XVII Legislatura

Commissioni Riunite (III-XIV Camera e 3a-14a Senato)

Resoconto stenografico



Seduta n. 4 di Mercoledì 12 febbraio 2014

INDICE

Sulla pubblicità dei lavori:
Bordo Michele , Presidente ... 3 

INDAGINE CONOSCITIVA SUL SEMESTRE DI PRESIDENZA ITALIANA DEL CONSIGLIO DELL'UNIONE EUROPEA

Audizione dell'Ambasciatore Stefano Sannino, Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea.
Bordo Michele , Presidente ... 3 
Sannino Stefano , Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea ... 3 
Bordo Michele , Presidente ... 8 
Mussini Maria  ... 8 
Cociancich Roberto  ... 9 
De Pietro Cristina  ... 9 
Ginetti Nadia  ... 9 
Schirò Gea (PI)  ... 10 
Galgano Adriana (SCpI)  ... 10 
Fassina Stefano (PD)  ... 10 
Orellana Luis Alberto  ... 11 
Marazziti Mario (PI)  ... 11 
Buttiglione Rocco (PI)  ... 12 
Mussini Maria  ... 12 
Bordo Michele , Presidente ... 12 
Iacono Maria (PD)  ... 12 
Bordo Michele , Presidente ... 12 
Sannino Stefano , Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea ... 13 
Bordo Michele , Presidente ... 19

Sigle dei gruppi parlamentari:
Partito Democratico: PD;
MoVimento 5 Stelle: M5S;
Forza Italia - Il Popolo della Libertà - Berlusconi Presidente: FI-PdL;
Scelta Civica per l'Italia: SCpI;
Sinistra Ecologia Libertà: SEL;
Nuovo Centro-destra: NCD;
Lega Nord e Autonomie: LNA;
Per l'Italia (PI);
Fratelli d'Italia: FdI;
Misto: Misto;
Misto-MAIE-Movimento Associativo italiani all'estero-Alleanza per l'Italia: Misto-MAIE-ApI;
Misto-Centro Democratico: Misto-CD;
Misto-Minoranze Linguistiche: Misto-Min.Ling.;
Misto-Partito Socialista Italiano (PSI) - Liberali per l'Italia (PLI): Misto-PSI-PLI.

Testo del resoconto stenografico
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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA XIV COMMISSIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI MICHELE BORDO

  La seduta comincia alle 15.10.

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata attraverso la trasmissione diretta sulla web-tv della Camera dei deputati.

Audizione dell'Ambasciatore Stefano Sannino, Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea.

  PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sul semestre di presidenza italiana del Consiglio dell'Unione europea, l'audizione del Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea, Ambasciatore Stefano Sannino, che ringrazio per essere intervenuto personalmente nonostante i suoi importanti impegni a Bruxelles.
  In futuro potremo fare ricorso a strumenti di altro genere, come il collegamento in videoconferenza, per evitare spostamenti gravosi e in qualche circostanza superflui. L'Ambasciatore, inoltre, prese l'impegno a luglio dello scorso anno di avviare la trasmissione delle note della Rappresentanza permanente in merito all'attività dell'Unione, note che puntualmente ci vengono trasmesse, e di questo lo ringrazio in modo particolare.
  Nel salutare il presidente della 14a Commissione del Senato, Vannino Chiti e tutti i presenti, do la parola all'Ambasciatore Sannino affinché svolga la sua relazione.

  STEFANO SANNINO, Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea. Ringrazio il Presidente e voi tutti. È un piacere essere qui.
  Concordo con il Presidente: alla Rappresentanza ci siamo dotati di un sistema di videoconferenza che facilita di molto i contatti. Lo dico per la possibilità di averne con più frequenza anche in un periodo certamente intenso come quello che è già iniziato.
  Anche se siamo nel semestre precedente a quello di presidenza italiana, almeno per quanto riguarda la Rappresentanza a Bruxelles, è come se già fossimo in presidenza a tutti gli effetti, tranne materialmente per la presidenza di alcuni gruppi di lavoro.
  Vorrei soffermarmi su tre macro-aree e poi mi farebbe piacere approfondire nel dialogo con voi i temi che vi sembreranno più interessanti. Vorrei parlare brevemente del contesto in cui si aprirà il nostro semestre per passare successivamente alle priorità che stiamo cercando di definire per la nostra presidenza. Infine, vorrei dare qualche cenno sul ruolo della Rappresentanza italiana a Bruxelles e sul lavoro che stiamo svolgendo.
  Per quanto riguarda il contesto, fino ad alcuni anni fa tutto quello che veniva dall'Europa era «bello, buono e santo». Adesso questo è venuto meno e non parlo soltanto dei Paesi tradizionalmente critici con l'Unione europea, come il Regno Unito, mi riferisco anche a quelli che sono stati tra i membri fondatori dell'Unione, in particolare i Paesi Bassi, e a Paesi tradizionalmente europeisti come la Francia e il nostro stesso Paese. C’è obiettivamente Pag. 4un'atmosfera meno positiva e costruttiva rispetto a quella degli anni passati.
  Ci sono stati certamente molti errori da parte dell'Unione europea nella gestione della complessità che abbiamo attraversato, ma è anche vero che si sta facendo un grosso sforzo di riordino. Segnalo soltanto ciò che gravita intorno al tema della sussidiarietà, quanto cioè debba essere fatto dagli Stati nazionali e quanto invece dall'Unione europea. Le istituzioni, Commissione europea in testa, stanno effettuando un grande sforzo per ridefinire i contorni della regolamentazione. Nel gergo comunitario si parla di REFIT (Regulatory fitness and performance programme) della regolamentazione europea volto a ridurla, semplificarla ed eliminare una serie di normative considerate oramai inutili, se non dannose.
  Tuttavia, benché questo, secondo me, sia un elemento positivo di razionalizzazione, di semplificazione e di riavvicinamento ai cittadini, il rischio che si può correre in questa azione di ridefinizione delle competenze è quello di andare oltre. In alcuni Paesi, infatti, c’è una richiesta molto forte di rimpatriare competenze dal livello europeo al livello nazionale.
  Su questo bisogna ragionare in maniera molto cauta perché il rischio è smantellare completamente la costruzione europea. Ciò vale anche per il metodo di gestione dei lavori europei e in particolare per i tentativi che si stanno facendo di ridurre il ruolo del metodo comunitario, che invece il Trattato di Lisbona aveva rafforzato in maniera significativa. È in questo contesto – senza parlare del divario nord-sud non soltanto economico, ma ormai anche politico, che si sta approfondendo – che si aprirà la nostra presidenza.
  L'altro elemento che voglio sottolineare, e che è già stato messo in evidenza sia dal Ministro Bonino sia dal Ministro Moavero nelle precedenti audizioni, è il cambiamento istituzionale che l'Unione europea si troverà a vivere a partire dal mese di maggio.
  Un nuovo Parlamento europeo si insedierà agli inizi di luglio e ciò comporterà, come voi ben sapete, tempi tecnici per la formazione delle Commissioni, per la nomina dei presidenti e dei relatori. Bisognerà poi che le Commissioni decidano che cosa della legislatura precedente debba passare alla legislatura successiva. Sarà un lavoro significativo che terrà impegnato il Parlamento nei primi mesi della sua legislatura, oltre alle audizioni per la nomina dei nuovi Commissari. Il secondo aspetto è l'insediamento della nuova Commissione previsto formalmente per il primo di novembre – a meno che non ci siano ritardi nel processo di nomina dei Commissari – con inclusa la nomina del nuovo Vice Presidente della Commissione e Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune.
  A partire dal primo dicembre ci saranno anche un nuovo Presidente del Consiglio europeo nonché, con tutta probabilità, un presidente stabile dell'Eurogruppo.
  Ciò significa che i due binari principali su cui si muovono le presidenze nel «mondo» uscito dall'applicazione del Trattato di Lisbona – e cioè un programma legislativo definito da parte di Parlamento, Commissione e Consiglio e un programma chiaro del Presidente del Consiglio europeo nella definizione delle agende del Consiglio europeo – durante il nostro semestre di presidenza saranno molto sfumati meno definiti.
  Ci sarà, quindi, un periodo in cui la Commissione entrerà nel «semestre bianco» e non presenterà iniziative legislative particolarmente significative e il Parlamento non le potrà ancora discutere. Considerate che il Consiglio europeo di ottobre sarà l'ultimo della presidenza Van Rompuy. Il suo successore sarà già stato indicato e il Presidente in esercizio si sentirà dimezzato nelle sue funzioni. Il Consiglio europeo di dicembre sarà, invece, il primo sotto la presidenza del nuovo Presidente insediatosi da qualche settimana. È un challenge che può diventare per l'Italia l'opportunità di aiutare a definire quelle che saranno le priorità e la visione del prossimo ciclo istituzionale che ci troveremo ad affrontare.Pag. 5
  Vengo al secondo punto, ovvero le priorità della presidenza. I Ministri Bonino e Moavero hanno già dato indicazioni chiare sui temi principali. Quello che stiamo cercando di fare a Bruxelles – tornerò su questo alla fine del mio intervento – è dare il segnale che il cittadino è messo al centro dell'azione dell'Unione europea o perlomeno vorremmo che il cittadino tornasse a essere il protagonista dell'azione dell'Unione europea nella prossima legislatura.
  Questo si declina in varie modalità. Innanzitutto, come il Presidente del Consiglio Letta ha detto più volte, dovrà essere una legislatura per la crescita e l'occupazione. In questo senso stiamo lavorando su alcuni filoni, il primo dei quali riguarda la definizione e il rafforzamento di talune politiche settoriali. Ci stiamo muovendo anche sulla scia dei Consigli europei che si sono tenuti negli ultimi mesi e in cui c’è stato un focus su una serie di attività dell'economia reale, dall'energia alla difesa, all'economia digitale, tutti settori dell'industria e dei servizi particolarmente importanti per la crescita dell'Europa.
  Lo faremo tenendo altresì conto dello sforzo avviato dal Governo e dal Presidente Letta sul tema dell'occupazione e dell'occupazione giovanile in particolare. Una delle prime iniziative del nostro semestre, infatti, sarà lo svolgimento di un vertice sull'occupazione che si terrà qui a Roma a luglio, pochi giorni dopo l'inizio della nostra presidenza.
  Come dicevo, stiamo lavorando, da un lato, su una serie di politiche settoriali. Molto sinteticamente queste sono l'economia digitale, l'industria della difesa, il settore dell'energia nella sua accezione più ampia, incluse quindi anche le energie verdi rinnovabili, la cosiddetta green economy, e il tema più generale, sulla base della recente comunicazione della Commissione, del «rinascimento industriale». Dall'altro lato, abbiamo l'obiettivo di arrivare, durante il nostro semestre, a una definizione ancora più chiara degli obiettivi del mercato unico, in particolare nel settore dei servizi.
  Il secondo pilastro su cui stiamo lavorando è quello dell'individuazione di alcuni grandi progetti faro, che possano avere un effetto di attrazione e richiamo, per federare intorno a essi sforzi e risorse dei vari Stati membri. Dico molto onestamente che si tratta di un lavoro non facile.
  È stato fatto un primo tentativo all'Unione europea su un'iniziativa dedicata alle piccole e medie imprese. L'idea era quella di prendere una parte delle dotazioni per i fondi strutturali, metterle in un vaso comune, cercare di mischiare questi fondi con prestiti della Banca europea per gli investimenti e avere, quindi, una massa in grado di rilanciare le iniziative sulle piccole e medie imprese. Sinceramente il risultato non è stato brillante. Noi per primi, come Governo italiano, abbiamo ritenuto che, per come era stata sviluppata, l'idea non fosse particolarmente efficace.
  Questo però non significa che non debba essere fatto lo sforzo di mettere a fattor comune e in maniera più coerente i fondi dell'Unione europea. Non si tratta – vorrei essere chiaro su questo punto – di fondi addizionali. Il bilancio dell'Unione è dato e non vedo possibilità di cambiamenti durante il quadro pluriannuale 2014-2020. Mettere insieme in maniera più coerente parte dei fondi strutturali, i fondi per la ricerca e l'innovazione, i fondi per la formazione e quelli per la connettività del continente mi sembra, invece, che possa essere uno sforzo importante.
  Il terzo punto riguarda le riforme per la crescita. Il Ministro Moavero credo sia stato ampio di dettagli relativamente ai cosiddetti «partenariati per la crescita e l'occupazione», un altro degli obiettivi che vorremmo portare a compimento durante il nostro semestre. I partenariati per la crescita si basano, come sapete, sui meccanismi di coordinamento delle politiche economiche. Accanto a questi dovrebbero operare dei meccanismi di accompagnamento per rendere il coordinamento, e il processo di riforme a esso collegato, più attraente per tutti e in particolare per Paesi, come l'Italia, che hanno una certa difficoltà sul cammino delle riforme.Pag. 6
  Ciò potrebbe avere l'effetto secondario, ma non di minore importanza, di accelerare e rafforzare anche la credibilità del nostro Paese in rapporto al processo di riforme e ho letto con attenzione le parole del Ministro Moavero sul punto.
  È importante ricordare che ci sarà comunque un lavoro significativo da fare per il completamento dell'unione economica e monetaria e dell'unione bancaria. Sono abbastanza convinto, e spero di non essere contraddetto, che arriveremo alla conclusione del processo di unione bancaria sotto la presidenza greca, ma va tenuto a mente che durante il semestre italiano verranno pubblicati i dati della cosiddetta asset quality review e degli stress test sulle banche sotto osservazione, premessa per l'applicazione del sistema di sorveglianza e di risoluzione unica che si sta approvando. Sarà un momento importante da tenere presente.
  Il terzo significativo filone relativo alla dimensione del cittadino è lo spazio di giustizia, libertà e sicurezza. Non mi dilungo troppo su migrazioni e asilo perché sono gli aspetti più conosciuti. Segnalo, tuttavia, che uno sforzo lanciato da noi a partire dai tristi eventi di Lampedusa dell'ottobre scorso ha portato alla creazione di una task-force, la quale ha prodotto alcune linee guida che adesso stiamo cercando di far recepire nel cosiddetto «programma post-Stoccolma», cioè il nuovo programma delle istituzioni europee per il prossimo quinquennio.
  L'elemento che, invece, vorrei sottolineare è quello relativo allo Stato di diritto e ai diritti fondamentali. Credo si stia prendendo coscienza a livello di Unione europea della necessità che il processo di accompagnamento e di monitoraggio dello stato di diritto e della tutela delle libertà fondamentali e individuali non si arresti al momento dell'ingresso di un Paese nell'Unione, come invece attualmente succede.
  Ci sono tentativi, che probabilmente non saranno particolarmente felici, ma che indicano la direzione, quali lo scoreboard nel settore della giustizia predisposto dalla Commissione e l'iniziativa sul monitoraggio della corruzione. In questo senso segnalo un'iniziativa importante, che speriamo possa prendere avvio nel corso del nostro semestre, e cioè il procuratore europeo. Vorrei altresì segnalare, sul piano della tutela dei diritti fondamentali, i diritti dei gruppi vulnerabili e le libertà individuali.
  Da ultimo, dal punto di vista delle priorità interne dell'Unione europea, vi è la definizione delle prospettive per i prossimi anni. Ci saranno due grandi appuntamenti nel corso del nostro semestre: il primo è la revisione della strategia «Europa 2020», la strategia di crescita dell'Unione che copre un insieme di politiche particolarmente significative; il secondo è la definizione del pacchetto su clima e ambiente in vista sia della Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite di settembre sia della COP 20 (XX Conferenza delle Parti) di Lima sia della COP 21 (XXI Conferenza delle Parti) di Parigi nel 2015.
  Sono alcune politiche fondamentali dell'Unione su cui durante il nostro semestre potremmo dare un'indicazione chiara dell'orientamento che l'Unione vorrà prendere nel prossimo quinquennio.
  Vorrei dire qualche parola sulla dimensione esterna dell'Unione perché credo sia un tema importante, che per molti versi si aggancia alle problematiche che ho citato finora. Dobbiamo tenere presente il ruolo dell'Alto rappresentante, che in questo momento è Catherine Ashton, per quanto riguarda la definizione dell'agenda esterna dell'Unione europea.
  A volte questo può rendere più complicato il nostro lavoro, ma vorrei segnalare quanto sia prezioso e importante il lavoro che sta compiendo la baronessa Ashton, da ultimo, su un tema a noi molto caro quale è la questione dei Marò in India. Ha assunto posizioni molto chiare sia nell'ultimo Consiglio affari esteri sia ieri nella Commissione per gli affari esteri (AFET) del Parlamento europeo, oltre che nelle dichiarazioni e nei contatti che ha avuto con le autorità indiane.
  D'intesa con l'Alto rappresentante lavoreremo su alcuni settori prioritari. Il Pag. 7primo di questi è il Mediterraneo. È evidente che la posizione del nostro Paese ci spinge in questa direzione soprattutto per quanto riguarda l'accompagnamento della regione verso una stabilizzazione che tutti auspichiamo. Un altro fronte su cui vorremmo lavorare, e intorno al quale stiamo già cercando di garantire il consenso necessario, è rappresentato da alcuni progetti concreti e specifici nel bacino del Mediterraneo, tra cui in particolare la creazione di una facility finanziaria per il sostegno degli investimenti nella regione e alcuni progetti nel settore energetico – i contatti sono in corso per cui mi esprimo con cautela – legati sia agli aspetti di regolamentazione sia agli aspetti di trasmissione dell'energia.
  L'altra regione di particolare importanza, che sarà protagonista di un appuntamento significativo durante il nostro semestre, è quella dei Balcani. In ottobre tradizionalmente si discute il cosiddetto «pacchetto allargamento», cioè la posizione dell'Unione europea nei confronti dei Paesi dei Balcani e della Turchia. Gli eventi recenti in Bosnia-Erzegovina ci devono spingere a non ridurre l'attenzione nei confronti di quella regione fino a quando non sarà completamente stabilizzata, anche se sono convinto che il processo stia avanzando in maniera significativa.
  Nel nostro semestre dovremo accompagnare ancora il processo di allargamento e l'apertura di capitoli negoziali sia con il Montenegro sia con la Serbia. Auspichiamo che a giugno sia concesso lo status di candidato all'Albania e, quindi, dovremo fare in modo di aprire i negoziati il più presto possibile. Infine, bisognerà tenere sotto controllo non solo la Bosnia-Erzegovina, ma anche un Paese che spesso si dimentica, ossia la Macedonia, che a un certo punto potrebbe anch'esso riesplodere.
  A questo proposito segnalo il lavoro che stiamo facendo sulle due iniziative macro-regionali. L'iniziativa adriatico-jonica vedrà il piano di lavoro e la concreta approvazione realizzarsi a cavallo tra la presidenza greca e quella italiana, mentre dovrà essere dato l'avvio alla strategia della regione alpina. Cito anche Turchia da un lato e negoziati su Cipro dall'altro perché sono una parte del processo di allargamento su cui potrebbero esserci delle novità.
  Tutto questo non significa mancanza di attenzione nei confronti di altre aree. Probabilmente durante il nostro semestre dovremo preparare un vertice tra Unione europea e Russia che potrebbe essere l'occasione, almeno nel nostro auspicio, per compiere una revisione più significativa dei rapporti reciproci, anche in relazione a quanto sta succedendo nei cosiddetti Paesi del «partenariato orientale» o del «vicinato comune».
  Continueranno i negoziati per l'Accordo economico transatlantico, il cosiddetto TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), perché a partire da ora e per i mesi a seguire dovrebbe esserci lo scambio delle offerte e poi l'inizio vero e proprio del negoziato. Un altro appuntamento importante durante il nostro semestre sarà un vertice ASEM tra Asia e Unione europea che si terrà a Milano, in collegamento con un tema sotteso a tutta la nostra attività durante il semestre e cioè l'Expo 2105.
  Si dovrà continuare a discutere e cominciare a mettere in opera concretamente il Piano d'azione sulla difesa comune, con particolare riferimento a un tema a noi caro qual è la difesa nel settore marittimo, e si riprenderà l'eterna discussione sulla revisione degli strumenti di difesa commerciale.
  Ci sono molti altri temi, ma volevo darvi almeno il senso delle priorità che cercheremo di mettere sul tavolo, in maniera tale da avere, come spero, un programma ambizioso e nello stesso tempo concreto e realistico.
  Chiudo dicendo due parole sul ruolo della Rappresentanza permanente. Siamo l'ufficio di collegamento tra tutte le realtà politico-istituzionali italiane, dal Governo al Parlamento, alle regioni, ai comuni, alle istituzioni, alle università, e Bruxelles. Pag. 8Sono molto lieto che ci sia un flusso costante di visite, di incontri e di contatti perché credo sia molto importante.
  Il presidente Bordo prima ricordava il lavoro che già abbiamo avviato sulla base della legge n. 234 del 2012 a livello di flusso di informazioni. Anche di questo sono molto contento perché è importante che voi siate pienamente implicati anche nella fase ascendente di formazione del processo europeo ed è importante per noi avere la certezza e la sicurezza che non soltanto il Governo, ma anche il Parlamento sostenga l'azione che si svolge a Bruxelles.
  Un altro aspetto che vorrei sottolineare e sul quale vi riporto anche il sentimento degli europarlamentari è la volontà di rafforzare i contatti e i rapporti tra i parlamentari europei e quelli nazionali. È un interesse molto forte e anche in questo settore la Rappresentanza permanente è più che disponibile a compiere uno sforzo per mettere insieme tutti quanti i pezzi.
  Sul programma della presidenza stiamo lavorando già da molti mesi. È stato uno dei miei principali obiettivi fin dall'inizio del mio mandato. Ho creato vari tavoli di lavoro. Uno riunisce i vertici amministrativi delle istituzioni europee, vale a dire i segretari generali di Parlamento europeo, Consiglio europeo, Commissione, così come con il Comitato delle regioni e il Comitato economico e sociale, per lavorare insieme su quello che io spero possa essere un programma e un progetto condiviso.
  Nello stesso tempo stiamo lavorando e cercando un confronto molto aperto anche con le realtà produttive locali, quali Eurobusiness, Eurochambres e la Confederazione europea dei sindacati. Ho creato anche un tavolo di lavoro comune tra regioni, province, enti e istituzioni come il Collegio d'Europa al fine di condividere il lavoro che stiamo facendo.
  È uno sforzo quotidiano non soltanto mio. Ci tengo a sottolineare il ruolo dei miei due colleghi, Marco Peronaci, che coordina il settore del COREPER 1, e Alessandro Cortese, che coordina il settore del Comitato politico e di sicurezza (COPS), con cui condivido la gestione della complessa macchina europea. Come ripeto, si tratta di uno sforzo notevole, ma che facciamo con grande entusiasmo e con grande volontà per coniugare l'ambizione che vogliamo caratterizzi il nostro semestre di presidenza, il realismo dovuto al contesto in cui ci muoviamo e la concretezza dei risultati che auspichiamo di mettere sul tavolo.
  La mia prima presidenza dell'Unione europea in altre vesti risale al 1990 e tristemente ricordo ancora che l’Economist disse di noi che sembravamo un autobus guidato dai fratelli Marx. Mi piacerebbe che dicessero altro per questa presidenza.

  PRESIDENTE. Ringrazio l'Ambasciatore Sannino e cedo la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni. Abbiamo poco tempo prima della ripresa dei lavori dell'Aula del Senato, pertanto vi chiederei di contenere i vostri interventi in due minuti al massimo.

  MARIA MUSSINI. Grazie, signor Ambasciatore, per questa relazione estremamente ricca e piena di spunti.
  Io voglio soffermarmi su un aspetto in particolare. Lei diceva che un tema importante, come è dichiarato anche nella politica del Governo, è la piccola e media impresa. Come ha messo in rilievo il Viceministro Calenda in un articolo sul Sole24Ore di ieri, è un tema molto difficile. Lei stesso diceva che il tentativo di utilizzare i fondi strutturali insieme ad altri strumenti finanziari non ha funzionato. Indubbiamente la capacità di agganciare la piccola e media impresa è una difficoltà autentica. È però una difficoltà da superare perché per la nostra economia la piccola e media impresa non è un elemento accessorio, bensì un fattore portante anche di crescita e occupazione. Per questo deve essere sempre al centro dell'attenzione.
  Nell'articolo di ieri del Viceministro c'era un'altra riflessione che ho trovato molto interessante. A suo parere, nel dialogo con l'impresa forse bisognerebbe tornare Pag. 9a un'interlocuzione diversa con i diretti interessati, con le imprese stesse. La nostra impressione è che nel rapporto tra chi progetta e i destinatari dei progetti ci sia una certa distanza. Per questo le piccole e medie imprese hanno grandi difficoltà a internazionalizzarsi. Laddove invece hanno rapporti privilegiati con l'estero non risentono della crisi e questo è un fatto.
  Nonostante l'esistenza pletorica di tante istituzioni che dovrebbero occuparsi di questo tema, le chiedo – potrà anche farci pervenire successivamente della documentazione – se abbiate pensato a strumenti o percorsi per rendere più concreto ed efficace questo rapporto. Inoltre vorrei sapere se nei tavoli tecnici di cui parlava è previsto, oltre all'interlocuzione con le istituzioni, un contatto più diretto con la piccola e media impresa.
  Da ultimo, vorrei porle una domanda sulla facility finanziaria a sostegno dei progetti nella regione mediterranea da lei menzionata. Sappiamo che nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo la difficoltà di sostenere progetti è data anche dalla fatica a trovare interlocutori affidabili per far pervenire i finanziamenti. A questo proposito le vorrei chiedere in che cosa consista questa facility finanziaria.
  Abbiamo sentito parlare di una banca del Mediterraneo sul modello della Banca europea per gli investimenti (BEI). Ci interessa sapere se si tratta di qualcosa del genere e, se possibile, vorremmo avere qualche spunto per capirne il funzionamento

  ROBERTO COCIANCICH. Grazie, Ambasciatore. Ho trovato molto gradevole ascoltarla per la chiarezza espositiva che ha caratterizzato il suo intervento.
  Ho solo una piccola – per modo di dire – domanda sul passaggio relativo ai partenariati. Ho letto nella relazione che secondo il Governo da questo genere di accordi, che potrebbero essere negoziati, potrebbe nascere quella che viene chiamata la fiscal capacity, vale a dire strumenti di solidarietà reciproca tra gli Stati e la possibilità di emettere titoli di debito pubblico europeo.
  Visto che lei conosce sicuramente il sentimento generale degli altri partner europei su questo tema così controverso, volevo chiederle quali sono le reali prospettive che nel corso del semestre europeo si arrivi a una decisione in questo senso.
  Per la nostra economia e per i progetti infrastrutturali che abbiamo sarebbe molto importante.

  CRISTINA DE PIETRO. Grazie, signor Ambasciatore, per il suo intervento che anch'io ho molto apprezzato.
  Volevo rifarmi alla sua considerazione sulla tendenza a una riduzione del metodo comunitario, in special modo in relazione ai contratti bilaterali e ai partenariati, sui quali il Parlamento europeo ha preso posizioni piuttosto critiche sia perché incrinano il metodo comunitario sia perché i singoli Stati si potrebbero trovare in condizioni di inferiorità rispetto alla Commissione.
  Vorrei conoscere la sua opinione al riguardo.

  NADIA GINETTI. Grazie, Ambasciatore. Sarò breve. Vorrei capire quale può essere il ruolo della nostra presidenza del semestre europeo rispetto a una problematica estremamente significativa, com’è quella della legittimità democratica, in relazione alla dimensione sociale del processo di unione monetaria ed economica.
  In che modo noi, che siamo tra i Paesi che più hanno risentito degli effetti negativi delle politiche di rigore e di austerità, possiamo accelerare quel processo, suggerito anche dalla Commissione europea con la comunicazione di ottobre, di valutazione di indicatori sociali – quali la disoccupazione, la crescente disuguaglianza sociale, la povertà e il disagio – tra gli elementi che devono far parte della sorveglianza macro-economica e delle analisi annuali del semestre europeo che portano poi alle raccomandazioni per i singoli Paesi ?Pag. 10
  Quale può essere il nostro ruolo in questo processo ?

  GEA SCHIRÒ. Grazie, signor Ambasciatore, e complimenti per la relazione. Sarò rapidissima.
  Comincerei da una domanda preliminare. Già dalla relazione del Presidente del Consiglio, Letta, esposta al Parlamento sono apparsi chiari gli argomenti che saranno portati al Consiglio europeo. Dobbiamo ringraziarlo perché è stato il primo a rappresentare con forza argomenti umanitari, come ad esempio la tragedia di Lampedusa, contro un'opinione consolidata in Europa, facendoli diventare senso comune e ponendoli all'ordine del giorno.
  Detto questo, le chiedo com’è stato concepito lo sforzo diplomatico per implementare questi argomenti nuovi come punti all'ordine del giorno di una presidenza. È evidente che occorra la creazione di un meccanismo di consenso diplomatico.
  In secondo luogo, i colleghi hanno parlato di piccola e media impresa. Noi abbiamo, detto banalmente, due strumenti. Il primo è la Banca di sviluppo del Consiglio d'Europa (CEB). L'Italia è il Paese che usa di meno questi fondi, che potrebbero essere un aiuto. Forse dovrebbe esserci un'indicazione più cogente e stretta verso il Governo per indirizzare l'accesso a quei fondi. Quanto al secondo strumento, vorrei sapere se lei è a conoscenza dell'intenzione di sviluppare il rapporto Liikanen, che è lo strumento più logico, agile e soprattutto condiviso per dare spazio agli investimenti. Poiché lei stesso ci ha detto che l'unione bancaria arriverà addirittura prima della nostra presidenza, dovrebbe essere implementato a breve.

  ADRIANA GALGANO. Grazie, Ambasciatore, per la sua relazione. Ho tre veloci domande da porle. Lei ha parlato di sentimenti antieuropei cresciuti nel tempo e sicuramente alimentati dall'eccesso di normativa e di regolamentazione europea, che complica la vita dei cittadini e rende meno competitive le nostre aziende. Le chiedo, quindi, quali misure concrete pensate di attivare in relazione a questo argomento.
  Il secondo punto molto importante riguarda uno degli obiettivi di «Europa 2020» , cioè il 20 per cento di quota PIL prodotto dall'industria. Attualmente in Italia siamo al 15 per cento, ma credo che la media sia rimasta pressoché la stessa. Siccome siamo il secondo Paese industriale d'Europa, questo è un tema che ci interessa particolarmente. Le chiedo di nuovo che cosa pensiamo di proporre in concreto, proprio per la strategicità del tema.
  Come terzo punto, in precedenti audizioni ci sono stati presentati quali strumento di lavoro i quaranta tavoli. Vorrei sapere come saranno articolati, come funzioneranno e come possono dare il loro contributo il Parlamento, i parlamentari e le Commissioni.

  STEFANO FASSINA. Ringrazio anch'io l'Ambasciatore Sannino non solo per la sua relazione, ma anche per l'impegno e la professionalità che mette in campo a Bruxelles e che ho avuto modo di constatare direttamente nei mesi scorsi.
  Ho molto apprezzato la panoramica che lei ha fatto. Ritengo che siamo di fronte a un momento di svolta in Europa. La situazione economico-sociale è sempre più difficile, per non dire drammatica. Purtroppo credo siano piuttosto infondate le previsioni di significativi miglioramenti in un orizzonte di tempo accettabile.
  Abbiamo ascoltato programmi e progetti che configurano miglioramenti incrementali decisamente importanti e che non sottovaluto nei termini del capitale politico e diplomatico che impiegano. A mio avviso, però, è necessaria anche qualche forzatura per vedere se l'euroscetticismo e l'antieuropeismo di cui siamo tutti preoccupati riescano a trovare un argine nel miglioramento delle condizioni materiali di vita delle persone.
  La mia domanda è la seguente. In che misura la nostra presidenza può essere in grado di introdurre nell'agenda, attraverso un lavoro anche politico-diplomatico, Pag. 11qualche innovazione sul terreno delle regole di bilancio che possa consentire una risposta in tempi rapidi ?
  Lei ha descritto un secondo semestre dell'anno in cui si verificheranno dei passaggi istituzionali che renderanno meno protagoniste alcune istituzioni, come il Consiglio e la Commissione. A quel punto forse lo spazio per la presidenza potrebbe essere più ampio.
  In che misura è realistico attendersi, ipotizzando una presenza significativa del Governo italiano, qualche innovazione nelle regole di bilancio che apra spazi non solo a noi, ma a tanti Paesi che altrimenti rischiano di veder confermata la spirale recessione-disoccupazione-debito che purtroppo li sta strangolando e alimenta quell'antieuropeismo che vorremmo ridurre ?

  LUIS ALBERTO ORELLANA. Grazie, Ambasciatore. Cercherò di essere breve.
  Mi soffermo su un punto molto specifico, ma credo di particolare importanza. Mi riferisco al TTIP. I negoziati sono in corso e sappiamo che vanno avanti da un po’. Io ho presentato un'interrogazione parlamentare, alla quale purtroppo non ho ricevuto risposta, sugli aspetti informativi sia nei confronti dei parlamentari sia, soprattutto, nei confronti dei cittadini italiani, che ne sanno ben poco. Certamente di questo la responsabilità è in parte dei media, che si occupano più di gossip che di cose interessanti, ma anche delle istituzioni e del Governo.
  In particolare, lei ha detto che siamo ormai allo scambio di offerte e che la chiusura è vicina. Tuttavia, in base alle notizie che ho ricevuto ultimamente, il Commissario UE per il commercio, De Gucht, avrebbe parlato di una consultazione pubblica di tre mesi, nonostante sia stata già fatta, per rilanciare il negoziato, mentre The Guardian ha scritto che il Governo inglese è contrario al TTIP per il fatto che una multinazionale, una corporation, potrebbe citare in giudizio uno Stato membro in caso di controversia.
  Sapendo che l'Europa è composta anche di Stati piccoli e conoscendo la potenza che hanno le grandi corporation, questo crea timore in Europa. Credo che anche l'Italia, per quanto non sia uno Stato piccolo, possa avere qualche preoccupazione. Vorrei, quindi, sapere a che punto siamo davvero e quale modalità la Rappresentanza e il Governo italiano pensano di attuare – credo di battere dove il dente duole – per la parte informativa.
  Mi rendo certo conto che le trattative avranno dei momenti di riservatezza, ma ritengo che la trasparenza in questi casi vada spinta il più possibile.

  MARIO MARAZZITI. Grazie, Ambasciatore. Molto sinteticamente, tutta l'Europa ha difficoltà di competitività rispetto ad altri grandi soggetti mondiali. Il fatto è che non c’è una quantità sufficiente di denaro da allocare per lo sviluppo e per progetti, di qualunque natura essi siano, a favore della popolazione perché questi tendono, purtroppo, a gonfiare il problema del debito.
  Esiste la possibilità di maturare una proposta europea, fortemente sostenuta dall'Italia – vado in qualche misura nella stessa direzione di quanto detto dall'onorevole Fassina – per cambiare, se non una regola, l'interpretazione di una regola in modo tale che quanto viene allocato per lo sviluppo, se verificato dalla BCE (Banca centrale europea) come qualunque piano di investimento, non debba essere ammortizzato anno su anno, ma in un arco di tempo più lungo ? Credo che questo sia un problema italiano, ma anche europeo. Sarebbe stato interessante, prima delle elezioni europee e in ogni caso nello sviluppo dell'Europa, trovare una soluzione.
  La seconda domanda è legata al tema dell'immigrazione. Come possiamo favorire al massimo, come è stato accennato da altri, questa posizione europea per affrontare questo tema italiano ed europeo soprattutto sulla porta sud, dalla parte del Mediterraneo ?
  Noi Popolari per l'Italia all'interno del Parlamento abbiamo sollevato in più occasioni la necessità di aprire un centro di accoglienza europeo sul territorio italiano perché si potrebbero risolvere in maniera pratica alcuni problemi legati al diritto di Pag. 12asilo e alle richieste di coloro che non vogliono restare nel Paese di primo contatto, ma vogliono ricongiungersi ai familiari in altri Paesi. Ciò in questo momento è bloccato dalla Convenzione di Dublino.
  Cosa si può fare per rivedere la materia ? Se ci sono i margini, almeno si potrebbe avviare questa pratica.

  ROCCO BUTTIGLIONE. Anch'io voglio ringraziarla, signor Ambasciatore, per il suo modo di rappresentare con dignità e onore il nostro Paese nelle istituzioni europee, cosa di cui ho avuto qualche eco anche di recente.
  Vengo alla prima domanda. Noi viviamo una condizione giuridica di eccezione. Abbiamo accordi interni al metodo comunitario. Abbiamo il Six-pack, il Two-pack e abbiamo il Fiscal compact. Quando abbiamo approvato il Fiscal compact abbiamo preso l'impegno in tempi brevi di integrarlo nel sistema giuridico complessivo dell'Unione. Detto brutalmente, dovevamo integrare il Fiscal compact nel metodo comunitario.
  Ci sono degli impegni, presi anche dal Parlamento, ma non se ne sente più parlare. Ne hanno parlato – mi dicono – Hollande e Cameron, ma senza alcun risultato, anzi scoprendo di avere idee diametralmente opposte. Come mai il proposito di affrontare questo problema non fa parte del programma del nostro semestre ?
  Se lei mi dice che i tempi non sono maturi e che è bene aspettare che ci siano le condizioni, anziché affrontare le questioni quando non è tempo, sono prontissimo a capirlo. Come vedete il nostro compito e le prospettive che si aprono successivamente ?
  In secondo luogo, il Consiglio europeo ha finalmente affrontato la questione cruciale della cyber security: faccio fatica a trovare anche questa nel nostro programma. Abbiamo in mente di fare qualcosa ?
  Infine, le telecomunicazioni europee sono in una situazione penosa. Tutte le nostre grandi società sono sull'orlo del fallimento, non solo Telecom, come pensano gli italiani, con l'unica eccezione di Deutsche Telekom, che ha proceduto almeno alla separazione funzionale, se non proprietaria, di gestione e rete.
  Uno dei motivi fondamentali è che abbiamo un sistema di tariffazione sostenuto dall'Unione europea che è demenziale, favorisce il concorrente americano, che usa, pagando tariffe molto ridotte, la nostra rete, per cui è in grado di battere le nostre società che gestiscono la rete, che ha anche le sue società di servizi e non paga neppure le tasse o le paga in misura irrisoria.
  Il problema della tassazione è stato sollevato: vorrei chiedere cosa pensiamo di fare per affrontarlo. È evidente, infatti, che non possiamo affrontarlo su base nazionale, come abbiamo tentato, ma su base europea. Dietro questo problema, però, c’è una complessiva politica delle telecomunicazioni. Per modernizzare la rete, servono enormi risorse. Il sistema tariffario attuale non consente di generarne: se non faremo nulla, non avremo affatto una società della conoscenza, ma rischiamo piuttosto di perdere l'aggancio con l'economia della conoscenza che dominerà i prossimi anni.

  MARIA MUSSINI. Sull'ordine dei lavori, chiederei se non sia possibile ricevere una risposta almeno alle domande che sono state rivolte dai senatori.

  PRESIDENTE. C’è solo un ultimo intervento di un minuto da parte dell'onorevole Iacono.

  MARIA IACONO. Esatto, porrò una semplice domanda all'Ambasciatore. Non ho potuto ascoltare tutta la sua relazione ma, nella sua audizione della scorsa settimana al Senato, l'Ambasciatore Mattiolo ci informava che la sussidiarietà sarà uno dei temi e degli assi del lavoro del prossimo semestre: potrebbe precisare lei in che termini la Presidenza italiana intende procedere ?

  PRESIDENTE. Do ora la parola all'Ambasciatore Sannino per la replica.

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  STEFANO SANNINO, Rappresentante permanente d'Italia presso l'Unione europea. Cercherò di essere sintetico nella misura del possibile.
  Dell'importanza delle piccole e medie imprese sono e siamo perfettamente coscienti. Che l'iniziativa che ho richiamato non sia riuscita a decollare secondo le modalità che avremmo voluto non significa che abbiamo abbandonato l'idea né che pensiamo che il lavoro per mettere al centro dell'attenzione le piccole e medie imprese non sia fondamentale.
  In qualche misura, sia in maniera organizzata a Bruxelles sia attraverso i contatti con le varie confederazioni, stiamo lavorando in stretto contatto con tutto il mondo industriale. Mi era stata rivolta un'altra domanda sull'industrializzazione, sul tetto del 20 per cento: è un tema importante che va visto sotto due profili.
  Uno è quello delle politiche settoriali, un po’ quello che illustravo anche nella parte introduttiva della mia relazione, cercando, per quanto riguarda sia la parte telecomunicazioni sia la parte difesa, di lavorare per rafforzare il ruolo e il sostegno a queste politiche settoriali nell'ambito dell'attività europea. Questo deve avvenire anche attraverso una politica più orizzontale a sostegno dell'industrializzazione o della reindustrializzazione europea. A questo proposito, da ultimo ricordo la comunicazione della Commissione sul rinascimento industriale, che si pone, appunto, proprio come obiettivo quello di far ritornare al 20 per cento il contributo del settore industriale al reddito europeo.
  Onestamente, non ci sono fondi freschi. Mi sembra difficile immaginare una parte del bilancio europeo dedicato esclusivamente alle piccole e medie imprese ma quello che si sta cercando di fare è andare a pescare all'interno delle diverse linee di bilancio dell'Unione europea, quello che può essere messo insieme a favore delle piccole e medie imprese.
  L'errore che è stato commesso, a mio avviso, dalle istituzioni, non voglio dire necessariamente dalla Commissione – è stato fatto insieme con il Consiglio – è stato di immaginare che la semplice messa in comune delle risorse sarebbe stata sufficiente. In realtà, bisogna creare un meccanismo che dia un'addizionalità che consenta, sostanzialmente, a queste risorse di creare un effetto di leverage più ampio rispetto al valore delle risorse stesse.
  Questo può avvenire sia mettendo insieme le risorse sia cercando di realizzare un mix più significativo di doni e prestiti e facendo intervenire di più anche il settore privato negli investimenti. Lo sforzo, quindi, deve essere, da questo punto di vista, più ampio. Per questo citavo dei progetti faro, che potessero generare questo tipo di effetto magnete.
  Sulla facility del Mediterraneo, onestamente non abbiamo in mente una banca del Mediterraneo, ma nemmeno la vecchia facility FEMIP (Fondo Euro Mediterraneo di Investimento e Partenariato), se il termine vi ricorda qualcosa, cioè di prendere semplicemente dei soldi all'interno della Banca europea degli investimenti e allocarli per il Mediterraneo.
  Abbiamo in mente un esercizio realizzato in altre regioni del mondo, in particolare nei Balcani occidentali: con una quota di doni, si riesce a bonificare in maniera significativa i tassi di interesse di prestiti delle istituzioni finanziarie internazionali sia europee sia internazionali e delle banche di sviluppo nazionali.
  Il Western Balkans Investment Framework presenta anche l'altro grande vantaggio di mettere intorno allo stesso tavolo non soltanto i Paesi donatori, ma anche quelli beneficiari, di generare una pipeline di progetti specifica e di obbligare i Paesi beneficiari a delle priorità sulla base anche della maturità dei progetti. È un meccanismo che può funzionare. L'effetto leva dei Balcani è stato tra 1-25 e 1-30, nel senso che con un milione di euro si riuscivano ad attrarre prestiti per 25-30 milioni di euro, cifre dunque abbastanza significative.
  Certo, è necessaria una struttura amministrativa all'altezza. Questo rappresenta un po’ il nostro problema e la nostra sfida nel Mediterraneo, ma le risorse sono significative. Abbiamo anche difeso fortemente e promosso l'idea di lasciare una Pag. 14quota importante dei prestiti della BEI per il partenariato meridionale rispetto a quello orientale. Siamo riusciti così, grosso modo, a preservare la quota due terzi per il partenariato meridionale, un terzo per il partenariato orientale.
  Dobbiamo cercare, ancora una volta, di avere quel tanto di immaginazione ulteriore per mettere insieme i pezzi e far partire un processo virtuoso, ma ripeto che abbiamo qualche esempio e stiamo già lavorando con la Commissione e la Presidenza greca per raggiungere auspicabilmente un risultato concreto e operativo già a partire da questo semestre e per consolidarlo nel corso del nostro.
  Quanto alla fiscal capacity, senatore Cociancich, onestamente siamo ancora abbastanza lontani. Dovremo ancora aspettare, secondo me – parlo veramente, però, a titolo personale e di riflessione, anche a seguito di riflessioni con altri colleghi intorno al tavolo del Consiglio – di risolvere i cosiddetti legacy assets, gli errori del passato. Non credo – ancora una volta, parlo a titolo puramente personale in questo momento – fin quando non avremo risolto la gestione del passato, che riusciremo a mettere insieme strumenti per il futuro, ma credo anche, una volta che avremo risolto il passato, che potremo mettere insieme gli strumenti per il futuro anche nella definizione del single resolution mechanism nell'ambito dell'unione bancaria.
  Il processo di mutualizzazione dei fondi attribuiti ai comparti nazionali è molto lento nella fase iniziale e forse andrà accelerato, come spero che sia, ma alla fine dei dieci anni si avrà un meccanismo di risoluzione unica, un'effettiva mutualizzazione dei comparti nazionali e un unico meccanismo di risoluzione.
  Come, però, spesso dicono non solo gli amici tedeschi, ma anche gli amici olandesi, finlandesi, estoni o tanti altri, prima bisogna pulire casa e poi si possono mettere le cose insieme. Si tratta, in qualche modo, di uno sforzo anche intellettuale. Ancora una volta parlo a titolo personale e lo sottolineo: tutti dobbiamo capire che c’è ancora una tendenza in molti di questi Paesi a chiedersi perché debbano pagare per tutti gli errori che sono stati commessi nel passato da altri.
  Penso che in un futuro anche a breve termine ci arriveremo, ma la gestione di questo periodo di transizione è delicata ed esiste anche una nostra parte di responsabilità nel dimostrare di essere all'altezza, che abbiamo capito quello che di sbagliato è stato fatto nel passato e che abbiamo imboccato una strada diversa.
  Mettendo insieme un po’ di pezzi, questo potrebbe aiutare a facilitare le cosiddette flessibilizzazioni sulle regole del deficit, del debito, che esistono. Anche su questo non mi faccio eccessive illusioni fino a quando non ci sarà – ancora una volta sottolineo di parlare a titolo personale – una chiara indicazione del fatto che si è avviato un processo diverso nel settore delle riforme.
  Scusate se sono così esplicito, ma quando parliamo di industria, di impresa, il problema non è europeo, ma molto spesso nazionale. È anche la quantità di vincoli amministrativi che esiste, le lentezze nel settore della giustizia amministrativa. Questo non spetta all'Europa, ma a noi, per cui va compiuto uno sforzo in questa prospettiva. Per questo i patti, i partenariati per la crescita e l'occupazione possono rappresentare uno strumento significativo: finora abbiamo visto tutto questo come un'imposizione dall'esterno.
  Non c’è, invece, nessuna imposizione, nessun sentimento anti-italiano, nessuna volontà punitiva. Al contrario, quelli dell'Italia sono i problemi dell'Europa. Non siamo un Paese marginale, ultra periferico, che ha un impatto relativo sull'economia dell'eurozona, ma la terza economia dell'eurozona e, se andiamo a picco, va a picco tutta la zona dell'euro.
  È per questo che sempre di più, in mancanza di questo sforzo, gli altri ci obbligano a esso e ci mettono progressivamente su un sentiero sempre più stretto, per cui credo si tratti di una scelta da affrontare collettivamente.
  Quanto alla questione del metodo comunitario segnalata dalla senatrice De Pietro, è in corso una diatriba istituzionale Pag. 15complessa. Non vi è dubbio che il Trattato di Lisbona abbia generato un nuovo assetto istituzionale, molto diverso rispetto a quello classico che conoscevamo e che era basato su una dinamica tra Consiglio e Commissione, in cui sostanzialmente la Commissione era l'elemento federatore – non voglio eccedere con il lessico del federalismo – che rendeva comune l'interesse collettivo, mentre il Consiglio era la rappresentanza degli interessi dei singoli Paesi.
  Il Trattato di Lisbona ha sicuramente generato una nuova situazione con la creazione del Consiglio europeo in quanto istituzione, un Consiglio europeo che è andato progressivamente ampliando le sue competenze. Non è soltanto un'istituzione di indirizzo politico, ma comincia anche a essere un'istituzione che norma. Quando fornisce indicazioni molto specifiche su cosa deve fare la Commissione sta prendendo, sostanzialmente, l'iniziativa legislativa.
  Dall'altro lato, in maniera quasi equivalente, il Parlamento europeo è andato acquistando un ruolo sempre più grande come co-legislatore, in particolare nella seconda parte di questa legislatura, dove ha rafforzato enormemente questo suo potere e questa sua funzione. L'effetto è un equilibrio che ancora si deve assestare e sul quale bisognerà lavorare.
  Sono timoroso anche di quest'ulteriore elemento. Parliamo, infatti, di comunitario e intergovernativo, ma si è parlato anche di metodo dell'Unione. Il metodo dell'Unione mi fa quasi più paura dell'intergovernativo puro e duro perché è un po’ un modo per nascondere dietro un falso comunitario la legge del più forte. Bisognerà fare in modo che, effettivamente, non intervengano derive di questo genere.
  Scusatemi se sulla parte sociale non ho citato tutti gli elementi, ma sono tanti. Ci sono, effettivamente, all'interno del processo di quella che è definita una genuina unione economica e monetaria, anche gli elementi sociali. È stato compiuto un primo passo, il cosiddetto scoreboard, con una serie di indicatori nel settore sociale.
  Onestamente – lo dico in maniera molto trasparente – l'intenzione in seno al Consiglio di creare un semestre europeo sociale non esiste. Non parlo dell'Italia, che anzi lo vorrebbe e il Ministro del lavoro, Giovannini, è stato uno tra quelli che più ha sostenuto questa tesi e cercato di rafforzare l'iniziativa anche del Commissario Andor in questo settore.
  Ci vorrà un po’ di tempo. Bisognerà continuare a lavorare, ma a mio avviso la strada in qualche misura è aperta. Non si può non considerare l'impatto sociale delle scelte di politica economica prese ed è questo, secondo me, lo sforzo che anche noi dobbiamo e possiamo compiere durante il semestre di presidenza.
  L'Unione europea è un transatlantico, non una barca veloce, per cui non ci sono colpi di timone troppo rapidi, ma anche i due gradi di sterzatura col tempo portano a un cambiamento di rotta significativo. L'Unione è così, bisogna essere pazienti, guardare nel medio periodo e cercare, appunto, nel breve di barcamenarsi con questo processo.
  L'onorevole Schirò chiedeva come riusciamo a creare consenso intorno alle nostre idee. In parte, si tratta del lavoro svolto tutti i giorni da chi, come me o come i miei colleghi dell’équipe a Bruxelles, è a contatto costante con i colleghi degli altri Paesi. Molto dipende però dalla capacità, dalla forza dei Governi. Bisogna riconoscere la situazione: se un Primo Ministro siede in un Consiglio europeo per dieci anni di fila è un discorso; altro è se ci siede per dieci mesi. È una legge quasi naturale.
  Non mi sono molto addentrato neanche sul rapporto Liikanen. La Commissione sta formalizzando la sua proposta. Nella sostanza, c’è accordo su una separazione tra le attività commerciali di una banca e quelle speculative, a più alto rischio bancario.
  Ciò premesso, c’è molto da stabilire sulle modalità della divisione, se si debba crearne una all'interno dello stesso istituto, se creare istituti differenti. Ci aspetta ancora molto lavoro. Siamo alle prime Pag. 16battute. C’è il modello britannico, quello americano: stiamo cercando la strada europea.
  I tempi su questo sono più lunghi, nel senso che è una parte dell'unione bancaria che prenderà ancora del tempo e che, probabilmente, vedremo svilupparsi molto durante il nostro semestre di presidenza.
  Non sono sicurissimo che il problema della ripresa sia soltanto la mancanza di credito. Lo sono anche le aspettative imprenditoriali. Forse su dei buoni progetti il credito si trova. Non sono un esperto, ma bancari e banchieri mi dicono di avere abbastanza capienza se, però, venissero dei buoni progetti. Certo, tanti meccanismi, Basilea 3, la regolamentazione, le riserve, non facilitano la vita, ma non credo sia l'unico punto.
  Quanto ai sentimenti antieuropei, ho precisato all'inizio della mia relazione che l'Unione europea ha certamente esagerato a volte nella regolamentazione. Credo che non l'abbia fatto con uno spirito negativo o cattivo.
  Avendo lavorato molti anni in Commissione, posso dire, con grande convinzione, che non accade che un «euroburocrate» si alzi la mattina e decida una regolamentazione per dar fastidio a qualcuno. Normalmente, è frutto di un processo e di un'interazione forte con la società. Ci sono i libri verdi, le inchieste, i contatti per cercare di capire se effettivamente esiste una base su cui lavorare.
  Precisato questo, a volte è anche vero che nella regolamentazione si eccede. Adesso, direi che ci sono due elementi nuovi e importanti, uno dei quali è uno studio di impatto sulla normativa molto più stringente rispetto al passato. Dico con cognizione di causa che si passa attraverso maglie molto strette prima di poter mettere una nuova normativa sul tavolo.
  L'altro aspetto è quello che citavo prima del REFIT, la Regulatory fitness and performance programme, una bellissima espressione – a Bruxelles siamo bravissimi a creare sigle – che sostanzialmente ha passato in rassegna tutta la legislazione comunitaria e ha consolidato, eliminato, definito delle sunset clauses per una serie di normative o perché non erano più utili o perché si sono rivelate inadeguate o perché hanno creato più oneri che non risolto problemi. Esiste, dunque, obiettivamente, uno sforzo molto forte anche in questa direzione e penso che si debba continuare.
  Onorevole Iacono, lei ha citato la sussidiarietà: si tratta un po’ anche di questo, cioè di capire quando effettivamente valga la pena di fare una norma europea e quando, invece, non ne valga la pena e sia meglio lasciare alle legislazioni nazionali il compito di normare.
  Secondo il Presidente Barroso, nella legislazione europea bisogna essere «magri» dove non ce n’è bisogno e «corposi» dove c’è bisogno. Speriamo che effettivamente si vada in questa direzione. La mia testimonianza personale, essendo stato per un po’ di anni Direttore generale della Commissione, è che avevamo in quel contesto una riunione dei Direttori generali ogni giovedì mattina, che il Segretario generale apriva ogni volta sul problema della sussidiarietà, della REFIT, sulla considerazione che bisognava riguardare la normativa, semplificare e così via. La coscienza esiste; l'applicazione prende un po’ più di tempo.
  Quanto ai quaranta tavoli, ho letto anch'io la relazione dell'Ambasciatore Mattiolo e credo che si riferisse all'insieme dei gruppi di lavoro del Consiglio in cui si elabora il processo europeo. In realtà, partecipate già a tutto ciò perché, proprio attraverso la legge n. 234 del 2012, le informazioni che ricevete sull'attività negoziale dell'Unione europea, i vostri contatti con il Ministro per gli affari europei, la relazione sulla normativa europea, avete una possibilità molto ampia di influire sul processo decisionale.
  Credo sia un punto particolarmente importante perché il Parlamento – su questo trovo che la legge n. 234 del 2012 rappresenti effettivamente il punto forte – deve essere coinvolto nella fase ascendente, nel processo decisionale. Il Parlamento non può, infatti, trovarsi a dover recepire il diritto europeo non avendo partecipato alla sua formazione. Spero Pag. 17molto che questo – lo dico con convinzione – possa anche aiutare a ridurre in maniera significativa il numero di infrazioni che continua a essere una piaga per l'Italia.
  Onorevole Fassina, come ho già accennato, non ci regaleranno nulla sulla flessibilità. Credo che a credito ormai l'Italia non possa comprare più niente in Europa. Abbiamo esaurito tutte le nostre capacità di comprare a credito. Adesso, bisogna dare l'indicazione chiara – ne abbiamo parlato già altre volte e in altre sedi – che esiste un cambio. Ripeto che in tanti settori questo può avvenire e non sono necessariamente dei processi di riforma, costosi da un punto di vista finanziario. Uno sforzo può essere compiuto.
  Ho accennato nella parte introduttiva della mia relazione – anche qui getto molto il cuore oltre l'ostacolo e ho ancora molti dubbi che sia possibile – al fatto che, se si riuscirà a flessibilizzare le regole, non sarà certo per uno Stato membro. Dobbiamo trovare un modo di flessibilizzare per tutta l'Unione europea, perché tutti ne vedano il beneficio. Non può essere visto soltanto come un regalo, per quanto possiamo essere sofferenti in questo momento.
  Non amo citare la stampa e i commentatori perché ce ne sono svariati e di svariata natura, ma ieri mi ha molto colpito la considerazione di un commentatore tedesco riportata da Il Sole 24Ore, che credo rappresenti un'espressione abbastanza veritiera di quello che molti pensano sul fatto che non abbiamo ancora capito la lezione. Dobbiamo crearci gli spazi, ma con uno sforzo.
  Quanto al TTIP, mi spiace che il senatore Orellana sia andato via, ma risponderò in ogni caso. Esiste sì, intorno al TTIP, una specie di alone di mistero che in qualche modo il Commissario De Gucht ha creato. È anche vero che, trattandosi di un negoziato commerciale così delicato, esiste un obbligo di riservatezza anche per evitare di essere soggetti a tutti i tipi di pressioni da una parte e dall'altra.
  Ciò premesso, anche su questo, poiché riferiamo regolarmente sullo svolgimento del negoziato, sull'andamento dei gruppi di lavoro, nella documentazioni che ricevete, trovate la stessa informazione che riceve il Governo, quindi non vi sfuggono elementi.
  Onestamente, non ho tratto da nessuna indicazione recente l'idea di una frenata nel negoziato con gli Stati Uniti. Al contrario, mi sembra che proceda e l'idea di passare già a uno scambio di offerte a molti è sembrato un esercizio quasi azzardato. Comprendere quali sono i termini, i parametri sotto cui il negoziato si può svolgere non è durato molto a lungo, ma, proprio perché esiste una volontà di muoversi e rapidamente, si sta procedendo in questo senso.
  Noi siamo tra quei Paesi che hanno richiesto la maggiore trasparenza possibile nel negoziato, così come la Francia, tanto per citarne un altro, ma ripeto che esiste un equilibrio tra trasparenza, informazione ed efficacia del negoziato che dobbiamo tenere in conto.
  Sui progetti, onorevole Marazziti, come ho evidenziato nella mia relazione introduttiva, il bilancio è dato ed è quello. C’è stata una lotta furibonda e l'onorevole Fassina è testimone diretto di quello che ha significato il negoziato sul bilancio. Le risorse son quelle. Ammetto, come lo stesso Ministro Bonino ha dichiarato nella sua audizione, che esiste una rigidità nel bilancio europeo legata alla necessità di programmazione e anche alle caratteristiche del bilancio stesso. Una grossa quota è sulla parte agricola, una grossa quota sui fondi strutturali e in fondo quello su cui si gira intorno alle altre voci è relativamente ridotto.
  Si può, però, farne un uso più intelligente, cioè una riqualificazione dei bilanci. Credo si tratti di una battaglia – l'abbiamo già iniziata, ma mi piacerebbe e spero che la continueremo anche nei mesi a venire – per riqualificare la spesa. A volte, l'elemento quantitativo prevale su quello qualitativo e su quello ci sono degli spazi anche abbastanza significativi. Credo che sarebbero possibili, da questo punto di vista, anche delle alleanze poco ortodosse.Pag. 18
  Nella mia relazione, ho parlato brevemente anche dell'immigrazione. Ciò su cui abbiamo molto insistito, stiamo insistendo e continueremo a insistere è proprio il carattere specifico che l'immigrazione riveste per un Paese come l'Italia. Si tratta di un'immigrazione dai contorni molto drammatici, molto più di quanto non possano presentarsi in altri Paesi.
  Ciò premesso, vorrei anche sottolineare, in maniera molto sommessa, che anche tra i Paesi del sud, anche tra i Paesi mediterranei, non esiste una visione univoca su come affrontare il tema dell'immigrazione. Non è, quindi, soltanto un problema di spaccatura nord-sud, ma anche sud-sud, che non facilita la vita.
  La revisione di Dublino è una specie di costante. Vedremo. Una serie di Stati membri sta insistendo molto sulla revisione. Lo facciamo noi, lo fanno i greci, i maltesi. Non è un caso. Non so fino a che punto ci riusciremo e non dico che non lo faremo, ma secondo me c’è un punto su cui possiamo e dobbiamo insistere e dove credo che avremmo anche una possibilità di rompere il fronte più facilmente: l'armonizzazione delle regole per l'asilo.
  Obiettivamente, esiste una differenza enorme nelle regole di asilo tra l'Italia, il Belgio, la Germania, la Svezia, dove i parametri variano enormemente. Questo genera una differenza che impatta, appunto, per Paesi come l'Italia, che magari non sono Paesi di destinazione, ma di transito. È su questa strada, in ogni caso, che stiamo cercando di lavorare.
  Onorevole Buttiglione, ho cercato di essere sintetico nella mia relazione perché, appunto, la Presidenza è una specie di Zibaldone, un'enciclopedia. Di tutti questi elementi si parla nel programma del trio. Peraltro, non mi sono soffermato su questo punto, ma iniziamo il nuovo trio di presidenze con Lettonia e Lussemburgo e iniziamo con loro questo processo di programmazione su diciotto mesi, soprattutto per quanto riguarda la parte legislativa, che quindi copre un po’ tutto l'insieme della normativa comunitaria.
  Durante il nostro semestre di presidenza, dovremo affrontare sì i temi della revisione degli aspetti della governance economica, quello che appunto con termine simpatico di Bruxelles si chiama il post mortem, capire se effettivamente questo processo ha funzionato, in che modo, quali sono stati i suoi problemi o altro.
  Per i motivi che sottolineavo quando parlavamo di flessibilità delle regole di bilancio, eurobonds, mutualizzazione e così via, è un tema evidentemente molto delicato. Stiamo cercando di forzare un po’ perché nella valutazione della governance rientrino anche certi aspetti, tra cui quelli sociali, citati precedentemente.
  Non le nascondo una certa resistenza ad avere un vero post mortem, una vera valutazione di come avverrà, per cui c’è una tendenza non dico inerziale, ma l'idea è quella per cui il processo è ancora abbastanza giovane e immaturo per immaginare già un cambio o dei cambi radicali e sostanziali.
  Entra un po’ in quella riflessione più ampia che facevo, ancora una volta a titolo personale, circa le necessità di guardare non soltanto a quello che chiediamo, ma anche a quello che possiamo dare in cambio. È un punto importante per noi, sul quale cerchiamo di lavorare. L'obiettivo – il mio non può essere altro – è di predisporre e cercare di ragionare sugli obiettivi realizzabili. Prima parlavo, appunto, di ambizione, ma anche di concretezza e di realismo, quindi di non avere un obiettivo puramente declaratorio se poi non riusciamo ad avere un consenso intorno alle nostre proposte.
  La cyber security è presente nel nostro programma, è una parte importante su cui abbiamo molto insistito anche nella preparazione del Consiglio europeo sulla difesa insieme ad altri aspetti della politica di sicurezza e di difesa. Vorremmo che la Commissione svolgesse un lavoro di preparazione. Un insieme di progetti, iniziative settoriali sono previsti nelle conclusioni del Consiglio europeo: avremmo voluto una roadmap più operativa, anche un po’ più concreta, ma non è stato possibile perché la divisione è abbastanza forte all'interno del Consiglio su questo tema.Pag. 19
  Personalmente, sono tra quelli che considerano che le conclusioni del Consiglio di dicembre non sono cattive. Al contrario, siamo riusciti a mettere sul tavolo molti temi e in maniera anche aperta, ma adesso dovremo continuare un lavoro di concretizzazione per i prossimi mesi.
  Infine, sulle telecomunicazioni, sapete perfettamente che parlare di armonizzazione fiscale è una specie di tabù. A Bruxelles, è la peggiore delle invettive possibili che si possa lanciare quella che si dica che si vuole armonizzare fiscalmente, anche se ci sono dei progressi. Sulla politica delle telecomunicazioni, invece, il Governo sta svolgendo un lavoro molto intenso in contatto molto stretto con la Commissaria Kroes. Devo, anzi, dire che abbiamo preso una posizione di leadership a livello europeo in questo settore sia per quanto riguarda la parte della digitalizzazione, e quindi tutto quello che è relativo alla digital economy, sia nel settore delle telecomunicazioni.
  Credo, però – in questo caso, non esprimo soltanto il mio giudizio, ma quello del Governo – che il pacchetto presentato dalla Commissione sia molto equilibrato, tenga conto delle necessità di assicurare la rete, e quindi anche gli investimenti necessari sulla rete, ma che nello stesso tempo lasci anche un po’ più di spazio ai cittadini, e quindi all'impatto sulle tariffe per i cittadini.
  Bisognerà far fronte a un processo di consolidamento. Giustamente, l'onorevole Buttiglione citava gli Stati Uniti: lì c’è stato un processo estremamente significativo di consolidamento del settore delle comunicazioni. Noi abbiamo ancora non ricordo neanche più quanti operatori a livello europeo. Bisognerà ragionare un po’ più in termini di campioni europei e un po’ meno in termini di campioni nazionali.

  PRESIDENTE. Ringrazio l'Ambasciatore e i colleghi che sono stati presenti fino a questo momento.
  Dichiaro conclusa l'audizione.

  La seduta termina alle 16.40.