TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 493 di Mercoledì 30 settembre 2015

 
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INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

   BOMBASSEI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   il quadro al quale imprese e cittadini sono confrontati evidenzia l'urgenza e la necessità di rimettere al centro dell'agenda politica nazionale ed europea la competitività del sistema industriale. La definizione di un approccio di politica industriale coordinato e coerente costituisce, infatti, un presupposto imprescindibile per migliorare il potenziale di crescita del nostro Paese;
   i dati evidenziati in un recente studio presentato dalla Roland berger strategy consultants (in occasione del convegno «Automotive: progettare il rilancio – made in Italy, smart regulation e competitività, le linee guida per ripartire» svoltosi presso la Camera dei deputati) nel mese di marzo 2015, mostrano come i vari Paesi europei stiano vivendo, più degli altri competitor mondiali, una fase di deindustrializzazione. Nel decennio che va dal 1991 al 2011, se da un lato, a livello globale, la quota di valore aggiunto prodotta dal settore manifatturiero è andata costantemente crescendo, dall'altro lato, il contributo fornito dall'Europa alla realizzazione del valore aggiunto derivante dal settore manifatturiero a livello globale è andato gradualmente riducendosi, passando dal 36 per cento nel 1991 al 25 per cento nel 2011. Di contro, l'Europa si conferma al secondo posto tra i Paesi manifatturieri, anche se è stata superata dal blocco dei Paesi emergenti, che sono passati dal 21 per cento al 40 per cento;
   questa tendenza è confermata dai dati riguardanti i posti di lavoro garantiti dal settore manifatturiero: tra il 2000 e il 2013 la percentuale degli occupati è passata dal 20 per cento al 17 per cento in Germania e dal 21 per cento al 18 per cento in Italia, a fronte di un aumento dal 23 per cento al 31 per cento in Cina e dal 13 per cento al 14 per cento in Brasile. Inoltre, i dati evidenziano anche un profondo deficit di competitività dell'Europa nei confronti dei Paesi emergenti ed evidenzia l'esigenza di invertire il trend negativo europeo, avviando una fase di reindustrializzazione che coinvolga, in primo luogo, Italia e Germania, quali Paesi leader manifatturieri europei;
   Italia e Germania rappresentano, infatti, insieme il secondo cluster di esportazione al mondo, tenuto conto che il 14,4 per cento sul totale del contributo al prodotto interno lordo del manifatturiero è dato dalle esportazioni e sono preceduti soltanto dalla Cina, con il 16,7 per cento. I dati sull’export rivelano come oltre il 90 per cento delle esportazioni dei due Paesi sia composto da beni manufatti e come i due Paesi si collochino in posizioni di leadership nelle esportazioni per ciascun settore manifatturiero in termini di contributo al prodotto interno lordo;
   i dati contenuti nell'analisi sovra menzionata ravvisano, nell'affermarsi dell’«internet degli oggetti e dei servizi», l'avvento di una nuova quarta rivoluzione industriale, successiva a quella dell'automazione attraverso cui entro il 2030 – con una percentuale del 20 per cento dell'attività industriale sul totale del valore aggiunto del vecchio continente – il numero di addetti dell'industria potrà conoscere un incremento dai 25 milioni del 2011 ai 31 milioni della fine del prossimo decennio;
   nel contesto europeo ed internazionale alcuni Paesi stanno da tempo sostenendo la modernizzazione dell'industria manifatturiera 2.0 attraverso programmi di finanziamento e specifiche iniziative di ricerca per adeguare i processi di produzione e sviluppare nuovi prodotti;
   nella fattispecie, «Industrie 4.0» è un'iniziativa strategica del Governo tedesco adottata come parte integrante dell’high-tech strategy 2020 action plan del novembre 2011; l'obiettivo è quello di realizzare la fabbrica intelligente (smart factory), che si caratterizza per la capacità di adattamento, efficienza delle risorse ed ergonomia e vede l'integrazione dei clienti e partner commerciali nei processi di business e di valore;
   in questa direzione, gli Stati Uniti hanno sviluppato la smart manufacturing leadership coalition (smlc), organizzazione no-profit di professionisti di produzione, fornitori e aziende di tecnologia, consorzi di produzione, università, agenzie governative e laboratori che ha l'obiettivo di consentire agli stakeholders del settore manifatturiero di aggregarsi per sviluppare attività di ricerca e sviluppo, standard, piattaforme e infrastrutture condivise che facilitino l'adozione della produzione intelligente diffusa. Inoltre, il programma Networking and information technology research and development (Nitrd) riunisce 18 agenzie di ricerca e coordina la ricerca in diversi domini IT, tra cui human-computer interaction e information management;
   anche nella Repubblica popolare cinese il 12o piano quinquennale (2011-2015) stabilisce l'obiettivo di ridurre la dipendenza dalla tecnologia estera e di perseguire la leadership tecnologica a livello mondiale in sette «settori strategici», tra cui l'high-end equipment manufacturing e new-generation information technology. La Cina ha, inoltre, istituito una «IoT innovation zone» nella città di Wuxi (nella provincia del Jiangsu), con oltre 300 aziende e con una forza lavoro attualmente impegnata pari a circa 70.000 unità;
   ancora, nella Repubblica dell'India il finanziamento per l'innovazione è una delle priorità fondamentali del 12o piano quinquennale (2012-2017) che prevede un aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo pubblica e privata del 2 per cento del prodotto interno lordo. Nel 2011, è stato lanciato il progetto «Cyber-physical systems innovation hub», sotto l'egida del Ministero delle comunicazioni e delle IT per condurre una ricerca in molteplici settori, tra cui la robotica umanoide;
   nell'ambito della «strategia Europa 2020», con la comunicazione del 2010 «Una politica industriale integrata per l'era della globalizzazione» (COM(2010) 0614), successivamente ripresa dalle comunicazioni «Un'industria europea più forte per la crescita e la ripresa economica» (COM (2012)0582), adottata nell'ottobre del 2012, e «Per una rinascita industriale europea» (COM(2014)0014) del gennaio 2014, l'Unione europea ha indicato le grandi linee per una rinnovata politica industriale proattiva, capace di accrescere la competitività del tessuto produttivo e di porre le basi della reindustrializzazione dell'Europa, proponendo una serie di azioni concrete, dirette a rispondere in modo puntuale ai problemi della crescita, dell'occupazione nel breve/medio termine, ribadendo la centralità del manifatturiero e l'importanza di avanzare verso un approccio integrato ed innovativo di politica industriale;
   il Comitato economico e sociale (Cese), nel parere espresso sul tema della reindustrializzazione dell'Europa e dell'impatto dei servizi alle imprese nell'industria (CCMI/121, 16 ottobre 2014) sottolinea come «(...) l'industria 4.0 offrirà all'Europa l'opportunità unica di perseguire diversi obiettivi investendo in una sola infrastruttura. Rinviare tale investimento significherebbe compromettere la competitività europea. Un investimento di questo tipo dovrebbe, pertanto, essere valutato positivamente anche nel quadro delle raccomandazioni specifiche per Paese emanate ogni anno nel corso del semestre europeo», ed ancora, nella relazione illustrativa sul tema «Trasformazioni economiche nel mondo, conseguenze per la competitività dell'Unione europea» (CCMI/134, 23 luglio 2015), si sottolinea l'importanza del ruolo dell'industria 4.0 e delle tecnologie rivoluzionarie, evidenziando che «(...) Le imprese degli Stati membri con scarse competenze digitali hanno più difficoltà ad applicare le innovazioni di punta, le tecniche di modernizzazione e i modelli aziendali aggiornati»;
   a livello comunitario, la ricerca su «Internet delle cose e dei servizi» (Internet of things and services) ha beneficiato di un importante sostegno attraverso il settimo programma quadro di ricerca (2007-2013) per le attività di ricerca e sviluppo tecnologico nell'ambito del quale sono stati allocati circa 9 miliardi di euro per il settore Ict. Sono stati, altresì, investiti 2,4 miliardi di euro nella piattaforma tecnologica Artemis per promuovere progetti di sviluppo in otto sottoprogrammi che includono sia la manufacturing and production automation che il cyber-physical system;
   sotto gli auspici di questa iniziativa, il progetto «ActionPlanT», co-finanziato dalla Commissione europea nell'ambito dell'iniziativa di partenariato pubblico-privato Factories of the future, ha presentato la sua «Vision for manufacturing 2.0», un documento di discussione per le future iniziative di finanziamento della ricerca nell'ambito del nuovo programma quadro per la ricerca – Horizon 2020 (2014-2020);
   la Commissione europea ha definito gli ambiti di intervento prioritari su cui concentrare l'attenzione nell'individuazione della strategia globale relativa alla creazione del «mercato unico digitale»: con la digital single market strategy la Commissione europea intende «(...) sostenere tutti i settori industriali a integrare nuove tecnologie e gestire la transizione verso un sistema industriale intelligente (Industry 4.0)»;
   il Commissario europeo all'economia digitale Günther Oettinger ha recentemente annunciato la presentazione di un piano di azione – che verrà presentato a inizio 2016 ai Ministri europei – articolato su quattro linee guida: interventi («dal sostegno alla ricerca e alla diffusione di expertise tecnologico sino alla creazione di hub regionali d'innovazione digitale») per favorire l'integrazione delle tecnologie di nuova generazione nei propri processi produttivi, sostegno allo sviluppo di piattaforme digitali di prossima generazione e alla diffusione delle competenze digitali in linea con la strategia già in atto per il mercato unico digitale, un nuovo pacchetto legislativo ed una regolamentazione più smart, partendo dalla libera circolazione dei dati;
   con l'approvazione della «Strategia italiana per la crescita digitale 2014-2020» e della «Strategia italiana per la banda ultra-larga» il Governo intende perseguire l'obiettivo di colmare il ritardo digitale del Paese sul fronte infrastrutturale e nei servizi, concorrendo a delineare un quadro normativo aggiornato ed un ecosistema digitale favorevole alla crescita economica, alla volontà di investire ed innovare, allo sviluppo delle reti tecnologiche e delle reti tra istituzioni e imprese, nonché orientato alla transizione verso un sistema industriale in grado di raccogliere la sfida della competitività digitale globale;
   secondo i dati Istat la produzione industriale è tornata a crescere: a luglio 2015, infatti, si è registrato un aumento tendenziale dell'indice generale dell'1,1 per cento rispetto a giugno 2015 e del 2,7 per cento rispetto al 2014. I dati congiunturali mostrano tutti i principali settori produttivi in miglioramento e nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta dello 0,7 per cento. Si conferma, dunque, in questa fase, l'esigenza di avviare un nuovo ciclo industriale, in particolare sul modello dell’«Industria 4.0», che si fonda su un rinnovato e riconfigurato legame tra innovazione, competenze e capitale umano, tecnologie digitali e macchinari, nell'ottica di creare sistemi manifatturieri avanzati e riportare le produzioni delocalizzate in Europa –:
   quali iniziative il Governo ritenga opportuno adottare, in un'ottica di rilancio strategico della politica industriale nazionale, orientata all'adozione pervasiva del paradigma «Industria 4.0» ed alla digitalizzazione delle filiere dell'industria manifatturiera e dei relativi servizi accessori e complementari. (3-01729)
(29 settembre 2015)

   SCOTTO, NICCHI e FRATOIANNI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   il decreto-legge n. 78 del 2015, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 125 del 2015, cosiddetto «decreto enti locali», prevede una serie di norme in materia sanitaria, diverse delle quali non potranno non avere ricadute negative sulla stessa tenuta del servizio sanitario italiano;
   gran parte delle misure sono volte a recepire le misure concordate nell'intesa Stato-regioni del 2 luglio 2015 e si traducono, di fatto, in una nuova riduzione di risorse a favore del fondo sanitario nazionale per 2,352 miliardi di euro all'anno a decorrere dal 2015;
   si continua così a reperire risorse a danno della sanità pubblica, laddove le necessarie risorse da «liberare» al fine di un finanziamento del servizio sanitario nazionale, dovrebbero individuarsi altrove, e prioritariamente in un vero, serio e credibile contrasto alla corruzione presente nel settore, in un controllo realmente rigoroso degli accreditamenti, alle diseconomie, piuttosto che con una riduzione dei diritti e dell'universalismo e nei tagli che da troppi anni stanno interessando il servizio sanitario nazionale;
   il recentissimo «Rapporto sullo stato sociale 2015» del dipartimento di economia e diritto dell'Università di Roma «La Sapienza» ha confermato come i dati della spesa sanitaria italiana, sia in rapporto al prodotto interno lordo (7 per cento) che pro capite, indicano che l'Italia è sotto la media dei rispettivi valori dell'Unione europea a 15 (8,7 per cento); dopo l'Italia ci sono solo Spagna, Grecia e Portogallo;
   nonostante il basso livello di spesa sanitaria dell'Italia rispetto agli altri Paesi, già si ventilano ulteriori riduzioni per il 2016 delle risorse che erano state garantire per il servizio sanitario nazionale. Lo stesso Presidente del Consiglio dei ministri Renzi ha in questi giorni dichiarato che il fondo sanitario arriverà a 111 miliardi di euro. Con questa dichiarazione, il Presidente del Consiglio dei ministri sancisce, di fatto, un taglio al comparto salute di circa 2 miliardi di euro. L'aumento programmato, frutto dell'accordo in Stato-regioni del 2 luglio 2015, prevede infatti per il 2016 uno stanziamento di circa 113 miliardi di euro, cifra peraltro in linea con l'ultima nota di aggiornamento del documento di economia e finanza ora all'esame del Parlamento. Peraltro, la stessa Ministra Lorenzin, solo pochi giorni fa, ha affermato che per il 2016 sotto i 112 miliardi di euro non si può andare;
   l'articolo 9-quater del suddetto decreto-legge n. 78 del 2015, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 125 del 2015, prevede, in particolare, una serie di misure volte alla riduzione delle prestazioni sanitarie inappropriate. In pratica si interviene su prestazioni specialistiche e riabilitative ritenute non necessarie ma prescritte ugualmente dai medici, con misure penalizzanti (riduzione della retribuzione) per i medici stessi, qualora questi non rispettino le condizioni di erogabilità e le indicazioni per la prescrizione appropriata delle prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale;
   sono norme che nelle intenzioni del Governo dovranno produrre dei risparmi, ma che nei fatti finiranno per avere ricadute negative sulla prevenzione e per ridurre il perimetro del servizio sanitario nazionale;
   a pagarne le conseguenze sarà ancora una volta il cittadino che si vedrà «scaricare» la responsabilità di una prestazione sanitaria che gli è stata prescritta, ma che si giudica non appropriata. Al di fuori delle condizioni di erogabilità consentite, le prestazioni saranno infatti poste a totale carico dell'assistito, che si vedrà posto nella condizione di rivolgersi al privato, accollandosi così il relativo costo;
   si tratta di misure che, volendo affrontare il problema reale della medicina difensiva, finiscono per tradursi in disposizioni sostanzialmente punitive nei confronti dei pazienti e dei medici;
   la quasi totalità dei medici hanno criticato fortemente sia le sanzioni, sia la limitazione della loro libertà di agire in scienza e coscienza e in base alla loro esperienza;
   il fondatore di Emergency, Gino Strada, in un'intervista a Il Fatto quotidiano del 25 settembre 2015, ha ben sottolineato: «chi decide se un esame è inutile ? La Lorenzin ? (...) È l'ultimo scempio ai danni della sanità: ormai medici e infermieri fanno il lavoro non grazie alle politiche pubbliche, ma nonostante queste. Nello specifico, alcuni di questi esami si potranno prescrivere solo in caso di anomalia pregressa: ma come posso accertarla se l'esame non si può fare ? (...) Come medico ho il diritto e il dovere di utilizzare le prestazioni necessarie per accertare le condizioni di salute del mio paziente»;
   è in via di emanazione, previo passaggio in conferenza Stato-regioni e a conclusione di un confronto con i soggetti interessati, il previsto decreto del Ministro della salute di attuazione dell'articolo 9-quater del decreto-legge n. 78 del 2015, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 125 del 2015, che individua 208 misure che saranno soggette a condizioni di erogabilità e indicazioni di appropriatezza prescrittiva;
   le suddette misure riguardano odontoiatria, radiologia, risonanze magnetiche, tac, esami di laboratorio e genetici, test allergici e molte altre. Chi vorrà sottoporsi alle prestazioni elencate nella bozza di decreto ministeriale potrà ottenerle a carico del servizio sanitario nazionale solo a certe precise condizioni, altrimenti dovrà rivolgersi al privato e pagarle di tasca propria;
   tutto questo si inserisce in un contesto dove sono sempre più gli italiani che si vedono costretti a rivolgersi al privato con sacrifici economici considerevoli;
   come ricorda la ricerca Censis-Rbm salute sulla sanità integrativa, del giugno 2015, una risonanza magnetica al ginocchio nel pubblico richiede un ticket di 63 euro e 74 giorni di attesa, 142 euro di costo nel privato con soli 5 giorni di attesa. «Sono 22 milioni gli italiani che nell'ultimo anno hanno fatto almeno un accertamento specialistico (radiografia, ecografia, risonanza magnetica, tac, elettrocardiogramma, pap-test ed altro): 5,4 milioni hanno pagato per intero la prestazione (1,7 milioni di questi sono persone a basso reddito). E sono 4,5 milioni gli italiani (di cui 2,8 milioni a basso reddito) che hanno dovuto rinunciare ad almeno una prestazione. Pagare diventa per tutti, anche per le persone con redditi bassi, la condizione per accedere alla prestazione in tempi realistici» –:
   se non si ritenga di adottare iniziative volte individuare altre modalità di risparmio rispetto a quanto previsto dal decreto-legge «enti locali», e comunque di modificare l'articolo 9-quater del decreto-legge n. 78 del 2015, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 125 del 2015, sospendendo conseguentemente l'emanazione del decreto ministeriale di cui in premessa, al fine di rivedere profondamente, attraverso un preventivo percorso di consultazioni e di serio confronto con gli operatori e i soggetti interessati, le misure in materia di prescrizioni sanitarie ritenute non appropriate. (3-01730)
(29 settembre 2015)

   MARAZZITI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   nella primavera del 2011 è iniziato il sostegno occidentale a coloro che in Siria chiedevano riforme;
   in quel periodo la repressione messa in atto dal regime di Assad aveva causato decine di vittime e centinaia di arresti;
   il sostegno occidentale, americano ed europeo, dei Paesi del Golfo e della Turchia agli insorti ha, però, rivelato presto il carattere ambiguo della ricerca di una soluzione militare che sul terreno era pressoché impossibile e che ha visto crescere esponenzialmente il numero delle vittime civili e il rafforzamento delle componenti jihadiste, dovuto anche al grave errore del riconoscimento da parte francese del cosiddetto «Governo di opposizione siriana» all'estero;
   inoltre, con il processo di Doha si è verificato lo smembramento di ampie zone della Siria e la nascita del califfato che da Rakka ha annullato i confini tra Siria e Iraq, creando per la prima volta nella storia moderna ampi territori controllati dalle milizie terroriste e jihadiste che battono ma bandiera nera del cosiddetto Daesh e che affermano un terrorismo jihadista che vuole espandersi come «Stato»;
   il terribile bilancio di questa guerra mondiale «a pezzetti» ha causato solo in Siria circa 250 mila vittime, quasi dieci milioni di sfollati interni, ricattati e in balia o in fuga dai diversi signori della guerra interni, e 4 milioni di profughi e richiedenti asilo che interrogano la coscienza e la capacità politica e di accoglienza dell'Europa;
   i recenti bombardamenti francesi contro obiettivi del cosiddetto Daesh in Siria rappresentano un ulteriore elemento di preoccupazione;
   ancora una volta a parere dell'interrogante la Francia rischia di creare un’escalation senza idee e una soluzione muscolare senza possibilità di controllo del territorio;
   al contrario, sono necessari interventi per aiutare concretamente iniziative per «piccole paci» nella zona a sud di Damasco e per la città di Aleppo, a rischio di scomparsa, così come sarebbero necessarie iniziative a favore delle millenarie diverse presenze religiose di quell'area;
   inoltre, eventuali attacchi militari in Libia, messi in atto senza un mandato internazionale, sarebbero controproducenti e potrebbero, anzi, favorire il Daesh che potrebbe chiamare masse musulmane non omogenee a riunirsi per difendersi dalla «invasione occidentale» –:
   cosa il Governo intenda fare per rafforzare l'iniziativa internazionale per l'unica soluzione possibile, di natura politica, e che veda coinvolte tutte le forze dell'area assieme ai grandi Paesi alleati e amici Usa e Russia, ora che anche l'Iran potrebbe giocare un ruolo utile nel concerto delle nazioni ai fini della pace.
(3-01731)
(29 settembre 2015)

   FEDRIGA, ALLASIA, ATTAGUILE, BORGHESI, BOSSI, BUSIN, CAPARINI, GIANCARLO GIORGETTI, GRIMOLDI, GUIDESI, INVERNIZZI, MOLTENI, GIANLUCA PINI, RONDINI, SALTAMARTINI e SIMONETTI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   stando ad alcune recenti prese di posizione, l'Italia sarebbe contraria ad iniziative militari in Siria suscettibili di comprometterne l'unità e l'integrità territoriale, trasformando quel Paese in una «seconda Libia»;
   malauguratamente, tuttavia, la Siria ha già perso da tempo i connotati di uno Stato unitario, ospitando sul suo territorio una parte cospicua delle aree occupate dal Daesh, che ha individuato in Raqqa la sede della sua capitale;
   sempre in Siria opera almeno un'altra aggregazione maggiore di forze ribelli, in cui sarebbero presenti anche miliziani del gruppo jihadista denominato al Nusra, affiliato ad al Qaeda;
   in Siria agiscono inoltre i curdi siriani, che aspirano all'indipendenza e potrebbero essere sostenuti anche dagli Stati Uniti, e naturalmente le forze regolari ed irregolari del regime di Bashar el Assad;
   la coalizione che combatte contro il Daesh da oltre un anno conduce una campagna blanda, per il momento tendente più al contenimento che allo sradicamento della nuova formazione, come prova la circostanza che le missioni aeree offensive siano all'incirca venti al giorno e neanche tutte appropriatamente armate;
   l'indebolimento del regime di Assad e della posizione dei curdi siriani non è estraneo all'esodo di profughi che ha investito recentemente l'Europa, abbandonando la Siria e risalendo dalla Turchia i Balcani, fino ad approssimarsi alle frontiere nord-orientali del nostro Paese, improvvidamente sguarnite nei mesi scorsi per destinare personale alla protezione degli aeroporti;
   sembra probabile che l'intervento russo al fianco dell'esercito regolare siriano possa contribuire ad alleviare la pressione migratoria gravante sull'Europa ed anche su di noi;
   il Ministro della difesa ha annunciato l'intenzione di potenziare il contingente distaccato in Iraq per addestrare e sostenere logisticamente i peshmerga curdi, fornendo alcuni carabinieri in più, ma senza considerare alcuna forma di ricorso alla forza da parte del nostro Paese contro lo Stato islamico;
   appare in effetti opportuno agire tanto sul teatro dal quale defluiscono i profughi quanto sui confini italiani, dove a coloro che fuggono da persecuzioni e conflitti si aggiungono migranti economici sotto finte spoglie –:
   se il Governo non ritenga opportuno appoggiare politicamente gli sforzi intrapresi dalla Russia per prevenire il crollo del regime di Assad ed evitare il successo dello Stato islamico, assumendo contemporaneamente le misure militari e di polizia necessarie al contenimento del deflusso dei profughi dalla Siria ed al respingimento di coloro che non hanno alcun titolo apparente alla tutela internazionale. (3-01732)
(29 settembre 2015)

   SORIAL, AGOSTINELLI, ALBERTI, BARONI, BASILIO, BATTELLI, BENEDETTI, MASSIMILIANO BERNINI, PAOLO BERNINI, NICOLA BIANCHI, BONAFEDE, BRESCIA, BRUGNEROTTO, BUSINAROLO, BUSTO, CANCELLERI, CARIELLO, CARINELLI, CASO, CASTELLI, CECCONI, CHIMIENTI, CIPRINI, COLLETTI, COLONNESE, COMINARDI, CORDA, COZZOLINO, CRIPPA, DA VILLA, DADONE, DAGA, DALL'OSSO, D'AMBROSIO, DE LORENZIS, DE ROSA, DEL GROSSO, DELLA VALLE, DELL'ORCO, DI BATTISTA, DI BENEDETTO, LUIGI DI MAIO, MANLIO DI STEFANO, DI VITA, DIENI, D'INCÀ, D'UVA, FANTINATI, FERRARESI, FICO, FRACCARO, FRUSONE, GAGNARLI, GALLINELLA, LUIGI GALLO, SILVIA GIORDANO, GRANDE, GRILLO, L'ABBATE, LIUZZI, LOMBARDI, LOREFICE, LUPO, MANNINO, MANTERO, MARZANA, MICILLO, NESCI, NUTI, PARENTELA, PESCO, PETRAROLI, PISANO, RIZZO, PAOLO NICOLÒ ROMANO, RUOCCO, SARTI, SCAGLIUSI, SIBILIA, SPADONI, SPESSOTTO, TERZONI, TOFALO, TONINELLI, TRIPIEDI, VACCA, SIMONE VALENTE, VALLASCAS, VIGNAROLI, VILLAROSA, ZOLEZZI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   nel corso di una recente trasmissione tv, il Presidente del Consiglio dei ministri Renzi ha dichiarato: «Si guardi ai costi di Palazzo Chigi prima e dopo la cura: noi stiamo facendo i tagli sulla spesa pubblica»; tuttavia, nel 2014 il Presidente Renzi risulta aver speso 140 milioni di euro più del 2013 e sforato le previsioni di spesa di mezzo miliardo di euro: il bilancio preventivo 2014, infatti, fissava la spesa massima a 3,1 miliardi di euro, ovvero 570 milioni di euro in meno rispetto a quelli effettivamente spesi;
   anche per quanto riguarda il 2015, non c’è risparmio: secondo il bilancio di previsione 2015 di della Presidenza del Consiglio dei ministri (redatto sulla base di quello del 2014 risultato esser già «sballato» di mezzo miliardo di euro), quasi tutto il risparmio, stimato in 1,75 miliardi di euro (le spese totali passano da 3,11 a 1,33 miliardi di euro), è da attribuirsi in realtà al passaggio a livello contabile della protezione civile e dei suoi mutui al Ministero dell'economia e delle finanze, come spiegato dalle tabelle e dalla «nota preliminare»;
   risulterebbe inoltre che la Presidenza del Consiglio dei ministri abbia preso in leasing un nuovo Airbus, probabilmente un A340, grande il doppio dell'attuale A319, senza rivelare l'entità della spesa, che comunque in media, secondo i prezzi di mercato, dovrebbe essere intorno agli 800 mila euro a settimana, per un totale di una quarantina di milioni di euro l'anno. Secondo il generale Leonardo Tricarico, questa sarebbe «un'operazione finanziaria poco vantaggiosa come dimostrano i precedenti (...) quanto verrebbe usato il super-Airbus? L'attuale A319 può già portare fino a 50 persone fino a 8.500 chilometri senza scalo, quante volte sono necessarie prestazioni maggiori? L'esperienza suggerisce pochissime»;
   tra le voci di spesa vi sarebbero: 118 mila euro per «il servizio di piante interno» e 256 mila euro per l’«anagrafica di postazioni arredi», nonché i quasi 600 mila euro stanziati per i sondaggi, dunque cinque volte più di quanto spese il Presidente del Consiglio dei ministri pro tempore Letta per la stessa voce; inoltre, ci sono i costi per le assunzioni di esterni come i due vicesegretari generali della Presidenza del Consiglio dei ministri, Raffaele Tiscar e Salvo Nastasi;
   la sbandierata spending review della Presidenza del Consiglio dei ministri si sarebbe concentrata su qualche dipartimento interno, come quello dell'integrazione che è stato soppresso, e su programmi di intervento come «le provvidenze all'editoria», le «politiche per la famiglia» e il servizio civile;
   sempre dal bilancio di previsione 2015, si rileva che il segretariato generale della Presidenza del Consiglio dei ministri, struttura alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio dei ministri, nel 2015 spenderà per il suo solo funzionamento 42,7 milioni di euro in più rispetto al limite 2014, già superato; in generale, il budget della segreteria generale è stimato in crescita di 63,2 milioni di euro;
   infine, nel dicembre 2014 sarebbe stato ordinato un «mega appalto» Consip per il noleggio di circa 6 mila automobili di servizio per la pubblica amministrazione, come riportato da Il Fatto quotidiano, con una base d'asta di 106 milioni di euro, questo nonostante la lotta alle «auto» blu fosse stata uno dei cavalli di battaglia del Presidente del Consiglio dei ministri Renzi, che si vantava di aver fatto abolire 3 mila «auto blu» in pochi mesi; in questo modo, rispetto al 2013, sotto i Governi Monti e Letta, Consip pagherebbe ben 26 milioni di euro in più, per quasi 2 mila vetture in più, senza dimenticare che Mario Monti aveva addirittura cancellato la gara;
   negli ultimi sette anni il numero delle persone in povertà assoluta in Italia è più che raddoppiato, passando dagli 1,8 milioni del 2007 ai 4,1 milioni del 201, e manca ancora una misura universale di sostegno economico contro la povertà, ritenuta «non è più rinviabile» dalla Caraitas, nel suo rapporto «Le politiche contro la povertà in Italia – Dopo la crisi costruire il welfare» presentato il 15 settembre 2015, in cui viene rimarcata «la responsabilità dello Stato centrale rispetto alla tutela dei diritti dei poveri, che si sarebbe potuta esercitare, e non si è finora esercitata, attraverso l'introduzione di una misura universale contro la povertà. Questa assenza, all'origine anche dei problemi di frammentazione e parzialità delle misure esistenti, sarebbe più che mai da colmare e il tema sembra solo ora guadagnare attenzione nel dibattito pubblico, grazie a diverse iniziative di movimenti, associazioni e partiti politici»;
   i fondi nazionali per le politiche sociali, dall'inizio della crisi, sono stati più che dimezzati, passando dai 3.169 milioni di euro del 2008 ai 1.233,70 milioni di euro del 2015, mentre nella legge di stabilità per il 2015 si è provveduto alla cancellazione del fondo per l'acquisto dei beni alimentari per i più bisognosi (fead);
   in nome della spending review, il Governo Renzi nel 2015 ha eseguito tagli lineari alle regioni per 4 miliardi di euro, 2,3 dei quali si sono abbattuti sulla sanità, ai comuni per 1,2 miliardi di euro e alle province per 1 miliardo di euro e altri tagli sulla sanità sarebbero in procinto di essere effettuati nell'ambito del disegno di legge di stabilità per il 2016: demolire, in pieno contrasto con l'articolo 32 della Costituzione, il modello di un servizio sanitario nazionale pubblico, equo e universalistico;
   non è stato ancora portato a termine il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, poiché un terzo delle spese arretrate deve ancora essere saldato; infatti, secondo quanto riportato dal sito del Ministero dell'economia e delle finanze, che l'11 agosto 2015 ha inserito i dati nella sezione dedicata del sito che non veniva aggiornata da gennaio 2015, solo 38,6 miliardi di euro su quasi 57 stanziati sono stati girati alle aziende, a cui ora vanno aggiunti i 2,9 miliardi di euro previsti dal «decreto-legge enti locali», e questo nonostante le imprese italiane siano ancora in gravi difficoltà;
   le attività di controllo sugli enti cooperativi, che dal 2006 sono compito del Ministero dello sviluppo economico, sono ferme a causa della legge di stabilità per il 2015 che ha ridotto il trasferimento a un solo milione di euro, dai 12 del 2014;
   anche l'annunciato pacchetto di riduzione delle imposte avrà secondo il rapporto Caritas un'utilità quasi nulla per le fasce di popolazione meno abbiente, dal momento che solo il 35 per cento delle famiglie in povertà assoluta paga la Tasi, mentre la rimodulazione degli scaloni Irpef prevista per il 2018 avrà scarsi effetti per la maggioranza delle famiglie povere, dal momento che, analizzando la percentuale di famiglie che pagano un'Irpef positiva (quella per le quali è zero) e quella delle famiglie che ricevono un credito di imposta dopo l'introduzione del bonus degli 80 euro al mese, si evidenzia come nel primo 5 per cento delle famiglie, tutte di fatto in povertà assoluta, l'attuale sistema di interventi pubblici risulti infatti essere del tutto inadeguato per volume di risorse economiche dedicate, con una distribuzione della spesa pubblica decisamente sfavorevole ai poveri: al 10 per cento della popolazione con minore reddito è destinato il 3 per cento della spesa sociale complessiva e il 7 per cento della spesa per protezione sociale non pensionistica; inoltre, l'Italia ha una percentuale di stanziamenti dedicati alla lotta alla povertà che risulta essere inferiore alla media dei Paesi dell'area-euro: solo lo 0,1 per cento del prodotto interno lordo rispetto allo 0,5 per cento che rappresenta la media dei Paesi dell'eurozona –:
   alla luce di quanto esposto in premessa, se il Presidente del Consiglio non ritenga di chiarire al più presto le motivazioni di tale mancato taglio delle spese della Presidenza del Consiglio dei ministri, auspicato, necessario e secondo gli interroganti moralmente indifferibile, considerati la situazione economica del Paese ed i sacrifici che il Governo chiede ogni giorno ai cittadini italiani, e se non intenda adottare in tempi brevi azioni che vadano nella direzione dell'istituzione di una misura universale di sostegno economico contro la povertà come il reddito di cittadinanza, volte a contrastare efficacemente l'indigenza e auspicate più volte anche dal rapporto Caritas di cui in premessa. (3-01733)
(29 settembre 2015)

   BRUNETTA e PALESE. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   nel corso del mese di settembre 2015, il Presidente del Consiglio dei ministri ha affermato in due occasioni (intervista al quotidiano Il Foglio del 12 settembre 2015 e intervista alla trasmissione televisiva Otto e mezzo del 14 settembre 2015) di aver già ottenuto dall'Unione europea di poter fare, nel disegno di legge di stabilità per il 2016, fino a 17 miliardi di euro di deficit in più, pari a oltre un punto di prodotto interno lordo, e di poter usare questo ulteriore deficit per realizzare la politica economica del Governo, fatta soprattutto di tagli fiscali;
   un punto di deficit in più significa uscire dal sentiero di riduzione dell'indebitamento pubblico, dando un segnale assolutamente in controtendenza rispetto alla virtuosità del bilancio italiano;
   tanto le regole europee (Fiscal compact, Six pack, Two pack) quanto la legge di contabilità e di finanza pubblica italiana (legge n. 196 del 2009), nonché l'articolo 81 della Costituzione, non consentono che impegni di spesa di carattere strutturale, quale il taglio delle tasse, siano finanziati da misure una tantum, quale sarebbe la cosiddetta «flessibilità» europea;
   d'altra parte, la Commissione europea e l'Eurogruppo si esprimono sui documenti programmatici degli Stati membri soltanto dopo la presentazione del disegno di legge di stabilità, il cui termine è fissato per il 15 ottobre, e comunque non prima del 30 novembre di ogni anno (articolo 7 del regolamento (CE) n. 473/2013) –:
   in quali sedi europee ufficiali la Commissione europea e/o l'Eurogruppo abbiano deliberato, già a settembre 2015, la concessione di un margine di flessibilità fino a 17 miliardi di euro all'Italia. (3-01734)
(29 settembre 2015)

   ROSATO, MAURI, MARTELLA, PAOLA BRAGANTINI, DI SALVO, FREGOLENT, GRASSI, GRIBAUDO, MORANI, BINI, CINZIA MARIA FONTANA, MARCO DI MAIO, GARAVINI, GIORGIS, GIUSEPPE GUERINI, POLLASTRINI, STUMPO e MARANTELLI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   la previsione di crescita del prodotto interno lordo reale per il 2015 è salita dallo 0,7 per cento del documento di economia e finanza del mese di aprile 2015 allo 0,9 per cento nella nota di aggiornamento all'esame delle Camere;
   la previsione programmatica per il 2016 è migliorata anch'essa dall'1,4 all'1,6 per cento e le proiezioni per gli anni seguenti sono più positive, sia pur nell'ambito di una valutazione che rimane prudenziale dato il pesante lascito della crisi degli ultimi anni;
   a conferma di un generalizzato miglioramento della situazione economica del Paese, i dati diffusi dall'Istat indicano un aumento del clima di fiducia dei consumatori, fatto 100 il dato del 2010, da 109,3 del mese di agosto 2015 a 112,7 per il mese di settembre 2015. L'indice composito del clima di fiducia delle imprese italiane (Iesi, Istat economic sentiment indicator) sale, passando a 106,2 da 103,9 di agosto 2015. Per trovare dati più favorevoli bisogna risalire a 13 anni fa;
   non solo gli indicatori delle cosiddette aspettative degli operatori economici, ma anche i dati concreti della produzione sembrano confermare tale trend, laddove si consideri che sul versante degli ordini questi sono saliti dello 0,6 per cento congiunturale a luglio 2015 e del 10,4 per cento tendenziale, in sette mesi l'indice grezzo è salito del 4,2 per cento. Secondo il rapporto Istat, gli ordini interni solo aumentati del 3,1 per cento su mese e del 14,4 per cento su anno a luglio 2015; si tratta del secondo aumento consecutivo a due cifre su base tendenziale e ancora una volta l'incremento maggiore è per la fabbricazione di mezzi di trasporto (+61,3 per cento);
   le riforme sin qui realizzate stanno contribuendo al rafforzamento dell'economia italiana ed alla credibilità sul piano internazionale del nostro Paese –:
   quali iniziative il Governo intenda intraprendere, già a partire dal prossimo disegno di legge di stabilità per il 2016, per rafforzare la ripresa economica e produttiva, condizione indispensabile per il consolidamento della ripresa occupazionale e per uno sviluppo più equilibrato della società italiana. (3-01735)
(29 settembre 2015)

   FRANCESCO SAVERIO ROMANO, ABRIGNANI, D'ALESSANDRO, FAENZI, GALATI, MOTTOLA, PARISI, BORGHESE e MERLO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   secondo l'Istat, in base ai dati del censimento del 2011, le famiglie italiane che dimorano in una casa di proprietà sono 17.666.209 (pari al 72,1 per cento delle famiglie censite);
   la tassazione sulla prima casa, nata nel 1992 come imposta straordinaria sugli immobili, e poi divenuta negli anni prima Ici, poi Imu ed infine Tasi, si configura come una vera tassa patrimoniale sulle famiglie di ogni ceto;
   secondo l'Eurostat, nel 2012, la pressione fiscale in Italia è stata pari al 44 per cento del prodotto interno lordo, ben al di sopra della media dell'Unione europea (39,4 per cento) e dell'eurozona (40,4 per cento);
   la pressione fiscale registrata nel 2012 in Germania è stata pari al 39,1 per cento, in Gran Bretagna al 35,4 per cento ed in Spagna addirittura al 32,5 per cento;
   secondo l'Eures, l'Italia è il secondo Paese europeo per livello di tassazione sugli immobili;
   il Presidente del Consiglio dei ministri ha annunciato l'intenzione di abolire la tassazione sulla prima casa, come a suo tempo fatto nel 2008 dal Governo allora in carica;
   tanti italiani all'estero continuano ancora oggi a pagare l'Imu sulla prima casa posseduta in Italia;
   la Commissione europea ha recentemente invitato i Governi nazionali a concentrare l'attenzione «sui modi appropriati per spostare il carico fiscale dal lavoro e ad altri tipi di tassazione che sono meno dannose alla crescita e all'occupazione come i consumi, la proprietà e le tasse ambientali»;
   non è certo compito delle istituzioni europee decidere in merito ai livelli di tassazione che i Governi dei singoli Stati decidono di imporre e, anzi, l'abolizione della tassa sulla prima casa avrebbe sicuramente il merito di rilanciare un settore, quello dell'edilizia, che, dal 2008 ad oggi, secondo l'Ance – Associazione nazionale costruttori edili ha perso 522 mila posti di lavoro (790 mila contando l'indotto), con 68 mila imprese che sono uscite dal mercato –:
   quali siano gli orientamenti del Presidente del Consiglio dei ministri in merito alla tassazione sulla prima casa e sugli immobili in generale, per gli italiani residenti in Italia e per quelli residenti all'estero, a partire dal 2016. (3-01736)
(29 settembre 2015)

   LUPI. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   negli ultimi giorni il Presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi ha preannunciato agli italiani che in sede di manovra economica per l'anno 2016 saranno soppresse due imposte sulla casa, l'Imu e la Tasi dovute per le abitazioni principali, e che, inoltre, per il 2017 il Governo prevede l'abolizione di una buona parte dell'Ires, mentre per il 2018 è in programma la rimodulazione degli scaglioni Irpef;
   nel 2014 il prelievo Imu e Tasi è arrivato a 24,9 miliardi di euro, con un aumento di 15,1 miliardi di euro, pari al 153,5 per cento in più, rispetto ai 9,8 miliardi di euro prelevati nel 2011 con l'Ici. L'Italia negli anni della crisi ha visto un aumento delle tasse sugli immobili del 111 per cento, contro una media europea del 23 per cento;
   secondo i dati Ocse, la ricchezza delle famiglie italiane è maggiormente concentrata, rispetto agli altri Paesi dell'Unione europea, in asset non finanziari e, in particolare, in asset immobiliari. In Italia, infatti, la ricchezza delle famiglie si concentra per il 65 per cento circa in asset non finanziari, che sono costituiti per quasi l'80 per cento da asset immobiliari; Queste analisi hanno confermato che per l'Italia l'introduzione dell'Imu e della Tasi ha avuto un effetto negativo sulla propensione marginale al consumo delle famiglie. L'inasprimento della tassazione immobiliare ha anche provocato un effetto ricchezza negativo per le famiglie;
   la linea di Governo sopra evidenziata, condivisa anche dalle associazioni dei costruttori e delle imprese, è stata tuttavia oggetto di osservazioni da parte dei tecnici della Commissione europea, che, seguendo un'impostazione costante negli ultimi anni, hanno chiesto che il carico fiscale sia spostato dal lavoro al patrimonio, e quindi in sostanza, per quel che riguarda l'Italia, alla casa;
   giova ricordare che la prima casa è un bene strumentale, non fruttifero di reddito e solo in termini di calcolo del prodotto interno lordo può essere considerata patrimonio. Correttamente il Presidente del Consiglio dei ministri ha osservato che «(...) il compito dell'Unione europea non è mettere bocca su quali scelte fiscali fa uno Stato. Non deve decidere al posto dei singoli Governi quali scelte fiscali vanno fatte. Quali tasse ridurre lo decidono i singoli Stati, non un euroburocrate». L'eliminazione della tassa sulla prima casa per tutti «rappresenta un elemento fondamentale per restituire fiducia agli italiani (...)»;
   si esprime l'apprezzamento di questa parte politica per la linea di condotta del Presidente del Consiglio dei ministri –:
   con quali modalità il Governo intenda rispondere alle osservazioni avanzate in sede di Unione europea, facendo valere in tale ambito un'impostazione che nel Paese è generalmente condivisa, e come il Governo intenda rispondere alle critiche relative ai problemi di copertura della manovra per il 2016, che giungono dalle opposizioni. (3-01737)
(29 settembre 2015)

   GIORGIA MELONI, RAMPELLI, CIRIELLI, LA RUSSA, MAIETTA, NASTRI, TAGLIALATELA e TOTARO. — Al Presidente del Consiglio dei ministri. — Per sapere – premesso che:
   dal 1o gennaio 2015 è in vigore il nuovo modello Isee – indicatore della situazione economica equivalente – rivisto in base alle indicazioni di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013, n. 159;
   i nuovi criteri introdotti per determinare il reddito delle famiglie, e quindi il diritto ad accedere alle prestazioni sociali agevolate, si stanno tuttavia sostanziando in gravi penalizzazioni per moltissimi soggetti;
   tra le categorie maggiormente in difficoltà in base all'applicazione dei nuovi parametri spiccano le persone affette da disabilità e gli studenti universitari, due categorie che dovrebbero godere della massima protezione sociale;
   per quanto concerne i soggetti con disabilità, infatti, il nuovo indicatore della situazione economica equivalente sta mettendo a rischio l'accesso ai presidi sanitari ed assistenziali;
   alla stessa stregua, per quanto riguarda gli studenti, l'applicazione del nuovo indicatore della situazione economica equivalente sta facendo sì che ben il 30 per cento dei richiedenti un sostegno economico per il proprio percorso di formazione universitaria, da un giorno all'altro, hanno perso il diritto alla borsa di studio e ora rischiano di dover abbandonare gli studi;
   in Italia è in costante aumento il numero delle famiglie che vive in condizioni di difficoltà economica e peggiorano gli indici relativi alla povertà e molte di queste persone si trovano ora anche escluse dall'accesso alle agevolazioni per i servizi sociali –:
   quali urgenti iniziative, anche normative, intenda assumere per correggere i nuovi parametri dell'indicatore della situazione economica equivalente, al fine di garantire la più completa tutela dei nuclei familiari economicamente più deboli.
(3-01738)
(29 settembre 2015)