TESTI ALLEGATI ALL'ORDINE DEL GIORNO
della seduta n. 394 di Mercoledì 18 marzo 2015

 
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MOZIONI CONCERNENTI INIZIATIVE PER LA TUTELA DEI DIRITTI PREVIDENZIALI DEI LAVORATORI ITALIANI EMIGRATI IN PAESI NON APPARTENENTI ALL'UNIONE EUROPEA

   La Camera,
   premesso che:
    sono quasi un milione le pensioni in convenzione internazionale erogate dall'Inps a cittadini italiani residenti all'estero (circa 500.000) e ad emigrati rientrati in Italia, e sono centinaia di migliaia i cittadini italiani residenti all'estero e in Italia i quali matureranno, nei prossimi anni, il diritto ad una pensione italiana in pro-rata attraverso l'applicazione di una convenzione bilaterale o multilaterale di sicurezza sociale;
    per tutelare i diritti previdenziali dei lavoratori italiani emigrati, nel corso degli anni l'Italia ha stipulato numerose convenzioni bilaterali di sicurezza sociale con i Paesi di maggiore emigrazione; tali convenzioni hanno garantito in materia di sicurezza sociale la parità di trattamento dei lavoratori che si spostavano da un Paese all'altro, l'esportabilità delle prestazioni previdenziali e, soprattutto, la totalizzazione dei contributi ai fini del perfezionamento dei requisiti contributivi minimi previsti dalle varie legislazioni per la maturazione di un diritto a prestazione;
    tali convenzioni sono state stipulate, tranne alcune eccezioni, negli anni Settanta e Ottanta, come ad esempio quella con l'Argentina che risale al 1984, quella con il Brasile che risale al 1977, quella con l'Uruguay che risale al 1985, quella con il Venezuela che risale al 1991, quella con gli USA che risale al 1978, quella con il Canada che risale al 1979, con la ex Jugoslavia addirittura al 1961 - le più recenti, per modo di dire, sono quelle con la Croazia del 1999 e quella con l'Australia che risale del 2000; sono evidentemente convenzioni obsolete nello spirito, nei contenuti e nella forma e che non possono più tutelare adeguatamente diritti e interessi o doveri dei futuri pensionati perché non sono state adeguate alle evoluzioni e agli aggiornamenti, talvolta radicali, delle legislazioni e dei sistemi previdenziali dei Paesi contraenti;
    nessuna delle convenzioni bilaterali stipulate dall'Italia contempla, e quindi disciplina, nel suo campo di applicazione oggettivo il nuovo sistema contributivo introdotto in Italia a partire dal 1o gennaio 2012 con il decreto-legge n. 201 del 2011, convertito, con modificazioni dalla legge 28 dicembre 2011, n. 214;
    nessuna delle convenzione bilaterali contempla nel proprio campo di applicazione soggettivo i dipendenti pubblici italiani, gli ex iscritti Inpdap e i liberi professionisti, i quali, quando emigrano nei Paesi extracomunitari, sono esclusi da ogni forma di tutela previdenziale (un'intollerabile disparità di trattamento con i dipendenti privati che è stata invece da tempo colmata dai regolamenti comunitari di sicurezza sociale);
    sono più di dieci anni che lo Stato italiano ha sospeso i negoziati con i Paesi di emigrazione italiana per la stipula e il rinnovo delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale; sono numerose le convenzioni già firmate dall'Italia, approvate dai Parlamenti degli altri Paesi contraenti ma mai ratificate dal Parlamento italiano; sono decine di migliaia i cittadini italiani residenti in Paesi dell'America Latina non ancora convenzionati con l'Italia – come Cile, Perù, Ecuador e Messico – ai quali viene negato il diritto a pensione in regime internazionale nonostante la titolarità di una posizione assicurativa in Italia;
    appare incomprensibile e ingiustificabile l'eliminazione dell'unità di consulenza per la sicurezza sociale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, strumento di ricerca, consulenza e progettazione per l'avvio dei negoziati bilaterali;
    le convenzioni bilaterali di sicurezza sociale non devono tutelare solo la vecchia emigrazione: stanno emergendo, infatti, moderne figure di nuovi migranti italiani, come i liberi professionisti, i ricercatori, i piccoli imprenditori, gli artigiani, gli insegnanti, gli studenti, i lavoratori al seguito delle imprese, i tanti giovani che si recano a lavorare all'estero, anche per lunghi periodi, dove versano i contributi e pagano le tasse, e i quali rischiano poi, a causa delle convenzioni oramai obsolete, di non essere adeguatamente tutelati negli ambiti previdenziale, fiscale e sanitario;
    nella strategia di internazionalizzazione del Paese, a causa del drastico ridimensionamento delle cosiddette politiche migratorie che da alcuni anni si sta determinando, rischiano di offuscarsi le potenzialità legate alla presenza degli italiani nel mondo e tende a restringersi la rete di relazioni che essa ha assicurato nel tempo, con grave danno per il Paese soprattutto in questo passaggio di gravi difficoltà economiche e sociali;
    oltre a limitare le prospettive di internazionalizzazione dell'Italia, la sensibile riduzione dell'intervento pubblico e il totale abbandono della gestione delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale non consente di esercitare una doverosa tutela dei diritti e un rigoroso controllo dei doveri socio-previdenziali di una parte non marginale della comunità, costituita da anziani che spesso vivono in realtà dove i sistemi di protezione sociale non assicurano livelli di tutela adeguati e dai nuovi soggetti migranti, i quali sono protagonisti di una mobilità internazionale fonte di carriere lavorative ed assicurative frammentate che necessitano di nuovi e più adeguati strumenti di tutela previdenziale, fiscale e sanitaria;
    è quindi di primario interesse nazionale fare in modo che non si indeboliscano i rapporti con la diffusa e articolata presenza degli italiani nel mondo e che non vengano a mancare in un momento di seria difficoltà gli apporti derivanti dalla diffusa diaspora italiana; nello stesso tempo, è ineludibile dovere etico riconoscere all'emigrazione italiana il contributo storico dato in momenti difficili al Paese e non ignorare i compiti di tutela e di solidarietà verso coloro che sono in seria difficoltà, a partire dalla tutela previdenziale e sanitaria,

impegna il Governo:

   alla luce delle importanti e sostanziali modifiche intervenute in questi ultimi anni nel sistema previdenziale italiano, ad istituire un tavolo tecnico che veda la presenza dei rappresentanti dei Ministeri interessati, dell'Inps e dei patronati nazionali con il preciso compito di:
    a) monitorare lo stato delle convenzioni bilaterali di sicurezza sociale in essere e verificare la loro compatibilità con le modifiche intervenute nel sistema previdenziale italiano e l'eventuale conseguente necessità di rinegoziazione;
    b) verificare, a fronte dell'aumentata mobilità internazionale di lavoratori e lavoratrici sia in uscita che in ingresso in Italia, la necessità di stipulare nuovi accordi bilaterali di sicurezza sociale – completando il quadro giuridico di salvaguardia dei diritti sociali – e di aggiornare quelli in vigore, a garanzia di una più adeguata, efficace ed ampia tutela previdenziale.
(1-00445)
(Nuova formulazione) «Fitzgerald Nissoli, Porta, Adornato, Allasia, Amendola, Binetti, Borghese, Caon, Capelli, Capua, Caruso, Catalano, Catania, Causin, Cimmino, Cirielli, D'Agostino, De Mita, Dellai, Di Lello, D'Incecco, Gianni Farina, Fauttilli, Fedi, Galgano, Gelli, Gigli, Ginoble, Gitti, Giuseppe Guerini, Guerra, Invernizzi, La Marca, Lo Monte, Locatelli, Marazziti, Marcolin, Mazziotti Di Celso, Merlo, Molea, Monchiero, Nesi, Oliaro, Pagano, Pastorino, Patriarca, Picchi, Piepoli, Pilozzi, Pisicchio, Preziosi, Rabino, Rondini, Santerini, Sberna, Scanu, Scotto, Sottanelli, Tacconi, Tinagli, Totaro, Vaccaro, Vargiu, Vecchio, Vezzali, Vitelli».
(30 aprile 2014)

   La Camera,
   premesso che:
    l'articolo 35, quarto comma, della Carta costituzionale afferma il principio della tutela generale per il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni e sancisce specificamente un principio di tutela per il lavoro italiano all'estero;
    in modo particolare, sono radicati nel nostro ordinamento giuridico: il principio della parità di trattamento in base al quale ciascuno Stato stipulante riconosce ai lavoratori stranieri, operanti sul proprio territorio nazionale, gli stessi diritti riservati ai cittadini residenti; il principio della territorialità della legislazione applicabile che prevede, come regola generale, l'applicazione della legislazione di sicurezza sociale del luogo dove viene effettivamente svolto il lavoro; il principio dell'esportabilità delle prestazioni ad ulteriore garanzia del lavoratore migrante, in base al quale le prestazioni non sono soggette a riduzione, sospensione o soppressione per il fatto che l'avente diritto trasferisca la propria residenza in un altro Paese; il principio della totalizzazione dei periodi assicurativi in base al quale è consentito il cumulo dei periodi di occupazione, assicurazione e residenza compiuto dal lavoratore in virtù delle legislazioni dei vari Paesi, nella misura necessaria ed a condizione che non si sovrappongano;
    deve essere posta in essere ogni azione finalizzata e finalizzabile alla piena adesione a detti fondamentali principi costituzionali;
    per i lavoratori e il personale italiano all'estero assumono fondamentale importanza le esigenze relative agli aspetti di natura previdenziale, soprattutto in ipotesi di assegnazione del dipendente in Paesi extracomunitari non convenzionati in materia di sicurezza sociale con l'Italia, laddove scatta l'obbligo di doppia contribuzione del lavoratore sia in Italia che nel Paese estero;
    in tale ambito occorrerà porre in essere ogni iniziativa tanto di monitoraggio quanto di reale intervento presso quei Paesi con cui non siano ancora stati stipulati accordi di regolamentazione o con i quali sia invece necessario provvedere al relativo rinnovo;
    in ambito previdenziale internazionale è principio generale è quello per cui i contributi si pagano nel Paese ove viene svolta l'attività (cosiddetto «lex loci laboris»). Vi sono però talune deroghe volte ad agevolare la mobilità geografica dei lavoratori; le principali sono rappresentate dal distacco in ambito comunitario, o dal distacco in Paesi extracomunitari, previdenzialmente convenzionati con l'Italia;
    per quanto riguardo il distacco comunitario, disciplinato in particolare dal regolamento (CE) n. 883/2004 e relativi provvedimenti attuativi, si deve osservare che l'ambito di applicazione è piuttosto ampio perché, oltre a comprendere i distacchi in Paesi aderenti all'Unione europea, coinvolge, in forza di specifici accordi internazionali, anche i distacchi in Paesi dello Spazio economico europeo (Islanda, Liechtenstein e Norvegia) e Svizzera;
    fuori dall'ambito comunitario «allargato», come sopra individuato, emergono criticità e/o ovvie difficoltà dettate anche dalla «distanza» culturale tra Paesi;
    in ipotesi di distacco extracomunitario, infatti, si deve verificare in primo luogo l'esistenza di una convenzione in materia di sicurezza sociale fra Italia e Paese estero, grazie alla quale il lavoratore possa continuare a contribuire solo in Italia e non anche all'estero. In presenza di tale accordo, l'ulteriore passaggio è quello di controllare se la convenzione copra tutti i contributi (invalidità, vecchiaia, superstiti, malattia ed altro) o solo i principali (invalidità, vecchiaia, superstiti) lasciando che per i contributi «minori» sussista comunque una doppia contribuzione;
    la situazione peggiore, tuttavia, si verifica in caso di distacco in Paese extracomunitario non convenzionato (come ad esempio India o Cina) in cui i contributi, oltre che in Italia, ai sensi della legge n. 398 del 1987, sono dovuti anche nel Paese di svolgimento dell'attività lavorativa, con un notevole aggravio dei costi aziendali;
    per garantire la tutela dei diritti previdenziali dei lavoratori italiani emigrati, l'Italia ha già stipulato negli anni numerose convenzioni bilaterali di sicurezza sociale con i Paesi di emigrazione con il precipuo scopo di garantire maturazione ed esportabilità delle prestazioni pensionistiche;
    attualmente l'Inps eroga in tutto il mondo circa 500.000 pensioni in convenzione internazionale; molte di queste convenzioni sono state stipulate in anni remoti e scontano, pertanto, un difetto di obsolescenza sia sul piano formale che sostanziale e necessitano, come detto, di essere adeguate ai cambiamenti che hanno investito le legislazioni previdenziali dei Paesi che le hanno stipulate;
    l'impegno ad aggiornare le convenzioni bilaterali di sicurezza sociale e a sottoscriverne di nuove deve basarsi sulla precisa consapevolezza che l'emigrazione italiana nel mondo ha cambiato volto e, quindi, occorre fornire nuove e più penetranti tutele alle nuove figure di nuovi lavoratori migranti, aggiornando le convenzioni attualmente vigenti e preso atto che esistono numerose convenzioni già sottoscritte dal nostro Paese ma mai ratificate dal Parlamento;
    tali esigenze divengono ancor più pregnanti se si pensa alla necessità di perseguire, nelle ipotesi virtuose, quel principio di «reciprocità» tra Italia e Paesi esteri che dovrebbe portare il nostro Paese ad adeguarsi – come nel caso del reddito di cittadinanza – alle linee adottate da quasi tutti i Paesi europei in materia di protezione sociale;
    alla luce della necessità di mettere mano ad una completa revisione del sistema pensionistico italiano che vada nella direzione di un radicale mutamento di tendenza rispetto ai disastrosi principi introdotti dalla cosiddetta «riforma Fornero», sarà, pertanto, altresì da riprendere un percorso di negoziazione per il rinnovo degli accordi bilaterali di sicurezza sociale con i Paesi non aderenti all'Unione Europea, in adesione ai principi di cui all'articolo 35, quarto comma, della Carta costituzionale,

impegna il Governo:

   a porre in essere ogni iniziativa utile all'affermazione dei principi contenuti all'articolo 35, quarto comma, della Carta costituzionale;
   nel più ampio quadro di un processo di riforma delle tutele sociali e previdenziali nel nostro Paese, il cui avvio secondo i firmatari del presente atto è da ritenersi improrogabile, a riprendere i negoziati, sospesi da troppi anni, per la stipula e il rinnovo degli accordi bilaterali di sicurezza sociale con i Paesi di emigrazione italiana non aderenti all'Unione europea e, comunque, con tutti i Paesi stranieri, nei casi in cui emerga l'esigenza di intervenire per la stipula e/o la revisione degli accordi bilaterali.
(1-00761)
«Dall'Osso, Tripiedi, Chimienti, Ciprini, Cominardi, Lombardi, Villarosa, Colletti».
(13 marzo 2015)

INTERROGAZIONI A RISPOSTA IMMEDIATA

   GUIDESI, FEDRIGA, ALLASIA, ATTAGUILE, BORGHESI, BOSSI, MATTEO BRAGANTINI, BUSIN, CAON, CAPARINI, GIANCARLO GIORGETTI, GRIMOLDI, INVERNIZZI, MARCOLIN, MOLTENI, GIANLUCA PINI, PRATAVIERA, RONDINI e SIMONETTI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   l'indagine «mafia capitale» ha fatto emergere con tutta chiarezza come le associazioni criminali gestiscano attraverso il complesso sistema delle cooperative il business dell'immigrazione;
   in una delle intercettazioni pubblicate nell'ambito dell'inchiesta «mafia capitale» il capo della cosca romana Salvatore Buzzi spiegò che i guadagni che si possono fare con l'immigrazione non sono paragonabili neanche al traffico di droga;
   diverse inchieste, a partire da quella relativa al centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo (Catania), mostrano una fotografia dai contorni ben definiti dalla quale emergono i rapporti tra politici corrotti, cooperative e associazioni criminali per la spartizione del nuovo business dell'immigrazione;
   pur se la questione dei flussi migratori verso il nostro Paese è oramai da anni una realtà acquisita, la gestione delle connesse problematiche viene affrontata come situazione emergenziale senza, quindi, una politica governativa di medio o lungo periodo;
   le cooperative sociali, pur se nate con l'obiettivo nobile di assorbire il gap di intervento statale sulle questioni di impatto sociale, sono state utilizzate impropriamente anche per la loro specifica natura giuridica come strumento di congiunzione tra politica corrotta e criminalità organizzata;
   visto e considerato quanto emerge dalle recenti inchieste giudiziarie è opportuno chiarire le dimensioni del fenomeno di commistione tra il malaffare e le cooperative;
   se, da un lato, è opportuno salvaguardare l'operato delle cooperative che, rispettando la missione istitutiva, collaborano fattivamente per il bene comune, dall'altro lato non è più tollerabile agevolare fiscalmente le cooperative che lucrano, sfruttando in modo strumentale le relative agevolazioni fiscali e le forme contrattuali che permettono di abbattere il costo del lavoro a danno dei diritti e della dignità degli operatori;
   è necessario riformare la normativa vigente che disciplina il funzionamento delle cooperative, individuando chiaramente, oltre a criteri certi per l'assegnazione delle gare pubbliche, anche modalità di monitoraggio per l'accertamento del rispetto di standard qualitativi e quantitativi –:
   quante, a livello nazionale, siano le cooperative impegnate nella gestione dell'impatto sociale connesso ai flussi migratori e a quanto ammonti complessivamente l'entità economica degli appalti o delle assegnazioni dirette gestite dalle cooperative. (3-01368)
(17 marzo 2015)

   SBERNA e GIGLI. — Al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. — Per sapere – premesso che:
   il decreto-legge 13 marzo 1998, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 maggio 1988, n. 153, ha previsto, all'articolo 2, la cessazione della corresponsione degli assegni familiari e la loro sostituzione con una prestazione denominata «assegno per il nucleo familiare»;
   gli assegni familiari sono una prestazione istituita per aiutare le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro dipendente, i cui nuclei siano composti da più persone e i cui redditi siano al di sotto dei limiti stabiliti annualmente dalla legge;
   il riconoscimento dell'assegno in favore del lavoratore dipendente o del pensionato è condizionato al fatto che il reddito complessivo derivi prevalentemente da lavoro dipendente o da pensione;
   si ha diritto all'assegno, infatti, solo se la somma dei redditi – derivanti da lavoro dipendente, da pensione o da altre prestazioni conseguenti ad attività lavorativa dipendente (integrazioni salariali, disoccupazione ed altro) – riferita al nucleo familiare nel suo complesso, ammonta almeno al 70 per cento dell'intero reddito familiare;
   dal 1998, a seguito del disposto di cui all'articolo 80, comma 12, della legge n. 388 del 2000, l'erogazione degli assegni familiari spetta anche ai lavoratori parasubordinati con le stesse modalità che si applicano ai lavoratori dipendenti. Sono interessati coloro che nella contribuzione versano la quota dello 0,72 per cento, in aggiunta al 27 per cento per la copertura pensionistica, per finanziare l'indennità di maternità, gli assegni per il nucleo familiare e l'indennità di malattia;
   si ha diritto all'assegno nei casi in cui la somma dei redditi derivanti da attività di collaborazione coordinata e continuativa o a progetto, da vendita porta a porta e da libera professione, è pari o superiore al 70 per cento del reddito complessivo familiare percepito nell'anno solare precedente il 1o luglio. Nel caso di un nucleo composto da un lavoratore dipendente e da un lavoratore parasubordinato (reddito misto), il requisito del 70 per cento si considera realizzato sommando le due tipologie di reddito. Il diritto all'assegno è riconosciuto indipendentemente dall'entità dei singoli redditi (dipendente o parasubordinato) che costituiscono il reddito complessivo;
   si evidenziano, quindi, situazioni di disparità non solo tra lavoratori dipendenti e autonomi – non essendo a questi ultimi riconosciuto il diritto all'assegno familiare –, ma anche tra lavoratori iscritti alla stessa gestione separata – un lavoratore con partita iva, pur versando i contributi alla stessa cassa dei collaboratori coordinati e continuativi o a progetto, gode di meno diritti di quest'ultimo – disparità che non tengono conto ovviamente della finalità dell'assegno familiare, che è appunto quella di sostenere le famiglie;
   infatti, nel caso di un nucleo familiare composto da un lavoratore dipendente e da uno con partita iva si può verificare che, se l'assegno è chiesto alla gestione lavoratori parasubordinati, si può ottenere perché il requisito del 70 per cento è realizzabile anche con reddito misto, se invece è chiesto alla gestione dipendenti non è possibile ottenerlo, perché non è ammesso il reddito misto con attività professionale e l'attività professionale deve toccare al massimo il 30 per cento delle entrate familiari complessive –:
   di fronte alle sopra menzionate disparità di trattamento, quali iniziative il Ministro interrogato intenda adottare perché sia superato l'ostacolo delle differenze di gestione Inps e sia garantito il sostegno alle famiglie. (3-01369)
(17 marzo 2015)

   GIAMMANCO e PALESE. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   il comma 264 dell'articolo 1 della legge di stabilità per il 2015 prevede il rinvio delle assunzioni nelle forze di polizia, previste per il 2015, al 1o dicembre 2015, fatta eccezione per quelle disposte nel 2014 per le esigenze di Expo 2015;
   sono state autorizzate le assunzioni del personale nel corpo della polizia di Stato, relativamente alla categoria agenti e assistenti, di cui all'articolo 3, commi 3-quater e 3-sexies, del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 agosto 2014, n. 114, a decorrere dal 1o gennaio 2015, in via straordinaria, per fronteggiare la palese necessità di incrementare i servizi di prevenzione e di controllo del territorio, anche connessi allo svolgimento di Expo Milano 2015;
   l'amministrazione è autorizzata ad assumere tutti i vincitori e idonei, facendo scorrere la graduatoria fino a completo esaurimento, del concorso, per titoli ed esami, per il reclutamento di 650 allievi agenti della polizia di Stato indetto con decreto ministeriale del 7 marzo 2014 e pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 14 marzo 2014 e la cui graduatoria di merito è stata pubblicata nel bollettino ufficiale del personale del Ministero dell'interno – supplemento straordinario n. 1/48 del 22 dicembre 2014, con avviso di pubblicazione nella Gazzetta ufficiale della Repubblica Italiana – 4o serie speciale «Concorsi ed esami» del 19 dicembre 2014;
   a seguito dei drammatici atti terroristici di matrice islamica compiuti in Francia e delle minacce di cui il nostro Paese è continuamente oggetto da parte del califfato islamico-daesh, tutti i prefetti d'Italia sono stati chiamati, tramite la diramazione di direttive circostanziate del Ministro interrogato e del Capo della polizia di Stato, ad alzare il livello di sicurezza nel nostro Paese;
   il recente piano di soppressione di presidi di polizia interessa numerosi commissariati cittadini di pubblica sicurezza, nell'ottica di una spending review che non riesce a ridurre sprechi e inefficienze, né tiene conto della grave carenza di organico, che ammonta ormai a circa 21.000 unità;
   il taglio di risorse da investire nella sicurezza pubblica fanno ricadere sui cittadini le conseguenze estremamente pericolose che comporta una minor presenza di forze di polizia sul territorio e questo nonostante la proroga dell'impiego di militari sulle strade con funzioni di ordine pubblico, la cosiddetta «operazione strade sicure», fortemente voluta e varata dal Governo Berlusconi nel 2008;
   il numero di 650 unità di polizia da arruolare, inizialmente stabilito, non è più sufficiente a fronteggiare i servizi di prevenzione e di controllo del territorio, soprattutto in connessione allo svolgimento di ben due eventi internazionali, come quelli di Expo Milano 2015 e del giubileo straordinario che avrà inizio a dicembre 2015 a Roma –:
   quali iniziative il Ministro interrogato intenda assumere al fine di reclutare, oltre ai 650 vincitori, tutti gli idonei del concorso per 650 allievi agenti della polizia di Stato, di cui in premessa, per un totale di 900 unità. (3-01370)
(17 marzo 2015)

   RAMPELLI, CIRIELLI e GIORGIA MELONI. — Al Ministro dell'interno. — Per sapere – premesso che:
   si sono svolti il 17 marzo 2015 i funerali di David Raggi, il ragazzo ucciso a Terni il 13 marzo 2015 da un immigrato clandestino;
   l'immigrato colpevole del delitto era entrato nel territorio italiano illegalmente con un barcone approdato a Lampedusa, dopo essere già stato espulso dall'Italia in seguito ad un primo ingresso clandestino, e ha precedenti per furto aggravato, lesioni personali, spaccio di stupefacenti, rissa e resistenza a pubblico ufficiale;
   attualmente sembra che l'immigrato soggiornasse in Italia dopo aver incassato un nuovo rigetto della sua richiesta d'asilo, nell'attesa che si decidesse il ricorso avverso tale decisione da lui presentato;
   i canali dell'immigrazione clandestina, di fatto, permettono l'ingresso in Italia di centinaia di migliaia di migranti e questa vicenda dimostra, una volta di più, come i controlli sulle persone che entrano nel nostro Paese siano totalmente insufficienti, mettendo a rischio la sicurezza di tutti i cittadini, e come le amministrazioni competenti non riescano a gestire un simile afflusso incontrollato di persone;
   il caso del ragazzo di Terni, un'innocente vittima di una morte assurda, non è il primo caso in cui immigrati senza permesso di soggiorno si macchiano di delitti efferati;
   la depenalizzazione del reato di ingresso clandestino e il pressoché totale azzeramento del «fondo rimpatri» stanno mettendo in ulteriore forte difficoltà le forze dell'ordine nel contrasto al soggiorno irregolare di stranieri sul territorio italiano –:
   come sia stato possibile che un immigrato clandestino, già espulso e con precedenti penali, abbia potuto ripresentare la propria richiesta d'asilo e soggiornasse indisturbato in Italia e quali iniziative, anche normative, intenda assumere affinché in futuro possa essere evitato il ripetersi di situazioni di tale tragicità, garantendo la sicurezza di tutti i cittadini. (3-01371)
(17 marzo 2015)

   LIUZZI, DELL'ORCO, DE LORENZIS, NICOLA BIANCHI, CARINELLI, PAOLO NICCOLÒ ROMANO, SPESSOTTO, DI BATTISTA, DADONE, BUSINAROLO, AGOSTINELLI, ALBERTI, BARONI, BASILIO, BATTELLI, BENEDETTI, MASSIMILIANO BERNINI, PAOLO BERNINI, BONAFEDE, BRESCIA, BRUGNEROTTO, BUSTO, CANCELLERI, CARIELLO, CASO, CASTELLI, CECCONI, CHIMIENTI, CIPRINI, COLLETTI, COLONNESE, COMINARDI, CORDA, COZZOLINO, CRIPPA, DA VILLA, DAGA, DALL'OSSO, D'AMBROSIO, DE ROSA, DEL GROSSO, DELLA VALLE, DI BENEDETTO, LUIGI DI MAIO, MANLIO DI STEFANO, DI VITA, DIENI, D'INCÀ, D'UVA, FANTINATI, FERRARESI, FICO, FRACCARO, FRUSONE, GAGNARLI, GALLINELLA, LUIGI GALLO, SILVIA GIORDANO, GRANDE, GRILLO, L'ABBATE, LOMBARDI, LOREFICE, LUPO, MANNINO, MANTERO, MARZANA, MICILLO, NESCI, NUTI, PARENTELA, PESCO, PETRAROLI, PISANO, RIZZO, RUOCCO, SARTI, SCAGLIUSI, SIBILIA, SORIAL, SPADONI, TERZONI, TOFALO, TONINELLI, TRIPIEDI, VACCA, SIMONE VALENTE, VALLASCAS, VIGNAROLI, VILLAROSA e ZOLEZZI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   in data 16 marzo 2015 Ercole Incalza, già capo della struttura tecnica di missione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, oggi consulente esterno dello stesso ministero, è stato arrestato con l'accusa di aver fatto parte, in qualità di capo della suddetta struttura, di un articolato sistema corruttivo che vedrebbe coinvolti dirigenti pubblici, società aggiudicatarie di appalti e imprese esecutrici dei lavori relativi alle cosiddette grandi opere;
   tra i lavori interessati dall'indagine risultano, in particolare, le principali nuove tratte ferroviarie, il Palazzo Italia del sito milanese di Expo 2015, oltre che interventi in alcuni porti, mostre e persino la futura metropolitana di Parma, ancora non realizzata ma già costata trenta milioni di euro;
   l'ingegner Incalza, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbe ricoperto un ruolo chiave nel garantire l'approvazione dei finanziamenti per suddette opere;
   il dottor Incalza, seppur prosciolto o destinatario di un provvedimento di archiviazione (spesso per intervenuta prescrizione), risulta essere stato indagato già in altri 14 procedimenti;
   secondo notizie di stampa, un ruolo dell'ingegnere è emerso anche nel corso dell'inchiesta condotta dalla procura di Venezia riguardante i fenomeni corruttivi legati agli appalti per la realizzazione della costruzione del Mose, così come denunciato dagli stessi interroganti nella seduta del 2 luglio 2014;
   secondo quanto riportato dalla stampa, Incalza tra il 2011 e il 2013 si sarebbe attivato al fine di ottenere la nomina di Paolo Emilio Signorini alla guida del Magistrato delle acque (istituto periferico del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti che svolge un ruolo rilevante di controllo e vigilanza sulla realizzazione delle opere, nonché di rilascio di tutta una serie di autorizzazioni);
   antecedentemente al contratto di consulenza esterna attualmente in essere, il conferimento all'ingegnere dell'incarico alla guida della struttura tecnica era avvenuto sulla base di un avviso pubblico del 28 ottobre 2013 firmato da Paolo Emilio Signorini, capo del dipartimento per le infrastrutture, gli affari generali ed il personale;
   suddetto avviso richiedeva esperienze lavorative decennali in posizioni delle quali solo il candidato, nonché già capo del dipartimento, ingegner Incalza risultava essere in possesso;
   l'ammissibilità delle domande e la valutazione dei curricula è stata effettuata da una commissione nominata sempre dal dottor Paolo Emilio Signorini, che, seppur non indagato, risulta aver avuto relazioni con gli indagati e, in particolare, con Mazzacurati;
   dal sito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti si apprende come il ruolo di capo della struttura tecnica, dal giorno del pensionamento di Incalza, sia attualmente ricoperto dallo stesso Paolo Emilio Signorini;
   il Ministro interrogato, il 2 luglio 2014, intervenendo in replica all'interrogazione a risposta immediata in Assemblea di cui sopra, aveva difeso l'integrità morale e l'operato dell'ingegner Incalza, sottolineando come quest'ultimo, in ordine alla realizzazione della TAV di Firenze, non fosse mai stato interrogato, né chiesto il rinvio a giudizio;
   nella stessa occasione, il Ministro interrogato, nel giustificare l'elevato numero di procedimenti giudiziari a carico di Incalza, aveva riconosciuto l'importanza del ruolo conferito all'ingegnere, la delicatezza delle funzioni a lui assegnate e la rilevantissima responsabilità ricoperta –:
   se il Ministro interrogato, stante quanto in premessa, consideri opportuna la permanenza del dottor Signorini a capo della struttura tecnica di missione del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e non ritenga, dunque, necessario rivedere le proprie posizioni e riesaminare il quadro complessivo dei dirigenti e consulenti del proprio ministero, predisponendo, altresì, urgentemente dei meccanismi di attivazione e conferimento degli incarichi al fine di garantire il corretto operato del suo dicastero. (3-01372)
(17 marzo 2015)

   DORINA BIANCHI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il piano aeroporti presentato a suo tempo dal Ministro interrogato ha ridisegnato la mappa degli scali sul territorio nazionale, giungendo a classificare 11 aeroporti strategici e 26 stazioni d'interesse nazionale;
   nel bacino relativo alla regione Calabria, risulta strategico lo scalo di Lamezia Terme, mentre vengono catalogati come di interesse nazionale quelli di Reggio Calabria e di Crotone;
   la posizione geografica della città di Crotone, insieme alla mancanza di un'efficiente rete ferroviaria ed autostradale in grado di consentirle rapidi collegamenti dalla fascia ionica al resto d'Italia, rendono più che mai necessaria la presenza di uno scalo aeroportuale strategico, in grado di assicurare servizi fondamentali per la collettività, nonché favorire una crescita economico-sociale di rilievo dell'intera fascia ionica;
   ad oggi sul bilancio dello scalo di Crotone (che soddisfa un bacino di utenza naturale per un'area che conta una popolazione residente di circa 450.000 abitanti) gravano servizi di assistenza ai voli forniti da Enac ed Enav per un totale, per quanto consta all'interrogante, di 120.000 euro mensili –:
   se l'aeroporto Sant'Anna di Crotone potrà contare (per come risulta avvenga per gli altri «aeroporti d'interesse nazionale») sullo sgravio dei costi, nonché sui benefici, dei servizi di assistenza ai voli, erogati da Enac ed Enav. (3-01373)
(17 marzo 2015)

   CATALANO. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   ieri è stato arrestato Ettore Incalza, già capo della struttura tecnica di missione presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, accusato di gestire una «cupola» che pilotava grandi appalti pubblici in tutta Italia, come quelli legati all'alta velocità, a Expo e alle autostrade;
   come si legge sull’Ansa del 17 marzo 2015, è risultato al giudice per le indagini preliminari che egli dirigesse «ogni grande opera, predisponendo le bozze della legge obiettivo e individuando di anno in anno quelle da finanziarie e quelle da bloccare»;
   al di là degli eventuali profili di responsabilità penale, che verranno chiariti nelle opportune sedi, si palesano delle responsabilità politiche – proprie non solo del presente Governo – nella gestione della politica infrastrutturale italiana, già oggetto di continui scandali nell'ultimo anno;
   già con l'atto ispettivo n. 5-04054, ancora senza risposta, l'interrogante aveva evidenziato criticità di una pubblica gara, avente ad oggetto l’«affidamento in concessione delle attività di progettazione, realizzazione e gestione dell'intervento: corridoio intermodale Roma-Latina e collegamento Cisterna-Valmontone»;
   risulta all'interrogante che la maggior parte delle infrastrutture di trasporto attualmente in fase di progetto o di realizzazione non siano state precedute da analisi economiche conformi alle best practice internazionali e che siano mancate, in particolare, preventive analisi di costo-opportunità che avessero ad oggetto le opere nella loro interezza, che soddisfacessero requisiti di terzietà e comparatività e che tenessero conto del traffico divertito;
   risulta, inoltre, che non vi sia grande opera i cui costi di realizzazione non si siano locupletati, spesso in ragione di varianti, rispetto alle quali non sempre è evidente l'interesse pubblico perseguito –:
   quali urgenti iniziative il Governo intenda adottare al fine di sottoporre a una sistematica e profonda revisione la politica infrastrutturale delle grandi opere, rivalutando le ragioni di moltiplicazione dei costi e procedendo ad analisi costo-opportunità dotate dei requisiti sopra indicati. (3-01374)
(17 marzo 2015)

   PELLEGRINO, ZARATTI, SCOTTO, AIRAUDO, FRANCO BORDO, COSTANTINO, DANIELE FARINA, FERRARA, DURANTI, FRATOIANNI, GIANCARLO GIORDANO, KRONBICHLER, MATARRELLI, MARCON, MELILLA, NICCHI, PAGLIA, PALAZZOTTO, PANNARALE, PIRAS, PLACIDO, QUARANTA, RICCIATTI, SANNICANDRO e ZACCAGNINI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   il 16 marzo 2015 una maxi operazione dei carabinieri del Ros, coordinata dalla procura di Firenze, ha portato a quattro arresti e 51 indagati. In carcere, nell'inchiesta della procura di Firenze sulla Tav e sui numerosi lavori legati alle grandi opere, anche Ercole Incalza, dirigente del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Gli altri tre arrestati sono il funzionario del ministero e collaboratore di Incalza, Sandro Pacella, e gli imprenditori Stefano Perotti e Francesco Cavallo, presidente del consiglio di amministrazione di Centostazioni spa, società del gruppo Ferrovie dello Stato;
   nel mirino la gestione illecita degli appalti delle «grandi opere», per quello che i magistrati definiscono un «articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti ed imprese esecutrici dei lavori». Corruzione, induzione indebita, turbativa d'asta ed altri delitti contro la pubblica amministrazione sono le accuse che hanno portato, come detto, all'arresto del dirigente del ministero (ora consulente esterno) Ercole Incalza. Arrestato per la Tav di Firenze, ma citato in quasi tutte le carte processuali relative agli scandali delle «grandi opere», dal Mose all'Expo di Milano;
   l'inchiesta nasce dagli appalti per l'alta velocità nel nodo fiorentino e per il sotto-attraversamento della città. Da lì l'inchiesta si è allargata a tutte le più importanti tratte dell'alta velocità del Centro-Nord Italia e ad una lunga serie di appalti relativi ad altri «grandi opere», compresi alcuni relativi all'Expo;
   sono oltre 100 le perquisizioni eseguite nell'ambito dell'operazione «Sistema». Le perquisizioni hanno – tra l'altro – riguardato gli uffici della struttura di missione presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, della Rete ferroviaria italiana spa, dell’Anas International enterprises spa, delle Ferrovie del sud-est srl, del Consorzio autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre, dell'autostrada regionale Cispadana spa e dell'autorità portuale Nord Sardegna;
   il dirigente arrestato, Ercole Incalza, è una figura di primissimo piano nell'ambito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Arrivato nel 2001, come capo della segreteria tecnica di Pietro Lunardi (Governo Berlusconi), è rimasto al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per quattordici anni;
   in questi anni Incalza ha accumulato 14 procedimenti penali a carico e una sequela di assoluzioni o archiviazioni (in diversi casi per «intervenuta prescrizione»). Tra i proscioglimenti per prescrizione rientra anche il processo in cui era accusato di aver corrotto il giudice proprio per ottenere l'archiviazione;
   come riportato anche dall'agenzia Agi, dalle 268 pagine di ordinanza cautelare scritta dal giudice per le indagini preliminari di Firenze emerge come «Ercole Incalza era così influente all'interno del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti da aggiornare il Ministro Lupi, in procinto di farsi intervistare da un quotidiano, sullo stato dei lavori e dei finanziamenti delle “grandi opere”, da buttare giù il programma di Governo che il Nuovo Centrodestra avrebbe dovuto presentare e da ottenere la nomina del senatore Nencini a Sottosegretario, dietro sua sponsorizzazione. Il magistrato si sofferma, anzitutto, sullo strettissimo legame tra Ercole Incalza e il Ministro Lupi. “Una relazione – scrive – che ha sicuramente contribuito, da ultimo, all'affermazione del potere di Incalza nei rapporti con i dirigenti delle imprese e anche con altri soggetti istituzionali”. Il 28 dicembre del 2013 è significativa per gli investigatori del Ros una conversazione tra i due che esalta “l'effettiva importanza” rivestita dall'ingegnere all'interno del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti»;
   quanto sta emergendo in queste ore è solo l'ultima di una serie intollerabile di vicende di corruzione che vede coinvolti amministratori pubblici, imprenditori, politici, che, mettendo in piedi vere e proprie «associazioni a delinquere», si spartiscono appalti e lavori legati alle tante più o meno grandi opere pubbliche;
   seppure è da valutare positivamente la costituzione dell'Autorità anticorruzione, rimane il fatto che non è pensabile pensare che detta struttura possa essere risolutiva del fenomeno dilagante e cancerogeno della corruzione e del malaffare nella pubblica amministrazione e nell'assegnazione degli appalti pubblici;
   da due anni si è, invano, in attesa dell'approvazione della «legge anticorruzione»;
   peraltro l'8 maggio 2014, in occasione del convegno organizzato dalla «Rete delle professioni», il Ministro interrogato aveva dichiarato che avrebbe provveduto a una revisione del codice degli appalti. Da allora nulla è stato presentato al Parlamento –:
   quali iniziative urgenti il Ministro interrogato intenda adottare per contrastare il fenomeno della corruzione, con particolare riferimento al settore degli appalti e dei lavori pubblici, che vede in queste ore coinvolto anche il suo dicastero, anche promuovendo opportune modifiche al codice degli appalti, e se non ritenga indispensabile prevedere una periodica rotazione delle figure dirigenziali, nonché rendere disponibili in formato aperto (open data) i dati informativi relativi agli investimenti pubblici principalmente legati alle grandi opere e ai lavori in fase di realizzazione e di progettazione, anche sotto il profilo dei finanziamenti. (3-01375)
(17 marzo 2015)

   CATANIA. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   attualmente convergono su Bologna quattro tronchi autostradali: la Bologna-Milano (A1), la Bologna-Firenze (A1), la Bologna-Padova (A13) e la Bologna-Ancona (A14), collegati fra loro dal sistema tangenziale di Bologna. Questa arteria di circa 22 chilometri che va da Casalecchio a San Lazzaro è costituita da un'autostrada a due corsie più quella di emergenza per ogni senso di marcia al centro e all'esterno da altre due corsie più quella di emergenza complanari a traffico libero, che raccordano tutte le strade radiali convergenti sul centro urbano. Dal 2007 la corsia di emergenza autostradale tra le uscite di San Lazzaro e Borgo Panigale-Milano è stata allargata di 1,2 metri e trasformata in «terza corsia dinamica» percorribile dal traffico in caso di necessità con segnalazione semaforica;
   per decongestionare questo nodo cruciale della rete viaria italiana, il cui potenziamento è stato inserito tra gli interventi strategici di preminente interesse sia nazionale che regionale (delibera Cipe 21 dicembre 2001, n. 121), sono state proposte negli anni diverse soluzioni che non hanno avuto seguito fino all'8 agosto 2002, quando è stato sottoscritto un accordo tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, la regione Emilia-Romagna, la provincia di Bologna ed il comune di Bologna, che prevede la realizzazione di una nuova infrastruttura denominata «passante nord di Bologna»;
   fin dall'inizio sono state sollevate da più parti aspre critiche sull'opera, per il suo pesante impatto ambientale in un territorio già ampiamente cementificato (Ispra stima che in Emilia-Romagna ci sono valori compresi tra l'8 e il 10 per cento di suolo consumato), per l'aumento del consumo energetico dovuto all'aumento di percorrenza ed il conseguente incremento di emissioni inquinanti, per il consumo di territorio agricolo pregiato (oltre 700 ettari) e l'inibizione delle colture di qualità su un'area molto maggiore (8.000 ettari), nonché per il costo economico elevatissimo (circa 1,9 miliardi di euro per il progetto 2003 e 1,5 miliardi di euro per quello del 2014). A fronte di tali elementi negativi si stima che l'opera allontanerebbe dalla città circa il 20 per cento del traffico e solo a patto di imporre pesanti disincentivi sull'asse tangenziale. Nel 2003 si pensava ad un sovrapedaggio secco sull'asse tangenziale, mentre per la versione attuale è stato escogitato un sistema basato su pericolosi passaggi tra autostrada e tangenziale e complicati pedaggi di disincentivo per il nodo bolognese che penalizzerebbe i pendolari bolognesi. Lo scenario di traffico alla base dal progetto (+ 2,5 per cento annuo fino al 2025) appariva fin dal 2003 in contrasto con i dati di previsione reali e, infatti, successivamente, secondo i dati di Autostrade per l'Italia spa, si è verificata una riduzione, da 180.000 veicoli al giorno nel 2002 a 150.000 nel 2012;
   nell'aprile 2004 è stato presentato un progetto alternativo da parte di un comitato di cittadini, studiato avendo come riferimento i principi di nessun consumo di nuovo territorio, minimizzazione dell'impatto ambientale e del risparmio energetico, mediante il miglioramento dell'esistente sistema tangenziale. Il tutto a costi e tempi di realizzazione pari a circa un terzo di quelli del passante nord;
   il progetto è stato respinto dalla provincia nell'ottobre 2004, gli enti locali hanno deciso di proseguire il progetto del passante nord malgrado tutti gli aspetti negativi che emergevano ad un'attenta analisi e le violazioni delle norme europee sulla libera concorrenza a cui l'Unione europea ha posto dal 2003 al 2010 ben 3 divieti, con precise condizioni da rispettare, pena l'apertura di una procedura di infrazione. Nonostante ciò, il comitato tecnico-scientifico della provincia aveva riconosciuto la fattibilità tecnica del progetto alternativo ed i benefici sul traffico del nodo bolognese. Il parere di fattibilità era stato confermato anche dal convegno alla facoltà di ingegneria di Bologna nello stesso anno;
   il passante nord nella più recente versione sottoscritta con l'accordo del 29 luglio 2014, firmato dal Ministro interrogato, dall'assessore regionale dell'Emilia-Romagna Peri, dal vicepresidente della provincia di Bologna Venturi e Autostrade per l'Italia spa, è una bretella autostradale a sole due corsie, invece delle tre del progetto originario, con una lunghezza di 38 chilometri, al costo stimato di oltre 1.500 milioni di euro, che manterrà il tratto autostradale A14 al centro della tangenziale di Bologna, senza la completa banalizzazione delle corsie, ma con un pericoloso sistema di porte di scambio traffico tra autostrada e tangenziale e viceversa (bypass), che peggiorerebbe ulteriormente il traffico nel nodo bolognese (studio di Autostrade per l'Italia spa del 2013); l'impatto ambientale del progetto in questione sarebbe devastante come il progetto del 2004 e inciderebbe su un territorio agricolo particolarmente pregiato, distruggendo fisicamente circa 700 ettari (comprese fasce di rispetto e interclusioni) e danneggiandone altri 8.000, come si rileva dallo studio effettuato dalla provincia di Bologna nel novembre 2004. Il tracciato, completamento in rilevato, ad una altezza media di metri 3,70 richiederebbe un prelievo di materiale di cava di oltre 3,8 milioni di metri cubi di inerti. A questi risultati improponibili si aggiungono aumenti del consumo energetico (+ 25.000 tonnellate equivalenti di petrolio all'anno) e dell'inquinamento (+ 75.000 tonnellate all'anno di anidride carbonica) per il maggior percorso;
   all'articolo 14 dello schema di convenzione tra Anas e Autostrade per l'Italia spa si consente a quest'ultimo soggetto di poter utilizzare le risorse indicate alla voce «altri interventi». A queste risorse si fa riferimento nell'accordo del 29 luglio 2014, per l'adeguamento e il potenziamento della rete autostradale del nodo bolognese. Tali risorse non risultano pertanto esclusivamente vincolate alla realizzazione del cosiddetto passante nord;
   nel rispondere all'interrogazione n. 4-05198 del 19 giugno 2014, a prima firma dell'interrogante, il Ministro interrogato affermava che, in base all'accordo del 29 luglio 2014, la società Autostrade per l'Italia spa si è impegnata ad elaborare la progettazione preliminare di tale intervento. Al quinto punto delle premesse del citato accordo del 29 luglio 2014 si afferma, tuttavia, che «si è preso atto che al momento non esistono altri tracciati alternativi rispetto alla soluzione condivisa con gli enti locali», nonostante vi siano dal 2004 all'attenzione degli enti locali proposte di tracciato alternativo, tuttora valide tecnicamente, rispetto a quello previsto dal progetto del «passante nord»;
   l'articolo 2 dell'accordo del 29 luglio 2014 lascerebbe inalterata la questione del traffico del nodo bolognese, in quanto non ci sarà alcuna banalizzazione e verranno realizzati punti di interscambio (bypass) tra le complanari e l'attuale tracciato autostradale dell'A14, che rimarrà al centro. Tale soluzione di ingresso e uscita da destra e da sinistra in molteplici punti dei tratti stradali in questione non potrà che generare rallentamenti e situazioni pericolose, anziché favorire il flusso di traffico sul nodo;
   Autostrade per l'Italia spa non ha completato i lavori in autostrada A14. La terza corsia dinamica ha risolto solo in parte i problemi del traffico autostradale, data la sua natura di provvedimento temporaneo privo delle corsie di emergenza –:
   quali iniziative intenda il Governo intraprendere al fine di valutare alternative reali al progetto in questione, che, differentemente da quanto affermato nell'accordo del 29 luglio 2014, erano state già presentate nel 2004 e validate tecnicamente, e se non ritenga preferibile valutare la proposta alternativa di potenziamento in sede come il completamento dell'intervento parziale in A14 del 2008, al costo stimato di circa 600 milioni di euro, e impiegare le risorse restanti dallo stanziamento di 1.280 milioni di Autostrade per l'Italia spa per apportare importanti miglioramenti funzionali tecnologici sull'asse tangenziale, come autosufficienza energetica, riduzione degli inquinanti, asse logistico e di servizi e aumento dei varchi radiali, nonché per terminare alcune opere stradali minori nella pianura nord di Bologna indispensabili per il territorio, bloccate o incompiute da decenni, che porterebbero i benefici attesi al quadrante nord di Bologna, risparmiando risorse finanziarie e limitando al minimo il consumo di nuovo territorio. (3-01376)
(17 marzo 2015)

   RIBAUDO, CULOTTA, CARDINALE, SCHIRÒ, CAUSI, RACITI, ALBANELLA, ROSTAN, VERINI, RIGONI, GRIBAUDO, ZAPPULLA, ANTEZZA, CAPODICASA, AMODDIO, FRANCESCO SANNA, GIOVANNA SANNA, MINNUCCI, VENITTELLI, TARANTO, IACONO, CAMANI, NACCARATO, CHAOUKI, PARIS, FIORIO, FRAGOMELI, GRECO, GULLO, PICCOLI NARDELLI, LAURICELLA, BERRETTA, MARTELLA, CINZIA MARIA FONTANA e BINI. — Al Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. — Per sapere – premesso che:
   la legge 7 aprile 2014, n. 56, «Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni», pubblicata sulla Gazzetta ufficiale 7 aprile 2014, n. 81, nota come «legge Delrio», all'articolo 1, comma 85, recita, fra l'altro, che le province esercitano funzioni fondamentali di costruzione e gestione delle strade provinciali e regolazione della circolazione stradale ad esse inerente;
   ad oggi le province non sono state del tutto abolite, in quanto oggetto della riforma costituzionale, così come continuano ad esistere le loro funzioni;
   anche la Sicilia ha avviato il processo di riforma di cui sopra, senza ancora completarlo, e tuttavia ai suddetti enti, pur essendo commissariati, sono rimasti in capo le competenze e funzioni assegnate, comprese le circa 16.000 chilometri di strade comunali e provinciali su un totale di circa 21.000 chilometri di viabilità complessiva;
   la maggior parte delle strade provinciali italiane risultano di fondamentale importanza per la viabilità e lo sviluppo strategico di intere comunità, rivestendo un ruolo primario in ambito industriale, commerciale, agricolo, turistico, climatico e scolastico;
   la maggioranza delle strade provinciali del nostro Paese sono tra le più importanti e transitate arterie e vie di collegamento, soprattutto nell'entroterra italiano (e siciliano in particolare), ma sono, di fatto, dal 2012 abbandonate senza essere oggetto di alcuna cura e manutenzione da parte degli enti per mancanza di fondi;
   il suddetto stato di abbandono in cui versano oggi le strade provinciali ha effetti negativi, oltre che sulla sicurezza del traffico stradale e delle persone, anche sul decoro, con notevoli ripercussioni soprattutto nelle aree a prevalente vocazione turistica;
   la segnaletica, sia quella orizzontale che quella verticale, sulle strade provinciali è talvolta inesistente e, dove è presente, risulta usurata, illeggibile e obsoleta, con conseguenti rischi di circolazione e dello stato di sicurezza dei cittadini che vi transitano e che giornalmente le percorrono, soprattutto nelle ore notturne e nei periodi invernali;
   a causa degli eventi meteorici invernali si è registrato un ulteriore peggioramento delle condizioni delle strade provinciali, già piuttosto compromesse dallo stato di degrado e abbandono in cui versano, risultando le stesse impercorribili e in taluni casi intransitabili, con la conseguenza che alcune comunità sono rimaste isolate e senza via di collegamento con le città e con gli assi viari principali;
   questo stato è dovuto alla mancanza dei trasferimenti di risorse finanziarie alle province e alla deficienza di mezzi e uomini in dotazione alle stesse;
   la permanenza e il perdurare di un suddetto stato può essere causa di incidenti e danni per cittadini e mezzi;
   oggi alcune province sono oggetto di numerosi contenziosi causati da incidenti verificatisi nelle suddette strade, la cui responsabilità è riconducibile al cattivo stato di manutenzione, aumentando, inoltre, il numero di richieste di risarcimento nei confronti dell'ente proprietario della strada medesima, con notevoli ripercussioni e un aggravio finanziario sulle province, oggi prive di risorse;
   la manutenzione delle strade provinciali è oggi un problema non più procrastinabile ed è necessario affrontare e risolvere tali questioni con carattere d'urgenza –:
   se il Governo abbia messo o intenda mettere in atto tutte le iniziative normative di competenza al fine di finanziare e sostenere economicamente e con mezzi idonei le province, nelle more del definitivo trasferimento delle competenze agli enti che sostituiranno le province stesse, in considerazione dello stato di totale abbandono e degrado in cui versano oggi le strade provinciali, anche al fine di garantire l'incolumità delle migliaia di cittadini che giornalmente le percorrono. (3-01377)
(17 marzo 2015)