Camera dei deputati - XVII Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento bilancio
Altri Autori: Servizio Studi - Dipartimento giustizia , Servizio Studi - Dipartimento istituzioni , Servizio Bilancio dello Stato , Ufficio Rapporti con l'Unione Europea
Titolo: Disposizioni urgenti per il rilancio dell'economia - D.L. 69/2013 ' A.C. 1248 - Volume I - Schede di lettura (artt. 1-61)
Riferimenti:
DL N. 69 DEL 21-GIU-13   AC N. 1248/XVII
Serie: Progetti di legge    Numero: 36
Data: 28/06/2013
Descrittori:
ECONOMIA NAZIONALE   POLITICA ECONOMICA
Organi della Camera: I-Affari Costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni
V-Bilancio, Tesoro e programmazione

 

Camera dei deputati

XVII LEGISLATURA

 

 

 

Documentazione per l’esame di
Progetti di legge

Disposizioni urgenti
per il rilancio dell’economia

D.L. 69/2013 – A.C. 1248

Schede di lettura
(artt. 1-61)

 

 

 

 

 

 

n. 36

Volume I

 

 

28 giugno 2013

 


Servizio Studi

Area Istituzionale

( 066760-9559 / 066760-9148 – * st_giustizia@camera.it; @CD_giustizia

Area Finanza pubblica

( 066760-2233 / 066760-9496 – * st_bilancio@camera.it; @CD_bilancio

 

Hanno partecipato alla redazione del dossier i seguenti Servizi e Uffici:

Segreteria Generale – Ufficio Rapporti con l’Unione europea

( 066760-2145 – * cdrue@camera.it

Servizio Bilancio dello Stato

Nota di verifica n. 16

( 066760-2174 / 066760-9455 – * bs_segreteria@camera.it

Servizio Commissioni – Segreteria V Commissione

( 066760-3545 / 066760-3685 – * com_bilancio@camera.it

 

Il presente dossier è articolato in tre volumi che contengono:

-          il primo (n. 36/0) la Nota di sintesi del D.L.;

-          il secondo (n. 36 – Vol. I) le schede analitiche degli articoli da 1 a 61;

-          il terzo (n. 36 – Vol. II) le schede analitiche degli articoli da 62 a 85.

 

 

§      La nota di sintesi e le schede di lettura sono state redatte dal Servizio Studi.

§      Le parti relative ai profili di carattere finanziario sono state curate dal Servizio Bilancio dello Stato, nonché dalla Segreteria della V Commissione per quanto concerne le coperture.

§      Le parti relative ai documenti all’esame delle istituzioni dell’Unione europea state curate dall'Ufficio rapporti con l'Unione europea.

 

La documentazione dei servizi e degli uffici della Camera è destinata alle esigenze di documentazione interna per l'attività degli organi parlamentari e dei parlamentari. La Camera dei deputati declina ogni responsabilità per la loro eventuale utilizzazione o riproduzione per fini non consentiti dalla legge. I contenuti originali possono essere riprodotti, nel rispetto della legge, a condizione che sia citata la fonte.

File: D13069s1

 


INDICE

Schede di lettura

§      Articolo 1 (Rafforzamento del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese) 3

§      Articolo 2 (Finanziamenti per l'acquisto di nuovi macchinari, impianti e attrezzature da parte delle piccole e medie imprese) 10

§      Articolo 3 (Rifinanziamento dei contratti di sviluppo ) 18

§      Articolo 4 (Norme in materia di concorrenza nel mercato del gas naturale e nei carburanti ) 22

§      Articolo 5 (Disposizioni per la riduzione dei prezzi dell’energia elettrica ed estensione della c.d. Robin Hood Tax ) 27

§      Articolo 6 (Gasolio per il riscaldamento delle coltivazioni sotto serra) 37

§      Articolo 7 (Imprese miste per lo sviluppo) 43

§      Articolo 8 (Partenariati) 45

§      Articolo 9, commi 1-4 (Accelerazione nell’utilizzazione dei fondi comunitari) 48

§      Articolo 9, comma 5 (Risorse del Fondo di solidarietà dell’Unione europea per gli interventi di emergenza ) 62

§      Articolo 10 (Liberalizzazione dell’allacciamento dei terminali di comunicazione alle interfacce della rete pubblica-WiFi) 65

§      Articolo 11 (Proroga del credito d’imposta per la produzione, la distribuzione e l’esercizio cinematografico) 70

§      Articolo 12 (Ricapitalizzazione della Società di Gestione del risparmio ) 72

§      Articolo 13 (Governance dell’Agenda digitale Italiana) 79

§      Articolo 14 (Misure per favorire la diffusione del domicilio digitale) 85

§      Articolo 15 (Commissione per il coordinamento del sistema pubblico di connettività) 91

§      Articolo 16 (Razionalizzazione dei CED Centri elaborazione dati – Modifiche al decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179) 93

§      Articolo 17 (Misure per favorire la realizzazione del Fascicolo sanitario elettronico) 94

§      Articolo 18, commi da 1 a 3, 11 e 12 (Istituzione di un Fondo per il finanziamento di infrastrutture cantierate o cantierabili) 100

§      Articolo 18, comma 4 (Corridoio tirrenico meridionale A12 – Appia e bretella autostradale Cisterna Valmontone) 106

§      Articolo 18, comma 5 (Assegnazione di risorse alla società concessionaria Strada dei parchi S.p.A.) 108

§      Articolo 18, comma 6 (Disposizioni concernenti la linea C della metropolitana di Roma) 110

§      Articolo 18, comma 7 (Contrattualizzazione di interventi cantierabili del Gruppo Ferrovie dello Stato ) 112

§      Articolo 18, comma 8 (Edilizia scolastica ) 115

§      Articolo 18, comma 9 (Primo Programma “6000 campanili”) 117

§      Articolo 18, comma 10 (Programma degli interventi di manutenzione straordinaria di ponti, viadotti e gallerie della rete stradale di interesse nazionale in gestione ad ANAS SpA) 119

§      Articolo 18, commi 13-14 (Copertura finanziaria) 121

§      Articolo 19, commi 1 e 2 (Disposizioni in materia di concessioni di lavori pubblici) 133

§      Articolo 19, commi 3-5 (Incentivi fiscali per la realizzazione di nuove infrastrutture) 138

§      Articolo 20 (Riprogrammazione interventi del Piano nazionale della sicurezza stradale ) 145

§      Articolo 21 (Differimento dell’operatività della garanzia globale di esecuzione ) 148

§      Articolo 22 (Misure per l’aumento della produttività nei porti ) 150

§      Articolo 23 (Disposizioni urgenti per il rilancio della nautica da diporto e del turismo nautico) 158

§      Articolo 24 (Disposizioni in materia ferroviaria) 165

§      Articolo 25, commi 1-4 e 7-8 (Disposizioni conseguenti alla soppressione dell’Agenzia per le infrastrutture stradali ed autostradali ) 174

§      Articolo 25, comma 5 (Utilizzo di risorse per i contratti di servizio con l’ENAV ) 182

§      Articolo 25 comma 6 (Sicurezza grandi dighe ) 184

§      Articolo 25, commi 9-11 (Collegamenti marittimi con le isole minori della Sicilia ) 186

§      Articolo 26 (Proroghe in materia di appalti pubblici 191

§      Articolo 27 (Semplificazione in materia di procedura CIPE e concessioni autostradali) 195

§      Articolo 28  (Indennizzo da ritardo nella conclusione del procedimento) 199

§      Articolo 29 (Data unica di efficacia degli obblighi) 209

§      Articolo 30 (Semplificazioni in materia edilizia) 213

§      Articolo 31 (Disposizioni in materia di D.U.R.C.) 225

§      Articoli 32 e 35 (Disposizioni in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro) 228

§      Articolo 33 (Semplificazione del procedimento per l'acquisto della cittadinanza per lo straniero nato in Italia) 237

§      Articolo 34 (Trasmissione telematica di specifici certificati medici) 241

§      Articolo 36 (Proroga di organismi di I.N.P.S. ed I.N.A.I.L.) 243

§      Articolo 37  (Zone a burocrazia zero ) 245

§      Articolo 38  (Disposizioni in materia di prevenzione incendi) 249

§      Articolo 39 (Uso individuale dei beni culturali e autorizzazione paesaggistica) 252

§      Articolo 40 (Riequilibrio finanziario dello stato di previsione della spesa del Ministero per i beni e le attività culturali) 255

§      Articolo 41 (Disposizioni in materia ambientale) 258

§      Articolo 42 (Soppressione di certificazioni sanitarie) 274

§      Articolo 43 (Disposizioni in materia di trapianti) 277

§      Articolo 44 (Riconoscimento del servizio prestato presso le pubbliche amministrazioni di altri Stati membri e semplificazioni per la certificazione di qualità delle materie prime utilizzate per la produzione di medicinali) 280

§      Articolo 45 (Omologazioni delle macchine agricole) 287

§      Articolo 46 (EXPO Milano 2015) 289

§      Articolo 47 (Fondo impianti sportivi) 291

§      Articolo 48 (Cooperazione con altri Stati per i materiali di armamento prodotti dall'industria nazionale) 293

§      Articolo 49 (Proroga e differimento di termini in materia di spending review) 295

§      Articolo 50 (Modifiche alla disciplina della responsabilità fiscale negli appalti) 298

§      Articolo 51 (Abrogazione del Modello 770 mensile) 300

§      Articolo 52 (Disposizioni per la riscossione mediante ruolo) 302

§      Articolo 53 (Disposizioni per la gestione delle entrate tributarie o patrimoniali, dei comuni e delle società da essi partecipate) 317

§      Articolo 54 (Questionari per la predisposizione dei fabbisogni standard  degli enti locali) 323

§      Articolo 55 (Norma interpretativa in materia di rimborsi IVA alle agenzie di viaggio) 325

§      Articolo 56 (Proroga termine di versamento dell’imposta sulle transazioni finanziarie) 330

§      Articolo 57 (Interventi straordinari a favore della ricerca per lo sviluppo del Paese ) 335

§      Articolo 58, commi 1, 2, 4-7 (Turn over nelle università e negli enti di ricerca) 340

§      Articolo 58, comma 3 (Chiamate dirette nelle università) 346

§      Articolo 59 (Borse di mobilità per gli studenti universitari) 347

§      Articolo 60 (Sistema di finanziamento delle università e procedure di valutazione delle attività amministrative delle università e degli enti di ricerca) 355

§      Articolo 61 (Copertura finanziaria) 363

Prospetto riepilogativo degli effetti finanziari del decreto-legge n. 69 del 2013

 

 


Schede di lettura

 


 

Articolo 1
(Rafforzamento del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese)

L’articolo 1, al fine dichiarato di potenziare gli interventi del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, contiene disposizioni non immediatamente applicative, esplicitando le finalità, nonché i principi e criteri cui deve attenersi il Governo - tramite l’emanazione di un decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze – per la definizione di misure volte:

§      ad ampliare le possibilità di accesso al credito da parte delle PMI (lettera a);

§      a limitare il rilascio della garanzia del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese alle operazioni finanziarie di nuova concessione o erogazione (lettera b).

Il decreto ministeriale cui è demandata la definizione delle disposizioni operative deve essere emanato entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto legge in esame.

 

Il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese è stato costituito con legge n. 662/96 (art.2, comma 100, lettera a) con lo scopo di: “assicurare una parziale assicurazione ai crediti concessi dagli istituti di credito a favore delle piccole e medie imprese”. L’impatto sulle imprese è quindi quello di favorire l’accesso alle fonti finanziarie delle PMI mediante la concessione di una garanzia pubblica.

Le disposizioni operative per l’accesso al Fondo sono state da principio individuate dal D.M. 31 maggio 1999, n. 248 in attuazione della legge 7 agosto 1997, n. 266, all'art. 15.

A seconda della natura del soggetto che si rivolge al Fondo Centrale di Garanzia esistono diverse modalità di intervento:Garanzia diretta; Controgaranzia; Cogaranzia.

Un primo rafforzamento dell’operatività del Fondo è intervenuto con il decreto legge anti crisi n. 185/2008 convertito con legge n. 2 del 28/1/2009 e con il decreto legge incentivi n. 5/2009, convertito con legge n. 33 del 9/4/2009. Le principali novità di tali interventi sono stati:l’incremento della dotazione (circa 2 miliardi di euro stanziati per il periodo 2008-2012); l’estensione dell’operatività a imprese prima escluse; l’innalzamento dell’importo massimo garantito (disposto con Decreto del Ministro dello Sviluppo Economico del 9/4/09) a 1,5 milioni di euro; la garanzia di ultima istanza dello Stato (ponderazione zero).

A fine 2011, il Governo ha previsto la riforma e il rifinanziamento del Fondo centrale di garanzia per le PMI: con gli articoli 33 e 39 del DL 6 dicembre 2011 n. 201 convertito con modificazioni dalla Legge 22 dicembre 2011 n. 214 (cosiddetto Salva Italia), il plafond complessivo del Fondo è stato incrementato (rifinanziamento di 400 milioni di euro per ciascuno degli anni 2012, 2013, 2014) e sono state previste misure innovative. In attuazione delle citate disposizioni è stato adottato il D.M. 26 giugno 2012. Tale decreto individua, per gli interventi del Fondo, in relazione a tipologie di operazioni finanziarie, categorie di imprese beneficiarie, settori economici di appartenenza e aree geografiche: la misura della copertura degli interventi di garanzia e controgaranzia; la misura della copertura massima delle perdite; l'importo massimo garantito per singola impresa; la misura delle commissioni per l'accesso alla garanzia. È altresì definita la misura minima dell'accantonamento da operare, a titolo di coefficiente di rischio, per ogni operazione finanziaria ammessa alla garanzia del Fondo.

 

La prima finalità, ossia quella di ampliare la platea di imprese potenziali beneficiarie del Fondo, individuata dall’articolo 1, comma 1, lettera a), viene specificata, con l’esplicitazione di alcuni criteri direttivi.

Stando alla lettera della disposizione l’indicazione dei criteri tramite i quali perseguire l’obiettivo dell’ampliamento dell’accesso al credito non sembrerebbe essere esaustiva, in quanto la lettera a) del comma 1, all’alinea, contiene - proprio con riferimento ai criteri di specificazione - l’espressione “anche tramite”.

 

Potrebbe essere valutata l’opportunità di specificare se il Governo in sede di redazione del decreto attuativo possa individuare ulteriori criteri rispetto a quelli contenuti nella lettera a).

 

Il primo criterio indicato per l’ampliamento dell’accesso al credito, di cui all’art.1, comma 1, lettera a, n.1) è l'aggiornamento delle regole d'accesso, con riferimento alla valutazione delle imprese ammesse e alla misura dell’accantonamento a titolo di coefficiente di rischio. Tale aggiornamento è effettuato «in funzione del ciclo economico e dell'andamento del mercato finanziario e creditizio».

Non è ulteriormente specificato in che modo la congiuntura economica possa servire da parametro per la modifica del sistema di valutazione delle imprese ammesse.

Come già ricordato, da ultimo i criteri e le modalità per la concessione della garanzia e per la gestione del Fondo sono stati modificati dal D.M. 26 giugno 2012. Tale decreto ha disposto che i soggetti beneficiari sono le piccole e medie imprese, comprese le imprese artigiane in possesso dei parametri dimensionali di cui alla vigente disciplina comunitaria in materia di aiuti di Stato alle piccole e medie imprese (decreto MAP del 18 aprile 2005, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 238 del 12 ottobre 2005), ed alla Raccomandazione della Commissione Europea 2003/361/CE del 6 maggio 2003:

§       valutate “economicamente e finanziariamente sane” sulla base di criteri di valutazione che variano a seconda del settore di attività e del regime contabile dell’impresa beneficiaria;

§       appartenenti a qualsiasi settore (ad eccezione dei settori “sensibili” esclusi dall’UE in base a quanto stabilito dalle vigenti disposizioni comunitarie in materia di aiuti "de minimis”);

§       situate sul territorio nazionale (anche per investimenti all’estero)

Sono inoltre soggetti beneficiari i consorzi e le società consortili, costituiti tra piccole e medie imprese di cui agli articoli 17, 18, 19 e 23 della legge 5.10.91., n. 317, e le società consortili miste di cui all’articolo 27 della medesima legge

 

Il secondo criterio individuato dall’articolo 1, comma 1, lettera a) , numero 2) è più specifico ed è volto ad innalzare dall’attuale settanta per cento fino all’ottanta per cento dell’importo dell’operazione, la misura massima di copertura del Fondo per due tipologie di operazioni:

§      operazioni di anticipazione di credito verso imprese che vantano crediti nei confronti di pubbliche amministrazioni

§      operazioni finanziarie comunque finalizzate all'attività di impresa, aventi durata non inferiore a 36 mesi

 

Gli articoli 4 e 5 del D.M. 26-6-2012, la cui applicazione è richiamata nel testo, definiscono le modalità e i limiti delle operazioni rispettivamente di sostegno alle imprese creditrici nei confronti della pubblica amministrazione e per le operazioni con durata superiore a trentasei mesi, specificando nel primo caso che ai fini dell'ammissione alla garanzia del Fondo, i crediti devono essere certificati dall'Amministrazione debitrice, sia nell'ammontare, sia nella loro certezza, esigibilità e liquidità. Nel secondo caso invece è specificato che nel caso in cui le operazioni finanziarie abbiano ad oggetto il consolidamento di passività a breve termine, ai fini del riconoscimento della predetta misura massima di copertura nonché dell'importo massimo garantibile, l'operazione finanziaria per la quale è richiesta la garanzia del Fondo deve essere accordata al soggetto beneficiario da un soggetto finanziatore diverso, nonché appartenente ad un differente gruppo bancario, rispetto a quello che ha erogato, al medesimo soggetto beneficiario, i prestiti oggetto di consolidamento.

 

Il terzo criterio indicato dall’articolo 1, comma 1, lettera a) , numero 3) è volto a potenziare l’efficacia degli interventi del Fondo tramite la semplificazione delle procedure e delle modalità di presentazione delle richieste, in particolare attraverso lo sfruttamento delle tecnologie digitali.

Il quarto e ultimo criterio consiste nella previsione che le misure operative individuate dal governo nella predisposizione del decreto attuativo dovranno garantire l’effettivo trasferimento dei vantaggi della garanzia pubblica alle imprese destinatarie.

Andrebbe specificata l’effettiva portata normativa della disposizione di cui al numero 4 della lettera a), in quanto sembra che essa si limiti ad esprimere un mera finalità.

 

La lettera b) prevede che il Governo individui misure volte ad escludere l’accesso al Fondo per operazioni finanziarie già deliberate dai soggetti finanziatori, con l’intento evidente di circoscrivere la concessione della garanzia alle imprese che, effettivamente, abbiano bisogno di un sostegno pubblico per poter accedere al credito bancario.

Il comma 2, con riferimento all’approvazione delle condizioni di ammissibilità per l’accesso al Fondo adottate dal Comitato di gestione dello stesso, ribadisce la competenza del Ministro dello sviluppo economico (aggiornandone la denominazione). L’elemento innovativo consiste nella sostituzione del parere del Ministro dell’agricoltura, attualmente previsto, con quello del Ministro dell’Economia e delle finanze.

Le condizioni di ammissibilità nonché le disposizioni di carattere generale sono adottate, in base a quanto previsto dall’articolo 15, comma 3 della L. 7-8-1997 n. 266, da un “distinto organo, competente a deliberare in materia”, nel quale sono nominati anche un rappresentante delle banche e uno per ciascuna delle organizzazioni rappresentative a livello nazionale delle piccole e medie imprese industriali e commerciali. Tale organo è stato individuato dall’articolo 13 del più volte citato D.M. 31-5-1999 n. 248 (Regolamento recante criteri e modalità per la concessione della garanzia e per la gestione del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese) in un comitato, al quale è affidata l'amministrazione del Fondo. Il comma 2 dell’articolo 13 stabilisce che il comitato adotta le necessarie disposizioni operative nel rispetto della legge 7 agosto 1990, n. 241, in aderenza a criteri di semplificazione e di minima onerosità per i soggetti richiedenti. Il periodo oggetto di (implicita) modifica da parte della disposizione in esame prevede che le condizioni di ammissibilità e le disposizioni di carattere generale sono soggette all'approvazione del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato sentito il Ministro per le politiche agricole e sono pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

Per quanto riguarda la gestione del Fondo, essa è affidata ad un comitato di Gestione e ad un Gestore.

Il Comitato di gestione è formato da 21 componenti, nominati con Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, in rappresentanza degli interessi delle Amministrazioni Centrali (Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, Presidenza del Consiglio dei Ministri), locali , di ABI e delle Categorie (Confindustria, Confapi, Confcommercio, Confartigianato, CNA, Casartigiani, Confartigianato/UNATRAS, Confesercenti e Confcooperative).

Si riunisce con cadenza settimanale e si occupa di: deliberare le disposizioni di carattere generale e le condizioni di ammissibilità dello strumento e, con riferimento alle singole operazioni, l’ammissione alla garanzia, le quote di accantonamento, il versamento degli acconti, la liquidazione delle perdite, le revoche e qualsiasi altra modifica. Inoltre, approva la situazione contabile del Fondo, la rendicontazione delle disponibilità, gli impegni e le insolvenze alla data del 31/12 precedente e segnala al Ministero dello Sviluppo Economico la necessità di integrazione delle risorse del Fondo

Il Gestore, a seguito dell’aggiudicazione della gara indetta dal Ministero dello Sviluppo Economico (bando di gara pubblicato in G.U.R.I. 5a serie speciale n. 107 del 15 settembre 2010), è ad oggi costituito da un raggruppamento temporaneo di imprese formato da cinque istituti bancari: MedioCredito Centrale S.p.A., in qualità di soggetto mandatario capofila, Artigiancassa S.p.A., MPS Capital Services Banca per le Imprese S.p.A., Mediocredito Italiano S.p.A. e Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane S.p.A., in qualità di mandanti.

 

Il comma 3 abroga la disposizione (comma 3 dell’articolo 11 del D.L. 185 del 2008) per la quale si riservava il 30% dell’importo di rifinanziamento del Fondo di garanzia agli interventi di controgaranzia del Fondo a favore dei Confidi previsto dall’articolo 13 del D.L. n. 269 del 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 326 del 2003.

Con il termine “confidi” si intendono i consorzi con attività esterna, le società cooperative, le società consortili per azioni, a responsabilità limitata o cooperative, che svolgono l'attività di garanzia collettiva dei fidi al fine di agevolare le imprese nell’accesso ai finanziamenti, a breve medio e lungo termine, destinati allo sviluppo delle attività economiche e produttive. Il comma 20 del richiamato articolo 13 dispone che i confidi che riuniscono complessivamente non meno di 15.000 imprese e garantiscono finanziamenti complessivamente non inferiori a 500 milioni di euro possono istituire, anche tramite le loro associazioni nazionali di rappresentanza, fondi di garanzia interconsortile destinati alla prestazione di controgaranzie e cogaranzie ai confidi.

 

Il comma 4 sopprime l’ultimo periodo del comma 3 dell’articolo 39 del D.L. 201/2011 che prevede che una quota non inferiore all’80 per cento delle disponibilità finanziarie del Fondo è riservata ad interventi non superiori a cinquecentomila euro d’importo massimo garantito per singola impresa.

 

Il comma 5 prevede l’abrogazione dell’estensione della garanzia del Fondo di garanzia a favore delle piccole e medie imprese anche alle grandi imprese, limitatamente ai soli finanziamenti erogati con la partecipazione di Cassa depositi e prestiti. E’ dunque abrogato il comma 10-sexies dell’articolo 36 del D.L. 179/2012 che integrava il comma 4 dell’articolo 39, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, sopprimendosi contestualmente tale integrazione.

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2014-2020, la Commissione ha proposto uno strumento finanziario di debito dell'UE destinato a sostenere la crescita delle imprese e la ricerca e l'innovazione, che fornirà garanzie e altre forme di condivisione del rischio al fine di favorire i prestiti alle piccole e medie imprese (PMI), incluse quelle orientate alla ricerca e all'innovazione.

Tale strumento finanziario sarà una struttura integrata costituita di diversi dispositivi con obiettivi politici specifici, in linea con la comunicazione della Commissione su "Un quadro per la prossima generazione di strumenti finanziari innovativi: le piattaforme UE di capitale e di debito" (COM(2011) 662). Esso sarà finanziato dal programma per la competitività delle imprese e le PMI (COSME) 2014-2020, dal programma Horizon 2020 e dal programma Europa creativa:

§      attraverso il programma COSME la Commissione offrirà alle imprese e in particolare alle PMI uno strumento di garanzia dei prestiti, che offrirà garanzie per:

-   (i) il finanziamento mediante prestiti, prestiti subordinati e partecipativi o leasing per ridurre le particolari difficoltà che le PMI incontrano nell'ottenere crediti per la loro crescita;

-   (ii) la cartolarizzazione di portafogli di crediti concessi a PMI, volta a mobilitare risorse supplementari per il finanziamento delle piccole e medie imprese.

Ad eccezione dei prestiti del portafoglio cartolarizzato, lo strumento di garanzia dei prestiti coprirà i prestiti fino a 150.000 euro e con una scadenza minima di 12 mesi.

§      attraverso il programma Horizon 2020, la Commissione appronterà un dispositivo per la concessione di crediti (Debt Facility) con uno "sportello PMI" volto a sostenere le piccole e medie imprese orientate alla ricerca e all'innovazione. Lo "sportello PMI" destinerà a tali imprese prestiti mirati che andranno a integrare i finanziamenti concessi alle PMI in virtù dello strumento di garanzia dei prestiti previsto dal programma COSME;

§      attraverso il programma Europa creativa, la Commissione propone la creazione di uno strumento di garanzia mirato in special modo alle PMI operanti nei settori culturale e creativo.

L’accordo sul quadro finanziario pluriennale è stato raggiunto il 27 giugno 2013 concludendo i complessi negoziati a livelli di “trilogo” (Commissione europea, Consiglio e Parlamento europeo).

In occasione del Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, come annunciato dal vicepresidente della Commissione Antonio Tajani, è prevista la presentazione di una serie di proposte concertate tra Commissione e Banca europea per gli investimenti (BEI) per agevolare l'accesso al credito alle piccole e medie imprese. A finanziare tali proposte saranno quasi 10 miliardi di euro di fondi strutturali e fondo d'investimento europei, cui si aggiungono 420 milioni di euro dai citati programmi COSME e Horizon 2020. Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente Tajani, a seconda del tipo di strumento finanziario utilizzato e della sua struttura, si potrà ottenere un effetto leva diverso, a scelta degli Stati membri (fino a 100 miliardi di euro).

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non ascrive alla norma effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

La relazione tecnica precisa che la norma è finalizzata al rafforzamento ed alla razionalizzazione degli interventi del Fondo di garanzia. In particolare, la RT afferma che l’adeguamento dei criteri delle soglie di valutazione per l’accesso al Fondo, unitamente all’incremento della percentuale di copertura per le operazioni con durata non inferiore a 36 mesi per le operazioni di anticipazioni in favore di imprese che vantano crediti verso la P.A., determinerà una prevedibile crescita sia dell’operatività del Fondo (in virtù dell’ampliamento della platea delle imprese potenziali beneficiarie) sia degli accantonamenti operati (in ragione delle più alte coperture).

La RT afferma, inoltre, che tali modifiche avranno un impatto assolutamente marginale nell’anno in corso sull’operatività del Fondo. Infatti, l’adeguamento dei criteri sarà definito con un successivo decreto interministeriale e potrà essere effettivamente operativo solamente negli ultimi mesi del 2013.

La RT rileva, inoltre che, al prevedibile incremento del numero di operazioni ammesse alla garanzia conseguente all’ampliamento della platea delle imprese potenzialmente beneficiare si farà fronte attraverso maggiori accantonamenti a titolo di coefficiente di rischio, da operare anche con riferimento alla specifica categoria di imprese ammesse alla garanzia in virtù dell’adeguamento delle soglie di accesso, nella misura massima delle disponibilità del Fondo che, a legislazione vigente, è stato incrementato con lo stanziamento previsto per l’anno 2014[1].

La RT conclude affermando che la disposizione non comporta effetti negativi per la finanza pubblica.

 

In merito ai profili di quantificazione, si rileva che le norme appaiono essenzialmente rivolte a conferire all’amministrazione maggiori margini di discrezionalità nella gestione del Fondo centrale di garanzia per le PMI, al fine di aumentare l’efficienza degli aiuti all’accesso al credito per micro, piccole e medie imprese, nella misura massima delle disponibilità del Fondo. Al riguardo, non vi sono osservazioni da formulare.


 

Articolo 2
(Finanziamenti per l'acquisto di nuovi macchinari, impianti e attrezzature da parte delle piccole e medie imprese)

L'articolo 2 introduce un meccanismo incentivante per le piccole e medie imprese che vogliono effettuare investimenti per l'acquisto, anche tramite leasing, di macchinari, impianti e attrezzature ad uso produttivo.

I soggetti destinatari della misura agevolativa sono le piccole e medie imprese ai sensi della Raccomandazione 2003/361/Ce della Commissione del 6 maggio 2003.

Secondo la definizione della Raccomandazione citata nel testo le microimprese, le piccole o medie imprese vengono definite in funzione del loro organico e del loro fatturato ovvero del loro bilancio totale annuale. Una media impresa è definita come un'impresa il cui organico sia inferiore a 250 persone e il cui fatturato non superi 50 milioni di euro o il cui totale di bilancio annuale non sia superiore a 43 milioni di euro. Una piccola impresa è definita come un'impresa il cui organico sia inferiore a 50 persone e il cui fatturato o il totale del bilancio annuale non superi 10 milioni di euro.

Una microimpresa è definita come un'impresa il cui organico sia inferiore a 10 persone e il cui fatturato o il totale di bilancio annuale non superi 2 milioni di euro.

 

Il meccanismo prevede innanzitutto l'intervento di Cassa depositi e prestiti presso la gestione separata della quale viene costituito un plafond che sarà utilizzato dalla medesima Cassa per fornire, fino al 31 dicembre 2016, provvista dalle banche per la concessione di finanziamenti alle imprese che intendono effettuare investimenti per rinnovare i propri macchinari.

Per l’intervento della Cassa depositi e prestiti sono richiamate le disposizioni di cui all'articolo 3, comma 4-bis, del D.L. 5/2009, che consentono l'utilizzo delle risorse rivenienti dal risparmio postale e attribuite a Cassa depositi e prestiti S.p.A. per iniziative a favore delle piccole e medie imprese attraverso l'intermediazione di soggetti autorizzati all'esercizio del credito (comma 2).

Il comma 4-bis dell’articolo 3 del D.L. 5/2009 dispone in merito all’applicazione dell’articolo 5, comma 7, lettera a) del decreto-legge n. 269 del 2003 in relazione alle forme che possono assumere le operazioni di finanziamento che rientrano nella gestione separata della Cassa depositi e prestiti S.p.A. I soggetti beneficiari del finanziamento, sotto qualsiasi forma, rientranti nella c.d. gestione “separata” sono: lo Stato; le regioni; gli enti locali; gli enti pubblici in generale; gli organismi di diritto pubblico. Le forme di provvista relative a questi finanziamenti sono rappresentate, in primo luogo, dal risparmio postale, raccolto attraverso libretti di risparmio postale e buoni fruttiferi postali.

La norma chiarisce più specificamente le diverse forme che possono assumere le operazioni di finanziamento che rientrano nella gestione separata della Cassa, quali: la concessione di finanziamenti; il rilascio di garanzie; l’assunzione di capitale di rischio o di debito.

Le operazioni di finanziamento possono essere realizzate anche a favore delle piccole e medie imprese per finalità di sostegno all’economia. La norma infine aggiunge che tutte le operazioni precedentemente elencate possono essere effettuate:

1)    direttamente dalla Cassa medesima;

2)    mediante l’intermediazione di soggetti autorizzati all’esercizio del credito.

Tale ultima disposizione prevede l’eccezione delle operazioni a favore delle piccole e medie imprese per le quali è ammesso esclusivamente il finanziamento attraverso l’intermediazione di soggetti autorizzati all’esercizio del credito.

 

I finanziamenti sono erogati dalle banche che aderiscono alla convenzione da stipulare tra il Ministero dello sviluppo economico (sentito il Ministero dell'economia e delle finanze), Cassa depositi e prestiti S.p.A. e ABI.

A tale convenzione (o convenzioni) è rimessa altresì la disciplina di dettaglio, per quanto attiene, in particolare, alle modalità operative per la concessione dei finanziamenti agevolati, dei contratti tipo di finanziamento e cessione del credito, incluse le attività di monitoraggio e di rendicontazione svolte dalle banche. (comma 7).

I finanziamenti bancari avranno durata non superiore a cinque anni e saranno erogati fino ad un massimo di 2 milioni di euro per impresa, anche frazionato in più iniziative. Si prevede, inoltre, la possibilità che il finanziamento copra l'intero costo dell'investimento (comma 3).

 

Come sottolineato altresì dalla Relazione tecnica allegata al disegno di legge di conversione del decreto legge, l'istituzione presso Cassa depositi e prestiti S.p.A. di un plafond di 2,5 miliardi di euro – eventualmente incrementabile fino a 5 miliardi di euro sulla base del monitoraggio sull'andamento dei finanziamenti e nei limiti delle risorse disponibili o delle necessarie coperture – (comma 8) non ha impatto sul bilancio dello Stato, in quanto è effettuata da Cassa depositi e prestiti s.p.a. a condizioni di mercato, in analogia con altre iniziative a favore delle P.M.I., già precedentemente intraprese o tuttora in corso.

Nel supporto alle imprese, soprattutto di piccola e media dimensione la Cassa agisce in sinergia con il sistema bancario italiano. La cooperazione con l’Associazione Bancaria Italiana (ABI) ha consentito all’Istituto di strutturare, attraverso apposite Convenzioni, specifici Plafond di risorse, finalizzati a favorire l’accesso al credito delle PMI.

Il Plafond PMI 2009 è operante dalla seconda metà del 2009. Dotato con 8 miliardi di euro, interamente contrattualizzati, risulta stabilmente inserito nelle reti commerciali delle Banche italiane, che hanno aderito allo strumento per oltre il 92% in termini di quote di mercato.

Il Nuovo Plafond PMI, è stato lanciato da CDP a marzo 2012 con ulteriori 10 miliardi di euro, In questo scenario, CDP ha inteso far assumere allo strumento una chiara natura strutturale anticiclica, per il supporto delle imprese e per il loro accompagnamento nelle auspicate fasi di sviluppo degli investimenti e di nuova progettualità.

 

La seconda parte dell’intervento consiste nell’erogazione di un contributo statale alle imprese che accedono ai predetti finanziamenti bancari per coprire parte degli interessi (comma 4).

Il contributo è infatti calcolato in rapporto agli interessi sui finanziamenti bancari. E’ rimessa ad un decreto dello Sviluppo economico di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, la determinazione della misura massima del contributo nonché la definizione delle condizioni di accesso e le modalità di funzionamento (commi 4 e 5).

Si segnala che non è previsto alcun termine per l’emanazione del decreto ministeriale di cui al comma 5.

L’articolo 2, comma 4, terzo periodo con disposizione che appare priva di reale portata innovativa, specifica inoltre che “I contributi sono concessi nel rispetto della disciplina comunitaria applicabile e, comunque, nei limiti dell'autorizzazione di spesa di cui al comma 8”.

Per quanto riguarda l’erogazione dei contributi è autorizzata (comma 8, secondo periodo) la spesa di:

§      7, 5 milioni di euro per il 2014

§      21 milioni di euro per il 2015

§      35 milioni di euro per gli anni dal 2016 al 2019

§      17 milioni di euro per l’anno 2020

§      6 milioni di euro per l’anno 2021.

 

E’ inoltre prevista la possibilità che i finanziamenti, fino all'80 per cento del loro ammontare, siano assistititi dalla garanzia del Fondo centrale di garanzia per le piccole e medie imprese, a valere sulle risorse finanziarie già disponibili nel Fondo stesso. E’ demandata a decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze la determinazione delle modalità priorità di accesso e delle modalità di concessione della garanzia (comma 6).

Si segnala che non è previsto alcun termine per l’emanazione del decreto ministeriale di cui al comma 6.

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Nell’ambito del quadro finanziario pluriennale, la Commissione ha proposto uno strumento finanziario di capitale proprio a livello dell'UE destinato a sostenere la crescita delle imprese dell'Unione e la ricerca e l'innovazione, che fornirà capitale di rischio e finanziamenti mezzanini alle imprese dall'avvio (incluso seed capital) alla fase di crescita.

Tale strumento finanziario sarà una struttura integrata costituita di diversi dispositivi con obiettivi politici specifici, in linea con il quadro per la prossima generazione di strumenti finanziari innovativi. Esso sarà finanziato dal programma per la competitività delle imprese e le PMI (COSME) e dal programma Horizon 2020:

§      il programma COSME comprenderà uno strumento di capitale proprio per le imprese nelle fasi di espansione e di crescita. Questo strumento avrà anche la possibilità di investire in nuove imprese nella prima fase di sviluppo insieme con il programma Horizon 2020;

§      il programma Horizon 2020 da parte sua includerà uno strumento di capitale proprio mirato alle imprese nella prima fase di sviluppo. Questo strumento avrà anche la possibilità di investire in imprese nelle fasi di espansione e di crescita insieme con il programma COSME.

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo ascrive alla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2013

2014

2015

2013

2014

2015

2013

2014

2015

Maggiori spese correnti

 

7,5

21

 

7,5

21

 

7,5

21

 

Si ricorda che, in base al comma 8, la spesa autorizzata va oltre il trienni, secondo il seguente sviluppo:

(mln di euro)

 

2014

2015

2016-2019

2020

2021

Autorizzazione annua di spesa per contributo in conto interessi

7,5

21

35

17

6

 

La relazione tecnica, nel richiamare le finalità e il contenuto della norma, sottolinea che i finanziamenti saranno erogati dalle banche aderenti all’iniziativa secondo le proprie autonome valutazioni.

La relazione sottolinea inoltre che i limiti per la determinazione del contributo erogabile alla singola impresa saranno fissati con apposito decreto interministeriale nel rispetto delle intensità massime di aiuto previste dalla disciplina comunitaria applicabile e dell’autorizzazione di spesa di cui al comma 8 e i contributi saranno materialmente erogati alle imprese beneficiarie in più quote, determinate in relazione alla effettiva durata del finanziamento.

Sotto il profilo dell’impatto dell’intervento sul bilancio dello Stato, la relazione evidenzia che la prima misura prevista dalla norma (plafond) – finalizzata a fornire provvista aggiuntiva al sistema bancario – non ha alcun impatto sul bilancio dello Stato, in quanto rappresenta un’operazione effettuata dalla Cassa depositi e prestiti S.p.A. a condizioni di mercato, in maniera analoga a quanto già fatto dalla stessa Cassa nell’ambito di altre recenti iniziative (Plafond 2009 e Nuovo Plafond PMI) realizzate negli scorsi anni e tutt’ora in corso.

La seconda misura disciplinata dalla norma, avente ad oggetto il riconoscimento del contributo previsto al comma 4, rapportato agli interessi calcolati sui finanziamenti concessi dalla banca, determina un fabbisogno finanziario determinato sulla base delle seguenti ipotesi:

§      erogazione, da parte di Cassa depositi e prestiti S.p.A. alle banche, della provvista “di scopo” in più tranche, in funzione del tiraggio delle risorse da parte delle banche aderenti all’iniziativa. L’ipotesi ritenuta più realistica è quella di erogazione di una prima tranche di 1 miliardo di euro nel 2014 e di due successive tranche, ciascuna di 750 milioni di euro, per gli anni 2015 e 2016. La provvista di Cassa depositi e prestiti, ai sensi del comma 8, potrà essere aumentata fino a 5 miliardi di euro sulla base delle risorse disponibili, ovvero che si renderanno disponibili con successivi provvedimenti legislativi, secondo gli esiti del monitoraggio sull’andamento dei finanziamenti effettuato dalla Cassa depositi e prestiti S.p.a.

§      restituzione alle banche, da parte delle piccole e medie imprese beneficiarie, dei finanziamenti ottenuti, in 5 anni, secondo un piano di ammortamento con rate semestrali;

§      importo massimo del contributo pari alla somma degli interessi calcolati sui finanziamenti applicando un tasso convenzionale, individuato dal decreto di cui al comma 5, stimato nella misura del 2,7% annuo.

Sulla base delle predette ipotesi, la relazione formula le seguenti previsioni di utilizzo della provvista CDP e stima del fabbisogno finanziario per l’erogazione del contributo

 

Tenuto conto dell’andamento della stima del fabbisogno finanziario per l’erogazione del contributo e della possibilità di incrementare la provvista di Cassa depositi e prestiti fino a 5 miliardi, in funzione delle risorse disponibili e degli esiti del monitoraggio, il comma 8 autorizza una spesa a fronte di tali oneri, parzialmente rimodulata rispetto al fabbisogno illustrato, nel limite massimo di 7,5 milioni di euro per l’anno 2014, 21 milioni di euro per l’anno 2015, 35 milioni di euro per ciascuno degli anni 2016, 2017, 2018 e 2019, 17 milioni di euro nel 2020 e 6 milioni per il 2021. A tali oneri si provvede ai sensi dell’articolo 61.

 

Infine, per la terza e ultima misura prevista dalla norma al comma 6, rappresentata dal riconoscimento, sui finanziamenti concessi nell’ambito dell’iniziativa, di specifiche priorità e modalità semplificate di accesso agli interventi del “Fondo di garanzia per le PMI”, non sono previsti nuovi e maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato, in quanto l’accesso sarà consentito a valere sulle risorse finanziarie già disponibili sul predetto Fondo.

 

Con riferimento ai profili di quantificazione appaiono necessari chiarimenti in merito ai seguenti aspetti:

§      andrebbero in primo luogo meglio precisati i profili dell’operazione delineata dalla norma. In particolare andrebbe chiarito se la provvista resa disponibile dalla CDP esaurisca l’ammontare di risorse a valere sulle quali si prevede che le banche concedano i finanziamenti assistiti da garanzia statale. In tal caso, per lo meno con riferimento alla quota di finanziamenti assistiti dalla predetta garanzia (prevista fino a un massimo dell’80%), le banche stesse svolgerebbero una funzione di mera intermediazione tra la CDP e le imprese, senza svolgere alcuna funzione di erogazione del credito a valere su risorse proprie. La remunerazione del servizio reso dalle banche sembrerebbe pertanto assumere carattere di corrispettivo a fronte della gestione di un servizio di intermediazione, mentre gli interessi dovrebbero restare di spettanza della CDP. Andrebbero pertanto precisate le modalità di remunerazione del sistema bancario e di CDP e assicurato che l’autorizzazione di spesa disposta dalla norma risulti congrua con riferimento ad entrambe le modalità di remunerazione. Si segnala in proposito che la quantificazione operata sembra fare riferimento unicamente ad una spesa per interessi calcolata al tasso del 2,7% annuo (cfr. infra), senza chiarire come tale ammontare vada ripartito tra i predetti soggetti, né se lo stesso risulti o meno comprensivo di eventuali oneri per commissioni;

§      con riferimento alla quota di capitale erogato non assistita dalla garanzia statale, andrebbe precisato su chi gravi il rischio di insolvenza da parte delle imprese beneficiarie;

§      andrebbero meglio precisate le modalità dell’eventuale innalzamento del tetto di 2,5 mld fino all’ammontare massimo di 5 mld, che la norma condiziona all’esistenza di “risorse disponibili ovvero che si renderanno disponibili con successivi provvedimenti legislativi”;

§      in merito alla quantificazione dell’autorizzazione di spesa, si segnala che essa non risulta conforme agli importi evidenziati dalla relazione tecnica, come si evidenzia nella seguente tabella:

 

(mln di euro)

 

2014

2015

2016

2017

2018

2019

2020

2021

Totale

Autorizzazione annua di spesa per contributo in conto interessi

7,5

21

35

35

35

35

17

6

192

Quantificazione operata dalla relazione tecnica

6,8

19,0

39,9

50,0

36,7

23,1

10,6

3,2

189,1

Differenza

0,8

2,0

-4,9

-15,0

-1,7

11,9

6,4

2,8

2,4

 

 

In proposito la stessa evidenzia che l’autorizzazione di spesa opera una parziale rimodulazione rispetto al fabbisogno illustrato “tenuto conto dell’andamento della stima del fabbisogno finanziario per l’erogazione del contributo e della possibilità di incrementare la provvista di Cassa depositi e prestiti fino a 5 miliardi”. Al riguardo andrebbero chiariti i parametri alla base di tale rimodulazione e meglio specificate le relative motivazioni, chiarendo in particolare in che modo si sia tenuto conto dell’eventuale innalzamento della provvista fino a 5 mld. Si segnala infatti che, operando una verifica della stima sulla base delle specifiche fornite dalla relazione tecnica e con riferimento ad un ammontare della provvista di 2,5 mld, si perviene ad un onere complessivo, per l’intero arco di tempo considerato, leggermente superiore a quello indicato dalla relazione tecnica. Non sembra pertanto che la quantificazione operata possa già includere l’eventuale innalzamento del tetto della provvista fino a 5 mld;

§      in merito all’ammontare dell’autorizzazione di spesa , dal momento che la norma definisce sia il tetto del contributo in conto interessi, sia l’ammontare massimo dei finanziamenti concedibili, rimandando a un decreto ministeriale la definizione delle modalità di raccordo tra tali due tetti massimi, andrebbe chiarito con quali modalità si preveda di operare il raccordo tra i due limiti indicati dalla norma nel caso si verifichino disallineamenti nel corso dell’attuazione della disposizione;

§      con riferimento al rischio di escussione della garanzia statale concessa a fronte dei finanziamenti, si sottolinea che non appare prudenziale il mancato adeguamento della dotazione delle risorse destinate alla predetta finalità a fronte dell’esposizione al rischio addizionale derivante dalla norma in esame;

§      al fine di evitare l’insorgenza di rischi di riclassificazione della Cassa depositi e prestiti rispetto al perimetro della pubblica amministrazione, andrebbe assicurato che l’adesione alle convenzioni da parte della Cassa stessa non si configuri come un obbligo giuridico, ma sia soggetta alla libera valutazione in base alla convenienza economica dell’operazione.

Si segnala infine che il testo letterale della disposizione fa riferimento non solo alla concessione di finanziamenti ma anche di contributi in favore delle piccole imprese che effettuano investimenti in impianti. Andrebbe pertanto confermato che si tratti della medesima fattispecie, dovendosi intendere i contributi come riferiti al conto interessi sui finanziamenti erogati. Qualora infatti fosse prevista anche l’erogazione di contributi non soggetti al rimborso, i parametri di quantificazione degli effetti della disposizione, riferiti ai soli oneri per interessi, non risulterebbero adeguati.


 

Articolo 3
(Rifinanziamento dei contratti di sviluppo )

L’articolo 3 attribuisce 150 milioni di euro una tantum - a valere sulle disponibilità esistenti del Fondo per la crescita sostenibile - per il finanziamento dei contratti di sviluppo nel settore industriale, riguardanti territori regionali attualmente privi di copertura finanziaria.

 

In particolare il comma 1 definisce l’ambito di applicazione della misura di agevolazione, specificando che lo stanziamento di 150 milioni di euro è destinato finanziare, nel quadro degli interventi di cui all’articolo 43, del D.L. 112/2008, i programmi di sviluppo nel settore industriale, ivi inclusi quelli relativi alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli.

Tali programmi devono esser realizzati nei territori regionali che, sulla base delle fonti finanziarie disponibili alla data di entrata in vigore del presente decreto, non sono destinatari di risorse per la concessione delle agevolazioni.

 

Il D.M. 24 settembre 2010 ha attuato l'art. 43 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 dettando le disposizioni in merito ai criteri e modalità di concessione di agevolazioni finanziarie tramite i contratti di sviluppo. Il Contratto di Sviluppo favorisce la realizzazione di investimenti di rilevanti dimensioni, proposti da imprese italiane ed estere. Finanzia investimenti nei settori industriale, turistico e commerciale. È rivolto alle imprese italiane alle imprese estere che hanno una sede stabile in Italia. È sottoscritto da una o più imprese, Invitalia e da eventuali Amministrazioni pubbliche. È composto da uno o più progetti di investimento ed eventuali progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale inoltre può comprendere la realizzazione di infrastrutture di interesse pubblico..

I progetti di investimento del Contratto di Sviluppo possono essere realizzati:

§       nelle aree previste dalla Carta degli aiuti a finalità regionale approvata dalla Commissione europea per il periodo 2007-2013 (Aiuto di Stato n. 117/2010 pubblicato su GUUE del 10 agosto 2010, n. C 215/5)

§       nel resto del territorio nazionale, se presentati da PMI o da grandi imprese attive nella trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, con meno di 750 dipendenti e/o un fatturato inferiore a 200 milioni di euro (cosiddette “imprese intermedie”).

I progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale possono essere realizzati su tutto il territorio nazionale.

 

La relazione illustrativa precisa che allo stato attuale risultano assegnate ai contratti di sviluppo risorse, nell'ambito del Programma operativo nazionale ricerca e competitività 2007-2013 (PON R&C), del Piano di azione coesione (PAC) e delle risorse liberate del PON Sviluppo imprenditoriale locale 2000-2006 (PON SIL) ex decreto ministeriale 28 settembre 2012, finalizzate al finanziamento di programmi di sviluppo localizzati nelle sole regioni Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Sicilia, mentre risultano prive di copertura finanziaria tutte le altre regioni. A queste ultime, pertanto, la norma in commento ha inteso assegnare risorse, per un ammontare pari a 150 milioni di euro.

 

Per quanto riguarda la formulazione del testo, si osserva che il riferimento “nei territori regionali che (..) non possono essere destinatari di risorse per la concessione di agevolazioni” potrebbe generare dubbi applicativi, in quanto i territori che possono beneficiare delle agevolazioni sono indicati dal D.M. 24 settembre 2010 (che rinvia ai territori di cui alla Carta degli aiuti a finalità regionale approvata dalla Commissione europea per il periodo 2007-2013) e quindi si determinerebbe una violazione delle regole comunitarie.

A tal fine potrebbe essere opportuno sostituire “possono essere” con “sono ”, determinando in tal modo la destinazione dei 150 milioni in questione ai “territori regionali che (..) non sono destinatari di risorse per la concessione di agevolazioni”.

 

Il comma 2 prevede che i detti programmi siano agevolati tramite la concessione del solo finanziamento agevolato, nel limite massimo del 50% dei costi ammissibili.

La disciplina dei contratti di sviluppo, contenuta nel D.M. 24 settembre 2010, prevede che le agevolazioni possono essere concesse nelle seguenti forme, anche in combinazione tra loro:

§       contributo in conto impianti,

§       contributo alla spesa,

§       finanziamento agevolato,

§       contributo in conto interessi.

 

Con riguardo al finanziamento agevolato le circolari applicative del D.M. 24 settembre 2010 (Circolare del Ministero dello sviluppo economico esplicativa 16 giugno 2011 per la concessione delle agevolazioni e Circolare 29/3/2013) specificano che l'eventuale finanziamento agevolato é concesso nella misura massima del 75% in termini di percentuale nominale rispetto alle spese ammissibili e deve essere assistito da idonee garanzie ipotecarie e/o bancarie. Il finanziamento agevolato ha una durata massima di otto anni oltre ad un periodo di utilizzo e preammortamento commisurato alla durata del programma e, comunque, non superiore a quattro anni. Il tasso agevolato di finanziamento é pari al 20% del tasso di riferimento vigente alla data di concessione delle agevolazioni, fissato sulla base di quanto stabilito dalla Commissione Europea.

 

Alla concessione del contributo a fondo perduto si provvede, conformemente a quanto previsto dall'articolo 8, comma 1, del decreto interministeriale del 24 settembre 2010, nel limite finanziario dell'eventuale cofinanziamento regionale disposto in favore dei singoli programmi d'investimento.

Si ricorda che il comma 1, dell’articolo 8 prevede che la proposta definitiva di contratto di sviluppo è presentata dal proponente all’Agenzia (Invitalia), che ne invia immediatamente copia alla Regione o alle Regioni interessate, entro il termine di 60 giorni dal ricevimento della comunicazione di cui all’articolo 7, comma 3, prorogabile una sola volta di non oltre 30 giorni. Decorso tale termine perentorio, senza che la documentazione prevista sia stata presentata o qualora quella presentata risulti incompleta, la stessa non è più ricevibile e la relativa istanza di accesso è considerata decaduta. La Regione o le Regioni, entro 30 giorni dal ricevimento della proposta comunica/no le proprie osservazioni ed il proprio parere ed eventualmente la disponibilità al cofinanziamento, specificandone la misura, all’Agenzia, che li trasmette immediatamente al MiSE. Nel caso in cui la Regione o le Regioni non trasmettano entro il termine sopra indicato le proprie osservazioni ed il proprio parere, quest’ultimo si considera positivo.

 

Il comma 3 prevede che le risorse (150 milioni) volte a finanziare i tali programmi di sviluppo nel settore industriale e agricolo siano a valere sulle disponibilità esistenti del Fondo per la crescita sostenibile (articolo 23, D.L. n. 83/2012 e D.M. 8 marzo 2013) Le somme che non risultino impegnate entro il 30 giugno 2014 per le finalità previste dal medesimo comma ritornano nella disponibilità del Fondo per la crescita sostenibile.

Si ricorda che l’articolo 23 ha trasformato il Fondo speciale rotativo per 'innovazione tecnologica (FIT) nel Fondo per la crescita sostenibile, chiamato a promuovere i progetti di ricerca strategica, il rafforzamento della struttura produttiva e la presenza internazionale delle imprese nazionali; nel contempo ha abrogato numerose disposizioni, contenute nell’Allegato 1, che contenevano una serie di misure incentivanti per le imprese.

Per l’attuazione di tale riforma è stato emanato il D.M. 8 marzo 2013, il quale ha definito:

§       le finalità, le tipologie di intervento e le forme di aiuto concedibili nell’ambito del Fondo. Gli aiuti possono essere erogati nella forma di finanziamento agevolato, contributo in conto impianti, contributo in conto capitale, contributo diretto alla spesa, contributo in conto interessi, concessione di garanzia, partecipazione al capitale di rischio, bonus fiscale;

§       i termini, le modalità e le procedure, anche in forma automatizzata, attraverso bandi o direttive del Ministro per lo sviluppo economico, che individuano, tra l'altro, l'ammontare delle risorse disponibili, i requisiti di accesso dei soggetti beneficiari, le condizioni di ammissibilità dei programmi e/o progetti, le spese ammissibili e la forma e l'intensità dell'agevolazione.

Secondo quanto riportato nella relazione tecnica allegata al D.M. 8 marzo 2013 in aggiunta alle risorse iniziali, affluiranno al Fondo, ai sensi dell'articolo 27, comma 10, del D.L. 83/2012, anche quelle rivenienti dal rimborso dei finanziamenti agevolati concessi ai sensi dell'articolo 7 della L. 181/1989. La dotazione finanziaria complessiva del Fondo può essere stimata in 630 milioni di euro, a cui potrà aggiungersi una quota delle risorse non utilizzate del Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca (articolo 30, comma 3, decreto legge 83/2013).

 

Il comma 4 prevede che le modalità e i criteri per l'attuazione degli interventi di cui al comma 1 siano definite con un decreto del Ministro dello sviluppo economico con riguardo a specifiche priorità in favore dei programmi che ricadono nei territori oggetto di accordi, stipulati dal medesimo Ministero, per lo sviluppo e la riconversione di aree interessate dalla crisi di specifici comparti produttivi o di rilevanti complessi aziendali.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non considera la norma.

 

La relazione tecnica afferma che l’onere finanziario a carattere rotativo, che costituisce anche limite di spesa, trova copertura nell’ambito della disponibilità del Fondo per la crescita sostenibile. Pertanto la norma non comporta effetti negativi per la finanza pubblica.

 

In merito ai profili di quantificazione, andrebbe escluso che l’utilizzo del Fondo per la crescita sostenibile per le finalità previste dalla norma in esame possa determinare erogazioni per cassa non coerenti rispetto a quanto scontato negli andamenti tendenziali a legislazione vigente.

Andrebbe inoltre confermato che la concessione di contributi a fondo perduto a carico dei cofinanziamenti regionali sarà subordinata al rispetto dei vincoli di spesa previsti per le regioni dal patto di stabilità interno.

 

 


 

Articolo 4
(Norme in materia di concorrenza nel mercato del gas naturale e nei carburanti )

Il comma 1 limita ai soli clienti domestici l’applicazione transitoria del servizio di tutela gas, cioè il servizio per il quale per alcuni clienti c.d. “vulnerabili”, i prezzi di riferimento sono determinati dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas.

A tal fine, la norma interviene sull’articolo 22, comma 2, del decreto legislativo n.164/2000 (cd. decreto Letta), come modificato dall’articolo 7, comma 1, del D.Lgs. n.93/2011, che ha inserito i piccoli clienti industriali tra i cd. “clienti vulnerabili”.

 

Si ricorda in proposito che il citato comma 2 dell’articolo 22 del D.Lgs. 164/2000 reca la definizione di clienti vulnerabili, nella quale rientrano:

§       i clienti domestici,

§       le utenze relative ad attività di servizio pubblico, tra cui ospedali, case di cura e di riposo, carceri, scuole, e altre strutture pubbliche e private che svolgono un'attività riconosciuta di assistenza,

§       i clienti civili e non civili i cui consumi non superano i 50.000 metri cubi annui.

Nei confronti di tali clienti, la norma prevede che l’AEEG continui transitoriamente a determinare i prezzi di riferimento.

Alle forniture dei clienti che scelgono il servizio di tutela vengono applicate le condizioni economiche di riferimento fissate periodicamente dall'Autorità per l'Energia Elettrica e del Gas in base alle disposizioni del Testo integrato delle attività di vendita al dettaglio di gas (Allegato A alla Delibera ARG/gas 64/09). 

Si ricorda inoltre che, in sede di recepimento a livello nazionale del cd. “terzo pacchetto energia” (attuato con il D.Lgs. 93/2011), l’Antitrust in diverse segnalazioni a Governo e Parlamento (tra le quali As821 e As 901) e nella Relazione annuale per il 2013 (Doc XLV, n.1). ha chiesto di non estendere ulteriormente il perimetro del regime di tutela attualmente previsto, che andrebbe anzi progressivamente superato per garantire lo svolgimento di una corretta concorrenza nei mercati al dettaglio.

 

Si segnala che, così come formulata, la norma esclude anche le utenze relative ad attività di servizio pubblico dall’applicazione del servizio di tutela gas.

 

I commi da 2 a 6 mirano a velocizzare e dare certezza all'avvio delle prime gare di distribuzione del gas per ambiti territoriali, rafforzando i termini e le competenze delle Regioni, prevedendo una penalizzazione economica per i comuni che ritardano ad individuare la stazione appaltante e disponendo un potere sostitutivo statale.

Si ricorda che il cd. "Regolamento Criteri" (DM 12 novembre 2011, n. 226, Regolamento per i criteri di gara e per la valutazione dell'offerta per l'affidamento del servizio della distribuzione del gas naturale, in attuazione dell'articolo 46-bis del decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 29 novembre 2007, n. 222.), in vigore dall’11 febbraio 2012, completa le norme relative all’indizione delle Gare di Ambito per la distribuzione del gas. In questo modo, le nuove gare saranno disciplinate secondo criteri stabiliti per legge e omogenei (idonei a regolamentare il calcolo del valore di riscatto, gli oneri in capo all’aggiudicatario, i criteri di aggiudicazione, il contratto di servizio ecc).

E’ l’ultimo dei quattro provvedimenti emanati per rendere operativo l’affidamento del servizio di distribuzione del gas naturale per ambito territoriale tramite gare. Precedentemente sono stati emanati: il Decreto ministeriale del 19 gennaio 2011 sulla determinazione degli ambiti territoriali minimi, il Decreto ministeriale del 21 aprile 2011 sulla tutela dell’occupazione e il Decreto del 18 ottobre 2011 sull’individuazione dei Comuni per ambito.

 

Il comma 2 qualifica come perentori i termini indicati dall’articolo 3 del D.M. 12 novembre 2011 per l’avvio delle gare d’ambito nel primo periodo di applicazione, decorsi i quali la Regione avvia la procedura di gara attraverso la nomina di un commissario ad acta.  

Andrebbe valutata l’opportunità di effettuare un’interpretazione autentica con legge in relazione ad un termine contenuto in un decreto ministeriale.

 

Si ricorda che l’articolo 14, comma 7, del D.Lgs. 164/2000 prevede che la procedura di gara sia avviata dagli enti locali non oltre un anno prima della scadenza dell'affidamento, in modo da evitare soluzioni di continuità nella gestione del servizio. Qualora l'ente locale non provveda entro il termine indicato, sarà la regione, anche attraverso la nomina di un commissario ad acta, ad avviare la procedura di gara.

Questa sarà la tempistica da rispettare a regime (ai sensi dell’articolo 3, comma 2, del D.M. 12 novembre 2011, n. 226), mentre per il primo periodo di applicazione il comma 1 del medesimo D.M. indica una serie di scadenze meno stringenti e differenziate per gruppi di comuni (come risulta dalle tabelle contenute nell’allegato 1). Decorsi tali termini,

la Regione, previa diffida ai soggetti inadempienti contenente un termine perentorio a provvedere, avvia la procedura di gara come nel caso “a regime”.

 

Il comma 3 proroga di quattro mesi le date limite entro cui convocare i Comuni dell’ambito per la scelta della stazione appaltante per i primi due raggruppamenti di comuni di cui all’Allegato 1 del D.M. che sono scadute o scadrebbero entro il mese di ottobre 2013, con uno spostamento dei termini relativi alla mancata nomina della stazione appaltante a data non anteriore al 1° gennaio 2014.

Inoltre, viene indicata una procedura per designare la stazione appaltante per tutti gli ambiti dell’Allegato 1 in cui non è presente il capoluogo di provincia.

In tali casi la scelta della stazione appaltante avviene a maggioranza qualificata dei due terzi dei comuni appartenenti all’ambito che rappresentino almeno i due terzi dei punti di riconsegna dell’ambito, come risultanti dai dati di riferimento per la formazione degli ambiti pubblicati sul sito internet del Ministero dello Sviluppo Economico.

 

Si ricorda che, ai sensi dell’articolo 2 del D.M. 12 novembre 2011, n. 226, nel il Comune capoluogo di provincia (qualora appartenente all'ambito) o la Provincia (negli altri casi) convoca, entro la data di cui all'allegato 1 per il primo periodo di applicazione, gli Enti locali dell'ambito per identificare la stazione appaltante per la gestione della gara per l'affidamento del servizio di distribuzione del gas naturale.

Se il Comune capoluogo di provincia appartiene all’ambito, gli enti locali demandano a questo il ruolo di stazione appaltante (ferma restando la possibilità di demandare in alternativa tale ruolo a una società di patrimonio delle reti ove presente). Altrimenti, essi individuano un Comune capofila, o la Provincia, o un altro soggetto già istituito, quale una società di patrimonio delle reti, al quale demandare il ruolo di stazione appaltante.

Nel primo periodo di applicazione, decorsi 6 mesi dalla data di cui all'allegato 1 senza che si sia proceduto all'individuazione della stazione appaltante, il Comune con il maggior numero di abitanti o la Provincia competente trasmette alla Regione una relazione sulla situazione e sulle attività svolte, per l'eventuale intervento della regione.

 

Il comma 4 dispone un potere sostitutivo statale in caso di inerzia della Regione nella nomina del commissario ad acta.

Se infatti la Regione competente non procede alla nomina del commissario ad acta, dopo quattro mesi dalla scadenza dei termini indicati dal comma 2, il Ministero dello sviluppo economico, sentita la Regione stessa, interviene per dare avvio alla gara, nominando un commissario ad acta.  

 

Il comma 5 prevede una forma di penalizzazione economica per gli enti locali nei casi in cui gli stessi non abbiano rispettato i termini per la scelta della stazione appaltante.

In tali casi, il 20% degli oneri che il gestore corrisponde annualmente agli Enti locali come quota parte della remunerazione del capitale è versato dal concessionario subentrante, con modalità stabilite dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas, in uno specifico capitolo della Cassa conguaglio settore elettrico per essere destinati alla riduzione delle tariffe di distribuzione dell’ambito corrispondente.

 

Il comma 6 lascia al Ministero dello sviluppo economico la facoltà di emanare linee guida su criteri e modalità operative per la valutazione del valore di rimborso degli impianti di distribuzione del gas naturale, con lo scopo di facilitare lo svolgimento delle gare e di ridurre i costi degli enti locali e delle imprese.

 

Il comma 7 riguarda invece la rete di distribuzione dei carburanti, ed in particolare estende la destinazione del fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti anche all’erogazione di contributi per la chiusura di impianti di distribuzione di carburanti liquidi e la loro contestuale trasformazione in impianti di distribuzione esclusiva di metano per autotrazione.

Si ricorda che il D.Lgs. 32/1998 ha provveduto a razionalizzare il sistema di distribuzione dei carburanti. L’articolo 6 ha istituito presso la cassa conguaglio GPL il Fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti, nel quale confluiscono i fondi residui disponibili nel conto economico avente la medesima denominazione, istituito ai sensi del provvedimento CIP n. 18 del 12 settembre 1989 e successive integrazioni e modificazioni. Tali disponibilità sono utilizzate per la concessione di indennizzi, per la chiusura di impianti, ai gestori e ai titolari di autorizzazione o concessione, secondo le condizioni, le modalità e i termini stabiliti D.M. 24 febbraio 1999.

Recentemente, il D.M. 19 aprile 2013 ha ridefinito definire la misura del contributo dovuto, nonché le condizioni, le modalità e i termini per l'utilizzo delle disponibilità del Fondo, in relazione alle previsioni dell'art. 28, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, che stabilisce che il Fondo per la razionalizzazione della rete di distribuzione dei carburanti sia destinato anche all'erogazione di contributi sia per la chiusura di impianti di soggetti titolari di non più di dieci impianti, comunque non integrati verticalmente nel settore della raffinazione, sia per i costi ambientali di ripristino dei luoghi a seguito di chiusura di impianti di distribuzione, e che tali specifiche destinazioni sono ammesse per un periodo non eccedente i tre esercizi annuali successivi alla data di entrata in vigore della stessa legge di conversione-

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non ascrive alla norma effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

La relazione tecnica afferma che dalla norma non derivano effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

La relazione illustrativa fornisce ulteriori informazioni sui profili finanziari della norma. In particolare:

§      la disposizione di cui al comma 1 favorirà il passaggio al mercato libero dei clienti non domestici connessi alle reti di distribuzione, con la possibilità di stipulare contratti a prezzi inferiori agli attuali. Di tale possibilità potranno avvalersi anche le utenze gas delle amministrazioni pubbliche centrali e locali connesse a tali reti, con potenziali benefìci in relazione alle spese per l'acquisto di forniture;

§      le entrate complessive derivanti agli enti locali dall'effettuazione delle gare di distribuzione del gas naturale (commi da 2 a 4) sono stimate intorno ai 250-300 milioni di euro (circa il doppio rispetto alle entrate attuali), così articolate:

-        20 milioni di euro per rimborso attività di controllo;

-        128 milioni di euro per la remunerazione del capitale investito per reti di proprietà dei comuni, con tasso di remunerazione del 7,6 per cento stabilito dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas (11 per cento degli impianti);

-        100 milioni di euro come percentuale del costo annuo di località a favore di tutti i comuni dell'ambito;

-        fino a circa 50 milioni di euro come titoli di efficienza energetica ai comuni per interventi addizionali offerti, con vantaggi indiretti (per i cittadini e artigiani locali) per interventi di riduzioni dei consumi energetici nell'ambito.

Ad esse vanno aggiunte le entrate per circa 20 milioni di euro derivanti daTOSAP/COSAP;

§      la sanzione in caso di inerzia degli enti locali (comma 5) non comporterà minori entrate per gli enti stessi, ma solo la destinazione diretta di parte delle entrate loro spettanti alla specifica finalità di riduzione delle tariffe di distribuzione pagate dai cittadini;

§      la disposizione di cui al comma 6 (linee guida per la valutazione del valore del rimborso da corrispondere al gestore uscente) consentirà di ridurre i costi dei comuni per effettuare tale valutazione, riducendo il tempo e la necessità di consulenze specifiche;

§      la disposizione di cui al comma 7 (incentivi per la trasformazione degli impianti di distribuzione carburanti in impianti di distribuzione di metano per autotrazione) non ha effetti sulla finanza pubblica, in quanto si limita ad estendere ad ulteriori fattispecie l’applicabilità degli incentivi gravanti su un fondo già esistente presso la Cassa conguaglio GPL, la cui alimentazione, a carico delle imprese petrolifere e dei gestori di impianti di distribuzione carburanti, è stata già disposta con precedenti normative.

 

In merito ai profili di quantificazione, appare opportuno che sia chiarito se gli effetti finanziari indicati dalla relazione illustrativa - e non menzionati dalla relazione tecnica - risultino scontati negli andamenti tendenziali a legislazione vigente o derivino da stime di effetti attesi la cui valutazione sarà effettuata in sede di consuntivo.

Con riferimento alla sanzione introdotta dal comma 5 in caso di inerzia degli enti locali (versamento di una quota dei rimborsi spettanti all’ente locale a titolo di remunerazione del capitale di località), si segnala che tale previsione, ove trovasse applicazione, potrebbe determinare minori entrate a carico degli enti locali. Pertanto, pur essendo la norma finalizzata a favorire il rispetto dei termini perentori di indizione delle gare, andrebbe valutato se da essa possano derivare effetti negativi in termini di sostenibilità dei vincoli di bilancio previsti dal patto di stabilità interno.


 

Articolo 5
(Disposizioni per la riduzione dei prezzi dell’energia elettrica ed estensione della c.d. Robin Hood Tax )

L’articolo 5 reca una serie di interventi diversi che impattano sui prezzi dell'energia elettrica, con un’estensione della Robin Hood tax in parte destinata a riduzione degli oneri generali di sistema, una riduzione delle tariffe incentivanti CIP 6 per le fonti rinnovabili e assimilate e il blocco di una maggiorazione degli incentivi all'elettricità prodotta da biocombustibili liquidi.

 

Il comma 1, con una modifica all’articolo 81 del D.L. n. 112 del 2008, estende l’applicazione della c.d. Robin Hood Tax (maggiorazione IRES) alle aziende con volume di ricavi superiori a 3 milioni di euro (nella normativa previgente era prevista per volumi superiori a 10 milioni) e un reddito imponibile superiore a 300 mila euro (nella normativa previgente era 1 milione di euro).

 

Si ricorda che l’articolo 81 del D.L. n. 112 del 2008 (modificato da ultimo dall’articolo 7, comma 1, del D.L. n. 138 del 2011) ha introdotto un'addizionale all'IRES nei confronti delle società che operano nel settore petrolifero, ivi compreso il settore dell’energia elettrica, con volume di ricavi superiore a 10 milioni di euro e un reddito imponibile superiore a 1 milione di euro (limiti abbassati dalla norma in esame). L’aliquota, fissata in origine al 5,5% e successivamente elevata al 6,5% (articolo 56 della L. n. 99 del 2009), è stata poi innalzata al 10,5% per i periodi di imposta dal 2011 al 2013 (articolo 7, comma 3 del D.L. n. 138 del 2011: misure di perequazione nei settori petrolifero, dell'energia elettrica e del gas). E' stata inoltre ampliata la platea di soggetti passivi cui si applica tale addizionale, estesa - tra l'altro - anche alle imprese operanti nel trasporto e distribuzione del gas naturale.

Si rammenta, inoltre, che la legge n. 7 del 2009 (ratifica trattato Italia-Libia) ha introdotto una ulteriore addizionale IRES al 4% (la cui disciplina è stata modificata dall'articolo 25-bis del D. L. n. 216 del 2011) per le imprese operanti nel settore degli idrocarburi con determinati requisiti, tra cui una capitalizzazione superiore a 20 miliardi di euro.

 

L'Autorità per l'energia elettrica e il gas il 24 gennaio 2013 ha trasmesso al Parlamento la relazione sull'attività di vigilanza svolta nell'anno 2012 sul divieto di traslazione della maggiorazione IRES (c.d. Robin Hood Tax) sui prezzi al consumo, previsto dall’articolo 81, comma 18. Nelle conclusioni si legge che alla luce dell'esito dell'attività svolta nel corso dell'anno 2012 resta confermata l'esigenza di una puntuale vigilanza sul rispetto del divieto di traslazione; le analisi relative all'ultimo esercizio monitorato hanno infatti mostrato che una parte dei soggetti vigilati ha continuato ad attuare politiche di prezzo tali da costituire una possibile violazione del divieto di traslazione, comportando comunque uno svantaggio economico per i consumatori finali.

La Robin Hood Tax ha prodotto un gettito di 1,45 miliardi di euro, per l'86% provenienti dagli operatori dei settore elettrico e del gas. Si segnala che nel 2012 le entrate sono triplicate rispetto al 2010 (527 milioni), in seguito all'incremento al 10,5% e all'allargamento dei settori interessati, superando ampiamente le previsioni del Tesoro, nonostante una parallela forte contrazione dei soggetti incisi.

 

Il comma 2 destina le risorse derivanti dall’estensione della Robin Hood tax alla riduzione della componente A2 della bolletta elettrica, una volta sottratte la quota da utilizzare per la copertura finanziaria disposta dall’articolo 61 del decreto. Le modalità attuative saranno individuate con decreto adottato dal Ministro dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministro dello sviluppo economico entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

 

Si ricorda che la componente A2 degli oneri generali di sistema copre i costi per lo smantellamento delle centrali nucleari e la chiusura del ciclo del combustibile. E’ definita direttamente dall' Autorità per l' Energia Elettrica ed il Gas (AEEG) e il ricavato affluisce alla Cassa Conguaglio per il Settore Elettrico in un apposito Conto di gestione il cui utilizzo e gestione sono disciplinati dall'Autorità.

Secondo i dati pubblicati dall’AEEG sul proprio sito, gli oneri generali di sistema incidono del 19,23% sulla bolletta di un utente domestico tipo, per un totale di 98 euro annui su una bolletta media di 511 euro. All’interno degli oneri generali di sistema, la componente A2 rappresenta solamente il 2,51%. La maggior parte di questi oneri, infatti, è dovuta alla componente A3 (90,61%) che copre gli incentivi alle fonti rinnovabili e assimilate.

 

Il commi 3, 4 e 5 modificano le modalità di determinazione delle tariffe concesse agli impianti in regime Cip6, prevedendo una parziale deroga per gli impianti di termovalorizzazione di rifiuti nei primi otto anni di esercizio.

È definito un regime di gradualità per l'anno 2013, in cui continua ad essere utilizzato il paniere di riferimento di prodotti gas-petrolio ma con riduzione del peso dei prodotti petroliferi e, dunque, con una progressione verso il prezzo all'ingrosso del gas naturale cui si approderà a partire dal 1° gennaio 2014.

 

In particolare:

§      per l'anno 2013, il valore del costo evitato di combustibile da riconoscere in acconto fino alla fissazione del valore annuale di conguaglio, è determinato, per la componente convenzionale relativa al prezzo del combustibile, sulla base del paniere di riferimento di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, in cui il peso dei prodotti petroliferi sia progressivamente ridotto in ciascun trimestre (80% per il primo trimestre, 70% per il secondo trimestre, 60% per il terzo e quarto trimestre). Il complemento al cento per cento è determinato in base al costo di approvvigionamento del gas naturale nei mercati all'ingrosso come definito dalla deliberazione del 9 maggio 2013, n. 196/2013/R/GAS e degli ulteriori provvedimenti dell'Autorità per l'energia elettrica e del gas (comma 3);

§      dal 2014, il valore del CEC è aggiornato trimestralmente in base al costo di approvvigionamento del gas naturale nei mercati all'ingrosso, ferma restando l'applicazione dei valori di consumo specifico di cui al decreto del Ministro dello sviluppo economico 20 novembre 2012 (comma 4);

§      per gli impianti di termovalorizzazione di rifiuti che alla data di entrata in vigore del presente decreto siano in esercizio convenzionato da un periodo inferiore a otto anni, fino al completamento dell'ottavo anno di esercizio il valore del CEC è determinato sulla base del paniere di riferimento di cui alla legge 23 luglio 2009, n. 99, in cui il peso dei prodotti petroliferi è pari al 60% per cento (comma 5).

La relazione illustrativa motiva la deroga per gli inceneritori che siano ancora nella prima fase di recupero dell'investimento effettuato, in considerazione della particolare utilità sociale di tali impianti. La disposizione interessa sette termovalorizzatori, alcuni dei quali collegati alla risoluzione di emergenze regionali e ammessi al CIP 6 in virtù di tali emergenze.

Andrebbe valutata l’opportunità di chiedere chiarimenti al Governo in merito alla deroga per i termovalorizzatori.

 

Riguardo all’attuazione, la norma precisa che il Ministro dello sviluppo economico, con provvedimento da adottare entro 60 giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto su proposta dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, stabilisce le modalità di aggiornamento del valore del CEC, in acconto e in conguaglio, nonché le modalità di pubblicazione dei valori individuati secondo i criteri di cui ai commi 4 e 5.

Restano ferme le modalità di calcolo della componente relativa al margine di commercializzazione all'ingrosso e della componente di trasporto nonché i valori di consumo specifico di cui al D.M. 20 novembre 2012, cui è stato definito l’aggiornamento del CEC negli anni dal 2010 in poi e il valore di conguaglio del CEC per l’anno 2011 oltre che il valore di acconto del CEC per l’anno 2012.

 

Il sistema di incentivazione tariffaria noto come “CIP 6”, introdotto con il provvedimento del Comitato interministeriale dei prezzi n. 6/92 per incentivare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili o assimilate, rientra tra i meccanismi "tradizionali" di incentivazione dell'energia, ovvero quei meccanismi che promuovono la realizzazione di impianti attraverso la remunerazione dell'energia a un prezzo garantito.

Il meccanismo consiste in un incentivo a favore dei produttori di energia elettrica con impianti alimentati da fonti rinnovabili o assimilate che, avvalendosi di un’apposita convenzione, cedono al GSE (Gestore del sistema elettrico) l’energia prodotta ad un prezzo di ritiro superiore a quello di mercato. La differenza di prezzo viene recuperata attraverso un’apposita voce di costo (componente A3) nella bolletta degli utenti.

Tale sistema di incentivazione di fatto non è andato a sostegno in via prioritaria delle fonti rinnovabili vere e proprie in quanto ne hanno beneficiato soprattutto gli impianti utilizzanti fonti assimilate tra cui i termovalorizzatori, alimentati da rifiuti.

L'incentivo ai kWh prodotti da impianti Cip6 è calcolato tenendo costo del tipo di tecnologia e del costo evitato del combustibile (CEC): il produttore Cip6 riceve il valore del quantitativo di gas che sarebbe stato necessario a produrre con il metano il kWh generato dall’impianto.

 

Si ricorda che

§       l’articolo 30, comma 15, della legge 99/09 ha disposto che, a decorrere dall’anno 2009, con decreto del Ministro dello sviluppo economico, su proposta dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas, è aggiornato trimestralmente il valore della componente del costo evitato di combustibile da riconoscere in acconto fino alla fissazione del valore annuale di conguaglio. Tali aggiornamenti sono effettuati sulla base di periodi trimestrali di registrazione delle quotazioni dei prodotti del paniere di riferimento della componente convenzionale relativa al valore del gas naturale di cui al punto 3 della deliberazione AEEG n. 154/08 del 21 ottobre 2008 per tener conto delle dinamiche di prezzo dei prodotti petroliferi, tenendo altresì conto dell’evoluzione dell’efficienza di conversione e fermi restando i criteri di calcolo del costo evitato di combustibile di cui alla deliberazione AEEG n. 249/06.

§       l’articolo 2, comma 141, della legge 244/07 stabilisce che, dal 2007, il valore medio del prezzo del metano ai fini dell’aggiornamento del costo evitato di combustibile sia determinato dall’Autorità, tenendo conto dell’effettiva struttura dei costi nel mercato del gas naturale;

§       ai sensi dell’articolo 30, comma 15, della legge 99/09, l’Autorità deve presentare una proposta al Ministro dello Sviluppo Economico per la definizione, a decorrere dal 2009, delle modalità di aggiornamento del costo evitato di combustibile.

Con il parere del 13 dicembre 2012 n. 535/2012/i/eel l’AEEG ha presentato al ministro dello sviluppo economico la propria proposta per la modifica delle modalità per l’aggiornamento dei valori di acconto e di conguaglio del costo evitato di combustibile, tenuto conto delle recenti evoluzioni del mercato gas. L’AEEG stima il risparmio sulle bollette elettriche derivante dall’applicazione per il calcolo del valore di conguaglio del CEC per l’anno 2012 delle proprie proposte di modifica in circa 500 milioni di euro in relazione al solo anno 2012.

Peraltro, il MiSE con il D.M. 24 aprile 2013 ha deciso di determinare, per l'anno 2012, il valore di conguaglio della componente del costo evitato di combustibile senza applicare le modifiche proposte, ferma restando la necessita' di modifica delle modalita' di aggiornamento a partire dall'anno 2013 per tener conto dell'evoluzione del mercato gas.

 

Nel motivare l’esigenza dell’intervento normativo in esame, il Governo spiega che, considerata la struttura del parco di produzione elettrico nazionale e l'uso prevalente di gas naturale, il CEC è da intendersi riferito al costo di produzione del kWh a gas naturale. L'attuale norma di determinazione del «costo evitato», contenuta nella legge n. 99 del 2009, fa invece ancora riferimento ad un paniere di prodotti olio-gas non più attuale, portando a valori tariffari per l'energia CIP 6/92 che sono ancora oggi di molto superiori ai reali costi evitati. Secondo i dati citati dalla relazione, il valore del kWh scambiato sulla Borsa elettrica è ormai stabilmente inferiore a 60 euro/MWh, contro un valore della tariffa CIP 6/92 di quasi 100 euro/MWh.

Il comma 6 abroga le disposizioni di cui all'articolo 30, comma 15, della legge 23 luglio 2009, n. 99, non indicandole specificamente, ma tramite un generico riferimento a quelle incompatibili con le norme del presente articolo.

 

Il comma 7 elimina la facoltà per i titolari di impianti di generazione energia elettrica alimentati da bioliquidi sostenibili[2], entrati in esercizio prima del 2013, di modificare il sistema di incentivazione vigente, con effetto dal 2013.

Tale opzione consente una maggiorazione degli incentivi all'elettricità prodotta da biocombustibili liquidi entro un limite massimo di ore annue di funzionamento, che da definirsi con decreto ministeriale.

La relazione illustrativa stima che tale maggiorazione comporterebbe un aumento degli oneri effettivi sulle tariffe che, assumendo un limite massimo di ore annue di funzionamento di circa 5000 ore, assommerebbe a oltre 300 milioni di euro all'anno, che gli operatori beneficiari del maggior incentivo impiegherebbero in larghissima misura per l'importazione del biocombustibile, con marginali effetti sull'occupazione

 

Tale facoltà era stata prevista dalla legge di stabilità 2013 (articolo 1, comma 364, della legge n. 228/2012), che aveva inserito all’interno del D.Lgs. 28/2011[3] i commi 7-bis, 7-ter e 7-quater dell'articolo 25, al fine di salvaguardare la quota di produzione di energia elettrica da impianti alimentati a bioliquidi e garantire così il rispetto degli obiettivi in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili imposti dall'UE.

Si ricorda che il D.Lgs. 28/2011[4] ha previsto una modifica nel sistema di incentivazione della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili per gli impianti che entreranno in esercizio a partire dal 2013. Essi sono, infatti, incentivati con un nuovo meccanismo, definito nel dettaglio dal D.M. 6 luglio 2012, di “attuazione dell'art. 24 del decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28, recante incentivazione della produzione di energia elettrica da impianti a fonti rinnovabili diversi dai fotovoltaici”.

Si ricorda che nel settore dei trasporti, la quota di energia da fonti rinnovabili nel 2020 deve essere almeno pari al 10% del consumo finale di energia in questo settore.

Il citato D.Lgs. 28/2011, all’articolo 33, comma 2, ha fissato una quota minima di impiego di biocarburanti nei trasporti del 5% per il 2014.

 

Il comma 8 precisa che l’attuazione dell’articolo 5 deve avvenire in modo da comportare una riduzione effettiva degli oneri generali di sistema elettrico e dei prezzi dell'energia elettrica.

 

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

E’ attualmente all’esame delle istituzioni europee la proposta di direttiva sulla tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità (COM(2011)169), finalizzata a favorire il raggiungimento da parte dell'UE degli obiettivi prefissati in termini di lotta al cambiamento climatico, di promozione dell'uso di fonti energetiche rinnovabili e di sostegno agli investimenti nell'economia "verde".

In base a tale proposta le imposte sull'energia sarebbero divise in due componenti:

Sul testo modificato dal Parlamento europeo con modifiche, il Consiglio europeo ha discusso, da ultimo, lo scorso 21 giugno.

 

Profili finanziari comma 1

Il prospetto riepilogativo ascrive alla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2013

2014

2015

2013

2014

2015

2013

2014

2015

Maggiori entrate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Robin tax- addizionale IRES

 

 

150

 

 

150

 

 

150

L’ammontare iscritto nel 2015 include il doppio effetto di saldo (2014) e acconto (2015) dell’addizionale IRES. A decorrere dal 2016 il maggior gettito annuo risulta pari a 75 milioni di euro.

 

La relazione tecnica afferma che in relazione all’ampliamento della platea sono stati analizzati i dati dichiarati in Unico 2012 individuando i redditi imponibili dei soggetti che svolgono le attività di interesse con ricavi superiori a 3 mln di euro e con imponibile maggiore di 300.000 euro.

Dalla stima risultano maggiori imponibili per circa 1,15 miliardi cui corrispondono, in termini di competenza annua, circa 75 milioni a decorrere dal 2014 (1.150 mln x 6,5%).

In termini finanziari, considerando un acconto del 100%, si stimano i seguenti effetti sul gettito:

   (milioni di euro)

 

2013

2014

2015

 Dal 2016

Robin tax- addizionale IRES

--

--

150

75

 

In merito ai profili di quantificazione si segnala che la procedura adottata per la stima degli effetti finanziari appare in linea con quella utilizzata nella relazione tecnica riferita alla norma introduttiva dell’addizionale IRES per il settore energetico.

Tuttavia, per quanto concerne i dati e le ipotesi adottate si evidenzia che la relazione tecnica utilizza e proietta il maggiore imponibile rilevato in base all’analisi delle dichiarazioni Unico 2012 (anno 2011). Sul punto, andrebbe chiarito se le disposizioni in materia di riduzione dei prezzi dell’energia elettrica - contenute nei commi successivi dell’articolo in esame – potrebbero incidere negativamente sulla redditività delle società in argomento. In tale ipotesi, potrebbe risultare prudenziale considerare, ai fini della stima del maggior gettito, un abbattimento della base imponibile IRES.

Si evidenzia, infine, che la norma non indica esplicitamente la decorrenza del nuovo meccanismo, mentre dal procedimento di calcolo effettuato nella relazione tecnica si desume che l’estensione dei requisiti e dell’imponibile dovrebbe operare a decorrere dal periodo d’imposta 2014. In proposito andrebbe acquisito un chiarimento del Governo, anche per valutare l’opportunità che la norma indichi espressamente – al fine di evitare dubbi interpretativi – la decorrenza dell’incremento dell’addizionale IRES in esame.

Si segnala che l’art. 61, comma 1, lettera a), del provvedimento in esame dispone che una quota delle maggiori entrate recate dalla norma in commento sia destinata alla copertura finanziaria di oneri recati da altre norme, specificatamente individuate, contenute nel medesimo provvedimento.

Profili finanziari comma 2

Il prospetto riepilogativo ascrive alla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 (milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2013

2014

2015

2013

2014

2015

2013

2014

2015

Maggiori spese correnti

 

 

104,1

 

 

 

 

 

 

Minori entrate

 

 

 

 

 

104,1

 

 

104,1

 

La relazione tecnica, afferma che la norma non determina effetti negativi per la finanza pubblica.

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva in primo luogo che la norma, nel prevedere la destinazione di risorse alla riduzione della tariffa elettrica, non ne specifica l’importo. Dal prospetto riepilogativo degli effetti finanziari del provvedimento risultano destinate alla predetta finalità risorse per 104,1 mln per il 2015. Peraltro, considerati gli utilizzi di risorse operati a copertura del provvedimento in esame dall’art. 61, comma 1, lettera a)[5], il predetto ammontare di 104,1 mln non sembra risultare disponibile per gli esercizi successivi al 2015, come si evince dalla seguente tabella:

(mln di euro)

 

 

2013

2014

2015

2016

2017

2018

2019

2020

2021

dal 2022

 

RISORSE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 5 c.1

Robin Tax

 

 

150

75

75

75

75

75

75

75

55

Rimborsi Iva agenzie di viaggio

2,4

12

12

12

12

12

12

12

12

12

 

Totale Risorse

2,4

12

162

87

87

87

87

87

87

87

 

IMPIEGHI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

61, c.1,

 let. a)

Utilizzo a copertura del provvedimento

2,4

12

57,9

71,9

71,9

71,9

71,9

53,9

42,9

36,9

5, c. 2

Risorse disponibili per la riduzione delle tariffe elettriche

0

0

104,1

15,1

15,1

15,1

15,1

33,1

44,1

50,1

 

Totale impieghi

2,4

12

162

87

87

87

87

87

87

87

 

Sotto il profilo sostanziale andrebbe pertanto chiarito quale ammontare di risorse risulti destinato dalla norma in esame alla finalità di riduzione delle tariffe elettriche.

Sotto il profilo formale andrebbe inoltre chiarito se la norma si configuri come creazione di un fondo di spesa a decorrere dal 2015, destinato a compensare la Cassa conguagli per il settore elettrico[6] delle minori entrate che deriveranno dalla riduzione delle tariffe che verrà deliberata dall’Autorità per l’energia elettrica con le modalità da individuarsi con decreto interministeriale.

Si segnala infine che risulterebbe opportuno che l’individuazione delle modalità di riduzione delle tariffe elettriche, ad opera del citato decreto interministeriale, fosse assoggettata ad una clausola di neutralità finanziaria, al fine di garantire il rispetto del limite delle risorse disponibili.

 

In merito ai profili di copertura finanziaria, si osserva che la disposizione non indica in maniera esplicita l’ammontare delle maggiori entrate derivanti dall’ampliamento dei soggetti passivi dell’imposta cosiddetta Robin tax di cui al comma 1, sebbene esso possa desumersi dalla relazione tecnica e dal prospetto riepilogativo degli effetti finanziari allegato alla stessa. Inoltre, la disposizione, non indica quanta parte delle citate entrate siano destinate alla copertura della riduzione della componente A2 della tariffa elettrica, il cui ammontare peraltro può desumersi, solo limitatamente all’anno 2015, dal suddetto prospetto riepilogativo. Appare pertanto opportuno che il Governo chiarisca a quanto ammontino le risorse destinate alla riduzione della componente A2 per gli anni successivi al 2015.

Con riferimento alla formulazione della disposizione si segnala l’opportunità di sostituire le parole: “le maggiori entrate generate” con le seguenti: le maggiori entrate derivanti.

Profili finanziari commi da 3 a 8

Il prospetto riepilogativo non considera la norma.

 

La relazione tecnica sottolinea che le disposizioni appaiono suscettibili di generare potenziali risparmi per gli utenti finali. Afferma inoltre che dai commi da 3 a 8 non discendono effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

La relazione introduttiva afferma che l'attuale criterio di determinazione del «costo evitato», contenuta nella legge n. 99 del 2009, fa riferimento ad un paniere di prodotti olio-gas non più attuale e porta a valori tariffari per l'energia CIP 6/92 molto superiori ai reali costi evitati: il valore dell’energia scambiato sulla Borsa elettrica è ormai stabilmente inferiore a 60 euro/MWh, contro un valore della tariffa CIP 6/92 di quasi 100 euro/MWh. L'Autorità per l'energia elettrica e il gas, nel dicembre 2012, ha proposto un adeguamento della tariffa ai valori di mercato del gas naturale. È stato comunque previsto un regime di gradualità per l'anno 2013, in cui continua ad essere utilizzato il paniere di riferimento di prodotti gas-petrolio ma con una riduzione in ogni trimestre del peso dei prodotti petroliferi, con una progressione verso il prezzo all'ingrosso del gas naturale cui si approderà a partire dal 1° gennaio 2014.

Con riferimento alla deroga per gli impianti di termovalorizzazione di rifiuti in convenzione CIP 6/92 che si trovino nei primi otto anni dell'esercizio in convenzione, la relazione afferma che la disposizione interessa sette termovalorizzatori, alcuni dei quali collegati alla risoluzione di emergenze regionali e ammessi al CIP 6 in virtù di tali emergenze.

Con riferimento all’abrogazione di cui al comma 7 - riguardante la maggiorazione degli incentivi all'elettricità prodotta da biocombustibili liquidi - la relazione afferma che la disposizione abrogata comporterebbe un aumento degli oneri effettivi sulle tariffe. Assumendo un limite massimo di ore annue di funzionamento di circa 5.000 ore, tale aggravio assommerebbe a oltre 300 milioni di euro all'anno, che gli operatori beneficiari del maggior incentivo impiegherebbero in larghissima misura per l'importazione del biocombustibile, con marginali effetti sull'occupazione. L'abrogazione si ritiene pertanto possibile senza effetti negativi sull'andamento della produzione, considerando che l'andamento del prezzo della materia prima – dopo un effettivo e brusco rialzo conosciuto negli anni scorsi – è ora ritornato a valori compatibili con la ripresa delle attività. Non sono dunque ipotizzabili riduzioni di gettito fiscale per le attività d'impresa.

 

In merito ai profili di quantificazione, andrebbe chiarito se siano stati considerati i possibili riflessi indiretti derivanti dalla riduzione della remunerazione spettante, a titolo di costo evitato di combustibile, alle imprese esercenti impianti di produzione di energia elettrica in convenzione CIP 6/97: si fa riferimento, in particolare, ad una eventuale riduzione del gettito delle imposte sui redditi di tali imprese.


 

Articolo 6
(Gasolio per il riscaldamento delle coltivazioni sotto serra)

Il comma 1 dell’articolo 6, relativamente al gasolio utilizzato per il riscaldamento delle coltivazioni sotto serra da parte dei coltivatori diretti e degli imprenditori agricoli professionali iscritti nella relativa gestione previdenziale ed assistenziale, fissa l’applicazione per il periodo 1° agosto 2013 - 31 dicembre 2015 dell’accisa nella misura di 25 euro per mille litri, nel caso che gli stessi soggetti, in sede di richiesta dell’assegnazione del gasolio, ai sensi del decreto ministeriale 14 dicembre 2001, n. 454, si obblighino a rispettare la progressiva riduzione del consumo di gasolio per finalità ambientali.

 

La Tabella A allegata al decreto legislativo n. 504 del 1995, nell’indicare gli impieghi dei prodotti energetici che comportano l'esenzione dall'accisa o l'applicazione di un'aliquota ridotta, al punto 5 riporta la voce “Impieghi in lavori agricoli, orticoli, in allevamento, nella silvicoltura e piscicoltura e nella florovivaistica” nelle seguenti misure:

 

- gasolio

22 per cento aliquota normale

- oli vegetali non modificati chimicamente

Esenzione

- benzina

49 per cento aliquota normale

 

L'agevolazione viene concessa anche mediante crediti o buoni d'imposta, sulla base di criteri stabiliti, in relazione alla estensione dei terreni, alla qualità delle colture ed alla dotazione delle macchine agricole effettivamente utilizzate, come definiti con il decreto del Ministro delle finanze 14 dicembre 2001, n. 454. In particolare ai sensi del decreto, all’articolo 1, comma 2, si considerano macchine adibite a lavori agricoli le macchine agricole previste dall'articolo 57 del nuovo codice della strada, gli impianti e le attrezzature destinate ad essere impiegate nelle attività agricole e forestali, le macchine per la prima trasformazione dei prodotti agricoli, nonché gli impianti di riscaldamento delle serre e dei locali adibiti ad attività di produzione.

 

Considerando che, ai sensi dell’Allegato I al medesimo D.Lgs. n. 540/1995, per il gasolio usato come carburante è prevista una accisa pari a 617,40 euro per mille litri (così fissata dalla Determinazione dell’Agenzia delle dogane 9 agosto 2012, n. 88789 e ribadita dall’articolo 1, comma 487, della legge di stabilità 2013), applicando a tale importo il 22 per cento quale aliquota ridotta, l’accisa per il gasolio utilizzato per il riscaldamento delle coltivazioni sotto serra è attualmente determinata in 135,83 euro per mille litri.

 

La formulazione della norma fa riferimento all’accisa “a livello di imposizione, per l’anno 2013”.

Tale riferimento all’anno 2013 non appare chiaro, in quanto il medesimo periodo fissa l’applicazione temporale della specifica accisa per il periodo dal 1° agosto 2013 al 31 dicembre 2015.

 

La disposizione in esame pone per i beneficiari la condizione che essi si obblighino a rispettare la progressiva riduzione del consumo di gasolio per finalità ambientali.

In merito a tale aspetto non appare chiaro come venga attuata tale condizione che, dalla formulazione del testo, sembrerebbe una “condizione necessaria” per ottenere il beneficio fiscale.

La disposizione sembrerebbe in ogni caso avere un valore di “impegno programmatico” con scopi ambientali: viene fornito gasolio con un’accisa ridotta a fronte di un impegno a ridurre il consumo di gasolio.

Viene peraltro da considerare che, in termini economici, a fronte di una riduzione del prezzo di un prodotto, tendenzialmente si genera un aumento della richiesta del prodotto stesso e quindi un maggior consumo.

 

Il comma in esame inoltre richiama la direttiva 2003/96/CE del Consiglio che ristruttura il quadro comunitario per la tassazione dei prodotti energetici e dell'elettricità.

In particolare l’articolo 17 della direttiva prevede che, a condizione che i livelli minimi di tassazione previsti nella presente direttiva siano rispettati in media per ciascuna impresa, gli Stati membri possono applicare sgravi fiscali sul consumo di prodotti energetici utilizzati per il riscaldamento o per i fini di cui all'articolo 8, paragrafo 2, lettere b) e c) e di elettricità nei seguenti casi: a) a favore delle imprese a forte consumo di energia; b) qualora siano conclusi accordi con imprese o associazioni di imprese, o qualora siano attuati regimi concernenti diritti commercializzabili o misure equivalenti, purché volti a conseguire obiettivi di protezione ambientale o a migliorare l'efficienza energetica.

 

Si ricorda che l’articolo 5, comma 5, del D.L. n. 268/2000, relativamente al periodo 3 ottobre 2000–31 dicembre 2000, prevedeva per il gasolio usato nelle coltivazioni sotto serra un’aliquota pari allo 0% di quella applicata sul gasolio usato come carburante. Con successivi provvedimenti è stata invece disposta l’esenzione dall’accisa. In particolare, l’articolo 24, comma 3, della legge n. 388/2000 (finanziaria 2001) ha disposto l’applicazione di tale agevolazione per il primo semestre 2001; successivamente, l’articolo 1, comma 3, del D.L. n. 246/2001 e l’articolo 3 del D.L. n. 356/01 hanno stabilito la proroga dell’agevolazione, rispettivamente al 30 settembre 2001 e al 31 dicembre 2001. Quindi la proroga di tale regime agevolativi veniva disposta annualmente in sede di legge finanziaria per gli anni dal 2002 al 2009 (articolo 13, comma 3, della legge n. 448/2001 (finanziaria 2002), articolo 19, comma 4, della legge n. 292/2002 (finanziaria 2003), articolo 2, comma 4, della legge n. 350/2003 (finanziaria 2004), articolo 1, comma 511, lett. h), della legge n. 311/2004 (finanziaria 2005), articolo 1, comma 115, della legge n. 266/2005 (finanziaria 2006), articolo 1, comma 394 della legge n. 296/2006 (finanziaria 2007), articolo 1, comma 175, della legge n. 244/2007 (finanziaria 2008) e dall’articolo 2, comma 14 della legge n. 203/2008 (finanziaria 2009).

Nel 2009 la Commissione europea ha qualificato tali misure come aiuti di Stato: le misure finanziate con risorse statali hanno favorito talune imprese (le aziende del settore dell'agricoltura e, in particolare, quelle che coltivano sotto serra) e hanno inciso sugli scambi e falsare la concorrenza, vista la posizione dell'Italia nella produzione agricola sotto serra.

Trattandosi di una forma agevolativa, il comma 2 ribadisce che, ai sensi dell’articolo 25 del regolamento (CE) n. 800/2008 della Commissione del 6 agosto 2008, il livello di accisa da corrispondere all’Unione non deve essere inferiore al livello minimo di imposizione definito dalla direttiva (CE) n. 2003/96/CE, e successive modificazioni.

Qualora tale livello minimo venga modificato l’accisa dovuta per il gasolio utilizzato per il riscaldamento delle coltivazioni sotto serra viene corrispondentemente adeguata.

La sintesi delle informazioni relative alla misura di cui al presente articolo è comunicata alla Commissione europea con le modalità di cui all’articolo 9 del citato regolamento (CE) n. 800/2008.

 

La disposizione richiamata prevede, al comma 1, che entro 20 giorni lavorativi dall'entrata in vigore di un regime di aiuti o dalla concessione di un aiuto ad hoc, esentati a norma del regolamento stesso, lo Stato membro interessato trasmette alla Commissione una sintesi delle informazioni relative alla misura d'aiuto in questione. Tale sintesi è fornita mediante modulo elettronico attraverso l'applicazione informatica della Commissione prevista a tale scopo e nella forma prevista all'allegato III. La Commissione accusa senza indugio ricevuta della sintesi. La sintesi è pubblicata dalla Commissione nella Gazzetta ufficiale dell'Unione europea e sul sito web della Commissione.

 

Il comma 3 reca la quantificazione dell’onere determinato dall’accisa agevolata per le coltivazioni in serra (25 euro per mille litri) disposta dal comma 1 e dalla relativa compensazione del livello minimo di imposizione del livello di accisa da corrispondere all’Unione europea (comma 2) indicandolo complessivamente in 14,4 milioni di euro per il 2013 (tale regime decorre dal 1° agosto 2013) e in 34,6 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014-2015.

 

Si osserva che la disposizione, nel richiamare le norme che determinano oneri, indica anche il comma 2, che invece non sembra recare oneri, in quanto in caso di modifica “comunitaria” del livello minimo automaticamente si dovrà provvedere ad un adeguamento dell’accisa dovuta per il gasolio per coltivazioni in serra.

 

Alla copertura dell’onere si provvede mediante riduzione dei consumi medi standardizzati di gasolio da ammettere all’impiego agevolato di cui al decreto del Ministro delle politiche agricole e forestali 26 febbraio 2002, recante “Determinazione dei consumi medi dei prodotti petroliferi impiegati in lavori agricoli, orticoli, in allevamento, nella silvicoltura e piscicoltura e nelle coltivazioni sotto serra ai fini dell’applicazione delle aliquote ridotte o dell’esenzione dell’accisa”, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 67 del 20 marzo 2002, in misura tale da garantire la copertura finanziaria di cui al presente comma.

 

Si ricorda che la legge di stabilità 2013 (legge n. 228 del 2012) all’articolo 1, comma 517 dispone la riduzione del 5 per cento, a decorrere dal 1o gennaio 2014, dei consumi medi dei prodotti petroliferi da ammettere all'impiego agevolato in agricoltura, come determinati in modo standardizzato nell’Allegato 1 al decreto del Ministero delle politiche agricole del 26 febbraio 2002 (G.U. n. 67/2002). Limitatamente all’anno 2013 i predetti consumi medi standardizzati di gasolio da ammettere all'impiego agevolato in agricoltura sono ridotti del 10 per cento.

Peraltro, l’articolo 2 del citato decreto ministeriale stabilisce che le regioni e le province autonome, quando ricorrano le speciali condizioni elencate al comma 2, possano disporre le maggiorazioni di cui ai punti 19 e 20 dello stesso allegato 1.

 

Il comma 4 rinvia la disciplina dell’applicazione del presente articolo ad un decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell’economia e finanze.

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo ascrive alla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2013

2014

2015

2013

2014

2015

2013

2014

2015

Minori entrate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accisa gasolio riscaldamento sotto serra

14,4

34,6

34,6

14,4

34,6

34,6

14,4

34,6

34,6

Maggiori entrate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riduzione consumi medi standardizzati gasolio lavori agricoli

14,4

34,6

34,6

14,4

34,6

34,6

14,4

34,6

34,6

 

La relazione tecnica afferma che la norma modifica l’accisa, per il periodo 1/8/2013-31/12/2015, riducendola in misura pari a 25 euro per mille litri. La misura attuale applicata nel settore agricolo, pari al 22% dell’aliquota normale del gasolio (indicata in misura pari a 617,40 euro per mille litri), viene ipotizzata costante al valore di 135,828 euro per mille litri.

Dagli ultimi dati disponibili (fonte Agenzia delle Dogane, anno 2008) il consumo di gasolio agricolo per serre risulta pari a 280,7 mln di litri. Tale valore viene ridotto dell’8,13% per tenere conto della riduzione dei consumi registrata dal MISE; viene pertanto considerato un consumo di 258 mln di litri.

Il minor gettito di accise risulta quindi pari a

(135,828 – 25) euro x 258 milioni di litri/1000 litri= 28,6 mln di euro

al quale viene aggiunto il minor gettito IVA calcolato applicando l’aliquota al 21%.

L’onere complessivo su base annua risulta quindi pari a 34,6 mln (anni 2014 e 2015). Il minor gettito per l’anno 2013 è calcolato in proporzione ai mesi tenendo conto che la disposizione si applica a decorrere dal mese di agosto.

Alla copertura degli oneri si provvede mediante riduzione dei consumi medi standardizzati di gasolio da ammettere all’impiego agevolato di cui al decreto del Ministro delle politiche agricole forestali 26 febbraio 2002. In proposito, la RT ricorda che un’analoga disposizione era contenuta nell’art. 1, c. 517, della legge di stabilità 2013 e che in tale sede era stato stimato che una riduzione del 5% dei consumi medi standardizzati agevolati comportasse un maggior gettito pari a 54 milioni. Sulla base di tali elementi, si stima che, su base annua, è necessario ridurre i consumi agevolati del 3%-3,5% (per l’anno 2013, considerata la decorrenza da agosto, la riduzione risulta pari a circa 1%-1,5%).   

 

In merito ai profili di quantificazione andrebbe precisato il riferimento temporale di applicazione del beneficio. Ciò in quanto il comma 1 indica, da un lato, la decorrenza iniziale al 1/8/2013 e, dall’altro lato, stabilisce che la nuova misura è applicata “per l’anno 2013”. Sul punto, considerato che la relazione tecnica quantifica gli effetti finanziari a decorrere da agosto 2013, andrebbe fornita una precisazione al fine di evitare dubbi interpretativi della norma.

Per quanto concerne la quantificazione, appaiono necessari chiarimenti in merito alla metodologia utilizzata. In proposito, si segnala che viene applicata l’aliquota IVA 21%, per la quale però è previsto, a decorrere dal 1° ottobre 2013[7], un incremento al 22% e i relativi effetti di maggior gettito sono già scontati sui saldi di finanza pubblica. In secondo luogo, andrebbero precisate le modalità di determinazione degli effetti di cassa i quali, in base a quanto illustrato nella RT, sembrerebbero coincidere con gli effetti di competenza.

Andrebbe inoltre verificato il coordinamento della quantificazione in commento con la misura dell’accisa sul gasolio da rideterminare, ai sensi dell’art. 61 del provvedimento in esame, con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle dogane.

Ulteriori informazioni andrebbero fornite in merito alla eventualità, prevista dal comma 2, di adeguamento della misura agli eventuali nuovi limiti fissati dalla disciplina comunitaria. In tal caso, qualora fossero stabiliti valori inferiori a quelli attualmente fissati, il corrispondente adeguamento previsto dalla norma in esame comporterebbe effetti negativi di gettito che andrebbero quantificati e coperti.

Per quanto concerne, infine, la norma di copertura finanziaria, andrebbe confermato se, per l’anno 2013, sia possibile ridurre le quantità di consumi medi agevolati o se questi risultino già attribuiti ai soggetti beneficiari.

In merito ai profili di copertura finanziaria, si ricorda che la modalità di copertura disposta dal comma 3, che prevede la riduzione dei consumi medi standardizzati di gasolio da ammettere all’impiego agevolato, è stata da ultimo utilizzata dall’articolo 1, comma 517, della legge n. 228 del 2012.

 In particolare tale norma, a differenza di quella in esame, indicava esplicitamente la riduzione percentuale dei consumi medi standardizzati. Nella presente disposizione, invece, tale valore è desumibile esclusivamente dalla relazione tecnica, posto che la norma si è limitata ad indicare l’entità degli oneri complessivi derivanti dai consumi ammessi all’agevolazione e a rinviare ad un successivo decreto del ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali l’applicazione dell’articolo in esame.


 

Articolo 7
(Imprese miste per lo sviluppo)

Al fine di favorire la ripresa delle iniziative di cooperazione allo sviluppo, favorendo l’internazionalizzazione delle imprese italiane attraverso la creazione di joint ventures nei Paesi in via di sviluppo, l’articolo 7 novella il comma 1 dell’articolo 7 della legge n. 49 del 1987, che disciplina l’assetto della cooperazione italiana allo sviluppo

Il nuovo testo prevede che attraverso il Fondo di rotazione per la cooperazione allo sviluppo, gestito dal Mediocredito centrale (originariamente previsto dalla legge n. 227 del 1977, cd. “Legge Ossola” e disciplinato dall’art. 6 della richiamata legge n. 48 del 1987) possano essere concessi, ad imprese italiane, crediti agevolati per assicurare il finanziamento integrale del capitale di rischio ai fini della costituzione di joint ventures nei Paesi in via di sviluppo (PVS), con corresponsione dei crediti agevolati, anche in forma anticipata.

Nella relazione tecnica si sottolinea come il ricorso al Fondo rotativo sia attualmente sottoutilizzato (tra il 2000 ed il 2011 sono stati erogati 4,4 milioni di euro per otto proposte di finanziamento), laddove le disponibilità finanziarie riferibili al Fondo ammontano a circa 108 milioni di euro.

I crediti potranno essere erogati a favore di investitori pubblici o privati o di organizzazioni internazionali, sempre al fine di favorire da parte loro la costituzione di imprese miste nei PVS, ovvero di promuovere lo sviluppo attraverso altre agevolazioni identificate dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE).

Una quota del Fondo rotativo, sempre secondo quanto previsto dal comma 1, potrà altresì essere destinata a dar vita ad un nuovo Fondo di garanzia a tutela dei prestiti concessi da istituti di credito a imprese italiane, oppure per facilitare gli apporti di capitale italiano nelle imprese miste.

La previgente disciplina non prevedeva l’eventualità di una previa corresponsione di tali crediti e precisava che essi potessero coprire solo parzialmente il finanziamento del capitale di rischio.

 

La relazione tecnica precisa che la disposizione non comporta effetti negativi per la finanza pubblica, poiché le risorse disponibili sul Fondo continueranno ad essere impiegate con modalità a carattere di rotatività.

 

Da un punto di vista finanziario, sulla base della legge n. 49/1987, i mezzi per provvedere rispettivamente ai doni ed ai crediti vengono destinati su base annuale, con legge finanziaria, a due diversi fondi: il Fondo speciale per la cooperazione allo sviluppo – soppresso a partire dal 1995 riconducendolo alla gestione ordinaria - ed il Fondo rotativo presso il Mediocredito centrale di cui all’art. 6, a valere sulle cui risorse il Ministro del tesoro autorizza la concessione di crediti finanziari agevolati a Stati, banche centrali o enti pubblici dei Paesi in via di sviluppo, a condizione che detti crediti siano volti al conseguimento delle finalità precipue della cooperazione allo sviluppo.

Nel Fondo rotativo confluiscono anche gli stanziamenti effettuati in base alla precedente normativa nazionale sull’aiuto allo sviluppo, ovvero la richiamata legge 227/1977, la legge 38/1979 (“Cooperazione dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo”) e la legge 7/1981 (“Stanziamenti aggiuntivi per l'aiuto pubblico a favore dei Paesi in via di sviluppo”). I crediti di aiuto potranno se del caso anche essere destinati all’acquisto in Paesi terzi di beni inerenti ai progetti approvati.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non considera la norma.

 

La relazione tecnica ricorda che l’articolo 7 della legge n.49/1987 prevede la concessione di prestiti agevolati a imprese miste (joint venture) formate tra imprese italiane e imprese dei Paesi in via di sviluppo. Secondo la RT, tale strumento di credito risulta alquanto sottoutilizzato: a fronte di una disponibilità del sottoconto “art. 7 del Fondo rotativo per la cooperazione allo sviluppo” calcolata in circa 108 milioni di euro al 31 dicembre 2012, dal 2000 al 2011 risultano erogati appena 4,4 milioni di euro per sole otto proposte di finanziamento.

La RT ricorda che con la nuova formulazione dell’art. 7, una parte del Fondo rotativo potrà essere utilizzato - in una percentuale da definire in sede regolamentare - per costituire un Fondo di garanzia che dovrebbe garantire una percentuale dei finanziamenti a tassi commerciali o a tassi agevolati concessi da Banche ad imprese miste nei PVS. Secondo la RT, tale strumento comporterebbe ripercussioni positive per le imprese, con particolare riferimento all’abbattimento dei costi delle fideiussioni bancarie a garanzia del credito, concesse dagli istituti bancari.

Secondo la RT l’attuazione della norma comporta una successiva revisione regolamentare da parte del CIPE della delibera n. 92 del 6 novembre 2009 riguardante le agevolazioni in favore di imprese miste operanti nei Paesi in via di sviluppo.

La RT conclude che la disposizione in esame non comporta effetti negativi per la finanza pubblica in quanto le risorse disponibili sul Fondo continueranno ad essere utilizzate con modalità aventi carattere di rotatività.

 

In merito ai profili di quantificazione, appare opportuno acquisire dal Governo ulteriori elementi in merito alle modalità di erogazione delle risorse del fondo, anche al fine di verificare se le stesse, pur nell’ambito della rotatività, possano incidere sui tendenziali di spesa.

 

 


 

Articolo 8
(Partenariati)

L’articolo 8 del decreto legge in esame introduce un articolo aggiuntivo, il 14-bis (Partenariati), alla legge 26 febbraio 1987, n. 49, Nuova disciplina della cooperazione dell'Italia con i Paesi in via di sviluppo.

 

Il comma 1 prevede, per l’attuazione degli interventi di cooperazione allo sviluppo definiti dalla stessa legge 49 del 1987, la sottoscrizione di appositi accordi di programma tra enti pubblici, organismi sopranazionali ed enti privati promotori dei predetti interventi.

Il comma precisa che gli accordi in questione sono soggetti al rispetto delle disposizioni della legge n. 241 del 1990, Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi che disciplina le modalità di stipula degli accordi sostitutivi di provvedimenti discrezionali della pubblica amministrazione, nonché degli accordi di programma, prescrivendo anche l’obbligo dell’esplicitazione della motivazione.

 

Attraverso il rinvio alla legge 7 agosto 1990, n. 241, la disposizione equipara gli accordi di cooperazione cofinanziati dal Ministero degli esteri e da altri soggetti pubblici, agli accordi di programma già previsti nella legislazione italiana, semplificando l’aspetto dell’autorizzazione normativa.

Viene in tal modo, di conseguenza, facilitato l’approccio olistico (c.d. whole of country approach) della cooperazione, principio che sovrintende agli aiuti ai paesi in via di sviluppo nuovamente ribadito nelle Linee guida della cooperazione italiana per il triennio 2013-2015. Il whole of country approach, adottato nel G8 del 2009 sotto la Presidenza italiana, prevede la collaborazione tra settore pubblico, settore privato e società civile e si prefigge la sinergica mobilitazione di tutti gli attori del “sistema Italia di cooperazione”, al fine di evitare dispersioni o duplicazioni di risorse e massimizzare i risultati. Tale approccio sistematico e innovativo è dunque teso a valorizzare gli attori della cooperazione, e ad ottimizzare tutte le risorse disponibili (fondi privati e pubblici, inclusi i meccanismi finanziari innovativi), e le diverse politiche di cooperazione.

Gli accordi di programma raggiungono altresì lo scopo di semplificare le modalità di collaborazione con l’Unione europea – il maggior donatore di aiuti allo sviluppo a livello mondiale - e con le organizzazioni internazionali che si occupano di aiuto allo sviluppo, come viene evidenziato nella relazione introduttiva al provvedimento.

 

Il comma 2 , stabilisce che la rendicontazione degli interventi avvenga in base alle norme ordinarie, rinviando ad un decreto di natura non regolamentare del ministro degli esteri, emanato d’intesa con il ministro dell’economia e delle finanze, la disciplina di dettaglio per la rendicontazione degli accordi di cui al comma precedente.

Il comma 2 richiama inoltre espressamente l'articolo 11, comma 1, lettera c), del D.Lgs n. 123 del 2011 ai fini della sottoposizione al controllo contabile successivo.

Si ricorda che il comma 1 dell’articolo 11 del decreto legislativo n. 123 del 2011 elenca gli atti che debbono essere sottoposti al controllo successivo di regolarità amministrativa e contabile tra i quali, alla lettera c): “rendiconti amministrativi afferenti a un'unica contabilità speciale alimentata con fondi di provenienza statale e non statale per la realizzazione di accordi di programma”.

 

Il comma 3 prescrive il versamento all’entrata del bilancio dello Stato delle somme statali non utilizzate alla fine dell’intervento di cooperazione ovvero, quando si tratta di fondi non statali, la loro restituzione ai soggetti privati o pubblici o sovranazionali che li avevano erogati.

 

Nella relazione tecnica si evidenzia che alla disposizione in oggetto, volta semplificare le procedure contabili di spesa, non si ascrivono oneri finanziari.

 

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Nella comunicazione Potenziare l'impatto della politica di sviluppo dell'Unione europea: un programma di cambiamento, la Commissione segnala come per il progresso dei paesi in via di sviluppo sia cruciale attirare e mantenere cospicui investimenti privati nazionali ed esteri e migliorare le infrastrutture. Secondo la Commissione l'UE deve sviluppare nuove modalità di collaborazione con il settore privato, soprattutto per stimolare attività e risorse di tale settore al fine di fornire beni pubblici, e prevedere finanziamenti anticipati e meccanismi per la condivisione dei rischi, in modo da favorire partenariati pubblico-privato e investimenti privati.

A tal fine la promozione dei partenariati pubblico-privato figura tra le priorità di intervento del nuovo strumento finanziario per la cooperazione allo sviluppo, come risulta dalla proposta presentata dalla Commissione nell’ambito del quadro finanziario pluriennale 2014-2020 (COM (2011) 840). L’intervento di modifica rispetto allo strumento finanziario vigente si propone tra l’altro la definizione di un quadro giuridico chiaro per il ricorso a strumenti innovativi utilizzati da altri donatori, ad esempio combinare e utilizzare partenariati pubblico-privati.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non considera la norma.

 

La relazione tecnica afferma che la norma prevede una semplificazione delle spese cofinanziate dal MAE con soggetti pubblici privati organismi sovranazionali, assimilando gli accordi di cooperazione cofinanziati agli ordinari accordi di programma già vigenti ai sensi della legge n. 241/1990 e richiamati ai fini del relativo controllo contabile dal decreto legislativo n. 123/2011. In questo modo si semplifica l’aspetto dell’autorizzazione normativa e quello del controllo, evitando nel contempo di instaurare ipotesi di gestioni fuori bilancio occulte. Per quanto riguarda il controllo, le regole ordinarie prevedono che l’accordo di programma contenga un’esplicita previsione degli uffici di controllo affidatari, secondo il criterio guida della prevalenza dei fondi.

Trattandosi di norma volta semplificare le procedure contabili di spesa, ad essa non vengono ascritti effetti finanziari.

 

In merito ai profili di quantificazione non si hanno osservazioni da formulare, considerato che la norma è finalizzata a semplificare le procedure di intervento e di controllo nel settore della cooperazione allo sviluppo. Ne consegue che non vengono modificati i meccanismi di finanziamento pubblico degli interventi a valere sulle risorse disponibili a legislazione vigente.

 


 

Articolo 9, commi 1-4
(Accelerazione nell’utilizzazione dei fondi comunitari)

L’articolo 9 reca, ai commi da 1 a 4, norme sull’utilizzazione dei fondi strutturali europei, motivate, secondo la Relazione illustrativa, dall’esigenza di evitare il rischio di ulteriori ritardi nell’utilizzo delle risorse comunitarie e le conseguenze dell’attivazione delle sanzioni comunitarie del definanziamento delle risorse medesime.

 

L’obiettivo è perseguito dal comma 1 stabilendo un obbligo per le amministrazioni pubbliche di trattazione prioritaria di tale materia rispetto ad altre.

In particolare, si sancisce l’obbligo per le amministrazioni e le aziende dello Stato anche a ordinamento autonomo, ivi compresi gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le istituzioni universitarie, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, gli enti pubblici non economici nazionali, le agenzie fiscali di cui al D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, di dare precedenza, nella trattazione degli affari di propria competenza, ai procedimenti, ai provvedimenti e agli atti, anche non aventi natura provvedimentale, relativi alle attività in qualsiasi modo connesse all’utilizzazione dei fondi strutturali europei, compresi quelli inerenti allo sviluppo rurale e alla pesca, e alla realizzazione dei progetti finanziati con i medesimi fondi.

 

L’obiettivo di accelerazione dei procedimenti in tale materia è già stato oggetto dei seguenti recenti interventi, effettuati sia con atti aventi forza e valore di legge, sia con atti amministrativi e accordi tra amministrazioni:

§         il D.Lgs. 31 maggio 2011, n. 88, all’articolo 3, comma 3, prevede che il Ministro delegato per la politica di coesione adotti, ove necessario e nel rispetto delle disposizioni dei regolamenti dell'Unione europea, le opportune misure di accelerazione degli interventi anche relativamente alle amministrazioni che risultano non in linea con la programmazione temporale degli interventi medesimi;

§         l'articolo 23, comma 4, della legge 12 novembre 2011, n. 183, stabilisce che le risorse provenienti da una riduzione del tasso di cofinanziamento nazionale dei programmi cofinanziati dai fondi strutturali 2007-2013, sono destinate alla realizzazione di interventi di sviluppo socio-economico concordati tra le Autorità italiane e la Commissione europea;

§         ai sensi della delibera CIPE n. 1 del 2001 con l’accordo nell’ambito del Comitato Nazionale del Quadro Strategico Nazionale (riunione del 30 marzo 2011) tra tutte le Regioni, le Amministrazioni centrali interessate e il partenariato economico e sociale, è stato individuato un percorso per l’accelerazione e la riprogrammazione delle risorse destinate alle aree sottoutilizzate, vale a dire sia quelle di carattere aggiuntivo previste dal Fondo per lo sviluppo e la coesione (ex Fondo per le aree sottoutilizzate) sia quelle definite dai fondi strutturali dell’Unione europea, mediante la fissazione di target di impegno e di spesa certificata alla Commissione europea.

Sono stati definiti specifici target calcolati in rapporto alle soglie annuali n+2 delle risorse comunitarie che devono essere raggiunte da ciascun Programma nel corso degli anni 2012 e 2013: In particolare, al 31 maggio 2013 deve essere raggiunto il 40% della soglia e al 31 ottobre 2013 l’80%.

§         con il Piano di Azione Coesione, adottato alla fine del 2011 - definito di intesa con la Commissione europea in attuazione degli impegni assunti dal Governo italiano nel corso del Vertice europeo del 26 ottobre 2011 - il quale ha permesso una riprogrammazione delle risorse comunitarie e la riduzione della quota di cofinanziamento nazionale, per complessivi 12,1 miliardi, che è stata trasferita al di fuori dei programmi operativi stessi, a favore di interventi considerati prioritari dal Piano di azione coesione.

 

Va ricordato che il Ministro per la coesione territoriale, nel corso dell’audizione del 12 giugno 2013 presso le Commissioni V e XIV della Camera, al 31 maggio 2013, data dell'ultima verifica dei target intermedi nazionali di spesa, ha reso noto che la spesa certificata cumulata per il complesso dell'Italia (19,8 miliardi di euro) ha superato (di 1,2 punti percentuali) l'obiettivo di spesa complessiva, raggiungendo un livello pari al 40% degli importi da considerare[8], ma che, tuttavia, questo dato riflette risultati molto differenziati fra le due macro aree. Nelle regioni più sviluppate si raggiunge infatti un livello di spesa pari al 49,4% delle risorse programmate, mentre nelle regioni meno sviluppate, la spesa si ferma al 35,7%. Determinante, al fine di conseguimento del risultato di spesa sopra indicato, che ha consentito di evitare una perdita di risorse derivanti dal bilancio comunitario a fine 2012, è stata – ricorda il Ministro - la riduzione del cofinanziamento nazionale, attuata attraverso il Piano di Azione Coesione, che ha ridotto l'ammontare complessivo delle spese da certificare a Bruxelles[9]. Nel complesso, tuttavia, le risorse ancora da spendere, anche dopo la riprogrammazione del Piano di Azione Coesione, ammontano a circa 30 miliardi di euro, la maggior parte dei quali nell'area della Convergenza.

 

Alla luce del contesto normativo e amministrativo illustrato, nonché dei dati relativi al raggiungimento dei targets, sarebbe opportuno un approfondimento in merito agli effetti ulteriori che la misura sarebbe in grado di produrre, soprattutto con riferimento all’accennato divario tra regioni.

Nell’ambito di tale approfondimento si dovrebbe verificare l’opportunità di conferire rango normativo ad una previsione che potrebbe rientrare nella prassi amministrativa, con formalizzazione in apposite circolari, sede nella quale effettuare una ponderazione comparativa delle specifiche fattispecie cui si riferiscono i procedimenti che le amministrazioni sono chiamate a svolgere. E’ vero che la veste normativa potrebbe assumere rilievo per l’eventualità che la priorità attribuita alla conclusione dei procedimenti relativi ai fondi strutturali impedisca il rispetto dei termini stabiliti per altri procedimenti amministrativi. Tuttavia, si consideri l’opportunità di un approfondimento in merito all’applicabilità dell’automatismo introdotto dalla norma, per dare preferenza ai procedimenti relativi ai fondi strutturali, ai casi in cui la stessa amministrazione sia responsabile anche di procedimenti in cui potrebbero essere implicati livelli essenziali di prestazioni o diritti fondamentali. Si valuti inoltre che la ritardata conclusione di procedimenti diversi da quelli in materia di fondi strutturali potrebbe rilevare ai fini dell’indennizzo da ritardo previsto dall’art. 28 dello stesso decreto–legge, con effetti dal punto di vista della finanza pubblica.

 

Per accelerare l’utilizzo dei fondi strutturali, il comma 2 dà facoltà allo Stato, o alla Regione, ove accertino ritardi ingiustificati nell’adozione di atti di competenza degli enti territoriali, di intervenire in via sussidiaria sostituendosi all’ente inadempiente, secondo quanto disposto dai successivi commi 3 e 4.

La norma, introducendo tale potere sostitutivo, richiama la necessità di non incorrere nelle sanzioni previste dall’ordinamento dell’Unione europea per i casi di mancata attuazione dei programmi e dei progetti cofinanziati con fondi strutturali europei e di sottoutilizzazione dei relativi finanziamenti, relativamente alla programmazione 2007-2013.

 

Per tale disposizione, che non è a regime, in quanto riferita solo alla programmazione 2007-2013, la Relazione illustrativa precisa che essa produce i suoi effetti nel periodo limitato che va dall’entrata in vigore del decreto-legge sino al 31 dicembre 2015 (termine finale per l’utilizzo dei fondi comunitari).

 

Con riferimento alle sanzioni previste dall’ordinamento dell’Unione europea, si ricorda che il mancato conseguimento degli obiettivi UE comporta, secondo i Regolamenti comunitari[10], una riduzione delle risorse per il Fondo e per il Programma operativo interessato.

Infatti, in base alla c.d. "regola dell'n+2", per ogni annualità contabile delle risorse impegnate – per ciascun fondo (FSE, FESR) e programma operativo (PO) sul bilancio comunitario - la parte che non risulta effettivamente spesa e certificata alla Commissione entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello dell’impegno di bilancio viene disimpegnata automaticamente.

Il disimpegno delle risorse comunitarie comporta anche la parallela riduzione di disponibilità delle relative risorse di cofinanziamento nazionale.

Al costante monitoraggio della spesa dei fondi strutturali nel quadro dei programmi operativi, nazionali e regionali, provvede il Ministro per la Coesione territoriale sulla base di dati validati dalla Ragioneria generale dello Stato e dal Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e la Coesione economica.

 

Al riguardo, la Relazione illustrativa ricorda che la Commissione europea ha già proposto una raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea per un rafforzamento dei poteri delle strutture centrali dello Stato al fine di realizzare un’efficace utilizzazione dei fondi comunitari. Nella Raccomandazione del 29 maggio 2013 (Raccomandazione del Consiglio sul programma nazionale di riforma 2013 dell’Italia e che formula un parere del Consiglio sul programma di stabilità dell’Italia 2012-2017[11]) la Commissione europea, nel sottolineare l’azione intrapresa dall’Italia per il miglioramento dell’efficienza e della qualità della spesa pubblica, raccomanda all’Italia di adottare nel periodo 2013-2014 misure strutturali per migliorare la gestione dei fondi dell’UE nelle Regioni del Mezzogiorno, in vista del periodo di programmazione 2014-2020.

Come ribadito dal Ministro Trigilia nel corso dell’audizione tenuta il 12 giugno scorso presso le Commissioni V e la XIV, tale convincimento è reso ancora più esplicito nella lettera che il Commissario europeo per la Politica Regionale, J. Hahn, ha inviato al Ministero per la coesione territoriale lo scorso 30 maggio, nella quale si fa riferimento alla necessità di rafforzare il ruolo nazionale e di accrescere la concentrazione delle risorse su pochi obiettivi ritenuti prioritari.

 

I commi 3 e 4 disciplinano il meccanismo volto a consentire allo Stato, per la parte relativa alla propria competenza, e alle Regioni, riguardo all’inadempienza degli enti locali, di intervenire in via di sussidiarietà, sostituendosi all’ente inadempiente, ove accertino ritardi ingiustificati nell’adozione di atti di competenza degli enti territoriali.

Le amministrazioni competenti all’utilizzazione dei diversi fondi strutturali, nei casi in cui riscontrino criticità nelle procedure di attuazione dei programmi, dei progetti e degli interventi riguardanti la programmazione 2007-2013, di cui al comma 2, sono tenute:

a)       a convocare una Conferenza di servizi al fine di individuare le inadempienze e accertarne le eventuali cause, rimuovendo, ove possibile, gli ostacoli verificatisi (comma 3);

b)      a comunicare, ove non sia stato possibile superare le eventuali inadempienze nel corso della Conferenza di servizi, all’ente territoriale inadempiente i motivi di ritardo nell’attuazione dei suddetti programmi nonché a indicare quali iniziative ed atti adottare (comma 4).

 

In caso di ulteriore mancato adempimento, entro il termine di 30 giorni dalla comunicazione, l’amministrazione dello Stato, sentite le Regioni interessate, adotta le iniziative necessarie al superamento delle criticità riscontrate, eventualmente sostituendosi all’ente inadempiente attraverso la nomina di uno o più commissari ad acta (comma 4).

 

Va notato che il comma 2 attribuisce un potere sostitutivo allo Stato e alle regioni nei confronti degli enti territoriali, senza specificare le categorie degli enti, per i quali il territorio è elemento costitutivo e competenti all’attuazione di progetti di utilizzazione di fondi, sui quali tale potere può essere esercitato.

Andrebbe chiarito se la disposizione intenda attribuire potere sostitutivo allo Stato anche nei confronti delle regioni, valutandone i presupposti alla luce dell’art. 120 Cost..

 

L’articolo 120, secondo comma, della Costituzione, come modificato dalla riforma del Titolo V del 2001, prevede un potere sostitutivo del Governo nei confronti di Regioni ed enti locali in gravi casi di inadempienza (mancato rispetto di norme internazionali o comunitarie) oppure qualora sia in pericolo la sicurezza pubblica, od ancora quando, in generale, lo richiedano la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica del Paese.

Il dettato costituzionale è stato attuato dall’articolo 8 della legge n. 131/2003 che disciplina l’esercizio del potere sostitutivo del Governo. Questo, nei casi di cui sopra, in primo luogo assegna all’ente inadempiente un congruo termine per adottare i provvedimenti necessari e, decorso inutilmente tale termine, può scegliere tra due opzioni: adottare direttamente i provvedimenti necessari, oppure nominare un apposito commissario ad acta. La procedura di decisione, identica nei due casi, prevede la deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito l'organo interessato, su proposta del Ministro competente o del Presidente del Consiglio dei ministri.

Come evidenziato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 43/2004, l’assetto delineato dalla Costituzione non esclude peraltro l’esercizio di poteri sostitutivi delle Regioni. Secondo la Corte, l’articolo 120, secondo comma, Cost. non può essere inteso nel senso che esaurisca, concentrandole tutte in capo allo Stato, le possibilità di esercizio di poteri sostitutivi. In realtà esso prevede solo un potere sostitutivo straordinario, in capo al Governo, da esercitarsi sulla base dei presupposti e per la tutela degli interessi ivi esplicitamente indicati, mentre lascia impregiudicata l’ammissibilità e la disciplina di altri casi di interventi sostitutivi, configurabili dalla legislazione di settore, statale o regionale, in capo ad organi dello Stato o delle Regioni o di altri enti territoriali, in correlazione con il riparto delle funzioni amministrative da essa realizzato e con le ipotesi specifiche che li possano rendere necessari.

L’articolo 120, secondo comma, non preclude dunque, in via di principio, la possibilità che la legge regionale, intervenendo in materie di propria competenza, e nel disciplinare, ai sensi dell’articolo 117, terzo e quarto comma, e dell’articolo 118, primo e secondo comma, della Costituzione, l’esercizio di funzioni amministrative di competenza dei Comuni, preveda anche poteri sostitutivi in capo ad organi regionali, per il compimento di atti o di attività obbligatorie, nel caso di inerzia o di inadempimento da parte dell’ente competente, al fine di salvaguardare interessi unitari che sarebbero compromessi dall’inerzia o dall’inadempimento medesimi.

Tuttavia, la Corte stabilisce che le ipotesi di esercizio di poteri sostitutivi debbono essere previste e disciplinate dalla legge, che deve definirne i presupposti sostanziali e procedurali (Corte Cost., sent. n. 43/2004). Il potere sostitutivo della Regione rinviene, pertanto, la propria base costituzionale non solo nell’art. 120, ma anche nell’interpretazione sistematica degli artt. 117, commi 3 e 4 e 118, commi 1 e 2, della Costituzione.

 

Si constata che il presupposto del potere sostitutivo dello Stato e delle regioni è individuato dal comma 2 nell’accertamento di “ritardi ingiustificati”, mentre il comma 3 prevede l’attivazione ella conferenza di servizi - da parte delle “amministrazioni”- all’esito del riscontro di “criticità”. In base allo stesso comma 3 la conferenza individua “inadempienze” e le relative cause.

Appare opportuno valutare i diversi presupposti indicati dai due commi ai fini dell’attivazione dei relativi procedimenti al fine di chiarirne la portata, in quanto gli stessi procedimenti comportano una modifica dell’assetto delle competenze stabilito dall’ordinamento.

Quanto al procedimento sostitutivo previsto dal comma 4, qualora esso riguardi le regioni, va notato che contrasta con quello previsto dalla legge costituzionale 131/2003 all’art. 8 per l’attuazione dell’art. 120 Cost..

 

L’art. 8 della L. 131/2008[12] prevede che, nei casi e per le finalità previsti dall'articolo 120, secondo comma, della Costituzione, il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro competente per materia, anche su iniziativa delle Regioni o degli enti locali, assegna all'ente interessato un congruo termine per adottare i provvedimenti dovuti o necessari; decorso inutilmente tale termine, il Consiglio dei ministri, sentito l'organo interessato, su proposta del Ministro competente o del Presidente del Consiglio dei ministri, adotta i provvedimenti necessari, anche normativi, ovvero nomina un apposito commissario. Alla riunione del Consiglio dei ministri partecipa il Presidente della Giunta regionale della Regione interessata al provvedimento. Qualora l'esercizio del potere sostitutivo si renda necessario al fine di porre rimedio alla violazione della normativa comunitaria, gli atti ed i provvedimenti di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per le politiche comunitarie e del Ministro competente per materia. Fatte salve le competenze delle Regioni a statuto speciale, qualora l'esercizio dei poteri sostitutivi riguardi Comuni, Province o Città metropolitane, la nomina del commissario deve tenere conto dei princìpi di sussidiarietà e di leale collaborazione. Il commissario provvede, sentito il Consiglio delle autonomie locali qualora tale organo sia stato istituito. Nei casi di assoluta urgenza, qualora l'intervento sostitutivo non sia procrastinabile senza mettere in pericolo le finalità tutelate dall'articolo 120 della Costituzione, il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro competente, anche su iniziativa delle Regioni o degli enti locali, adotta i provvedimenti necessari, che sono immediatamente comunicati alla Conferenza Stato-Regioni o alla Conferenza Stato-Città e autonomie locali, allargata ai rappresentanti delle Comunità montane, che possono chiederne il riesame.

Inoltre, i provvedimenti sostitutivi devono essere proporzionati alle finalità perseguite.

 

Il ritardo nell’utilizzo dei fondi comunitari e lo stato di attuazione al 31 aprile 2013

Nell’ambito delle risorse finanziarie UE complessivamente stanziate per il periodo di programmazione 2007-2013 (circa 308 miliardi di euro), la quota assegnata all’Italia ammonta a 28,8 miliardi a valere su due fondi comunitari (Fondo europeo di sviluppo regionale – FESR e Fondo sociale europeo - FSE). Tali risorse comunitarie sono state programmate con il Quadro strategico nazionale 2007-2013, approvato dalla Commissione europea con decisione del 13 luglio 2007, i cui interventi sono attuati attraverso 52 Programmi Operativi nazionali, regionali e interregionali, che definiscono le priorità strategiche per settori e territori.

Le risorse programmate nel QSN 2007-2013 ammontano a oltre 60 miliardi di euro, di cui circa 28,8 miliardi di fondi strutturali provenienti dalla UE e circa 31,6 miliardi di risorse di cofinanziamento nazionale (iscritti sul Fondo di rotazione per l’attuazione delle politiche comunitarie previsto dalla legge n. 183/1987), destinati a finanziare i tre Obiettivi prioritari di sviluppo.

La gran parte di tali risorse, 43,6 miliardi, all’incirca il 75% del totale, risultano destinate all’Obiettivo “Convergenza”, che interessa le Regioni Calabria Campania, Puglia, Sicilia, cui si aggiunge la Basilicata (considerata in regime di phasing-out dall’obiettivo Convergenza). All’Obiettivo “Competitività”, che interessa tutto il Centro-Nord, l’Abruzzo e il Molise, nonché la Sardegna (in regime di phasing-in) sono assegnati 15,8 miliardi di euro (circa il 22% delle risorse complessivamente destinate all’Italia). La quota residua, 0,8 milioni di euro, interessa i programmi dell’Obiettivo “Cooperazione territoriale”.

In merito allo stato di attuazione degli interventi strutturali 2007-2013, si ricorda che le amministrazioni centrali e regionali hanno incontrato rilevanti difficoltà nell’utilizzare le risorse comunitarie secondo la tempistica definita dalle norme comunitarie, con il rischio costante di disimpegno delle stesse, atteso che le regole europee prevedono il definanziamento (che comporta altresì la parallela riduzione della quota di cofinanziamento nazionale) delle risorse non spese entro il biennio successivo all'annualità di riferimento.

Al 31 dicembre 2010, dopo 4 anni di operatività dei fondi strutturali 2007-2013, lo stato di utilizzo dei fondi comunitari era molto preoccupante, l’Italia risultava essere penultima tra gli Stati membri, con una percentuale di impegni sulle risorse complessivamente disponibili del 22 per cento e di pagamenti intorno al 12 per cento.

 

Per recuperare tale ritardo, nel corso del 2011 è stata avviata, di intesa con la Commissione Europea, l’azione per accelerare l’attuazione dei programmi cofinanziati dai fondi strutturali 2007-2013, sulla base di quanto stabilito dalla delibera CIPE n. 1 e puntualmente concordato nel Comitato Nazionale del Quadro Strategico Nazionale (riunione del 30 marzo 2011) da tutte le Regioni, dalle Amministrazioni centrali interessate e dal partenariato economico e sociale.

Con la delibera CIPE n. 1/2011, in particolare, è stato individuato un percorso per l’accelerazione e la riprogrammazione delle risorse destinate alle aree sottoutilizzate, vale a dire sia quelle di carattere aggiuntivo previste dal Fondo per lo sviluppo e la coesione (ex Fondo per le aree sottoutilizzate) sia quelle definite dai fondi strutturali dell’Unione europea, mediante la fissazione di target di impegno e di spesa certificata alla Commissione europea.

Alla fine del 2011, è stato adottato il Piano di Azione Coesione, quale risposta del Governo italiano ai ritardi nell’attuazione dei programmi dei Fondi strutturali 2007-2013 – specie nelle Regioni dell’Obiettivo Convergenza – e alle richieste di intervento dell’Unione Europea.

Il Piano, nell’impegnare le amministrazioni centrali e locali a rilanciare i programmi in grave ritardo, ha mirato ad una concentrazione degli investimenti in quattro ambiti prioritari di interesse strategico nazionale (Istruzione, Agenda digitale, Occupazione e Infrastrutture ferroviarie), reperendo i necessari stanziamenti attraverso una riduzione della quota complessiva del cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali nell’ambito dei programmi operativi regionali del Mezzogiorno, che è stato portato dal 50 al 25%, con conseguente riutilizzo delle risorse per il finanziamento, nelle medesime Regioni, delle azioni e degli interventi previsti nel Piano stesso.

Il Piano, articolato in tre fasi di riprogrammazione, ha determinato, nel suo complesso, una rimodulazione di risorse comunitarie e una riduzione delle risorse di cofinanziamento nazionale, per complessivi 12,1 miliardi di euro:

I fase: riprogrammazione di 3,5 miliardi dai programmi operativi regionali a favore di istruzione, ferrovie, formazione, agenda digitale, occupazione di lavoratori svantaggiati (15 dicembre 2011).

II fase: riprogrammazione di 2,9 miliardi dai programmi operativi nazionali e interregionali gestiti dalle amministrazioni centrali dello Stato a favore della cura per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti, dei giovani, della competitività e innovazione delle imprese, delle aree di attrazione culturale (11 maggio 2012).

III fase: riprogrammazione di 5,7 miliardi di euro dai programmi operativi regionali e nazionali a favore di misure anticicliche (volte a arginare gli effetti della crisi e dare sostegno al tessuto economico e sociale), di salvaguardia di alcuni progetti validi già avviati ma che necessitano di tempi più lunghi per dispiegare i loro effetti, e di nuove azioni regionali (11 dicembre 2012, terza ed ultima fase).

Al fine di agevolare il raggiungimento degli obiettivi di spesa previsti dai programmi regionali cofinanziati dall’Unione europea per il periodo 2007-2013, con il D.L. n. 201/2011 si è inoltre intervenuti ad escludere dai vincoli del patto di stabilità interno delle Regioni le spese effettuate a valere sulle risorse dei cofinanziamenti nazionali dei fondi strutturali comunitari. Ciò ha permesso di “non computare” nei saldi del patto di stabilità le spese sostenute dalle Regioni a valere sulle proprie risorse, nonché su quelle statali loro trasferite dal Fondo di rotazione per l’attuazione delle politiche comunitarie. La deroga al patto di stabilità ha consentito una accelerazione della capacità di spesa ed evitato il disimpegno automatico delle risorse comunitarie. L’esclusione di tali spese dai vincoli del patto, inizialmente prevista nel limite di 1.000 milioni di euro per gli anni 2012, 2013 e 2014, è stata aumentata di ulteriori 800 milioni di euro per l’anno 2013 dall’articolo 2, comma 7, del D.L. n. 35 del 2013, per consentire alle amministrazioni titolari dei programmi comunitari 2007-2013 di conseguire gli obiettivi posti dai target di spesa al 31 dicembre 2013 al fine di evitare la perdita delle risorse non utilizzate, secondo la regola del disimpegno automatico delle risorse.

 

Nonostante i progressi realizzati nell’ultimo anno, il ritardo nell’utilizzo dei fondi strutturali 2007-2013 continua ad essere preoccupante. Come già accennato, il Ministro per la coesione territoriale Trigilia, nel corso dell’audizione del 12 giugno 2013, ha messo in rilievo che, a due anni e mezzo dalla scadenza finale per la certificazione delle spese alla Commissione UE, il totale della spesa effettuata è pari a 19 miliardi di euro, corrispondente al 40% delle risorse complessive, come riprogrammate a seguito del secondo aggiornamento del Piano di Azione Coesione (che ha ridotto le risorse del QSN 2007-2013 da oltre 60 a circa 54 miliardi). Non appena saranno adottate le decisioni comunitarie relative alle riduzioni del cofinanziamento nazionale previste dal terzo aggiornamento del PAC, definito a dicembre 2012, la disponibilità complessiva delle risorse si assesterà a 49,5 miliardi.

Nel complesso, le risorse ancora da spendere entro il 31 dicembre 2015 (termine ultimo per effettuare pagamenti) ammontano, quindi, a circa 30 miliardi di euro, la maggior parte dei quali nell'area della Convergenza.

Molto differenziato è, peraltro, il risultato fra le due macro-aree del Paese: a fronte di un livello di spesa del 49 per cento circa nelle Regioni del Centro Nord, nell'area della Convergenza delle Regioni del Sud la spesa si ferma al 36 per cento.

Secondo le informazioni fornite dal Ministro, l'area ad alto rischio di disimpegno riguarda soprattutto alcuni Programmi nazionali e Programmi regionali dell'obiettivo Convergenza: in particolare il PON 'Reti e mobilità' e i POR di Campania, Calabria e Sicilia. Secondo una prima stima effettuata dal Ministero, il rischio di disimpegno delle risorse, per i programmi dell'obiettivo Convergenza afferenti al FESR, sarebbe di almeno 3,6 miliardi e riguarderebbe il POR Campania, Sicilia, Calabria, e i PON "Reti e Mobilità", "Energie rinnovabili", "Attrattori culturali" e "Sicurezza"; le risorse a rischio per i Programmi afferenti al FSE sarebbe di 0,5 miliardi di euro complessivi.

Il Ministro ha sottolineato, dunque, la necessità di una azione di riprogrammazione delle risorse a rischio, volta a concentrare i fondi resi disponibili su poche misure con effetto anticiclico. Le misure saranno costruite in modo da rispondere, per un verso, al crescente peggioramento della occupazione giovanile e al progressivo impoverimento delle famiglie, soprattutto al Sud. Per altro verso, saranno rivolte a sostenere il sistema delle imprese e promuovere investimenti in grado di stimolare le economie locali.

Tale riprogrammazione dovrebbe attuarsi in due fasi:

§       una prima fase riguarderà solo programmi nazionali e sarà basata sulla riduzione del cofinanziamento nazionale, da modulare caso per caso in relazione alle effettive possibilità e necessità, tenendo a tal fine conto, non solo dei livelli di rischio, ma anche della opportunità di utilizzare le risorse che si rendono così disponibili per iniziative non cofinanziabili dai programmi operativi (in particolare le misure per contrastare la povertà delle famiglie). I programmi nazionali della convergenza che possono essere interessati da questa riduzione sono: il PON Reti e Mobilità per 734 MEURO; il PON Sicurezza per 206 MEURO; il POIN Energia 32 MEURO. Ad essi si aggiungono ulteriori risorse del PON "Ricerca e Competitività" che verrebbero riallocate sulla misura di sostegno alle imprese attraverso il rifinanziamento della legge n. 185/1990. In totale si tratterebbe, quindi, di una prima manovra per circa 1 miliardo di euro.

§       l'intervento della seconda fase riguarderà invece i POR Campania, Sicilia e Calabria e sarà incentrato sul sostegno al sistema delle imprese e sulla promozione di investimenti maggiormente in grado di stimolare le economie locali. Tra le misure allo studio segnalo: il finanziamento di progetti, immediatamente cantierabili, da concludersi entro dicembre 2015, presentati dai Comuni all'interno del Piano città, il finanziamento per completare opere pubbliche già avviate e sospese per mancanza di fondi, previa attenta selezione degli interventi più strategici; il finanziamento di interventi di efficientamento energetico degli edifici pubblici (scuole, ospedali, carceri ed edifici pubblici) e il rifinanziamento del Fondo di Garanzia e la ricapitalizzazione dei Confidi per rafforzare la capacità di accesso al credito delle piccole e medie imprese; la promozione di reti tra imprese, Università e centri di ricerca.


 

Fondo europeo di sviluppo regionale

Stato di attuazione al 31 aprile 2013

(Fonte RGS-IGRUE)

Milioni di euro                                

Programmi FESR

Contributo 2007/2013

Pagamenti

% pagamenti/ contributo

Obiettivo Convergenza

30.595,55

9.236,43

30,19%

Poin Attrattori culturali, e turismo

681,73

162,08

23,77%

Poi Energie rinnovabili

1.103,79

468,53

42,45%

Pon Governance e AT FESR

226,19

114,37

50,56%

Pon Istruzione

510,78

237,35

46,47%

Pon reti e mobilità

2.576,61

626,60

24,32%

Pon Ricerca e competitività

4.424,39

1.898,19

42,90%

Pon Sicurezza per lo Sviluppo

978,08

453,89

46,41%

Calabria

2.545,06

654,84

25,73%

Campania

6.264,80

1.144,94

18,28%

Puglia

4.492,32

1.987,58

44,24%

Sicilia

6.039,61

1.135,26

18,80%

Basilicata

752,19

352,80

46,90%

Obiettivo Competitività

7.810,67

3.747,68

47,98%

Abruzzo

345,37

180,29

52,20%

Emilia Romagna

346,92

176,85

50,98%

Friuli Venezia Giulia

300,75

124,70

41,46%

Lazio

743,51

328,10

44,13%

Liguria

525,88

245,98

46,77%

Lombardia

531,75

254,66

47,89%

Marche

285,83

143,32

50,14%

Molise

192,52

82,07

42,63%

PA di Bolzano

73,94

37,22

50,34%

P.A. Trento

62,48

34,65

55,46%

Piemonte  

1.068,75

531,44

49,73%

Toscana

1.126,65

546,00

48,46%

Umbria

343,77

153,90

44,77%

Valle d'Aosta

48,52

26,66

54,95%

Veneto

452,69

212,38

46,92%

Sardegna

1.361,34

669,46

49,18%

Obiettivo Cooperazione

705,59

275,52

39,05%

TOTALE FESR

39.111,81

13.259,63

33,90%


Fondo sociale europeo

Stato di attuazione al 31 aprile 2013

(Fonte RGS-IGRUE)

Milioni di euro                                

Programmi FSE

Contributo 2007/2013

Pagamenti

% pagamenti
/contributo

Obiettivo Convergenza

6.916,28

3.149,11

45,53%

Campania

968,00

283,11

29,25%

Calabria

800,49

400,43

50,02%

Sicilia

1.632,31

652,02

39,94%

Basilicata

322,37

176,93

54,88%

Puglia

1.279,20

511,45

39,98%

Pon Governance e Azioni di Sistema

427,98

210,06

49,08%

Pon Competenze per lo Sviluppo

1.485,93

915,11

61,59%

Obietivo Competitività

7.621,44

4.440,20

58,26%

Abruzzo

316,56

143,26

45,26%

Emilia Romagna

847,20

577,69

68,19%

Friuli Venezia Giulia

316,64

200,95

63,46%

Lazio

730,50

330,25

45,21%

Liguria

391,65

192,11

49,05%

Lombardia

796,23

490,60

61,62%

Marche

278,74

162,30

58,23%

Molise

102,90

49,07

47,69%

PA di Bolzano

158,51

83,24

52,51%

P.A. Trento

217,27

173,36

79,79%

Piemonte  

1.001,10

606,83

60,62%

Toscana

659,60

386,40

58,58%

Umbria

227,38

105,27

46,30%

Valle d'Aosta

64,28

34,18

53,17%

Veneto

711,59

383,04

53,83%

Sardegna

729,29

478,49

65,61%

Azioni di Sistema

72,00

43,16

59,94%

TOTALE FSE

14.537,72

7.589,31

52,20%

 

 

 

Fondo europeo per la pesca

Stato di attuazione al 31 aprile 2013

(Fonte RGS-IGRUE)

Milioni di euro