fatta certo pensando ai figli, e guai se così non fosse, coscienti però di non poter nulla togliere ai padri che ad ogni buon conto hanno dato quanto loro richiesto e non possono tollerare l'ingiustizia del cambio delle regole a gioco iniziato. Difficilmente si risolvono i problemi «esasperando» l'attenzione sul sistema pensionistico. È altrove che va volto lo sguardo e precisamente sul sistema di accumulo e di redistribuzione della ricchezza. Ben vanga quindi una riflessione profonda che porti a una riforma dello Stato sociale capace di aumentare la protezione dei cittadini a partire dai più deboli.


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Possiamo affermare con sufficiente certezza che si è drasticamente ridotto il potere d'acquisto per gran parte dei lavoratori dipendenti e di molti lavoratori autonomi marginali ai quali ultimi non sono stati offerti quegli ammortizzatori sociali che sono parte integrante delle democrazie europee. In particolare i lavoratori dipendenti sono stati penalizzati da un lato dai ripetuti incrementi dei prezzi dei servizi pubblici, nonostante i processi di liberalizzazione competitiva e, dall'altro, dalla cosiddetta politica dei redditi prodotta dalla concertazione. Questa, concepita negli anni '80 per assorbire le altissime pressioni inflazionistiche, oggi viene assurdamente mantenuta per ragioni di esclusivo controllo sociale. I salari hanno il diritto di crescere in rapporto ai risultati di impresa secondo i modelli negoziali decentrati. È evidente il vantaggio che ne potrebbe derivare anche alla ripresa dei consumi privati e del risparmio.
Perché tutto questo si possa realizzare è indispensabile che si esca dal clima di veleni che sta intossicando giorno dopo giorno il tessuto di rapporti politici e umani della nostra società.
Si impone poi un'operazione verità che, attraverso una vera commissione di inchiesta parlamentare, scriva nel grande libro della storia e non nei testi di storia partigiani gli avvenimenti che si sono succeduti dalla Liberazione in poi; le responsabilità nostre e quelle internazionali che hanno pesato sul corso degli avvenimenti; i finanziamenti illegali di cui hanno goduto pressoché tutte le forze politiche con qualche lodevole eccezione; chi ha iniziato questa pratica disdicevole e chi l'ha rincorsa magari per una sciagurata valutazione difensiva.
Chi ha maggior senso di responsabilità, e la politica lo deve avere, agisca con immediatezza ponendosi come unico e solo obiettivo la ricerca della verità e con essa il superamento di un'epoca che con luci e ombre ha caratterizzato mezzo secolo di vita di un popolo e di una nazione di antica civiltà e di grande cultura.
Appare infine sempre più urgente una pacificazione nazionale che investa prima di tutto i diversi poteri dello Stato che, in equilibrio tra loro e garantiti nella loro costituzionale autonomia, con un'operazione di reciproca comprensione li porti a capire gli eccessi verificatisi in ogni ambito (e non in uno solo di essi), non certo per cancellarli con un colpo di spugna, ma per giudicarli per quello che sono veramente stati. Solo così sarà possibile riprendere il cammino della coesione politica e sociale del paese.
Questo ci saremmo aspettati sarebbe stato nei suoi propositi e nei programmi di fine legislatura del Governo che ella presiede. Ha invece preferito non affrontare i veri nodi che impediscono di avviarci con slancio nel terzo millennio con un paese rinnovato e all'altezza delle sfide che l'appartenenza al club europeo ci offre giorno dopo giorno. Troviamo invece una risposta parziale, a volte ambigua e comunque insoddisfacente sui grandi temi che ho cercato appena di ricordare e il Governo che oggi ci presenta in fotocopia sbiadita non può nemmeno nascondere i modesti risultati conseguiti sul piano economico con i trucchi della statistica sorretti dai microscopici benefici fiscali e assistenziali decisi con la legge finanziaria.
La scelta del partito socialista e mia personale di negare la fiducia al suo Governo nasce, quindi, da valutazioni negative sul piano politico e da ragioni di carattere sociale per la scarsa attenzione alle componenti più deboli della società.
La mia scelta personale inoltre, in ordine al Governo e all'adesione al partito socialista, discende anche dall'abbandono ormai definitivo da parte dei Democratici di sinistra, facenti parte della comunità internazionale socialista, di qualunque ipotesi di costruzione in Italia di un'unica formazione socialista a favore dell'Ulivo o partito democratico che sia e di contro dalla risposta tatticamente utile ma strategicamente sterile dei Socialisti e democratici italiani che, dando vita al Trifoglio, mortifica anche l'ipotesi di dare una casa comune alla diaspora socialista.

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