A) Interpellanza
B) Interpellanza
C) Interrogazione
D) Interrogazione
a finanziare un piano volto a inserire nel mercato del lavoro almeno 100 mila giovani diplomati e laureati delle otto regioni del Mezzogiorno mediante stage presso imprese private, a tal fine prevedendo un compenso mensile a carico dello Stato per un periodo non inferiore a sei mesi, cui aggiungere un incentivo di 3.000 euro a favore dell'azienda in caso di assunzione a tempo indeterminato.
a elaborare un piano straordinario per l'occupazione a favore dei giovani meridionali che preveda:
a prevedere adeguati finanziamenti finalizzati alla realizzazione di politiche innovative di formazione e di lavoro, in grado di dare alle giovani generazioni del Sud maggiori e migliori possibilità occupazionali, permettendo così all'intero Paese di progredire attraverso la trasformazione del Mezzogiorno d'Italia in una grande realtà produttiva capace di valorizzare le opportunità offerte dal proprio territorio;
ad assumere la ricostruzione dell'Abruzzo come una sfida, un'occasione di sviluppo e di trasformazione produttiva non solo dell'economia di quella regione, ma di tutto il tessuto meridionale;
a realizzare un efficace rapporto tra i servizi provinciali per l'impiego, le regioni e le strutture locali e private che operano sul mercato del lavoro, con un'attenzione forte alle persone più svantaggiate ed alle aree interne e con la promozione di servizi ed assistenza tecnica in grado di consentire ad ogni territorio di avere strutture di qualità e funzionanti;
ad adottare le strategie necessarie per combattere in modo efficace l'HIV/AIDS attraverso prevenzione, educazione sanitaria, assistenza e cure, favorendo il ricorso a farmaci più avanzati;
a richiedere con urgenza alla Commissione nazionale per la lotta contro l'Aids, organo tecnico-scientifico del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, di definire le linee guida nazionali per indirizzare, indurre e garantire l'accesso al test dell'HIV, tali da indicare, altresì, i gruppi socialmente vulnerabili sui quali orientare le prime azioni, gli strumenti e le procedure consigliabili per la garanzia dell'accesso informato, come l'introduzione di innovative procedure standard nell'accettazione per il ricovero ospedaliero, un piano di azione per la richiesta standard di test informato all'interno delle strutture carcerarie, nel momento dell'accoglienza delle persone immigrate e nelle aree di evidente disagio sociale, test i cui risultati, oltre a migliorare la prevenzione dell'HIV/AIDS, permetteranno anche di raccogliere dati scientifici importanti per l'identificazione, da parte dell'Istituto superiore di sanità, di ceppi e sottoceppi dei virus presenti in Italia;
a richiedere con urgenza alla Commissione nazionale per la lotta contro l'AIDS, organo tecnico del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, di elaborare entro sei mesi dall'approvazione del presente atto le linee guida nazionali per garantire, indurre e facilitare l'accesso al test secondo le seguenti indicazioni:
ad attivare ogni utile disposizione atta ad aumentare l'attenzione nei confronti della sieropositività e a facilitare l'accesso ai test, in tutte le diverse realtà territoriali, ma soprattutto nelle zone in cui l'emergenza è più grave;
a favorire l'accesso ai servizi sanitari e allo sviluppo qualificato di reti interistituzionali di prevenzione sul fenomeno, con il pieno coinvolgimento delle associazioni impegnate nella lotta all'AIDS e alle malattie sessualmente trasmissibili;
a due passi dal centro abitato di Niscemi, in contrada Ulmo, antico feudo, dal 1991 esiste una delle più grandi stazioni di telecomunicazioni della Marina Usa del Mediterraneo: Nrtf (Naval radio transmitter facility);
nella stazione in oggetto, dove già sono installate 41 antenne di trasmissione hf ed una lf (bassa frequenza), starebbe per sorgere una delle stazioni di controllo terrestre del Muos, il sofisticato sistema di comunicazione satellitare ad altissima frequenza (uhf) delle forze armate Usa, che integrerà comandi, centri d'intelligence, radar, cacciabombardieri, missili da crociera, velivoli senza pilota ed altro, con l'obbiettivo di perpetuare la superiorità offensiva degli Stati Uniti d'America;
tale stazione prevede, in particolare, 3 grandi antenne radar circolari con un diametro di 18,4 metri e 2 torri radio alte 149 metri, con la realizzazione di una centrale di comando, depositi carburanti e strade di collegamento, per un costo complessivo del progetto di 43 milioni di dollari;
tutto questo sorgerà all'interno della riserva naturale orientata «Sughereta» di Niscemi, istituita nel luglio del 1997, che rappresenta, assieme al Bosco di Santo Pietro - Caltagirone, il residuo di quella che un tempo era la più grande sughereta della Sicilia centro-meridionale e si estende per quasi 3.000 ettari, ospitando una fauna diversificata che annovera animali selvatici;
gli attuali consiglieri del gruppo del Movimento per l'autonomia di Niscemi hanno pubblicamente denunciato che i lavori per la realizzazione della piattaforma satellitare sarebbero iniziati segretamente il 19 febbraio 2008, senza che l'allora Governo di centrosinistra rendesse pubblica la notizia;
il Consiglio regionale per la protezione del patrimonio naturale ha ricevuto dall'assessore al territorio e ambiente, Pippo Sorbello, una richiesta di chiarimenti e un supplemento di istruttoria, sulla realizzazione del Muos all'interno della riserva naturale orientata «Sughereta» di Niscemi;
inoltre, sempre secondo la denuncia dei consiglieri comunali del Movimento per l'autonomia, risulterebbe che l'attuale sindaco, dottor Giovanni Di Martino, del comune di Niscemi sarebbe stato, da tempo, a conoscenza del progetto Muos, al punto di averne valutato, non si sa come, la compatibilità ambientale, rilasciando il nulla osta alla valutazione di incidenza in sede di conferenza di servizi in data 9 settembre 2008;
di tale decisione, il primo cittadino non si sarebbe preoccupato di informare il consiglio comunale e tanto meno la comunità niscemese riguardo ai rischi connessi all'installazione del Muos, anche se successivamente si è pronunciato contro il nuovo sito;
il precedente Governo non ha mai dato risposte alle interrogazioni presentate in merito alla vicenda in oggetto;
da un articolo del giornalista Antonio Mazzeo, risulterebbe che il comandante dei reparti dell'Aeronautica militare italiana di Sigonella, Antonio Di Fiore, nel corso di un'ispezione parlamentare a Sigonella da parte di un deputato, il 31 marzo 2008, avrebbe smentito la realizzazione del Muos a Sigonella, sorvolando sul fatto che da qualche mese i lavori erano iniziati nella vicina Niscemi, località prescelta in sostituzione a Sigonella;
mentre non sono note le conseguenze, per ora, delle onde elettromagnetiche della stazione radar sulla salute umana e sull'ambiente circostante, si registrano già preoccupanti informazioni rispetto all'impatto ambientale determinato dall'eccessivo consumo di gasolio, che, stando ai dati forniti dal Pentagono, dovrebbe essere di 2.100.000 litri di gasolio (tipologia df2) nel periodo compreso tra il 2003 ed il 2005, pari a 700.000 litri ogni anno, una cifra nettamente superiore a quella di altre importanti infrastrutture per le telecomunicazioni che gli Stati Uniti possiedono in Italia, quali Napoli Capodichino (550.000 litri) e l'isola di Tavolara (300.000 litri);
in quanto al danno che possono provocare le onde elettromagnetiche sulle popolazioni che vivono nei pressi dell'installazione di Niscemi, le ricerche in materia non mancano, anche se sono ancora troppo poche quelle relative all'emissione dei sistemi radar e di telecomunicazioni militari, e sono sufficienti a delineare scenari estremamente preoccupanti;
non essendo ancora ufficialmente provati i danni prodotti dalle onde elettromagnetiche, in ogni caso, vi sono in materia molte indagini che destano profonde preoccupazioni;
fra tutte, spiccano le risultanze dell'inchiesta su «Gli effetti associati all'esposizione umana nella Waianae Coast ai campi di radio frequenza» dell'installazione militare lf (bassa frequenza) realizzata nel 1999 dagli oncologi statunitensi Maskarinec, Cooper e Swygert, per conto del dipartimento alla salute dello Stato delle Hawaii;
la base militare della Waianae Coast può essere considerata come una «sorella» della stazione di Niscemi, anche perché destinata ad ospitare un secondo terminal terrestre del sistema Muos. Ebbene, lo studio dei ricercatori si è incentrato sulla popolazione infantile della Waianae Coast, evidenziando ben 12 casi di leucemia nel periodo 1979-1990, di cui sette di questi casi (tutti accaduti negli anni 1982-1984) sono stati definiti «inusuali in termini di sesso, età e tipo di leucemia». I rischi di esposizione sono stati definiti altissimi per i bambini residenti in un raggio di 2,8 miglia intorno ai trasmettitori del Muos della Marina navale Usa;
non a caso tutte le installazioni di telecomunicazioni militari sul territorio degli Stati Uniti sono ubicate in zone desertiche, lontane dalle popolazioni, mentre a Niscemi la distanza è di solo pochi chilometri;
altro studio, sul potenziale danno biologico del Muos, è stato fatto dal dottor Corrado Penna, docente di fisica ed animatore del blog Lascienzamarcia: «A Niscemi si sta mettendo insieme un sistema integrato di comunicazioni con frequenze elevatissime e fotoni molto energetici, del tutto simile a quanto accade nei forni a microonde. Frequenze intorno ai 2,5 ghz provocano il surriscaldamento fino a «cuocere» i tessuti. Le cellule muoiono per ipertermia o degenerano trasformandosi in neoplasie tumorali. Le microonde sono caratterizzate da una pericolosità latente, intrinseca alle caratteristiche fisiche del tipo di emissione elettromagnetica»;
tale situazione sta creando enormi preoccupazioni tra i cittadini di Niscemi e dintorni sia per gli effetti dannosi che si potrebbero produrre sulla salute che per il notevole impatto ambientale che si determinerà;
basti pensare che il rischio di esposizione è altissimo e che il raggio di azione delle onde elettromagnetiche e di gran lunga superiore ai 5 chilometri intorno ai trasmettitori, mentre il centro di Niscemi dista dalla base americana Usa di contrada Ulmo soli chilometri 4,800, la periferia soli chilometri 2,700, la zona di villeggiatura di Vituso soli chilometri 1,100, mentre altre abitazioni sono a poche centinaia di metri;
non va dimenticato, inoltre, che l'economia di Niscemi è al collasso più totale, anche in virtù dei vincoli sulla riserva naturale orientata «Sughereta» e ai siti d'interesse comunitario (sic) e alle zone a protezione speciale (zps), poiché i produttori locali non possono né costituire una propria azienda per la trasformazione dei prodotti della terra, né apportare modifiche nelle proprie aziende agricole già esistenti o nei propri piccoli appezzamenti di terra, né costruire delle serre utili alle produzioni di prodotti agroalimentari;
appare, di conseguenza, una scelta sciagurata pensare di installare in un territorio, che già vive enormi problemi, una megastruttura di questa portata mentre alle popolazioni locali viene impedito, di fatto, di sviluppare le proprie attività economiche -:
se corrisponda al vero che a Niscemi, in contrada Ulmo, siano già iniziati i lavori per l'installazione della stazione di controllo del Muos e, in caso affermativo, per quale motivo non siano state debitamente informate le popolazioni interessate;
se non si ritenga necessario ed urgente, in tal caso, sospendere tali lavori al fine di accertare tutte le conseguenze di una simile installazione in prossimità di centri abitati, sia per quanto riguarda l'impatto ambientale che la salute dei cittadini, stante anche la scelta del Governo americano di costruire tali impianti solo in zone desertiche;
se, al contrario, tale installazione non fosse ancora iniziata, se non si ritenga indispensabile, con il concorso della Regione siciliana e la partecipazione informata di tutta la cittadinanza, effettuare tutte le indagini necessarie prima di prendere qualsiasi decisione e in ogni caso di tenere ben presente le scelte operate dal Governo americano per siti simili, a dimostrazione di altrettanto interesse da parte del nostro Governo rispetto alla salute dei cittadini.
(2-00329)
«Lo Monte, Commercio, Latteri, Lombardo, Belcastro, Iannaccone, Milo, Sardelli».
(9 marzo 2009)
da varie notizie di stampa, e in particolare della stampa bolognese, del 23 settembre 2008 emerge la notizia del ruolo «anomalo e politico» del garante dei detenuti nominato dalla giunta comunale di Bologna;
la politica tradizionalmente seguita da molti enti locali a maggioranza di sinistra, come il comune di Bologna, interferisce, secondo l'interpellante, con pregiudiziali ideologiche in settori della vita nazionale, con la creazione di figure politicamente orientate a svuotare i contenuti della legislazione nazionale che non rientrano negli schemi della sinistra locale;
in questo contesto non può non destare preoccupazione il coordinamento da poco costituito tra i garanti di alcune città d'Italia, che potrebbe configurarsi come organismo parallelo agli organi di Stato, di fatto destabilizzante rispetto all'attuale legislazione;
va poi considerato che il suddetto organismo, nel caso di Bologna, non osserva, secondo l'interpellante, un profilo rigorosamente istituzionale, posto che svolge l'attività, con personale e fondi del Comune, secondo l'interpellante, per scopi prevalentemente politici e propagandistici;
sembrerebbe, per quanto risulta all'interpellante, che l'attività del suddetto garante si sovrapponga in settori essenziali, quali la dimensione carceraria e la struttura dei centri di permanenza temporanea, ai compiti propri dei ministeri competenti -:
se non ritengano di dover svolgere un'attenta attività di monitoraggio sulla diffusione di organismi quali quelli indicati in premessa e circa l'effettiva possibilità per tali organismi di operare senza improprie sovrapposizioni e interferenze con le competenze ministeriali riguardanti settori essenziali, attinenti la dimensione carceraria e la struttura dei centri di permanenza temporanea;
se non ritengano, alla luce di tali verifiche, di promuovere iniziative normative volte a disciplinare la materia, salvaguardando le competenze ministeriali nei settori richiamati.
(2-00138)«Garagnani».
(25 settembre 2008)
come è noto, dal primo capitolo del libro «Gomorra» dello scrittore Saviano, si fa esplicito e chiaro riferimento alla società Cosco, armatore cinese che ha in gestione un terminal nel porto di Napoli e di Gioia Tauro ed ha interessi intrecciati con una società svizzera per le attività del trasporto merci attraverso i container, e, dopo tale segnalazione, sono state avviate dalla magistratura indagini in varie parti d'Italia;
durante il convegno del giugno 2008, indetto dall'associazione antimafia «Antonino Caponnetto», per discutere sulla penetrazione mafiosa nell'alto Lazio, il sostituto procuratore Luigi De Ficchy della direzione nazionale antimafia, disse pubblicamente: «Uno dei più grandi pericoli per la zona costiera dell'alto Lazio è costituito dalla proposta di costruire un molo portuale nella zona la Frasca-Sant'Agostino, lungo il confine tra Civitavecchia e Tarquinia»; su questo medesimo argomento, il vicesegretario della predetta associazione ha dichiarato alla stampa: «Al posto dei mafiosi arrestati a Gioia Tauro è subentrato il gruppo imprenditoriale romano guidato da Pietro D'Ardes, con il sostegno del sodalizio criminale dei Casamonica, cosca che opera a Roma, nel Lazio, in provincia di Viterbo e sulla costa dell'alto Lazio, tra Tarquinia, Civitavecchia e Montalto di Castro» e «alcuni del clan Casamonica erano già stati arrestati a Viterbo a giugno, il D'Ardes è stato preso il 22 luglio a Gioia Tauro»;
come prosegue nella sua dichiarazione alla stampa, il predetto vicesegretario dell'associazione «Antonino Caponnetto»: «Non comprendiamo i motivi per cui il sindaco di Civitavecchia Gianni Moscherini, punti alla realizzazione del Terminal Cina, distruggendo, tra l'altro, un'area di notevole pregio ambientale e storico, un sito di importanza comunitaria»;
promotore e sostenitore della costruzione del Terminal Cina è stato, tra gli altri, l'ex-presidente dell'autorità portuale Gianni Moscherini, oggi sindaco di Civitavecchia, e il duplice incarico può provocare legittime apprensioni nella gestione delle gare di appalto;
da una parte le vicende già controllate dalla magistratura e dall'altra le altre cui si fa riferimento richiedono una scrupolosa, quotidiana attenzione, soprattutto nello svolgimento delle gare di appalto promosse dall'autorità portuale, attraverso le quali è facile che si determini la penetrazione di soggetti mafiosi e, pertanto, in tale preoccupante contesto, ne consegue il preminente e delicato compito del presidente dell'autorità portuale;
tali vicende tornano in questi giorni, con grande evidenza sulla stampa cittadina;
la predetta infrastruttura potrebbe essere parzialmente finanziata con fondi del ministero delle infrastrutture e dei trasporti -:
quale giudizio ritengano di poter formulare rispetto a tali gravi vicende, con particolare riferimento all'alto Lazio e al porto di Civitavecchia;
se non ritengano, inoltre, loro dovere compiere autonomi approfondimenti per verificare la fondatezza, la consistenza e ramificazione delle notizie emerse che stanno suscitando scalpore e apprensione, soprattutto tra la popolazione di Civitavecchia, in relazione alla circostanza che l'attuale sindaco risulta essere il promotore del Terminal Cina, con tutti i risvolti desumibili dal libro «Gomorra» e dalla stampa quotidiana, e quali eventuali provvedimenti di loro competenza e quali in collaborazione con la magistratura non ritengano di dover assumere di fronte ad una così grave ipotesi e alle sue dimensioni operative.(3-00340)
(29 gennaio 2009)
nel 1994 è stato appaltato un primo progetto per la realizzazione della bretella di Urbino (variante della strada statale n. 73-bis di Bocca Trabaria, di 3,2 chilometri, costruiti in 2 distinti lotti, da località Bivio Borzaga a località «le Conce» di Urbino, in fase di ultimazione), al fine di collegare Urbino alla strada di grande comunicazione (sgc) Fano-Grosseto;
l'originario progetto prevedeva la costruzione di un manufatto a quattro corsie da realizzare nel fondovalle della cosiddetta Valle degli Angeli, con un tracciato naturale, coperto in gran parte dalla vegetazione, sicuro e scarsamente impattante sotto il profilo ambientale;
l'originario progetto prevedeva uno stanziamento Anas complessivo di 40 miliardi di vecchie lire a finanziamento dell'intera opera, con consegna dei lavori in tre anni;
a seguito di alcune manifestazioni autodefinitesi «ecologiste», che hanno riscosso il sostegno dell'amministrazione provinciale di Pesaro e Urbino e di alcuni comuni della zona (Fermignano e Urbino), i lavori sono stati sospesi, nonostante fossero già stati ultimati circa novanta piloni di sostegno del manufatto sopraelevato;
a distanza di circa dieci anni, su indicazione degli enti locali, è stato approvato un nuovo progetto, realizzato in due lotti, con numerose varianti, tra cui: la realizzazione di due sole corsie invece di quattro, la costruzione di una galleria di 850 metri a singola canna, la costruzione di un viadotto sopraelevato e in curva pericoloso e gravemente impattante. Il costo del solo secondo lotto ammonta a 33,4 milioni di euro;
ciò comporta un grave allungamento dei tempi nella realizzazione dell'opera;
il progetto realizzato determina un impatto ambientale di gran lunga superiore rispetto al progetto originario;
inoltre, il progetto attuato appare pericoloso, in ragione del fatto che l'uscita dal tunnel di «Cà Gulino» presenta alcune criticità, a causa della costruzione in discesa e in curva -:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza della situazione e quali siano:
a) le motivazioni della valutazione d'impatto ambientale sottostanti alla realizzazione del nuovo progetto;
b) il costo complessivo dell'intera opera, comprendente: l'attuazione delle opere del progetto originario, l'attuazione del 1o e del 2o lotto del nuovo progetto;
c) lo stato di attuazione degli interventi compiuti per la messa in sicurezza delle opere realizzate nell'ambito dell'originario progetto.(3-00472)
(7 aprile 2009)
premesso che:
contrariamente a quanto avvenuto in passato, quando il Mezzogiorno, proprio a causa della sua minore apertura internazionale, tendeva a risentire meno del rallentamento dell'economia mondiale, nell'attuale crisi mondiale sarà proprio nel Sud del Paese che la crisi morderà maggiormente, con effetti fortemente negativi sulla dinamica dei consumi, degli investimenti e dell'occupazione;
si tratta di una prospettiva allarmante e che rischia di determinare effetti pesanti in termini sia economici che sociali per le aree deboli del nostro Paese, già colpite strutturalmente da alti tassi di disoccupazione e da diffuse situazioni di povertà;
se la crisi sta certamente facendo sentire i suoi effetti drammatici nelle regioni centro-settentrionali, dove la cassa integrazione cresce di oltre il 600 per cento, tuttavia è nel Mezzogiorno che sta escludendo fasce crescenti di popolazione, soprattutto giovane, dal mercato del lavoro;
secondo l'Istat, nel quarto trimestre del 2008 l'occupazione nel Sud si è ridotta di 126 mila unità rispetto allo stesso periodo del 2007; inoltre, l'industria meridionale ha perso nel 2008 circa 65 mila addetti, le costruzioni altri 30 mila;
l'economia meridionale somma all'inversione ciclica debolezze strutturali, che affondano le loro radici nel tempo e che si aggravano nell'attuale fase congiunturale;
in un simile quadro la politica pubblica, che in altri momenti aveva sostenuto il Sud nelle fasi di crisi, sembra avere assunto una strategia sostanzialmente anti-meridionale;
il nostro Paese non crede più nel Sud e nelle sue possibilità di crescita, quando il Mezzogiorno resta, invece, un bacino ricco di potenzialità non pienamente sfruttate, verso cui dobbiamo orientare serie e nuove strategie d'intervento. Come ha ricordato qualche mese fa il Governatore della Banca d'Italia Draghi: «Il Paese non si riprende se il Sud non decolla»;
l'approccio seguito dal Governo Berlusconi ripropone un modello di intervento che privilegia il riposizionamento competitivo delle aree forti, nell'erronea convinzione che basti alleggerire gli ultimi vagoni, che rappresentano le aree deboli, del treno dell'economia italiana per farlo correre più forte;
i provvedimenti varati dall'attuale Esecutivo hanno di fatto azzerato ogni intervento a favore del Mezzogiorno, sia in termini di risorse stanziate sia di strumenti appropriati: basti citare il sistematico utilizzo delle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate;
il fondo per le aree sottoutilizzate è lo strumento principale per realizzare interventi aggiuntivi nel Mezzogiorno volti a ridurre il gap ancora esistente nelle dotazioni infrastrutturali e nella qualità dei servizi pubblici: nell'ultimo anno, invece, il fondo per le aree sottoutilizzate è stato utilizzato come un salvadanaio da poter utilizzare per ogni evenienza, un bancomat improprio, utile sia per far fronte alle promesse elettorali (come l'abolizione dell'ici), sia per coprire ogni tipo di esigenza di spesa corrente. I tagli del fondo per le aree sottoutilizzate ammontano a oltre 17 miliardi di euro;
inoltre, è proprio a valere sulle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate, già stanziate per la programmazione 2007-2013, che sono e saranno finanziate le cosiddette «misure anti-crisi» e anche quelle per far fronte all'emergenza terremoto previste dai fondi di nuova istituzione, ovvero il fondo infrastrutture, fondo sociale per occupazione e formazione, il fondo strategico per il paese a sostegno dell'economia reale;
a questa sistematica distrazione di fondi, si è aggiunta una miope politica di tagli per gli imprenditori meridionali: in una fase congiunturale così difficile, invece di supportare le imprese del Sud, il Governo ha di fatto annullato l'operatività del credito d'imposta per i nuovi investimenti nel Mezzogiorno, lasciando le aziende del Sud senza alcuna fiscalità di sviluppo e deprimendo ancora di più le prospettive di crescita delle zone sottoutilizzate. A questo va aggiunto il mancato avvio delle zone franche urbane;
servirebbero, invece, interventi per fronteggiare la crisi e allo stesso tempo per dare copertura sociale a larghi strati di occupazione, proprio quella più debole e precaria particolarmente presente al Sud, che al momento è totalmente scoperta;
il Meridione deve e può diventare un'opportunità per l'intero Paese, ma serve una svolta nella gestione delle risorse. Occorre ripartire con scelte coraggiose: incentivi chiari e trasparenti per le imprese; programmazione unitaria, quindi programmi strategici coordinati tra Stato centrale e regioni e non più progetti spot; meccanismi premiali per le amministrazioni che raggiungono target di servizio capaci di migliorare la vita della collettività; nuovo slancio civico e uno sforzo di tutti a non pensare più in termini localistici, indirizzando, invece, le energie su progetti di ricaduta ampia;
c'è una generazione di giovani meridionali che sta realizzando importanti progressi nei livelli di scolarizzazione, ormai arrivati anche per l'istruzione universitaria ai livelli del Centro-Nord, a cui dobbiamo dare risposte in termini di opportunità di impiego e di realizzazione individuale. Intorno a questa grande risorsa, sempre più scarsa in un continente che invecchia sempre più velocemente, vanno costruiti progetti di intervento in grado di aumentare la qualità dell'istruzione (e non certo i tagli indiscriminati previsti dal Ministro Gelmini), di accompagnare i giovani nella difficile fase di accesso al lavoro, di offrire loro adeguati sistemi di formazione fuori e dentro le aziende, anche per impedire che continui l'esodo verso il Nord dei giovani diplomati e laureati del Mezzogiorno;
è necessario approntare da subito un confronto con le parti sociali e i rappresentanti istituzionali dei territori del Mezzogiorno, al fine di mettere in campo un programma di interventi anti-ciclici per favorire l'ingresso delle nuove generazioni meridionali nel mercato del lavoro,
(1-00161)
«Franceschini, Soro, Sereni, Bressa, Bersani, D'Antoni, Damiano, Lulli, Baretta, Fluvi, Bindi».
(30 aprile 2009)
premesso che:
la crisi economica e finanziaria su scala internazionale colpisce in particolare modo un Mezzogiorno che si presenta ancora con il suo pesante fardello di problemi irrisolti. Il «check up Mezzogiorno», elaborato dall'Istituto per la promozione industriale e dall'area Mezzogiorno di Confindustria, ha confermato che «l'economia meridionale si è comportata in modo anticiclico rimanendo ai «margini» delle oscillazioni del ciclo economico, ma solo perché poco inserita nell'economia globale»;
tuttavia, il Mezzogiorno oggi non è più al riparo dagli eventi negativi esterni: la «protezione» derivante dall'isolamento è ora meno attiva. I sistemi economici sono molto più «connessi» che in passato e sicuramente anche il Mezzogiorno lo è, anche perché «la soggettività, i bisogni, gli atteggiamenti socio-culturali sono sempre più quelli tipici della modernità, non distinguibili dal resto d'Italia»;
la concatenazione fra problemi strutturali irrisolti e nuove minacce derivanti dalla globalizzazione rende l'economia delle regioni meridionali ancora più fragile; il Mezzogiorno non attrae investimenti, esporta poco, soprattutto se si esclude il contributo della grande industria a controllo esterno, e si presenta di fronte ai nuovi pericoli con il carico dei suoi problemi strutturali;
stando alle stime dell'Ufficio statistico delle Comunità europee (Eurostat) nel 2005 il prodotto interno lordo per abitante del Mezzogiorno era pari al 70 per cento della media UE27, con un lieve arretramento rispetto al 71 per cento del 2004. Anche nel Centro-Nord si è registrato un peggioramento, da 126 a 124. Nell'intervallo 2004-2005, fra i vecchi Stati membri dell'UE15, Francia, Grecia, Olanda e Irlanda migliorano la propria collocazione, mentre peggiora la Gran Bretagna. Riguardo al livello di prodotto interno lordo per abitante, il Mezzogiorno è superato ormai non solo da Spagna, Grecia e Portogallo, ma anche da alcuni Paesi di nuovo accesso, come Repubblica ceca, Slovenia, Malta e Cipro. Fra le regioni meridionali, i valori più bassi sono registrati da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, le quattro regioni dell'obiettivo «convergenza». Gli alti tassi di sviluppo dei nuovi Paesi membri fanno prevedere un ulteriore peggioramento del posizionamento relativo del Mezzogiorno;
dodici punti separano il tasso di occupazione del Mezzogiorno e quello medio italiano, punti che diventano 20 se il confronto viene fatto con l'Italia settentrionale;
nel periodo 1995-2008, gli occupati sono aumentati di 2 milioni 701 mila unità nel Centro-Nord e di 483 mila unità nel Mezzogiorno; in termini percentuali, del 19 per cento nel primo caso, e dell'8 per cento nel secondo. Soprattutto, nel Sud l'aumento dell'occupazione si è esaurito nel periodo 1998-2002, mentre è continuato nel Centro-Nord. Tra il 2008 e il 2007 (primi tre trimestri), l'occupazione è cresciuta soltanto nel Centro-Nord (240 mila unità), a fronte di una sostanziale stazionarietà nel Mezzogiorno;
nel periodo 1995-2008, il tasso di disoccupazione è progressivamente disceso, prima nel Centro-Nord e successivamente, con circa cinque anni di ritardo, anche nel Mezzogiorno, fino al minimo del 2007, in cui sono stati raggiunti valori pari a circa la metà di quelli registrati all'inizio del periodo. I primi tre trimestri 2008 evidenziano un rialzo, più sensibile nel Sud. Alcune componenti, come le donne, i giovani e i disoccupati di lungo periodo, manifestano a Sud un particolare disagio, con un tasso di disoccupazione che si attesta al 32,3 per cento per i giovani meridionali;
da vari anni è ripreso un forte movimento migratorio dal Mezzogiorno verso le regioni del Centro-Nord. Negli ultimi cinque anni, l'emigrazione interna ha comportato ogni anno per il Mezzogiorno una perdita di oltre il 2 per mille della popolazione, con valori intorno al 2,4/2,5 per mille abitanti a partire dal 2004, particolarmente intensi in Campania (-4,3 per mille nel 2007), Calabria (-3,9) e Basilicata (-3,7);
alla luce dei dati sopra esposti, occorre rivedere la politica sull'utilizzo del fondo per le aree sottoutilizzate, dal quale, recentemente, l'Esecutivo ha attinto somme non destinate alla riduzione del divario infrastrutturale e al potenziamento dei servizi pubblici,
a) il sostegno alle imprese private che assumono, assegnando uno sgravio fiscale che copra il costo della manodopera fino a 12 mesi;
b) lo stanziamento di adeguate risorse per favorire iniziative autonome imprenditoriali dei giovani meridionali attraverso il meccanismo del finanziamento della microimpresa;
c) la promozione di ulteriori investimenti per colmare il gap infrastrutturale del Mezzogiorno attraverso la realizzazione di grandi opere;
d) lo stanziamento di risorse per l'adeguamento sismico degli edifici pubblici, in modo particolare delle scuole, e il risanamento idrogeologico del territorio;
e) lo sblocco del turnover nelle regioni dell'obiettivo «convergenza», con la contestuale attuazione di un meccanismo di assunzione di un dipendente nella pubblica amministrazione per ogni tre lavoratori assunti a tempo indeterminato nelle imprese private, da destinare al potenziamento dei servizi a favore delle fasce sociali più deboli.
(1-00168)
«Iannaccone, Lo Monte, Belcastro, Commercio, Latteri, Lombardo, Milo, Sardelli, Brugger».
(11 maggio 2009)
premesso che:
la crisi economica mondiale ha reso, in Italia, più drammatico il divario tra il Nord ed il Mezzogiorno, accusato di essere l'anello debole del Paese; nel contesto economico attuale, il permanere di detto sistema dicotomico rappresenta uno dei principali ostacoli alla crescita;
secondo i dati relativi all'ultimo trimestre del 2008 pubblicati dall'Istat, nel rapporto di «Rilevazione sulle forze di lavoro», in Italia gli occupati sono 23.349.000, un numero che segna una sostanziale interruzione della crescita su base annua, appena lo 0,1 per cento, pari a 24.000 unità. Il risultato è frutto di una media tra Nord, Centro e Sud e la crescita (minima) è data soprattutto dal lavoro straniero al Nord, mentre al Sud si registra una decrescita pesante dell'1,9 per cento, pari a -126.000 unità. Il tasso di occupazione della popolazione tra 15 e 64 anni è sceso di tre decimi rispetto al 2007, attestandosi al 58,5 per cento: vale a dire solo un italiano su due in età da lavoro conserva attualmente il posto;
il calo dell'occupazione nell'ultimo trimestre del 2008 si manifesta, soprattutto, nel lavoro non dipendente: -2,7 per cento, pari a -162.000 lavoratori. La crisi dell'industria in senso stretto riguarda maggiormente i dipendenti del Nord-Ovest (-1,3 per cento, -64.000 unità), ma anche quelli del Mezzogiorno. Il dato più preoccupante nel Sud riguarda il settore delle costruzioni: a fronte di una nuova riduzione dei dipendenti del 3 per cento, che equivale a 15.000 posti di lavoro in meno; il dato allarmante è costituito anche dalla contrazione del 9,4 per cento degli indipendenti, piccoli artigiani attivi nel settore dell'immobiliare, pari a 17.000 unità in meno;
la componente di genere fa registrare una particolare criticità nel Sud, dove il tasso di inattività delle donne residenti raggiunge il 62,8 per cento. I problemi sociali, culturali, di gestione delle risorse si sommano nel Sud in una miscela esplosiva;
le stime aggiornate al 2006 e al 2007 dell'Istat, sul numero di occupati residenti e sulle persone in cerca di occupazione per sistema locale del lavoro, rilevano che ampie zone del Mezzogiorno sono state investite da una riduzione complessiva della forza lavoro. I sistemi locali di Puglia, Basilicata, Calabria e Sardegna risultano i più colpiti, con un tasso di disoccupazione riferito al 2007 che le posiziona ai livelli più alti rispetto al resto del Paese;
è ormai evidente come tutti gli indicatori siano peggiorati al Sud, più che nel resto del Paese, compreso un incremento significativo del tasso di inattività (2,3 per cento, pari a 149.000 persone in più rispetto al 2007, che non cercano un'occupazione perché sono convinti di non trovarla o rimangono in attesa), amplificando la valenza negativa degli altri indicatori economici;
in questo particolare momento storico-economico, diventa cruciale non solo superare la diversa velocità fra Nord e Sud, ma anche valorizzare pienamente le tante possibilità di crescita del Meridione, messe a dura prova dagli effetti della recessione, in particolar modo in settori esposti alla concorrenza internazionale;
è concreto il rischio, inoltre, che la crisi travolga le piccole e medie imprese meridionali, impegnate nei seppur difficoltosi processi di riconversione;
il disagio delle imprese meridionali è reso ancor più palese dal contesto in cui operano, caratterizzato da arretramento delle strutture tecnologiche, da una diffusa economia sommersa e dalla presenza della criminalità organizzata e mafiosa, che tenta di penetrare ed inquinare l'intero tessuto dell'economia meridionale;
occorrono azioni mirate a destinare le risorse necessarie all'innovazione e all'attività di ricerca e sviluppo pubblica in generale e del sistema delle piccole e medie imprese nello specifico;
è necessario aggredire la crisi e lavorare sul lungo periodo, al fine di avviare un processo strutturale di rilancio dell'economia e di modifica delle condizioni dell'apparato industriale, per sanare il divario con il resto del Paese;
poiché nella strategia di sviluppo economico-sociale del Mezzogiorno la valorizzazione del capitale umano rappresenta da sempre un aspetto centrale, diventa imprescindibile rafforzare l'offerta di formazione, in modo da legarla maggiormente ai processi di sviluppo e finalizzarla alla creazione di un'occupazione stabile;
il libro bianco sul futuro del modello sociale intitolato «la vita buona nella società attiva», presentato dal Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, evidenzia, ancora una volta, la profonda divisione tra Nord e Sud nei livelli di quantità e qualità delle prestazioni sociali come nei tassi di attività della sua popolazione, rendendo, pertanto, inevitabili interventi in grado di sanare queste difformità nel lungo periodo e percorsi virtuosi di protezione sociale idonei a garantirne, in termini di crescita e di sviluppo, la piena sostenibilità;
non servono interventi una tantum circoscritti nel tempo;
le prospettive di rilancio del Mezzogiorno, inoltre, trovano un valido fondamento nella politica continentale volta a creare un polo di sviluppo mediterraneo in grado di competere con una propria specificità nel mercato globale, configurando in una nuova posizione di centralità l'intero Meridione, anche nell'ottica del nuovo ciclo (2008-2010) della strategia di Lisbona rinnovata per la crescita e l'occupazione,
a promuovere un piano di concertazione con le regioni su interventi di sostegno straordinari dell'occupazione e a finanziare interventi orientati non solo alla domanda, ma alla riorganizzazione dell'offerta produttiva, in direzione della strutturazione e del consolidamento delle piccole e medie imprese del Sud e del miglioramento della qualità del lavoro e delle produzioni;
ad attuare ogni utile intervento legislativo, atto a rendere più agevole l'assunzione di lavoratori temporanei, aumentando al contempo le garanzie per i periodi di non occupazione, attraverso l'utilizzo delle risorse del fondo per le aree sottoutilizzate ancora riferibili al periodo di programmazione 2007-2013, assegnate al fondo sociale per l'occupazione e la formazione e ai programmi regionali e interregionali del Mezzogiorno;
a vigilare e garantire l'attuazione dei piani varati dalle regioni per fronteggiare l'emergenza occupazionale, che prevedono, in gran parte nel Meridione, misure per ridurre la disoccupazione e per incentivare l'impiego delle cosiddette fasce deboli (le donne in primis).
(1-00170)
«Vietti, Occhiuto, Tassone, Pezzotta, Poli, Delfino, Compagnon, Cera, Nunzio Francesco Testa, Volontè, Ruvolo, Drago, Naro, Romano, Mannino».
(11 maggio 2009)
premesso che:
il Governo ha approvato il libro bianco proposto dal Ministro Maurizio Sacconi, nel quale le nuove politiche del lavoro si intrecciano con una visione innovativa delle politiche sociali. Il libro bianco costituirà il quadro di riferimento per le riforme sociali che verranno adottate nel corso della XVI legislatura;
dieci anni di riforme del mercato del lavoro - anche se non hanno sciolto il nodo di una più moderna regolazione della risoluzione individuale del rapporto di lavoro - non sono passati inutilmente e hanno iniziato a raccogliere i primi risultati. Dal 1997 sono stati creati più di tre milioni di posti di lavoro, due terzi dei quali rappresentati da contratti di lavoro dipendente a tempo indeterminato. Dal 1995 al 2008 gli occupati sono aumentati del 17 per cento (erano 23,367 milioni alla fine del 2008, contro poco meno di 20 milioni all'inizio del 1995, dopo la precedente recessione). La modesta crescita delle retribuzioni reali (al netto dell'inflazione) e la maggiore flessibilità del mercato (facilità d'assunzione e d'interruzione del rapporto), assicurata da numerose leggi di riforma, hanno reso più conveniente per le imprese l'utilizzo del lavoro, nonostante una crescita economica molto contenuta. Anche il tasso di disoccupazione si è molto ridotto: da più dell'11 per cento del 2005 al 6,7 per cento del 2008;
il tasso di occupazione, così decisivo per la sostenibilità del sistema di welfare e il radicamento di una società attiva, si è lentamente avvicinato alla media europea, crescendo di quasi 10 punti percentuali. È aumentato sensibilmente il numero di donne presenti nel mercato del lavoro;
per quanto riguarda il carattere dell'occupazione (e quindi la polemica sul cosiddetto «precariato») dal 1997 (anno del cosiddetto «pacchetto Treu») al 2006 (la cosiddetta «legge Biagi» è del 2003), quella a tempo pieno è aumentata di ben 2 milioni; quella a tempo parziale di 600 mila circa (il che non è un dato negativo se si considera che in Europa, laddove il lavoro a part time è elevato, è alta anche l'occupazione femminile). Va richiamata l'attenzione sul lavoro dipendente, che aumenta di circa 2,4 milioni di unità: 1,8 milioni sono permanenti, mentre l'incremento dei rapporti a termine è stato di 600 mila unità;
grazie alle riforme introdotte si è diffuso - anche se in termini non ancora sufficienti - l'impiego del lavoro a tempo parziale e di quelle forme di lavoro a orario modulato, che, consentendo una migliore conciliazione tra tempo di lavoro remunerato e lavoro di cura, offrono opportunità di inclusione sociale a persone altrimenti escluse dal mercato di lavoro;
rimane, tuttavia, ancora insufficiente il livello complessivo di valorizzazione del capitale umano, con particolare riferimento a Mezzogiorno e occupazione femminile. Tuttavia, negli ultimi 15 anni, secondo l'Istat, il tasso d'occupazione femminile (la percentuale delle donne che lavorano) è salito dal 37,8 al 47,2 per cento, mentre per gli uomini nello stesso periodo è passato dal 68,3 al 70,3 per cento. Quasi 2 milioni di donne in più hanno trovato un impiego, sebbene i servizi sociali forniti dallo Stato per facilitare l'occupazione femminile (gli asili nido e le scuole materne in particolare) non abbiano compiuto adeguati progressi nello stesso periodo. Ha giovato, soprattutto, la diffusione del lavoro a tempo parziale. Dal 1993 a oggi le lavoratrici dipendenti part time sono più che raddoppiate, passando da poco più di 1 milione a 2,12 milioni: dal 19 al 28 per cento del totale delle donne, con un'occupazione dipendente;
un fenomeno che non ha toccato la componente maschile delle forze di lavoro. Sono, invece, aumentati i lavoratori dipendenti, soprattutto quelli a termine e i collaboratori coordinati e continuativi a progetto, che ormai sono ben 2,3 milioni, il 10 per cento degli occupati totali e il 13,2 per cento di quelli dipendenti. Per quanto riguarda il lavoro a termine, tuttavia, il raffronto internazionale disponibile per tutti i Paesi vede l'Italia posizionata al 12,3 per cento di rapporti a tempo determinato sul totale del lavoro dipendente, contro una media europea del 14,3 per cento (Germania 14,2 per cento, Francia 13,5 per cento, Regno Unito 5,7 per cento);
negli ultimi 15 anni, secondo l'Istat, il numero dei giovani «attivi» (che lavorano o cercano un lavoro) è passato da 3,45 a 1,87 milioni. Il tasso di attività è sceso di 11 punti. Gli occupati sono scesi di 1 milione, passando da 2,5 milioni a meno di 1,5 milioni. Su questi dati incidono sicuramente i trend demografici che hanno fortemente contratto la popolazione delle coorti giovanili, ma la disoccupazione dei giovani è oggi pari al 23,9 per cento in Italia e al 36,8 per cento nel Mezzogiorno;
i giovani entrano tardi e male - e cioè in età avanzata rispetto ai coetanei europei e con conoscenze poco spendibili - nel mercato del lavoro, con la conseguenza di un frequente intrappolamento ai margini di esso e con lavori di bassa qualità;
le donne sono spesso costrette a percorsi discontinui per le persistenti difficoltà di conciliazione del tempo di lavoro con le cure domestiche. Subiscono discriminazioni nella carriera, nell'accesso al lavoro e nella retribuzione;
la fascia d'età che va dai 25 ai 54 anni ha fatto segnare un forte incremento (5 per cento) sia del tasso di attività, sia del tasso di occupazione. Quella che va dai 55 ai 64 anni ha invertito la tendenza, grazie alle politiche mirate a posticipare il pensionamento;
un lavoratore su quattro è autonomo. Il numero è rimasto stabile, intorno a 6 milioni, ma la percentuale (25 per cento) non ha confronti negli altri Paesi (10 per cento medio) ed è questo un punto di forza del mercato del lavoro, anche se nel suo ambito esistono aree di sostanziale sottoccupazione;
i lavoratori - e ancor più le lavoratrici - in età avanzata sono spesso indotti a un abbandono precoce del lavoro regolare, anche in conseguenza della struttura rigida della retribuzione. Nel complesso, è diffusamente assente l'opportunità di percorsi di continuo apprendimento, a causa delle caratteristiche autoreferenziali dell'offerta formativa e dell'insufficiente valorizzazione dell'impresa, quale luogo più idoneo all'aggiornamento delle competenze;
anche dopo le recenti innovazioni apportate dalle leggi Treu e Biagi, è palese l'insofferenza verso un corpo normativo sovrabbondante e ostile, che, pur senza dare vere sicurezze a chi lavora, intralcia inutilmente il dinamismo dei processi produttivi e l'innovazione nell'organizzazione del lavoro;
i lavoratori chiedono maggiori e più incisive tutele. Le imprese reclamano a loro volta un quadro di regole semplici, sostanziali più che formali, accettate e rispettate, in quanto contribuiscano a cementare rapporti fiduciari e collaborativi;
il processo di semplificazione documentale nella gestione dei rapporti di lavoro, avviato nel corso della XVI legislatura, rappresenta un primo passo per liberare il lavoro dal peso, divenuto oramai insostenibile, di una regolazione di dettaglio che intralcia, in un formalismo giuridico fine a se stesso e fonte di uno smisurato contenzioso, la libertà di azione degli operatori economici, senza portare alcun contributo alla tutela dei lavoratori;
le storiche carenze del mercato del lavoro si combinano con un'insufficiente disponibilità di servizi di accompagnamento al lavoro e con un sistema incompiuto di protezione del reddito dei disoccupati, che necessita periodicamente di interventi straordinari;
le potenzialità del nuovo apprendistato sono molte, ma ancora largamente inespresse. Non solo nella versione tradizionale e di tipo professionalizzante, volta cioè a insegnare un mestiere. Ancor più innovativi e fondamentali, per l'investimento in capitale umano e la produttività del lavoro, sono i contratti di apprendistato, che consentono il conseguimento di un titolo di studio, come nel caso dell'apprendistato per l'esercizio del diritto-dovere di istruzione e formazione, che consente l'acquisizione di una qualifica del secondo ciclo, e come nel caso dell'apprendistato di alta formazione, che è indirizzato sia ai percorsi tecnico-professionali, sia all'acquisizione di un titolo universitario e persino di un dottorato di ricerca;
il futuro occupazionale e previdenziale dei nostri giovani - è affermato nel libro bianco - si costruisce lavorando sulla qualità del sistema educativo e sul quel gioco di anticipo, che consenta, attraverso un effettivo raccordo tra scuola e impresa, un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro. Sensibilizzando il sistema produttivo sulla valenza culturale e di prospettiva dell'accettazione delle generazioni in fase di apprendimento all'interno della proprie strutture, per valorizzare al massimo la capacità formativa della impresa, sino a oggi sottovalutata da tutti gli attori del mercato;
con le recenti riforme il quadro normativo si è collocato in questa direzione. Ma le molte previsioni di legge in materia sono rimaste disattese nella prassi operativa per il radicamento di una concezione assai vecchia dei modelli educativi e formativi. Una concezione lontana dalle logiche dei nuovi sistemi di produzione e organizzazione del lavoro, che porta ancora a vedere nella scuola e nel lavoro due mondi inesorabilmente separati;
il quadro occupazionale è cambiato ed è destinato a presentare seri problemi nel 2009 e nel 2010, in conseguenza delle dimensioni della caduta del prodotto interno lordo e della velocità della ripresa e dell'insorgere di nuovi inattesi gravi eventi, come il terremoto in Abruzzo;
è in tale complesso contesto che il Governo ha dovuto scegliere di rinviare la riforma degli ammortizzatori sociali e di predisporre, con l'essenziale aiuto delle regioni, un'imponente massa di risorse straordinarie (9 miliardi in un biennio) per il finanziamento della cassa integrazione cosiddetta «in deroga», perché rivolta ai settori che ne sono privi. Una decisione che ha consentito di estenderne la copertura e che si è rivelata opportuna, alla prova dei fatti, perché ha dato alle imprese - nella fase peggiore - la possibilità di prendere tempo, senza assumere decisioni irrevocabili come i licenziamenti (è bene ricordare, invece, che durante la permanenza in cassa integrazione prosegue il rapporto di lavoro);
a questa linea di condotta l'opposizione ha contrapposto il rafforzamento e l'estensione dell'indennità di disoccupazione, da realizzare anche mediante l'utilizzo di gran parte delle risorse che il Governo aveva destinato alla cassa integrazione in deroga, senza porsi il problema di quale sarebbe stato il segnale pratico che un provvedimento siffatto avrebbe inviato al sistema delle imprese;
se nessuno è stato lasciato solo di fronte alla crisi, i recenti provvedimenti sui settori che producono beni durevoli hanno messo in condizione l'economia italiana di arrestare la spirale recessiva e di prepararsi, in un quadro coerente sul piano internazionale, ad invertire il ciclo. L'operazione in cui è impegnata la Fiat sul piano internazionale apre delle importanti prospettive per il «sistema Italia» e determina un più sicuro quadro di riferimento anche per gli stabilimenti dislocati nel Mezzogiorno, che possono meglio utilizzare le loro potenzialità, prendendo parte ad un processo di sviluppo e di internazionalizzazione, anziché rinchiudersi in un mercato nazionale ed europeo, forzatamente angusto per un'impresa che si candida ad essere uno dei primi produttori al mondo (che è poi la condizione necessaria per affrontare la complessità dei problemi del futuro);
il contrasto alla disoccupazione si persegue con la promozione dell'incontro fra domanda ed offerta di lavoro, costruendo percorsi personalizzati di formazione, orientamento e accesso al lavoro;
politiche di intervento pubblico di carattere assistenziale per contrastare la disoccupazione nelle regioni meridionali si sono rivelate nel tempo inadeguate a sostenere l'occupabilità delle persone e la creazione di posti di lavoro di qualità e hanno creato sacche di sottoccupazione perennemente assistita, come nel caso di lavoratori socialmente utili;
la conferma e l'attuazione del piano per le infrastrutture, unitamente ai progetti e agli interventi per la ricostruzione delle aree terremotate dell'Abruzzo e all'attuazione di un piano per la costruzione di una moderna rete di smaltimento dei rifiuti, possono diventare, in breve tempo, un volano per il riscatto del Mezzogiorno,
ad avviare il piano di opere pubbliche e di infrastrutture a cui il Governo ha affidato un ruolo decisivo per la ripresa economica del Paese, in particolare delle aree meridionali (con riguardo alle opere pubbliche previste in quei territori, a partire dal ponte sullo Stretto di Messina);
a promuovere, insieme alle regioni e agli enti locali delegati e agli operatori pubblici e privati del settore, in un contesto di massima trasparenza, piani di formazione professionale e di avviamento al lavoro, con il contributo delle università, allo scopo di determinare le condizioni affinché l'offerta di lavoro sia qualificata ed adeguata a far fronte alla domanda di lavoro, dando priorità all'apprendimento diretto all'interno delle aziende;
a realizzare nel Mezzogiorno, d'intesa con le regioni e gli enti locali, un progetto per fare impresa - per lo sviluppo, in un triennio, di 50 mila iniziative imprenditoriali, prioritariamente nei settori del turismo, dei servizi alla persona, dell'hi-tech, del privato sociale, che abbiano come principali protagonisti i disoccupati di lunga durata e che coinvolgano le associazioni imprenditoriali e il mondo cooperativo, finanziate in parte con le risorse degli ammortizzatori sociali, in parte con altre risorse reperibili a livello locale;
ad aprire a operatori privati polifunzionali, che agiscono in regime di autorizzazione o accreditamento e in cooperazione con i servizi pubblici del lavoro, allo scopo di ampliare la rete degli sportelli in grado di offrire formazione, orientamento, accompagnamento nel mercato del lavoro regolare, coinvolgendo le regioni e gli enti locali per facilitare l'incontro fra la domanda e l'offerta di lavoro e le università nel predisporre servizi di certificazione;
a sviluppare, nelle aree più svantaggiate del Sud, intese tra le parti sociali, secondo quanto prevede l'accordo quadro sulle relazioni industriali e attenendosi strettamente alle garanzie da esso richieste (poi confermate dall'accordo interconfederale del 15 aprile 2009), per il governo delle situazioni di crisi e per lo sviluppo economico ed occupazionale del territorio, anche attraverso la modifica, in tutto o in parte, pure in via sperimentale e temporanea, di singoli istituti economici o normativi disciplinati dai contratti collettivi nazionali.
(1-00171)
(Nuova formulazione) «Cicchit- to, Cota, Bocchino, Cazzola, Caparini, Baldelli, Fedriga, Stracquadanio».
(11 maggio 2009)
premesso che:
secondo la Svimez, nel quinquennio 1996-2001, le migrazioni interne dal Sud al Centro-Nord hanno prodotto saldi negativi di 100 mila giovani fra i 25 ed i 29 anni e di 88 mila fra i 20 ed i 24 anni. Cinquant'anni dopo la grande emigrazione di massa degli anni '50-'60, il Mezzogiorno si ritrova al punto di partenza;
le politiche comunitarie e pubbliche non hanno prodotto risultati apprezzabili. Il divario del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord rimane ampio e peggiora la posizione relativa del Mezzogiorno in Europa, per la maggiore velocità di crescita delle altre regioni europee in ritardo di sviluppo;
è grave il ritardo di produttività del Mezzogiorno: la distanza dalla «media Paese» rimane superiore a 30 punti percentuali. I dati sulla produttività e sulla qualità del radicamento sul territorio delle imprese evidenziano una criticità per il Mezzogiorno, in difficoltà nel promuovere processi di sviluppo persistenti, guidati da fattori endogeni;
nel Mezzogiorno i tassi di disoccupazione si sono ridotti, ma con essi anche i tassi di attività. Aumentano gli inoccupati. In alcune regioni cresce un mercato del lavoro parallelo, che soppianta il mercato legale;
nel Mezzogiorno aumenta il numero dei laureati, ma sono poco ricercati dalle imprese e hanno difficoltà a trovare occupazione. Il Mezzogiorno registra una maggior prevalenza di occupati fermi al livello dell'istruzione dell'obbligo, le cui famiglie sono esposte al rischio povertà;
desta preoccupazione, per il Mezzogiorno, la compresenza di bassa occupazione, saldi migratori netti negativi e bassi tassi di natalità;
si sono invertite le tendenze demografiche iniziate negli anni '70. Nel Mezzogiorno la popolazione ha cominciato a diminuire, mentre è aumentata nel Centro-Nord. A questo andamento concorrono sia i flussi migratori sia i tassi di natalità. Nelle aree del Paese dove i servizi per l'infanzia e di supporto alle famiglie sono più sviluppati, si registra una correlazione positiva tra tasso di occupazione femminile e tasso dì natalità;
i giovani con meno di 30 anni nelle regioni meridionali registrano un tasso di disoccupazione del 19,8 per cento;
nel 2007, gli inattivi, che non studiano e non cercano lavoro, sono concentrati al 66 per cento nel Mezzogiorno. Di questi, il 42 per cento è donna;
il tasso d'attività del Mezzogiorno è fermo da 12 anni poco al di sopra del 52 per cento, con una punta del 57 per cento nel 2002 e con un andamento fortemente decrescente, dal 55,6 per cento del 2002 al 52,4 del 2007. Nello stesso periodo, il tasso d'attività a livello di Paese è cresciuto dal 58 per cento del 1995 al 63 per cento del 2007 e quello del Nord Est è passato dal 64 al 70 per cento. I dati del primo trimestre del 2008 segnalano per il Mezzogiorno un'ulteriore diminuzione del tasso di attività;
nel Mezzogiorno la quota di lavoro irregolare è del 19,6 per cento contro il 12,1 per cento del Paese nel suo complesso. Sulla consistenza di questa area grigia pesa l'assenza di servizi adeguati, pubblici e privati, per la ricerca del primo impiego e il reimpiego e la diffusione di meccanismi di reclutamento e di collocamento gestiti da reti informali e clientelari;
le persone di età compresa tra i 15 ed i 34 anni in cerca di prima occupazione nel Mezzogiorno sono pari al 56,2 per cento del totale nazionale; le donne il 51,9 per cento del totale nazionale - dato probabilmente sottovalutato in quanto molte ragazze rinunciano alla ricerca di un'occupazione uscendo dal mercato del lavoro. Per capire la gravità di questi dati bisogna considerare che la popolazione delle otto regioni meridionali rappresenta solo il 35 per cento del totale della popolazione nazionale;
il tasso di occupazione dei laureati fino ai 24 anni di età è del 43 per cento al Sud contro quasi il 76 per cento del Centro-Nord, mentre la percentuale di disoccupati sotto i 29 anni nel Mezzogiorno è tre volte maggiore che al Centro-Nord: 27 per cento contro 8 per cento;
nel Mezzogiorno la percentuale di occupati laureati (15,4 per cento) è inferiore di poco meno di un punto percentuale rispetto al Centro-Nord (16,3 per cento), mentre i diplomati sono meno numerosi di circa 7 punti percentuali rispetto al Centro-Nord (40,2 contro 47 per cento);
in ogni caso, il possesso di un diploma o di una laurea non sembra aiutare la ricerca di un lavoro, in quanto i giovani meridionali disoccupati con questi titoli di studio rappresentano il 58,6 per cento del totale nazionale dei disoccupati diplomati o laureati;
il più basso livello di capitale umano nel Mezzogiorno ha un impatto negativo in termini di produttività;
tra il 2001 e il 2006, il Mezzogiorno ha fatto registrare il tasso di crescita maggiore della popolazione laureata: 44,4 per cento, contro il 35,9 del Nord e il 33,5 del Centro. Nel 2006, il tasso di occupazione dei laureati del Mezzogiorno è stato del 72,6 per cento, con un divario di -5,6 punti percentuali rispetto alla media del Paese. Particolarmente negativo è il differenziale del tasso d'occupazione nella fascia d'età dai 25 ai 34 anni, -15 punti percentuali, probabilmente a causa della bassa domanda di neo laureati da parte delle imprese;
la difficoltà d'ingresso nel mercato del lavoro è confermata dai dati sugli inoccupati di lunga durata, in cerca di prima occupazione da 12 mesi e oltre. Il 75 per cento degli inoccupati di lunga durata risiede nel Mezzogiorno, con numeri particolarmente elevati in Campania (76 mila), Sicilia (71 mila) e in Puglia (55 mila);
uno studio recente sulla condizione dei giovani meridionali effettuato dalla Svimez ha confermato come donne e giovani restano nel Sud confinati ai margini del mercato del lavoro;
l'analisi, basata su una rielaborazione degli ultimi dati Istat, ha certificato che gli uomini sono più avvantaggiati delle donne a trovare lavoro. Una laurea aiuta più di un diploma a trovare un lavoro, mentre la professione e il titolo di studio del capofamiglia pesano fortemente sulla condizione professionale dei figli, segno di un forte immobilismo sociale;
l'attuale crisi economica colpisce in maniera pesante il Mezzogiorno, come dimostrano, ad esempio, le difficoltà dello stabilimento Fiat di Pomigliano d'Arco, la crisi del tessile in Molise e nel Salento, la crisi dei distretti del mobile della Murgia e del salotto, a partire dalla Natuzzi, per non citare l'industria in Campania o il comparto delle costruzioni;
i dati della cassa integrazione guadagni ordinaria, che rilevano un aumento più intenso nelle regioni del Centro-Nord, non deve ingannare: molte delle realtà produttive meridionali, anche a volere prescindere dalla larga diffusione del lavoro sommerso, non possono utilizzare tale ammortizzatore sociale;
nel Mezzogiorno, a fine 2008, prima che la crisi attuale si manifestasse in tutta la sua incidenza, l'occupazione si era ridotta di 126 mila unità rispetto al 2007, mentre nel medesimo periodo e nel Centro-Nord, pur rallentando, l'occupazione era aumentata di 150 mila unità;
per inquadrare meglio la situazione occupazionale del Meridione, basti pensare che in Campania ed in Sicilia, per citare due delle regioni più popolose del Sud, lavora poco più del 40 per cento della popolazione in età da lavoro (mentre nel 2004 era il 45 per cento) e le donne che lavorano sono meno di 3 su 10;
l'asimmetria nelle tutele assicurate da ammortizzatori sociali lacunosi e squilibrati incide, dunque, nel Mezzogiorno su un mercato del lavoro già gravato da elevata disoccupazione, mentre servirebbe un sistema di tutela universale, valido su tutto il territorio nazionale, in grado di sostenere il reddito di chi perde il lavoro di qualsiasi tipologia esso sia;
nel Sud alle difficoltà congiunturali si aggiungono le storiche carenze di competitività territoriale, infrastrutturali, amministrative e reddituali, aggravate dall'attuale crisi economica;
il Mezzogiorno soffre, infatti, di una carenza diffusa di dotazioni infrastrutturali, nell'istruzione, nei trasporti, nelle reti energetiche, nella sanità, nel turismo, nella grande distribuzione organizzata, nell'intermediazione finanziaria;
il divario tra Mezzogiorno e resto del Paese ha determinanti profonde, che sembrato proporre una forte dipendenza dallo stato iniziale: bassa qualità della pubblica amministrazione e del tessuto istituzionale e legale, insufficienza delle dotazioni infrastrutturali, esiguità delle economie di agglomerazione geografica;
lo stesso accordo sugli ammortizzatori sociali sottoscritto dalle regioni e dal Governo è stato in larga parte finanziato con risorse destinate al Sud: ben 4 miliardi su gli 8 miliardi previsti sono a carico del fondo per le aree sottoutilizzate (per l'85 per cento dovrebbe essere destinato al Mezzogiorno), mentre 2 miliardi provengono dal fondo sociale europeo. Inoltre, queste risorse servono a finanziare la cassa integrazione in deroga, misura che è di ben poca utilità per la grande maggioranza dei disoccupati meridionali;
complessivamente questo Governo in meno di un anno ha sottratto circa 19 miliardi al Mezzogiorno, infatti: i fondi per le aree sottoutilizzate stornati o ridotti dall'inizio della XVI legislatura sono stati pari a più di 16 miliardi di euro per il periodo 2008-2011: i fondi sono stati utilizzati, tra l'altro, per la crisi dei rifiuti in Campania, il taglio dell'ici per le abitazioni di lusso, per il contenimento della spesa pubblica nell'ambito della manovra di bilancio per il 2009, per il finanziamento del servizio sanitario nazionale, per il comune di Roma, per coprire il deficit del comune di Catania, per le spese relative al G8, per finanziare le misure anticrisi dalla social card al taglio dell'acconto ires e irap ed altro;
ulteriori fondi pari a 3 miliardi sono stati sottratti al Mezzogiorno, fondi destinati allo sviluppo delle isole minori, alla sicurezza dei trasporti nello Stretto di Messina, alle strade calabresi e siciliane, agli incentivi a sostegno delle imprese;
bisogna considerare che il fondo per le aree sottoutilizzate costituisce, dal 2003, lo strumento generale di governo della nuova politica regionale per la realizzazione di interventi in aree particolari del Paese - individuate sulla base dell'articolo 27, comma 16, della legge n. 488 del 1999 - legge finanziaria 2000 - che comprendono: le sei regioni «obiettivo 1» del ciclo di programmazione 2000-2006 (Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sardegna, Sicilia); la regione Abruzzo; la regione Molise; le aree del Centro-Nord ricadenti nell'«obiettivo 2» e quelle in regime di sostegno transitorio; le zone beneficiarie di aiuti di Stato, ai sensi dell'articolo 87.3.c. del Trattato che istituisce l'Unione europea;
le risorse del fondo per le aree sottoutilizzate sono stabilite ogni anno dalla legge finanziaria e assegnate dal Cipe, al fine di perseguire l'obiettivo del riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese;
con i tagli imposti al fondo per le aree sottoutilizzate, operati senza il consulto delle regioni, con il rischio che non sia più applicabile il quadro strategico nazionale, si finanziano spese di gestione correnti e non politiche addizionali per lo sviluppo, così come previsto dalla destinazione dei fondi. È, di conseguenza, lo spirito stesso per cui era nato il fondo per le aree sottoutilizzate che viene stravolto, con il risultato che al Mezzogiorno vengono sottratti fondi indispensabili allo sviluppo. È importante tenere conto che anche il fondo per le aree sottoutilizzate destinati a regioni del Sud, che non rientrano nelle specificità previste per i medesimi, debbono essere considerati come fondi sottratti, perché, in questi casi, bisognerebbe utilizzare risorse ordinarie, come normalmente si fa per interventi nel Nord;
è da chiarire come queste finalizzazioni possano essere conciliate con il vincolo di destinare l'85 per cento del fondo per le aree sottoutilizzate al Mezzogiorno;
il risultato di queste scelte è lo smantellamento di quanto programmato nel quadro strategico nazionale 2007-2013 e un forte indebolimento delle risorse disponibili per le politiche regionali di sviluppo, con particolare riferimento al Mezzogiorno;
in qualche modo, questa situazione viene registrata dai dati prodotti dal dipartimento del ministero dello sviluppo economico, basati sui «conti pubblici territoriali»: per ogni 100 euro spesi dalla pubblica amministrazione in conto capitale, meno di 35 euro vanno al Sud;
sembra, dunque, definitivo l'addio agli obiettivi fissati sia dai Governi di centrosinistra che da quelli di centrodestra di una quota riservata al Sud pari al 45 per cento degli investimenti nazionali in infrastrutture e trasferimenti alle imprese;
negli ultimi anni le risorse ordinarie complessive per il Sud erogate dalla pubblica amministrazione sono calate di diversi punti percentuali, riducendosi a circa un quinto di quelle nazionali. Per questo i fondi europei sono stati vieppiù utilizzati anche per compensare la mancata spesa nazionale. C'è stato, dunque, un utilizzo improprio delle risorse comunitarie. A loro volta, le società di servizi pubblici a controllo o partecipazione pubblica, da Ferrovie dello Stato ad Anas ed Enel, hanno a loro volta riorientato i loro investimenti verso il centro-nord;
inoltre, sono stati chiusi i finanziamenti per il credito di imposta sia per gli investimenti delle imprese nel Mezzogiorno che per le assunzioni a tempo indeterminato, nonché le misure a favore dell'imprenditoria giovanile;
la dichiarazione di Barcellona prevedeva, tra l'altro, nell'ambito della prospettiva di estesa e sistematica cooperazione tra i Paesi delle sponde nord e sud del Mediterraneo, l'istituzione di una università del Mediterraneo. Si deve operare affinché le nostre università meridionali siano in grado di svolgere, facendo sistema, questo ruolo, coinvolgendole anche nella progettazione e nella realizzazione di grandi infrastrutture che interessano la regione mediterranea, nonché nelle iniziative a difesa dell'ambiente e nella ricerca di nuove fonti di energia e nella promozione di nuove imprese,
ad attuare servizi pubblici che sappiano creare sinergie con la scuola, le strutture private ed i servizi delle organizzazioni di impresa e sindacali, nella promozione del nuovo apprendistato ed utilizzando lo strumento degli stage;
ad individuare in sede locale nuovi strumenti formativi e di incontro scuola-lavoro, premiando, ad esempio, con forti detrazioni di imposta le organizzazioni di impresa, le università e gli istituti tecnici che consentono ai ragazzi di svolgere un'esperienza di tirocinio formativo in un'impresa;
ad adottare iniziative per ripristinare il credito d'imposta per le imprese che assumono nel Mezzogiorno e con contratti a tempo indeterminato i giovani, con un incentivo maggiore per le giovani inoccupate e le mamme con più di 35 anni che vogliono tornare a lavorare, e per attuare un piano dando priorità alle regioni del Sud per aumentare gli asili nido e i servizi per l'infanzia e alle persone non autosufficienti;
a promuovere, con una forfettizzazione di imposte e contributi per i primi tre anni di attività, le iniziativa di autoimprenditorialità dei giovani meridionali, dando priorità a progetti innovativi basati sulle tecnologie informatiche e sul risparmio energetico;
a promuovere le opportune intese, anche internazionali, per creare nel Meridione, mettendo in rete le nostre università, «l'Università del Mediterraneo», un vero e proprio «hub mediterraneo della conoscenza», per una maggiore comprensione tra le culture, per la formazione delle classi dirigenti e dei quadri tecnici dei Paesi rivieraschi, per creare un grande incubatore di imprese innovative.
(1-00172)
«Di Giuseppe, Misiti, Donadi, Evangelisti, Borghesi, Leoluca Orlando, Messina».
(11 maggio 2009)
premesso che:
per garantire uno Stato soddisfacente per i tutti i cittadini è necessario operare affinché ogni Paese partecipi in modo diretto e senza ostacoli alle reti, ai programmi di cooperazione internazionale in materia di salute, soprattutto tenuto conto del fatto che oggi sono maggiori le possibilità di una propagazione transfrontaliera di varie malattie infettive;
tra le malattie infettive, l'HIV/AIDS conosce una diffusione sempre maggiore a livello mondiale e un aumento, anche, nei Paesi europei;
il Parlamento europeo il 24 aprile 2007 ha adottato la risoluzione sulla lotta all'HIV/AIDS all'interno dell'Unione europea e nei Paesi vicini per il triennio 2007-2009;
il Parlamento europeo il 20 novembre 2008 ha adottato la risoluzione sull'HIV/AIDS - diagnosi precoce e cure tempestive;
in occasione della giornata internazionale della lotta all'HIV/AIDS 2008, la Commissione europea e il Consiglio dell'Unione europea hanno sottolineato l'importanza della diagnosi precoce attraverso la facilitazione dell'accesso al test ed hanno invitato tutti gli Stati membri a portare i loro risultati nel campo alla conferenza di Vienna che si terrà nel 2010;
le conclusioni delle conferenza «2008 HIV diagnosis HIV summit» della Presidenza francese dell'Unione europea, tenutasi a Parigi nel novembre 2008, nello stigmatizzare il ritardo nella diagnosi per l'HIV/AIDS, invitano gli Stati membri a mettere in atto con urgenza tutte le azioni per migliorare l'accesso al test in un sistema che lascia in Francia nell'ignoranza del proprio stato almeno 40.000 sieropositivi all'anno, permettendo, quindi, attraverso la diagnosi precoce di migliorare la qualità della loro vita e allo stesso tempo ridurre la trasmissione della malattia;
in base ad alcune recenti ricerche, si stima che nel nostro Paese siano circa 130.000 mila le persone sieropositive: poiché i casi accertati sono soltanto 65.000, il 50 per cento dei sieropositivi presenti in Italia risultano, attualmente, non identificati;
in Italia, come negli altri Paesi dell'Unione europea, il numero di nuovi contagi HIV continua a crescere: nel 2008 secondo gli ultimi dati del Centro operativo AIDS dell'Istituto superiore della sanità, oltre 4.000 persone si sono infettate con l'HIV;
nel 2008 il Centro operativo AIDS comunica che sono state 1.400 le persone sieropositive che si sono ammalate di HIV, quelle cioè che durante il 2008 anno hanno manifestato i segni di malattie conseguenti all'infezione dell'HIV;
la diminuzione dei casi di AIDS conclamato, nel nostro Paese, appare sempre meno netta e in alcune regioni, come il Lazio o la Toscana, si registra addirittura un nuovo incremento;
una larga percentuale di infezioni da virus HIV non vengono diagnosticate e molte di queste persone, che non sanno di essere infette, scopriranno di esserlo solo quando saranno afflitte dalle patologie correlate;
l'HIV/AIDS è una malattia trasmissibile ed esiste, quindi, il rischio di contagio da parte delle persone infette che non sanno ancora di esserlo;
l'introduzione di misure efficaci e realistiche di salute pubblica per facilitare la diagnosi precoce dell'infezione da HIV è indispensabile per evitare un'inconsapevole diffusione della malattia, dare migliori possibilità di cura e dare al sieropositivo maggiore possibilità di tutela dei propri diritti;
la lotta all'HIV/AIDS è una sfida complessa, che comprende un numero infinito di fattori in campo: il punto essenziale per affrontare la diffusione della malattia appare il raggiungimento della consapevolezza dello stato di sieropositività attraverso la diagnosi precoce e l'accesso ai test per l'HIV;
la piena tutela dei diritti umani e del diritto alla riservatezza è essenziale in ogni aspetto della risposta al virus dell'HIV;
a promuovere campagne di informazione e prevenzione dell'HIV in collaborazione con i medici sia di base che specializzati, coinvolgendo i docenti delle scuole secondarie;
a promuovere campagne di informazione, affidando anche alle associazioni onlus le campagne della promozione del test HIV nelle persone con comportamento a rischio, includendo nelle campagne di informazione anche i cittadini extracomunitari, i nomadi e le persone detenute nelle carceri;
ad affidare alla Commissione nazionale per la lotta contro l'AIDS, organo tecnico del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, il compito di elaborare le linee guida nazionali per garantire, indurre e facilitare l'accesso al test, affinché tali linee guida individuino i gruppi di fragilità sociale verso le quali indirizzare le azioni strategiche di informazione, prevenzione e cura;
a definire strumenti chiari e modalità innovative per la garanzia per l'accesso informato quale l'introduzione di procedure standard nell'accettazione per il ricovero ospedaliero;
ad avviare procedure standard di test informato all'interno delle strutture carcerarie, nel momento dell'accoglienza delle persone immigrate in situazione di conclamato disagio sociale o, ad esempio, in presenza di patologie psichiatriche;
a trasmettere al Parlamento le conclusioni della Commissione nazionale per la lotta contro l'AIDS sulle sopra citate linee guida ogni sei mesi;
a migliorare la prevenzione e l'informazione sulle malattie sessualmente trasmesse e, in particolare, sull'HIV/AIDS e sulle epatiti, sottolineando la necessità di sottoporsi al test per permettere una diagnosi precoce;
a presentare una relazione annuale al Parlamento sulla diffusione e sulle campagne di prevenzione adottate.
(1-00136)
«Mancuso, Palumbo, Barani, Laura Molteni, Mussolini, Baccini, Iannaccone, Di Virgilio, Abelli, Bocciardo, Castellani, Ciccioli, Stagno d'Alcontres, De Luca, Fucci, Garofalo, Girlanda, Lussana, Patarino, Porcu, De Nichilo Rizzoli, Rondini, Saltamartini, Scapagnini».
(16 marzo 2009)
premesso che:
il Parlamento europeo ha approvato il 6 luglio 2006 la risoluzione sull'HIV/AIDS: «tempo di agire»;
il Parlamento europeo il 24 aprile 2007 ha adottato la risoluzione sulla lotta all'HIV/AIDS all'interno dell'Unione europea e nei Paesi vicini per il triennio 2007-2009;
il Parlamento europeo il 20 novembre 2008 ha adottato la risoluzione sull'HIV/AIDS: diagnosi precoce e cure tempestive;
il 1o dicembre 2008, giornata internazionale della lotta all'AIDS, la Commissione europea e il Consiglio dell'Unione europea hanno ribadito la necessità della diffusione del test per la diagnosi precoce e hanno richiesto a tutti gli Stati membri di mettere in atto tutte le azioni per la diffusione del test e di riferire sui risultati nel corso della prossima conferenza internazionale sull'AIDS che si svolgerà a Vienna nel 2010;
nel mese di novembre 2008 si è tenuta a Parigi, sotto l'egida della Presidenza francese, la conferenza «2008 HIV diagnosis summit», dove tutti gli Stati membri sono stati invitati a far emergere, sempre attraverso la diffusione del test, il sommerso della sieropositività, che oggi nella sola Francia è stimato in 40.000 persone ignare della propria condizione, in modo, attraverso la diagnosi precoce, da aumentare le loro aspettative di vita e, nel contempo, da diminuire le possibilità di trasmissione della malattia;
il 19 marzo 2009 si è tenuto a Roma l'HIV summit Italia 2009: «Diagnosi precoce, qualità della vita»;
secondo le ultime ricerche del reparto epidemiologia del dipartimento malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità, si stima che nel nostro Paese siano, in realtà, almeno 130 mila le persone sieropositive, mentre i casi diagnosticati sono soltanto 65 mila;
nel 2008, secondo i dati del Centro operativo AIDS dell'Istituto superiore di sanità, più di 4.000 persone si sono infettate con l'HIV, con un aumento dei nuovi contagi (al pari delle altre nazioni europee);
il Centro operativo AIDS indica che nel 2008 sono state 1.400 le persone sieropositive che si sono ammalate di AIDS;
un'elevata percentuale di infezioni da virus HIV non sono diagnosticate e queste persone, ignare del proprio stato, scopriranno di essere sieropositive solo quando saranno vittima di altre gravi patologie (l'Istituto superiore di sanità stima che il 50 per cento dei sieropositivi presenti in Italia siano non identificati);
l'HIV/AIDS è una malattia trasmissibile ed esiste, quindi, il grave rischio di contagio da parte di queste persone infette che non sanno ancora di esserlo, con grave nocumento della salute pubblica;
la riduzione degli ostacoli per l'accesso al test per l'HIV e la conseguente diagnosi precoce appaiono essere la strada auspicabile per dare adeguate possibilità di cura al sieropositivo, insieme all'indispensabile consapevolezza e tutela dei propri diritti e per rallentare la diffusione della malattia;
la piena tutela dei diritti umani e il rispetto della riservatezza e la protezione dei dati personali, è alla base di ogni azione contemplata nella risposta al virus dell'HIV,
a richiedere alla Commissione nazionale per la lotta contro l'Aids di completare tali linee guida entro sei mesi;
a provvedere all'applicazione delle linee guida da parte delle istituzioni preposte;
a monitorare la puntuale applicazione delle linee guida su tutto il territorio nazionale, da parte delle istituzioni preposte;
a redigere una relazione annuale sull'applicazione delle linee guida al test dell'HIV in Italia da presentare alla Camera dei deputati.
(1-00133)
«Farina Coscioni, Maurizio Turco, Zamparutti, Bernardini, Marrocu, Mecacci, Melis, Touadi, Tullo, Mario Pepe (PD), De Poli, Beltrandi, Duilio, Calvisi».
(11 marzo 2009)
premesso che:
il Parlamento europeo ha approvato il 6 luglio 2006 la risoluzione sull'HIV/AIDS - «tempo di agire» - il 24 aprile 2007 ha adottato la risoluzione sulla lotta all'HIV/AIDS all'interno dell'Unione europea e nei Paesi vicini per il triennio 2007-2009 ed infine il 20 novembre 2008 ha adottato la risoluzione sull'HIV/AIDS - «diagnosi precoce e cure tempestive»;
il 1o dicembre 2008, giornata internazionale della lotta all'AIDS, la Commissione europea e il Consiglio dell'Unione europea hanno ribadito la necessità della diffusione del test per la diagnosi precoce e hanno richiesto a tutti gli Stati membri di mettere in atto tutte le azioni per la diffusione del test e di riferire sui risultati nel corso della prossima conferenza internazionale sull'AIDS che si svolgerà a Vienna nel 2010;
nel mese di novembre 2008 si è tenuto a Parigi, sotto 1'egida della Presidenza francese, la conferenza «2008 HIV diagnosis summit», dove tutti gli Stati membri sono stati invitati a far emergere, sempre attraverso la diffusione del test, il sommerso delle sieropositività presente nel loro Paese;
nonostante i progressi delle terapie e le recenti sperimentazioni che aprono la strada alla possibilità di nuove cure, la malattia continua a mietere vittime in tutto il mondo. Secondo i dati forniti da Unaids, il programma congiunto delle Nazioni Unite sull'HIV e l'AIDS, dall'inizio dell'epidemia negli anni '90 sono morte circa 27 milioni di persone nel mondo;
anche in Italia e in Europa, dove lo scenario è meno allarmante, il numero di sieropositivi continua ad aumentare. Nel Sud del mondo, la situazione resta drammatica e l'infezione ha provocato 2,5 milioni di nuovi casi solo nel 2008;
il 19 marzo 2009 si è tenuto a Roma l'HIV summit Italia 2009: «Diagnosi precoce, qualità della vita»;
sono 58.400 i casi di AIDS notificati dall'inizio dell'epidemia fino al 31 dicembre 2007. Tenendo conto del ritardo della notifica, ragionevolmente questo numero sale a oltre 59.500. La regione più colpita in assoluto risulta essere la Lombardia, ma nell'ultimo anno il tasso di incidenza più elevato è quello del Lazio, seguito da Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Liguria;
cambiano le caratteristiche delle persone con AIDS: aumenta l'età, sia per gli uomini (43 anni) che per le donne (40 anni), diminuiscono i tossicodipendenti, aumentano gli stranieri (oltre il 20 per cento dei casi segnalati nell'ultimo anno). Diminuisce ulteriormente l'incidenza di casi di AIDS nei bambini: solo un nuovo caso pediatrico è stato segnalato nel corso del 2007. Per quanto riguarda le nuove diagnosi di infezione da HIV, per le quali non esiste ancora un sistema di sorveglianza nazionale, i dati provenienti da alcune regioni e province italiane mostrano una sostanziale stabilizzazione, che permette di stimare circa 4000 nuove infezioni l'anno nel nostro Paese (circa 11 infezioni ogni giorno);
nel 2007 le stime mostrano una sostanziale stabilità nel numero di nuovi casi di AIDS rispetto al 2006, segno che si è arrestata la tendenza al declino dell'incidenza di malattia conclamata che aveva caratterizzato l'era della haart (terapia antiretrovirale combinata). Ciò dipende dal mancato accesso precoce alla terapia (oltre il 60 per cento dei nuovi casi non ha effettuato terapia prima della diagnosi di AIDS) e consegue a un ritardo nell'esecuzione del test (oltre una persona su due scopre di essere sieropositiva al momento della diagnosi di AIDS o poco prima);
la causa del ritardo risiede in una bassa percezione del rischio, soprattutto in persone che hanno acquisito l'infezione per via sessuale;
un'elevata percentuale di infezioni da virus HIV non sono diagnosticate e queste persone, ignare del proprio stato, scoprono di essere sieropositive solo quando sono vittime di altre gravi patologie (l'Istituto superiore di sanità stima che il 50 per cento dei sieropositivi presenti in Italia siano non identificati);
tale situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi qualora fossero approvate norme che rendano sempre più difficile l'accesso alle strutture del servizio sanitario nazionale da parte di tutti coloro che legalmente o illegalmente, stabilmente o momentaneamente, si trovino sul territorio dello Stato italiano;
l'HIV/AIDS è una malattia trasmissibile ed esiste, quindi, il grave rischio di contagio da parte di queste persone infette che non sanno ancora di esserlo, con grave nocumento della salute pubblica;
la riduzione degli ostacoli per l'accesso al test per l'HIV e la conseguente diagnosi precoce appaiono essere la strada auspicabile per dare adeguate possibilità di cura al sieropositivo, insieme all'indispensabile consapevolezza e tutela dei propri diritti e per rallentare la diffusione della malattia;
la piena tutela dei diritti umani e il rispetto della riservatezza e la protezione dei dati personali è alla base di ogni azione contemplata nella risposta al virus dell'HIV,
a) individuazione di gruppi di fragilità sociale sui quali focalizzare i primi passi strategici;
b) definizione di strumenti chiari e modalità innovative per la garanzia dell'accesso informato, quali l'introduzione di procedure standard nell'accettazione per il ricovero ospedaliero o di procedure standard di test informato all'interno delle strutture carcerarie, nel momento dell'accoglienza delle persone immigrate, in situazioni di conclamato disagio sociale o, ad esempio, in presenza di patologie psichiatriche;
c) miglioramento dell'informazione e della prevenzione sulle malattie sessualmente trasmissibili e, in particolare, sull'HIV/AIDS e sulle epatiti, sottolineando la necessità di sottoporsi al test per permettere una diagnosi precoce;
a realizzare un piano di prevenzione, diagnosi precoce e terapia dell'AIDS, approntando misure specifiche, in particolare, per la tutela dei minori sieropositivi;
a stanziare risorse idonee per favorire la ricerca scientifica e la sperimentazione di nuovi trattamenti delle patologie sessualmente trasmissibili e dell'AIDS in particolare, in ottemperanza al dispositivo n. 1 della suddetta risoluzione del Parlamento europeo;
a realizzare un sistema di diagnosi precoce dell'infezione da HIV, anche nei confronti dei cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale, a prescindere dalla condizione di regolarità o meno del loro soggiorno;
a garantire un costante monitoraggio in ordine alla diffusione del virus HIV nell'ambito della popolazione presente sul territorio nazionale, nel rispetto del diritto alla protezione dei dati personali dei soggetti interessati, ricorrendo, in particolare, a statistiche in forma aggregata e anonima;
ad adottare misure specifiche per migliorare lo standard di tutela del diritto inviolabile alla salute dei soggetti detenuti affetti da AIDS;
a realizzare campagne di sensibilizzazione, informazione e prevenzione dell'AIDS, favorendo, tra l'altro, l'insegnamento della prevenzione nelle scuole secondarie di secondo grado, affinché anche gli adolescenti possano acquisire un'adeguata consapevolezza su tale infezione;
ad adottare misure idonee a prevenire e contrastare ogni forma di discriminazione nei confronti dei soggetti affetti da AIDS, in ottemperanza al dispositivo n. 8 contenuto nella citata risoluzione del Parlamento europeo.
(1-00166)
«Livia Turco, Sereni, Giachetti, Bossa, Bucchino, Calgaro, D'Incecco, Grassi, Miotto, Mosella, Murer, Pedoto, Sbrollini».
(11 maggio 2009)
premesso che:
l'HIV summit Italia 2009, tenutosi a Roma il 19 marzo 2009, ha confermato la tragica espansione di una malattia, ancora estremamente diffusa tra la popolazione;
esiste un rischioso «allarme sommerso» costituito dal fatto che il 55 per cento dei sieropositivi viene a conoscenza del proprio stato quando la malattia è in stato avanzato; negli anni '90 solo il 20 per cento veniva a conoscenza del proprio stato di sieropositività al momento della diagnosi di AIDS, oggi questo avviene quasi nel 60 per cento dei casi;
l'Istituto superiore di sanità stima che siano ben 120 mila gli italiani sieropositivi che ignorano di esserlo e che arrivano troppo tardi al test; chi vive nel Sud e nelle Isole ha una maggiore probabilità di arrivare tardi al test rispetto a chi vive al Nord, mentre gli stranieri, residenti nel nostro Paese, sono in assoluto coloro che hanno il rischio maggiore di fare tardi il test;
dal 1981 - anno di inizio del dilagare della malattia - in Italia si sono verificati oltre 60.000 casi di AIDS. Nel decennio 1995-2005, il trend di crescita era rallentato, mentre oggi l'infezione ha ricominciato a propagarsi intensamente fino ad arrivare a circa 4000 nuovi casi di contagio l'anno, registrati negli ultimi tre anni;
la drammaticità dei dati descritti scaturisce, in parte, dall'inspiegabile riduzione dell'attenzione, anche mediatica, sul fenomeno, che sta generando una sorta di «contagio inconsapevole», provocato dalle persone infette non diagnosticate. Risultano ancora troppo poche le iniziative e i canali di informazione volti a sensibilizzare l'opinione pubblica in materia di prevenzione e trattamento dell'HIV;
bisogna evidenziare, inoltre, che il problema della disinformazione e della trascuratezza sull'effettuazione del test non riguarda solo l'HIV, ma tutte le malattie sessualmente trasmesse;
infatti, secondo i dati trasmessi dall'Organizzazione mondiale della sanità, sono ben un milione i casi di malattie sessualmente trasmissibili accertate in Italia; di queste malattie sono solo 8 mila le notificate. L'incremento degli immigrati, spesso provenienti da Paesi pesantemente colpiti da questo tipo di malattia, procura maggiori difficoltà per un accesso più difficoltoso a test e cure;
non può essere sottovalutato, neanche, il drammatico problema dei neonati e dei minori esposti al rischio di contagio da HIV. L'Unicef evidenzia quanto sia forte l'esigenza di attuare misure urgenti e atte a garantire un'efficace prevenzione del contagio da virus HIV proprio nei confronti di queste categorie più deboli e indifese;
la risoluzione del Parlamento europeo del 20 novembre 2008 (n. RC-B6-0581/2008), sull'HIV/AIDS, «diagnosi precoce e cure tempestive», sancisce l'invito al Consiglio e alla Commissione europea a formulare una strategia sull'HIV, al fine di: promuovere la diagnosi precoce e la riduzione degli ostacoli alla sperimentazione; garantire un tempestivo trattamento e la comunicazione dei relativi benefici; garantire un accurato monitoraggio;
il Sottosegretario per il lavoro, la salute e le politiche sociali, professor Ferruccio Fazio, ha firmato il 21 gennaio 2009 il decreto di ricostituzione della Commissione nazionale per la lotta contro l'AIDS, con la finalità di fornire indicazioni sui messaggi prioritari oggetto delle campagne di informazione istituzionali, di delineare progetti di formazione medica continua dedicati al medico generico, con particolare attenzione al test e alla gestione della cronicità dell'infezione, nonché di promuovere l'insegnamento delle malattie infettive;
alla Commissione spetta, inoltre, la sorveglianza sui trend epidemiologici nei Paesi industrializzati e nel territorio nazionale, con particolare attenzione alla diffusione dell'infezione tra le categorie a rischio,
a sostenere, in maniera incisiva, ulteriori campagne di informazione necessarie a fornire un monitoraggio adeguato e aggiornato con riguardo alla malattia e alle possibili conseguenze e, ancor più, alle possibilità di prevenzione, soprattutto tra i giovani e le categorie a rischio;
a promuovere campagne di sensibilizzazione ed informazione, anche verso le future madri, in ordine alle possibili modalità di trasmissione del virus, favorendo, altresì, la diagnosi precoce, al duplice scopo di approntare le terapie idonee ad impedire l'aggravarsi della patologia, limitandone gli effetti pregiudizievoli, e di impedirne la trasmissione;
ad attuare piani di formazione e prevenzione continua anche al momento dell'ingresso nel nostro Paese delle persone immigrate, che diano la possibilità di garantire e migliorare la prevenzione su tutte le malattie sessualmente trasmesse e, in particolar modo, sull'HIV/AIDS;
ad adottate ogni possibile e puntuale iniziativa per dare efficacia alle misure previste dalla risoluzione adottata dal Parlamento europeo e citata in premessa;
a prevedere l'attuazione, da parte della Commissione nazionale per la lotta contro l'AIDS, di ogni utile iniziativa tesa ad elaborare un piano di azione nazionale, che fornisca linee guida organiche e dettagliate, in grado di individuare le aree deboli su cui agire in modo più particolareggiato, e tese a garantire interventi per la prevenzione, l'informazione, la ricerca.
(1-00167)
«Nunzio Francesco Testa, De Poli, Oppi, Pisacane, Capitanio Santolini, Compagnon, Drago, Delfino, Ciccanti, Volontè».
(11 maggio 2009)
premesso che:
dalla fine degli anni '80, l'epidemia di HIV/AIDS è divenuta uno dei principali problemi sanitari e una delle grandi priorità dell'Unione europea. L'Unione europea ha concentrato la propria azione su:
a) promozione della prevenzione e di una sempre maggiore sensibilizzazione;
b) migliore sorveglianza della malattia;
c) costituzione di reti per connettere fra loro i principali soggetti che lottano contro l'HIV/AIDS;
d) una più agevole diffusione delle buone pratiche;
l'Unione europea ha, inoltre, istituito organismi importanti per lo scambio d'informazioni e il coordinamento delle attività, a beneficio degli Stati membri e dei Paesi vicini, ed è attiva anche nei Paesi in via di sviluppo, fornendo, inoltre, un notevole sostegno al fondo mondiale per la lotta all'HIV/AIDS e ad altre istituzioni, al fine di rafforzare le misure e le azioni già adottate, in modo che apportino un valido contributo alla riduzione dell'epidemia di HIV/AIDS in futuro;
in Italia, come nel resto del mondo occidentale, il fenomeno HIV/AIDS si presta ormai a una doppia lettura contrastante:
a) l'aspetto positivo è che l'incidenza di AIDS (la malattia conclamata), che aveva toccato una punta massima di oltre 5500 nuovi casi nel 1995, è andata diminuendo a partire da metà del 1996. Ad oggi, sin dall'inizio dell'epidemia, i casi segnalati sono 60.346. La prevalenza di persone viventi con AIDS nell'ultimo anno è in aumento (si stimano oltre 21.500 pazienti viventi con AIDS); la diminuzione dei nuovi casi di AIDS non è, però, da attribuire a una diminuita incidenza delle nuove infezioni da HIV, quanto piuttosto all'effetto della terapia antiretrovirale combinata che ha rallentato la progressione della malattia, riducendo sia il numero dei pazienti che evolvono in fase conclamata che il numero dei decessi;
b) l'aspetto negativo è che l'aumento della sopravvivenza determina un incremento del numero delle persone sieropositive viventi e una parte di queste continua ad avere rapporti sessuali non protetti, magari perché inconsapevole del proprio stato di contagiosità, e ciò può contribuire alla diffusione dell'infezione, come testimoniato dall'elevato numero di nuove infezioni che si stima si verifichino ancora in Italia;
il fenomeno forse più preoccupante consiste, quindi, nell'incremento delle persone che scoprono di essere sieropositive solo al momento della diagnosi di AIDS, ovvero in uno stadio di malattia molto avanzato. La percentuale degli «inconsapevoli» è aumentata dal 21 per cento nel 1996 al 60 per cento nel 2008. Questo dato suggerisce che una parte rilevante di persone infette, soprattutto fra coloro che hanno acquisito l'infezione per via sessuale, ignora per molti anni la propria sieropositività: ciò gli impedisce di entrare precocemente in trattamento e di adottare quelle precauzioni che potrebbero diminuire il rischio di diffusione dell'infezione;
in questi anni si sono anche modificate le caratteristiche delle persone colpite. Innanzitutto, aumenta l'età delle persone con AIDS: se nel 1988 la media era di 29 anni per i maschi e 27 per le femmine, nel 2008 si arriva rispettivamente a 43 e 40 anni. Cambiano, inoltre, i fattori di rischio: la proporzione dei casi attribuibili alla tossicodipendenza è diminuita dal 66 per cento prima del 1997 al 25 per cento nel 2007-2008, mentre i contatti eterosessuali sono passati nello stesso periodo dal 15 per cento al 45 per cento;
l'epidemia di HIV/AIDS, quindi, non diminuisce, piuttosto si modifica. I sieropositivi vivono più a lungo e meglio, grazie alle nuove terapie, ma le dimensioni dell'epidemia aumentano, a causa dell'abbassamento della guardia conseguente alla bassa percezione del rischio di contrarre l'infezione, soprattutto per via sessuale;
l'educazione sulle vie di trasmissione dell'HIV e su come diminuire il rischio di esposizione a esso rappresenta, quindi, ancora oggi, uno dei mezzi principali per ridurre la diffusione del virus. In questo ambito la promozione dell'uso del profilattico deve essere a tutti gli effetti considerata come misura efficace, almeno per il controllo della malattia trasmissibile per via sessuale;
come riportato nella «Relazione sullo stato di attuazione delle strategie attivate per fronteggiare l'infezione da HIV», trasmessa al Parlamento il 28 febbraio 2008 dall'allora Ministro della salute Livia Turco, il programma nazionale di ricerca sull'AIDS, avviato alla fine degli anni '80, «ha usufruito, all'inizio di investimenti di significativa entità, mantenuti allo stesso livello fino alla metà degli anni '90. Dalla fine degli anni '90, l'entità del finanziamento si è costantemente ridotta e, soprattutto, ha perso la periodicità annuale». E ciò non può, quindi, non ripercuotersi sulla qualità stessa della ricerca italiana sull'AIDS e sul suo inserimento in campo internazionale;
se si analizza la diffusione del fenomeno in ambito internazionale, si evidenzia come nei Paesi sottosviluppati e in quelli in via di sviluppo, in particolare nel continente africano, la situazione è ben più drammatica e l'AIDS rappresenta un problema sanitario e sociale gravissimo e tragico nelle sue dimensioni. Secondo il rapporto Unaids, il numero degli infettati dal virus HIV è stimato in quasi 40 milioni di persone, di cui 30 milioni solo nel continente africano;
i bambini sono la popolazione più vulnerabile alla pandemia dell'HIV: oltre 15 milioni di bambini sotto i 15 anni sono orfani a causa di HIV/AIDS e oltre 2 milioni sono sieropositivi. Ogni minuto un bambino muore per cause collegate all'HIV/AIDS e quattro nuovi contagi avvengono fra adolescenti di età inferiore ai 15 anni;
strumento fondamentale di cooperazione e aiuto internazionale in questo ambito è rappresentato dal fondo globale per la lotta contro l'AIDS, la tubercolosi e la malaria (gfatm);
questo fondo - meccanismo internazionale di finanziamento destinato a raccogliere ed erogare fondi per la lotta alle tre pandemie - è stato promosso nella sessione speciale dell'Assemblea generale dell'Onu, tenutasi a New York nel giugno 2001, ed è stato istituito nel vertice dei Paesi membri del G8 del 2001. Consiste in una partnership pubblico-privata, cui aderiscono numerosi Stati, tra i quali l'Italia, organismi internazionali e associazioni private, e finanzia attività di prevenzione e cura, nonché di consolidamento dei sistemi sanitari locali, prevalentemente destinate all'Africa;
dalla sua istituzione, il fondo globale ha approvato quasi 600 progetti di finanziamento, distribuiti tra 137 Paesi, per un valore totale di 10,2 miliardi di dollari. In questi anni di attività, il fondo è riuscito a salvare circa 2,5 milioni di vite umane;
il nostro Paese, nella XV legislatura, ha stanziato, come quota contributo al suddetto fondo, 260 milioni di euro, con il decreto-legge n. 81 del 2007, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 127 del 2007, e ulteriori 130 milioni di euro, con il decreto legge n. 159 del 2007, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 222 del 2007;
vale la pena sottolineare che l'Italia si è impegnata per 2,5 miliardi di dollari in 5 anni (2010-2015), per 130 milioni di dollari l'anno (2008-2010) di contributo al fondo globale per la lotta ad AIDS, tubercolosi e malaria (gfatm), per 1,8 miliardi di dollari per la prevenzione e cura dell'AIDS in età pediatrica e per 1,5 miliardi di dollari per la prevenzione della trasmissione dell'HIV da madre a figlio, oltre a partecipare a iniziative per lo sviluppo dei vaccini e per la formazione del personale sanitario, con particolare riferimento alla salute riproduttiva per la prevenzione della mortalità materna;
attualmente, però, il fondo globale per la lotta ad AIDS, tubercolosi e malaria si trova di fronte a 5 miliardi di dollari in meno rispetto ai finanziamenti previsti per il 2009-2010 ed è evidente che in assenza di adeguate risorse finanziarie risulta ancora più difficile garantire interventi sanitari per le popolazioni più vulnerabili,
a prevedere adeguate risorse per il programma nazionale di ricerca sull'AIDS, stante la riduzione costante del relativo finanziamento in questi ultimi dieci anni;
ad assicurare in tutti i centri del territorio nazionale, senza eccezioni, un accesso al test diagnostico pienamente gratuito, anonimo e volontario, visto che l'accesso al test viene segnalato in diminuzione, con pericolose conseguenze sulla ricostruzione del quadro epidemiologico e, in caso di sieropositività, con rischio di ritardo nella diagnosi;
a riprendere specifiche campagne informative, anche attraverso il servizio pubblico radiotelevisivo, con l'obiettivo di diffondere la conoscenza delle modalità di trasmissione del virus HIV, la consapevolezza della fondamentale rilevanza dei comportamenti individuali rispetto all'esposizione al rischio d'infezione, l'avvio di un percorso di autoresponsabilizzazione circa i propri comportamenti e la non discriminazione delle persone sieropositive;
a promuovere specifici progetti di prevenzione primaria nelle scuole per coinvolgere gli studenti in percorsi educativi e formativi sull'AIDS, la prevenzione, l'educazione sessuale, con particolare riferimento alle azioni individuali utili a ridurre il rischio di trasmissione del virus, a cominciare dall'uso consapevole del profilattico, come principale strumento di contrasto al rischio contagio;
a sostenere programmi di intervento ed aiuto nella lotta contro l'AIDS, attraverso l'incentivazione di progetti bilaterali tra l'Italia ed i Paesi in via di sviluppo, finanziati e coordinati dal ministero degli affari esteri, e dello strumento della cooperazione internazionale;
ad assicurare le risorse promesse al fondo globale per la lotta all'HIV/AIDS, tubercolosi e malaria (gfatm) e a non coprire tali stanziamenti attingendo dai fondi, già insufficienti, destinati alla cooperazione allo sviluppo.
(1-00173)
(Nuova formulazione) «Palagiano, Mura, Donadi, Evangelisti, Borghesi».
(11 maggio 2009)