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PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 17 giugno 1999, n. 180, recante disposizioni urgenti in materia di proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali nei territori della ex Jugoslavia, in Albania e ad Hebron, nonché autorizzazione all'invio di un ulteriore contingente di militari dislocati in Macedonia per le operazioni di pace nel Kosovo.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
DOMENICO ROMANO CARRATELLI, Relatore. Signor Presidente, nell'illustrare il decreto-legge n. 180 del 1999, oggi all'esame dell'Assemblea, va evidenziato che nel preambolo si fa riferimento alla straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni volte sia a prorogare la partecipazione italiana a missioni internazionali
nei territori dell'ex Jugoslavia, in Albania e ad Hebron, sia ad autorizzare l'invio di un ulteriore contingente di militari in Macedonia per le operazioni di pace nel Kosovo, in attuazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU n. 1244 del 10 giugno 1999.
servizio per conto dell'ONU o impiegato in operazioni umanitarie, nonché le disposizioni recate dall'articolo 2, commi 2, 3, 4 e 6 del decreto-legge n. 12 del 1999, convertito dalla legge n. 77 del 1999, con il quale è stata autorizzata la partecipazione italiana alla missione OSCE in Kosovo e alle connesse operazioni di appoggio militare in Macedonia.
Una legislazione organica consentirebbe di assicurare chiarezza e precisione al regime giuridico applicabile ai militari impegnati in missioni all'estero, evitando che permanga un modello di legislazione d'urgenza nell'ambito del quale ogni decreto-legge costituisce la disciplina della singola missione. Inoltre, si consentirebbe l'adozione di provvedimenti d'urgenza sintetici, che si limitino a fornire la necessaria autorizzazione legislativa allo svolgimento delle operazioni e all'assicurazione della relativa copertura finanziaria. In effetti, onorevole sottosegretario, poiché da più tempo, soprattutto in questa legislatura, si sono intensificati gli interventi italiani in questo tipo di missioni e poiché abbiamo approvato circa una decina di decreti in materia, sarebbe forse tempo che il Governo considerasse seriamente l'opportunità di varare una normativa quadro, in maniera che le singole operazioni, che si preannunciano anche per il futuro, possano essere decise senza la farraginosità di provvedimenti quale quello che stiamo esaminando.
La Commissione ha quindi introdotto l'articolo 4-quater volto a rimediare ad esigenze logistiche connesse alle situazioni di emergenza conseguenziali alla missione in Kosovo, ed evidenziate anche in occasione delle missioni in Albania e nei territori della ex Jugoslavia.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.
FABRIZIO ABBATE, Sottosegretario di Stato per la difesa. Le valutazioni espresse dal relatore, su cui il Governo concorda, sono alla base del provvedimento in discussione, nonché dei precedenti decreti-legge richiamati.
PRESIDENTE. Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, esprimo anch'io i miei ringraziamenti al relatore per la sua esposizione, in cui ha focalizzato in termini corretti i principi e le finalità contenute nel provvedimento in esame. Certo, il nostro impegno a livello internazionale ci sta imponendo un ritmo frenetico di esame, valutazione complessiva e approvazione di provvedimenti di urgenza. È questo un dato importante sul quale, però, signor Presidente, voglio richiamare l'attenzione del Governo, come puntualmente facciamo non perché il Governo sia disattento - per carità, assolutamente non voglio dire questo -, ma perché sollecitiamo continuamente il Governo stesso ad assumere provvedimenti che, anche per la turbolenza della situazione politica interna nel nostro paese, tardano a venire. Esiste, poi, una turbolenza a livello internazionale e non c'è dubbio che le nostre Forze armate sono impegnate ed impiegate in prima linea, tanto per usare una frase fatta.
requisiti di efficienza ed operatività, stanno facendo per intero il loro dovere; dobbiamo capire, però, se da parte dell'amministrazione e del Parlamento si stia facendo qualcosa per venire incontro alle esigenze ed alle situazioni che si manifestano a livello internazionale, con riferimento, appunto, alle Forze armate.
pendolaristico, perché ancora non abbiamo capito se eravamo in guerra o no. Mantenevamo infatti aperta la nostra ambasciata a Belgrado e non ho mai visto un paese in guerra con un'altra nazione mantenere in quel territorio una sua rappresentanza diplomatica. Abbiamo anche innovato il diritto internazionale, signor Presidente e signor sottosegretario. Credo che questo faccia storia, faccia lezione per le future generazioni di studiosi e di giovani studenti che si vogliano specializzare in diritto internazionale. Il ministro degli esteri ci diceva che in fondo non eravamo in guerra, il che aveva una sua giustificazione, in quanto le rappresentanze diplomatiche dipendono dalla Farnesina. Però, il Ministero della difesa diceva che eravamo in guerra o quanto meno lo eravamo a metà.
PIETRO GIANNATTASIO. Era una difesa integrata!
MARIO TASSONE. Era una difesa integrata, ma non credo che oggi questo tipo di discorso possa avere una sua logica ed un suo valore, rispetto alle considerazioni che svolgiamo.
anche l'azione di interposizione e di costruzione della pace. Credo che questi siano interrogativi da porsi.
mio intervento che, oltre ad esprimere un giudizio positivo sul provvedimento, mi ha portato a fare una valutazione complessiva su una tematica che non dovrà esaurirsi con l'approvazione o meno di un decreto-legge.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Basso. Ne ha facoltà.
MARCELLO BASSO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, a guerra conclusa e pur consapevoli degli enormi problemi che la ricostruzione e la ripresa della vita normale in Kosovo e in Serbia pongono, sono d'obbligo alcune riflessioni, se vogliamo che nell'area dei Balcani, ma anche in altre parti del mondo, la guerra non abbia più il sopravvento.
anni prima, di intervenire in Bosnia, quattro lunghi anni durante i quali si sono consumati stragi, orrori, massacri, si sono distrutti interi paesi, si sono inferte ferite ad una città come Sarajevo, capitale di cultura e di multietnicità.
L'Albania, nonostante abbia un Governo che è espressione democratica del suo popolo, non ha oggi il controllo del suo territorio. Il Governo albanese va ulteriormente aiutato e messo nelle condizioni di ristabilire la completa legalità all'interno del paese. Quanto ci raccontano i nostri volontari, impegnati nella missione «Arcobaleno», ha a volte dell'incredibile. Adesso, è arrivata, però, l'ora di garantire il sicuro rientro dei kosovari nelle loro terre.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giannattasio. Ne ha facoltà.
PIETRO GIANNATTASIO. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghi, il disegno di legge di conversione sottoposto oggi alla nostra attenzione può essere definito un atto dovuto e gli emendamenti che in pochi giorni sono stati presentati ed approvati in Commissione difesa stanno a dimostrare come l'incalzare degli avvenimenti sia stato così rapido da imporre modifiche e adeguamenti che, forse, la prossima settimana non saranno più all'altezza delle esigenze. Anche se ci troviamo di fronte ad un atto dovuto, però, desidero far rimarcare due aspetti di tutta la vicenda, i quali hanno una notevole valenza politica.
Cosa rappresenta questa «sformaggiata» di volontari a destra e a manca? Sono 25 mila, così almeno racconta il ministro Scognamiglio. Non riusciamo a reclutarne di più, e poi ci viene a raccontare la storiella di un terzo, un terzo e un terzo rispettivamente all'estero, in turno di riposo ed in turno addestrativo. Se fosse vero, onorevoli colleghi, vorrebbe dire che abbiamo cinque brigate operative, perché una brigata è formata da 5 mila uomini, a meno di non fare il gioco delle tre carte e scoprire che i 5 mila uomini sono solo sulle tabelle organiche dell'ufficio ordinamento dello stato maggiore dell'esercito che poi diventano 4 mila, 3 mila e, se va bene, sono solo 2 mila e 500 per brigata.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Ha facoltà di parlare il relatore, onorevole Romano Carratelli.
Ricordo, peraltro, che è stata di recente approvata la legge n. 186 del 1999 di conversione del decreto-legge n. 110 del 1999, recante autorizzazione all'invio in Albania ed in Macedonia di contingenti italiani nell'ambito della missione NATO per compiti umanitari e di protezione militare, nonché rifinanziamento del programma italiano di aiuti all'Albania e di assistenza ai profughi.
Passando all'esame del contenuto del decreto-legge, ricordo che l'articolo 1, comma 1, proroga al 30 settembre 1999 il termine del 24 giugno stabilito dagli articoli 3-bis, 3-quater, 3-quinquies, 3-sexies e 3-septies del decreto-legge 28 gennaio 1999, n. 12, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 marzo 1999, n. 77, per la partecipazione di militari italiani alle missioni internazionali in corso nei territori della ex Jugoslavia, nella città di Brcko, in Albania e ad Hebron. Il comma 2 dell'articolo 1 intende confermare quanto previsto nei ricordati articoli del decreto-legge n. 12 del 1999, che, oltre a prolungare la partecipazione italiana alle indicate operazioni di pace, disciplinano aspetti specifici di ciascuna missione, quali il regime giuridico ed economico del personale militare impegnato, la copertura finanziaria e, limitatamente alle missioni nei territori della ex Jugoslavia, l'autorizzazione al ministro della difesa ad effettuare, in caso di necessità, acquisti e lavori in economia, in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato.
L'articolo 2, comma 1, autorizza, a decorrere dal 15 giugno 1999 e fino al 30 settembre 1999, la partecipazione di un ulteriore contingente di 2.650 militari alle operazioni in Kosovo e in Macedonia disciplinate dal decreto-legge 21 aprile 1999, n. 110, convertito dalla legge 18 giugno 1999, n. 186, per fornire assistenza alle missioni internazionali di supporto alla pace e di aiuto ai profughi kosovari.
Per tale finalità l'articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 110 del 1999 ha disposto l'invio di un contingente di 800 unità, a decorrere dal 15 febbraio 1999 fino al 31 dicembre 1999 e, a decorrere dal 1 giugno 1999 fino alla fine dell'anno, l'invio in Macedonia di un ulteriore contingente di 1.800 militari per partecipare alle operazioni autorizzate dal decreto-legge n. 12 del 1999, convertito dalla legge n. 77 del 1999 che, prima dell'intervento della NATO nella Federazione jugoslava, aveva disposto l'invio di 250 militari nell'ambito della missione Joint guarantor, a garanzia e protezione dei verificatori dell'OSCE operanti in Kosovo.
Sottolineo che l'attuale missione è disposta in adempimento della risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite n. 1244 del 10 giugno 1999 con lo scopo di vigilare sul ritiro delle truppe serbe dal Kosovo, nel rispetto degli accordi di pace tra la NATO e i rappresentanti della Federazione jugoslava e di disciplinare il rientro dei profughi kosovari nel loro territorio.
Il comma 2 dell'articolo 2, attraverso rinvii a disposizioni normative contenute in precedenti decreti-legge, definisce gli aspetti giuridici e retributivi relativi al personale militare impiegato nell'operazione.
In particolare, prevede la corresponsione, in aggiunta allo stipendio ordinario, del trattamento di missione all'estero disciplinato dal regio decreto 3 giugno 1926, n. 941, e successive modificazioni. Il trattamento aggiuntivo è attribuito, con corresponsione dell'80 per cento della prevista indennità, per tutta la durata della missione, escluso il periodo relativo al trasferimento da e per l'Italia, che viene considerato come evento addestrativo nazionale.
Si ricorda, in proposito, che a favore del personale impegnato nelle missioni si applicano le disposizioni in tema di trattamento assicurativo previste dalla legge 18 marzo 1982, n. 301, e successive modificazioni, per il personale militare in
Il comma 3 dell'articolo 2 autorizza il Ministero della difesa ad effettuare, in deroga alle norme di contabilità generale dello Stato, acquisti e lavori in economia, nel limite di 20 miliardi, per la costruzione di un aeroporto semipreparato, e dei relativi apparati di comunicazione, in relazione alle esigenze di trasporto aereo nel settore assegnato agli italiani. Tale autorizzazione si pone nella linea di tendenza espressa da varie leggi recenti, relative alla partecipazione del nostro paese a missioni umanitarie internazionali.
Il comma 4 dell'articolo 2 autorizza la spesa complessiva di 70 miliardi per la prosecuzione, fino al 30 settembre 1999, degli interventi umanitari di accoglienza dei profughi kosovari in Albania, nell'ambito della missione «Arcobaleno» e in Italia, l'attività interforze in Albania e per la ricostituzione di materiali e mezzi della protezione civile. Tale stanziamento si aggiunge a quello di 100 miliardi già autorizzato per analoghe finalità dall'articolo 6 del decreto-legge n. 110 del 1999.
L'articolo 3 detta le disposizioni per la copertura finanziaria delle spese.
L'articolo 4 autorizza il Ministero del tesoro ad aggiornare le diarie di missioni stabilite dal decreto ministeriale del 27 agosto 1998 per il personale militare italiano impiegato nelle missioni umanitarie e di pace nei territori della ex Jugoslavia e dell'Albania, equiparandole a quelle fissate per la Bosnia e per la Repubblica federale jugoslava. Finalità delle disposizioni è quella di eliminare la disparità di trattamento esistente per il personale che opera nei paesi dell'aerea balcanica, come risulta dalla tabella allegata al decreto sopra indicato.
Ricordo, altresì, che il citato decreto ministeriale suddivide il personale statale, civile e militare, ai fini dell'attribuzione del trattamento economico spettante per le missioni all'estero, in sei gruppi, indicati in una specifica tabella allegata al decreto. Le diarie nette per le missioni sono determinate in proporzione al gruppo di appartenenza, nonché in relazione al paese presso il quale si svolge la missione stessa.
La Commissione ha esaminato approfonditamente il provvedimento, che si configura parzialmente come decreto di proroga di precedenti missioni e parzialmente come provvedimento nuovo, nella parte in cui dispone la partecipazione di un ulteriore contingente di 2.650 militari italiani alle operazioni in Kosovo ed in Macedonia.
La Commissione ha acquisito il parere del Comitato per la legislazione, favorevole con una condizione e con una osservazione, entrambe accolte con le modifiche apportate al comma 2 dell'articolo 1 e all'articolo 2 del provvedimento. Ha inoltre acquisito i pareri favorevoli delle Commissioni affari costituzionali (con una condizione, accolta dalla Commissione), bilancio (con condizioni, accolte dalla Commissione) e affari esteri e lavoro.
La Commissione condivide - e su questo richiamiamo l'attenzione del Governo - in pieno l'esigenza sottolineata dal Comitato per la legislazione, in questa come in precedenti occasioni, affinché si pervenga ad una legislazione organica in materia di missioni internazionali militari e di pace, che costituisca un quadro normativo di riferimento certo e stabile, nell'ambito del quale provvedere anche all'eventuale semplificazione di disposizioni superate. In tal modo si semplificherebbe anche la formulazione e l'applicazione di provvedimenti quali quelli in esame che, accanto a poche previsioni innovative, riproducono - mediante la tecnica del rinvio o mediante la riproduzione testuale (o quasi) - disposizioni vigenti per altri casi analoghi.
Oltre alle citate modifiche in accoglimento dei ricordati pareri, la Commissione ha ulteriormente modificato il testo del decreto-legge nei seguenti termini.
Dopo una modifica formale al comma 1 dell'articolo 2, ha introdotto un comma nel medesimo articolo, il 2-ter volto ad integrare l'articolo 36, comma 2, del decreto legislativo n. 29 del 1993 (ciò richiama il discorso di prima sulla necessità di modifiche di precedenti decreti che spesso vengono riportati integralmente o in parte), con il riferimento al coniuge superstite ed ai figli del personale delle Forze armate. Tale disposizione prevede attualmente che il coniuge superstite ed i figli di appartenenti al corpo di polizia, ai vigili del fuoco ed alla polizia municipale deceduti nell'espletamento del servizio possano essere assunti, presso amministrazioni pubbliche, aziende ed enti pubblici per chiamata diretta nominativa in deroga alle disposizioni generali sulla materia. In tale disposizione, verosimilmente per una mancata previsione del legislatore, non sono compresi i familiari del personale delle Forze armate, soprattutto quello impegnato nelle missioni all'estero, al quale invece, per altre ipotesi (trattamento assicurativo, pensionistico, previdenziale) sono state estese le norme previste dalla legge 3 giugno 1981, n. 308, per le cosiddette «vittime del dovere». La modifica, inoltre, non comporta oneri, perché le assunzioni effettuate con il predetto metodo avverrebbero in sostituzione di eventuali assunzioni da effettuare con i consueti canali. La Commissione ha aggiunto però nella sua discussione che questa è stata un'opera di giustizia, perché appariva iniquo che coloro i quali appartenevano alle Forze armate non potessero godere delle stesse condizioni che sono possibili per altri servitori dello Stato.
Nel corso dell'esame la Commissione ha accertato inoltre la necessità di consentire ai nostri militari di disporre di un'aggiornata cartografia dell'area balcanica, esigenza spesso evidente nel corso delle precedenti missioni nei territori della ex Jugoslavia. A tal fine ha approvato un emendamento volto a prevedere che per le esigenze di aggiornamento della cartografia dell'area balcanica connesse all'intervento dei contingenti italiani nell'ambito della missione di cui all'articolo 2, comma 1, le disposizioni di cui all'articolo 1, comma 46, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, relative alla deroga al blocco delle assunzioni del Ministero della difesa si applicano anche nei confronti dell'Istituto geografico militare in misura complessiva pari a 50 unità per la copertura dei relativi posti in organico e per i profili professionali elencati nell'articolo 4-bis.
La Commissione ha poi introdotto un articolo 4-ter per modificare l'articolo 6-ter del decreto-legge 21 aprile 1999, n. 110, convertito, con modificazioni, dalla legge 18 giugno 1999, n. 186, nel senso di prevedere che sono comunque ammessi sul territorio nazionale i cittadini della Repubblica federale jugoslava, provenienti dal Kosovo, in età di leva o richiamati alle armi, che risultino disertori, renitenti alla leva o obiettori di coscienza.
Poiché in materia vigono disposizioni regolamentari spesso risalenti al periodo precedente al secondo conflitto mondiale, con la disposizione in esame si propone una revisione di quelle norme, nel rispetto della legislazione vigente (non si tratta pertanto di alcuna delegificazione) ed in modo da coordinarle complessivamente alla luce delle sopravvenute novità legislative, individuando soluzioni più semplici ma comunque nel rispetto del principio di legalità, che deve comunque vincolare l'operato delle amministrazioni pubbliche.
Si tratta quindi di autorizzare la redazione di nuovi regolamenti, che comunque saranno sottoposti all'esame delle Commissioni parlamentari competenti.
Intervengo solo per recepire l'indicazione del relatore - indicazione che peraltro proveniva dall'intera Commissione - relativa ad una normativa-quadro che regoli complessivamente il tema delle missioni militari all'estero. È questo un provvedimento che ormai si impone, stante l'ampiezza degli interventi che stiamo ponendo in essere, stante anche la necessità di assicurare una continuità e, soprattutto, per dare al personale militare ed all'intera rappresentanza italiana impiegata all'estero la possibilità e l'opportunità di godere di una normativa di forte tutela.
In conclusione, faccio mie le motivazioni esposte dall'onorevole Romano Carratelli, alla cui relazione mi rimetto.
Ci troviamo di fronte ad un nuovo provvedimento; ovviamente, si è fatto riferimento - per la verità lo ha fatto il relatore - alla risoluzione ONU del 12 giugno 1999, la famosa risoluzione n. 1244, la prima risoluzione ONU ad essere resa operante dopo la guerra del Kosovo. L'ONU è stato sempre il grande assente durante la guerra dei Balcani, in Kosovo; qualcuno, compreso il sottoscritto, ha ritenuto tale organismo un «ente inutile». Non c'è dubbio che detta risoluzione riguarda una missione di pace; il tentativo che stiamo facendo, che il nostro paese sta facendo assieme ad altri, è assicurare la pace e, soprattutto, la ricomposizione materiale, umana e morale di quel territorio, ovviamente distrutto dai militari serbi e che ha subito conseguenze molto forti e raccapriccianti dall'azione degli stessi militari.
Una domanda mi pongo in questo particolare momento. Le nostre Forze armate, che impieghiamo sullo scacchiere internazionale e che devono rispondere a
Signor Presidente, da tempo noi abbiamo chiesto una seria politica per le nostre Forze armate, ma tale politica tarda a venire. Signor Presidente, signor sottosegretario, parliamo di Forze armate semplicemente in queste occasioni, cioè in termini di risulta; quando, a livello internazionale, vi sono particolari situazioni ed impegni assunti da mantenere, recuperiamo le Forze armate come se fossero un bancomat, senza capire e comprendere che, in fondo, questa struttura, questa organizzazione, va attrezzata affinché sia messa allo stesso livello di quelle non dico degli Stati Uniti d'America, ma almeno delle altre nazioni europee.
Parliamo continuamente di riforma, di ristrutturazione, di riqualificazione, di esercito di professionisti e così via, ma ci stiamo bloccando di fronte al prevalere di una visione burocratica all'interno delle Forze armate o di una forza armata.
Signor Presidente, noi abbiamo approvato all'unanimità la legge sui vertici militari e devo sottolineare in quest'aula che, rispetto alla volontà del legislatore, nella fase applicativa e nei decreti legislativi ci si è discostati di molto dai principi «filosofici» ispiratori che hanno dato dimensione, spessore a quella legge. Lo ripeto, signor sottosegretario: c'è una gestione burocratica, che non garantisce nulla e nessuno; c'è un tentativo di concentrare nelle mani di qualcuno le gestioni di piccolo cabotaggio, le piccole manovre, i piccoli trasferimenti, i piccoli rifornimenti. Questo non significa poter guardare con sicurezza e con fiducia alle Forze armate del 2000, ma nemmeno del settembre 1999, tanto per intenderci.
Signor Presidente, perché dobbiamo dire ogni volta le stesse cose? Non lo so, ma lei saprà senz'altro che ogni volta che dobbiamo inviare una missione all'estero sorge sempre il problema di individuare quali forze specializzate e qualificate mandare, perché non è che ce ne siano moltissime all'interno del nostro paese. Infatti, deve trattarsi di volontari, devono essere qualificati e poi si deve prevedere il turn over. Allora, vorrei chiedere al sottosegretario: se dovesse sorgere un'altra esigenza, in un altro scacchiere a livello internazionale, o più esigenze, noi riusciremmo a far fronte a tali impegni internazionali? È questo l'interrogativo che mi pongo.
Certo, sono d'accordo su un provvedimento-quadro per quanto riguarda le missioni all'estero, ma esso deve essere contestuale ad una ridefinizione delle Forze armate ed io chiedo, ovviamente, una rivisitazione della legge sui vertici. Tale legge avrebbe dovuto accompagnare o essere propedeutica o contestuale alla riforma delle Forze armate, ma così non è stato: essa è stata semplicemente un'occasione per redistribuire il potere all'interno degli stati maggiori e questo non lo possiamo accettare. Agli stati maggiori noi affidiamo i nostri giovani, la loro formazione e non ritengo che possiamo dare pezzi di amministrazione delle Forze armate in proprietà a chicchessia: noi non lo accettiamo, non lo accettiamo! Non lo possiamo accettare, non lo possiamo assecondare, non lo possiamo giustificare, sul piano morale, politico, amministrativo, della logica, della razionalità e dell'etica amministrativa e parlamentare! Non possiamo accettarlo, signor Presidente e signor sottosegretario.
Che cosa debbo dire di questo provvedimento? L'onorevole Romano Carratelli ha svolto una relazione egregia, illustrando i punti più importanti, più salienti. Il problema è che in questo provvedimento non è contenuto tutto il travaglio che esiste all'interno delle Forze armate, le piccole gelosie, le piccole vendette. Ed ecco che poi, nella Kfor, abbiamo una posizione subalterna, che certamente non ci colloca in un ruolo adeguato rispetto a quello che abbiamo svolto nella guerra nel Kosovo. Per dire la verità, il nostro paese si è mosso in modo un po'
Signor Presidente, certamente siamo favorevoli alla conversione in legge di questo decreto - perché dovremmo essere contrari? - e tuttavia vorremmo chiedere al Governo se siamo tranquilli, se il nostro ruolo nella Kfor sia importante (ma io non credo che lo sia), se gli aiuti umanitari siano oculatamente regolamentati, quali siano i tempi previsti per la missione.
Onorevole Romano Carratelli, lei ha parlato del 30 settembre 1999: ebbene, è possibile pensare, nel rispetto del Parlamento, che la missione duri fino al 30 settembre 1999? È un fatto semplicemente contabile oppure è una previsione politica su questa data considerata ultimativa per comporre le situazioni degradate esistenti all'interno del Kosovo (la ricostruzione, il rientro dei profughi, le azioni umanitarie eccetera)? Io ritengo che questa sia una previsione semplicemente contabile, ed allora chiedo: in occasione dell'esame di provvedimenti come questo, il Governo non potrebbe darci una sua interpretazione sul piano politico complessivo, per avere almeno una previsione su quando terminerà l'azione di recupero in Kosovo? Quanto durerà: uno, due, tre anni?
Signor Presidente, signor sottosegretario, noi abbiamo perso di vista l'Albania: credo che in quel paese ci stiamo avviando ad una esperienza di protettorato o, meglio, di semiprotettorato, perché poi il protettorato lo hanno altri, non l'Italia. Vogliamo tornare alla storia del protettorato? Oppure ci imbarchiamo nell'impresa del Kosovo senza sapere fino a quando durerà la nostra missione e qual è la nostra scelta di politica internazionale? Questi aspetti vanno chiariti, in particolare nel momento in cui dobbiamo procedere alla conversione in legge di un decreto-legge in materia: altrimenti, bruciamo il confronto parlamentare senza gli approfondimenti che ritengo siano giusti ed opportuni.
Per arrivare ad una conclusione, signor Presidente, signor sottosegretario, abbiamo grandi interrogativi da porre, soprattutto per quanto riguarda la difesa europea. Il nostro impegno nel Kosovo, ma prima ancora in generale nei Balcani ed in Bosnia, comunque il nostro impegno sullo scacchiere internazionale (abbiamo missioni militari dimenticate, un po' dovunque), serve a farci recitare un ruolo importante in Europa? Nel momento in cui si individua la figura del mister PESC, di colui che dovrebbe avere la responsabilità della difesa, della sicurezza, della cooperazione in Europa (mi pare dovrebbe essere Solana, l'attuale segretario generale della NATO), si pone ancora il problema dell'Eurocop, per il quale veniamo esclusi da accordi bilaterali con le altre nazioni. Vorrei allora capire cosa significhino Eurocop e Eurofor, ma soprattutto cosa significhi per noi essere parte integrante, non marginale e di risulta, di una difesa europea che ha come sfondo ed obiettivo la sicurezza, quindi
Signor Presidente, vorrei richiamare l'attenzione dei pochi colleghi presenti su un'intervista rilasciata dal presidente della Commissione difesa al primo quotidiano nazionale.
In quella intervista il presidente della Commissione difesa ha fatto riferimento ad una serie di problemi: ha parlato di quelli relativi all'Eurocop, all'Eurofor e alla nostra presenza subalterna nel Kosovo. Credo che a tali problemi si debba fornire risposta, signor Presidente, onorevole sottosegretario; altrimenti, ci troveremo delle Forze armate rispetto alle quali qui a Roma ci si accontenterà di collocare in un determinato posto qualche ufficiale, di dar luogo a qualche trasferimento e di affrontare qualche situazione burocratica!
Noi non ci stiamo! Onorevole sottosegretario, questo non è un problema di maggioranza o di minoranza, ma una questione di sensibilità e di senso di responsabilità. Chiediamo allora lo svolgimento di un dibattito sulla fase applicativa dei vertici. È infatti evidente che, se la legge sui vertici invece di esaltare e di migliorare il ruolo e la funzionalità delle nostre Forze armate, lo appesantirà, sarà necessario riflettere sull'argomento. In tal caso - lo ripeto - avremo regalato alle Forze armate un «appesantimento» e gratificato qualcuno di qualche orpello in più; credo, peraltro, che gli orpelli poco abbiano a che fare con la funzionalità delle nostre Forze armate!
Signor Presidente, onorevole sottosegretario, pur preannunziando il nostro voto favorevole sul provvedimento e nonostante la illustrazione fatta dal relatore, crediamo che il Governo dovrebbe fornire alcuni chiarimenti - non dico questa mattina, per carità - per capire dove si intenda andare, quanto tempo abbiamo a disposizione e quali siano gli impegni internazionali del nostro paese. Il relatore mi ricorda che ci recheremo in Kosovo; in effetti, lunedì mattina ci recheremo in quelle zone, come membri di una delegazione della Commissione difesa, per portare il nostro saluto ai giovani militari italiani.
Sarà un saluto formale? La nostra sarà una delle solite visite che poi non lasciano tracce nell'attività legislativa? Sottolineo, peraltro, che nel caso in cui si avrà un'attività legislativa, essa verrà vista con fastidio in alcuni ambienti delle Forze armate, come se si trattasse di una intromissione all'interno di alcuni settori delle Forze armate e come se queste ultime appartenessero a qualche capo di stato maggiore o a qualche capo di reparto delle Forze armate stesse.
Dovremmo allora fare un discorso molto importante: discutiamo sui vertici, sulla fase applicativa e gestionale; capiamo perché tutto sia stato centralizzato; perché sono stati espropriati i comandanti dei corpi e perché abbiamo proceduto allo svuotamento delle responsabilità distribuite all'interno delle Forze armate, che rappresentavano un fatto rilevante di impegno morale e civile; tale atto, peraltro, contraddice pienamente i contenuti della legge n. 382 del 1978! Ribadisco che abbiamo svuotato le Forze armate delle responsabilità esistenti al suo interno. Credo che la cosa più forte e più importante per le Forze armate sia proprio la responsabilità diffusa. A tale riguardo, sottolineo che, pur esistendo il rapporto di gerarchia, le responsabilità periferiche o dei comandanti dei corpi debbono essere sintonizzate con il governo reale e la conoscenza degli uomini; non si può dar vita ad un rapporto seriamente stereotipato, freddo e grigio, nonché burocratico, perché questo sarebbe la negazione delle Forze armate.
Per questi motivi, signor Presidente, nel ribadire il mio voto favorevole sul decreto-legge al nostro esame, esprimo l'auspicio che le affermazioni rese in questa occasione non vengano raccolte come un fatto dovuto di attenzione e di cortesia da parte dei colleghi o del rappresentante del Governo, ma che siano vissute in termini di grande responsabilità, come le stiamo vivendo anche noi. Queste sono le ragioni per le quali ho svolto il
L'Italia, anche in questa occasione, ha fatto il proprio dovere sul piano militare - per la fedeltà, mai subalterna, dimostrata all'Alleanza atlantica -, sul piano degli aiuti umanitari e dell'iniziativa politica che ha saputo porre in essere grazie alle larghe convergenze che si sono realizzate nel Parlamento ed all'iniziativa del Governo e, in modo particolare, del Presidente del Consiglio, del ministro della difesa e del ministro degli esteri.
Pur tuttavia, non possiamo non interrogarci sul ruolo avuto dall'Europa, dopo la caduta del muro di Berlino, nei confronti della Jugoslavia. È in quel periodo che sono stati commessi errori determinanti, proprio perché, di fronte alle ambizioni egemoniche di Milosevic, non si è fatto di meglio che favorire la frammentazione e le secessioni in quell'area.
La prima regione ad andarsene è stata la Slovenia. Il suo distacco è stato giustificato, anche agli occhi dell'occidente, con il fatto che, con la sua uscita, sarebbe sorto uno Stato etnicamente puro. Si sa che la costituzione della Repubblica slovena corrispondeva a interessi e poteri della destra europea e a logiche di espansione della stessa Germania. Si tratta, sostanzialmente, delle stesse logiche che hanno aperto la strada alla secessione croata. Tudjman è riuscito a raggiungere il suo obiettivo senza particolari difficoltà.
La Germania, interessata ad allargare l'area di influenza del marco, e la Chiesa cattolica, legata a ragioni di omogeneità religiosa - se così si può dire -, hanno, di fatto, favorito il Presidente della Croazia, ma, nel contempo, hanno anche favorito la scelta già assunta da Milosevic di rifondare la grande Serbia, mediante il ricorso alla pulizia etnica. Si è aperta in questo modo la strada al dramma della Bosnia, che alla fine è costato 200 mila morti.
L'atteggiamento sbagliato, e comunque superficiale, tenuto dai Governi europei in tutta la vicenda balcanica è tanto più censurabile se lo raffrontiamo al modo con il quale è stata, invece, affrontata un'altra conseguenza della caduta del muro di Berlino: la disgregazione della Repubblica democratica tedesca e la conseguente unificazione della Germania.
In questo caso, la decisione di procedere immediatamente all'integrazione dei tedeschi dell'est nella Repubblica federale è stata non solo un atto di solidarietà economica - da subito i deboli marchi della DDR sono stati considerati di uguale valore rispetto a quelli dell'ovest -, ma anche un grande evento di accoglienza civile e politica.
Le decisioni relative al marco, che, per certi aspetti, possono essere giudicate equivalenti a quella di stampare moneta, non hanno dato luogo ad alcuna fiammata inflazionistica almeno per due ragioni: in primo luogo, sono state accompagnate da un aumento dell'imposizione fiscale nella Repubblica federale tedesca e, in secondo luogo, tutta l'Europa ha voluto favorire l'evento riducendo i propri ritmi di crescita e ciò ha aiutato, tra l'altro, la nascita dell'euro.
È troppo allora affermare che il comportamento tenuto da quella stessa Europa verso i Balcani è stato diametralmente opposto rispetto a quello tenuto nell'affrontare le questioni domestiche? Io penso di no. Per fortuna, vi è stata la svolta, che coincide con la decisione dell'occidente di intervenire contro la pulizia etnica di Milosevic nel Kosovo, di quello stesso occidente che aveva aspettato, quattro
Ci chiedevamo con insistenza quali potessero essere le ragioni per le quali quell'occidente, che pure era intervenuto con tempestività nel Kuwait, rimandasse continuamente l'intervento in Bosnia. La Bosnia non possedeva, e non possiede, fonti energetiche.
L'Europa del centro-sinistra, questa volta, ha deciso di non chiudere gli occhi davanti a ciò che avveniva nei Balcani ed ha compiuto una scelta opposta a quelle adottate negli anni immediatamente successivi al 1989, durante i quali in Jugoslavia si è consumato un dramma che rinnova le ferite di un passato, creduto ormai morto, della storia europea.
Oggi che i soldati del contingente internazionale sono entrati nel Kosovo, il mondo intero ha potuto cogliere fino in fondo i segni delle atrocità. Da quelle violenze disumane può giustamente derivare il convincimento che l'intervento aereo fosse sul serio un atto dovuto e, a conflitto militare concluso, anche la certezza che senza di esso il bilancio sarebbe stato ben più grave.
Il rientro dei profughi e dei deportati kosovari sta avvenendo. Il nostro Governo e i nostri soldati impegnati in quell'area stanno adoperandosi per ristabilire condizioni di sicurezza. Abbiamo purtroppo assistito ad altre violenze e ad un altro esodo, quello della popolazione serba. La possibilità di ricostruire condizioni di convivenza civile è legata alla capacità che il contingente internazionale avrà di disarmare l'UCK. Da questo punto di vista i successi che si stanno conseguendo in questi giorni lasciano ben sperare ed aprono la strada per il passaggio dalla fase militare a quella della ricostruzione civile.
L'Italia e il Presidente del Consiglio Massimo D'Alema hanno subito capito che non si doveva aspettare la fine dell'azione militare per dare la parola alla politica. Importante e sicuramente determinante è stata infatti, in ogni fase del conflitto, l'iniziativa politica del nostro paese nei confronti dei partner europei, nei confronti dell'alleato americano, nei confronti della Russia e della Cina. Un'Italia molto attiva sul piano internazionale. Di eguale importanza per la pace è stato il ruolo del Vaticano.
In noi è sempre stata forte la consapevolezza che, accanto alle ragioni della guerra, vi fossero forti ragioni che ci inducevano a lavorare per una prospettiva di pace. Siamo sempre stati consapevoli che, per rafforzare tale prospettiva, un ruolo determinante dovesse essere svolto dall'ONU, organismo internazionale da rivedere soprattutto in quei meccanismi che ne paralizzano la capacità di assumere decisioni, ma nel quale la politica dell'occidente potrà pesare se fondata anche sulle ragioni di Cina e Russia.
Ristabilire la pace ed i giusti equilibri nei Balcani è l'obiettivo sul quale dobbiamo impegnarci. La ricostruzione dei Balcani rappresenta una sfida per l'Italia e per l'Europa. Il primo punto da affrontare riguarda sicuramente la stabilità, che va di pari passo con la capacità di depotenziare ogni sorta di nazionalismo esasperato.
Per conseguire questi obiettivi è necessario dare ai popoli dell'area balcanica una seria prospettiva di integrazione europea. Escludere la Serbia da questa integrazione sarebbe un grave errore, così come sarebbe sbagliato porre la condizione della preventiva estromissione di Milosevic: probabilmente faremmo, in questo modo, un grosso regalo al dittatore di Belgrado - sempre pronto a fare del vittimismo - proprio nel momento in cui il suo regime è sempre più scosso dall'opposizione interna.
Intanto, si pone con forza il problema della ricostruzione economia e l'Italia non dovrà stare alla finestra. Occorrerà ricostruire, altresì, le ragioni della convivenza civile e della sicurezza in quei territori, con la consapevolezza che si agirà in un'area dove le organizzazioni criminali sono ben strutturate.
Da qui l'importanza della conversione in legge del decreto-legge n. 180: vi è la necessità e l'urgenza, non solo di prorogare la partecipazione italiana a missioni internazionali nei territori dell'ex Jugoslavia, in Albania e ad Hebron, ma anche la necessità di autorizzare l'invio di un ulteriore contingente di militari per le operazioni di pace nel Kosovo. Tutto questo in attuazione della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU del giugno scorso.
Peraltro, la legge n. 186 del 1999 consente l'invio in Albania e in Macedonia di contingenti italiani nell'ambito della missione NATO per compiti di protezione militare, nonché per il rifinanziamento del programma italiano di aiuti all'Albania e di assistenza ai profughi.
La conversione in legge del decreto-legge n. 180 autorizza, altresì, una spesa di 70 miliardi per la prosecuzione, fino al 30 settembre 1999, degli interventi umanitari e l'accoglienza dei profughi kosovari in Albania, nell'ambito della missione «Arcobaleno». È bene ricordare che è stato proprio grazie a questa missione se i profughi hanno toccato con mano la solidarietà italiana. Ecco perché il volontariato italiano e la protezione civile presenti in Albania fin dal mese di marzo vanno ancora ringraziati.
La missione «Arcobaleno» ha, di fatto, rappresentato un intervento umanitario assolutamente straordinario, che non ha precedenti, e si è certamente collocato alla testa dell'impegno europeo su questo fronte.
Gratitudine va espressa anche a chi ha pianificato l'intervento, evitando che a prevalere fosse una deleteria improvvisazione. È un grazie che va esteso, ovviamente, a tutti i militari italiani, a quelli che hanno partecipato alle operazioni belliche e a quelli che oggi sono in quell'area: al generale Del Vecchio, se mi è consentito, che ho avuto l'onore di conoscere nella primavera del 1997 a Sarajevo; un saluto commosso va a chi non è più, a chi è caduto troppo giovane in quelle terre; un saluto va, inoltre, al caporalmaggiore Dragano. Il loro - quello di tutti loro - è stato ed è un contributo al diritto alla vita; un diritto che riguarda tutti gli uomini e le donne del pianeta. Vorremmo che alla fine a vincere non siano tanto gli Stati, quanto questo diritto e i valori che ad esso sono legati.
È vero che una democrazia che voglia definirsi tale non pensa mai alla guerra; ma è anche certo che una democrazia che voglia essere davvero tale ha l'obbligo morale di impedire con qualsiasi mezzo il perpetuarsi di crimini contro l'umanità.
È già stato ricordato in quest'aula quanto sostenuto dal Segretario generale dell'ONU Kofi Annan nel pieno del conflitto a Ginevra: «Sta emergendo lentamente» - ma io credo con certezza - «una norma internazionale contro la repressione violenta delle minoranze; una norma che deve assolutamente prevalere sulle preoccupazioni di sovranità».
In conclusione, l'Italia è uscita bene dalla vicenda dei Balcani. Ne è uscita come un paese rispettato a livello internazionale.
L'Italia è stata leale nel mantenere i suoi impegni e le sue alleanze. La conversione in legge del decreto-legge n. 180 (cui il gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo è favorevole) le consentirà di essere anche maggiormente adeguata alle iniziative che riguardano la sicurezza e la ricostruzione.
Il primo aspetto è relativo al pieno appoggio che forza Italia ha dato all'intervento della NATO contro la Serbia di Milosevic, per colmare le forti carenze ed i tentennamenti di una maggioranza di centro-sinistra sempre frantumata ed inesistente in politica estera.
Il secondo aspetto deriva invece dall'occasione che finalmente si presenta a quest'Assemblea di affrontare temi di politica militare derivanti da una politica estera che a causa degli eventi è costretta a travalicare gli chiffons de papier della burocrazia diplomatica.
Sorvolo sul primo aspetto, perché è stato già trattato approfonditamente e per molto tempo (basti pensare all'operazione «Alba», quando il nostro intervento salvò il Governo pro tempore, conferendo all'Italia quell'immagine internazionale che ancora oggi si stenta a mantenere, basti guardare la ripartizione degli incarichi, affidati a tutti meno che agli italiani, per la risoluzione dei problemi balcanici). Desidero invece soffermarmi sul secondo aspetto, quello della politica militare, per manifestare innanzitutto un vivo compiacimento alle unità che hanno operato e stanno operando all'estero, in mezzo a mille difficoltà, mentre stigmatizzo decisamente l'operato dei vertici politici e militari, per la loro incapacità di previsione, di programmazione e di concretezza addestrativa ed operativa. Si afferma che abbiamo tredici brigate, ma il ministro Scognamiglio non sa quanti siano i battaglioni operativi: non lo sa, oppure lo sa e non vuole scoprire l'enorme vuoto di efficienza operativa cui ci ha condotto la gestione dell'attuale capo di stato maggiore dell'esercito, generale Cervoni. Eppure, la legge n. 25 del 1997 afferma chiaramente che il capo di stato maggiore dell'esercito è responsabile dell'organizzazione e dell'approntamento della propria forza armata: governo del personale, addestramento e logistica rientrano nelle competenze primarie dei capi di stato maggiore delle singole Forze armate. Ebbene, su quanti dei trenta o quaranta battaglioni dell'arma base - fanteria, cavalleria, carristi, paracadutisti, alpini, eccetera - noi possiamo contare? Ritornando al numero delle brigate, quando il generale Cervoni si riempie la bocca con parole altisonanti come «forze di proiezione esterna», quante sono le brigate in grado di proiettarsi all'esterno? E lo si dica senza barare, perché vediamo bene quale fritto misto viene inviato all'estero sotto il nome di brigata Folgore o brigata Garibaldi o brigata Taurinense. La triste realtà è che non abbiamo ancora un'intera brigata organica per queste proiezioni esterne, per cui sotto il nome della Folgore troviamo un battaglione della Sassari o della Friuli o dell'Ariete. Ciò vale per le forze in Bosnia, per quelle in Macedonia e per quelle in Albania e tutto questo avviene contro uno dei principi fondamentali di impiego operativo che definisce l'unitarietà ordinativa fattore primario dell'efficienza operativa. Unitarietà operativa vuol dire unicità di comando, di responsabilità, di conoscenza umana, di addestramento e, in estrema sintesi, di efficienza operativa. Proiezione esterna: vuol dire impiego di militari professionisti, che in Italia si traduce nell'espressione più semplice di «militari volontari» e che poi si banalizza, nel gergo di caserma, in «firmaioli». Ma dove stanno, e perché quei pochi che ci sono non vengono concentrati tutti in una, due o tre brigate? Perché, invece di tenere frammischiati nelle caserme militari di leva e volontari, non si crea una forte compagine formata da tutti i volontari?
Nel frattempo, i sogni del ministro Scognamiglio vengono fatti narrare, come una favoletta raccontata dai nonni ai nipotini, anche in Parlamento. Il Presidente D'Alema, infatti, ha raccontato questo e con una iattanza degna di miglior causa afferma che stiamo professionalizzando le Forze armate; e il solito generale Cervoni, famoso in tutto l'esercito perché ha comandato solo una brigata per 365 giorni, dodici anni or sono, si inventa un nuovo tipo di ferma volontaria: quella di dodici mesi a mezza paga rispetto ai volontari di tre anni o in servizio permanente.
Così, nelle caserme delle cosiddette forze di proiezione si passerà dal fritto misto all'insalata russa, con un'ammucchiata di soldati di leva, volontari di un anno - se li troveremo, non sappiamo come li pagheremo -, volontari a ferma breve e volontari in servizio permanente. Riusciremo ancora a trovare soldati di leva? Le domande degli obiettori di coscienza raggiungono la cifra tonda di 100 mila. Come affronteremo la fase di transizione fra la leva ed il professionismo? La Francia sta avendo i suoi problemi proprio perché ha ritenuto di realizzare in fretta questo passaggio. In nostri cervelloni cosa prevedono? Da quanto si vede e si sente rimbalzare da «radio naia», la demotivazione è pressoché totale, il morale dei quadri è sottoterra, mentre nei palazzi di via XX settembre un'élite di pensatori parla di pacchetti e di poli invece che di battaglioni, di cannoni, di missili, di pezzi di ricambio e di emolumenti adeguati alla dignità del personale.
Perciò, esprimo il mio più vivo compiacimento ai reparti e non ai vertici politico-militari della difesa, perché i reparti sono sempre gli stessi. C'è gente che si è fatta due turni a Sarajevo, in Albania ed ora in Kosovo. Per non parlare del famoso reggimento paracadutisti d'assalto col Moschin che, in realtà, è formato solo da due compagnie di ottanta uomini ciascuna, quasi tutti separati, perché le mogli si sono scordate di avere dei mariti.
Lo stesso discorso vale per la marina e per l'aeronautica. Ci dica il ministro Scognamiglio quante navi da combattimento abbiamo - diciotto o diciannove - ed in quale stato di efficienza operativa? E l'aeronautica quanti aerei ha in linea di volo? Quanti piloti ci restano dopo l'ultimo esodo? E tanto per fare figli di mamma e figli di nessuno è stata approvata, l'altro giorno, anche la legge che evita il servizio militare per i giovani di tre regioni del sud. Cosa risponde il Governo? Qual è il destino della nostra struttura difensiva? Vogliamo parlarne una volta per tutte in Parlamento oppure dobbiamo ricorrere a spezzoni di attenzione a rimorchio di avvenimenti internazionali?
L'Italia ha diritto soprattutto di sapere se di fronte a tanta inefficienza dei vertici e della buona tenuta dei pochi reparti sopravvissuti non sia il caso di privatizzare anche la difesa e ricorrere ai reggimenti mercenari come i gurkas, la legione straniera o le guardie svizzere. In fin dei conti, reclutando tanti «vu' cumprà» per le strade faremmo contenti tutti i figli di mammà, ma forse un po' meno la Caritas e l'ARCI.


