Camera dei deputati - XVII Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento lavoro
Altri Autori: Ufficio Rapporti con l'Unione Europea
Titolo: Disposizioni in materia di lavoro e IVA - D.L. 76/2013 - A.C. 1458 - Schede di lettura
Riferimenti:
DL N. 76 DEL 28-GIU-13   AC N. 1458/XVII
Serie: Progetti di legge    Numero: 59
Data: 01/08/2013
Descrittori:
DECRETO LEGGE 2013 0076   IVA
LAVORO     
Organi della Camera: VI-Finanze

 

Camera dei deputati

XVII LEGISLATURA

 

 

 

Documentazione per l’esame di
Progetti di legge

Disposizioni in materia di lavoro e IVA

D.L. 76 – A.C. 1458

Schede di lettura

 

 

 

 

 

 

n. 59

 

 

 

1° agosto 2013

 


Servizio responsabile:

Servizio Studi – Dipartimento Lavoro

( 066760-4974 / 066760-4884 – * st_lavoro@camera.it

Hanno partecipato alla redazione del dossier i seguenti Servizi e Uffici:

Segreteria Generale – Ufficio Rapporti con l’Unione europea

( 066760-2145 – * cdrue@camera.it

§        La nota di sintesi e le schede di lettura sono state redatte dal Servizio Studi.

§        Le parti relative ai documenti all’esame delle istituzioni dell’Unione europea e alle procedure di contenzioso sono state curate dall'Ufficio rapporti con l'Unione europea.

 

 

La documentazione dei servizi e degli uffici della Camera è destinata alle esigenze di documentazione interna per l'attività degli organi parlamentari e dei parlamentari. La Camera dei deputati declina ogni responsabilità per la loro eventuale utilizzazione o riproduzione per fini non consentiti dalla legge. I contenuti originali possono essere riprodotti, nel rispetto della legge, a condizione che sia citata la fonte.

File: D13076


INDICE

Schede di lettura

§     Articolo 1 (Incentivi per nuove assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori giovani) 3

§     Articolo 2, commi da 1 a 8 (Misure relative all’apprendistato professionalizzante, ai tirocini formativi e di orientamento) 12

§     Articolo 2, comma 9 (Periodo di utilizzo del credito d’imposta per nuove assunzioni) 24

§     Articolo 2, commi 10-14 (Promozione alternanza studio-lavoro per gli studenti universitari e tirocini formativi per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado) 26

§     Articolo 3, comma 1 (Misure urgenti per l’occupazione giovanile e contro la povertà nel Mezzogiorno – Carta per l’inclusione) 31

§     Articolo 3, commi da 2 a 5 (Carta per l’inclusione) 35

§     Articolo 4 (Misure per la velocizzazione delle procedure in materia di riprogrammazione dei programmi nazionali cofinanziari dai Fondi strutturali e di rimodulazione del Piano di Azione Coesione) 40

§     Articolo 5 (Misure per l’attuazione della “Garanzia per i Giovani” e la ricollocazione dei lavoratori destinatari dei cosiddetti “ammortizzatori sociali in deroga”) 47

§     Articolo 6 (Raccordi fra istituti professionali e sistema di istruzione e formazione professionale - Soppresso) 57

§     Articolo 7 (Modifiche alla disciplina introdotta dalla L. 28 giugno 2012, n. 92) 58

§     Articolo 7-bis (Stabilizzazione degli associati in partecipazione con apporto di lavoro) 77

§     Articolo 8 (Banca dati delle politiche attive e passive) 80

§     Articolo 9, comma 1 (Responsabilità solidale negli appalti ) 84

§     Articolo 9 comma 2 (Sanzioni in materia di sicurezza sul lavoro) 85

§     Articolo 9, comma 3 (Apprendistato) 86

§     Articolo 9, comma 4 (Contrattazione collettiva- Soppresso) 87

§     Articolo 9 commi 4-bis e 4-ter (Fondo per il diritto al lavoro dei disabili e parità di trattamento) 88

§     Articolo 9 comma 5 (Comunicazioni obbligatorie in materia di lavoro) 91

§     Articolo 9 comma 6 (Somministrazione di lavoro) 92

§     Articolo 9, commi da 7 a 10-ter (Disposizioni in materia di lavoratori extracomunitari) 93

§     Articolo 9 comma11 (Norme relative ad assunzioni congiunte di lavoratori nelle imprese agricole) 103

§     Articolo 9 comma 12 (Spese enti locali per lavoro accessorio) 105

§     Articolo 9, commi da 13 a 15-ter (Disciplina della s.r.l. semplificata e a capitale ridotto ) 109

§     Articolo 9, commi 16 e 16-bis (Disciplina delle start-up innovative) 112

§     Articolo 9, comma 16-ter (Proroga al 2016 degli incentivi all’investimento in start-up innovative) 114

§     Articolo 9, comma 16-quater (Versamenti della Cassa conguaglio per il settore elettrico) 115

§     Articolo 9 comma 16-quinquies (Personale a tempo determinato degli enti di ricerca) 117

§     Articolo 9, comma 16-sexies (Lavoratori cooperative piccola pesca) 118

§     Articolo 10 commi 1 e 2 (Disposizioni in materia di previdenza complementare) 119

§     Articolo 10, commi 3 e 4 (Trasferimento delle funzioni amministrative per i lavoratori marittimi dall’INAIL all’INPS) 121

§     Articolo 10, commi 5 e 6 (Pensione di inabilità) 122

§     Articolo 10, comma 7 (Esclusioni dal taglio dei trasferimenti alle Regioni per mancata riduzione dei costi della politica) 124

§     Articolo 10, comma 7-bis (Fondo lavoratori detenuti) 126

§     Articolo 10-bis (Risparmi di gestione degli enti previdenziali privatizzati) 127

§     Articolo 11, comma 1 (Rinvio dell’incremento dell’aliquota IVA) 130

§     Articolo 11, commi 2-4 (Redditi dei titoli di Stato greci nel portafoglio Securities Markets Programme attribuiti all’Italia) 133

§     Articolo 11, comma 5 (Contributo in favore del Chernobyl Shelter Fund) 138

§     Articolo 11, comma 6 (Contributo italiano alle risorse del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo (IFAD)) 139

§     Articolo 11, comma 6-bis (Fondo nazionale per il servizio civile) 140

§     Articolo 11, commi 7 e 8 (Agevolazioni in favore dei soggetti danneggiati dagli eventi sismici del maggio 2012) 142

§     Articolo 11, comma 8-bis (Ripristino degli edifici pubblici danneggiati dagli eventi sismici del maggio 2012) 145

§     Articolo 11 commi 9-11 (Rimozione dei materiali contenenti amianto in talune zone colpite da calamità naturali) 147

§     Articolo 11, comma 11-bis (Pagamento degli stati di avanzamento dei lavori nella ricostruzione privata degli edifici) 152

§     Articolo 11, comma 11-ter (Programma di bonifiche ambientali nei comuni della Valle del Belice) 154

§     Articolo 11, comma 11-quater (Finanziamenti bancari agevolati per la ricostruzione in Emilia) 155

§     Articolo 11, comma 11-quinques (Recupero del borgo storico di Spina del Comune di Marsciano) 156

§     Articolo 11, comma 12 (Addizionale regionale all’IRPEF nelle Regioni a statuto speciale) 159

§     Articolo 11, comma 12-bis (Pagamento dei debiti sanitari) 162

§     Articolo 11, commi 12-ter-12-septies (Garanzia statale sui debiti certificati di parte corrente delle amministrazioni pubbliche) 164

§     Articolo 11, commi 13-16 (Finanziamento del piano di rientro dal disavanzo nel settore del trasporto pubblico locale ferroviario nella regione Campania) 171

§     Articolo 11, comma 17 (Finanziamento fondazioni lirico-sinfoniche) 175

§     Articolo 11, commi 18-20 (Incremento dell’acconto IRPEF e IRES) 177

§     Articolo 11, comma 21 (Incremento dell’acconto sugli interessi maturati su conti correnti e depositi) 179

§     Articolo 11, comma 22 (Imposta di consumo sui prodotti succedanei dei prodotti da fumo) 180

§     Articolo 11 comma 23 (Imposta di consumo sui prodotti succedanei dei prodotti da fumo) 183

§     Articolo 11-bis (Limite di indebitamento enti locali e Fondo svalutazione crediti) 184

§     Articolo 12 (Copertura finanziaria) 187

Appendice

§     Il ritardo nell’utilizzo dei fondi comunitari e lo stato di attuazione al 31 aprile 2013  195

§     Il Piano di Azione Coesione  202

 

 


Schede di lettura

 


Articolo 1
(Incentivi per nuove assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori giovani)

L’articolo 1 introduce, in via sperimentale, un incentivo per i datori di lavoro che entro il 30 giugno 2015 assumano, con contratto di lavoro a tempo indeterminato, lavoratori di età compresa tra i 18 ed i 29 anni, che rientrino in una delle seguenti condizioni:

a) siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;

b) siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale.

Nel corso dell’esame al Senato è stata soppressa la condizione che i soggetti vivessero soli con una o più persone a carico.

 

L’incentivo è pari a un terzo della retribuzione mensile lorda imponibile ai fini previdenziali, copre un periodo di 18 mesi e non può comunque superare l’importo di 650 euro per ogni lavoratore assunto. Le assunzioni devono comportare un incremento occupazionale netto.

Il medesimo incentivo è riconosciuto, per un periodo di 12 mesi, nel caso di trasformazione con contratto a tempo indeterminato. Alla trasformazione deve corrispondere l’assunzione, entro un mese, di un ulteriore lavoratore.

Per il finanziamento dell’incentivo sono previste risorse statali pari a 500 milioni per le regioni del Mezzogiorno e a 294 milioni per le restanti regioni, nonché eventuali ulteriori finanziamenti a carico delle singole Regioni.

 

I commi 1 e 2 definiscono le finalità dell’intervento e la platea dei beneficiari.

Il beneficio, di carattere sperimentale, è volto alla promozione di occupazione stabile di giovani fino a 29, in attesa dell’adozione di ulteriori misure da realizzare anche attraverso il ricorso alle risorse della nuova programmazione comunitaria 2014-2020.

Il beneficio riguarda datori di lavoro che assumano, con contratto a tempo indeterminato, lavoratori (non domestici) che siano privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi o siano privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, nel rispetto dell’articolo 40 del Regolamento (CE) n.800/2008.

 

Il Regolamento (CE) n. 800/2008, della Commissione, del 9 agosto 2008 individua alcune categorie di aiuti compatibili con il mercato comune in applicazione degli attuali articoli 107 e 108 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea del 2009). In particolare, il regolamento ha introdotto sostanziali innovazioni per diverse fattispecie di aiuti, quali gli aiuti a finalità regionale, gli aiuti agli investimenti e all'occupazione a favore delle PMI, gli aiuti alla costituzione di imprese a partecipazione femminile, gli aiuti per la tutela dell'ambiente, gli aiuti alle PMI per servizi di consulenza e partecipazione a fiere commerciali, nonché gli aiuti sotto forma di capitale di rischio, alla ricerca, sviluppo e innovazione, alla formazione e a favore di lavoratori svantaggiati e disabili.

Gli aiuti esentati non possono essere cumulati con altri aiuti esentati o con gli aiuti d'importanza minore (de minimis) che soddisfino le condizioni di cui al regolamento (CE) n. 1998/2006 della Commissione, ovvero con altri finanziamenti della Comunità relativi agli stessi costi - coincidenti in parte o integralmente - ammissibili, ove tale cumulo porti al superamento dell'intensità di aiuto o dell'importo di aiuto più elevati applicabili all'aiuto in questione in base al presente regolamento.

L’articolo 40, in particolare, prevede che regimi di aiuti nazionali per l'assunzione di lavoratori svantaggiati sotto forma di integrazioni salariali sono compatibili con il mercato comune (ai sensi dell'articolo 87, paragrafo 3, del trattato) e sono esenti dall'obbligo di notifica (di cui all'articolo 88, paragrafo 3, del trattato), purché siano soddisfatte alcune condizioni. In primo luogo l'intensità di aiuto non deve superare il 50% dei costi ammissibili. I costi ammissibili corrispondono ai costi salariali durante un periodo massimo di 12 mesi successivi all'assunzione; tuttavia, nel caso in cui il lavoratore interessato è un lavoratore molto svantaggiato, i costi ammissibili corrispondono ai costi salariali su un periodo massimo di 24 mesi successivi all'assunzione. Nei casi in cui l'assunzione non rappresenti un aumento netto del numero di dipendenti dell'impresa interessata rispetto alla media dei dodici mesi precedenti, il posto o i posti occupati devono essere resi vacanti in seguito a dimissioni volontarie, invalidità, pensionamento per raggiunti limiti d'età, riduzione volontaria dell'orario di lavoro o licenziamento per giusta causa, e non in seguito a licenziamenti per riduzione del personale.

 

Secondo quanto previsto dai commi 4 e 5, l’incentivo viene riconosciuto, per un periodo di 18 mesi, nella misura di un terzo della retribuzione mensile lorda complessiva ai fini previdenziali, e in ogni caso entro l’importo massimo di 650 euro mensili per ciascun lavoratore assunto. Il medesimo incentivo può essere riconosciuto, per un periodo di 12 mesi, entro l’importo massimo di 650 euro mensili per ciascun lavoratore anche nel caso di trasformazione di un precedente rapporto di lavoro in un contratto a tempo indeterminato, ma a condizione che alla trasformazione del rapporto corrisponda l’assunzione, come specificato nel corso dell’esame al Senato, entro un mese, di un ulteriore lavoratore (con contratti di lavoro dipendente).

 

Il comma 3 precisa che per essere ammesse all’incentivo, le assunzioni dovranno determinare un incremento netto della base occupazionale e devono essere effettuate a decorrere dalla data di approvazione (di cui il Ministero del lavoro e l’INPS informano ai sensi dei commi 10 e 11) degli atti di riprogrammazione delle risorse del Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche comunitarie, e comunque non oltre il 30 giugno 2015 (o il 30 giugno 2014, nel caso di ulteriori finanziamenti regionali).

 

I commi 6 e 7 chiariscono che l’incremento occupazionale è calcolato sulla base della differenza tra il numero dei lavoratori rilevato in ciascun mese e il numero dei lavoratori mediamente occupati nei dodici mesi precedenti all’assunzione e che si deve tener conto anche delle diminuzioni occupazionali verificatesi in società controllate o collegate o facenti comunque capo allo stesso soggetto.

 

Il comma 8 precisa che al nuovo incentivo si applicano le disposizioni in materia di incentivi all’assunzione previste ai commi 12, 13 e 15 dell’articolo 4 della legge 28 giugno 2012, n. 92.

 

L’articolo 4, commi 12, 13 e 15 dell’articolo 4 della legge n. 92/2012, definisce i principi generali concernenti gli incentivi alle assunzioni.

Il comma 12 prevede che:

-      gli incentivi non spettano se l’assunzione costituisce attuazione di un obbligo preesistente, stabilito da norme di legge o della contrattazione collettiva; gli incentivi sono esclusi anche nel caso in cui il lavoratore avente diritto all’assunzione viene utilizzato mediante contratto di somministrazione (lettera a));

-      gli incentivi non spettano se l'assunzione viola il diritto di precedenza, stabilito dalla legge o dal contratto collettivo, alla riassunzione di un altro lavoratore licenziato da un rapporto a tempo indeterminato o cessato da un rapporto a termine; gli incentivi sono esclusi anche nel caso in cui, prima dell'utilizzo di un lavoratore mediante contratto di somministrazione, l'utilizzatore non abbia preventivamente offerto la riassunzione al lavoratore titolare di un diritto di precedenza per essere stato precedentemente licenziato da un rapporto a tempo indeterminato o cessato da un rapporto a termine (lettera b);

-      gli incentivi non spettano se il datore di lavoro o l’utilizzatore con contratto di somministrazione abbiano in atto sospensioni dal lavoro connesse ad una crisi o riorganizzazione aziendale, salvi i casi in cui l’assunzione, la trasformazione o la somministrazione siano finalizzate all’acquisizione di professionalità sostanzialmente diverse da quelle dei lavoratori sospesi oppure sia effettuata presso una diversa unità produttiva (lettera c));

-      gli incentivi non spettano con riferimento a quei lavoratori che siano stati licenziati, nei sei mesi precedenti, da parte di un datore di lavoro che, al momento del licenziamento, presenti assetti proprietari sostanzialmente coincidenti con quelli del datore di lavoro che assume ovvero risulti con quest’ultimo in rapporto di collegamento o controllo; in caso di somministrazione tale condizione si applica anche all’utilizzatore (lettera d)).

Il comma 13 dispone che ai fini della determinazione del diritto agli incentivi e della loro durata, si cumulano i periodi in cui il lavoratore ha prestato l’attività in favore dello stesso soggetto, a titolo di lavoro subordinato o somministrato.

Il comma 15 prevede che l’inoltro tardivo delle comunicazioni telematiche obbligatorie inerenti l’instaurazione e la modifica di un rapporto di lavoro o di somministrazione producono la perdita di quella parte dell’incentivo relativa al periodo compreso tra la decorrenza del rapporto agevolato e la data della tardiva comunicazione

 

Il comma 9 prevede che l’INPS, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge, disciplini, con propria circolare, le modalità attuative di fruizione degli incentivi e ponga in essere tutte le azioni necessarie per consentire la fruizione dell’incentivo.

 

Il comma 12, modificato nel corso dell’esame al Senato, determina lentità delle risorse destinate al finanziamento dell’incentivo disposto dal comma 1 in favore di nuove assunzioni di lavoratori giovani, nell’importo complessivo di 794 milioni di euro per il periodo 2013-2016, di cui 500 milioni di euro per le regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia e 294 milioni di euro per le restanti regioni.

 

In particolare, tali risorse sono così ripartite:

a)   100 milioni di euro per il 2013, 150 milioni per ciascuno degli anni 2014 e 2015 e 100 milioni per il 2016 in favore delle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia.

     Nel testo originario e attualmente vigente della norma le predette risorse sono destinate alle “regioni del Mezzogiorno”. Nel corso dell’esame al Senato, la locuzione regioni del Mezzogiorno è stata sostituita con l’indicazione specifica delle regioni suddette, destinatarie del beneficio di cui alla lettera a) in esame.

     Tali risorse sono reperite a valere sulla corrispondente riprogrammazione delle risorse del Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche comunitarie, di cui all’articolo 13 della legge n. 183/1987, già destinate ai Programmi operativi 2007-2013, nonché sulla rimodulazione delle risorse del medesimo Fondo già destinate agli interventi del Piano di Azione Coesione, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 23, comma 4, della legge 12 novembre 2011, n. 183 (legge di stabilità 2012), previo consenso, per quanto occorra, della Commissione europea.

     Si rinvia sul punto alla scheda di lettura del successivo articolo 4, che definisce le procedure necessarie a rendere disponibili le suddette risorse derivanti dalla riprogrammazione dei Programmi Nazionali cofinanziati e dalla rimodulazione del Piano di Azione Coesione, ai fini della loro destinazione al finanziamento della misura in esame.

     Si ricorda che per recuperare il ritardo accumulato nell’utilizzo dei fondi strutturali 2007-2013, nel corso del 2011 è stata avviata, d’intesa con la Commissione Europea, l’azione per accelerare l’attuazione dei programmi operativi, specie nelle Regioni dell’Obiettivo Convergenza, che ha portato all’adozione, alla fine del 2011, del Piano di Azione Coesione. Con il Piano è stata definita un’azione strategica di rilancio del Mezzogiorno, che ha impegnato le amministrazioni centrali e locali a rilanciare i programmi operativi in grave ritardo, consentendo, al tempo stesso, la possibilità di concentrare le risorse recuperate attraverso una riduzione della quota complessiva del cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali nell’ambito dei programmi operativi regionali del Mezzogiorno, su alcune priorità.

     Con il citato articolo 24, comma 3, della legge di stabilità 2012 è stata stabilita la possibilità che le risorse provenienti da una riduzione del cofinanziamento nazionale di programmi relativi al periodo 2007-2013, iscritte sul Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche comunitarie, possano essere destinate alla realizzazione di interventi di sviluppo socio-economico concordati tra le Autorità italiane e quelle europee

     La norma specifica, inoltre, che le predette risorse – derivanti dalla riprogrammazione e rimodulazione delle risorse del cofinanziamento nazionale dei Fondi strutturali disposta ai sensi dell’articolo 4 del provvedimento - sono versate all’entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate – ai sensi di quanto disposto dal successivo comma 13 - al Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, per le finalità di cui all’articolo in esame e sopra descritte.

b)   48 milioni di euro per l’anno 2013, 98 milioni di euro per l’anno 2014, 98 milioni di euro per l’anno 2015 e 50 milioni di euro per l’anno 2016 per le restanti regioni, ripartiti tra le stesse Regioni sulla base dei criteri di riparto dei Fondi strutturali.

     Si ricorda che, in base all’Allegato al QSN 2007-2013[1], approvato con la delibera CIPE n. 174 del 22 dicembre 2006, il riparto in termini percentuali tra le singole regioni della quota dei fondi strutturali assegnata al Mezzogiorno e al Centro-Nord è effettuato sulla base di una specifica “chiave di riparto”.

     La copertura di tale onere è disposta dall’articolo 12 del decreto legge, alla cui scheda di lettura si rinvia.

     Si osserva che, nel corso dell’esame al Senato è stato soppresso l’ultimo periodo della lettera b), il quale dispone che la regione interessata all’attivazione dell’incentivo finanziato dalle risorse di cui alla medesima lettera b) è tenuta a farne espressa dichiarazione entro il 30 novembre 2013 al Ministero del lavoro e delle politiche sociali e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri - Ministro per la coesione territoriale.

 

Il comma 13 dispone che l’importo complessivo delle risorse finalizzate al finanziamento dell’incentivo per l’occupazione di giovani lavoratori (794 milioni nel periodo 2013-2016) sono destinate al Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, di cui all’articolo 18, comma 1, lettera a), del D.L. n. 185/2008, con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze con indicazione degli importi destinati a ogni singola Regione.

Si segnala che il comma 13 non reca l’indicazione dei criteri in base ai quali definire la destinazione per singola Regione delle risorse assegnate al Fondo sociale per l’occupazione.

In merito, si evidenzia che il precedente comma 12, alla lettera b), indica espressamente, per le Regioni diverse da quelle del Mezzogiorno, che l’importo dell’incentivo vada ripartito tra le stesse beneficiarie sulla base dei “criteri di riparto dei Fondi strutturali”.

Andrebbe chiarito se tale criterio, basato sulla chiave di riparto dei Fondi strutturali, vada applicato anche con riferimento alle risorse destinate alle Regioni del Mezzogiorno - nello specifico Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia - di cui alla lettera a) del comma 12, ovvero se, per esse, debba rispettarsi il principio di territorialità per il riutilizzo delle risorse derivanti dalla rimodulazione dei programmi cofinanziati dai Fondi strutturali, in applicazione dell’Accordo del 3 novembre 2011, siglato in occasione dell’adozione del Piano di Azione Coesione[2].

 

Il Fondo sociale per l’occupazione e la formazione è istituito nello stato di previsione del Ministero del lavoro dal citato articolo 18 comma 1, lettera a), del D.L. n. 185/2008 (legge n. 2/2009), con quota parte delle risorse nazionali disponibili sul Fondo aree sottoutilizzate (ora Fondo sviluppo e coesione), le quali sono state destinate alle attività di apprendimento, nonché di sostegno al reddito.

In tale Fondo confluiscono ora le risorse del Fondo per l'occupazione nonché le risorse comunque destinate al finanziamento degli ammortizzatori sociali concessi in deroga alla normativa vigente e quelle destinate in via ordinaria dal CIPE alla formazione.

 

Il comma 14 prevede che gli incentivi sono attribuiti, su domanda, da parte dell'INPS, in base all’ordine cronologico, relativo alla data di assunzione più risalente; nel caso di raggiungimento del limite di risorse (limite concernente la singola regione) non sono prese in considerazione ulteriori domande, con riferimento alla regione interessata. In ogni caso l’INPS provvede al monitoraggio della spesa, inviando relazioni periodiche ai Ministeri del lavoro e delle politiche sociali e dell’economia e delle finanze.

 

Ai sensi del successivo comma 15 le regioni e le province autonome

possono prevedere l’ulteriore finanziamento dell’incentivo straordinario a favore dell’occupazione giovanile di cui al comma 1, mediante la riprogrammazione delle risorse relative ai Programmi operativi regionali 2007-2013.

Si ricorda che al Senato è stato soppresso l’ultimo periodo del comma del testo originario, il quale prevede che, nel caso in cui i citati soggetti prevedano l’ulteriore finanziamento dell’incentivo di cui sopra, lo stesso trova applicazione alle assunzioni intervenute dal giorno successivo alla data di pubblicazione del provvedimento di attivazione dell’incentivo, e comunque intervenute non oltre il 30 giugno 2014.

 

La norma in esame consente, dunque, a tutte le regioni, comprese le Province autonome di Trento e di Bolzano, di poter disporre un "ulteriore  finanziamento” dell’incentivo straordinario destinato al Fondo sociale per l’occupazione e la formazione, attraverso la riprogrammazione dei Fondi strutturali relativi al periodo 2007-2013, di cui tutte le regioni e le province autonome, in diversa misura, sono destinatarie.

Si segnala a riguardo la necessità di un coordinamento formale, dal momento che le province autonome di Trento e di Bolzano non sono invece esplicitamente  incluse tra i soggetti destinatari dei contributi di cui al comma 12. Alla lettera b) infatti viene utilizzata la dicitura generica "le restanti regioni" al fine di individuare i soggetti destinatari dei finanziamenti diversi da quelli attribuiti – dalla lettera a) - alle regioni considerate in ritardo di sviluppo ai fini della programmazione dei Fondi strutturali.

Benché non dovrebbero esserci dubbi sulla sostanza della norma, sarebbe comunque opportuno inserire la medesima dicitura "Regioni e Province autonome" utilizzata al comma 15 anche al comma 12 lettera b).

 

Il comma 16 dispone che la decisione regionale di attivare l’incentivo deve indicare l’ammontare massimo di risorse che sono ad esso dedicate.

La decisione deve inoltre essere comunicata al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al Ministero dell’economia e delle finanze e all’INPS.

Si osserva che il comma in esame utilizza l’avverbio “prontamente” per l’invio della decisione regionale, senza indicare un termine entro il quale provvedere a tale invio.

 

Sulla base delle predette comunicazioni, il Ministero dell’economia e delle finanze versa all’entrata del bilancio dello Stato le risorse individuate nell’ambito dei POR, provvedendo ad imputarle, nelle more della rendicontazione comunitaria, alle disponibilità di tesoreria del Fondo di rotazione per le politiche comunitarie.

Le risorse sono riassegnate, per le predette finalità di spesa, al pertinente capitolo dello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con indicazione degli importi destinati per singola Regione, anche ai fini dell’attuazione della procedura e del monitoraggio previsto dal comma 14.

Non risulta chiaro se anche tali risorse confluiscono nel Fondo per l’occupazione e la formazione.

 

Si segnala che nel corso dell’esame al Senato è stato soppresso il comma 17 il quale dispone che la decisione regionale di cui al comma 15 non può prevedere requisiti aggiuntivi rispetto a quanto già previsto nel presente articolo.

 

Il comma 18 prevede che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e l’Inps provvedono a dare diffusione dell’avvenuta approvazione degli atti di cui al comma 15.

 

Il comma 19 prevede che entro un giorno dalla ricezione della comunicazione di cui al comma 16, relativa alla decisione regionale di attivare l’incentivo, l’Inps ne dà apposita diffusione.

 

Il comma 20 prevede che l’Inps fornisca alle Regioni le informazioni dettagliate necessarie alla certificazione alla Commissione europea delle spese connesse all’attuazione dell’incentivo.

 

Il comma 21 prevede che entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali provveda ad effettuare la comunicazione di cui all’art. 9 del Regolamento (CE) n. 800/2008.

 

Il comma 22 prevede che in vista della prossima scadenza del Regolamento (CE) n. 800/2008, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali provveda a verificare la compatibilità delle disposizioni di cui al presente articolo alle nuove norme europee di esenzione della notifica in corso di adozione e propone le misure necessarie all’eventuale adeguamento.

 

Il comma 22-bis prevede che gli interventi di cui al presente articolo costituiscono oggetto di monitoraggio ai sensi dell'articolo 1, comma 2, della legge 28 giugno 2012, n. 92. A tal fine, entro il 31 dicembre 2015, si provvede ad effettuare una specifica valutazione ai sensi di cui al comma 3, terzo periodo del medesimo articolo 1.

 

L’articolo 1, commi 2-6, della legge n. 92/2012 (Riforma del mercato del lavoro) prevede l’istituzione di un sistema permanente di monitoraggio e valutazione della legge, basato su dati forniti dall'Istituto nazionale di statistica (Istat) e da altri soggetti del Sistema statistico nazionale (Sistan), volto a verificare lo stato di attuazione degli interventi e a valutarne gli effetti sull’efficienza del mercato del lavoro, sull’occupabilità dei cittadini e sulle modalità di entrata e di uscita nell’impiego. Al sistema di monitoraggio e valutazione, istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali in collaborazione con le altre Istituzioni competenti, concorrono le parti sociali (attraverso le organizzazioni maggiormente rappresentative a livello nazionale dei lavoratori e dei datori di lavoro), nonché l’INPS e l’ISTAT, chiamati ad organizzare una banche dati informatizzate anonime (contenente i dati individuali anonimi, relativi ad età, genere, area di residenza, periodi di fruizione degli ammortizzatori sociali con relativa durata ed importi corrisposti, periodi lavorativi e retribuzione spettante, stato di disoccupazione, politiche attive e di attivazione ricevute), aperta ad enti di ricerca e università. Il sistema permanente di monitoraggio e valutazione è chiamato a produrre rapporti annuali sullo stato di attuazione delle singole misure.

L’ultimo periodo del comma 3, in particolare, prevede che dagli esiti del monitoraggio e della valutazione sono desunti elementi per l'implementazione ovvero per eventuali correzioni delle misure e degli interventi introdotti dalla presente legge, anche alla luce dell'evoluzione del quadro macroeconomico, degli andamenti produttivi, delle dinamiche del mercato del lavoro e, più in generale, di quelle sociali.


 

Articolo 2, commi da 1 a 8
(Misure relative all’apprendistato professionalizzante, ai tirocini formativi e di orientamento)

I commi da 1 a 8 introducono disposizioni a regime in materia di apprendistato professionalizzante e tirocini formativi e di orientamento, volte a fronteggiare (comma 1) la grave situazione occupazionale, che coinvolge in particolare i giovani.

Si segnala che nel corso dell’esame al Senato è stato soppresso il riferimento al carattere di straordinarietà e temporaneità (con applicazione fino al 31 dicembre 2015) delle richiamate misure.

 

Apprendistato

I commi 2 e 3 recano disposizioni in materia di apprendistato.

In particolare, si prevede che entro il 30 settembre 2013 la Conferenza Stato-Regioni debba adottare linee guida volte a disciplinare il contratto di apprendistato professionalizzante, anche in vista di una disciplina maggiormente uniforme sull’intero territorio nazionale dell’offerta formativa pubblica di cui all’articolo 4, comma 3, del D.Lgs. 167/2011[3].

Si segnala che nel corso dell’esame al Senato è stata soppressa la precisazione che la disciplina sull’apprendistato professionalizzante trovasse applicazione per le assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2015 dalle microimprese, piccole e medie imprese, così come definite dalla raccomandazione 2003/361/CE della Commissione Europea del 6 maggio 2003[4].

 

Nell’ambito delle linee guida possono essere previste le seguenti deroghe al D.Lgs. 167/2011. In particolare:

§     il piano formativo individuale è obbligatorio esclusivamente in relazione alla formazione per l’acquisizione delle competenze tecnico-professionali e specialistiche (lettera a));

§     la registrazione della formazione e della qualifica professionale a fini contrattuali eventualmente acquisita è effettuata in uno specifico documento avente i contenuti minimi del libretto formativo del cittadino, così come definito dall’articolo 2, comma 1, lettera i), del D.Lgs. 276/2003[5] (lettera b));

§     in caso di imprese multilocalizzate, la formazione avviene nel rispetto della disciplina della regione ove l’impresa ha la propria sede legale (lettera c)).

 

In mancanza di adozione delle linee guida entro il termine previsto, la disciplina derogatoria si considera operativa fino al 31 dicembre 2015 (comma 3), e nel caso in cui tali linee guida non siano adottate, trovano direttamente applicazione le norme di deroga richiamate in precedenza, con riguardo ai contratti di apprendistato professionalizzante.

 

Si segnala che nel corso dell’esame al Senato è stata soppressa la limitazione della richiamata disciplina alle assunzioni effettuate nel periodo compreso tra l'entrata in vigore del provvedimento in esame ed il 31 dicembre 2015.

 

In tali ipotesi (come precisato nel corso dell’esame al Senato), resta comunque salva la possibilità di una successiva diversa disciplina, da parte delle richiamate linee guida ovvero da parte delle singole regioni.

Si ricorda che ulteriori disposizioni in materia di apprendistato sono contenute anche nell’articolo 9, comma 3 (alla cui scheda si rinvia).

 

Con il D.Lgs. 167/2011 è stato approvato il Testo unico dell’apprendistato.

Il provvedimento (come modificato dalla L. 92/2012 di riforma del mercato del lavoro) definisce l’apprendistato come un contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’occupazione dei giovani, articolato in tre diverse tipologie contrattuali: apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale; apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere e apprendistato di alta formazione e ricerca.

Il provvedimento, inoltre, unifica all’interno di una sola disposizione (articolo 2) la regolamentazione normativa, economica e previdenziale del contratto, garantendo la semplificazione dell’istituto e l’uniformità di disciplina a livello nazionale.

In particolare, la disciplina del contratto è rimessa totalmente alle parti sociali, attraverso il rinvio alla disciplina attuativa recata da appositi accordi interconfederali o da contratti collettivi di lavoro stipulati a livello nazionale dai sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale, nel rispetto di una serie di principi:

§     forma scritta del contratto, del patto di prova e del relativo piano formativo individuale da definire, anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli enti bilaterali, entro 30 giorni dalla stipulazione del contratto;

§     previsione (secondo quanto disposto dall’articolo 1, comma 16, della L. 92/2012) di una durata minima del rapporto di apprendistato non inferiore a sei mesi (fatte salve le attività stagionali);

§     divieto di retribuzione a cottimo;

§     possibilità di inquadrare il lavoratore fino a 2 livelli inferiori rispetto alla categoria spettante, in applicazione del CCNL, ai lavoratori addetti a mansioni o funzioni che richiedono qualificazioni corrispondenti a quelle al conseguimento delle quali è finalizzato il contratto ovvero, in alternativa, di stabilire la retribuzione dell'apprendista in misura percentuale e in modo graduale all'anzianità di servizio;

§     presenza di un tutore o referente aziendale;

§     possibilità di finanziare i percorsi formativi aziendali degli apprendisti per il tramite dei fondi paritetici interprofessionali (articolo 118 della L. 388/2000 e articolo 12 del D.Lgs. 276/2003) anche attraverso accordi con le Regioni;

§     possibilità del riconoscimento della qualifica professionale ai fini contrattuali e delle competenze acquisite ai fini del proseguimento degli studi nonché nei percorsi di istruzione degli adulti;

§     registrazione della formazione effettuata e della qualifica professionale a fini contrattuali;

§     possibilità di prolungare il periodo di apprendistato in caso di malattia, infortunio o altra causa di sospensione involontaria del rapporto, superiore a trenta giorni, secondo quanto previsto dai contratti collettivi;

§     possibilità di conferma in servizio, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, al termine del percorso formativo, al fine di ulteriori assunzioni in apprendistato;

§     divieto per le parti di recedere dal contratto durante il periodo di formazione in assenza di una giusta causa o di un giustificato motivo. In caso di licenziamento privo di giustificazione trovano applicazione le sanzioni previste dalla normativa vigente;

§     possibilità per le parti di recedere dal contratto con preavviso decorrente dal termine del periodo di formazione (ai sensi di quanto disposto dall'articolo 2118 c.c.).  Nel periodo di preavviso (secondo quanto disposto dall’articolo 1, comma 16, della L. 92/2012) continua a trovare applicazione la disciplina del contratto di apprendistato. Se nessuna delle parti esercita la facoltà di recesso al termine del periodo di formazione, il rapporto prosegue come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Per gli apprendisti è prevista l’estensione delle norme sulla previdenza e assistenza sociale obbligatoria (comma 2). Si segnala, al riguardo, che l’articolo 2, comma 36, della L. 92/2012, con effetto sui periodi contributivi a decorrere dal 1° gennaio 2013, ha disposto un contributo addizionale per il finanziamento dell'ASPI pari all'1,31% della retribuzione imponibile, posto a carico dei datori di lavoro per gli apprendisti artigiani e non artigiani.

Infine, si conferma che il numero complessivo di apprendisti che un datore di lavoro può assumere con contratto di apprendistato, direttamente o indirettamente per il tramite di agenzie di somministrazione, non possa superare rapporto di 3 a 2 (come specificato dall’articolo 1, comma 16, della L. 92/2012) in luogo del precedente rapporto di 1 a 1 (100%), delle maestranze specializzate e qualificate in servizio presso il datore di lavoro stesso. Tale rapporto si applica esclusivamente ai datori di lavoro che occupano fino a 10 dipendenti. Specifiche disposizioni inoltre sono previste per i datori alle cui dipendenze non ci siano lavoratori qualificati o specializzati, e per le imprese artigiane (comma 3).

Inoltre, è in ogni caso esclusa la possibilità di assumere in somministrazione apprendisti con contratto di somministrazione a tempo determinato. Infine, una particolare clausola prevede che nel caso in cui il datore di lavoro non abbia alle proprie dipendenze lavoratori qualificati o specializzati, o che comunque ne abbia in numero inferiore a 3, possa assumere apprendisti in numero non superiore a 3. Le richiamate disposizioni non si applicano alle imprese artigiane (per le quali trovano applicazione le disposizioni di cui all'articolo 4 della legge 443/1985).

E’ stata inoltre introdotta (nuovo comma 3-bis dell’articolo 2, aggiunto dall’articolo 1, comma 16, della L. 92/2012) la previsione che, per i datori di lavoro che occupino almeno 10 dipendenti, l'assunzione di nuovi apprendisti sia subordinata alla prosecuzione del rapporto di lavoro, al termine del periodo di apprendistato, nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione, di almeno il 50% degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro (la percentuale è tuttavia stabilita al 30 % nei primi 36 mesi successivi all'entrata in vigore della legge). Dal computo della percentuale sono esclusi i rapporti cessati per recesso durante il periodo di prova, per dimissioni o per licenziamento per giusta causa. Qualora non sia rispettata la predetta percentuale, è consentita l’assunzione di un ulteriore apprendista rispetto a quelli già confermati, ovvero di un apprendista in caso di totale mancata conferma degli apprendisti pregressi. Gli apprendisti assunti in violazione dei suddetti limiti sono considerati lavoratori subordinati a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione del rapporto. Tali disposizioni non si applicano nei confronti dei datori di lavoro che occupano alle loro dipendenze un numero di lavoratori inferiore a 10 unità (comma 3-ter).

L’articolo 3 disciplina l’apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale. Tale contratto è inteso alla stregua di un titolo di studio del secondo ciclo di istruzione e formazione (così come definito dal D.Lgs. 226/2005), la cui regolamentazione dei profili formativi è rimessa alle Regioni e alle province autonome di Trento e Bolzano, previo accordo in Conferenza Stato-Regioni (comma 2). Possono essere assunti con tale contratto i soggetti con un età compresa tra 15 e 25 anni. La durata massima del contratto è di 3 anni, elevabili a 4 nel caso di diploma quadriennale regionale (comma 1).

La regolamentazione dei profili formativi di tale istituto è rimessa alle regioni e alle province autonome di Trento e Bolzano, previo accordo in Conferenza Stato-Regioni secondo specifici criteri e principi direttivi (definizione della qualifica o diploma professionale; previsione di un monte ore di formazione, esterna od interna alla azienda, congruo al conseguimento della qualifica o del diploma professionale; rinvio ai contratti collettivi di lavoro stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale per la determinazione delle modalità di erogazione della formazione aziendale nel rispetto degli standard generali fissati dalle regioni). Con l’Accordo Stato-Regioni del 15 marzo 2012, sono state attuate le richiamate disposizioni.

L’articolo 4 disciplina l’apprendistato professionalizzante (o contratto di mestiere). Tale istituto si applica ai settori di attività pubblici e privati (comma 1). Possono essere assunti con tale contratto i soggetti di età compresa tra i 18 e i 29 anni (a partire dai 17 anni per i soggetti in possesso di una qualifica professionale). La durata e le modalità di erogazione della formazione per l'acquisizione delle competenze tecnico-professionali e specialistiche sono stabiliti dagli accordi interconfederali e i contratti collettivi, in ragione dell'età dell'apprendista e del tipo di qualificazione contrattuale da conseguire, nonché in funzione dei profili professionali stabiliti nei sistemi di classificazione e inquadramento del personale. Agli stessi accordi e contratti è rimandata la durata, anche minima, del contratto che, per la sua componente formativa, non può comunque essere superiore a 3 anni (5 anni per le figure professionali dell'artigianato individuate dalla contrattazione collettiva di riferimento) (comma 2). E’ inoltre prevista l’integrazione della formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda, da parte della offerta formativa pubblica (comma 3), nonché la possibilità, per le Regioni e i sindacati dei datori di lavoro, di definire le modalità per il riconoscimento della qualifica di maestro artigiano o di mestiere (comma 4). Infine, sono previste specifiche modalità di svolgimento dell’apprendistato per le lavorazioni in cicli stagionali (comma 5).

L’articolo 5 disciplina l’apprendistato di alta formazione e ricerca. Possono essere assunti (comma 1) in tutti i settori di attività, pubblici o privati, con tale contratto (compresi i dottorati di ricerca, per la specializzazione tecnica superiore di cui all'articolo 69 della L. 144/1999, con particolare riferimento ai diplomi relativi ai percorsi di specializzazione tecnologica degli istituti tecnici superiori di nonché il praticantato per l'accesso alle professioni ordinistiche o per esperienze professionali) i soggetti di età compresa tra i 18 ed i 29 anni (a partire dai 17 anni per i soggetti in possesso di una qualifica professionale). La regolamentazione e la durata dell’istituto sono rimesse alle Regioni e, per i soli profili che attengono alla formazione, in accordo anche con altre istituzioni di ricerca (comma 2). In assenza di regolamentazioni regionali l'attivazione dell'istituto è rimessa ad apposite convenzioni stipulate dai singoli datori di lavoro o dalle loro associazioni con le Università, gli istituti tecnici e professionali e le istituzioni formative o di ricerca, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica (comma 3).

L’articolo 6 disciplina le procedure di definizione degli standard formativi e professionali. In particolare, tali standard sono definiti mediante un apposito decreto interministeriale da emanare entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del provvedimento, nel rispetto delle competenze delle Regioni e delle Province autonome e di quanto stabilito nella richiamata intesa Stato-regioni del 17 febbraio 2010. Gli standard professionali sono definiti nei contratti collettivi nazionali di categoria o, in mancanza, attraverso intese specifiche da sottoscrivere a livello nazionale o interconfederale. Viene altresì specificato che ai fini della verifica dei percorsi formativi in apprendistato professionalizzante e in apprendistato di ricerca, i profili di riferimento debbano essere legati a quelli definiti nei contratti collettivi (commi 1 e 2). Al fine di armonizzare le diverse qualifiche professionali acquisite, inoltre, si prevede che il repertorio delle professioni (già istituito) presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, sia predisposto sulla base dei sistemi di classificazione del personale previsti nei contratti collettivi di lavoro e (in coerenza con quanto previsto nella richiamata intesa del 17 febbraio 2010) da un apposito organismo tecnico, composto dal MIUR, dai sindacati comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e dai rappresentanti della Conferenza Stato-Regioni (comma 3). Infine, si stabilisce che la certificazione delle competenze acquisite dall’apprendista venga effettuata secondo specifiche modalità definite dalle Regioni e dalle Province autonome (comma 4). Con l’ Accordo della Conferenza Stato-Regioni del 19 aprile 2012, recepito con il D.M. 26 settembre 2012, è stato definito un sistema nazionale di certificazione delle competenze acquisite in apprendistato.

L’articolo 7 detta una serie di disposizioni finali.

In primo luogo, è presente un apposito apparato ispettivo e sanzionatorio (commi 1 e 2), operante in caso di inadempimento nella erogazione della formazione di cui sia esclusivamente responsabile il datore di lavoro e che sia tale da impedire la realizzazione delle finalità di cui ai precedenti articoli 3, 4 e 5. In tali casi il datore di lavoro è tenuto a versare la differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta con riferimento al livello di inquadramento contrattuale superiore che sarebbe stato raggiunto dal lavoratore al termine del periodo di apprendistato, maggiorata del 100%, con esclusione di qualsiasi altra sanzione per omessa contribuzione. Ulteriori disposizioni concernono gli inadempimenti nella erogazione della formazione prevista nel piano formativo individuale e le violazioni delle disposizioni contrattuali collettive attuative di determinati principi di cui all'articolo 2, comma 1.

Tranne specifiche eccezioni, i lavoratori assunti con contratto di apprendistato sono esclusi dal computo dei limiti numerici previsti da leggi e contratti collettivi per l'applicazione di particolari normative e istituti (comma 3).

Si dispone inoltre la possibilità di assumere come apprendisti i lavoratori in mobilità (comma 4). Per tali soggetti trovano applicazione le disposizioni in materia di licenziamenti individuali (di cui alla L. 604/1966), nonché il regime contributivo agevolato di cui all’articolo 25, comma 9, della L. 223/1991 (aliquota contributiva agevolata del 10% per i primi 18 mesi) e l’incentivo di cui all’articolo 8, comma 4, della stessa L. 223/1991 (concessione di un contributo mensile, a favore del datore di lavoro che assume a tempo pieno e indeterminato i lavoratori iscritti nella lista di mobilità, pari al 50% dell’indennità di mobilità che sarebbe stata corrisposta al lavoratore).

 

Tirocini formativi e di orientamento

I commi da 5-bis a 7 riguardano i tirocini formativi e di orientamento.

Il comma 5-bis dell’articolo 2, introdotto durante l’esame presso il Senato, dispone l’istituzione di un Fondo straordinario, limitato all’anno finanziario 2014, con una dotazione pari ad 1 milione di euro, nello stato di previsione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Il Fondo, denominato “Fondo mille giovani per la cultura”, è destinato alla promozione di tirocini formativi e di orientamento nei settori delle attività e dei servizi per la cultura, rivolti a soggetti fino a 29 anni di età.

La finalità dell’istituzione del Fondo è individuata nel sostegno al settore dei beni culturali.

I criteri e le modalità per l’accesso al Fondo sono definiti con decreto del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro della pubblica amministrazione e semplificazione, da emanare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto.

Più ampiamente sui tirocini formativi e di orientamento, con specifico riferimento a quelli curriculari, si veda la scheda di commento ai commi 10-14 dell’art. 2.

Il comma 5-ter stabilisce che per i tirocini formativi e di orientamento di cui alle linee guida definite con l’Accordo del 24 gennaio 2013 in sede di Conferenza Stato-Regioni, i datori di lavoro pubblici e privati con sedi in più Regioni possano fare riferimento alla sola normativa della Regione dove è ubicata la sede legale e possono altresì accentrare le comunicazioni di cui all'articolo 1, commi 1180-1185, della L. 296/2006, nel servizio informatico dove è ubicata la sede legale.

 

Con l’Accordo del 24 gennaio 2013 sono state approvate le linee guida in materia di tirocini, in attuazione del'articolo 1, commi 34-36 della legge di riforma del mercato del lavoro (L. 92/2012). In particolare, l’Accordo ha lo scopo di fornire standard minimi di riferimento, uniformando così l’accesso all'istituto su tutto il territorio nazionale, a prescindere dalle peculiarità dei contesti regionali. Sostanzialmente le linee guida intervengono su alcuni parametri caratteristici dei tirocini, quali la durata, l'indennità da corrispondere al tirocinante (stabilita in un minimo di 300 euro mensili), il regime sanzionatorio in caso di abuso dello strumento o inadempienza da parte dei soggetti ospitanti. L’Accordo dispone altresì l’obbligo per le Regioni, entro 6 mesi dalla sua approvazione, del recepimento nelle rispettive normative, dei principi e degli standard minimi individuati nelle Linee guida.

 

I commi 1180-1185 dell’articolo 1 della L. 296/2006 hanno recato modifiche ad alcuni aspetti della disciplina relativa alle comunicazioni agli uffici competenti relative al rapporto di lavoro. Tra gli elementi principali, si ricorda in primo luogo, l’estensione a tutti i datori di lavoro dell’obbligo della comunicazione preventiva dell’assunzione dei lavoratori, introdotta precedentemente per il solo settore dell’edilizia, previsione volta evidentemente a contrastare pratiche elusive da parte delle imprese, rafforzando i poteri degli organi accertativi sul piano probatorio. Inoltre, per quanto attiene alle comunicazioni da inviare da parte del datore di lavoro ai servizi competenti nel caso di variazione del rapporto di lavoro, è stato disposto che tali comunicazioni siano obbligatorie anche nel caso di trasferimento o distacco del lavoratore, modifica della ragione sociale, trasferimento d’azienda. Infine, sono stati semplificati gli adempimenti del datore di lavoro connessi alle comunicazioni relative all’instaurazione, trasformazione e cessazione del rapporto di lavoro.

 

Il comma 6 prevede, in via sperimentale per il triennio 2013-2015, l’erogazione dell’indennità di partecipazione prevista dall’Accordo[6] del 24 gennaio 2013 ai tirocinanti che effettuino tirocini formativi e di orientamento nelle Pubbliche Amministrazioni, allo scopo istituendo un apposito fondo presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali con dotazione di 2 milioni di euro annui per ciascuno degli anni in precedenza individuati. Tale fondo comunque opera per le ipotesi in cui si possa, per comprovate ragioni, far fronte al relativo onere attingendo ai fondi già destinati alle esigenze formative delle amministrazioni interessate.

Le modalità attuative delle disposizioni richiamate sono adottate con uno specifico D.P.C.M., su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione in esame (comma 7).

 

Gli interventi straordinari previsti dai precedenti commi, ai sensi del comma 8 sono oggetto di monitoraggio ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della L. 92/2012. A tal fine, entro il 31 dicembre 2015, si provvede ad effettuare una specifica valutazione ai sensi di cui al comma 3, terzo periodo del medesimo articolo 1.

Il richiamato articolo 1, comma 2, della L. 92/2012 ha istituito (senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica) un sistema permanente di monitoraggio e valutazione, basato su dati forniti dall'ISTAT e da altri soggetti del Sistema statistico nazionale (Sistan), volto a verificare lo stato di attuazione degli interventi e a valutarne gli effetti sull’efficienza del mercato del lavoro, sull’occupabilità dei cittadini e sulle modalità di entrata e di uscita nell’impiego. Al sistema concorrono altresì le parti sociali attraverso la partecipazione delle organizzazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale dei datori di lavoro e dei lavoratori.

Dagli esiti del monitoraggio e valutazione ai sensi dell’articolo 1, comma 3, terzo periodo, della stessa L. 92, vengono desunti elementi per l'implementazione ovvero per eventuali correzioni delle misure e degli interventi introdotti dalla presente legge, anche alla luce dell'evoluzione del quadro macroeconomico, degli andamenti produttivi, delle dinamiche del mercato del lavoro e, più in generale, di quelle sociali.

 

Nel corso dell’esame al Senato sono stati soppressi i commi 4 e 5.

Più precisamente, con il comma 4 si individuava il quadro normativo di riferimento (articolo 18 della L. 196/1997 ed il D.M. 25 marzo 1998, n. 142) per l’applicazione, fino al 31 dicembre 2015, dei tirocini formativi e di orientamento nelle regioni e province autonome che non abbiano adottato specifiche regolamentazioni in materia, con una durata massima pari a quella stabilita dall’articolo 7 del D.M. 142/1998, prorogabile di un mese[7]. Tale disciplina trovava applicazione, sempre per lo stesso periodo transitorio, anche per i tirocini nelle Pubbliche Amministrazioni (comma 5), le quali dovevano provvedere alla corresponsione dei rimborsi spese ivi previsti, all’uopo riducendo gli stanziamenti di bilancio destinati alle spese per incarichi e consulenze come determinati ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa[8].

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Come risulta dai dati statistici, nei Paesi che dispongono di efficaci sistemi di istruzione e formazione professionale (IFP) quali la Germania, la Danimarca, i Paesi Bassi e l'Austria (sistema di formazione duale - istruzione/imprese), il tasso di disoccupazione giovanile è spesso più basso. Ciò è confermato dalla Commissione nell’ultimo esame trimestrale sull'occupazione e sulla situazione sociale nell'UE[9] da cui emerge che l’apprendistato e i tirocini sono spesso propedeutici alla conclusione di un contratto a tempo indeterminato.

In particolare, in Paesi come la Germania e l’Austria, l’alto numero di contratti temporanei di giovani, legato al circuito di istruzione e formazione, riflette la solidità dei rispettivi sistemi di apprendistato. Al contrario, in Paesi caratterizzati da un alto tasso di disoccupazione giovanile, come Polonia e Spagna, i contratti di lavoro dei giovani sono temporanei ma non perché inseriti in un percorso formativo, ma perché tale tipologia di contratto è l’unica offerta dalle imprese; inoltre, la durata dei contratti è, in media, più breve di quella dei contratti temporanei inseriti in un percorso formativo. Ad avviso della Commissione, ciò suggerisce che il ruolo dei contratti a tempo determinato sul mercato del lavoro potrebbe essere cruciale per le probabilità di transizione dei giovani verso un lavoro più sicuro.

La tabella che segue evidenzia l’andamento del PIL in Germania e in Spagna nel periodo 2000-2012 e l’andamento dell’occupazione dei soggetti tra i 15 e i 24 anni di età nel medesimo periodo di riferimento:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte: Eurostat

La tabella successiva mostra le differenti cause alla base dei contratti temporanei stipulati da soggetti tra i 15 e i 24 anni di età in Germania e in Spagna nel 2007e nel 2012:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte: Eurostat

 

L’esame dell’andamento del mercato del lavoro giovanile in altri Paesi dell’UE (tra cui, Austria, Danimarca, Francia e Italia) conferma l’importanza del ruolo dei contratti a tempo determinato nell’ambito di uno schema di istruzione/formazione, quale passaggio verso un rapporto di lavoro stabile. In particolare, l’Italia, insieme alla Polonia, ha mostrato una stretta connessione tra l’inasprirsi della crisi economica e l’accentuazione della elasticità del tasso di occupazione giovanile.

La tabella che segue evidenzia per l’Italia, nel periodo 2000-2012, l’andamento del PIL e quello dell’occupazione dei soggetti tra i 15 e i 24 anni e dei soggetti tra i 15 e i 64 anni:

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte: Eurostat

 

 

La tabella che segue mostra la composizione delle ragioni sottostanti la conclusione di contratti a tempo determinato per i giovani di fascia 15-24 anni, con riferimento a Danimarca, Francia, Italia, Austria, Polonia, Gran Bretagna e Svizzera nel 2007:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Fonte: Eurostat

Da tali premesse emerge che i Paesi caratterizzati da sistemi di formazione duale, dove sono in apprendistato alte percentuali di giovani (Austria, Danimarca, Germania e Svizzera), tendono ad avere risultati più favorevoli per i giovani in termini di occupazione stabile. Tale transizione dalla scuola al lavoro invece non si riscontra in Paesi, come l’Italia e la Spagna, nei quali il sistema di formazione è debole. Ciò è particolarmente importante, in quanto le esperienze lunghe di disoccupazione al momento dell'ingresso della forza lavoro possono avere effetti negativi persistenti sulle probabilità di occupazione e sul livello dei salari.

 

Uno degli strumenti per contrastare il fenomeno della disoccupazione giovanile è stato identificato dalla Commissione europea nell’apprendistato. Infatti, lo scorso 2 luglio 2013, ha inaugurato l’Alleanza europea per l’apprendistato, inserito nel quadro della iniziativa “Ripensare l’istruzione (COM(2012)669), su cui il Consiglio dell’Unione europea ha adottato conclusioni il 16 maggio 2013 (2013/C 168/02) e del Pacchetto sull’occupazione giovanile[10]. Si ricorda che, nelle sue conclusioni del 27-28 giugno 2013, il Consiglio europeo ha fatto riferimento proprio alla promozione di apprendistati di alta qualità e dell’apprendimento basato sul lavoro grazie, segnatamente, all’Alleanza europea per l’apprendistato quale fattore chiave a sostegno dell’occupazione giovanile.

Ad avviso della Commissione, l’Alleanza costituisce uno strumento per contrastare la disoccupazione giovanile, migliorando la qualità della formazione professionale e l'offerta di contratti di apprendistato in tutta l’UE, grazie al partenariato tra i principali attori del mondo del lavoro e del settore dell'istruzione.

L’Alleanza sosterrà riforme nazionali volte a sviluppare e rafforzare i programmi di apprendistato. I soggetti coinvolti, oltre alla Commissione, sono autorità pubbliche, imprese, sindacati, camere di commercio, centri di istruzione e formazione professionale, rappresentanti delle organizzazioni giovanili e servizi per l’occupazione.

Per favorire il dispiegamento pieno degli effetti dell’Alleanza, la Commissione si è impegnata a:

-    a promuovere l’apprendimento/la valutazione tra pari per sostenere le riforme politiche negli Stati membri, in particolare quelle che prevedono raccomandazioni specifiche per paese connesse con l'IFP;

-    a garantire un utilizzo ottimale dei fondi dell’Unione europea per conseguire gli obiettivi dell’Alleanza (sostegno alla formazione a livello di sistema, definizione dei contenuti didattici e mobilità di apprendisti e personale). In particolare, le misure promosse dall’Alleanza saranno finanziate dal Fondo sociale europeo, dall'iniziativa a favore dell’occupazione giovanile (COM(2013)144), discusso dal Consiglio il 20 giugno 2013, e dal programma Erasmus+, il nuovo programma dell’UE per l’istruzione, la formazione e la gioventù;

-    a considerare l’inclusione dell'apprendistato nella rete EURES, in stretta cooperazione con le parti interessate;

-    a invitare Eurochambres e altre parti interessate ad impegnarsi per misure che contribuiscano al conseguimento dei previsti risultati dell’Alleanza.

 

Con riferimento ai tirocini, altro aspetto della formazione lavorativa dei giovani, la Commissione ha presentato, nell’ambito del Pacchetto per fronteggiare la disoccupazione giovanile, la comunicazioneVerso un quadro di qualità per i tirocini” (COM(2012)728), la cui adozione entro il 2014 è auspicata dal Consiglio del 27 e 28 giugno 2013.

La Commissione europea aveva già avviato una consultazione sulle principali problematiche connesse ai tirocini nell’ambito delle iniziative avviate con la presentazione del pacchetto per l’occupazione del 18 aprile 2012. Con questa ulteriore consultazione la Commissione intende acquisire l’avviso delle parti sociali sulla possibilità di sottoporre una eventuale proposta di raccomandazione del Consiglio agli Stati membri dell’UE volta ad instaurare una cornice di qualità per i tirocini in Europa che dovrebbe contenere i seguenti elementi: il contratto di tirocinio; trasparenza ed informazione; durata, contenuto ed obiettivi del tirocinio; disposizioni per la protezione sociale (assicurazione malattia ed incidenti sul luogo di lavoro); remunerazione ed altre forme di compensazione. Opzioni ulteriori ed alternative rispetto alla raccomandazione del Consiglio potrebbero essere la creazione di un marchio di qualità per i tirocini oppure un sito internet per l’informazione sui differenti tirocini disponibili negli Stati membri dell’UE.

 

Si ricorda, infine, che il potenziamento dell’istruzione professionalizzante e della formazione professionale è tra le raccomandazioni del Consiglio formulate il 29 maggio 2013 sul programma nazionale di riforma 2013 dell’Italia e sul programma di stabilità dell’Italia 2012-2017 (COM(2013)362).


 

Articolo 2, comma 9
(Periodo di utilizzo del credito d’imposta per nuove assunzioni)

Il comma 9 amplia il periodo di utilizzo del credito d'imposta maturato in base al pregresso istituto del credito d'imposta per nuove assunzioni a tempo indeterminato nel Mezzogiorno (di cui all'articolo 2 del D.L. 70/2011). Più specificamente, il credito è utilizzabile (sempre secondo il regime della compensazione, di cui all'articolo 17 del D.Lgs. 241/1997) entro il 15 maggio 2015, anziché entro il periodo di due anni dalla data di assunzione.

 

L’articolo 2 del D.L. n. 70 del 2011 ha previsto un credito d’imposta in favore del datore di lavoro per ogni lavoratore, "svantaggiato" o "molto svantaggiato", assunto nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna e Sicilia), con contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato e ad incremento dell'organico, nei dodici mesi successivi all’entrata in vigore del decreto.

Ai sensi dei numeri 18 e 19 dell'articolo 2 del Regolamento (CE) n. 800 del 2008 della Commissione del 6 agosto 2008, per lavoratori svantaggiati si intendono lavoratori privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, ovvero privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, ovvero che abbiano superato i 50 anni di età, ovvero che vivano soli con una o più persone a carico, ovvero occupati in professioni o settori con elevato tasso di disparità uomo-donna - ivi definito - ovvero membri di una minoranza nazionale con caratteristiche ivi definite; per lavoratori molto svantaggiati, si intendono i lavoratori privi di lavoro da almeno 24 mesi.

Successivamente l’articolo 59 del D.L. n. 5 del 2012 ha prorogato al 14 maggio 2013 il termine per effettuare l’assunzione e beneficiare dell’agevolazione fiscale del credito d’imposta per nuovo lavoro stabile nel Mezzogiorno. Lo stesso articolo 59 ha disposto la riduzione da tre a due anni – rispetto alla data di assunzione – del periodo entro cui l’imprenditore può portare in compensazione il credito nella dichiarazione dei redditi.

In attuazione dell’articolo 2 del D.L. n. 70 del 2011 è stato emanato il D.M. del 24 maggio 2012, nonché la circolare dell’Agenzia delle entrate del 14 settembre 2012.

 

Per fruire del credito d'imposta, i soggetti interessati sono tenuti a inoltrare apposita istanza alle Regioni interessate secondo le modalità, i criteri e i termini specificati nel decreto attuativo. In particolare l’articolo 9 del decreto ministeriale indica le risorse finanziarie (142 milioni) destinate, nell'ambito dei Programmi Operativi Regionali del Fondo sociale europeo (FSE) 2007-2013, al credito di imposta nella seguente misura:


 

Abruzzo

4

Molise

1

Basilicata

2

Campania

20

Calabria

20

Puglia

10

Sicilia

65

Sardegna

20

TOTALE

142

 

Come disposto dall’articolo 2, comma 9, del D.L. n. 70 del 2011 le risorse per il finanziamento degli interventi sarebbero state individuate nell’ambito delle risorse dei fondi strutturali, sia comunitari che di cofinanziamento nazionale.

 

Con l’adozione del Piano di Azione Coesione (PAC) sono stati destinati inizialmente 142 milioni al credito di imposta per assunzioni, cui si sono aggiunti, con la terza riprogrammazione del PAC alla fine del 2012, ulteriori 165 milioni, che sono stati così destinati:

 

Regione

Con riduzione tasso di cofinanziamento nazionale

Con riprogrammazione nei programmi operativi

Totale

Calabria

25

15

40

Campania

50

50

100

Puglia

0

15

15

Sicilia

10

0

10

TOTALE

85

80

165

 


 

Articolo 2, commi 10-14
(Promozione alternanza studio-lavoro per gli studenti universitari e tirocini formativi per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado)

I commi da 10 a 13 dell’art. 2 dispongono in materia di sostegno dei tirocini curriculari svolti da studenti iscritti ai corsi di laurea di università statali nell’a.a. 2013-2014, a tal fine disponendo un’autorizzazione di spesa di 3 milioni di euro per il 2013 e di 7,6 milioni di euro per il 2014. Lo scopo è quello di promuovere l’alternanza fra studio e lavoro.

 

In particolare, il comma 10 reca l’autorizzazione di spesa, nei termini sopra indicati, per il sostegno delle attività di tirocinio curriculare da parte degli studenti iscritti ai corsi di laurea (delle sole università statali, come chiarito dal comma 11) nell’a.a. 2013-2014.

 

E’ opportuno rilevare, preliminarmente, che, a fronte del riferimento agli “studenti iscritti ai corsi di laurea”, previsto dal comma 10, sia la relazione illustrativa che la relazione tecnica all’A.S. 890 fanno riferimento agli “studenti universitari”.

 

Al riguardo si ricorda che, a seguito dell'art. 17, co. 95, della L. 127/1997, con DM 509/1999 è stato introdotto nell’ordinamento il c.d. “modello 3+2”, in base al quale le università rilasciano titoli di primo e di secondo livello, ossia laurea e laurea specialistica. In seguito, il DM 270/2004 ha sostituito la denominazione di laurea specialistica con quella di laurea magistrale e, all’art. 6, co. 3, ha previsto la possibilità di ammissione (diretta) ad un corso di laurea magistrale (a ciclo unico) con il possesso del diploma di scuola secondaria superiore, per i corsi regolati da normative dell'UE che non prevedano, per i medesimi, titoli universitari di primo livello, ovvero per i corsi di studio finalizzati all'accesso alle professioni legali.

 

Appare pertanto opportuno chiarire se si intenda effettivamente limitare il sostegno ai soli tirocini svolti dagli studenti dei corsi di laurea, e non anche a quelli effettuati dagli studenti dei corsi di laurea magistrale o dei corsi di laurea magistrale a ciclo unico, nonché dagli studenti iscritti a master e a corsi di dottorato, ai quali ultimi, come si vedrà infra, fanno riferimento alcune note del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

 

Relativamente alla disciplina dei tirocini, si ricorda preliminarmente, che, come evidenziato nella sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 2005, tale ambito appartiene alla competenza normativa delle regioni e che, pertanto, la normativa nazionale trova applicazione solo in assenza di una specifica disciplina a livello regionale (cfr. direttiva del Ministro per la funzione pubblica n. 2 del 1° agosto 2005).

 

I cosiddetti “tirocini curricolari costituiscono una delle tipologie di tirocini formativi e di orientamento disciplinati dall’art. 18 della L. 196/1997 e dal D.I. 25 marzo 1998, n. 142, i quali sono finalizzati alla realizzazione di momenti di alternanza tra studio e lavoro e ad agevolare le scelte professionali mediante la conoscenza diretta del mondo del lavoro, a favore di soggetti che abbiano già assolto l'obbligo scolastico.

In particolare, a seguito dell’art. 11 del D.L. 138/2011 (L. 148/2011) – che aveva disposto in materia di tirocini formativi e di orientamento "non curriculari" e che poi è stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con sentenza n. 287/2012 – , il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, con circolare n. 24 del 12 settembre 2011, richiamando la nota prot. n. 13/Segr./0004746 del 14 febbraio 2007 (in materia di comunicazioni obbligatorie nella instaurazione, trasformazione e cessazione dei rapporti di lavoro), ha fatto presente che “per tirocini curriculari devono intendersi i tirocini formativi e di orientamento inclusi nei piani di studio delle Università e degli istituti scolastici sulla base di norme regolamentari ovvero altre esperienze previste all’interno di un percorso formale di istruzione o di formazione, la cui finalità non sia direttamente quella di favorire l’inserimento lavorativo, bensì quella di affinare il processo di apprendimento e di formazione con una modalità di cosiddetta alternanza”. Ciò si sostanzia allorché si verifichino le seguenti condizioni:

1.   promozione di un tirocinio da parte di una università abilitata al rilascio di titoli accademici, di una istituzione scolastica che rilasci titoli di studio aventi valore legale, di un centro di formazione professionale operante in regime di convenzione con la Regione o la Provincia o accreditato;

2.   destinatari della iniziativa siano studenti universitari (compresi gli iscritti ai master universitari e ai corsi di dottorato), studenti di scuola secondaria superiore, allievi di istituti professionali e di corsi di formazione iscritti al corso di studio e di formazione nel cui ambito il tirocinio è promosso;

3.   svolgimento del tirocinio all’interno del periodo di frequenza del corso di studi o del corso di formazione anche se non direttamente in funzione del riconoscimento di crediti formativi.

 

I tirocini curriculari sono disciplinati dai regolamenti di Ateneo o degli Istituti di formazione, che regolano gli aspetti relativi alle convenzioni con le aziende, alla promozione dei tirocini e al loro riconoscimento formativo. Laddove i regolamenti non contengono una disciplina esaustiva, ovvero operano richiami espressi, ci si riferisce alla normativa regionale e statale, fermo restando, in ogni caso, il rispetto dei principi, del quadro generale e delle specifiche tutele inderogabili del tirocinante previsti dalle suddette norme (convenzione di tirocinio, progetto formativo, tutor del soggetto ospitante, tutor del soggetto promotore, assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e per la responsabilità civile verso terzi) (cfr. Ministero del lavoro e delle politiche sociali, portale Cliclavoro, voce Tirocini formativi e di orientamento).

 

Il comma 11 dispone che con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, sentita la Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI), - che doveva essere adottato entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto - sono stabiliti criteri e modalità per la ripartizione “su base premiale” delle risorse tra le (sole) università statali che attivano tirocini di durata minima pari a 3 mesi con enti pubblici o privati.

La relazione illustrativa all’A.S. 890, inoltre, fa riferimento alla firma di un accordo specifico con il MIUR, al quale non si fa cenno nel testo del comma.

 

Si tratta di un aspetto da chiarire. Occorre, altresì, valutare l’opportunità di chiarire già nella norma primaria il riferimento alla ripartizione delle risorse “su base premiale”.

 

Relativamente al termine indicato per l’emanazione del decreto ministeriale di ripartizione delle risorse – comunque antecedente alla data di conversione in legge del decreto-legge – si segnala che lo stesso è già spirato.

 

Con riferimento alla citazione della CRUI, si ricorda che la lettera circolare dei Presidenti di Camera e Senato e del Presidente del Consiglio del 20 aprile 2001 sulle regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi, raccomanda che la prima citazione di un ente o di un organo in un testo legislativo sia fatta per esteso, indicando la sigla fra parentesi.

 

I commi 12 e 13 dispongono che le università attribuiscono le risorse loro assegnate, fino ad esaurimento delle stesse, agli studenti, per un importo massimo mensile destinato a ciascuno studente di 200 euro, quale cofinanziamento, nella misura del 50%, in aggiunta al rimborso spese corrisposto dal soggetto, pubblico o privato, presso il quale il tirocinio si svolge. In base alla modifica al comma 13 apportata dal Senato, limitatamente ai tirocini svolti all’estero presso soggetti pubblici, l’importo può essere corrisposto in forma di benefici o facilitazioni non monetari.

La relazione tecnica all’A.S. 890 evidenzia, al riguardo, che l’obiettivo dell’intervento non è l’attribuzione obbligatoria di un riconoscimento economico alle attività di tirocinio curriculare, il cui onere è definito insostenibile, bensì quello di incentivare tali attività, e stima che la somma stanziata può consentire il cofinanziamento di tirocini per circa 10.000 studenti, numero che, tuttavia, può variare in funzione dell’entità del cofinanziamento stesso e della durata del tirocinio.

 

Le risorse sono assegnate sulla base di graduatorie formate secondo criteri inerenti la “regolarità del percorso di studi”, la votazione media degli esami sostenuti, le condizioni economiche dello studente, da individuare sulla base dell’Indicatore della situazione economica equivalente (ISEE). E’, inoltre, accordata priorità agli studenti che hanno concluso gli esami del corso di laurea.

 

Con riferimento alla “regolarità del percorso di studi”, si ricorda che l’art. 8 del D.M. 270/2004 stabilisce che per ogni corso di studio è definita “di norma” una durata in anni proporzionale al numero di crediti formativi universitari, tenendo conto che ad un anno corrispondono 60 crediti.

Il co. 2 del medesimo articolo fissa la durata normale dei corsi di laurea in tre anni (180 crediti) e la durata normale dei corsi di laurea magistrale in ulteriori due anni dopo la laurea (ulteriori 120 crediti).

Con riferimento ai corsi di laurea magistrale a ciclo unico, il D.M. 16 marzo 2007 ricorda che essi hanno durata normale di 5 o 6 anni (art. 4, co. 3).

Si segnala che il comma 11 fa riferimento ad “enti pubblici o privati” (lasciando, dunque, intendere che ci si riferisca, anche nel caso dei privati, ad enti, dunque a persone giuridiche), mentre il comma 13 prevede che il rimborso spese possa essere corrisposto da un “soggetto pubblico o privato” (lasciando, dunque, intendere che ci si possa riferire anche a persone fisiche). Si valuti l’opportunità di un chiarimento.

 

La copertura degli oneri derivanti dalle disposizioni di cui ai commi da 10 a 13 è recata dall’art. 12. In particolare, quanto a 7,6 milioni di euro per l’anno 2014, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo per il finanziamento ordinario delle università (FFO) (art. 12, co. 1, lett. f)) (impropriamente definito, nell’art. 12, “Fondo per il funzionamento ordinario delle università”).

 

Il comma 14 dispone in materia di tirocini formativi da destinare agli studenti delle quarte classi delle scuole secondarie di secondo grado, con priorità per quelli degli istituti tecnici e degli istituti professionali, da realizzarsi, in orario extracurricolare, presso imprese, altre strutture produttive di beni e servizi o enti pubblici.

In particolare, il comma dispone in merito a piani di intervento, di durata triennale, finalizzati alla realizzazione dei suddetti tirocini formativi.

 

Le norme generali relative all’alternanza scuola-lavoro sono state definite dal d.lgs. 77/2005, in attuazione dell’art. 4 della L. 53/2003.

In particolare, l’alternanza scuola-lavoro è qualificata nel d.lgs. citato come modalità di realizzazione dei corsi del secondo ciclo, sia nel sistema dei licei, sia nel sistema dell'istruzione e della formazione professionale, per assicurare ai giovani l'acquisizione di competenze spendibili nel mercato del lavoro. Gli studenti che hanno compiuto il quindicesimo anno di età possono chiedere di realizzare gli studi anche alternando periodi di studio e di lavoro. Nell’ambito dell’orario complessivo annuale dei piani di studio, i periodi di apprendimento mediante esperienze di lavoro possono essere svolti anche in periodi diversi da quelli fissati dal calendario delle lezioni.

Le competenze così acquisite costituiscono crediti, sia ai fini della prosecuzione del percorso scolastico o formativo per il conseguimento del diploma o della qualifica, sia per gli eventuali passaggi tra i sistemi, compresa l’eventuale transizione nei percorsi di apprendistato.

I percorsi in alternanza sono progettati, attuati, verificati e valutati sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica e formativa, sulla base di convenzioni – a titolo gratuito – con imprese, camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, o con enti pubblici e privati, inclusi quelli del terzo settore.

Si ricorda, inoltre, che anche i recenti regolamenti di riorganizzazione del secondo ciclo di istruzione e formazione fanno riferimento all’alternanza scuola-lavoro, agli stage e ai tirocini (si vedano, in particolare: l’art. 5, co. 2, lett. e), del DPR 88/2010, relativo agli istituti tecnici; l’art. 5, co. 2, lett. d), del DPR 87/2010, relativo agli istituti professionali; l’art. 2, co. 7, del DPR 89/2010, relativo ai licei).

I criteri e le modalità di definizione dei piani di intervento, i requisiti per l’accesso ai suddetti tirocini da parte degli studenti – che devono fare riferimento a criteri che ne premino l’impegno e il merito – nonché i criteri per l’attribuzione agli stessi studenti di crediti formativi, sono fissati con decreto MIUR-MEF, da adottare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge.

Si dispone, infine, che dall’attuazione di tali disposizioni non devono derivare nuovi o maggior oneri per la finanza pubblica.

 

In relazione alla competenza normativa delle regioni in materia di tirocini (v. ante), occorre valutare l’opportunità di un coinvolgimento della Conferenza Stato-regioni ai fini dell’adozione del decreto.

In tal senso, si è espressa anche la 1a Commissione del Senato nel parere reso alle Commissioni 6a e 11a riunite il 9 luglio 2013.

 

Inoltre, con riferimento ai termini previsti, si evidenzia che il decreto interministeriale potrebbe risultare emanato prima della conversione in legge del decreto-legge e, dunque, senza tener conto delle modifiche eventualmente apportate nel corso dell’esame parlamentare.


 

Articolo 3, comma 1
(Misure urgenti per l’occupazione giovanile e contro la povertà nel Mezzogiorno – Carta per l’inclusione)

L’articolo 3, al comma 1, reca il finanziamento complessivo per 108 milioni nel 2013, 68 milioni nel 2014 e per 152 milioni nel 2015 di interventi nei territori del Mezzogiorno relativi all'autoimprenditorialità e all'autoimpiego, a progetti relativi all’infrastrutturazione sociale e alla valorizzazione di beni pubblici e a borse di tirocinio formativo, relativamente ai giovani residenti e/o domiciliati in tali regioni.

Le risorse complessive sono stanziate a valere sulla riprogrammazione delle risorse del Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche comunitarie, già destinate ai Programmi operativi 2007-2013 cioè della quota di cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali), nonché sulla rimodulazione delle risorse del medesimo Fondo di rotazione già destinate agli interventi del Piano di Azione Coesione. L'attivazione di tali risorse - subordinata, qualora occorra, al consenso della Commissione europea - si consegue mediante le procedure di cui al successivo articolo 4 cfr relativa scheda di lettura).

 

In particolare, sono destinate risorse:

a)  nel limite di 26 milioni per ciascuno degli anni 2013 e 2014 e di 28 milioni per il 2015, per le misure relative all'autoimprenditorialità e all'autoimpiego disciplinate dal D.Lgs. 21 aprile 2000, n. 185, da destinare ai giovani dei territori del Mezzogiorno.

Gli interventi normativi in materia di agevolazioni all’imprenditorialità giovanile sono stati riordinati in un quadro unitario e sistematico con il D.Lgs. 21 aprile 2000, n. 185. In particolare, con il citato decreto legislativo sono stati disciplinati i nuovi incentivi all’autoimprenditorialità e all’autoimpiego, che hanno sostituito, rispettivamente, le diverse forme di agevolazione all’imprenditorialità giovanile, disciplinate dal D.L. n. 26/1995, ed il prestito d’onore, disciplinato dal D.L. n. 510/1996.

Con il D.M. Tesoro 28 maggio 2001, n. 295 è stato adottato il regolamento di attuazione della disciplina in favore dell’autoimpiego con delibera CIPE n. 27 del 2003 sono stati aggiornati i criteri e le modalità di attuazione delle misure di autoimpiego), mentre le disposizioni relative ai criteri e alle modalità di concessione degli incentivi a favore dell’autoimprenditorialità sono state emanate con D.M. Economia 16 luglio 2004, n. 250.

Le misure dell'autoimprenditorialità costituiscono un complesso di incentivi, destinati prevalentemente ai giovani, ai fini della costituzione di imprese di piccola dimensione o ai fini di ampliamenti aziendali. Le misure relative all'autoimpiego rappresentano un complesso di incentivi, destinati prevalentemente ai soggetti privi di occupazione, ai fini della creazione di attività di lavoro autonomo o della costituzione di microimprese o della creazione di nuove iniziative di autoimpiego in forma di franchising.

Per quanto concerne l’ambito territoriale di applicazione delle misure, il D.Lgs. n. 185 del 2000 indica i territori ricompresi negli obiettivi 1 e 2 dei fondi strutturali comunitari periodo di programmazione 2000-2006). Con il ciclo di programmazione 2007-2013 l’operatività riguarda l’intero il territorio nazionale, in quanto i fondi strutturali interessano ora l’obiettivo Convergenza Calabria, Campania, Puglia e Sicilia e Basilicata, quest’ultima in regime di phasing out) e l’obiettivo Competitività restanti regioni, con la Sardegna in regime di phasing-in).

Per quanto riguarda il quadro finanziario le risorse per l'autoimprenditorialità e l'autoimpiego sono state finanziate dal CIPE in sede di ripartizione del Fondo per le aree sottoutilizzate, ora Fondo per lo sviluppo e la coesione. L’ultima assegnazione è stata disposta con la delibera n. 36 del 2012 nella misura di 60 milioni.

Si segnala che il secondo aggiornamento del Piano di Azione Coesione ha destinato 50 milioni in favore dell’autoimpiego e l’autoimprenditorialità.

b)  nel limite di 26 milioni per ciascuno degli anni 2013 e 2014 e di 28 milioni per il 2015 per l’azione del Piano di Azione Coesione rivolta alla promozione e realizzazione di progetti promossi da giovani e da soggetti delle categorie svantaggiate e, come inserito dal Senato, molto svantaggiate[11] per l’infrastrutturazione sociale e la valorizzazione di beni pubblici nel Mezzogiorno, con particolare riferimento, come specificato dal Senato, ai beni immobili confiscati ai sensi della legislazione antimafia, indicati all'articolo 48, comma 3, del D.Lgs. n. 159 del 2011;

Si tratta dell’azione ricompresa nel secondo aggiornamento del Piano di Azione Coesione, nell’ambito degli interventi per i giovani scheda 2.2), che prevede l’attuazione di progetti, di enti ed organizzazioni del privato sociale per l’infrastrutturazione e l’inclusione sociale, anche in forma di servizi collettivi, finalizzate alla diffusione della cultura e delle condizioni di legalità, al rispetto dell’obbligo scolastico, al sostegno ed all’assistenza alle fasce deboli, alla valorizzazione ed alla fruizione dei beni pubblici, in particolare di quello del patrimonio culturale, nelle Regioni dell’obiettivo Convergenza. L’intervento sarà attuato attraverso un bando di gara per la promozione, il sostegno e il finanziamento di iniziative promosse e attuate da enti e organizzazioni del Terzo Settore associazioni, cooperative sociali, organizzazioni di volontariato, enti senza scopo di lucro che prevedano una adeguata partecipazione di giovani fino a 35 anni e/o di soggetti svantaggiati) per la realizzazione di progetti volti all’infrastrutturazione sociale, all’offerta di servizi collettivi e alla valorizzazione di beni pubblici nelle Regioni Convergenza, prioritariamente nei settori della diffusione della cultura e di condizioni di legalità, del rispetto dell’obbligo scolastico, della inclusione sociale, del sostegno e assistenza alle fasce deboli, della valorizzazione e della fruizione dei beni pubblici, in particolare del patrimonio culturale. Le risorse programmate per l’attuazione dell’intervento nel quadro degli obiettivi del secondo aggiornamento del Piano di Azione ammontano a 37,4 milioni.

Il riferimento della lett. b) all’art. 48, co. 3 del D.Lgs. 159/2011 cd. Codice antimafia) è ai beni immobili confiscati alla mafia:

a)  mantenuti al patrimonio dello Stato per finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile e, ove idonei, anche per altri usi governativi o pubblici connessi allo svolgimento delle attività istituzionali di amministrazioni statali, agenzie fiscali, università statali, enti pubblici e istituzioni culturali di rilevante interesse;

b)  mantenuti al patrimonio dello Stato e, previa autorizzazione del Ministro dell'interno, utilizzati dall'Agenzia del demanio per finalità economiche;

c)  trasferiti per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, al patrimonio del comune ove l'immobile è sito, ovvero al patrimonio della provincia o della regione;

d)  trasferiti al patrimonio del comune ove l'immobile è sito, se confiscati per il reato di cui all'articolo 74 TU stupefacenti associazione a delinquere finalizzata allo spaccio).

 

Nel corso dell’esame al Senato, è stato introdotto un nuovo comma 1-bis, il quale prevede che per gli interventi e le misure di cui alle precedenti lettere a) e b), dovranno essere finanziati, in via prioritaria, i bandi che prevedano il sostegno di nuovi progetti o imprese in grado di contare su un'azione di accompagnamento e tutoraggio per l'avvio e il consolidamento dell'attività imprenditoriale da parte di altra impresa già operante da tempo, con successo, in altro luogo e nella medesima attività. La remunerazione dell'impresa che svolge attività di tutoraggio, nell'ambito delle risorse di cui alle predette lettere a) e b), è definita con apposito decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, d'intesa con i Ministri dello sviluppo economico e del lavoro e delle politiche sociali, da emanarsi entro 90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge. La remunerazione è corrisposta solo a fronte di successo dell'impresa oggetto del tutoraggio. L'impresa che svolge attività di tutoraggio non deve vantare alcuna forma di partecipazione o controllo societario nei confronti dell'impresa oggetto del tutoraggio.

c)  nel limite di 56 milioni nel 2013, di 16 milioni nel 2014 e di 96 milioni nel 2015[12], per le borse di tirocinio formativo in favore di giovani che non lavorino, non studino e non partecipino ad alcuna attività di formazione, di età compresa fra i 18 e i 29 anni, residenti e/o domiciliati nelle regioni del Mezzogiorno Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia). Tali tirocini comportano la percezione di un'indennità di partecipazione, in conformità alle normative statali e regionali.

Anche in questo caso si tratta di una azione ricompresa nel secondo aggiornamento del Piano di Azione Coesione, nell’ambito degli interventi per i giovani scheda 2.3) volta a favorire l’uscita dalla condizione giovanile “né allo studio, né al lavoro” o NEET neither in employment nor in education and training), che riguarda quei giovani, dai 15 anni ai 29 anni, che non lavorano, non studiano e non partecipano ad alcuna attività di formazione. Si tratta di un intervento in linea con l’azione intrapresa dalla Commissione Europea già alla fine del 2011 attraverso la Youth Opportunities Iniziative, con cui il Ministero del lavoro e delle politiche sociali intende dare impulso ad azioni di promozione dell’occupazione giovanile all’interno del quadro di priorità costituito dal Piano Azione Coesione. L’azione si svilupperà attraverso interventi per la promozione di esperienze lavorative/professionalizzanti in favore dei giovani oltre i 18 anni, appartenenti al segmento di coloro che non sono occupati né inseriti in percorsi di istruzione e formazione, e interventi di promozione dell’apprendistato e mestieri a vocazione artigianale.

Il quadro complessivo delle risorse già considerate dal secondo aggiornamento del PAC è pari a circa 50 milioni di euro, di cui circa 40 milioni destinati all’apprendistato e circa 10 milioni per gli interventi NEET.

Si segnala che la SVIMEZ Anticipazione del “Rapporto 2013 sull’economia del Mezzogiorno”) indica in 1.850.000 il numero dei giovani NEET nel Mezzogiorno nel 2012 3.327.000 su base nazionale).

Si ricorda, infine, che l'Accordo tra lo Stato, le regioni e le province autonome, recante “Linee-guida in materia di tirocini", sancito dalla relativa Conferenza permanente il 24 gennaio 2013, stabilisce, in via generale, per i tirocini formativi e di orientamento, un'indennità di importo non inferiore a 300 euro lordi mensili, in attuazione del principio di cui all'art. 1, comma 34, lettera d), della legge n. 92 del 2012. Dall'ambito dell'Accordo sono esclusi:

a)    i tirocini curriculari promossi da università, istituzioni scolastiche, centri di formazione professionale, ovvero tutte le fattispecie non soggette alle comunicazioni obbligatorie, in quanto esperienze previste all'interno di un percorso formale di istruzione o di formazione;

b) i periodi di pratica professionale, nonché i tirocini previsti per l'accesso alle professioni ordinistiche;

c)  i tirocini transnazionali, ad esempio, quelli realizzati nell'ambito dei programmi comunitari per l'istruzione e per la formazione, quali il Lifelong Learning Programme;

d)  i tirocini per soggetti extracomunitari promossi all'interno delle quote di ingresso;

e)  i tirocini estivi.

 

Non appare chiaro quali siano i criteri e le modalità per la concreta assegnazione delle risorse relative ai tirocini; inoltre, potrebbe essere ritenuto opportuno chiarire se il tirocinio possa svolgersi, ai fini in oggetto, anche in regioni diverse da quelle del Mezzogiorno, dal momento che la norma fa riferimento a soggetti residenti e/o domiciliati nelle regioni del Mezzogiorno.


 

Articolo 3, commi da 2 a 5
(Carta per l’inclusione)

I commi da 2 a 5 dell’articolo 3 introducono l’ulteriore estensione della Nuova social card, quale misura di contrasto alla povertà assoluta, nei territori del Mezzogiorno.

Si ricorda che la Nuova social card, di cui all’articolo 60 del decreto legge n. 5/2012[13], ha stabilito la sperimentazione della Carta acquisti quale strumento di sostegno per le famiglie in stato di maggior bisogno residenti nelle dodici città italiane con più di 250.000 abitanti (nell’elenco delle dodici città fanno parte anche le città meridionali di Napoli, Bari, Palermo e Catania).

 

La Carta acquisti, o social card, è stata istituita dall’articolo 81, comma 29, del decreto legge 112/2008[14] che ha disposto la creazione di un Fondo speciale destinato al soddisfacimento delle esigenze prioritariamente di natura alimentare e successivamente anche energetiche e sanitarie dei cittadini meno abbienti. Il Decreto interdipartimentale 16 settembre 2008[15] ha individuato i titolari e l'ammontare del beneficio unitario nonché le modalità di fruizione dello stesso, prevedendo la stipula di convenzioni tra i ministeri interessati ed il settore privato. In base a tali criteri, la Carta acquisti viene concessa, con onere a carico dello Stato, ai richiedenti residenti con cittadinanza italiana che versano in condizione di maggior disagio economico, ovvero ai cittadini nella fascia di bisogno assoluto, di età uguale o superiore ai 65 anni o con bambini di età inferiore ai tre anni. La Carta, utilizzabile per il sostegno della spesa alimentare e sanitaria e per il pagamento delle spese energetiche, vale 40 euro al mese e viene caricata ogni due mesi con 80 euro, sulla base degli stanziamenti disponibili. L’articolo 60 del decreto-legge 5/2012 ha stabilito l’avvio di una fase di sperimentazione della Carta, della durata non superiore ai dodici mesi nei comuni con più di 250.000 abitanti, sottolineando l’obiettivo di utilizzare la carta acquisti come strumento di contrasto alla povertà assoluta tra le fasce della popolazione in condizione di maggiore bisogno. Per le risorse necessarie alla sperimentazione si è provveduto, nel limite massimo di 50 milioni di euro. I comuni destinatari della sperimentazione, Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Bari, Catania e Palermo, possono integrare le risorse loro assegnate vincolando l’utilizzo dei propri contributi a usi specifici, da definire con apposito protocollo d’intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Anche i soggetti privati che effettuerano versamenti a titolo spontaneo e solidale sul Fondo possono vincolare l’utilizzo dei propri contributi a specifici utilizzi anche a supporto della Sperimentazione. La nuova Carta acquisti sperimentale, rispetto alla Carta ordinaria, che continua comunque ad essere erogata, è pensata e rimodellata per le famiglie numerose con una situazione economica estremamente difficile (ISEE in corso di validità inferiore o uguale a 3.000 euro, conclamato disagio lavorativo e minori a carico).

 

In particolare il comma 2 estende la sperimentazione della nuova social card, già prevista, ai sensi dell’articolo 60 del D.L. n. 5 del 2012, per le città di Napoli, Bari, Palermo e Catania, ai restanti territori delle regioni del Mezzogiorno, nel limite di 140 milioni per il 2014 e di 27 milioni per il 2015[16].

Tali risorse sono stanziate a valere sulla riprogrammazione delle risorse del Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche comunitarie, già destinate ai Programmi operativi 2007-2013 (cioè della quota di cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali), nonché mediante la rimodulazione delle risorse del medesimo Fondo di rotazione già destinate agli interventi del Piano di Azione Coesione. L'attivazione di tali risorse - subordinata, qualora occorra, al consenso della Commissione europea - si consegue mediante le procedure di cui al successivo articolo 4 (cfr relativa scheda di lettura).

Tale sperimentazione costituisce l’avvio del programma «Promozione dell’inclusione sociale».

 

Si ricorda che la terza riprogrammazione del Piano di Azione Coesione del dicembre 2012 ha previsto, nell’ambito delle c.d. “misure anticicliche”, la destinazione di 143,7 milioni, di cui 85 milioni provenienti dalla riduzione del cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari e 58,7 milioni dalla riprogrammazione dei programmi operativi, ad interventi in favore delle persone con elevato disagio sociale. Tali risorse interesseranno la Calabria per 28,7 milioni, la Campania per 60 milioni, la Puglia per 35 milioni e la Sicilia per 20 milioni.

Come riportato nel documento relativo alla terza riprogrammazione[17], “nonostante la validità ed il contenuto innovativo della proposta di estendere, con opportuni adattamenti, all’intero territorio delle Regioni Convergenza la sperimentazione della nuova Social card, dal confronto con le Regioni è emersa la scelta di sostenere gli obiettivi con proprie specifiche misure. Solo la Regione Siciliana ha deciso di utilizzare questo strumento. La Calabria rifinanzierà i bandi per case accessibili, centri antiviolenza, centri accoglienza immigrati; la Campania e la Puglia invece sosterranno le persone con elevato disagio sociale attraverso l’erogazione di voucher per l’acquisto di servizi di conciliazione vita-lavoro (prima infanzia e non autosufficienze)”.

 

Il comma 3 specifica che entro trenta giorni dall’entrata in vigore del decreto legge 76/2013, le Regioni interessate al programma Promozione dell’inclusione sociale, devono comunicare al Ministero del lavoro e delle politiche sociali l’articolazione degli ambiti territoriali di competenza.

 

Gli ambiti territoriali sono individuati dalle regioni quali titolari delle funzioni di programmazione, coordinamento e indirizzo degli interventi sociali . Ai sensi dell’articolo 8 della legge n. 328/2000, le regioni prevedono incentivi a favore dell'esercizio associato delle funzioni sociali in ambiti territoriali di norma coincidenti con i distretti sanitari. L’ambito territoriale è definito da ogni Regione e può essere coincidente o multiplo rispetto al distretto sanitario. La fase attuativa della Nuova Carta acquisti nei territori delle regioni del Mezzogiorno dovrà pertanto essere coerente con le programmazioni regionali di riferimento.

 

Le risorse disponibili, pari a 100 milioni per il 2014 e a 67 milioni di euro per il 2015,  sono versate dal Ministero dell’economia e delle finanze sul Fondo speciale destinato al soddisfacimento delle esigenze prioritariamente di natura alimentare e successivamente anche energetiche e sanitarie dei cittadini meno abbienti (di seguito Fondo Carta acquisti), di cui all’articolo 81, comma 29,  del decreto legge n. 112/2008. Le disponibilità del Fondo affluiscono in un apposito conto corrente infruttifero presso la Tesoreria centrale dello Stato.

 

Ai sensi dell’articolo 81, comma 30, del decreto legge 112/2008, il Fondo è alimentato:

a)  dalle somme riscosse in eccesso dagli agenti della riscossione, ovvero dalla restituzione dei pagamenti effettuati in eccesso dai debitori dell’obbligazione tributaria iscritti a ruolo;

b)  dalle somme conseguenti al recupero dell’aiuto di Stato dichiarato incompatibile dalla decisione C(2008)869 def. dell’11 marzo 2008 della Commissione che riguarda gli incentivi fiscali a favore di taluni istituti di credito oggetto di riorganizzazione societaria;

c)  dal 5 per cento dell'utile netto annuale delle cooperative a mutualità prevalente;

d)  con trasferimenti dal bilancio dello Stato;

e)  con versamenti a titolo spontaneo e solidale effettuati da chiunque, ivi inclusi in particolare le società e gli enti che operano nel comparto energetico.

Ulteriori disposizioni normative hanno incrementato la dotazione del Fondo. In particolare:

§      l’articolo 1, comma 345-bis, della legge finanziaria 2006 (legge 266/2005) destina al Fondo Carta Acquisti una quota parte del Fondo alimentato dall'importo dei conti correnti e dei rapporti bancari definiti dormienti all'interno del sistema bancario nonché del comparto assicurativo e finanziario;

§      l’articolo 1, comma 345-undecies, legge finanziaria 2006 versa nel Fondo Carta acquisti le somme derivanti dal recupero degli aiuti di Stato di cui alla decisione della Commissione europea del 16 luglio 2008, relativa all'aiuto di Stato C42/2006 concernente benefici a favore delle attività bancarie di Poste Italiane Spa;

§      l’articolo 24, comma 29, della legge 88/2009, ridetermina il Fondo, integrandolo di 6 milioni di euro per l’anno 2009 e di 15 milioni di euro a decorrere dall’anno 2010;

§      l’articolo 24, comma 1, della legge 99/2009, integra le risorse del Fondo Carta acquisti con le risorse non impegnate al termine dell'esercizio finanziario 2008 e mantenute per l’anno 2009 nella disponibilità del Fondo finalizzato ad iniziative a vantaggio dei consumatori, a sua volta costituito con le somme delle sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, ex articolo 148 della legge 388/2000;

§      l’articolo 60 del D.L. 5/2012 ha avviato la sperimentazione della Nuova Carta Acquisti, provvedendo, per le risorse necessarie, nel limite massimo di 50 milioni di euro.

 

Le risorse sono ripartite tra gli ambiti territoriali con provvedimento del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, d’intesa con il Ministero dell’economia e delle finanze e il Ministro per la coesione territoriale, in maniera che ai residenti di ciascun ambito territoriale destinatario della sperimentazione, siano attribuiti contributi per un valore complessivo di risorse proporzionale alla stima della popolazione in condizione di maggior bisogno residente in ciascun ambito.

Al riguardo, andrebbe valutata l’opportunità di prevedere opportune forme di coordinamento fra le regioni e gli enti locali relativamente all’identificazione della popolazione in condizione di maggior bisogno, destinataria dell’intervento.

 

L’estensione della sperimentazione della Nuova social card è realizzata nelle forme e secondo le modalità stabilite, ai sensi  dell’articolo 60, comma 2, del decreto legge n. 5 del 2012, dal decreto interministeriale 10 gennaio 2013 che definisce i criteri di identificazione, per il tramite dei Comuni, dei beneficiari della social card con riferimento ai cittadini italiani e di altri Stati dell'Unione europea ovvero ai cittadini di Stati esteri in possesso del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo nonché l'ammontare, in funzione del nucleo familiare, della disponibilità sulle singole carte acquisto.

 

Il decreto interministeriale 10 gennaio 2013, di attuazione delle disposizioni relative all’avvio della sperimentazione di cui all’articolo 60 del decreto legge 5/2012, dopo aver ribadito i criteri di identificazione, per il tramite dei Comuni, dei beneficiari della social card, stabilisce che gli stessi comuni, responsabili della selezione dei beneficiari dovranno stilare a tal fine, entro 120 giorni dall’entrata in vigore del decreto, una graduatoria. Gli enti locali, responsabili della selezione dei beneficiari, potranno utilizzare la nuova social card integrandola con gli interventi e i servizi sociali ordinariamente erogati, coordinandola in rete con i servizi per l’impiego, i servizi sanitari e la scuola. In attesa della riforma dell’indicatore ISEE, i requisiti concernenti la condizione economica dei nuclei familiari beneficiari prevedono fra l’altro: un ISEE, in corso di validità, inferiore o uguale a euro 3.000; per i nuclei familiari residenti in abitazione di proprietà, valore ai fini ICI della abitazione di residenza inferiore a euro 30.000; patrimonio mobiliare, come definito ai fini ISEE, inferiore a euro 8.000; valore complessivo di altri trattamenti economici, anche fiscalmente esenti, di natura previdenziale, indennitaria e assistenziale, a qualunque titolo concessi dallo Stato o da altre pubbliche amministrazioni a componenti il nucleo familiare, inferiore a 600 euro mensili. Nessun componente il nucleo familiare deve inoltre risultare in possesso di autoveicoli immatricolati nei 12 mesi antecedenti la richiesta, ovvero in possesso di autoveicoli di cilindrata superiore a 1.300 cc, nonché motoveicoli di cilindrata superiore a 250 cc, immatricolati nei tre anni antecedenti. Le famiglie beneficiarie dovranno contare almeno un componente di età minore di 18 anni e la precedenza per l'accesso al beneficio sarà assegnata, a parità di condizioni, ai nuclei in condizioni di disagio abitativo, accertato dai competenti servizi del Comune nonché alle famiglie costituite esclusivamente da genitore solo e figli minorenni, con tre o più figli minorenni o con uno o più figli minorenni con disabilità. Per quanto riguarda i requisiti concernenti la condizione lavorativa, la Carta sperimentale viene assegnata in assenza di lavoro per i componenti in età attiva del nucleo familiare o per avvenuta cessazione di un rapporto di lavoro dipendente o autonomo. Ulteriori requisiti possono essere definiti dai comuni d’intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il MEF. La carta è modulata sulla base della numerosità del nucleo familiare. Il beneficio parte da un valore minimo di 231 euro al mese per nuclei con due persone, sale a 281 euro per quelli con tre persone, a 331 euro per quattro persone e a 404 euro se la famiglia ha cinque o più componenti.

Il decreto impegna i comuni a predisporre, per almeno metà e non oltre i due terzi dei nuclei familiari beneficiari, un progetto personalizzato di presa in carico, finalizzato al superamento della condizione di povertà, al reinserimento lavorativo e all’inclusione sociale. I comuni provvedono alla realizzazione dei progetti personalizzati con risorse proprie, nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziare disponibili a legislazione vigente e nell'ambito degli equilibri di finanza pubblica programmati. Il progetto di presa in carico è predisposto mediante la partecipazione dei componenti del nucleo familiare che lo sottoscrivono per adesione. La mancata sottoscrizione del progetto è motivo di esclusione dal beneficio.

 

Le Regioni interessate possono, d’intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e il MEF, introdurre ulteriori requisiti con riferimento agli ambiti territoriali di competenza (comma 4).

Il comma 5 specifica che le regioni (comprese quelle non rientranti nel territorio del Mezzogiorno) e le province autonome possono disporre ulteriori finanziamenti per la sperimentazione della carta acquisti o ampliamenti dell’àmbito territoriale di applicazione.

 


 

Articolo 4
(Misure per la velocizzazione delle procedure in materia di riprogrammazione dei programmi nazionali cofinanziari dai Fondi strutturali e di rimodulazione del Piano di Azione Coesione)

L'articolo 4 reca, ai commi 1 e 2, misure dirette ad accelerare le procedure per la riprogrammazione dei programmi nazionali cofinanziati dai Fondi strutturali europei 2007-2013 e per la rimodulazione del Piano di Azione Coesione, al fine di rendere disponibili le risorse necessarie per il finanziamento degli interventi a favore dell'occupazione giovanile e dell'inclusione sociale nel Mezzogiorno, disposti, rispettivamente, dall'articolo 1, comma 12, lett. a), e dall'articolo 3, commi 1 e 2, del presente decreto.

Poiché il finanziamento degli interventi richiamati è posto, per la parte destinata al Mezzogiorno (complessivi 995 milioni di euro negli anni 2013-2016) a valere sulla quota di cofinanziamento nazionale dei Fondi strutturali (di cui al Fondo di rotazione per l’attuazione delle politiche comunitarie) destinata ai Programmi operativi nazionali 2007-2013 o al Piano di Azione Coesione, il comma 4 precisa che l’operatività delle suddette misure incentivanti decorre soltanto dalla data di perfezionamento dei rispettivi atti di riprogrammazione.

 

In particolare, il comma 1 dispone, al fine di rendere disponibili le risorse derivanti dalla riprogrammazione dei programmi nazionali cofinanziati dai Fondi strutturali 2007-2013, che le Amministrazioni titolari dei programmi operativi interessati (PON e POIN) devono avviare entro il 28 luglio 2013 (30 giorni dal 28 giugno 2013, data di pubblicazione del decreto-legge in esame) le necessarie procedure atte a modificare i pertinenti programmi, sulla base della vigente normativa europea.

Al riguardo, si ricorda che il Ministro per la coesione territoriale, nel corso dell’audizione del 12 giugno 2013 (tenutasi presso le Commissioni riunite V e XIV della Camera) sullo stato di attuazione dei Fondi strutturali comunitari 2007-2013, ha messo in rilievo la necessità di una ricognizione dettagliata dei programmi operativi attuativi dei Fondi, al fine di stimare la quota di risorse che, senza una ulteriore riprogrammazione, rischia di incorrere nelle sanzioni previste per il mancato conseguimento degli obiettivi che comporta, secondo i Regolamenti comunitari[18], una riduzione delle risorse per il Fondo e per il Programma operativo interessato[19].

Secondo le informazioni fornite dal Ministro, l’area ad alto rischio di disimpegno riguarda soprattutto alcuni Programmi nazionali e Programmi regionali dell'obiettivo Convergenza. Secondo una prima stima effettuata dal Ministero, il rischio di disimpegno delle risorse, per i programmi dell'obiettivo Convergenza afferenti al FESR, sarebbe di almeno 3,6 miliardi e riguarderebbe i POR Campania, Sicilia, Calabria, e i PON "Reti e Mobilità", "Energie rinnovabili", "Attrattori culturali" e "Sicurezza"; le risorse a rischio per i Programmi afferenti al FSE sarebbe di 0,5 miliardi di euro complessivi.

Il Ministro ha sottolineato, dunque, la necessità di una azione di riprogrammazione delle risorse a rischio, volta a concentrare i fondi resi disponibili su poche misure con effetto anticiclico, volte, innanzitutto, a favorire l’occupazione giovanile e a contrastare il progressivo impoverimento delle famiglie, soprattutto al Sud, nonché a sostenere il sistema delle imprese e promuovere investimenti in grado di stimolare le economie locali. Tale riprogrammazione dovrebbe attuarsi in più fasi.

L’intervento della prima fase sarà prioritariamente concentrato su un insieme di misure dirette a promuovere l’occupazione giovanile e a contrastare la povertà nel Mezzogiorno. In tale fase, la riprogrammazione riguarda solo i programmi nazionali e si basa sulla riduzione del cofinanziamento nazionale, da modulare caso per caso in relazione alle effettive possibilità e necessità, tenendo a tal fine conto, non solo dei livelli di rischio, ma anche della opportunità di utilizzare le risorse che si rendono così disponibili per iniziative non cofinanziabili dai programmi operativi (in particolare le misure per contrastare la povertà delle famiglie). Secondo i dati forniti dal Ministro, i programmi nazionali della Convergenza che possono essere interessati da questa riduzione sono: il PON Reti e Mobilità per 734 milioni di euro; il PON Sicurezza per 206 milioni; il POIN Energia 32 milioni. Ad essi si aggiungono ulteriori risorse del PON "Ricerca e Competitività" che verrebbero riallocate sulla misura di sostegno alle imprese attraverso il rifinanziamento della legge n. 185/1990.

Nell’audizione, il Ministro indicava, dunque, una prima manovra di riprogrammazione dei Programmi nazionali cofinanziati dai Fondi strutturali 2007-2013 per circa 1 miliardo di euro, che viene attuata attraverso l’articolo 4 del D.L. n. 76/2013 in esame.

 

Nella tavola che segue sono riportati i dati forniti dalla Ragioneria generale dello Stato, Ispettorato generale rapporti con l’Unione europea – IGRUE, sullo stato di attuazione al 30 aprile 2013 dei Programmi Operativi Nazionali 2007-2013:

Milioni di euro                  

 

Contributo 2007/2013

Pagamenti

% pagamenti/ contributo

POIN Attrattori culturali, e turismo

681,73

162,08

23,77%

POIN Energie rinnovabili

1.103,79

468,53

42,45%

PON Governance e AT FESR

226,19

114,37

50,56%

PON Istruzione

510,78

237,35

46,47%

PON reti e mobilità

2.576,61

626,60

24,32%

PON Ricerca e competitività

4.424,39

1.898,19

42,90%

PON Sicurezza per lo Sviluppo

978,08

453,89

46,41%

PON Governance e Azioni di Sistema

427,98

210,06

49,08%

PON Competenze per lo Sviluppo

1.485,93

915,11

61,59%

 

Per un approfondimento sullo stato di attuazione dei fondi strutturali 2007-2013 al 31 aprile 2013 e sulle misure finora adottate per recuperare il ritardo accumulato nell’utilizzo dei fondi medesimi, si rinvia alla apposita scheda riportata nella sezione APPENDICE del presente dossier.

 

Analogamente, per la parte riguardante le risorse derivanti dalla rimodulazione del Piano di Azione Coesione, il comma 2 dispone che, entro il medesimo termine del 28 luglio 2013, il Gruppo di Azione Coesione - istituito con il decreto del Ministro per la coesione territoriale del 1° agosto 2012 - provvede a determinare le rimodulazioni delle risorse destinate alle misure del Piano di Azione Coesione, anche sulla base degli esiti del monitoraggio sull’attuazione delle misure medesime.

Poiché il Piano di Azione Coesione è stato già oggetto di tre aggiornamenti, le disposizione recati dai commi 1 e 2 dovrebbero comportare un quarto aggiornamento.

Per una dettagliata analisi dei contenuti del Piano di Azione Coesione si rinvia alla apposita scheda riportata nella sezione APPENDICE del presente dossier.

 

Per quanto concerne il Gruppo di Azione Coesione, si ricorda che la sua costituzione è prevista nel documento[20] originario del Piano (del 15 novembre 2011), al fine di definire e promuovere la riprogrammazione e/o rimodulazione dei programmi cofinanziati necessaria per assicurare il perseguimento degli obiettivi del Piano di Azione Coesione sulla base dei fabbisogni accertati in prima approssimazione dalle amministrazioni centrali di riferimento e con riserva di verifica del Gruppo Azione medesima.

Il Piano di Azione Coesione prevede la istituzione del Gruppo di Azione a Roma, presso il Dipartimento politiche di sviluppo del Ministero dello sviluppo economico. Il Gruppo è presieduto dal Direttore Generale pro-tempore della DG PRUC del DPS. La funzione di Vicepresidenza del Gruppo è attribuita alla Commissione europea - DG REGIO. Il Gruppo è composto, inoltre, da un rappresentante del DPS e da un rappresentante della Commissione europea (DG REGIO).

Con decreto del 1° agosto 2012, il Ministro per la coesione territoriale ha definito le competenze del Gruppo di Azione Coesione. Il Gruppo di Azione svolge i compiti di indirizzo, monitoraggio e sorveglianza delle azioni di qualificazione e accelerazione della politica di coesione comunitaria e nazionale 2007-2013 ricomprese nel Piano di Azione Coesione anche in continuità con il nuovo periodo di programmazione 2014-2020. Il Gruppo provvede all'identificazione degli interventi in attuazione del Piano con definizione dei loro risultati espressi in termini di indicatori e target; all'accertamento della sussistenza delle pre-condizioni di efficacia; all'individuazione di responsabilità, modalità attuative e tempi di attuazione; all'analisi e monitoraggio dei progressi del percorso di attuazione del Piano Azione Coesione stesso.

Il D.M. ha provveduto altresì alla nomina dei membri del Gruppo, relativamente alla componente nazionale.

 

Ai fini della rimodulazione del Piano di Azione Coesione, il comma 2 richiama il punto 3 della delibera del CIPE n. 96 del 2012 – con cui è stato approvato il Piano di azione coesione (c.d. Presa d’atto) - che disciplina le modalità di aggiornamento del Piano medesimo.

La delibera n. 96 del 2012 stabilisce (punto 1) che il Ministro per la coesione territoriale presenti al CIPE una relazione informativa periodica sull'avanzamento degli interventi individuati nel Piano di azione coesione, sull'utilizzazione delle risorse ivi allocate, sul rispetto dei relativi cronoprogrammi e sulle eventuali modifiche ed integrazioni necessarie per garantirne la più efficace attuazione; che le Amministrazioni responsabili dell'attuazione degli interventi del Piano di azione e coesione non riconducibili alle priorità declinate nei Programmi operativi 2007-2013, individuate dal Piano stesso o con provvedimento del Ministro per la coesione territoriale, adottino tempestivamente tutti gli atti occorrenti per l'esecuzione del Piano relativamente all'azione ad esse affidata (punto 2).

Il citato punto 3 dispone, in particolare, che ulteriori aggiornamenti del Piano di Azione Coesione che comportino integrazioni e sviluppi del Piano stesso, comprese modifiche del relativo quadro finanziario e variazioni delle regole di attuazione al fine di migliorarne l'efficacia, siano definiti e stabiliti con le stesse modalità previste nella delibera e rese oggetto di tempestiva informativa al Comitato.

 

Il comma 2 precisa, inoltre, che delle rimodulazioni del Piano – che di fatto interessano il periodo 2013-2016 - si terrà conto ai fini della definizione della programmazione delle risorse per il successivo periodo di programmazione 2014-2020.

 

Al fine di assicurare il pieno e tempestivo utilizzo delle risorse allocate sul Piano di Azione Coesione secondo i cronoprogrammi approvati, il comma 3 stabilisce che il Gruppo di Azione Coesione provveda, in accordo con le Amministrazioni interessate, alla verifica periodica dello stato di avanzamento dei singoli interventi e alle conseguenti eventuali rimodulazioni del Piano che si rendessero necessarie anche a seguito dell'attività di monitoraggio medesima.

 

Appare opportuno rammentare che il problema della velocizzazione delle procedure di impiego delle risorse per i programmi cofinanziati dai Fondi strutturali è stato già oggetto, in tempi recenti, di diversi interventi.

Con il primo di essi, operato in accordo con le istituzioni europee, (ai sensi dell’articolo 33 del regolamento CE n. 1083/2006), è stata disposta una riprogrammazione delle risorse dei fondi strutturali, con una diversa percentuale della quota di cofinanziamento comunitario che è stato elevato dall’originario 50 al 75 per cento (limite massimo di partecipazione), con corrispondente riduzione della quota di cofinanziamento nazionale.

In sostanza, la quota di finanziamento comunitario dei programmi operativi in ritardo di attuazione, che rischiano il disimpegno automatico delle risorse, resta invariata, in valori assoluti, pur assumendo un peso percentuale maggiore (da 50 al 75 per cento), mentre si riduce la quota di risorse di cofinanziamento nazionale (dal 50 al 25 per cento)[21]. Le risorse nazionali, che fuoriescono dai programmi attuativi dei fondi strutturali, vengono utilizzate per gli obiettivi prioritari del Piano di Azione Coesione.

Su tale ultimo aspetto si è contestualmente intervenuti anche a livello normativo, inserendo il medesimo principio nella legge di stabilità 2012: con l’articolo 23, comma 4, legge n. 183/2011, si è infatti disposto che le risorse provenienti da una riduzione del cofinanziamento nazionale di programmi relativi al periodo 2007-2013, iscritte sul Fondo di rotazione per l'attuazione delle politiche comunitarie previsto dall’articolo 5 della legge n. 183 del 1987, possano essere destinate alla realizzazione di interventi di sviluppo socio-economico concordati tra lo Stato italiano e la Commissione europea nell’ambito della revisione dei programmi stessi[22].

Va, da ultimo, segnalato che ulteriori norme finalizzate ad evitare il rischio di ulteriori ritardi nell’utilizzo delle risorse comunitarie e la conseguente attivazione delle sanzioni comunitarie, che comporterebbero il definanziamento delle risorse medesime, sono state introdotte dall’articolo 9, commi 1-3, del D.L. n. 69/2013, in corso di conversione[23]. E’ stato, a tal fine, introdotto l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di trattazione prioritaria dei procedimenti, provvedimenti e atti relativi alle attività in qualsiasi modo connesse all’utilizzazione dei fondi strutturali europei. In particolare, per accelerare l’utilizzo dei fondi strutturali, si dà facoltà al Governo, in caso di inerzia o inadempimento delle amministrazioni pubbliche responsabili degli interventi, di sostituirsi all’amministrazione inerte o inadempiente.

 

Il comma 4 prevede, infine, come già accennato, che l’operatività degli incentivi concernenti l'occupazione giovanile e la lotta alla povertà nel Mezzogiorno (art. 1, co. 12, lett. a) e art. 3, co. 1 e 2) - in quanto finanziati con la quota di cofinanziamento nazionale dei Fondi strutturali (di cui al Fondo di rotazione per l’attuazione delle politiche comunitarie) destinata ai Programmi operativi nazionali 2007-2013 o al Piano di Azione Coesione - decorra dalla data di perfezionamento degli atti di riprogrammazione dei Programmi operativi dei fondi strutturali (ai sensi del comma 1) e del Piano di Azione Coesione (ai sensi del comma 2).

Pertanto, fino a quando le Amministrazioni titolari dei Programmi operativi attuativi dei Fondi strutturali comunitari o titolari degli interventi definiti nel Piano di Azione Coesione non provvederanno ai ridefinire i Programmi operativi o a rimodulare – nell’ambito del Gruppo di Azione Coesione - gli interventi del Piano stesso, le risorse destinate dal presente decreto legge agli interventi per l'occupazione giovanile nel Mezzogiorno e per la lotta alla povertà nel Mezzogiorno non potranno essere utilizzate.

 

Nella Tabella che segue è indicato l’ammontare delle risorse destinate al finanziamento delle misure previste dall’articolo 1, comma 12, lettera a), e dall’articolo 3, commi 1 e 2, del presente decreto-legge:

(milioni di euro)

Norma

Oggetto

Risorse

Art. 1, co. 12, lettera a)

Nuove assunzioni a tempo indeterminato di lavoratori giovani nel Mezzogiorno.

500 mln.
100 nel 2013
150 nel 2014
150 nel 2015
100 nel 2016

Art. 3, co. 1, lett. a)

Autoimpiego e autoimprenditorialità nel Mezzogiorno.

80 mln.
26 nel 2013
26 nel 2014
28 nel 2015

Art. 3, co. 1, lett. b)

Progetti promossi da giovani e da categorie svantaggiate per infrastrutturazione sociale e la valorizzazione di beni pubblici nel Mezzogiorno.

80 mln.
26 nel 2013
26 nel 2014
28 nel 2015

Art. 3, co. 1, lett. c)

Borse di tirocinio formativo per giovani che non lavorano, non studiano e non partecipano ad attività di formazione (NEET) residenti o domiciliati nelle regioni del Mezzogiorno.

168 mln.
56 nel 2013
16 nel 2014
96 nel 2015

Art. 3, co. 2

Lotta alla povertà – Avvio del programma “Promozione dell’inclusione sociale” nei territori delle regioni del Mezzogiorno che non ne siano già coperti.

167 mln.
140 nel 2014
27 nel 2015

 

TOTALE

995 mln.
208 nel 2013
358 nel 2014
329 nel 2015
100 nel 2016

 

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Il Consiglio europeo del 28 giugno 2013 ha constatato che il Parlamento europeo, il Consiglio e la Commissione hanno raggiunto un accordo sul quadro finanziario pluriennale 2014-2020.

Nell’ambito dell’accordo, gli stanziamenti complessivi per la politica di coesione ammontano, complessivamente, a 325,14 miliardi di euro, così ripartiti nell’arco dei sette anni di programmazione finanziaria:

 

2014

2015

2016

2017

2018

2019

2020

44,67

45,40

46,04

46,54

47,03

47,51

47,92

 

Le risorse destinate all'obiettivo "Investimenti in favore della crescita e dell'occupazione" ammonterebbero complessivamente a 313,19 miliardi di euro,così ripartiti:

Le risorse residue sarebbero destinate alla cooperazione transnazionale, interregionale e transfrontaliera (8,94 miliardi), alle regioni ultraperiferiche (1,38 miliardi) e allo sviluppo urbano sostenibile (330 milioni di euro).

Secondo i dati forniti dal Governo, l’Italia dovrebbero ricevere 29,6 miliardi di euro (a fronte dei 29,4 miliardi stanziati per 2007-2013), così ripartiti:

·     regioni meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia): 20,5 miliardi;

·     regioni in transizione (Abruzzo, Molise e Sardegna): 1 miliardo;

·     regioni più sviluppate: 7 miliardi;

·     cooperazione territoriale 1 miliardo.

 


 

Articolo 5
(Misure per l’attuazione della “Garanzia per i Giovani” e la ricollocazione dei lavoratori destinatari dei cosiddetti “ammortizzatori sociali in deroga”)

L'articolo 5, comma 1, istituisce una struttura di missione, con compiti prepositivi ed istruttori, come precisato nel corso dell’esame al Senato, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, avente compiti di promozione, indirizzo, coordinamento, definizione di linee guida, predisposizione di rapporti, per l’attuazione sia, dal 1° gennaio 2014, del programma comunitario "Garanzia per i Giovani" (Youth Guarantee), sia della ricollocazione dei lavoratori beneficiari di interventi di integrazione salariale (in particolare, degli ammortizzatori sociali cd. in deroga).

Tale struttura opera in via sperimentale, in attesa della definizione del processo di riordino sul territorio nazionale dei servizi per l’impiego e comunque non oltre il 31 dicembre 2015.

 

Il comma in esame, quindi, ha lo scopo di tradurre in via normativa quanto  messo in evidenza in sede comunitaria. Al riguardo, si ricorda che la Raccomandazione europea del Consiglio del 22 aprile 2013 al punto 2 ha invitato gli Stati membri ad identificare “un’autorità pubblica pertinente incaricata di istituire e gestire il sistema di garanzia per i giovani e di coordinare la partnership a tutti i livelli e in tutti i settori”.

 

Si ricorda altresì, che in molti Stati membri il percorso seguito è stato quello di una riorganizzazione dei servizi per l’impiego, che quasi ovunque, ha condotto alla costituzione di un’unica agenzia nazionale per l’impiego, preposta sia alla gestione delle politiche passive.

Ad esempio, nel Regno Unito, primo Paese a strutturarsi secondo questo modello, tale compito è affidato alla Job Center Plus, struttura centralizzata che si sviluppa in articolazioni territoriali, nata dalla fusione dell’agenzia che gestiva i servizi pubblici per il lavoro e l’ente deputato all’erogazione dei contributi per la sicurezza sociale.

In Francia è stato costituito il Pole Emploi, al cui interno sono confluiti l’ente dei servizi pubblici per l’impiego e quello preposto all’erogazione delle politiche passive.

In Germania In Germania, la preesistente agenzia federale per l’occupazione (Bundes Agentur für Arbeit – BAA) è stata organizzata secondo i principi della condizionalità e della sussidiarietà operativa, sostanzialmente erogando le prestazioni di disoccupazione e promuovendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro, anche in partnership con i soggetti privati e le municipalità.

 

Il comma 2 definisce i compiti della struttura:

·     interagire, nel rispetto dei principi di leale collaborazione, con i diversi livelli di Governo preposti alla realizzazione delle relative politiche occupazionali, raccogliendo altresì (come precisato nel corso dell’esame al Senato) dati sulla situazione dei servizi all'impiego delle regioni che sono tenute a comunicarli almeno ogni 2 mesi (lettera a));

·     definire le linee-guida nazionali, da adottarsi anche a livello locale, per la programmazione degli interventi di politica attiva mirati alle finalità richiamate i precedenza, nonché i criteri per l'utilizzo delle relative risorse economiche (lettera b));

·     promuovere, indirizzare e coordinare gli interventi di competenza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di Italia Lavoro S.p.A. e dell’ISFOL (lettera d));

·     individuare le migliori prassi, promuovendone la diffusione e l’adozione fra i diversi soggetti operanti per realizzazione dei medesimi obiettivi (lettera e));

·     promuovere la stipula di convenzioni e accordi con istituzioni pubbliche, enti e associazioni privati per implementare e rafforzare, in una logica sinergica ed integrata, le diverse azioni (lettera f));

·     valutare gli interventi e le attività espletate in termini di efficacia ed efficienza e di impatto e definisce meccanismi premiali in funzione dei risultati conseguiti dai vari soggetti (lettera g));

·     proporre ogni iniziativa di integrazione dei diversi sistemi informativi ai fini del miglior utilizzo dei dati in funzione degli obiettivi di cui al comma 1, definendo a tal fine linee-guida per la banca dati di cui al successivo articolo 8 (vedi infra) (lettera h));

·     predisporre periodicamente, in esito al monitoraggio[24] degli interventi, rapporti per il Ministro del lavoro e delle politiche sociali con proposte di miglioramento dell’azione amministrativa (lettera i));

·     avviare l'organizzazione della rilevazione sistematica e la pubblicazione in rete, per la formazione professionale finanziata in tutto o in parte con risorse pubbliche del tasso di coerenza tra formazione impartita e sbocchi occupazionali effettivi, anche utilizzando, mediante distacco, personale dei Centri per l'impiego, di Italia Lavoro o dell'ISFOL, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica (lettera i-bis), introdotta nel corso dell’esame al Senato).

·     promuovere l'accessibilità, da parte di ogni persona interessata, nonché da parte del mandatario della persona stessa, alle banche dati, da chiunque detenute e gestite, contenenti informazioni sugli studi dalla persona stessa compiuti o sulle sue esperienze lavorative o formative (lettera i-ter), introdotta nel corso dell’esame al Senato);

Nel corso dell’esame al Senato è stata soppressa la lettera c), che prevedeva l’individuazione dei criteri per l’utilizzo delle relative risorse economiche.

 

Ai sensi del successivo comma 3, la richiamata struttura è coordinata dal Segretario Generale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (o da un Dirigente Generale a tal fine designato) ed è composta:

·     dal Presidente dell'ISFOL,

·     dal Presidente di Italia Lavoro S.p.A.,

·     dal Direttore Generale dell'INPS, dai Dirigenti delle Direzioni Generali del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e del Ministero dell'istruzione, dell'università e delle ricerca (come precisato nel corso dell’esame al Senato) aventi competenza nelle materie citate,

·     da tre rappresentanti designati dalla Conferenza Stato-Regioni,

·     da due rappresentanti designati dall'Unione Province Italiane

·     da un rappresentante designato dall'Unione italiana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.

La partecipazione alla struttura di missione non dà luogo alla corresponsione di compensi, emolumenti o indennità di alcun tipo, ma soltanto al rimborso di eventuali e documentate spese di missione.

 

Inoltre, il comma 4, modificato nel corso dell’esame al Senato, dispone la copertura degli oneri finanziari derivanti dal funzionamento della struttura di missione, i quali sono posti a carico di un apposito capitolo dello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali con una dotazione pari ad euro 20.000 (in luogo di 40.000) per il 2013 e ad euro 70.000 (in luogo di 100.000) per ciascuno degli anni 2014 e 2015, cui si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo sociale per l'occupazione e la formazione di cui all'articolo 18, comma 1, lettera a), del D.L. 185/2008.

Lo stesso comma prevede altresì che gli oneri per il funzionamento dei Comitati scientifico e tecnico per l'indirizzo dei metodi e delle procedure per il monitoraggio della riforma del mercato del lavoro, costituiti per le finalità di cui all'articolo 1, comma 2, della L. 92/2012 con il D.M. 8 luglio 2013 ed operanti presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali siano posti a carico di un apposito capitolo dello stato di previsione del Ministero stesso, con una dotazione di euro 20.000 per il 2013, ed euro 30.000 per ciascuno degli anni 2014 e 2015, cui si provvede, anche in questo caso, mediante corrispondente riduzione del Fondo sociale per occupazione e formazione.

 

Nel corso dell’esame al Senato sono stati introdotti i commi 4-ter e 4-quater.

In nuovo comma 4-bis destina 6 milioni per le attività poste in essere dall’ISFOL, sia con riferimento alle disposizioni dell’articolo in esame e di supporto alla “Garanzia per i giovani”, nonché delle attività connesse al monitoraggio di cui all'articolo 1, commi 2-6, della L. 92/2012 (vedi supra).

Tale importo è utilizzato per la proroga dei contratti di lavoro stipulati dall'ISFOL ai sensi dell'articolo 118, comma 14, della L. 388/2000, che consente che gli enti pubblici di ricerca - nell'esecuzione di programmi o di attività di assistenza tecnica finanziati da fondi comunitari - effettuino assunzioni o impieghino comunque personale a tempo determinato (per la durata dei medesimi).

Gli oneri derivanti dalla misura contenuta nel comma in esame sono indicati in 6 milioni per l'anno 2014.

Alla copertura degli oneri si provvede mediante riduzione per 10 milioni di euro per il 2014 anche al fine di garantire la compensazione in termini di indebitamento netto e fabbisogno, mediante riduzione dell'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 7, del D.L. 20 maggio 1993, n. 148 (legge n. 236/1993), confluita nel Fondo sociale per occupazione e formazione, di cui all'articolo 18, comma 1, lettera a), del D.L. n. 185/2008 (legge n. 2/2009)[25].

 

Il Fondo sociale per l’occupazione e la formazione è istituito nello stato di previsione del Ministero del lavoro dal citato articolo 18 comma 1, lettera a), del D.L. n. 185/2008 (legge n. 2/2009), con quota parte delle risorse nazionali disponibili sul Fondo aree sottoutilizzate (ora Fondo sviluppo e coesione), le quali sono state destinate alle attività di apprendimento, nonché di sostegno al reddito.

In tale Fondo confluiscono le risorse del Fondo per l'occupazione, di cui all’articolo 1, comma 7, del D.L. n. 148/1993, nonché le risorse comunque destinate al finanziamento degli ammortizzatori sociali concessi in deroga alla normativa vigente e quelle destinate in via ordinaria dal CIPE alla formazione.

 

Il successivo comma 4-ter dispone che a decorrere dal 1º gennaio 2012, per il personale dell'ISFOL proveniente dal soppresso Istituto per gli affari sociali (IAS), il trattamento fondamentale e accessorio in godimento presso il soppresso Istituto deve intendersi a tutti gli effetti equiparato a quello riconosciuto al personale dell'ISFOL, fermo restando che il medesimo personale conserva sino al 31 dicembre 2011 il richiamato trattamento in godimento presso lo IAS.

 

L’articolo 7, comma 15, del D.L. 78/2010 ha soppresso l'Istituto per gli affari sociali (IAS), trasferendo le relative funzioni all’ISFOL dal 30 luglio 2010.

Lo IAS, già Istituto Italiano di Medicina Sociale (IIMS), rinominato dal Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 23 novembre 2007, si configurava quale ente pubblico, vigilato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, svolgente attività di ricerca, di consulenza, di assistenza tecnica e di formazione in materia di politiche sociali.

Con decreti di natura non regolamentare del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sono trasferite le risorse umane, strumentali e finanziarie dell’IAS all'ISFOL, che incrementa la sua dotazione organica per un numero pari alle unità di personale di ruolo in servizio presso l'Istituto soppresso alla data di entrata in vigore del presente provvedimento. In materia è stato emanato il Decreto ministeriale 18 maggio 2012.

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

La “Garanzia per i giovani” (COM(2013)729) è una proposta di raccomandazione della Commissione europea, fatta propria dal Consiglio il 22 aprile 2013 (2013/C 120/01), per assicurare ai giovani fino a 25 anni di età – entro quattro mesi dal termine di un ciclo di istruzione formale o dall’inizio di un periodo di disoccupazione – un’offerta di lavoro, di prosecuzione dell’istruzione scolastica, di apprendistato o di un tirocinio di qualità elevata.

In particolare, la raccomandazione invita gli Stati membri a: promuovere con le parti interessate l’istituzione dello strumento “Garanzia per i giovani”; promuovere il tempestivo coinvolgimento dei servizi di collocamento e altri partner interessati; utilizzare il Fondo sociale europeo e altri fondi strutturali; valutare e migliorare costantemente lo strumento della Garanzia per i giovani e attuarne rapidamente i vari elementi. La definizione del quadro istituzionale entro il quale dovrà essere istituita la Garanzia per i giovani è lasciato ai singoli Stati membri, nel rispetto dei rispettivi ordinamenti nazionali. La Commissione ritiene che i costi di tale iniziativa saranno compensati dai risparmi ottenibili a lungo termine sulle spese di disoccupazione, inattività e perdita di produttività.

Si tratta di una delle iniziative delle istituzioni europee per fronteggiare il fenomeno della disoccupazione giovanile che, con la crisi economica in atto, è diventato particolarmente grave.

Dai dati forniti da Eurostat (2 luglio 2013), risulta che, nel maggio 2013, nell’area EU27 sono privi di occupazione circa 5,5 milioni di giovani al di sotto dei 25 anni (con una riduzione, rispetto al maggio 2012, di 53.000 unità), dei quali 3,5 milioni nell’area euro (con un aumento, rispetto al maggio 2012, di 84.000 unità). In termini percentuali, il tasso di disoccupazione giovanile nell’area EU27 è passato dal 22,8 per cento del maggio 2012 al 23,1 per cento del maggio 2013; nell’area euro, il tasso di disoccupazione giovanile è passato, nello stesso periodo di riferimento, dal 23,0 per cento al 23,9 per cento.

 

La tabella che segue espone i dati destagionalizzati della disoccupazione giovanile (soggetti con meno di 25 anni) nel periodo maggio 2012-maggio 2013:

 

tasso (%)

Numero di soggetti (in migliaia)

Maggio 2012

Maggio 2013

Maggio 2012

Maggio 2013

 

 

 

 

 

EA17

23,0

23,8

3.471

3.531

EU27

22,8

23,0

5.578

5.501

EU28

22,9

23,2

5.636

5.579

BE

20,1

22,7

85

95

BG

28,5

26,2

69

62

CZ

20,1

18,7

76

69

DK

14,6

11,6

67

51

DE

8,1

7,6

368

344

EE

22,4

-

16

-

IE

31,4

26,3

71

55

EL

54,0

-

169

-

ES

52,7

56,5

952

946

FR

23,9

24,6

683

690

HR

39,7

-

59

:

IT

35,6

38,5

614

647

CY

26,4

-

11

-

LV

29,3

-

30

-

LT

26,4

21,1

31

27

LU

18,7

19,4

3

3

HU

28,4

-

85

-

MT

15,3

12,1

4

3

NL

9,2

10,6

129

152

AT

8,5

8,7

51

51

PL

26,0

27,5

413

408

PT

37,6

42,1

163

171

RO

23,1

-

194

-

SI

20,2

-

15

-

SK

33,8

34,6

75

79

FI

18,5

20,9

61

70

SE

25,4

23,4

165

153

UK

21,1

-

975

-

Fonte: Eurostat, luglio 2013

 

Per potere meglio rappresentare dal punto di vista statistico il fenomeno della disoccupazione giovanile, Eurostat ha esplicitato, con un’ulteriore metodologia di calcolo, due indicatori, il tasso di disoccupazione giovanile (rate) e il rapporto (ratio): il primo è il rapporto tra il numero dei non occupati nella fascia di età 15-24 anni e il numero della forza lavoro riferita alla medesima fascia di età; il secondo è il rapporto tra i non occupati nella fascia di età 15-24 anni e la popolazione della medesima fascia di età, che comprende anche i giovani economicamente inattivi, cioè non solo non occupati ma anche economicamente inattivi. La differenza tra i due indicatori dipende interamente dal fatto che non tutti i giovani tra i 15 e i 24 anni costituiscono forza lavoro, in quanto un gran numero di essi è ancora nel percorso di istruzione. Le due condizioni (fare parte della forza lavoro e non farne parte) non sono esclusive, ma possono esserci delle sovrapposizioni che, tuttavia, in tale fascia di età sono particolarmente significative e dovute soprattutto al passaggio dall’istruzione al mondo del lavoro, con particolare riferimento agli strumenti dell’apprendistato e dei tirocini. Pertanto, sono considerati forza lavoro gli apprendisti, ma anche gli studenti con un piccolo lavoro; è considerato disoccupato uno studente che non lavora ma che è in cerca di lavoro; infine, è considerato economicamente inattivo uno studente che non cerca lavoro.

Applicando tali indicatori alla fascia di popolazione 15-24 anni, risulta che, su 57,5 milioni di giovani, 18,8 milioni sono occupati, 5,6 milioni sono disoccupati e i restanti 33 milioni sono economicamente inattivi. In termini percentuali, il tasso di disoccupazione (rate) giovanile nel 2012 è stato pari al 23 per cento, mentre il rapporto (ratio) della disoccupazione giovanile è stato pari al 9,7 per cento.

Più in particolare, nel 2012, la popolazione tra i 15 e i 24 anni dell’area EU28 può essere divisa nelle seguenti categorie:

·     18,8 milioni occupati, di cui 6,7 milioni impegnati in un percorso di istruzione, compreso l’apprendistato e piccoli lavori;

·     5,6 milioni disoccupati, di cui 1,3 milioni impegnati in un percorso di istruzione;

·     33 milioni economicamente inattivi, di cui 29 milioni impegnati in percorsi di istruzione e i restanti 4 milioni no.

La tabella che segue mostra la distribuzione della popolazione della fascia di età 15-24 anni nell’area EU28 nel 2012:

 

popolazione

Forza lavoro (in migliaia)

Inattivi

tasso di disoccupazione (%)

ratio di disoccupazione (%)

(in migliaia)

occupati

non occupati

(in migliaia)

EU28

57.471

18.838

5.589

33.044

23,00

9,07

EU27

56.951

18.750

5.523

32.678

22,08

9,07

Belgio

1.326

335

82

909

19,08

6,02

Bulgaria

815

178

70

567

28,01

8,05

Repubblica ceca

1.194

301

73

820

19,05

6,01

Danimarca

700

385

63

252

14,01

9,01

Germania

8.962

4.178

370

4.415

8,01

4,01

Estonia

168

55

15

98

20,09

8,07

Irlanda

553

156

68

329

30,04

12,03

Grecia

1.076

141

174

762

55,03

16,01

Spagna

4.576

833

945

2.799

53,02

20,06

Francia

7.409

2.136

668

4.606

24,06

9,00

Croazia

520

88

66

366

43,00

12,07

Italia

6.041

1.121

611

4.309

35,03

10,01

Cipro

107

30

12

65

27,08

10,08

Lettonia

255

73

29

153

28,04

11,04

Lituania

411

89

32

291

26,04

7,07

Lussemburgo

61

13

3

45

18,00

5,00

Ungaria

1.161

216

85

861

28,01

7,03

Malta

57

25

4

28

14,02

7,02

Paesi Bassi

2.023

1.281

134

608

9,05

6,06

Austria

991

541

52

398

8,07

5,02

Polonia

4.659

1.150

415

3.094

26,05

8,09

Portogallo

1.128

266

161

701

37,07

14,03

Romania

2.703

645

189

1.869

22,07

7,00

Slovenia

223

61

16

147

20,06

7,01

Slovacchia

728

146

76

506

34,00

10,04

Finlandia

641

268

63

310

19,00

9,08

Svezia

1.239

498

154

588

23,07

12,04

Regno Unito

7.743

3.629

963

3.152

21,00

12,04

Fonte: Eurostat, luglio 2013

 

A fronte di tali dati, numerosi sono gli strumenti messi in campo dalle istituzioni europee per fronteggiare il fenomeno della disoccupazione giovanile.

In primo luogo, si ricorda che il Consiglio europeo dello scorso 27-28 giugno ha affrontato, tra gli altri temi, proprio il problema della disoccupazione giovanile, il cui livello è giudicato inaccettabile. Il Consiglio richiede un’azione determinata e immediata sia a livello dei singoli Stati membri sia a livello dell’Unione europea, fondata sulle seguenti misure concrete:

·     utilizzo dei fondi strutturali, in particolare del Fondo sociale europeo, anche riprogrammando le risorse non spese;

·     piena operatività dal gennaio 2014 dell’Iniziativa Occupazione Giovanile (Youth Employment InitiativeYEI) (COM(2013)144), con l’erogazione dei primi finanziamenti nelle regioni il cui tasso di disoccupazione giovanile è superiore al 25 per cento nel 2013[26].

Per permettere la piena operatività della YEI, i finanziamenti previsti, pari a 6 miliardi di euro, saranno attribuiti nei primi due anni del prossimo quadro finanziario pluriennale (QFP), ovvero nel 2014 e nel 2015. Inoltre, le risorse non spese per gli anni 2014-2016 del QFP, destinati ad altre finalità, potrebbero essere utilizzate come stanziamento aggiuntivo per il finanziamento di misure per combattere la disoccupazione giovanile;

·     rapida messa in opera delle iniziative già elaborate dalla BEIJobs for Europe” (che prevede un più facile accesso delle PMI ai prestiti) e “Investment in skills” (che prevede finanziamenti per la formazione e l’apprendistato dei giovani nelle imprese);

·     rafforzamento del programma “Your First EURES Job” per promuovere la mobilità dei giovani in cerca di lavoro;

·     promozione dell’apprendistato e dei tirocini di alta qualità;

·     coinvolgimento delle parti sociali.

 

La Commissione europea, a sua volta, ha elaborato, fin dallo scorso anno, una serie di iniziative espressamente dedicate ai giovani privi di occupazione. Nel pacchetto di misure per promuovere l’occupazione giovanile, presentato dalla Commissione europea nel dicembre 2012, figura la citata proposta di raccomandazione sull’introduzione di una “Garanzia per i giovani”.

Al fine di dare concreta attuazione alla raccomandazione, in concomitanza con il Consiglio europeo espressamente dedicato alle misure per contrastare la disoccupazione del 27-28 giugno 2013, la Commissione ha presentato la comunicazioneLavorare insieme per i giovani d'Europa - Invito ad agire contro la disoccupazione giovanile” (COM(2013)449), in cui sono elencate le azioni proposte dalla Commissione per combattere la disoccupazione giovanile.

La comunicazione contiene, in sostanza, una rassegna di iniziative già presentate che la Commissione ritiene concrete, agevolmente attuabili e con effetti immediati. Alcune di esse, tuttavia, devono ancora essere approvate a livello di UE, in particolare quelle connesse al quadro finanziario pluriennale.

Il pacchetto presentato dalla Commissione prevede, inoltre, una comunicazione sulla promozione dell’occupazione dei giovani (COM(2012)727), nella quale si esamina lo stato dell’occupazione giovanile in Europa e una comunicazione relativa all’avvio di una consultazione su un quadro di qualità per tirocini (COM(2012)728).

Si ricorda, infine, che tra gli obiettivi prioritari della Strategia Europa 2020 vi è l’occupazione. In particolare, per quanto riguarda la lotta alla disoccupazione giovanile, la Strategia Europa 2020 prevede alcune iniziative prioritarie:

·     "Youth on the move", che mira ad aumentare le opportunità di lavoro dei giovani, aiutando studenti e apprendisti ad acquisire un'esperienza professionale in altri paesi e migliorando qualità e attrattiva dell'istruzione e della formazione in Europa;

·     Youth Opportunities Initiative” volta a promuovere l’apprendistato e i tirocini per i giovani e ad aiutare coloro che hanno abbandonato la scuola o un percorso formativo senza aver conseguito un diploma di istruzione secondaria superiore a riprendere gli studi o una formazione professionale, per acquisire le competenze necessarie a trovare un lavoro.


 

Articolo 6
(Raccordi fra istituti professionali e sistema di istruzione e formazione professionale
- Soppresso)

Il Senato ha soppresso l’articolo 6 che disponeva la possibilità, per il primo biennio e il primo anno del secondo biennio degli istituti professionali, di utilizzare spazi di flessibilità entro il 25 per cento dell’orario annuale delle lezioni, al fine di consentire lo svolgimento di percorsi di istruzione e formazione professionale in regime di sussidiarietà integrativa rispetto ai percorsi di durata triennale di competenza delle regioni.

 


 

Articolo 7
(Modifiche alla disciplina introdotta dalla L. 28 giugno 2012, n. 92)

L’articolo 7 reca norme in materia di contratti di lavoro a termine (comma 1),  distacco (comma 2, lettera 0a) contratti di lavoro intermittente (comma 2, lettere a) e b), comma 3 e comma 5, lettera a), numero 2)), lavoro a progetto (comma 2, lettere c) e d)), lavoro accessorio (comma 2, lettere e) ed f)), tentativo obbligatorio di conciliazione nei licenziamenti individuali (comma 4), intervenendo, in particolare, sulle modifiche alla normativa di settore apportate, da ultimo, dalla legge n. 92/2012.

La disposizione, inoltre, modifica direttamente la legge n. 92/2012 (comma 5), con particolare riguardo all’attività di monitoraggio, all’associazione in partecipazione, all’assunzione di lavoratori che beneficiano dell’ASpI, ai fondi di solidarietà bilaterali per i settori non coperti dalla normativa in materia di integrazione salariale, alle dimissioni e risoluzioni consensuali dei rapporti di lavoro di collaborazione.

Ulteriori misure riguardano ammortizzatori sociali di settore (comma 6) e i criteri per la definizione dello stato di disoccupazione (comma 7 e comma 5, lettera d), numero 2)).

 

Contratti di lavoro a termine (comma 1)

Le modifiche alla disciplina del contratto a termine, recata dal decreto legislativo n. 368/2001, prevedono:

·     per quanto concerne il contratto a termine acausale[27], che possa essere stipulato anche nei casi previsti dai contratti collettivi di livello aziendale, (sempre che siano stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali più rappresentative sul piano nazionale) e, ferma restando la durata massima complessiva di 12 mesi, che possa essere prorogato;

·     la soppressione dell'obbligo, a carico del datore di lavoro, di comunicare al centro per l'impiego territorialmente competente, entro il termine inizialmente fissato per la conclusione del rapporto di lavoro, la prosecuzione del rapporto di lavoro (dalla soppressione consegue che ritrovi applicazione il termine generale relativo alle comunicazioni obbligatorie in materia di variazioni del rapporto di lavoro, pari a 5 giorni dall'evento, ai sensi dell'art. 4-bis del D.Lgs. 21 aprile 2000, n. 181);

·     la riduzione dei periodi di sospensione tra successivi contratti a termine (riduzione da 60 a 10 girni per contratti di durata fino a 6 mesi e da 90 a 20 giorni per contratti di durata superiore a 6 mesi);

 

·     l’esclusione dalla disciplina  generale dei contratto a termine (di cui al d.lgs. n. 368/2001) dei contratti a termine stipulati dai lavoratori in mobilità.

 

La disciplina del lavoro a termine

Il contratto di lavoro a tempo determinato è disciplinato dal D.Lgs. 368/2001, adottato in attuazione della direttiva 1999/70/CE 28 giugno 1999 (relativa all'accordo quadro sul lavoro a tempo determinato) che ha riformato interamente la disciplina dell'apposizione del termine al contratto di lavoro, abrogando la precedente normativa in materia (L. 230/1962, articolo 8-bis del D.L. 17/1983, articolo 23 della L. 56/1987.

Con tale provvedimento è stata modificata profondamente la precedente impostazione normativa (in base alla quale il rapporto di lavoro a termine era vietato, tranne nei casi tassativi indicati dalla legge e dai contratti collettivi) ammettendo di regola il contratto a tempo determinato, salvo i casi in cui è espressamente vietato.

Su tale impianto normativo è successivamente intervenuta la L. 247/2007, che ha modificato il D.Lgs. 368/2001 stabilendo, in primo luogo, che il contratto di lavoro subordinato sia stipulato normalmente a tempo indeterminato, nonché un limite massimo di durata (pari a 36 mesi, comprensivo di proroghe e rinnovi), nell'ipotesi di successione di contratti a termine, oltre il quale il contratto si considera a tempo indeterminato.

Da ultimo, la L. 92/2012, intervenendo nuovamente sul D.Lgs. 368/2001, ha precisato che il contratto a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro, apportando profonde modifiche alla disciplina del contratto a termine.

Occorre ricordare che non sono soggetti all'applicazione del D.Lgs. 368/2001, in quanto regolamentati da una disciplina specifica e in quanto preordinati al conseguimento della formazione e all'inserimento al lavoro (ai sensi della circolare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 42 del 2002) i contratti di lavoro temporaneo, i contratti di formazione e lavoro, i rapporti di apprendistato, nonché le tipologie contrattuali legate alla formazione attraverso il lavoro (come ad esempio i tirocini e gli stage) i quali, se pur caratterizzati dall'apposizione di un termine, non costituiscono, ai sensi dell’articolo 10, comma 1, del D.Lgs. 368/2001, rapporti di lavoro subordinato.

L’articolo 1 del D.Lgs. 368/2001 consente l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro. L'apposizione del termine è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto nel quale sono specificate le ragioni.

L’articolo 1, comma 9, della L. 92/2012 ha apportato una serie di modifiche alla disciplina del lavoro a termine. In primo luogo si segnala l’esclusione del requisito della sussistenza di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo (riferibili anche all'ordinaria attività del datore di lavoro) (c.d. acausalità) ai fini della stipulazione di un primo contratto di lavoro a termine, purché esso sia di durata non superiore a 1 anno. In tali casi il contratto non può comunque essere oggetto di proroga.

Una ulteriore ipotesi di esclusione del requisito della sussistenza di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, opera nei casi, previsti dalla contrattazione collettiva, in cui l’assunzione avvenga nell’ambito di particolari processi produttivi (determinati dall’avvio di una nuova attività, dal lancio di un prodotto o di un servizio innovativo; dall’implementazione di un rilevante cambiamento tecnologico; dalla fase supplementare di un significativo progetto di ricerca e sviluppo; dal rinnovo o dalla proroga di una commessa consistente).

E’ stato inoltre escluso il requisito della sussistenza di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo (riferibili anche all'ordinaria attività del datore di lavoro), ai fini della prima missione di un lavoratore nell'ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato.

L'articolo 3 del D.Lgs. 368/2001 prevede che l’apposizione del termine alla durata di un contratto di lavoro subordinato sia vietata per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero; presso unità produttive nelle quali si sia proceduto, entro i sei mesi precedenti, a licenziamenti collettivi che abbiano riguardato lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto di lavoro a tempo determinato, salvo che tale contratto sia concluso per provvedere a sostituzione di lavoratori assenti; presso unità produttive nelle quali sia operante una sospensione dei rapporti o una riduzione dell'orario, con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessino lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce il contratto a termine; da parte delle imprese che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi.

L’articolo 4 del D.Lgs. 368/2001  prevede che il termine del contratto a tempo determinato può essere, con il consenso del lavoratore, prorogato solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a tre anni. In questi casi la proroga è ammessa una sola volta e a condizione che sia richiesta da ragioni oggettive e si riferisca alla stessa attività lavorativa per la quale il contratto è stato stipulato a tempo determinato. Con esclusivo riferimento a tale ipotesi la durata complessiva del rapporto a termine non potrà essere superiore ai tre anni.

L’articolo 5 del D.Lgs. 368/2001, modificato sostanzialmente dall’articolo 1, comma 9, della L. 92/2012, prevede che nel caso in cui il rapporto di lavoro continui dopo la scadenza del termine inizialmente fissato o successivamente prorogato ai sensi dell'articolo 4, il datore di lavoro sia tenuto a corrispondere al lavoratore una maggiorazione della retribuzione per ogni giorno di continuazione del rapporto pari al 20% fino al decimo giorno successivo, al 40% per ciascun giorno ulteriore. Se il rapporto di lavoro continua oltre il trentesimo giorno (in luogo dei precedenti 20) in caso di contratto di durata inferiore a sei mesi ovvero oltre il cinquantesimo giorno (in luogo dei precedenti 30) negli altri casi, il contratto si considera a tempo indeterminato dalla scadenza dei predetti termini. Oltre a ciò, è stato introdotto l’obbligo per il datore di lavoro di comunicare al Centro per l'impiego territorialmente competente, entro la scadenza della durata del rapporto prevista dal contratto, che il rapporto continuerà, indicando anche la durata della prosecuzione.

Per quanto concerne l’ipotesi della stipula di successivi contratti a termine con il medesimo lavoratore, nel caso in cui il lavoratore venga riassunto entro 60 giorni (in luogo dei precedenti 10) dalla data di scadenza di un contratto di durata fino a sei mesi, ovvero entro 90 giorni (in luogo dei precedenti 20) dalla data di scadenza di un contratto di durata superiore ai sei mesi, il secondo contratto si considera a tempo indeterminato. Peraltro, nell’ambito di particolari processi produttivi (determinati dall’avvio di una nuova attività, dal lancio di un prodotto o di un servizio innovativo; dall’implementazione di un rilevante cambiamento tecnologico; dalla fase supplementare di un significativo progetto di ricerca e sviluppo; dal rinnovo o dalla proroga di una commessa consistente), i contratti collettivi possono prevedere, stabilendone le condizioni, la riduzione di tali intervalli di tempo (fino a 20 giorni in caso di contratti di durata inferiore a 6 mesi; fino a 30 giorni in caso di contratti di durata superiore).

Quando si tratta di due assunzioni successive a termine, intendendosi per tali quelle effettuate senza alcuna soluzione di continuità, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato dalla data di stipulazione del primo contratto.

 Il comma 4-bis dell’articolo 5 del D.Lgs. 368/2001 prevede poi che, ferma restando la disciplina della successione di contratti di cui ai commi precedenti e fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i trentasei mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto e l’altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato. In deroga a quanto disposto dalla sopracitata disposizione, tuttavia, un ulteriore successivo contratto a termine fra gli stessi soggetti può essere stipulato per una sola volta, a condizione che la stipula avvenga presso la direzione provinciale del lavoro competente per territorio e con l’assistenza di un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferisca mandato. Le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale stabiliscono con avvisi comuni la durata del predetto ulteriore contratto. In caso di mancato rispetto della descritta procedura, nonché nel caso di superamento del termine stabilito nel medesimo contratto, il nuovo contratto si considera a tempo indeterminato. Secondo quanto disposto dalla L. 92/2012, ai fini del calcolo del limite complessivo di 36 mesi (superato il quale, anche per effetto di proroghe o rinnovi di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti, il rapporto a termine si considera comunque a tempo indeterminato) si deve tenere conto anche dei periodi di missione nell'ambito di contratti di somministrazione (a tempo determinato o indeterminato) aventi ad oggetto mansioni equivalenti e svolti tra gli stessi soggetti.

Il comma 4-quater dell’articolo 5 del D.Lgs. 368/2001 dispone che lavoratore il quale, nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda, abbia prestato attività lavorativa per un periodo superiore a sei mesi ha (fatte salve diverse disposizioni di contratti collettivi stipulati a livello nazionale, territoriale o aziendale con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale) diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro entro i successivi dodici mesi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine.

 

Il rapporto di lavoro a tempo determinato si estingue con lo scadere del termine previsto; la cessazione del rapporto deve essere comunicata al Centro per l'impiego entro i 5 giorni successivi solo se avviene in data diversa da quella comunicata all'atto dell'assunzione In ogni caso, il rapporto di lavoro a termine può cessare prima della scadenza del termine per comune volontà delle parti oppure per recesso per giusta causa.

L’articolo 32, commi 3 e 4, della L. 183/2010 (c.d. Collegato lavoro) ha previsto l’applicazione dell’articolo 6 della L. 604/1966 (relativo ai termini di impugnazione dei licenziamenti) ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla legittimità del termine apposto al contratto e all'azione di nullità del termine apposto al contratto di lavoro, nonché alcune specifiche disposizioni per i contratti in corso di esecuzione o già conclusi al 24 novembre 2010.

Successivamente, l’articolo 1, commi 11-12 della L. 92/2012 è intervenuto in materia, ampliando i termini per l'impugnazione (anche extragiudiziale) e per il successivo ricorso giudiziale (o per la comunicazione alla controparte della richiesta di tentativo di conciliazione o arbitrato), nel contenzioso relativo alla nullità del termine apposto al contratto di lavoro. Il primo termine è stato elevato da 60 a 120 giorni (decorrenti dalla cessazione del contratto), mentre il secondo termine è stato ridotto da 270 a 180 giorni (decorrenti dalla precedente impugnazione). I nuovi termini si applicano con riferimento alle cessazioni di contratti a tempo determinato verificatesi a decorrere dal 1° gennaio 2013.

Infine, si segnala che l’articolo 1, comma 13, della L. 92/2012 ha fornito una norma di interpretazione autentica dell’articolo 32, comma 5, della L. 183/2010, relativamente al risarcimento del danno subìto dal lavoratore nelle ipotesi di conversione del contratto a termine in rapporto a tempo indeterminato.

La norma di interpretazione autentica (avente, quindi, effetto retroattivo) è volta a chiarire che l'indennità onnicomprensiva costituisce l'unico risarcimento spettante al lavoratore, anche in relazione alle conseguenze retributive e contributive, concernenti il periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento giudiziale di conversione del rapporto di lavoro.

La norma di interpretazione autentica si pone in linea con quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 303/2011, con la quale si ritiene, in primo luogo, che “in termini generali, la norma scrutinata non si limita a forfetizzare il risarcimento del danno dovuto al lavoratore illegittimamente assunto a termine, ma, innanzitutto, assicura a quest’ultimo l’instaurazione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Difatti, l’indennità prevista dall’art. 32, commi 5 e 6, della L. 183/2010 va chiaramente ad integrare la garanzia della conversione del contratto di lavoro a termine in un contratto di lavoro a tempo indeterminato. E la stabilizzazione del rapporto è la protezione più intensa che possa essere riconosciuta ad un lavoratore precario”. La Corte prosegue, poi, affermando che “l’indennità onnicomprensiva prevista dall’art. 32, commi 5 e 6, della L. 183/2010, non è ipotizzabile come “aggiuntiva al risarcimento dovuto secondo le regole di diritto comune” e pertanto “assorbe l’intero pregiudizio subìto dal lavoratore a causa dell’illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro, dal giorno dell’interruzione del rapporto fino al momento dell’effettiva riammissione in servizio.

 

Distacco (comma 2, lettera 0a))

La disciplina del distacco (recata dall’articolo 30 del decreto legislativo n.276/2003) viene integrata al fine di prevedere che qualora il distacco di personale avvenga tra aziende che abbiano sottoscritto un contratto di rete di impresa (che abbia validità ai sensi del decreto-legge 10 febbraio 2009, n. 5), l'interesse della parte distaccante sorge automaticamente in forza dell'operare della rete (fatte salve le norme in materia di mobilità dei lavoratori previste dall'articolo 2103 del codice civile). Inoltre per le stesse imprese è ammessa la codatorialità dei dipendenti ingaggiati con regole stabilite attraverso il contratto di rete stesso.

 

Ai sensi dell’articolo 30 del d.lgs. n.276/2003, il distacco si configura quando un datore di lavoro, per soddisfare un proprio interesse, pone temporaneamente uno o più lavoratori a disposizione di altro soggetto per l'esecuzione di una determinata attività lavorativa. Il datore di lavoro rimane responsabile del trattamento economico e normativo a favore del lavoratore. Il distacco che comporti un mutamento di mansioni deve avvenire con il consenso del lavoratore interessato. Quando comporti un trasferimento a una unità produttiva sita a più di 50 km da quella in cui il lavoratore è adibito, il distacco può avvenire soltanto per comprovate ragioni tecniche, organizzative, produttive o sostitutive. Quando il distacco avvenga in violazione della disciplina normativa, il lavoratore interessato può chiedere (mediante ricorso giudiziale a norma dell'articolo 414 del codice di procedura civile) la costituzione di un rapporto di lavoro alle dipendenze del soggetto che ne ha utilizzato la prestazione

La disciplina del contratto di rete risulta contenuta principalmente nell’articolo 3, commi 4-ter-4-quinques del decreto-legge 5/2009, che detta alcune caratteristiche fondamentali che il contratto di rete deve assumere per essere riconosciuto come tale all'interno dell'ordinamento giuridico:

·     esso deve essere redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata, ovvero per atto firmato digitalmente trasmesso ai competenti uffici del registro delle imprese;

·     è, inoltre, soggetto a iscrizione nella sezione del registro delle imprese presso cui è iscritto ciascun partecipante e la sua efficacia inizia a decorrere da quando è stata eseguita l’ultima delle iscrizioni prescritte.

·     deve possedere le seguenti caratteristiche principali:

·     lo scopo del contratto deve essere quello di accrescere la capacità innovativa e la competitività sul mercato;

·     gli obblighi di collaborazione devono concretizzarsi in forme e in ambiti predeterminati come lo scambio di informazioni o prestazioni di natura industriale, commerciale, tecnica o tecnologica ovvero l'esercizio in comune di una o più attività rientranti nell’oggetto della propria impresa;

·     deve essere previsto un fondo patrimoniale e un organo comune incaricato di gestire, in nome e per conto dei partecipanti, l’esecuzione del contratto o di singole parti o fasi dello stesso;

·     può essere prevista la possibilità di acquisire soggettività giuridica.

 

Contratti di lavoro intermittente (comma 2, lettera a), comma 3 e comma 5, lettera a), numero 2))

Le disposizioni in materia di lavoro intermittente modificano gli articoli 34 e 35 del decreto legislativo n.276/2003, che reca la disciplina dell’istituto.

In particolare:

·     si introduce (fermi restando i presupposti previsti dalla legge per l’instaurazione del rapporto di lavoro) un limite di 400 giornate annue di lavoro effettivo nell’arco di 3 anni solari, riferito a ciascun lavoratore con il medesimo datore di lavoro, superato il quale il rapporto si trasforma in un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato (ai sensi del comma 3 si computano solo le giornate prestate successivamente all’entrata in vigore del decreto-legge); restano esclusi da tale limite i settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo;

·     si proroga al 1° gennaio 2014 (dal 13 luglio 2013) il termine a partire dal quale cessano di produrre effetti i contratti di lavoro intermittente già sottoscritti alla data di entrata in vigore della legge 28 giugno 2012, n. 92, che non siano compatibili con le modifiche introdotte dalla stessa legge alla disciplina dell'istituto. 

 

La disciplina del lavoro intermittente

L'art. 1, comma 21, della L. n. 92/2012 ha modificato il campo di applicazione del lavoro intermittente eliminando la possibilità - prima ammessa - di ricorrervi nei c.d. periodi predeterminati di cui all'art. 37 del D.Lgs. n. 276/2003 (ovvero durante il fine settimana, nei periodi estivi, o di vacanze natalizie e pasquali) e in relazione alle prestazioni rese da soggetti con meno di 25 anni di età ovvero da lavoratori con più di 45 anni di età, anche pensionati. Il contratto di lavoro intermittente può essere oggi concluso:

-   per lo svolgimento di prestazioni di carattere discontinuo e saltuario secondo le esigenze individuate dai contratti collettivi stipulati da associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o territoriale ovvero per periodi predeterminati nell'arco della settimana, del mese o dell'anno (art. 34, comma 1, D.Lgs. n. 276/2003);

-   con soggetti con più di 55 anni di età e con soggetti con meno di 24 anni di età, fermo restando che le prestazioni contrattuali devono essere svolte entro il venticinquesimo anno di età (art. 34, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003).

In relazione alla causale di cui all'art. 34, comma 1, D.Lgs. n. 276/2003, il Ministero del lavoro con la circolare n. 20/2012, ritiene demandata alla contrattazione collettiva anche l'individuazione dei c.d. "periodi predeterminati". Tali periodi si devono collocare nel cd. contenitore/anno, pertanto, non risulta possibile prevedere che il periodo predeterminato sia riferito all'intero anno, ma occorre una precisa delimitazione temporale. Diversamente, i rapporti instaurati si intendono a tempo indeterminato (ML lett. circ. n. 7258/2013).

Invece, per la causale ex art. 34, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003, la L. n. 92/2012 ha delimitato diversamente, rispetto alla previgente disciplina, anche la causale soggettiva che consente il ricorso al lavoro intermittente. Infatti ora è previsto, ai fini della stipulazione del contratto, che il lavoratore:

-   non abbia compiuto i 24 anni (quindi abbia al massimo 23 anni e 364 giorni);

-   oppure abbia più di 55 anni (quindi almeno 55 anni e quindi possono essere anche pensionati).

La modifica al campo di applicazione del lavoro intermittente ha suggerito anche l'introduzione di una disciplina transitoria, ai sensi della quale i contratti di lavoro intermittente già sottoscritti alla data di entrata in vigore della L. n. 92/2012 (18 luglio 2012), che non siano compatibili con le nuove disposizioni cessano di produrre effetti decorsi 12 mesi dalla sua entrata in vigore (pertanto dal 18 luglio 2013).

Va in ogni caso ricordato che, ai sensi dell'art. 40 del D.Lgs. n. 276/2003, in assenza di una regolamentazione da parte della contrattazione collettiva, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali individua in via provvisoria e con proprio decreto i casi in cui è ammissibile il ricorso al lavoro intermittente (INAIL circ. n. 64/2012).

Il Ministro del lavoro con il D.M. 23 ottobre 2004 ha indicato nelle occupazioni che richiedono un lavoro discontinuo elencate nella tabella approvata con R.D. n. 2657/1923 le ipotesi oggettive per le quali in via provvisoriamente sostitutiva della contrattazione collettiva è possibile stipulare i contratti di lavoro intermittente.

L'art. 34, c. 3, D.Lgs. n. 276/2003 elenca tassativamente i casi nei quali non è possibile la stipulazione del contratto a chiamata.

In particolare è vietato il ricorso al lavoro intermittente:

-   per la sostituzione di lavoratori che esercitano il diritto di sciopero;

-   salva diversa disposizione degli accordi sindacali, presso unità produttive nelle quali si sia proceduto, entro i sei mesi precedenti, a licenziamenti collettivi ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, che abbiano riguardato lavoratori adibiti alle stesse mansioni cui si riferisce il contratto di lavoro a chiamata ovvero presso unità produttive nelle quali sia operante una sospensione dei rapporti o una riduzione dell'orario, con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessino lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce il contratto a chiamata;

-   da parte delle imprese che non abbiano effettuato la valutazione dei rischi.

In caso di assenza delle condizioni legittimanti la stipulazione del contratto (v. supra), nonché in caso di violazione dei divieti indicati dall'art. 34, comma 3, del D.Lgs. n. 276/2003, i rapporti di lavoro saranno considerati a tempo pieno e indeterminato (ML circ. n. 20/2012; INAIL circ. n. 64/2012).

Ai fini della applicazione di normative di legge, il prestatore di lavoro intermittente è computato nell'organico dell'impresa in proporzione all'orario di lavoro effettivamente svolto nell'arco di ciascun semestre (art. 39, D.Lgs. n. 276/2003).

Si ricorda che non è previsto alcun divieto per quanto riguarda la stipulazione di più contratti di lavoro intermittente con datori di lavoro differenti.

Nulla vieta, inoltre, l'ammissibilità di porre in essere un contratto intermittente e altre differenti tipologie contrattuali a patto che siano tra loro compatibili e che non risultino di ostacolo con i vari impegni negoziali assunti dalle parti (ML circ. n. 4/2005).

 

Lavoro a progetto (comma 2, lettere c) e d) e comma 2-bis)

Le disposizioni in materia di lavoro a progetto modificano gli articoli 61 e 62 del decreto legislativo n. 276/2003, che reca la disciplina dell’istituto.

In particolare:

·     con riferimento alle ipotesi in cui è vietato stipulare contratti a progetto, si modifica la norma che esclude il ricorso all'istituto del lavoro a progetto per lo svolgimento di "compiti meramente esecutivi o ripetitivi", riformulando la locuzione in forma congiuntiva "compiti meramente esecutivi e ripetitivi" (con l’effetto di restringere l’ampiezza del divieto);

·     si prevede che se l'attività di ricerca scientifica, oggetto del contratto, viene ampliata per temi connessi e/o prorogata nel tempo, il progetto prosegue automaticamente;

·     si prevede che la definizione per iscritto degli elementi contrattuali obbligatori è sempre richiesta (e non soltanto ai fini della prova);

·     con riferimento alle attività realizzate dai call-center “outbound” (escluse dall’ambito applicativo del lavoro a progetto ai sensi dell’articolo 61 del D.Lgs. n. 276/2003 e disciplinate dai contratti collettivi nazionali di riferimento), con una norma di interpretazione autentica si prevede che l'espressione ''vendita diretta di beni e di servizi'' si interpreta nel senso di ricomprendere sia le attività di vendita diretta di beni, sia le attività di servizi

 

La disciplina del lavoro a progetto

L’articolo 1, commi 23-25, della L. 92/2012 (di riforma del mercato del lavoro) ha apportato importanti modifiche alla disciplina del lavoro a progetto.

In particolare, il nuovo testo dell’articolo 61 del D. Lgs. 276/2003 (ferma restando la disciplina degli agenti e rappresentanti di commercio, nonché le attività di vendita diretta di beni e servizi realizzate attraverso call center "outbound", per le quali il ricorso ai contratti di collaborazione a progetto è consentito sulla base del corrispettivo definito dalla contrattazione collettiva nazionale di riferimento, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, di cui all'articolo 409, n. 3, c.p.c.) consente che il contratto di lavoro a progetto sia riconducibile unicamente a progetti specifici (e non più anche a “programmi di lavoro o a fasi di questi ultimi”, come previsto dalla normativa previgente), escludendo che il progetto possa consistere in una mera riproposizione dell’oggetto sociale del committente o nello svolgimento di compiti meramente esecutivi o ripetitivi (questi ultimi possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l'individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto.

Da tale previsione sono escluse le prestazioni meramente occasionali , cioè i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell'anno solare ovvero, nell’ambito dei servizi di cura e assistenza alla persona, non superiore a 240 ore, con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5.000 euro (articolo 61, comma 2), i quali sono regolamentati dall’apposita disciplina contenuta nello stesso provvedimento. Pertanto vengono fissati due criteri alternativi, uno correlato alla durata della prestazione nei confronti dello stesso committente, l’altro correlato all’ammontare del corrispettivo, che servono a distinguere le prestazioni meramente occasionali dalle collaborazioni coordinate e continuative vere e proprie, che vengono disciplinate dalle disposizioni sul lavoro a progetto.

Sono altresì escluse dal campo di applicazione della disciplina del lavoro a progetto anche le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria l’iscrizione in appositi albi.

Tra gli elementi essenziali da indicare in forma scritta debba esservi anche il risultato finale che si intende conseguire attraverso il contratto di lavoro a progetto.

Il corrispettivo, secondo quanto disposto dall’articolo 63 del D.Lgs. 276/2003 (come modificato dalla L. 92/2012) non può essere inferiore ai minimi stabiliti per ciascun settore di attività (eventualmente articolati per i relativi profili professionali tipici e in ogni caso sulla base dei minimi salariali applicati nel settore medesimo alle mansioni equiparabili svolte dai lavoratori subordinati), dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale a livello interconfederale o di categoria (ovvero, su loro delega, ai livelli decentrati). In assenza di contrattazione collettiva specifica, il compenso non può essere inferiore, a parità di estensione temporale dell'attività oggetto della prestazione, alle retribuzioni minime previste dai contratti collettivi nazionali di categoria applicati nel settore di riferimento alle figure professionali il cui profilo di competenza e di esperienza sia analogo a quello del collaboratore a progetto (la formulazione previgente si limitava a richiedere che il compenso corrisposto ai collaboratori a progetto dovesse essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito, e deve tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto).

Ai sensi del successivo articolo 67 (anch’esso modificato dalla L. 92/2012), il lavoro a progetto si risolve al momento della realizzazione del progetto che ne costituisce l'oggetto. Le parti possono recedere prima della scadenza del termine per giusta causa, ed il committente può altresì recedere prima della scadenza del termine qualora siano emersi oggettivi profili di inidoneità professionale del collaboratore tali da rendere impossibile la realizzazione del progetto. Il collaboratore può recedere prima della scadenza del termine, dandone preavviso, nel caso in cui tale facoltà sia prevista nel contratto individuale di lavoro.

L’articolo 69 del D.Lgs. 276/2003 disciplina la trasformazione del contratto a progetto, prevedendo che nel caso in cui i rapporti di lavoro siano instaurati senza individuare uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, siano considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato fin dalla data di costituzione del rapporto (comma 1). Al riguardo, l’articolo 1, comma 24, della L. 92/2012, dettando una norma di interpretazione autentica (con effetto, quindi, retroattivo) dell’articolo 69, comma 1, ha chiarito che tale disposizione si interpreta nel senso che l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

In seguito alle modificazione recate dalla L. 92/2012, i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, anche a progetto, vengono considerati rapporti di lavoro subordinato, sin dalla data di costituzione del rapporto, nel caso in cui l’attività del collaboratore sia svolta con modalità analoghe rispetto a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell’impresa committente (articolo 69, comma 2), fatte salve la prova contraria a carico del committente, nonché le prestazioni di elevata professionalità (le quali possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale).

Qualora nel corso di un rapporto venga invece accertato dal giudice che il rapporto instaurato si configuri come un contratto di lavoro subordinato per difetto del requisito dell'autonomia, esso si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le parti.

Ulteriori disposizioni sull’istituto riguardano la possibilità, per il collaboratore a progetto, di svolgere l’attività nei riguardi di più committenti, anche se lo stesso non può svolgere attività concorrenziale nei confronti dei committenti stessi né può venire meno all’obbligo di riservatezza (articolo 64).

Lo stesso D.Lgs. 276/2003 ha individuato (articoli 65 e 66) alcuni diritti del collaboratore a progetto. In particolare (articolo 65), il collaboratore ha il diritto ad essere riconosciuto autore dell’invenzione eventualmente fatta nello svolgimento del rapporto. In ogni caso, i diritti e gli obblighi delle parti sono regolati da leggi speciali, comprese le disposizioni di cui all’articolo 12-bis della L. 633/1941. Il successivo articolo 66 disciplina ulteriori diritti del collaboratore a progetto. In particolare, si stabilisce che la gravidanza, malattia ed infortunio non comportino estinzione del rapporto contrattuale, che rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo. In caso di gravidanza, inoltre, la durata del rapporto è prorogata di 180 giorni, salvo previsione contrattuale più favorevole. Inoltre, in caso di infortunio o malattia, salva diversa previsione contrattuale, la sospensione del rapporto non comporta una proroga della durata del contratto, che si estingue alla scadenza. Il contratto si intende comunque risolto se la sospensione si protrae per un periodo superiore ad un sesto della durata stabilita nel contratto, se determinata, ovvero superiore a 30 giorni per i contratti a durata determinabile. Infine, ai rapporti che rientrano nel campo di applicazione del capo in esame si applicano specifiche norme, tra le quali si ricordano quelle sul processo del lavoro , quelle sulla tutela della maternità per le lavoratrici iscritte alla gestione separata INPS, le norme sulla sicurezza e igiene del lavoro, (di cui al D.Lgs. 81/2008), nonché le norme di tutela contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali e le norme di cui all’articolo 51, comma 1, della L. 488/1999 (finanziaria 2002) .

E’ stato previsto, poi, che nella riconduzione a un progetto, programma di lavoro o fase di esso delle collaborazioni coordinate e continuative, i diritti derivanti da un rapporto di lavoro già in essere possono essere oggetto di rinunzie o transazioni (articolo 68, così come modificato dal richiamato D.Lgs. 251/2004) tra le parti in sede di certificazione del rapporto di lavoro anche in deroga alle disposizioni sulle rinunce e transazioni che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi concernenti le controversie individuali di lavoro, di cui all’articolo 2113 del codice civile.

Merita infine ricordare che l’articolo 2, commi 51-56, della L. 92/2012, disciplina, a decorrere dal 2013, una specifica indennità una tantum per i collaboratori coordinati e continuativi in regime di monocomittenza, iscritti in via esclusiva alla gestione pensionistica INPS separata e non titolari anche di reddito di lavoro autonomo, in quanto esclusi dall’ambito di applicazione della ASPI

 

Lavoro accessorio (comma 2, lettere e) ed f))

Le disposizioni in materia di lavoro accessorio modificano gli articoli 61 e 62 del decreto legislativo n.276/2003, che reca la disciplina dell’istituto.

In particolare:

·     si amplia l’ambito applicativo dell’istituto, escludendo che le prestazioni debbano avere “natura meramente occasionale”;

·     si sopprime la previsione che, nell'àmbito dell'impresa familiare (di cui all’articolo 230-bis del codice civile), trovi applicazione la normale disciplina contributiva del lavoro subordinato;

·     si prevede che il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con decreto, possa stabilire specifiche condizioni, modalità e importi dei buoni orari, in "considerazione delle particolari e oggettive condizioni sociali di specifiche categorie di soggetti correlate allo stato di disabilità, di detenzione, di tossicodipendenza o di fruizione di ammortizzatori sociali per i quali è prevista una contribuzione figurativa, utilizzati nell’ambito di progetti promossi da amministrazioni pubbliche".

 

Si fa presente che la norma non individua un termine entro il quale il decreto ministeriale deve essere adottato.

 

 

La disciplina del lavoro accessorio

Il lavoro accessorio è disciplinato dagli articoli da 70 a 74 del D.Lgs. 276/2003 (come ripetutamente modificati, nel corso della XVI Legislatura, dal D.L. 112/2008, dal D.L. 5/2009, dal D.L. 78/2009, dalla L. 191/2009, dal D.L. 83/2012 e dalla L. 92/2012).

Ai sensi dell’articolo 70, comma 1, primo periodo, del D.Lgs. 276/2003,  per prestazioni di lavoro accessorio si intendono le attività lavorative di natura occasionale nel caso in cui diano complessivamente luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi non superiori a 5.000 euro nel corso di un anno solare (annualmente rivalutati sulla base della variazione dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati intercorsa nell'anno precedente).

Le prestazioni possono rese  in tutti i settori, da parte di qualsiasi committente, con qualsiasi lavoratore (salvo alcuni limiti nel settore agricolo), mentre per quanto concerne le  prestazioni rese nei confronti di imprenditori commerciali o professionisti (fermo restando il limite dei compensi fissato in linea generale a 5.000 euro annui), si prevede che le attività svolte a favore di ciascun committente non possono comunque superare i 2.000 euro annui.

Prima dell’intervento in senso restrittivo della L. 92/2012 il lavoro accessorio si configurava nelle prestazioni occasionali che dessero complessivamente luogo, in riferimento ad ogni committente, un compenso non superiore a 5.000 euro annui per attività svolte nei seguenti settori: lavori domestici; lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti; insegnamento privato supplementare; manifestazioni sportive, culturali, fieristiche o caritatevoli e di lavori di emergenza o di solidarietà anche in caso di committente pubblico; attività svolte in qualsiasi settore produttivo, compresi gli enti locali, le scuole e le università, il sabato e la domenica e durante i periodi di vacanza da parte di giovani con meno di venticinque anni di età se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università; attività agricole di carattere stagionale effettuate da pensionati, da casalinghe e da giovani, ovvero delle attività agricole svolte a favore dei produttori agricoli con volume d’affari annuo non superiore a 7.000 euro; impresa familiare di cui all'articolo 230-bis c.c.; consegna porta a porta e della vendita ambulante di stampa quotidiana e periodica; qualsiasi settore produttivo, compresi gli enti locali da parte di pensionati; attività di lavoro svolte nei maneggi e nelle scuderie. Le imprese familiari potevano infine utilizzare prestazioni di lavoro accessorio per un importo complessivo non superiore, nel corso di ciascun anno fiscale, a 10.000 euro.

Inoltre, la stessa L. 92/2012 ha soppresso le discipline sperimentali (previste dalla normativa previgente fino al 31 dicembre 2012) che consentivano prestazioni di lavoro accessorio da parte di titolari di contratti di lavoro a tempo parziale nonché di percettori di prestazioni integrative del salario o sostegno al reddito, a condizione che fosse rispettato un limite massimo degli emolumenti ricevuti, pari a 3.000 euro per anno solare e che tali prestazioni fossero comunque compatibili con quanto disposto dall’articolo 19, comma 10, del D.L. 185/2008, il quale subordina il diritto a percepire qualsiasi trattamento di sostegno al reddito previsto dalla legislazione vigente in materia di ammortizzatori sociali, alla dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro o a un percorso di riqualificazione professionale.

Mutuando in parte quanto previsto in precedenza come disciplina sperimentale, per il 2013 le prestazioni di lavoro accessorio possono essere altresì rese, in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, fermo restando il rispetto dei vincoli previsti dalla normativa vigente in materia di contenimento delle spese di personale e, ove previsto, dal patto di stabilità interno, nel limite massimo di 3.000 euro di corrispettivo per anno solare, da soggetti titolari di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito.

Riguardo alla possibilità di prestazioni rese da dipendenti pubblici, occorre ricordare che la circolare INPS n. 88 del 9 luglio 2009 precisa che per questi si applichi l’articolo 53 del D.Lgs. 165/2001, in tema di incumulabilità, cumulo di impieghi e incarichi, che prevede la richiesta di autorizzazione, da parte di soggetti sia pubblici che privati, all’amministrazione di appartenenza per lo svolgimento di tutti gli incarichi, anche occasionali, non compresi nei compiti e nei doveri d’ufficio, per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma, un compenso. La stessa norma peraltro esclude dalla richiesta di autorizzazione i dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento, i docenti universitari a tempo definito e le altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali.

Per quanto concerne le attività agricole, sono state escluse le casalinghe dal novero dei soggetti abilitati mentre sono stati confermati i pensionati e giovani con meno di venticinque anni di età, se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici (ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università). Inoltre, si specifica che le attività agricole svolte a favore dei soggetti di cui all’articolo 34, comma 6, del decreto del D.P.R. 633/1972 (ossia produttori agricoli con volume d’affari annuo non superiore a 7.000) non possono comunque essere svolte da soggetti iscritti l’anno precedente negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli.

Al riguardo, con la circolare n. 18 del 18 luglio 2012 il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha ritenuto che, proprio in ragione della specialità del settore agricolo, non trovi applicazione l'ulteriore limite di euro 2.000 previsto in relazione alle prestazioni rese nei confronti degli imprenditori e professionisti.

L’articolo 72 disciplina le modalità di assolvimento dell’obbligo retributivo e contributivo connesso alle prestazioni, prevedendo che esso avviene attraverso l’acquisto presso le rivendite autorizzate, da parte dei datori di lavoro, di uno o più carnet di buoni per prestazioni di lavoro accessorio (cd. voucher), che garantiscono la retribuzione nonché la copertura previdenziale ed assicurativa, da consegnare al prestatore di lavoro accessorio. Il valore nominale dei buoni è fissato con specifico decreto, con il quale vengono anche stabiliti gli aggiornamenti periodi del valore stesso, ed è stabilito tenendo conto della media delle retribuzioni rilevate per le attività lavorative affini a quelle richiamate in precedenza, nonché del costo di gestione del servizio.

Inoltre, i buoni devono essere orari, numerati progressivamente e datati; si prevede, quindi, che in sede di adozione del decreto ministeriale chiamato ad aggiornare periodicamente il valore nominale dei buoni, si dovrà tener conto delle “risultanze istruttorie del confronto con le parti sociali”.

Attualmente il valore nominale del buono, fissato con D.M. 30 settembre 2005, è pari a 10 euro e non è ricollegato ad una retribuzione minima oraria (nota INAIL n. 6464/2010).

I compensi percepiti dal lavoratore sono computati ai fini della determinazione del reddito necessario per il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Al riguardo, si segnala che la circolare n. 4 del 2013 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha sottolineato che ai sensi dell’articolo 26, comma 3, del D.Lgs. 286/1998 “il lavoratore non appartenente all’Unione europea deve comunque dimostrare di disporre di idonea sistemazione alloggiativa e di un reddito annuo, proveniente da fonti lecite, di importo superiore al livello minimo previsto dalla legge per l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria”. Inoltre, ai sensi dell’articolo 13 del D.P.R. 394/1999 “ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno (…) la documentazione attestante la disponibilità di un reddito da lavoro o da altra fonte lecita, sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi a carico può essere accertata d’ufficio sulla base di una dichiarazione temporaneamente sostitutiva resa dall’interessato con la richiesta di rinnovo”.

Sempre riguardo alle caratteristiche dei buoni, la circolare del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 4/2013 ha sottolineato che, “considerata la natura preventiva della comunicazione sull’utilizzo del lavoro accessorio, al fine di consentire la massima fless