Camera dei deputati - XVII Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento affari sociali
Titolo: Codice del Terzo settore - Atto del Governo n. 417
Riferimenti:
L N. 106 DEL 06-GIU-16   SCH.DEC 417/XVII
Serie: Atti del Governo    Numero: 417
Data: 29/05/2017
Organi della Camera: XII-Affari sociali

 

 

 

Servizio Studi

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Dossier n. 499

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Atti del Governo n. 417

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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INDICE

Schede di lettura

Premessa............................................................................................................ 3

Titolo I Disposizioni Generali (artt. 1-3)........................................................ 15

Titolo II Degli enti del Terzo settore in generale (artt. 4-16)...................... 19

Titolo III Del volontariato e dell’attività di volontariato (artt. 17-19)......... 39

Titolo IV Delle associazioni e delle fondazioni del Terzo settore (artt. 20-31)............................................................................................................................... 43

§  Capo I Disposizioni generali (art. 20)......................................................... 44

§  Capo II Della costituzione (artt.21-22)........................................................ 45

§  Capo III Dell'ordinamento e dell'amministrazione (artt. 23-31)................. 51

Titolo V Di particolari categorie di enti del Terzo settore (artt. 32-44)...... 65

§  Capo I Delle organizzazioni di volontariato (artt. 32-34)........................... 66

§  Capo II Delle associazioni di promozione sociale (artt. 35-36).................. 70

§  Capo III Degli enti filantropici (artt. 37-39)................................................ 72

§  Capo IV Delle imprese sociali (art. 40)....................................................... 74

§  Capo V Delle reti associative (art. 41)........................................................ 75

§  Capo VI Delle società di mutuo soccorso (artt. 42-44)............................... 77

Titolo VI Del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (artt. 45-54).... 79

Titolo VII Dei rapporti con gli enti pubblici (artt. 55-57).............................. 89

Titolo VIII Della promozione e del sostegno degli enti del Terzo settore (artt. 58-76)..................................................................................................................... 95

§  Capo I Del Consiglio nazionale del Terzo settore (artt. 58-60).................. 97

§  Capo II Dei Centri di servizio per il volontariato(artt. 61-66).................. 101

§  Capo III Di altre misure specifiche (artt. 67-71)....................................... 119

§  Capo IV Delle risorse finanziarie (artt. 72-76)......................................... 125

Titolo IX Titoli di solidarietà degli enti del Terzo settore ed altre forme di finanza sociale (artt. 77-78)............................................................................... 131

Titolo X Regime fiscale degli Enti del Terzo settore (artt. 79-89)............. 137

§  Capo I Disposizioni generali (artt. 79-83)................................................. 139

§  Capo II Disposizioni sulle organizzazioni di volontariato e sulle associazioni di promozione sociale (artt. 84-86)........................................................... 154

§  Capo III Delle scritture contabili (art. 87)................................................. 167

§  Capo IV Delle disposizioni transitorie e finali (artt. 88-89)..................... 171

Titolo XI Dei controlli e del coordinamento (artt. 90-97)............................ 179

Titolo XII Disposizioni transitorie e finali (artt. 98-104)............................. 189

 

 


Schede di lettura

 


Premessa

Il Consiglio dei ministri del 12 maggio 2017, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, ha approvato, in esame preliminare, lo schema di decreto recante Codice del Terzo settore, di attuazione della legge delega 106/2016 per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale (qui il comunicato stampa).

In conformità con quanto disposto dall’articolo 1, co. 5, della legge delega 106/2016, lo schema di decreto recante Codice del Terzo settore, corredato dalla relazione illustrativa e dalla relazione tecnica, è stato trasmesso alle Camere il 19 maggio 2017 (ma assegnato alle Commissioni competenti il 22 maggio 2017), entro il quarantacinquesimo giorno antecedente il termine per l'esercizio della delega (3 luglio 2017), perché su di esso siano espressi, entro trenta giorni dalla data di trasmissione, i pareri delle rispettive commissioni competenti per materia e per i profili finanziari. Decorso il termine previsto per l'espressione dei pareri (21 giugno 2017), il decreto può essere comunque adottato.

 

Circa la consistenza del Terzo settore la rilevazione Istat del settore non profit, ha censito 301.191 organizzazioni non profit attive in Italia al 31 dicembre 2011, con 681mila addetti e 271mila lavoratori esterni (con contratto di collaborazione), 5mila lavoratori temporanei.

Le istituzioni non profit si giovano anche dell’apporto di oltre 4 milioni di volontari.

Rispetto al 2001, il settore risulta in notevole espansione in termini sia di istituzioni sia di addetti (rispettivamente +28% e + 39,3%).

I due terzi delle istituzioni non profit sono rappresentate da associazioni non riconosciute, che impiegano un quarto dei lavoratori. Le cooperative sociali, pur essendo il 4% del totale, danno lavoro al 38% di dipendenti e lavoratori esterni. Quasi due terzi delle istituzioni dichiarano come attività prevalente la “cultura, sport e ricreazione”, ma queste coinvolgono solo il 19% dei lavoratori. I settori «classici» del non profit (istruzione, sanità e assistenza) rappresentano il 17% delle istituzioni e coinvolgono il 64% di dipendenti e lavoratori esterni.

La distribuzione territoriale delle istituzioni non profit mostra una relativa concentrazione nell’Italia settentrionale (157.197 unità pari al 52,1% del totale nazionale) e una minore nel Mezzogiorno (79.317 unità pari al 26,3%).

Secondo i dati di bilancio raccolti con il questionario censuario, le entrate del settore sono state di 64 miliardi di euro e le uscite di 57 miliardi, al lordo dei possibili, ma contenuti, trasferimenti interni al settore. Le entrate del settore non profit provengono per due terzi da fonti private e per il 48% sono rappresentate da ricavi di vendite di beni e servizi sia a soggetti privati che alla PA. Tra le entrate di fonte pubblica prevalgono nettamente i proventi di contratti e convenzioni con enti pubblici nazionali e internazionali (circa il 29% del totale delle entrate), che raggiungono il 65% nel caso delle cooperative sociali. Tra quelle di fonte privata prevalgono nell’ordine i contributi annui degli aderenti e i proventi di vendite di beni e servizi.

Le risorse economiche disponibili vengono impiegate per il 38% delle uscite in acquisti di beni e servizi e per il 35% in spese di personale.

 

In attuazione della delega contenuta nell’articolo 1, co. 2, lett. b), della legge 106/2016, lo schema in esame provvede “al riordino e alla revisione organica della disciplina speciale e delle altre disposizioni vigenti relative agli enti del Terzo settore, compresa la disciplina tributaria applicabile a tali enti, mediante la redazione di un apposito codice del Terzo settore”. Il Codice intende dunque configurarsi come uno strumento unitario in grado di garantire la “coerenza giuridica, logica e sistematica” di tutte le componenti del Terzo settore (art. 2, comma 1, lett. d) della legge delega 106/2016).

I principi e i criteri direttivi per la redazione del Codice del Terzo settore sono contenuti nell’art. 4 della legge delega.

Il Codice riordina tutta la normativa riguardante gli enti del Terzo settore al fine di “sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona e valorizzando il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa, in attuazione dei principi costituzionali”.

Lo schema di decreto legislativo si compone di 104 articoli suddivisi in dodici titoli.

 

 

Il Titolo I (articoli da 1 a 3) fornisce la definizione normativa del Terzo settore precisandone le finalità proprie (finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale) e delimita il campo di applicabilità delle disposizioni dello stesso Codice, chiarendo che queste si utilizzano, ove non derogate ed in quanto compatibili, anche per gli enti del Terzo settore regolati da una disciplina particolare. Inoltre, agli enti del Terzo settore si applicano, in quanto compatibili, le norme del Codice civile e le relative disposizioni di attuazione nel caso di lacune di previsione accertate nel Codice, previa verifica di compatibilità. Infine, si specifica che le disposizioni del Codice non si applicano alle fondazioni bancarie, alle quali sono riferibili soltanto le disposizioni raccolte nel Capo II del Titolo VIII, riferite ai Centri di servizio per il volontariato.

 

 

Il Titolo II (articoli da 4 a 16):

     delimita il perimetro del Terzo settore, enumerando gli enti che ne fanno parte individuati in: organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, enti filantropici, imprese sociali, incluse le cooperative sociali, reti associative e società di mutuo soccorso. Viene inserita in tale perimetro la nozione di ente del terzo settore definito come “ente costituito in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione, per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma volontaria e di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi” (art. 4);

     razionalizza i settori delle attività di interesse generale attraverso la compilazione di un elenco unico, con il tentativo di fondere la normativa attualmente prevista ai fini fiscali con quella prevista ai fini civilistici. Introduce nuovi settori di attività, fra i quali si segnalano: commercio equo e solidale; comunicazione a carattere comunitario; alloggio sociale; accoglienza umanitaria ed integrazione sociale di stranieri; agricoltura sociale; adozioni internazionali; riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata. Viene inoltre prevista la possibilità di aggiornare l’elenco delle attività di interesse generale con D.P.C.M. da adottarsi su proposta dei ministri lavoro/MEF, acquisito il parere delle commissioni parlamentari competenti (art. 5). Le attività di interesse generale possono essere finanziate anche attraverso la richiesta a terzi di lasciti, donazioni e contributi di natura non corrispettiva (art. 7);

     prevede, accanto all’ esercizio delle attività di interesse generale, l’esercizio di attività diverse (art. 6) e la possibilità di costituire uno o più patrimoni destinati ad uno specifico affare (art. 10);

     integra la nozione vigente di distribuzione indiretta (art. 8);

     prescrive l’obbligo, per gli enti del Terzo settore, di iscriversi nel Registro unico nazionale del Terzo settore e di indicare gli estremi dell’iscrizione negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico;

     introduce l’obbligo, per tutti gli enti del Terzo settore, di redazione del bilancio. Fanno eccezione gli enti con ricavi/entrate/rendite o proventi al di sotto dei 220.000 euro che possono redigere il rendiconto di cassa;

     prevede l’adozione, con decreto, di Linee guida in materia di bilancio sociale e di valutazione di impatto sociale dell’attività svolta dagli enti del Terzo settore. In base alla loro dimensione (ricavi/rendite/proventi o entrate superiori ad 1 milione di euro), gli enti del Terzo settore saranno chiamati a pubblicare sul proprio sito internet il bilancio sociale, redatto secondo le linee guida, anche ai fini della valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte (art. 14);

     vincola gli enti del Terzo settore con entrate o ricavi superiori ai 50mila euro a pubblicare annualmente ed aggiornare nel proprio sito Internet, o nel sito Internet della rete associativa cui aderiscono, gli eventuali emolumenti, compensi o corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti nonché agli associati (art. 14);

     opera il rafforzamento della lotta al dumping contrattuale a danno del settore cooperativo e garantisce l'assenza degli scopi lucrativi attraverso il principio di proporzionalità tra i diversi trattamenti economici dei lavoratori dipendenti in base al quale, in ciascun ente, la differenza retributiva tra lavoratori non può essere superiore al rapporto di uno a sei, da calcolarsi sulla base della retribuzione annua lorda (art. 16).

 

Il Titolo III (articoli da 17 a 19) reca la definizione dello status del volontario e norme volte a favorire la promozione e il riconoscimento della cultura del volontariato in ambito scolastico e lavorativo. Ai fini del Codice, il volontario è una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà. Le spese sostenute dal volontario possono essere rimborsate anche a fronte di una autocertificazione, purché non superino l’importo di 10 euro giornalieri e 150 euro mensili e l’organo sociale competente deliberi sulle tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa modalità di rimborso. Gli enti del Terzo settore che si avvalgono di volontari nello svolgimento delle attività di interesse generale, devono darne conto in un apposito registro.

 

 

Il Titolo IV (artt.20-31), concernente le associazioni e le fondazioni del Terzo settore, dispone in attuazione della delega di cui all’articolo 1, comma 2, lettera a) della legge n. 106/2016, relativa alla "revisione della disciplina del titolo II del libro primo del codice civile in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro, riconosciute come persone giuridiche o non riconosciute" .

Con riferimento a tale disposizione, l'art. 3 della l. 106/2016 detta appositi principi e criteri direttivi per la revisione del titolo II del libro primo del codice civile.

Il Titolo in esame reca:

-      disposizioni generali volte a definire l'ambito di applicazione del Titolo medesimo;

-      la disciplina della costituzione delle associazioni e fondazioni del Terzo settore che prevede nuove procedure di acquisizione tramite notaio per la verifica dell’esistenza dei requisiti (un patrimonio minimo per associazioni pari a 15.000 euro e per le fondazioni pari a 30.000 euro, anche in beni diversi dal denaro);

-      la disciplina del loro ordinamento e della loro amministrazione.

 

 

Il Titolo V (artt. 32-44) è dedicato agli enti del Terzo settore destinatari di una disciplina particolare, ovvero, nell'ordine proposto: alle Organizzazioni di volontariato (ODV), alle Associazioni di promozione sociale (APS), agli enti filantropici, alle imprese sociali, alle reti associative ed infine alle società di mutuo soccorso. L'individuazione delle categorie corrisponde all'assetto normativo attuale - scompare la specifica categoria del diritto tributario qualificata come ONLUS - con l’ulteriore riconoscimento quali enti del Terzo settore di:

-      enti filantropici costituiti in forma di associazione riconosciuta o di fondazione con la finalità di erogare denaro, beni o servizi, anche di investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale;

-      reti associative costituite in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, che associano, anche indirettamente attraverso gli enti ad esse aderenti, un numero non inferiore a 500 enti del Terzo settore, o, in alternativa, almeno 100 fondazioni del Terzo settore, le cui sedi legali o operative siano presenti in almeno cinque regioni o province autonome. Le reti associative hanno il compito di svolgere attività di coordinamento, tutela, rappresentanza, promozione o supporto degli enti del Terzo settore loro associati e delle loro attività di interesse generale, anche allo scopo di promuoverne ed accrescerne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali. Possono promuovere partenariati e protocolli di intesa con le pubbliche amministrazioni e con soggetti privati. Le reti esercitano, tra le altre, anche l’attività di monitoraggio dell’attività degli enti ad esse associati, anche sotto forma di autocontrollo e di assistenza tecnica, eventualmente anche con riguardo al loro impatto sociale, e predispongono una relazione annuale al Consiglio nazionale del Terzo settore.

-      società di mutuo soccorso, che continuano ad essere disciplinate dalla legge 3818/1886. Alle società di mutuo soccorso già esistenti alla data di entrata in vigore del Codice, viene concesso di trasformarsi, entro i successivi tre anni da tale data, in associazioni del Terzo settore o in associazioni di promozione sociale mantenendo il proprio patrimonio.

-        Per quanto riguarda le ODV e le APS, vengono posti dei parametri quantitativi per la loro formazione: infatti, devono essere composte da un numero non inferiore a nove volontari/persone fisiche o da cinque organizzazioni/associazioni. Per quanto riguarda le prestazioni lavorative, nelle ODV il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al venti per cento del numero dei volontari; nelle APS il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al venti per cento del numero dei volontari o al cinque per cento del numero degli associati.

-        Il commercio equo e solidale e l’agricoltura sociale sono esclusi dai settori di attività delle ODV e delle APS.

 

 

Il Titolo VI (artt. da 45-54), attuativo della delega contenuta all’art. 4, co. 1, lett. m) della legge 106/2016, disciplina l’istituzione ed il funzionamento a regime, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, del Registro unico nazionale del Terzo settore, suddiviso in specifiche sezioni, ciascuna delle quali è dedicata ad una delle categorie di enti definite dal Codice. Il Registro unico nazionale supera la molteplicità attuale di registri (nazionale e delle regioni e province autonome per la legge 383/2000 in materia di APS, delle regioni e delle province  in materia di ODV, istituiti e disciplinati rispettivamente da norme nazionali e regionali). Il Ministro del lavoro e delle politiche sociali può istituire con proprio decreto nuove sezioni o sottosezioni o modificare le sezioni esistenti. Il Registro è gestito operativamente e con modalità informatiche su base territoriale, da ciascuna Regione e Provincia autonoma, che, a tal fine, individua entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del Codice, una struttura indicata come Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo settore. L’Ufficio del Registro, all’atto della registrazione di quegli enti del Terzo settore che devono anche avvalersi del revisore legale dei conti (associazioni, riconosciute o non riconosciute, e fondazioni del Terzo settore di grandi dimensioni), deve acquisire la relativa informazione antimafia. Grazie all’iscrizione, tutti gli enti possono accedere ai benefici, non solo di carattere tributario, ad essi riservati. Oltre alle modalità di iscrizione, aggiornamento dei dati, cancellazione e migrazione in altra sezione degli enti interessati, la disciplina assoggetta ciascuno degli enti iscritti al Registro ad una revisione periodica almeno triennale finalizzata alla verifica della permanenza dei requisiti richiesti. L’attuazione completa del Registro è prevista entro un anno dall’entrata in vigore del Codice. Entro tale termine, un decreto ministeriale, previa intesa in Conferenza Stato-regioni, definisce la procedura per l’iscrizione nel Registro e individua i documenti da presentare e le modalità di deposito degli atti, unitamente alle regole per la predisposizione, la tenuta, la conservazione e la gestione del Registro nonché le sue modalità di comunicazione con il Registro delle Imprese con riferimento alle imprese sociali e agli altri enti del Terzo settore iscritti in quest’ultimo. Le Regioni e le Province autonome entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale disciplinano con proprie leggi i procedimenti per l'emanazione dei provvedimenti di iscrizione e di cancellazione degli enti del Terzo settore, e sulla base della struttura informatica unitaria rendono operativo il Registro unico.

 

 

Il Titolo VII (artt. 55-57) dispone dei rapporti degli enti del Terzo settore con gli enti pubblici.

Fondamentalmente viene confermata la disciplina prevista a normativa vigente salvo alcuni adattamenti conseguenti alla regolamentazione unitaria del settore. Il tema viene affrontato nelle diverse fasi in cui si possono concretizzare forme relazionali tra la pubblica amministrazione e gli enti del Terzo settore, dalla fase di programmazione, a quella di progettazione fino a quella di attuazione dell’intervento.

Come evidenziato nella relazione illustrativa il coinvolgimento degli enti del Terzo settore nelle fasi indicate deve rispondere alla duplice esigenza di favorire processi e strumenti di partecipazione che possano accrescere la qualità delle scelte finali, ferme restando le prerogative proprie dell’Amministrazione procedente in ordine a tali scelte.

Il Titolo in esame quindi:

-      prevede che le amministrazioni pubbliche, nell’esercizio delle proprie funzioni di programmazione ed organizzazione a livello territoriale delle attività di interesse generale, coinvolgano attivamente gli enti del Terzo settore  mediante forme di co-programmazione e co-progettazione;

-      disciplina la conclusione di convenzioni tra le pubbliche amministrazioni e le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale, per lo svolgimento, in favore di terzi, di attività di interesse generale;

-      disciplina l’affidamento in convenzione alle organizzazioni di volontariato dei servizi di trasporto sanitario di emergenza e urgenza.

 

Il Titolo VIII (artt. 58-76) reca le norme per la promozione ed il sostegno degli enti del Terzo settore: il Capo I prevede la disciplina del Consiglio nazionale del Terzo settore di nuova istituzione, (presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e presieduto dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali o da un suo delegato), e a) risorse invariate, in base al dispositivo di delega previsto all’art. 5, co. 1, lett. g) della L. 106/2016; il Capo II disciplina i Centri di servizio per il volontariato (CSV), dando attuazione alla revisione del sistema di tali centri, secondo quanto previsto dal dispositivo di delega di cui all’art. 5, co. 1, lett. e) e prevedendo per essi specifiche forme di finanziamento e determinati compiti e funzioni. Viene inoltre disposto per il sistema dei CSV un nuovo modello di governance, in coerenza con il dispositivo di delega di cui alla lett. f) del citato comma 1 dell’art. 5, che prevede una revisione dell’attività di programmazione e controllo di compiti e gestione dei CSV, svolta mediante organismi regionali o sovraregionali (OTC) tra loro coordinati sul piano nazionale (ONC).

Il Capo III (artt. 67-71) prevede ulteriori specifiche misure aventi la funzione di sostegno per gli enti del terzo settore.

Il Capo IV (artt. 72-76) dispone in tema di risorse finanziarie.

Esso è diretto ad attuare le disposizioni di cui all’articolo 9, comma 1, della legge n. 106/2016, che demanda alla legislazione delegata il compito di provvedere alla disciplina delle misure di sostegno economico in favore degli enti del Terzo settore, nonché ad istituire un nuovo strumento finanziario presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

 

 

Il Titolo IX (artt. 77-78) disciplina i titoli di solidarietà degli enti del terzo settore nonché le altre forme di finanza sociale. In sintesi, il titolo in esame:

-      prevede che le banche italiane, comunitarie ed extracomunitarie autorizzate ad operare in Italia possano emettere obbligazioni e altri titoli di debito nonché certificati di deposito con l'obiettivo di sostenere le attività istituzionali degli enti del Terzo settore.;

-       disciplina il regime fiscale del c.d. social lending  al fine di favorire la raccolta di capitale di rischio assoggettando, per il tramite di una ritenuta a titolo d'imposta, la remunerazione del capitale al medesimo trattamento fiscale previsto per i titoli di Stato.

 

 

Il Titolo X (artt. 79-89) disciplina il regime fiscale degli enti del Terzo settore, in attuazione della disposizione di delega di cui all’articolo 9, comma 1, della legge n. 106/1989, allo scopo di operare, una semplificazione ed armonizzazione, nel rispetto della normativa dell’Unione europea, del quadro legislativo attuale, caratterizzato da un’estrema frammentazione, con una pluralità di disposizioni che si sono stratificate nel tempo.

Esso, tra l’altro:

-        dispone l’applicazione agli enti del Terzo settore, diversi dalle imprese sociali, del regime fiscale previsto dal Titolo X del Codice in esame, che reca specifiche misure di sostegno. Agli stessi enti si applicano inoltre le norme del TUIR relative all’IRES, in quanto compatibili;

-        fornisce dettagliati criteri per determinare la natura commerciale o non commerciale degli enti del Terzo settore, tenendo conto delle attività da essi svolte e delle modalità operative concretamente impiegate;

-        introduce un regime fiscale opzionale per la determinazione del reddito d'impresa degli enti non commerciali del Terzo settore (vale a dire quegli enti che svolgono in via esclusiva o prevalente attività di interesse generale) basato sui coefficienti di redditività (una percentuale variabile che si applica al reddito imponibile su cui viene poi calcolata l’imposta). Il nuovo regime è costruito sulla falsariga del regime forfetario degli enti non commerciali, disciplinato dall’articolo 145 del Tuir;

-     prevede un credito d'imposta per coloro che effettuano erogazioni liberali in denaro a favore degli enti del Terzo settore non commerciali, che abbiano presentato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali un progetto per sostenere il recupero degli immobili pubblici inutilizzati e dei beni confiscati alla criminalità organizzata, assegnati ai suddetti enti;

-    reca disposizioni relative al trattamento fiscale degli enti del Terzo settore, con l'applicazione di ulteriori benefici non previsti dalle previgenti norme tributarie. Sono chiariti la misura dell'incentivo, le relative modalità di fruizione e gli obblighi pubblicitari a carico dei beneficiari; si affida a un provvedimento di rango secondario (decreto ministeriale) il compito di individuare le modalità di attuazione delle agevolazioni in esame;

-   introduce una disciplina unitaria per le deduzioni e detrazioni previste per chi effettua erogazioni liberali a favore di enti del Terzo settore non commerciali e di cooperative sociali. Spetta una detrazione IRPEF pari al 30 per cento degli oneri sostenuti per le erogazioni liberali in danaro o in natura, per un importo complessivo non superiore a 30.000 euro in ciascun periodo di imposta. Essa è incrementata al 35 per cento per le erogazioni a favore delle organizzazioni di volontariato. Analogamente, si prevede una deduzione nei limiti del 10 per cento del reddito complessivo dichiarato da enti e società. Sono previste agevolazioni fiscali anche per le cessioni di derrate alimentari, prodotti farmaceutici ed altri prodotti a favore degli enti pubblici e degli enti del Terzo settore aventi natura non commerciale, nonché per le cessioni dei cd. beni difettati;

-        disciplina il regime tributario delle associazioni di promozione sociale, iscritte nell’apposita sezione speciale del Registro unico nazionale del Terzo settore, in sostanziale continuità con le vigenti norme (articolo 148 del TUIR e legge 7 dicembre 2000, n. 383), con alcuni interventi di aggiornamento e razionalizzazione. La norma specifica quali attività, ai fini delle imposte sui redditi, sono considerate non commerciali se svolte dalle APS e quali si considerano comunque commerciali;

-        esenta dall’IRES i redditi degli immobili destinati esclusivamente allo svolgimento di attività non commerciale da parte delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato;

-        disciplina il regime tributario delle associazioni di promozione sociale, iscritte nell’apposita sezione speciale del Registro unico nazionale del Terzo settore, in sostanziale continuità con le vigenti norme, con alcuni interventi di aggiornamento e razionalizzazione.

-        prevede per le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale la possibilità di applicare un regime forfettario, con contabilità semplificata, per le attività commerciali esercitate, a condizione di non superare il limite di ricavi di 130.000 euro nel periodo d’imposta precedente

 

Il Titolo XI (artt. 90-97), disciplina la materia dei controlli e del coordinamento. In sintesi il titolo in esame:

-      assegna all'Ufficio del Registro Unico nazionale del Terzo settore il compito di esercitare controlli e poteri sulle fondazioni del Terzo settore;

-     dispone in tema di sanzioni a carico dei rappresentanti legali e dei componenti degli organi amministrativi;

-      demanda al Ministero del lavoro e delle politiche sociali lo svolgimento di una serie di attività di monitoraggio, vigilanza e controllo, miranti a garantire l'uniforme applicazione della disciplina degli enti del Terzo Settore e l'effettuazione dei relativi controlli, identificandone e disciplinandone il relativo oggetto;

-     disciplina i controlli di natura fiscale;

-      prevede che la funzione di vigilanza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali sul funzionamento del sistema di registrazione degli enti del Terzo settore e sul sistema dei controlli è finalizzata ad assicurare uniformità tra i registri regionali all'interno del Registro unico nazionale nonché la corretta osservanza delle disposizioni del Codice del Terzo settore;

-      prevede l'adozione di un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'interno, per attuare alcune delle prescrizioni in materia di vigilanza, di controlli e di monitoraggio contenute nel presente schema di decreto legislativo;

-      prevede l’istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, di una Cabina di regìa, con il compito di coordinare le politiche di governo e le azioni di promozione e di indirizzo delle attività degli enti del Terzo settore, in raccordo con i ministeri competenti.

 

Il Titolo XII (artt. 98-100) detta le disposizioni transitorie e finali.

In sintesi il Titolo in esame:

-   introduce nel codice civile un nuovo articolo, numerato 42-bis, che disciplina trasformazioni, fusioni e scissioni concernenti il Terzo settore;

-   dispone che l'Associazione Croce Rossa Italiana, e i relativi comitati territoriali, vengano iscritti nella sezione del Registro unico nazionale del Terzo settore dedicata alle organizzazioni di volontariato, e non nella sezione dedicata alle associazioni di promozione sociale. Pertanto, all’Associazione Croce rossa, e ai relativi comitati territoriali, non viene più consentita l’utilizzazione delle risorse destinate alle APS;

-   inserisce gli enti del terzo Settore (ETS) non commerciali nell'elenco dei soggetti della cooperazione allo sviluppo, al posto delle ONLUS;

-   prevede che nelle more dell'adozione dei decreti che recheranno linee guida e modulistica concernenti rispettivamente la raccolta dei fondi, le scritture contabili e di bilancio ed i bilanci sociali degli enti del Terzo settore, si applicano le linee guida già esistenti elaborate - a suo tempo - dall'Agenzia del Terzo settore;

-   detta la disciplina transitoria, dispone sulle abrogazioni della vigente normativa, sulla copertura finanziaria del provvedimento, e sull’entrata in vigore modulata diversamente per i diversi articoli del provvedimento.

 

 

 


Titolo I
Disposizioni Generali (artt. 1-3)

Il Titolo I (articoli da 1 a 3) fornisce la definizione normativa del Terzo settore precisandone le finalità proprie (finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale) e delimita il campo di applicabilità delle disposizioni dello stesso Codice, chiarendo che queste si utilizzano, ove non derogate ed in quanto compatibili, anche agli enti del Terzo settore definiti da una disciplina particolare. Inoltre, agli enti del Terzo settore si applicano, in quanto compatibili, le norme del Codice civile e le relative disposizioni di attuazione nel caso di lacune di previsione accertate nel Codice, previa verifica di compatibilità.

Infine, si specifica che le disposizioni del Codice non si applicano alle fondazioni bancarie, alle quali sono riferibili soltanto le disposizioni raccolte nel Capo II del Titolo VIII, riferite ai Centri di servizio per il volontariato.

 

Il Terzo settore è stato finora disciplinato in maniera frammentaria e disorganica dalle norme di carattere generale sulle entità con finalità altruistiche contenute nel Codice civile[1] e dagli interventi legislativi settoriali, anche di natura tributaria e fiscale, succedutesi nel corso del tempo. Attualmente, l’elemento comune al Terzo settore risulta la caratterizzazione in negativo – assenza di fini di lucro – mentre non è rinvenibile, sul piano civilistico, una definizione in positivo delle caratteristiche comuni al Terzo settore e agli organismi che lo compongono.

 

 

L’articolo 1 definisce l’oggetto e le finalità del Codice del Terzo settore riprendendo quasi alla lettera i primi periodi dell’art. 1 della legge 106/2016. In tal senso, il riordino e la revisione organica della disciplina vigente in materia di enti del Terzo settore viene operata in attuazione dei principi costituzionali recati dagli art. 2 (diritti della persona e dovere di solidarietà), art. 3 (uguaglianza sostanziale), 4 (diritto/dovere del lavoro), 9 (sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica), 18 (libertà di associazione) e 118, co. 4 (sistema delle attività di interesse generale ispirato a sussidiarietà), a1 fine di sostenere l’autonoma iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, ad elevare i livelli di cittadinanza attiva, di coesione e protezione sociale, favorendo la partecipazione, l’inclusione e il pieno sviluppo della persona, a valorizzare il potenziale di crescita e di occupazione lavorativa.

 

L’articolo 2 definisce i Principi generali. Si ribadiscono il valore e la funzione sociale degli enti del Terzo settore, dell’associazionismo, dell’attività di volontariato e della cultura e della pratica del dono quali espressioni di partecipazione, solidarietà e pluralismo, e si sottolinea il dovere della Repubblica, in collaborazione con le Regioni e Province autonome e gli enti locali, di promuoverne lo sviluppo salvaguardandone la spontaneità ed autonomia, e favorendone l’apporto originale per il perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale (finalità che l’art. 1 della legge delega definisce come caratterizzanti per gli enti del Terzo settore).

 

L’articolo 3 delimita il campo di applicabilità delle disposizioni del Codice, chiarendo che queste si utilizzano, ove non derogate ed in quanto compatibili, anche agli enti del Terzo settore definiti da una disciplina particolare.

 

Sul punto, la Relazione al provvedimento chiarisce che le disposizioni del Codice si applicano anche agli enti del Terzo settore con una disciplina particolare (come ad esempio le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale), a condizione che esse non siano derogate da norme particolari relative alla specifica figura organizzativa del Terzo settore e siano con queste ultime compatibili. Comunque, la Relazione sottolinea che il Codice assurge al rango di fonte principale del diritto degli enti del Terzo settore globalmente considerato.

 

Inoltre, agli enti del Terzo settore si applicano, in quanto compatibili, le norme del Codice civile e le relative disposizioni di attuazione nel caso di lacune di previsione accertate nel Codice del Terzo settore, previa verifica di compatibilità. La Relazione chiarisce che il rinvio generico al Codice civile deve intendersi come riferito in particolare alle norme del Codice civile, e alle relative disposizioni di attuazione, che disciplinano i vari tipi organizzativi (associazione, ecc.).

Invece, le disposizioni del Codice del Terzo settore non si applicano alle fondazioni bancarie (enti di cui al D Lgs. 153/1999[2]), ad eccezione delle disposizioni raccolte nel Capo II del Titolo VIII riferite ai Centri di servizio per il volontariato.

 

Si ricorda che l’art. 1, co. 1, della legge delega specifica che le fondazioni bancarie, pur perseguendo le finalità degli altri enti del Terzo settore, sono escluse dall'applicazione delle disposizioni della delega stessa e da quelle contenute nei decreti attuativi da queste discendenti.

 

 


Titolo II
Degli enti del Terzo settore in generale
(artt. 4-16)

Il Titolo II (articoli da 4 a 16):

-      delimita il perimetro del Terzo settore enumerando gli Enti che ne fanno parte (art. 4);

-      razionalizza i settori delle attività di interesse generale attraverso la compilazione di un elenco unico, con il tentativo di fondere la normativa attualmente prevista ai fini fiscali con quella prevista ai fini civilistici. Introduce nuovi settori di attività, fra i quali si segnalano: commercio equo e solidale; comunicazione a carattere comunitario; alloggio sociale; accoglienza umanitaria ed integrazione sociale di stranieri; agricoltura sociale; adozioni internazionali; riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata. Viene inoltre prevista la possibilità di aggiornare l’elenco delle attività di interesse generale con D.P.C.M. da adottarsi su proposta dei ministri lavoro/MEF, acquisito il parere delle commissioni parlamentari competenti (art. 5). Infine, le attività di interesse generale potranno essere finanziate anche attraverso la richiesta a terzi di lasciti, donazioni e contributi di natura non corrispettiva (art. 7);

-      prevede, accanto all’ esercizio delle attività di interesse generale, l’esercizio di attività diverse (art. 6) e la possibilità di costituire uno o più patrimoni destinati ad uno specifico affare (art. 10);

-      integra la nozione vigente di distribuzione indiretta (art. 8);

-      opera il rafforzamento della lotta al dumping contrattuale a danno del settore cooperativo e garantisce l'assenza degli scopi lucrativi attraverso il principio di proporzionalità tra i diversi trattamenti economici dei lavoratori dipendenti (art. art. 16);

-      prescrive l’obbligo, per gli enti del Terzo settore, di iscriversi nel Registro unico nazionale del Terzo settore e di indicare gli estremi dell’iscrizione negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico;

-      inserisce obbligatoriamente, nella denominazione sociale, l’indicazione di ente del Terzo settore o dell’acronimo ETS (art. 12);

-      prevede l’adozione con decreto di Linee guida in materia di bilancio sociale e di valutazione di impatto sociale dell’attività svolta dagli enti del Terzo settore. Gli enti del Terzo settore con ricavi/rendite/proventi o entrate superiori ad 1 milione di euro dovranno depositare presso il Registro unico nazionale del Terzo settore, e pubblicare nel proprio sito internet, il bilancio sociale redatto secondo le Linee guida (art. 14);

-      obbliga gli enti del Terzo settore con ricavi/rendite/proventi o entrate superiori ad 1 milione di euro a depositare presso il Registro unico nazionale del Terzo settore, e pubblicare nel proprio sito internet, il bilancio sociale redatto secondo linee guida, tenendo conto della natura dell’attività esercitata e delle dimensioni dell’ente, anche ai fini della valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte (art. 14);

-      vincola gli enti del Terzo settore con ricavi/rendite/proventi o entrate superiori a cinquantamila euro a pubblicare annualmente ed aggiornare nel proprio sito Internet, o nel sito Internet della rete associativa cui aderiscono, gli eventuali emolumenti, compensi o corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti nonché agli associati (art. 14).

 

 

L’articolo 4 delimita il perimetro del Terzo settore - per sua natura sottoposto alle tensioni e alla pluralità delle forme giuridiche ed organizzative che lo compongono - enumerando e definendo gli Enti che ne fanno parte. Sono enti del Terzo settore:

-      le organizzazioni di volontariato;

-      le associazioni di promozione sociale;

-      gli enti filantropici;

-      le imprese sociali, incluse le cooperative sociali;

-      le reti associative;

-      le società di mutuo soccorso;

-      ogni altro ente costituito in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione che persegua, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma volontaria e di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi, ed iscritto nel registro unico nazionale del Terzo settore.

Tale definizione di carattere generale riprende l’art. 1, co.1, secondo periodo, della legge 106/2016. Sul punto la Relazione al provvedimento, sottolinea che il Codice ammette, accanto agli enti del Terzo settore “tipici” (le particolari categorie di enti del Terzo settore destinatari di una disciplina particolare di cui al Titolo V), enti del Terzo settore “atipici” in forma di associazione o fondazione. In tal modo si ritiene di “non ingessare la libertà organizzativa degli enti, soprattutto quelli di nuova costituzione, consentendo l’emersione di nuove tipologie organizzative degli enti, al momento difficilmente individuabili ma in grado, in futuro, di svilupparsi con caratteristiche originali”.

Non sono enti del Terzo settore:

-      tutte le amministrazioni dello Stato ( come definite all’art. 1, co. 2, del D. Lgs. 165/2001), ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale, l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e le Agenzie di cui al D. Lgs. 300/1999;

-      le formazioni e le associazioni politiche;

-      i sindacati;

-      le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche;

-      le associazioni di datori di lavoro;

-      gli enti sottoposti a direzione e coordinamento o controllati dagli enti sopra elencati.

Viene infine introdotta una disciplina differenziata per gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e per gli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato. A tali enti infatti, si applicano le norme del Codice del Terzo settore limitatamente allo svolgimento delle attività di interesse generale (di cui all’art. 5), a condizione che per tali attività venga adottato un regolamento - in forma di atto pubblico o scrittura privata autenticata - che recepisca le norme del Codice stesso. Ulteriore condizione è l’iscrizione nel Registro unico nazionale del Terzo settore. Infine, per lo svolgimento delle attività di interesse generale, gli enti confessionali e ed ecclesiastici dovranno costituire un patrimonio destinato (vedi successivo articolo 10) e tenere  separate le scritture contabili (vedi successivo articolo 13 dello schema).

Si ricorda che la facoltà di adottare una disciplina differenziata che tenga conto delle peculiarità della compagine e della struttura associativa nonché della disciplina relativa agli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti o intese con lo Stato è espressamente compresa fra i criteri di delega, precisamente all’art. 4, comma 1, lettera d) della legge 106/2016.

 

Gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti sono enti aventi finalità di religione o di culto, appartenenti alla Chiesa cattolica o a confessioni religiose diverse dalla cattolica, cui è riconosciuta la personalità giuridica ai sensi del codice civile.

 

Per quanto riguarda gli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato, si ricorda, che, l’art. 8 della Costituzione stabilisce che i rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose diverse dalla cattolica sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Le intese finora intervenute danno atto della autonomia e della indipendenza degli ordinamenti religiosi diversi da quello cattolico.

Ciascuna intesa reca disposizioni dirette a disciplinare i rapporti tra lo Stato e quella confessione religiosa che ha stipulato l’intesa.

Le confessioni religiose con le quali lo Stato italiano ha stipulato intese ex art. 8 Cost. sono:

-      le Chiese rappresentate dalla Tavola valdese (Legge n. 449/1984);

-      le Assemblee di Dio in Italia (Legge n. 517/1988);

-      l’Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno (Legge n. 516/1988);

-      l’Unione delle comunità ebraiche italiane (Legge n. 101/1989);

-      l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (Legge n. 116/1995);

-      la Chiesa evangelica luterana in Italia (Legge n. 520/1995);

-      la Sacra Arcidiocesi ortodossa d'Italia ed Esarcato per l'Europa Meridionale (Legge n. 126/2012);

-      la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni (Legge n. 127/2012); a Chiesa Apostolica in Italia (Legge n. 128/2012);

-      l’Unione Induista italiana, Sanatana Dharma Samgha (Legge n. 246/2012); l’Unione Buddhista Italiana (Legge n. 245/2012);

-      l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai (Legge n. 130/2016).

 

L’articolo 5 definisce le attività di interesse generale. Attualmente, il perseguimento di attività di interesse generale (come definite in art. 118, co. 4, Cost.) qualifica le organizzazioni di Terzo settore sulla base di elementi sostanziali, ponendo un discrimine nell’utilizzo delle diverse forme giuridiche.

La legge 106/2016 all’art. 4, co.1, lette. b) ha posto i principi e i criteri direttivi utili per l’individuazione delle attività di interesse generale che caratterizzano gli enti del Terzo settore. In primo luogo si specifica che lo svolgimento delle attività generali deve essere coerente con le previsioni statutarie e avvenire attraverso modalità che prevedano le più ampie condizioni di accesso da parte dei soggetti beneficiari. Per quanto riguarda i settori di attività, si propone la loro razionalizzazione attraverso la compilazione di un elenco unico, con il tentativo di unificare la normativa attualmente prevista ai fini fiscali e civilistici, senza però escludere, come disposto dalla successiva lett. c), che settori di attività possano caratterizzarsi come connotanti del lavoro di specifici enti del Terzo settore. Infatti, le attività di interesse generale devono essere individuate secondo criteri che tengono conto delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, nonché dei settori di attività previsti dal D.Lgs. 460/1997[3] e dal D.Lgs. 155/2006[4]. La delega prevede che le attività di interesse generale possano essere aggiornate con D.P.C.M. da adottare su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, acquisito il parere delle Commissioni parlamentari competenti

 

Attualmente, l’articolo 10 del D.Lgs. 460/1997, che regolamenta il settore del non profit secondo criteri di unitarietà e coordinamento in materia di normativa tributaria degli enti non commerciali, ha introdotto nell'ordinamento nazionale le organizzazioni non lucrative di utilità sociale (ONLUS). All’interno dei soggetti del Terzo settore, le ONLUS costituiscono una categoria rilevante ai soli fini fiscali, alla quale è destinato un regime tributario di favore in considerazione delle finalità di solidarietà sociale perseguite. Ne deriva che possono qualificarsi come ONLUS: le associazioni con o senza personalità giuridica; i comitati; le fondazioni; le società cooperative e altri enti di carattere privato purché perseguano finalità meritevoli di tutela. Al contrario, non possono qualificarsi come ONLUS e sono soggetti esclusi : gli enti pubblici, le società commerciali diverse dalle cooperative, le fondazioni bancarie, i partiti e i movimenti politici, le organizzazioni sindacali, le associazioni di datori di lavoro e le associazioni di categoria La condizione necessaria per acquisire la qualifica di ONLUS è dunque individuata dalla finalità di solidarietà sociale rivolta ad apportare benefici a persone svantaggiate in ragione di condizioni fisiche, sociali, economiche o familiari, oppure a componenti di collettività estere relativamente agli aiuti umanitari. L’articolo 10 specifica che le finalità di solidarietà sociale si intendono sempre perseguite per i soggetti del terzo settore che svolgono attività in uno o più dei settori riferibili a:

· assistenza sociale e socio-sanitaria;

· assistenza sanitaria;

· beneficenza;

· istruzione;

· formazione;

· sport dilettantistico;

· tutela, promozione e valorizzazione delle cose d'interesse artistico e storico;

· tutela e valorizzazione della natura e dell'ambiente;

· promozione della cultura e dell'arte;

· tutela dei diritti civili;

· ricerca scientifica di particolare interesse sociale;

· cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale;

· esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale.

Per quanto riguarda le imprese sociali, i settori di attività nei quali i beni e servizi prodotti o scambiati possano essere considerati di utilità sociale, ai sensi dell’art. 2, co. 1, del D.Lgs. 155/2006, sono invece i seguenti:

- assistenza sociale;

- assistenza sanitaria;

- assistenza socio-sanitaria;

- educazione, istruzione e formazione;

- tutela dell'ambiente e dell'ecosistema, con esclusione dell'attività, esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi;

- valorizzazione del patrimonio culturale;

- turismo sociale;

- formazione universitaria e post-universitaria;

- ricerca ed erogazione di servizi culturali;

-formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo;

- servizi strumentali alle imprese sociali, resi da enti composti in misura superiore al 70 per cento da organizzazioni che esercitano un'impresa sociale.

Indipendentemente dai propri settori di attività, possono essere considerate imprese sociali anche quelle che inseriscono nel loro organico una quota non inferiore al 30 per cento di lavoratori svantaggiati e disabili.

Per quanto riguarda le cooperative sociali, ne vengono individuate due tipologie a secondo della prevalenza delle attività:

1. cooperative "di tipo A" destinate ad occuparsi della gestione dei servizi socio sanitari, assistenziali ed educativi;

2. cooperative "di tipo B" destinate allo svolgimento d'attività produttive (agricole, industriali, commerciali o di servizi) finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate (invalidi fisici, psichici e sensoriali, ex degenti di istituti psichiatrici, soggetti in trattamento psichiatrico, tossicodipendenti, alcolisti, minori in età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare, condannati ammessi alle misure alternative alla detenzione). Le persone svantaggiate devono costituire almeno il trenta per cento dei lavoratori della cooperativa e, compatibilmente con il loro stato soggettivo, essere socie della cooperativa stessa

 

L’articolo in esame specifica che gli enti del Terzo settore, diversi dalle imprese sociali incluse le cooperative sociali, esercitano in via esclusiva o principale una o più attività di interesse generale, considerate tali se svolte in conformità alle norme particolari che ne disciplinano l’esercizio.

 

Rispetto alle norme particolari che possono disciplinare l’esercizio di una attività di interesse generale, la Relazione chiarisce che se una normativa settoriale pone una riserva o una condizione (ad esempio, l'iscrizione in appositi albi o registri) per l'esercizio di una determinata attività, tali riserve e condizioni si applicano anche agli enti del Terzo settore.

 

L’articolo in esame reca l’elenco delle attività generali. Le attività generali hanno ad oggetto:

-      sistema integrato di interventi e servizi sociali, dove per servizi sociali si intendono tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario (ai sensi dell’art. 1, co. 1 e 2, della legge 328/2000[5]);

-      prestazioni sanitarie riconducibili ai Livelli Essenziali di Assistenza come definiti dal D.p.c.m. 12 gennaio 2017[6]

-      prestazioni socio-sanitarie di cui al decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 febbraio 2001. Si ricorda, che tali prestazioni sono peraltro indicate anche dal D.p.c.m. 12 gennaio 2017;

-      educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 53/ 2003[7];

-      servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente e all’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali con esclusione attività raccolta e riciclaggio rifiuti urbani, speciali e pericolosi;

-      interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio, ai sensi del D.Lgs. 42/2004[8];

-      formazione universitaria e post-universitaria;

-      ricerca scientifica di particolare interesse sociale;

-      organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale;

-      comunicazione a carattere comunitario, ai sensi dell’art. 16, co. 5, della legge 223/1990[9];

Ai sensi dell’art. 16, co. 5, del D. Lgs. 223/1990, la radiodiffusione sonora a carattere comunitario è caratterizzata dall'assenza dello scopo di lucro ed è esercitata da fondazioni, associazioni riconosciute e non riconosciute, che sono espressione di particolari istanze culturali, etniche, politiche e religiose, nonché società cooperative, che hanno per oggetto sociale la realizzazione di un servizio di radiodiffusione sonora a carattere culturale, etnico, politico e religioso. La relativa concessione è rilasciata senza obbligo di cauzione, sia in ambito nazionale che locale, ai soggetti predetti, i quali devono trasmettere programmi originali autoprodotti con contenuti aderenti alle istanze indicate per almeno il 50 per dell'orario di trasmissione giornaliero, compreso tra le ore 7 e le ore 21. Non sono considerati programmi originali autoprodotti le trasmissioni di brani musicali intervallate da messaggi pubblicitari o da brevi commenti del conduttore della stessa trasmissione. Attualmente la radiofonia comunitaria in Italia è rappresentata in grande maggioranza di radio confessionali (cattolica, cristiana evangelica, avventista, valdese, metodista, spesso associate e consorziate) e da un numero stretto di emittenti di informazione.

-      organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

-      formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica e al successo scolastico e formativo;

-      servizi strumentali ad enti del Terzo settore resi da enti composti in misura non inferiore al settanta per cento da enti del Terzo settore;

-      cooperazione allo sviluppo, legge 125/2014[10];

-      commercio equo e solidale, da intendersi come un rapporto commerciale con un produttore operante in un’area economica svantaggiata situata, di norma, in un Paese in via di sviluppo, sulla base di un accordo di lunga durata finalizzato a consentire, accompagnare e migliorare l’accesso del produttore al mercato, attraverso il dialogo, la trasparenza, il rispetto e la solidarietà, e che preveda il pagamento di un prezzo equo e l’obbligo del produttore di garantire condizioni di lavoro sicure, nel rispetto delle normative stabilite dall’Organizzazione internazionale del lavoro, di remunerare in maniera adeguata i lavoratori, in modo da permettere loro di condurre un’esistenza libera e dignitosa, e di rispettare i diritti sindacali, nonché di impegnarsi per il contrasto del lavoro minorile;

-      servizi finalizzati all’inserimento o al reinserimento nel mercato del lavoro dei lavoratori molto svantaggiati[11] e delle persone svantaggiate o con disabilità[12], nonché delle persone beneficiarie di protezione internazionale[13], e delle persone senza fissa dimora iscritte nell’Anagrafe della popolazione residente (registro di cui all'art. 2, quarto comma, della legge 1228/1954), le quali versino in una condizione di povertà tale da non poter reperire e mantenere un'abitazione in autonomia (categorie di cui all’art. 2, co. 4, del D.Lgs. recante revisione della disciplina in materia di impresa sociale);

-      alloggio sociale, ai sensi del decreto del Ministero delle infrastrutture del 22 aprile 2008[14], nonché ogni altra attività di carattere residenziale temporaneo diretta a soddisfare bisogni sociali, sanitari, culturali, formativi o lavorativi;

-      accoglienza umanitaria ed integrazione sociale di stranieri;

-      agricoltura sociale, ai sensi dell’articolo 2 della legge 141/2015[15];

-      organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche;

-      beneficenza, sostegno a distanza, o erogazione di denaro, beni o servizi a sostegno di persone svantaggiate o di attività di interesse generale a norma del presente articolo;

-      promozione della pace tra i popoli, della nonviolenza e della difesa non armata;

-      promozione e tutela dei diritti umani e dei diritti civili;

-      cura di procedure di adozione internazionale ai sensi della legge 184/1983[16];

-      protezione civile ai sensi della legge 225/1992[17]. Si ricorda in quest’ambito anche il D.P.R. 194/2001 Regolamento recante norme concernenti la partecipazione delle organizzazioni di volontariato nelle attività di Protezione Civile;

-      riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata.

Innovando rispetto alla disciplina vigente, viene infine prevista la possibilità di aggiornare l’elenco delle attività di interesse generale. L’aggiornamento è operato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri da adottarsi su proposta dei ministri lavoro/MEF, acquisito il parere delle commissioni parlamentari competenti, da rendersi entro trenta giorni dalla trasmissione, trascorsi i quali il parere s’intende rilasciato.

Si rileva che l’articolo in esame non fornisce i criteri in base ai quali operare l’aggiornamento.

 

L’articolo 6 consente, agli enti del Terzo settore, l’esercizio di attività diverse da quelle di interesse generale, a condizione che l’atto costitutivo o lo statuto lo consentano e siano secondarie e strumentali rispetto alle attività di interesse generale, anche tenendo conto dell’insieme delle risorse impegnate in tali attività in rapporto a quelle impiegate nelle attività di interesse generale. Un decreto lavoro/MEF, sentita la Cabina di regia di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (di cui all’art. 97 del provvedimento in esame), dovrà individuare i criteri e i limiti entro i quali sarà consentito l’esercizio di attività diverse.

 

La Relazione al provvedimento chiarisce che nel definire quantitativamente il carattere secondario dell'attività rispetto all'attività di interesse generale, si dovrà tenere conto non solo dei ricavi dell'attività secondaria, ma anche, tra l'altro, dei suoi costi, anche figurati, considerato il riferimento "all'insieme delle risorse impegnate in tali attività".

 

L’articolo 7 definisce la raccolta fondi come il complesso delle attività ed iniziative poste in essere da un ente del Terzo settore al fine di finanziare le proprie attività di interesse generale, anche attraverso la richiesta a terzi di lasciti, donazioni e contributi di natura non corrispettiva[18].

Gli enti del Terzo settore, diversi dalle imprese sociali incluse le cooperative sociali, possono realizzare attività di raccolta fondi anche in forma organizzata e continuativa, mediante sollecitazione al pubblico o attraverso la cessione o erogazione di beni o servizi di modico valore, impiegando risorse proprie e di terzi, inclusi volontari e dipendenti, e ispirandosi a verità, trasparenza e correttezza nei rapporti con i sostenitori e il pubblico, in conformità a linee guida adottate con decreto del Ministro del lavoro, sentiti la Cabina di regia di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (di cui all’art. 97 del provvedimento in esame) e il Consiglio nazionale del Terzo settore.

La disposizione risponde alla delega contenuta nell’art. 9, co. 1, lett. b), della legge 106/2016, nella parte in cui si chiede agli enti del Terzo settore di promuovere, anche attraverso iniziative di raccolta di fondi, i comportamenti donativi delle persone e degli enti.

 

Si ricorda che il Consiglio dell’Agenzia per le Onlus ha, nel 2010, predisposto le Linee Guida per la Raccolta dei Fondi (si veda anche Linee Guida per le buone prassi e la raccolta dei fondi nei casi di emergenza umanitaria). Il documento, che raccoglie comportamenti, tecniche e strumenti per le buone prassi nella raccolta dei fondi, intende tutelare tutti i soggetti coinvolti dall’attività di raccolta fondi: il donatore (persona fisica o giuridica) che ha l’aspettativa di vedere realizzate le finalità della sua donazione; il destinatario finale della donazione (persona fisica o giuridica) che ha l’aspettativa di ricevere le risorse che il donatore ha inteso destinargli; l’amministrazione pubblica che verifica la sussistenza dei presupposti per l’applicazione dei benefici fiscali; la stessa organizzazione ricevente che ha interesse a tutelare la propria missione e reputazione.

 

 

L’articolo 8, dedicato alla Destinazione del patrimonio ed assenza di scopo di lucro, stabilisce che il patrimonio degli enti del Terzo settore (comprensivo di eventuali ricavi, rendite, proventi, entrate, comunque denominate), è destinato allo svolgimento dell’attività statutaria di interesse generale per l’esclusivo perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

 

Attualmente, l'art. 2 della legge quadro sul volontariato 266/1991 definisce l’attività di volontariato come quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà. Inoltre, la qualifica di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l'organizzazione di cui si fa parte. Al volontario aderente possono essere soltanto rimborsate, dall'organizzazione di appartenenza, le spese effettivamente sostenute per l'attività prestata. Lavoratori dipendenti o prestazioni di lavoro autonomo sono possibili esclusivamente nei limiti necessari al regolare funzionamento delle associazioni. Il socio può soltanto farsi rimborsare i costi effettivamente sostenuti, entro limiti quantitativi e qualitativi in precedenza stabiliti in via generale dal consiglio direttivo o dall'assemblea con apposita delibera o regolamento.

Per la restante parte degli enti non profit il divieto non è così totale o netto, anche se deve permanere nella sostanza dei fatti.

 

Conseguentemente, e come previsto dai criteri di delega (art. 4, co. 1, lett. e), è vietata la distribuzione, anche indiretta, di utili ed avanzi di gestione, fondi e riserve, comunque denominati, a fondatori, associati, lavoratori e collaboratori, amministratori ed altri componenti degli organi associativi, anche nel caso di recesso o di ogni altra ipotesi di scioglimento individuale del rapporto associativo. L’articolo 8 in esame non specifica, come la delega, che i divieti fanno salvo quanto previsto per l’impresa sociale circa le forme di remunerazione del capitale sociale con prevalente destinazione degli utili al conseguimento dell'oggetto sociale.

 

Si ricorda che, ai sensi dell'art. 10 del D. Lgs. 460/1997[19] gli enti senza finalità di lucro non possono distribuire in via diretta e/o indiretta utili e avanzi di gestione. Conseguentemente, non possono essere corrisposti in alcun modo compensi ai componenti degli organi amministrativi e di controllo, se non per le attività che essi realmente prestano (fanno eccezione le associazioni di volontariato costituite ai sensi della legge 266/1991 per le quali è espressamente vietata la possibilità di corrispondere compensi a soci e amministratori). I compensi devono essere proporzionati all'attività svolta, e commisurati a quanto stabilito dal comma 6 del citato articolo 10, in base al quale si considerano in ogni caso distribuzione indiretta di utili o di avanzi di gestione: le cessioni di beni e le prestazioni di servizi; la corresponsione ai componenti gli organi amministrativi e di controllo di emolumenti individuali annui superiori al compenso massimo previsto per il presidente del collegio sindacale delle società per azioni; la corresponsione a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, di interessi passivi, in dipendenza di prestiti di ogni specie, superiori di 4 punti al tasso ufficiale di sconto; la corresponsione ai lavoratori dipendenti di salari o stipendi superiori del 20% rispetto a quelli previsti dai contratti collettivi di lavoro per le medesime qualifiche.

 

Viene quindi specificato cosa deve essere in ogni caso considerata distribuzione indiretta non consentita; senza escludere, come suggerisce la Relazione al provvedimento, che possano configurarsi altre fattispecie di distribuzione indiretta. In particolare:

a) la corresponsione ad amministratori, sindaci e a chiunque rivesta cariche sociali di compensi individuali non proporzionali all’attività svolta, alle responsabilità assunte e alle specifiche competenze o comunque superiori a quelli previsti in enti che operano nei medesimi o analoghi settori e condizioni, e in ogni caso superiori a ottantamila euro annui;

b) la corresponsione a lavoratori subordinati o autonomi di retribuzioni o compensi superiori del venti per cento rispetto a quelli previsti, per le medesime qualifiche, dai contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale e dai contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali (RSA) ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria (RSU) (come definiti dall’art. 51 del D. Lgs. 81/2015[20]), salvo comprovate esigenze attinenti alla necessità di acquisire specifiche competenze ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale aventi come oggetto prestazioni sanitarie, formazione universitaria e post-universitaria e ricerca scientifica di particolare interesse sociale ( di cui all’art. 5, co. 1, lettere b), g) o h);

c) l’acquisto di beni o servizi per corrispettivi che, senza valide ragioni economiche, siano superiori al loro valore normale;

d) le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, a condizioni più favorevoli di mercato, a soci, associati o partecipanti, ai fondatori, ai componenti gli organi amministrativi e di controllo, a coloro che a qualsiasi titolo operino per l’organizzazione o ne facciano parte, ai soggetti che effettuano erogazioni liberali a favore dell’organizzazione, ai loro parenti entro il terzo grado ed ai loro affini entro il secondo grado, nonché alle società da questi direttamente o indirettamente controllate o collegate, esclusivamente in ragione della loro qualità, salvo che tali cessioni o prestazioni non costituiscano l’oggetto dell’attività di interesse generale di cui all’articolo 5.

 

A proposito della lettera d), la Relazione precisa che tale disposizione non impedisce, ma anzi conferma, la possibilità della cessione o della prestazione gratuite o verso corrispettivi inferiori al loro valore normale di beni o servizi (da intendersi alla luce dell’art. 9 del Testo Unico delle imposte sui redditi - TUIR[21]) qualora esse costituiscano proprio l'oggetto dell'attività di interesse generale e realizzino pertanto le finalità dell'ente del Terzo settore. Conseguentemente, ad esempio, l'organizzazione di volontariato che svolga attività di assistenza sociale o sanitaria potrebbe erogare gratuitamente i propri servizi agli associati, senza che ciò costituisca distribuzione indiretta di utili.

 

e) la corresponsione a soggetti diversi dalle banche e dagli intermediari finanziari autorizzati, di interessi passivi, in dipendenza di prestiti di ogni specie, superiori di quattro punti al tasso annuo di riferimento. Tale limite può essere aggiornato con decreto lavoro/economia.

 

L’articolo 9 disciplina la devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento. Più in particolare, in caso di estinzione o scioglimento, il patrimonio residuo è devoluto, previo parere positivo dell’Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo settore (di cui al successivo art. 45), e salva diversa destinazione imposta dalla legge, ad altri enti del Terzo settore secondo le disposizioni statutarie o dell’organo sociale competente o, in mancanza, alla Fondazione Italia Sociale. Il parere è reso entro trenta giorni dalla data di ricezione della richiesta che l'ente interessato è tenuto a inoltrare al predetto Ufficio con raccomandata a/r o posta elettronica certificata, decorsi i 30 giorni il parere si intende reso positivamente. Gli atti di devoluzione del patrimonio residuo che avvengono in assenza o in contrasto con il parere di cui al periodo precedente sono nulli.

 

In caso di scioglimento per qualunque causa, l’art. 148 del D.P.R. 917/1986[22] al co. 8, lettera b), prevede l'obbligo, per gli enti di tipo associativo, di devolvere il patrimonio ad altra associazione con finalità analoghe o ai fini di pubblica utilità, sentito l'organismo di controllo degli enti non commerciali, e salvo diversa destinazione imposta dalla legge. L'art. 10 del D. Lgs. 460/1997 riferisce le stesse disposizioni per gli enti associativi nel caso di perdita della qualifica di Onlus.

L’organismo di controllo designato a rendere parere vincolante sulla devoluzione del patrimonio è stato in seguito individuato nell’Agenzia per le onlus (poi Agenzia per il terzo settore). L’attività istituzionale dell’Agenzia, avviata nel 2002 in applicazione del DPCM 329/2001, intendeva promuovere, su tutto il territorio nazionale, una “uniforme e corretta osservanza della disciplina legislativa e regolamentare” concernente le Onlus, il Terzo settore e gli enti non commerciali, attraverso l’esercizio dei poteri di indirizzo, promozione, vigilanza e controllo. Il DPCM 51/2011 ha rafforzato il ruolo istituzionale dell’Agenzia, valorizzando e riconoscendo la funzione dei soggetti del Terzo settore. L’anno successivo, con una scelta molto contestata, l’Agenzia per il terzo settore è stata soppressa dal comma 23 dell’art. 8 del decreto legge 16/2012. I compiti e le funzioni dell’Agenzia, sono stati trasferiti al Ministero del lavoro e delle politiche sociali - Direzione Generale per il terzo settore e della responsabilità sociale delle imprese.

 

L’articolo 10 permette, agli enti del Terzo settore dotati di personalità giuridica ed iscritti nel registro delle imprese, di costituire uno o più patrimoni destinati ad uno specifico affare ai sensi e per gli effetti degli articoli 2447-bis e seguenti del Codice civile.

 

La possibilità, riconosciuta a tutte le società per azioni, di costituire “patrimoni destinati” – dedicati cioè al compimento di uno specifico affare e distinti rispetto al restante patrimonio sociale – è prevista dagli articoli da 2447-bis a 2447-decies del Codice Civile, introdotti nell’ambito della riforma del diritto societario.

Al fine di beneficiare della separazione patrimoniale, il legislatore pone a disposizione delle società per azioni due distinti modelli: a) i patrimoni destinati: la società può costituire “uno o più patrimoni separati, ciascuno dei quali destinato ad uno specifico affare” (art. 2447-bis, comma 1, lett. a); b) i finanziamenti destinati: la società può stipulare, con soggetti terzi, uno o più contratti finalizzati al finanziamento di specifici affari, nei quali si preveda che al rimborso dello stesso siano destinati “i proventi dell’affare stesso o almeno parte di essi” (art. 2447-bis, comma 1, lett. b) e art. 2447-decies), i quali costituiscono essi stessi un patrimonio autonomo.

L’obiettivo è quello di mettere a disposizione degli operatori gli strumenti idonei a consentire la gestione di iniziative specifiche, senza che sia necessaria la costituzione di società apposite, estendendo alle società di diritto comune la possibilità di vincolare risorse patrimoniali alla realizzazione di tale attività.

 

L’articolo 11 prescrive l’obbligo, per gli enti del Terzo settore, di iscriversi nel Registro unico nazionale del Terzo settore e di indicare gli estremi dell’iscrizione negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico. Oltre che nel Registro unico nazionale, gli enti del Terzo settore che esercitano la propria attività esclusivamente o principalmente in forma di impresa commerciale sono soggetti all’obbligo dell’iscrizione nel registro delle imprese. Per le imprese sociali, l’iscrizione nell’apposita sezione del registro delle imprese soddisfa il requisito dell’iscrizione nel Registro unico nazionale del Terzo settore.

 

Il successivo articolo 12 inserisce obbligatoriamente, nella denominazione sociale, in qualunque modo formata, l’indicazione di ente del Terzo settore o dell’acronimo ETS. Di tale indicazione deve farsi uso negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico. Fanno eccezione e non sono soggetti all’ obbligo sopra descritti, gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e gli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato. L’indicazione di ente del Terzo settore o dell’acronimo ETS, ovvero di parole o locuzioni equivalenti o ingannevoli, non può essere usata da soggetti diversi dagli enti del Terzo settore.

 

Gli articoli da 13 a 15 sono dedicati alle scritture contabili e al bilancio.

Si ricorda che l’Agenzia del Terzo settore (v. supra) ha predisposto le Linee Guida e schemi per la redazione del bilancio sociale delle organizzazioni non profit che insieme alle Linee Guida e schemi per la redazione dei bilanci di esercizio degli enti non profit intendono fornire indicazioni per la redazione del Bilancio Sociale l’indicazione di principi, criteri di redazione e informazioni analitiche utili alla compilazione.

 

Più precisamente, l’articolo 13 stabilisce che il bilancio di esercizio deve essere formato da: stato patrimoniale; rendiconto gestionale con l’indicazione delle entrate, dei proventi, delle uscite e dei costi dell’ente; relazione di missione che illustra le poste di bilancio, l’andamento economico e finanziario dell’ente e le modalità di perseguimento delle finalità statutarie.

Il bilancio degli enti del Terzo settore con ricavi/rendite/proventi o entrate inferiori a 220.000,00 euro può essere redatto nella forma del rendiconto finanziario per cassa.

Inoltre, il bilancio deve essere redatto in conformità alla modulistica definita con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentito il Consiglio nazionale del terzo settore.

Gli enti del Terzo settore che esercitano la propria attività esclusivamente o principalmente in forma di impresa commerciale devono tenere le scritture contabili di cui all’articolo 2214 del codice civile[23]. Inoltre, devono redigere e depositare presso il registro delle imprese il bilancio di esercizio redatto, a seconda dei casi, ai sensi degli articoli 2423 (Redazione del bilancio) e seguenti, 2435-bis (Bilancio in forma abbreviata) o 2435-ter (Bilancio delle micro-imprese) del Codice civile.

L’organo di amministrazione documenta il carattere secondario e strumentale delle attività diverse da quelle di interesse generale nella relazione al bilancio o nella relazione di missione.

Viene poi ribadito che gli enti del Terzo settore non iscritti nel registro delle imprese devono depositare il bilancio presso il Registro unico nazionale del Terzo settore.

 

L’articolo 14 prevede l’emanazione di Linee guida in materia di bilancio sociale e di valutazione di impatto sociale dell’attività svolta dagli enti del Terzo settore. Le Linee guida, che dovranno fra l’altro tener conto della natura dell’attività esercitata e delle dimensioni dell’ente, devono essere adottate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentiti la Cabina di regia di coordinamento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri (di cui all’art. 97 del provvedimento in esame) e il Consiglio nazionale del Terzo settore, che sulle Linee esprime parere obbligatorio non vincolante.

Si rileva che non viene posto alcun termine per l’emanazione delle Linee guida.

Gli enti del Terzo settore con ricavi/rendite/proventi o entrate superiori ad 1 milione di euro dovranno depositare presso il Registro unico nazionale del Terzo settore, e pubblicare nel proprio sito internet, il bilancio sociale redatto secondo le Linee guida, anche ai fini della valutazione dell’impatto sociale delle attività svolte.

 

La legge 106/2016 definisce, all’art. 7, co. 3, l’impatto sociale come “la valutazione qualitativa e quantitativa, sul breve, medio e lungo periodo, degli effetti delle attività svolte sulla comunità di riferimento rispetto all'obiettivo individuato”. L’art. 7 rinvia alla predisposizione delle Linee guida anche in attuazione del criterio di delega recato dall’art. 4, co. 1, lett. o) in tema di valorizzazione del ruolo degli enti del Terzo settore nella fase di programmazione degli interventi territoriali e di individuazione di modalità per l'affidamento dei servizi d'interesse generale improntate al rispetto di standard di qualità e impatto sociale del servizio, obiettività, trasparenza e semplificazione e nel rispetto della disciplina europea e nazionale in materia di affidamento dei servizi di interesse generale, nonché individuazione dei criteri e delle modalità per la verifica dei risultati in termini di qualità e di efficacia delle prestazioni.

La valutazione e misurazione degli impatti sociali è una metodologia consolidata nei paesi anglosassoni, dove anche la filantropia è un attore noto e importante nella cultura imprenditoriale e nei sistemi giuridici e socio-economici. In Europa, la stessa Commissione Europea ha affidato al sottogruppo GECES (Commission Expert Group on the social business initiative) il mandato di sviluppare una metodologia per misurare l’impatto sociale delle attività delle imprese sociali[24]. Tale metodologia è necessaria per lo sviluppo dei fondi europei per l’imprenditoria sociale (FEIS) e nel contesto del programma per l’occupazione e l’innovazione sociale (EaSI), che stanzia oltre 86 milioni di euro in sovvenzioni, investimenti e garanzie per il periodo 2014-2020 a favore delle imprese sociali che dimostrino di avere un “impatto sociale misurabile”.

Esistono strumenti e metodologie diversi  per la misurazione degli impatti [25], molti dei quali realizzati su misura per il tipo di organizzazione che le utilizza, a seconda delle attività, degli obiettivi e degli aspetti dell’impatto che si intende misurare, pertanto compito delle Linee guida sarà quello di fornire indicazioni uniformi e applicabili da tutti gli enti del Terzo settore. A questo proposito si rinvia in prima istanza alla ricerca La misurazione dell'impatto sociale delle associazioni di promozione sociale e, più in generale, degli enti che operano nel cosiddetto Terzo settore, del marzo 2016, commissionata dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dall’ISFOL ad un partenariato composto da IREF (Capofila) università di Roma Tor Vergata, Università di Napoli Federico II, Università di Bergamo. In particolare, lo studio si pone come obiettivo quello di ricostruire un modello di rendicontazione sociale applicabile al mondo dell’associazionismo di promozione sociale ma utile più in generale anche per tutto il Terzo settore, basato su: 1) Il bilancio sociale: le modalità di accountability e rendicontazione nei confronti dei beneficiari e dell’intera comunità di riferimento; 2) Il valore sociale aggiunto, ossia l’insieme dei tratti distintivi che caratterizzano i soggetti dell’associazionismo di promozione sociale, e che consentono di generare nei territori effetti positivi rispetto alla coesione sociale e allo sviluppo relazionale ed economico del territorio; 3) L’impatto sociale: le ricadute, gli effetti attesi o inattesi nel lungo periodo di servizi, progetti e azioni svolte dai soggetti APS.

 

Gli enti del Terzo settore con ricavi/rendite/proventi o entrate superiori a cinquantamila euro devono in ogni caso pubblicare annualmente ed aggiornare nel proprio sito Internet, o nel sito Internet della rete associativa cui aderiscono, gli eventuali emolumenti, compensi o corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti nonché agli associati.

 

L’articolo 15 enumera o libri sociali obbligatori ma compatibili con la sua forma giuridica.

Oltre le scritture contabili e i bilanci (di cui agli artt. 13 e 14) e il registro dei volontari nello svolgimento delle attività di interesse generale (di cui all’art. 17, co. 1), gli enti del Terzo settore devono tenere:

a) il libro degli associati o aderenti, tenuto dall’organo di amministrazione;

b) il libro delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee, in cui devono essere trascritti anche i verbali redatti per atto pubblico, tenuto dall’organo di amministrazione;

c) il libro delle adunanze e delle deliberazioni dell’organo di amministrazione, dell’organo di controllo, e di eventuali altri organi sociali, tenuti a cura dell’organo cui si riferiscono.

Gli associati o gli aderenti degli enti del Terzo settore, fatta eccezione per gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e per gli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato, hanno diritto di esaminare i libri sociali, secondo le modalità previste dall’atto costitutivo o dallo statuto.

 

L’articolo 16 soddisfa e precisa le deleghe di cui all’articolo 4, co.1, lettere h) e l) della legge 106/2016 ribadendo che i lavoratori degli enti del Terzo settore hanno diritto ad un trattamento economico e normativo non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di cui all’art. 51 del D. Lgs. 81/2015[26]. In ogni caso, in ciascun ente del Terzo settore, la differenza retributiva tra lavoratori dipendenti non può essere superiore al rapporto uno a sei, da calcolarsi sulla base della retribuzione annua lorda. Gli enti del Terzo settore danno conto del rispetto di tale parametro nel proprio bilancio sociale o, in mancanza, nella relazione di missione (di cui all’art. 13, co. 1).

 

Si ricorda che la disposizione in commento intende proseguire la lotta al dumping contrattuale a danno del settore cooperativo (in materia Corte Costituzionale, sentenze 59/2013 e 51/2015)

 

 

 


Titolo III
Del volontariato e dell’attività di volontariato (artt. 17-19)

Il Titolo III (articoli da 17 a 19) reca la definizione dello status del volontario e norme volte a favorire la promozione e il riconoscimento della cultura del volontariato in ambito scolastico e lavorativo.

 

Si ricorda che l’art. 5 della legge 106/2016 ha indicato i principi ed i criteri direttivi per provvedere al riordino e alla revisione organica della disciplina vigente in materia di attività di volontariato, di promozione sociale e di mutuo soccorso. La prima finalità di ordine generale, contenuta nella lettera a) dell’art. 5, è “l’armonizzazione e il coordinamento delle diverse discipline vigenti in materia di volontariato e di promozione sociale, valorizzando i princìpi di gratuità, democraticità e partecipazione e riconoscendo e favorendo, all'interno del Terzo settore, le tutele dello status di volontario e la specificità delle organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266, e di quelle operanti nella protezione civile”.

 

 

L’articolo 17 reca la definizione dello status di volontario.

Ai fini del Codice, il volontario è una persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà. Gli enti del Terzo settore che si avvalgono di volontari nello svolgimento delle attività di interesse generale, devono darne conto in un apposito registro.

L’attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo, nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere rimborsate, dall’ente in cui svolge la propria attività, soltanto le spese effettivamente sostenute e documentate per l’attività prestata, entro limiti massimi e alle condizioni preventivamente stabilite dall’ente del Terzo settore nel quale è attivo; ovvero al singolo volontario non possono erogarsi rimborsi illimitati, ma solo rimborsi contenuti in limiti individuali quantitativi e/o qualitativi (per tipologia di spesa) preventivamente individuati da parte degli organi deliberativi dell’associazione[27]. Sono in ogni caso vietati rimborsi spese di tipo forfetario, ossia senza specifico collegamento con spese, singolarmente individuate, effettivamente sostenute dai percettori.

Le spese sostenute dal volontario possono essere rimborsate anche a fronte di una autocertificazione resa ai sensi dell’art. 46 del D.P.R. 445/2000[28], purché non superino l’importo di 10 euro giornalieri e 150 euro mensili e l’organo sociale competente deliberi sulle tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa modalità di rimborso. Tale modalità di rimborso non si applica alle attività di volontariato aventi ad oggetto la donazione di sangue e di organi.

 

Sul punto, si ricorda che l’art. 5, co.1, lett. b) della legge delega ha indicato quale principio e criterio direttivo “l’introduzione di criteri e limiti relativi al rimborso spese per le attività dei volontari, preservandone il carattere di gratuità e di estraneità alla prestazione lavorativa”. In seguito, nel corso dell’esame parlamentare, il Governo ha accolto l'ordine del giorno G5.210/8 che lo ha impegnato a valutare la possibilità di riconoscere, ai fini di semplificazione degli adempimenti, rimborsi forfettari su base annua di modica entità, e in ogni caso proporzionale all'impegno, costante o saltuario, del volontario, nonché frazioni di anno in cui l'attività di volontariato si svolge.

 

La norma in esame stabilisce inoltre che la qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l’ente di cui il volontario è socio o associato o tramite il quale svolge la propria attività volontaria.

Non si considera volontario l’associato che esercita gratuitamente una carica sociale o che occasionalmente coadiuvi gli organi sociali nello svolgimento delle loro funzioni.

Le disposizioni del Titolo III (Del volontario e dell’attività di volontariato) non si applicano agli operatori volontari del servizio civile universale e al personale impiegato all’estero a titolo volontario nelle attività di cooperazione internazionale allo sviluppo.

 

Attualmente, la legge quadro 266/1991 definisce il volontariato come “un'attività prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l'organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà. L'attività del volontario non può essere retribuita in alcun modo nemmeno dal beneficiario. Al volontario possono essere soltanto rimborsate dall'organizzazione di appartenenza le spese effettivamente sostenute per l'attività prestata, entro limiti preventivamente stabiliti dalle organizzazioni stesse. La qualità di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di contenuto patrimoniale con l'organizzazione di cui fa parte.”

 

L’articolo 18 pone in capo agli enti del Terzo settore che si avvolgono di volontari l’obbligo di assicurarli contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell’attività di volontariato, nonché per la responsabilità civile verso i terzi.

Un decreto sviluppo economico/lavoro, da emanarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore del provvedimento in esame, dovrà individuare i meccanismi assicurativi semplificati, con polizze anche numeriche, e disciplinare i relativi controlli. La copertura assicurativa è elemento essenziale delle convenzioni tra gli enti del Terzo settore e le amministrazioni pubbliche, e i relativi oneri sono a carico dell’amministrazione pubblica con la quale viene stipulata la convenzione.

 

Ai sensi dell'art.4 della legge 266/1991, tutte le organizzazioni di volontariato hanno l'obbligo di assicurare tutti gli aderenti contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell'attività di volontariato, nonché per la responsabilità civile verso terzi. Ai sensi del successivo art. 7, co. 3, la copertura assicurativa è elemento essenziale delle convenzioni che lo Stato, le regioni, le province autonome, gli enti locali e gli altri enti pubblici possono stipulare con le organizzazioni di volontariato. Gli oneri assicurativi sono a carico dell'ente con il quale viene stipulata la convenzione medesima. La copertura assicurativa deve avvenire tramite assicurazioni private che possono essere stipulate in forma collettiva o in forma numerica come previsto dall'art. 2 del D.M. 14 febbraio 1992. Gli oneri relativi alla copertura assicurativa, qualora l'organizzazione stipuli delle convenzioni con gli enti pubblici, sono a carico dell'ente pubblico con il quale viene stipulata la convenzione medesima. L’attività prestata dai volontari, nonché quella degli addetti ai lavori di pubblica utilità, ai fini dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, è coperta dall’Inail e l’onere del relativo premio è posto direttamente a carico del Fondo sperimentale istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

 

L’articolo 19 soddisfa le deleghe di cui all’art. 5, lettere c) e d), della legge 106/2016 volte, rispettivamente alla promozione della cultura del volontariato, in particolare tra i giovani, anche attraverso apposite iniziative da svolgere nell'ambito delle strutture e delle attività scolastiche e alla valorizzazione delle diverse esperienze di volontariato, anche attraverso il coinvolgimento delle organizzazioni di volontariato nelle attività di promozione e di sensibilizzazione, e riconoscimento in ambito scolastico e lavorativo delle competenze acquisite dai volontari.

A tal fine, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni, definisce con decreto i criteri per il riconoscimento in àmbito scolastico e lavorativo delle competenze acquisite nello svolgimento di attività o percorsi di volontariato. Inoltre, ai fini del conseguimento di titoli di studio, le Università hanno la facoltà di riconoscere, nei limiti previsti dalla normativa vigente, crediti formativi a favore degli studenti che abbiano svolto, in organizzazioni di volontariato o in altri enti del Terzo settore, attività di volontariato certificate rilevanti per la crescita professionale e per il curriculum degli studi.

Infine, viene prevista una modifica dell’art. 10, co. 2, della legge 64/2001, istitutiva del Servizio civile nazionale, grazie alla quale le attività di volontariato, per un numero di ore regolarmente certificate, in enti del Terzo settore, iscritti nel Registro unico nazionale, danno accesso a crediti formativi, rilevanti, nell'ambito dell'istruzione o della formazione professionale, ai fini del compimento di periodi obbligatori di pratica professionale o di specializzazione, previsti per l'acquisizione dei titoli necessari all'esercizio di specifiche professioni o mestieri. In tal modo, l’attività di volontariato, per l’acquisizione di crediti formativi, viene posta sullo stesso livello del servizio civile o del servizio militare di leva.

 

 


Titolo IV
Delle associazioni e delle fondazioni del Terzo settore (artt. 20-31)

Il Titolo IV (articoli 20-31), concernente le associazioni e le fondazioni del Terzo settore, dispone in attuazione della delega di cui all’articolo 1, comma 2, lettera a) della legge n. 106/2016, relativa alla "revisione della disciplina del titolo II del libro primo del codice civile in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro, riconosciute come persone giuridiche o non riconosciute" .

Con riferimento a tale disposizione, l'art. 3 della L. 106/16 detta appositi principi e criteri direttivi per la revisione del titolo II del libro primo del codice civile.

Esso si articola in tre Capi:

il Capo I (art. 20), recante disposizioni generali volte a definire l'ambito di applicazione del Titolo in esame.

Il Capo II (artt. 21-22), recante la disciplina della costituzione delle associazioni e fondazioni del Terzo settore. Viene definito, in particolare, il contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto, contenente le norme relative al funzionamento dell’ente, e la procedura per l’acquisto della personalità giuridica che, in deroga alle disposizioni vigenti, può avvenire anche mediante iscrizione nel registro unico nazionale del terzo settore.

Il Capo III (artt. 23-31), recante la disciplina del loro ordinamento e della loro amministrazione. Tale Capo uniforma l'ordinamento e l'amministrazione delle associazioni non riconosciute a quelli delle associazioni riconosciute, laddove la disciplina codicistica demanda agli accordi tra gli associati la regolazione dell'ordinamento interno e dell'amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche (art. 36 c.c.).

 

Il Capo I, costituito dal solo articolo 20, reca disposizioni generali volte a definire l'ambito di applicazione del Titolo in esame.

 


 

Capo I
Disposizioni generali (art. 20)

 

L'articolo 20 definisce l'ambito di applicazione del Titolo IV, prevedendo che le disposizioni in esso contenute si applichino agli enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione.

 

Le associazioni, riconosciute e non riconosciute, e le fondazioni sono disciplinate dal libro primo, titolo II, del codice civile (Delle persone giuridiche).

In particolare, le associazioni e le fondazioni, per le quali sia intervenuto il decreto di riconoscimento ai sensi dell'art. 12 c.c., sono persone giuridiche private.

In assenza di tale decreto le associazioni non sono riconosciute come persone giuridiche (art. 36 c.c.).

La legge delega (legge n. 106 del 2016) dispone che i decreti legislativi da adottare in propria attuazione provvedano, appunto, alla "revisione della disciplina del titolo II del libro primo del codice civile in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro, riconosciute come persone giuridiche o non riconosciute" (art. 1, comma 2, lett. a), l. 106/2016).

Con riferimento a tale disposizione, l'art. 3 della l. 106/16 detta appositi principi e criteri direttivi per la revisione del titolo II del libro primo del codice civile.

Tali principi e criteri saranno di volta in volta richiamati nella illustrazione delle disposizioni del Titolo in esame tese a darvi seguito.

 


 

Capo II
Della costituzione (artt.21-22)

 

L'articolo 21 reca disciplina dell'atto costitutivo delle associazioni, riconosciute e non riconosciute, e delle fondazioni del Terzo settore, indicando gli elementi obbligatori dell'atto costitutivo e disponendo in ordine al rapporto tra atto costitutivo e statuto.

Il comma 1 prevede che l’atto costitutivo di tali enti contenga i seguenti elementi obbligatori:

-      la denominazione dell’ente;

-      l’assenza di scopo di lucro e le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale perseguite;

-      l’attività di interesse generale che costituisce l’oggetto sociale;

-      la sede legale e le eventuali sedi secondarie;

-      l’eventuale patrimonio iniziale;

-      le norme sull’ordinamento, l’amministrazione e la rappresentanza dell’ente;

-      i diritti e gli obblighi degli associati, ove presenti;

-       i requisiti per l’ammissione di nuovi associati, ove presenti, e la procedura di ammissione, che deve ispirarsi a criteri non discriminatori, coerenti con le finalità perseguite e l’attività di interesse generale svolta;

-      la nomina dei primi componenti degli organi sociali obbligatori e, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti;

-      le norme sulla devoluzione del patrimonio residuo in caso di scioglimento o di estinzione;

-      la durata dell’ente, se prevista. 

Il comma 2 prevede che lo statuto degli enti in questione - sebbene oggetto di atto separato rispetto all'atto costitutivo - ne costituisca parte integrante, e che le norme statutarie prevalgano in caso di contrasto con le clausole dell’atto costitutivo.

 

Si ricorda, innanzitutto, che tra gli specifici principi e criteri direttivi posti dall'art. 3 della legge n. 106/16 per la revisione del titolo II del libro primo del codice civile ricorre il seguente: "definire le informazioni obbligatorie da inserire negli statuti e negli atti costitutivi".

Con riferimento agli statuti e atti costitutivi, il titolo II del libro primo del codice civile reca le seguenti prescrizioni:

ü  per le persone giuridiche private (associazioni riconosciute e fondazioni): che esse siano costituite con atto pubblico e che le fondazioni possano anche essere costituite con testamento (art. 14 c.c.); che l'atto costitutivo e lo statuto contengano obbligatoriamente: la denominazione dell'ente, l'indicazione dello scopo, del patrimonio e della sede, nonché le norme sull'ordinamento e sull'amministrazione. In particolare, l'atto costitutivo e lo statuto delle associazioni devono anche determinare i diritti e gli obblighi degli associati e le condizioni della loro ammissione, mentre l'atto costitutivo e lo statuto delle fondazioni devono indicare i criteri e le modalità di erogazione delle rendite. Risultano, invece, elementi facoltativi dell'atto costitutivo e dello statuto delle persone giuridiche private: le norme relative alla estinzione dell'ente e alla devoluzione del patrimonio, e, per le fondazioni, anche quelle relative alla loro trasformazione (art. 16 c.c.);

ü  per le associazioni non riconosciute, l'art. 36 c.c. si limita a prescrivere che "l'ordinamento interno e l'amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche sono regolati dagli accordi degli associati".

Si rileva, dunque, che - ai sensi delle disposizioni in commento - lo statuto e l'atto costitutivo delle associazioni e fondazioni del Terzo settore risultano soggetti ad una disciplina più stringente rispetto alla disciplina generale del codice civile. In particolare:

ü  il loro atto costitutivo deve recare obbligatoriamente informazioni aggiuntive o comunque più articolate rispetto a quelle cui sono tenute le persone giuridiche private soggette alla disciplina generale (l’assenza di scopo di lucro e le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale perseguite; l’attività di interesse generale che costituisce l’oggetto sociale; la nomina dei primi componenti degli organi sociali obbligatori e, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti; la durata dell’ente, se prevista; le norme sulla devoluzione del patrimonio residuo in caso di scioglimento o di estinzione, che nella disciplina codicistica costituiscono un contenuto facoltativo dell'atto costitutivo e dello statuto);

ü  la procedura di ammissione di nuovi associati deve ispirarsi a criteri non discriminatori, coerenti con le finalità perseguite e l’attività di interesse generale svolta;

ü  nel Terzo settore non viene fatta alcuna distinzione tra gli statuti e gli atti costitutivi delle persone giuridiche private e quelli delle associazioni non riconosciute, essendo questi soggetti alle medesime disposizioni. L'ambito di applicazione dell'articolo in commento è infatti definito dal precedente art. 20 come quello degli enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione.

 

L'articolo 22 reca disciplina dell'acquisto della personalità giuridica per le associazioni e fondazioni del Terzo settore. Tale disciplina è derogatoria rispetto alla disciplina generale recata dal decreto del Presidente della Repubblica n. 361/2000.

Il comma 1 prevede che le associazioni e le fondazioni del Terzo settore possano, in deroga al D.P.R. n. 361/2000, acquistare la personalità giuridica mediante l’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore.

Il comma 2 enumera gli adempimenti cui è tenuto il notaio che abbia ricevuto l’atto costitutivo di una associazione o di una fondazione del Terzo settore ovvero la pubblicazione di un testamento con il quale si dispone una fondazione del Terzo settore. Il notaio deve: accertare la sussistenza delle condizioni previste dalla legge per la costituzione dell’ente, con particolare riferimento ai requisiti posti dal provvedimento in esame per gli enti del Terzo settore; verificare la sussistenza del patrimonio minimo come definito dal successivo comma 4; depositare l'atto costitutivo ovvero il testamento, con i relativi allegati, entro venti giorni dal ricevimento, presso il competente ufficio del registro unico nazionale del Terzo settore, con contestuale richiesta di iscrizione per l’ente interessato.  All’ufficio del registro unico nazionale del Terzo settore spetta la verifica della regolarità formale della documentazione depositata e la conseguente iscrizione dell’ente nel registro.

Il comma 3 disciplina l'ipotesi in cui il notaio - all'esito degli accertamenti di cui al precedente comma 2 - ritenga non sussistenti le condizioni per la costituzione dell’ente o il patrimonio minimo. In tale caso il notaio è tenuto a darne comunicazione motivata, tempestivamente e comunque non oltre 30 giorni dal ricevimento dell'atto costitutivo ovvero del testamento, al fondatore o agli amministratori dell’ente, i quali, nei 30 giorni successivi al ricevimento della comunicazione del notaio, possono rivolgersi direttamente all’ufficio del registro competente per ottenere l’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore. In mancanza degli amministratori dell'associazione, può procedere in tal senso ciascun associato. Decorsi 30 giorni dalla presentazione dell'istanza senza che l’ufficio del registro abbia comunicato ai richiedenti il motivato diniego ovvero richiesto una integrazione della documentazione ovvero non abbia provvede all’iscrizione, si configura la fattispecie di silenzio-diniego.

 

Con riferimento all'espressione "questi ultimi (vale a dire gli amministratori dell'associazione) e, in mancanza, ciascun associato", si osserva che - in considerazione del fatto che l'art. 21, comma 1, pone "la nomina dei primi componenti degli organi sociali obbligatori" tra i contenuti obbligatori dell'atto costitutivo degli enti del Terzo settore -  parrebbe non potersi verificare l'ipotesi di mancanza degli amministratori dell'associazione dopo che l'atto costitutivo sia stato consegnato ad un notaio. A meno che con l'espressione "in mancanza" non si intenda richiamare qualsiasi caso di assenza; ma in tale ipotesi la facoltà di rivolgersi all'ufficio del registro competente spetterebbe semplicemente a ciascun associato.

 

Il comma 4 individua il patrimonio minimo per il conseguimento della personalità giuridica in una somma liquida e disponibile non inferiore ad euro 15.000 per le associazioni e ad euro 30.000 per le fondazioni. Qualora il patrimonio sia costituito da beni diversi dal denaro, una relazione giurata di un revisore legale o di una società di revisione legale iscritti nell’apposito registro, da allegare all’atto costitutivo, deve certificare che il valore di tali beni risulta corrispondente alle predette somme.

Il comma 5 dispone che - qualora, nel corso della vita della persona giuridica, in conseguenza di perdite, il patrimonio diminuisca di oltre un terzo rispetto al valore minimo individuato dal comma 4 - l'ente è chiamato a deliberare senza indugio la ricostituzione del patrimonio minimo oppure la trasformazione, la prosecuzione dell’attività in forma di associazione non riconosciuta, la fusione o lo scioglimento dell’ente. Tale deliberazione è di competenza:

ü  nelle associazioni, dell'assemblea convocata senza indugio dall’organo di amministrazione e, nel caso di sua inerzia, dall’organo di controllo, ove nominato;

ü  nelle fondazioni, dell'organo di amministrazione e, nel caso di sua inerzia, dell’organo di controllo.

 

Si osserva che le disposizioni del comma 5, in quanto relative a episodi che potrebbero verificarsi nel corso della vita della persona giuridica ed eventualmente determinarne l'estinzione, esulano dal contenuto dell'articolo come sintetizzato nella rubrica "Acquisto della personalità giuridica".

 

Il comma 6 dispone che le modificazioni dell’atto costitutivo e dello statuto risultino da atto pubblico e acquistino efficacia con l’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore, in conformità alle disposizioni dei commi 2 e 3.

Il comma 7 prevede che, nelle fondazioni e nelle associazioni riconosciute come persone giuridiche, per le obbligazioni dell’ente sia chiamato a rispondere soltanto l’ente con il suo patrimonio.

 

Si ricorda che tra i principi e criteri direttivi posti dall'art. 3 della legge n. 106/16 per la revisione del titolo II del libro primo del codice civile ricorrono i seguenti: "rivedere e semplificare il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica", "prevedere una disciplina per la conservazione del patrimonio degli enti", "disciplinare, nel rispetto del principio di certezza nei rapporti con i terzi e di tutela dei creditori, il regime di responsabilità limitata degli enti riconosciuti come persone giuridiche".

Si ricorda, inoltre, che il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica è disciplinato dal D.P.R. n. 361/2000 ("Regolamento recante norme per la semplificazione dei procedimenti di riconoscimento di persone giuridiche private e di approvazione delle modifiche dell'atto costitutivo e dello statuto (n. 17 dell'allegato 1 della L. 15 marzo 1997, n. 59)").

In particolare:

ü  l'art. 1 prevede che le associazioni, le fondazioni e le altre istituzioni di carattere privato acquistino la personalità giuridica mediante il riconoscimento determinato dall'iscrizione nel registro delle persone giuridiche istituito presso le prefetture: la domanda - cui sono allegati copia autentica dell'atto costitutivo e dello statuto - è presentata alla prefettura nella cui provincia è stabilita la sede dell'ente; ai fini del riconoscimento devono essere state soddisfatte le condizioni previste da norme di legge o di regolamento per la costituzione dell'ente, lo scopo deve essere possibile e lecito e il patrimonio adeguato alla realizzazione dello scopo. Il prefetto: provvede all'iscrizione entro 120 giorni dalla data di presentazione della domanda ovvero, qualora ravvisi ragioni ostative all'iscrizione o la necessità di integrare la documentazione, entro il medesimo termine, ne dà motivata comunicazione ai richiedenti che provvedono nei successivi 30 giorni; se, nell'ulteriore termine di trenta giorni, il prefetto non comunica il motivato diniego ovvero non provvede all'iscrizione, questa si intende negata. Inoltre, il riconoscimento delle fondazioni istituite per testamento può essere concesso dal prefetto, d'ufficio, in caso di ingiustificata inerzia del soggetto abilitato alla presentazione della domanda.

ü  l'art. 7 disciplina il riconoscimento delle persone giuridiche private che operano nelle materie attribuite alla competenza delle Regioni dall'articolo 14 del D.P.R. n. 616/77, e le cui finalità statutarie si esauriscono nell'àmbito di una sola Regione, mediante iscrizione nel registro delle persone giuridiche istituito presso la Regione.

Con le disposizioni in commento associazioni e fondazioni del Terzo settore acquistano la personalità mediante l’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore, istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ai sensi dell'art. 45 del provvedimento in esame e operativamente gestito su base territoriale (cfr. Titolo VI).

In ottemperanza al disposto della legge delega, la semplificazione del procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica è perseguita tramite l'istituzione di un apposito canale di riconoscimento, al quale in prima battuta può accedere soltanto il notaio incaricato e in seconda istanza il fondatore e gli amministratori dell'associazione, con una significativa riduzione dei tempi rispetto a quelli previsti dal D.P.R. n. 361/2000 (20/30 giorni per il notaio e 30 giorni per l'ufficio del registro, contro i 120 giorni a disposizione del prefetto).

 


 

Capo III
Dell'ordinamento e dell'amministrazione (artt. 23-31)

 

Si evidenzia, fin da subito, che il provvedimento in esame - nell'ambito del Terzo settore - uniforma l'ordinamento e l'amministrazione delle associazioni non riconosciute a quelli delle associazioni riconosciute, laddove la disciplina codicistica demanda agli accordi tra gli associati la regolazione dell'ordinamento interno e dell'amministrazione delle associazioni non riconosciute come persone giuridiche (art. 36 c.c.). Si ricorda, al riguardo, che l'art. 1, comma 2, lett. a), della legge delega prevede che con decreto legislativo di attuazione si provveda "alla revisione della disciplina del titolo II del libro primo del codice civile in materia di associazioni, fondazioni e altre istituzioni di carattere privato senza scopo di lucro, riconosciute come persone giuridiche o non riconosciute".

 

 

L'articolo 23 reca disposizioni in ordine alla procedura di ammissione di nuovi membri nelle associazioni, riconosciute e non riconosciute, e nelle fondazioni del Terzo settore.

Il comma 1, in ordine alle associazioni, prevede che - qualora l’atto costitutivo o lo statuto non attribuiscano espressamente il potere decisorio sull'ammissione di nuovi associati alla competenza dell’assemblea o di un altro organo eletto della medesima - su detta ammissione decide, su richiesta dell’interessato, l’organo di amministrazione, con deliberazione che viene comunicata all’interessato ed annotata nel libro degli associati.

Il comma 2 prevede che l’organo competente a pronunciarsi sulla domanda di ammissione ai sensi del comma 1 disponga di un termine di sessanta giorni per formulare la motivazione del diniego e comunicarla all'interessato.

 

Con riferimento alla formulazione "deve entro sessanta giorni motivare la deliberazione di rigetto della domanda di ammissione", sembrerebbe che il termine di 60 giorni debba riferirsi all'adozione di una deliberazione motivata di rigetto piuttosto che non all'adozione di un secondo atto di motivazione del rigetto già intervenuto.

Il comma 3 prevede che il soggetto richiedente l'ammissione possa - entro sessanta giorni dalla comunicazione della deliberazione di rigetto - chiedere che sull’istanza non accolta si pronunci l’assemblea o un altro organo eletto dalla medesima, i quali, se non appositamente convocati, deliberano in occasione della prima convocazione successiva alla richiesta.

 

Si osserva che - qualora, ai sensi del comma 1, l’atto costitutivo o lo statuto abbiano attribuito espressamente il potere decisorio sull'ammissione di nuovi associati all’assemblea o a un altro organo eletto della medesima e si verifichi la fattispecie di cui al comma in esame - l’assemblea o un altro organo eletto della medesima si troverebbero a deliberare due volte sullo stesso oggetto.

 

Il comma 4 prevede che le disposizioni valevoli per le associazioni ai sensi dei commi precedenti si applichino - in quanto compatibili e sempre che lo statuto non disponga diversamente - anche alle fondazioni del Terzo settore nelle quali è presente, ai sensi delle norme statutarie, un organo assembleare o di indirizzo, comunque denominato.

 

Non si direbbe inequivoca la limitazione dell'applicabilità delle disposizioni di cui all'articolo in esame "alle fondazioni del Terzo settore il cui statuto preveda la costituzione di un organo assembleare o di indirizzo, comunque denominato". Più precisamente, se tale limitazione è chiara con riferimento alle disposizioni di cui al comma 3 (pronunciamento in secondo grado dell'organo assembleare), non lo è altrettanto con riferimento ai commi 1 e 2, i quali possono trovare applicazione anche in fondazioni dove sia presente unicamente l'organo di amministrazione.

 

Si ricorda che l'art. 16, primo comma, del codice civile, demanda agli statuti la disciplina delle condizioni di ammissione nelle associazioni riconosciute, senza imporre alcun indirizzo né dettare alcuna disposizione al riguardo.

L'articolo 21, comma 1, del provvedimento in esame - ferma restando anche nelle associazioni, riconosciute e non riconosciute, e nelle fondazioni del Terzo settore la disciplina statutaria degli eventuali requisiti di ammissione e della procedura di ammissione - impone, tuttavia, che questa si ispiri "a criteri non discriminatori, coerenti con le finalità perseguite e l’attività di interesse generale svolta".

Le disposizioni dell'articolo in commento vanno dunque ad aggiungersi alla disciplina obbligatoriamente dettata dagli statuti ai sensi del richiamato art. 21, comma 1.

Quanto alla loro applicabilità alle fondazioni, ai sensi del comma 4 dell'articolo in esame, si ricorda che gli statuti delle fondazioni prevedono spesso una composizione personale in linea generale così articolata: i fondatori promotori (talvolta semplicemente fondatori), che hanno sottoscritto l'atto costitutivo (ovvero vi hanno aderito entro un tempo brevissimo successivo alla costituzione ovvero hanno acquisito tale qualifica per aver contribuito considerevolmente al patrimonio dell'ente); i partecipanti fondatori (talvolta semplicemente fondatori o sostenitori), generalmente ammessi in tale qualifica perché contribuiscono ad accrescere il patrimonio dell'ente (Fondo di dotazione) in determinata misura; i partecipanti (o aderenti), che, condividendo le finalità della fondazione, ne sostengono l'attività mediante il versamento di contributi al Fondo di gestione.

Quanto alla presenza dell'organo assembleare o di indirizzo nelle fondazioni, si ricorda che il codice civile (art. 20) prevede che l'assemblea sia organo necessario soltanto nelle associazioni, non nelle fondazioni, per le quali l'unico organo necessario è l'organo di amministrazione.

Gli statuti delle fondazioni prevedono, tuttavia, spesso la presenza dell'organo assembleare ovvero di altro organo di indirizzo altrimenti denominato.

 

L'articolo 24 reca disposizioni relative all'attività dell'organo assembleare (voto, rappresentanza e assemblee separate) nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore, disponendo in ordine alla loro applicabilità anche alle fondazioni del Terzo settore, il cui statuto preveda la presenza di un organo assembleare o di indirizzo.

Il comma 1 prevede che nell’assemblea delle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore abbiano diritto di voto tutti coloro che sono iscritti da almeno tre mesi nel libro degli associati, salvo che l’atto costitutivo o lo statuto non dispongano diversamente.

Il comma 2 dispone in ordine all'attribuzione dei voti agli associati. La regola generale è che a ciascun associato spetti un voto. A tale regola l’atto costitutivo o lo statuto possono derogare al fine di attribuire agli associati che siano enti del Terzo settore fino ad un massimo di cinque voti, in proporzione al numero dei loro associati o aderenti. Dispone, infine, che alle associazioni del Terzo settore si applichino, in quanto compatibili, le disposizioni dell’articolo 2373 del codice civile, che disciplina le ipotesi di conflitto di interesse che possono verificarsi in sede di deliberazione dell'assemblea delle società per azioni.

 

In particolare l'art. 2373 c.c. prevede che:

ü  la deliberazione approvata con il voto determinante di coloro che abbiano, per conto proprio o di terzi, un interesse in conflitto con quello della società possa essere impugnata a norma dell'articolo 2377, qualora possa recare danno alla società:

ü  gli amministratori non possano votare nelle deliberazioni riguardanti la loro responsabilità;

ü  i componenti del consiglio di gestione non possano votare nelle deliberazioni riguardanti la nomina, la revoca o la responsabilità dei consiglieri di sorveglianza.

 

Il comma 3 reca disposizioni in materia di rappresentanza nell'assemblea. Vi si prevede che:

ü  qualora l’atto costitutivo o lo statuto non dispongano diversamente, ciascun associato possa farsi rappresentare nell’assemblea da un altro associato mediante delega scritta, anche in calce all’avviso di convocazione;

ü  ciascun associato possa rappresentare fino ad un massimo di tre associati nelle associazioni con un numero di associati inferiore a 500 e di cinque associati in quelle con un numero di associati pari o superiore a 500;

ü  gli atti costitutivi o gli statuti delle reti associative di cui all’articolo 41 disciplinino le modalità e i limiti delle deleghe di voto, anche in deroga a quanto precedentemente stabilito;

ü  si applichino, in quanto compatibili, i commi quarto e quinto dell’articolo 2372 del codice civile, i quali recano limiti in ordine alla rappresentanza nell'organo assembleare delle società.

 

-      In particolare il comma quarto prevede che, se la rappresentanza è conferita ad una società, associazione, fondazione od altro ente collettivo o istituzione, questi possano delegare soltanto un proprio dipendente o collaboratore. Il comma quinto prevede che la rappresentanza non possa essere conferita né ai membri degli organi amministrativi o di controllo o ai dipendenti della società, né alle società da essa controllate o ai membri degli organi amministrativi o di controllo o ai dipendenti di queste.

 

Il comma 4 dispone che l’atto costitutivo o lo statuto delle associazioni del Terzo settore possano prevedere l’intervento all’assemblea mediante mezzi di telecomunicazione ovvero l’espressione del voto per corrispondenza o in via elettronica, purché sia possibile verificare l’identità dell’associato che partecipa e vota.

Il comma 5 dispone che l’atto costitutivo o lo statuto delle associazioni con un numero di associati pari o superiore a 500 possono prevedere e disciplinare la costituzione e lo svolgimento di assemblee separate, comunque denominate, anche rispetto a specifiche materie ovvero in presenza di particolari categorie di associati o di svolgimento dell’attività in più ambiti territoriali. A tali assemblee si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui ai commi terzo, quarto, quinto e sesto dell’articolo 2540 del codice civile, in materia di assemblee separate.

 

In particolare, i commi richiamati dell'art. 2540 c.c. prevedono, con riferimento alle società cooperative, che:

ü  l'atto costitutivo stabilisca il luogo, i criteri e le modalità di convocazione e di partecipazione all'assemblea generale dei soci delegati e assicuri in ogni caso la proporzionale rappresentanza delle minoranze espresse dalle assemblee separate (terzo comma);

ü  i delegati debbano essere soci e alla assemblea generale possano assistere anche i soci che hanno preso parte alle assemblee separate (quarto comma);

ü  le deliberazioni dell'assemblea generale possano essere impugnate ai sensi dell'articolo 2377 anche dai soci assenti e dissenzienti nelle assemblee separate quando, senza i voti espressi dai delegati delle assemblee separate irregolarmente tenute, verrebbe meno la maggioranza richiesta per la validità della deliberazione (quinto comma);

ü  le deliberazioni delle assemblee separate non possano essere autonomamente impugnate (quinto comma).

 

Il comma 6 prevede che le disposizioni di cui all'articolo in esame si applichino - in quanto compatibili e salva deroga da parte delle norme statutarie - anche alle fondazioni del Terzo settore, il cui statuto preveda la presenza di un organo assembleare o di indirizzo, comunque denominato.

 

Si ricorda che tra i principi e criteri direttivi posti dall'art. 3 della legge n. 106/16 per la revisione del titolo II del libro primo del codice civile ricorre il seguente: "assicurare il rispetto dei diritti degli associati, con particolare riguardo ai diritti di informazione, partecipazione e impugnazione degli atti deliberativi, e il rispetto delle prerogative dell'assemblea, prevedendo limiti alla raccolta delle deleghe", in attuazione del quale (fatta eccezione per i diritti di informazione) interviene l'articolo in commento.

Si ricorda che il titolo II del libro primo del codice civile non dispone in ordine al diritto di voto, attribuzione dei voti, rappresentanza nell'organo assembleare delle associazioni.

 

L'articolo 25 enumera le competenze dell'organo assembleare delle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore, alle quali gli statuti delle medesime associazioni non possono derogare.

Il comma 1 attribuisce all’assemblea delle associazioni in questione i seguenti compiti: nomina e revoca dei componenti degli organi sociali; nomina e revoca, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti; approvazione del bilancio; deliberazione sulla responsabilità dei componenti degli organi sociali e promozione dell'azione di responsabilità nei loro confronti; deliberazione sull’esclusione degli associati, se l’atto costitutivo o lo statuto non attribuiscono la relativa competenza ad altro organo eletto dalla medesima; deliberazione sulle modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto; approvazione dell’eventuale regolamento dei lavori assembleari; deliberazione sullo scioglimento, la trasformazione, la fusione o la scissione dell’associazione; deliberazione sugli altri oggetti attribuiti dalla legge, dall’atto costitutivo o dallo statuto alla sua competenza.

Il comma 2 prevede che, nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore che hanno un numero di associati pari o superiore a 500, l’atto costitutivo o lo statuto possano attribuire le competenze relative all'approvazione del bilancio e all'approvazione dell’eventuale regolamento dei lavori assembleari all’organo amministrativo o ad altro organo, comunque denominato, eletto dall’assemblea degli associati o dall’assemblea di delegati (assemblea separata) di cui all’articolo 24, comma 5, o da altro organo eletto dalle medesime.

Il medesimo comma 2 prevede che, nelle reti associative di cui all’articolo 41, l’atto costitutivo o lo statuto possano attribuire all’assemblea di delegati di cui all’articolo 24, comma 5, o ad altro organo eletto dalla medesima le seguenti competenze: di nomina e revoca dei componenti degli organi sociali; di nomina e revoca, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti; di deliberazione sulla responsabilità dei componenti degli organi sociali e di promozione dell'azione di responsabilità nei loro confronti; di deliberazione sulle modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto.

 

In merito alla formulazione del testo, con riferimento all'espressione "assemblea di delegati eletti dalle assemblee di cui all’articolo 24, comma 5", che ricorre nel primo e nel secondo periodo del comma in esame, si  rileva che l'art. 24, comma 5, demanda allo statuto o all'atto costitutivo la disciplina della eventuale costituzione di assemblee separate, senza prevedere che i loro membri debbano essere "delegati eletti" dalle assemblee degli associati che soddisfano le condizioni poste dal medesimo art. 24, comma 5. L'espressione utilizzata all'art. 24, comma 5, infatti, è "assemblee separate" e non "assemblee di delegati".

Si valuti in proposito un coordinamento delle due disposizioni, eventualmente puntualizzando il riferimento ai delegati eletti nelle assemblee separate.

 

Il comma 3 prevede che - nelle fondazioni del Terzo settore nelle quali lo statuto abbia previsto la costituzione di un organo assembleare o di indirizzo, comunque denominato - con disposizione statutaria possa essere attribuita a tale organo la competenza a deliberare su uno o più degli oggetti di cui al comma 1, nei limiti in cui questo risulti compatibile con la natura dell’ente quale fondazione e nel rispetto della volontà del fondatore.

 

Come già si è avuto occasione di evidenziare, il codice civile (art. 20) prevede che l'assemblea sia organo necessario soltanto nelle associazioni (riconosciute), non nelle fondazioni, per le quali l'unico organo necessario è l'organo di amministrazione.

Gli statuti delle fondazioni prevedono, tuttavia, spesso la presenza dell'organo assembleare ovvero di altro organo di indirizzo altrimenti denominato.

 

Il titolo II del libro primo del codice civile attribuisce all'assemblea delle associazioni riconosciute le seguenti competenze:

ü  approvazione del bilancio (art. 20, primo comma);

ü  deliberazione sulle modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto (art. 21, secondo comma);

ü  deliberazione sullo scioglimento dell'associazione e sulla devoluzione del patrimonio (art. 21, terzo comma);

ü  deliberazione sulle azioni di responsabilità contro gli amministratori delle associazioni per fatti da loro compiuti (art. 22);

ü  deliberazione di esclusione di un associato (art. 24, terzo comma).

 

L'articolo 26 reca disposizioni relative all'organo di amministrazione delle associazioni, riconosciute o non riconosciute, e delle fondazioni del Terzo settore.

Ai sensi del comma 1, l'organo di amministrazione è organo necessario nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore. Gli amministratori sono nominati dall’assemblea, fatta eccezione per i primi amministratori che sono nominati nell’atto costitutivo (in conformità a quanto previsto dall'art. 21, comma 1, che pone tra i contenuti obbligatori dell'atto costitutivo la "nomina dei primi componenti degli organi sociali obbligatori").

Il comma 2 dispone che la maggioranza degli amministratori sia scelta tra le persone fisiche associate ovvero tra le persone indicate dagli enti giuridici associati. Trova applicazione l’articolo 2382 del codice civile, relativo alle cause di ineleggibilità e di decadenza per gli amministratori delle società.

 

In particolare, l'art. 2382 c.c. dispone che non possa essere nominato amministratore, e se nominato decada dal suo ufficio, l'interdetto, l'inabilitato, il fallito, o chi sia stato condannato ad una pena che importa l'interdizione, anche temporanea, dai pubblici uffici o l'incapacità ad esercitare uffici direttivi.

 

Il comma 3 prevede che l’atto costitutivo o lo statuto delle associazioni in argomento possano subordinare l’assunzione della carica di amministratore al possesso di specifici requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza, anche con riferimento ai requisiti previsti da Codici di comportamento adottati da associazioni di rappresentanza o reti associative del Terzo settore. Il medesimo comma 3 ribadisce che trova applicazione "in tal caso l’articolo 2382 del Codice civile, relativo alle cause di ineleggibilità e di decadenza".

 

Si rileva che la posizione da parte dello statuto o dell'atto costitutivo di requisiti ulteriori rispetto a quelli posti dal comma 2 per la nomina degli amministratori delle associazioni in questione non configura un "caso diverso" da quello delineato dal comma 2, ma semplicemente integra la fattispecie (ovvero "il caso") disciplinata dal comma 2.

Appare pertanto ripetitivo il richiamo all'art. 2382 c.c.

 

Il comma 4 dispone che l’atto costitutivo o lo statuto possano prevedere che uno o più amministratori siano scelti tra gli appartenenti alle diverse categorie di associati.

Il comma 5 - fatta salva la nomina della maggioranza degli amministratori da parte dell’assemblea - prevede che l’atto costitutivo o lo statuto possano attribuire la nomina di uno o più amministratori ad enti del Terzo settore di cui all’articolo 4, comma 3, (vale a dire enti ecclesiastici civilmente riconosciuti ed enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato di cui al richiamato art. 4, comma 3), o a lavoratori o utenti dell’ente.

Il comma 6 dispone che l'organo di amministrazione, entro trenta giorni dalla comunicazione della nomina, provveda a chiederne l’iscrizione nel Registro unico nazionale del Terzo settore (cfr. Titolo VI), indicando per ciascun amministratore il nome, il cognome, il luogo e la data di nascita, il domicilio e la cittadinanza, nonché a quali di essi è attribuita la rappresentanza dell’ente, specificando se disgiuntamente o congiuntamente.

Ai sensi del comma 7, il potere di rappresentanza attribuito agli amministratori è generale. Le limitazioni del potere di rappresentanza non sono opponibili ai terzi se non sono iscritte nel Registro unico nazionale del Terzo settore o se non si prova che i terzi ne erano a conoscenza.

 

Quanto alle limitazioni del potere di rappresentanza, esse sono già oggetto della disciplina codicistica delle persone giuridiche private: in particolare l'art. 19 c.c. prevede che le limitazioni del potere di rappresentanza, che non risultino dal registro provinciale delle persone giuridiche non possano essere opposte ai terzi, salvo che si provi che essi ne erano a conoscenza.

Ai sensi del comma 7 dell'articolo in commento, anche le associazioni non riconosciute del Terzo settore risultano soggette alle disposizioni in materia di potere di rappresentanza e sue limitazioni.

 

Ai sensi del comma 8, l'organo di amministrazione è organo necessario anche per le fondazioni del Terzo settore.

Anche per la nomina degli amministratori di tali fondazioni trova applicazione l’articolo 2382 del codice civile relativo alle cause di ineleggibilità e di decadenza per gli amministratori delle società.

All'organo di amministrazione delle fondazioni del Terzo settore si applicano il comma 3 (che conferisce allo statuto o all'atto costitutivo potestà di stabilire - rispettivamente - requisiti ulteriori per la nomina degli amministratori), il comma 6 (sull'obbligo di iscrizione della nomina degli amministratori nel Registro unico nazionale del Terzo settore) e il comma 7 (relativo al potere di rappresentanza).

Inoltre nelle fondazioni del Terzo settore il cui statuto preveda la costituzione di un organo assembleare o di indirizzo, comunque denominato, possono trovare applicazione, in quanto compatibili, i commi 4 (sulla possibilità di scegliere tra gli appartenenti alle diverse categorie di associati) e 5 (sulla possibilità di riservare a determinati soggetti la nomina di alcuni amministratori).

 

L'articolo 27, costituito da un unico comma, dispone che al conflitto di interessi degli amministratori delle associazioni, riconosciute e non riconosciute, e delle fondazioni del Terzo settore si applica l’articolo 2475-ter del codice civile, in materia di conflitto di interessi per gli amministratori delle società a responsabilità limitata.

 

In particolare l'art. 2475-ter c.c. prevede che i contratti conclusi dagli amministratori che hanno la rappresentanza della società in conflitto di interessi, per conto proprio o di terzi, con la medesima possano essere annullati su domanda della società, se il conflitto era conosciuto o riconoscibile dal terzo.

Inoltre, prevede che le decisioni adottate dal consiglio di amministrazione con il voto determinante di un amministratore in conflitto di interessi con la società, qualora provochino un danno patrimoniale alla società, possano essere impugnate entro novanta giorni dagli amministratori e, ove esistenti, dai soggetti previsti dall'articolo 2477 (sindaco e revisore legale dei conti). In ogni caso sono salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti in esecuzione della decisione.

 

L'articolo 28, costituito da un unico comma, prevede che gli amministratori, i direttori, i componenti dell’organo di controllo e il soggetto incaricato della revisione legale dei conti nelle associazioni, riconosciute e non riconosciute, e nelle fondazioni del Terzo settore rispondano nei confronti dell’ente, dei creditori sociali, del fondatore, degli associati e dei terzi, sulla base delle disposizioni codicistiche che regolano la responsabilità degli amministratori, dei direttori generali e dei sindaci delle società per azioni, nonché delle disposizioni che regolano la responsabilità dei revisori legali e delle società di revisione legale ai sensi dell’articolo 15 del decreto legislativo n. 39/10, in quanto compatibili.

In particolare, sono richiamati i seguenti articoli del codice civile: 2392 (responsabilità degli amministratori verso la società), 2393 (azione sociale di responsabilità), 2393-bis (azione sociale di responsabilità esercitata dai soci), 2394 (responsabilità verso i creditori sociali), 2394-bis (azioni di responsabilità nelle procedure concorsuali), 2395 (azione individuale del socio e del terzo), 2396 (responsabilità dei direttori generali) e 2407 (responsabilità dei sindaci) del codice civile.

 

Si ricorda che l'art. 3, comma 1, lett. b), della legge n. 106/16 demanda al decreto legislativo di attuazione di "disciplinare, nel rispetto del principio di certezza nei rapporti con i terzi e di tutela dei creditori, (...) la responsabilità degli amministratori, tenendo anche conto del rapporto tra il patrimonio netto e il complessivo indebitamento degli enti medesimi".

 

L'articolo 29 reca disciplina della denuncia dinanzi al tribunale e ai componenti dell’organo di controllo per le associazioni, riconosciute e non riconosciute, e per le fondazioni del Terzo settore.

Il comma 1 dispone che possono agire ai sensi dell’articolo 2409 del codice civile (in materia di denunzia al tribunale per le società per azioni), in quanto compatibile, i seguenti soggetti: almeno un decimo degli associati; l’organo di controllo; il soggetto incaricato della revisione legale dei conti; il pubblico ministero.

 

L'art. 2409 c.c. prevede l'attivazione della denuncia al tribunale in caso di fondato sospetto che gli amministratori, in violazione dei loro doveri, abbiano compiuto gravi irregolarità nella gestione, che possono arrecare danno alla società o a una o più società controllate.

 

Il comma 2 reca disciplina della denuncia all'organo di controllo, ove nominato, delle associazioni e fondazioni del Terzo settore, prevedendo che ad esso possano rivolgersi per denunziare i fatti che ritengono censurabili i seguenti soggetti: ogni associato, ovvero almeno un decimo degli associati nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, che hanno più di 500 associati. L'organo di controllo deve tener conto della denunzia nella relazione all’assemblea. Nel caso in cui la denunzia sia stata fatta da almeno un ventesimo degli associati dell’ente, l'organo di controllo è inoltre tenuto: ad indagare senza ritardo sui fatti denunziati e a presentare le sue conclusioni ed eventuali proposte all'assemblea, nonché a convocare l'assemblea in caso di omissione o di ingiustificato ritardo da parte degli amministratori (ai sensi di quanto previsto dall’articolo 2408, secondo comma, del codice civile per il collegio sindacale delle società per azioni).

 

Circa il controllo sulle fondazioni, si ricorda che l'art. 5 del D.P.R. n. 361/2000 ha disposto un esercizio decentrato delle funzioni di controllo delle fondazioni già attribuite all'autorità governativa dalle norme del capo II del titolo II del libro I, c.c.

 

Il comma 3 esclude dall'applicazione dell'articolo in esame gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti e agli enti delle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato di cui all’articolo 4, comma 3, del provvedimento in esame.

 

L'articolo 30 reca disposizioni in materia dell'organo di controllo delle associazioni, riconosciute e non riconosciute, e delle fondazioni del Terzo settore.

Ai sensi del comma 1, l'organo di controllo, costituito anche in forma monocratica, è organo necessario nelle fondazioni del Terzo settore.

Ai sensi del comma 2, nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore, l'organo di controllo, costituito anche in forma monocratica, è organo necessario quando siano superati, per due esercizi consecutivi, due dei seguenti limiti:

ü  totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 110.000 euro;

ü  ricavi, rendite, proventi, entrate, comunque denominate: 220.000 euro;

ü  dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 5 unità.

Ai sensi del comma 3, tuttavia, l’obbligo di nominare l'organo di controllo sulla base delle previsioni di cui al comma 2 viene nuovamente meno se, per due esercizi consecutivi, i predetti limiti non vengono superati.

Il comma 4 aggiunge un ulteriore caso di obbligatorietà della nomina dell’organo di controllo nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore, che si verifica quando siano stati costituiti patrimoni destinati ad uno specifico affare ai sensi dell’articolo 10 del provvedimento in esame.

Il comma 5 detta norme valevoli per i componenti dell’organo di controllo delle associazioni e delle fondazioni del Terzo settore:

ü  ad essi si applica l’articolo 2399 del codice civile in materia di cause d'ineleggibilità e di decadenza dei sindaci delle società per azioni;

ü  devono essere scelti tra le categorie di soggetti di cui all’articolo 2397, secondo comma, del codice civile, vale a dire secondo i criteri di composizione previsti per i collegi sindacali delle società per azioni. In particolare il richiamato secondo comma prevede che almeno un membro effettivo ed uno supplente siano scelti tra i revisori legali iscritti nell'apposito registro e che i restanti membri, se non iscritti in tale registro, siano scelti fra gli iscritti negli albi professionali individuati con decreto del Ministro della giustizia, o fra i professori universitari di ruolo, in materie economiche o giuridiche;

ü  nel caso di organo di controllo collegiale, i predetti requisiti siano posseduti da almeno uno dei componenti.

 

In considerazione della disposizione di cui all'ultimo periodo del comma in esame relativa agli organi di controllo costituiti in forma collegiale, al fine di rendere inequivocabile la formulazione del testo, parrebbe opportuno premettere al secondo periodo la specificazione "Nel caso di organo di controllo costituito in forma monocratica".

 

Il comma 6 reca disposizioni relative alle funzioni dell’organo di controllo. Esso è chiamato a vigilare sull’osservanza della legge e dello statuto e sul rispetto dei principi di corretta amministrazione, anche con riferimento alle disposizioni del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 ("Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell'articolo 11 della legge 29 settembre 2000, n. 300"), qualora applicabili, nonché sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile dell'ente e sul suo funzionamento. L'organo di controllo esercita altresì il controllo contabile nelle seguenti ipotesi:

ü  qualora non sia nominato un soggetto incaricato della revisione legale dei conti;

ü  qualora un componente dell'organo di controllo sia un revisore legale iscritto nell’apposito registro di cui al capo III del decreto legislativo n. 39/10.

Il comma 7 attribuisce all’organo di controllo gli ulteriori seguenti compiti:

ü  monitoraggio dell’osservanza delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, avuto particolare riguardo alle disposizioni di cui agli articoli 5 (Attività di interesse generale), 6 (Attività diverse), 7 (Raccolta fondi) e 8 (Destinazione del patrimonio ed assenza di scopo di lucro). Degli esiti di tale attività di monitoraggio deve dare atto il bilancio sociale di cui all'art. 14;

ü  attestazione che il bilancio sociale sia stato redatto in conformità alle linee guida adottate con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sentito il Consiglio nazionale del Terzo settore (in base a quanto disposto dall’articolo 14).

Il comma 8 autorizza i componenti dell’organo di controllo a procedere, in qualsiasi momento, anche individualmente, ad atti di ispezione e di controllo, consistenti anche nella richiesta rivolta agli amministratori di notizie sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari.

 

Si ricorda che per le fondazioni non è presente una disposizione codicistica che preveda l'obbligo di dotarsi di un organo di controllo. Fanno eccezione alcune norme speciali, tra le quali si ricorda l'art. 20-bis del D.P.R. n. 600/73 (inserito dall'art. 25, comma 1, del decreto legislativo n. 460/97) che obbliga le Onlus, costituite anche in forma di fondazione, "qualora i proventi superino per due anni consecutivi l'ammontare di due miliardi di lire, modificato annualmente secondo le modalità previste dall'articolo 1, comma 3, della legge 16 dicembre 1991, n. 398", a corredare il bilancio di una relazione di controllo sottoscritta da uno o più revisori iscritti nel registro dei revisori.

 

L'articolo 31 reca disposizioni sulla revisione legale dei conti per le associazioni, riconosciute o non riconosciute, e le fondazioni del Terzo settore.

Il comma 1 dispone che - fatto salvo quanto previsto dal comma 6 del precedente articolo 30 (in materia di funzioni dell'organo di controllo) - le associazioni, riconosciute o non riconosciute, e le fondazioni del Terzo settore sono tenute a nominare un revisore legale dei conti o una società di revisione legale iscritti nell’apposito registro (di cui al capo III del decreto legislativo n. 39/10) quando superino, per due esercizi consecutivi, due dei seguenti limiti:

ü  totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 1.100.000 euro;

ü  ricavi, rendite, proventi, entrate, comunque denominate: 2.200.000 euro;

ü  dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 12 unità.

Ai sensi del comma 2, tuttavia, l’obbligo di nominare l'organo di revisione legale dei conti sulla base delle previsioni di cui al comma 1 viene nuovamente meno se, per due esercizi consecutivi, i predetti limiti non vengono superati.

Il comma 3 aggiunge un ulteriore caso di obbligatorietà della nomina dell’organo di controllo nelle associazioni, riconosciute o non riconosciute, del Terzo settore, che si verifica quando siano stati costituiti patrimoni destinati ad uno specifico affare ai sensi dell’articolo 10 del provvedimento in esame.

 

 

 

 


Titolo V
Di particolari categorie di enti del Terzo settore (artt. 32-44)

Il Titolo V del Codice è dedicato agli enti del Terzo settore destinatari di una disciplina particolare, ovvero, nell'ordine proposto: alle Organizzazioni di volontariato (ODV), alle Associazioni di promozione sociale (APS), agli enti filantropici, alle imprese sociali, alle reti associative ed infine alle società di mutuo soccorso. L'individuazione delle categorie corrisponde all'assetto normativo attuale con il riconoscimento quali enti del Terzo settore di:

-      enti filantropici costituiti in forma di associazione riconosciuta o di fondazione con la finalità di erogare denaro, beni o servizi, anche di investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale;

-      reti associative costituite in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, che associano, anche indirettamente attraverso gli enti ad esse aderenti, un numero non inferiore a 500 enti del Terzo settore, o, in alternativa, almeno 100 fondazioni del Terzo settore, le cui sedi legali o operative siano presenti in almeno cinque regioni o province autonome. Le reti associative hanno il compito di svolgere attività di coordinamento, tutela, rappresentanza, promozione o supporto degli enti del Terzo settore loro associati e delle loro attività di interesse generale, anche allo scopo di promuoverne ed accrescerne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali. Possono promuovere partenariati e protocolli di intesa con le pubbliche amministrazioni e con soggetti privati. Le reti esercitano, tra le altre, anche l’attività di monitoraggio dell’attività degli enti ad esse associati, anche sotto forma di autocontrollo e di assistenza tecnica, eventualmente anche con riguardo al loro impatto sociale, e predispongono una relazione annuale al Consiglio nazionale del Terzo settore.

-      società di mutuo soccorso, che continuano ad essere disciplinate dalla legge 3818/1886. Alle società di mutuo soccorso già esistenti alla data di entrata in vigore del Codice, viene concesso di trasformarsi, entro i successivi tre anni da tale data, in associazioni del Terzo settore o in associazioni di promozione sociale mantenendo il proprio patrimonio.

 


 

Capo I
Delle organizzazioni di volontariato
(artt. 32-34)

 

Il Capo I (artt. 32-34) reca disposizioni sulle organizzazioni di volontariato, definite quali “enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, per lo svolgimento, prevalentemente, in favore di terzi di una o più attività di interesse generale, ad esclusione dei settori di attività relativi al commercio equo e solidale e all’agricoltura sociale”. A differenza di quanto avviene attualmente, vengono posti dei parametri quantitativi per la loro formazione: infatti, devono essere composte da un numero non inferiore a nove volontari o a cinque organizzazioni di volontariato. Come a legislazione vigente, le organizzazioni di volontariato possono assumere lavoratori dipendenti, o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo ma rispetto alla legge 266/1991 viene specificato che il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al venti per cento del numero dei volontari.

Sono fatte salve, per le organizzazioni di volontariato che operano nella protezione civile, le norme che regolano la materia.

Le disposizioni rispondono al criterio di delega di cui all’art. 5, co. 1, lett. a) che dispone l’armonizzazione e il coordinamento delle diverse discipline vigenti in materia di volontariato e di promozione sociale, valorizzando i princìpi di gratuità, democraticità e partecipazione e riconoscendo e favorendo, all'interno del Terzo settore, le tutele dello status di volontario e la specificità delle organizzazioni di volontariato di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266, e di quelle operanti nella protezione civile.

 

L’articolo 32 definisce le organizzazioni di volontariato quali enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta[29], per lo svolgimento, prevalentemente, in favore di terzi di una o più attività di interesse generale, ad esclusione dei settori di attività relativi al commercio equo e solidale e all’agricoltura sociale. L’attività è svolta avvalendosi in modo prevalente delle prestazioni dei volontari associati. A differenza di quanto avviene a legislazione vigente, vengono posti dei parametri quantitativi per la loro formazione: infatti, devono essere composte da un numero non inferiore a nove volontari o a cinque organizzazioni di volontariato.

Gli atti costitutivi delle organizzazioni di volontariato possono prevedere l’ammissione come associati di altri enti del Terzo settore, diversi dalle organizzazioni di volontariato, a condizione che il loro numero non sia superiore al trenta per cento del numero delle organizzazioni di volontariato associate.

La denominazione sociale deve contenere l’indicazione di organizzazione di volontariato o l’acronimo ODV. L’indicazione di organizzazione di volontariato o l’acronimo ODV, ovvero di parole o locuzioni equivalenti o ingannevoli, non può essere usata da soggetti diversi dalle organizzazioni di volontariato.

 

L'art 3, co. 2, della legge 266/1991 prevede espressamente che le organizzazioni di volontariato possano assumere la forma giuridica che ritengono più adeguata al perseguimento dei propri fini, salvo il limite di compatibilità con lo scopo solidaristico e con le specifiche previsioni che gli accordi degli aderenti devono contenere. Tuttavia l'organizzazione di volontariato deve espressamente prevedere nell'atto costitutivo, accordo o statuto: l'assenza di fini di lucro; la democraticità della struttura - da intendersi come l'obbligo di osservare e garantire all'interno dell'organizzazione la parità di trattamento tra gli aderenti e la loro effettiva partecipazione alla vita associativa -; l'elettività e la gratuità delle cariche associative; la gratuità delle prestazioni fornite dagli aderenti; i criteri di ammissione e di esclusione di questi ultimi, nonché i loro diritti.

Si ricorda infine, che la legge 266/1991 non individua i settori di attività nei quali le organizzazioni di volontariato devono operare.

 

L’articolo in esame fa salve, per le organizzazioni di volontariato che operano nella protezione civile, le disposizioni che regolano tale materia, proprio in ragione della peculiarità della stessa. Pertanto alla disciplina delle organizzazioni di volontariato di protezione civile si provvede nell’ambito di quanto previsto dall’art. 1, co. 1, lettera d) della legge delega 30/2017 per il riordino delle disposizioni legislative in materia di sistema nazionale della protezione civile[30].

 

Si ricorda che gli art. 6 e 11 della legge 225/1992[31] hanno individuato il volontariato come componente del Servizio Nazionale della protezione civile e compreso le organizzazioni di volontariato tra le strutture operative del Servizio nazionale. Il successivo articolo 18, interamente dedicato al volontariato, ha poi stabilito che il Servizio nazionale assicura la più ampia partecipazione dei cittadini e delle organizzazioni di volontariato di protezione civile all'attività di previsione, prevenzione e soccorso, in vista o in occasione di calamità naturali e catastrofi e a tal fine, riconosce e stimola le iniziative di volontariato civile e ne assicura il coordinamento. Il D.P.R. 194/2001[32] ha disciplinato la partecipazione delle organizzazioni di volontariato alle attività di protezione civile, dall'iscrizione all'elenco nazionale delle organizzazioni ai benefici previsti per i volontari ad esse iscritti. Le organizzazioni che intendono partecipare alle attività di previsione, prevenzione e intervento in vista o in caso di eventi calamitosi e svolgere attività formative e addestrative nello stesso ambito devono essere iscritte nell’elenco nazionale delle organizzazioni di volontariato di protezione civile. Secondo quanto stabilito dalla Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 9 novembre 2012, l’elenco nazionale è oggi costituito da: l’elenco centrale; gli elenchi territoriali vigenti nelle Regioni e Province Autonome.

 

L’articolo 33 reca norme sulle risorse economiche delle organizzazioni di volontariato.

 

Come a legislazione vigente, le organizzazioni di volontariato possono assumere lavoratori dipendenti, o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura, esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure occorrenti a qualificare o specializzare l’attività svolta. Rispetto alla legge n. 266 viene specificato che, in ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al venti per cento del numero dei volontari.

Per quanto riguarda le risorse economiche necessarie al funzionamento e allo svolgimento della propria attività, queste provengono da fonti diverse, quali: quote associative; contributi pubblici e privati; donazioni e lasciti testamentari; rendite patrimoniali ed attività di raccolta fondi.

 

Attualmente, le fonti da cui le organizzazioni di volontariato possono trarre le risorse economiche necessarie al loro funzionamento sono: i contributi degli aderenti, di privati, dello Stato, di organismi internazionali; eventuali donazioni e lasciti testamentari; i rimborsi derivanti da convenzioni e, infine, le entrate derivanti da attività commerciali e produttive marginali. Le organizzazioni di volontariato, prive di personalità giuridica, iscritte nei Registri delle organizzazioni di volontariato istituiti dalle regioni e dalle province, possono acquistare beni mobili registrati e beni immobili occorrenti per lo svolgimento della propria attività. Possono inoltre, accettare donazioni e, con beneficio d'inventario, lasciti testamentari, destinando i beni ricevuti e le loro rendite esclusivamente al conseguimento delle finalità previste dagli accordi, dall'atto costitutivo e dallo statuto.

 

Resta inteso che le organizzazioni di volontariato possono ricevere dai diretti beneficiari o da terzi, incluse le amministrazioni pubbliche, a titolo di corrispettivo per l’attività di interesse generale prestata, soltanto il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate.

Le attività secondarie e strumentali delle organizzazioni di volontariato sono disciplinate ai sensi dell’articolo 6 del Codice, relativo alle attività diverse.

 

L’articolo 34 dispone in merito all’ordinamento e all’amministrazione. Tutti gli amministratori delle organizzazioni di volontariato sono scelti tra i volontari associati ovvero tra le persone indicate, tra i propri volontari associati, dalle organizzazioni di volontariato associate. Si applica l’articolo 2382 del Codice civile relativo alle cause di ineleggibilità e decadenza[33].

Anche ai componenti degli organi sociali non può essere attribuito alcun compenso, salvo il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate per l’attività prestata ai fini dello svolgimento della funzione.

 

La Relazione chiarisce che l’unica deroga prevista riguarda i casi nei quali l'ODV, ricorrendo i presupposti previsti dall'art. 30 è tenuta a costituire un organo di controllo all'interno del quale è prevista obbligatoriamente la presenza di almeno un componente in possesso dei requisiti di professionalità specificamente previsti dall'art. 2397, co. 2, del Codice civile.[34] In questo caso l'articolo in esame consente all'ODV la remunerazione dell'opera prestata dal professionista, in quanto derivante dall' adempimento di una norma imperativa.

 


 

Capo II
Delle associazioni di promozione sociale
(artt. 35-36)

 

L’articolo 35 disciplina le Associazioni di promozione sociale

 

La legge 383/2000 ha operato il riconoscimento delle associazioni di promozione sociale (APS) e ne ha disciplinato la costituzione, stabilendo i principi cui regioni e province autonome devono attenersi nel disciplinare i rapporti tra le istituzioni pubbliche e le APS. La dottrina appare concorde nel sottolineare che uno degli obiettivi principali delle leggi 266/1991 e 383/2000 è stato quello di riconoscere ampia capacità giuridica alle associazioni non riconosciute (prive di personalità giuridica) dando ad esse la possibilità di acquistare immobili ed esercitare diritti di proprietà, di promuovere azioni legali, di stipulare convenzioni con enti pubblici ed accettare lasciti ereditari, eliminando così il problema legato alla natura concessoria e discrezionale del procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica (qui Elenco delle associazioni iscritte al Registro nazionale aggiornato al 4 maggio 2017).

Le APS possono essere associazioni riconosciute e non riconosciute, movimenti e gruppi purché svolgano attività di utilità sociale a favore di associati o di terzi, senza scopo di lucro e garantendo il rispetto della libertà degli associati. Si esclude espressamente che rientrino nella categoria delle APS: i partiti politici, le organizzazioni sindacali e professionali; sono inoltre esclusi i circoli privati e le associazioni che pongono limitazioni con riferimento alle condizioni economiche degli associati o discriminazioni in relazione all'ammissione dei medesimi. Le APS traggono le risorse economiche per il loro funzionamento e per lo svolgimento delle loro attività da: quote e contributi degli associati; eredità, donazioni e legati; contributi dello Stato, delle regioni, di enti locali, di enti o di istituzioni pubblici, anche finalizzati al sostegno di specifici e documentati programmi realizzati nell'ambito dei fini statutari; contributi dell'Unione europea e di organismi internazionali; entrate derivanti da prestazioni di servizi convenzionati; proventi delle cessioni di beni e servizi agli associati e a terzi, anche attraverso lo svolgimento di attività economiche di natura commerciale, artigianale o agricola, svolte in maniera ausiliaria e sussidiaria e comunque finalizzate al raggiungimento degli obiettivi istituzionali; erogazioni liberali degli associati e dei terzi; entrate derivanti da iniziative promozionali.

Nel definire le modalità di costituzione delle APS, la legge specifica il contenuto necessario minimo dello statuto: di particolare rilievo, l'espressa dichiarazione di assenza di fini di lucro, intesa come divieto di distribuzione degli utili tra gli associati, e l'obbligo di reinvestire l'eventuale avanzo di gestione in attività istituzionali statuariamente previste.

 

L’articolo in esame definisce le associazioni di promozione sociale quali enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, e composte da un numero non inferiore a nove persone fisiche o a cinque associazioni di promozione sociale per lo svolgimento in favore dei propri associati, di loro familiari o di terzi di una o più attività di interesse generale, ad esclusione di quelle riferibili al commercio equo e solidale e all’agricoltura sociale. Non sono APS i circoli privati e le associazioni comunque denominate che dispongono limitazioni con riferimento alle condizioni economiche e discriminazioni di qualsiasi natura in relazione all’ammissione degli associati o prevedono il diritto di trasferimento, a qualsiasi titolo, della quota associativa o che, infine, collegano, in qualsiasi forma, la partecipazione sociale alla titolarità di azioni o quote di natura patrimoniale.

Gli atti costitutivi delle associazioni di promozione sociale possono prevedere l’ammissione come associati di altri enti del Terzo settore, a condizione che il loro numero non sia superiore al trenta per cento del numero delle associazioni di promozione sociale.

La denominazione sociale deve contenere l’indicazione di associazione di promozione sociale o l’acronimo APS. L’indicazione di associazione di promozione sociale o l’acronimo APS, ovvero di parole o locuzioni equivalenti o ingannevoli, non può essere usata da soggetti diversi dalle associazioni di promozione sociale.

Le APS devono avvalersi in modo prevalente dell’attività di volontariato dei propri associati.

 

L’articolo 36 in continuità con quanto già previsto dalla legge 383/2000, specifica che le APS possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura, anche dei propri associati, - fatto comunque salvo che l’attività di volontario è incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro subordinato o autonomo e con ogni altro rapporto di lavoro retribuito con l’ente (di cui all’art. 17, co. 5, de provvedimento in esame) - solo quando ciò sia strettamente necessario ai fini dello svolgimento dell’attività di interesse generale e al perseguimento delle finalità. In ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al venti per cento del numero dei volontari o al cinque per cento del numero degli associati.

 

 


 

Capo III
Degli enti filantropici (artt. 37-39)

 

L’articolo 37 individua una nuova tipologia organizzativa nell'ambito degli enti del Terzo settore: quella degli enti filantropici, costituiti in forma di associazione riconosciuta o di fondazione al fine di erogare denaro, beni o servizi, anche di investimento, a sostegno di categorie di persone svantaggiate o di attività di interesse generale. La loro denominazione sociale deve contenere l'indicazione di ente filantropico e tale indicazione, così come di parole o locuzioni equivalenti o ingannevoli, non può essere usata da soggetti diversi dagli enti filantropici.

 

Gli enti filantropici sono enti erogativi molto diffusi nella prassi. Molti di loro hanno scelto la figura giuridica della fondazione e, in virtù della loro natura di soggetti dotati di un patrimonio cospicuo e di una governance autonoma, hanno dimostrato di essere soggetti particolarmente adatti a promuovere l’innovazione in campi come l’educazione, la sanità, i servizi alla persona, o l’ambiente. Inoltre, le due caratteristiche sopra citate hanno consentito  alle fondazioni di assumere rischi di lungo periodo sostenendo modelli di intervento sociale innovativi[35]. Una figura giuridica che merita di essere qui ricordata è la fondazione di comunità, ispirata al modello delle Community Foundations, enti d'erogazione inaugurati negli Stati Uniti all'inizio del secolo scorso quali collettori di donazioni, lasciti testamentari e contribuzioni. Le fondazioni di comunità sono organizzazioni di diritto privato senza finalità di lucro che perseguono le loro finalità erogando contributi, di norma in denaro, ad altre organizzazioni non profit o a singoli individui per la realizzazione di progetti il cui scopo è migliorare la qualità della vita delle comunità residenti in un determinato territorio.

Dal 1998 Fondazione Cariplo ha dato vita al progetto delle Fondazioni Comunitarie (qui l'elenco), intermediari filantropici finanziari e sociali, presenti nei capoluoghi di provincia della Lombardia, oltre che a Verbania e a Novara. Inizialmente, la Fondazione Cariplo ha erogato a ciascuna fondazione un contributo fino a 10 milioni di euro, a condizione che fossero raccolte donazioni destinate ad incrementarne il fondo di dotazione, quale prova concreta del radicamento nel territorio e del consenso suscitato.

La Fondazione CON IL SUD è un ente non profit privato, più precisamente una fondazione di comunità nata nel novembre 2006 (come Fondazione per il Sud) dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato per promuovere l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno, ovvero favorire percorsi di coesione sociale per lo sviluppo. La Fondazione sostiene interventi per l’educazione dei ragazzi alla legalità e per il contrasto alla dispersione scolastica, per valorizzare i giovani talenti e attrarre i “cervelli” al Sud, per la tutela e valorizzazione dei beni comuni (patrimonio storico-artistico e culturale, ambiente, riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie), per la qualificazione dei servizi socio-sanitari, per l’integrazione degli immigrati, per favorire il welfare di comunità. In tal senso, ha sostenuto oltre 1000 iniziative, tra cui la nascita delle prime 5 Fondazioni di Comunità del Mezzogiorno, coinvolgendo 6.000 organizzazioni e 283 mila cittadini, soprattutto giovani, ed erogando complessivamente 176 milioni di euro.

 

L’articolo 38 dispone che gli enti filantropici traggano le risorse economiche necessarie allo svolgimento della propria attività principalmente da contributi pubblici e privati, donazioni e lasciti testamentari, rendite patrimoniali ed attività di raccolta fondi.

Gli atti costitutivi degli enti filantropici devono indicare i principi ai quali attenersi in merito alla gestione del patrimonio, alla raccolta di fondi e risorse in genere, alla destinazione, alle modalità di erogazione di denaro, beni o servizi e alle attività di investimento a sostegno degli enti di terzo settore.

A tutela della trasparenza e per rendicontare ciò che è stato fatto, sviluppando accountability, l’articolo 39 stabilisce che il bilancio sociale degli enti filantropici deve contenere l’elenco e gli importi delle erogazioni deliberate ed effettuate nel corso dell’esercizio.

 


 

Capo IV
Delle imprese sociali (art. 40)

 

L’articolo 40 rinvia alla disciplina delle imprese sociali dettata dal decreto legislativo di cui all'art. l, co. 2, lettera c), della legge 106/2016 (il cui schema è ora all’esame delle Camere AG 418) e alla disciplina delle cooperative sociali e dei loro consorzi di cui alla legge 381/1991.

La disposizione di rinvio, come chiarisce la Relazione, è utile a chiarire che le imprese sociali, ancorché oggetto di un atto legislativo autonomo, sono comunque enti del Terzo settore, e dunque nei loro confronti, se costituite in forma di associazione o fondazione, possono trovare applicazione le norme del Codice .

 


 

Capo V
Delle reti associative (art. 41)

 

L’articolo 41 definisce le reti associative come enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, che associano, anche indirettamente attraverso gli enti ad esse aderenti, un numero non inferiore a 500 enti del Terzo settore, o, in alternativa, almeno 100 fondazioni del Terzo settore, le cui sedi legali o operative siano presenti in almeno cinque regioni o province autonome.

Le reti associative hanno il compito di svolgere attività di coordinamento, tutela, rappresentanza, promozione o supporto degli enti del Terzo settore loro associati e delle loro attività di interesse generale, anche allo scopo di promuoverne ed accrescerne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali. Possono promuovere partenariati e protocolli di intesa con le pubbliche amministrazioni e con soggetti privati.

Le reti esercitano, tra le altre, anche l’attività di monitoraggio dell’attività degli enti ad esse associati, anche sotto forma di autocontrollo e di assistenza tecnica, eventualmente anche con riguardo al loro impatto sociale, e predispongono una relazione annuale al Consiglio nazionale del Terzo settore.

Le reti associative possono accedere alle risorse del Fondo per il finanziamento di progetti e di attività di interesse generale nel Terzo settore (di cui all’art. 72 del provvedimento in esame) a condizione che siano iscritte in un'apposita sezione del Registro unico nazionale del Terzo settore, siano costituite e operative da almeno un anno e che i loro rappresentanti legali e amministratori non abbiano riportato condanne penali passate in giudicato per reati che comportano l’interdizione dai pubblici uffici. In attuazione di quanto disposto dalla norma istitutiva del Fondo (art. 9, co.1, lett. g) della legge 106/2016) tali risorse non potranno essere destinate, direttamente o indirettamente, ad enti diversi dalle organizzazioni di volontariato, dalle associazioni di promozione sociale e dalle fondazioni.

È condizione per l’iscrizione delle reti associative nel Registro unico nazionale del Terzo settore che i rappresentanti legali ed amministratori non abbiano riportato condanne penali, passate in giudicato, per reati che comportano l’interdizione dai pubblici uffici. L’iscrizione, nonché la costituzione e l’operatività da almeno un anno, sono condizioni necessarie per accedere alle risorse del Fondo di cui all’articolo 72 che, in ogni caso, non possono essere destinate, direttamente o indirettamente, ad enti diversi dalle organizzazioni di volontariato, dalle associazioni di promozione sociale e dalle fondazioni del Terzo settore.

Alle reti associative operanti nel settore della protezione civile, in ragione della peculiarità della materia, anche alla luce dell'attuazione della legge delega 30/2017, le disposizioni dell’articolo in esame si applicano nel rispetto delle disposizioni vigenti in materia di protezione civile.

 

 


 

Capo VI
Delle società di mutuo soccorso (artt. 42-44)

 

Gli articoli da 42 a 44, sulle società di mutuo soccorso, rispondono al criterio di delega contenuto nell’art. 5, co. 1, lett. i), della legge 106/2016 “previsione di un regime transitorio volto a disciplinare lo status giuridico delle società di mutuo soccorso di cui alla legge 15 aprile 1886, n. 3818, già esistenti alla data di entrata in vigore della presente legge, nell'eventualità che intendano rinunciare alla natura di società di mutuo soccorso per continuare ad operare quali associazioni senza fini di lucro, con particolare riguardo alle condizioni per mantenere il possesso del proprio patrimonio, che deve essere comunque volto al raggiungimento di finalità solidaristiche”.

 

L’articolo 42 conferma che le società di mutuo soccorso (SMS) sono disciplinate dalla legge 3818/1886, che le ha istituite.

 

Si ricorda cha la legge istitutiva è stata modificata dall’articolo 23 del decreto 179/2012[36] che ha ridefinito il ruolo di tali enti e gli ambiti di intervento della loro attività (sanità ed assistenza)[37].

Le SMS sono definite soggetti non lucrativi con personalità giuridica, che perseguono finalità di interesse generale erogando prestazioni di natura socio-sanitaria e previdenziale esclusivamente ai soci e ai loro familiari con l’obiettivo prioritario di rispondere ai loro bisogni, a fronte di contributi annuali dei soci versati nella maggioranza dei casi per l’adesione a un piano assistenziale (la contribuzione può essere effettuata a titolo individuale, o da parte di un datore di lavoro, o da altri enti mutualistici). Le SMS possono svolgere principalmente due tipi di attività: quella erogativa di trattamenti, prestazioni e servizi nel settore socio sanitario e dell’assistenza familiare; quella erogativa di somme di denaro per il rimborso di spese sanitarie o per il pagamento di indennità alla famiglia, soprattutto nell’ipotesi in cui questa si trovi in condizione di gravissimo disagio economico a seguito dell’improvvisa perdita di fonti reddituali.

Pertanto, le SMS possono istituire e gestire i fondi sanitari integrativi al Sistema sanitario nazionale (SSN), ai sensi dell’art. 9 del D.Lgs. 502/1992.

Grazie alla previsione di soci “sostenitori” può essere favorita la collaborazione tra società di mutuo soccorso di grandi e piccole dimensioni.

Le SMS, in aggiunta a una o più delle attività dette possono inoltre promuovere attività di carattere educativo e culturale dirette a realizzare finalità di prevenzione sanitaria e di diffusione dei valori mutualistici.

Secondo quanto stabilito dall’art. 23 del decreto legge 179/2012, le SMS devono essere iscritte nella sezione delle imprese sociali presso il Registro delle imprese secondo i criteri e le modalità stabilite dal decreto 6 marzo 2013 che ha istituita un’apposita sezione dell’Albo delle società cooperative.

In tutta Italia sono state censite 1114 Società di Mutuo Soccorso, di cui solo 509 attive che svolgono attività non occasionali in favore dei soci che versano una quota annuale: il 54,5% delle organizzazioni svolge attività di tipo socio-sanitario, ha stipulato convenzioni con strutture sanitarie, prevede rimborsi per ricoveri ospedalieri, assistenza infermieristica domiciliare e ospedaliera, coperture per cure odontoiatriche. Ma solo il 9% si dedica esclusivamente all’attività socio sanitaria; le altre svolgono anche attività culturali, legate all’istruzione e alla formazione, di sostegno alle famiglie[38].

 

L’articolo 43 permette alle SMS già esistenti alla data di entrata in vigore del Codice, di trasformarsi, entro i successivi tre anni da tale data, in associazioni del Terzo settore o in associazioni di promozione sociale mantenendo il proprio patrimonio (in deroga all’art. 8, co. 3, della legge 3818/1886 che stabilisce, in caso di liquidazione o di perdita della natura di società di mutuo soccorso, che il patrimonio sia devoluto ad altre società di mutuo soccorso ovvero ad uno dei Fondi mutualistici o al corrispondente capitolo del bilancio dello Stato).

 

L’articolo 44 esclude, nei confronti delle società di mutuo soccorso, l’obbligo di versamento del contributo del 3% sugli utili netti annuali di cui all’articolo 11 della legge 59/1992[39].

La relazione al provvedimento chiarisce che tale obbligo non è configurabile in capo alle SMS in quanto il relativo modello societario è inidoneo a produrre utili.

Inoltre, in deroga all’art. 23, co. 1, del decreto legge 179/2012 (v. supra) le società di mutuo soccorso che hanno un versamento annuo di contributi associativi non superiore a 50.000 euro e quelle che non gestiscono fondi sanitari integrativi non sono soggette all’obbligo di iscrizione nella sezione delle imprese sociali presso il registro delle imprese.

 

 

 


Titolo VI
Del Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (artt. 45-54)

 

Gli articoli da 45 a 54, attuativi della delega contenuta all’art. 4, co. 1, lett. m) della L. 106/2016, dispongono la disciplina per l’istituzione ed il funzionamento a regime, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, del Registro unico nazionale del Terzo settore, suddiviso in specifiche sezioni. Oltre alle modalità di iscrizione, aggiornamento dei dati, cancellazione e migrazione in altra sezione degli enti interessati, la disciplina dispone una revisione periodica delle iscrizioni almeno triennale del Registro, l’efficacia dichiarativa delle informazioni in esso contenute e disposizioni di raccordo per la trasmigrazione dei dati degli enti del Terzo settore attualmente già depositati nei registri esistenti in base alla normativa vigente.

 

L’articolo 45 dispone l’istituzione, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali (di seguito MLPS), del Registro unico nazionale del Terzo settore, suddiviso in specifiche sezioni.

La disposizione, che intende superare l’attuale molteplicità dei registri degli enti del Terzo settore[40], attua la delega contenuta all’art. 4, co. 1, lett. m) della legge 106/2016. Tale norma ha previsto, mediante l’istituzione di un Registro unico nazionale, la riorganizzazione del sistema di registrazione degli enti operanti nel Terzo settore e di tutti gli atti di gestione rilevanti, secondo criteri di semplificazione, tenuto conto delle finalità e delle caratteristiche di specifici elenchi nazionali di settore; la finalità è di favorire, anche con modalità telematiche, la piena conoscibilità in tutto il territorio nazionale degli enti medesimi.

La norma di delega ha peraltro previsto che l'iscrizione nel Registro, subordinata al possesso di taluni requisiti previsti alle lettere b)[41], c)[42], d)[43] ed e)[44], dell’art. 4 co. 1, è obbligatoria per tutti quegli enti del Terzo settore che si avvalgono prevalentemente o stabilmente di finanziamenti pubblici, di fondi privati raccolti attraverso pubbliche sottoscrizioni o di fondi europei destinati al sostegno dell'economia sociale oppure che esercitano attività in regime di convenzione o di accreditamento con enti pubblici o che intendono avvalersi delle agevolazioni fiscali e di sostegno economico previste all'articolo 9 della L. 106/2016.

Il comma 1 prevede che il registro – nel rispetto del principio dell’autonomia amministrativa delle regioni – è operativamente gestito con modalità informatiche su base territoriale: pertanto, ciascuna regione e provincia autonoma, a tal fine, è chiamata ad individuare, entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, una struttura indicata come “Ufficio del Registro unico nazionale del Terzo settore”. Il MLPS, allo scopo, è tenuto ad individuare la propria struttura competente nell’ambito della dotazione organica dirigenziale non generale che risulti disponibile a legislazione vigente.

Il registro è pubblico ed è reso accessibile a tutti gli interessati in modalità telematica (comma 2).

La RT sottolinea che l’Ufficio del registro unico – che concretamente opererà a livello regionale – vedrà tuttavia assicurato, a livello centrale, la gestione della sezione relativa alle reti associative ed il coordinamento con le amministrazioni regionali.

 

L’articolo 46 dispone circa le sezioni del predetto Registro, indicando le seguenti (comma 1):

-   organizzazioni di volontariato (lett. a));

-   associazioni di promozione sociale (lett. b));

-   enti filantropici (lett. c));

-   imprese sociali, incluse le cooperative sociali (lett. d));

-   reti associative (lett. e));

-   società di mutuo soccorso (lett. f));

-   altri enti del Terzo settore (lett. g)).

In quest’ultima voce, come chiarisce la relazione illustrativa, rientrano residualmente tutti quei soggetti che, pur in possesso dei requisiti generali previsti per gli enti del Terzo settore, non presentano caratteristiche univoche che consentono l’attribuzione in una specifica categoria. In questo modo potrebbe essere consentita “l’emersione” di nuove tipologie organizzative al momento non facilmente individuabili (v. in proposito anche il successivo comma 3).

Nessun ente può essere contemporaneamente iscritto in due o più sezioni, eccezion fatta per le reti associative (comma 2).

La disposizione è finalizzata ad evitare, come sottolineato dalla relazione illustrativa, comportamenti selettivi di opportunità da parte degli enti. Unica eccezione a questo principio di incompatibilità è data per le reti associative, le quali, per loro specifica natura, possono avere composizioni variabili ed aggregare enti del Terzo settore anche disomogenei tra loro.

Viene data facoltà al Ministro del lavoro e delle politiche sociali  di istituire, con decreto di natura non regolamentare, sottosezioni o nuove sezioni del registro o modificare le sezioni esistenti (comma 3).

La disposizione aumenta la flessibilità del nuovo sistema, anche in considerazione della possibile eterogeneità delle forme in cui gli enti del Terzo settore possono esercitare la loro attività.

 

L’articolo 47 definisce la procedura generale per il completamento dell’iscrizione al Registro unico nazionale del Terzo settore[45].

La domanda di iscrizione nel Registro deve essere presentata da parte del rappresentante legale dell’ente o da parte della rete associativa cui eventualmente l’ente appartiene, all’Ufficio del Registro unico nazionale della regione o della provincia autonoma in cui si trova la sede legale dell’ente, fatto salva la disciplina prevista all’articolo 22 (v. infra) in merito all’acquisto della personalità giuridica a seguito dell’iscrizione medesima.

Insieme alla domanda, deve essere depositato l’atto costitutivo, lo statuto ed eventuali allegati, indicando la sezione del registro nella quale l’ente chiede l’iscrizione.

Caso specifico è rappresentato dalla domanda di iscrizione delle reti associative che deve essere presentata presso il MLPS.

Il commi 2 e 3 definiscono i casi che possono presentarsi a seguito della verifica, da parte dell’ufficio del Registro, della sussistenza delle condizioni previste dal presente Codice ai fini della costituzione dell’ente quale ente del Terzo settore, oltre che della verifica dell’iscrizione alla sezione richiesta. Pertanto, entro il termine di 60 giorni dalla presentazione della domanda, l’ufficio del Registro può:

a) iscrivere l’ente;

b) rifiutare l’iscrizione con provvedimento motivato;

In proposito si ritengono applicabili i termini per la comunicazione dei motivi ostativi all’accoglimento dell’istanza nei procedimenti amministrativi ai sensi dell’art. 10-bis della L. 241/1990 (come integrata dalla L. n. 15/2005)[46].

c) invitare l’ente a completare o rettificare la domanda ovvero ad integrare la documentazione.

La relazione illustrativa chiarisce che, in quest’ultimo caso, l’Ufficio può assegnare un ulteriore termine per la presentazione della domanda rettificata o integrata.

In proposito si valuti l’opportunità di inserire in maniera esplicita nel dispositivo della norma tale facoltà di assegnazione di nuovi termini per la presentazione di ulteriore documentazione.

La domanda di iscrizione s’intende accolta[47], ai sensi del comma 4, decorsi i 60 giorni dalla presentazione della domanda o dalla presentazione della domanda completata o rettificata ovvero della documentazione integrativa, se necessaria in base alla precedente lett. c) del comma 3.

Il comma 5 prevede un termine procedimentale semplificato di iscrizione dell’ente al registro, che viene ridotto a 30 giorni dalla presentazione della domanda, nel caso in cui l’atto costitutivo e lo statuto dell’ente del Terzo settore vengano redatti in conformità a modelli standard tipizzati, predisposti da reti associative ed approvati con decreto del MLPS, dopo la verifica di regolarità formale della documentazione, compiuta da parte dell’Ufficio del registro. Contro il diniego di iscrizione nel Registro è prevista la possibilità di ricorrere davanti al tribunale amministrativo competente per territorio (comma 6).

 

L’articolo 48, al comma 1, definisce il contenuto informativo minimo necessario che deve risultare nel Registro unico nazionale del Terzo settore per ciascun ente:

-        la denominazione;

-        la forma giuridica;

-        la sede legale, con l’indicazione di eventuali sedi secondarie;

-        la data di costituzione;

-        oggetto dell’attività di interesse generale di cui all’articolo 5 (v. ante), il codice fiscale o la partita IVA;

-        l’eventuale patrimonio minimo;

-        le generalità dei soggetti che hanno la rappresentanza legale dell’ente;

-        le generalità dei soggetti che ricoprono cariche sociali con indicazione di poteri e limitazioni.

Il comma 2 stabilisce inoltre che nel Registro devono essere iscritte, nel caso:

-        modifiche dell’atto costitutivo e dello statuto;

-        deliberazioni di trasformazione, fusione, scissione, di scioglimento, estinzione, liquidazione e cancellazione;

-        provvedimenti che ordinano lo scioglimento, dispongono la cancellazione o accertano l’estinzione dell’ente;

-        generalità dei liquidatori;

-        tutti gli altri atti e fatti la cui iscrizione è espressamente prevista da norme di legge o di regolamento.

Il comma 3 stabilisce un termine di 30 giorni entro il quale devono essere depositati i rendiconti e i bilanci di cui agli articoli 13 e 14 (v. ante), i rendiconti delle raccolte fondi svolte nell’esercizio precedente e il rendiconto relativo ai contributi pubblici percepiti. Tale termine decorre, dall’approvazione ovvero dal termine del periodo di riferimento dei predetti rendiconti. Lo stesso termine di 30 giorni, a decorrere da ciascuna modifica, è previsto per la pubblicazione delle informazioni aggiornate e per il deposito degli atti relativi ai contenuti di cui ai commi 1 e 2, ivi incluso l’eventuale riconoscimento della personalità giuridica.

E’ prevista la sanzione della cancellazione dal Registro nel caso di mancato deposito, entro il termine di 180 giorni, degli atti previsti e del loro aggiornamento, nonché il deposito degli atti relativi alle suddette informazioni obbligatorie (comma 4).

L’onere del deposito degli atti, della completezza delle informazioni e dei relativi aggiornamenti è a carico degli amministratori. Al riguardo si applicano le disposizioni di cui all’articolo 2630 del Codice civile relativo alle sanzioni amministrative pecuniarie per omessa esecuzione di denunce, comunicazioni o depositi presso il registro delle imprese (comma 5).

Infine (comma 6), all’atto della registrazione  degli enti del Terzo settore che devono anche avvalersi del revisore legale dei conti ai sensi dell’articolo 31 (associazioni, riconosciute o non riconosciute, e fondazioni del Terzo settore di grandi dimensioni), viene acquisita da parte dell’Ufficio del registro la relativa informazione antimafia.

In proposito si sottolinea che tale informazione deve essere resa ai sensi dell’articolo 91 del D.Lgs. n. 159/2011 (Codice delle leggi antimafia).

 

L’articolo 49 individua delle cause di estinzione o scioglimento dell’ente.

Il comma 1 dispone circa i poteri di accertamento dell’Ufficio del Registro unico nazionale che può accertare, anche d’ufficio, l’esistenza di una di tali cause. Lo stesso ufficio è tenuto a darne comunicazione agli amministratori e al presidente del tribunale ove ha sede l’ufficio del Registro presso il quale l’ente è iscritto, allo scopo di provvedere ai sensi dell’articolo 11 e seguenti delle disposizioni di attuazione del codice civile (nomina dei commissari liquidatori ed esercizio delle loro funzioni).

Una volta chiusa la la procedura di liquidazione, il Presidente del tribunale provvede che ne sia data comunicazione all’Ufficio del Registro per la conseguente cancellazione dell’ente oggetto di liquidazione dal Registro (comma 2).

 

L’articolo 50 definisce le fattispecie che determinano la cancellazione dal Registro unico di un ente o il suo trasferimento in un’altra sezione.

Il comma 1 prevede le cause della cancellazione di un ente dal Registro unico nazionale del Terzo settore:

-        a seguito di istanza motivata da parte dell’ente medesimo già iscritto;

-        per accertamento d’ufficio, anche a seguito di provvedimenti della competente autorità giudiziaria ovvero tributaria, divenuti definitivi;

-        per scioglimento, cessazione, estinzione dell’ente;

-        per carenza dei requisiti necessari per la permanenza nel Registro unico.

I commi 2 e 3 prevedono, rispettivamente, i seguenti casi in cui comunque deve applicarsi il meccanismo di devoluzione patrimonio ai sensi dell’articolo 9 (v. infra) per la quota di incremento patrimoniale realizzato negli esercizi in cui l’ente è risultato iscritto nel Registro:

-        se l’ente cancellato dal Registro a causa della mancanza dei requisiti intende continuare ad operare ai sensi del codice civile;

-        se vengono meno i requisiti per l’iscrizione dell’ente del Terzo settore in una sezione del Registro e permangono quelli per l’iscrizione in altra sezione del Registro stesso; in questo caso l’ente può formulare la relativa richiesta di migrazione che deve essere approvata con le modalità e nei termini previsti per l’iscrizione nel Registro unico nazionale.

In termini di formulazione del testo, si valuti l’opportunità di inserire un richiamo più puntuale all’articolo 50 del presente decreto.

 

Il comma 4 garantisce la possibilità di ricorrere avverso il provvedimento di cancellazione dal Registro: il ricorso è ammesso avanti al tribunale amministrativo competente per territorio.

 

L’articolo 51 detta un termine a cadenza almeno triennale a decorrere dall’iscrizione di ciascun ente nel Registro unico nazionale del Terzo settore, entro cui gli uffici del Registro unico devono provvedere alla revisione delle iscrizioni, finalizzata alla verifica della permanenza dei requisiti previsti per l’iscrizione al medesimo Registro.

Si sottolinea che, in base alla normativa vigente dell’articolo 8 della legge 383/2000 e del suo regolamento di attuazione[48], con riferimento alle associazioni di promozione sociale, viene tuttora prevista una revisione periodica a cadenza biennale delle iscrizioni al Registro nazionale.

 

L’articolo 52 detta il principio di opponibilità ai terzi degli atti depositati presso il Registro unico e pertanto la pubblicazione in tale registro assume efficacia dichiarativa.

Il comma 1, in particolare, prevede che sono opponibili solo gli atti per i quali è previsto l’obbligo di iscrizione, annotazione ovvero di deposito presso il Registro, dopo l’avvenuta pubblicazione nello stesso, salva la prova dell’ente medesimo che i terzi ne erano comunque a conoscenza.

La norma ricalca l’opponibilità a terzi degli atti iscritti presso il registro delle imprese ai sensi degli articoli 2188 e seguenti del codice civile.

Tuttavia, si prevede (comma 2) che per le operazioni compiute entro il 15mo giorno dalla pubblicazione di cui al comma precedente, gli atti non sono opponibili ai terzi che provino di essere stati nella impossibilità di averne conoscenza.

 

L’articolo 53 definisce i tempi per l’attuazione a regime del Registro unico. Il comma 1 prevede che, entro il termine di 1 anno dall’entrata in vigore del decreto legislativo in esame, mediante decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali[49], previa intesa con la Conferenza Stato-Regioni, venga definita la procedura di iscrizione nel Registro unico nazionale del Terzo settore. In particolare, il predetto decreto dovrà individuare:

-        i documenti da presentare ai fini dell’iscrizione;

-        le modalità di deposito degli atti di cui all’articolo 48 (v. infra);

-        le regole per la predisposizione, la tenuta, la conservazione e la gestione del Registro.

Tale disposizione è finalizzata, in base al dispositivo di delega contenuto all’art. 5, comma 1, lett. h)[50] della L. 106/2016, ad assicurare l’omogenea e piena conoscibilità su tutto il territorio nazionale degli elementi informativi del Registro stesso e le modalità con cui è garantita la comunicazione dei dati tra il Registro delle imprese ed il Registro unico nazionale del Terzo settore con riferimento alle imprese sociali e agli altri enti del Terzo settore iscritti nel registro delle imprese.

Il comma 2 prevede che regioni e le province autonome siano tenute a disciplinare con proprie leggi, entro il termine di 180 giorni dalla data di entrata in vigore del suddetto decreto, i procedimenti amministrativi per l’emanazione dei provvedimenti di iscrizione e di cancellazione degli enti del Terzo settore; inoltre, entro 6 mesi dalla predisposizione della struttura informatica, sono tenute a  rendere operativo il Registro.

Infine, il comma 3 quantifica le risorse necessarie a consentire l’avvio e la gestione del Registro unico. Le risorse sono stimate, a decorrere dal 2018, in 14,7 milioni di euro annui, da impiegare per l’infrastruttura informatica e per lo svolgimento delle attività di controllo di cui all’articolo 93, comma 3 (v. infra), anche attraverso accordi con regioni e province autonome volti a disciplinare lo svolgimento in collaborazione di attività di interesse comune ai sensi dell’articolo 15 della L. 241/1990.

Si segnala che la copertura di questa norma è disposta all’articolo 103, comma 1 (v. infra), a valere sull’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 187, della legge di stabilità per il 2015 (L. 190/2014) che prevede risorse per la riforma del terzo settore, oltre che per l’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale, pari a 190 milioni di euro annui a regime dall’anno 2017.

 

L’articolo 54 prevede le modalità per la trasmigrazione dei dati relativi alle associazioni di promozione sociale già in possesso delle amministrazioni territoriali[51].

Il comma 1 stabilisce che, con il medesimo decreto di cui al precedente articolo 53, sono disciplinate le modalità con cui gli enti pubblici territoriali provvedono a comunicare – e quindi a far confluire - al Registro unico nazionale del Terzo settore i dati in loro possesso relativi agli enti già iscritti nei registri speciali delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni di promozione sociale esistenti alla data dell’entrata in vigore del presente decreto legislativo ovvero al giorno antecedente l’operatività del Registro unico nazionale degli enti del Terzo settore.

In proposito si evidenzia che la necessaria abrogazione delle norme previste a legislazione vigente con riferimento ai registri speciali è contenuta all’articolo 102 (comma 1 della lett. a)) che, complessivamente, abroga le disposizioni contenute alla L. 266/1991 (legge-quadro sul volontariato) e della L. 383/2000 (legge sulle associazioni di promozione sociale).

Gli uffici del Registro unico nazionale del Terzo settore, ricevute le informazioni contenute nei predetti registri, provvedono entro 180 giorni a richiedere agli enti le eventuali informazioni o documenti mancanti e a verificare la sussistenza dei requisiti per l’iscrizione (comma 2).

Nel caso di omessa trasmissione delle informazioni e dei documenti richiesti da parte degli enti del Terzo settore ai sensi del precedente comma, entro il termine di 60 giorni, si determinerà la mancata iscrizione nel Registro unico (comma 3).

Fino al termine delle verifiche di cui al precedente comma 2, in ogni caso, gli enti iscritti nei registri di cui al comma 1 continueranno a beneficiare dei diritti derivanti dalla rispettiva qualifica (comma 4).

 

 

 


Titolo VII
Dei rapporti con gli enti pubblici (artt. 55-57)

Il Titolo VII (artt. 55-57) dispone dei rapporti degli enti del Terzo settore con gli enti pubblici.

Fondamentalmente viene confermata la disciplina prevista a normativa vigente salvo alcuni adattamenti conseguenti alla regolamentazione unitaria del settore. Il tema viene affrontato nelle diverse fasi in cui si possono concretizzare forme relazionali tra la pubblica amministrazione e gli enti del Terzo settore, dalla fase di programmazione, a quella di progettazione fino a quella di attuazione dell’intervento.

Come evidenziato nella relazione illustrativa il coinvolgimento degli enti del Terzo settore nelle fasi indicate deve rispondere alla duplice esigenza di favorire processi e strumenti di partecipazione che possano accrescere la qualità delle scelte finali, ferme restando le prerogative proprie dell’Amministrazione procedente in ordine a tali scelte.   

Il Titolo in esame quindi:

-      prevede che le amministrazioni pubbliche, nell’esercizio delle proprie funzioni di programmazione ed organizzazione a livello territoriale delle attività di interesse generale, coinvolgano attivamente gli enti del Terzo settore  mediante forme di co-programmazione e co-progettazione;

-      disciplina la conclusione di convenzioni tra le pubbliche amministrazioni e le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale, per lo svolgimento, in favore di terzi, di attività di interesse generale;

-      disciplina l’affidamento in convenzione alle organizzazioni di volontariato dei servizi di trasporto sanitario di emergenza e urgenza.

 

L’articolo 55 prevede che le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2 del D.Lgs. n. 165/2001[52] (Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche) nell’esercizio delle proprie funzioni di organizzazione a livello territoriale degli interventi nelle attività di interesse generale di cui all’articolo 5[53], assicurano il coinvolgimento degli enti del Terzo settore mediante forme di co-programmazione (finalizzata all’individuazione da parte dell’amministrazione procedente dei bisogni da soddisfare e degli interventi e modalità necessari nonché delle risorse disponibili) e co-progettazione (volta alla definizione e realizzazione di specifici progetti di servizio diretti a soddisfare bisogni definiti)  poste in essere nel rispetto dei principi della legge n. 241/1990 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi), nonché delle norme che disciplinano specifici procedimenti ed in particolare di quelle relative alla programmazione sociale di zona.

L’individuazione degli enti del Terzo settore con i quali attivare il partenariato avviene nel rispetto dei principi di trasparenza, imparzialità, partecipazione e parità di trattamento previa definizione da parte dell’amministrazione degli obiettivi dell’intervento, della durata e delle caratteristiche dello stesso, nonché i criteri per l’individuazione degli enti partner.

Sia i concetti di co-programmazione e co-progettazione che la definizione dei criteri per l’individuazione degli enti del terzo settore da coinvolgere nel partenariato sono mutuati dagli orientamenti espressi dall’ANAC nella delibera n. 32 del 20 gennaio 2016 recante Linee guida per l’affidamento di servizi a enti del terzo settore e alle cooperative sociali .

 

L’articolo 56 disciplina la facoltà delle amministrazioni pubbliche sopracitate di sottoscrivere con le organizzazioni di volontariato e le associazioni di promozione sociale iscritte da almeno 6 mesi nel Registro unico nazionale del Terzo settore (invece che, come attualmente previsto, negli appositi registri regionali), convenzioni finalizzate allo svolgimento in favore di terzi di attività o servizi di interesse generale.

 

La convenzione è lo strumento giuridico mediante il quale il soggetto pubblico riconosce in capo all’ente del Terzo settore rientrante in una delle tipologie sopra indicate i requisiti necessari per il perseguimento di obiettivi di interesse pubblico, mette a disposizione di tale soggetto le risorse necessarie per il perseguimento degli obiettivi, controllo, valuta e verifica la conformità dell’operato dell’ente alle prescrizioni convenzionali.

Attualmente, per quanto riguarda gli strumenti giuridici per regolamentare la forma di collaborazione tra pubbliche amministrazioni e volontariato[54], l'articolo 7 della legge 266/1991l'articolo 30 della legge 383/2000 consentono agli enti pubblici (Stato, le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano, le province, i comuni e gli altri enti pubblici ), di stipulare convenzioni, rispettivamente, con le organizzazioni di volontariato e con le associazioni di promozione sociale, iscritte da almeno 6 mesi negli appositi registri regionali, per lo svolgimento delle attività previste dallo statuto verso terzi.

Le convenzioni devono contenere disposizioni dirette a garantire l'esistenza delle condizioni necessarie a svolgere con continuità le attività stabilite dalle stesse convenzioni. Devono, inoltre, prevedere forme di verifica delle prestazioni e di controllo della loro qualità nonché ulteriori requisiti di carattere generale (fra gli altri: attitudine e capacità operativa; rispetto dei diritti e dignità degli utenti; modalità di rimborso spese; copertura assicurativa).

Le norme ora citate consentono agli enti pubblici di derogare alla disciplina generale dei contratti della Pubblica amministrazione e, quindi, di affidare alle associazioni iscritte nei registri regionali di riferimento l'esecuzione di servizi pubblici, senza dover passare da gare di appalto o altre procedure (ristrette od allargate) di affidamento/concorsuali.

 

Le convenzioni possono prevedere esclusivamente il rimborso delle spese effettivamente sostenute dalle organizzazioni di volontariato e dalle associazioni di promozione sociale. L’individuazione di queste ultime è fatta nel rispetto dei princìpi di imparzialità, trasparenza, partecipazione e parità di trattamento. In ogni caso gli enti citati, oltre ad essere in possesso dei requisiti di moralità professionale, devono dimostrare un’adeguata attitudine a realizzare l’attività oggetto di convenzione, valutata in base ad una serie di parametri, tra i quali quelli relativi alla struttura, al numero degli aderenti, alle risorse a disposizione, alla formazione ed aggiornamento dei volontari.

Viene poi definito il contenuto necessario delle convenzioni  che devono recare disposizioni dirette a garantire l’esistenza delle condizioni necessarie a svolgere con continuità le attività oggetto della convenzione, il rispetto della dignità degli utenti e gli standard organizzativi o strutturali previsti dalla normativa nazionale o regionale. Inoltre devono prevedere, tra l’altro, la durata del rapporto convenzionale, il numero e l’eventuale qualifica professionale delle persone impegnate nelle attività convenzionate, le coperture assicurative di cui all’articolo 18, le modalità di risoluzione del rapporto, le forme di verifica e di qualità di controllo delle prestazioni, le modalità di rimborso delle spese, nel rispetto del principio dell’effettività delle stesse, con esclusione di qualsiasi attribuzione a titolo di maggiorazione, accantonamento, ricarico o simili.

L’articolo 57 prevede che i servizi di trasporto sanitario e di emergenza urgenza possono essere oggetto di affidamento diretto, in via prioritaria, alle organizzazioni di volontariato, iscritte da almeno sei mesi nel Registro unico nazionale del terzo settore ed aderenti ad una rete associativa di cui all’articolo 41, nei casi in cui, per la natura specifica del servizio, l’affidamento diretto garantisca l’espletamento del servizio di interesse generale, in un sistema di effettiva contribuzione ad una finalità sociale e di perseguimento degli obiettivi di solidarietà in condizioni di efficienza economica ed adeguatezza, nonché nel rispetto dei principi di trasparenza e non discriminazione. Per la disciplina delle citate convenzioni vengono richiamate le disposizioni dell’articolo 56.

 

A seguito dell’emanazione del DPR 27 marzo 1992[55], l’Emergenza sanitaria sul territorio si è trasformata da “servizio” che prevedeva il semplice invio dell’ambulanza sul luogo dell’evento ed il successivo trasporto del paziente al Pronto Soccorso più vicino, ad un vero e proprio “sistema di soccorso”, che consiste nell’integrazione delle fasi di soccorso con l’invio del mezzo meglio attrezzato per il così detto trattamento extraospedaliero “Stay and Play” (“rimani e lavora”), così da incidere sull’intervallo di tempo in cui la vittima rimane senza adeguata terapia (Therapy Free Interval) prima del trasporto all’ospedale più idoneo.

In applicazione alla normativa nazionale, la fase dell’emergenza extraospedaliera del soccorso registra, dagli anni novanta ad oggi, una progressiva implementazione organizzativa fino a giungere all’attuale impianto strutturale del sistema, costituito dalle 76 Centrali Operative con il numero 118 attivo su tutto il territorio nazionale.

Il modello organizzativo del sistema dell’Emergenza sanitaria risulta articolato come segue:

·     Sistema di allarme sanitario, dotato di numero telefonico di accesso breve ed universale “118”, in collegamento con le Centrali Operative alle quali fanno capo tutte le richieste telefoniche di emergenza sanitaria. La Centrale Operativa garantisce il coordinamento di tutti gli interventi nell’ambito territoriale di riferimento ed attiva la risposta ospedaliera 24 ore su 24.

·     Sistema territoriale di soccorso, costituito dai mezzi di soccorso distribuiti sul territorio: mezzi di soccorso di base (con soccorritori), mezzi di soccorso avanzati (professionisti medici e/o infermieri), eliambulanze.

·     Rete di servizi e presidi (D.M. 70/02.04.2015: Regolamento recante definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera) rappresentata da:

o  Punti di primo intervento, fissi o mobili, organizzati per esigenze stagionali in località turistiche ed in occasioni di manifestazioni di massa, sportive, religiose, culturali nei quali è possibile:

§  effettuare il primo intervento medico in caso di problemi minori

§  stabilizzare il paziente in fase critica

§  attivare il trasporto protetto presso l’ospedale più idoneo

o  Pronto Soccorso Ospedalieri, che assicurano gli accertamenti diagnostici e gli eventuali interventi necessari per la soluzione del problema clinico presentato, oppure, nei casi più complessi, garantiscono gli interventi necessari alla stabilizzazione del paziente e l’eventuale trasporto ad un ospedale in grado di fornire prestazioni specializzate, sotto il coordinamento della Centrale Operativa

o  Dipartimenti di Emergenza-Urgenza Accettazione (DEA) rappresentano un’aggregazione funzionale di unità operative, adottano un codice comune di comportamento assistenziale, assicurano una risposta rapida e completa. I DEA afferiscono a due livelli di complessità, in base alle Unità operative che li compongono: DEA di I livello e DEA di II livello.

 

 

 


Titolo VIII
Della promozione e del sostegno degli enti del Terzo settore (artt. 58-76)

Il Titolo VIII (artt. 58-76) reca le norme per la promozione ed il sostegno degli enti del Terzo settore: il Capo I prevede la disciplina del Consiglio nazionale del Terzo settore, di nuova istituzione, e a risorse invariate, in base al dispositivo di delega previsto all’art. 5, co. 1, lett. g) della L. 106/2016; il Capo II disciplina i Centri di servizio per il volontariato (CSV), dando attuazione alla revisione del sistema di tali centri, secondo quanto previsto dal dispositivo di delega di cui all’art. 5, co. 1, lett. e) e prevedendo per essi specifiche forme di finanziamento e determinati compiti e funzioni. Viene inoltre disposto per il sistema dei CSV un nuovo modello di governance, in coerenza con il dispositivo di delega di cui alla lett. f) del citato comma 1 dell’art. 5, che prevede una revisione dell’attività di programmazione e controllo di compiti e gestione dei CSV, svolta mediante organismi regionali o sovraregionali (OTC) tra loro coordinati sul piano nazionale (ONC).

 

Il Capo III (artt. 67-71) prevede ulteriori specifiche misure aventi la funzione di sostegno per gli enti del terzo settore. Sostanzialmente il capo in esame:

-     consente alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di promozione sociale che svolgano attività di interesse generale in convenzione con le pubbliche amministrazioni di beneficiare, senza oneri per lo stato, delle forme di agevolazione creditizia e delle garanzie già previste dalla normativa vigente in favore di cooperative e loro consorzi;

-     estende alle organizzazioni di volontariato i privilegi di cui all’articolo 2751-bis del codice civile già previsti per le associazioni di promozione sociale;

-     estende a tutti gli enti del Terzo settore la facoltà – precedentemente riconosciuta soltanto alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato - di accedere ai finanziamenti del Fondo sociale europeo o ad altri fondi comunitari per progetti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi istituzionali;

-     estende a tutti gli enti del terzo settore la facoltà - precedentemente riconosciuta soltanto alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato – di utilizzare gratuitamente, e a titolo temporaneo beni mobili ed immobili dello Stato delle Regioni o degli enti locali in occasioni particolari, nonché, in tali casi, di somministrare al pubblico alimenti e bevande nel rspetto di determinate condizioni;

-     estende a tutti gli enti del Terzo settore definiti dalla legge delega di riforma e dal presente decreto attuativo, ad eccezione delle imprese sociali, alcune agevolazioni per lo svolgimento di attività sociali già previste dalla normativa vigente con riferimento all’art. 32 della legge sulle associazioni di promozione sociale (L. 383/2000), alla concessione di immobili demaniali culturali a canone agevolato e alle nuove norme sul partenariato pubblico-privato per la valorizzazione dei beni culturali.

 

Il Capo IV (artt. 72-76) dispone in tema di risorse finanziarie.

Esso è diretto ad attuare le disposizioni di cui all’articolo 9, comma 1, della legge n. 106/2016, che demanda alla legislazione delegata il compito di provvedere alla disciplina delle misure di sostegno economico in favore degli enti del Terzo settore, nonché ad istituire un nuovo strumento finanziario presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

In tal senso il capo in esame:

-      disciplina le caratteristiche e le funzioni del Fondo per il finanziamento di progetti ed attività di interesse generale nel terzo settore ed incrementa di 10 milioni di euro annui, a decorrere dall’anno 2017, la dotazione della seconda sezione del Fondo, di carattere non rotativo;

-      dispone il trasferimento su un apposito capitolo di spesa iscritto nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, delle risorse finanziarie attualmente destinate al finanziamento degli interventi in materia di Terzo settore e derivanti dal riparto del Fondo nazionale per le politiche sociali, relative ad alcune disposizioni di legge specificamente elencate, determinandone contestualmente le finalità e le modalità di impiego. 

 


 

Capo I
Del Consiglio nazionale del Terzo settore (artt. 58-60)

 

L’articolo 58 dispone l’istituzione, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali (MLPS), del Consiglio nazionale del Terzo settore, presieduto dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali o da un suo delegato.

La norma attua, con risorse invariate a legislazione vigente, il dispositivo di delega previsto all’art. 5, co. 1, lett. g) della L. 106/2016 che ha previsto il superamento del sistema degli Osservatori nazionali per il volontariato e per l'associazionismo di promozione sociale, attraverso l'istituzione del Consiglio nazionale del Terzo settore. Esso è considerato un organismo di consultazione degli enti del Terzo settore a livello nazionale; la sua composizione, in base alla delega, deve valorizzare il ruolo delle reti associative di secondo livello[56].

 

L’articolo 59 dispone circa la composizione del Consiglio nazionale del Terzo settore come segue (comma 1):

-      6 rappresentanti designati dall’associazione di enti del Terzo settore più rappresentativa sul territorio nazionale, in ragione del numero di enti di enti del Terzo settore ad essa aderenti[57], tra persone che siano espressione delle diverse tipologie organizzative nello stesso ambito (lett. a));

La relazione illustrativa chiarisce che la designazione dei componenti dovrà essere effettuata in modo da assicurare il pluralismo, facendo sì che tutte le diverse componenti del Terzo settore siano adeguatamente rappresentate, tenendo in particolare conto della divisone delineata in sede di delega tra enti che realizzano tali attività mediante forme di mutualità ed enti che le realizzano mediante forme di produzione e scambio di beni e servizi;

-      12 rappresentanti di reti associative (lett. b));

In proposito, si ricorda, che nel Registro unico nazionale del Terzo settore (v. ante) vi è un’apposita sezione nel quale tali reti devono essere iscritte;

-      5 esperti di comprovata esperienza professionale in materia di Terzo settore, che abbiano svolto attività in organismi ed enti pubblici o privati o aziende pubbliche e private, ovvero che abbiano conseguito una particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica desumibile dalla formazione universitaria e post-universitaria (lett.c));

-      3 rappresentanti delle autonomie regionali e locali, di cui due designati dalla Conferenza Stato-Regioni[58] ed uno designato dall’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) (lett. d)).

Il comma 2 stabilisce che fanno inoltre parte del Consiglio nazionale del Terzo settore, senza diritto di voto:

-      1 rappresentante designato dal presidente dell’ISTAT con comprovata esperienza in materia di Terzo settore (lett.a));

-      1 rappresentante designato dal presidente dell’INAPP (Istituto nazionale per l'Analisi delle Politiche Pubbliche, ex ISFOL) con comprovata esperienza in materia di Terzo settore (lett.b));

-      il direttore generale del Terzo settore e della responsabilità sociale delle imprese del MLPS (lett.c)).

La relazione illustrativa sottolinea che tale composizione intende essere la più rappresentativa dei diversi livelli di governo in modo da superare la frammentarietà finora riscontrata in particolare con riferimento all’interazione con i livelli di governance territoriale.

Il comma 3 stabilisce che i componenti del Consiglio nazionale del Terzo settore sono nominati con decreto del MLPS con una durata della carica di 3 anni. Inoltre, per ogni componente effettivo del Consiglio è nominato un supplente.

I componenti del Consiglio con diritto di voto non possono essere nominati per più di 2 mandati consecutivi.

Si prevede la gratuità della partecipazione al Consiglio dei componenti effettivi e supplenti, senza diritto alla corresponsione di alcun compenso, indennità, rimborso od emolumento comunque denominato.

Ciò anche in considerazione del principio di salvaguardia da nuovi oneri per la finanza pubblica contenuto nel dispositivo di delega di cui all’art. 5, co. 1, lett. g) della L. 106/2016. La relazione tecnica aggiunge che la norma in esame è coerente con la previsione dell’articolo 12, comma 20, del DL. 95/2012 (L. 135/2012) che sancisce, a decorrere dalla sua entrata in vigore e dopo la scadenza delle nomine in corso a tale data, il principio di gratuità dei componenti degli organismi collegiali operanti presso le pubbliche amministrazioni.

 

L’articolo 60 definisce i compiti del Consiglio (comma 1):

-      esprime pareri non vincolanti, ove richiesto, sugli schemi di atti normativi che riguardano il Terzo settore (lett. a)) e sulle modalità di utilizzo delle risorse finanziarie di cui agli articoli 72 (v. infra) e seguenti (lett.b));

-      esprime parere obbligatorio non vincolante sulle linee guida in materia di bilancio sociale e di valutazione di impatto sociale dell’attività svolta dagli enti del Terzo settore (lett. c));

-      designa un componente nell’organo di governo della Fondazione Italia Sociale (lett. d));

In proposito si ricorda che la Commissione affari sociali ha reso il parere (nella seduta del 26 aprile 2017) sullo schema di DPR che reca l’approvazione dello Statuto della Fondazione Italia sociale[59].

-      è coinvolto nelle funzioni di vigilanza, monitoraggio e controllo, con il supporto delle reti associative di cui all’articolo 41 del presente decreto (v. ante) (lett. e));

L’articolo 7, co. 1, ultimo periodo, della L. 106/2016 dispone che il MLPS si avvale, per lo svolgimento delle sue funzioni di vigilanza, monitoraggio e controllo, dell’organismo previsto alla delega di cui all'articolo 5, comma 1, lettera g) (per l’appunto il Consiglio nazionale del Terzo settore), individuando modalità di coinvolgimento e raccordo delle attività.

-      designa i rappresentanti degli enti del Terzo settore presso il CNEL ai sensi della L. 936/1986 (lett. f)).

Quest’ultima legge disciplina il funzionamento del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, stabilendo, all’articolo 4, co. 2-bis, che, nell’ambito del Consiglio, i rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato sono designati ai sensi delle norme vigenti[60].

Il comma 2 dispone inoltre che, per lo svolgimento dei compiti indicati al precedente comma 1, il Consiglio nazionale del Terzo settore si avvale delle risorse umane e strumentali del MLPS.

La relazione tecnica, al riguardo, sottolinea che le spese volte ad assicurare il normale funzionamento dell’organo collegiale saranno imputate ai capitoli di bilancio relativi, rispettivamente, al trattamento economico del personale del Ministero e all’acquisto di beni e servizi, nei limiti delle risorse finanziarie annualmente disponibili sui corrispondenti capitoli dello stato di previsione del MLPS (Missione: Diritti sociali, politiche sociali e famiglia; programma: Terzo settore (associazionismo, volontariato, Onlus e formazioni sociali) e responsabilità sociale delle imprese e delle organizzazioni).

Infine, si prevede che le modalità di funzionamento del Consiglio nazionale del Terzo settore sono fissate con regolamento interno da adottarsi a maggioranza assoluta dei componenti (comma 3).

 

 


 

Capo II
Dei Centri di servizio per il volontariato(artt. 61-66)

 

L’articolo 61 prevede la disciplina per l’accreditamento dei centri di servizio per il volontariato (CSV).

Il punto 3) della lett. e), comma 1, art. 5 della L. 106/2016 ha definito, come criterio direttivo della revisione del sistema dei CSV, anche l’accreditamento dei medesimi centri.

Si ricorda che la normativa vigente che prevede l’istituzione dei CSV è dettata dall’art. 15 della L. 266/1991 (Legge-quadro sul volontariato, con attuazione data dal DM 8 ottobre 1997) prevede la destinazione di fondi speciali[61], costituiti con una quota non inferiore ad 1/15 dei proventi delle fondazioni bancarie[62], al netto delle spese di funzionamento e della quota di accantonamento per la sottoscrizione di aumenti di capitale, costituiti e gestiti presso le regioni, per il tramite degli enti locali, per la costituzione di centri di servizio a disposizione delle organizzazioni di volontariato.

Possono essere accreditati come CSV gli enti del Terzo settore costituiti da organizzazioni di volontariato[63] e da altri enti del Terzo settore, in forma di associazione riconosciuta, con personalità giuridica, ad esclusione delle forme previste al libro V del Codice civile, vale a dire sotto forma societaria[64].

Lo Statuo del CSV deve prevedere:

-      lo svolgimento di attività di supporto tecnico, formativo ed informativo volto a promuovere e a rafforzare la presenza ed il ruolo dei volontari negli enti del Terzo settore (lett. a))[65];

La relazione illustrativa precisa che tale attività deve essere rivolta non solo alle organizzazioni di volontariato, ma anche ad altri enti del Terzo settore, pur se non associati al CSV stesso;

-      il divieto di erogare direttamente in denaro le risorse provenienti dal Fondo unico nazionale (FUN) - fondo di finanziamento stabile dei CSV - nonché di trasferire a titolo gratuito beni mobili o immobili acquisiti mediante le medesime risorse (lett. b)) [66];

-      l’obbligo di adottare una contabilità separata per le risorse provenienti da fonte diversa dal FUN (lett. c));

Tra le ulteriori fonti di finanziamento si possono ascrivere i proventi derivanti dall’esercizio di attività d’impresa, che è consentita ai CSV, a patto che non pregiudichi, come sottolinea la relazione illustrativa, l’espletamento dei compiti ad essi demandati e che sia rispettato il requisito dell’assenza di lucro (elemento peraltro necessario dello Statuto);

-      l’obbligo di ammettere come associati le organizzazioni di volontariato e gli altri enti del Terzo settore, esclusi quelli costituiti in qualsiasi forma societaria ai sensi del libro V del Codice civile, nel caso in cui ne facciano richiesta, fatta salva la possibilità di subordinare il mantenimento dello status di associato al rispetto dei principi, dei valori e delle norme statutarie (lett. d));

-      il diritto di tutti gli associati di votare, direttamente o indirettamente, in assemblea, ed in particolare di eleggere democraticamente i componenti degli organi di amministrazione e di controllo interno dell’ente; tale diritto deve essere stabilito nello Statuto, salvo quanto previsto dalle successive lettere f), g), ed h) (lett.e));

Lo Statuto deve inoltre prevedere l’attribuzione della maggioranza di voti alle organizzazioni di volontariato in ciascuna assemblea (lett. f)), oltre che misure dirette ad evitare il realizzarsi di situazioni di controllo dell’ente da parte di singoli associati o di gruppi minoritari di associati (lett. g)) e misure destinate a favorire, nella gestione del CSV, la partecipazione attiva e l’effettivo coinvolgimento di tutti gli associati, sia di piccola che di grande dimensione (lett. h)).

Ulteriori previsioni sono contemplate con riferimento agli specifici requisiti di onorabilità, professionalità, incompatibilità ed indipendenza per coloro che assumono cariche sociali. In particolare, sono posti alcune incompatibilità per chi è chiamato a ricoprire l’incarico di presidente dell’organo di amministrazione. E’ infatti fatto divieto per quest’ultimo di ricoprire i seguenti incarichi (lett. i)):

a.     incarichi di governo nazionale, di giunta e consiglio regionale, di associazioni di comuni e consorzi intercomunali, e incarichi di giunta e consiglio comunale, circoscrizionale, di quartiere e simili, comunque denominati, in Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti;

b.     consigliere di amministrazione e il presidente delle aziende speciali e delle istituzioni di cui all’articolo 114 del D.Lgs. 267/2000, vale a dire gli enti strumentali dell'ente locale che siano dotati di personalità giuridica, di un autonomia imprenditoriale e di un proprio statuto approvato dal consiglio comunale o provinciale;

c.     parlamentari nazionali ed europei;

d.     ruoli di livello nazionale o locale in organi dirigenti di partiti politici;

Lo Statuto del CSV deve altresì prevedere:

-      un numero massimo di mandati consecutivi per coloro che ricoprono la carica di componente dell’organo di amministrazione, nonché il divieto per la stessa persona di ricoprire la carica di presidente dell’organo di amministrazione per più di nove anni (lett. j));

-      il diritto dell’organismo territoriale di controllo (OTC, v.  infra art. 65) competente di nominare, qualora l’ente fosse accreditato come CSV, un componente dell’organo di controllo interno del CSV con funzioni di presidente e dei componenti di tale organo di assistere alle riunioni dell’organo di amministrazione del medesimo Centro ((lett. k)));

-      l’obbligo di redigere e rendere pubblico il bilancio sociale (lett. l));

-      misure dirette a favorire la trasparenza e la pubblicità dei propri atti (lett. m)).

Il comma 2 stabilisce che l’Organismo nazionale di controllo (ONC, v. infra art. 64) fissi il numero di enti accreditabili come Centri di servizi per il volontariato nel territorio nazionale: criterio da rispettare è comunque quello di assicurare, entro tale numero, la presenza di almeno un CSV per ogni regione e provincia autonoma, evitando sovrapposizione di competenze territoriali tra i CSV che devono essere accreditati[67].

A tal fine, e fatto salvo quanto previsto dal successivo comma 3, l’ONC deve accreditare:

-      1 CSV per ogni città metropolitana e per ogni provincia con territorio interamente montano e confinante con Paesi stranieri ai sensi della legge 56/2014 che detta la normativa sulle città metropolitane, province, unioni e fusioni di comuni, con specifiche disposizioni (commi da 51 a 57 e da 85 a 97, art. 1) per tali soggetti;

-      1 CSV per ogni milione di abitanti non residenti nell’ambito territoriale delle città metropolitane e delle province con territorio interamente montano e confinante con Paesi stranieri.

Il comma 3 dispone la possibilità di derogare ai predetti criteri – deroghe tuttavia da adottare con atto motivato dell’ONC -, in presenza di specifiche esigenze territoriali del volontariato o di contenimento dei costi. Inoltre, viene stabilito il principio che, in ogni caso, il numero massimo di CSV accreditabili in ciascuna regione o provincia autonoma, non può essere superiore a quello dei CSV istituiti alla data di entrata in vigore del presente decreto sulla base della previgente normativa.

Ai sensi del comma 4, viene stabilita la revocabilità dell’accreditamento nei soli casi previsti dal decreto in esame.

In termini di formulazione del testo, si valuti l’opportunità di inserire un riferimento più puntuale alle norme del decreto in esame che prevedono i casi di revocabilità dell’accreditamento.

 

L’articolo 62 dispone la disciplina per il finanziamento dei Centri di servizio per il volontariato, in conformità al dispositivo di delega al punto 3), dell’art. 5, comma 1, lett. e) della L. 106/2016, che prevede il finanziamento stabile dei medesimi CSV, attraverso un programma triennale, con le risorse di cui all’articolo 15 della Legge 266/91. Qualora siano utilizzate risorse diverse, le stesse devono essere comprese in una contabilità separata.

In base alla normativa vigente dell'articolo 15 della Legge 266/91, le fondazioni bancarie sono tenute a destinare una quota non inferiore ad un quindicesimo dei propri proventi, al netto delle spese di funzionamento e degli ulteriori accantonamenti previsti per legge, ai fondi speciali per il volontariato, costituiti presso le regioni[68]. I fondi sono amministrati dai Comitati di gestione[69] e da questi trasferiti ai CSV[70].

La nuova disciplina prevista in questo articolo assegna inoltre all’Organismo nazionale di controllo di cui al successivo articolo 64 il compito di determinare l’ammontare del finanziamento stabile triennale dei CSV, da destinare, ai fini della successiva ripartizione, al Fondo unico nazionale, amministrato dallo stesso Organismo nazionale di controllo e alimentato dalle Fondazioni di origine bancaria, mediante contributi annuali obbligatori, integrativi o volontari.

Il comma 1 istituisce il Fondo unico nazionale (FUN) finalizzato ad assicurare il finanziamento stabile dei Centri di servizio per il volontariato. Il Fondo è alimentato da contributi annuali (obbligatori) delle fondazioni di origine bancaria (FOB) di cui al decreto legislativo 17 maggio 1999, n. 153, ed amministrato dall’Organismo nazionale di controllo (ONC) conformemente a quanto previsto dal decreto in esame.

Il Fondo unico, ai sensi del comma 2, costituisce ad ogni effetto di legge una tipologia di patrimonio con caratteristiche di autonomia e separazione rispetto a quello delle FOB, dell’ONC, e dei CSV, e deve essere vincolato alla destinazione prevista ai sensi successivo comma 9.

Il comma 3 prevede le modalità di computo della quota che le Fondazioni di origine bancaria (FOB) sono tenute a destinare annualmente al Fondo unico: si tratta di una quota non inferiore alla frazione di 1/15 del risultato dato dalla differenza tra l’avanzo dell’esercizio meno un ammontare dato dall’accantonamento a copertura degli eventuali disavanzi pregressi e da ulteriori due grandezze, vale a dire la quota annuale destinata alla riserva obbligatoria e l’importo minimo da destinare ai settori rilevanti, ai sensi, rispettivamente, delle lettere c) e d), dell’articolo 8, comma 1, del D.Lgs n. 153/1999.

La predetta normativa fa riferimento all’ordine di destinazione del reddito da parte delle fondazioni bancarie che, in particolare, deve essere finalizzato alla riserva obbligatoria (di cui alla lett.c), comma 1, dell’articolo 8 del citato D.Lgs 153) nella misura determinata dall’Autorità di vigilanza e, per almeno il 50% del residuo, ovvero, se maggiore, l’ammontare minimo di reddito stabilito dalla stessa Autorità di vigilanza, ai settori rilevanti (di cui alla lett.d), comma 1, del citato articolo 8).

La quota annuale da versare al FUN da parte delle Fondazioni di origine bancaria è calcolata in sede di approvazione del bilancio di esercizio e versata entro il 31 ottobre dell’anno di approvazione del bilancio, secondo modalità individuate dall’Organismo nazionale (comma 4).

Il comma 5 individua i seguenti versamenti al Fondo unico da parte Fondazioni di origine bancaria:

-   i contributi integrativi deliberati dall’Organismo nazionale ai sensi del successivo comma 11 (versamenti obbligatori);

-   i contributi volontari (versamenti facoltativi).

La relazione illustrativa chiarisce quali versamenti sono tenute ad effettuare le FOB, proprio per garantire la stabilizzazione della quota obbligatoria determinata dall’ONC  in base al fabbisogno, nel caso in cui l’ammontare dei contributi risulti superiore ovvero inferiore a tale quota: il differenziale, se maggiore, dovrà essere accantonato ad una riserva con finalità di stabilizzazione delle assegnazioni fatte ai CSV; se, invece, il versamento risulterà minore alla quota di fabbisogno individuato per i CSV, e non dovesse essere sufficiente l’eventuale riserva accantonata ai fini della stabilizzazione, le FOB procederanno ad un contributo integrativo in misura proporzionale a quanto già versato. Al fine della stabilizzazione delle quota nel programma triennale, peraltro, le FOB possono stabilire contributi volontari da versare oltre la misura prevista per quelli obbligatori.

In relazione ai contributi versati dalle FOB al Fondo unico, indipendentemente dalla loro natura (obbligatoria, integrativa o volontaria) il comma 6 riconosce, a decorrere dall’anno 2018, un credito d’imposta a favore delle stesse Fondazioni: si tratta di un credito d’imposta pari al 100 per cento dei versamenti effettuati, fino ad un massimo di 15 milioni di euro per l’anno 2018 e fino a 10 milioni di euro per gli anni successivi.

Al riguardo, i commi 578-581, art. 1, della legge di bilancio 2017 (L. 232/2016) già hanno previsto la concessione, per il 2017, di un credito di imposta pari al 100 per cento delle risorse aggiuntive che le Fondazioni di origine bancaria vorranno volontariamente destinare a favore del sistema dei Centri di servizio per il volontariato, sino ad un massimo complessivo di 10 milioni di euro.

L’agevolazione fiscale è utilizzabile esclusivamente in compensazione, nei limiti dell’importo riconosciuto (meccanismo ex art. 17 del D.Lgs. n. 241/1997), presentando il modello F24 esclusivamente mediante servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento.

Come disposto dalla successiva norma di cui all’art. 103, comma 1, il riconoscimento del credito d’imposta trova copertura attraverso la corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’art. 1, co. 187, della legge di stabilità per il 2014 (L. 190/2014) che ha autorizzato risorse paria a 190 milioni annui a decorrere dal 2017 per la riforma del Terzo settore.

Al credito d’imposta non si applicano i limiti di cui all’articolo 1, comma 53, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, e all’articolo 34 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, e successive modificazioni.

Si ricorda in proposito che il comma 53 dell’art. 1 della legge finanziaria per il 2008 (L. 244/2007) ha stabilito un limite annuale di 250.000 euro, a partire dal 1° gennaio 2008[71], per i crediti d’imposta da indicare in dichiarazione. L’art. 34 della legge finanziaria 2001 (L. 388/200) aveva previsto, a decorrere dal 2001 un limite massimo di 1 miliardo di lire per ciascun anno solare, che, a decorrere dal 1° gennaio 2010, poteva essere elevato per esigenze di bilancio (con decreto del MEF) fino a 700.000 euro.

Il credito è inoltre cedibile, in esenzione dall’imposta di registro, nel rispetto delle disposizioni di cui agli articoli 1260 e seguenti del codice civile (in materia di cedibilità dei crediti), a intermediari bancari, finanziari e assicurativi, ed è utilizzabile dal cessionario alle medesime condizioni applicabili al cedente.

Si prevede che con decreto Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, sono definite le disposizioni applicative necessarie, ivi comprese le procedure per la concessione dell’agevolazione nel rispetto del limite di spesa stabilito.

Si segnala che non viene previsto un termine (anche solo ordinatorio) per l’emanazione del predetto decreto.

Come sopra anticipato, è attribuito all’Organismo nazionale di controllo, in base al comma 7, la determinazione dell’ammontare del finanziamento stabile triennale dei Centri di servizio, anche sulla base del fabbisogno storico e delle mutate esigenze di promozione del volontariato negli enti del Terzo settore. Inoltre, l’ONC ne stabilisce la ripartizione annuale e territoriale, su base regionale, secondo criteri trasparenti, obiettivi ed equi, definiti anche in relazione alla provenienza delle risorse delle FOB, ad esigenze di perequazione territoriale, nonché all’attribuzione storica delle risorse.

La relazione illustrativa sottolinea che, in sede di riparto, oltre ai criteri di trasparenza, obiettività ed equità, sono presi in considerazione sia criteri relativi al fabbisogno storico, sia il criterio di valutazione delle esigenze di promozione del volontariato: si dovranno perciò tenere in debito conto sia la provenienza territoriale delle risorse conferite dalle FOB, sia le esigenze di perequazione territoriale e di flusso storico dell’attribuzione delle risorse.

Il medesimo comma prevede peraltro che l’Organismo nazionale può destinare all’associazione dei Centri di servizio per il volontariato più rappresentativa sul territorio nazionale, in ragione del numero dei Centri ad essa aderenti, una quota di tale finanziamento per la realizzazione di servizi strumentali ai CSV o di attività di promozione del volontariato che possono più efficacemente realizzarsi su scala nazionale.

L’Organismo nazionale inoltre determina (comma 8), secondo criteri di efficienza, di ottimizzazione e contenimento dei costi e di stretta strumentalità alle funzioni da svolgere ai sensi del decreto in esame, l’ammontare previsto delle proprie spese di organizzazione e funzionamento a valere sul Fondo unico, inclusi i costi relativi alla organizzazione e al funzionamento degli Organismi territoriali di controllo (OTC) e ai componenti degli organi di controllo interno dei CSV nominati ai sensi dell’articolo 64, comma 5, lettera e) (v. infra), in misura comunque non superiore al 5% delle somme versate dalle Fondazioni di origine bancaria, in base alle disposizioni del precedente comma 3.

Vale il principio di gratuità delle prestazioni dei componenti e ai dirigenti dell’Organismi nazionali o territoriali di controllo, conformemente alla delega prevista dall’art. 5, co. 1, lett. f) della L. 106/2016, che prescrive che gli emolumenti a tali soggetti devono essere posti a carico, addizionalmente, alle FOB finanziatrici e pertanto, non possono in ogni caso finanziati con le risorse provenienti dal Fondo unico.

Le somme non spese riducono di un importo equivalente l’ammontare da destinarsi alla medesima finalità nell’anno successivo a quello di approvazione del bilancio di esercizio.

La relazione illustrativa chiarisce in proposito che eventuali economie emergenti dalle spese di organizzazione e funzionamento saranno utilizzate nell’esercizio finanziario successivo a quello di approvazione del relativo bilancio, riducendo corrispondentemente le somme da destinarsi nell’esercizio successivo alle spese di organizzazione e di funzionamento.

Il comma 9 stabilisce che le risorse del Fondo unico sono destinate esclusivamente alla copertura dei costi di cui ai precedenti commi 7 ed 8 (principio della destinazione esclusiva delle risorse del FUN ai costi del sistema dei CSV). L’ONC, secondo individuate modalità dal medesimo Organismo, rende disponibili ogni anno per i Centri servizio, per l’associazione dei Centri di cui al comma 7, e per gli Organismi territoriali di controllo, le somme ad essi assegnate per lo svolgimento delle proprie funzioni.

I commi 10 e 11 individuano, inoltre, alcuni criteri finalizzati alla stabilizzazione delle quote da assegnare ai Centri, nel caso in cui, in ciascun anno, i contributi obbligatori versati dalle Fondazioni di origine bancaria al Fondo, ai sensi del precedente comma 3, risultino, rispettivamente, superiori oppure inferiori ai costi annuali di cui ai precedenti commi 7 e 8:

-   se superiori, la differenza è destinata dall’Organismo nazionale di controllo ad una riserva con finalità di stabilizzazione delle assegnazioni future ai Centri;

-   se risultano inferiori, ed anche la riserva con finalità di stabilizzazione sia insufficiente per la loro copertura, l’Organismo nazionale pone la differenza a carico delle Fondazioni bancarie, richiedendo a ciascuna di esse il versamento al Fondo unico di un contributo integrativo proporzionale a quello obbligatorio già versato.

Si sottolinea che tale meccanismo di stabilizzazione determina l’analogo meccanismo definito per le FOB al precedente comma 5.

Si prevede infine (comma 12) che i Centri servizio possano avvalersi di risorse diverse da quelle del Fondo unico (ad esempio attraverso lo svolgimento di attività d’impresa, purché in coerenza con le funzioni e i compiti attribuiti dallo Statuto),  che possono essere liberamente percepite e gestite dai medesimi Centri, fatto salvo quanto previsto dall’articolo 61, comma 1, lettera c) (obbligo di adottare una contabilità separata). I Centri non possono comunque accedere alle risorse del Fondo di cui all’articolo 72, vale a dire per i progetti e le attività di interesse generale nel Terzo settore.

Infatti, come rilevato dalla relazione illustrativa, i Centri già usufruiscono di uno specifico finanziamento attraverso le risorse del Fondo medesimo, a cui lo Stato partecipa mediante il riconoscimento del credito d’imposta di cui al comma 6.

 

L’articolo 63 dispone in merito alle funzioni e ai compiti assegnati ai Centri di servizio per il volontariato, derivanti dal dispositivo di delega contenuto, in particolare, al punto 2) della lett. e), comma 1, dell’art.5 della legge di riforma del Terzo settore.

Il comma 1 stabilisce che detti Centri utilizzano le risorse del Fondo unico loro conferite al fine di organizzare, gestire ed erogare servizi di supporto tecnico, formativo ed informativo per promuovere e rafforzare la presenza ed il ruolo dei volontari negli enti del Terzo settore, senza distinzione tra enti associati ed enti non associati, e con particolare riguardo alle organizzazioni di volontariato, nel rispetto e in coerenza con gli indirizzi strategici generali definiti dall’Organismo nazionale (v. art. 64, comma 5, lettera d)).

Per queste finalità, i CSV possono svolgere attività varie riconducibili alle seguenti tipologie di servizi (comma 2):

-        servizi di promozione, orientamento e animazione territoriale, finalizzati a dare visibilità ai valori del volontariato e all’impatto sociale dell’azione volontaria nella comunità locale, a promuovere la crescita della cultura della solidarietà e della cittadinanza attiva in particolare tra i giovani e nelle scuole, istituti di istruzione, di formazione ed università, facilitando l’incontro degli enti di Terzo settore con i cittadini interessati a svolgere attività di volontariato, nonché con gli enti di natura pubblica e privata interessati a promuovere il volontariato (lett. a));

-        servizi di formazione, finalizzati a qualificare i volontari o coloro che aspirino ad esserlo, acquisendo maggiore consapevolezza dell’identità e del ruolo del volontario e maggiori competenze trasversali, progettuali, organizzative a fronte dei bisogni della propria organizzazione e della comunità di riferimento (lett. b));

-        servizi di consulenza, assistenza qualificata ed accompagnamento, finalizzati a  rafforzare competenze e tutele dei volontari negli ambiti giuridico, fiscale, assicurativo, del lavoro, progettuale, gestionale, organizzativo, della rendicontazione economico/sociale, della ricerca fondi, dell’accesso al credito, nonché strumenti per il riconoscimento e la valorizzazione delle competenze acquisite dai volontari medesimi (lett. c));

-        servizi di informazione e comunicazione, finalizzati a incrementare la qualità e la quantità di informazioni utili al volontariato, a supportare  la promozione delle iniziative di volontariato, a sostenere il lavoro di rete degli enti del Terzo settore tra loro e con gli altri soggetti della comunità locale per la cura dei beni comuni, ad accreditare il volontariato come interlocutore autorevole e competente (lett. d));

-        servizi di ricerca e documentazione, finalizzati a mettere a disposizione banche dati e conoscenze sul mondo del volontariato e del Terzo settore in ambito nazionale, comunitario e internazionale (lett. e));

-        servizi di supporto tecnico-logistico, finalizzati a facilitare o promuovere l’operatività dei volontari, attraverso la messa a disposizione temporanea di spazi, strumenti ed attrezzature (lett. f));

-        servizi relativi al controllo degli enti del Terzo settore, in base al dispositivo di cui all’articolo 7, comma 2, della legge delega per la riforma del Terzo settore[72] (lett. g)).

Il comma 3 definisce i principi in base ai quali sono erogati i servizi organizzati mediante le risorse del Fondo unico:

-        principio di qualità: i servizi devono essere della migliore qualità possibile date le risorse disponibili; i CSV applicano sistemi di rilevazione e controllo della qualità, anche attraverso il coinvolgimento dei  destinatari  dei servizi (lett. a));

-        principio di economicità: i servizi devono essere organizzati, gestiti ed erogati al minor costo possibile in relazione al principio di qualità (lett. b));

-        principio di territorialità e di prossimità: i servizi devono essere erogati da ciascun Centro servizi prevalentemente in favore di enti aventi sede legale ed operatività principale nel territorio di riferimento, e devono comunque essere organizzati in modo tale da ridurre il più possibile la distanza tra fornitori e destinatari , anche grazie all’uso di tecnologie della comunicazione (lett. c));

-        principio di universalità, non discriminazione e pari opportunità di accesso: i servizi devono essere organizzati in modo tale da raggiungere il maggior numero possibile di beneficiari; tutti gli aventi diritto devono essere posti effettivamente in grado di usufruirne, anche in relazione al principio di pubblicità e trasparenza (lett. d));

-        principio di integrazione: i CSV, soprattutto quelli che operano nella medesima regione, sono tenuti a cooperare tra loro allo scopo di perseguire virtuose sinergie ed al fine di fornire servizi economicamente vantaggiosi (lett. e)) ;

-        principio di pubblicità e trasparenza: i CSV rendono nota l’offerta dei servizi alla platea dei propri destinatari, anche mediante modalità informatiche che ne assicurino la maggiore e migliore diffusione; essi inoltre adottano una carta dei servizi mediante la quale rendono trasparenti le caratteristiche e le modalità di erogazione di ciascun servizio, nonché i criteri di accesso ed eventualmente di selezione dei beneficiari (lett. f)).

Nei casi di scioglimento dell’ente accreditato come Centro di servizio per il volontariato oppure di revoca dell’accreditamento, le risorse del Fondo unico ad esso assegnate ma non ancora utilizzate devono essere versate entro 120 giorni dallo scioglimento o dalla revoca all’Organismo nazionale di controllo, che le destina all’ente accreditato come Centro di servizio in sostituzione del precedente, o in mancanza, ad altri Centri di servizio della medesima regione oppure ancora, in mancanza, alla riserva con finalità di stabilizzazione del Fondo unico (comma 4).

Per i suddetti casi, se sono presenti eventuali beni mobili o immobili acquisiti dall’ente mediante le risorse del Fondo unico, gli stessi devono mantenere il vincolo di destinazione ed essere trasferiti dall’ente secondo le indicazioni previste dall’Organismo nazionale di controllo (comma 5).

 

L’articolo 64 stabilisce per il sistema dei CSV un nuovo modello di governance, in coerenza con il dispositivo di delega di cui alla lett. f) del citato comma 1 dell’art. 5, che prevede una revisione dell’attività di programmazione e controllo di compiti e gestione dei CSV, svolta mediante organismi regionali (OTC) o sovraregionali (ONC) tra loro coordinati sul piano nazionale. 

Al comma 1 viene definito l’Organismo nazionale di controllo (ONC) come fondazione con personalità giuridica di diritto privato, costituita con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, al fine di svolgere, per finalità di interesse generale, funzioni di indirizzo e di controllo dei Centri servizio per il volontariato. L’Organismo gode di piena autonomia statutaria e gestionale nel rispetto delle norme del decreto in esame, del codice civile e dalle disposizioni di attuazione del medesimo.

La relazione illustrativa chiarisce che la fondazione ONC si articola territorialmente (a livello regionale o sovraregionale) in 10 organismi territoriali di controllo (OTC, v. art. 65), privi di autonoma soggettività giuridica, cui è demandato il controllo sui Centri di servizio per il volontariato (CSV).

La disposizione in esame attribuisce inoltre al MLPS l’esercizio delle funzioni di controllo e di vigilanza sull’ONC previste in base alle disposizioni dell’articolo 25 del codice civile (controllo sull’amministrazione delle fondazioni).

Il predetto decreto che costituisce l’ONC provvede inoltre alla nomina dei componenti dell’organo di amministrazione dell’Organismo medesimo, che deve essere formato da (comma 2):

-      6 membri, di cui uno con funzioni di Presidente, designati dall’associazione delle Fondazioni di origine bancaria più rappresentativa sul territorio nazionale in ragione del numero delle stesse Fondazioni ad essa aderenti (lett. a))  ;

-      2 membri designati dall’associazione dei Centri di servizio per il volontariato più rappresentativa sul territorio nazionale in ragione del numero degli stessi Centri ad essa aderenti (lett. b));

-      2 membri, di cui uno espressione delle organizzazioni di volontariato, designati dall’associazione degli enti del Terzo settore più rappresentativa sul territorio nazionale in ragione del numero dei medesimi enti ad essa aderenti (lett. a));

-      1 membro designato dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali (lett. d)).

Per ogni componente effettivo, inoltre, la norma prevede che deve essere designato un supplente.

Il comma 3 definisce la nomina dei componenti dell’organo di amministrazione mediante decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali; la durata della carica è di 3 anni e, in ogni caso, la stessa viene mantenuta  sino al  rinnovo dell’organo medesimo.

I componenti dell’organo di amministrazione, inoltre, non possono essere nominati per più di 3 mandati consecutivi. Per la partecipazione all’Organismo nazionale di controllo non possono essere corrisposti a favore dei componenti emolumenti gravanti sul Fondo unico nazionale oppure sul bilancio dello Stato.

 

Anche in questo caso vale il principio di delega della gratuità delle prestazioni (art. 5, co. 1, lett. f) della legge delega per la riforma del Terzo settore) e pertanto i conseguenti oneri derivanti dagli emolumenti da corrispondere, come specificato dalla relazione illustrativa, saranno posti a carico delle Fondazioni bancarie finanziatrici.

 

Il primo atto che l’organo di amministrazione è chiamato ad adottare è lo Statuto dell’Organismo nazionale di controllo. Allo scopo è necessario il voto favorevole di almeno 10 dei suoi componenti. Eventuali modifiche statutarie devono essere deliberate dall’organo di amministrazione con la medesima maggioranza di voti (comma 4).  

Il comma 5 definisce le funzioni svolte dall’Organismo nazionale di controllo, che devono essere conformi alle norme, ai principi e agli obiettivi del decreto in esame ed alle disposizioni del proprio Statuto. Di seguito si elencano tali funzioni, facendo rinvio a quanto precedentemente illustrato con riferimento alle specifiche norme richiamate:

-        amministra il Fondo unico nazionale e riceve i contributi delle FOB secondo modalità individuate dalla stessa ONC (lett. a));

-        determina i contributi integrativi dovuti dalle Fondazioni di origine bancaria ai sensi dell’articolo 62, comma 11 (lett. b));

-        stabilisce il numero di enti accreditabili come CSV nel territorio nazionale nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 61, comma 2 e 3 (lett. c));

-        definisce triennalmente, nel rispetto dei principi di sussidiarietà e di autonomia ed indipendenza delle organizzazioni di volontariato e di tutti gli altri enti del terzo settore, gli indirizzi strategici generali che devono essere perseguiti a valere sulle risorse del Fondo unico nazionale (lett. d));

-        determina l’ammontare del finanziamento stabile triennale dei Centri di servizio del volontariato e ne stabilisce la ripartizione annuale e territoriale, su base regionale, secondo quanto previsto dall’articolo 62, comma 7 (lett. e));

-        versa annualmente le somme assegnate ai Centri di servizio per il volontariato e all’associazione dei medesimi Centri più rappresentativa sul territorio nazionale, in ragione del numero degli stessi ad essa aderenti (lett. f));

-        sottopone a verifica la legittimità e la correttezza dell’attività svolta dall’associazione dei Centri di servizio per il volontariato di cui all’articolo 62, comma 7, attraverso le risorse del Fondo unico nazionale ad essa assegnate dall’Organismo nazionale di controllo ai sensi del medesimo articolo medesimo (lett. g));

-        determina i costi del suo funzionamento, inclusi i costi di funzionamento degli Organismi territoriali di controllo e i costi relativi ai componenti degli organi di controllo interno dei Centri servizio, nominati ai sensi dell’articolo 65, comma 6, lettera e) (lett. h));

-        individua criteri obiettivi ed imparziali e procedure pubbliche e trasparenti di accreditamento dei Centri, tenendo conto, tra l’altro, della rappresentatività degli enti richiedenti, espressa anche dal numero di enti associati, della loro esperienza nello svolgimento dei servizi di cui all’articolo 63, e della competenza delle persone che ricoprono le cariche sociali (lett. i));

-        accredita i Centri servizio, di cui tiene un elenco nazionale che rende pubblico con le modalità più appropriate (lett. j));

-        definisce gli indirizzi generali, i criteri e le modalità operative cui devono attenersi gli Organismi territoriali di controllo (OTC) nell’esercizio delle proprie funzioni, e ne approva il regolamento di funzionamento (lett. k));

-        predispone modelli di previsione e rendicontazione che i Centri servizio sono tenuti ad osservare nella gestione delle risorse del Fondo unico nazionale (lett. l));

-        controlla l’operato degli OTC e ne autorizza eventuali spese non preventivate (lett. m));

-        assume i provvedimenti sanzionatori nei confronti dei CSV, su propria iniziativa o su iniziativa degli Organismi territoriali di controllo (lett. n));

-        promuove l’adozione da parte dei Centri servizio di strumenti di verifica della qualità dei servizi erogati dai medesimi Centri attraverso le risorse del Fondo unico, e ne valuta gli esiti (lett. o));

-        predispone una relazione annuale sulla proprie attività e sull’attività e lo stato dei Centri, che invia al MLPS entro il 31 maggio di ogni anno e rende pubblica attraverso modalità telematiche (lett. p)).

 

La RT precisa che dai predetti compiti non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, in quanto le spese di organizzazione e funzionamento dell’ONC gravano sulle risorse del FUN, alimentato dai contributi delle fondazioni bancarie, come disposto dall’art. 62, comma 8 (v. ante). Inoltre, per le funzioni di controllo e vigilanza sull’ONC, si provvederà con risorse finanziarie annualmente disponibili sui capitoli del MLPS, imputando le spese al trattamento economico del personale e all’acquisto di beni e servizi di cui allo stato di previsione del Ministero (Missione: Diritti sociali, politiche sociali e famiglia; programma: Terzo settore (associazionismo, volontariato, Onlus e formazioni sociali) e responsabilità sociale delle imprese e delle organizzazioni).

 

Il comma 6 prevede infine che l’Organismo nazionale di controllo non può finanziare iniziative o svolgere attività che non siano direttamente connesse allo svolgimento delle funzioni sopra elencate

 

L’articolo 65 definisce gli organismi territoriali di controllo (OTC).

Il comma 1 li definisce come uffici territoriali dell’Organismo nazionale di controllo (ONC) privi di autonoma soggettività giuridica, che sono chiamati a svolgere, nell’interesse generale, funzioni di controllo dei Centri servizio nel territorio di riferimento, in conformità alle norme del presente decreto e allo statuto e alle direttive dell’Organismo nazionale di controllo.

Il comma 2 istituisce 10 ambiti territoriali (aventi dimensioni regionali o sovraregionali) nei quali ascrivere i seguenti organismi di controllo:

- Ambito 1: Liguria, Piemonte e Val d’Aosta

- Ambito 2: Lombardia

- Ambito 3: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trento e Bolzano

- Ambito 4: Emilia-Romagna, Marche

- Ambito 5: Toscana e Umbria

- Ambito 6: Lazio e Abruzzo

- Ambito 7: Puglia, Basilicata e Calabria

- Ambito 8: Campania e Molise

- Ambito 9: Sardegna

- Ambito 10: Sicilia

Ciascun OTC è composto da (comma 3):

a) 5 membri, di cui uno con funzioni di Presidente, designati dalle Fondazioni di origine bancaria con sede legale nel territorio di riferimento;

b) 2 membri, di cui uno espressione delle organizzazioni di volontariato del territorio, designati dall’associazione degli enti del Terzo settore più rappresentativa sul territorio di riferimento in ragione del  numero di enti del Terzo settore ad essa aderenti, aventi sede legale o operativa nel territorio di riferimento;

Il calcolo del numero degli enti aderenti, come precisato dalla relazione illustrativa, viene fatto in base alle iscrizioni al Registro unico nazionale (v. ante).

c) 1 membro designato dalla Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI);

d) 1 membro designato dalle regioni e/o dalle province autonome del territorio di riferimento.

Per ogni componente effettivo è designato un supplente.

Come per i componenti dell’ONC, quelli degli OTC sono nominati con decreto del MLPS e durano in carica 3 anni e, in ogni caso, fino al loro rinnovo; non possono essere nominati per più di tre mandati consecutivi. Per la partecipazione all’Organismo non possono essere corrisposti emolumenti a favore dei componenti a carico del Fondo unico o sul bilancio dello Stato (comma 4), in base al sopra descritto principio di gratuità delle prestazioni dei componenti di tali organismi.

Il primo atto di ciascun Organismo territoriali, indicato al comma 5, è l’adozione di un proprio regolamento di funzionamento e l’invio dello stesso all’Organismo nazionale di controllo per la sua approvazione.

Gli Organismi in esame svolgono, ai sensi del comma 6, determinate funzioni in conformità alle norme, ai principi e agli obiettivi del presente decreto e in base alle disposizioni dello Statuto ed alle direttive dell’Organismo nazionale, nonché ai sensi del proprio regolamento che dovrà disciplinarne nel dettaglio le modalità di esercizio. In particolare:

-        ricevono le domande e istruiscono le pratiche di accreditamento dei Centri servizio, in particolare verificando la sussistenza dei requisiti di accreditamento (lett. a));

-        verificano periodicamente, con cadenza almeno biennale, il mantenimento dei requisiti di accreditamento come Centri servizio; sottopongono altresì a verifica i medesimi Centri quando ne facciano richiesta formale motivata il Presidente dell’organo di controllo interno del Centro o un numero non inferiore al 30% di enti associati o un numero di enti non associati pari ad almeno il 5% del totale degli enti iscritti nelle pertinenti sezioni regionali del Registro unico nazionale del Terzo settore (lett. b));

-        ripartiscono tra i Centri istituiti in ciascun regione il finanziamento deliberato dall’Organismo nazionale su base regionale ed ammettono a finanziamento la programmazione dei Centri (lett. c));

-        verificano la legittimità e la correttezza dell’attività dei CSV in relazione all’uso delle risorse del Fondo unico, nonché la loro generale adeguatezza organizzativa, amministrativa e contabile, tenendo conto delle disposizioni del presente decreto e degli indirizzi generali strategici fissati dall’Organismo nazionale (lett. d));

-        nominano, tra i revisori legali iscritti nell’apposito registro e con specifica competenza in materia di Terzo settore, un componente dell’organo di controllo interno del Centro servizi con funzioni di presidente e diritto di assistere alle riunioni dell’organo di amministrazione dello stesso Centro (lett. e));

-        propongono all’Organismo nazionale di controllo l’adozione di provvedimenti sanzionatori nei confronti dei Centri servizio (lett. f));

-        predispongono una relazione annuale sulla propria attività, che inviano entro il 30 aprile di ogni anno all’Organismo nazionale e rendono pubblica mediante modalità telematiche (lett. g)).

Ai sensi del comma 7, infine, è previsto che gli organismi territoriali non possono finanziare iniziative o svolgere attività che non siano direttamente connesse allo svolgimento delle funzioni sopra elencate.

 

L’articolo 66 definisce i casi di sanzioni in caso di mancata osservanza delle presenti norme e gli strumenti di tutela giurisdizionale ammessi.

Il comma 1 stabilisce, in particolare, che, in presenza di irregolarità, gli Organismi territoriali di controllo invitano i Centri servizio ad adottare i provvedimenti e le misure necessarie a sanarle.

In presenza di irregolarità non sanabili o non sanate, gli Organismi territoriali denunciano l’irregolarità all’ONC per l’adozione dei provvedimenti necessari. Il medesimo Organismo nazionale, previo accertamento dei fatti e sentito in contraddittorio il Centro servizio interessato, adotta i seguenti provvedimenti a seconda della gravità del caso (comma 2):

-        diffida formale con eventuale sospensione dell’accreditamento nelle more della sanatoria dell’irregolarità (lett. a));

-        revoca dell’accreditamento, esperita dopo aver sollecitato, senza ottenere riscontro, il rinnovo dei componenti dell’organo di amministrazione del CSV (lett. b)).

Il comma 3, infine, stabilisce che contro i provvedimenti dell’Organismo nazionale è possibile fare ricorso dinanzi al giudice amministrativo (pertanto, in primo grado dinnanzi al TAR del Lazio e, in secondo grado, dinnanzi al Consiglio di Stato).

 

 

 

 


 

Capo III
Di altre misure specifiche (artt. 67-71)

 

L’articolo 67 consente alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato che svolgano attività sulla base di progetti o risultino affidatarie di servizi di interesse generale in regime di convenzioni con le pubbliche amministrazioni (cfr. artr. 56), di beneficiare, senza oneri per lo Stato, delle forme di agevolazione creditizia o di garanzie già previste dalle norme vigenti in favore di cooperative e loro consorzi. La norma riproduce il disposto dell’articolo 24, comma 1 della legge n. 383/2000 (Disciplina delle associazioni di promozione sociale).

La relazione illustrativa sottolinea che la ratio della norma originaria e della sua riproposizione in questa sede è quella di estendere ad enti che per definizione svolgono attività e servizi di interesse generale e in particolare in regime convenzionale con le pubbliche amministrazioni, il favor già riservato dal legislatore agli enti cooperativi anche in forma consortile.

 

L’articolo 68 ripropone, estendendola anche alle organizzazioni di volontariato, in virtù della loro peculiare funzione e del riconoscimento del particolare valore sociale di tali soggetti, i benefici già previsti in favore delle associazioni di promozione sociale dall’articolo 24, commi 2 e 3 della citata legge n. 383/2000.

 

I citati commi 2 e 3 dell’articolo 24, prevedono che i crediti delle associazioni di promozione sociale per i corrispettivi dei servizi prestati e per le cessioni di beni hanno privilegio generale sui beni mobili del debitore ai sensi dell'articolo 2751-bis del codice civile.

I crediti di cui al comma 2 sono collocati, nell'ordine dei privilegi, subito dopo i crediti di cui alla lettera c) del secondo comma dell'articolo 2777 del codice civile (vale a dire dopo i crediti del coltivatore diretto, dell’impresa artigiana e delle società ed enti cooperativi di produzione e di lavoro.

 

La relazione illustrativa evidenzia che la ratio della norma risiede nella “presunzione di meritevolezza” delle attività di interesse generale delle predette organizzazioni.

 

L’articolo 69 ripropone pressoché integralmente, estendendola a tutti gli enti del Terzo settore, in virtù della loro peculiare funzione e del riconoscimento del particolare valore sociale do tali soggetti, la disposizione di cui all’articolo 28 della citata legge n. 383/2000 che, nella formulazione originaria era relativa esclusivamente elle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato.

 

Il citato articolo 28 prevede che il  Governo, d'intesa con le regioni e con le province autonome di Trento e di Bolzano, promuove ogni iniziativa per favorire l'accesso delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato ai finanziamenti del Fondo sociale europeo per progetti finalizzati al raggiungimento degli obiettivi istituzionali, nonché, in collaborazione con la Commissione delle Comunità europee, per facilitare l'accesso ai finanziamenti comunitari, inclusi i prefinanziamenti da parte degli Stati membri e i finanziamenti sotto forma di sovvenzioni globali.

 

La ratio della norma è quella di promuovere l’accesso degli enti del terzo settore ai fondi dell’Unione europea, in particolare a quelli del Fondo sociale europeo, anche alla luce del ruolo riconosciuto a livello comunitario ai soggetti dell’economia sociale.

 

L’articolo 70 estende a tutti gli enti del Terzo settore definiti dalla legge delega di riforma e dal presente decreto attuativo, le disposizioni già previste dalla legislazione vigente all’articolo 31, commi 1 e 2 della L. 383/2000, applicabili alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato in materia di strutture e autorizzazioni temporanee per manifestazioni pubbliche.

 

L’art. 31, commi 1 e 2, della citata L. 383/2000 che disciplina le associazioni di promozione sociale, prevede che le amministrazioni statali, con le proprie strutture civili e miliari, e quelle regionali, provinciali e comunali possono disporre forme e modi per l'utilizzo gratuito di beni mobili e immobili per manifestazioni e iniziative temporanee delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato, disciplinate dalla legge-quadro sul volontariato (L. 266/1991), nel rispetto dei princìpi di trasparenza, di pluralismo e di uguaglianza. Inoltre, in occasione di particolari eventi o manifestazioni, possono essere concesse dal sindaco a tali soggetti autorizzazioni temporanee anche alla somministrazione di alimenti e bevande, esclusivamente per il periodo di svolgimento degli eventi e per i locali o gli spazi cui si riferiscono[73].

 

Il comma 1 stabilisce che lo Stato, le regioni e le province autonome, nonché gli enti locali, possono, nella loro autonomia, prevedere forme e modi per l’utilizzazione non onerosa di beni mobili e immobili per manifestazioni e iniziative temporanee degli enti del Terzo settore, nel rispetto dei princìpi di trasparenza, pluralismo e uguaglianza.

Inoltre, tali soggetti possono, in occasione di particolari eventi o manifestazioni, e soltanto per il periodo di svolgimento delle predette manifestazioni e per i locali o gli spazi cui si riferiscono, somministrare alimenti e bevande. Tale autorizzazione può essere concessa previa segnalazione certificata di inizio attività e comunicazione ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento (CE) n. 852/2004, in deroga al possesso dei requisiti di cui all’articolo 71 del D. lgs. n. 59/2010 che ha attuato la direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno.

 

Il citato Regolamento comunitario dispone, in particolare, che ogni operatore del settore alimentare è tenuto a notificare all'autorità competente, in base alle modalità prescritte dalla stessa, ciascuno stabilimento posto sotto il suo controllo che esegua una qualsiasi delle fasi di produzione, trasformazione e distribuzione di alimenti, allo scopo di eseguire la registrazione del medesimo stabilimento. La segnalazione cui fa riferimento la norma è la cd. SCIA da presentare al Comune, senza l’obbligo di specifici requisiti professionali. La deroga citata dalla norma in esame di cui all’articolo 71 del citato D.lgs. 59, infatti, si riferisce ai requisiti professionali che deve possedere chi esercita, per quanto qui interessa, un’attività di somministrazione di alimenti e bevande, tra cui aver frequentato con esito positivo uno specifico corso professionale, aver esercitato in proprio per almeno due anni  un’attività di impresa nel settore alimentare ed essere in possesso di un titolo di studio di istruzione secondaria o terziaria che comprenda materia attinenti al commercio, alla preparazione o alla somministrazione degli alimenti.

La relazione illustrativa peraltro precisa che la disposizione in oggetto è in linea con quanto già previsto all’articolo 41 del DL. 5/2012 (L. 35/2012) di semplificazione di alcune procedure, in base alla quale l’attività temporanea di somministrazione di alimenti e bevande in occasione di sagre, fiere, manifestazioni religiose, tradizionali e culturali o eventi locali straordinari, è avviata previa SCIA, priva, però, delle dichiarazioni asseverate da parte di tecnici abilitati ai sensi dell’art. 19 della L. 241/1990.

 

L’articolo 71 estende a tutti gli enti del Terzo settore definiti dalla legge delega di riforma e dal presente decreto attuativo, ad eccezione delle imprese sociali, alcune agevolazioni per lo svolgimento di attività sociali già previste dalla normativa vigente con riferimento all’art. 32 della legge sulle associazioni di promozione sociale (L. 383/2000), alla concessione di immobili demaniali culturali a canone agevolato e alle nuove norme sul partenariato pubblico-privato per la valorizzazione dei beni culturali.

Il comma 1 dispone, in particolare, che le sedi degli enti del Terzo settore ed i locali in cui si svolgono le relative attività istituzionali, a condizione che non siano di tipo produttivo, sono considerate compatibili con tutte le destinazioni d’uso omogenee previste con decreto del Ministero dei lavori pubblici 2 aprile 1968 e simili, indipendentemente dalla destinazione urbanistica.

 

Tale norma è già applicata, a legislazione vigente, alle associazioni di promozione sociale in base a quanto disposto dall’art. 32, comma 4, della citata legge 383 e pertanto a tali soggetti è consentito di svolgere le proprie attività istituzionali presso sedi e locali a loro disposizione (anche temporaneamente), senza dover cambiare la destinazione d’uso degli stessi.

Inoltre, il comma 2, stabilisce che tutte le amministrazioni pubbliche individuate in base all’art. 1, co. 2, della L. 165/2001[74], lo Stato, le regioni e province autonome, nonché gli enti locali, possono concedere in comodato agli enti del Terzo settore beni mobili ed immobili di loro proprietà, che risultino non utilizzati per fini istituzionali, per lo svolgimento delle loro attività istituzionali.

Si segnala che tale beneficio è già concesso in base alla legislazione vigente dell’art. 32, comma 1, della legge 382/2000, alle associazioni di promozione sociale e alle organizzazioni di volontariato previste dalla Legge-quadro sul volontariato (L. 266/1991) per lo svolgimento delle loro attività istituzionali.

In termini di formulazione del testo, il riferimento all’ambito delle amministrazioni pubbliche individuate ai sensi dell’art. 1, co. 2, della L. 165/2001 dovrebbe essere posto come categoria residuale, considerato che in esso vi rientrano anche lo Stato, le regioni e province autonome, nonché gli enti locali, soggetti che vengono già indicati in forma esplicita dalla norma in esame.

Il comma 3, inoltre, stabilisce un canone agevolato, determinato dalle amministrazioni interessate, per l’uso di beni culturali immobili di proprietà dello Stato, delle regioni, degli enti locali e degli altri enti pubblici, per l'uso dei quali attualmente non è corrisposto alcun canone e che richiedono interventi di restauro.

 

Si sottolinea che tali disposizioni sono già vigenti in materia di concessione di immobili demaniali culturali a soggetti privati, in base alla disciplina prevista della legge finanziaria 2005 (L. 311/2004), art. 1, commi da 303 a 305 e dall’art. 3-bis del DL. 315/2001 (L. 410/2001) con riferimento alla valorizzazione ed utilizzo, a fini economici, dei beni immobili tramite concessione o locazione.

 

Tali beni possono essere dati in concessione a enti del Terzo settore che svolgono le attività indicate all'art. 5, comma 1, del presente decreto alle lett. f) (interventi di tutela e valorizzazione del paesaggio[75]), lett. i) (organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche e ricreative di interesse sociale), lett. k) (organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso), o lett. x) (cura di procedure di adozione internazionale di minori[76]), ai fini della riqualificazione e riconversione dei medesimi beni tramite interventi di recupero, restauro, ristrutturazione a spese del concessionario, anche con l'introduzione di nuove destinazioni d'uso finalizzate allo svolgimento delle attività indicate.

Si specifica che rimangono ferme le disposizioni contenute nel D.Lgs. n. 42/2004 (Codice dei beni culturali).

 

In base a tale Codice (art. 10), i beni culturali immobili di proprietà pubblica, per quanto qui interessa, sono i beni immobili appartenenti allo Stato, alle regioni e ad altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico, che presentano un interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico. Inoltre, l’articolo 2 del predetto Codice assegna valore di bene culturale alle cose, anche immobili, individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà. I beni culturali immobili rientrano peraltro nel demanio culturale prescritto dall’art. 53 del Codice dei beni culturali che ne rinvia la definizione generale delle tipologie all’art. 822 c.c. e ne fa divieto di alienazione o diritto a favore di terzi, se non nei limiti e con le modalità previste dallo medesimo Codice. Si sottolinea che la demanialità culturale si estende alle pertinenze ed alle servitù costituite a favore dei beni stessi (art. 825 c.c.).

La concessione d'uso agli enti del Terzo settore deve essere comunque finalizzata alla realizzazione di un progetto di gestione del bene che ne assicuri la corretta conservazione, nonché l'apertura alla pubblica fruizione e la migliore valorizzazione. Dal canone di concessione sono detratte le spese sostenute dal concessionario per gli interventi indicati nel primo periodo, entro il limite massimo del medesimo canone.

Il concessionario deve essere individuato mediante le procedure semplificate di cui all'articolo 151, comma 3, del D.Lgs n.50/2016 che reca la disciplina del partenariato pubblico-privato introdotta dal nuovo dei contratti pubblici.

La predetta norma disciplina le modalità in cui le disposizioni riguardanti i contratti di sponsorizzazione di cui all’articolo 19 del predetto Codice sono altresì estese ai seguenti contratti di sponsorizzazione: a) per lavori, servizi o forniture relativi a beni culturali; b) finalizzati al sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura[77]; c) per le fondazioni lirico-sinfoniche ed i teatri di tradizione. In particolare, il comma 3 del sopra citato art. 151 dispone che per assicurare la fruizione del patrimonio culturale e favorire la ricerca scientifica applicata alla sua tutela, il MiBACT può attivare forme speciali di partenariato con enti e organismi pubblici e con soggetti privati, dirette a consentire il recupero, il restauro, la manutenzione programmata, la gestione, l'apertura alla pubblica fruizione e la valorizzazione di beni culturali immobili, attraverso procedure semplificate di individuazione del partner privato analoghe o ulteriori rispetto a quelle previste con i contratti di sponsorizzazione.

Le concessioni d’uso in esame devono essere assegnate per un periodo di tempo commisurato al raggiungimento dell’equilibrio economico-finanziario dell’iniziativa, che comunque non può superare i 50 anni.

Il comma 4 estende altresì agli enti del Terzo settore la possibilità di usufruire, nei limiti delle risorse finanziarie disponibili, di tutte le facilitazioni o agevolazioni previste per i privati, in particolare per quanto attiene all’accesso al credito agevolato, per concorrere al finanziamento di programmi di costruzione, di recupero, di restauro, di adattamento, di adeguamento alle norme di sicurezza e di straordinaria manutenzione di strutture o edifici da utilizzare per le destinazioni d’uso omogenee (v. ante comma 1), per la dotazione delle relative attrezzature e per la loro gestione.

Si sottolinea che tale disposizione è attualmente vigente per le sole associazioni di promozione sociale, in base a quanto previsto dall’articolo 32, co. 5 della citata legge 383/2000.

Viene infine sancita una clausola generale di esclusione delle imprese sociali dalle precedenti disposizioni agevolative (comma 5).

L’eccezione è prevista in ragione delle specificità delle imprese sociali e per evitare situazioni distorsive della concorrenza con le altre tipologie di imprese.

 

 


 

Capo IV
Delle risorse finanziarie (artt. 72-76)

 

L’articolo 72, in attuazione delle disposizioni di cui all’articolo 9, comma 1, lettera g) della legge n.   106/2016, disciplina le caratteristiche e le funzioni del Fondo per il finanziamento di progetti ed attività di interesse generale nel terzo settore.

 

La citata lettera g) del comma 1 dell’articolo 9 prevede l’istituzione, presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, di un fondo destinato a sostenere lo svolgimento di attività di interesse generale (di cui all’articolo 4, comma 1, lettera b) della legge delega, e di cui all’articolo 5 dello schema di decreto) attraverso il finanziamento di iniziative e progetti promossi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e fondazioni comprese tra gli enti del Terzo settore, e la disciplina delle modalità di funzionamento e di utilizzo delle risorse, anche attraverso forme di consultazione del Consiglio nazionale del Terzo settore.

 

La norma, riproducendo il contenuto della citata lettera g) del comma 1 dell’articolo 9, prevede che il Fondo sia destinato a sostenere, anche attraverso le reti associative di cui all’articolo 41, lo svolgimento di attività di interesse generale di cui all’articolo 5, costituenti oggetto di iniziative e progetti promossi da organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale e fondazioni del Terzo settore, iscritti nel Registro unico nazionale del Terzo settore. Le citate iniziative ed i progetti possono essere finanziati anche in attuazione di accordi sottoscritti dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali con le pubbliche amministrazioni, ai sensi dell’articolo 15 della legge n. 241/1990, che disciplina gli accordi fra pubbliche amministrazioni.

Viene poi stabilito che il Ministro del lavoro e delle politiche sociali determini annualmente con proprio atto di indirizzo gli obiettivi generali, le aree prioritarie di intervento e le linee di attività finanziabili nei limiti delle risorse disponibili sul Fondo medesimo e che, in attuazione di tale atto di indirizzo, le strutture amministrative del Ministero del lavoro e delle politiche sociali individuino, all’esito delle procedure a tal fine necessarie ai sensi della legge n. 241/1990, i soggetti attuatori degli interventi finanziabili  attraverso le risorse del Fondo.

Viene infine previsto che a decorrere dall’anno 2017 la dotazione della seconda sezione del Fondo, di carattere non rotativo, sia incrementata di 10 milioni di euro annui, la cui copertura è garantita, secondo quanto previsto dal successivo articolo 102, comma 1, dalla corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 1, comma 187, della legge n. 190/2014 (legge di stabilità per il 2015), che prevede risorse per la riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale pari a 190 milioni di euro annui a regime dall’anno 2017.

 

L’articolo 9, comma 1, lettera g) della legge n. 106/2016, prevede che il Fondo sia articolato, solo per l’anno 2016, in due sezioni: la prima, di carattere rotativo, con una dotazione di 10 milioni di euro, la seconda, di carattere non rotativo, con una dotazione di 7,3 milioni di euro. L’articolo 11 della medesima legge prevede che, per l’attuazione della disposizione in esame, sia autorizzata la spesa di 17,3 milioni di euro per l’anno 2016 e di 20 milioni di euro a decorrere dall’anno 2017.

 

L’articolo 73, nell’ottica di una migliore gestione e allocazione della spesa, prevede che, a decorrere dal 2017, gli oneri relativi agli interventi in materia di Terzo settore di competenza del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, relativi ad alcune disposizioni di legge specificamente elencate, cessino di essere finanziati a valere sul Fondo nazionale per le politiche sociali, di cui all’articolo 20 della legge n. 328/2000, e siano trasferiti, per le medesime finalità, su un apposito capitolo di spesa iscritto nello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nel programma  “Terzo settore (associazionismo, volontariato, Onlus e formazioni sociali) e responsabilità sociale delle imprese e delle organizzazioni”, nell’ambito della missione “Diritti sociali, politiche sociali e famiglia”.

 

Nel Fondo nazionale per le politiche sociali (FNPS), istituito dalla legge 449/1997 (legge finanziaria per il 1998), sono contenute le risorse che lo Stato stanzia annualmente con la legge di stabilità per la promozione e il raggiungimento degli obiettivi di politica sociale indicati dalla legge quadro 328/2000. Le risorse del FNPS sono ripartite annualmente, d'intesa con la Conferenza Stato-regioni, fra le regioni, le province autonome, i comuni e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e sono assegnate con decreto interministeriale (sul sito del Ministero dl lavoro e delle politiche sociali sono pubblicati i decreti di riparto dal 2005 al 2015). A partire dal 2010 le somme riferite alle Province Autonome di Trento e Bolzano, pur essendo calcolate ai fini del riparto, sono rese indisponibili (articolo 2, comma 109,  della legge 191/2009 finanziaria 2010). Gli interventi finanziati a valere sul FNPS sono stati ridotti nel tempo da alcuni provvedimenti normativi. Il FNPS è un fondo indistinto, poiché le risorse non possono essere vincolate ad una specifica destinazione individuata a livello nazionale, in conseguenza della modifica del Titolo V della Costituzione, che ha determinato lo spostamento della materia dell'assistenza sociale dall'area della potestà legislativa concorrente Stato-Regioni a quella della potestà legislativa esclusiva delle Regioni (Sentenza Corte costituzionale n. 423/2004). Dal 2010 si è assistito a una progressiva contrazione delle risorse assegnate: il fondo, quasi azzerato dalla Legge di stabilità 2011 e 2012, è stato parzialmente ricostituito dalla Legge di stabilità 2013 (Legge 228/2012), che gli ha destinato circa 344 milioni di euro. Per il 2014, la legge di stabilità (legge 147/2013) ha destinato al FNPS 317 milioni di euro. Con la legge di stabilità 2015 (legge 190/2014) lo stanziamento del Fondo ha acquistato carattere strutturale. L'articolo 1, comma 158, della stabilità 2015 ha infatti previsto   uno stanziamento a regime di 300 milioni di euro annui a decorrere dal 2015. La Legge di Stabilità 2016 (legge 208/2015) ha rifinanziato il FNPS con circa 313 milioni di euro per l'anno 2016 e 2017 e con circa 314 milioni di euro per l'anno 2018 (Tabella C, "Stanziamenti autorizzati in relazione a disposizioni di legge la cui quantificazione annua è demandata alla legge di stabilità"). La legge di bilancio 2017 (legge 232/2016) ha rifinanziato il FNPS con circa 311 milioni per il 2017, 308 milioni per il 2018 e 313 milioni per il 2019.

Le norme riguardanti gli oneri trasferiti sono:

-      l’articolo 12, comma 2, della legge n. 266/1991 (Legge quadro sul volontariato), per un ammontare di 2 milioni di euro, relativo al Fondo per il volontariato, finalizzato a sostenere finanziariamente il progetti sperimentali elaborati, anche in collaborazione con gli enti locali, da organizzazioni di volontariato iscritte negli specifici registri istituiti dalle regioni e dalle province autonome, per far fronte ad emergenze sociali e per favorire l'applicazione di metodologie di intervento particolarmente avanzate;

-      l’articolo 1 della legge n. 438/1998 (contributo statale a favore delle associazioni nazionali di promozione sociale), per un ammontare di 5,16 milioni di euro, relativo al contributo statale ad associazioni ed enti di promozione sociale;

-      l’articolo 96, comma 1, della legge n. 342/2000 (Misure in materia fiscale), per un ammontare di 7,75 milioni di euro, relativo alle risorse per l’acquisto da parte delle associazioni di volontariato e organizzazioni non lucrative di utilità sociale, di autombulanze e di beni strumentali utilizzati direttamente ed esclusivamente per attività di utilità sociale che per le loro caratteristiche non sono suscettibili di diverse utilizzazioni senza radicali trasformazioni;

-      l’articolo 13 della legge n. 383/2000 (Disciplina delle associazioni di promozione sociale), per un ammontare di 7,05 milioni di euro, riguardante il Fondo per l’associazionismo, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, destinato a sostenere  le iniziative  di formazione e di aggiornamento per lo svolgimento delle attività associative nonché di progetti di informatizzazione e di banche dati nei settori disciplinati dalla legge, nonché l’approvazione di progetti sperimentali elaborati, anche in collaborazione con gli enti locali, dalle associazioni iscritte nei registri disciplinati dalla legge per fare fronte a particolari emergenze sociali e per favorire l'applicazione di metodologie di intervento particolarmente avanzate.

L’articolo in esame prevede poi che con uno o più atti di indirizzo del Ministro del lavoro e delle politiche sociali siano determinati annualmente, nei limiti delle risorse complessivamente disponibili, gli obiettivi generali, le aree prioritarie di intervento, le linee di attività finanziabili e la destinazione delle risorse sopracitate per le finalità di:

-      sostegno alle attività delle organizzazioni di volontariato e delle associazioni di promozione sociale;

-      contributi per l’acquisto di autombulanze, autoveicoli per attività sanitarie e beni strumentali.

I soggetti beneficiari delle risorse, che in ogni caso devono essere iscritti nel Registro unico nazionale del terzo settore, vengono individuati dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali mediante procedure poste in essere nel rispetto dei principi della legge 241/1990 in tema di provvedimenti attributivi di vantaggi economici. La relazione illustrativa evidenzia che la nuova disciplina consegue il duplice obiettivo di permettere alla P.A. di operare un’efficace programmazione , in virtù dell’immediata disponibilità delle risorse finanziarie acquisita per effetto della legge di bilancio e di disporre di una flessibilità nell’allocazione delle risorse medesime verso i fini stabiliti dalla norma primaria.

I successivi tre articoli specificano le finalità al cui soddisfacimento sono destinate le risorse di cui al precedente articolo 73.

 

L’articolo 74 prevede che le risorse di cui all’articolo 73, comma 2, lettera a), vale a dire quelle riguardanti il fondo per il volontariato – per un ammontare di 2 milioni di euro – siano finalizzate alla concessione di contributi per la realizzazione di progettualità da parte delle organizzazioni di volontariato per fare fronte ad emergenze sociali e per l’applicazione di metodologie di intervento particolarmente avanzate. Viene previsto che i progetti possono essere realizzati anche attraverso partenariati con altre organizzazioni di volontariato ed in collaborazione con gli enti locali, ai fini della maggiore efficacia degli stessi.

 

L’articolo 75 detta analoga previsione relativamente alle associazioni di promozione sociale, disponendosi che le risorse di cui all’articolo 73, comma 1, lettera b) – per un ammontare di 5,16 milioni di euro, relativo al contributo statale ad associazioni ed enti di promozione sociale -, siano finalizzate alla concessione di contributi per la realizzazione di progetti elaborati dalle associazioni di promozione sociale , anche in partenariato tra loro e in collaborazione con gli enti locali, per la formazione degli associati, il miglioramento organizzativo e gestionale, l’incremento della trasparenza e della rendicontazione al pubblico delle attività svolte, o per far fronte a particolari emergenze sociali, in particolare attraverso l’applicazione di metodologie avanzate o a carattere sperimentale.

Per le associazioni di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a) della legge n. 476/1987[78], vale a dire per le 5 associazioni c.d. “storiche” (ENS – Ente nazionale sordi, ANMIL- associazione nazionale mutilati e invalidi sul lavoro, UICI – unione italiana ciechi e ipovedenti, UNMS – unione nazionale mutilati per servizio, ANMIC - Associazione nazionale mutilati e invalidi civili, tutte persone giuridiche privatizzate -) viene mantenuto il finanziamento delle attività istituzionali di promozione e integrazione sociale degli aderenti, appartenenti a categorie particolarmente meritevoli di tutela, già previsto dalla disposizione citata, nella misura nella misura indicata all’articolo 1, comma 2, della legge n. 438/1998[79] – si tratta di un finanziamento complessivo di 2.580.000 euro da ripartirsi in parti uguali tra tutti gli enti indicati -. I soggetti citati, entro un anno dall’erogazione del contributo, trasmettono al Ministero del lavoro e delle politiche sociali la rendicontazione sulla sua utilizzazione nell’anno precedente.

 

L’articolo 76 prevede che le risorse di cui all’articolo 73, comma 1, lettera c) - per un ammontare di 7,75 milioni di euro – siano destinate all’erogazione di contributi alle organizzazioni di volontariato per l’acquisto di autombulanze, autoveicoli per attività sanitarie e di beni strumentali, utilizzati direttamente ed esclusivamente per attività di interesse generale, che per le loro caratteristiche non sono suscettibili di diverse utilizzazioni senza radicali trasformazioni, nonché, per le sole fondazioni, per la donazione dei beni ivi indicati nei confronti delle strutture sanitarie pubbliche.

In alternativa le organizzazioni di volontariato, per l’acquisto di autombulanze e di beni mobili iscritti in pubblici registri destinati ad attività antincendio da parte dei vigili del fuoco volontari, possono conseguire il citato contributo nella misura corrispondente all’aliquota IVA del prezzo complessivo di acquisto, mediante corrispondente riduzione del medesimo prezzo praticata dal venditore. Il venditore recupera le somme corrispondenti alla riduzione praticata mediante compensazione, ai sensi dell’articolo 17 del D.Lgs. n. 241/1997 (Norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni).

Per ragioni di economicità procedimentale si prevede che, nel caso di organizzazioni di volontariato aderenti ad una rete associativa, la richiesta e l’erogazione del contributo avvenga attraverso la rete medesima.

La definizione delle modalità attuative dell’articolo in esame vengono rimesse ad un successivo decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali.

 

 


Titolo IX
Titoli di solidarietà degli enti del Terzo settore ed altre forme di finanza sociale (artt. 77-78)

Il Titolo IX disciplina i titoli di solidarietà degli enti del terzo settore nonché le altre forme di finanza sociale. In sintesi, il titolo in esame:

-      prevede che le banche italiane, comunitarie ed extracomunitarie autorizzate ad operare in Italia possano emettere obbligazioni e altri titoli di debito nonché certificati di deposito con l'obiettivo di sostenere le attività istituzionali degli enti del Terzo settore.;

-       disciplina il regime fiscale del c.d. social lending  al fine di favorire la raccolta di capitale di rischio assoggettando, per il tramite di una ritenuta a titolo d'imposta, la remunerazione del capitale al medesimo trattamento fiscale previsto per i titoli di Stato.

 

L'articolo 77 prevede che le banche italiane, comunitarie ed extracomunitarie autorizzate ad operare in Italia possano emettere obbligazioni e altri titoli di debito nonché certificati di deposito con l'obiettivo di sostenere le attività istituzionali degli enti del Terzo settore.

Su tali titoli le banche emittenti non possono applicare le commissioni di collocamento, con l'obbligo di destinare l'intera raccolta effettuata attraverso l'emissione dei titoli agli enti del Terzo settore. Una quota pari almeno allo 0,6 per cento  della raccolta può essere devoluta a titolo di liberalità agli enti del Terzo settore con corrispondente assegnazione di un credito d'imposta pari al 50 per cento della stessa erogazione liberale.

Il sostegno mediante liberalità e devoluzione della raccolta in favore degli enti del Terzo settore comporta alcune agevolazioni finanziarie: tra le altre, l’esenzione per gli emittenti dalla contribuzione di vigilanza alla Consob, l’assoggettamento dei proventi dei titoli al medesimo regime fiscale previsto per i titoli di Stato, la disapplicazione delle norme antielusive che comportano la sterilizzazione dalla base di computo dell'aiuto alla crescita economica. I tito