Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 631 del 30/11/1999
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(Dismissione del patrimonio immobiliare pubblico nel settore agricolo)

PRESIDENTE. Passiamo all'interrogazione Delmastro Delle Vedove n. 3-03825 (vedi l'allegato A - Interpellanze e interrogazioni sezione 7).
Il sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali ha facoltà di rispondere.

ROBERTO BORRONI, Sottosegretario di Stato per le politiche agricole e forestali. Il tema posto all'ordine del giorno dall'interrogazione dell'onorevole Delmastro Delle Vedove è di grande rilevanza. È il tema della mobilizzazione del settore fondiario come strumento fondamentale per una politica delle strutture nel nostro paese dove abbiamo accumulato, nei confronti dei partner europei, ritardi che vanno colmati in tempi rapidi al fine di promuovere, attraverso la modernizzazione del settore fondiario, quella più generale del settore agricolo del nostro paese.
All'interno di tale contesto si può collocare, a mio parere, non solo il tema della dismissione degli immobili agricoli in mano pubblica, ma anche quello ben più vasto e complesso relativo alla ottimizzazione di una politica fondiaria italiana. Abbiamo bisogno - come viene giustamente ricordato nell'interrogazione - di una politica che finalmente sia capace di dotare le nostre aziende di un'adeguata base fondiaria per metterle nelle condizioni migliori di reggere la sfida della competizione, della globalizzazione dei mercati e quindi il venire meno di quelle protezioni di cui in passato hanno goduto.


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Uno strumento per l'attuazione della politica cui ho fatto riferimento è offerto dalla disposizione del comma 4 dell'articolo 6 della legge finanziaria che, come è noto, è stata approvata dal Senato l'11 novembre scorso e che è attualmente è all'esame di questo ramo del Parlamento. La disposizione prevede la possibilità di alienare gli immobili appartenenti al patrimonio dello Stato e suscettibili di utilizzazione agricola, ancorché non conferiti negli specifici fondi previsti dall'articolo 86 della legge n. 662, sulla base di uno specifico programma definito dal Ministero del tesoro di concerto con il Ministero delle politiche agricole e forestali che ne cura l'attuazione. Viene inoltre previsto, al fine di favorire lo sviluppo dell'imprenditoria agricola giovanile ed in linea con quanto previsto dalla legge sull'imprenditoria giovanile, che la rivendita, previo accorpamento in lotti del taglio minimo di dieci ettari, venga effettuata con preferenza ai giovani imprenditori agricoli che non abbiano superato i 40 anni di età.
La redazione del programma a cui ho fatto riferimento deve presupporre una conoscenza approfondita degli aspetti tipologici e strutturali dei beni a cui si fa riferimento; non vanno sottovalutate, a tale riguardo, le problematiche connesse alla fase conoscitiva dei beni immobili pubblici, ma è evidente che, solo dopo aver definito l'entità e la tipologia dei terreni agricoli in mano pubblica, si potrà avviare un processo di dismissione rapido ed organico e successivamente si potranno cogliere gli effetti positivi di tale processo di privatizzazione, come per altro si è già verificato in altri settori.
Le pubbliche amministrazioni potranno così alleggerirsi di carichi di lavoro inopportuni, che spesso svolgono in modo poco efficiente, concentrandosi invece sul soddisfacimento dei bisogni dei cittadini. Inoltre, la vendita dei beni consentirebbe alle amministrazioni di incassare una notevole quantità di risorse finanziarie, con la conseguente possibilità di operare una riduzione fiscale.
Non meno importanti potranno essere gli effetti indiretti di tale privatizzazione. Si determinerebbe, infatti, un maggior dinamismo nel mercato fondiario, che porterebbe inevitabilmente ad un maggior equilibrio tra domanda e offerta di terra. Attualmente risulta premiata in modo eccessivo la scarsa offerta, attraverso prezzi troppo alti rispetto alla reale produttività dei beni, a discapito della domanda. Un riequilibrio tra domanda ed offerta, con valori fondiari che siano in linea con le reali potenzialità produttive dei terreni stessi, rappresenterebbe una premessa importante per l'avvio di un processo di ristrutturazione e di modernizzazione delle nostre aziende e, contemporaneamente, un adeguato ricambio generazionale, con effetti positivi anche in termini di opportunità occupazionali.
In tale processo, potrà essere giocato un ruolo importante anche dall'ISMEA che, ai sensi dell'articolo 6, comma 5, del decreto legislativo n. 419, ha incorporato la cassa per la formazione della proprietà contadina, subentrando nei relativi compiti, alla quale è stata espressamente attribuita la facoltà di costituire forme di garanzia creditizia e finanziaria, volte, tra l'altro, a favorire il ricambio generazionale in agricoltura e a contribuire alla trasparenza e alla mobilità del mercato fondiario rurale.

PRESIDENTE. L'onorevole Delmastro Delle Vedove ha facoltà di replicare.

SANDRO DELMASTRO DELLE VEDOVE. Signor Presidente, signor sottosegretario, posso dichiararmi soltanto parzialmente soddisfatto per la risposta fornita alla mia interrogazione, in quanto ritengo che essa non vada al di là dell'enunciazione di semplici intenti senza un programma concreto ed incisivo.
Peraltro, sono lieto che anche il Governo ritenga questo tema di particolare rilievo e che, comunque, si proponga di realizzare quanto ha anticipato il sottosegretario. Non a caso, nella mia interrogazione, si fa riferimento - come fatto quasi simbolico - alla vicenda di quel


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comune della provincia di Foggia che, pur essendo proprietario della bellezza di cinquecento ettari di terreno, riesce a realizzare un reddito annuo di 16 milioni di lire e a pagare 17 milioni di lire soltanto per i diritti dovuti al consorzio di bonifica, oltre alle spese legate alla gestione dei contratti e alle imposte.
Lo Stato - è un fatto notorio - è un pessimo padrone di casa degli immobili urbani e dei beni immobili e dei fondi rustici. Partendo da tale premessa, avremmo voluto e potuto sapere qualcosa di più in ordine al primo aspetto sollevato nell'interrogazione. Mi riferisco al fatto che manca completamente un censimento di tutto il patrimonio immobiliare; parlo di un censimento, non solo quantitativo, ma anche qualitativo, cioè inteso a definire gli aspetti strutturali e tipologici di tutti gli immobili rustici pubblici. Senza tale censimento, il programma di dismissione è destinato a fallire miseramente o a realizzare una svendita, in quanto non si ha una precisa cognizione della qualità dei beni posseduti.
Ritengo importante mettere in evidenza che, secondo gli atti della commissione di indagine sul patrimonio immobiliare pubblico, presentati alla Presidenza del Consiglio dei ministri, risulta alienabile la bellezza di 1 milione di ettari. Attraverso un'alienazione corretta di questi terreni - sempre secondo quanto risulta dagli atti dell'indagine - le pubbliche amministrazioni avrebbero la possibilità di incassare la rispettabilissima somma di 10 mila miliardi di lire (e Dio solo sa quanto ne avrebbero bisogno!) ed avrebbero, oltre tutto, come giustamente lei ha ricordato, la possibilità di liberarsi di una serie di incombenze che adempiono controvoglia, malamente, senza quei criteri di efficienza e di efficacia che tutti noi dobbiamo pretendere.
Pertanto, mentre posso affermare di essere parzialmente soddisfatto sotto il profilo della dichiarazione di intenti che mi è parso di cogliere nella risposta, non posso però evitare di sottolineare l'importanza e l'urgenza di attivare in modo concreto innanzitutto lo svolgimento di un censimento quanti-qualitativo di tutto il patrimonio rustico e fondiario di proprietà delle pubbliche amministrazioni. Sollecito il Governo ad attivarsi, attraverso la cassa per la proprietà contadina e la nuova figura giuridica che ne è nata (strumento importante, atteso che da cinquant'anni opera nel settore e quindi ha profonda conoscenza anche degli aspetti tipologici e strutturali dei beni di proprietà delle pubbliche amministrazioni), affinché il programma venga effettivamente portato avanti, allo scopo di superare il gap nei confronti dei partner europei, facendo sì che la nostra agricoltura, dal punto di vista della resa, della tipologia e della struttura, abbandoni la posizione di malinconico fanalino di coda che ha nell'ambito dell'Unione europea.

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