Camera dei deputati - XVII Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento difesa
Titolo: Missione Kosovo KFOR - Joint Enterprise
Serie: Documentazione e ricerche    Numero: 231
Data: 03/05/2016
Descrittori:
KOSOVO   MISSIONI INTERNAZIONALI DI PACE
Organi della Camera: IV-Difesa


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Missione Kosovo KFOR - Joint Enterprise

3 maggio 2016
Schede di lettura


Indice

Le missioni militari nei balcani|La missione militare Joint Enterprise-KFOR|Le missioni MSU, EULEX Kosovo e NATO Headquarters Skopje. Sarajevo e Tirana|


Le missioni militari nei balcani

La presenza di missioni militari internazionali di pace, umanitarie e di stabilizzazione nei Balcani ha avuto inizio, a partire dal 1991, per attenuare i conflitti determinati dal processo di disgregazione della Repubblica iugoslava e dalla costituzione degli Stati nazionali, per governare le crisi e per arginare le conseguenze di carattere umanitario.
I conflitti che si sono determinati nell'area negli ultimi quindici anni sono stati principalmente di natura interetnica, nazionalistica e religiosa. Le crisi più drammatiche hanno riguardato: la guerra serbo-bosniaca e il conflitto del Kosovo.
Nelle vicende dei Balcani sono intervenute le principali organizzazioni internazionali: l'ONU, la NATO, l'Unione europea, la UEO, l'OSCE. L'Italia ha partecipato a tutte le missioni militari che si sono avvicendate nei Balcani in relazione alle diverse crisi e nelle diverse aree.
Tra il 1991 e il 1992, in un alternarsi di attività diplomatiche e di guerre civili, sono divenuti Stati indipendenti la Bosnia-Erzegovina, la Croazia e la Slovenia.
L'Unione europea ha promosso una serie di iniziative diplomatiche per cercare di contenere nell'ambito diplomatico e pacifico il processo di indipendenza dei diversi Stati ed ha istituito, nel 1991 la missione EUMM (European Community Monitor Mission) che ha svolto, fino al 2006, attività di monitorizzazione degli sviluppi relativi alla sicurezza, all'economia, agli aspetti umanitari e a quelli politici, per consentire all'Unione europea di formulare una politica comune verso i Balcani. La missione si è svolta in Bosnia, Croazia, Macedonia ed Albania e inizialmente, prima dell'inizio del conflitto, anche nella Repubblica Federale iugoslava.
Le attività della missione sono state rilevate, a partire dal 1° gennaio 2003, dalla missione EUPM dell'Unione europea. L'EUPM ha garantito, pertanto, la continuità delle attività iniziate dalla missione delle Nazioni Unite ed il sostegno dell'Unione Europea, ai fini della piena realizzazione dello stato di diritto in Bosnia-Erzegovina. Le attività, condotte sotto l'egida dell'Unione Europea, sono state aperte anche alla partecipazione di paesi terzi fino al 30 giugno 2012, termine del mandato.
Attualmente militari italiani sono presenti in KOSOVO nelle città di Belo Polje e di Pristina, sede del Quartier Generale del Comando NATO dell'operazione Joint Enterprise e della missione dell'Unione Europea Eulex Kosovo. In MACEDONIA, presso il Comando della NATO presso Skopje. In BOSNIA – HERZEGOVINA a Sarajevo, presso il Comando dell'Unione Europea dell'operazione Althea nonché in ALBANIA dove una Delegazione di Esperti opera presso la capitale Tirana.
In relazione alla partecipazione italiana alle missioni nei Balcani, la Ministra della Difesa Pinotti, nel corso delle ultime Comunicazioni del Governo sullo stato delle missioni internazionali in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e stabilizzazione, aveva dichiarato alle Commissioni congiunte III e IV di Camera e Senato che restano "ancora alcuni problemi da risolvere, la situazione negli ultimi dieci anni è evoluta in modo certamente positivo, a riprova che gli sforzi della comunità`internazionale nell'area possono essere considerati di esito positivo. Slovenia e Croazia sono membri effettivi dell'Unione europea e anche Montenegro, Bosnia, la Macedonia e finanche la Serbia hanno intrapreso il percorso che dovrebbe condurre queste Nazioni all'adesione all'Unione europea.Per quanto attiene al Kossovo, posso affermare che anche in questo caso ci si trova davanti ad una storia ad evoluzione positiva. La presenza delle missioni EULEX, Europea, KFOR, NATO, ha svolto e continua a svolgere un ruolo essenziale, riconosciuto da tutte le parti, di presenza autorevole e supporto operativo che ha consentito al Paese di costruire una pace sociale e nuove strutture statali. Il traguardo raggiunto di crescita democratica e di pacificazione, tuttavia, richiede ancora il supporto della comunità internazionale". (http://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/repository/commissioni/stenografici/17/congiunte/3a-4a-IIIa-IVa-20151006-CG_BOZZA.pdf)

La missione militare Joint Enterprise-KFOR

La La missione Joint Enterprisemissione Joint Enterprise è una missione della NATO svolta nell'area balcanica, con compiti di attuazione degli accordi sul «cessate il fuoco», di assistenza umanitaria e supporto per il ristabilimento delle istituzioni civili.
La missione è frutto della riorganizzazione della presenza della NATO nei Balcani operata alla fine del 2004 in coincidenza col termine dell'operazione "Joint Forge" in Bosnia Erzegovina e con il passaggio delle responsabilità delle operazioni militari dalle forze NATO (SFOR) a quelle della Unione Europea (EUFOR). Le autorità NATO decisero, infatti, l'unificazione di tutte le operazioni condotte nei Balcani in un unico contesto operativo (definito dalla Joint Operation Area) dando origine il 5 aprile 2005 all'Operazione "Joint Enterprise".
L'operazione Joint Enterprise comprende, pertanto, le attività di KFOR, MSU, ed i NATO Head Quarters di Skopje, Tirana e Sarajevo.

KFOR (Kosovo Force) è una missione NATO, iniziata all'alba del 12 giugno 1999, al termine dell'operazione "Allied Force" (guerra del Kosovo).

Nel corso del 1998, l'escalation di tensione e di violenze nella provincia serba del Kosovo, aveva determinato lo svolgimento da parte della NATO, nella giornata del 15 giugno dello stesso anno, dell'operazione Determined Falcon, volta a dissuadere la Serbia da ulteriori iniziative militari. A tale operazione, consistita in una serie di manovre aeree effettuate in prossimità del confine serbo, che impegnavano 85 velivoli, l'Italia aveva partecipato con un contributo di 6 aerei.

In relazione all'aggravamento della situazione in Kosovo, d'intesa con il Governo serbo, l'OSCE costituiva, nell'ottobre 1998, una missione di 2.000 osservatori denominata KVM (Kosovo Verification Mission), cui era affidato il compito di controllare l'attuazione delle decisioni ONU (che chiedeva la cessazione delle ostilità tra le parti e il rispetto del cessate il fuoco), di osservare il ritiro delle forze speciali serbe dal Kosovo, il rientro dei profughi e il corretto svolgimento entro l'autunno del 1999 di elezioni locali.

L'operazione è stata supportata da un'azione di controllo aereo svolta dalla NATO nell'ambito della missione Eagle Eye. Contemporaneamente, a seguito del perdurare di continui e violenti combattimenti e visti gli inutili tentativi di risolvere politicamente la crisi, la NATO aveva avviato, il 24 settembre 1998, l'operazione Determined Force, che prevedeva un graduale intervento militare aereo. La minaccia della NATO assume un carattere operativo, il 12 ottobre 1998, con l'adozione dell'Activation Order, meccanismo che autorizza i comandi a mettere in atto il piano militare per l'attacco aereo senza ulteriori determinazioni politiche.

Il repentino peggioramento della situazione costrinse inoltre la NATO ad organizzare la missione Joint Guarantor, per l'evacuazione dal Kosovo degli osservatori OSCE. La forza di intervento della NATO è stata attivata nel dicembre 1998 e l'Italia ha partecipato con circa 250 uomini. L'evacuazione del personale OSCE fu effettuata dopo il precipitare degli eventi, a seguito del fallimento dei negoziati di Rambouillet, nel febbraio-marzo 1999, tra governo serbo e rappresentanti indipendentisti kosovari, organizzata del Gruppo di contatto, composto dai ministri degli Esteri di Italia, Francia, Russia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti d'America.

Il mancato accordo di Rambouillet determina, il 24 marzo 1999, la decisione della NATO di iniziare una serie di attacchi aerei e missilistici contro gli obiettivi militari serbi in Kosovo, che si estendono rapidamente ad una serie di obiettivi strategici in tutta la Repubblica serba.

Si tratta dell'operazione Allied Force (la cosiddetta guerra del Kosovo), a cui i serbi reagiscono provocando la fuga di centinaia di migliaia di profughi kosovari verso le frontiere di Albania e Macedonia.

Il problema dei profughi diviene presto una componente essenziale ed imponente dell'intervento, e la NATO decide di inviare truppe in Albania e Macedonia a protezione delle operazioni umanitarie costituendo, nell'aprile 1999, la forza multinazionale AFOR (Albanian Force), con prevalenti compiti di soccorso umanitario ai profughi kosovari in fuga verso l'Albania. Essa ha visto l'impiego di circa 8.000 uomini di 25 diversi Paesi, tra i quali il nostro.

Proseguivano intanto, parallele alle operazioni militari, le trattative diplomatiche che, il successivo 9 giugno portavano all'accordo tecnico-militare tra i vertici militari serbi e la NATO, per concordare le modalità ed i tempi del ritiro delle truppe jugoslave dal Kosovo e l'entrata delle truppe NATO.

Il giorno successivo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione 1244, concordata dal G8, che riprendeva quanto stabilito nell'accordo di pace.

Dopo 78 giorni di bombardamenti, il 13 giugno, le truppe serbe cominciarono il ritiro, e i militari della NATO entrarono nel Kosovo
L'operazione Kosovo Force, nella fase iniziale, ha comportato un dispiegamento di circa 43.000 militari sia della NATO, che di Paesi non appartenenti all'Alleanza, compresa la Russia.
I compiti originariamente attribuiti prevedevano esclusivamente il contributo alla sicurezza (sulla base di quanto fissato dalla Risoluzione 1244 delle Nazioni Unite) e il monitoraggio della piena applicazione del Military Technical Agreement da parte delle Forze armate serbe.
Successivamente sono intervenute delle modifiche per rendere la missione più rispondente al mutato quadro geopolitico, con la ricomprensione anche di operazioni di assistenza alle organizzazioni di sicurezza kosovare e del supporto alle organizzazioni e agli enti della comunità internazionale.
Dal settembre 1999 e fino alla costituzione del NATO Headquarters Tirana (NHQT nel giugno 2002) alla missione KFOR risaliva anche la responsabilità dell'operazione NATO in Albania denominata Communication Zone West Communication Zone West (COMMZ-W) a guida italiana.
Recentemente la NATO ha approvato un nuovo concetto militare per la missione (denominato Condition Based Framework), che condiziona l'evoluzione futura del contingente a valutazioni periodiche della situazione sul terreno e alle sue previsioni, formulate dal comandante della KFOR sulla base dell'analisi di vari indicatori e dati informativi (per produrre effettive modifiche sui livelli di forza, il parere espresso dal comandante deve essere comunque avallato dalla catena gerarchica dell'Alleanza atlantica).
Sono cinque i militari che hanno perso la vita nel corso della missione KFOR: il caporal maggiore Pasquale Dragano, appartenente al Corpo dei Bersaglieri, morto il 24 giugno 1999 a Djakovica, il caporalmaggiore Samuele Utzeri, che ha perso la vita il 2 aprile 2000 a Pec e, il 2 agosto 2000 il caporal maggiore Luigi Nardone. Il 9 agosto 2001 il Caporal Maggiore Scelto Giuseppe Fioretti ed il Caporal Maggiore Dino Paolo Nigro, del 3° Reggimento Alpini hanno perso la vita cadendo da un elicottero in fase di atterraggio.
Attualmente sono Paesi che partecipano alla missione KFOR31 i Paesi impegnati nell'operazione  KFOR  di cui 8 non appartenenti alla NATO, per un totale di circa 5.000 uomini. L'Italia è il terzo paese contributore dopo Germania e Usa.
Il personale nazionale impiegato è attualmente di 542 unità.
A partire dal 7 agosto 2015 la leadership della missione è affidata al Generale di Divisione Gu​glielmo Luigi Miglietta. ​
Dalla data di inizio della missione l'Italia ha espresso sette generali comandanti, otto generali vicecomandanti e ha sempre avuto il comando di almeno una delle unità di manovra, oltre ad avere l'esclusiva, con i Carabinieri, di un'unità duale impiegabile tanto come forza militare quanto come forza di polizia.

Nazioni Nato

Unità impiegate

ALBANIA

10

BULGARIA

10

CANADA

2

CROAZIA

22

REPUBBLICA CECA

13

DANIMARCA

35

ESTONIA

2

FRANCIA

141

GERMANIA

772

GRECIA

125

UNGHERIA

206

ITALIA

542

LITUANIA

1

LUSSEMBURGO

23

PAESI BASSI

5

NORVEGIA

2

POLONIA

246

PORTOGALLO

191

ROMANIA

71

SLOVENIA

315

TURCHIA

383

REGNO UNITO

1

STATI UNITI

736

Nazioni non Nato

ARMENIA

34

AUSTRIA

384

FINLANDIA

22

IRLANDA

12

MOLDAVIA

41

SVEZIA

8

SVIZZERA

184

UCRAINA

144

 

Per quanto concerne la La struttura del contingentestruttura del contingente, il dispositivo di KFOR prevede dal 1° marzo 2011 due Multinational Battle Groups, di cui uno a conduzione italiana e l'altro a guida statunitense.
Allo stesso modo sono stati costituiti degli organismi denominati JRD's (Joint Regional Detachment) con il compito di monitorare e fare da collegamento con tutte le organizzazioni e le autorità civili del Paese (Comuni, istituzioni, popolazioni….). Attualmente i JRD's presenti in Kosovo sono 3 (a guida italiana, svizzera e turca). A tali unità si affiancano, poi, due ulteriori reggimenti: uno italiano, con i Carabinieri della Multinational Specialised Unit e uno a guida portoghese, che costituiscono la riserva di Teatro. (fonte: http://www.esercito.difesa.it/operazioni/operazioni_oltremare/Pagine/Kosovo-KFOR-Joint-Enterprise.aspx)
Il Impiego del personale italianopersonale italiano, Ufficiali, Sottufficiali, graduati di truppa e volontari, è impiegato in diversi ambiti e mansioni.
Nel dettaglio il contributo nazionale alla missione è il seguente:
  • personale dislocato presso il Comando NATO in Pristina KFOR Head Quarters (KFOR HQ-Quartier Generale di KFOR). Al suo interno operano circa 90 militari appartenenti alle tre Forze Armate ed all'Arma dei Carabinieri. Sono impiegati indistintamente in tutti uffici che lo compongono.
  • Unità a livello Reggimento denominato Multinational Battle Group West (MNBG-W - Gruppo Tattico Multinazionale - Ovest) dislocato nella base denominata "Villaggio Italia" nei pressi della città di Pec/Peja. Il nucleo fondamentale di questa unità è costituito dal 4° Reggimento Carri di stanza a Persano (SA) e comprende, tra i propri ranghi, anche militari di Slovenia, Austria e Moldavia; il supporto logistico e delle comunicazioni è fornito rispettivamente dal Reggimento Logistico RSOM di stanza a Bellinzago Novarese (NO) e dal 11° Reggimento Trasmissioni​ di stanza a Civitavecchia (RM). Rappresenta la struttura operativa Multinazionale a disposizione del Comandante di KFOR nell'area ovest del Kosovo.
  • Unità denominata Joint Regional Detachment-Centre (JRD-C Distaccamento Regionale Interforze-Centro) a guida italiana. Opera su un'area geografica ampia circa 2500 km² che da Est a Ovest del Kosovo copre quasi un terzo dell'intera superficie del paese. E' composta da militari di Italia, Slovenia, Ungheria, Finlandia e Turchia. Opera con 10 Liaison Monitoring Team (LMT - Team di Collegamento e Monitoraggio) sul territorio municipale di 13 Comuni. Tre di questi LMT sono a leadership italiana ed operano nei comuni di Pristina/Pristine, Pec/Peja e Decane/Decan. Il loro compito è quello garantire un continuo contatto con la popolazione, le istituzioni ed i rappresentanti delle diverse etnie e religioni presenti sul territorio al fine di acquisire elementi di conoscenza utili al Comando KFOR per meglio operare a favore della pace e stabilità.

In aggiunta l'Italia ha reso disponibili e pronti all'impiego altri reparti militari che normalmente rimangono a disposizione sul territorio nazionale presso le sedi stanziali ove si addestrano.
Queste unità sono conosciute come le Forze della Riserva, unità multinazionali a disposizione della NATO pronte per essere impiegate se la situazione operativa lo richiede.
Si suddividono in:
  • Operational Reserve Forces (ORF- Forze della Riserva Operativa), costituito sulla base del 1° Reggimento bersaglieri di stanza a Cosenza​, il cui impiego è disposto dal Comandante NATO dislocato presso il Joint Force Command di Lagopatria (NA).​
  • ​​​Strategic Reserve Forces (SRF-Forze della Riserva Strategica) il cui impiego è invece disposto direttamente dal Supreme Allied Commander Europe (SACEUR-Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa) dislocato in Belgio, su autorizzazione del North Atlantic Council (NAC-Consiglio dell'Atlantico del Nord).

​Queste unità possono essere impiegate in caso di crisi ovvero di innalzamento della tensione in tutto il Teatro Operativo balcanico.

Lo scorso 18 aprile, la Ministra della Difesa Roberta Pinotti, ha incontrato il Presidente del Kosovo, Hashim Thaci, ed il Primo Ministro, Isa Mustafa, ai quali ha confermato l'impegno dell'Italia nell'area balcanica come contributo allo sforzo della Comunità Internazionale per la stabilità e la sicurezza nella regione. Durante i colloqui si è parlato inoltre delle possibili future collaborazioni tra il nostro Paese ed il Kosovo, nell'ambito dei settori della difesa e della sicurezza. Le autorità kosovare hanno manifestato soddisfazione per la presenza italiana e per il particolare rapporto di amicizia e vicinanza con l'Italia. Il Primo Ministro Mustafa ha sottolineato l'impegno del Kosovo contro il terrorismo e il fenomeno dei foreign fighter. Sempre a Pristina il Ministro Pinotti ha incontrato il personale della missione Kosovo Force (KFOR), guidata dal Generale di Divisione Guglielmo Luigi Miglietta. Nell'occasione, il Comandante della missione ha fornito l'aggiornamento della situazione operativa in Teatro, ponendo particolare attenzione al tema dei flussi migratori e dei "foregin fighters" che "KFOR monitora costantemente" (FONTE: http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/20160418Pinotti_kosovo.aspx).
In precedenza, lo scorso 6 aprile 2015, la Principali problematiche Ministra della Difesa Pinotti, nel corso delle "comunicazioni del Governo sullo stato delle missioni internazionali in corso e degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e stabilizzazione", aveva dichiarato alle Commissioni congiunte III e IV di Camera e Senato che la presenza della comunità internazionale in Kosovo "ha svolto e continua a svolgere un ruolo essenziale, riconosciuto da tutte le parti, di presenza autorevole e supporto operativo che ha consentito al Paese di costruire una pace sociale e nuove strutture statali". La Ministra Pinotti ha, altresì, rilevato come il traguardo raggiunto di crescita democratica e di pacificazione richieda ancora il supporto della comunità internazionale. "Esiste, infatti, il rischio che una parte del flusso di profughi e richiedenti asilo che transita dai Balcani finisca con prendere la via del Kosovo e da qui, dirigersi verso le coste dell'Adriatico. È palese che tale scenario aprirebbe una nuova emergenza e indebolirebbe significativamente le istituzioni kosovare, non in grado di gestire e accogliere un gran numero di rifugiati. Non possiamo, inoltre, sottovalutare il rischio gravissimo rappresentato dal rientro in patria dei «foreign fighters» partiti dal Kosovo; si stima in circa 300 uomini il numero di coloro che sono andati a combattere in Siria e Iraq, numero percentualmente rilevante rispetto ad una popolazione residente di solo due milioni. La presenza della comunità internazionale in Kosovo è, quindi, ancora molto importante".
Si segnala che analoghe considerazioni sono state espresse dal Le minacce alla stabilità del KosovoGenerale di divisione Guglielmo Luigi Miglietta,Comandante della missione KFOR in Kosovo, nel corso della sua audizione presso la Commissione difesa del Senato, tenuta lo scorso 26 gennaio. Il Comandante della missione KFOR, nell'illustrare gli aspetti critici dell'attuale scenario kosovaro, connotato da una difficile situazione politica "che impone di non considerare conclusa la missione della NATO, la quale, al contrario, si trova oggi ad attraversare una delle fasi più delicate" ha, al contempo, sottolineato come la crisi economica e la fragilità politica del Paese determinino l'esistenza di una serie di fattori (disoccupazione, scarsa scolarizzazione, forte corruzione e flebile stato di diritto), che si innestano in un substrato sociale di odii interetnici e di tensioni religiose, in grado di determinare pesanti riflessi sulla situazione di sicurezza interna. Una popolazione fiaccata dalla povertà" ha osservato il Generale Miglietta "può infatti divenire preda della radicalizzazione -sia nazionalista che religiosa- ovvero manovalanza per le organizzazioni criminali e per gli estremisti politici". Il Comandante della missione ha, inoltre, indicato tre distinte minacce alla stabilità interna del Paese.
La prima minaccia è connessa alla mancanza di prospettive future, che ha spinto, tra il 2014 e il 2015, circa 170.000 kosovari ad emigrare illegalmente in paesi dell'Unione europea, chiedendo asilo politico.
Al riguardo, è stato osservato che non essendo il Kosovo tra i paesi in guerra o sotto dittatura, quelle richieste sono state respinte e sono stati avviati, da parte di alcuni Stati, i rimpatri forzati. Secondo quanto riferito dal Comandante della missione KFOR, lo scorso anno, sono  stati riportati in Kosovo circa 17.000 kosovari, la gran parte dei quali rimpatriati dalla Germania.
La seconda minaccia viene individuata nell'enorme flusso di migranti a cui è sottoposta la penisola balcanica. In particolare, è stato segnalato come centinaia di migliaia di profughi, nel corso del 2015, sono transitati lungo la rotta dei Balcani occidentali seguendo la direttrice Grecia-Macedonia-Serbia, con punte massime che, nel mese di ottobre, hanno raggiunto i circa 4.000 afflussi giornalieri. Si è, inoltre, paventata la possibilità che in futuro i migranti entrino da sud (dalla Macedonia) nel caso in cui la Serbia dovesse decidere di chiudere il suo confine meridionale; "ma potrebbero anche -e soprattutto- entrare da est, ossia dai confini serbi" ha osservato il Comandante della missione KFOR "se altri Stati nel nord della penisola dovessero seguire l'esempio di Ungheria e Croazia, impedendo i transiti. Infatti, i migranti si troverebbero bloccati nei centri di accoglienza in Serbia e ciò potrebbe indurli a tentare la rotta più breve per l'Europa: quella che, attraverso il Kosovo, giunge in Albania e da lì, riaprendo la tratta adriatica, in Italia".
In relazione a tale problematica è stata fatto presente come le istituzioni kosovare potrebbero non essere in grado di gestire un tale flusso di migranti per carenza di risorse materiali, di expertise e di fondi e neppure le missioni delle organizzazioni internazionali presenti in Kosovo saprebbero impegnarsi efficacemente in attività di sostegno umanitario. Inoltre anche il contingente KFOR si troverebbe dinnanzi a dei problemi e ciò in quanto sebbene l'assistenza umanitaria non rientri nel mandato della missione, "di certo i soldati NATO, qualora le istituzioni kosovare o le organizzazioni internazionali lo dovessero richiedere, interverrebbero in virtù del possesso delle capacità necessarie per agire con efficacia. Un intervento del genere, peraltro, rischierebbe di drenare quelle risorse umane necessarie per l'assolvimento dei compiti strettamente militari, tra cui ve ne sono alcuni intangibili, come quello di essere pronti ad intervenire in Bosnia a supporto della missione dell'Unione europea. Inoltre, l'operato di KFOR sarebbe complicato da diversi fattori, tra cui i principali sono l'esistenza di numerosissime limitazioni nazionali (come, ad esempio, l'esistenza di nazioni all'interno di KFOR che non permettono l'impiego dei loro veicoli per il trasporto di personale civile). Al fine di ovviare a tali problematiche, KFOR ha quindi richiesto alla propria catena di comando NATO di ricevere, da parte dei rappresentanti permanenti delle nazioni contributrici, la necessaria copertura politica all'eventuale intervento per operazioni di assistenza umanitaria e il superamento dei caveat nazionali".
La terza minaccia alla sicurezza interna del Kosovo è connessa al più ampio problema del proselitismo e del reclutamento a favore del fondamentalismo islamico. Nel corso della richiamata audizione il  Comandante della missione KFOR ha ricordato come nell'area europea i Balcani sono "terra di forte attività di reclutamento" ed ha aggiunto che migliaia sarebbero coloro che sono andati a combattere tra le fila del califfato islamico. Secondo le autorità di Pristina, ha riferito il Generale Miglietta, sarebbero partiti dal Kosovo oltre 350 combattenti islamici di cui circa la metà sarebbero già rientrati nel Paese, seguendo i migranti e confondendosi tra loro.
Il Comandante della missione KFOR ha, in particolare, osservato, come l'attività di proselitismo e reclutamento vera e propria è condotta, in Kosovo, da imam non autoctoni e da alcune organizzazioni non governative (tra le oltre 8.000 registrate nel Paese) dal profilo nebuloso e dalle ampie disponibilità finanziarie. Il modus operandi è quello non solo di costruire moschee, ma soprattutto di provvedere al sostentamento dei nuclei familiari più indigenti, chiedendo in contropartita la frequenza delle moschee più fondamentaliste e l'adozione di atteggiamenti radicali nei costumi e nell'istruzione dei minori. "Non bisogna dimenticare, poi, l'allarme lanciato da alcuni ambienti di intelligence circa il rischio di una sorta di saldatura geografica tra le comunità islamiche radicali che, nel tempo, si sono installate nella Macedonia nord-orientale, nella valle del Presevo in Serbia, nelle aree a sud e a nord-ovest del Kosovo, nella zona frontaliera tra Kosovo e Montenegro, nel distretto di Raska in Serbia e in Bosnia Erzegovina".

Le missioni MSU, EULEX Kosovo e NATO Headquarters Skopje. Sarajevo e Tirana

Per quanto concerne le ulteriori missioni rientranti nell'ambito dell'operazione Joint Enterprise si segnala che le attività di gestione dell'ordine pubblico sono affidate alla unità specializzata MSU (Multinational Specialized Unit), con sede a Pristina, posta alle dirette dipendenze del comandante di KFOR e composta prevalentemente dal personale dell'Arma dei Carabinieri, insieme ad appartenenti a Forze di polizia militare di altri Paesi.
A sua volta Missione civile EULEX KOSOVOEULEX KOSOVO (European Union Rule of Law Mission in Kosovo) è una missione tecnica dell'Unione europea, istituita con l'Azione comune 2008/124/PESC del Consiglio del 4 febbraio 2008 ed opera nella cornice della risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU 1244 del 10 giugno 1999 (la stessa cha ha istituito la missione UNMIK). La missione sostiene le istituzioni, le autorità giudiziarie e i servizi di contrasto kosovari nell'evoluzione verso la sostenibilità e la responsabilizzazione del Paese, supportando, in particolare, lo sviluppo e il rafforzamento dei sistemi giudiziario, di polizia e doganale e favorendo, altresì, l'adesione di tali sistemi alle norme riconosciute a livello internazionale. La struttura di EULEX è articolata in un quartier generale con sede a Pristina e uffici regionali e locali in tutto il Kosovo.
Come dichiarato dal generale di divisione Guglielmo Luigi Miglietta (comandante della missione KFOR in Kosovo), nel corso della richiamata audizione presso la Commissione difesa del Senato "la missione europea di polizia e sullo stato di diritto (EULEX), pur disponendo di limitate forze di polizia, vanta, però, un'importante valenza sostanziale, costituendo l'"intercapedine" tra la polizia kosovara e KFOR (che resta una forza militare con modalità operative differenti da quelle delle forze dell'ordine) e costituisce un efficace strumento per tutta l'attività di addestramento, monitoraggio e supporto alla polizia kosovara, soprattutto nelle attività investigative. Con EULEX - oggi diretta da un italiano, l'ambasciatore Gabriele Meucci- KFOR ha pertanto un proficuo rapporto di collaborazione e di scambio informativo, che costituisce l'esempio migliore di come la NATO e l'Unione europea possano cooperare, essendo pienamente complementari, per il conseguimento di un comune obiettivo".
Per quanto riguarda poi la NATO Headquarters Skopje, Sarajevo e Tirana. NATO Headquarters Skopje, la missione è stata costituita il 17 giugno 2002  ed ha la responsabilità delle attività NATO in Fyrom. Spetta, inoltre, alla missione il il compito di condurre attività di sostegno e di consulenza per contribuire al conseguimento degli obiettivi della comunità internazionale finalizzati alla stabilità del Paese e, più in generale, dell'area balcanica. L'Italia contribuisce alla missione con la presenza di  un ufficiale. A sua volta Headquarters Sarajevo è stata costituita il 2 dicembre 2004, dopo la conclusione della missione SFOR ed il passaggio delle sue competenze alla missione Althea dell'UE. L'Italia contribuisce alla missione con la presenza di  un ufficiale. Infine, l NATO HQ Tirana, retto da un Senior Military Representative (SMR), era alle dirette dipendenze del Joint Force Command Naples (JFC Naples) e provvedeva al supporto delle Autorità albanesi ed ai coordinamenti tra queste ultime e la NATO. Dall'aprile 2009, con l'ingresso dell'Albania nell'Alleanza Atlantica, il NATO HQ di Tirana è stato riconfigurato come MAIL-T (Military Accession and Integration, Liaison Team).