Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 631 del 30/11/1999
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Svolgimento di interpellanze e di interrogazioni (ore 10,08).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interpellanze e di interrogazioni.

(Interventi per il rientro in patria dei profughi bhutanesi)

PRESIDENTE. Cominciamo con l'interrogazione Fei n. 3-03666 (vedi l'allegato A - Interpellanze ed interrogazioni sezione 1).
Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri ha facoltà di rispondere.

PATRIZIA TOIA, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Signor Presidente, l'interrogazione dell'onorevole Fei riguarda la situazione dei rifugiati bhutanesi che si trovano nel Nepal in condizioni estremamente gravi e con grandi difficoltà di accoglienza. È una situazione nota e affrontata internazionalmente, sia pure in rare occasioni, senza una grande spinta dell'opinione pubblica e senza motivazioni dovute a pressioni esterne.
Si tratta di un fenomeno che si è verificato a partire dagli anni 1990-1991 con l'afflusso di rifugiati in Nepal provenienti dal Bhutan. Si stima che questi rifugiati siano più di 100 mila. Essi vengono ospitati per lo più nel sud del Nepal in campi attrezzati, anche con l'aiuto della comunità internazionale, in condizioni, però, assolutamente inospitali.
Le origini di questo flusso di rifugiati sono da ricondurre, come è noto certamente all'interrogante e agli altri onorevoli deputati che hanno sottoscritto la stessa interrogazione, ad un crescente atteggiamento di ostilità del Governo bhutanese verso gruppi etnici che non professavano la religione ufficiale e che parlavano una lingua diversa. A partire dal censimento del 1985, questa quota della popolazione composta da individui di etnia nepalese che abitavano nel sud del paese e che parlavano una lingua diversa e professavano la religione indù anziché


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quella buddista hanno cominciato a subire una serie di pressioni e poi di vessazioni perché omologassero i propri costumi e perché parlassero un'altra lingua. Queste misure sono diventate sempre più accentuatamente discriminatorie nei confronti di questa popolazione di origine nepalese e hanno portato al bando della lingua e alla proibizione del suo uso e del suo insegnamento con una escalation fatta prima di pressioni e poi sempre più di obblighi, persino sul rispetto dell'abbigliamento tradizionale e poi su elementi più importanti come la lingua e la religione, nei quali si identifica il diritto all'identità culturale di un popolo.
Queste misure sono sfociate in una vera e propria pressione violenta che ha portato, nel successivo censimento del 1988, alla richiesta alla popolazione di provare il proprio diritto alla cittadinanza; quindi non si è trattato più soltanto di una pressione per la omologazione, ma della messa in discussione dell'identità e del diritto alla cittadinanza. Sono state effettuate anche politiche di sradicamento e di spostamento forzato di interi nuclei familiari dalle aree dove i movimenti di opposizione potevano raccogliere maggiori consensi in funzione antigovernativa: il conseguente esodo, quindi, è dovuto non a volontà di espatrio e di emigrazione, ma alla impossibilità di rimanere nel paese.
Seguiamo con attenzione la situazione e, insieme ad organismi di assistenza internazionali, all'interno di un quadro multilaterale, abbiamo in qualche modo fornito un aiuto per la costruzione dei campi di accoglienza dei profughi. La comunità internazionale segue i colloqui in corso tra i due Governi di Katmandu e di Thimphu per trovare un assetto soddisfacente, anche se è sempre difficile individuare una soluzione adeguata quando si tratta di 100 mila persone che certamente, sia da rifugiati in un altro paese, sia quando rientrano nel proprio paese, vivono in condizioni estremamente gravi. È comunque in corso, ripeto, un negoziato per affrontare la situazione: tuttavia, non sembra che esso proceda in modo adeguato ed anche l'ultima riunione della commissione mista tra i due Governi, nello scorso ottobre, non ha dato esiti rassicuranti e positivi, dato che si è conclusa con un nulla di fatto. Le autorità governative dei due paesi rimangono ferme sulle loro posizioni, in quanto le autorità bhutanesi insistono nel sostenere che solo una minima parte dei rifugiati ha la cittadinanza bhutanese e quindi può rientrare nel paese, mentre le autorità nepalesi ritengono, un po' per necessità un po' per convinzione, che la gran parte dei rifugiati abbia diritto e debba rientrare in Bhutan.
Attualmente, non abbiamo in corso particolari iniziative politiche di carattere bilaterale ma siamo attivi, nell'ambito della definizione delle posizioni di politica estera dell'Unione europea, non dico per esercitare pressioni ma certamente per sollecitare qualche forma di presenza e di intervento verso i due Governi finalizzata a trovare una soluzione. Siamo inoltre attivi, come accennavo, nell'ambito delle iniziative umanitarie, in ambito sia multilaterale sia dell'Unione europea. Il Governo, infine, anche a seguito di questa interrogazione, si impegna a sollevare nuovamente la questione nell'ambito dell'Unione europea, per verificare la possibilità di un intervento più deciso e diretto della stessa Unione europea nei confronti dei due Governi.

PRESIDENTE. L'onorevole Fei ha facoltà di replicare.

SANDRA FEI. Signor Presidente, da quanto mi risulta, a parte qualche parlamentare europeo che ha sollevato la questione, l'Unione europea non se ne è specificamente occupata. Penso che la situazione sia estremamente grave, direi esplosiva, considerato che nella zona vi sono già difficoltà di altro genere; vi sarebbe dunque bisogno dell'intervento della comunità internazionale, la quale, fra l'altro, ha anche molta più esperienza rispetto all'Unione europea (sfortunatamente è così). L'Italia, dal canto suo, dovrebbe sollecitare un intervento, quanto


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meno a livello di trattativa, e non limitarsi sempre e soltanto al livello umanitario: ben venga quest'ultimo, ma non ci si può giustificare sempre riferendo che l'Italia è impegnata a livello umanitario. D'altronde, non è stato neppure specificato cosa stia facendo esattamente l'Italia a livello soi-disant umanitario, anche se questa sembra rappresentare sempre l'unica uscita di salvezza perché il Governo possa sostenere che si sta occupando di determinati problemi internazionali.
L'Italia cerca sempre di apparire come uno dei paesi che incide sul piano della politica internazionale, ma sfortunatamente sia a livello europeo (come vediamo tutti i giorni per le trattative sulle normative che devono adottarsi), sia a livello internazionale non riesce ad essere influente come pretenderebbe. Questo Governo non ha assolutamente contribuito a migliorare le situazioni, anche all'interno dell'incidenza, dell'influenza o del potere che si può esercitare nell'ambito della comunità internazionale. Uno degli esempi più evidenti degli ultimi tempi è quello che riguarda la moratoria della pena di morte: è vero che la posizione europea ha inciso, ma certamente l'Italia ha contato troppo su questa presa di posizione e sappiamo che sono state più le parole dette che i fatti compiuti. L'ambasciatore italiano, che si è occupato di contattare i vari paesi, ha svolto un ruolo abbastanza importante, ma si è trattato di un'azione svolta all'ultimo minuto, mentre sono ormai anni che l'Italia porta avanti questa battaglia.
La stessa situazione rileviamo in questa realtà, che è preoccupante. Peraltro, mentre il sottosegretario Toia ha sostenuto che questi profughi sarebbero 100 mila, a quanto mi risulta essi sarebbero molti di più, quasi 300 mila ormai: la situazione è veramente molto difficile. Forse sarebbe anche opportuno spingere - visto che il Governo si è impegnato a seguire questa situazione - la comunità internazionale a concedere aiuti al Nepal, paese che peraltro ha anche altri problemi oltre a quello con il Bhutan: sarebbe un passo avanti rispetto alla non azione che finora ci ha visto protagonisti.

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