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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
ROLANDO FONTAN. Signor Presidente, il disegno di legge che ci accingiamo a votare ha avuto un lungo iter in Commissione.
PRESIDENTE. Constato l'assenza dell'onorevole Galati, che aveva chiesto di parlare per dichiarazione di voto: si intende che vi abbia rinunziato.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Migliori. Ne ha facoltà.
RICCARDO MIGLIORI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il gruppo di alleanza nazionale ritiene che con questo provvedimento venga meno in modo evidente, direi plastico, quel riferimento organico rappresentato, nel corso dell'ultimo decennio, per il sistema complessivo delle autonomie locali, dalla legge n. 142 del 1990. Nel corso di questa legislatura, infatti, non solo con quest'ultimo atto, ma anche in precedenza, soprattutto con i provvedimenti definiti, dal nome del loro proponente, Bassanini, si è assistito ad un progressivo saccheggio del quadro di riferimento normativo unitario di sostegno e di regolamentazione dell'attività degli enti locali. Si è cioè assistito ad una progressiva frantumazione del contesto normativo di riferimento. Non è un caso che questo stesso progetto di legge abbia avuto un lungo, tortuoso, zigzagante iter, scisso rispetto al pacchetto della normativa in materia elettorale, con una grave carenza che intendiamo sottolineare, ossia la permanente incapacità di riforma del capo V della legge n. 142, quello relativo alla necessaria liberalizzazione del complessivo sistema dei servizi pubblici economici locali che larghissima parte hanno nell'attività e nel rapporto con i cittadini degli enti locali stessi, considerati nel loro complesso.
sugli esecutivi. Tale proposta viene da una forza politica che ha una caratterizzazione storica di tipo presidenzialista, ma che non può disconoscere che nella storia politica del nostro paese i consessi elettivi abbiano avuto un ruolo preminente come luogo di confronto politico-amministrativo. La legge n. 142 del 1990 e la legge n. 81 del 1993, rafforzando gli esecutivi e la capacità di governo del sindaco, ha, purtroppo, contemporaneamente svilito il ruolo di confronto politico, di verifica e di proposta dei consigli comunali e provinciali. Anche in questo caso abbiamo perso un'occasione di riequilibrio rispetto agli squilibri causati dalle leggi n. 142 del 1990 e n. 81 del 1993: l'esperienza avrebbe dovuto aiutarci.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Nardini. Ne ha facoltà.
MARIA CELESTE NARDINI. Signor Presidente, colleghe e colleghi, nessuno può nutrire dubbi sul fatto che l'intera materia riguardante gli enti locali vada interamente e profondamente rivisitata tenendo conto della necessità della unificazione e semplificazione delle norme esistenti.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Garra. Ne ha facoltà.
GIACOMO GARRA. Il gruppo di forza Italia ha qualche ragione per apprezzare il testo del disegno di legge che ci accingiamo ad approvare. Uno dei punti sui quali desidero esprimere il nostro apprezzamento attiene alla disciplina del capo II, articoli 15 e 16, sulle aree metropolitane, considerato che vi è stata una fase dei lavori della Commissione affari costituzionali
durante la quale il timore che si rendesse inevitabile una cancellazione del capo II è stato tutt'altro che ipotetico. Il capo II è rimasto nel testo del disegno di legge di modifica alla legge n. 142 ed è stato conseguito un importante chiarimento normativo circa la sorte dei comuni della stessa provincia che, però, non entreranno, in ipotesi, in un comprensorio di area metropolitana.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Tassone. Ne ha facoltà.
MARIO TASSONE. Signor Presidente, noi voteremo a favore del provvedimento. Ritengo che la Commissione di merito abbia svolto un buon lavoro, nonostante una serie di difficoltà e di problemi.
e del Parlamento, attraverso l'Assemblea e soprattutto attraverso le Commissioni di merito, sia importante.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, in dissenso dal proprio gruppo, l'onorevole Roscia. Ne ha facoltà.
DANIELE ROSCIA. Signor Presidente, intervengo in dissenso rispetto alla posizione del mio gruppo, che mi sembra sia di astensione, per le ragioni che illustrerò.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Pistelli. Ne ha facoltà.
LAPO PISTELLI. Signor Presidente, non è questa la sede per ricominciare un dibattito di carattere generale e dunque chiarirò telegraficamente le ragioni del voto favorevole dei deputati del gruppo dei popolari.
legge Bassanini, di riempimento di nuovi compiti e funzioni. Questa è una buona legge che completa gli impegni assunti dal centro-sinistra che pochi mesi fa ha riveduto e nuovamente corretto, con la legge n. 190, la materia elettorale.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Crema. Ne ha facoltà.
GIOVANNI CREMA. Signor Presidente, i deputati socialisti democratici voteranno a favore del provvedimento in esame perché lo ritengono adeguato, oltre che necessario, dopo l'entrata in vigore della cosiddetta riforma Bassanini. Il sistema delle autonomie locali potrà infatti svolgere un lavoro più complesso ed articolato: di conseguenza, questo intervento legislativo, il cui iter è iniziato già nel 1996, va senz'altro considerato necessario. Sono dell'avviso che alcune delle qualità della normativa in esame vadano sottolineate, anche perché riteniamo che essa darà un sostanziale aiuto all'azione ed all'autogestione soprattutto dei poteri nei piccoli comuni.
comunità montane (direi che, per certi aspetti, non dobbiamo sottovalutarle), la modifica al testo della legge n. 142 apportata dal provvedimento in esame si muove proprio nel segno della profonda innovazione che la stessa legge n.142 ha introdotto nell'ordinamento italiano. Mi riferisco alla funzione delle comunità montane: non a caso, nel 1990, la comunità montana diventa per la prima volta un ente locale, superando l'impostazione della legge n. 1102, che indicava funzioni prevalentemente di carattere programmatorio. Allora, il nostro paese, il Parlamento non conoscevano ancora appieno le potenzialità del decentramento di carattere programmatorio verso l'entità intermedia regionale e si prevedeva per la montagna questa come una funzione primaria delle comunità montane.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Di Capua. Ne ha facoltà.
FABIO DI CAPUA. Signor Presidente, desidero annunciare il voto favorevole del mio gruppo sul provvedimento in esame perché lo riteniamo utile ed opportuno per il nostro paese, non solo come apporto di correttivi tecnici e strutturali alla valorizzazione del ruolo e del funzionamento degli enti locali, ma anche come spinta verso forme concrete di decentramento amministrativo e politico. Il provvedimento contiene passaggi significativi che colmano i vuoti che si sono determinati ed evidenziati nel corso degli ultimi anni e correggono quella che era già una buona legge di indirizzo, la n. 142, integrandola con apporti innovativi e necessari.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, in dissenso dal proprio gruppo, l'onorevole Fongaro. Ne ha facoltà.
CARLO FONGARO. Signor Presidente, il mio intervento è in dissenso dal voto del mio gruppo per alcune ragioni che illustrerò.
queste norme speciali, si dia quasi l'impressione o si infonda il sospetto che effettivamente degli amministratori non c'è molto da fidarsi.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Boato. Ne ha facoltà.
MARCO BOATO. Signor Presidente, sarò estremamente sintetico.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto, a titolo personale, l'onorevole Novelli. Ne ha facoltà.
DIEGO NOVELLI. Signor Presidente, malgrado il suo lungo iter, considero questo provvedimento inadeguato alle reali esigenze del mondo delle autonomie locali, dei comuni, delle province e delle comunità montane; lo considero profondamente sbagliato in riferimento ai gravi problemi che quotidianamente assillano la vita di milioni di cittadini che vivono nelle grandi conurbazioni. Basterebbe citare l'affossamento che con questa legge si decreterà del governo delle aree metropolitane. Qualcuno afferma che, piuttosto che creare dei mostri, è meglio non farli nascere: noi oggi abbiamo deciso che le aree metropolitane non nasceranno mai più nel nostro paese. Per queste ragioni mi asterrò.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Massa. Ne ha facoltà.
LUIGI MASSA. Signor Presidente, ci accingiamo ad approvare un provvedimento importante ed atteso dagli amministratori locali, un provvedimento che ha avuto un iter lungo e travagliato, specie nell'altro ramo del Parlamento. Ricordo appena che faceva parte del pacchetto originario della finanziaria 1997, da cui nacquero anche le leggi Bassanini, di cui questa legge è la prosecuzione poiché non sembra possibile pensare di avviare il più grande trasferimento di compiti e funzioni dallo Stato al sistema delle autonomie (sino ad oggi noto) senza adeguare quest'ultimo alle conseguenti esigenze di funzionalità.
intercomunale attraverso l'istituto delle unioni, ci sembra quella giusta, insieme ad una forte e consistente maggiore autonomia statutaria e regolamentare che noi avremmo voluto ancor più forte ma che già così introduce nell'ordinamento locale reali possibilità, sempre se sapranno essere sfruttate dagli amministratori locali evitando gli errori dei primi anni novanta degli «statuti fotocopia». La revisione dello status dell'amministratore è un altro elemento importante di questo processo, significa dare finalmente dignità ad una funzione non sminuita dalla separazione delle funzioni tra amministratori e dirigenti ma condotta ad un ruolo centrale di governo locale. È questo un problema non ancora completamente risolto e riguarda la crescita di cultura dell'amministrazione locale, del governo locale, che tutti insieme dobbiamo favorire.
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto sul complesso del provvedimento.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Fontan. Ne ha facoltà.
La lega nord per l'indipendenza della Padania si aspettava molto di più da tale provvedimento. Esso viene, infatti, venduto all'opinione pubblica ed agli amministratori locali come la panacea di tutti i mali degli enti locali, come la risoluzione del principio di autonomia impositiva, come la realizzazione di un vero federalismo. Non riteniamo, invece, che tali elementi siano insiti nel provvedimento.
Vi sono certamente alcuni elementi positivi: l'aumento del numero degli assessori, la disciplina e l'aumento delle indennità degli amministratori. Tuttavia, fondamentalmente, l'impianto delle autonomie locali rimane lo stesso.
La lega nord per l'indipendenza della Padania avrebbe voluto un provvedimento più incisivo, che realizzasse una vera e propria autonomia degli enti locali, in particolare a livello finanziario.
Avevamo presentato alcune proposte emendative - certamente incisive e forti - che chiedevano il trasferimento di alcune competenze dai prefetti ai presidenti delle province e ai sindaci: sarebbe stato un segnale chiaro, che però la maggioranza non ha voluto dare.
Avevamo presentato un emendamento tendente ad eliminare la tesoreria unica per i comuni sotto i 5 mila abitanti ed anche questo sarebbe stato un segnale di autonomia finanziaria. Avevamo cercato di presentare per l'ennesima volta in quest'aula emendamenti volti a riconoscere ai residenti punteggi aggiuntivi o comunque qualche beneficio nei concorsi per le assunzioni negli enti locali, siano essi province o comuni. Tutto ciò, per l'ennesima volta, è stato negato e questa è la prova che in quest'aula non si vuole dare dimostrazione di apertura, ma soltanto introdurre qualche piccola modifica, dei pannicelli caldi che poi vengono venduti nelle sedi locali, tramite le organizzazioni dell'ANCI e dell'UPI, come grandi novità.
Per i motivi esposti, noi non voteremo a favore di questo provvedimento.
Ho fatto questa premessa di carattere metodologico per motivare l'insoddisfazione del gruppo di alleanza nazionale rispetto al provvedimento in questione, al modo in cui esso si è collocato, all'iter che ha avuto ed alle carenze che ha rivelato. A questo giudizio di forte perplessità si aggiungono anche considerazioni critiche rispetto ad alcuni aspetti specifici della prima parte del provvedimento.
Colleghi, nel corso di questi anni ed anche nel lavoro svolto in Commissione noi non abbiamo considerato come un problema per il sistema delle autonomie e per la razionalità della spesa pubblica il numero delle amministrazioni comunali operanti nel nostro paese: esso è il frutto di una lunga trafila storica, è il portato, nelle varie aree del nostro paese, di una storia delle istituzioni locali che va comunque rispettata; non solo, ma in tutta una seria di realtà le amministrazioni comunali sono un presidio essenziale di partecipazione, sono, soprattutto nelle aree montane, una presenza essenziale, senza la quale probabilmente il rapporto tra istituzioni e cittadini sarebbe ancora peggiore di quanto non sia. Siamo tuttavia convinti che sia necessario aprire una stagione di effettiva razionalizzazione dei servizi che i comuni possono offrire e quindi abbiamo salutato positivamente l'intenzione di procedere ad un raccordo della capacità erogatrice di servizi. Purtroppo, tale obiettivo, largamente condivisibile, viene da questo provvedimento in larga misura colto come un'occasione di entificazione ulteriore che ci trova assolutamente perplessi. Riteniamo un errore procedere nella direzione di unire i servizi erogati dai comuni in una logica di possibile entificazione dell'unione dei comuni stessi, con assessori e presidenti, a differenza di quanto noi avremmo preferito realizzare prevedendo esecutivi risultanti dalla somma dei singoli comuni aderenti all'unione. Questa logica di entificazione, più attenta al personale politico da utilizzare negli enti che alle esigenze di erogazione dei servizi, la troviamo anche nelle comunità montane laddove si rifiuta, di fatto, la possibilità di considerare le stesse comunità montane come unioni di comuni di zone montane, perché si vuole sottolineare l'elemento burocratico di tale organismo che viene posto non al servizio dei comuni, ma a quello di una società politica che forse, per non creare duplicati, sarebbe stato meglio evitare.
A questo elemento di forte preoccupazione va aggiunta anche la mancata realizzazione dell'autonomia statutaria. Si è detto che gli statuti sono le piccole costituzioni dei comuni e delle province: noi avremmo voluto che tali statuti avessero previsto con forza la valorizzazione delle assemblee elettive ed uno status delle opposizioni volto ad aumentare le capacità di controllo delle assemblee elettive
Non di meno, vi sono aspetti significativi in questo provvedimento. Mi riferisco alla seconda parte, dove si prevede la possibilità per gli eletti di svolgere con serietà il proprio compito con un mandato meno vincolato e più legato alle effettive esigenze che oggi il ruolo di governo delle amministrazioni comunali comporta. Anche in questo caso avremmo voluto che alcune norme presenti nel testo approvato dal Senato fossero approvate anche dalla Camera. Ricordo l'emendamento presentato dal mio gruppo, e non approvato, relativo alla necessità della presenza delle minoranze nell'ambito del collegio dei revisori dei conti. Siamo stati accusati di avere una volontà lottizzatrice: non è questo che ci ha spinto a presentare un emendamento in tal senso, ma l'esigenza di un maggior pluralismo anche nei momenti di verifica e di controllo.
Mi rivolgo, in questo caso, prevalentemente alla maggioranza e non al Governo: dopo l'ultima tornata elettorale amministrativa abbiamo bisogno, più che in passato, di una forte capacità rappresentativa degli organi di autogoverno delle istituzioni locali periferiche (ANCI, UPI e UNCEM). Non rappresenta una garanzia per il pluralismo il voler confermare una logica egemonica di tipo rappresentativo da parte della sinistra, per questi organismi. Se si confondono le ragioni della propaganda con quelle della politica anche per quanto concerne la possibilità di una maggiore rappresentatività delle minoranze negli organi comunali, pensiamo a cosa ci troveremmo di fronte quando saremo chiamati a rinnovare gli organi dell'ANCI, dell'UPI e dell'UNCEM.
Nonostante questo, cari amici, siamo convinti che con questo provvedimento, che ha luci ed ombre, sicuramente le migliaia di comuni e la gran parte della province italiane che hanno visto rinnovati i loro consigli, i loro organi elettivi e di governo in queste ultime settimane, troveranno un elemento significativo e propulsivo per funzionare meglio.
Con questo spirito e con questa speranza il gruppo di alleanza nazionale esprime un motivato, razionale voto di astensione su questo provvedimento, non nascondendosi, rispetto ai limiti individuati ma soddisfatti, gli elementi propulsivi e positivi che questo provvedimento contiene anche grazie alle nostre proposte emendative che sono state accolte in Commissione (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Ci è stato detto che questa legge corrisponde a tale necessità. Un'affermazione, questa, a dir poco avventata e sicuramente non veritiera. Ci troviamo infatti dinanzi ad un provvedimento di legge che, proprio perché si innesca e trova terreno fertile in una esigenza reale non solo degli amministratori ma anche direi soprattutto degli amministrati, non dando però alcuna risposta migliorativa, corre il rischio di aggiungere confusione a confusione e di rendere ancora più delicata e precaria l'intera vicenda, aumentando i danni e i guasti.
I livelli su cui oggi era ancora più urgente intervenire sono quelli dell'efficienza, della snellezza procedurale, della chiarezza dei compiti, in un tutt'uno con la certezza del diritto, la trasparenza amministrativa e l'individuazione dei ruoli e delle responsabilità dei vari livelli di governo, con riferimento anche al rapporto tra assemblea ed esecutivo e al rapporto tra amministrati e amministratori.
Tali problemi sono stati evidenziati non solo dall'esperienza quotidiana ma anche dalle consultazioni elettorali e in modo evidente dalla partecipazione al voto sempre più bassa e preoccupante. Sono tante le cause di questa partecipazione bassa e preoccupante, tra di esse ci sono sicuramente la condanna, la disaffezione e l'estraneità rispetto ad una concezione della vita amministrativa e ad enti locali sempre più distanti e distaccati dalla maggior parte dei cittadini e sempre più accentrati nelle mani di poche persone (che possiamo considerare ormai poche unità).
Questa legge non risponde ad alcuna di quelle necessità, anzi, rispetto ad alcuni problemi tende a peggiorare la situazione esistente. Non c'è alcuna disposizione che affronti in modo reale il problema dell'efficienza amministrativa; non c'è alcun accenno, neppure velato, alla necessità che ad ogni atto corrisponda certezza di responsabilità, di livello decisionale, di tempi, di garanzia per gli utenti e gli eventuali danneggiati.
La semplificazione anche dei livelli istituzionali non esiste e anzi si registra il suo esatto contrario. Sono stati infatti introdotti con questa normativa, in modo più o meno esplicito, ulteriori livelli e/o enti che in qualche caso insistono sugli stessi ambiti di strutture già esistenti e con compiti che sono, nella migliore delle ipotesi, vaghi.
Dunque la confusione regna sovrana. Un esempio per tutti può essere quello delle città metropolitane. Al fatto indubbiamente positivo di reintrodurre tale livello istituzionale, fa da contrappeso una farraginosità estrema rispetto ai compiti e ai procedimenti; addirittura non è chiaro se si tratti di una istituzione di primo o di secondo grado.
Ma ciò che risulta evidente in maniera sconcertante è che tutta la logica del provvedimento continua a procedere per una strada sbagliata e inaccettabile, come è stato ampiamente provato in questi anni fino ad arrivare alle recentissime elezioni del 13 e del 27 giugno. Si continuano così a svuotare di qualsiasi contenuto e potere le assemblee elettive, i consigli comunali, provinciali e via dicendo. Per converso, si continuano ad accentrare poteri e decisioni nelle mani degli esecutivi, del sindaco e del presidente, lasciando ai consigli - quando va bene - un compito esclusivamente di ratifica e di supina accettazione di decisioni già prese e, in qualche caso, già operanti.
Tutto ciò ha allontanato la gente dalla politica e dalla partecipazione, e continuerà a farlo, se non ci si ferma in tempo, con progressione quasi aritmetica. Ciò ha svuotato di qualsiasi interesse e potere le assemblee locali e ha messo nelle mani di pochissime persone, espressione spesso di interessi di poteri economici e non, di parte e sempre forti, le decisioni sulle questioni importanti della vita quotidiana di comunità locali grandi e piccole. A questo disegno ci siamo opposti e continuiamo ad opporci perché crediamo e abbiamo a cuore gli enti locali e le autonomie, primo punto di riferimento delle politiche territoriali. È per questo che esprimeremo voto contrario su questa legge.
Nel corso dei lavori della Commissione è stato accolto un emendamento dell'onorevole Cappella che integrava il testo, a mio giudizio, validamente e ieri in aula è stato accolto il mio emendamento 15.7. Entrambe le disposizioni inserite con gli emendamenti Cappella e Garra contribuiscono a far chiarezza sull'assetto di quei comuni meno fortunati che, non entrando nel comprensorio delle aree metropolitane, potrebbero trovarsi in una condizione di penalizzazione pesante.
Vorrei, però, sottolineare alcuni importanti e qualificanti punti di insoddisfazione del nostro gruppo: non è stata accolta la proposta di ampliamento della potestà statutaria delle province e non capisco per quale ragione sia possibile indire un referendum abrogativo degli atti del comune e non sia possibile fare altrettanto per gli atti della provincia.
Un grave motivo di insoddisfazione attiene a quella - lo dico tra virgolette - benedetta dichiarazione di preclusione che la Presidenza espresse nei confronti di un emendamento di forza Italia volto ad introdurre nei dettami di questo disegno di legge i princìpi di solidarietà non solo di tipo verticale, ma anche orizzontale e sociale. Certo, la preclusione rappresenta un meccanismo che appartiene alla potestà del Presidente, però, talvolta notiamo casi di doppiopesismo: ieri, per esempio, dopo l'approvazione del subemendamento Mario Pepe sostitutivo di un comma, è stato ammesso a votazione un emendamento della Commissione, anch'esso sostitutivo dello stesso comma. Approvo la scelta cui l'Assemblea è pervenuta; sul piano formale, però, è indubbio che il meccanismo della preclusione non può funzionare in determinati casi in un modo e in modo diverso in altri.
Un ulteriore motivo di insoddisfazione attiene ad un'altra preclusione, concernente la proposta avanzata da chi vi parla e dal collega Di Luca per dare un contributo alla lotta contro la microcriminalità. Si trattava di un emendamento che era volto a rendere il sindaco dei comuni capoluogo coprotagonista nella lotta contro la microcriminalità e contro la criminalità in genere. Riteniamo anche questa un'occasione perduta, che a mio giudizio poteva essere dalla maggioranza e dal Governo pienamente valorizzata.
Un'altra ragione di insoddisfazione - su questo mi permetto di dissentire dai colleghi - riguarda l'aumento del numero degli assessori, che non sempre può essere salutato come un fatto positivo. Non vi è solo la questione dell'incremento della spesa, che pure è un dato importante, ma c'è un altro aspetto: si rende l'esecutivo un gigante, lo si mette nelle condizioni di sciogliere problemini che insorgono nella vita dei consigli comunali con al cooptazione di nuovi assessori, magari tra i più «birichini», creando così una sproporzione. Peraltro, non è detto che la macchina di un esecutivo con 18 assessori funzioni meglio di una che ne ha 12 o 14. Diversa valutazione va fatta per i piccoli comuni, ma l'emendamento del mio gruppo, che consentiva appunto l'aumento per tali comuni da 2 a 4 assessori, non è stato approvato.
Forse le modifiche alla legge n. 142 avrebbero potuto costituire un'occasione più proficua per dar vita ad una legislazione più attenta alle nuove tematiche, alla soluzione delle emergenze. Credo che la maggioranza abbia preferito invece avanzare con le pantofole, con passo eccessivamente felpato, più da conservatori che da innovatori. Complessivamente, tuttavia, le ragioni di dissenso si compensano con quelle di assenso e, pertanto, preannuncio l'astensione del gruppo di forza Italia dal voto finale sul provvedimento.
Vorrei richiamare il significato del provvedimento. Per quanto riguarda l'attività legislativa, abbiamo alle spalle una serie di provvedimenti sulle autonomie locali, che hanno profondamente innovato la materia. Mi riferisco soprattutto al nuovo sistema elettorale dei sindaci e dei consigli comunali.
Non c'è dubbio che questo provvedimento coglie un'esigenza avvertita da tutti, diffusa nel nostro paese: quella di recuperare la politica all'interno delle autonomie locali.
Non c'è dubbio che il pericolo che abbiamo riscontrato nel corso di questi anni è la distanza e il distacco che a volte si avverte tra gli enti locali, le autonomie locali - quindi le istituzioni - ed il resto della società.
Il nuovo sistema per l'elezione del sindaco ha assicurato una certa stabilità, anche se possiamo dire che forse non è stato colmato il distacco tra il consiglio comunale e l'esecutivo; indubbiamente, il provvedimento in esame va in una direzione che vorrei sottolineare, anche per esprimere un profondo interesse verso l'obiettivo del recupero di una sempre maggiore presenza all'interno del territorio, al fine di evitare che le amministrazioni locali vadano in direzione di una burocratizzazione, considerato che il momento gestionale, e quindi decisionale, delle autonomie locali non può essere distaccato dal contesto e dalle vicende del territorio. Ciò che si chiede ai comuni ed alle province non è soltanto un'amministrazione efficiente, che pure è un passaggio fondamentale, importante ed indispensabile, ma anche un collegamento sempre più stringente con il territorio stesso; alcune rivisitazioni del provvedimento in esame vanno proprio in questa direzione.
Non c'è dubbio che non basta un provvedimento legislativo per qualificare politicamente l'amministrazione e per dare maggiore importanza e significato alla rappresentanza all'interno dei comuni; c'è bisogno della capacità da parte di tutti noi, delle forze sociali e politiche di dare una dimensione ed uno spessore più alti, più intensi e più forti alle autonomie locali. Ecco perché a nostro giudizio ci troviamo di fronte ad un passaggio importante, al di là di ciò che è stato approvato, delle aspettative che sono venute meno e degli obiettivi che qualche collega è riuscito a raggiungere.
Certo, quando parliamo di unione o di fusione di comuni facciamo riferimento ad una organizzazione e ad una articolazione diverse dei servizi all'interno del territorio di comuni (o unioni di comuni) che avvicinino sempre più l'ente locale alla comunità e, quindi, al territorio.
Attraverso alcune proposte emendative era stata indicata l'esigenza della costituzione di nuove province; l'Assemblea non ha inteso approvare tali proposte; rimangono poi i problemi relativi all'articolazione e ai servizi per quanto riguarda le province nel nostro paese. Non c'è dubbio che si tratta di un problema che è stato rinviato e che si ripresenterà successivamente.
Concludo il mio intervento richiamando l'attenzione del Governo su un aspetto: per evitare che anche in questa materia vi sia un accumulo di situazioni sul piano amministrativo e politico, chiedo che, dopo l'approvazione di questo provvedimento, frutto di un intenso raccordo tra Camera e Senato, si proceda ad un monitoraggio sull'attuazione del provvedimento stesso. Molte delle norme in esso contenute erano già previste in precedenti provvedimenti legislativi; alcune non hanno avuto attuazione, altre sono cadute in desuetudine. Ritengo che un ancoraggio forte al processo evolutivo nella fase attuativa della legge, da parte del Governo
Signor Presidente, sulla base di tali considerazioni voteremo a favore del provvedimento in esame.
Le modifiche della legge n. 142 del 1990 dimostrano, in questo passaggio, il fallimento della legge stessa. Ricordo che, nei primi mesi successivi alla sua approvazione, tutti gli amministratori locali avevano la sensazione che essa producesse grosse modifiche nell'alveo della capacità di autoregolamentazione della vita degli enti locali e di un'ampia autonomia finanziaria. Man mano che sono passati i mesi e gli anni ci si è accorti purtroppo che questa legge è rimasta inapplicata da parte dello Stato. Quindi, la responsabilità è del Parlamento che non ha provveduto ad introdurre nuove leggi. Lo vediamo anche in questo frangente: si vuole addirittura parlare di federalismo, ma non si incrementano le possibilità di partecipazione all'autonomia finanziaria in modo significativo, senza smontare la tassazione, i contributi e i tributi erariali, se non nel limite dell'1 per cento così come abbiamo approvato nel collegato un paio di mesi fa.
Allora io chiedo: vogliamo veramente continuare ad illudere gli amministratori locali offrendo alcuni piccoli strumenti di aggiornamento di una legge-quadro fallita nei suoi principi fondamentali?
Esistono dunque diverse ragioni e motivazioni che mi inducono a non dare il mio consenso a questo provvedimento.
Anche il Polo manifesta la sua intenzione di astenersi in considerazione - questa è la posizione che emerge - della concertazione (che una volta veniva chiamata consociativismo) nella formazione dei testi legislativi. È sostanzialmente d'accordo perché sono stati approvati alcuni emendamenti e addirittura abbiamo visto che sono stati accolti gli ordini del giorno. Quindi sembra che ci sia una volontà unanime da parte di questo ramo del Parlamento di sostenere il provvedimento in esame.
Per onestà intellettuale bisogna ribadire in questa fase conclusiva che stiamo illudendo per l'ennesima volta gli amministratori locali di tutte le formazioni politiche approvando una norma che non va incontro alle reali e concrete necessità.
Vorrei lanciare anche una sfida al Governo e alla maggioranza: avete detto che porterete avanti il federalismo; avete cercato addirittura forze esterne alla vostra maggioranza, dicendo che porterete avanti il federalismo. Abbiate il coraggio di dire subito, qui, se questi elementi di federalismo troveranno corpo nella prossima riforma e, aggiungo, se la percentuale delle imposte erariali ai comuni o alle province arriverà al 30 per cento, altrimenti tacete, perché adesso la gente non va più a votare: non vi crede più e non ci crede più. Io non ci sto a fare la figura del politicante e voto contro.
Questa è una buona legge che fa il punto sui cambiamenti intervenuti nelle autonomie locali nove anni dopo l'inizio di quel vero e proprio terremoto che fu rappresentato dalla legge n. 142 che innescò uno dei trend principali di questo decennio politico, cioè il fenomeno del decentramento delle funzioni e dei compiti verso il mondo delle autonomie.
Questa è una buona legge che cerca di integrarsi con le promesse, per ora realizzate solo a metà, dell'impianto della
Io spero che questa legge ne anticipi una altrettanto buona che dovrà disciplinare nuovamente l'impianto dei servizi pubblici locali e che, invece, in questo momento è all'esame dell'altro ramo del Parlamento. Nelle dichiarazioni di voto che hanno preceduto la mia vi è stato chi ha messo l'accento su un dilemma non sciolto, cioè quello che vede tutti i nostri gruppi divisi trasversalmente tra chi intenderebbe favorire ulteriormente la concentrazione dei poteri nei confronti degli organi esecutivi, avendo in mente una idea di democrazia decidente e capace di assumere responsabilità e mantenere gli impegni davanti gli elettori, e chi invece vorrebbe riportare le autonomie locali in quella sfera più propriamente partecipativa ed attendeva da questa legge le risposte che essa non può dare. Infatti, trasversalmente in tutti i gruppi, in tutte le parti politiche, in tutti i consigli comunali dal nord al sud del paese, questo dibattito divide, come una mela, gli stessi gruppi consiliari, gli assessori dai sindaci, i sindaci dai consiglieri comunali, i comuni piccoli dai comuni grandi. Non potevamo dunque sciogliere gordianamente un nodo troppo dogmaticamente proposto ed abbiamo deciso, invece, di dare segnali di attenzione nei confronti sia del lavoro dei consigli comunali sia delle giunte e dei sindaci, per la loro capacità di affrontare e risolvere i problemi.
Per entrambi abbiamo adeguato lo status, riconoscendo innanzitutto sia a chi governa, sia a chi fa attività di consiglio, la qualità dell'impegno e la responsabilità che migliaia di amministratori si assumono nelle province e nei comuni del nostro paese. Questo è un buon provvedimento, frutto di un lavoro intenso e serio che ha occupato il nostro ramo del Parlamento per quasi un anno: a questo punto, è necessaria una rapida, spero rapidissima, approvazione da parte del Senato, in modo che le modifiche ordinamentali a lungo meditate e covate possano finalmente esplicare il loro carico di novità nella vita delle autonomie locali a partire dal mese di settembre. Per questi motivi, il gruppo dei popolari voterà convintamente a favore del provvedimento in esame (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo).
In pratica, sono state apportate alcune necessarie correzioni all'ordinamento degli enti locali previsto dalla legge n. 142 entrata in vigore nel 1990, laddove l'esperienza nella sua applicazione ha dimostrato tutti i suoi limiti. Mi riferisco, in particolare, alle unioni di comuni che, rendendo di fatto obbligatorio dopo il primo decennio di unione la fusione tra i comuni, ha reso quasi inapplicabile la relativa norma, proprio perché sappiamo benissimo quali siano le specificità, direi «i campanili», le esigenze di identità che esistono soprattutto nei piccoli comuni. Questa modifica renderà, invece, più agevole l'azione dei comuni e delle regioni verso una successiva semplificazione per i numerosi comuni di piccola entità. Così pure, nonostante le critiche che da alcune parti sono state mosse alla struttura delle
Ora, con molto più coraggio dobbiamo andare verso la semplificazione in montagna, quindi la comunità montana dovrà diventare, soprattutto nell'applicazione della presente normativa da parte delle regioni, la struttura del futuro comune montano, proprio al fine di mettere maggiormente a scala la spesa e maggiormente a beneficio le risorse finanziarie pubbliche nella gestione dei servizi sovracomunali nelle realtà montane. Anche questa correzione, quindi, si rende necessaria così come, a mio modesto avviso, è necessario dare una dignità ed uno status anche di carattere economico e giuridico al sindaco ed alle giunte che, fino ad ora, non lo hanno avuto.
Sarà utile anche il ritocco del numero di assessori, sempre se gli enti locali lo vorranno; sono dell'avviso che l'esperienza passata di giunte numericamente ristrette, di un ruolo depotenziato dei consigli comunali sia stata negativa e ritengo che in una seconda fase dell'attività legislativa dovremmo operare i necessari ritocchi anche nelle funzioni della collegialità massima, che deve rimanere nel consiglio comunale, proprio alla luce della cosiddetta riforma Bassanini e delle nuove competenze molto più complesse e numerose che spetteranno alle autonomie locali. Pertanto ritoccare ed ampliare la collegialità dell'organo esecutivo, vale a dire della giunta, appare quanto meno opportuno.
Occorre, dunque, un'azione di revisione della legge, che in sostanza è una buona normativa che, però, signor Presidente - mi sia concesso di dirlo a lei e al Governo - non avrà un grande significato di carattere strategico se non scioglieremo definitivamente il nodo del federalismo. Per esperienza ormai consolidata, posso dire che il federalismo non è una revisione non strutturale dell'attuale regionalismo; desidero ripetere in quest'aula che l'esperienza di regionalismo che abbiamo alle spalle e quella che stiamo vivendo in Italia rappresenta, ahimè, in larga parte, un fallimento rispetto alla volontà riformista del costituente all'atto del dibattito e dell'approvazione della nostra Costituzione repubblicana.
Pertanto, amici e colleghi, dobbiamo avere molto più coraggio nell'affrontare la partita riformista e quella federalista, perché, se mancheremo l'occasione nell'attuale legislatura, temo che l'opinione pubblica, in modo particolare una parte numericamente assai consistente, giudicherà in maniera molto severa tutta la classe politica e parlamentare dell'attuale legislatura.
Anche noi, però, desideriamo fare una riflessione sul significato politico e di prospettiva del provvedimento, che riteniamo possa e debba aprire la strada verso un più compiuto federalismo nel nostro paese. Alcuni colleghi hanno sollecitato ed hanno chiesto a forze di centro-sinistra un impegno su tale aspetto; i democratici ritengono di far propria questa istanza considerandola un'esigenza concreta del paese che chiede alla politica ed alle istituzioni un avvicinamento, un rapporto più diretto tra cittadini eletti ed istituzioni.
Riteniamo, inoltre, che la valorizzazione ed il potenziamento dei processi di decentramento e di accentuazione del ruolo e dei compiti degli enti locali colmi questo vuoto e soddisfi l'esigenza di un rapporto più diretto, che potrà anche concretizzarsi attraverso un recupero di fiducia nei confronti della politica e dei partiti, nonché delle istituzioni.
Quella dell'autogoverno e delle responsabilità locali è una grande sfida che va raccolta ed accettata e rappresenta il terreno di confronto futuro, dei prossimi mesi, di questa istituzione e delle nostre forze politiche. Sul federalismo si misurerà la capacità di rinnovamento della cultura politica del nostro paese, che deve realizzare forme compiute di decentramento e di assunzioni di responsabilità. È un passaggio che consideriamo irrinunciabile nel complessivo processo delle riforme.
Con questo spirito e con questo auspicio, confermiamo il nostro voto favorevole sul provvedimento (Applausi dei deputati del gruppo de i democratici-l'Ulivo).
Già ieri ho avuto modo di osservare che con questo provvedimento si è persa l'occasione di decentrare alle province la competenza dell'esame dei piani regolatori, realizzando effettivamente un decentramento amministrativo. Ma devo fare anche un'osservazione in merito all'emendamento Giancarlo Giorgetti 18.7, approvato ieri a larga maggioranza, che prevede che «I componenti la giunta comunale devono astenersi dall'esercitare attività professionale in materia di edilizia privata e pubblica nel territorio da essi amministrato».
Si tratta, quindi, di una norma rivolta ad una particolare categoria di liberi professionisti. Questa scelta mi lascia molto perplesso, perché presume che una categoria di liberi professionisti entri nell'amministrazione pubblica quasi per delinquere e che essa abbisogni di speciali misure di controllo per renderla un po' inattiva.
Un libero professionista, anche se appartenente alle categorie che ho appena citato - ingegneri, architetti, geometri e periti edili -, entra nell'amministrazione pubblica per fare l'amministratore e firma i suoi progetti per vivere, per passione professionale, per dare lavoro ai dipendenti, per mantenere la sua famiglia e perché, finito l'impegno amministrativo, possa ritrovare il suo lavoro e la sua libera professione.
Mi sembra, quindi, che tale emendamento costituisca un pregiudizio nei confronti di alcune categorie di liberi professionisti e perciò esso è anche discriminatorio, perché allora, per lo stesso motivo, si dovrebbe impedire ai dottori commercialisti di fare gli assessori al bilancio o ai medici di fare gli assessori ai servizi sociali.
Mi pare poi che tale norma sia anche inefficace, perché può tranquillamente essere aggirata da chi vuole farlo, ma sicuramente produrrà il seguente effetto: l'amministrazione verrà abbandonata da onesti liberi professionisti, i quali ovviamente preferiranno continuare ad esercitare la loro libera professione piuttosto che sentirsi amministratori sotto tutela.
Dispiace anche che spesso si parli di politica onesta e trasparente e poi, con
La legge che stiamo per approvare, a favore della quale i verdi voteranno, sia pure con qualche riserva, riguarda, al capo I, le norme sulla revisione dell'ordinamento delle autonomie locali, cioè le modifiche alla legge n. 142. Il capo II affronta, in particolare, la questione delle aree e città metropolitane, che in una prima fase si era cercato giustamente di accantonare e che poi, invece, è stata reintrodotta nella legge. Infine, il capo III, di cui molti hanno parlato, riguarda lo status degli amministratori locali.
I verdi hanno contribuito a questo insieme di provvedimenti con la proposta di legge Scalia n. 325 sulle comunità montane, Turroni n. 522 sulle aree metropolitane ed ancora sulle aree metropolitane con la proposta di legge n. 2341 a firma Procacci, Scalia, Cento, Leccese, Paissan e Galletti. Si comprende quindi quale rilievo i verdi assegnino a tale tema.
L'iter è stato particolarmente tormentato e difficile. In Commissione il collega Turroni ha presentato numerosi emendamenti, alcuni dei quali non sono stati accolti, ma che sottolineano le riserve che noi nutriamo nei confronti di questo testo. Complessivamente si tratta di un'innovazione importante e positiva ed è per questo che ribadisco, a nome dei deputati verdi, il voto favorevole.
Per questo riteniamo, per esempio, la scelta del Parlamento di considerare scarsamente percorribile la strada del riassetto del sistema dei piccoli comuni usando esclusivamente lo strumento delle fusioni giusta, corretta, una presa d'atto della situazione. La storia e le tradizioni del sistema comunale non possono e non debbono essere cancellate; i piccoli comuni sono una risorsa importante per il territorio ed è evidente che la privazione dell'autonomia di un'aggregazione sociale ne limiti di fatto insieme la capacità operativa ma anche l'autorevolezza istituzionale.
La strada intrapresa per semplificare il sistema, anche e soprattutto con l'associazionismo
Se vogliamo andare oltre, questa è la strada. In tal senso, rispondo ad una richiesta esplicita del collega Roscia: noi vogliamo andare oltre, verso una modifica costituzionale che cambi il sistema statale da centralista a federalista.
In tal senso, il nostro gruppo è già impegnato in Commissione - e lo sarà ancora nelle prossime settimane - sul disegno di legge di iniziativa governativa in materia.
Tuttavia, questo nostro lavoro di aggiustamento - perché è di questo che si tratta, di un lavoro di aggiustamento al sistema - non è inutile e va proprio in quella direzione. Sappiamo quanto poco praticabili siano le grandi rivoluzioni nel complesso sistema delle istituzioni e come sia, invece, meno complicato un processo costante che tenda, con gradualità, al risultato finale.
Il sistema locale - lo sappiamo, lo abbiamo sperimentato - è spesso impermeabile alle leggi manifesto; lo è molto meno alle lente ma costanti mutazioni. Il nostro lavoro va esattamente in tale direzione ed è per questo che i deputati del gruppo dei democratici di sinistra-l'Ulivo esprimeranno convintamente un voto favorevole sul provvedimento.


