Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 645 del 18/12/1999
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La seduta, sospesa alle 17,45, è ripresa alle 19.

(Dibattito sulle comunicazioni del Governo)

PRESIDENTE. Passiamo al dibattito sulle comunicazioni del Governo.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Sgarbi.

VITTORIO SGARBI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, non posso dare un giudizio che abbia a che fare con la realtà di queste giornate frenetiche di consultazioni


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e tradimenti sulla base del resoconto sereno, serafico ed impostato come L'indifferente di Watteau da parte del nostro Presidente del Consiglio. A sentire il resoconto dei meriti di questo Governo, non vi sarebbe uno, neanche dell'opposizione, che non dovesse, con serenità e convinzione, dare la fiducia a questo o anche ad un eventuale Governo D'Alema futuro.
Mi sembra, però, che il Presidente del Consiglio abbia evitato almeno due argomenti essenziali, per quello che riguarda la mia sensibilità e le mie scelte nel corso di questi anni. Il primo è l'argomento della giustizia, non in astratto, ma all'interno della sua maggioranza, dove molti uomini del partito di Mastella sono stati accusati, incriminati, talvolta arrestati per essere poi prosciolti, e dove una parte di quelli di cui egli porta il nome è stata totalmente cancellata. Socialista oggi è D'Alema, ma i socialisti sono altra cosa dal socialista D'Alema, e questo è il nodo vero di questa crisi: cosa i socialisti vogliono essere e come vogliono che sia rispettata la loro memoria. In proposito, non posso essere soddisfatto del fatto che il Presidente del Consiglio abbia, con indifferenza, evitato il centro della questione: la sfiducia dei socialisti tradizionali, non ex comunisti.
Il secondo argomento è l'ignobile vicenda, che avrebbe dovuto portare alle dimissioni non dico del Presidente del Consiglio, ma del ministro per i beni culturali e del ministro dell'ambiente, relativa alla violenza al patrimonio artistico italiano in questa città nel nome del conclamato Giubileo (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale). È la vicenda intollerabile degli interventi di Rutelli, che fa parte di questa maggioranza, sulla città violentata, prima di tutto a palazzo Montecitorio e sulla piazza, poi negli scavi al Gianicolo: quando gli archeologi del mondo si ribellano a tale violenza ed il Governo sconfessa il suo ministro e legittima lavori intollerabili, di violenza alla storia e alla civiltà, vi è una condanna che il Governo non potrà evitare!
I magistrati, intanto, rincorrono quelli che venderebbero la dignità dei parlamentari aprendo inchieste: non capisco perché i magistrati non abbiano aperto inchieste contro questo Governo per la distruzione della civiltà antica, attraverso l'autorizzazione a quella inaudita violenza voluta dal Giubileo! Su questo punto, io credo, la sfiducia non potrà che essere totale ed irrimediabile (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale)!

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Calderisi, al quale ricordo che dispone di cinque minuti.

GIUSEPPE CALDERISI. Signor Presidente del Consiglio, lei ha detto molte cose nel suo intervento, facendo un quadro a tinte rosa dell'azione del suo Governo, ma mi sembra si sia del tutto dimenticato di dire al Parlamento il motivo per cui ella è venuto in Parlamento, cioè perché il suo esecutivo e la sua maggioranza sono in crisi, quali sono le ragioni del chiarimento radicale di cui ha parlato nei giorni scorsi e perché è pronto a salire al Quirinale per rassegnare le sue dimissioni. Credo che il suo discorso sia viziato da questa mancanza di fondo, signor Presidente. Quattordici mesi fa il suo Governo nacque sulla base di una doppia frode politica - politica, non costituzionale -, in primo luogo perché ella divenne Premier senza essersi mai candidato a tale carica davanti agli elettori e, in secondo luogo, perché il suo esecutivo nacque con il voto determinante dei deputati dell'UDEUR, eletti nel Polo, cioè nello schieramento contrapposto al suo, grazie ad un inquietante episodio di trasformismo politico.
Si tratta di un Governo decapartito, composto da dieci o addirittura undici partiti e partitini, il primo, dopo il referendum del 18 aprile 1993, ad essere il frutto esclusivo della volontà dei partiti, delle segreterie di partito, perché i Governi Berlusconi e Prodi furono costituiti sulla base di un voto dei cittadini, mentre i Governi Ciampi e Dini furono esecutivi


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tecnici scelti dal Presidente. Il suo è un Governo nato con gli stessi vizi, gli stessi riti, le stesse alchimie dei Governi della cosiddetta, e mai morta, prima Repubblica.
Lei è stato un accanito sostenitore, almeno fino a poco tempo fa, di un sistema fondato sui partiti e solo di recente mi sembra che abbia aderito alla logica di un sistema fondato maggiormente sulle coalizioni: lo stesso 18 aprile lei, per usare un eufemismo, fu molto tiepido nei confronti di quel referendum elettorale. Prendiamo atto che, in qualche modo, ha cambiato opinione al riguardo, ma il suo esecutivo nacque grazie a quegli episodi di trasformismo, a quei metodi, a quei vizi; da quei metodi e da quei vizi lei è stato condizionato nell'azione di Governo e di questi vizi e di queste alchimie lei è vittima. Signor Presidente del Consiglio, mutuando un proverbio, si può dire: chi di certi intrighi ferisce, di certi intrighi perisce.
Una cosa è fuori dubbio: siamo di fronte ad una crisi politica della maggioranza di centro sinistra, una crisi drammatica: è una maggioranza di centro sinistra che sta insieme per motivi di potere, ma che è del tutto incapace di dare al paese le grandi riforme di cui ha bisogno, le riforme strutturali, dell'economia, dello Stato sociale, della giustizia, del sistema politico. Il paese ha bisogno di modernizzazione - lo ha detto anche lei - per tenere il passo della competitività, ma, di fronte a questa esigenza, lei ha manifestato solo qualche volta qualche buona intenzione, che è risultata del tutto velleitaria di fronte al muro del blocco di interessi conservatori che costituisce la base elettorale della maggioranza di centro sinistra: al riguardo basterebbe citare solo il caso delle pensioni. Anche nel suo discorso ella è stata incapace di superare le sabbie mobili in cui si trova, tentando di evocare uno, due, al massimo tre grandi, puntuali e precisi obiettivi di riforma su cui caratterizzare l'azione di Governo.
Signor Presidente, probabilmente lei andrà a rassegnare le dimissioni; probabilmente nascerà un Governo D'Alema bis, ma evidentemente c'è ben poco da sperare di buono, se tutto ciò non muta. Devo manifestare al riguardo una chiara impostazione contraria all'ipotesi di elezioni anticipate, signor Presidente, perché andremmo a votare con le stesse regole attuali e difficilmente le cose potrebbero cambiare, mentre è alle porte la possibilità di sottoporre al paese le scelte di fondo per la modernizzazione su tutti i fronti, innanzitutto tramite il referendum elettorale, ma anche con quelli economici e sulla giustizia. Credo che vada salvaguardata la possibilità di consentire al paese di operare le scelte tra grandi opzioni.
Per tale motivo, signor Presidente, come ho già detto, siamo contrari alle elezioni anticipate e ci auguriamo che dal voto dei cittadini possa giungere la possibilità di riforma della quale questa maggioranza, in particolare, e questo Parlamento si dimostrano finora incapaci.
Signor Presidente, solo per citare due piccoli episodi, le ricordo il fatto che questo Parlamento ha portato dal 3 all'1 per cento la soglia per accedere al finanziamento pubblico dei partiti (mentre il ministro Amato parlava delle «cento padelle», questo Parlamento le realizzava) ed ora una modifica del regolamento parlamentare, signor Presidente, porterebbe a dieci ...

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Calderisi.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Buttiglione.

ROCCO BUTTIGLIONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, confesso di prendere la parola con un qualche imbarazzo oggi in quest'aula, perché non so bene che cosa devo dire (Commenti).

ANTONIO SODA. Si può anche sedere!

ROCCO BUTTIGLIONE. Mi sarei aspettato dalla relazione del Presidente del Consiglio una diagnosi sulle ragioni della disunione della sua maggioranza e


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delle difficoltà che oggi lo conducono a venire in Parlamento per un radicale chiarimento. Mi sarei aspettato una denuncia appassionata delle ragioni che rendono impossibile tenere in piedi la maggioranza oppure l'indicazione delle difficoltà, dei fraintendimenti, e la proposta delle soluzioni per aprire un dibattito che si suppone debba servire a ricucire le ragioni della maggioranza.
Di tutto questo nell'intervento iniziale - e me ne dolgo per la stima personale che ho per il Capo del Governo - non ho trovato traccia. Il suo discorso ha ignorato totalmente il dibattito politico acceso ed aspro in corso nel paese e non offre punti di riferimento per un intervento, salvo che noi tutti passeggiamo per il Transatlantico, ci scambiamo informazioni politiche, leggiamo i giornali: è su questo che posso intervenire, non sulla relazione introduttiva del Capo del Governo, e credo che questo non corrisponda a quell'ideale di «paese normale» di cui lei, signor Presidente, ci ha parlato molte volte; corrisponde all'idea di un paese in cui il passaggio in Parlamento è una tappa obbligata prima di andare avanti con la vera discussione della crisi, che si svolge ovviamente in sedi extraparlamentari: altrove, non qui.
Credo che sarebbe stato necessario dire qualcosa sul disagio di un centro del centro sinistra (mi rifaccio addirittura alla scissione del Partito popolare italiano del 1995) che è nato nella convinzione di poter costituire una forza democratico-cristiana alleata con la sinistra, capace di reggere al confronto con la sinistra nel Governo perché in grado di riassorbire il movimento dell'onorevole Romano Prodi traendone forza. Il disagio nasce nei migliori e in quelli che più hanno vissuto le ragioni ideali del Partito popolare in questi anni (mi rivolgo all'onorevole Marini e a quanti con più concretezza e fedeltà lo hanno seguito in questo cammino), i quali oggi vedono che questa prospettiva scompare e che quella che si apre è di essere assorbiti dentro una forza di sinistra, forse il grande partito unico della sinistra italiana, forse il partito più piccolo di una sinistra che si articola in due parti, i Democratici (la sinistra non marxista), e quella di tradizione marxista e post-marxista.
Di questo, che è un problema reale, non ho udito una parola, come non ho udito parola sul problema dei socialisti, alle prese con la domanda di una rilegittimazione della propria storia, sulla quale dare un giudizio certo critico - come su quella di tutte le forze politiche - ma da non ridurre, per la dignità di questo Parlamento, in cui tanti dirigenti socialisti hanno dato uno straordinario contributo alla nostra democrazia, ad una storia di malaffare.
Su questo ho sentito poco, un riferimento - mi scusi - inadeguato alla necessità di una commissione di storici: ma gli storici, se vogliono fare una commissione, non chiedono l'autorizzazione del Parlamento e non ne hanno bisogno (Applausi dei deputati dei gruppi misto-CDU e di Forza Italia).
Infine, visto che il tempo è tiranno (spero di avere ancora un minuto), aggiungo che mi sarei atteso di veder affrontata la questione fondamentale posta alla nostra attenzione dai fenomeni di malcostume parlamentare di cui abbiamo sentito parlare sui giornali in questi giorni ma, fuori dai giornali, anche nei mesi e negli anni passati.
Diciamolo francamente: questo bipolarismo è fallito, doveva creare delle grandi aggregazioni e, invece, ha creato lo sbriciolamento; doveva creare un rapporto più diretto e vivo fra l'eletto e l'elettore, sopprimendo la mediazione dei partiti e, invece, ci ha dato 630 parlamentari abbandonati a se stessi, esposti a tutte le tentazioni.
Se posso chiudere con un appello: ridateci la proporzionale! Nella prima Repubblica queste cose non succedevano (Applausi dei deputati del gruppo misto-CDU e del deputato Sgarbi).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Mazzocchin.

GIANANTONIO MAZZOCCHIN. Signor Presidente, non userò tutti e cinque i


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minuti perché voglio lasciare un po' di tempo ad altri colleghi che vogliano prendere la parola.
La componente Federalisti liberaldemocratici repubblicani ritiene che la crisi di Governo sia un fatto negativo, specie in questo momento in cui l'Italia ha compiuto importanti passi in direzione del risanamento economico, è membro dell'Unione monetaria, è partner di prima grandezza nelle istituzioni europee. Noi siamo dell'opinione che l'onorevole D'Alema debba continuare a guidare un Governo di centro sinistra nel quale siano equilibratamente rappresentate le culture politiche che hanno condotto l'Italia alla democrazia e, cioè, quella liberaldemocratica repubblicana, quella cattolica e quella socialista democratica.
Già all'atto dell'insediamento di questo Governo l'onorevole Sbarbati aveva sottolineato questa lacuna, prevedendo che sarebbe stata causa di difficoltà future. Ci atterremo alle decisioni comuni della maggioranza circa le modalità di conduzione di questa crisi. Il nostro gruppo...

ALFREDO BIONDI. Quale gruppo?

GIANANTONIO MAZZOCCHIN. ... chiede comunque al Presidente del Consiglio un più deciso impegno per la realizzazione del progetto federalista dello Stato, impegno che sembrava maggiore quando l'onorevole D'Alema era presidente della Commissione bicamerale.
Naturalmente questo risultato si potrà ottenere più agevolmente con la scelta di un ministro degli affari regionali che creda nella riforma federale dello Stato.
Riteniamo che nel tempo che ci separa dalla conclusione naturale della legislatura maggiori sforzi debbano essere fatti per la soluzione dei problemi del lavoro e, in particolare, per il superamento della disoccupazione intellettuale giovanile.
Per quanto riguarda l'economia, pur nel rispetto del bilancio, vorremmo che si procedesse in modo più rapido verso una diminuzione della pressione fiscale per favorire la vita e lo sviluppo delle piccole e medie imprese italiane che tanta parte rappresentano del mondo produttivo. Abbiamo apprezzato le proposte di riforma nel settore della scuola, anche se ora occorre passare alla fase di realizzazione e portare la scuola pubblica italiana ai livelli delle migliori scuole europee. L'università italiana attende da anni una seria riforma ed uno stato giuridico per il suo personale docente e ricercatore. Discuteremo apertamente fin dai primi giorni di gennaio del progetto presentato dal ministro Zecchino.
La riforma della ricerca scientifica è già iniziata e va portata a termine in tutti i suoi settori, senza lasciare isole all'influenza di questo o quel ministro, con un coordinamento generale dal parte del MURST ed un finanziamento adeguato agli altri paesi che non collochi l'Italia agli ultimi posti in Europa.
La burocrazia non è stata ancora sconfitta, le leggi Bassanini hanno avviato un processo che sembra ancora lungo e difficile: maggiore efficienza, meno pastoie burocratiche, più fiducia nello Stato, saranno questi gli obiettivi da raggiungere nei prossimi anni.
Per quanto riguarda la politica estera di questo Governo, esprimo un giudizio nettamente positivo, poiché è stata ben guidata, saggia e presente. Concludo con le stesse parole con cui ha concluso il Presidente del Consiglio: vogliamo insieme riprendere lo spirito dell'Ulivo, cioè il prevalere delle ragioni dell'alleanza sui particolarismi di ciascuno (Applausi dei deputati dei gruppi misto-Federalisti liberaldemocratici repubblicani, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e dei Popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Bastianoni.
Anche lei, onorevole Bastianoni, ha cinque minuti di tempo a disposizione.

STEFANO BASTIANONI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, colleghi, i deputati del gruppo di Rinnovamento italiano esprimono la propria preoccupazione per la situazione politica che si è venuta a determinare. Crediamo


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che l'azione che il Governo sta portando avanti sia positiva per il paese; l'azione delle forze politiche della maggioranza ha prodotto sforzi che hanno portato risultati utili che non possono, ora, essere compromessi. L'interruzione di questo lavoro costituirebbe un danno per il paese. Riteniamo che tale lavoro debba procedere, insieme alle forze politiche il cui contributo ha finora prodotto quei risultati.
Occorre ribadire la positività dell'attuale coalizione e rafforzarne le ragioni, vincendo certe resistenze e superando certi momenti in cui sembrano prevalere le ragioni di parte. Occorre riconfermare, quindi, un rinnovato spirito di appartenenza alla coalizione, per raggiungere quegli obiettivi che abbiamo assunto dinanzi all'Europa. Si è rafforzata la credibilità internazionale del nostro paese ed il suo ruolo; non possiamo, dunque, danneggiare gli interessi nazionali delle imprese dei cittadini e delle famiglie italiane. Dobbiamo produrre, allora, uno sforzo che tenda a proseguire l'azione già avviata.
Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, l'azione di modernizzazione del paese e la restituzione di quote di reddito alle famiglie meno abbienti debbono procedere e deve essere diffuso un maggior benessere a più larghi strati della popolazione italiana. È vero, nell'azione di Governo vi sono luci e ombre e dobbiamo, quindi, puntare l'attenzione sulle cose che restano da fare; non possiamo lasciare azioni incompiute: il tempo che ci separa da qui alla fine della legislatura deve essere utilmente impiegato per portare avanti il lavoro da compiere nell'interesse del paese.
I deputati del gruppo di Rinnovamento italiano faranno la loro parte, con la lealtà di sempre e con la positività che caratterizza la loro azione: crediamo, infatti, che questo impegno e questo lavoro siano nell'interesse del nostro paese e, quindi, dei cittadini italiani (Applausi dei deputati dei gruppi misto-Rinnovamento italiano e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Boselli.
All'onorevole Boselli ricordo che ha sette minuti di tempo a disposizione.

ENRICO BOSELLI. Grazie, signor Presidente. Signor Presidente del Consiglio, abbiamo ascoltato il suo discorso, nel quale ho colto alcuni aspetti costruttivi, anche se debbo dirle con franchezza che mi pare che esso non abbia affrontato e risolto nessuno dei punti di fondo intorno ai quali, in questi due mesi, è ruotato il confronto nella maggioranza.
Nel suo discorso di questo pomeriggio mi sembra vi sia stata, sulle questioni politiche e programmatiche che i Socialisti, gli amici dell'Unione per la Repubblica e il PRI hanno più volte sollevato, prudenza se non reticenza.
Ci troviamo in una situazione nella quale esiste un profondo malessere all'interno della maggioranza, che è evidente a tutti e che è interesse di tutti cercare di superare. Diamo all'azione del Governo da lei presieduto una valutazione - potremmo dire - fatta di luci ed ombre. Questo nostro giudizio le era già noto, perché sui temi fondamentali avevamo presentato le nostre osservazioni, raccolte in sei precisi punti programmatici.
Il Governo ha saputo sicuramente portare avanti un'azione positiva, che recentemente si è tradotta nella legge finanziaria per il 2000, predisposta dal ministro del tesoro Amato. Tuttavia, ci sono ritardi di non poco conto su temi essenziali, come la sicurezza sociale e quella dei cittadini; la riforma dello Stato sociale; la lotta alla disoccupazione; una maggiore flessibilità del mercato del lavoro; una semplificazione più accentuata delle procedure per l'effettivo impiego delle risorse per investimenti, con particolare riguardo al Mezzogiorno; un più coraggioso impulso nella direzione dell'ammodernamento dello Stato in senso federale.
La riforma dello Stato sociale costituisce, lei lo sa, il banco di prova per tutti i Governi europei ed occorre un disegno che tuteli gli esclusi e gli emarginati e che elimini posizioni di rendita e di privilegio.


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Per questo motivo noi siamo per garantire le pensioni, ma anche per impedire che si ricreino situazioni anomale, come quelle delle pensioni di giovinezza.
Quelle della sicurezza dei cittadini e di una riforma della giustizia civile e penale sono questioni sulle quali drammaticamente avvertiamo ogni giorno l'insoddisfazione dei cittadini e la sfiducia nei confronti delle istituzioni. Sul tema della giustizia noi abbiamo posto da tempo la questione importante della differenziazione necessaria tra la pubblica accusa ed il giudice terzo, cardine di un giusto processo, come d'altra parte accade in tutti i paesi europei.
La crisi che attraversa il sistema politico si sta trasformando in una eterna transizione tra la prima e la cosiddetta seconda Repubblica. Noi abbiamo ribadito più volte che su tutto il sistema di finanziamento illegale ed irregolare alla politica ed ai partiti, prima di atti che chiudano il capitolo di Tangentopoli, è necessaria la verità: e la strada maestra per ottenere la verità resta per noi l'istituzione di una Commissione bicamerale d'inchiesta. Non ci sembra che vi siano alternative convincenti e credibili.
I temi politici, quindi, sono strettamente legati alle questioni programmatiche. Siamo consapevoli, signor Presidente, che anche le decisioni di una piccola, ma stretta intesa politica, comunemente chiamata Trifoglio, costituita da forze di ispirazione riformista, laica, socialista, cristiana e repubblicana, quale noi siamo (come lo SDI, il PRI e l'UPR), hanno, in questa complessa situazione politica, un peso di qualche importanza in questa Camera. Siamo consapevoli che il paese e l'Europa attraversano una delicata fase istituzionale, politica ed economica e comprendiamo bene che sono qui sottoposti alle valutazioni della Camera non solo il Governo che è da lei presieduto, ma le ragioni, le forme e le finalità di quella che è stata e che sarà la coalizione di centro sinistra. Noi siamo a favore - anzi, lo riteniamo indispensabile - di un profondo chiarimento, con un ampio confronto, sia nelle forme del dibattito parlamentare, sia in quelle di un serrato e franco colloquio tra le forze politiche che fin qui hanno costituito la maggioranza ed hanno sorretto il Governo e la coalizione. Ribadiamo che questo chiarimento politico è importante per l'espressione di un esecutivo in grado di affrontare i problemi dei 400 giorni che mancano alla fine della legislatura.
Se non ho inteso male, signor Presidente del Consiglio, il significato del suo riferimento al Governo rinnovato, lei, al termine di questo dibattito, si recherà dal Capo dello Stato al fine di aprire una crisi formale: infatti, il chiarimento radicale da lei auspicato non può che passare attraverso l'apertura di una crisi formale e il conseguente avvio delle procedure costituzionali e politiche per la formazione di un nuovo Governo. La necessità di questo passaggio non presuppone nei suoi confronti, né per oggi né per domani, alcuna pregiudiziale, né positiva né negativa. Noi non lavoriamo per dividere il centro sinistra, anzi, tutte le questioni che abbiamo posto sono dettate dalla nostra volontà di trovare la via giusta per rilanciare la coalizione (Applausi dei deputati del gruppo misto-Socialisti democratici italiani - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Bertinotti.

FAUSTO BERTINOTTI. Signori Presidenti, signore e signori deputati, io penso che la cosa più inquietante di questa nostra discussione sia che non siamo nelle condizioni di rispondere alla domanda: perché siamo qua? In questi giorni, in queste settimane, si è avuto un convulso dibattito che potremmo definire, generosamente, politico. Il senso generale è sfuggito al paese. Oggi il Presidente del Consiglio è riuscito a rafforzare questa condizione, mettendo anche noi nella condizione di non riuscire a capire quello che sta succedendo.
Allora, uno prova con i propri mezzi. A me pare che la situazione politica possa essere descritta nel modo seguente. Vi è una destra che ha una terapia cinica e


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darwiniana di governo della modernizzazione, che si giova di un'anima che viene esibita con forza anticomunista e che produce anche degli scarti preoccupanti, mostrando slabbrature profonde nella cultura del diritto, come è avvenuto, nelle scorse settimane, con l'aggressione alla magistratura. Ma questa maggioranza, in realtà, anche di fronte ad una destra siffatta, non riesce, non vuole produrre un'alternativa ad essa e sembra anzi lavorare per la possibile rivincita di questa destra che, infatti, tiene un comportamento che potrebbe definirsi morbido e tenue, in queste giornate, lasciandovi fare pressoché da soli.
Così, il rischio di una crisi di consenso è molto grande e credo si possa percepire come, nella settimana scorsa, la maggioranza ed il Governo abbiano dato un potentissimo contributo alla spoliticizzazione del paese e a sospingere molte persone a non occuparsi più di politica: questa è la cosa di cui più vi critichiamo.
Nell'intervento del Presidente del Consiglio non ho sentito le parole realmente consonanti al paese reale. Lei, signor Presidente del Consiglio, ha parlato della pioggia, indicando la necessaria preoccupazione delle popolazioni campane, ma ha come omesso di dire che non si capisce per quale motivo la pioggia, in un paese, debba essere portatrice di catastrofi, se non quando c'è una cattiva politica del rapporto con il territorio, quando, cioè, si fanno grandi opere, trafori, speculazioni: così si ripete la condizione di Sarno che sembra essere una denuncia a questa intera classe dirigente (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti)!
Non c'è il paese reale dove si può morire in carcere, perché non ci si può curare, come è accaduto a Marco Ciuffreda, o dove si muore sul lavoro, come è capitato ieri a Oreste Bernardini, a Livorno (il secondo morto in quindici giorni), lavoratore anch'esso degli appalti, vale a dire di quella condizione che voi vi ostinate a chiamare flessibilità. Il ministro del lavoro ha avuto parole responsabili di fronte ad una crisi sociale, del lavoro e della condizione operaia: non ne ho sentito qui neppure vagamente l'eco. Su una condizione di povertà così diffusa, come raramente si è trovato di avere in un paese sviluppato, il Presidente del Consiglio si accontenta di qualche punto percentuale, mentre la condizione sociale si aggrava complessivamente e la redistribuzione del reddito premia solo le grandi imprese, quei capitani di industria - «padroni del vapore», li chiamava Ernesto Rossi - che si sono affannati a correre in soccorso di questa compagine governativa.
Ma voi sembrate non darvene conto; non c'è traccia della realtà del paese, ma non c'è traccia neanche della politica: la politica muore, nel suo discorso. Questa è la conseguenza di un processo lungo, ma che qui subisce un'accelerazione. C'è un'indignazione nel paese per questo degrado della politica: vorrei sapere, dalle forze del centro sinistra, come intendano reagire a questa indignazione. Questa è la conseguenza di un abbattimento dell'ideologia: l'ideologia può portare con sé grandi rischi, ma voi, cancellandola, avete ridotto la politica a mercato e quando la politica si riduce a mercato i fenomeni di trasformismo sono nella natura delle cose e si manifestano anche nelle forme perverse in cui possono essersi manifestate in questi giorni (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti e di deputati del gruppo di Forza Italia).
Avete abbattuto l'opposizione tra destra e sinistra nella politica economica e sociale. Tutti neoliberisti, tutti a parlare lo stesso linguaggio sulle privatizzazioni, sulla liberalizzazione, sulla globalizzazione! Non vi fermate neanche dopo Seattle, dopo il fallimento clamoroso di quell'idea di governo oligarchico e imperiale del mondo, messo in crisi da contraddizioni interne oltre che da un nascente movimento.
Avete abbattuto il senso della distinzione anche tra sinistra di Governo e centro nella compagine governativa; avete fatto nascere una compagine fortemente condizionata dal consenso del Presidente Cossiga e dell'UDR, avete realizzato con


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questo una corsa al centro e il Presidente del Consiglio ha guidato questa corsa al centro, fino a vedersi raffigurato in una sorta di apprendista stregone, quando potenziando il centro si trova da questo sostanzialmente delegittimato. Ed oggi a questa crisi il Presidente del Consiglio risponde cancellando la politica, riducendo la politica a pura amministrazione! Ci aspettavamo almeno uno scatto sul suo terreno e non sul nostro: non su quello sociale, non su quello della politica della trasformazione, ma sul terreno della governabilità; ci aspettavamo un discorso forte che sfidasse le forze dicendo: o è così o si va ad una crisi vera. Ed invece la crisi è già pilotata, avrà un suo sbocco che ricorda più la tradizione andreottiana che una volontà reale di cambiamento. La politica viene ridotta ad amministrazione e l'amministrazione viene ridotta ad un tirare a campare.
Per le sorti della democrazia prima ancora che per le sorti della sinistra, vorrei che ci fosse uno scatto, che dentro le forze della maggioranza chi avverte un disagio lo faccia valere. Noi, per parte nostra, faremo valere sino in fondo la nostra critica e la nostra opposizione (Applausi dei deputati del gruppo misto-Rifondazione comunista-progressisti).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Casini.

PIER FERDINANDO CASINI. Onorevole Presidente, colleghi, l'altro giorno l'annuncio del precipitare della crisi di Governo ha coinciso con un significativo rialzo della borsa di Milano: è un buon esempio dello stato in cui siamo, dello stato in cui il Governo ha ridotto le istituzioni e la politica.
Lei si è impegnato alacremente, Presidente, in questi ultimi mesi per cercare di mettere ordine tra le infinite contraddizioni della sua variopinta maggioranza e ancor più per utilizzare quelle contraddizioni per mettere i suoi alleati gli uni contro gli altri. Il risultato è quello che tutti vediamo: un Governo precocemente invecchiato che si appresta a rassegnare le dimissioni e un Governo rinnovato che, se nasce, se nascerà, sarà ancora più debole e sotto il segno dell'equivoco.
In mezzo a tutte queste alchimie che risultano incomprensibili al paese e stucchevoli ai cultori della buona politica, l'Italia perde i colpi. Lo Stato sociale, che voi avete trasformato tre anni fa nella bandiera elettorale del centro sinistra, oggi lo state lasciando deperire ed invecchiare, non avendo il coraggio di riformarlo. Il nostro tasso di sviluppo è tra i più bassi in Europa, la disoccupazione è alle stelle, l'inflazione torna a «mordere» le famiglie, la lira è ai margini dell'euro, per non parlare poi del Mezzogiorno che tra iniziative avventate, come la costituzione della società Sviluppo Italia, e improbabili patti territoriali, sta precocemente e in modo assai preoccupante deperendo. Cresce di giorno in giorno la nostra distanza dagli altri paesi europei che vedono nella convulsione della politica governativa e nella pochezza dei suoi risultati una buona ragione per diffidare di noi. Se ci sono 5 milioni di abbonati ad Internet non è certo per merito suo, Presidente del Consiglio, mentre se dopo due anni i terremotati dell'Umbria e delle Marche sono ancora nei container, forse è anche per responsabilità sua (Applausi dei deputati dei gruppi misto-CCD, di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
L'onorevole Bagliani, ha dichiarato ieri: «Ho ottenuto in questa finanziaria i fondi per completare la Transpolesana, la strada della provincia di Verona. Per questo sono passato dalla Lega alla maggioranza».
È chiaro che un Governo che si è tanto speso per favorire la conversione politica dell'onorevole Bagliani e che si è improvvisamente accorto, a metà del cammino della finanziaria, di quanto fosse importante stanziare 120 miliardi per completare la Transpolesana, debba avere avuto poco tempo per dedicare attenzione alle grandi infrastrutture. In questo modo, si fa la Transpolesana, ma non il ponte sullo stretto di Messina e si lascia il traffico autostradale nelle condizioni drammatiche, che tutti conosciamo, tra Firenze e


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Bologna o tra Salerno e Reggio Calabria (Applausi dei deputati dei gruppi misto-CCD, di Forza Italia e di Alleanza nazionale).
Si fa la Transpolesana, ma non si sa a come accogliere, da qui a pochi giorni, milioni e milioni di pellegrini cristiani o come far funzionare miracolosamente lo scalo della Malpensa o come evitare che i nostri treni siano i più lenti d'Europa, persino quando sono in perfetto orario.
L'onorevole Bagliani, ovviamente, è contento di questa scelta e non mancherà di ricambiare votando a favore del suo nuovo Governo, ma noi, e moltissimi italiani insieme a noi, giudichiamo scandaloso che la finanziaria sia stata l'occasione di una compravendita politica e che, una volta di più, le risorse dello Stato e i soldi di tutti siano serviti a far girare la poderosa ruota del clientelismo di sinistra.
Signor Presidente, il CCD e tutto il Polo si oppongono al suo Governo, al suo programma e a quello che resta della sua ideologia, ma ci opponiamo ancora di più al costume e ai metodi che l'hanno portata alla testa del Governo, che hanno portato alla sua compagine ministeriale, metodi grazie ai quali lei sta cercando di succedere a se stesso. Noi ci opponiamo al trasformismo che è stata la scintilla che ha messo in moto il suo Governo e che sta diventando la benzina che ne alimenta il traballante cammino.
Il gabinetto, di cui lei poco fa ha rivendicato i meriti, è nato grazie al passaggio al centro sinistra di deputati eletti nel centro destra. È nato grazie ad una serie di tradimenti del mandato elettorale e, poiché non dimentichiamo che l'impegno preso con i cittadini è sacro, non smetteremo di denunciare chi invece lo considera come fosse carta straccia (Applausi dei deputati dei gruppi misto-CCD, di Forza Italia e di Alleanza nazionale)!
È qui per noi Cristiano democratici la radice fondamentale del degrado della politica. Abbiamo letto che di tutto questo, di tutto questo trionfo di saltimbanchi, lei si indigna. No, signor Presidente, siamo noi ad essere indignati, siamo noi a denunciare questo clima malsano che il suo Governo e alcuni partiti della sua maggioranza hanno concorso a creare e dal quale hanno tratto, contro l'interesse del paese, sicuri ed evidenti vantaggi politici. Si tenga pure i suoi vantaggi, ma l'indignazione, per favore, la lasci a noi, dato che è tutta nostra (Applausi dei deputati dei gruppi misto-CCD, di Forza Italia e di Alleanza nazionale)!
Le confermiamo oggi la nostra opposizione, l'esperienza ci dice che, ogni volta che nasce un Governo-bis, nasce sulla difficoltà e non su un progetto di respiro ampio. Sarà così anche questa volta e tanto più se, per l'ennesima volta, verrà meno la disponibilità della maggioranza a dissolvere le ombre del passato ricostruendo secondo verità la storia d'Italia. Ha ragione l'onorevole Boselli quando chiede l'istituzione di una Commissione d'inchiesta su Tangentopoli.
Le confermiamo oggi la nostra opposizione. Fuori da qui, lontano dai riti e dalle liturgie cui la crisi della maggioranza ci costringe, vi è un paese deluso e arrabbiato che sente su di sé il peso di un Governo che non riesce ad essere utile, che tradisce le promesse, come quelle sulla parità scolastica; un paese che cerca lavoro e non lo trova, che cerca sviluppo e trova ristagno, che chiede ordine e sicurezza e trova criminalità, che cerca stabilità e trova intrighi, che cerca chiarezza e trova confusione. Mentre si consuma questa crisi, l'unica certezza che sembra tenere insieme la maggioranza è che occorra assolutamente evitare le elezioni anticipate; ma è una stabilità, la vostra, tutta fondata sulla paura.
Noi ci rivolgiamo agli italiani che vogliono cambiare Governo e politica. A loro diamo appuntamento e con loro prendiamo l'impegno a girare pagina. Mentre il suo Governo si avvia stentatamente ai tempi supplementari, noi le diciamo che si è aperta un'altra partita e che a deciderla, prima o poi, saranno i cittadini italiani e non gli eterni decrepiti registi del trasformismo parlamentare


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(Applausi dei deputati dei gruppi misto-CCD, di Forza Italia e di Alleanza nazionale - Congratulazioni)!

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Paissan.

MAURO PAISSAN. Signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, trovo solitamente stucchevoli quei parlamentari e quei politici che si dilettano a dire che la politica fa schifo. Il qualunquismo, le prediche, le invettive contro la politica sono consentite ovviamente a tutti tranne che a noi. L'unico modo per noi di criticare la politica corrente è quello di mettere in atto una politica diversa.
Dico questo quasi per scusarmi del fatto che in quest'occasione noi Verdi ci sentiamo più vicini all'opinione pubblica, confusa ed incerta, che non ai protagonisti di molti episodi - piccoli, piccoli - che hanno costellato la cronaca politica di queste settimane.
Invito ad una piccola riflessione. Il conflitto politico che porterà tra qualche minuto alla crisi del Governo si è svolto in questi giorni in contemporanea con fatti e vicende di estremo rilievo. Tre esempi: a Seattle è fallito il negoziato per le nuove regole del commercio mondiale ed è fallito anche per effetto di uno straordinario movimento di protesta; in Cecenia - seconda vicenda - è in corso una guerra feroce, brutale, assassina; il Parlamento italiano - terzo fatto - ha approvato una legge finanziaria buona, che comporta parecchi benefici per i cittadini.
Ebbene, nessuno di questi tre temi (Seattle, Cecenia, finanziaria) è entrato nel conflitto politico nostrano. Nessun tema reale appare oggetto e motivo delle nostre divisioni e la lingua usata da noi è spesso il «politichese» stretto.
Non sta forse in quest'assenza ed in questa estraneità - mi domando - una delle ragioni della crisi della politica, una delle ragioni dell'assenteismo elettorale sempre più forte?
I Verdi, Presidente D'Alema, sono orientati a confermarle la fiducia ed a sostenere la costituzione di un Governo rinnovato, da lei presieduto e sorretto dalla stessa maggioranza. Ci aspettiamo però che su alcuni temi, che ci stanno particolarmente a cuore, ci sia una sensibilità ed impegno maggiori da parte del nuovo Governo. Alcuni esempi: ambiente e cura del territorio (basti pensare ai disastri di queste ore in Irpinia), qualità della vita (in particolare sicurezza alimentare: noi chiediamo la moratoria delle coltivazioni di piante geneticamente modificate), diritti civili (politica delle droghe, campagna contro ogni discriminazione, abolizione dell'ergastolo), diritti sociali (uno sguardo particolare alle nuove povertà e - aggiungerei - alle nuove solitudini).
Il Governo uscente, Presidente del Consiglio, ha complessivamente ben operato, secondo noi, anche se i Verdi non hanno mancato di esprimere critiche su temi specifici. Penso anche alla recente decisione governativa sugli scavi al Gianicolo o ai finanziamenti per l'aereo militare Eurofighter.
Se però il giudizio è complessivamente positivo, altrimenti i Verdi ovviamente non starebbero nel Governo, è doveroso dirci anche che in quest'ultima fase sono venuti meno la spinta riformatrice, lo stimolo innovativo del Governo. Il rischio era ed è quello della gestione dell'esistente, lasciando paradossalmente allo schieramento avversario la bandiera del cambiamento. Nel Governo rinnovato, signor Presidente del Consiglio, serviranno persone che rappresentino, anche con i loro nomi, l'istanza del cambiamento.
Farebbe bene a tutti, penso, interrogarsi seriamente sul significato ed anche sulla scomposizione del cosiddetto popolo di Seattle, quel mettersi insieme su posizioni radicali di agricoltori, giovani, ambientalisti, donne, sindacalisti, gruppi religiosi, organizzazioni non governative, rappresentanti del nord e del sud del mondo. Lì sta la problematica del futuro del pianeta e dell'umanità. Lì sta il nuovo millennio con tutti i suoi grovigli e le sue contraddizioni. Le nostre risposte devono essere all'altezza di quelle problematiche; non a caso, i Verdi erano a Seattle, dove


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si è resa plasticamente evidente l'integrazione tra politica ambientale, politica sociale e politica economica.
La proposta programmatica per il futuro Governo, secondo noi, signor Presidente del Consiglio, deve essere tale da coinvolgere per intero la maggioranza di centro sinistra; si è prodotta una lacerazione, la tela va ricomposta. I Verdi chiedono al grosso della coalizione e alle forze del Trifoglio, in particolare ai Socialisti democratici italiani, con i quali abbiamo spesso collaborato, di evitare al paese il trauma di elezioni anticipate e di cercare e ritrovare le ragioni di un nuovo stare insieme.
Se non è tollerabile una pregiudiziale verso la persona del Presidente del Consiglio, non è neanche accettabile un atteggiamento che può essere vissuto da una componente della maggioranza come offensivo o umiliante. Secondo noi, non vi è alternativa alla ricostituzione della maggioranza parlamentare; nel contempo, va avviata la ricostruzione della coalizione politica. L'Ulivo, che anche noi avevamo fondato, non c'è più, ma più forti di ieri sono le ragioni dell'alleanza. Cominciamo dal possibile - altre adesioni possono giungere durante il percorso - senza egemonismi, rispettando le singole identità, affermando la volontà unitaria di presentare un'offerta forte e convincente agli elettori, ricercando su di essa la convergenza di altre forze, come ad esempio Rifondazione comunista, in vista delle prossime elezioni regionali.
Tra i punti programmatici deve esservi la riforma elettorale. I Verdi sono a favore di un sistema maggioritario che assicuri insieme governabilità e piena rappresentatività. Una nuova legge è, forse, a portata di mano; approviamola subito, anche per evitare che un secondo fallimento referendario possa essere interpretato come conferma dell'attuale sistema elettorale.
Si è parlato molto, in questi giorni, della scelta del candidato premier del centro sinistra per il 2001, se al 2001 si arriverà. Il problema esiste, eccome, ma proprio perché è un problema serio, non poteva essere risolto con una trovata estemporanea in pochi giorni, in questi giorni. Ne discuteremo; la scelta dovrà essere meditata e partecipata. Secondo me, il nodo va sciolto intorno alla prossima estate.
Mentre a nome dei deputati Verdi faccio gli auguri di successo al Presidente del Consiglio e alla nostra alleanza, in conclusione, mi rivolgo al Presidente della Camera. Ho apprezzato, Presidente Violante, l'intervento da lei svolto ieri in aula sul caso del cosiddetto «calciomercato» di deputati. Sottoscriviamo per intero i suoi severi giudizi. Nessuno dei protagonisti ne esce bene: né chi avesse, seriamente o per scherzo, avanzato offerte, né chi fosse stato individuato come corruttibile. Il Giurì d'onore faccia rapidamente la sua indagine; a lei, signor Presidente, chiediamo di fare il possibile per tutelare non tanto l'onore dei parlamentari, quanto l'onore del Parlamento e la dignità della politica (Applausi dei deputati dei gruppi misto-Verdi-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo e dei Democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Parisi.

ARTURO MARIO LUIGI PARISI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, i Democratici si riconoscono nel bilancio da lei esposto e condividono l'orgoglio per l'attività svolta dal Governo in questa legislatura. Riconosciamo, infatti, la continuità programmatica che ha legato il Governo da lei presieduto con l'attività che il Governo dell'Ulivo, il Governo presieduto da Romano Prodi, aveva sviluppato fin dall'aprile del 1996. Possiamo dirlo: molto lavoro è stato fatto in pochi anni.
Il paese ha riguadagnato peso e prestigio, un'opera profonda di trasformazione e di modernizzazione è stata avviata e portata avanti con determinazione. Crediamo che il lavoro in corso debba essere proseguito e concluso.
Questa legislatura deve continuare fino alla sua naturale scadenza per portare a


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pieno compimento la transizione italiana. Noi vogliamo, infatti, poter consegnare alla legislatura che si aprirà nel 2001 un paese definitivamente e solidamente capace di reggere il confronto con le altre grandi società democratiche. Per questo, i democratici sostengono e sosterranno l'azione del Governo confidando che essa sarà coerente con l'impegno che fu assunto davanti agli elettori nel 1996. Tuttavia, signor Presidente, noi vogliamo ribadire anche che l'azione di Governo, per quanto attenta e impegnata possa essere, di per sé non basta. Senza un progetto politico e senza un soggetto che di questo progetto si senta responsabile di fronte agli elettori e al paese, l'azione di Governo si esaurisce necessariamente in una serie di atti puntuali e nulla può garantire che essa sia davvero capace di andare oltre la precarietà della politica. Senza un progetto politico forte e senza un soggetto plurale - ne convengo, signor Presidente -, ma pur sempre un soggetto capace di stipulare con gli elettori un patto di Governo, il paese non può avere fiducia nella politica. Una politica affidata a coalizioni sempre instabili, ad accordi sempre revocabili, a costumi parlamentari talvolta sprezzanti del mandato ricevuto dagli elettori - e per questo comunque deprecabili - non può portare il paese fuori dalla lunga transizione italiana. Una politica di questo genere, infatti, è destinata a restare prigioniera dei fantasmi di un passato che non deve tornare, ma che sembra non chiudersi mai definitivamente.
Per questo, signor Presidente, noi dobbiamo costruire finalmente un sistema politico stabile, coeso, che consenta agli elettori di scegliere con il loro voto un programma, una maggioranza, un Premier al quale affidare in condizioni di stabilità la guida del paese.
Molto lavoro è stato fatto, ma non sono mancati momenti di arresto, incertezze, tentativi di tornare indietro, non sono mancati momenti in cui è sembrato possibile tornare a fondare la formazione dei Governi e delle maggioranze su mutevoli accordi tra i partiti.
Per questo crediamo che occorrano un nuovo slancio e una nuova forte determinazione per garantire che su questo piano la legislatura in corso chiuda definitivamente con il passato. A questo fine, il primo essenziale obiettivo di quest'ultima fase della legislatura deve essere quello di dare al paese una nuova legge elettorale maggioritaria che consenta di estendere, anche a livello del Parlamento e del Governo centrale, l'esperienza positiva di stabilità e di continuità democratica avviata in questi anni nei comuni e nelle province ed ora estesa alle regioni. Senza sciogliere definitivamente questo nodo, neppure la via delle riforme costituzionali, pur così necessaria e importante, è praticabile. Senza sciogliere questo nodo, non è possibile garantire al paese una politica seria, forte, stabile, in grado di affrontare e risolvere i problemi veri della gente.
Noi, i Democratici, sappiamo bene che la scrittura delle regole e specialmente delle leggi elettorali non è compito del Governo, ma del Parlamento. È un compito che travalica la distinzione tra maggioranza e opposizione. Noi dunque rivolgiamo a tutte le forze politiche presenti in quest'aula l'appello a dare al paese le regole che ancora mancano, concorrendo tutti assieme anche ad eliminare ogni conflitto di interessi incompatibile con una moderna e forte democrazia.
Sappiamo anche, però, che non è indifferente quello che il Governo e la sua maggioranza pensano e si danno come obiettivo. Per questo la nostra partecipazione, piena e convinta al Governo, è indissolubilmente legata alla capacità della maggioranza e di chi la guida di porre al centro dell'agenda politica la scrittura delle nuove regole e di operare con costanza e con convinzione affinché esse siano vive e vitali. Esiste dunque il dovere politico di lavorare fin da oggi con pazienza e determinazione affinché domani le nuove regole possano essere pienamente efficaci.
È un'esigenza questa alla quale noi chiediamo di dare una risposta convinta, indipendentemente dal fatto che le nuove regole siano scritte per volontà del Parlamento,


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come noi ci auguriamo e chiediamo, o per volontà degli elettori attraverso una consultazione referendaria che consideriamo irrinunciabile se il Parlamento non dovesse provvedere prima della scadenza costituzionale ad approvare una nuova legge elettorale.
È un'esigenza alla quale speriamo che anche l'opposizione voglia corrispondere, perché certo un sistema bipolare è vivo e vitale solo se si può articolare intorno a due diversi soggetti contrapposti sul piano politico e programmatico, ma uniti nella volontà di interpretare nello stesso modo e con le stesse regole la contesa democratica.
In ogni caso, occorre che la maggioranza apra fin da ora un serrato confronto per definire con chiarezza su quali basi, con quale indirizzo programmatico e attraverso quali forme di collegamento tra forze politiche ed elettori sarà definita la proposta politica della prossima legislatura.
So bene, signor Presidente, che parlo in un Parlamento che ha il suo orizzonte politico nell'arco della legislatura in corso. Sono convinto, però, che proprio questi siano il posto e il momento per affrontare le questioni che ho richiamato. Nessun Governo può operare positivamente se non guarda al futuro; nessun Parlamento può assolvere al suo compito se dimentica che il paese ha davanti a sé un futuro ben più lungo di una legislatura. Occorre che alla continuità programmatica si accompagnino un nuovo slancio e un nuovo più forte impegno comune, tale da consentire di dare a quest'ultima fase della legislatura la medesima capacità operativa ed il medesimo entusiasmo progettuale che ne ha caratterizzato la prima fase.
Le chiediamo dunque di impegnarsi a completare e a dare attuazione al processo di riforma in senso federale dell'ordinamento italiano; su questo terreno molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare. Le chiediamo di assicurare rispetto e sostegno per l'opera della magistratura italiana, dando ad essa fiducia e risorse e chiedendo ad essa efficienza e operatività adeguate. Le chiediamo di completare il risanamento economico del paese, assicurando l'irrinunciabile riforma del welfare e di impegnarsi a fondo nella lotta alla disoccupazione e per lo sviluppo del Mezzogiorno. Le chiediamo, signor Presidente, un eccezionale sforzo per l'innovazione tecnologica, risorsa essenziale per assicurare i più alti livelli di produttività e di occupazione, e di valorizzare il grande capitale umano dei nostri giovani. Le chiediamo di prestare più attenzione alla famiglia e ai problemi irrisolti che ci hanno condotto ad avere un tasso di sviluppo demografico tra i più bassi del mondo. Le chiediamo di portare una volta per tutte a compimento la regolazione del sistema televisivo, ponendo fine ad una delle grandi anomalie italiane. Le chiediamo di dare più sicurezza alle nostre città, più attenzione alla tutela dell'ambiente e del territorio. Le chiediamo infine, signor Presidente, di operare nei mesi che mancano alla fine della legislatura affinché il nostro paese sia sempre più forte e presente in Europa e sempre più in grado di tenere il suo posto sulla scena mondiale.
Signor Presidente, una legislatura che si è aperta mobilitando la nazione intera per centrare l'obiettivo vitale dell'ingresso nell'euro non può chiudersi nell'ordinaria amministrazione, come se un grande paese come l'Italia non avesse il diritto di sognare in grande.
Su queste basi i Democratici sono disponibili a partecipare alla costituzione di un Governo nuovo e rinnovato che attui un programma per quest'ultimo scorcio di legislatura e al quale partecipino le forze che si impegnano fin da ora a presentarsi nel 2001 di fronte agli elettori con un programma, un simbolo e un candidato Premier scelti attraverso regole condivise.
I milioni di italiani che nel 1996 hanno votato per noi devono sapere che abbiamo mantenuto, manteniamo e manterremo il patto di fedeltà che abbiamo stretto con loro per il governo del paese (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, Comunista e dell'UDEUR).


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PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Armando Cossutta.

ARMANDO COSSUTTA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, in verità, più cerco di riflettere su quanto si è determinato e meno riesco a cogliere un filo di razionalità politica nella decisione di aprire una crisi di Governo in questo modo. Vi era bisogno di un chiarimento, si è tardato a promuoverlo ed è stato un errore, ma ora il chiarimento ha preso la strada di una vera e propria crisi, tuttavia non già, come si sarebbe dovuto, come sarebbe stato utile oltre che necessario, per rilanciare la coalizione di centro sinistra da qui alla scadenza del 2001 con un suo preciso programma riformatore e con una composizione rinnovata e rafforzata della compagine ministeriale; no, tutto è stato incentrato sulla figura del Presidente del Consiglio, di cui si è chiesta pubblicamente la rimozione e la si è chiesta pregiudizialmente, cioè prima ancora di cominciare a discutere nel merito dei molti problemi che pure esistevano, esistono e si aggrovigliano.
Perché? Veniamo al dunque, fuori da ogni inutile ipocrisia: il perché sta semplicemente e crudamente nel fatto che Massimo D'Alema è uomo della sinistra ed ex comunista. Andavano bene a tutti questa sua natura e la sua storia politica, fin tanto che c'era e durava la guerra, andavano bene fin tanto che si doveva portare avanti l'opera difficile, e spesso impopolare del risanamento; ma non più quando si potevano ormai avviare positivamente un'impresa di sviluppo economico e sociale ed una positiva sterzata nel campo delle istituzioni, per portare finalmente a compimento alcune riforme, a partire da quelle della giustizia per giungere a quelle del federalismo e della stessa legge elettorale, fondata e condizionata dalla presenza di un sistema politico sempre più marcatamente bipolare.
Io sostengo che è in atto da mesi un'offensiva pesante contro il Governo e il suo Premier da parte di settori forti e potenti, ed è inutile negarlo, o minimizzarne la portata, come fanno alcuni segmenti della sinistra massimalista, per i quali peraltro centro destra o centro sinistra sono la stessa identica cosa, contro cui poter indirizzare senza distinzione pallini di stantia propaganda distruttiva e per i quali continuano a sopravvivere l'antica religione intellettualistica e la fallimentare pratica del tanto peggio, tanto meglio. Invece, vi è l'offensiva della Confindustria e direttamente di alcune delle più grandi imprese; vi è l'offensiva del sistema finanziario e bancario; vi è quella di ambienti significativi del Vaticano e di parti rilevanti del corporativismo sociale ed anche sindacale. Sono in questione, in effetti, enormi vicende economiche e giudiziarie, decisivi assetti di potere.
La rimozione di D'Alema si prefiggeva di spostare verso lidi più moderati l'asse politico del paese. I promotori della crisi se ne sono resi pienamente conto? Alcuni di loro almeno non sentono la pericolosità della loro opposizione? Il presente sarà, come sempre, portatore del futuro ed il futuro si deve costruire oggi, con lucida intelligenza politica, guardando con forte capacità di analisi la realtà, le forze sociali, culturali, politiche in campo e la loro dinamica. Dunque, la sostituzione del Premier in questa fase della realtà politica porterebbe ad una crisi di fatto insolubile: non vi sono realisticamente alternative e non ci vuole poi molto per rendersene conto. Allora, perché insistere? Dove si vorrebbe arrivare, o meglio dove si sarebbe voluti arrivare? Verso un avventuristico cambiamento traumatico? Io spero di no, e temo vi siano stati, vi siano non esperienza di governo, non saggezza politica ma, al di là delle legittime differenze e degli inevitabili contrasti, improvvisazione, superficialità, velleitarismo, o forse peggio.
Non esistono, dicevo, alternative politiche: non esistono davvero se si vogliono ottenere due risultati che sono essenziali per il presente e per il futuro dell'Italia. Il primo è fare argine contro l'avvento della destra, di questa destra mercantile e populista, la peggiore d'Europa: né in


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Germania, né in Francia, né in Inghilterra, né in Spagna esiste una destra tanto pericolosa ...

GENNARO MALGIERI. È un complimento!

PIETRO ARMANI. Bravo, Mitrokhin!

ARMANDO COSSUTTA. ... sia sul piano sociale, sia su quello democratico.
Ma ci si vuol rendere conto di che cosa avverrebbe con il dominio della destra nella scuola, nella sanità o nelle pensioni e di che cosa avremmo nel campo della giustizia? Fare argine a questa destra è il compito primo di ogni forza democratica e, contemporaneamente, suo è il compito di guardare più avanti. Non vedo, non vi sono alternative - ecco il secondo punto -, neppure rispetto al ruolo che questa nostra coalizione può avere ed ha oggi, nei concreti, reali rapporti di forza esistenti nel Parlamento e nel paese, per la battaglia verso il progresso sociale e il rinnovamento democratico.
E pur tuttavia non c'è proprio da dormire sugli allori: io non contesto i risultati ottenuti, ma non posso non sottolineare i ritardi ed anche gli errori che ci preoccupano assai e che occorre superare nell'azione del Governo in questo nuovo anno che sta per iniziare. Su pochi punti essenziali e chiari si gioca la validità della coalizione e del Governo di fronte al paese ed agli elettori: il lavoro - intendo dire i posti di lavoro, prima di tutto nel Mezzogiorno -, i diritti dei lavoratori, lo Stato sociale, che va ampliato e non ridotto, la scuola pubblica e la formazione, la sicurezza per tutti i cittadini, alcune riforme istituzionali, iniziando appunto da una nuova legge elettorale.
La coalizione di centro sinistra deve e può uscire da questa crisi più unita, più valida nei suoi valori e nei suoi ideali democratici e rinnovatori. Signor Presidente, vada avanti, gli schizzi di fango immondo di questi giorni non la colpiscono, non la riguardano; feriscono ed infettano il clima politico e bisogna ripulirlo ...

GENNARO MALGIERI. E chi è? San Francesco?

ARMANDO COSSUTTA. Dunque, vada avanti: noi le chiediamo di far sentire di più la forza di quei valori e di quegli ideali per i quali siamo nati.
C'è bisogno di sinistra, perché c'è deficit di sinistra e c'è surplus di moderatismo, di centrismo (Commenti dei deputati dei gruppi di Forza Italia e di Alleanza nazionale). C'è bisogno di sinistra - una sinistra unitaria, responsabile, costruttiva - e ciò è quanto si chiede soprattutto a noi, Comunisti italiani, dentro una coalizione verso la quale siamo stati e saremo leali.
La nostra serietà e la nostra coerenza sono motivo di stima e di rispetto da parte di tutti. Abbiamo potuto così contribuire efficacemente al contenimento di tendenze centriste ed abbiamo contribuito ad ottenere risultati più avanzati. Noi, con la nostra presenza e la nostra opera, vogliamo e dobbiamo tenere viva e vitale l'ispirazione della sinistra, in primo luogo in difesa dei ceti popolari e sempre in difesa della democrazia: è questa la via per superare l'astensionismo popolare, la disaffezione dalla politica. Può darsi che le elezioni si vincano al centro, ma è certo che la fiducia del popolo si conquista a sinistra.

SABATINO ARACU. Come no!

ARMANDO COSSUTTA. Abbiamo ben chiari i termini della realtà e non saremo noi a compiere o a pretendere fughe in avanti. Sappiamo che in una coalizione come la nostra centro e sinistra devono e possono convivere e progredire, convergendo positivamente in modo equilibrato attorno a condivisibili soluzioni democratiche e di progresso.
Sento aria di restaurazione, c'è aria di restaurazione, c'è chi vuole tornare indietro e non sarò certo io a contestare il diritto di ognuno a difendere la propria storia, ma perché, compagni Democratici di sinistra, non guarda con fierezza alla propria storia anche chi del suo passato


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può cogliere non soltanto ombre, ma luci - tante luci e tanti meriti - e non solo sconfitte, ma tanti successi per i lavoratori italiani e per la democrazia in Italia?
Guai ad ignorare la memoria: la memoria va vista con occhio critico e sempre attento, ma non può mai essere cancellata. La memoria del passato è parte del presente e premessa del futuro. Senza memoria - diceva Giacomo Leopardi - l'uomo non saprebbe nulla e non saprebbe fare nulla. Questo vale per tutti, anche e ancora di più per chi come noi sa di venire da lontano e di voler andare lontano (Applausi dei deputati dei gruppi Comunista e dei Democratici di sinistra-l'Ulivo - Congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Mastella.

MARIO CLEMENTE MASTELLA. La nostra impressione, signor Presidente, onorevoli colleghi, è che sia stato tentato in questi giorni l'assalto, l'affondo ritenuto finale, non solo al Governo D'Alema, ma alla coalizione, azionando dapprima meccanismi tipici di un'opposizione; poi, quando questa trama politica si è rivelata inefficace, allora l'effetto drogato di una presunta questione morale ha fatto capolino con un chiasso ed un frastuono che solo un bravo venditore di notizie è in grado di fare.
Confermiamo la nostra partecipazione convinta alla maggioranza di centro sinistra e al nuovo Governo...

PIETRO ARMANI. Con i nostri voti!

MARIO CLEMENTE MASTELLA. ...perché mai come oggi ci sembra garantire la stabilità politica, messa assai spesso in discussione anche da gruppi economici perennemente insoddisfatti che con cinismo preferiscono una politica debole per fare ciò che altrimenti non sarebbero in grado di fare. Lo dico, per la verità, da segretario di un partito la cui esistenza è affidata all'entusiasmo di volontari ed all'autotassazione dei suoi parlamentari (Commenti). Chi conosce le nostre difficoltà sa bene che le accuse fatte circolare ad arte non ci toccano. Dobbiamo prendere atto, amici e colleghi dell'UDEUR, che noi diamo fastidio: diamo fastidio per la nostra tenuta, per la nostra crescita, per aver recuperato una centralità del sistema politico arrivata per caso. Dà fastidio il nostro sogno di realizzare, amici popolari e democratici, con altri, un centro vero, in collaborazione e competizione con la sinistra.
Diamo fastidio per la nostra lealtà nei suoi confronti, onorevole D'Alema, e questo sia ai politologi da salotto che ai politici di palazzo, la cui ostinazione a voler continuare a trasferire nell'analisi le proprie convinzioni politico-ideologiche ricorda il dottor Ermete, famoso medico di Menfi citato da Voltaire, che fu chiamato a curare un giovane ferito ad un occhio perché colpito da una freccia.
Dopo aver visitato l'infermo, non ebbe dubbi il dottor Ermete nell'affermare che il poveretto avrebbe perso l'occhio, precisando anche il giorno e l'ora del funesto evento. «Se fosse stato l'occhio destro, l'avrei guarito» - disse - «ma le ferite all'occhio sinistro sono incurabili». Tutti restarono ammirati dall'acutezza dell'illustre medico. Dopo alcuni giorni, però, la tumefazione si sgonfiò e l'occhio guarì. Allora Ermete, questo grande scienziato, decise di scrivere un trattato per dimostrare che quell'occhio non sarebbe dovuto guarire e prese ad insinuare e ad insultare chiunque esprimeva opinioni diverse.
Noi, onorevoli colleghi, non abbiamo perso l'occhio ed abbiamo finanche affinato la vista (Applausi polemici dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale). In questi giorni abbiamo subito una campagna di diffamazione fondata sul sospetto, che non è sempre - anzi quasi mai - l'anticamera della verità, e sull'invito alla delazione che è invece una semplice bassezza morale. Sarà la magistratura, cui noi ci siamo rivolti, a giudicare la realtà dei fatti. A me preme sottolineare come questo caso sia nato nel momento in cui tra il leader della Lega e quello di Forza


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Italia si starebbe consolidando - perlomeno a quel che si legge - una nuova intesa elettorale.
Strana alleanza, quella tra Lega e Polo! Abbiamo sentito infatti - lo ha ripetuto con una dichiarazione Speroni proprio stasera - a partire dalla caduta del Governo Berlusconi, attacchi così violenti e così fuori dall'ordinaria dialettica politica, con epiteti nei confronti di Berlusconi così diffamanti (forse sarà giusto che l'onorevole Berlusconi chieda come noi il giurì d'onore), in particolare da parte della Lega, che mai ci saremmo aspettati la ripresa di un sodalizio politico.
Regista - e ce ne dispiace - di questa squallida vicenda, da quanto riferito da «Bampo Natale», è l'onorevole Pisanu. Ma chi è Pisanu? Era l'epoca, amici della Democrazia cristiana, della DC di Zaccagnini. Bisognava eleggere Moro a presidente del partito; era dato tutto per scontato, perciò la maggioranza di consiglieri nazionali era andata via. Il dissenso tentò di approfittare della circostanza votando in massa. Ma l'onorevole Pisanu, noto alle cronache giornalistiche dell'epoca come uno della cosiddetta «banda dei quattro», infilò tante e tali schede nell'urna al posto degli assenti e con tale abilità, da fare invidia al mago Silvan. Ha nulla da obiettare, onorevole Pisanu? La mia parola contro la sua!
Onorevoli colleghi, la passione politica rischia qualche volta di far dimenticare il passato; ogni tanto rende colpevolmente appannato il senso della realtà nel presente sicché bisogna, di tanto in tanto, fermarsi e riflettere per guardare alle cose nel loro vero volto e per recuperare il senso della dignità nell'istituzione al servizio dei cittadini.
Che la vicenda della «campagna acquisti» sia stata strumentalmente pensata, organizzata ed attuata per uno scopo ben definito non può essere sfuggito a nessuno. Non è necessario ricordare le cadenze temporali precise ed il contesto nel quale, proprio al momento opportuno, è stato lanciato il sasso. È pure chiaro per tutti che la manovra non era diretta al nostro gruppo e ai nostri uomini ma all'intera maggioranza ed al Governo per destabilizzare, per accelerare i tempi di una crisi senza lasciare troppo spazio alla riflessione e alle trattative, per creare insomma un'emergenza di ricambio e soprattutto per rimestare le acque.
Non importa se si può e come si può costruire, intanto, se non si può raggiungere l'obiettivo, meglio distruggere e ripartire da zero, fermarsi dunque a riflettere, amici e colleghi anche dell'opposizione, guardandoci in viso ma prima di tutto per ricordare a noi stessi che è vero che distruggendo si può ripartire e ripartendo si possono rimescolare le carte. È anche vero però - nessuno lo dimentichi! - che ogni volta, anche ricominciando, qualcosa resta definitivamente perduto perché come sempre accade, dopo un po' di tempo, di queste cose non parlerà più nessuno ma di tutti quelli che si sono succeduti nel tempo resta nella coscienza comune una stratificata anche se indefinita memoria. La riflessione allora è che ogni forma degenerativa della dialettica politica ha un costo altissimo, permanente, per tutti quanti, per il paese. Le crisi hanno sempre ricadute economiche ma intanto l'intera classe politica diviene sempre più scollata dal paese reale, fatto di cittadini che capiscono e ricordano.
Non è difficile infatti intuire cosa c'è dietro questo strano gioco delle parti, di chi accusa in una veste di censore, che poco si addice alla dignità della politica che dovrebbe essere fatta di umiltà di approccio al dialogo costruttivo, e non di colpi sconsiderati inferti agli equilibri istituzionali. Nessuno si illuda che sia possibile dimenticare e che siano stati dimenticati fatti ed episodi recenti e meno recenti; nessuno si illuda che possa essere sfuggito a qualunque persona di buon senso che chi lancia la prima pietra, gridando allo scandalo pubblico, ha professato il ruolo di perseguitato invocando per sé legalità, moralità e garanzia per scrollarsi di dosso imbarazzanti accuse. Le ingiurie, come diceva Vincenzo Monti,


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sono come le processioni religiose: ritornano sempre al luogo da dove sono partite.
Ciò che è intollerabile è che si dimentichi specie da parte di costoro - perché confidiamo invece che quelli che ci guardano, i cittadini, abbiano buona memoria - che proprio questo gruppo, oggi bersagliato magari soltanto perché avamposto, onorevole D'Alema, di una maggioranza che si vuole o si tenta di disgregare, che proprio questo gruppo ha sempre correttamente e lealmente - cito il caso Dell'Utri - professato le regole del più autentico garantismo e non di un garantismo di facciata, e l'ha fatto e lo farà ancora senza alcuna discriminazione.
Abbiamo sempre anteposto, onorevoli dell'opposizione, le regole della garanzia al linciaggio di piazza, alla giustizia sommaria, e questo a prescindere da fatti e persone, dalla fonte dell'accusa, dall'esistenza plausibile di ragioni sottostanti. Gli esponenti di Forza Italia e di Alleanza nazionale che oggi ingrossano le file dei lapidatori scandalizzati devono pure ricordare - confidiamo che non abbiano dimenticato - come sia stato determinante e decisivo comunque, sempre e coerentemente, l'impegno ed il voto del nostro gruppo nella direzione del rispetto delle regole di garanzia per chiunque.
Non crediamo necessario - ma se fosse richiesto, lo faremmo - ricordare gli esempi più significativi. Confidiamo nella buona memoria di ciascuno, confidiamo soprattutto nella tenuta della consapevolezza del ruolo, della consapevolezza di mettere a nudo i meccanismi della politica con un costo altissimo di credibilità generale.
A conclusione, tutto questo non sarà servito neppure a quel fine strumentale che lo aveva ispirato perché - siatene certi - alla fine e soltanto alla fine prevarranno i meccanismi della democrazia. Facciamo in modo però che non venga colpita la credibilità delle forze politiche di fronte all'opinione pubblica. Questa è la ragione per cui nelle ultime elezioni è aumentata l'astensione ma l'opposizione, tranne a Bologna, non ha recuperato e non è riuscita ad intercettare l'astensione e il voto dei cittadini «incavolati» con la classe politica intera.
A dispetto di tutto questo e di tutti costoro, il nostro appoggio al suo Governo, onorevole D'Alema, è venuto non per una sete di potere insopprimibile, che animerebbe i nostri gesti politici come sostiene una certa stampa, che non mi ama soprattutto perché sono meridionale (Commenti di deputati dei gruppi di Alleanza nazionale e Forza Italia).

MARIO LANDOLFI. Ma che dici!

MARIO CLEMENTE MASTELLA. Dalle mie parti non vi sono grandi giornali; dalle mie parti non vi sono e non ho grandi giornali! Io accendo la televisione e non ho le televisioni! Leggo i giornali, il Giornale di oggi scrive cose insensate sulla mia persona: onorevoli colleghi, vi prego di andare a leggere il Giornale: sarei quasi un riferimento della mafia e della camorra! Ma questo lo ero anche quando ero dalla vostra parte! È un modo ingiusto utilizzare i giornali così, è un modo che pone il problema delle libertà e delle garanzie per ognuno di noi nel nostro paese.
La caduta del Governo Prodi: fu questa la ragione per la quale sostenemmo il suo avvento alla guida del Governo, onorevole D'Alema, perché Rifondazione comunista tolse l'appoggio e tutto ciò non solo avrebbe portato alle elezioni - che è un momento democratico, una vertenza con il paese - ma soprattutto avrebbe finito per dissipare il valore altissimo dell'ingresso dell'Italia in Europa e il risultato legato anche agli enormi sacrifici degli italiani del nord e degli italiani del sud.
Fu dunque la stabilità - o, come ama dire il professor Sartori, la governabilità - la motivazione principale alla base della decisione di essere con lei e di accompagnarla, con gli altri amici del centro sinistra, in questa singolare ed interessante esperienza di Governo. Non facemmo tale scelta a cuor leggero: vi fu, un anno fa, una discussione problematica che ci condusse, non senza grandi e giustificati


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travagli di tanti amici, al voto in favore del Governo D'Alema. Non fu un intrigo - assolutamente no! - che avrebbe potuto, forse, appagare chi entrava nel Governo: ma la maggioranza dei nostri non entrò nel Governo. Noi appoggiamo un leader che per la sua storia personale avevamo sempre osteggiato e combattuto. Onorevole D'Alema, sapevamo in quel momento di compiere uno strappo con la nostra tradizione, con il nostro elettorato - abbiamo pagato un prezzo altissimo - e con i nostri alleati; capivamo bene che poche persone, tra coloro che ci avevano votato, sarebbero state in grado di cogliere la portata di quel gesto. Noi - lo vogliamo dire con forza - non siamo pentiti di questa scelta. Abbiamo offerto con lealtà la nostra collaborazione al Governo; abbiamo dimostrato di credere al valore di un'alleanza strategica, non perché questa fosse per noi l'unica strada da percorrere, non perché avessimo distrutto definitivamente i ponti alle nostre spalle. Non c'era e non c'è in una transizione così fluida - tra il già e il non ancora - nulla di inesorabile anche nelle nostre scelte; anzi, fin da quel gesto di rottura, per molti versi traumatico, ci sono capitati alcuni fatti paradossali: mentre all'interno della nuova alleanza abbiamo visto ergersi, talvolta - lo dico a voi, amici della sinistra - muri di diffidenza nei nostri confronti, non sono mancati, sul versante opposto, gli ammiccamenti, i riconoscimenti alle nostre ragioni, le lusinghe da parte di tanti. Confesso in quest'aula che entrambe le posizioni ci hanno lasciato indifferenti.
Onorevole D'Alema, siamo stati purtroppo facili profeti quando, per tanti mesi, abbiamo invocato un chiarimento nella maggioranza di Governo; e tutte le volte che lo abbiamo fatto, abbiamo raccolto ironie e sguardi infastiditi. Registravamo da tempo quello che non andava nella maggioranza. Sapevamo che con un po' di determinazione in più, forse sarebbe stato possibile prevenire. Ci dispiace che anche lei in queste circostanze ci abbia un po' sottovalutato, ma abbiamo lavorato, come UDEUR, con grande orgoglio, nel Parlamento con i nostri gruppi e nel Governo con il ministro Cardinale e con questo nostro pacchetto di mischia di sottosegretari, con dedizione e impegno generoso. Tutto ciò abbiamo in animo di fare con tutte le componenti del centro sinistra, nessuna esclusa, con i Socialisti democratici italiani e con gli altri, tutti quanti insieme; e, con loro, avendo sotto gli occhi il fango, quello vero - ripeto, quello vero - che io ho addosso in questa circostanza: il fango della mia gente disperata.
Tutto questo per riuscire ad aprire tante vertenze nel paese ma, soprattutto, onorevole D'Alema, per riaprire, per quanto ci riguarda, di nuovo la questione meridionale, che ci sta a cuore (Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDEUR, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e dei Popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Pagliarini.

GIANCARLO PAGLIARINI. La ringrazio signor Presidente. Caro D'Alema, di solito quando lei viene a riferire alla Camera, parla circa un'ora, quando va bene. Oggi ha parlato solo 40 minuti: questo è già un bel passo avanti. Tuttavia, le note positive purtroppo si fermano qui e ora le spiegherò il perché.
Il paese ha enormi problemi, ma lei oggi non li ha voluti affrontare; oppure, lo ha fatto - come nel caso del federalismo - senza credibilità. Ha invece speso del tempo prezioso per descriverci uno splendido paese che, purtroppo, non esiste.
Non si rende conto che, se solo una minuscola parte della sua autocelebrazione fosse realtà, non ci troveremmo in un paese nel quale le imprese fuggono all'estero e in cui non arriva dall'estero alcun investimento? È un paese il cui sistema previdenziale deve essere profondamente rivisto, come ha ricordato di recente anche lei a Firenze; è un paese dove i ladri e i delinquenti la fanno da padroni e dove la qualità della vita dei cittadini peggiora giorno dopo giorno. Lei viene qui a dirci che tutto va bene: ma coma fa? Poi ci si meraviglia perché i


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cittadini non vanno più a votare: per forza, ormai la gente pensa che i politici o sono corrotti o sono bugiardi, oppure non sanno quello che dicono! Lei non doveva venire qui a raccontarci la storia che «tutto va bene, madama la marchesa», doveva avere il coraggio di identificare i problemi e di proporre delle soluzioni.
A questo punto, il Parlamento ha di fronte due problemi: quello della governabilità del paese e quello di che cosa bisogna fare per governare in modo razionale.
Per quanto riguarda la governabilità, da quello che ho sentito questa sera ed in questi giorni a me sembra che lei non abbia i numeri per costituire un Governo che possa lavorare in pace e senza condizionamenti. Se questo è vero, non perdiamo altro tempo e rifacciamo subito le elezioni. Certo, non dobbiamo dimenticare che con questo sistema elettorale, che non elimina i piccoli partiti, ma anzi dà loro un potere spropositato, c'è il pericolo che dopo le elezioni ci troveremo ancora nella penosa situazione di oggi. Lei ha detto che siamo in mezzo al guado: è vero, questa legge elettorale non funziona e alla Lega sembra evidente che il risultato immediato di un sistema elettorale proporzionale con un significativo sbarramento - un sistema tedesco, per intenderci - eliminerebbe tutti i piccoli partiti non sufficientemente rappresentativi. L'esperienza di questi giorni dovrebbe aver convinto tutte le persone ragionevoli che sarebbe veramente opportuno sostituire la legge elettorale oggi in vigore con un nuovo sistema proporzionale accompagnato da un sostanzioso sbarramento, diciamo intorno al 5 per cento. Sono persuaso che la sua profonda convinzione di riaffermare il bipolarismo porterebbe il paese ad una situazione ancora peggiore di quella attuale.
C'è poi il problema di governare. Lei ha elencato alcuni risultati raggiunti dal suo Governo e qui mi dispiace, ma devo contraddirla. Secondo noi è facile identificare il modo giusto per governare il paese: basta fare esattamente il contrario di quello che hanno fatto prima il Governo Prodi e poi il suo. «Esattamente il contrario» significa semplicemente questo: a voi va bene l'attuale sistema, che prevede che tutto il potere, tutte le responsabilità e tutte le risorse finanziarie siano concentrate qui a Roma e nei suoi palazzi del potere. Questo sistema a lei sta bene e la sua maggioranza non ha alzato un mignolo per cambiarlo, ha fatto solamente finta di volerlo cambiare (come dimostrerò tra poco, quando parlerò di quel progetto di legge costituzionale che avete avuto il coraggio, anzi la faccia tosta, di chiamare ordinamento federale della Repubblica).
I risultati di questa organizzazione del paese e dell'assenza di volontà di cambiarlo sono drammatici, malgrado le cose che lei ci ha elencato questa sera e malgrado le bugie dei mezzi di informazione, dai quali i rappresentanti della Lega sono costantemente esclusi. La legge finanziaria appena approvata conferma che sta continuando l'assurda politica di assistenzialismo che non è altro che gestione del potere. Questa politica, riaffermata quasi in ogni articolo della legge finanziaria, è dannosa per le imprese della Padania e - se lo ricordi, Presidente D'Alema - non aiuta in nessun modo i cittadini del Mezzogiorno, aiuta solamente - e in modo molto significativo - qualche amico degli amici e i risultati in termini di disoccupazione e di qualità della vita, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti.
Per proseguire questa politica di assistenzialismo il suo Governo ha mantenuto un'altissima pressione fiscale e contributiva e ci dispiace sentire gente seria che racconta bugie grandi come delle case, andando in giro a dire che le tasse sono diminuite. Lei sa che non è vero e dovrebbe anche sapere che non sarà mai vero finché non cambieremo la cultura e l'organizzazione dello Stato.
Pressione fiscale: il suo Governo e i suoi colleghi della maggioranza continuano a dire che, dopo tutto, la pressione fiscale in Italia è in linea con quelle europee, ma non è vero, perché l'ISTAT giustamente ha inserito nel nostro PIL la


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stima del «nero» e dell'economia sommersa. Dunque, la pressione fiscale ufficiale è pari a quel 43,2 per cento che lei ha citato questa sera, ma nel 100 per cento, ossia nel PIL, sono compresi quelli che non pagano le tasse: ecco perché la pressione sopportata da quanti le pagano è di molto superiore, poco al di sotto del 60 per cento, mentre la media dei nostri concorrenti europei è attestata sul 44. In Inghilterra, per la cronaca, si supera di poco il 30! D'Alema, come fanno le nostre aziende a competere? Come facciamo ad attirare investimenti, come facciamo ad impedire che le nostre aziende chiudano e si trasferiscano altrove?
C'è poi la pressione contributiva: i nostri contributi sociali sono i più alti del mondo e questo per le nostre aziende significa alto costo del lavoro e basso sviluppo del mercato interno, perché i soldi non li incassano i lavoratori, che poi li spenderebbero, ma anch'essi, come quelli derivanti dalle tasse, prendono la via di Roma e vengono usati per l'assistenzialismo. Questo argomento, come quello delle pensioni, lei stasera, purtroppo, non lo ha neanche sfiorato, a meno che io non abbia capito.
I risultati pratici del suo passaggio e di quello del suo predecessore, Romano Prodi, a palazzo Chigi sono sotto gli occhi di tutti: l'Italia adesso è costantemente l'ultimo paese dell'Unione europea nella classifica dell'incremento del PIL. Siamo sempre gli ultimi! Dopo la cura dell'Ulivo, nel 1998, in Germania la crescita del PIL è stata il doppio della nostra; in Francia il PIL è cresciuto più di due volte e mezzo, per non parlare di Spagna e Portogallo, dove i tassi di crescita sono stati di quattro o cinque volte superiori ai nostri. Lei capisce, D'Alema.
Giustamente lei ha reclamato il diritto di poter continuare a lavorare in pace - l'ho sentito alla televisione ieri -, ma il fatto è che sarebbe molto meglio per tutti che delle due l'una: o lei cambia direzione e comincia veramente a lavorare in modo serio, moderno e coraggioso oppure è meglio che lei se ne ritorni a casa, mi scusi.
Lavorare in modo serio, moderno e coraggioso significa che il Governo deve avere l'obiettivo, in primo luogo, di disseminare, nella cultura del paese, maggior senso di responsabilità a tutti i livelli e, in secondo luogo, di ridurre drasticamente la presenza dello Stato: entrambe le cose possono essere realizzate solo con una seria riforma federale. Per avere più responsabilità e meno Stato è necessario che il sistema dei comuni, delle province e delle regioni possa disporre e gestire, come minimo, il 70 per cento delle imposte pagate dai residenti. Naturalmente - questo è molto importante -, a fronte di questa situazione, i comuni, le province e le regioni non avranno il diritto di ricevere gratuitamente alcun servizio dallo Stato. I servizi, ivi inclusi la costruzione e la manutenzione delle strade, la sanità, l'istruzione, le pensioni, l'ordine pubblico e così via, dovranno comprarseli pagandoli, ma potendo scegliere i fornitori migliori. Si tratta di eliminare il monopolio dello Stato in tutti questi settori: capisce, signor Presidente del Consiglio? Regioni ed enti locali non dovranno essere obbligati a comprare i servizi per i cittadini che amministrano da uno Stato monopolista, ma dal miglior fornitore che potrà essere lo Stato, ma potrebbe essere anche un privato, oppure potrebbero decidere di realizzarli in economia.
In questo modo lo Stato dovrà, per forza di cose, diventare più efficiente: questo significa generare maggior PIL ed avere risorse finanziarie per le pensioni, per ridurre le imposte, per la sanità, per le scuole, per la qualità della vita e per lo Stato sociale. Ma lei, il suo Governo e la sua maggioranza, purtroppo, mi sembra siate completamente su un'altra lunghezza d'onda. Infatti, avete presentato in quest'aula uno sconcertante progetto di legge costituzionale dal titolo: «Ordinamento federale della Repubblica». È veramente incredibile, perché con esso voi non proponete una Repubblica federale - che, essendo tale, non potrebbe che avere un


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ordinamento federale -, ma un insieme di norme che vorrebbe conferire un ordinamento federale ad una Repubblica la quale, però, non è, e voi non volete che sia, tale. Pensi che quel testo prevede ancora imposte erariali e che lo Stato centrale continui ad avere una potestà legislativa esclusiva praticamente su tutto: dalla perequazione delle risorse finanziarie alla tutela dell'ambiente e dei beni culturali. Non si parla assolutamente di sovranità! Mi sembra si possa dire che ci volete prendere in giro.
Le voglio ricordare che ieri, in quest'aula, alla fine dei lavori sulla finanziaria, la sua maggioranza ha bocciato un ordine del giorno presentato dai deputati del gruppo della Lega forza nord per l'indipendenza della Padania con il quale si chiedeva semplicemente di impegnare il Governo a fare tutto quanto in suo potere per accelerare il processo di cambiamento della Costituzione, in modo da trasformare la Repubblica in una vera Repubblica federale. Solo per la cronaca, prima del voto ero andato tra i banchi dei democratici di sinistra ed avevo richiamato l'attenzione degli onorevoli Veltroni, Mussi e Guerra sul testo dell'ordine del giorno. Avevo ricordato loro che, se lo avessero bocciato, per coerenza e per rispetto verso i cittadini, i Democratici di sinistra non avrebbero più dovuto parlare di federalismo, ma solo di decentramento di poteri dello Stato centrale. Ebbene, quell'ordine del giorno è stato bocciato con i voti contrari di 128 deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo su 128 partecipanti alla votazione, Veltroni incluso.
D'Alema, si rende conto che, dopo questo voto, se lei realmente volesse realizzare il federalismo, non le resterebbe che lasciare il gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo ed iscriversi al gruppo misto oppure chiedere di aderire al gruppo della Lega forza nord per l'indipendenza della Padania? Una cosa è purtroppo assolutamente certa, lo dimostrano le votazioni in quest'aula: i Democratici di sinistra non vogliono che la nostra Repubblica diventi federale. Tra poco parlerà Veltroni, lo ascolteremo tutti con molto interesse ed io spero che tocchi anche questo argomento.
Dall'altra parte, i deputati di Alleanza nazionale che hanno votato sono stati 34: 7 hanno votato a favore e ben 27 hanno votato contro. I deputati di Forza Italia che hanno votato sono stati 48: uno si è astenuto, 26 hanno votato a favore e ben 21 hanno votato contro. Le dico queste cose solo per evitare che si parli a sproposito di federalismo e per far capire il motivo in base al quale spero che si vada presto ad elezioni e che dalle urne «esca» un Parlamento composto da gente che vuole realmente cambiare questa Repubblica in una Repubblica federale.
Prima di concludere vorrei dire che in questi giorni si fa un gran parlare di mercato dei voti e di parlamentari in vendita. Se ne parla tanto e ho paura che forse ci sia sotto qualcosa di vero. Lei ha detto che la decisione del Presidente della Camera di istituire un giurì d'onore va nella direzione giusta per fare chiarezza. Ma questo giurì d'onore dovrebbe cominciare domani e terminare i propri lavori martedì prossimo, senza avere alcun potere inquirente; spero che il Governo, rinnovato e forte che lei si augura possa nascere dal travaglio di questi giorni, oltre a portare in aula un provvedimento di legge elettorale che preveda un sistema proporzionale con sbarramento, organizzi anche i lavori di una seria Commissione d'inchiesta dotata di tutti i poteri necessari per fare controlli anche patrimoniali sugli oltre cento parlamentari che hanno cambiato casacca in questa legislatura!
O i controlli si fanno sul serio oppure si lascia perdere, e su questo argomento sarebbe gravissimo non farli. Dopo andiamo tutti a casa perché è necessario rinnovare questo Parlamento che con i suoi DS, caro Presidente D'Alema, fino a prova contraria, è veramente troppo chiuso sulla riforma federale dello Stato (Applausi dei deputati del gruppo della Lega forza nord per l'indipendenza della Padania)!


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PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Soro.

ANTONELLO SORO. Signor Presidente del Consiglio, il discorso che lei ha svolto stasera, a me pare sia collegato, in qualche modo integrato, con le esposizioni espresse nel mese di ottobre, quando con parole impegnative ha sollecitato un chiarimento profondo per comprendere le ragioni di una progressiva divaricazione tra la maggioranza politica e parlamentare e l'azione di governo.
Oggi il Presidente ha tracciato un consuntivo dell'azione di governo, che dispone in un ordito unitario le azioni, le misure, gli obiettivi conseguiti, i traguardi, le tendenze che hanno la dimensione temporale della legislatura che abbiamo consumato. Noi esprimiamo un giudizio positivo e avvertiamo che, al di là delle esasperazioni polemiche, questo giudizio è condiviso da tutte le componenti della maggioranza.
Il Presidente ha portato puntigliosamente delle cifre. Ogni cifra riassume atti di Governo, decisioni del Parlamento, negoziati tra le parti sociali, sacrifici ed iniziative coraggiose di cittadini e di gruppi sociali. Emerge un dato che neppure l'opposizione può contestare: il nostro è un paese sano, non è un paese stremato e alle corde; è un paese in corsa per non perdere il passo della competizione globale. Una corsa per rimuovere i vecchi vizi, le vecchie debolezze strutturali ed insieme per introdurre elementi di innovazione e agilità senza restringere, anzi con l'intento di allargare l'area della cittadinanza piena e responsabile degli italiani!
Tuttavia, nel corso di quest'anno la maggioranza ha sviluppato, in un crescendo di sofferenze reciproche e di esaltazione delle particolarità, un tasso di esasperazione competitiva assolutamente estraneo alla logica del maggioritario e credo anche al comune buon senso. Il valore della stabilità e della coesione, presupposto ineludibile per completare il processo di ammodernamento istituzionale ed economico del paese, è stato sostituito dal valore supremo della visibilità delle parti, in una prospettiva totalmente informata al vecchio sistema proporzionale, forse fortemente condizionata, a mio avviso, dalla vicenda delle elezioni europee nel corso di quest'anno. La cultura della concretezza è stata sostituita da un'esaltazione intransigente di tutti i nominalismi bizantini. Negli ultimi mesi, circostanze diverse hanno riproposto storie, biografie e conflitti, in diversa misura inattuali, confinati nelle parti concluse della storia politica italiana.
Una sapiente iniziativa di pressione mediatica, alla quale non è estraneo il leader dell'opposizione parlamentare, ha prodotto, come in un gioco di mondo virtuale, la ricostruzione del muro di Berlino. Hanno ripreso forma, colori e gagliardetti, protagonisti e dispute assolutamente estranei al nostro tempo, ma assolutamente desueti nel dibattito politico degli altri paesi europei. La legittima richiesta di verità storica è stata molto spesso usata come arma strumentale, come occasione di improbabili rivincite, qualche volta come merce di scambio per più prosaici interessi. Qualche volta, abbiamo subito tutti questo clima, alcuni più di altri. In questa cornice si è verificata una divaricazione tra il dispiegarsi dell'azione di governo e l'oggettiva crisi della maggioranza politica e parlamentare.
Siamo preoccupati per due ragioni per questa crisi: per il paese e per il sistema politico italiano.
Il paese si trova in una fase cruciale, in uno snodo straordinario di opportunità e di rischi. Vi è l'opportunità di accrescere e di consolidare il proprio coefficiente di competitività, di allargare il peso dell'economia e delle istituzioni nel complesso delle relazioni internazionali, di stare al passo con le innovazioni dei paesi più forti, di confermare l'autorevolezza del «sistema Italia» nelle relazioni internazionali. Vi è altresì l'opportunità di sviluppare in modo virtuoso le tendenze presenti nella legge finanziaria approvata oggi dal Senato della Repubblica: ridurre la pressione fiscale, riformare il sistema di protezione sociale nel segno dell'equità,


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ridurre il costo del lavoro, rendere più agile il sistema economico italiano, completare la riforma dello Stato in direzione di un forte impianto federale e dell'efficienza della pubblica amministrazione, coniugare una risposta seria e non demagogica alla domanda di libertà dell'economia dei cittadini con la domanda di giustizia sociale. Queste le opportunità. Ma l'Italia si trova anche davanti al rischio di arretrare, di perdere le posizioni guadagnate, di affondare nella vecchia politica degli intrighi e delle fazioni, dell'instabilità e delle divisioni. Esiste anche un'altra preoccupazione al nostro orizzonte: quella di arretrare sul terreno del bipolarismo che è un bene che insieme abbiamo ricercato e che questa opposizione dovrebbe difendere con la stessa forza con cui noi lo vorremmo difendere. Avvertiamo una spinta verso il passato, verso la confusione che assegna all'indistinto terreno di confine virtù improbabili e tentazioni malcelate di trasformismo. Vogliamo dire con chiarezza che non ci presteremo ad alcun disegno che vada in questa direzione.
Credo che oggi si chiuda un ciclo politico e che si aprano le prospettive per una fase nuova il cui orizzonte è il più esteso della legislatura in corso. Auspichiamo che la nuova fase veda la convergenza di tutte le parti che hanno concorso a governare l'Italia nell'ultimo anno. Vorremmo che nessuna di queste forze dissipasse il patrimonio prezioso che ha contribuito ad edificare. Credo che l'intervento di questa sera dell'onorevole Boselli abbia in qualche misura prodotto un'evoluzione positiva in questa direzione.

PIETRO ARMANI. Bravo Boselli!

ANTONELLO SORO. Tutte le forze di questa maggioranza considerano strategica l'alleanza di centro sinistra. In un sistema bipolare maggioritario - e che maggioritario sia, è noto, ma maggioritario probabilmente sarà ancora di più nel corso di quest'anno - questo elemento suggerisce la strada della coesione perché saremo tutti legati da un comune destino. Non potrà accadere che vi sia una forza di questa maggioranza che possa vincere avendo le altre perduto. E allora occorre non una ricomposizione rassegnata, ma un grande sforzo di progetto; non solo il programma di governo per il prossimo anno, ma anche un'ambizione più alta, un orizzonte più lungo.
Noi vorremmo che si verificasse se sia possibile definire qualcosa di più di un programma comune: un'idea generale, l'anima del nostro progetto riformista, che abbia caratteri riconoscibili ed esplicitamente alternativi a quelli del Polo di centro destra; un'idea generale che segnali lo spartiacque tra due opposte visioni del nostro futuro, che abbia in sé la forza per contenere sotto uno stesso simbolo la pluralità delle componenti del centro sinistra, così come avviene per il centro destra.
Noi non pensiamo alla prospettiva di un partito unico del centro sinistra. Non esistono le condizioni, non le vediamo prossime ed abbiamo verificato in più occasioni che anche gli altri partiti più interessati a quella prospettiva la trovano, allo stato, impraticabile. Per gli stessi motivi, in ragione di una relatività storica dei nostri giudizi, non possiamo pregiudizialmente escludere che in un tempo - non so quale - questo possa verificarsi. Noi però pensiamo che possa e debba costruirsi una moderna coalizione, come si conviene nei sistemi bipolari e maggioritari, non come addizione di sigle e bandierine e ancor meno come addizione di numeri parlamentari. Non servono, in questa prospettiva, due numeri in più e appare in tutta la sua miseria la scandalosa vicenda di questi giorni, sia che davvero ci sia stato un caso di corruzione, sia che si sia trattato di un disperato atto diffamatorio. Il sistema politico italiano non può crescere sul trasformismo o sull'indifferenza alle scelte fondamentali che disegnano le polarità di Governo nel nostro paese.
Pensiamo alla coalizione come la casa comune di forze diverse, non estinte né candidate all'estinzione, legate da un progetto politico ambizioso, ordinate secondo


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una regola condivisa, che imponga la cessione di una qualche sovranità agli aderenti non per una costrizione burocratica o per una forzosa imposizione di qualcuno, ma per una scelta motivata e consapevole.
Una coalizione così intesa comporta pari dignità di tutte le sue parti, in ragione della comune condivisione del progetto politico.
Esistono le condizioni per dare corso a questo disegno. Dovremo trovare tutti un supplemento di coraggio per corrispondere alle attese dell'Italia, per favorire un approdo del sistema politico italiano che guardi al futuro, che affidi alla memoria e alla storia i conflitti del ventesimo secolo e trovi un'offerta di governo per i problemi nuovi, quelli irrisolti, della nostra modernità.
Nei giorni scorsi si è svolto in quest'aula un confronto di alto profilo sulle nuove sfide della società globalizzata. Si è discusso della conferenza di Seattle e delle insufficienze della politica rispetto a quelle sfide. Abbiamo avvertito il bisogno di prendere il largo dalle vecchie dispute, dalle vecchie cose che ancora appesantiscono il nostro confronto politico. Per noi, in quell'occasione, ha parlato Beniamino Andreatta, offrendo al Parlamento la sua generosa intelligenza. Anche per questo ci sentiamo impegnati a guardare con coraggio il futuro della politica (Applausi dei deputati dei gruppi dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici di sinistra-l'Ulivo e misto-Verdi-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Fini.

GIANFRANCO FINI. Signor Presidente, colleghi, sarei ipocrita se le dicessi, signor Presidente del Consiglio, che ci aspettavamo molto da questo dibattito ed anche dal suo discorso. Mi creda però - e non si offenda - se le dico subito che, ascoltandola, la realtà è stata peggiore rispetto alle nostre più pessimistiche previsioni. L'abbiamo sentita fare di meglio in quest'aula, in tante circostanze.
Lei ha parlato circa quaranta minuti - è stato detto da numerosi colleghi - ed ha dipinto la realtà italiana con un tono che sembrava più quello di Alice nel paese delle meraviglie, piuttosto che del Presidente del Consiglio. Mi rendo conto che il Natale è alle porte, ma per davvero poteva risparmiarsi certe - mi auguro involontarie - forme di umorismo. Che l'Italia sia cresciuta, che l'Italia sia felice, che l'Italia sia un paese in cui tutto va bene perché - come ha detto testualmente - è aumentato il numero dei collegamenti via Internet davvero lo vada a spiegare, come ha detto l'onorevole Casini, a coloro i quali ancora aspettano dopo il terremoto una casa nelle Marche e nell'Umbria o ai tanti che cercano ancora un lavoro (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e misto-CCD).
Ascoltandola, mi chiedevo se, per caso, i tanti italiani che a pochi passi da qui affollano così numerosi via del Corso fossero in procinto di venire davanti alla Camera per chiederle di rimanere, di non lasciare l'Italia senza un Governo; poi, mi sono reso conto che, in effetti, si trattava niente di più che di una barzelletta e, dopo aver ascoltato con quanta enfasi ha raccontato come è bravo, mi sono chiesto se per caso lei non avesse scelto questo modo del tutto irrituale di presentarsi in Parlamento per conseguire un altro record. Infatti, sicuramente lei è il primo Presidente del Consiglio che giunge a palazzo Chigi senza aver vinto le elezioni (come avrò modo di ricordarle per l'ennesima volta, ci giunge con un ribaltone); ascoltandola, ho pensato che volesse rapidamente iscriversi nel Guinnes dei primati per un record ulteriore: il primo Presidente del Consiglio che si dimette perché troppo bravo!
Non abbiamo ascoltato una sola parola - questa è la ragione per la quale ho detto e confermo che si è trattato di una presa in giro - in ordine alle ragioni per le quali viene oggi a riferire al Parlamento su ciò che si accinge a fare: lei ascolta il dibattito, tra qualche minuto salirà al Quirinale per rassegnare le dimissioni, parla per quaranta minuti, dice che l'Italia


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è il paese migliore del mondo e non spende una sola parola per dire cosa la induce a rassegnare le dimissioni.
Non so se lei ha scelto questo modo di presentarsi al Parlamento per supponenza nei confronti della sua maggioranza, me lo permetta. Qualche apologeta della sua opera di statista, di qui a qualche metro, sosteneva che «D'Alema ha voluto far vedere a tutti, soprattutto alla sua maggioranza, di essere sempre il più bravo: non disturbatemi, governo io, ci penso io; dite quel che volete, ma io so quel che sto facendo!».
Non so se questa è la ragione per la quale lei non ha speso una parola per spiegare al Parlamento perché si dimette; certo è che, quale che sia stata la ragione per la quale si è così comportato - qualcuno ha detto «i professionisti si comportano in questo modo» -, lei non ha reso un buon servizio alla politica, che pure dice di amare - e le credo -, quella con la «P» maiuscola, quella che appassiona gli animi, quella che, lo dico senza ironia, ha voluto richiamare - e ha fatto bene - riferendola al dolore che in questo momento tutti provano per la situazione che sta vivendo l'onorevole Andreatta.
Lei non ha reso un buon servizio alla politica perché, certamente, ha leso se non il prestigio almeno la necessità per il Parlamento di conoscere, non dalle indiscrezioni dei giornali, non dalle ricostruzioni (il più delle volte fantasiose) e dai pettegolezzi del Transatlantico, le ragioni per le quali si dimette.
Lei ha cancellato del tutto la politica; lo ha detto, non ho alcuna difficoltà nel riprendere il concetto, l'onorevole Bertinotti. Ciò è talmente vero che un autorevole sostenitore del suo Governo - è stato Presidente della Camera -, l'onorevole Pivetti, commentando il suo intervento, ha sostenuto che un discorso più democristiano di così non si poteva fare - non so come giudicherà questo apprezzamento l'onorevole Cossutta -, e che si è trattato di un discorso eccellente perché totalmente non politico.
Onorevole Presidente del Consiglio, non ci prenda in giro e non si prenda in giro. Lei non può dire: «Io amo la politica, io voglio la politica con la "P" maiuscola, io sono convinto dell'assoluta necessità di ridare dignità alla politica» e poi presentarsi qui per ascoltare il dibattito e con la decisione già presa di salire al Colle per rassegnare le dimissioni, per illustrare una realtà nazionale che, secondo noi, non corrisponde minimamente alla realtà, senza dire una sola parola di ciò che tutti sanno, vale a dire che lei è costretto a dimettersi perché è stato chiesto autorevolmente, nell'ambito della maggioranza, che si apra formalmente la crisi.
Che cosa le costava dire quel che sappiamo e che, prima o poi, speriamo di intendere, se non dalle sue parole da quelle di qualche altro esponente della maggioranza, vale a dire che questa crisi si apre perché all'interno della coalizione vi sono strategie diverse? Il disegno del presidente Cossiga di dar vita ad un centro sinistra con una forza di centro oggi alleata e domani competitiva ed alternativa alla sinistra non c'è più.
Il centro sinistra - nota di colore - è scritto nella relazione del Presidente del Consiglio in alcuni casi con il trattino, in altri casi senza trattino e in alcuni casi tutto attaccato. Almeno questo ce lo dica, se si scrive in un modo o nell'altro (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza nazionale)! Sarà ovviamente colpa della dattilografa, così come a volte è colpa dei giornalisti e in tante occasioni è colpa anche dei vignettisti quando si permettono di ritrarla in modo non gradito (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e misto-CCD).
Mi sembra evidente che nell'ambito della maggioranza ci sia un confronto fra strategie diverse; del resto, chi ha ascoltato l'onorevole Boselli, chi ha ascoltato l'onorevole Parisi, lo ha ascoltato in modo esplicito, chiaro. Che cosa le costava dire che lei si dimette perché deve discutere e ridisegnare la natura della sua maggioranza? Che cosa le costava dire la verità e, cioè, che vi è chi la tira da una parte? L'onorevole Cossutta è stato, con tono vagamente sovietico, molto, molto chiaro e


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glielo ha detto: serve più sinistra! Abbia l'orgoglio della sua storia! Ma tanti altri esponenti della sua maggioranza, che hanno una storia diversa, le hanno chiesto esattamente il contrario: sia meno di sinistra, non lo sia affatto, sia tutto quello che vuole, ma non parli di sinistra! È di questo che si discute ed era di questo che ci doveva parlare, non di Internet, non del paese delle meraviglie che non c'è, perché questo semmai sarà l'oggetto del confronto davanti agli elettori.
Ciò premesso, voglio concludere richiamando l'aspetto al quale tengo maggiormente in questo discorso, che è quello relativo al trasformismo.
Spero di non pronunciare parole tali da determinare non dico ulteriori polemiche, perché le polemiche sono il sale della politica, ma un'offesa per alcuno perché non è mia intenzione farlo, però si risparmi, per favore, Presidente del Consiglio, le prediche, soprattutto quelle un po' pedagogiche e un po' moralistiche sul trasformismo, sul tasso di immoralità. Io non so - ci penserà il giurì d'onore - se effettivamente vi è stato chi ha offerto danaro per transitare da una parte all'altra. So perfettamente - lo sa anche lei e lo sanno tutti qui dentro - che recentemente, non molto tempo fa, un anno fa o giù di lì, c'è chi ha venduto... vogliamo dire l'anima? vogliamo dire la dignità politica? vogliamo dire la coscienza? vogliamo dire il doveroso rispetto per chi lo aveva eletto?
C'è chi ha venduto il rispetto per chi lo aveva eletto non per soldi, ma per poltrone. Lei lo sa o no, signor Presidente del Consiglio, che tra i suoi ministri vi sono degli uomini che sono stati eletti con il voto del centro destra (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e misto-CCD)?
Il trasformismo, in Italia, è un male antico, ma si risparmi, glielo chiedo con cortesia, la predica e la morale sull'onestà della politica fino a quando continuerà a governare con una maggioranza che è formata da una componente determinante che non fu eletta per dare vita al primo Governo presieduto dall'esponente dei Democratici di sinistra.
Vede, non so se l'onorevole Casini e l'onorevole Berlusconi vorranno - glielo dico qui - accogliere una modesta proposta che mi viene in mente in questo momento, quella di far giungere un giorno, davanti a palazzo Chigi, ma in modo ordinato e civile, tutti gli iscritti di Alleanza nazionale, di Forza Italia e del CCD che hanno votato nei collegi in cui sono stati eletti parlamentari che oggi sono determinanti per la sua maggioranza. Quegli iscritti, che sono elettori (lei crede alla politica e quindi sa che l'iscrizione ad un partito è un atto di partecipazione, è un atto di militanza, è un momento di impegno), si sentono derubati!
Io non so se qui dentro vi sia chi prende i soldi per votarla, io so che qui dentro vi sono dei ladri, dei ladri di voti (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e misto-CCD)! E se lei continua a fare il Presidente del Consiglio con dei ladri di voti è un ricettatore di voti! E questa non gliela toglierà nessuno come accusa in termini politici (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e misto-CCD)! Allora, se crede alla politica, se crede nel rispetto delle regole, se è ancora lo stesso D'Alema che quando presiedeva la Bicamerale, nel nome delle regole cercava di dare vita alle riforme ...beh, si dimetta, ma abbia uno scatto di dignità e di orgoglio.
Io non voglio, ovviamente non posso perché sarebbe fuor di luogo, richiamare la sua storia, l'hanno fatto altri dai banchi della sinistra. La richiamo soltanto, se me lo posso permettere, alla dignità dell'uomo politico, dell'avversario politico, ma dell'uomo. Si dimetta e faccia in modo di non tornare qui tra qualche giorno per presentare un altro programma - mi auguro che in quell'occasione ci voglia dare qualche indicazione anche sul Superenalotto, dopo che oggi ci ha parlato tanto di Internet - e magari rimettere insieme la stessa maggioranza un po' più debole di prima.


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Dal momento che questa è una maggioranza inquinata moralmente, perché ci sono dei ladri di consenso, dia la parola - perché lei lo può fare chiedendolo al Capo dello Stato - al corpo elettorale, in modo tale che l'Italia abbia una maggioranza scelta dagli italiani e non nata in Parlamento con accordi la cui natura è sempre più misteriosa e ai nostri occhi sempre meno moralmente corretta (Applausi dei deputati dei gruppi di Alleanza nazionale, di Forza Italia e misto-CCD - Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Berlusconi.

SILVIO BERLUSCONI. Signor Presidente, signori deputati, il Presidente del Consiglio, consapevole delle difficoltà e delle contraddizioni della propria coalizione, non ha potuto far altro, nel delineare il quadro della situazione economica e sociale del paese, che rifugiarsi nella chiave dell'ottimismo di maniera, fino al punto di descrivere un paese che non c'è e di parlare ad una maggioranza che non c'è.
Nella speranza, forse, di poter rincollare i cocci di quella maggioranza, ha citato cifre e fatti che per la verità non hanno nulla a che vedere con l'azione del Governo. Ha messo da parte altri dati, come il divario tra nord e sud, l'aumento del numero dei disoccupati, il preoccupante disinvestimento in Italia da parte dei protagonisti esteri dell'economia e altri ancora che danno della situazione italiana un quadro assolutamente preoccupante.
Ha anche promesso di voler bandire gli intrighi della vita politica nazionale. E noi vorremmo prenderlo in parola, ma ci chiediamo: come farà - lo ha ricordato ora con parole dure Gianfranco Fini - ad eliminare l'intrigo un esecutivo che al posto del consenso elettorale ha avuto per padrino di battesimo il trasformismo parlamentare?
Quando pretende di poter rilanciare una maggioranza che si è completamente sfarinata nelle sue mani, il Presidente del Consiglio fa, come si dice, il passo più lungo della gamba. Un uomo di Stato investito di potere di governo dovrebbe porsi, quando è chiamato a rispondere dei suoi atti in una sede come il Parlamento, alcune domande semplici che tutti i cittadini possono comprendere: ho la forza politica per guidare il Governo del mio paese? Ho i numeri in Parlamento, le solidarietà profonde necessarie per tenere il timone e seguire una rotta sicura? Mi sarà possibile tenere unita una vera maggioranza su un programma di riforme strutturali e di ammodernamento dello Stato?
Queste domande il Presidente del Consiglio non se le è poste, non ce ne è traccia nel suo discorso, forse perché non è in grado di rivolgerle né a se stesso né ai suoi compagni di cordata. Il motivo è chiarissimo: le risposte le conosce già e suonano invariabilmente come una severa bocciatura di questa maggioranza priva di progetto politico e di punti di riferimento, del tutto incapace di esprimere una vera guida del paese.
Per la verità, una maggioranza di centro sinistra coesa, ricca d'iniziativa politica non esiste più da un pezzo, se mai è davvero esistita. Il Presidente D'Alema si dovrebbe quindi accontentare di un surrogato; non potendo governare, dovrebbe rassegnarsi a tirare a campare, a sopravvivere a se stesso, alle sue ambizioni, ai suoi sogni.
Noi, colleghi dell'ex maggioranza, vi avevamo avvertito. Quando vi eravate uniti a Rifondazione comunista e avevate perseguito l'obiettivo di portare l'Italia in Europa senza diminuire per pura demagogia sociale l'oppressione fiscale e burocratica, la rigidità nei rapporti di lavoro, vi avevamo detto: attenzione, porterete in Europa un paese stremato dalle tasse, prostrato dalla mancanza di riforme, sfiduciato e non competitivo. E così è stato; basta guardare al tasso di crescita dell'economia nazionale, qui ricordato da molti. La verità è che gli altri paesi - l'Inghilterra, l'Irlanda, la Spagna e altri ancora - galoppano; l'Italia europea segna


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il passo con buona pace del quadro idilliaco presentato oggi in quest'aula.
Quando avete affrontato la crisi dell'Ulivo mettendo insieme alla rinfusa deputati e senatori usciti dalle nostre file, eletti per farvi opposizione e controllarvi, vi abbiamo altresì avvertito: queste avventure antidemocratiche finiscono male, finiscono nell'equivoco, nel torbido, nella delegittimazione delle stesse istituzioni democratiche. Ed eccoci arrivati alla battaglia interna per la leadership della coalizione e del Governo, alle contraddizioni giornaliere vistose tra le componenti della maggioranza, alla logica velenosa del sospetto e della diffidenza reciproca calata nel bel mezzo dell'azione di Governo.
Questo brutto clima è figlio della debolezza del centro sinistra, onorevole D'Alema, e della vostra indisponibilità a riconoscere i vostri limiti. L'arroganza e l'intolleranza illiberale di certe misure da voi proposte, oltre che l'organica incapacità di sanare la piaga dell'uso politico della giustizia, derivano da questo spirito da «fortezza assediata» che ha afferrato la maggioranza e l'ha chiusa in se stessa, insieme con le speranze di crescita del paese.
Vi abbiamo offerto un confronto serio sulle leggi in Parlamento, e voi rispondete sequestrando nelle leggi delega i poteri dell'Assemblea e delle Commissioni (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD); vi abbiamo chiesto un atto di saggezza per mettere in campo uno spirito di pacificazione, di riconciliazione politica all'insegna della verità, e voi rispondete bocciando la Commissione d'inchiesta sul finanziamento occulto e illegale della politica e rifugiandovi nella debole alternativa di un comitato, peraltro indefinito. Vi abbiamo chiesto di rinunciare al proposito di imbavagliare l'opposizione con leggi illiberali ed antistoriche, e voi rispondete forzando i tempi della cosiddetta par condicio. Vi abbiamo suggerito, con numerosi emendamenti, correzioni serie e convincenti alla legge finanziaria e al bilancio dello Stato, e voi rispondete con arroganti colpi di maggioranza. Vi abbiamo ricordato come sia incompatibile con uno Stato di diritto varare leggi prive della caratteristica della generalità, della caratteristica di valere erga omnes, e voi rispondete approvando norme penali e tributarie ad personam (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD).
La verità è che voi vivete i vostri problemi interni e i vostri interessi di parte come se fossero i problemi e gli interessi del paese, e questo dimostra il carattere di regime della vostra maggioranza, che abbiamo tante volte denunciato (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD). Con questi comportamenti avete violato il criterio di base della democrazia, che è il rispetto dei diritti della minoranza, sino a quell'estrema minoranza rappresentata dal singolo individuo. Siete arrivati a questi eccessi con una maggioranza rissosa, con partiti che, più che partiti, sono aggregati occasionali di persone, magari vogliose solo di ridimensionare ed avvilire l'azione del Presidente del Consiglio.
Se ci riflette bene, signor Presidente del Consiglio, andare avanti così non è neppure nel suo interesse. Gli italiani mostrano evidenti segni di stanchezza e di rigetto per una politica antidemocratica e illiberale, preoccupata soltanto dei giochi di potere, condizionata dai personalismi, del tutto estranea ai problemi veri del paese. Una democrazia deve sapersi tirare fuori in tempo dalla palude della cattiva politica: una vera democrazia deve poggiare l'azione di Governo su un effettivo e certo consenso popolare. Il ricambio è essenziale.
Dal momento che non siete in grado di dare vita ad un nuovo Governo dotato di una solida e coerente legittimazione elettorale, è vostro dovere prenderne atto ed aiutare il paese a ritrovare la via della democrazia e della stabilità istituzionale (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD). Altra via non esiste: quando una maggioranza non è più una vera maggioranza, è d'obbligo restituire al titolare della sovranità, al popolo, il diritto di decidere da chi


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vuole essere governato (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD - Congratulazioni)!

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Veltroni.

VALTER VELTRONI. Signor Presidente della Camera, mentre ascoltavo gli interventi dell'onorevole Fini e dell'onorevole Berlusconi, il pensiero - non posso dire la memoria, perché allora non c'ero - mi è tornato a come doveva essere il dibattito politico, il confronto delle idee, la contrapposizione, anche dura, in un altro tempo della storia della Repubblica, quando fuori di qui, onorevole Fini, non c'erano le persone che, come è giusto in questi tempi, vanno a fare le compere per Natale, ma c'era l'Italia dopo il fascismo, che aveva conosciuto la guerra, la sofferenza e che si stava ricostruendo.
La donna che era seduta al banco dietro di me, Nilde Iotti, è stata una dei protagonisti di quel tempo, con altri uomini politici: Pietro Nenni, Ugo La Malfa, Alcide De Gasperi, Ferruccio Parri e tanti altri. Era un tempo di aspre divisioni, di conflitti ideologici e politici molto duri, era il tempo di un mondo separato in blocchi e, tuttavia, nel confronto tra quelle persone c'era sempre un grande rispetto, non solo delle ragioni degli altri, anche nella durezza dello scontro, ma del senso delle istituzioni.
Onorevole Berlusconi, lei ogni tanto usa le parole, temo, senza ponderarne il peso. Le parole sono pietre e scagliare le parole, non ponderandone il peso, rischia di avere effetti molto pesanti, non solo sulla vita delle istituzioni, ma del paese. Lei qui ha parlato di regime, di norme illiberali, della necessità di riconquistare la via della democrazia.
L'onorevole Fini, che io stimo come avversario politico, ha tuttavia qui usato parole che non mi sembrano in sintonia con il processo di evoluzione e di trasformazione del suo partito. Ha parlato, riferendosi al Presidente del Consiglio ed al Governo, di ladri di voti e di ricettazione...

GIANFRANCO FINI. Ma se li avessi fatti eleggere e fossero venuti da noi? Sono stati eletti con i voti della destra!

PRESIDENTE. Onorevole Fini!

VALTER VELTRONI. Se vogliamo affrontare il tema del trasformismo, onorevole Fini, per me sarebbe molto facile...

MAURIZIO GASPARRI. C'è Scognamiglio: chiedilo a Scognamiglio!

MARIO LANDOLFI. Sì, chiedilo a Scognamiglio visto che è lì!

PRESIDENTE. Onorevole Gasparri, la prego!

VALTER VELTRONI. ...ricordarle una verità che lei non può contestare. Lei ha detto quelle parole riferite a questo Governo, dimenticando un piccolo particolare: il Governo della destra nel 1994 si fece con il voto determinante al Senato di un parlamentare che era stato eletto nelle liste del Partito popolare italiano (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo e Comunista) e che nel Governo presieduto dall'onorevole Berlusconi vi era un ministro delle finanze eletto non con i voti della destra, ma dello schieramento che combatteva la destra (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo e Comunista) o anche che ora in Sardegna (Commenti del deputato Gasparri) ... Perché vi scaldate? Sono diversi anni che sono in quest'aula e non ho mai interrotto nessuno.

PRESIDENTE. Colleghi!

GIOVANNI FILOCAMO. Ladri! Ci fai solo ridere!

GIUSEPPE PETRELLA. E tu fai piangere!


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PRESIDENTE. Colleghi, queste reazioni mi sembrano del tutto spropositate.

VALTER VELTRONI. Queste reazioni fanno soprattutto pensare a quando si parla di comportamenti illiberali. Non capisco perché ci si debba scaldare: lei ha usato parole forti e nessuno l'ha interrotta; permetta di controargomentare e di ricordarle una verità difficilmente discutibile.
Le ho citato due casi concreti e gliene potrei citare altri recenti: in Sardegna si è costituita una giunta nella quale è stato decisivo il voto di consiglieri che non erano stati eletti nelle liste del Polo. Vogliamo continuare? In questo momento l'onorevole Berlusconi è impegnato a tessere le fila di un'alleanza con la Lega. Onorevole Fini, sono andato a rivedere le parole che sono state usate nel corso di questi mesi a proposito del trasformismo. Onorevole Berlusconi, non le voglio ricordare le sue innumerevoli e non proprio benevole dichiarazioni passate. Non ricorderò quando lei disse: «Io non mi siederò mai più ad un tavolo in cui ci sia il signor Bossi»...

PAOLO BECCHETTI. Parla della crisi di Governo!

VALTER VELTRONI. ...oppure quando definì il suo vecchio alleato di Governo (Commenti del deputato Filocamo) una persona totalmente inaffidabile, uno sfasciacarrozze, una calamità naturale. Non ricorderò neanche a lei, onorevole Fini, le volte in cui ha definito Bossi la negazione di qualsiasi serietà, il campione mondiale di inaffidabilità, un motivo per cui ha sempre giurato che per quanto la riguardava escludeva qualsiasi ipotesi di accordo.

MAURIZIO GASPARRI. Parlaci di voi!

VALTER VELTRONI. Voglio invece ricordare alcune delle cose dette da Bossi sul conto dell'onorevole Berlusconi...

MAURIZIO GASPARRI. Parlaci di voi!

VALTER VELTRONI. ...definito in sequenza «una brutta persona pericolosa», «un furbastro venditore di fustini», «un ometto suggestionato da sogni peronisti, deciso a preparare un golpe per trasformare l'Italia in un suo feudo».

ALFREDO BIONDI. Non è vero!

VALTER VELTRONI. Vede, a proposito di trasformismo, nei confronti di una persona che dà giudizi di questo genere...

GIULIANO URBANI. Sei una vergogna! Vergognati (Vive proteste dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD)!

PRESIDENTE. Onorevole Urbani, si accomodi!

VALTER VELTRONI. ...è difficile immaginare... (Vive, reiterate proteste dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD)!

GIULIANO URBANI. È intollerabile questo comportamento!

ALESSANDRO BERGAMO. Non hai argomenti!

ROBERTO TORTOLI. È un comunista!

PRESIDENTE. Colleghi, smettetela, per cortesia! Lo dico per una ragione molto semplice: la sciocchezza ha alcuni limiti, dopo i quali ci si autodanneggia. Non so se è chiaro. Quindi, per cortesia, smettetela e fate parlare: se avete da criticare, c'è la stampa fuori che vi aspetta.
Prego, onorevole Veltroni.

VALTER VELTRONI. Sono stati formulati giudizi molto duri da parte della destra: si vorrà consentire a quest'altra parte di rispondere? Così funziona un Parlamento in una democrazia, in un sistema liberale (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo,


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dell'UDEUR, Comunista, misto-Verdi-l'Ulivo e misto-Rinnovamento italiano).
Penso che sia giusto lasciar da parte questo tipo di discussione con quei toni sul trasformismo e guardare alla verità del problema che abbiamo di fronte, cioè la crisi del nostro sistema politico. Noi nel 1996 facemmo un accordo di desistenza con Rifondazione comunista: non fu un accordo di programma; non chiedemmo agli elettori di votare sulla base di un programma di Governo. Quell'accordo durò per un certo tempo, poi si interruppe. Rifondazione fece una scelta che considero ancora oggi sbagliata e che tuttavia fu tutta politica, con la quale decise di rompere la maggioranza che si era costituita dopo il voto degli italiani.
Nel 1994 qualcosa del genere successe a voi con l'alleanza - diversa tra nord e sud - che faceste con la Lega. Perché, invece di accusarsi di trasformismo, di ricettazione, di ladrocinio, non si guarda alla sostanza di questo problema, che oggi può riguardare noi, ieri e oggi riguarda voi, ma che riguarda complessivamente il sistema, il paese?
Questo problema non si risolverà finché non sarà sciolto il nodo centrale, che riassumo molto semplicemente, per dire che vi è bisogno di una svolta radicale. I Governi li devono fare, con il loro voto, i cittadini (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo - Commenti dei deputati del gruppo di Forza Italia). Ed è per questo che noi abbiamo sostenuto il referendum contro il quale Forza Italia si è schierata.

ALFREDO BIONDI. Non è vero (Proteste dei deputati del gruppo di Forza Italia)!

VALTER VELTRONI. È per questo che pensavamo, con la Commissione bicamerale, che si potesse realizzare il risultato di un'innovazione istituzionale che è stata fatta saltare (Vive proteste dei deputati dei gruppi di Forza Italia, di Alleanza nazionale e misto-CCD).

PRESIDENTE. Colleghi, questa irrequietezza, francamente...

VALTER VELTRONI. La cosa che mi imbarazza di queste urla, che non hanno l'effetto di intimorire, è l'immagine che arriva agli italiani. Il fatto che ci siano dei parlamentari che non rispettano le ragioni di altri parlamentari lo considero qualcosa che fa male più a chi le urla fa che a chi le urla riceve.
Sto dicendo che esiste un problema generale che riguarda l'assetto della democrazia italiana, il suo processo bipolare, il compimento della transizione in senso maggioritario. Oggi qualcuno si scopre proporzionalista.

GIULIANO URBANI. È un insulto?

VALTER VELTRONI. Qualcuno che sta nello stesso schieramento in cui ci sono promotori di referendum maggioritari.
Perché allora non andiamo alla sostanza di questo problema? Se ci andiamo capiremo il senso della dichiarazione fatta dal Presidente del Consiglio: completare la transizione italiana verso un sistema bipolare in cui i Governi li fanno i cittadini con il loro voto, in cui ci sono Governi di legislatura, in cui non è rimesso all'arbitrio dei partiti decidere di volta in volta l'esistenza o meno di una coalizione di Governo.
E qui veniamo al secondo punto, quello che riguarda le coalizioni di Governo. Io credo di non dover dare spiegazioni - per storia personale e per convinzioni antiche - dell'assoluta determinazione con la quale penso che sia necessario in un paese come questo far vivere coalizioni forti, non somma di partiti (Commenti del deputato Bergamo), coalizioni che siano sintesi di culture diverse. Ciò che rivendico dell'esperienza che facemmo con l'Ulivo nel 1996 e che oggi - come è stato giustamente detto da tutti i miei colleghi della maggioranza - non è riproponibile negli stessi termini, è l'essere stati in quel momento in grado di mantenere quell'equilibrio tra la capacità di sintesi delle diverse culture (quella ambientalista,


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quella cattolico-democratica, quella laica e socialista, quella della sinistra riformista) e le identità dei partiti.
Allora, quando nelle piazze si vedevano insieme le bandiere della coalizione e quelle dei partiti, non vi era contraddizione o contrapposizione. Penso che questa esperienza, quest'idea di coalizioni, che siano insieme sintesi e insieme capaci di rappresentare l'identità dei partiti, coalizioni nelle quali nessuno - lo dice il segretario del partito più grande di questa coalizione - può pensare di avere atteggiamenti di carattere egemonico che sarebbero stupidi, prima che arroganti, perché, per quanto possa crescere la forza più grande, molto la separa dal 51 per cento che è necessario per governare, questa idea delle sintesi delle culture riformiste sia un valore. Per quanto ci riguarda, e lo stesso credo possa valere per voi, questo è un valore che noi dobbiamo preservare e per questo dobbiamo creare un paese in cui vi sia un sistema autenticamente maggioritario e bipolare.
Noi oggi siamo qui perché scontiamo una difficoltà, non vi è dubbio. Non è stata mascherata dalla parole con le quali giustamente il Presidente del Consiglio ha rivendicato con orgoglio i risultati di tre anni e mezzo di esperienza di Governo del centro sinistra che sono riassunti positivamente nei numeri - che non sono invenzioni - che egli ha enumerato qui. Lo sappiamo che i problemi italiani sono ancora altri, lo sappiamo che il dramma della disoccupazione riguarda milioni di ragazzi italiani e che non bastano le parole e talvolta neanche i numeri per superarlo; e tuttavia, se io vedo - dai dati e non dalle affermazioni del Governo - che cinquecentomila persone hanno superato la soglia di povertà e che ottocentomila persone hanno trovato un posto di lavoro in più dal 1996 al 1999...

FRANCESCO DI COMITE. Ma dove?

GIOVANNI FILOCAMO. Ipocrita!

VALTER VELTRONI. ...non posso considerarlo un fatto negativo (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo e Comunista), devo considerarlo un primo inizio di un lavoro di riforma e di cambiamento.
Io sono perché la maggioranza si consolidi e si rilanci. Il Governo D'Alema - il Governo nuovo che Massimo D'Alema mi auguro possa realizzare nel corso delle prossime settimane - dovrà arrivare alla fine della legislatura e intanto noi dovremo rafforzare la nostra coalizione, una coalizione di eguali, ma che abbia rispetto e ricerchi il dialogo e la convergenza anche con quelle forze, a cominciare dai compagni dello SDI che sono insieme a noi nell'Internazionale socialista, che oggi hanno una posizione critica. Mi auguro però che possano partecipare a questo processo politico non solo attraverso un'astensione ma magari attraverso un voto positivo e anche una partecipazione al Governo. Mi auguro, cioè, che quale che sia lo scenario politico che si determina si possa rafforzare la coalizione, garantire la stabilità. Garantire il rilancio della coalizione può servire al raggiungimento del nostro obiettivo perché il centro sinistra o è innovazione o non è; non dimentichiamolo mai e lavoriamoci insieme (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, misto-Verdi-l'Ulivo e misto-Rinnovamento italiano - Molte congratulazioni)!

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il Presidente del Consiglio dei ministri.

MASSIMO D'ALEMA, Presidente del Consiglio dei ministri. Vorrei, innanzitutto, ringraziare i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari e tutti i colleghi che hanno preso parte a questa discussione per il contributo che hanno portato all'avvio di un chiarimento politico, che considero importante perché la legislatura possa utilmente continuare e realizzare


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quegli obiettivi di riforma che sembrano indispensabili per l'avvenire del nostro paese.
Traggo dalla discussione due conclusioni. La prima è la seguente: chiederei, per quanto mi riguarda, che la discussione potesse sospendersi qui per consentirmi di convocare il Consiglio dei ministri e per rassegnare, dopo la riunione del Consiglio dei ministri, le dimissioni del Governo al Presidente della Repubblica.
La seconda considerazione è la seguente: il dibattito - in particolare per quanto attiene ai contributi che vi hanno portato tutti i gruppi della maggioranza - mi sembra abbia indicato una larga volontà di continuare e di rilanciare l'azione del centro sinistra. Ho registrato gli apporti positivi, i consensi e anche i contributi più problematici, che naturalmente dovranno essere considerati in modo molto serio nel confronto che si aprirà.
L'opposizione ha tutte le ragioni. Vorrei ringraziare, in particolare, l'onorevole Berlusconi per il tono civile che ha dato al suo intervento. Non spetta, ovviamente, all'opposizione dimostrare la capacità della maggioranza di essere all'altezza del compito di governare il paese; spetta alla maggioranza e confido - questa discussione mi conforta - che essa dimostrerà di saperlo fare (Applausi dei deputati dei gruppi dei Democratici di sinistra-l'Ulivo, dei Popolari e democratici-l'Ulivo, dei Democratici-l'Ulivo, Comunista, UDEUR, misto-Verdi-l'Ulivo e misto-Rinnovamento italiano).

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