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PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto.
FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, si dice che i grandi poeti scrivono
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Sgarbi. Ne ha facoltà.
VITTORIO SGARBI. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, questa mattina sono molto imbarazzato a chiedere - come ho tentato di fare in qualche precedente occasione - l'attenzione dei colleghi della sinistra di fronte ad un voto della Giunta che ho inteso aver posto in qualche leggero e storico imbarazzo il relatore, Dalla Chiesa, che si trova oggi, 1998, a dovere sostenere una tesi che era fortemente argomentata e sostenuta da alcuni membri della Giunta nel 1996. Egli stesso, d'altra parte, dice che quella Commissione parlamentare di inchiesta che nel 1994 o nel 1995 o nel 1996 egli chiedeva, ieri non l'avrebbe voluta; ed egli stesso ha avvertito che quella sinistra che ieri e l'altro ieri non voleva la Commissione di inchiesta, oggi la vuole! È possibile quindi cambiare idea e cambiarla con una sensibilità talmente «aleatica», talmente leggera e talmente legata agli umori che può perfino essere imbarazzante continuare ad essere relatori di una posizione irrigidita e visibilmente - credo di poterlo dire senza insulti o offese - sbagliata! È tale non già per quello che ha detto l'onorevole Mancuso di avere io assunto qui una posizione politica addirittura inferiore a quella assunta dal dottor Caselli, ma perché non credo di ravvisare qui, una volta che mi sia stato concesso di poter dire quelle cose in televisione (non è questa quindi la ragione per la quale sono ritenuto sindacabile: si è legittimato che la televisione fosse un luogo di estensione di opinioni parlamentari; quindi, per questo sono stato riconosciuto per una volta nella mia condizione legittima di parlamentare)... Ma la Giunta, allora, entrò nel contenuto, per una affezione, non so quanto motivata, per il dottor Caselli, rispetto a posizioni che risultavano di «intoccabile», in quanto titolare di inchieste importantissime, invero - purtroppo per lui - talmente sbilanciate politicamente da porlo per forza in una posizione di controparte politica.
PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di prendere posto.
VALTER BIELLI. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.
PRESIDENTE. A che riguardo?
VALTER BIELLI. Sempre in merito alla questione di cui stiamo parlando.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.
VALTER BIELLI. Presidente, vorrei far osservare che ultimamente in Assemblea è invalsa la prassi secondo cui spetta al deputato...
PRESIDENTE. Al deputato accusato l'ultima parola.
VALTER BIELLI. ...oggetto del procedimento essere sempre l'ultimo a parlare. L'onorevole Sgarbi ha fatto un'affermazione che merita attenzione, nel senso che ha osservato che in quest'aula si può anche cambiare opinione e che non è disdicevole farlo, perché il confronto è sempre utile. Cambiare opinione significa anche, però, che un minimo di confronto lo si abbia. Il fatto che, in questo caso, parli per ultimo l'imputato - uso un termine improprio - non mi pare che permetta una discussione, come invece sarebbe opportuno.
ELIO VITO. Ahimè!
VALTER BIELLI. ...che non abbiamo contestato. Tuttavia, considerato che mi sembra che qualche eccezione in quest'aula venga fatta, le chiedo, Presidente,
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto l'onorevole Mancuso. Ne ha facoltà.
sempre la stessa poesia. Questo non mi sembra vero. Forse i grandi pensatori esprimono in vario modo, perennemente, i loro concetti. Adesso ci troviamo a verificare questa teoria (se Sgarbi permette) assai più modestamente, con il fenomeno che egli rappresenta. Egli ripete, nei confronti sempre dei medesimi, le idee da cui è animato e che sono idee espressive di una sensibilità politica nei confronti di soggetti che operano anche sul piano politico. Ancora ieri, la persona che lo ha querelato si è espressa in termini di valenza, anzi di plusvalenza, politica, quando ha detto che egli, nella veste ufficiale che ricopre, è chiamato a un dovere di resistenza nei confronti dei contraddittori. Non è la prima volta: sono anni che la persona che ha querelato Sgarbi si comporta in questa maniera. È il punto di riferimento di un comportamento che è sostanzialmente, e adesso anche formalmente, politico. La contraddizione che a lui viene mossa è dunque, indipendentemente dalla qualità di parlamentare di Sgarbi, politica e soltanto politica, indipendentemente dai temi, indipendentemente dai termini.
È inutile negarlo: oggi vi è in Italia una soggettività politica anomala che è sorta spontaneamente quanto arbitrariamente dalla abitualità intrigante dell'esercizio del potere giudiziario. Mi dicano i miei potenziali ed effettivi contraddittori in quale giorno dell'anno viene meno sulla stampa, in televisione, alla radio una manifestazione del pensiero verso il quale si muovono le critiche di Sgarbi. Ma non sarebbe sufficiente questo per definire politico un atteggiamento che si limitasse alle parole, alle espressioni del pensiero. Nel caso in esame vi è una singolarità che passerà alla storia del nostro paese come tale e che spero non diventi perpetua né ripetitiva, cioè che la identificazione dell'esercizio del potere formale, in questo caso del potere giudiziario, venga a collimare, anzi ad integrarsi in modo reciproco, con l'attività pubblica.
Si indaga e si comunica nelle conferenze stampa; si conclude nelle requisitorie e si fanno i convegni al riguardo. Si ottengono insuccessi attraverso l'assoluzione degli indagati e si attaccano le persone prosciolte e le decisioni che hanno prodotto il proscioglimento. Questa è la singolarità e questa è la sofferenza di Sgarbi, e non solo di Sgarbi: vedere che l'esercizio della funzione finisce col giustificarsi e fortificarsi attraverso l'esercizio corrispondente dell'attività politica.
Questa è o non è, indipendentemente dalla posizione peculiare di Sgarbi e degli altri parlamentari, una qualificazione politica del soggetto che ora penalmente si lamenta di essere raggiunto da una contestazione politica da parte - questo è l'elemento completivo e che potrebbe precedere persino le considerazioni che ho fatto - di un parlamentare?
Nella sostanza, si fa un ragionamento di questo genere: dunque, agisci da politico, ma ora da privato cittadino mi detti le regole con le quali mi è possibile contraddirti e, se questo non basta, ti querelo! In sostanza, la libertà totale per sé e la limitazione assoluta per gli altri!
Non possiamo considerare questo un fatto positivo. Dobbiamo invece considerare un fatto doveroso riconoscere che non soltanto il parlamentare - per il quale naturalmente il valore di libertà di giudizio è ancora più concreto e più rilevante -, ma anche i cittadini devono porre davanti ai tribunali quel controvalore che sta a fronte di questa aggressione esercitata attraverso la distorsione del potere. Questo è il fatto politico, il fatto - come dire? - di costume.
Il nostro ruolo di parlamentari, e quello in particolare di componenti della Giunta, non è quello di sacrificare alcun diritto, ma non è neppure quello di dare per partito preso - inteso come concetto generale - sistematicamente torto al parlamentare che esercita il proprio, come contraffaccia di un potere anomalo, abusivo, politico comunque. (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).
Ciò che qui non regge, al di là delle inchieste generali di Caselli, è che quest'ultimo, di fatto, ha manifestato nel corso di decenni la sua naturale militanza nell'ambito della sinistra e la sua propensione di elettore, che si riflette in maniera talvolta indebita sulla funzione di pubblico ministero, per la parte progressista. Tra il candidato Miccichè e il candidato Orlando, o il candidato Orlando e altro candidato dell'epoca di cui si parla, egli aveva visibilmente, serenamente e giustamente manifestato la sua propensione per il candidato della sinistra, di quella sinistra di origine democristiana che Orlando rappresenta, con una serie poi di bilanciamenti e controbilanciamenti, per cui amico di Orlando fu in un'epoca anche l'onorevole Dalla Chiesa, sostenitore di Orlando fu in un'epoca anche padre Pintacuda, che oggi a tal punto lo guarda con orrore da sostenere Miccichè.
Quindi gli andamenti e i movimenti della psiche, delle scelte politiche e religiose della coscienza e anche quelle che pertengono alla coscienza di un magistrato sono tali che possono portare, nell'arco di due anni come di due giorni, a cambiare completamente parere. D'altra parte, a leggere il testo altro non chiedo che ciò che ieri Folena chiedeva pensando che la Commissione parlamentare d'inchiesta estendesse la sua indagine oltre i confini definiti dai magistrati fino a quel momento.
Io chiedo soltanto che quello che è stato fatto per Andreotti, con mille ragioni fondate e motivate, venga fatto anche per Orlando, come poi fu fatto. I 100 miliardi, sprecati e ancora non compiutamente motivati, per il restauro del teatro Massimo sono oggetto di un'inchiesta del dottor Matassa fortemente determinata contro non il soggetto politico Orlando, ma l'amministratore che sbaglia. Abbiamo poi il capo della procura che, nella sua naturale disposizione politica verso quella parte, ritarda - io dico - a mandare l'avviso di garanzia che poi sarebbe arrivato.
Ebbene, dov'è il reato? Io rimprovero Caselli di dimenticanza ed egli e il suo ufficio dopo un po' ricordano. Chiamo questo «favoreggiamento», l'unica parola che può essere ritenuta grave, ma intendendosi
con ciò simpatia di posizioni politiche che induce a favorire, anche involontariamente, non contro la legge, la persona per la quale si orienterebbe il proprio voto ove si fosse, come si è in quel momento, cittadino che vota prima che magistrato che indaga. E poi gli ho detto «compagno di presepe»: questa è un'immagine addirittura plasticamente rappresentata nell'essere diventato pastore, figura vivente di presepe, Antonio Di Pietro proprio in quegli anni. Non riesco ad immaginare quale offesa si ravvisi nell'espressione «compagno di presepe»!
Pertanto, non so se chiedere indulgenza, riflessione, pietà per una serie continua e ormai arrivata al parossismo di querele che ricevo quotidianamente soltanto per aver espresso dei convincimenti che non sono di natura neppure politica, sono osservazioni sul costume. Inviterei allora l'amico onorevole Diego Novelli, l'amico onorevole Dalla Chiesa, a riguardare il testo che mi viene ribaltato contro proprio in quel contenuto che ha motivato allora la Giunta, al di là del metodo, ma nel merito, a rinviarmi davanti ai tribunali.
Si tratta di una questione che nel metodo e nel merito appare manifestamente infondata; si tratta di questione insindacabile nelle prerogative parlamentari perché è un'opinione non soltanto assolutamente moderata, ma assolutamente legittima, non come controparte politica, ma come osservatore di ciò che di politico talvolta, anche involontariamente, interferisce nell'azione giudiziaria di un uomo che è così limpidamente e chiaramente schierato da dover egli stesso, dentro di sé, dirimere la propria scelta di cittadino rispetto alla propria equanimità di magistrato, sia pur di parte come pubblico ministero.
Per questo, così come ieri abbiamo osservato che la sinistra ha convenuto sull'opportunità di dar vita a quella Commissione che il giorno prima riteneva di non dover istituire, credo che una riflessione che non confermi i pensieri del 1996, ma si adatti alla realtà contingente che oggi ci induce a valutare diversamente argomenti come questi, possa portare ad un diverso avviso quei colleghi che potrebbero orientarsi in maniera automatica sul voto della Giunta del 1996, che è in qualche modo superato anche nella coscienza di alcuni parlamentari dell'attuale maggioranza.
So bene che questo precedente si è instaurato in passato a seguito di un intervento dell'onorevole Vito...
se sia possibile intervenire ancora sulla questione in esame. Ciò proprio in relazione alle considerazioni che ha svolto l'onorevole Sgarbi.