Camera dei deputati - XVI Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento affari esteri
Titolo: Focus settimanale - La crisi politica in Libia e negli altri paesi del Nord Africa e del Medio Oriente - Aggiornamento al 23 marzo 2011, ore 17 - Scheda di sintesi; documenti ufficiali e dibattiti parlamentari; interpretazioni ed analisi
Serie: Documentazione e ricerche    Numero: 208    Progressivo: 1
Data: 23/03/2011
Descrittori:
LIBIA   MEDIO ORIENTE
NORD AFRICA     
Organi della Camera: III-Affari esteri e comunitari

 

Camera dei deputati

XVI LEGISLATURA

 

 

 

Documentazione e ricerche

La crisi politica in Libia e negli altri paesi del Nord Africa
e del Medio Oriente

 

Aggiornamento al 23 marzo 2011, ore 17
Scheda di sintesi; documenti ufficiali e dibattiti parlamentari; interpretazioni ed analisi

 

 

 

 

 

 

n. 208/1

 

 

 

23 marzo 2011

 


Servizio responsabile:

Dipartimento Affari esteri

( 066760-4172 – * st_affari_esteri@camera.it

 

 

 

 

 

 

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File: es0709a.doc


INDICE

Nota introduttiva

Gli sviluppi della crisi libica: l’intervento internazionale  3

Altri contesti di crisi in Medio Oriente e Nord-Africa  9

Documenti ufficiali

§         Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1973, del 17 marzo 2011 – Approvazione della No-fly Zone sulla Libia e autorizzazione di tutte le misure per la protezione dei civili (Traduzione non ufficiale)13

§         Consiglio dei Ministri n. 131 del 18 marzo 2011 - Comunicato stampa  24

§         Consiglio dei Ministri n. 132 del 21 marzo 2011 - Comunicato stampa  25

§         Consiglio dell’Unione Europea – Riunione del Consiglio Affari esteri del 21 marzo 2011 (Comunicato finale - edizione provvisoria) - stralci26

§         NATO – Dichiarazione del Segretario Generale Rasmussen  32

§         Dichiarazione finale del Vertice di Parigi a sostegno del popolo libico, 19 marzo 2011  33

§         Lega Araba, decisioni del 12 marzo 2011, da: The wall street journal35

§         Lega Araba, dichiarazioni del Segretario Generale Amr Moussa del 20 marzo 2011 da The Washington Post39

§         Lega Araba, dichiarazioni del Segretario Generale Amr Moussa del 21 marzo 2011, da www.bloomberg.com   41

§         Unione Africana, comunicato del 10 marzo 2011  42

§         Unione Africana, comunicato del 19 marzo 2011  45

§         Gran Bretagna, Camera dei Comuni, Dichiarazione del Primo Ministro, Mr David Cameron, 18 marzo 2011  49

§         Francia – Assemblea Nazionale – Dichiarazioni del primo ministro François Fillon, 22 marzo 2011  71

§         Spagna: Congresso dei deputati: Dibattito sulle dichiarazioni del Presidente del Governo Zapatero, 22 marzo 2011  106

§         Germania - Bundestag: Dibattito sulle dichiarazioni del Ministro degli esteri Westerwelle del 18 marzo 2011 (Comunicato ufficiale; traduzione non ufficiale)125

§         Dichiarazione del Primo Ministro della Federazione Russa, Vladimir Putin, 21 marzo 2011  129

§         Dichiarazione del Presidente della Federazione Russa, Dimitry Medvedev, 21 marzo 2011  131

§         Turchia: Dichiarazione del Primo ministro Erdogan al gruppo parlamentare AKP (da www.hurriyet.com) 23 marzo 2011  135

Pubblicistica

Libia

§         C. Gazzini, Non solo tribù, in: Limes, 1/2011  143

§         A. Nicosia, Tante tribù e nessuna nazione, in: Limes, 1/2011  149

§         J. Claes, Libya and the Responsibility to Protect, in: www.usip.org, 1° marzo 2011  156

§         L. Woocher, Libya: Preventing Violence Against Citizens, in: www.usip.org, 4 marzo 2011  158

§         C. Boucek, Dangerous Fallout from Libya’s Implosion, in: Carnegie Endowment, 9 marzo 2011  160

§         R. Aliboni, Catastrofe Libia, in: www.affarinternazionali.it, 16 marzo 2011  166

§         B. Jones, On Libya, the Contours of the Emerging International Semi-Order, in: www.brookings.edu, 18 marzo 2011  169

§         M. Arpino, L’intervento contro Gheddafi e l’uso delle basi italiane, in: www.affarinternazionali.it, 19 marzo 2011  172

§         N. Ronzitti, L’intervento in Libia, il diritto internazionale e le responsabilità dell’Italia, in: www.affarinternazionali.it, 20 marzo 2011  175

§         R. Danin, Libyan Strikes: Clearer Objectives Needed, in: www.cfr.org, 20 marzo 2011  179

§         R.N. Haass, Libya: Too Much, Too Late, in: www.cfr.org, 21 marzo 2011  181

Altri contesti di crisi in  Medio Oriente e Nord Africa

Egitto

§         M.C. Paciello, Il referendum costituzionale divide l’Egitto, in: www.affarinternazionali.it, 16 marzo 2011  189

§         B. Gwertzman, Egypt’s Referendum: Nervous Steps Forward, in: www.cfr.org, 21 marzo 2011  193

Yemen

§         Popular protest in North Africa and the Middle East: Yemen between reform and revolution, in: Middle East/North Africa Report n. 102, 10 marzo 2011 (stralci)201

Arabia Saudita e Paesi del Golfo

§         A. Sanguini, Arabia Saudita: vere riforme per evitare l’onda d’urto della rivolta, in: ISPI Commentary, 15 marzo 2011  225

§         P. Abdolmohammadi, E dal passato riemerge la minaccia del conflitto arabo-persiano, in: ISPI Commentary, 16 marzo 2011  227

§         S. Torelli, La Casa saudita alleato irrinunciabile per l’Europa, in: ISPI Commentary, 16 marzo 2011  229

§         L. Caracciolo, Nel Golfo l’incubo di Obama, in: ISPI Commentary, 16 marzo 2011  232

§         V. Talbot, Stabilizzazione dell’area: per Riyad una missione impossibile?, in: ISPI Commentary, 16 marzo 2011  234

Siria

§         L. Trombetta, Intifada di Daraa, l’inizio della fine?, in: Limes, 21 marzo 2011  239

Le conseguenze sugli equilibri generali

§         I. Turan, Turkey and Egypt: A Partisan for Democracy or an Unwanted Intruder?, in: Analysis, 16 febbraio 2011  245

§         E. Alessandri, La Turchia alla prova delle rivolte arabe, in: www.affarinternazionali.it, 20 marzo 2011  249

 

 


SIWEB

Nota introduttiva

 


Gli sviluppi della crisi libica: l’intervento internazionale

La crisi libica ha registrato nell'ultima settimana una decisiva accelerazione, con l'intervento della Comunità internazionale, a seguito dell’approvazione della risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU n. 1973 del 17 marzo, e l'inizio di missioni militari aeree e lanci di missili sul territorio libico ad opera di una coalizione internazionale.

 

Dopo la riconquista, il 13 marzo, della città di Marsa Brega, la controffensiva delle forze pro Gheddafi è proceduta, con la rioccupazione di Zuara il 14 marzo, e l'inizio, il giorno successivo, di bombardamenti su Ajdabiya, mentre le forze ribelli si sono progressivamente ritirate verso Bengasi. Il 16 marzo anche Ajdabiya appariva perduta per gli insorti, mentre continuavano gli attacchi dei governativi su Zenten e Misurata.

Profilandosi in questo contesto la possibilità di una rapida caduta della stessa Bengasi, quartier generale e origine della rivolta contro il colonnello Gheddafi, gli sforzi della Comunità internazionale per far fronte alla critica situazione libica si sono moltiplicati, anche per scongiurare lo scenario di una possibile vendetta di massa sugli insorti.

Il 14 marzo vi è stata una missione lampo a Bengasi di una delegazione inviata dalla rappresentante della politica estera dell'Unione europea Catherine Ashton,  capeggiata dal responsabile del Centro europeo per la gestione delle crisi, Agostino Miozzo. La delegazione ha incontrato esponenti del Consiglio nazionale di transizione per una valutazione sul campo propedeutica a una pianificazione delle risposte che l'Unione europea può contribuire a fornire in ordine alla crisi libica. La delegazione si è recata anche, in serata, nella capitale egiziana.

La riunione dei ministri degli esteri del G8 svoltasi nella mattinata del 15 marzo a Parigi, ha visto la proposta francese di immediata istituzione di una no fly zone sui cieli libici rinviata all'attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Secondo il ministro degli esteri di Parigi Alain Juppé, invece, l'uso della forza già nella settimana precedente avrebbe permesso facilmente di paralizzare l'aviazione di Gheddafi e avrebbe impedito il forte “ritorno” delle forze a lui fedeli.

Nella stessa giornata Francia e Gran Bretagna hanno intensificato le pressioni in seno al Consiglio di sicurezza dell'ONU per il via libera alla creazione della no fly zone, incontrando tuttavia inizialmente la decisa opposizione della Cina, notoriamente membro del Consiglio di sicurezza con diritto di veto. Dando seguito alle prese di posizione della Lega araba dei giorni precedenti, nella serata del 15 marzo il Libano ha presentato un nuovo progetto di risoluzione contenente la previsione della no fly zone e ulteriori sanzioni contro il regime libico. Significativamente, il rappresentante permanente libanese alle Nazioni Unite ha tenuto a precisare che una no fly zone imposta con il beneplacito del Consiglio di sicurezza non avrebbe dovuto essere considerata in alcuna maniera quale intervento straniero negli affari libici.

Frattanto la situazione sul terreno sembrava volgere nettamente a favore di Gheddafi, le cui forze nella serata del 16 marzo lanciavano un ultimatum alla popolazione di Bengasi affinché si allontanasse dai gruppi di ribelli in armi e dai depositi di armamenti, che sarebbero stati considerati, nelle ore successive, quali obiettivi di attacchi. In un clima di grande tensione, anche il personale della Croce rossa internazionale abbandonava la città. Il segretario generale della NATO recepiva questo clima sostenendo che l'Organizzazione aveva ormai approntato diversi piani di intervento, e attendeva le determinazioni delle Nazioni Unite.

Nella tarda serata del 17 marzo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approvava l'ultimo progetto di risoluzione sottoposto dalla Francia, contenente tra l'altro la previsione di una no fly zone sulla Libia. La risoluzione veniva accolta con manifestazioni di grande entusiasmo a Bengasi, mentre il governo libico la criticava in quanto suscettibile di mettere in pericolo l'integrità territoriale del paese e di spingere i libici a un conflitto fratricida. D'altra parte però il viceministro libico degli esteri si diceva pronto a osservare un cessate il fuoco.

 

La risoluzione 1973 (per il testo tradotto in italiano si rinvia alla documentazione allegata) è stata approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 17 marzo 2011 con 10 voti a favore, nessun contrario e 5 astensioni (Brasile, Cina, Germania, India, Russia). Se ne riportano i punti principali:

- i membri delle Nazioni Unite sono autorizzati a prendere, singolarmente o nel quadro di un’organizzazione o accordo regionale, tutte le misure necessarie per proteggere i civili e le aree popolate sotto minaccia di attacco; è esclusa “l’occupazione sotto qualsiasi forma” di qualsiasi parte del territorio libico (paragrafo 4);

- è autorizzata l’istituzione di una no-fly zone sullo spazio aereo libico in virtù della quale sono banditi tutti i voli ad eccezione di quelli di natura umanitaria o volti all’evacuazione di cittadini stranieri. Anche in questo caso i membri della comunità internazionale sono autorizzati a prendere “tutte le misure necessarie” per raggiungere tale obiettivo (paragrafi 6-8);

- viene posto in capo agli Stati l’obbligo di ispezionare navi e aeromobili nei propri porti e aeroporti allo scopo di verificare il rispetto dell’embargo di armi nei confronti della Libia stabilito dalla precedente risoluzione 1970 (2011) del Consiglio di Sicurezza. Sono autorizzate altresì misure ispettive in alto mare di navi sospettate di trasportare armi o personale mercenario armato, e i relativi Paesi di bandiera sono chiamati alla cooperazione, ferma restando l’autorizzazione ai membri della comunità internazionale di prendere “tutte le misure necessarie” per condurre tali ispezioni (paragrafo 13);

- estensione del congelamento dei beni, già previsto dalla risoluzione 1970 (2011) alle attività di entità finanziarie quali la Libyan National Oil Company e la Libyan Foreign Bank;

- istituzione di un Panel of Experts composto da otto membri, in carica inizialmente per un anno, con funzioni di raccordo informazione, analisi e controllo dell’implementazione delle risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011).

Mentre iniziava a dispiegarsi la complessa trama delle misure militari e civili per l'attuazione della risoluzione 1973, i combattimenti proseguivano in diverse parti del territorio libico: a metà della giornata del 18 marzo, tuttavia, il ministro degli esteri libico Kussa annunciava l'immediato cessate il fuoco. Intanto l'Agenzia europea per il controllo del traffico aereo (EUROCONTROL)  annunciava di aver vietato tutti i voli civili verso la Libia.

Sul piano militare prendeva intanto forma la coalizione di circa 15 paesi disposti a dare il proprio contributo contro le forze armate di Gheddafi, con in testa gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e soprattutto la Francia. Per quanto concerne l'Italia, il nostro Governo ha messo subito a disposizione sette basi aeree – dando anche corso alla chiusura dell’Ambasciata italiana a Tripoli e al rimpatrio del relativo personale -, mentre significativi contributi sono stati offerti dal Canada, dall’Australia, dalla Danimarca, dalla Norvegia, dal Belgio e dalla Spagna. Nel contesto dell'appoggio iniziale della Lega araba all'azione militare, anche il Qatar e gli Emirati arabi uniti hanno offerto il proprio contributo. Da registrare invece in campo europeo la posizione defilata della Germania - che si era anche astenuta nella votazione della risoluzione 1973 -, e, all'interno della NATO, della Turchia, la cui opposizione all'azione militare può costituire un ostacolo alla partecipazione ad essa dell'Alleanza atlantica, le cui decisioni devono essere adottate all'unanimità.

In merito alle posizioni ufficiali e al dibattito parlamentare in alcuni dei paesi menzionati, si rinvia alla documentazione ufficiale allegata.

 

Per quanto concerne il Parlamento italiano, nella seduta delle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato del 18 marzo 2011 i Ministri degli Esteri e della Difesa hanno congiuntamente informato il Parlamento sugli ulteriori sviluppi della situazione libica in relazione all’approvazione della risoluzione n. 1973. In base alle dichiarazioni rese dai due Ministri, in particolare, la risoluzione dell’ONU si rivolge sia ad Organizzazioni internazionali sia a singole nazioni, e ha lo scopo di dare attuazione al principio, già affermato in precedenti atti delle Nazioni Unite, della ‘responsabilità di proteggere’ le popolazioni civili. Al termine della seduta, in separate sedute, le Commissioni riunite Esteri e Difesa dei due rami del Parlamento hanno approvato due risoluzioni di identico tenore, con le quali si impegna il Governo ad assicurare che l’Italia “partecipi attivamente, con gli altri Paesi disponibili ovvero nell’ambito delle organizzazioni internazionali di cui il Paese è parte, alla piena attuazione” della citata risoluzione ONU n. 1973. Peraltro, subito dopo l’informativa parlamentare, il Ministro degli Esteri Frattini esprimeva scetticismo sulla possibilità di durata del cessate il fuoco in Libia, prevedendo attacchi delle forze aeree internazionali nelle ore successive. Il Ministro sottolineava inoltre che – come emerso anche nella seduta parlamentare – l’approvazione della risoluzione ONU avrebbe superato il problema dell’applicazione del Trattato di amicizia italo-libico (già unilateralmente sospeso dall’Italia), posto in sottordine nella gerarchia del diritto internazionale.

Il 19 marzo le previsioni pessimistiche sulla “tenuta” del cessate il fuoco sono state confermate, quando le forze di Gheddafi hanno lanciato massicci attacchi su diverse città ancora in mano agli insorti, e soprattutto contro Bengasi, nelle stesse ore in cui a Parigi si riuniva quello che avrebbe dovuto essere un vertice tra Unione europea, Lega araba e Unione africana, con la partecipazione di Hillary Clinton e del premier canadese Harper - in realtà l'Unione africana ha disertato il summit, riunendosi nella capitale della Mauritania per esaminare gli aspetti diplomatici della crisi libica (vi sarebbe stato in proposito un esplicito accordo con i partecipanti al vertice parigino, dedicato invece prevalentemente agli aspetti militari della questione). Dopo la conclusione del vertice, alle 17.45 si è avuto il primo attacco di aerei francesi contro quattro carri armati libici: qualche ora dopo più di 100 missili Tomahawk sono stati lanciati da unità navali statunitensi  e britanniche contro una ventina di obiettivi sensibili delle forze armate libiche.

Frattanto si apprendeva del sequestro di un rimorchiatore d’altura italiano con otto connazionali a bordo, bloccato nel porto di Tripoli poco prima dell'attacco dei caccia francesi.

Il 20 marzo, mentre anche l'aviazione britannica dichiarava di avere iniziato missioni su obiettivi libici, la Lega araba, per bocca del segretario generale Amr Mussa, criticava l'intervento militare, giudicato come eccedente i limiti imposti dalla risoluzione delle Nazioni Unite: USA e Francia replicavano che le missioni e le iniziative militari in atto rientrano nel mandato della risoluzione 1973, nell'ambito di quelle misure necessarie per proteggere i civili da essa contemplate. Anche l'Unione africana, dal canto suo, ha lanciato – nella stessa giornata - un appello alla prudenza per prevenire possibili gravi conseguenze umanitarie, anche nei confronti dei migranti africani residenti in Libia. Anche la Cina ha espresso rammarico per l'azione militare in atto contro la Libia.

Il leader libico Gheddafi ha reagito con pesanti minacce contro quelli che ha definito i “nemici crociati della Libia”.

Proprio nella serata del 20 marzo, tuttavia, quattro tornado italiani hanno per la prima volta partecipato a una missione aerea in territorio libico.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha precisato più volte che quella dell'Italia non è in alcun modo assimilabile ad un’entrata in guerra, in quanto si tratta della partecipazione all'attuazione di decisioni delle Nazioni Unite. In merito alle missioni militari, ambienti statunitensi hanno precisato a loro volta che l'obiettivo della coalizione internazionale non è in alcun modo lo stesso Gheddafi, e anche che non risultano, a seguito delle prime azioni aeree e missilistiche, vittime tra i civili. In ogni modo, dopo un lungo assedio, le forze fedeli a Gheddafi sono riuscite a penetrare nella terza città libica, Misurata, occupandone il centro con i carri armati e bloccando il porto. Poco dopo, il governo libico ha annunciato un nuovo cessate il fuoco.

Il 21 marzo è emersa una tensione diplomatica tra Italia e Francia, in ordine al coordinamento dei raid aerei e dei bombardamenti: il nostro Paese ha chiesto, sia per bocca del Ministro degli Esteri Franco Frattini che del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, che vi sia il coinvolgimento della NATO, senza il quale "l'Italia istituirà un proprio comando separato per le operazioni che partono dalle nostre basi". L’Italia distingue infatti tra la primissima fase delle operazioni, in cui l’urgenza ha fatto premio sulle procedure, e il consolidamento delle stesse, per il quale si richiede un approccio multilaterale. Sul coinvolgimento della NATO il nostro Paese ha ottenuto l’assenso di principio degli USA e del Regno Unito, mentre la Francia si è mostrata riluttante, con la motivazione che tale scelta non sarebbe gradita ai paesi arabi che fanno parte della coalizione Intanto la Norvegia ha sospeso la sua partecipazione alle operazioni militari, proprio nelle more del chiarimento della questione del comando unificato.

Quanto alla Russia e alla Lega araba, esse sono tornate a criticare le operazioni militari: il primo ministro russo Putin – pur riconoscendo che la responsabilità in materia di politica estera appartiene al Presidente della Repubblica - ha fortemente criticato l’intervento, addirittura paragonando la risoluzione delle Nazioni Unite a un “appello medievale alle crociate” e annunciando da parte di Mosca progetti di rafforzamento delle proprie capacità difensive, soprattutto di quelle antiaeree. Tuttavia, il presidente russo Medvedev ha preso le distanze dal premier, offrendo la disponibilità della Russia per una mediazione del conflitto in Libia, ma ribadendo la correttezza della risoluzione 1973 e stigmatizzando l'uso del termine crociata da parte di Putin, “gravido di pericoli e perciò inopportuno”. Va peraltro sottolineato che le possibilità di una mediazione appaiono scarse, stante anche la posizione del Consiglio nazionale libico di Bengasi, che ha manifestato completa chiusura verso un possibile negoziato con Gheddafi, che per gli insorti è ormai un criminale internazionale e dovrà essere giudicato per i genocidi compiuti. Il segretario generale della Lega araba Mussa ha poi specificato il contenuto delle sue critiche, ribadendo, da un lato, il sostegno dell’organizzazione alla no fly zone, e dall’altro, le critiche sulla conduzione delle operazioni militari.

 

Sulle reazioni internazionali alla situazione libica, si rinvia alla documentazione ufficiale allegata.

 

Il 22 marzo il Quay d’Orsay ha reso noto di non escludere, ma solo come opzione, un contributo della NATO alle operazioni in Libia, che di per sé “non mostrano tuttavia carenze significative di coordinamento”. La Francia ha inoltre osservato che il coinvolgimento della NATO potrebbe compromettere il sostegno dei paesi arabi alla no fly zone.

Per quanto riguarda la partecipazione spagnola alle operazioni in Libia, il Congresso dei deputati di Madrid l’ha approvata a larghissima maggioranza, autorizzando in un primo tempo periodi di un mese per la no fly zone, e di tre mesi per le operazioni sotto il comando della NATO per l'applicazione dell'embargo navale – delle quali nella stessa giornata ha dato conferma il segretario generale dell’Alleanza atlantica Rasmussen. Nella stessa giornata del 22 marzo la Germania ha reso nota la decisione di ritirare le proprie navi dalle operazioni marittime della NATO nel Mediterraneo.

Per quanto riguarda l’Italia, si segnala la presa di posizione del Presidente Napolitano in occasione dell’incontro (il 22) con una delegazione parlamentare americana guidata da Nancy Pelosi, allorché ha ribadito ''l'esigenza imprescindibile sostenuta dall'Italia” di un comando unificato individuando nel ruolo della NATO “la soluzione più appropriata”.

Intanto la Farnesina ha reso noto (nella serata dello stesso giorno 22 marzo) che il rimorchiatore Asso Ventidue sequestrato dai libici e' rientrato nel porto di Tripoli ed i marinai hanno potuto prendere contatti diretti con i familiari.

 

Nella serata del 22 marzo la Casa Bianca ha reso noto che, a seguito di colloqui telefonici tra il presidente USA Obama, il primo ministro britannico Cameron e il presidente francese Sarkozy, è stata raggiunta un’intesa al fine di conferire alla NATO un “ruolo chiave” nella “struttura di comando delle operazioni in Libia”. Nelle ore precedenti il Presidente Obama ha avuto un colloquio anche con il primo ministro turco Erdogan. In una dichiarazione su tale colloquio, la Casa Bianca ha sottolineato che i due avrebbero concordato sul fatto che la missione militare in Libia includa i paesi arabi e avvenga sotto l’unico comando multinazionale della NATO. Tuttavia nelle ore precedenti, in un intervento al gruppo parlamentare del suo partito, l’AKP, Erdogan aveva attaccato le operazioni militari e dichiarato che la Turchia non avrebbe impugnato le proprie armi contro il popolo libico.

 

Nella giornata del 23 marzo, il compromesso delineato nelle conversazioni tra Obama, Sarkozy e Cameron appare in via di ulteriore definizione. Fonti del governo francese hanno dichiarato che il comando NATO sarà tecnico e non politico, mentre, in ambito NATO, è stata profilata l’attribuzione all’Italia del comando delle operazioni marittime.

Nel frattempo sul terreno sono segnalati bombardamenti sulle forze fedeli a Gheddafi che circondano la città di Misurata, attualmente sotto controllo delle forze ribelli. Secondo la BBC, fonti militari britanniche hanno indicato che l’aviazione libica è stata oramai posta in condizioni di non nuocere.

Altri contesti di crisi in Medio Oriente e Nord-Africa

Yemen

Una quindicina di alti ufficiali dell’esercito, e tra questi Generale Ali Mohsen al-Ahmar a lungo uomo di fiducia del Presidente Saleh, hanno annunciato lunedì il proprio appoggio ai dimostranti pro-democrazia. Al-Ahmar e altri due alti ufficiali appartengono alla stessa tribù di Saleh.

Il presidente Ali Abdullah Saleh ha avvertito che nel paese si potrebbe scatenareuna guerra civile a causa dei tentativi messi in atto per rovesciarlo e che la divisione delle forze armate avrà un impatto decisamente negativo.

Dopo le proteste dello scorso venerdì a Sanaa, nel corso delle quali circa cinquanta manifestanti sono stati uccisi, anche numerosi ambasciatori in Europa, l’ambasciatore al Cairo e quello presso la Lega Araba, hanno lasciato i propri incarichi e chiesto le dimissioni immediate del presidente.

Siria

Continuano per il quinto giorno consecutivo le proteste nella città di Daraa, sita a 120 chilometri a sud di Damasco. Venerdì 18 marzo erano state uccise quattro persone dalla polizia che aveva sparato contro la folla dei manifestanti, così come è avvenuto anche domenica quando gli agenti hanno fatto uso di proiettili e di gas lacrimogeni. Nella giornata di domenica i manifestanti hanno incendiato la sede locale del Baath, il palazzo di giustizia e l'edificio che ospita una delle compagnie telefoniche cellulari. Finora sarebbero sei le vittime degli scontri.

Gli Stati Uniti hanno condannato l’uso sproporzionato della forza da parte della polizia siriana e anche la Francia ha espresso una dura condanna per le violenze contro i manifestanti.

Bahrain

Venerdì di proteste anche in Bahrain, dove migliaia di sciiti hanno manifestato a Manama e nel vicino villaggio di Diraz. L'Ufficio dell'Alto commissario dell'Onu per i diritti umani ha fatto sapere che sono stati segnalati da 50 a 100 casi di persone scomparse in Bahrein nel corso dell'ultima settimana, e che giungono informazioni di persone minacciate o detenute semplicemente per aver parlato con la stampa.

Il 21 marzo l’Iran ha espulso un diplomatico del Bahrain in risposta all’espulsione di un incaricato di affari iraniano. L’Iran ha criticato i governanti sunniti per l’utilizzo di truppe provenienti da altri paesi del Golfo al fine di controllare i manifestanti (che sono prevalentemente sciiti). Per contro, il Bahrain ha accusato l’Iran di interferenza nei propri affari interni. Entrambi i paesi hanno richiamato i propri ambasciatori all’inizio della scorsa settimana.

Arabia Saudita

Alcune decine di persone si sono radunate domenica 20 marzo davanti al Ministero degli interni di Riad per chiedere il rilascio di coloro che erano stati arrestati nelle proteste dei giorni precedenti. L’intervento dei poliziotti in assetto antisommossa, in numero decisamente superiore a quello dei manifestanti ha prodotto l’arresto di una quindicina di questi ultimi.

Lo scorso venerdì, il re Abdullah aveva avvertito che le minacce alla sicurezza e alla stabilità nazionale non sarebbero state tollerate; contemporaneamente ha annunciato una serie di decreti per innalzare il salario minimo, aumenti di stipendi e misure anticorruzione, oltre ad un’espansione delle forze di polizia.

Egitto

Si è svolto sabato 19 marzo il referendum costituzionale in Egitto: il 77% dei votanti si è espresso in favore delle modifiche costituzionali. Si sono recati alle urne il 41,2% degli aventi diritto al voto.

I cambiamenti prodotti dal voto referendario riguardano, tra le altre cose, la riduzione da 6 a 4 anni del mandato parlamentare e la non rieleggibilità alla carica per più di due mandati consecutivi; l’obbligo per il presidente di scegliere un vice entro 30 giorni dall’elezione; l’introduzione di nuovi criteri per l’eleggibilità; la regolamentazione in senso restrittivo della possibilità di dichiarazione dello stato di emergenza (l’Egitto si trova in stato di emergenza internazionale dal 1981).

A sostegno del sì si sono schierati l’alto consiglio delle forze armate, il partito NDP dell’ex presidente Mubarak e i fratelli musulmani. Le altre forze di opposizione che avrebbero preferito una costituzione interamente nuova prima delle prossime elezioni, hanno lamentato la scarsa incisività delle modifiche.


Documenti ufficiali

 


Nazioni Unite                                                                                        S/RES/1973 (2011)

 

Consiglio di Sicurezza                                      Distr.: Generale

                                                                                                     17 marzo 2011

 

 

 

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Risoluzione 1973 (2011)

 

Adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo 2011 nel corso della sua 6498° riunione

 

 

       Il Consiglio di Sicurezza,

 

       Richiamando la propria risoluzione 1970 (2011) del 26 febbraio 2011,

 

       Deplorando il mancato rispetto della risoluzione 1970 (2011) da parte delle autorità libiche,

 

       Esprimendo profonda preoccupazione per il deteriorarsi della situazione, l’escalation della violenza e le numerose vittime civili,

 

       Reiterando la responsabilità spettante alle autorità libiche di proteggere la popolazione della Libia e riaffermando che grava sulle parti coinvolte nei conflitti armati la responsabilità primaria di adottare tutte le misure possibili per assicurare la protezione dei civili,

 

       Condannando le violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani, incluse le detenzioni arbitrarie, le sparizioni imposte, la tortura e le esecuzioni sommarie,

 

       Condannando altresì gli atti di violenza e di intimidazione perpetrati dalle autorità libiche nei confronti di giornalisti, di professionisti della comunicazione e del personale associato, ed esortando tali autorità ad ottemperare ai propri obblighi conformemente al diritto umanitario internazionale così come esposto nella risoluzione 1738 (2006),

 

       Considerando che gli attacchi diffusi e sistematici attualmente in corso nella Giamahiria Araba Libica contro la popolazione civile potrebbero configurare la fattispecie di crimini contro l’umanità,

 

       Richiamando il paragrafo 26 della risoluzione 1970 (2011) in cui il Consiglio si dichiarava pronto a considerare l’adozione di ulteriori misure appropriate, ove necessario, per agevolare e sostenere il ritorno delle agenzie umanitarie e rendere disponibile l’assistenza umanitaria e le altre forme di assistenza ad essa collegate nella Giamahiria Araba Libica,

 

       Esprimendo la propria determinazione nell’assicurare la protezione dei civili e delle aree popolate da civili, ed il passaggio rapido e senza impedimenti dell’assistenza umanitaria, oltre alla sicurezza del personale umanitario,

 

       Richiamando la condanna espressa dalla Lega degli Stati Arabi, dall’Unione Africana e dal Segretario Generale dell’Organizzazione della Conferenza Islamica nei confronti delle gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale che sono state e che vengono perpetrate nella Giamahiria Araba Libica,

 

       Tenendo conto del comunicato finale dell’Organizzazione della Conferenza Islamica dell’8 marzo 2011, e del comunicato del Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana del 10 marzo 2011, aventi istituito un Comitato di Alto Livello ad hoc sulla Libia,

 

       Tenendo conto altresì della decisione del Consiglio della Lega degli Stati Arabi del 12 marzo 2011 di richiedere l’imposizione di una zona di interdizione al volo all’aviazione militare libica, e di istituire zone di sicurezza in luoghi esposti a bombardamenti quale misura precauzionale che consenta la protezione del popolo libico e dei cittadini stranieri residenti nella Giamahiria Araba Libica,

 

       Tenendo conto inoltre della richiesta di un immediato cessate il fuoco espressa dal Segretario Generale il 16 marzo 2011,

 

       Richiamando la propria decisione di deferire la situazione in atto nella Giamahiria Araba Libica al Procuratore della Corte Penale Internazionale a partire dal 15 febbraio 2011, e sottolineando che chiunque sia autore o complice di attacchi mirati alla popolazione civile, ivi compresi attacchi aerei o navali, dovrà essere chiamato a darne conto,

 

       Ribadendo la propria preoccupazione per la difficile situazione di profughi e lavoratori stranieri costretti a fuggire davanti alla violenza nella Giamahiria Araba Libica, accogliendo la risposta degli stati confinanti, in particolare Tunisia ed Egitto, ad andare incontro alle esigenze di quei profughi e lavoratori stranieri, e invitando la comunità internazionale a sostenere tali sforzi,

 

       Deplorando il persistente impiego di mercenari da parte delle autorità libiche,

 

       Considerando che l’imposizione di un’interdizione su tutti i voli nello spazio aereo della Giamahiria Araba Libica costituisce un importante elemento per la protezione dei civili e per la sicurezza della erogazione dell’assistenza umanitaria, nonché un passo decisivo per la cessazione delle ostilità in Libia,

 

       Esprimendo preoccupazione anche per la sicurezza dei cittadini stranieri e dei loro diritti nella Giamahiria Araba Libica,

 

       Accogliendo la nomina da parte del Secretario Generale del suo Inviato Speciale in Libia, Abdel-Elah Mohamed Al-Khatib, ed appoggiando i suoi sforzi per addivenire ad una soluzione sostenibile e pacifica della crisi nella Giamahiria Araba Libica,

 

       Riaffermando il proprio impegno nei confronti della sovranità, indipendenza, integrità territoriale e unità nazionale della Giamahiria Araba Libica,

 

       Riconoscendo che la situazione nella Giamahiria Araba Libica continua a rappresentare una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale,

 

       Agendo ai sensi del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite,

 

1.             Richiede l’immediata adozione del cessate il fuoco e la fine della violenza e di qualsivoglia attacco e abuso a danno di civili;

 

2.             Sottolinea l’esigenza di intensificare gli sforzi per addivenire ad una soluzione della crisi che risponda alle legittime richieste del popolo libico, e rileva la decisione del Segretario Generale di mandare il proprio Inviato Speciale in Libia, nonché la decisione del Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana di inviare il proprio Comitato di Alto Livello ad hoc in Libia, al fine di facilitare il dialogo che porti alle riforme politiche necessarie per identificare una soluzione pacifica e sostenibile;

 

3.             Richiede che le autorità libiche ottemperino ai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto umanitario internazionale e la normativa sui diritti umani e sui profughi, e adottino tutte le misure necessarie per proteggere i civili e far fronte alle loro esigenze di base, nonché per assicurare il passaggio rapido e senza impedimenti dell’assistenza umanitaria;

 

 

Protezione dei civili

 

4.             Autorizza gli Stati Membri che ne abbiano dato notifica al Segretario Generale, agendo su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, e operando in cooperazione con il Segretario Generale, ad adottare tutte le misure necessarie, nonostante il comma 9 della risoluzione 1970 (2011), per proteggere i civili e le aree abitate da popolazione civile sotto minaccia di attacco nella Giamahiria Araba Libica, ivi compresa Bengasi, escludendo una forza di occupazione straniera sotto qualsiasi forma ed in qualsivoglia parte del territorio libico, e chiede agli Stati Membri interessati di dare immediata comunicazione al Segretario Generale in merito alle misure che essi intendano adottare conformemente all’autorizzazione conferita dal presente comma, da riferire immediatamente al Consiglio di Sicurezza;

 

5.             Riconosce l’importante ruolo della Lega degli Stati Arabi in questioni inerenti al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale nella regione e, tenendo conto del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, chiede agli Stati Membri della Lega degli Stati Arabi di cooperare con altri Stati Membri nell’attuazione del comma 4;

 

 

Zona di interdizione al volo

 

6.             Delibera di stabilire un divieto su tutti i voli nello spazio aereo della Giamahiria Araba Libica, allo scopo di contribuire a proteggere i civili;

 

7.             Delibera altresì che il divieto imposto dal comma 6 non si applicherà ai voli il cui unico scopo sia di carattere umanitario, quale quello di prestare assistenza o agevolare la prestazione di assistenza, ivi compresi gli approvvigionamenti medici, i viveri, gli operatori umanitari e la relativa assistenza, o l’evacuazione di cittadini stranieri dalla Giamahiria Araba Libica, né si applicherà ai voli autorizzati dai commi 4 o 8, né ad altri voli che siano ritenuti necessari dagli Stati operanti ai sensi dell’autorizzazione conferita dal comma 8, da intendersi a beneficio della popolazione libica, e che tali voli debbano essere coordinati con qualsivoglia meccanismo istituito ai sensi del comma 8;

 

8.             Autorizza gli Stati Membri che ne abbiano dato notifica al Segretario Generale e al Segretario Generale della Lega degli Stati Arabi, che agiscano su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, ad adottare tutte le misure necessarie per fare osservare il rispetto dell’interdizione sui voli stabilita dal comma 6 suesposto, nelle forme e modi in cui ciò si renda necessario, e chiede agli Stati Membri interessati, in cooperazione con la Lega degli Stati Arabi, di coordinarsi strettamente con il Segretario Generale in merito alle misure da adottare per attuare tale divieto, ivi compresa l’istituzione di un meccanismo appropriato per attuare le disposizioni dei commi 6 e 7 suddetti,

 

9.             Invita tutti gli Stati Membri, che agiscano su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, a fornire assistenza, inclusa qualsvoglia autorizzazione al sorvolo che si renda necessaria, ai fini dell’attuazione dei commi 4, 6, 7 e 8 suesposti;

 

10.         Chiede agli Stati Membri interessati di coordinarsi strettamente l’uno con l’altro e con il Segretario Generale in merito alle misure da attuare ai fini dell’attuazione dei commi 4, 6, 7 e 8 sopracitati, ivi comprese le misure pratiche per il monitoraggio e l’approvazione dei voli umanitari o di evacuazione autorizzati;

 

11.         Delibera che gli Stati Membri interessati dovranno dare immediata comunicazione al Segretario Generale ed al Segretario Generale della Lega degli Stati Arabi in merito alle misure adottate nell’esercizio dell’autorità conferita dal comma 8 suesposto, inclusa la formulazione di una descrizione operativa degli interventi;

 

12.         Chiede al Segretario Generale di dare immediata comunicazione al Consiglio in merito a qualsivoglia azione intrapresa dagli Stati Membri nell’esercizio dell’autorità conferita dal comma 8 summenzionato, e di riferire al Consiglio entro sette giorni ed ogni mese successivo, in merito all’attuazione della presente risoluzione, ivi comprese le informazioni relative a qualsivoglia violazione dell’interdizione al volo imposta dal comma 6 suesposto.

 

 

Esecuzione dell’embargo sulle armi

 

13.         Delibera che il comma 11 della risoluzione 1970 (2011) venga sostituito dal comma seguente: “Invita tutti gli Stati Membri, e in particolare gli Stati della regione, che agiscano su iniziativa nazionale o attraverso organizzazioni o accordi regionali, allo scopo di assicurare la rigorosa attuazione dell’embargo sulle armi stabilito dai commi 9 e 10 della risoluzione 1970 (2011), ad ispezionare nel proprio territorio, inclusi i porti e gli aeroporti, nonché in alto mare, imbarcazioni ed aerei provenienti dalla Giamahiria Araba Libica o ivi diretti, se lo Stato interessato abbia informazioni che portino a ritenere su basi ragionevoli che il mezzo contenga oggetti la cui fornitura, vendita, trasferimento o esportazione sia vietata ai sensi dei commi 9 o 10 della risoluzione 1970 (2011) così come emendata dalla presente risoluzione, compresa la fornitura di personale mercenario armato, invita tutti gli Stati di bandiera di tali imbarcazioni ed aerei a cooperare con tali ispezioni, e autorizza gli Stati Membri ad utilizzare tutte le misure commisurate alle specifiche circostanze per la realizzazione di tali ispezioni”;

 

14.         Chiede agli Stati Membri operanti in alto mare conformemente al comma 13 summenzionato di coordinarsi minuziosamente l’uno con l’altro e con il Segretario Generale, e chiede altresì agli Stati interessati di informare immediatamente il Segretario Generale ed il Comitato istituito in applicazione del comma 24 della risoluzione 1970 (2011) (“il Comitato”) in merito alle misure adottate nell’esercizio dell’autorità conferita dal comma 13 suesposto;

 

15.         Chiede a qualsivoglia Stato Membro che intraprenda un’ispezione in applicazione del comma 13 summenzionato, sia che agisca su iniziativa nazionale sia attraverso organizzazioni o accordi regionali, di sottoporre immediatamente un primo rapporto scritto al Comitato, contenente in particolare una spiegazione delle ragioni che hanno portato all’ispezione e una descrizione dei risultati di tale ispezione, indicando se sia stata o meno prestata cooperazione e se siano stati reperiti oggetti proibiti in corso di trasferimento; chiede inoltre a tali Stati Membri di sottoporre successivamente al Comitato un ulteriore rapporto scritto contenente i dettagli relativi all’ispezione, alla confisca ed eliminazione, oltre ai dettagli concernenti il trasferimento, compresa una descrizione degli oggetti, della loro origine e della loro destinazione, laddove tali informazioni non siano contenute nel rapporto iniziale;

 

16.         Deplora i continui flussi di mercenari nella Giamahiria Araba Libica e invita tutti gli Stati Membri ad ottemperare rigorosamente ai propri obblighi ai sensi del comma 9 della risoluzione 1970 (2011) al fine di impedire l’accesso di personale mercenario armato nella Giamahiria Araba Libica;

 

 

Divieto di volo

 

17.         Delibera che tutti gli Stati neghino a qualsiasi aereo immatricolato nella Giamahiria Araba Libica, oppure posseduto ovvero gestito da cittadini o aziende libiche, l’autorizzazione a decollare dal proprio territorio oppure atterrarvi o sorvolarlo, a meno che lo specifico volo in questione non sia stato preventivamente approvato dal Comitato, oppure in caso di atterraggio di emergenza;

 

18.         Delibera che tutti gli Stati neghino a qualsiasi aereo l’autorizzazione a decollare dal proprio territorio, oppure atterrarvi o sorvolarlo, laddove tali Stati dispongono di informazioni che portino ragionevolmente a ritenere che tale aereo contenga oggetti la cui fornitura, vendita, trasferimento o esportazione sia proibita dai commi 9 o 10 della risoluzione 1970 (2011) così come emendata dalla presente risoluzione, ivi compresa la fornitura di personale mercenario armato, fatta eccezione per i casi di atterraggio di emergenza;

 

 

Blocco dei beni

 

19.         Delibera che il blocco dei beni imposto dai commi 17, 19, 20 e 21 della risoluzione 1970 (2011) venga applicato a tutti i fondi, ad altre attività finanziarie e risorse economiche che si trovino nei loro territori, e che siano posseduti o controllati, direttamente o indirettamente, dalle autorità libiche, così come indicato dal Comitato, oppure da singoli o da entità che agiscano per loro conto o sulla base di loro disposizioni, oppure da entità da essi possedute o controllate, così come indicato dal Comitato, e delibera altresì che tutti gli Stati assicurino che venga impedito ai propri cittadini o ad altri singoli o entità all’interno del proprio territorio di mettere qualsiasi fondo o attività finanziaria o risorsa economica a disposizione o a beneficio delle autorità libiche, così come indicato dal Comitato, o di singoli o entità che agiscano per loro conto o sula base di loro disposizioni, o di entità da esse possedute o controllate, così come indicato dal Comitato, e dà istruzioni al Comitato di designare tali autorità, singoli o entità libiche entro 30 giorni dalla data di adozione della presente risoluzione, e successivamente nelle forme e modi in cui ciò si renda necessario;

 

20.         Afferma la propria determinazione ad assicurare che i beni congelati in applicazione del comma 17 della risoluzione 1970 (2011) siano, in una fase successiva, messi a disposizione e a beneficio del popolo della Giamahiria Araba Libica non appena possibile;

 

21.         Delibera che tutti gli Stati impongano ai propri cittadini, alle persone soggette alla loro giurisdizione e alle aziende istituite nel proprio territorio o soggette alla loro giurisdizione di esercitare la debita vigilanza al momento di intrattenere rapporti d’affari con entità istituite nella Giamahiria Araba Libica o soggette alla sua giurisdizione, e con qualsiasi singolo o entità che agisca per loro conto o sulla base di loro disposizioni, e con entità da esse possedute o controllate, laddove gli Stati dispongano di informazioni che portino a ritenere su basi ragionevoli che tali rapporti d’affari possano contribuire alla violenza e all’uso della forza nei confronti dei civili;

 

 

Designazioni

 

22.         Delibera che i singoli elencati nell’Allegato I siano soggetti alle restrizioni ai viaggi e agli spostamenti imposte nei commi 15 e 16 della risoluzione 1970 (2011), e delibera altresì che gli individui e le entità elencate nell’Allegato II siano soggetti al blocco dei beni imposto nei commi 17, 19, 20 e 21 della risoluzione 1970 (2011);

 

23.         Delibera che le misure specificate nei commi 15, 16, 17, 19, 20 e 21 della risoluzione 1970 (2011) trovino altresì applicazione nei confronti di singoli ed entità che secondo il Consiglio o il Comitato abbiano violato le disposizioni della risoluzione 1970 (2011), in particolare i commi 9 e 10 della stessa, oppure abbiano assistito terzi nel compiere tali violazioni;

 

Gruppo di Esperti

24.         Chiede al Segretario Generale di creare per un periodo iniziale di un anno, in consultazione con il Comitato, un gruppo composto da un numero massimo di otto esperti (“Gruppo di Esperti”), che agisca sotto la guida del Comitato al fine di realizzare i compiti di seguito elencati:

 

(a)               Assistere il Comitato nello svolgimento del proprio mandato così come specificato nel comma 24 della risoluzione 1970 (2011) e nella presente risoluzione;

(b)               Raccogliere, esaminare ed analizzare le informazioni provenienti dagli Stati, dagli organismi delle Nazioni Unite, dalle organizzazioni regionali e da altre parti coinvolte in merito all’attuazione delle misure deliberate nella risoluzione 1970 (2011) e nella presente risoluzione, soprattutto per quanto attiene ad eventi di inadempienza;

(c)               Elaborare raccomandazioni su azioni che il Consiglio o il Comitato o lo Stato possano ritenere atte a migliorare l’implementazione delle relative misure;

(d)               Fornire al Consiglio un rapporto intermedio sulla propria attività non oltre 90 giorni dalla nomina del Gruppo di Esperti, ed un rapporto finale al Consiglio non oltre 30 giorni prima della conclusione del proprio mandato, indicante le proprie conclusioni e raccomandazioni;

25.         Raccomanda a tutti gli Stati, agli organismi delle Nazioni Unite e alle altre parti interessate di cooperare appieno con il Comitato e con il Gruppo di Esperti, in particolar modo fornendo qualsivoglia informazione in loro possesso in merito all’attuazione delle misure deliberate all’interno della risoluzione 1970 (2011) e della presente risoluzione, in particolar modo per quanto attiene ad eventi di inadempienza;

 

26.         Delibera che il mandato del Comitato così come previsto nel comma 24 della risoluzione 1970 (2011) debba trovare applicazione anche nel caso delle misure decise dalla presente risoluzione;

 

27.         Delibera che tutti gli Stati, inclusa la Giamahiria Araba Libica, adottino tutte le misure ritenute necessarie per assicurare che non venga avanzato alcun diritto dietro richiesta delle autorità libiche, o di qualsivoglia persona od organismo della Giamahiria Araba Libica, o di qualunque persona che avanzi diritti tramite o a beneficio di tale persona od organismo, in relazione a contratti o altre transazioni la cui prestazione sia stata influenzata in ragione delle misure adottate dal Consiglio di Sicurezza nella risoluzione 1970 (2011), nella presente risoluzione, e in risoluzioni collegate;

 

28.         Riafferma la propria intenzione di mantenere le azioni delle autorità libiche sotto continua revisione, e sottolinea la propria volontà di rivedere in qualunque momento le misure imposte dalla presente risoluzione e dalla risoluzione 1970 (2011), ivi compreso il rafforzamento, la sospensione o la revoca di tali misure, nella maniera ritenuta adeguata, sulla base dell’osservanza da parte delle autorità libiche della presente risoluzione e della risoluzione 1970 (2011).

 

29.         Decide di continuare ad occuparsi attivamente della questione.

 


Libia: designazioni proposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

 

Numero

Nome

Motivazione

Identificativi

Allegato I: Divieto di Viaggio

 

1

QUREN SALIH QUREN AL QADHAFI

Ambasciatore libico in Ciad. Ha lasciato il Ciad per Sabha. Coinvolto direttamente nel reclutamento e coordinamento di mercenari per il regime.

 

 

2

Colonnello AMID HUSAIN AL KUNI

Governatore di Ghat (Libia meridionale). Coinvolto direttamente nel reclutamento di mercenari.

 

 

Numero

Nome

Motivazione

Identificativi

 

Allegato II: Blocco dei Beni

 

1

Dorda, Abu Zayd Umar

Posizione: Direttore Organizzazione Sicurezza Esterna

 

2

Jabir, Generale di Divisione Abu Bakr Yunis

Posizione: Ministro della Difesa

Titolo: Generale di Divisione Data di Nascita: --/--/1952.

Luogo di Nascita: Jalo, Libia

3

Matuq, Matuq Mohammed

Posizione: Segretario generale per le Utility

Data di Nascita: --/--/1956. Luogo di Nascita: Khoms

4

Gheddafi, Mohammed Muammar

Figlio di Muammar Gheddafi. Vicinanza di associazione con il regime

Data di Nascita: --/--/1970. Luogo di Nascita: Tripoli, Libia

5

Gheddafi, Saadi

Comandante delle Forze Speciali. Figlio di Muammar Gheddafi. Vicinanza di associazione con il regime. Comando di unità militari coinvolte nella repressione delle manifestazioni

Data di Nascita: 25/05/1970. Luogo di Nascita: Tripoli, Libia

6

Gheddafi, Saif al-Arab

Figlio di Muammar Gheddafi. Vicinanza di associazione con il regime

Data di Nascita: --/--/1982. Luogo di Nascita: Tripoli, Libia

7

Al-Senussi, Colonnello Abdullah

Posizione: Direttore Intelligence Militare

Titolo: Colonnello

Data di Nascita: --/--/1949. Luogo di Nascita: Sudan

 

Entità

1

Banca Centrale della Libia

Sotto il controllo di Muammar Gheddafi e della sua famiglia, e potenziale fonte di finanziamento per il suo regime

 

2

Autorità per gli Investimenti Libici

Sotto il controllo di Muammar Gheddafi e della sua famiglia, e potenziale fonte di finanziamento per il suo regime

Libyan Arab Foreign Investment

Company (LAFICO) Indirizzo: 1 Fateh

Tower Office, N. 99 22° Piano,

Borgaida Street, Tripoli, Libia, 1103

3

Libyan Foreign Bank

Sotto il controllo di Muammar Gheddafi e della sua famiglia, e potenziale fonte di finanziamento per il suo regime

 

 

4

Portafoglio di Investimenti Libia Africa

Sotto il controllo di Muammar Gheddafi e della sua famiglia, e potenziale fonte di finanziamento per il suo regime

 

Indirizzo: Jamahiriya Street, LAP - Building, PO Box 91330, Tripoli, Libia

5

National Oil Corporation – Compagnia Petrolifera nazionale della Libia

Sotto il controllo di Muammar Gheddafi e della sua famiglia, e potenziale fonte di finanziamento per il suo regime

Indirizzo: Bashir Saadwi Street, Tripoli,

Tarabulus, Libia

 


 

Consiglio dei Ministri n.131 del 18/03/2011

 

La Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica:

Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, alle ore 14,15 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente, Silvio Berlusconi.

Segretario, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Gianni Letta.

Il Consiglio dei Ministri, appositamente convocato in via d’urgenza, ha esaminato e discusso la questione libica al fine di aderire a quanto deciso dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la Risoluzione n.1973 del 17 marzo 2011.

Il Governo ha ritenuto indispensabile autorizzare, come gli altri Paesi disponibili, ogni opportuna iniziativa per garantire sostegno umanitario alle popolazioni civili della Libia, assicurando un ruolo attivo dell’Italia per la protezione dei civili e delle aree sotto pericolo di attacco, ivi compresa la concessione in uso di basi militari esistenti sul territorio nazionale.

Il Presidente Berlusconi ha riferito al Consiglio che ogni decisione viene adottata in accordo con il Presidente della Repubblica e che il Parlamento sarà costantemente informato ai fini delle decisioni che intenderà adottare.

La determinazione del Governo, partecipata al Presidente della Repubblica ed adottata con il consenso del Consiglio, verrà immediatamente comunicata alle Camere.

Successivamente, il Ministro Tremonti ha svolto una relazione sulla normativa francese a tutela delle imprese strategiche, in vista di un prossimo provvedimento del Governo.

La seduta ha avuto termine alle ore 14,50.


 

Consiglio dei Ministri n.132 del 21/03/2011

 

La Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica:

Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, alle ore 11,20 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente, Silvio Berlusconi. Segretario, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Gianni Letta.

Il Presidente Berlusconi ha informato il Consiglio sui particolari delle decisioni assunte nel Vertice di Parigi; il Ministro della difesa, Ignazio La Russa, ha svolto una relazione sull’evolversi della situazione in Libia, fornendo piena assicurazione circa il mantenimento delle operazioni nell’ambito di quanto previsto dalla Risoluzione n.1973 dell’ONU.

Con riferimento all’isola di Lampedusa, il Ministro dell’interno, Roberto Maroni, ha annunciato che il coordinamento degli interventi per il superamento dell’emergenza, nonché delle misure compensative, verrà affidato al Sottosegretario Sonia Viale, con il pieno coinvolgimento dei Ministri competenti e dei rappresentanti politici locali, in particolare la senatrice Angela Maraventano e l’onorevole Vincenzo Fontana, già Presidente della Provincia di Agrigento.

La seduta ha avuto termine alle ore 12,30.


 

(omissis)

(omissis)

(omissis)

 


 

The situation in Libya

General View

Following the outbreak of violence in Libya at the end of February, NATO has been supporting international efforts to monitor the situation and bring an end to the hostility.

On Thursday 19 March, NATO welcomed the United Nations Security Council’s adoption of Resolution 1973, which demanded the immediate establishment of a ceasefire and the end to violence and all attacks against, and abuses of, civilians.

“The Resolution sends a strong and clear message from the entire international community to the Ghaddafi regime: stop your brutal and systematic violence against the people of Libya immediately,” said Anders Fogh Rasmussen, NATO Secretary General.

NATO is now completing its planning in order to be ready to take appropriate action in support of Resolution 1973. Allies stand behind the legitimate aspirations of the Libyan people for freedom, democracy and human rights.

The Alliance had earlier stepped-up its surveillance operations in the Mediterranean region by conducting 24/7 airborne surveillance with planes from its Airborne Warning and Control System (AWACS) and increasing the number of Maritime assets present in the area.

“These ships will improve NATO’s situational awareness which is vital in the current circumstances and they will contribute to our surveillance and monitoring capability, including with regard to the arms embargo established by the UN Security Council Resolution 1970,” said Supreme Allied Commander, Admiral Stavridis.

NATO military authorities were also tasked with developing detailed plans to provide humanitarian assistance.


PARIS SUMMIT FOR THE SUPPORT TO THE LIBYAN PEOPLE

Bureau of European and Eurasian Affairs

March 19, 2011


At the invitation of President of the French Republic, M. Nicolas SARKOZY, Mr. Ban Ki Moon, Secretary-General of the United Nations ; Mr. José Luis Zapatero, President of the Government of the Kingdom of Spain, Mrs. Angela Merkel, Federal Chancellor of Germany ; Mr. Steven Harper, Prime Minister of Canada; Sheikh Hamad Bin Jassem, Prime Minister and Minister of Foreign Affaires of the State of Qatar ; Mr. Donald Tusk, President of the Council of Ministers of the Republic of Poland ; Mr. Lars Loekke Rasmussen, Prime Minister of the Kingdom of Denmark ; Mr. Silvio Berlusconi, President of the Council of Ministers of the Italian Republic ; Mr. George Papandreou, Prime Minister de la Hellenic Republic ; Mr. Jens Stoltenberg, Prime Minister of the Kingdom of Norway ; Mr. Yves Leterme, Prime Minister of the Kingdom of Belgium ; Mr. David Cameron, Prime Minister of the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland ; Mr. Mark Rutte, Prime Minister of the Kingdom of the Netherlands ; Mr. Amr Moussa, Secretary-General of the League of Arab States ; Mr. Herman Van Rompuy, President of the European Council ; Mrs. Catherine Ashton, European Union High Representative for Foreign affairs and Security policy ; Mr. Hoshyar Mahmoud Zebari, Foreign minister of the Republic of Irak ; Sheikh Abdullah Bin Zayed Al Nahyan, Foreign minister of the United Arab Emirates ;Mrs. Hillary Clinton, Secretary of State of the United States of America ; Mr. Nasser Joudeh, Foreign minister of the Kingdom of Jordan ; Mr. Taïeb Fassi-Fihri, Foreign minister of the Kingdom of Morocco.

At the end of the summit, the following declaration was adopted:

Since 15 February this year, the Libyan people have been peacefully expressing the rejection of their leaders and their aspiration for change. In the face of these legitimate requests coming from all over the country, the Libyan regime has carried out a growing brutal crackdown, using weapons of war against his own people and perpetrating against them grave and massive violations of humanitarian law.

Despite the demands which the Security Council expressed in UNSCR 1970 on 26 February, despite the condemnations of the Arab League, African Union, Organization of the Islamic Conference’s Secretary-General and European Union, as well as very many governments in the world, the Libyan regime has stepped up its violence in order to impose by force its will on that of its people.

This situation is intolerable.

We express our satisfaction after the adoption of UNSC 1973 which, inter alia, demands an immediate and complete ceasefire, authorises the taking of all necessary measures to protect civilians against attacks and establishes a no-fly zone over Libya. Finally, it strengthened and clarified the arms embargo vis-à-vis the Libyan regime and the rules applicable to the Libyan asset freeze, in particular on the National Oil Company, and travel restrictions against the Gaddafi’s regime.

While contributing in differentiated way to the implementation of UNSCR 1973, we are determined to act collectively and resolutely to give full effect to these decisions.

Muammar Gaddafi and those executing his orders must immediately end the acts of violence carried out against civilians, to withdraw from all areas they have entered by force, return to their compounds, and allow full humanitarian access. We reiterate that the Security Council took the view that Libyan regime’s forces actions may amount to crimes against humanity and that, to this end, it has referred the matter to the International Criminal Court.

We are determined to take all necessary action, including military, consistent with UNSCR 1973, to ensure compliance with all its requirements.

We assure the Libyan people of our determination to be at their side to help them realise their aspirations and build their future and institutions within a democratic framework.

We recall that UN Security Council resolution 1973 does not allow for any occupation of, or attempt to occupy the Libyan territory.

We pay tribute to the courageous action of the Libyan National Transition Council (NTC) and all the Libyans in positions of responsibility who have courageously disassociated themselves from the Libyan regime and given the NTC their support.

Our commitment is for the long term: we will not let Colonel Gaddafi and his regime go on defying the will of the international community and scorning that of his people. We will continue our aid to the Libyans so that they can rebuild their country, fully respecting Libya’s sovereignty and territorial integrity.


 

Arab League Urges Libya 'No-Fly' Zone

By http://online.wsj.com/search/term.html?KEYWORDS=%0A++++++++++++++++++++%3CA+HREF%3D%22%2FSEARCH%2FTERM.HTML%3FKEYWORDS%3DMATT%2BBRADLEY%26BYLINESEARCH%3DTRUE%22%3EMATT+BRADLEY%3C%2FA%3E%0A++++++++++++++++&bylinesearch=trueMATT BRADLEY in Cairo and CHARLES LEVINSON in Benghazi, Libya

The Arab League on Saturday called on the United Nations Security Council to enforce a "no-fly zone" over Libyan airspace, marking a decisive diplomatic victory for rebel forces opposed to Moammar Gadhafi, the Libyan ruler.

The announcement will bolster calls by some European leaders to intervene in the violent confrontation between rebels and Col. Gadhafi's military.

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Associated Press

Arab League chief Amr Moussa, Oman's Foreign Minister Yousuf bin Alawi and the Arab League's undersecretary general Ahmed bin Helli attend the Arab League emergency meeting in Cairo, Egypt.

 

The U.S. and the European Union had deferred to the 22-member league of Arab nations to determine whether outside military forces should intervene.

The air superiority of forces loyal to Col. Gadhafi has helped tip the balance of power against the antigovernment uprising based in the eastern part of the country. On Saturday, government forces tightened their grip on the coastal road linking government-held territory to the rebel-controlled east, the Associated Press reported.

Col. Gadhafi's forces all but routed rebels in the coastal oil-refining city of Ras Lanuf earlier this week and completed their assault on Zawiya, a rebel stronghold west of Tripoli, Libya's capital.

Deliberations will now go to the U.N. Security Council, where permanent members China and Russia are thought to oppose the proposed no-fly zone.

Abdel Hafeez Goga, the deputy head of the Benghazi-based provisional rebel government, the Transitional National Council, praised the Arab League decision.

"We welcome and salute their decision and look at it as a step forward to the imposition of no-fly-zone imposition," he told a news conference in Benghazi.

A no-fly zone would ground Libya's air forces, but the practical considerations around the proposal remain unclear. One proposal would enjoin forces from the North Atlantic Treaty Organization to gun down any airplanes flying over Libyan airspace. In a meeting Thursday, NATO leaders said such a plan would first require U.N. approval.

U.S. President Barack Obama has hesitated on whether to take military action in Libya, even as Britain and France have pushed for intervention.

The Arab League's move appeared to have been led by Gulf Arab nations, which announced their support for a U.N.-enforced no-fly zone on Monday.

The six-nation Gulf Cooperation Council announced Friday that Mr. Gadhafi's government was illegitimate and that the oil-rich Gulf monarchies would "initiate contacts" with Libyan rebels instead.

The Arab League suspended Libya's membership on Feb. 22.

Omani Foreign Minister Yusuf bin Alawi bin Abdullah said on Saturday that "U.N. intervention should be a preventative procedure and end when the Libyan crisis ends." But, he added, "There is consensus about protecting the Libyan people from bombing by the Libyan air force."

Catherine Ashton, the EU's high representative for foreign affairs and security policy, said she would travel to Cairo on Sunday to meet with the Arab League's outgoing secretary-general, Amr Moussa, to arrive at a "collaborative approach" for dealing with the North African country.

Meanwhile, Rashid Khalikov, the U.N. humanitarian coordinator for Libya, arrived in Tripoli on Saturday to discuss with government officials access for humanitarian workers and aid delivery to the country's conflict areas, according to a U.N. statement.

"The international aid community has expressed concerns over the very limited access to various areas in Libya including those places where heavy fighting is taking place," it said.

In a statement issued Friday, the EU said Col. Gadhafi's regime had "lost all legitimacy and is no longer an interlocutor for the EU."

In place of Col. Gadhafi's regime, the EU said it "welcomes and encourages" the Transitional National Council as Libya's "political interlocutor," according to the statement released Friday. The National Council is a union of rebel leaders who oppose Col. Gadhafi's 41-year rule.

Col. Gadhafi's son, Seif al-Islam, said in a speech in Tripoli on Thursday that the regime didn't care about Arab states or the Arab League.

The Arab League said it will also initiate "cooperation and communication" with the Transitional National Council "against the crimes committed by the Libyan authorities," according to a statement released by the League following its Saturday meeting. The statement stopped short of recognizing the rebels as the sole legitimate government of the Libyan people.

Mr. Goga of the Transitional National Council also leveled accusations against Arab League member state Syria, alleging Damascus "conspired against the Libyan people" by sending Col. Gadhafi a ship filled with weapons. He also said Syrian pilots had been among those piloting planes shot down by rebel fighters, but said he couldn't say for sure whether the pilots had been sent by the Syrian government or were acting on their own as mercenaries.

But the rebel leadership also appeared increasingly disconnected from developments on the battlefield. Mr. Goga denied Mr. Gadhafi's forces had taken control of Ras Lanuf, even as government officials took journalists on a tour of the battle-scarred oil city a day after rebel columns fled the city's outskirts amid heavy bombardment by fighter jets and artillery.

Mr. Goga pledged rebel fighters would retake lost ground easily once the international community imposes a no-fly zone. He also said the rebels expected to receive new shipments of weapons but said he could provide no further details on where they were coming from.

"We are capable of controlling all of Libya, but only after the no-fly zone is imposed," he said. "We are arming up and we will confront force with force. We are in the process of negotiating weapons deals and on the verge of getting new weapons."

Meanwhile, an al-Jazeera cameraman was killed Saturday in what the station described as an "armed ambush" on an al-Jazeera crew on the outskirts of Benghazi, the station said.

Al-Jazeera identified the slain cameraman as Ali Hassan al-Jaber, a Qatari citizen. A correspondent for the station was also wounded in the attack. Col. Gadhafi's propaganda has singled out al-Jazeera with frequent scathing attacks on its coverage of Libya.

Mr. al-Jaber's death was the first death of a journalist since the Libyan uprising began Feb. 15.

Thousands of residents rallied outside the courthouse in central Benghazi on Saturday night to voice their support for the station after the attack.

"With our blood, with our souls, we sacrifice for you al-Jazeera," protesters chanted, a knock off of a common chant throughout the Arab world usually reserved for Arab leaders. They hoisted flags for Qatar, the country where Al Jazeera is based.

The attack comes amid growing jitters in eastern Libya over recent advances by government forces on the front lines, about 180 miles west of Benghazi. Government forces have reportedly started toward Brega, another oil-refinery town along the coastal road east of Ras Lanuf.

Unconfirmed rumors have swirled in recent days that pro-Gadhafi agents have infiltrated Benghazi in growing numbers.

Rebel forces, composed mostly of untrained and lightly armed volunteers, appear to be rapidly unraveling in the face of the government offensive, which has included heavy bombardments by air strikes, artillery shells and surface-to-surface rockets.

Omar Hariri, who was tapped by the the Transitional National Council to oversee military affairs for the rebels, said the rebel fighting force was still in tact and able to fight.

"We will fight, and we are powerful," Mr. Hariri told a news conference. "We know how to fight and we know how to win."

He said the rebel fighters were prepared to stop the government's advance outside of Brega and were capable of defending Benghazi.

--Sam Dagher in Tripoli contributed to this article.


 

Arab League condemns broad Western bombing campaign in Libya

By Edward Cody, Sunday, March 20, 1:01 PM

 

 

CAIRO — The Arab League secretary general, Amr Moussa, deplored the broad scope of the U.S.-European bombing campaign in Libya and said Sunday that he would call a league meeting to reconsider Arab approval of the Western military intervention.

Moussa said the Arab League’s approval of a no-fly zone on March 12 was based on a desire to prevent Moammar Gaddafi’s air force from attacking civilians and was not designed to endorse the intense bombing and missile attacks — including on Tripoli, the capital, and on Libyan ground forces — whose images have filled Arab television screens for two days.

“What is happening in Libya differs from the aim of imposing a no-fly zone,” he said in a statement carried by the Middle East News Agency. “And what we want is the protection of civilians and not the shelling of more civilians.”

Moussa’s declaration suggested that some of the 22 Arab League members were taken aback by what they have seen and wanted to modify their approval lest they be perceived as accepting outright Western military intervention in Libya. Although the eccentric Gaddafi is widely looked down upon in the Arab world, the leaders and people of the Middle East traditionally have risen up in emotional protest at the first sign of Western intervention.

A shift away from the Arab League endorsement, even partial, would constitute a major setback to the U.S.-European campaign. Western leaders brandished the Arab League decision as a justification for their decision to move militarily and as a weapon in the debate to obtain a U.N. Security Council resolution two days before the bombing began.

As U.S. and European military operations entered their second day, however, most Arab governments maintained public silence, and the strongest expressions of opposition came from the greatest distance. Presidents Hugo Chavez of Venezuela, Daniel Ortega of Nicaragua and Evo Morales of Bolivia and former Cuban president Fidel Castro condemned the intervention and suggested that Western powers were seeking to get their hands on Libya’s oil reserves rather than limit the bloodshed in the country.

Russia and China, which abstained from the voting on the U.N. Security Council resolution authorizing military intervention, also expressed regret that Western powers had chosen to get involved despite their advice.

In the Middle East, the abiding power of popular distrust of Western intervention was evident despite the March 12 Arab League decision. It was not clear how many Arab governments shared the hesitations voiced by Moussa, who has said that he plans to run for president in Egypt this year. But despite Western efforts to enlist Arab military forces, only the Western-oriented Persian Gulf emirate of Qatar has announced that it would participate in the campaign.

The Qatari prime minister, Hamad bin Jasim al-Thani, told reporters that the kingdom made its decision in order to “stop the bloodbath” that he said Gaddafi was inflicting on rebel forces and civilians in opposition-controlled cities. He did not describe the extent of Qatar’s military involvement or what the mission of Qatari aircraft or personnel would be alongside U.S., French and British planes and ships that have carried out the initial strikes.

Islam Lutfi, a lawyer and Muslim Brotherhood leader in Egypt, said he opposed the military intervention because the real intention of the United States and its European allies was to get into position to benefit from Libya’s oil supplies. “The countries aligned against Libya are there not for humanitarian reasons but to further their own interests,” he added.

But the Muslim Brotherhood and its allies in the youth coalition that spearheaded Egypt’s recent upheaval took no official position. They were busy with a referendum Saturday on constitutional amendments designed to usher democracy into the country. Similarly, the provisional military-run government took no stand, and most Cairo newspapers gave only secondary space to the Libya conflict.

When the Arab League approved imposition of a no-fly zone, only Syria and Algeria opposed the decision, according to Egyptian officials. Syria’s Foreign Ministry on Thursday reiterated its government’s opposition, as diplomatic momentum gathered for the U.S.-European operation, saying the country rejected “all forms of foreign interference in Libyan affairs.”

Al-Qaeda, which could be expected to oppose foreign intervention in an Arab country and embrace Gaddafi’s description of the Western campaign as a new crusade, made no immediate comment. This was probably due in part to the difficulty for the al-Qaeda leadership to communicate without revealing its position. But it also has brought to mind Gaddafi’s frequent assertions that al-Qaeda was behind the Libyan revolt and that he and the West should work hand in hand to defeat the rebels.

Iran and its Shiite Muslim allies in the Lebanese organization Hezbollah, reflexively opposed to Western influence in the Middle East, also were forced into a somewhat equivocal position, condemning Gaddafi for his bloody tactics but opposing the Western military intervention.

“The fact that most Arab and Muslim leaders did not take responsibility opened the way for Western intervention in Libya,” declared Hasan Nasrallah, Hezbollah’s leader, in a video speech Sunday to his followers. “This opens the way for foreign interventions in every Arab country. It brings us back to the days of occupation, colonization and partition.”

At the same time, Nasrallah accused Gaddafi of using the same brutal tactics against his opponents as Israel has against Hezbollah in Lebanon and Hamas in the Gaza Strip.

The Iranian Foreign Ministry, which previously criticized Gaddafi’s crackdown, expressed “doubts” Sunday about U.S. and European intentions. Like the Latin American critics, it suggested that the claims of wanting to protect civilians were just a cover for a desire to install a more malleable leadership in Tripoli and make it easier to exploit Libya’s oil.


Arab League Committed to Libya No-Fly Zone, Moussa Says

By Flavia Krause-Jackson and Mariam Fam - Mar 21, 2011

 

The Arab League remains committed to United Nations’ efforts to enforce a no-fly zone in Libya and urged coalition forces to make protecting civilians a priority for the operation, Secretary General Amr Moussa said.

“The Arab League decisions have been announced and we are committed to them,” Moussa said at a press conference with UN Secretary General Ban Ki-Moon in Cairo. “We respect the Security Council resolution and have no contradiction with this resolution, especially since it stated that there be no invasion or occupation of Libyan lands.”

Ban praised the Arab League for its continued support, saying it was critical for the international community to remain united. “We need one global voice” to sustain the no-fly zone, he said.

The Arab League’s support for a no-fly zone was decisive in getting the Security Council to support the idea, Ban said at the press conference. Media reports have indicated that some Arab League members have been reconsidering their backing since coalition aircraft began bombing Libyan military targets.

Talks are under way for an emergency meeting of Arab League nations to discuss the situation in Libya, the Egyptian government-owned Middle East News Agency reported yesterday, citing Moussa as saying. Moussa said his remarks were misinterpreted.

Ban also condemned violence in Yemen after press reports that 20 people were killed when the army clashed with Houthi rebels. He also warned about spreading unrest in Bahrain.

The secretary general was forced to drop plans to walk through Tahrir Square -- the scene of massive demonstrations last month that toppled President Hosni Mubarak -- before flying to Tunis. Ban was turned back after he left the press conference and was surrounded by a group of about 40 pro-Qaddafi demonstrators chanting “Down, Down USA!” and waving their fists at the secretary general.

To contact the reporters on this story: Flavia Krause-Jackson in Rome at fjackson@bloomberg.net; Mariam Fam in Cairo at mfam1@bloomberg.net

To contact the editor responsible for this story: James Hertling at jhertling@bloomberg.net; Andrew J. Barden at barden@bloomberg.net

 


 


 

 

 


 

 

 

 

 


 

18 Mar 2011 : Column 611

UN Security Council Resolution (Libya)

11 am

The Prime Minister (Mr David Cameron): With permission, Mr Speaker, I would like to make a statement on last night's UN Security Council resolution on Libya.

Over three weeks ago, the people of Libya took to the streets in protest against Colonel Gaddafi and his regime, asking for new rights and freedoms. There were hopeful signs that a better future awaited them, and that, like people elsewhere in the middle east and north Africa, they were taking their destiny into their own hands. Far from meeting those aspirations, Colonel Gaddafi has responded by attacking his own people. He has brought the full might of armed forces to bear on them, backed up by mercenaries. The world has watched as he has brutally crushed his own people.

On 23 February, the UN Secretary-General cited the reported nature and scale of attacks on civilians as

"egregious violations of international and human rights law"

and called on the Government of Libya to

"meet its responsibility to protect its people."

The Secretary-General said later that more than 1,000 people had been killed and many more injured in Libya amid credible and consistent reports of arrests, detention and torture.

Over the weekend of 26 and 27 February, at Britain's instigation, the UN Security Council agreed resolution 1970, which condemned Gaddafi's actions. It imposed a travel ban and asset freezes on those at the top of his regime. It demanded an end to the violence, access for international human rights monitors and the lifting of restrictions on the media. Vitally, it referred the situation in Libya to the International Criminal Court so that its leaders should face the justice they deserve.

In my statement to the House on 28 February, I set out the steps that we would take to implement those measures. Our consistent approach has been to isolate the Gaddafi regime, deprive it of money, shrink its power and ensure that anyone responsible for abuses in Libya will be held to account. I also told the House that I believed contingency planning should be done for different scenarios, including involving military assets, and that that should include plans for a no-fly zone.

Intervening in another country's affairs should not be undertaken save in quite exceptional circumstances. That is why we have always been clear that preparing for eventualities that might include the use of force-including a no-fly zone or other measures to stop humanitarian catastrophe-would require three steps and three tests to be met: demonstrable need, regional support, and a clear legal basis.

First, on demonstrable need, Gaddafi's regime has ignored the demand of UN Security Council resolution 1970 that it stop the violence against the Libyan people. His forces have attacked peaceful protesters, and are now preparing for a violent assault on a city, Benghazi, of 1 million people that has a history dating back 2,500 years. They have begun air strikes in anticipation of what we expect to be a brutal attack using air, land and sea forces. Gaddafi has publicly promised that every home will be searched and that there will be no mercy and no pity shown.


18 Mar 2011 : Column 612

If we want any sense of what that might mean we have only to look at what happened in Zawiyah, where tanks and heavy weaponry were used to smash through a heavily populated town with heavy loss of life. We do not have to guess what happens when he has subdued a population. Human Rights Watch has catalogued the appalling human rights abuses that are being committed in Tripoli. Now, the people of eastern Libya are faced with the same treatment. That is the demonstrable need.

Secondly, on regional support, we said that there must be a clear wish from the people of Libya and the wider region for international action. It was the people of Libya, through their transitional national council, who were the first to call for protection from air attack through a no-fly zone. More recently, the Arab League has made the same demand.

It has been remarkable how Arab leaders have come forward and condemned the actions of Gaddafi's Government. In recent days, I have spoken with the leaders of Saudi Arabia, Qatar, the United Arab Emirates and Jordan. A number of Arab nations have made it clear that they are willing to participate in enforcing the resolution. That support goes far beyond the Arab world. Last night, all three African members of the UN Security Council voted in favour of the resolution.

The third and essential condition was that there should be a clear legal base. That is why along with France, Lebanon and the United States we worked hard to draft appropriate language that could command the support of the international community. Last night, the United Nations Security Council agreed that resolution. Resolution 1973

"Demands the immediate establishment of a ceasefire and a complete end to violence and all attacks against, and abuses of, civilians".

It establishes

"a ban on all flights"

in the airspace of Libya

"in order to help protect civilians".

It authorises member states to take

"all necessary measures to enforce compliance with the ban".

Crucially, in paragraph 4, it

"Authorises member states...acting nationally or through regional organisations or arrangements, and acting in co-operation with the Secretary-General, to take all necessary measures...to protect civilians and civilian populated areas under threat of attack...including Benghazi".

The resolution both authorises and sets the limits of our action. Specifically, it excludes an occupation force of any form, on any part of Libyan territory. That was a clear agreement between all the sponsors of the resolution, including the UK, and of course, the Arab League. I absolutely believe that that is the right thing both to say and to do.

As our ambassador to the United Nations said, the central purpose of this resolution is to end the violence, protect civilians, and allow the people of Libya to determine their own future, free from the brutality unleashed by the Gaddafi regime. The Libyan population want the same rights and freedoms that people across the middle east and north Africa are demanding, and that are enshrined in the values of the United Nations
18 Mar 2011 : Column 613
charter. Resolution 1973 puts the weight of the Security Council squarely behind the Libyan people in defence of those values. Our aims are entirely encapsulated by that resolution.

Demonstrable need, regional support and a clear legal base: the three criteria are now satisfied in full. Now that the UN Security Council has reached its decision, there is a responsibility on its members to respond. That is what Britain, with others, will now do. The Attorney-General has been consulted and the Government are satisfied that there is a clear and unequivocal legal basis for the deployment of UK forces and military assets. He advised Cabinet this morning, and his advice was read and discussed. The Security Council has adopted resolution 1973 as a measure to maintain or restore international peace and security under chapter VII of the United Nations charter. The resolution specifically authorises notifying member states to use all necessary measures to enforce a no-fly zone and to protect civilians and civilian populated areas, including Benghazi.

At Cabinet this morning, we agreed that the UK will play its part. Our forces will join an international operation to enforce the resolution if Gaddafi fails to comply with the demand that he end attacks on civilians. The Defence Secretary and I have now instructed the Chief of the Defence Staff to work urgently with our allies to put in place the appropriate military measures to enforce the resolution, including a no-fly zone. I can tell the House that Britain will deploy Tornadoes and Typhoons as well as air-to-air refuelling and surveillance aircraft. Preparations to deploy those aircraft have already started and in the coming hours they will move to air bases from where they can start to take the necessary action.

The Government will table a substantive motion for debate next week, but I am sure that the House will accept that the situation requires us to move forward on the basis of the Security Council resolution immediately. I am sure that Members on both sides of the House call on Colonel Gaddafi to respond immediately to the will of the international community and cease the violence against his own people. I spoke to President Obama last night and to President Sarkozy this morning. There will be a clear statement later today, setting out what we now expect from Colonel Gaddafi.

We should never prepare to deploy British forces lightly or without careful thought. In this case, I believe that we have given extremely careful thought to the situation in hand. It is absolutely right that we played a leading role on the UN Security Council to secure permission for the action, and that we now work with allies to ensure that that resolution is brought about. There will be many people in our country who will now want questions answered about what we are doing and how we will go about it. I intend to answer all those questions in the hours and days ahead, and to work with our brave armed services to ensure that we do the right thing, for the people of Libya, for the people of our country and for the world as a whole.

Edward Miliband (Doncaster North) (Lab): I thank the Prime Minister for his statement. From this side of the House, we welcome last night's UN Security Council resolution and support Britain playing its full part in the international action that is planned.


18 Mar 2011 : Column 614

The international community has shown clear resolve, and I applaud all the efforts that made this happen, including those of the Prime Minister and the British Government. As I have said since his statement two-and-a-half weeks ago, we support feasible and practical action to help the Libyan people, so, as befits the official Opposition, we will both support the Government and ask the necessary questions that we think the country will want asked.

It is important that the British people are clear about the purposes of the resolution and the basis for the commitment of British forces. Any decision to commit British armed forces is a grave and serious one, and it must be based on a clear and compelling case. In this case, it is based, as the Prime Minister said, on the clear evidence of Colonel Gaddafi brutalising his own people in response to the demand for democratic change.

It is action backed in the region most importantly by the clear resolution of the Arab League, and it is backed now by a legal mandate from the United Nations. So, the military action that is being embarked upon has broad support, a legal base and recognises our responsibility to protect the Libyan people. Those are necessary pre-conditions for legitimate and effective action, and it would be quite wrong, given what is happening in Libya, for us to stand by and do nothing.

I want to ask some questions about the objectives of the mission, the military implications of it and the humanitarian context. First, we need to be clear about the purpose of the mission. All of us will welcome the passage of last night's resolution to avoid the immediate slaughter of people in Benghazi. The whole world is aware of the urgency of the situation, given the avowed intentions of Colonel Gaddafi. Can the Prime Minister reassure us that military action can be taken on a time scale that can make a real difference to the people in Benghazi?

Beyond that, should, as we hope, the effect of last night's resolution be to stop the advance of the regime, the future of Libya remains uncertain. Will the Prime Minister therefore explain the Government's broader strategy for Libya's future, should we succeed in stopping Colonel Gaddafi's advance, given that last night's resolution is directed towards a specific aim of the protection of the Libyan people, rather than explicitly towards regime change?

In this House there is agreement that Libya's future would be far better served without Colonel Gaddafi in power. Does the Prime Minister therefore agree that a range of other measures should continue to be brought to bear on the Libyan regime to support the efforts of the Libyan people in order to undermine the support for Colonel Gaddafi?

We should be working now to sharpen the choice facing the Libyan military, including through action from the International Criminal Court, and to increase the pressure on other members of the regime. We should also be making explicit the risks for countries allowing their citizens to serve as mercenaries, and I believe the UN resolution does recognise that point. We should also continue to make clear to the Libyan people the offer of a better life that lies beyond Colonel Gaddafi.


18 Mar 2011 : Column 615

May I urge the Prime Minister to ensure that discussions take place at the earliest stage with the Arab League, the European Union and others on a continuing basis for contingency planning for a stable and viable state beyond Colonel Gaddafi?

May I also, in the broader context of the region, emphasise to the Prime Minister that we should continue to show the utmost vigilance about developments elsewhere, including in Bahrain, and that we should make clear the need for reform and restraint, not repression, throughout the region?

Secondly, let me ask about the military action itself. Will the Prime Minister reassure us that all steps are being taken to ensure that those participating in any military action reflect the broad base of support, including from the Arab League? Does he agree that a continuing diplomatic effort will be required to ensure that that happens?

Further, under the contingencies that have been prepared and subject to the operational limits on what the Prime Minister can say, how does he envisage the military chain of command operating?

Thirdly, let me ask about the humanitarian situation in Libya. Will the Prime Minister take this opportunity to update the House on the continuing situation of British nationals in the light of the clearly changed circumstances that we now face? We will have all noted with concern the decision of the Red Cross, prior to the resolution, to withdraw from Benghazi. Will the Prime Minister assure the House that efforts will be made to ensure continuing humanitarian access to Benghazi? What plans are being made to facilitate the return of humanitarian assistance?

Finally, let me say to the Prime Minister that, at this time, Labour Members will give our full support to our armed forces. Once again, they are engaging in dangerous and courageous action on behalf of our country, and we salute their professionalism and bravery. They are serving to uphold the will of the international community, including the United Nations, and in their service I believe they will have the support of the whole House.

The Prime Minister: I thank the right hon. Gentleman for his support and for the way in which he put that support in his questions. Let me try to answer all the questions he put.

In terms of the time scale and potential military action, the issue is this: the Security Council resolution is absolutely clear in its first paragraph that there should be a ceasefire and that Gaddafi should stop his attacks on his people. But, if that does not happen, then, yes, consequences and "all necessary measures", as the Security Council resolution puts it, will follow; and we are able to do that on a time scale that I believe will be effective.

In terms of our broader strategy, what we believe we need in Libya is a transition towards a more open society and towards a better democracy, but we have to be clear about our aims. The UN Security Council resolution is absolutely clear that this is about saving lives and about protecting people. It is not about choosing the Government of Libya; that is an issue for the Libyan people.


18 Mar 2011 : Column 616

Mercenaries are included in the UN Security Council resolution, which is welcome. The right hon. Gentleman's point about the International Criminal Court was covered by the earlier resolution, which of course is still in force.

In terms of consultations with the Arab League and with Arab countries, there will be a meeting in Paris tomorrow, which President Sarkozy has called. I will attend, and there will also be representatives from across the Arab world to bring together the coalition to help to achieve the goals that the UN Security Council has so rightly voted for.

The right hon. Gentleman says that we must be vigilant elsewhere with all the challenging problems in our world today, and he mentioned Bahrain. That is absolutely right, and the Government are keeping their travel advice and their work helping British nationals in Bahrain, Yemen and elsewhere permanently under review, meeting regularly to try to make sure that we do everything we can to help people as necessary.

In terms of Arab League participation, what we seek is the active participation of some Arab League countries. I believe that we will get that, and from the calls that I have made I have had some reassurances.

In terms of the military chain of command, to be clear, to begin with this is going to be a joint operation, if necessary, carried out by Britain, America and France, with Arab and other participation, and it will be co-ordinated in that way.

In terms of British nationals, as we have announced before in the House, almost all those who want to leave have left. There are some who remain. We have our relationship with the Turkish embassy, which is working with us and for us in Tripoli, and we also have an active consular figure in Benghazi. But obviously, part of the aim of what we are trying to do-to stop Gaddafi entering Benghazi-will be in the interest of those British nationals in Benghazi.

The right hon. Gentleman asked about humanitarian aid. Clearly, a very big aim of the UN Security Council is to make sure humanitarian aid can get through.

Above all, as the right hon. Gentleman said, any decision to put the men and women of our armed forces into harm's way should be taken only when absolutely necessary, but I believe, as he said, that we cannot stand back and let a dictator whose people have rejected him kill his people indiscriminately. To do so would send a chilling signal to others.

I believe also that we should be clear about where our interests lie. In this country, in particular, we know what Colonel Gaddafi is capable of, and we should not forget his support for the biggest terrorist atrocity on British soil. We simply cannot have a situation where a failed pariah state festers on Europe's southern border, and that is why we are backing today our words with action.

Sir Malcolm Rifkind (Kensington) (Con): May I congratulate the Prime Minister on the superb leadership that he and the Foreign Secretary have given both at home and at the United Nations in securing this resolution, without which the people of Benghazi and of Libya would face a humanitarian disaster?

Will the Prime Minister confirm that the UN resolution, which, as he has indicated, refers to

"all necessary measures...to protect...civilian populated areas",


18 Mar 2011 : Column 617

will enable our forces to be used not simply to intercept Libyan aircraft but if necessary to attack heavy artillery, tanks and other military units on the ground that might be threatening civilian populated areas?

The Prime Minister: I thank my right hon. and learned Friend for his support, and I agree that time is now crucial. It is vital that we have now got this UN Security Council resolution, and that we make very clear the ultimatum to Colonel Gaddafi so that we secure that ceasefire and stop his operations.

The right hon. and learned Gentleman asked what the Security Council permits us to do. Paragraph 4 refers, crucially, to "all necessary measures" to protect people-"to protect civilians"-and, indeed, specifically mentions Benghazi. The Attorney-General's advice, which we may discuss in more detail later, makes it very clear that that means we can take measures that will help those things to be achieved. It is very important for us to understand that.

Mike Gapes (Ilford South) (Lab/Co-op): I congratulate the Prime Minister and those in the Foreign Office, including our excellent diplomats at the United Nations, on the work that they have done in securing the chapter VII resolution. The French Government should also be given a great deal of credit, because they too have worked very hard on this.

Will the Prime Minister clarify the role of the African Union, which is referred to in the resolution, as well as that of the Arab League? Given that three African states, including South Africa, voted for the resolution, is there any possibility of the African Union using its good offices to try to find a way of getting Gaddafi out of power without the conflict going on for a very long time?

The Prime Minister: The hon. Gentleman makes an extremely good point about the leadership role taken by Nicolas Sarkozy and the French. I think the work that the French, the British and the Lebanese did together on the UN Security Council was vital. I absolutely pay tribute to our ambassador, Mark Lyall Grant, and his team, who did a superb job in marshalling support. Members in all parts of the House will see, when they read the resolution, that it is very, very strong and extremely comprehensive, and I hope that it marks a new start in what the UN will be able to achieve.

We very much hope that the African Union will use its good offices in the way that the hon. Gentleman suggests. African Union missions are still going to Libya, and we think that they will be enormously influential. I was particularly pleased that the three African members voted for the resolution, and I hope that that is a sign of things to come.

Richard Ottaway (Croydon South) (Con): As one of the doubting Thomases of the past few weeks, I congratulate the Prime Minister on his success and leadership and offer him my full support. I also join him in paying tribute to Sir Mark Lyall Grant and his team at the UN for what is a remarkable diplomatic success, which hopefully will mark a turning point in the development of these issues at the UN.

I am sure the Prime Minister agrees that difficult questions remain. At this moment, however, it is incumbent on all of us to stand behind the armed forces, particularly our airmen, who have to implement the resolution.


18 Mar 2011 : Column 618

The Prime Minister: My hon. Friend is entirely right. Of course there are difficult questions. We are embarked on a difficult course, not least because we have set a limit on that course and have said, quite rightly, that this is not about an army of occupation. I think it important for us all to understand that that is a correct limit, and a limit that people across the Arab world want to hear.

I very much echo what my hon. Friend said about Mark Lyall Grant, but above all our thoughts-the thoughts of everyone in the House and, I am sure, everyone in our country-will be with those armed forces and their families who will be preparing, potentially, for difficult days ahead.

Mr Jeffrey M. Donaldson (Lagan Valley) (DUP): The Government and the armed forces have our full support in this matter.

The Prime Minister mentioned three criteria for determining the appropriateness of intervention, but surely there is another factor: the question of whether we have the capacity and the military assets to intervene in situations such as this. In the light of developments in the middle east in recent weeks, will the Prime Minister and his colleagues have another look at the strategic defence and security review to establish whether our country will continue to have those assets in future?

The Prime Minister: Of course I look very carefully at every decision that we make in defence, and I see it as a personal priority for me as Prime Minister. I would say to colleagues, however, that even at the end of this defence review and the end of this Parliament, we will have the fourth largest defence budget anywhere in the world. We have superbly equipped armed forces, and many of the decisions that we made in the defence review were intended to ensure that they had flexibility: the ability to deploy, the ability to act out of area, extra investment in special forces, and extra investment in transport.

I should also point out that the Typhoons that we are considering using are not in any way involved in Afghanistan. I have been given assurances by the Chief of the Defence Staff that our planning for what may be necessary in Libya does not affect the efforts that we are making in Afghanistan with our allies to bring greater security to that country.

Mr James Arbuthnot (North East Hampshire) (Con): Yet again, my right hon. Friend has shown a breathtaking degree of courage and leadership. I support what he has said and what he has done. Does he agree that, while regime change is not the aim of these resolutions, in practice there is little realistic chance of achieving their aims without regime change?

The Prime Minister: My right hon. Friend puts it extremely well. The aim is clear: to put in place what has been required by the UN Security Council, which is a cessation of hostilities. It is the protection of lives and the protection of people. It is the prevention of a bloodbath in Benghazi. It is to make sure that arms do not get to Libya, that assets are frozen and that travel bans are imposed. It is all those things. Those are the aims, and they are what we must now pursue.


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Of course, like many other leaders the world over, we have all said that Gaddafi needs to go in order for Libya to have a peaceful, successful and democratic future, and that remains the case. It is almost impossible to envisage a future for Libya that includes him. But we should be very clear, in the international alliance that we are building, that the statements in the UN Security Council resolution are our aims. Those are the things that, on behalf of the rest of the world, we are helping, with others, to deliver.

Jeremy Corbyn (Islington North) (Lab): Abuses of human rights and the oppression of civilians are not unique to Libya. They may differ in degree, but they are not unique. Is the Prime Minister now suggesting that we should develop a foreign policy that would be prepared to countenance intervention in other countries where there are attacks on civilians, such as Saudi Arabia, Yemen, Oman or Bahrain? I hope that he has thought this whole thing through, because we may well be involved in a civil war in Libya for some time to come.

The Prime Minister: I sometimes want to meet that argument with the answer that the fact that you cannot do the right thing everywhere does not mean that you should not do the right thing somewhere. A more detailed answer, however, is that what is happening in Libya is different. The situation is that of a people rising up against their leaders and wanting a more democratic future, and then us watching as, potentially, those people are destroyed by that dictator.

As I have said, I think that what we see coming together here is Britain acting with others in favour of international law and international governance and the UN and all that is right and fair and decent in our world, yet, at the same time, I believe, very much acting in our national interest, because it is not in our national interest for this man to lead a pariah state on the southern banks of Europe with all the problems that that could entail. So I hope that, not just across the world but across this country, we shall be able to build the broadest coalition for support for the action we are taking, encompassing all those who care about the UN and international law and what is good and right in our world, but who also recognise that a hard-headed assessment of British national interest means that we should not stand aside from this.

Stephen Gilbert (St Austell and Newquay) (LD): I welcome the Prime Minister's statement and last night's United Nations resolution. I think it is absolutely right for the international community to take urgent action to protect civilians in Libya. Will the Prime Minister please assure me that our intelligence assets in the region are doing all that they can to monitor the activities of, and communication between, senior regime leaders and commanders, with a view to ensuring that we can prosecute them to the fullest extent of international law?

The Prime Minister: Obviously-as the hon. Gentleman knows-we never comment on security and intelligence matters in the House. However, his point about the International Criminal Court and the need to be clear about the fact that, as I have said, international law
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should have a long arm, a long reach and a long memory and that we should gather evidence for that, is absolutely right.

Natascha Engel (North East Derbyshire) (Lab): Given the unpredictability of the outcomes in Libya and the middle east, and given that all actions have consequences, how can the Prime Minister be so sure that, as a consequence of what we are doing, a complex and dangerous situation will not simply be made worse?

The Prime Minister: The hon. Lady asks a very important question. It seems to me that we have to look at the consequences of doing nothing-the slaughter that could ensue, the oppression of these people we see so clearly on our television screens-and then ask what are the consequences of action. What is so convincing in this case is that the Arab League countries and Arab populations are, I believe, willing the international community on. I think that the opinion on the Arab street is very much that it is good that the international community is coming together and showing that it cares about our democracy and not just your security. I think that we can win that argument, but we will have to go on making it with Arab leaders and Arab populations, and making sure that we communicate with them very strongly why we are doing this and why it is the right thing.

Nicholas Soames (Mid Sussex) (Con): I join others in congratulating the Prime Minister, the Foreign Secretary and all the others who have been involved in securing this very tough resolution, and indeed the building of a broad-based coalition to deal with Gaddafi. Does the Prime Minister agree, however, that in the weeks to come it will be important for the country to know that at the same time as trying to deal with Gaddafi, the Government are also intent on forging ahead, with our European partners, in keeping the middle east peace process revitalised and going, so that we can draw the poison from the well?

The Prime Minister: My hon. Friend makes an extremely good point. A Palestinian leader once said to me, "If you really want to secure the long-term defeat of al-Qaeda, there must be a combination of more democracy and freedom across north Africa and the middle east and a solution to the Israel-Palestine problem." Those two things together will go to the heart of the problems we face in our world.

Mr David Winnick (Walsall North) (Lab): As someone who has argued all along that any military action should be based on a resolution of the United Nations Security Council, I accept that the situation today is different than it was yesterday and previously. Nevertheless, despite all that the Prime Minister has said about reservations, no ground troops and so forth, does he recognise that in the country at large there is bound to be great anxiety that we could be dragged, through escalation, into a third war in nine years? Therefore, will the Prime Minister make sure that there are daily-or at least very regular-reports to the House of Commons, so we avoid a third war?

The Prime Minister: The hon. Gentleman puts the point extremely well. I agree that there should be regular statements updating the House. We should start with a
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debate on Monday on a substantive motion, so that Members can debate that, and propose amendments if they want. We will be putting down that substantive motion later today, so that colleagues can have a look at it.

On taking the country with us, the hon. Gentleman's point about legality is vital. We have a legal basis here-the UN, the world's governing body, coming together and making that clear-and we need to explain that what we are doing is legal, proportionate and right. But I also believe that, as I said a moment ago, to take people with us we have to make the arguments both that it is wrong to stand aside as this dictator massacres his own people and it is in our interests to act, and also that it is in our national interest, because we do not want this pariah state on our borders.

The point the hon. Gentleman makes about no ground troops and no occupying force is vital. That is in the UN Security Council resolution; it is the reassurance that we can give to people that that is not part of our aims-it is not want the UN wants, it is not what the Arab League wants, it is not what Britain wants. That is clearly a limitation on our ability to act, but it is absolutely right, and I think people will be reassured by it.

Mr Christopher Chope (Christchurch) (Con): May I also commend my right hon. Friend on his decisive leadership? Why does he think Germany abstained on this resolution, and is Germany going to be interfering in preventing us from recognising the regime in Benghazi?

The Prime Minister: I thank my hon. Friend very much for his support. On the German attitude, to be fair to the German Chancellor, whom I spoke to last night, she has been consistently sceptical about this issue. I do not believe that Germany will in any way be destructive within NATO, because it recognises that the UN has voted for this resolution, on which the Germans, of course, abstained. It is for them to explain their scepticism. Of course arguments can always be made about, "If we are acting here, why not elsewhere?" But as I have said, in this instance the case for action and the world coming together is very strong.

Joan Ruddock (Lewisham, Deptford) (Lab): May I also congratulate the Prime Minister and the Foreign Secretary on the action they have taken? I hope the Prime Minister will join me in also congratulating President Obama, who by his cautious deliberations has allowed the Arab states to come to the fore, and, unlike his predecessor, has shown proper respect for the United Nations, thus giving a major boost to the rule of international law.

The Prime Minister: The right hon. Lady makes an extremely good point and is absolutely right. I had a very good conversation with President Obama last night, and I think he has shown great leadership on the UN and what is proposed in the new resolution, and on being able to bring together its various elements. The right hon. Lady is right that allowing the Arab League the space and time to come forward and make its own views clear has helped to create a sense of consensus at the UN, where we have the ability to act. But the clock is now ticking, and we now need a sense of urgency,
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because we do not want to see a bloodbath in Benghazi, and further repression and taking of innocent civilian life in Libya.

Mr Bernard Jenkin (Harwich and North Essex) (Con): I join my right hon. and hon. Friends in congratulating my right hon. Friend the Prime Minister on his brilliant success at the United Nations, which is a vindication of the credibility of British foreign policy. Can he say more about the strategic objective, which, as Lord Dannatt and others have clearly stated, must be extremely clear? My right hon. Friend is committed to regime change, but are our allies, and in particular President Obama, committed to regime change?

The Prime Minister: The answer I give my hon. Friend is that almost every leader in the free world has said Gaddafi needs to go-that his regime is illegitimate and there is no future for Libya with him in charge-but we must be clear about the aim of what we are now involved in. The aim is to put in place the UN Security Council resolution, which is about protecting people's lives and about the steps we are prepared to take to isolate the regime and give that country the chance of a better future. We must restrict ourselves to that aim in meeting this UN Security Council resolution. Obviously, we have a desire, which I and others have expressed, that Gaddafi has no future, but our aim here must be clear, and that is how we must drive this alliance forward.

Mr Tom Watson (West Bromwich East) (Lab): Now that the UN has reasserted its authority with this resolution, it is important that Gaddafi is in no doubt that there is an overwhelming military force to carry it out. In that light, how many countries does the Prime Minister wish to provide military assets, and how many of them come from the Arab League?

The Prime Minister: The hon. Gentleman makes a good point. Obviously, we want the widest alliance possible. I do not think it would be right for me to name at the Dispatch Box those countries that are considering participation, but there is a wide number. Clearly, at the heart of this are the Americans, the French and the British, but other European countries are coming forward, and there are also some in the Arab League, including a number I have spoken to, who have talked about active participation-about playing a part in this. One of the purposes of the meeting tomorrow in Paris will be to bring together the widest possible coalition of those who want to support it, and I believe, particularly as this has such strong UN backing, that it will be a very wide coalition indeed.

Bob Stewart (Beckenham) (Con): Speaking as someone who has watched well-armed Bosnian Serb units smash through civilian populations, may I ask my right hon. Friend the Prime Minister whether Security Council resolution 1973 allows us, under its provision on "all necessary measures", to avoid the arms embargo and directly arm the people who are fighting against Gaddafi in Benghazi and elsewhere?

The Prime Minister: The first point I would make to my hon. Friend is how welcome it was that Bosnia was sitting on the Security Council and able to vote in favour of this resolution-for good historical reasons.
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The resolution helps to enforce the arms embargo, and our legal understanding is that that arms embargo applies to the whole of Libya. Paragraph 4 authorises member states

"to take all necessary measures...to protect civilians and civilian populated areas under threat of attack"

in Libya, including Benghazi. That is very strong language, which allows states to take a number of military steps to protect people and harm those who are intending to damage civilians. It could not be clearer, and the legal advice is clear.

Let me make this point as well: while I think we should maintain the convention that the Government are entitled to have legal advice and to receive that legal advice privately, I also think it is right on these sorts of occasions that a summary of legal advice should be published so the House of Commons can see and debate it, and we will make sure that is done well in advance of the debate on Monday.

Mr David Lammy (Tottenham) (Lab): Given that the Gaddafi forces are advancing, what assessment has the Prime Minister made of civilian casualties and what discussions has he had on any post-conflict reconstruction, learning the lessons of Iraq?

The Prime Minister: The right hon. Gentleman makes an extremely good point. It is clear that there have been widespread civilian casualties, and I quoted some figures in my statement. It is also clear that if Gaddafi goes into Benghazi the situation could get radically worse, which is why, as I have said, the clock is ticking-the time for action is now. In terms of reconstruction and humanitarian aid, my right hon. Friend the International Development Secretary will be leading a cross-government group to make sure we do everything we can to bring all our resources to bear-we have considerable resources in this area-working with others to make sure that we get humanitarian aid to every part of that country and that we plan for the future.

Tony Baldry (Banbury) (Con): One of the factors that caused Gaddafi to abandon his programme of weapons of mass destruction in the 1990s was that he knew he was on the verge of being indicted for war crimes by the UN Special Court for Sierra Leone, so he well understands both the power and the reach of international criminal law. Will my right hon. Friend try to ensure that the International Criminal Court makes it very clear that it is not only Gaddafi who stands at risk of being indicted by the ICC, but all those around him who are most responsible for war crimes and crimes against humanity?

The Prime Minister: My hon. Friend makes an extremely good point, and we are making sure not only that Gaddafi and his immediate colleagues know they are in danger of going in front of the ICC, but that all those who choose to back the regime and carry out war crimes know that they are also in that danger. In addition, anyone who thinks of being a mercenary, of organising mercenaries or of organising arms shipments to that regime are covered in the same way. Communicating that message in all the ways that we can is vitally important work.


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John McDonnell (Hayes and Harlington) (Lab): I support the freedom struggle of the Libyan people and I am a supporter of the United Nations, but I have grave concerns about the use of force by western powers in this region, and both the short-term and long-term consequences. It therefore behoves us to ask the question: what next? In the short-term, in the interests of conflict resolution, is there to be a final offer from the United Nations to Gaddafi for peace talks? If armed conflict goes ahead, what measures are being put in place to ensure the safety of civilians? In particular, may I urge the Prime Minister that there should be no use of depleted uranium weapons, which have damaged the long-term safety of the civilians in Iraq? Given the change of regimes that has taken place in this region, given what is happening in Bahrain and given the continued oppression of the Palestinian people, may I urge him to go to the United Nations and say that now is the opportune time to re-establish a middle eastern conference that looks at the long-term security and peace of this region?

The Prime Minister: I thank the hon. Gentleman for his question. What the UN is suggesting is very clear. Paragraph 1

"Demands the immediate establishment of a cease-fire and a complete end to violence and all attacks against, and abuses of, civilians".

Paragraph 2

"Stresses the need to intensify efforts to find a solution to the crisis which responds to the legitimate demands of the Libyan people".

The point that I would make to the hon. Gentleman is this: if we make this statement and give this ultimatum, and in a way, the UN has given this ultimatum; if Gaddafi does not respond and goes on brutalising his people; and if in those circumstances we say that we are not prepared to use force to protect civilians, with all the backing of the UN, with all the backing of international law, with the Arab League behind us and with the world saying that this is right-if not then, when?

The hon. Gentleman does need to think about this, because although there should, of course, be all sorts of things holding you back before you take action, and there are all the questions you should ask, when there is this degree of international backing, and if Gaddafi will not stop the brutalising of civilians, there is a complete legitimisation of taking action to protect those civilians.

Angie Bray (Ealing Central and Acton) (Con): May I, too, congratulate the Prime Minister on his spectacularly successful leadership and the amazing turnaround that he has achieved? Will he tell the House a little more about the discussions he is having with members of the Arab League about the role that they may be able to play in supporting this resolution?

The Prime Minister: The encouraging thing is, first, that the Arab League came forward so clearly and asked for a no-fly zone. The contact I had, including on my trip to the Gulf, was that so many were so clear that Gaddafi was illegitimate and that what he was doing was wrong. There was a genuine sense of outrage at what he was doing. The key now is to try to encourage the Arab League and its members, and not just in those
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words and great sentiments: we need to encourage them to participate actively, so that the world can see that if action is necessary, there are Arab planes alongside French, British or American planes taking part in the action to protect civilians in Libya. That is extremely important and we should do everything we can to secure it.

Richard Burden (Birmingham, Northfield) (Lab): I welcome last night's UN resolution; this is not Iraq, but it is an important test of the international community's willingness to protect civilians from the immediate danger of slaughter. Given the importance of keeping the Arab world on board in this endeavour, will the Prime Minister tell the House a bit more about his objectives for tomorrow's meeting in Paris?

The Prime Minister: The first objective of tomorrow's meeting in Paris is to bring together in person those Arab leaders that President Sarkozy, President Obama and I have been speaking to in recent days so that we can discuss the importance of having the widest possible alliance to prosecute the implementation of this UN Security Council resolution. That is the most important thing. Even before then, a range of planning activity and, as I said in my statement, logistics activity needs to take place. We must quicken the contacts we have with all those Arab countries, but I hope that tomorrow we will see a visible demonstration of the world coming together to say, "This man must stop what he is doing and if he doesn't, there will be very severe consequences."

Tom Brake (Carshalton and Wallington) (LD): The Prime Minister has made a credible and convincing case for joint action to protect Libyan civilians whose lives are threatened by Gaddafi, a despot with a record of international terrorism and internal terror. However, there is a significant risk of stalemate if a no-fly zone can be established in time and Gaddafi's air force and helicopters are grounded. Can the Prime Minister say which organisations or nations have indicated that they would be willing to play a part in breaking such a stalemate if indeed it arises?

The Prime Minister: My hon. Friend makes a very good point. Of course there is a danger of stalemate, as he says. At that point there could be a role for organisations such as the African Union to try to bring this situation to a close, but as we stand today Colonel Gaddafi has not ceased his attacks on Benghazi or on people in Libya. That provides the urgency for this resolution, the action that we are preparing to take and the ultimatum that we will give. Of course, if he accedes, there could be a role for the African Union and for others.

Heidi Alexander (Lewisham East) (Lab): The Prime Minister talks about the need to think about the consequences of our action or inaction. One possible consequence is that Gaddafi is left weakened and alienated but not defeated. What consideration has been given to that scenario and, in particular, the implications for security and stability in the region and more widely?

The Prime Minister: The hon. Lady makes a very good point, and we have to consider all of these issues. The point I would make is that the reason why Gaddafi is weakened and insecure is because his people rose up
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and said that they wanted no more of him and that they wanted to have a more open and democratic future. I believe that in response to that we have been right, and others have been right, to encourage the Arab world and the north African world to move in a more democratic direction. She is absolutely right to say that from a national security perspective we have to consider all the implications of what is happening in Libya. The Home Secretary will be looking at the consequences for migration and we need to look at the consequences in terms of security policy too. The hon. Lady is entirely right in that view.

Mr Mark Field (Cities of London and Westminster) (Con): Although today's statement has understandably focused on military and diplomatic issues, a huge humanitarian crisis is already taking place, with a large number of Libyans having already fled and crossed the Mediterranean to Malta, Italy and other places. I was very encouraged by what the Prime Minister had to say about the role of the Department for International Development. Would he recognise that many of us in this House and countless millions of our constituents are equally proud of the very strong soft power that our nation is able to utilise and which we hope it will utilise in these difficult weeks and months ahead?

The Prime Minister: My hon. Friend makes an extremely good point, and I will stress again what the International Development Secretary will be doing. Obviously, he will be looking at what has been happening on Libya's borders-we have discussed that before-but he will also be looking at the issues within Libya itself. There is no doubt in my mind that in this situation soft power has had an enormous effect on giving people a sense that a better future is available to them and that they do not have to put up with the regimes that they have had to put up with for so long. Despite the fact that there may be difficult days ahead, as we grapple with implementing this UN Security Council resolution, we should lift our heads up and believe that there is a more hopeful future for this region and, therefore, for our world.

Chris Bryant (Rhondda) (Lab): I am sure that the whole House will wish the Prime Minister well as he discharges his duties in relation to Libya over the coming days, because he will face many much more complex decisions than those he has already had to take and they will affect life and death in Libya. We all want to see Gaddafi gone and we want to see everybody in Benghazi protected, but is the Prime Minister anxious about Russia's abstention? Will he make sure that cluster munitions, which are banned for British troops, will also be banned by all those others who are taking part in this, because in many cases it is the aftershock of cluster munitions that devastates the civilian population?

The Prime Minister: The hon. Gentleman makes a good point about cluster munitions. We do not use those munitions and we do not believe that others should either.

On the Russian abstention, and indeed the Chinese abstention, all I would observe is that this is, in many ways, quite a welcome step forward. We are talking here about a very tough resolution on what has happened in another country where people are being brutalised. In
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years gone by, we might have expected to see Security Council vetoes. The fact that we have not is a very positive step forward for international law, for international right, and for the future of our world.

Mr William Cash (Stone) (Con): Time, of course, remains of the essence, and those who are resisting may well need arms rapidly. Paragraph 4 of the resolution, which my right hon. Friend did not mention, says

"notwithstanding paragraph 9 of resolution 1970",

and relates to the arms embargo. Does not that provide an avenue, through a committee of sanctions of the United Nations, to allow arms to be supplied, as sub-paragraph (c) of paragraph 9 appears to suggest, to those resisting Gaddafi in Benghazi and thereabouts?

The Prime Minister: I always worry when my hon. Friend mentions the word "notwithstanding"; a small chill goes up my spine. I think I am right in saying that the resolution is clear: there is an arms embargo, and that arms embargo has to be enforced across Libya. The legal advice that others have mentioned, and that we believe some other countries were interested in, suggesting that perhaps this applied only to the regime, is not in fact correct.

Nick Smith (Blaenau Gwent) (Lab): In the next few difficult months, can we ensure, as well as we can, that we do not damage the Libyan water and energy infrastructure and thereby make things difficult for the wider Libyan population?

The Prime Minister: The hon. Gentleman is absolutely right, first, to say that in many ways the easy decisions have been made, and now there are the difficult times and the difficult decisions have to be made. I am acutely conscious of that. His point about Libyan resources is entirely right. If Gaddafi will not cease his war on his own people and if military action has to be taken, we need to make sure that that is done commensurate with international law and trying to avoid, wherever possible, collateral damage, civilian casualties, and all the other things that he says. That is absolutely vital in all that we want to do, not least in keeping the largest possible coalition of people in this country and around the world, including in the Arab world, behind what the United Nations has authorised.

Mr Peter Bone (Wellingborough) (Con): I would like to thank the Prime Minister for coming to the House so early to make this statement. He is clearly right to take very seriously the deployment of British troops. In that regard, could not the substantive motion that he has mentioned be debated later this evening or tomorrow morning, before the troops are actually deployed?

The Prime Minister: Obviously, I considered this carefully, and we discussed it at Cabinet this morning. We felt that the best approach was to give time for the tabling of a substantive motion today, which I believe has to be done by 2.30 pm. If we do that in advance, it will give anyone who wants to suggest an amendment the chance to do so, and then there can be a proper debate on Monday. Actually, I considered whether it
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would be better to hold the debate on Tuesday to give people more chance to consider what may or may not have happened over the weekend, but I think that the House will be anxious to have that debate, so I judged, and the Cabinet judged, that a debate on Monday on a substantive motion that can be amended is the right thing to do.

Mark Tami (Alyn and Deeside) (Lab): What UN resolutions say and what they are subsequently interpreted to say can be very different. What assurances can the Prime Minister give to the House that it will be different this time, particularly bearing in mind the number of abstentions we had last night?

The Prime Minister: The point I would make to the hon. Gentleman is that this resolution seems to me to be extremely clear in that it has the call for a ceasefire, it has the no-fly zone, it has all necessary measures for a no-fly zone, it has the need to protect civilians, and all the necessary measures for civilians, alongside all the other issues about travel bans, asset seizures and the rest of it. It is a very clear resolution. As I say, I am very conscious that as we go ahead, we want to take people with us. That will inevitably be a difficult path, because every action has a consequence. However, I particularly welcome the fact that the resolution says so clearly that there must not be an occupying force. I think that sends such a clear signal to the Arab world, to the Muslim world, and to people in our own country, scarred by what has happened in the past, that that will not happen again. As I have said, there are some limits on us, but I think that in this circumstance, that is absolutely right.

Mr David Nuttall (Bury North) (Con): I thank my right hon. Friend the Prime Minister for his statement. Recent history has shown that commencing military action such as this is rather like entering a maze-it is easier to get in than to get out. Given that the Libyan rebels will always be at risk for as long as Colonel Gaddafi is still in power, will not our involvement therefore have to continue while his regime remains in place?

The Prime Minister: My hon. Friend makes an extremely good point. Of course, there is always a case that goes something like, "Don't start down this path because it might involve you taking so many difficult steps to achieve it." It seems to me that the stronger argument is that it is better to act than to stand back and do nothing, and witness the slaughter of civilians, when that is so clearly not in our national interest. It is better to act than to remain passive. We have set limits on what we are able to do, because we cannot have an occupying force. I believe that what we are doing can help to protect civilians and can, over time, help to bring about a better future for Libya.

Barry Gardiner (Brent North) (Lab): I welcome the UN resolution, but I oppose Britain's military involvement in implementing it. The UN resolution is not to secure a no-fly zone for humanitarian protection, but an extraordinary authorisation of regime change. Unless the Prime Minister believes that Libya's Arab and African neighbours lack the capacity or the compassion for their Libyan brothers and sisters to act independently, why does he insist on putting British military personnel at risk?

18 Mar 2011 : Column 629

The Prime Minister: Obviously I respect the hon. Gentleman's view, but it seems to me that if we will the end, we should also will the means to that end. We should never overestimate Britain's size or capabilities, but neither should we underestimate them. We have one of the finest armed services in the world. We are one of the world's leading military powers, and we also have huge strength in diplomacy, soft power and development. We should not play a disproportionate part, but I think that we should play a proportionate part alongside allies such as France, America and the Arab world. To say that we should pass such a resolution but then just stand back and hope that someone, somewhere in the Arab world will bring it about is profoundly wrong.

Mr David Burrowes (Enfield, Southgate) (Con): I too commend the Prime Minister's statement, and his courage and leadership. The Prime Minister will be aware of the significant position of Cyprus in the region, not least because of its sovereign bases. Does he anticipate the use of those bases in the implementation of the no-fly zone, and has that been agreed with the Government of Cyprus?

The Prime Minister: I do not want to go into too much detail about deployments. However, perhaps I could use this opportunity to make the point to those who have expressed concern about aircraft carriers that if we undergo operations in the southern Mediterranean to provide a no-fly zone and to carry out all necessary measures, the fact that there are so many friendly countries and members of NATO, such as France and Italy, means that there are plenty of opportunities for the basing of aircraft to ensure that we can deliver the effect that is needed.

David Simpson (Upper Bann) (DUP): I join colleagues in congratulating the Prime Minister and the Foreign Secretary on their success. I think that this is a tremendous outcome. Of course, those of us in Northern Ireland will shed no tears over Mr Gaddafi, especially given his role over the years in supplying weapons to butcher British citizens on the streets of Northern Ireland. Is the Prime Minister in a position to give us an update, as was mentioned earlier in the debate, on whether the Red Cross will be active on the ground?

The Prime Minister: First, the hon. Gentleman is absolutely right that people in Northern Ireland have every right to remember the hurt and pain that they were caused by Gaddafi's funding of the IRA-a wrong that has still not been properly righted. On the issue of the Red Cross, I will ask the International Development Secretary to contact the hon. Gentleman separately to make clear the position.

Dr Thérèse Coffey (Suffolk Coastal) (Con): I too congratulate the Prime Minister. Just yesterday, I voiced my concern that inertia could lead to our generation's Rwanda. I am glad that he, along with others, has secured agreement to this resolution. I am sure that that was helped by the chilling words that Colonel Gaddafi issued in his radio interview. He has also mentioned attacks on civil aircraft. Has the Security Council been able to assess that threat? Is it just the empty hot air of a tyrant who knows that his days in power are numbered?


18 Mar 2011 : Column 630

The Prime Minister: The hon. Lady is right to draw the House's attention to what Gaddafi has said. He has said chilling words about what he plans to do to his own country and people, and he must be stopped. I too heard the reported remarks about civilian aircraft. Be in no doubt that, even aside from a UN Security Council resolution, every country has the right under international law to self-defence-a right that could be exercised in full.

Sir Gerald Kaufman (Manchester, Gorton) (Lab): Will the right hon. Gentleman agree that the merit of the operation to liberate Kuwait in 1991 was that it was finite and established order, and that the disaster of the war in Iraq in 2003 was that after it was won, efforts were made by outsiders to install a Government, which resulted in chaos and terrorism? Will he assure the House that those lessons have been learned?

The Prime Minister: I absolutely give the right hon. Gentleman that assurance. It seems to me that we have to learn both the lessons of Iraq, by proceeding with the maximum Arab support and being very clear that there will be no army of occupation, and the lessons of Bosnia and not stand aside and witness a slaughter. It falls to Cabinets and Governments at this time, though, to recognise that no two situations are exactly alike. This is not Iraq; it is not Bosnia; it is not Lebanon; it is unique and different. We have to respond to it and use the right judgment to try to get our response correct. That is what this Government are determined to do, and as I have said, we are determined to take as many people with us as possible.

Nick Boles (Grantham and Stamford) (Con): May I thank the Prime Minister for his singular service over the past few weeks? Will he join me in paying tribute to those who will render an even greater service-the young men and women on whose skills, training and courage we will rely, as we have so often in our past?

The Prime Minister: My hon. Friend is absolutely right to make that point. It is not the people who make the decisions who have the difficult choices and the difficult path ahead; it is those who have to carry out those decisions. We should be incredibly proud of our armed forces, of their professionalism, courage and dedication and of their ability to take on a task such as this and pursue it with such vigour. It is inspiring to see it happen. We should never take them for granted or ask them to do tasks that they cannot complete, but I have full confidence that they will perform magnificently, as they always do.

Mr Sam Gyimah (East Surrey) (Con): May I add my voice to those of many other Members in congratulating the Prime Minister on what he has achieved, especially in the context of a coalition Government?

Can the Prime Minister give the House a sense of how long he expects the military engagement that we are about to embark on to last?

The Prime Minister: My hon. Friend refers to the coalition Government, and let me put on record what strong support I and the Foreign Secretary have had from Members from right across the coalition and right across the House of Commons. Ministers from both parties have been involved in the lobbying effort with other countries, and they have done an extremely good job.


18 Mar 2011 : Column 631

I do not want to go into too much detail about what could happen if Gaddafi does not do what is set out in the UN Security Council resolution, but as I have said, it is important that action would follow relatively rapidly. Obviously we want to do what is necessary to ensure that the terms of it are met.

Stephen Phillips (Sleaford and North Hykeham) (Con): May I echo the congratulations from throughout the House to my right hon. Friends for the courage that they have demonstrated during the past week?

One difficulty that the last Administration had in relation to the war in Iraq was a general belief in the country that the war was not legal. I therefore welcome my right hon. Friend's assurances that the legal advice will be published in summary. In order that there can be confidence across the country in the legality of the action that the Government are taking, that advice needs to be as full as possible. It also needs to deal with the point raised by my hon. Friend the Member for Beckenham (Bob Stewart). Can my right hon. Friend assure me that that will be the case, and that we will see the advice as soon as possible?

The Prime Minister: I can promise my hon. and learned Friend that he will see a summary position of the advice before the debate on Monday. I would say that, although I am never one to denigrate lawyers and their important work in any way, if he wants to see the legal basis, it is all there in the UN Security Council resolution. It is the strongest possible statement. I am glad to see the Attorney-General sitting next to me while I make those kind remarks about lawyers. I would very much recommend reading the resolution to see how strong the legal basis is.

Sajid Javid (Bromsgrove) (Con): May I thank the Prime Minister and the Foreign Secretary for showing world leadership in an hour of need? The biggest risk to our national security would have been to do nothing at all. We cannot risk the emergence of another failed state at our southern tip exporting terror and human misery. Now that the UN has agreed on action, will the Prime Minister ensure that the action is swift, powerful and precise, and will he involve the broadest coalition possible, especially our Arab allies?

The Prime Minister: We should do everything that is necessary to bring about the UN Security Council resolution's conclusions. That is what our aim should be and is what should guide us, and everything we do should be proportionate to that. I say to my hon. Friend that yes, we have made a choice, and it is a choice to play our part in joint international action to enforce international law, to uphold the will of the UN Security Council and to respond to the calls from Arab countries and the Arab League, and also to do the right thing for the people of Libya, who want greater freedoms, and above all, I think, for the UK's national interest as well.

Mr Philip Hollobone (Kettering) (Con): One of the difficult things about no-fly zones is setting them up in the first place by taking out the air defence assets of the country involved, especially if they are deployed in
18 Mar 2011 : Column 632
areas of civilian population. What lessons have been learned from experience in Iraq and Bosnia about how best to do that?

The Prime Minister: My hon. Friend makes an important point. Our military have been involved in several no-fly zones over many years, and considerable lessons have therefore been learned. I do not pretend for one minute that it is easy. Indeed, I have never said that a no-fly zone is either easy to establish or the whole answer to bringing the appalling conflict by Gaddafi against his people to an end. However, it is one element of what is necessary to turn the pressure up further, and say that what we are seeing is simply not right.

Mark Reckless (Rochester and Strood) (Con): The Prime Minister has informed the House that we are preparing to deploy Tornadoes and Typhoons to relevant air bases. Would it assist if HMS Ark Royal was also deployed in the Mediterranean with a Harrier strike force? Will he bolster our position by reconsidering the decision to decommission those forces before it is too late?

The Prime Minister: It is not necessary, to carry out the operations that we are considering, to have an aircraft carrier. Indeed, other counties have not moved aircraft carriers to the area and the reason is in an answer I gave earlier. In that part of the world in particular, several bases are available to provide the basing to carry out the required operations. It is extremely important to bear that in mind.

Rehman Chishti (Gillingham and Rainham) (Con): I congratulate the Prime Minister on obtaining the international, legal humanitarian intervention in Libya. May I ask him to clarify the position? Will we join France in recognising the rebels as the alternative Government?

The Prime Minister: My hon. Friend asks a good question. As he knows, in this country, we recognise countries rather than Governments. What matters is making contact and having communications with the transitional authorities, and speaking to and building a relationship with them. That is the right way to proceed.

Greg Hands (Chelsea and Fulham) (Con): May I, too, congratulate the Prime Minister and the Foreign Secretary on leading international opinion on the matter? I also welcome my right hon. Friend's comments that we do not intervene unless in exceptional circumstances. That is an excellent contrast with the position on Iraq in 2003. This time, we have a positive legal opinion from the Attorney-General and the whole thing has been properly signed off by the United Nations.

The Prime Minister: I just wanted to ensure in the Cabinet meeting this morning that members could read the UN Security Council resolution, the Attorney-General's legal advice and a draft of my statement. There will be difficult days ahead-these things never go entirely according to plan. There are always problems down the road. It is therefore important that the Cabinet makes a decision, drives it through and does what is necessary to achieve the goal that the whole House supports: the enforcement of the UN Security Council resolution, which will make our world a safer place.


Avertissement : version provisoire réalisée à 00:46

Première séance du mardi 22 mars 2011

Présidence de M. Bernard Accoyer

M. le président. La séance est ouverte.

(La séance est ouverte à quinze heures.)

Déclaration du Gouvernement sur l’intervention des forces armées en Libye et débat sur cette déclaration

Application de l’article 35, alinéa 2, de la Constitution

M. le président. L’ordre du jour appelle, en application de l’article 35, alinéa 2, de la Constitution, une déclaration du Gouvernement sur l’intervention des forces armées en Libye pour la mise en œuvre de la résolution 1973 du Conseil de sécurité de l’ONU, et le débat sur cette déclaration.

La parole est à M. le Premier ministre.

M. François Fillon, Premier ministre. Monsieur le président, mesdames et messieurs les députés, samedi 19 mars, en début d’après-midi, les forces aériennes françaises sont entrées en action au-dessus de la Libye. Conformément à l’article 35, alinéa 2 de notre Constitution, j’ai l’honneur d’informer l’Assemblée nationale des raisons et des conditions de notre engagement.

M. Roland Muzeau. Mieux vaut tard que jamais !

M. François Fillon, Premier ministre. Depuis le début de cette année 2011, le vent de la démocratie et de la liberté souffle sur le monde arabe. Le peuple tunisien, puis le peuple égyptien ont renvoyé leurs dirigeants et aboli les régimes autoritaires en place depuis la décolonisation.

M. Jean-Pierre Brard. Ce n’est pas grâce à vous !

M. François Fillon, Premier ministre. La Libye est entrée dans le même processus. Nous avons tous espéré que l’issue en serait rapide et heureuse.

Malheureusement, le régime de Kadhafi a décidé de noyer dans le sang la révolte qui le menaçait. En deux semaines, les espoirs du peuple libyen se sont transformés en cauchemar. Jeudi dernier, Benghazi, dernier refuge de la liberté en Libye, semblait condamnée à tomber entre les mains des troupes fidèles à Kadhafi. La révolution semblait vivre ses dernières heures.

Deux jours plus tard, à Benghazi, l’espoir renaissait. On brandissait des drapeaux français, on brandissait les drapeaux d’une autre Libye portée par ses rêves de démocratie et de modernité.

Que s’est-il passé ?

Kadhafi pariait sur l’impuissance de la communauté internationale. Et il s’en est fallu de peu, en effet, pour que les incantations succèdent aux incantations, les avertissements aux avertissements, sans d’autres conséquences que des discours offusqués.

La France a refusé cette fatalité. Le Président de la République a choisi d’agir. Il a su, avec Alain Juppé, dont je tiens à saluer la détermination (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC), convaincre le Conseil de sécurité des Nations unies de refuser l’inacceptable.

Samedi, à l’initiative de la France, un sommet de soutien au peuple libyen s’est tenu à Paris pour assurer la mise en œuvre sans délai de la résolution 1973.

Mesdames et messieurs les députés, l’usage de la force dans un conflit interne à un pays arabe dont les structures tribales sont encore prégnantes est une décision lourde. Certains s’interrogent sur ses chances de succès. Le risque existe toujours. Mais les hésitations et les doutes ne seraient-ils pas plus profonds et plus dévastateurs sur le plan moral et politique si nous n’avions rien fait ? Ne seraient-ils pas empreints d’une immense culpabilité si, par prudence et par faiblesse, nous avions assisté, les bras croisés, à la répression d’un peuple désarmé ? (Applaudissements sur plusieurs bancs des groupes UMP et NC.)

M. Jean-Pierre Brard. Comme en Tchétchénie ?

M. François Fillon, Premier ministre. Le Président de la République, fidèle aux valeurs qui fondent notre nation, s’est refusé à une telle indignité. Avec le soutien déterminant du Royaume-Uni, il a su faire appel au courage de la communauté internationale et imposer au régime de Kadhafi une épreuve de force.

Pourquoi la France s’est-elle ainsi mobilisée ? Parce que la répression du peuple libyen se nouait sous nos yeux. Parce que cette répression ne doit pas sonner la fin d’une espérance qui transcende les frontières.

Toute la région est en effet parcourue par une puissante onde de choc démocratique, dont la portée peut se révéler historique. Même s’ils ont chacun leurs spécificités, ces mouvements révèlent la force des idéaux universels, ces idéaux humanistes trop souvent moqués, trop souvent accusés d’être le privilège de nos vieilles démocraties.

Eh bien non, ces idéaux sont présents dans les cœurs de tous les peuples et ils peuvent se dresser et changer l’histoire ! (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

Le mur de la peur est tombé ! Et en tombant, il démontre qu’il n’y a pas de fatalité, pour les populations de cette région, à être enfermées dans un choix binaire entre pouvoir autoritaire et régime islamiste.

Bien sûr, le chemin vers la démocratie sera sans doute long et difficile et ses conséquences sur la stabilité de la région sont encore incertaines.

Mais ce mouvement représente, pour les peuples concernés, un formidable espoir de pouvoir vivre libres et dignes. Formidable espoir pour nous aussi, car ces mouvements sont porteurs d’une nouvelle relation entre l’Occident et l’Orient. Entre les rives nord et sud de la Méditerranée, c’est bien une nouvelle donne politique, économique et culturelle qui peut se dessiner. Notre responsabilité est d’accompagner ce « printemps des peuples arabes » et de tout faire pour qu’il réussisse.

Ne pas intervenir en Libye, c’était donner un blanc-seing à Kadhafi et à ses séides. C’était signifier à tous ceux qui ont soif de démocratie et de respect des droits de l’homme que les changements en Tunisie et en Égypte n’étaient finalement qu’un feu de paille. Ne pas intervenir, c’était constater que le mur de l’oppression reste plus fort que le souffle de la liberté.

Nous ne pouvions pas accepter ce scénario.

L’usage de la force, mesdames et messieurs les députés, ne s’est pas imposé du jour au lendemain. Il est le résultat d’une longue série d’actions diplomatiques destinées à enrayer la violence. Il est le résultat d’une dérive meurtrière que rien ne semblait pouvoir arrêter.

Dès le début de la crise en Libye, la France a pris l’initiative d’exiger des sanctions contre le régime libyen aux Nations unies comme au sein de l’Union européenne ; d’impliquer la Cour pénale internationale qui, pour la première fois, a été saisie dès le début d’une crise à l’unanimité du Conseil de sécurité, pour des actes pouvant relever du crime contre l’humanité ; d’acheminer une aide humanitaire massive à l’hôpital de Benghazi et à la frontière tuniso-libyenne ; d’aider au retour des milliers de réfugiés fuyant les combats avec un pont aérien entre la Tunisie et leur patrie d’origine.

La France s’est battue sans relâche pour convaincre, dans toutes les enceintes internationales comme avec tous ses partenaires occidentaux, arabes et africains : au Conseil de sécurité des Nations unies, qui a adopté une première résolution, dès le 26 février ; lors du Conseil européen du 11 mars sous l’impulsion de Nicolas Sarkozy et David Cameron ; lors de la réunion des ministres des affaires étrangères du G8 à Paris, les 14 et 15 mars.

Parallèlement, d’autres organisations régionales se sont aussi mobilisées.

L’Union africaine a souligné la légitimité des aspirations du peuple libyen à la démocratie et à la justice.

Le 12 mars, et c’est là un des tournants de la gestion de cette crise, le Conseil des ministres de la Ligue des États arabes lançait un appel au Conseil de sécurité afin qu’il impose immédiatement une zone d’exclusion aérienne et qu’il assure la protection des populations civiles.

Le Secrétaire général de l’Organisation de la Conférence islamique a lui-même condamné les violations graves des droits de l’homme et du droit international en Libye.

Tous ces appels pressants de la communauté internationale, tous ces avertissements, toutes ces sanctions, n’ont malheureusement pas infléchi la froide détermination du régime libyen. Dès lors, l’emploi de la force devenait la seule solution.

Vis-à-vis des États qui, il y a quelques jours encore, hésitaient sur la nécessité d’une intervention en Libye, nous avons toujours été clairs.

Clairs en rappelant que le temps et l’inaction jouaient en faveur du régime libyen.

Clairs en précisant que toute intervention en Libye devait avoir pour objectif de protéger les populations civiles.

Clairs en conditionnant toute intervention à quatre préalables :

Un besoin avéré sur le terrain. Qui ne le constate ?

Un appui des pays de la région. L’appel de la Ligue arabe nous l’apporte.

Une base juridique solide. Nous l’avons avec l’adoption de la résolution 1973 du Conseil de sécurité, en faveur de laquelle le Président de la République avait lancé un appel solennel la veille du vote et Alain Juppé joué un rôle clé en se rendant à New York pour la défendre. (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP.)

M. Jean-Pierre Brard. Vous oubliez BHL !

M. François Fillon, Premier ministre. Enfin, une action collective. Elle s’est concrétisée samedi après-midi, à Paris, avec la présence de vingt-deux dirigeants de pays européens, nord-américains, arabes et d’organisations internationales et régionales, qui ont réaffirmé leur détermination à agir sur la base de la résolution 1973.

Mesdames et messieurs les députés, cette résolution donne aux États souhaitant intervenir dans la crise libyenne une autorisation de recours à la force.

Nous ne conduisons pas une guerre contre la Libye, mais une opération de protection des populations civiles, une opération de recours légitime à la force, placée sous le chapitre VII de la Charte des Nations unies.

Nos objectifs sont précis et, je veux le dire solennellement ici devant vous, strictement conformes aux paragraphes 4 et 6 de la résolution 1973.

M. Roland Muzeau. Malheureusement, ce n’est pas si clair !

M. François Fillon, Premier ministre. Il s’agit de protéger la population libyenne tout en excluant explicitement l’envoi d’une force d’occupation au sol. Il s’agit de mettre en place une zone d’interdiction aérienne. Il s’agit de mettre en œuvre l’embargo sur les armes. Il s’agit enfin de compléter le régime de sanctions déjà prévu par la résolution 1970.

Le message de la communauté internationale est sans ambiguïté : c’est l’arrêt immédiat des violences ; c’est le retrait des armées libyennes de toutes les zones où elles sont entrées par la force et leur retour dans leurs casernes ; c’est le plein accès de l’assistance humanitaire.

En privant le régime de Kadhafi de sa supériorité militaire, nous voulons offrir au peuple libyen la possibilité de reprendre courage, de définir une stratégie politique et de décider de son avenir. En effet, mesdames et messieurs les députés, il ne nous appartient pas de nous substituer à lui. Même si nous appelons au départ de Kadhafi, c’est au peuple libyen et à lui seul qu’il revient de décider de son destin et de ses futurs dirigeants. (« Très bien ! » sur les bancs du groupe UMP.)

C’est dans ce contexte que la France tient à rendre hommage à l’action du Conseil national de transition libyen, que nous avons reconnu comme notre interlocuteur politique…

M. Jean-Pierre Brard. Vous êtes les seuls !

M. François Fillon, Premier ministre. …et avec lequel nous sommes en relation constante ; c’est dans ce contexte que les forces militaires françaises sont engagées.

Dès le 4 mars, l’armée de l’air française avait débuté des missions de reconnaissance pour évaluer les capacités de défense aérienne libyennes et surveiller la progression des forces de Kadhafi. Parallèlement, depuis cette date, nos armées se sont préparées à intervenir.

Samedi 19 mars, à l’issue du sommet de Paris, le Président de la République a décidé de lancer les premières missions. Une vingtaine d’avions de combat de l’armée de l’air, des avions ravitailleurs, des avions de surveillance radar et de guerre électronique ont alors mené une opération au-dessus de la région de Benghazi, à la fois pour stopper l’avance des forces du colonel Kadhafi et pour commencer à mettre en place la zone d’exclusion aérienne.

À 17 h 45, nos avions détruisaient plusieurs véhicules blindés et brisaient net la progression d’une colonne vers Benghazi. Quelques heures plus tard, dans la nuit du 19 au 20 mars, les forces américaines et britanniques sont entrées en action avec des missiles de croisière et des bombardiers. Ils ont visé des moyens de défense aérienne, des radars, des missiles antiaériens et des avions dont la destruction est nécessaire à la mise en place de la zone d’exclusion aérienne.

Les opérations aériennes françaises se sont ensuite poursuivies en coordination avec celles menées par les autres pays de la coalition. Américains, Belges, Britanniques, Canadiens, Danois et Italiens se sont déjà engagés.

M. Roland Muzeau. Beaucoup à reculons !

M. François Fillon, Premier ministre. Des pays comme le Qatar et les Pays-Bas vont eux aussi contribuer prochainement aux opérations.

La France engage quotidiennement plus d’une vingtaine d’avions de combat, dont les missions sont planifiées en concertation avec nos alliés. Depuis ce matin, le groupe aéronaval est opérationnel au large des côtes libyennes. Les Rafale, les Super Étendard et les avions radars de la marine seront donc désormais engagés depuis le porte-avions Charles de Gaulle.

La zone d’exclusion aérienne est en place. Comme le prévoit la résolution 1973, l’action de nos forces aériennes a bien pour objectif la cessation totale des violences et de toutes attaques et exactions contre la population civile libyenne.

J’en veux pour preuve le fait que, dimanche, nos avions de combat, n’ayant détecté aucun moyen libyen s’attaquant aux populations civiles, n’ont pas fait usage de leur armement.

L’ouverture du feu est strictement encadrée par un ensemble de règles d’engagement définies par le commandement français.

Ces règles peuvent évoluer en fonction des différentes phases de l’opération. Pour les missions de défense aérienne liées à la zone d’exclusion, les délais de réaction sont évidemment très courts et les règles d’engagement donnent donc l’initiative aux pilotes.

S’agissant des frappes au sol, dans cette phase de l’opération, l’autorisation d’ouverture du feu est donnée aux pilotes en vol par les autorités militaires basées à Paris, en fonction de la nature des objectifs, de leur conformité avec les principes de la résolution des Nations unies et des risques éventuels de pertes civiles.

Nous appliquons donc toute la résolution et rien que la résolution 1973 ; et je rappelle que les actions visant à la mettre en œuvre sont notifiées au préalable aux secrétaires généraux des Nations unies et de la Ligue des États arabes.

C’est, mesdames et messieurs les députés, le plein respect de cette résolution par le régime de Kadhafi qui conditionnera la suspension des opérations militaires. C’est le message qui a été adressé par le Sommet de Paris au colonel Kadhafi.

En cet instant, au nom du Gouvernement et du Parlement, je veux saluer avec vous le dévouement, le professionnalisme et le courage de nos soldats qui participent aux opérations. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP, NC et SRC, ainsi que sur quelques bancs du groupe GDR.) Leur mandat est légitime et leur mission est noble.

Chacun de nous mesure que l’engagement international de notre pays peut avoir des répercussions internes. Des menaces ont été proférées ; il est de notre devoir de les prendre en compte. Nos services de renseignement sont mobilisés pour évaluer les moyens dont disposeraient ceux qui auraient le projet de s’en prendre aux intérêts de la France. Notre posture est déjà très élevée, puisque le niveau Vigipirate est actuellement rouge, c’est-à-dire à l’avant-dernier niveau prévu par le plan gouvernemental. Elle se traduit par la présence de forces de l’ordre, renforcées par des militaires, dans les lieux publics, les gares et les aéroports, selon des consignes qui sont réévaluées en permanence.

Le risque ne justifie pas de franchir aujourd’hui une étape supplémentaire, mais je veux dire que notre dispositif sera adapté en temps réel, en fonction de l’analyse de la menace.

Mesdames et messieurs les députés, de Tunis au Caire, du Caire à Tripoli, nous pressentons qu’une part de l’avenir du monde méditerranéen est en train de se jouer. La France aspire à un espace méditerranéen pacifique, solidaire, tourné vers le progrès.

Avec l’Union européenne, nous avons proposé un partenariat pour la démocratie et une prospérité partagée. Ce partenariat marque notre soutien à tous les pays engagés dans les processus de réforme et il sera accompagné de moyens financiers substantiels grâce à l’augmentation des capacités d’intervention de la Banque européenne d’investissement.

C’est dans cet esprit que nous appuyons les processus de transition engagés en Égypte et en Tunisie, avec l’objectif d’octroyer à celle-ci, dès cette année, un statut avancé dans ses relations avec l’Union européenne.

C’est aussi dans cet esprit que nous avons salué le discours réformateur du roi du Maroc (Murmures sur les bancs des groupes SRC et GDR) et que nous disons à tous les dirigeants de la région d’écouter les aspirations à la démocratie et à la justice exprimées par leur peuple et d’y répondre de façon pacifique et par le dialogue. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

M. Roland Muzeau. Jusqu’au Sahara occidental ?

M. François Fillon, Premier ministre. La France souhaite que s’ouvre demain en Méditerranée une nouvelle ère, débarrassée des vieilles scories coloniales et des postures dépassées, une nouvelle ère fondée sur les notions de respect et de dignité, qui verrait la peur et le rejet de l’autre laisser la place au partage de valeurs communes.

Cette aspiration concerne aussi le conflit israélo-palestinien, qui ne doit pas être le grand oublié de la transition politique arabe en cours. En Palestine, en Israël, la colonisation et la violence aveugle continuent d’engendrer des souffrances. Le processus de paix doit être relancé sans tarder.

La France a proposé d’accueillir en juin prochain une nouvelle conférence des donateurs en faveur de la Palestine. Dans le contexte actuel, cette conférence n’a de sens que si elle a une forte dimension politique.

Au moment où le monde arabe s’éveille à la démocratie, 2011 doit être aussi l’année de la création d’un État palestinien vivant en paix et en sécurité aux côtés d’Israël dans des frontières sûres et internationalement reconnues. (Applaudissements sur tous les bancs.)

À l’heure où la France s’engage militairement ; à l’heure où nos militaires assument avec courage leur mission, je sais, mesdames, messieurs les députés, que je peux compter sur votre sens de l’unité nationale.

À Benghazi, le drapeau tricolore a été levé et ce geste nous place devant nos devoirs. Parmi vous, je sais que les représentants de la nation sont soucieux de défendre une certaine idée de la France et de la liberté.

Aujourd’hui, il n’y a ni droite ni gauche ; il n’y a que la République, qui s’engage avec cœur, avec courage, mais aussi avec lucidité et gravité. (Applaudissements prolongés sur les bancs des groupes UMP et NC, ainsi que sur plusieurs bancs du groupe SRC.)

M. le président. Pour le groupe socialiste, radical, citoyen et divers gauche, la parole est à M. Jean-Marc Ayrault.

M. Jean-Marc Ayrault. Monsieur le président, monsieur le Premier ministre, monsieur le ministre des affaires étrangères, monsieur le ministre de la défense, mes chers collègues, depuis le 25 février, les socialistes, par la voix de Martine Aubry, ont exhorté la communauté internationale à l’instauration d’une zone d’exclusion aérienne.

Trois longues semaines se sont écoulées avant l’adoption de la résolution 1973 de l’ONU. À l’époque, les opposants au régime du colonel Kadhafi étaient aux portes de Tripoli. C’est à Benghazi, dimanche, qu’il a fallu stopper la contre-offensive. Il s’en est fallu de peu qu’il ne soit trop tard.

De la place où je vous parle, je n’ai jamais été indulgent avec votre gouvernement. Il y a quelques semaines encore, j’ai contesté fermement, avec mes amis du groupe socialiste, radical et citoyen, la position ambiguë du Président de la République. Nous avons déploré les silences, les complaisances et les contresens de Mme Alliot-Marie alors que le monde arabe était – et est encore – à un tournant de son histoire. Nous avons suffisamment dénoncé la perte de crédibilité de la France au démarrage des révolutions arabes pour ne pas saluer son engagement aux côtés du peuple libyen et son action décisive pour obtenir un mandat de l’ONU. (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC.)

Certains relèveront que cette implication est destinée à faire oublier vos accointances passées avec Kadhafi. D’autres souligneront que des arrière-pensées nationales surplombent la communication élyséenne. (Murmures sur les bancs du groupe UMP.) Sûrement, mais l’essentiel aujourd’hui n’est pas là.

L’essentiel, c’est de comprendre que la victoire de Kadhafi sur les forces révolutionnaires n’aurait pas seulement signifié une tragédie pour le peuple libyen ; elle aurait été un signal désastreux, un chèque en blanc pour les tyrans disposés à immoler leur peuple afin de maintenir leur règne, un crédit pour ceux qui seraient tentés de ne pas concrétiser l’espoir de démocratisation dans les sociétés libérées. (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC.)

Nous approuvons donc une opération que nous avons souhaitée, dans le cadre que nous voulions – celui des Nations unies – et nous nous félicitons des premiers résultats obtenus. (« Enfin ! » sur les bancs du groupe UMP.)

Nous saluons l’engagement de nos militaires partis défendre la liberté et éviter un massacre, que nous savions imminent, de populations innocentes.

Cette intervention s’inscrit dans un cadre strict que nous souhaitons rappeler et qui lui donne sa légitimité.

Nous ne sommes pas en guerre contre la Libye. Nous œuvrons, à la demande de son peuple, à la protection des populations civiles.

Nous ne sommes pas à l’offensive, nous défendons un peuple contre un dictateur halluciné dont les fièvres sont criminelles.

Nous ne sommes pas des libérateurs. Nous n’avons pas mandat pour intervenir au sol. Une opération aérienne n’a jamais permis de gagner une guerre ni de se débarrasser d’un dictateur. C’est aux Libyens eux-mêmes qu’il appartient d’œuvrer à leur libération et à leur victoire. (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC.)

Nous ne sommes pas non plus les nouveaux croisés.

Nous nous refusons, aujourd’hui comme hier, à tout combat de civilisation. Nous agissons sous mandat de l’Organisation des Nations unies et en étroite concertation avec la Ligue arabe et l’Union Africaine. Nous condamnons avec force les propos irresponsables de M. Guéant, votre ministre de l’intérieur (Applaudissements sur les bancs des groupes SRC et GDR. – Exclamations sur les bancs du groupe UMP) ; qui, hier, a cru devoir se féliciter de voir le Président de la République prendre, je le cite, « la tête de la croisade ». (Huées sur les bancs du groupe UMP.)

M. Jean Glavany. Propos irresponsables !

M. Jean-Marc Ayrault. Non, mesdames et messieurs les députés, nous ne sommes pas l’occident chrétien contre l’islam. (Exclamations sur les bancs du groupe UMP.) Nous combattons au nom de droits universels.

Le monde d’aujourd’hui ne veut plus fonctionner, comme au XXe siècle, sur la diplomatie de la canonnière, c’est-à-dire l’usage de la force justifié par « le fardeau de l’homme blanc », une « mission civilisatrice » ou une « destinée manifeste », ou sous sa version euphémisée du « droit d’ingérence ». (Plusieurs députés du groupe UMP se lèvent et quittent l’hémicycle, sous les huées du groupe SRC.)

M. le président. Mes chers collègues, je vous en prie.

Poursuivez, monsieur Ayrault.

M. Jean-Marc Ayrault.Merci, monsieur le président.

La ligne adoptée à l’ONU doit être notre seul cap. Les conditions de l’adoption de la résolution 1973 nous invitent elle-mêmes à la prudence. Vous devriez vous en inspirer, mes chers collègues.

M. Yves Nicolin. Vous êtes un polémiste !

M. Dominique Dord. Et l’heure n’est pas à la polémique !

M. Jean-Marc Ayrault. Les conditions de l’équilibre diplomatique sont précaires, le ministre des affaires étrangères le sait bien. Dix pays ont voté la résolution, aucun n’a voté contre, notamment la Chine et la Russie qui disposent d’un droit de veto, mais cinq se sont abstenus.

Cette résolution, vous le savez tous, n’est pas un blanc-seing. Elle repose sur une recherche de solution collective, même si les moyens mis en œuvre sont essentiellement ceux de la France, des États-Unis et du Royaume-Uni. Cette collégialité doit être respectée. Déjà, le Secrétaire général de la Ligue arabe, l’Union africaine, le Brésil, la Turquie, la Chine et la Russie ont émis des réserves sur la nature des opérations engagées. Et nous ne sommes pas non plus à l’abri d’un retournement des opinions arabes.

M. le ministre des affaires étrangères a annoncé hier à Bruxelles que l’OTAN était prête à « soutenir » l’intervention dans quelques jours. Ce soutien ne peut et ne doit en aucune façon se substituer au rôle joué par la coalition. Comment serait comprise une intervention alliée dont se retireraient les pays arabes qui y participent actuellement ? Le choix opéré par Nicolas Sarkozy d’un retour de la France dans le commandement intégré de l’OTAN ne doit pas affaiblir notre position. Aucun argument ne doit être donné aux partisans du colonel Kadhafi. Rien ne doit lui permettre de reprendre appui sur la rue arabe. L’affaiblissement du colonel Kadhafi tient tout autant à la mise en œuvre d’une zone d’exclusion aérienne qu’à notre capacité à l’isoler sur le plan politique et diplomatique. (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC.) Or, jusqu’ici, rien n’a laissé présager une solution politique.

L’effondrement rapide du régime repose sur une prise de conscience de l’entourage du clan Kadhafi. L’impasse politique, diplomatique, financière, militaire, atteindra peut-être la raison d’un premier cercle que l’on veut croire lucide sur la folie de son leader, mais qui est jusqu’ici demeuré servile. Il est, en certaines circonstances, des trahisons qui honorent.

Mais nous ne devons pas sous-estimer une autre hypothèse, celle d’une forme d’enlisement du conflit. Nous ne connaissons pas les capacités militaires de forces insurgées inexpérimentées, même si nous en percevons la détermination. Le tyran libyen a une connaissance claire de ses adversaires sur le terrain, comme de nos propres contraintes. Il n’aura aucun scrupule à utiliser la foule, les populations civiles comme bouclier de son propre cynisme. Il n’est pas pressé. Sauf retournement de son propre camp, la durée ne lui fait pas peur.

Il sait que les opinions occidentales sont traumatisées par les conflits qui s’enlisent. Il anticipe que le temps lui fournira les images qui altéreront la légitimité de notre intervention dans les opinions arabes. Il espère enfin que le consensus obtenu dans l’enceinte des Nations unies se fissurera progressivement.

Chacun ici, et sûrement vous également, monsieur le Premier ministre, messieurs les ministres, a conscience de ces risques. Ils ne doivent pas être relativisés. C’est pourquoi nous vous demandons solennellement d’assurer que la France ne prendra, en aucune façon, part à un plan caché qui aurait pour objet une seconde phase de l’engagement militaire. (Protestations sur les bancs du groupe UMP.)

Les objectifs, les moyens employés, l’organisation des alliés, rien ne peut, ni ne doit se faire sans discussion préalable avec nos partenaires régionaux, et je pense bien sûr à la Ligue arabe et à l’Union africaine. Rien ne peut ni ne doit se faire sans mandat de l’ONU. Faute d’une telle légitimité, toute initiative nouvelle se retournerait contre ses promoteurs. La Libye ne doit pas devenir un nouvel Irak ou conduire au même envasement qu’en Afghanistan. Voilà, je crois, une ligne claire. (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC et sur quelques bancs du groupe GDR.)

M. Jean-Marc Roubaud. Ça n’a rien à voir !

M. Jean-Marc Ayrault. Enfin, les objectifs militaires ne peuvent pas résumer notre intervention.

Les campagnes de bombardement provoquent toujours des mouvements de population. Les avancées et les reculs successifs des forces armées sont prévisibles et imposent que soient anticipées des opérations d’urgence humanitaire. Les approvisionnements logistiques des zones libérées doivent être organisés.

Pour répondre à ces besoins, la communauté internationale doit créer des zones d’accueil et des plateformes logistiques aux frontières occidentale et orientale de la Libye, ce qui passera par une coopération renforcée avec les gouvernements transitoires tunisien et égyptien.

Voilà, mes chers collègues, les conditions dans lesquelles nous avons approuvé le processus engagé sous l’égide des Nations unies.

Je voudrais conclure en vous disant notre conviction que ce qui se détermine aujourd’hui n’est pas le seul destin de la Libye. Il se joue quelque chose de plus profond, de plus grave, de plus absolu. Notre activité diplomatique ne peut se limiter au théâtre libyen. Notre vision doit s’inscrire dans un cadre plus large pour trouver sa pleine cohérence.

Ainsi, nous devons partager ce moment où l’idée de la liberté gagne de nouveaux territoires. Notre vision stratégique doit nous conduire à accompagner le monde arabe dans la mise en œuvre des principes que nous croyons universels.

Cela passe, aujourd’hui, par la protection de populations qui, sans l’intervention internationale, seraient promises à la barbarie.

Cela passera, demain, par l’aide à tous les peuples libérés pour consolider la démocratie, en favorisant leur développement économique, en assurant une coopération avec des partenaires qui ne veulent plus être traités comme de simples obligés.

Nous devons soutenir un processus qui peut permettre l’émergence d’États de droit qui, tout en préservant la liberté de conscience, séparent le temporel du spirituel. (« Ah ! » sur plusieurs bancs du groupe UMP.) La démocratie, la liberté et le développement économique sont les meilleurs remparts contre le fanatisme et le terrorisme. (Applaudissements sur quelques bancs du groupe SRC.)

Aujourd’hui, les peuples libérés, et ceux qui se libéreront demain, nous regardent. Ils n’oublieront pas. Les liens économiques, culturels, stratégiques dans le monde arabe et en Afrique s’apprécieront à partir de la façon dont nous aurons accueilli leur formidable mutation. Ne pas le comprendre relèverait de la faute politique et historique.

Nous sommes le pays de la liberté. Nous pensions avoir tout écrit. D’autres peuples renouvellent dans leur langue, avec leur alphabet, ce formidable élan qui nous inspire depuis 1789. Il était de notre responsabilité qu’il ne s’arrête pas aux portes de Benghazi, pour que les peuples arabes puissent écrire chacun leur histoire. Notre fierté est de les accompagner, sans les précéder, ni les abandonner.

Et pour nous, aujourd’hui, le combat pour la liberté porte un nom, celui de Libye. (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC.)

M. le président. La parole est à M. Christian Jacob, pour le groupe UMP.

M. Christian Jacob. Monsieur le président, monsieur le Premier ministre, monsieur le ministre des affaires étrangères, monsieur le ministre de la défense, depuis maintenant trois jours les forces françaises interviennent dans le ciel libyen au sein d’une coalition regroupant pour l’heure quinze pays, pour protéger la population libyenne du massacre promis par le colonel Kadhafi.

Quand nos soldats sont engagés pour défendre les valeurs de démocratie et de liberté, quand ils sont engagés pour défendre la vie et la dignité de populations civiles martyrisées, c’est l’honneur de la France qui est en jeu.

M. Jean-Pierre Brard. Et les actions de Total !

M. Christian Jacob. Je veux donc saluer, au nom de l’ensemble des députés UMP, tous nos militaires qui participent avec courage et détermination à l’opération Aube de l’Odyssée en Libye. (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP et sur quelques bancs du groupe NC.)

Que des femmes et des hommes s’engagent au péril de leur vie, par amour de nos valeurs, voilà un beau témoignage qui touche chaque membre de la représentation nationale et qui peut inspirer tous les citoyens français !

Je voudrais aussi rendre hommage à l’action du Président de la République qui, une fois de plus, a démontré son courage et sa force de conviction au cœur d’une crise terrible. (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP.)

Il nous montre que la voix de la France est écoutée et respectée dans le monde. ll nous montre que notre pays est capable de convaincre, d’entraîner d’autres nations, au service des droits de l’homme et dans le respect du droit international. Quel démenti cinglant pour ceux qui nous expliquaient il y a quelques semaines dans une tribune anonyme que la diplomatie française ne pesait plus rien ! (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP.)

La vérité, c’est que le « pacte vingt fois séculaire entre la grandeur de la France et la liberté du monde », ce pacte dont parlait le général de Gaulle à Londres il y a tout juste soixante-dix ans, en mars 1941, est toujours vivant.

M. Jean-Pierre Brard. Et en 1830, à Alger ?

M. Christian Jacob. Oubliant certains propos totalement déplacés tenus par Jean-Marc Ayrault il y a quelques instants (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP – Exclamations sur les bancs du groupe SRC), je veux saluer l’esprit de responsabilité de l’opposition, dont les principaux leaders ont apporté leur soutien à l’initiative de la France. En ces temps difficiles, le rassemblement est plus que jamais à l’ordre du jour.

M. Michel Lefait. On le verra dimanche prochain !

M. Albert Facon. Dans les urnes !

M. Christian Jacob. Il est important que notre assemblée exprime son unité. (Exclamations sur les bancs du groupe SRC.)

Avec ses partenaires, la France a refusé la fatalité. La France a choisi de prendre ses responsabilités. Cette intervention, nous en sommes convaincus, est juste et nécessaire. Elle est aussi pleinement légitime, dans le respect du droit international.

Elle est juste et nécessaire parce que son objectif est la protection de populations civiles menacées par leur propre dirigeant. Le Secrétaire général de l’ONU l’a rappelé en qualifiant la résolution 1973 d’historique parce qu’elle affirme « sans équivoque la détermination de la communauté internationale à remplir sa responsabilité en protégeant les civils de la violence perpétrée par leur gouvernement ».

Cette responsabilité est immense et constitue un message très important à l’heure où on assiste à des répressions plus ou moins fortes dans les pays secoués par la contagion des révoltes tunisienne et égyptienne.

Cette intervention est juste parce qu’elle est demandée par toute une partie de la population libyenne. Les insurgés ont sollicité l’aide de la communauté internationale à de nombreuses reprises. Sans cette intervention, nous en sommes convaincus, le régime libyen aurait impunément poursuivi le massacre d’une grande partie de sa population.

Comment aurions-nous pu fermer les yeux ? Comment aurions-nous pu laisser retomber cet espoir de liberté et de démocratie qui se propage sur les rivages du Sud méditerranéen ? Comment aurions-nous pu rester insensibles aux appels à l’aide du Conseil national de transition ?

Monsieur le ministre des affaires étrangères, vous l’avez rappelé dans votre déclaration avant le vote de la résolution, « c’est une question de jours, c’est peut-être une question d’heures. Chaque jour, chaque heure qui passe resserre l’étau des forces de la répression autour des populations civiles éprises de liberté et notamment de la population de Benghazi. »

Nous l’avons constaté dès vendredi soir, avec l’annonce d’un cessez-le-feu qui n’a en rien cessé les combats autour de Benghazi.

Il était temps que nous desserrions l’étau intenable dans lequel se trouvait l’opposition libyenne.

Mais il ne suffit pas de défendre une cause juste ; encore faut-il le faire dans le respect intégral du droit international, qui assure la légitimité d’une action de ce type.

Oui, cette intervention est légitime. Elle n’est pas le résultat d’une initiative désordonnée ou individuelle. Elle est le fruit d’un long travail de persuasion diplomatique. La France, depuis plus de dix jours, est en pointe sur le dossier libyen, et ce depuis que le pouvoir de Kadhafi a repris militairement les choses en main et s’attaque violemment à son peuple. Avec persévérance, la France a poursuivi son travail diplomatique à tous les niveaux : en bilatéral, avec les Anglais dont je salue la mobilisation sur ce sujet majeur ; au niveau européen ; au sein du Conseil de sécurité de l’ONU ou du G8.

M. Jean-Pierre Brard. Et Angela ?

M. Christian Jacob. Ce n’est donc pas un hasard si, le jeudi 17 mars dans la nuit, le Conseil de sécurité de l’ONU a adopté la résolution 1973, présentée par la France et le Royaume-Uni et instaurant « un régime d’exclusion aérienne afin de protéger les civils contre les attaques systématiques et généralisées ».

Cette action s’inscrit, comme toutes celles que mène notre pays, dans le cadre de la légitimité internationale et d’un mandat onusien ou européen. C’est le cas de nos actions en Afghanistan, au Liban, en Côte d’Ivoire, au Kosovo ou dans la corne de l’Afrique. C’est le mandat international qui légitime notre action ; c’est aujourd’hui une donnée intangible de notre diplomatie.

Si la légitimité, la justesse et la nécessité de cette intervention ne font aucun doute, il nous faut aujourd’hui nous interroger sur les perspectives à plus ou moins court terme de l’opération lancée samedi. Nos forces aériennes sont intervenues à la fois pour sécuriser l’espace aérien libyen et empêcher toute utilisation des forces aériennes libyennes, mais aussi pour détruire à l’extérieur de Benghazi des colonnes de véhicules et de blindés qui avançaient vers la ville. Nos alliés ont procédé à un certain nombre de bombardements ciblés visant la défense antiaérienne, des bunkers de commandement ou des bases d’appui. L’espace aérien libyen est d’ores et déjà sous le contrôle de la coalition internationale.

À ce jour, les objectifs de la résolution sont clairs : il ne s’agit pas de choisir leur avenir à la place des Libyens. Le Président de la République a réaffirmé « sa détermination totale à permettre au peuple libyen de choisir lui-même son destin ». Il ne s’agit pas de déployer en Libye nos armées pour une intervention longue. Il ne s’agit pas d’entrer dans un conflit d’occupation à long terme. La résolution 1973 de l’ONU exclut tout déploiement au sol.

Bien sûr, nous sommes beaucoup à souhaiter le départ de Kadhafi du pouvoir.

Mme Jacqueline Fraysse. C’est récent !

M. Christian Jacob. Bien sûr, nous sommes nombreux dans la communauté nationale à considérer qu’il doit partir. Nous sommes nombreux à vouloir qu’une transition permettre à la Libye de regagner toute sa place dans le concert des nations, en tant que pays libre et souverain. Mais nous ne confondons pas 1’ingérence humanitaire avec l’ingérence tout court.

Nous devons veiller à garder unie la communauté internationale pour le succès de l’intervention. Nous devons veiller à impliquer chacun dans ses responsabilités, notamment les pays de la Ligue arabe, qui ne peuvent pas se désintéresser de la situation libyenne.

De notre capacité à répondre aux questions qui se posent dans le cadre de cette intervention dépendra à terme la crédibilité de la communauté internationale. Quoi qu’il en soit, les dictateurs doivent savoir que la communauté internationale ne reste pas insensible au sort des populations civiles qui sont martyrisées par leurs propres dirigeants.

M. André Chassaigne. Il y a du travail !

M. Christian Jacob. Monsieur le Premier ministre, je veux vous redire solennellement le soutien du groupe UMP à la participation de la France dans cette intervention au secours des populations libyennes. (Applaudissements sur plusieurs bancs du groupe UMP.) Je veux vous redire que nous sommes à vos cotés et aux côtés des forces engagées sur le terrain. Nous voulons vous dire notre fierté de voir la France assumer ses valeurs de liberté et de démocratie, ses valeurs de dignité et de respect.

Bien sûr, ce n’est jamais le cœur léger que l’on prend la décision d’une intervention militaire, mais il était du devoir de la France et de la communauté internationale d’assumer leurs responsabilités vis-à-vis des peuples arabes épris de liberté. (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP.)

M. le président. Pour le groupe de la auche démocrate et républicaine, la parole est à M. Roland Muzeau.

M. Roland Muzeau. Monsieur le président, messieurs les ministres, chers collègues, quand, dans tant d’autres pays voisins, un vote a eu lieu sur l’opportunité d’entrer en guerre avec la Libye, ici, dans notre belle démocratie, on ne donne que quelques minutes de temps de parole à la représentation nationale pour s’exprimer. Que penser d’une telle parodie de consultation démocratique, alors que notre pays est déjà entré en guerre ?

Ce débat est néanmoins l’occasion pour nous d’exprimer à nouveau notre solidarité avec les peuples arabes en lutte, et plus particulièrement avec le peuple libyen, mus par un souffle de libération aussi profond que légitime. Cette solidarité avec le peuple libyen ne saurait pour autant annihiler tout esprit critique à l’endroit du comportement de notre propre pouvoir exécutif, dont les choix diplomatiques sont illisibles, contradictoires, et aboutissent in fine à altérer notre crédibilité internationale. Un déclin que semble signifier l’ultime épisode de l’entrée en guerre de la France contre la Libye, dans le cadre de la résolution 1973 du Conseil de sécurité de l’ONU.

Au-delà de l’élan politico-médiatique de ces derniers jours, l’intervention militaire en Libye repose sur deux fictions.

En premier lieu, l’Élysée et ses porte-parole, relayés avec une certaine cécité par la majorité des médias, prétendent qu’il y aurait une unité de la communauté internationale pour soutenir les bombardements en Libye. Au mieux, il s’agit là d’une erreur d’analyse. Permettez-nous, en effet, de souligner les méfiances et les oppositions qui s’expriment autour de cette intervention militaire. Il suffit de rappeler la position de puissances mondiales comme l’Inde, la Chine et la Russie, qui refusent de soutenir l’offensive militaire.

Mais l’attitude d’autres pays est plus significative encore. Il y a d’abord l’Allemagne, première puissance européenne, qui s’est abstenue sur la résolution lors du vote du Conseil de sécurité. Son vice-chancelier et ministre fédéral des affaires étrangères résumait au Guardian sa position en ces termes : « Une solution militaire semble très simple mais elle ne l’est pas. C’est risqué et dangereux, les conséquences peuvent être imprévisibles […]. Nous admirons la révolution tunisienne, mais nous voulons que tous ces mouvements soient renforcés et pas affaiblis […]. Examiner des alternatives à un engagement militaire, ce n’est pas ne rien faire. »

En cela, l’Allemagne rejoint le Brésil, première puissance sud-américaine, qui s’inquiète, par la voix de son ambassadrice à l’ONU, du risque d’exacerber les tensions sur le terrain au détriment des populations civiles, que nous nous sommes engagés à protéger. Les Brésiliens insistent sur le caractère spontané des révolutions arabes et alertent sur le risque d’en changer le récit, ce qui aurait de sérieuses répercussions pour la Libye et le reste de la région.

Des pays de l’Amérique Latine ont fait savoir, le 19 mars dernier, qu’ils rejetaient « toute intervention militaire en Libye ». Le chancelier argentin Héctor Timerman a dénoncé le fait que ces attaques contre le territoire libyen menées par les États-Unis, la France et le Royaume-Uni n’aient pas fait l’objet d’un large débat au Conseil de sécurité ou à l’Assemblée générale des Nations unies. Le président uruguayen a, quant à lui, qualifié de « lamentable » l’attaque des forces armées contre la Libye.

Surtout, cette offensive militaire trouble les peuples de la région, qui rejettent la figure dictatoriale de Kadhafi mais refusent de cautionner toute nouvelle expression de l’impérialisme occidental. Le chef de la Ligue arabe, M. Amr Moussa, a critiqué dimanche les bombardements occidentaux sur la Libye, estimant qu’ils s’écartaient « de l’objectif d’instauration d’une zone d’exclusion aérienne » ; « ce que nous voulons, a-t-il ajouté, c’est la protection des civils et pas le bombardement de davantage de civils ».

D’ailleurs, en Tunisie, la presse prononce un verdict sévère contre les bombardements aériens, craignant qu’ils ne plongent le Maghreb et le Moyen-Orient dans l’instabilité, allant même jusqu’à redouter que cette intervention fasse de la région « une zone de tension et une base avancée pour les forces impérialistes qui n’ont pas intérêt à voir la région vivre un sursaut social révolutionnaire, nationaliste et démocratique » et « souille la bataille du peuple libyen contre la junte corrompue ».

La Turquie a, elle aussi, fait connaître son opposition à l’option militaire, et l’Union Africaine a, pour sa part, réclamé la fin des opérations militaires contre le régime libyen, rappelant que la communauté internationale avait rejeté son offre d’envoyer une délégation de paix en Libye.

Dès lors, quel objectif vise cette fiction d’unanimité internationale ? Il s’agit de masquer la réalité politique et géopolitique de cette guerre, qui n’est rien d’autre qu’une intervention occidentale menée par des ex-pays colonisateurs !

La seconde fiction sur laquelle repose cette offensive militaire consiste à faire de la France, et plus particulièrement de Nicolas Sarkozy, la force d’impulsion, de conception et de décision qui en est l’origine. Or la réalité est cruelle pour l’orgueil national et le narcissisme de notre président : en effet, nos concitoyens doivent savoir que, dans cette intervention, notre pays n’est que le bras armé des États-Unis. (Protestations sur les bancs du groupe UMP.) Le Washington Post et le New York Times résument parfaitement l’ordonnancement des événements : ce sont les États-Unis, et eux seuls, qui ont décidé de se lancer dans l’opération diplomatique visant à faire adopter la résolution du Conseil de sécurité qui a décidé de l’emploi de la force en Libye ! S’ils ont créé les conditions pour laisser croire que la France avait le leadership dans cette affaire, c’est parce que cela arrangeait bien le président Obama.

M. Éric Straumann. C’est faux !

M. Roland Muzeau. Et, contrairement au storytelling concocté par l’Élysée, ce sont bien les Américains qui commandent dans cette « Aube de l’Odyssée », sous les ordres du général américain Carter Ham. Aujourd’hui, il est même question que les forces armées passent sous commandement de l’OTAN. On ne pourrait rêver mieux pour envenimer encore la situation !

Une fois de plus, n’en déplaise à la majorité, cette guerre contre la Libye, dont la France apparaît comme l’instigatrice, s’inscrit dans la récente série noire d’incohérences de notre diplomatie qui lui a fait perdre tout son crédit international.

D’abord, parce que personne n’a la mémoire courte, même si certains peuvent être frappés d’amnésie passagère. Cette nouvelle guerre n’est-elle pas, officiellement du moins, comme le prétend le Président de la République, le moyen de se débarrasser d’un affreux dictateur sanguinaire ? Mais n’est-ce pas le même président qui a signé différents partenariats avec Mouammar Kadhafi, en juillet 2007, dont un « partenariat industriel de défense », très prometteur pour les sociétés d’armement françaises et pour les affaires de M. Dassault ? (Protestations sur les bancs du groupe UMP – Applaudissements sur les bancs des groupes GDR et SRC.) N’était-ce pas un ami que le Président de la République et le président de l’Assemblée nationale recevaient avec les plus grands égards en décembre 2007, quand, pour notre part, nous dénoncions et boycottions avec la plus grande fermeté l’invitation du dictateur libyen ? N’est-ce pas deux membres du gouvernement actuel, M. Ollier et M. Guéant, qui furent les artisans de ce rapprochement ?

M. Éric Straumann. Et la libération des infirmières bulgares ?

M. Roland Muzeau. N’est-ce pas l’actuel ambassadeur de France en Tunisie qui venait sur les plateaux de télévision défendre ce criminel en se vantant que celui-ci l’appelait « mon fils » ?

M. Jean-Pierre Brard. Ils lui baisaient tous les babouches !

M. Roland Muzeau. Et qui annonce que la France reconnaît le gouvernement d’opposition libyen ? M. Bernard-Henri Lévy et le Conseil transitoire libyen, au moment même où notre ministre des affaires étrangères négociait une position commune avec nos partenaires européens ! Comment peut-on espérer dès lors que l’on prenne au sérieux notre politique étrangère ?

Il faut par ailleurs se demander si cette reconnaissance a été envisagée comme il se devait. En effet, la seule chose que nous savons avec certitude de ce Conseil transitoire libyen, c’est que son président est un ancien ministre de la justice de Kadhafi, que son chef d’état-major est un ancien ministre de l’intérieur, que d’autres de ses membres enfin préfèrent conserver l’anonymat. N’aurait-il pas été préférable, dans ces conditions, que notre pays prenne plus de précautions ou, en tout cas, qu’il ne décide pas à la place du peuple libyen qui était en mesure de le représenter ?

Notre politique étrangère met aussi et surtout en évidence l’existence de deux poids et deux mesures en matière de droit d’ingérence. Nos dirigeants ont en effet fait valoir le principe de non-ingérence pour justifier de leur silence assourdissant et de leur immobilisme lors du soulèvement du peuple tunisien, une non-ingérence d’autant plus justifiée qu’il s’agissait d’une ancienne colonie française.

M. Éric Straumann. Ça n’a rien à voir !

M. Roland Muzeau. Mais le gouvernement français n’hésitait pas, dans le même temps, à proposer au dictateur Ben Ali le savoir-faire de nos forces de sécurité et à réclamer la démission de Gbagbo, s’immisçant ainsi directement dans le processus électoral ivoirien.

Incohérence toujours et encore de notre politique étrangère quand nous voulons être les premiers à lancer des tapis de bombes sur un pays qui ne nous a pas déclaré la guerre mais que notre diplomatie est totalement muette face à la violente répression du mouvement populaire au Bahreïn par le régime du roi Hamad Ben Issa Al-Khalifa, ou encore face au massacre de la population civile par le régime du président Saleh au Yémen !

M. Jacques Desallangre. Hélas !

M. Roland Muzeau. Pourquoi ne réagissons-nous pas avec humanité et discernement quand l’Arabie Saoudite ou les Émirats arabes unis, pétromonarchies amies, aident le Bahreïn à écraser la révolte citoyenne ? Pourquoi n’y a-t-il pas eu d’interdiction de l’espace aérien pour protéger Gaza de l’aviation israélienne, qui a fait mille cinq cents morts ?

Chers collègues, vous l’aurez compris, notre voix ne s’associera pas à la vôtre pour soutenir, dans un unanimisme béat, l’intervention militaire en Libye.

M. Lucien Degauchy. Que fallait-il faire ?

M. Roland Muzeau. Il fallait vous poser la question avant.

Nous sommes intransigeants quand il s’agit de condamner le régime libyen qui réprime son peuple. Nous jugeons à cet égard que les sanctions votées par l’ONU sont légitimes. Mais, contrairement à vous, nous n’avons jamais changé d’avis sur un dictateur sanguinaire comme Kadhafi. Et nous conserverons cette même opinion demain, quand bien même la majorité nous promettrait, la main sur le cœur, que l’homme serait devenu à nouveau fréquentable et qu’il pourrait sauver notre pays en crise. Nous ne sacrifierons jamais les peuples au nom du pragmatisme.

En revanche, le discernement nous conduit à condamner les frappes militaires sur la Libye à laquelle la France participe, une intervention soutenue par la majorité des forces politiques avec un entrain qui frise l’indécence.

Nous restons convaincus, avec l’écrivain algérien Boualem Sansal, que « la guerre entre le bien et le mal n’a jamais profité qu’au mal ». Pour nous, la décision de bombarder la Libye soulève la question incontournable des risques d’engrenage et de confrontation militaire élargie, avec toutes les conséquences désastreuses que l’on connaît pour les populations civiles. La tragédie qu’a connue et que connaît aujourd’hui le peuple irakien est encore trop présente en nos mémoires pour ne pas nous conduire à la plus grande prudence quand le choix de la guerre est préféré aux initiatives qui privilégient des sorties de crise sans intervention militaire.

Nous espérons de toutes nos forces que cette guerre ne conduira pas, dans quelques mois, le peuple libyen à regretter le régime de Kadhafi, comme ce fut le cas pour les Irakiens avec le régime de Saddam Hussein.

M. Jean-Michel Fourgous. Et les droits de l’homme ?

M. Roland Muzeau. La résolution 1973 prévoit le gel des avoirs de la Libye, l’interdiction de voyager de ses dirigeants, un embargo sur les armes, un appel au cessez-le-feu, des poursuites devant la Cour pénale internationale et une zone aérienne d’exclusion. Autant de mesures légitimes pour étouffer le régime libyen et protéger les populations civiles. Mais la résolution ne s’en tient pas là puisqu’elle autorise, dans son paragraphe 4, « les États membres à prendre toutes mesures nécessaires » pour assurer la zone d’exclusion aérienne. Selon la coalition, ces termes justifient les bombardements aériens aujourd’hui. Et demain ? Demain justifieront-ils une offensive terrestre dont les conséquences seraient catastrophiques ?

La Russie et la Ligue arabe ont d’ores et déjà dénoncé cette lecture de la résolution : elles ont estimé que la coalition excédait le mandat de l’ONU, limité au respect d’une zone d’exclusion aérienne. En effet, cet objectif n’impose pas d’avoir recours à des bombardements qui, immanquablement, feront des victimes civiles. Il n’y a pas de guerre propre : plus personne ne peut croire au mythe des frappes chirurgicales et à celui de la guerre sans victimes, en direct à la télévision. La France a mis le doigt dans l’engrenage : si l’option choisie nous conduit à un tel enlisement, elle devra porter la responsabilité d’un échec, tant devant le peuple libyen que devant le peuple français.

La légèreté dénoncée par les nations étrangères, au premier rang desquelles l’Allemagne, l’Inde, la Russie ou le Brésil, nous conduit à nous interroger sur les objectifs réellement poursuivis, alors que tant de questions essentielles restent aujourd’hui sans réponse. Monsieur le Premier ministre, quelles sont les capacités de frappe de Kadhafi ? Est-il envisagé à un moment donné d’en passer par une action juridique ou politique pour sortir de la crise ? La réalité anthropologique de la Libye a-t-elle été prise en compte avec tous les risques d’affrontements tribaux ? Les leçons du fiasco somalien ont-elles été tirées ? Le pire a-t-il été envisagé ? Quel plan est envisagé dans l’hypothèse probable d’un enlisement, d’une partition du pays et d’une division de la communauté internationale encore plus marquée qu’elle ne l’est aujourd’hui ?

Trop d’incertitudes pèsent sur cette intervention militaire et ses conséquences. Le risque d’une escalade est trop grand. Et s’il y a un prix à payer dans l’avenir, il faut souhaiter que ce ne soit pas au peuple libyen de le faire. Il paye déjà trop cher le maintien d’une dictature dont il ne veut plus.

Du reste, nous ne cautionnerons pas la moindre intervention qui, comme de plus en plus de voix l’affirment au-delà de nos frontières, ne viserait qu’à faire main basse sur le pétrole libyen en instrumentalisant le peuple et en en passant par la scission du pays.

Les députés communistes et républicains font aujourd’hui preuve de courage politique en refusant de mêler leur voix à l’unanimisme béat et aveugle qui semble rassembler autour du Président Sarkozy et de l’entrée en guerre de la France. Comme le dit fort justement Rony Brauman, jamais des bombardements n’ont permis d’installer la démocratie ou de pacifier un pays ! (Applaudissements sur les bancs du groupe GDR et sur quelques bancs du groupe SRC.)

M. le président. La parole est à M. François Sauvadet, pour le groupe Nouveau Centre.

M. François Sauvadet. Monsieur le Premier ministre, monsieur le ministre d’État, messieurs les ministres, mes chers collègues, nous avons tous vu les images insoutenables filmées à Benghazi : il était fait recours aux armes pour tenter de mater les aspirations du peuple libyen qui, après plusieurs décennies de servitude, n’aspirait qu’à la démocratie et à la liberté. Il s’agissait ainsi, pour reprendre les propres mots de Kadhafi, de « purger la Libye, ville par ville et maison par maison », ainsi que d’« exterminer », purement et simplement, les leaders du Conseil national de transition constitué quelques jours plus tôt.

La communauté internationale ne pouvait pas rester en retrait ; il fallait mettre un terme à ce bain de sang. En cet instant où il nous appartient, conformément à la Constitution, d’évoquer l’engagement de nos moyens militaires, l’engagement de nos pilotes et de nos marins au secours du peuple libyen, il est une responsabilité que nous avons tous en partage : celle de permettre à la France de parler d’une voix forte, de manière claire, cohérente, et de donner à son message tout le sens et tout l’écho qu’il mérite sur la scène internationale.

Monsieur le Premier ministre, je sais bien que l’unité nationale ne se décrète pas. L’orateur qui m’a précédé l’a malheureusement démontré : le rassemblement des forces politiques qui concourent à la vie démocratique de la nation ne va jamais de soi. Néanmoins, et je m’adresse tout particulièrement au président Ayrault, notre histoire est jalonnée de ces moments où nous devrions laisser de côté nos différences, quand est en jeu le rôle que la France entend tenir dans l’ordre mondial au service de la liberté. Mes chers collègues, ces moments souvent éphémères font l’honneur de notre démocratie, et celui de la République.

En cet instant, nous mesurons aussi, mieux que jamais, toute l’étendue de la charge qui pèse sur ceux à qui reviennent les décisions qui engagent l’avenir du pays et l’expression de la volonté nationale.

M. Jean-Pierre Brard. C’est attendrissant !

M. François Sauvadet. La décision prise par le Président de la République et le Gouvernement est une décision lourde et responsable : ils ont engagé par-delà nos frontières, au service de la liberté, la vie d’hommes et de femmes qui ont fait le choix du métier des armes et qui méritent la solidarité et le soutien de la nation tout entière. (Applaudissements sur les bancs du groupe NC et sur de nombreux bancs du groupe UMP.)

Depuis plusieurs mois, nous sommes les témoins de ce qui s’apparente désormais à un véritable printemps des peuples sur la rive sud de la Méditerranée. Ces événements résonnent pour nombre d’entre nous comme un écho au formidable vent de liberté qui soufflait voici plus de vingt ans sur l’Est de notre continent. Nul n’avait pu anticiper ou prédire le mouvement en cours, nul n’avait su lire sa force et sa profondeur. Il a ébranlé nos certitudes que, sur ce rivage de la Méditerranée, les régimes autoritaires et les entorses aux libertés individuelles auraient finalement été un mal nécessaire, seul à même d’endiguer à long terme la montée du fondamentalisme et de l’islamisme ; nos certitudes que ces peuples n’aspiraient tout simplement pas à la démocratie au sens où nous l’entendons en Europe.

Or, en Tunisie et en Égypte, nous avons assisté, en à peine quelques semaines, à la chute de régimes en place depuis plusieurs décennies. En Tunisie comme en Égypte, nous avons soutenu, avec l’ensemble de la communauté internationale, les aspirations de la rue en condamnant avec fermeté l’action des forces de sécurité lorsqu’elles ont eu recours à la violence pour mettre un terme aux manifestations.

M. François Sauvadet. En Tunisie comme en Égypte, les autorités militaires ont joué leur rôle en refusant de retourner leurs armes contre leurs propres populations, permettant ainsi d’écarter à Tunis et au Caire la perspective d’un bain de sang.

Malheureusement, tel n’a pas été le cas en Libye où, dans sa majorité, en dépit de quelques défections, l’appareil militaire libyen a maintenu son allégeance au régime du colonel Kadhafi alors que ce dernier ordonnait pourtant de réduire par les armes les différents foyers de contestation qui avaient progressivement gagné le pays.

À mesure que s’intensifiait en Libye la violence de la répression, à mesure que se précisaient le recours à des moyens militaires et le spectre d’exactions abominables, montait également la réaction quasi unanime de la communauté internationale. L’Union européenne a fermement condamné le recours à la violence dès le Conseil européen extraordinaire du 11 mars. L’Union africaine a également demandé qu’il soit mis un terme à cette répression. Quant à la Ligue arabe, le 12 mars, elle en a appelé au Conseil de sécurité pour demander l’instauration d’une zone d’exclusion aérienne. Enfin, le 16 mars dernier, le Secrétaire général des Nations unies demandait à son tour un cessez-le-feu.

Ignorant ces appels et l’avertissement qui lui avait été adressé par la résolution 1970, adoptée à l’unanimité par le Conseil de sécurité, le régime de Tripoli n’a eu de cesse de persévérer dans la voie de la violence et d’une répression dans le sang des aspirations démocratiques les plus légitimes de son propre peuple.

C’est pourquoi je veux saluer, au nom des députés du Nouveau Centre, l’action à la fois juste, courageuse et déterminée qui a été celle du Président de la République (Applaudissements sur plusieurs bancs du groupe NC et sur les bancs du groupe UMP), la vôtre, monsieur le Premier ministre, ainsi que celle du ministre d’État et du Gouvernement au cours des dernières semaines, ou encore samedi dernier lors du sommet de l’Élysée. Aux côtés de ses alliés, du Royaume-Uni et des États-Unis, mais aussi du Liban, dont le rôle au Conseil de sécurité a été déterminant, la France a permis de traduire les discours en actes. En prenant le parti du droit plutôt que celui de la force, la France a fait honneur à son histoire, et la République a fait honneur à ses valeurs.

Le drapeau français flottant dans les rues de Benghazi est alors redevenu pour le peuple libyen le symbole de la liberté qu’il a été pour tant d’autres peuples dans l’histoire. Ce jour-là, comme beaucoup de mes compatriotes, j’étais fier de mon pays et du Gouvernement de la France. J’ai eu le même sentiment, monsieur le ministre d’État, en vous entendant au Conseil de sécurité prononcer cette phrase si tragiquement juste : « Prenons garde d’arriver trop tard ! » Quelques minutes plus tard, le Conseil de sécurité adoptait le texte de la résolution 1973, qui, au-delà d’un succès pour notre diplomatie, constitue aujourd’hui le support juridique et l’unique feuille de route de l’intervention en Libye de la communauté internationale.

Je voudrais rappeler les termes du mandat confié à la coalition par les Nations unies. Après avoir décidé, dans un premier temps, en adoptant la résolution 1970, d’un embargo sur les armes en provenance ou à destination de la Libye, d’une interdiction de voyager ainsi que d’un gel des avoirs financiers des dirigeants libyens, le Conseil de sécurité a autorisé jeudi dernier les États de la coalition à prendre « toutes les mesures nécessaires » – les mots ont leur importance – pour « protéger les populations et les zones civiles menacées d’attaques » en Libye. Il a notamment autorisé la constitution dans le ciel libyen d’une zone d’exclusion aérienne, tout en écartant explicitement – j’insiste aussi sur ces termes – la perspective du déploiement d’une force militaire étrangère, quelle que soit sa composition, sur le sol libyen. Tels sont les termes de la résolution 1973 ; les membres du groupe Nouveau Centre ne souhaitent pas que nous nous en écartions.

Alors que, quelques jours à peine après le déclenchement des opérations militaires dans le ciel libyen, celles-ci portent leurs fruits en contribuant notamment à desserrer l’étau qui menaçait le Conseil national de transition et la population retranchés à Benghazi, le volontarisme a, chez certains de nos partenaires, fait place à des doutes qui ont aussi été exprimés dans cette enceinte. Ils portent sur les buts de cette intervention, sur les moyens à mobiliser pour la mener à bien et sur ses répercussions dans le monde arabe.

Il importe de rappeler qu’en intervenant dans le ciel libyen, la coalition n’a qu’un seul but : mettre un terme aux exactions dont les forces du colonel Kadhafi se sont rendues coupables, mettre fin au supplice de la population civile, et faciliter ainsi la prise en compte des aspirations légitimes du peuple libyen dans le cadre d’un processus démocratique

Dans cet esprit, il faudra aussi que la coalition soit, à tout instant, en mesure d’explorer les voies qui s’ouvriraient pour une solution diplomatique.

M. Hervé de Charette. Très bien !

M. François Sauvadet. Pour éviter cependant que l’intervention de la coalition ne soit mal comprise, il nous appartient de tout faire pour que ces opérations ne s’apparentent pas à un affrontement entre l’Occident et le monde arabe. À cet égard, il faudra que nous soyons très attentifs aux positions que prendra la Ligue arabe.

M. Philippe Folliot. C’est juste !

M. François Sauvadet. Il importe que nous maintenions avec nos partenaires du monde arabe, qu’ils soient ou non engagés dans la coalition, un contact et un dialogue permanents, aussi longtemps que durera cette crise. En cela, si l’Alliance atlantique est tôt ou tard appelée à mobiliser sa logistique au service de la coalition, il importe également que cet engagement ne se traduise pas par une impossibilité pour les pays arabes qui souhaiteraient se joindre à nous de le faire.

Permettez également aux partisans de l’Europe que sont les membres du Nouveau Centre de regretter la frilosité dont fait parfois preuve l’Union européenne. Je mesure le chemin que l’Europe a encore à parcourir sur la voie de la construction d’une politique étrangère commune que j’appelle de mes vœux.

Pour éviter que cette opération ne voie sa légitimité morale fondre au fil des jours, nos forces armées comme celles de nos alliés se devront de rester sur la stricte ligne de leurs objectifs lorsqu’elles engageront des actions sur le terrain. Toute perte civile, que la victime ait ou non servi de bouclier humain à des installations militaires, outre qu’elle serait dramatique, ne manquerait pas de retourner contre la coalition une opinion qui lui est aujourd’hui favorable.

La conduite d’une telle opération implique donc – et j’ai confiance dans le Gouvernement – de la mesure, de la précision, de la précaution. Nous savons que cette opération est susceptible de s’installer dans la durée ; nous devons avoir le courage de le dire et nous y préparer, afin de permettre au peuple libyen d’accéder à la liberté.

Monsieur le Premier ministre, messieurs les ministres, je veux, en conclusion, vous assurer – et je pèse mes mots – de la confiance et du soutien du groupe Nouveau Centre dans la conduite de ces opérations difficiles mais tragiquement nécessaires. (Applaudissements sur les bancs du groupe NC.)

La France, c’est son honneur, à décidé de répondre aux appels à l’aide du peuple libyen. Notre intervention durera aussi longtemps que le colonel Kadhafi refusera d’entendre raison. Je n’ai qu’un vœu à formuler : que le peuple de Libye puisse trouver le chemin de la liberté et se choisir lui-même son destin. C’est tout le sens de la démarche que nous avons entreprise à vos côtés, monsieur le Premier ministre. (Applaudissements sur les bancs des groupes NC et UMP.)

M. le président. Au titre des députés non inscrits, la parole est à M. François Bayrou.

M. François Bayrou. Monsieur le président, monsieur le Premier ministre, monsieur le ministre des affaires étrangères, monsieur le ministre de la défense, ce débat est très important ; pourtant, je veux le dire d’emblée, c’est un débat incomplet. En effet, si nous étions logiques, si nous étions dans une démocratie de plein exercice, il aurait dû être sanctionné par un vote, comme en Grande-Bretagne et en Espagne. (Applaudissements sur les bancs des groupes SRC et GDR.) Rien, dans nos institutions, ne s’y oppose, puisque je rappelle qu’au moment de la première intervention contre l’Irak, en 1991, Michel Rocard engagea la responsabilité du Gouvernement sur un choix qui était lourd pour notre pays.

M. Jean-Marie Le Guen. Absolument !

M. Jean Glavany. Voilà un Béarnais qui parle juste !

M. François Bayrou. Cela étant, que devons-nous dire pour essayer d’y voir clair et de dégager une ligne d’action pour la France ?

Première affirmation : l’action diplomatique de la France a été bien conduite. (« Ah ! » sur les bancs du groupe UMP.)

M. François Bayrou. Notre pays a été à l’initiative ; il a pu obtenir une résolution – qui, pour une fois, disait quelque chose de précis – portant sur la menace que Kadhafi faisait peser sur son peuple, sur la zone d’exclusion aérienne et sur la défense de Benghazi. Nous sommes allés assez vite pour intervenir avant que les troupes de Kadhafi n’atteignent Benghazi, ce qui aurait créé l’irrémédiable.

Ce faisant, la France a retrouvé un rôle, une capacité, une mobilité conformes à son statut de puissance diplomatique. Il faut le mettre au crédit du Président de la République, du Gouvernement et du ministre des affaires étrangères. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

Point positif : nous avons conduit cette action en étroite liaison avec la Grande-Bretagne. Point faible, très faible : nous n’avons pas réussi à convaincre en Europe, au sein même de l’Union européenne. Or, tant que ce sera France ou Europe, quelque chose de précieux nous manquera et manquera au monde.

Danger : aujourd’hui, nous devons en être conscients, la division internationale monte : critiques de la Russie, de la Chine, du Brésil, de la Turquie, de l’Inde ; réserves de la Ligue arabe, refus de l’Union africaine ; réticences de l’Allemagne. Sur une carte physique et sur une carte politique du monde, cela fait beaucoup. Il faut donc poursuivre et amplifier l’action diplomatique et, d’abord, en priorité, parler avec la Ligue arabe.

J’en viens à la situation militaire. L’action de nos armes a été décisive pour stopper la vendetta de Kadhafi. Nos avions, nos armements ont atteint ce but premier et, avec l’aide des armes lourdes des autres membres de la coalition, une situation de domination militaire a été créée. Personne n’en doutait, encore fallait-il le faire. Il faut donc saluer nos forces armées et leur commandement. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC et sur quelques bancs du groupe SRC.) Toutefois, nous avons exclu à juste titre – la résolution l’exclut formellement – toute intervention terrestre et toute intervention aérienne offensive. Nous pouvons continuer à brouiller les signaux, détruire les radars, mais, Clemenceau l’a dit une fois pour toutes, « on peut tout faire avec une baïonnette sauf s’asseoir dessus ». (Sourires et murmures.)

La véritable question est celle de l’issue, et elle est maintenant de savoir comment le peuple libyen va se dresser contre son dictateur, comment nous l’y aidons, quels sont nos rapports avec cette résistance – que nous avons reconnue avec panache, comme, jadis, la France libre fut reconnue par Londres – et comment nous évitons l’engrenage de la guerre civile, qui durerait des mois, et l’inévitable enlisement qui s’ensuivrait.

Une lourde question se pose à propos du commandement. Nous avons exclu l’intervention de l’OTAN, autrement que subsidiaire. Fort bien. Mais alors, pourquoi nous sommes-nous précipités naguère pour entrer avec une telle légèreté dans le commandement intégré ? (Applaudissements sur les bancs du groupe SRC.) Qu’allons-nous faire ? Reculer ou bâtir une espèce de compromis : commandement de coalition ou coalition de commandements ? C’est très dangereux. Une coalition – Foch l’a dit avant moi –, c’est difficile à commander. Mais une coalition qui n’a pas de commandement, cela devient carrément un pari impossible, une gageure.

Enfin se pose une question décisive, à la fois d’actualité et de long terme. Nous avons choisi d’assumer le droit, et même le devoir, d’ingérence et nous sommes intervenus en Libye. Mais qu’allons-nous faire en Syrie, à Bahreïn, au Yémen ? C’est tout le monde arabe qui bouge, traversé de forces dont certaines sont positives et encourageantes : l’aspiration à la liberté, la lutte contre la corruption ; d’autres dangereuses et noires : le fondamentalisme, l’affrontement souterrain et séculaire entre chiites et sunnites. D’autres régions du monde connaîtront des mouvements semblables. Or les institutions du devoir d’ingérence sont faibles, peu reconnues ou méconnues.

Nous avons là une ligne de conduite. Pour la Libye, il faut régler la question du commandement, soutenir efficacement la résistance intérieure, ne pas nous laisser entraîner dans des interventions directes, même secrètes, et, le cas échéant, préparer les opérations humanitaires. Pour le monde, il faut faire émerger les institutions internationales de la juste ingérence.

Nous avons pris le risque d’être audacieux, et c’est un risque juste. Nous sommes condamnés maintenant à aller plus loin et à devenir une force de proposition pour que change le monde. (Applaudissements sur de nombreux bancs des groupes UMP, NC et SRC.)

M. le président. La parole est à M. Renaud Muselier, suppléant M. Axel Poniatowski, président de la commission des affaires étrangères.

M. Renaud Muselier, suppléant M. Axel Poniatowski, président de la commission des affaires étrangères. Monsieur le président, monsieur le Premier ministre, messieurs les ministres, mes chers collègues, je vous prie tout d’abord d’excuser M. Axel Poniatowski, qui est depuis dimanche à Tunis, où il préside une mission de la commission des affaires étrangères tendant à approfondir le dialogue avec les nouvelles forces politiques afin d’accompagner la transition en cours.

Cette mission en Tunisie n’est évidemment pas sans lien avec le sujet qui nous occupe aujourd’hui. La Révolution du jasmin a initié, dans le monde arabe, un mouvement de révoltes sans précédent, qui ne sont manipulées par aucun courant idéologique ou religieux. Après la Tunisie l’Égypte : les régimes ont changé, l’organisation politique se modifie sans effusion de sang, ou presque. C’est le printemps arabe. Exprimant des aspirations démocratiques, ces bouleversements doivent être appréhendés à long terme comme des facteurs d’ouverture, de stabilité et de paix.

En Libye, les effroyables crimes commis par le régime dans sa répression des insurgés, juste après le « Jour de colère » du 17 février, ont choqué le monde entier.

Mme Jacqueline Fraysse. Avant, ils ne choquaient pas !

M. Renaud Muselier. La communauté internationale a donc décidé de donner force au principe de la responsabilité de protéger, adopté par l’Assemblée générale des Nations unies lors de son 60e sommet mondial, en 2005.

Ainsi, dès le 26 février, le Conseil de sécurité de l’ONU adoptait à l’unanimité une résolution prévoyant des sanctions sévères, ainsi que la saisine de la Cour pénale internationale. Dans la foulée, la Libye était suspendue du Conseil des droits de l’homme et de la Ligue arabe, mesures là encore inédites, traduisant la profonde réprobation des agissements du colonel Kadhafi contre son peuple.

Le 17 mars, à l’initiative de la France et de la Grande-Bretagne, la résolution 1973 de l’ONU est adoptée.

La France peut s’honorer d’avoir mobilisé et convaincu ses partenaires de l’impérieuse nécessité d’intervenir en Libye pour appuyer une rébellion démocratique interne qui, à défaut, aurait été noyée dans le sang. Comme nous avions salué, en 2003, le discours de la France à l’ONU lors du refus de l’intervention en Irak, il nous faut saluer aujourd’hui celui qu’elle a tenu au Conseil de sécurité. Seul, le multilatéralisme donne sa légitimité à une intervention. Le Président Chirac et le Président Sarkozy l’ont bien compris.

Une résolution du Conseil de sécurité fixe un cadre juridique incontestable, lequel a été obtenu après le soutien actif de la Ligue arabe, le 12 mars, et de plusieurs pays africains, notamment l’Afrique du Sud, le Nigeria et le Gabon. Nous ne sommes donc pas du tout dans la même situation qu’au moment de l’intervention en Irak ; toute comparaison est impossible.

M. Roland Muzeau. On se rapproche plutôt de la Somalie !

M. Renaud Muselier. En permettant ou en soutenant une intervention en Libye, tous ces pays ont permis d’éviter le contre-signal qu’aurait constitué la passivité de la communauté internationale face au massacre des insurgés, alors imminent. N’avons-nous pas craint qu’il soit déjà trop tard, après les tergiversations de certains de nos partenaires, qu’il a fallu bousculer au risque de s’attirer les critiques ? Mais cela ne doit pas nous faire perdre de vue que ce vote au Conseil de sécurité marque un tournant majeur, comme si le printemps arabe produisait déjà ses effets sur la gouvernance mondiale, et il n’est pas étonnant que certains États soient déjà pris de vertiges.

Il convient dès lors de rappeler que la résolution de l’ONU s’inscrit dans le cadre du chapitre VII de la Charte des Nations unies, qui autorise le recours à la force armée « pour protéger les populations et les zones civiles menacées » et instaure une zone d’exclusion aérienne.

M. Roland Muzeau. Et à Gaza ?

M. Renaud Muselier. Il faut se féliciter de 1’efficacité des opérations, entamées samedi à 17 h 45 par des bombardements français : rapidité de la mise en place de la zone d’exclusion aérienne, diminution des moyens de surveillance aérienne de la Libye et destruction de bases aériennes ainsi que des défenses anti-aériennes, destruction des lignes de ravitaillement de l’armée du colonel Kadhafi. Il faut bien évidemment espérer que ces avancées tactiques contribueront à favoriser un règlement rapide du conflit, mais nous n’avons aucune certitude à ce sujet.

Les tentatives de déstabilisation du colonel Kadhafi – fausses annonces de cessez-le-feu, intimidations, menaces terroristes, désinformation sur des pertes civiles – témoignent de sa détermination à se maintenir au pouvoir à tout prix et à fissurer la coalition. Il semble marquer des points lorsque le Secrétaire général de la Ligue arabe relaie ses propos sur des pertes civiles et conteste les frappes, ou lorsque trois des cinq chefs d’État composant la mission de médiation sur la Libye constituée par l’Union africaine et l’Inde appellent à la cessation immédiate de toutes les hostilités. Après la course contre la montre, une phase délicate est en train de s’ouvrir : la transition politique, qui passe par des discussions diplomatiques.

Il est impératif de ressouder la communauté internationale – et si possible d’élargir la coalition –, de clarifier le commandement, d’éviter l’enlisement et surtout de garder son sang-froid face à un adversaire retors.

La France, par sa vision et sa diplomatie, devra déployer toute sa force de conviction ; elle vient de prouver une fois de plus qu’elle en était capable.

Monsieur le Premier ministre, messieurs les ministres, nous comptons sur vous, comme nous savons pouvoir compter sur le Président de la République. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

M. le président. La parole est à M. Guy Teissier, président de la commission de la défense nationale et des forces armées.

M. Guy Teissier, président de la commission de la défense nationale et des forces armées. Monsieur le Premier ministre, monsieur le ministre des affaires étrangères, monsieur le ministre de la défense, en votant, jeudi, la résolution 1973, l’ONU a autorisé la France à avoir recours à la force pour mettre fin aux exactions du gouvernement libyen contre son peuple.

L’accord qui a pu être dégagé au Conseil de sécurité doit beaucoup à la force de conviction du Président de la République et du ministre des affaires étrangères. Je tiens à rendre tout particulièrement hommage à Nicolas Sarkozy et à Alain Juppé pour leur détermination et pour l’image positive qu’ils ont donnée de la France aux yeux de la communauté internationale. (Applaudissements sur plusieurs bancs des groupes UMP et NC.) Je tiens également à remercier le Premier ministre pour avoir tenu parfaitement informés de toutes ces opérations les présidents des groupes et des commissions de l’Assemblée.

Grâce à cette action et à la pertinence de l’analyse géostratégique qui la sous-tend, notre pays montre qu’il est capable d’assumer ses responsabilités internationales, responsabilités historiques qui nous ont été reconnues avec l’attribution d’un siège de membre permanent au Conseil de sécurité de l’ONU.

Cet accord est un événement historique dans le sens où, pour la première fois, la communauté internationale impose à un gouvernement de cesser le recours à la force contre sa propre population. Il l’est aussi dans le sens où, si cette résolution n’avait pas été votée, nous aurions porté la responsabilité morale du massacre de milliers de civils.

Comment aurions-nous pu laisser massacrer sous nos yeux des populations civiles sans défense ? Comme nous le savons tous, les forces du colonel Kadhafi étaient entrées dans les faubourgs de Benghazi et s’apprêtaient, le week-end dernier, à lancer un assaut final contre une ville presque sans défense. Le colonel Kadhafi a prétendu faire la guerre au terrorisme pour justifier son offensive militaire contre son peuple, mais il affirme aujourd’hui faire la guerre aux croisés, reprenant ainsi la rhétorique d’Al-Qaïda.

Nous savons tous parfaitement que le colonel Kadhafi aurait noyé dans le sang la révolution libyenne. Au-delà du drame, nous aurions été confrontés à la fin du printemps arabe.

Nous avons pu croire, le temps d’une journée, que le vote de cette résolution aurait pu avoir un effet dissuasif sur le régime du colonel Kadhafi, qui a annoncé un cessez-le-feu dès le lendemain de son adoption. Cette prise de position lui a donné un avantage stratégique non négligeable, puisque ce temps de répit lui a permis de poursuivre la manœuvre d’encerclement de Benghazi. Sa fourberie n’a pu tromper longtemps la communauté internationale, car il n’a pas tardé à ordonner d’ouvrir le feu sur les populations libyennes désarmées.

C’est la raison pour laquelle, mes chers collègues, le Gouvernement a eu raison d’engager nos forces aériennes dès samedi soir, après le sommet avec nos partenaires organisé à Paris par le Président de la République. Cet engagement a souligné l’efficacité opérationnelle de notre armée de l’air, à laquelle je rends hommage. Je tiens à saluer tout particulièrement la performance et le courage de nos pilotes, qui ont survolé les premiers le théâtre libyen.

Ce fait a une signification opérationnelle évidente, mais aussi et surtout une signification politique considérable. Nous avons tous ressenti une certaine émotion à voir flotter le drapeau français sur Benghazi, par la volonté des manifestants libyens, en reconnaissance de notre action déterminante. L’image de la France défendant activement les droits de l’homme et s’engageant courageusement dans la lutte contre une certaine forme de barbarie, est aujourd’hui préservée et valorisée.

Il nous faut cependant être prêts à faire face à plusieurs écueils.

Premièrement, il me semble important de maintenir la cohésion de la communauté internationale. N’oublions pas que, sur quinze États, dix seulement ont voté cette résolution ; cinq se sont abstenus. Nous ne pouvons pas nous contenter de cette espèce d’abstention bienveillante, nous devons poursuivre nos efforts diplomatiques.

Deuxièmement, nous ne pouvons pas non plus négliger de continuer notre travail de persuasion vis-à-vis des États de la Ligue arabe. Là aussi, nous devons redoubler d’efforts pour convaincre ces partenaires qu’il ne saurait y avoir de zone d’exclusion aérienne effective sans opération préalable contre les défenses antiaériennes de la Libye. Rappelons que notre action se situe dans le cadre de l’ONU et que nous ne saurions envisager une autre action menée dans le cadre de l’OTAN, pour des raisons politiques que nos alliés pourront aisément comprendre.

Troisièmement, nous devons être vigilants face à l’absence totale de sens éthique du colonel Kadhafi. Il nous faudra faire face à la manipulation de l’opinion. L’annonce faite par lui dimanche soir d’un cessez-le-feu ne doit pas endormir notre détermination. Il nous faudra aussi faire face à la tentation du colonel Kadhafi de porter la guerre en Méditerranée ou dans le Sud de la France.

Il nous faudra également être vigilants face à la tentation du régime libyen de recourir à la prise d’otages, voire au terrorisme. Le colonel Kadhafi nous a montré à plusieurs reprises ses compétences en ce domaine. Nous n’avons pas oublié l’attentat de Lockerbie,…

M. Roland Muzeau. Vous l’aviez oublié ! En janvier, vous mangiez ensemble !

M. Guy Teissier, président de la commission de la défense. …ni celui mené contre le DC-10 d’UTA au-dessus du désert du Ténéré. Les spécialistes nous assurent qu’il dispose de réseaux dormants et de réserves financières lui permettant d’organiser des frappes contre les intérêts occidentaux, notamment en Afrique.

Quatrièmement, enfin, le risque que notre intervention militaire se traduise par une partition de la Libye n’est pas à exclure totalement.

Qu’il me soit permis de souligner que nous ne devrons pas perdre de vue notre objectif ultime, qui est de conduire à un règlement politique du conflit interne en Libye. Le renversement du colonel Kadhafi ne saurait constituer un objectif en soi. La réaffirmation de notre volonté de respecter la souveraineté du peuple libyen doit être constante. Nous devons convaincre la communauté internationale – notamment ses éléments les plus réticents – que notre action n’a pas pour vocation d’aller au-delà de notre « devoir de protéger » un peuple dont la population civile fait l’objet d’exactions de la part d’un régime qui a toujours refusé de reconnaître les règles fondant la vie internationale.

Il nous faudra également être prudents afin que notre action ne suscite pas d’espoirs déraisonnables, alors que l’on voit déjà, dans certains pays arabes, les opposants appeler les Occidentaux à l’aide.

Nous disposons d’une résolution du Conseil de sécurité des Nations unies parfaitement claire ; je ne doute pas que nous saurons nous y tenir.

En conclusion, permettez-moi, mes chers collègues, de saluer l’initiative diplomatique et militaire de notre gouvernement, qui fait l’honneur de la France sur la scène internationale. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

M. le président. La parole est à M. Alain Juppé, ministre d’État, ministre des affaires étrangères et européennes.

M. Alain Juppé, ministre d’État, ministre des affaires étrangères et européennes. Monsieur le président, monsieur le Premier ministre, mesdames et messieurs les députés, ce débat, je vous le rappelle, se déroule en application de l’article 35 de notre Constitution, qu’il respecte à la lettre.

Je voudrais tout d’abord remercier les intervenants qui viennent de se succéder : MM. Ayrault, Jacob, Sauvadet, Bayrou, Muselier, Teissier,…

M. Roland Muzeau. Merci !

M. Alain Juppé, ministre d’État. …qui ont apporté leur soutien à la politique du Gouvernement.

Je n’ai pas oublié M. Muzeau mais je n’ai pas observé qu’il nous ait apporté son soutien ! (Rires sur les bancs des groupes UMP et NC.)

M. Roland Muzeau. Vous avez bien écouté !

M. Alain Juppé, ministre d’État. Je n’entrerai d’ailleurs pas dans la polémique qu’il a soulevée. Sa dénonciation de l’impérialisme colonialiste m’a semblé avoir un petit parfum des années cinquante. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

M. Roland Muzeau.Et BHL ?

M. Alain Juppé, ministre d’État. Il faut en tout cas beaucoup d’audace pour expliquer que nous sommes, dans cette affaire, à la remorque des États-Unis et du Président Obama,…

M. Roland Muzeau. Ce n’est pas de l’audace mais de la clairvoyance ! Lisez le New York Times !

M. Alain Juppé, ministre d’État. …quand on sait comment les choses se sont passées. Mais je clos la polémique. L’importance du débat doit nous mettre à l’abri de ce genre de joute.

Je voudrais, en second lieu, rendre hommage – le ministre de la défense le fera sans doute beaucoup mieux que moi – aux militaires français, qui font preuve dans cette intervention de leurs qualités habituelles de professionnalisme et de courage. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP, NC et SRC.)

J’ai entendu dire que cette opération militaire était dangereuse.

Mme Jacqueline Fraysse. La guerres est toujours dangereuse !

M. Alain Juppé, ministre d’État. C’est vrai, madame la députée, mais laissez-moi vous dire qu’il y a des moments, dans la vie des peuples, où il faut savoir prendre le risque d’utiliser la force pour faire céder la violence aveugle d’un dictateur. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

Je vous pose simplement la question : quels seraient aujourd’hui nos sentiments si nous n’avions pas fait ce que nous avons fait et si nous avions vu sur les écrans de télévision les images de la population de Benghazi décimée par les troupes de Kadhafi ? (Mêmes mouvements.)

M. Roland Muzeau. Vous l’avez soutenu jusqu’en janvier !

M. Alain Juppé, ministre d’État. Cela seul justifie le choix que nous avons fait.

Je n’entends pas reprendre l’ensemble du déroulement de cette opération, que M. le Premier ministre a parfaitement présenté. Je reviendrai simplement sur un certain nombre de points qui ont été évoqués par les orateurs successifs, et tout d’abord sur le pilotage politique et le commandement militaire de l’opération.

Certains se sont émus de l’absence de commandement ; M. Bayrou, je crois, a évoqué ce point. Ce n’est évidemment pas ainsi que se présentent les choses. Pour nous, cette opération est d’abord une opération voulue par les Nations unies. Elle est conduite par une coalition d’États dont tous ne sont pas membres de l’Organisation du traité de l’Atlantique nord ; ce n’est donc pas une opération de l’OTAN, même si elle doit pouvoir s’appuyer sur les moyens militaires de planification et d’intervention de l’Alliance. C’est très exactement dans ce schéma que nous nous situons.

Pour bien marquer les choses, à l’initiative du Président de la République, j’ai proposé à nos collègues britanniques, qui en sont d’accord, de mettre sur pied une instance de pilotage politique de l’opération qui réunira les ministres des affaires étrangères des États intervenants ainsi que de ceux de la Ligue arabe. Nous devrions nous réunir dans les tout prochains jours à Bruxelles, Londres ou Paris, et répéter régulièrement ce genre de réunion pour bien marquer que le pilotage politique existe.

À partir de ce pilotage politique, sous la responsabilité de M. le ministre de la défense, nous utiliserons bien sûr les capacités de planification et d’intervention de l’OTAN. Je crois que les choses sont, de ce point de vue, tout à fait claires.

Le risque d’enlisement, qui existe, bien sûr. Ce que nous voulons, c’est une intervention militaire de courte durée. Les Américains y sont particulièrement attentifs, nous aussi. Contrairement aux inquiétudes qui se sont exprimées ici ou là, il n’y aura évidemment pas d’intervention au sol. La résolution 1973 du Conseil de sécurité nous l’interdit explicitement ; il n’en est donc pas question.

L’intervention militaire peut s’arrêter à tout moment. Il suffit que le régime de Tripoli se mette en conformité exacte et complète avec les résolutions du Conseil de sécurité, qu’il accepte notamment un cessez-le-feu authentique, qu’il retire ses troupes des endroits où elles ont pénétré et les fassent rentrer dans les casernes, et l’opération militaire s’arrêtera.

Au-delà, il nous faut d’ores et déjà penser à la suite, c’est-à-dire à la paix. La France a été à l’initiative dans l’organisation de l’intervention militaire, elle sera à l’initiative dans l’organisation de la paix. Le Président de la République s’exprimera dans cet esprit dans les prochains jours.

Pour nous, en toute hypothèse, il n’appartient pas à la coalition de décider de ce que sera le futur régime politique de la Libye. C’est aux Libyens eux-mêmes que cette responsabilité incombera. Notre intervention a uniquement pour objet de les mettre en situation de s’exprimer librement et d’accéder à la transition démocratique qui leur a été refusée jusqu’à présent.

Voilà qui m’amène, en troisième lieu, à dire un mot du Conseil national de transition. « Qui sont ces gens ? » ai-je entendu dire ici ou là, notamment à Bruxelles. N’y a-t-il pas parmi eux trop d’anciens ministres du régime Kadhafi ? Cet argument, je l’avoue, me laisse perplexe. Avez-vous déjà vu une révolution dans laquelle les révolutionnaires n’ont pas, plus ou moins, fricoté dans la période précédente avec le régime en place ? Ce qui fait le sel des révolutions, c’est que précisément les gens évoluent et qu’on les retrouve parfois, après une prise de conscience salutaire, de l’autre côté de la barrière. (Sourires sur de nombreux bancs.) Cela s’est passé dans bien des endroits ! (Applaudissements sur plusieurs bancs des groupes UMP et NC.)

Aujourd’hui, il n’y a pas d’autre interlocuteur valable que le Conseil national de transition. Nous avons eu raison de le reconnaître et, contrairement à ce qui a été dit, la France n’est pas la seule à l’avoir fait. Lors du Conseil européen exceptionnel du 11 mars, la totalité de nos partenaires ont adopté une déclaration dans laquelle il est écrit noir sur blanc que le Conseil national de transition est un interlocuteur politique valable. Nous allons donc continuer de travailler avec eux et avec d’autres qui s’y joindront le cas échéant.

Quant à l’implication du monde arabe, cela a été non seulement notre souci, mais notre exigence absolue dès le départ. C’est la raison pour laquelle j’ai dit tout à l’heure qu’il ne s’agissait pas d’une opération de l’OTAN, mais de l’ONU avec une coalition d’États membres et le soutien de l’OTAN. La différence n’est pas minime. Pourquoi ? Car vis-à-vis du monde arabe, l’organisation du Traité de l’Atlantique Nord n’est pas l’organisation appropriée pour monter ce type d’opération.

Nous avons obtenu le soutien du monde arabe. Je voudrais d’abord saluer le rôle du Liban. La déclaration 1973 du Conseil de sécurité des Nations unies a été préparée par la France, la Grande-Bretagne et le Liban. Sans le soutien actif du Liban, au nom de la Ligue arabe, nous n’y serions pas parvenus. Les Américains sont venus se joindre à nous lorsque les choses avaient suffisamment avancé pour que le succès de la résolution soit à peu près assuré. (Applaudissements sur de nombreux bancs du groupe UMP et du Nouveau Centre.)

Nous avons continué de travailler avec le monde arabe, notamment lors du sommet de Paris. Il y avait autour de la table le secrétaire général de la Ligue arabe, le ministre des affaires étrangères de Jordanie, du Maroc, du Qatar, des Émirats arabes unis, soit cinq participants venus du monde arabe. Ce travail s’est poursuivi avec M. Moussa dont on a dit, ici ou là, que les déclarations étaient ambiguës. Il est vrai que certains de ses propos pouvaient prêter à confusion. Cela étant, il les a clarifiés hier.

M. Roland Muzeau. Ah oui ?

M. Alain Juppé, ministre d’État. Je l’ai eu au téléphone depuis et sa déclaration a été très claire : il soutient les résolutions du Conseil de sécurité et leur mise en application ne lui pose aucun problème. Nous continuons de travailler avec lui. J’ai tout à l’heure parlé du comité de pilotage politique qui se réunira à Bruxelles ou à Londres dans les prochains jours. Le monde arabe y aura bien entendu toute sa place.

S’agissant de l’opposition de la Turquie dont il fut question tout à l’heure, j’ai sous les yeux une dépêche toute fraîche, datée du 22 mars dont je vous livre le contenu : le président américain et le premier ministre turc sont tombés d’accord sur la nécessité d’une large contribution internationale dont celle des pays arabes aux opérations de la coalition en Libye. (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP.) Il ne me semble pas que cela soit une déclaration dissidente de la Turquie !

Autre point, le rôle de l’Union européenne. Il n’est pas exact de dire que nous n’avons pas convaincu nos partenaires sur la légitimité de cette opération. Le contraire est même tout à fait avéré, puisque le Conseil européen exceptionnel obtenu par le Président de la République française a, le 11 mars, adopté une déclaration qui dit explicitement que les Onze soutiennent le processus qui a été engagé. Pas plus tard qu’hier à Bruxelles, nous avons, à nouveau, adopté une déclaration qui salue la réunion de Paris et soutient la résolution 1973 du Conseil de sécurité.

M. Jacques Desallangre. Sans participation.

M. Alain Juppé, ministre d’État. Ce qui est vrai, c’est que ce soutien se porte essentiellement sur le volet humanitaire de la résolution. Cela m’a amené à dire – moi qui suis un très ardent partisan de la politique de sécurité et de défense commune – que je considérais qu’il y avait encore beaucoup de progrès à faire.

M. Guy Teissier, président de la commission de la défense.En effet.

M. Alain Juppé, ministre d’État. Dans l’esprit de beaucoup de nos partenaires de l’Union européenne, l’Union a plutôt vocation à fonctionner comme une ONG humanitaire que comme une entité politique dotée d’un système de défense. Nous avons encore du travail à faire pour faire évoluer cette situation, mais l’Union s’engagera dans tout le volet humanitaire de l’opération, y compris par des moyens maritimes si cela est nécessaire.

M. Roland Muzeau. On va accueillir les réfugiés ?

M. Alain Juppé, ministre d’État. Voilà ce que je souhaitais dire sur l’implication de l’Union européenne qui n’est pas restée en arrière de la main, même si – et il faut le dire très clairement –, l’Allemagne ne partage pas notre point de vue sur cette opération et sur la partie militaire de l’intervention.

M. Roland Muzeau. L’Italie non plus !

M. Alain Juppé, ministre d’État. À François Bayrou qui a fait part de son très net soutien, je fais remarquer que « la juste ingérence » n’est plus à l’ordre du jour. Le concept d’ingérence a été abandonné au profit de celui de responsabilité de protéger.

M. Jean Glavany. C’est mieux !

M. Alain Juppé, ministre d’État. Ce concept a été adopté par les Nations unies en 2005 et la résolution 1973 est sa première mise en œuvre. Il signifie que les États membres des Nations unies se sont engagés sur le principe suivant : les gouvernements ont la responsabilité de protéger leur population contre les crimes de guerre, les crimes contre l’humanité et les génocides. S’ils ne le font pas, la communauté internationale s’arroge le droit de se substituer aux gouvernements qui n’assurent pas cette responsabilité. C’est très exactement dans ce cadre que nous sommes aujourd’hui. (Applaudissements sur les bancs du groupe UMP.)

M. Roland Muzeau. Et le Yémen ?

M. Alain Juppé, ministre d’État. Un peu de cohérence, mesdames et messieurs les députés communistes ! Vous nous accusez d’intervenir militairement en Libye et vous voulez qu’on aille au Yémen, en Syrie et en Jordanie ? (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

En conclusion, je dirai que la diplomatie française est fière du travail qu’elle a accompli. Elle l’a fait sous l’autorité du Président de la République et du Premier ministre, avec beaucoup de conscience professionnelle et d’enthousiasme. Je voudrais en particulier saluer le travail de notre représentation permanente à New York qui a négocié pendant des jours et des nuits pour arriver à ce résultat. (Applaudissements sur de nombreux bancs des groupes UMP et NC.)

M. Paul Giacobbi. Très bien.

M. Alain Juppé, ministre d’État. C’est pour nous un sentiment de fierté ainsi que d’humilité. Car, mesdames et messieurs les députés, le plus dur reste à faire.

Mme Jacqueline Fraysse. Oui, car ne n’est pas fini.

M. Roland Muzeau. C’est quand la sortie ?

M. Alain Juppé, ministre d’État. Il faut maintenant construire la paix, là comme ailleurs, tout autour de la Méditerranée pour faire en sorte que cette fantastique aspiration des peuples arabes à la liberté et à la démocratie devienne une chance et que nous évacuions les risques qu’elle comporte. C’est une chance pour eux, mais également pour nous ! (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC et de nombreux bancs du groupe SRC.)

M. le président. La parole est à M. Gérard Longuet, ministre de la défense et des anciens combattants.

M. Jean-Pierre Dufau. Est-ce bien nécessaire ?

M. Gérard Longuet, ministre de la défense et des anciens combattants.Oui, monsieur le député !

Monsieur le président, monsieur le Premier ministre, monsieur le ministre d’État, ministre des affaires étrangères et européennes, mesdames et messieurs les députés, en qualité de ministre de la défense, je voudrais exprimer la gratitude de la grande communauté des militaires de notre pays à la suite des propos de solidarité, de soutien et de reconnaissance exprimés par les différentes intervenants : Guy Teissier pour la commission de la défense et Renaud Muselier suppléant Axel Poniatowski pour la commission des affaires étrangères, ainsi que les présidents des groupes, hommes politiques exprimant des convictions différentes. Jean-Marc Ayrault, Christian Jacob, François Sauvadet et François Bayrou ont reconnu le remarquable engagement, le professionnalisme, le sérieux, le sens des responsabilités de nos militaires, principalement de l’armée de l’air. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC et sur quelques bancs du groupe SRC.)

M. Jean Auclair. Vous n’avez pas cité M. Muzeau !

M. Gérard Longuet, ministre. Si je ne l’ai pas cité, c’est parce que je n’ai pas entendu la même chose de sa part.

Derrière l’image de combattants, de pilotes engagés sur le front, prenant des risques personnels considérables – hélas il n’y a pas d’opération de guerre qui n’ait son lot de victimes –, il y a une armée de l’air mobilisée, qui est profondément implantée dans nos départements. C’est vrai pour le transport sans lequel l’opération logistique n’aurait pas été possible, je pense à Évreux et Orléans, c’est-à-dire à l’Eure et au Loiret. Pensez au travail remarquable des AWACS, c’est-à-dire à la ville d’Avord dans le département du Cher. Je n’oublie pas le département des Bouches du Rhône avec Istres qui envoie les C135. Les avions de reconnaissance et de combat sont au contact du terrain, je pense aux unités de reconnaissance de Reims dont la base sera transférée à Mont-de-Marsan. Mais il y a aussi Saint-Dizier, avec les Rafale, Nancy avec les Mirage 2000-D…

M. Roland Muzeau. Vous nous faites un cours de géographie ou vous êtes ministre de la défense ?

M. Gérard Longuet, ministre. ..et Dijon avec les Mirage 2000-5.

Derrière ces quelques dizaines de pilotes, il y a des milliers de professionnels engagés pour la réussite des armes de la France et pour l’autorité, monsieur le Premier ministre, de la parole française.

Jean-Marc Ayrault a fait remarquer que l’on ne gagnait pas une guerre avec la seule arme aérienne. Certes, et l’on pourrait ouvrir un débat historique. Je lui indique que nos aviateurs interviennent dans le cadre de la résolution 1973 qui a pour objet – le ministre d’État le rappelait à l’instant – d’assurer la protection des habitants. Cette protection n’est pas simplement la mise en œuvre d’une zone d’exclusion aérienne. Il s’agit de protéger les habitants contre toutes les formes d’agression que permettent les moyens lourds d’une armée professionnelle. La zone d’exclusion aérienne est la première étape. Nous pouvons d’ores et déjà considérer que sa mise en œuvre est un succès dans la mesure où, à ce jour, aucun hélicoptère ou avion de combat sous l’autorité du gouvernement de Tripoli ne vole et n’est vraisemblablement plus en mesure de voler. Voilà pour la première étape.

Cela étant, il ne s’agit pas simplement de desserrer l’étau par des frappes aériennes sur des agresseurs aériens. La démonstration de samedi, de dimanche et de lundi réalisée à la fois par l’aviation française et celle de la coalition montre que toute forme d’agression lourde – de blindés ou d’artillerie – peut être combattue depuis les airs par nos avions, les Mirage 2000-D tout particulièrement, et les Rafale équipés à cet effet.L’objectif de protection des habitants ne sera atteint que lorsque les artilleurs et les blindés seront dans leur caserne ou hors d’état de nuire.

La présence de la marine n’a rien d’incongru, puisque 90 % de la population libyenne habite sur une bande côtière de quelques dizaines de kilomètres de profondeur sur près de 1 500 kilomètres de long. Le fait d’être, à cet instant, en mesure d’interdire toute sortie de la marine libyenne sécurise des villes assiégées comme Misrata d’une offensive maritime qui aurait pu être dangereuse pour les assiégés de cette ville.

Nous disposons de réels moyens d’intervention qui vont bien au-delà de la simple zone d’exclusion aérienne. Si, à ma connaissance, il n’y a pas eu de tirs sur des blindés ou sur de l’artillerie, c’est parce qu’il n’y avait pas de cibles, du moins identifiées par la coalition.

Vous me direz que l’intervention aérienne est certainement de moindre portée qu’une guerre traditionnelle. C’est sans doute la raison pour laquelle, monsieur Ayrault, même sans tenir compte du problème juridique, il était impossible d’intervenir dans le cadre de combats urbains. En revanche, l’aviation est en mesure de neutraliser tous les supports logistiques d’une troupe au sol. Même si elle n’a ni blindés, ni canons lourds, elle a besoin d’une logistique, que nous sommes en mesure de la neutraliser.

C’est la raison pour laquelle, au-delà de la simple zone d’exclusion aérienne, l’intervention extrêmement précise de l’aviation permet au « débat » libyen d’être le plus équilibré possible. C’est en tout état de cause le vœu que forment les militaires.

Je voudrais traiter d’un deuxième et dernier point : l’extrême réactivité de la chaîne de commandement.

Nous aurions pu, monsieur le ministre d’État, intervenir quelques heures après votre projet de résolution. Le Gouvernement n’a pas souhaité le faire, par respect pour les procédures et pour ne pas donner le sentiment du fait accompli.

Aujourd’hui, en revanche, nous sommes dans un état de réactivité absolue, car au-delà des préoccupations politiques parfaitement légitimes exprimées au niveau international, dont certains orateurs se sont fait l’écho et auxquelles le ministère d’État a répondu, il faut que vous sachiez que la coopération des états-majors est telle que l’information circule en temps réel. La décision de tirer ou de ne pas tirer, d’intervenir ou de ne pas intervenir – grâce, il est vrai, à des procédures de coopération anciennes et établies – relève d’une gestion en temps réel, dès lors qu’il existe une volonté politique. Or, de manière manifeste, à l’initiative du Président de la République française, en solidarité avec le Premier ministre David Cameron, il existe une volonté politique relayée par la plus grande puissance du monde que sont les États-Unis, auxquels se joignent les pays de la Ligue arabe et les pays européens.

Enfin, comme vous le savez, je suis un homme de tradition et je ne peux rappeler sans émotion que c’est en Libye, avec les cailloux blancs que sont Koufra, Bir Hakeim et Tobrouk, que la France a connu les premières étapes de sa liberté. (Applaudissements sur les bancs des groupes UMP et NC.)

M. le président. Le débat est clos.

Suspension et reprise de la séance

M. le président. La séance est suspendue.

(La séance, suspendue à dix-sept heures, est reprise à dix-sept heures dix.)

M. le président. La séance est reprise.


CONGRESO DE LOS DIPUTADOS

Casella di testo: PRESIDENCIA DEL EXCMO. SR. D. JOSÉ BONO MARTÍNEZ
Sesión plenaria núm. 220
celebrada el martes 22 de marzo de 2011
ORDEN DEL DÍA: 

Debate relativo a la ratificación por la Cámara prevista en el artículo 17.3 de la Ley Orgánica 5/2005, de 17 de noviembre, de la Defensa Nacional: 
— Solicitud de ratificación por el Congreso de los Diputados del apartado primero del acuerdo del Consejo de Ministros de 18 de marzo de 2011, por el que se dispone la participación de fuerzas españolas en la resolución de la crisis de Libia, en aplicación de las resoluciones 1970 (2011) y 1973 (2011) del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. (Número de expediente 095/000009.)  . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 	Página 2 
CORTES GENERALES
 
DIARIO DE SESIONES DEL

PLENO Y DIPUTACIÓN PERMANENTE

Año 2011                                IX Legislatura                                 Núm. 232

 

Se abre la sesión a las doce del mediodía.

SUMARIO

Se abre la sesión a las doce del mediodía.

Debate relativo a la ratificación por la Cámara prevista en el artículo 17.3 de la Ley Orgánica 5/2005, de 17 de noviem­bre, de la Defensa Nacional  . . . . . . . . . . 2

Solicitud de ratificación por el Congreso de los Diputados del apartado primero del acuerdo del Consejo de Ministros de 18 de marzo de 2011, por el que se dispone la participación de fuerzas españolas en la resolución de la Crisis de Libia, en aplicación de las resoluciones 1970 (2011) y 1973 (2011) del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas . . . . . . . . . . . . . . . . . 2

El señor presidente del Gobierno (Rodrí guez Zapatero) interviene para explicar el acuerdo adop­tado por el Consejo de Ministros de 18 de marzo de 2011 y solicitar la ratificación por el Congreso de los Diputados de las decisiones adoptadas en el citado Consejo respecto a la participación de fuer­zas españolas en la aplicación de las resoluciones del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas sobre la crisis libia.

Intervienen los señores Rajoy Brey, del Grupo Parla­mentario Popular en el Congreso; Duran i Lleida, del Grupo Parlamentario Catalán (Convergència i Unió); Erkoreka Gervasio, del Grupo Parlamentario Vasco (EAJ-PNV); Llamazares Trigo y Ridao i Martín, del Grupo Parlamentario de Esquerra Republicana-Izquierda Unida-Iniciativa per Catalunya Verds; Jorquera Caselas, Perestelo Rodrí guez, la señora Díez González y el señor Salvador Armendáriz, del Grupo Parlamentario Mixto y el señor Alonso Suárez, del Grupo Parlamentario Socialista.

Contesta el señor presidente del Gobierno.

Replica el señor Llamazares Trigo.

Cierra el debate el señor presidente del Gobierno.

Sometida a votación la ratificación del Congreso prevista en el artículo 17.3 de la Ley Orgánica 5/2005 en rela­ción con la solicitud del Gobierno, se aprueba por 336 votos a favor, tres en contra y una abstención.

Se levanta la sesión a las dos y cinco minutos de la tarde.

El señor PRESIDENTE: Señorías, se abre la sesión.

Antes de iniciar el examen del único punto del orden del día que nos convoca, deseo anunciar a sus señorías que se encuentra en la tribuna de honor la señora presi­denta de la República de Irlanda.

Señora presidenta, es un honor para el Congreso de los Diputados recibirla con motivo de su viaje oficial a España. Le deseamos una feliz estancia en nuestro país y le damos nuestra más cordial bienvenida.

Muchas gracias. (Aplausos.)

DEBATE RELATIVO A LA RATIFICACIÓN POR LA CÁMARA PREVISTA EN EL ARTÍCULO 17.3 DE LA LEY ORGÁNICA 5/2005, DE 17 DE NOVIEMBRE, DE LA DEFENSA NACIONAL.

—        SOLICITUD DE RATIFICACIÓN POR EL CON­GRESO DE LOS DIPUTADOS DEL APARTADO PRIMERO DEL ACUERDO DEL CONSEJO DE MINISTROS DE 18 DE MARZO DE 2011, POR EL QUE SE DISPONE LA PARTICIPACIÓN DE FUERZAS ESPAÑOLAS EN LA RESOLU­CIÓN DE LA CRISIS DE LIBIA, EN APLICA­CIÓN DE LAS RESOLUCIONES 1970 (2011) Y 1973 (2011) DEL CONSEJO DE SEGURIDAD DE NACIONES UNIDAS. (Número de expe­diente 095/000009.)

El señor PRESIDENTE: Señorías, el Gobierno ha solicitado que el Congreso de los Diputados ratifique el apartado primero del acuerdo del Consejo de Ministros de 18 de marzo, por el que se ha dispuesto la participa­ción de fuerzas españolas en la resolución de la crisis de Libia, en aplicación de las resoluciones 1970 y 1973 del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas.

Para explicar el acuerdo adoptado y solicitar formal­mente la ratificación del Congreso de los Diputados tiene la palabra el señor presidente del Gobierno.

El señor PRESIDENTE DEL GOBIERNO (Rodrí­guez Zapatero): Señor presidente, señoras y señores diputados, comparezco hoy ante ustedes para solicitar, de acuerdo con lo previsto en el artículo 17.3 de la Ley de la Defensa Nacional, la ratificación por el Congreso de los Diputados de las decisiones adoptadas por el Consejo de Ministros de 18 de marzo de 2011 y, en consecuencia, la autorización de esta Cámara para la participación de fuerzas españolas en la aplicación de las resoluciones del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas sobre la crisis libia.

Como todos ustedes saben, el pasado jueves el Con­sejo de Seguridad de Naciones Unidas aprobó la Reso­lución 1973, en la que autoriza a los Estados miembros a tomar todas las medidas necesarias para proteger a los civiles, las áreas habitadas por civiles en Libia, inclu­yendo a tal fin el establecimiento de una zona de exclu­

sión aérea. Con esta resolución, el Consejo de Seguridad ha hecho uso de las competencias que tiene atribuidas por la Carta de Naciones Unidas para el mantenimiento de la paz y la seguridad internacionales. En ella da efec­tividad al llamado principio de la responsabilidad de proteger, que fue respaldado por la Asamblea General de Naciones Unidas en el documento final de la cumbre mundial de 2005 y que en alguna medida ya fue aplicado por el Consejo de Seguridad en su Resolución 1706, de 2006, en la que autorizaba a la misión de Naciones Unidas en Sudán a usar la fuerza para proteger a la población civil en Darfur.

Con la Resolución 1973, que es complementaria de la Resolución 1970, del pasado 26 de febrero, la comu­nidad internacional, a través de su más alta instancia, ha sabido estar a la altura de sus responsabilidades para hacer frente a un hecho siempre grave, en este caso el empleo de la fuerza contra la población civil por parte de las autoridades libias mediante ataques generalizados y sistemáticos a la misma. A mi juicio, señorías, la comunidad internacional no solo ha abierto el cauce para poner fin a esos hechos, a unos hechos dramáticos que reclamaban su respuesta, sino que ella misma sale refor­zada de una decisión anclada en su legalidad y en su legitimidad. Así se lo hice constar al secretario general de Naciones Unidas, señor Ban Ki-moon, en la entrevista que mantuvimos el mismo 18 de marzo al término del Consejo de Ministros. La comunidad internacional sale reforzada por la forma en que ha adoptado su posición, con apoyo inequívoco en dos resoluciones del Consejo de Seguridad, la 1970 y, la que ha permitido el uso de la fuerza, la 1973, y con el respaldo expreso de las organi­zaciones regionales más relevantes en este caso: la Liga Árabe, la Conferencia Islámica, la Unión Africana y el propio Consejo Europeo. Sale reforzada además por el fundamento material de la decisión: el principio de la responsabilidad de proteger, la protección de los civiles. Lo recogió el Consejo de Seguridad en la Resolu­ción 1970. La responsabilidad de proteger consiste en que si un Estado no cumple con la responsabilidad de proteger a sus ciudadanos, la comunidad internacional debe intervenir para asumirla. Es un principio humani­tario, la razón por la que estamos interviniendo en Libia, para defender a los ciudadanos de ataques de las propias fuerzas libias.

La Resolución 1973 insiste también en el objetivo de encontrar una solución a la crisis de Libia que responda a las legítimas demandas del pueblo de ese país. Hay que situar además esta decisión de la comunidad interna­cional en un contexto histórico concreto, que se ha calificado de primavera árabe en relación con la situación en el norte de África. Es la apertura de una nueva etapa política en el Mediterráneo que la sociedad española sigue con atención y con esperanza. La valentía y el espíritu cívico demostrados por el pueblo de Túnez, primero, y por el de Egipto, después, han sido una demostración palpable de que el progreso y la libertad son también causas del mundo árabe y que se pueden

hacer valer pacíficamente. En Libia la violenta reacción de sus autoridades a las demandas democratizadoras, que también comenzaron a expresarse allí por su pueblo, emergió muy pronto como una clara excepción en este proceso. El Consejo de Asuntos Exteriores de la Unión Europea ya se pronunció el 21 de febrero sobre los pri­meros disturbios registrados, condenando la represión y deplorando la violencia y la muerte de civiles en Libia.

La extraordinaria gravedad que iba adquiriendo la situación provocó que se convocase un Consejo Europeo extraordinario el 11 de marzo. En aquella reunión, la Unión expresó su firme solidaridad con el pueblo libio y las víctimas de la represión, acordando condenar la violenta represión ejercida por el régimen contra sus ciudadanos, así como la flagrante y sistemática violación de los derechos humanos, y pedir que cesara inmediata­mente y se garantizara la seguridad de la población por todos los medios necesarios. Además, el Consejo Europeo celebró la Resolución 1970 del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas y la remisión de la situa­ción imperante en Libia ante la Corte Penal Interna­cional. También se comprometió a evaluar todas las respuestas posibles, siempre que existiera una necesidad demostrable, una base jurídica clara y el apoyo de la región en relación con los ataques contra civiles incluso desde el aire. Y, por último, apeló a Naciones Unidas, la Liga Árabe, la Unión Africana y nuestros socios inter­nacionales para encontrar juntos esas respuestas. Desde entonces, desde ese pronunciamiento del Consejo Europeo, la Unión dejó de reconocer al coronel Gadafi toda legitimidad, pidió su renuncia y adoptó medidas contra la cúpula dirigente del país.

El objetivo que se planteó de manera nítida fue que Libia acometiera con rapidez una transición ordenada hacia la democracia a través de un diálogo plural. Sin embargo, pronto fue evidente que la emergencia huma­nitaria reinante en el país era la prioridad fundamental, alcanzando proporciones muy preocupantes, agravadas por los importantes movimientos migratorios inducidos por los acontecimientos. La Unión puso en marcha un dispositivo para evacuar no solo a sus ciudadanos sino también a los de otros países vecinos que huían de los combates y de los peligros que la ofensiva militar del régimen causaba. España contribuyó por su parte a este esfuerzo, destacando medios aéreos para evacuar a nacionales de terceros países atrapados en las fronteras de Libia con Túnez y Egipto y aportando material de apoyo humanitario a través de la Agencia Española de Cooperación y Desarrollo en una forma que ha sido calificada de modélica por su eficacia por parte de nues­tros socios y de los países afectados. (La señora vice­presidenta, Cunillera i Mestres, ocupa la Presi­dencia.)

Paralelamente, la comunidad internacional proseguía su movilización para dotarse de los instrumentos jurí­dicos que le permitieran intervenir en Libia con la legi­timidad necesaria. La propia Unión Europea comenzó, tal y como se había comprometido en su reunión del 11

de marzo, a estudiar todas las opciones a su alcance, incluida la acción militar. Entre las medidas más claras figuró desde un principio la posibilidad de declarar una zona de exclusión aérea que permitiera neutralizar la fuerza militar que el régimen empleaba contra la pobla­ción que manifestaba su oposición en varias regiones del país. Mientras varios países europeos, en el seno del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas, junto con los Estados Unidos, promovían una resolución que autori­zase el uso de la fuerza para proteger a la población, la propia Liga Árabe, en su reunión del pasado 12 de marzo, hizo un llamamiento al Consejo de Seguridad para que impusiese dicha zona de exclusión aérea para las fuerzas aéreas libias y crease zonas seguras en los lugares vulnerables a los ataques aéreos. La aprobación de la Resolución 1973 el jueves pasado proporcionó la base legal para intervenir, de acuerdo con las condiciones fijadas por el Consejo Europeo del día 11 de marzo respaldadas por el Gobierno de España.

En esas circunstancias, la comunidad internacional debía decidir cómo aplicar la resolución y así lo hizo en el curso de la reunión de París convocada por el presi­dente francés Nicolas Sarkozy el pasado 26 de marzo. La reunión de París congregó a dieciocho países, entre los que figuraban once europeos, cinco árabes, además de Estados Unidos y Canadá, el secretario general de Naciones Unidas, la alta representante de la Unión Europea, el presidente de la Comisión Europea y el secretario general de la Liga Árabe. El texto de la decla­ración que se aprobó lamentaba que las demandas de la comunidad internacional expresadas por el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas en su Resolución 1970, la Liga Árabe, la Organización de la Conferencia Islá­mica y la Unión Europea, no hubieran sido atendidas por el régimen libio. El régimen libio había proseguido su escalada militar contra su propia población con medios de guerra.

Ante esta situación, los países congregados en París expresamos nuestra satisfacción por la adopción de la Resolución 1973 del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas y decidimos dar cumplimiento a lo dispuesto en la misma. Decidimos, señorías, adoptar todas las medidas necesarias, incluidas las militares, de acuerdo con la Resolución 1973, para asegurar su cumplimiento; mos­trar al pueblo libio nuestra determinación de apoyarle para que pudiese realizar sus aspiraciones y construir su futuro democrático, respetando su soberanía y su inte­gridad territorial; no permitir que el coronel Gadafi desafiara a la comunidad internacional y despreciara a su propio pueblo. Mediante la puesta en marcha de dis­tintas operaciones coordinadas, daba así comienzo la operación denominada Amanecer de la Odisea, que no incluye, como estipula la Resolución 1973, la ocupación del territorio libio bajo ningún concepto. Como tuve ocasión de señalar en París, al sumarse a este esfuerzo, España, como miembro activo de la comunidad interna­cional, asumía la doble responsabilidad de, por un lado, hacer efectiva la resolución de Naciones Unidas y, de

otro lado, contribuir a la protección del pueblo de Libia, a prestarle apoyo humanitario y a facilitar la realización de sus aspiraciones.

Señorías, con estas resoluciones del Consejo de Segu­ridad, complementadas con la decisión del Consejo de la Liga de Estados Árabes del pasado 12 de marzo y con los recientes comunicados de la Organización de la Conferencia Islámica y del Consejo de Paz y Seguridad de la Unión Africana, el Gobierno español, en el marco también de las decisiones adoptadas con nuestros socios europeos en el Consejo extraordinario del pasado 11 de marzo, considera que se dan las condiciones legales y políticas necesarias para que España asuma sus respon­sabilidades como miembro de la comunidad interna­cional y de Naciones Unidas.

En efecto, antes de dar este paso planteé en nombre del Gobierno español cuatro condiciones para nuestra participación. Primera, una resolución del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas que autorizara el uso de la fuerza, porque es lo que exige la legalidad interna­cional. Lo exige también el recién aprobado nuevo concepto estratégico de la OTAN, cuando reafirma la responsabilidad primaria del Consejo de Seguridad en la prevención de la paz y seguridad internacional. Segunda, un acuerdo europeo. Tercera, la complicidad regional a través de la Liga Árabe y de la Unión Africana. Y, naturalmente, la autorización de este Parlamento. Para eso estamos hoy aquí, aunque creo poder decir, por mis conversaciones de estos días con los líderes de los par­tidos y con miembros del Gobierno, que he podido colegir que se da un amplio consenso en torno a esta participación de España, consenso en torno al cual desde luego debo resaltar la contribución de las fuerzas polí­ticas y mi agradecimiento a ellas por la posición mante­nida en estos días, empezando por el principal partido de la oposición.

De acuerdo con todo ello, el Gobierno ha tomado, al amparo de lo previsto al efecto por la Ley de la Defensa Nacional, determinadas decisiones urgentes para con­cretar cuál sería la participación de nuestro país en la coalición internacional formada para hacer frente a la situación, de las que por supuesto ha estado cumplida­mente informado Su Majestad el Rey. La contribución española tiene como objetivo garantizar la zona de exclu­sión aérea y asegurar el embargo acordado por Naciones Unidas en cuanto a la zona de exclusión aérea. Para este fin se ha destinado un total de cinco aviones: cuatro cazas F-18, con destino a la base italiana de Decimomannu, y un avión de restablecimiento en vuelo Boeing 707. Estos aviones de combate y el avión de reabastecimiento en vuelo están ya operativos e integrados en el dispositivo aéreo de la coalición. Igualmente, se ha decidido el des­pliegue de medios aéreos y navales para la aplicación del embargo. A la espera de que el Consejo del Atlántico Norte adopte una decisión sobre el inicio de esta misión, se han dado instrucciones y completado los preparativos para la activación de la fragata Méndez Núñez, con base en Ferrol; el submarino Tramontana, con base en Carta­

gena; y un avión C-235 de vigilancia marítima. Sobre estos medios puedo anunciarles que la fragata Méndez Núñez zarpó a las 17:00 horas del domingo de la base naval de Ferrol en dirección a la base de Rota, para pre­posicionarse allí y poder alcanzar la zona de operaciones en el menor tiempo posible una vez que la operación de embargo sea aprobada. Del mismo modo, el submarino Tramontana está alistado en la base naval de Cartagena a la espera de recibir instrucción para salir hacia la zona de operaciones. (El señor presidente ocupa la Presi­dencia.) El mando de estos medios aéreos está transfe­rido por el Jefe del Estado Mayor de la Defensa al mando de la coalición, que ostenta el general Carter Ham, comandante del Africom.

Quiero subrayar que estamos ante un importante des­pliegue de medios militares, aéreos y navales, importante ante todo por las capacidades que aportan y también por el número de medios desplegados y por los efectivos movilizados, alrededor de 500 miembros de las Fuerzas Armadas. Además, debo reconocer, porque es de justicia, la rapidez y profesionalidad con que las Fuerzas Armadas, una vez más, han respondido para dar cumplimiento a la misión encomendada por el Gobierno. Esto evidencia el alto grado de preparación y disponibilidad de nuestros Ejércitos y la Armada para hacer frente a situaciones de crisis o amenazas a nuestra seguridad.

Señorías, varios países participantes en esta coalición internacional han celebrado ya sus correspondientes debates parlamentarios: Reino Unido, Bélgica, Italia y Dinamarca. En todos los casos los parlamentos han avalado unánime o muy mayoritariamente la decisión de participar en la coalición para defender a la población libia. De acuerdo con lo previsto en la ley de la que los españoles nos quisimos dotar para circunstancias como esta, les pido ahora formalmente la autorización de esta Cámara para que nuestro país participe en la forma en que acabo de describir en esta operación destinada a asegurar la aplicación de las resoluciones del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas.

La Resolución 1973, señorías, no pretendía, ni pre­tende, la expulsión del coronel Gadafi del gobierno de Libia. Su objetivo era advertir al coronel Gadafi y a las autoridades libias de que dejase de usar las armas contra su pueblo, de que si no lo hacía así la comunidad inter­nacional estaba dispuesta a usar la fuerza para poner fin a los asesinatos de su pueblo. Era un compromiso firme. La Resolución 1973 nos obliga a todos los Estados miembros de Naciones Unidas y muchos de ellos, como se ha visto, estábamos y estamos dispuestos a cumplir esta obligación. Hasta ahora, hasta este momento, tres días después del inicio de la operación, ha surtido efecto. Parece que se han detenido los ataques indiscriminados y eventualmente se ha producido algún repliegue de las fuerzas armadas del régimen libio. Pero el mensaje sigue siendo a día de hoy el mismo: mientras exista el riesgo de que el régimen libio vuelva a atacar a su pueblo se aplicará la fuerza necesaria para impedirlo.

Por eso, la petición que hoy hace el Gobierno es una petición prudente. El Gobierno, en efecto, ha acordado establecer un periodo inicial para nuestra participación acorde con la naturaleza de las misiones que hemos asumido: un mes para el control y garantía de la zona de exclusión aérea y tres meses para la operación de asegu­ramiento del embargo. Si las necesidades de la operación internacional lo exigiesen, el Gobierno acudirá de nuevo a solicitar la autorización de prórroga a la Cámara. Si hoy así lo acuerda, en opinión del Gobierno, España asumirá su responsabilidad como miembro activo de la comunidad internacional, como miembro activo de una comunidad de derecho, que con esta decisión ha dado un paso de relevancia histórica, fijarse con toda claridad la tarea de proteger a un pueblo, en este caso el pueblo libio, de la amenaza que representan sus actuales gober­nantes y facilitarle la realización de sus aspiraciones de autogobierno y que lo ha hecho además con un amplí­simo apoyo de los miembros de esa comunidad y de sus organizaciones regionales. Les pido, por tanto, que nos sumemos a ese apoyo, que contribuyamos a esa tarea a favor del pueblo libio.

Muchas gracias. (Aplausos.)

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor presidente.

Tiene ahora la palabra don Mariano Rajoy.

El señor RAJOY BREY: Señor presidente, señorías, como acabamos de escuchar en sus propias palabras, el señor Rodrí guez Zapatero decidió hace varios días que las Fuerzas Armadas españolas intervinieran en el con­flicto libio. Se trata de una intervención activa a la que aportamos fuerzas áreas, fuerzas navales y bases de apoyo. Supone un compromiso armado muy serio, de primera magnitud. Como todo el mundo sabe, la decisión del señor Rodrí guez Zapatero se enmarca en la Resolu­ción 1973 del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Se trata de una autorización, acabamos de oírlo, para establecer una zona de exclusión aérea y de embargo marítimo, es decir, una operación en la que en principio no participan fuerzas de tierra, pero que exigirá un gran esfuerzo bélico para bloquear cualquier posibilidad de respuesta por parte del actual gobierno libio.

A nadie se le oculta que estamos, por parte de la ONU, ante un mandato muy limitado en su alcance, que ha podido ver la luz gracias a la abstención de miembros extraordinariamente significativos del Consejo de Segu­ridad y, lo que es peor, que se ha retrasado de forma lamentable para todos, excepto para el tirano de Trípoli. Sabido es también que no todo el mundo, ni siquiera entre los miembros de la OTAN, está dispuesto a inter­venir en esta operación. Por ejemplo, solo nueve países de los veintiocho que forman parte de la Organización del Tratado del Atlántico Norte integran la coalición que está interviniendo en Libia. El resto está en su derecho, porque nadie se puede ver obligado a participar si no lo desea. En nuestro caso lo hacemos porque así lo ha

decidido el señor Rodrí guez Zapatero, que no ha querido faltar a esta cita internacional, en la cual, además, desea que España ocupe un puesto de primera línea.

Pues bien, señorías, en esta sesión parlamentaria, el Gobierno solicita, en los términos del artículo 17.3 de la Ley de la Defensa Nacional, la ratificación de las deci­siones que el Ejecutivo adoptó el pasado fin de semana. Yo adelanto que mi grupo, como ya es conocido, no se va a oponer a esta intervención. En primer lugar, seño­rías, porque según establece la Constitución de 1978, en su artículo 97, corresponde al Gobierno la dirección de la política exterior y de la defensa. La decisión la ha tomado el señor Rodrí guez Zapatero y nosotros no la vamos a entorpecer. Si el Gobierno entiende que en las actuales circunstancias se debe actuar de esta manera, el Partido Popular no se va a oponer. Nunca lo ha hecho en operaciones de esta naturaleza, ni con el señor Suárez, ni con el señor González, ni con el señor Rodrí guez Zapatero. Siempre hemos defendido que exista una posición común en todas las situaciones que afecten a los compromisos exteriores de España y a sus obliga­ciones internacionales. Nos limitamos, por tanto, a ser coherentes con nuestras propias ideas. Desde que el señor Rodrí guez Zapatero es presidente del Gobierno, hemos buscado el acuerdo en materia de defensa, sin que nadie pueda señalar una sola ocasión en que nuestra postura haya variado. Yo les aseguro, señorías, que en lo que de nosotros dependa, nadie tendrá ocasión de pensar que la posición de los españoles en el mundo sea ines­table, nadie podrá temer que nuestra lealtad con los aliados se muestre pendular y nadie podrá sospechar que la palabra de los españoles es movediza u oportunista. Todo lo contrario, señorías. Por eso, aunque la interven­ción ya se ha producido, no nos vamos a oponer ni a estorbar la decisión del señor Rodrí guez Zapatero sobre la actuación de nuestras Fuerzas Armadas en la guerra de Libia.

Y digo esto porque se solicita de esta Cámara la rati­ficación de una decisión que no solo ha sido ya tomada, sino que se está desarrollando en toda su dimensión, porque, como decíamos antes, el Gobierno ha aplicado el artículo 17.3 de la Ley de la Defensa Nacional, que permite al Ejecutivo evitar la consulta previa cuando hay, a su entender, razones de máxima urgencia. Hace ya cuatro días que comenzaron los bombardeos, hace cuatro días que cruzan el aire los misiles. Nuestras fuerzas aéreas ya están presentes en la zona, nuestras naves navegan hacia el área del conflicto, nuestras bases mili­tares ya han sido puestas a disposición de los aliados. España ya está comprometida, España ya está en el combate. Porque no se trata solo de las Fuerzas Armadas. A estas horas es toda España la que se compromete, la que interviene y la que asume los riesgos inherentes a cualquier clase de conflicto armado. En esta situación debe primar ante todo la seriedad y el sentido de la res­ponsabilidad.

La tercera razón que nos mueve, para nosotros la más importante, tiene que ver con la defensa de la libertad y

los derechos humanos. Estamos ante una decisión de la comunidad internacional que condena, con razón, un clima de permanente violación de los derechos humanos, violencia contra la población civil, detenciones arbitra­rias y otras, y en último término una voluntad ni siquiera disimulada de provocar un baño de sangre para conso­lidar el poder de una dictadura implacable. ¿Cómo se entendería que permaneciéramos impasibles ante este desafío al mundo que está ocurriendo en nuestra vecindad del Mediterráneo? Por encima de grandes palabras como no injerencia, multiculturalismo, multilateralidad y diá­logo entre las civilizaciones, por encima de todas estas palabras hay cuestiones previas que son inviolables, y que constituyen el prerrequisito de cualquier relación internacional. Hablo de libertad, de igualdad de dere­chos, en especial el que corresponde a todo ser humano para intervenir en las decisiones sobre su propio futuro, sin que se las arrebate por la fuerza ningún sátrapa ilu­minado.

Dicho esto quiero decir también que la conformidad con la intervención y con las sólidas razones morales en las que esta se basa es compatible con que nos hagamos algunas preguntas, y sobre todo con que instemos al Gobierno a que él mismo se las haga y nos traiga aquí las oportunas respuestas. Estos interrogantes tienen que ver con el alcance de la operación, con los medios de la misma, y con su despliegue. La Resolución 1973 tiene dos condicionantes importantes. Uno en cuanto a los medios a emplear: la exclusión de cualquier intervención terrestre. No hace falta ser un profesional de la milicia para saber las enormes dificultades que se derivan de este hecho a la hora de cumplir el mandato del Consejo de Seguridad. No creo necesario recordarles, señorías, que la masacre de musulmanes bosnios de Srebrenica tuvo lugar bajo una zona de exclusión aérea. Otro, en cuanto a los fines a conseguir: se limitan estos a la pro­tección de la población civil y el despliegue de la ayuda humanitaria, y por tanto no incluyen, como recordaba hace unos momentos el presidente del Gobierno, la sus­titución del régimen de Gadafi. No digo que deba ser de otro modo; digo simplemente que es así. En conse­cuencia podríamos estar ante un conflicto largo y enquis­tado. Por decirlo sin rodeos, una guerra civil que se prolongue en el tiempo sin que la intervención interna­cional pueda evitar el desastre humanitario. Y si hay una guerra civil, ¿sabemos qué pretenden las llamadas fuerzas rebeldes más allá de derribar al coronel Gadafi?

Otro interrogante que se plantea tiene que ver con la coordinación y el liderazgo de la operación. Como ya se ha señalado la coordinación y el liderazgo de la opera­ción distan de estar claros. Por ejemplo, sería necesario conocer quién ejerce el mando y control de la operación en estos momentos y en el futuro. Cuál va a ser —si es que va a tener alguno— el papel de la Organización del Tratado del Atlántico Norte. Además han surgido algunas disensiones con la Liga Árabe apenas comenzadas las operaciones, y surgirán más en la medida en que no se

clarifiquen estos aspectos fundamentales. Ojalá que estos problemas se resuelvan y no perjudiquen el éxito de la misión. Para eso sería fundamental que todos supiéramos a qué atenernos en relación al objetivo final que se per­sigue. Sin duda el mundo estará mejor si Gadafi aban­dona el poder, pero no está claro que esta operación desemboque necesariamente en ese desenlace. Y si eso ocurre, ¿qué hará la coalición? Dicho de otra manera, ¿tenemos prevista una estrategia de salida?

En fin, señorías, resumo y termino. El señor Rodrí­guez Zapatero ha decidido que nuestras Fuerzas Armadas intervengan en el conflicto libio, y el Grupo Popular no se opone a esa decisión porque la ha tomado quien puede tomarla constitucionalmente, porque está detrás la comu­nidad internacional, porque siempre hemos estado con nuestros aliados, y sobre todo porque nos sentimos soli­darios con los civiles que sufren indefensos el ataque despiadado del coronel Gadafi. Esperemos que todo salga bien y que el señor Rodrí guez Zapatero acuda a esta Cámara para informarnos con regularidad mientras dure la guerra. Espero y deseo que sea así.

Señor presidente, muchas gracias. (Aplausos.)

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor Rajoy.

Tiene la palabra don Josep Duran i Lleida.

El señor DURAN I LLEIDA: Muchas gracias, señor presidente.

Señor presidente del Gobierno, usted sabe desde el mismo momento en que me informó, por mi condición de presidente de la Comisión de Asuntos Exteriores —y se lo expresé—, que tendría el apoyo parlamentario de nuestro grupo. Dicho esto permítame algunas reflexiones y observaciones respecto al contenido, tanto de la reso­lución como de las derivadas y consecuencias que la misma conlleva, y también si el tiempo me lo permite una cierta mirada al futuro.

La Resolución 1973 tiene para mí un solo problema, señor presidente, y es que llega tarde. Siento vergüenza en ese sentido de formar parte de una comunidad inter­nacional que no ha sido capaz de dar respuesta antes al problema de Libia. Es cierto, señor presidente, que en ello no hay ninguna responsabilidad de España; es cierto que si antes no ha habido una resolución de Naciones Unidas ha sido porque otros países, que no España, objetaban en el Consejo de Seguridad la posibilidad de que esa resolución se pudiera llevar a cabo. No obstante permítame que le exprese mi posición humana al res­pecto: de haberse producido antes esta resolución no me cabe la menor duda de que hubiésemos evitado la pér­dida de muchas vidas humanas.

La Unión Europea, señor presidente, tampoco ha acabado, como debería y sería de esperar para cualquier europeísta, de estar presente en esta crisis, no simple­mente en la de Libia, sino en la de los países del norte de África y algunos de Oriente Próximo, en los términos en que nosotros desearíamos. Sirva esta reflexión, señor

presidente, para rendir un cierto homenaje, al menos un reconocimiento, a alguien que durante muchos años ejerció la responsabilidad en la política exterior europea, a Javier Solana. Hoy, con más competencias con el Tra­tado de Lisboa, Europa es menos visible que antes con menos competencias, de la mano de Javier Solana, y eso estos días se ha puesto de relieve en toda la posición —ausencia, para ser más concreto— de la Unión Europea en el ámbito de la crisis de estos países.

En cuanto a la resolución, señor presidente, a nuestro juicio es equilibrada, es por supuesto necesaria; equili­brada porque pretende proteger al pueblo libio de su propio presidente. Solo hay que leer básicamente, no simplemente, la página 3 de la resolución cuando exige a las autoridades libias que adopten medidas necesarias para proteger civiles, satisfacer necesidades básicas; cuando en el punto 4 de la misma resolución habla otra vez de protección a los civiles y zonas pobladas por civiles; cuando en el punto 6 de la misma resolución vuelve a hablar de decidir establecer una prohibición de todos los vuelos en el espacio para ayudar a proteger a los civiles. Crea por tanto, como usted dijo, una zona de exclusión aérea, pero también —como acaba de señalar el líder del Partido Popular, su presidente, señor Rajoy— prohíbe la intervención terrestre; después hablaré de ello en particular. Antes quiero dar apoyo también a la legi­timidad de la intervención española, aunque hoy la ratificación de la decisión por parte del Gobierno se produzca después de que ha intervenido el Gobierno, pero cierto es que también la ministra de Defensa nos informó puntualmente de lo que iba a suceder, y por tanto todos los grupos parlamentarios sin duda alguna conocíamos que, al amparo de la resolución de Naciones Unidas, el Gobierno iba a entrar más tarde que otros países a dar cumplimiento a la citada y hoy debatida, y en cualquier caso centro de este debate, resolución de la comunidad internacional.

Hay por tanto un mandato de Naciones Unidas, y aunque todo el mundo no esté de acuerdo quisiera hacer una reflexión: si en la guerra de Irak algunos nos opu­simos porque no existía mandato de Naciones Unidas, hoy sí existe este mandato, por tanto esto da cobertura a cualquier intervención, y por supuesto también a la del Gobierno de España, en el conflicto. Algunos dicen, señor presidente —yo no estoy de acuerdo con ellos—, que la intervención se produce más por motivos econó­micos que para amparar a la población civil. Al revés, si antes no se produjo la resolución fue precisamente por motivos económicos e insisto en separar de ello cualquier responsabilidad de España como país, como conjunto, y por supuesto en este caso de su Gobierno. Consecuen­temente nosotros apoyamos la resolución y apoyamos —y así lo ratificaremos— la intervención de España en este contexto.

La resolución —dice usted, señor presidente, y es cierto y así lo pretende— no tiene como objetivo la expulsión de Gadafi. No obstante es cuando entran en juego algunas reflexiones, ya hechas por quien me ha

antecedido en el uso de la palabra, sobre lo que puede suceder en el futuro si realmente Gadafi no abandona el poder, si Libia es dividida por la mitad, si hay una Libia oriental y una Libia occidental, una Libia en manos de Gadafi, sobre de qué manera realmente con Gadafi en el poder se protegen esos derechos de la población civil, a la que hace reiteradamente referencia la resolución. Por tanto va a ser complicado. En ese sentido usted, señor presidente, pide autorización para tres meses. Es una decisión del Gobierno, la vamos a respetar. Yo conside­raría innecesario poner plazo a esa autorización. Es el Gobierno el que voluntariamente pone plazo, aunque considero imprescindible poner plazo porque, como antes se decía, no va a ser fácil la resolución de este conflicto. No va a ser fácil no entrar mediante tropas terrestres, como no es nuestro deseo y como creemos que sería un error, y al mismo tiempo intentar proteger los derechos que la propia resolución pretende respecto a la población civil.

Señor presidente, más allá de esto, permítame también que ponga el acento en la necesidad de que se resuelvan los problemas respecto al liderazgo de esta operación. Estados Unidos, como consecuencia de haber liderado en su día la operación en Irak, su nuevo presidente segu­ramente tiene necesidad incluso electoral de no liderar la operación en Libia. En el seno de la OTAN —usted lo conoce mucho mejor que yo, para eso participan sus ministros y su Gobierno en reuniones de la Alianza Atlántica— no existe unanimidad respecto a esta opera­ción. Reitero que conviene por tanto que salga un lide­razgo claro, y que en cualquiera de los casos se superen las dificultades hoy presentes.

Permítame, señor presidente —y con ello acabaría mi intervención—, mirar un poco hacia el futuro y no cir­cunscribirme al caso libio. Libia es uno de los países —no el único evidentemente— con una connotación específica del uso de la fuerza por parte de Gadafi, y de matar a población civil de ese propio país, pero ha habido revoluciones —para entendernos— en otros países del norte de África y de Oriente Próximo; revoluciones que espero y deseo que realmente sean en pro de la demo­cracia, porque ha sido el motivo que las ha promovido; no ha sido la religión. Por primera vez en la historia del mundo árabe no es la revolución desde la mezquita, no es en nombre de ningún dios, sino en nombre de la libertad y mediante el uso de las nuevas tecnologías. Esperemos que se consolide ese camino. Para consoli­darles hay que guiarles en ese camino, y para guiarles, señor presidente, creo que es necesario más que nunca recuperar la política euromediterránea. Sarkozy decía recientemente que era el momento de reflexionar sobre ella. En su día Sarkozy fue el promotor de la Unión para el Mediterráneo. Creo que las bases del proceso de Bar­celona, no porque lleve el nombre de Barcelona, eran mucho mejores que lo que después vino con la propuesta de Sarkozy. Hay que retomar el espíritu del proceso de Barcelona, hay que retomar la política euromediterránea como una política no intergubernamental, sino como una

política comunitaria. Hay que ayudar a que la Comisión tenga presencia en el desarrollo de la política euromedi­terránea. Hay que hacer del Mediterráneo en estos momentos la prioridad de la política internacional, pre­cisamente por todo lo que está sucediendo en todos y cada uno de estos países, Libia también.

Acabo recordando una vez más, señor presidente, que tendrá el apoyo de los diez diputados y diputadas de Convergència i Unió en la ratificación de la autorización para la presencia de España en la operación que lleve a cabo la resolución de Naciones Unidas.

Muchas gracias.

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor Duran.

Tiene la palabra don Josu Erkoreka.

El señor ERKOREKA GERVASIO: Gracias, señor presidente.

Señorías, señor presidente del Gobierno, la misión exterior para la que el Gobierno solicita la ratificación, ya que no la autorización, de la Cámara cuenta, como es sabido y lo ha explicado sobradamente el propio presi­dente del Gobierno en su exposición inicial, con el aval expreso de las Naciones Unidas. Se ha hecho amplia referencia a ello, pero dos resoluciones del Consejo de Seguridad, la 1970 y la 1973, y especialmente esta última, autorizan a los Estados miembros a adoptar, en estrecha cooperación con el secretario general de la organización, todo tipo de medidas que fueran necesarias para proteger a los civiles libios de la violencia, los ata­ques y los abusos que contra ellos ejerce el Gobierno, incluyendo la prohibición de vuelos en el espacio aéreo, pero excluyendo —y cito literalmente— de modo expreso el uso de una fuerza de ocupación extranjera de cualquier clase en cualquier parte del territorio libio.

Señorías, son dos las circunstancias que resultan decisivas para fijar posición en torno a este asunto. Pri­mero, la misión cuenta con el respaldo explícito de la comunidad internacional, articulada a través del sistema de Naciones Unidas, y segundo, su objetivo último, expresamente definido en la Resolución 1973, consiste en proteger a los civiles libios de la violencia, los ataques y abusos que el Gobierno viene ejerciendo sobre ellos. Con respecto al primer punto, el respaldo de la ONU, mi grupo parlamentario está dispuesto no solo a aceptar, sino a hacer nuestras, incluso corregidas y aumentadas si ello fuera preciso, todas las críticas que se puedan formular al sistema de Naciones Unidas. Es obsoleto, es arbitrario, es caprichoso, asimétrico, es injusto, y además está enormemente condicionado por los intereses de las grandes potencias. Absolutamente de acuerdo; nada que objetar. Pero, señorías, aun con todas estas limitaciones el sistema de Naciones Unidas es el único que hoy por hoy articula mínimamente la comunidad internacional en torno a un ideal de convivencia civilizada, el único. Nos guste o no es así. El hecho de que sea manifiesta­mente mejorable —que lo es— no debería constituir

razón suficiente para situarnos al margen del mismo, y preconizar el regreso a la ley de la selva, no al menos para mi grupo parlamentario. El dilema hoy aquí no se plantea entre estas Naciones Unidas, cargadas de lagunas e imperfecciones, y un hipotético modelo ideal de arti­culación de la comunidad internacional, justo, equili­brado y sin tacha alguna; no. El dilema se plantea entre estas Naciones Unidas y la nada, o peor aún, el abismo, lo que en la práctica significa entronizar el caos y la arbitrariedad. Estas Naciones Unidas, señorías, son hoy por hoy y hasta que seamos capaces de instituir un sis­tema más equitativo y eficaz la única fuente de la que emanan la legitimidad y la legalidad internacionales, la única. Fuera de ellas nada es lícito en el orden jurídico internacional. La misión en la que ha decidido participar el Gobierno cuenta en principio con su aval, un aval explícito, claro e inequívoco, que no es poco y que no siempre se da.

Como antes decía, la misión en Libia no se define solamente por los avales institucionales con los que cuenta, que son —insisto— los máximos en el plano jurídico internacional, sino que se define también y de manera muy especial por los objetivos que persigue. En este caso el objetivo último de la operación se cifra, insisto, en la protección de los civiles libios de las atro­cidades del régimen de Gadafi. Si la iniciativa del Gobierno merece ser respaldada es, señorías, ante todo y sobre todo porque constituye una medida encaminada a salvaguardar la vida y la integridad física de estos miles de personas, ciudadanos libios anónimos que han tenido el coraje de enfrentarse abiertamente contra el tirano que regía los destinos de su país con mano de hierro y prác­ticas corruptas, reclamando algo tan simple como libertad, democracia y respeto mínimo a la dignidad que les corresponde como seres humanos. Esa es, señorías, la razón que justifica esta misión. No le demos más vueltas al asunto, esa es la razón —en singular y con mayúsculas— que legitima desde un punto de vista material y ético la opción de fondo que hace la ONU en este caso.

Esos civiles libios que han arriesgado sus vidas y haciendas por un ideal político noble, esos civiles libios que se han echado a la calle desesperados, suspirando por un espacio mínimo de libertad, esperan de nosotros algo tan sencillo como que seamos mínimamente cohe­rentes con las sonoras proclamas a favor de la demo­cracia y de los derechos humanos con las que nos paseamos orgullosos por los cinco continentes. Nada más, señorías, pero al mismo tiempo nada menos. Sus miradas inquietas nos están interpelando incisivamente: ¿nos vais a abandonar ahora? Preguntan: ¿vais a permitir que el dictador que nos ha reprimido durante más de cuatro décadas vuelva a enterrar nuestra esperanza y a ensombrecer nuestro horizonte? Es a esas preguntas a las que tenemos que responder hoy aquí, señorías, con un sí o con un no. Podemos entretenernos en considera­ciones colaterales, importantes, no lo niego, pero cola­terales en torno a la hipocresía con la que las grandes

potencias administran el derecho de injerencia, la gran coartada del petróleo o el carácter selectivo de las inter­venciones auspiciadas por Naciones Unidas, incluso a través del Consejo de Seguridad. Podemos hacerlo por supuesto, y seguro que todas las consideraciones críticas que hagamos a este respecto, todas, serán certeras y pertinentes, pero ninguna de ellas —y no debemos per­derlo de vista— conseguirá ahogar las aceradas pre­guntas que nos dirigen angustiados los civiles libios, y que seguirán retumbando en nuestros oídos mientras no reciban una respuesta satisfactoria: ¿nos vais a aban­donar ahora? Señorías, señor presidente, mi grupo par­lamentario cree que no; que no podemos abandonarles ahora, que no podemos permitir que se repita en Libia la tragedia de Bosnia, para después tener que lamentar una vez más que cometimos un error y que fracasamos. De ahí que mi grupo parlamentario vaya a ratificar la contribución militar acordada por el Gobierno en el Consejo de Ministros del pasado viernes.

Ahora bien, dicho esto quisiera señalar a renglón seguido que nuestro apoyo no constituye un cheque en blanco, y erraría en la mitad y otro tanto quien lo consi­derase así. Señorías, si la legitimidad de la misión des­cansa sobre las dos razones que acabo de citar —el aval de la ONU y el objetivo de proteger a los civiles libios de la violencia de sus gobernantes—, el respaldo de mi grupo parlamentario se circunscribe estrictamente a las actuaciones militares que se lleven a cabo dentro de estos límites, ni una más, señor presidente, y sobre todo nin­guna al margen de estos límites. Seguiremos con suma atención los movimientos de la coalición, y si se pro­ducen desviaciones con respecto al programa definido —cosa que no esperamos—, criticaremos, rechazaremos, y si hace falta condenaremos con toda la contundencia necesaria las actuaciones que excedan de la habilitación de Naciones Unidas y sobrepasen los términos en los que se ha definido la misión. Nuestra vigilancia será escrupulosa, señor presidente. En la actuación de las Fuerzas Armadas y de la coalición en la que estas se insertan debe regir el más estricto principio de propor­cionalidad. Esta es la palabra clave a partir de este momento, señorías: proporcionalidad. Es muy impor­tante que así sea si queremos preservar su razón y su legitimidad. Defender a los civiles libios contrarios a Gadafi no pasa por exterminar a los civiles libios favo­rables al dictador, ni tampoco autoriza a disponer sobre el futuro político de Libia, de sus gobernantes o sobre sus recursos naturales. Es preciso tenerlo claro y pro­curar que los avales y los objetivos que justifican ética-mente la misión no acaben derivando y degenerando en burdas coartadas y pretextos. Solo un herido más, uno más que los estrictamente indispensables para garantizar el cumplimiento de la misión supondría ya una grave quiebra del principio de proporcionalidad. En este tipo de asuntos, señorías, lo importante no es cómo empiezan, sino cómo acaban. Por eso es tan relevante controlar todos los pasos que se den, para evitar que lo que empieza como debe no acabe como no debe. El peligro de incurrir

en excesos es enorme, y de hecho —alguien ha hecho ya referencia a ello— la Liga Árabe ya ha empezado a denunciar algunas extralimitaciones que nos preocupan. No sería bueno —y concluyo, señor presidente— que por huir del espectro de Bosnia recayéramos de nuevo en el drama de Irak, porque si Bosnia fue una pesadilla de la que difícilmente estamos despertando, Irak sigue siendo todavía una tragedia.

Muchas gracias.

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor Erkoreka.

Por el Grupo Parlamentario de Esquerra Republicana-Izquierda Unida-Iniciativa per Catalunya Verds tiene la palabra en primer lugar por Izquierda Unida don Gaspar Llamazares.

El señor LLAMAZARES TRIGO: Gracias, señor presidente.

Señor presidente del Gobierno, en nombre de Izquierda Unida yo digo no. Señor presidente, ¡quién le ha visto y quién le ve! (Rumores.) Otrora tras la pancarta del no a la guerra: no a la guerra de Irak; más tarde con el sí, pero… a la guerra de Afganistán, y ahora encabezando la coalición de París, rememorándonos a todos otra coa­lición: la coalición de las Azores. Pero yo digo no a esta intervención, no a la guerra porque el argumentario de la intervención, si bien tiene, a diferencia de Irak, un mandato de Naciones Unidas, no son los derechos humanos, no es la democracia en Libia, porque ni los derechos humanos ni la democracia se exportan. Ni los derechos humanos ni la democracia se imponen mediante la guerra. Muy al contrario son los intereses: los intereses geoestratégicos, los intereses económicos y políticos en Libia, y sobre todo se abre una nueva etapa en la política internacional, y a mí no me gusta. No me gusta esta nueva etapa donde cada uno establece su patio trasero y en ese patio trasero gobierna con el apoyo de los otros o con la anuencia o abstención de los otros: nosotros en el Mediterráneo, Rusia en su entorno, China en el suyo, y Estados Unidos en los de todos. Señor presidente del Gobierno, ese no es el multilateralismo, ese no es un futuro también democrático para el gobierno del mundo.

Señor presidente del Gobierno, no es verdad, es hipó­crita hablar de derechos humanos. En estos momentos hay en el mundo 32 conflictos prácticamente iguales, con características muy similares al de Libia, donde hay un gobierno despótico, un tirano que sojuzga a su pueblo y que en muchos casos extermina a parte de su pueblo, a una tribu o al que piensa de forma distinta que él, y sin embargo sería una verdadera locura que la política inter­nacional fuera la utilización de la guerra para acabar con esas situaciones. Sería una locura porque nos llevaría a un conflicto mundial. Por eso no se hace. Por eso se adoptan otras medidas.

¿Por qué lo hacemos en el caso de Libia? ¿Por qué en el caso de Libia en lugar de adoptar medidas políticas,

que se han hecho en la primera resolución, precipitada­mente —y digo precipitadamente— en la segunda reso­lución vamos directamente a la intervención militar? Pues porque Libia juega un papel muy importante en el norte de África y en el Mediterráneo, y porque queremos gobernar los cambios en el Mediterráneo a nuestro aco­modo; digámoslo claramente: que queremos gobernar los cambios que se están produciendo, encauzarlos, controlarlos, y que queremos también saber y garantizar el futuro de la energía en el Mediterráneo. No se trata de la responsabilidad de proteger, señorías. Se trata del derecho a controlar, esa es la cuestión: del derecho a controlar en nuestro espacio, del derecho a controlar en nuestro patio trasero, y en nuestra opinión eso no se puede hacer mediante la guerra.

Señorías, si fuera una cuestión de derechos humanos, hay que saber que la guerra, la intervención militar, la exclusión en el espacio aéreo provocan más sufrimiento —y tenemos la experiencia—, provocan más desplaza­mientos de población, enconan las situaciones y los enfrentamientos, y dificultan la solución de los con­flictos. ¿Por qué adoptamos pues esa estrategia? Pues porque nuestro objetivo, como he dicho antes, no son los derechos humanos, nuestro objetivo es la defensa de la geoestrategia y de los intereses. Y, en mi opinión, incluso para este objetivo menos santo de estrategia y de inte­reses la estrategia de la guerra es también equivocada. Señorías, nosotros proponemos por el contrario que se mantengan las políticas que en otros casos han tenido éxito, y recuerdo Sudáfrica. Sudáfrica no fue bombar­deada; tampoco pensamos bombardear Palestina, ni tampoco bombardear Marruecos por el conflicto del Sáhara, ni Birmania. No pensamos hacer ninguna cosa de esas. Lo que podemos hacer es utilizar al máximo los medios civiles que tiene la comunidad internacional: bloquear las cuentas de los tiranos, también embargar las armas para que no tengan medio de reprimir a sus pueblos y tomar medidas para aislar políticamente a esos regímenes. Esas medidas tuvieron éxito en el caso de Sudáfrica, han tenido también éxito en otros países y no tienen por qué dificultar las cosas en el caso de Libia.

Señorías, termino refiriéndome a algo que me parece muy importante. Fíjense cómo hemos devaluado las cosas que hemos pasado del ¡OTAN no! y del ¡No a la guerra! al sí a esta guerra y a encabezarla. Devaluamos la autorización de la Cámara y la convertimos en una mera ratificación. Esto demuestra cómo se devalúan las cosas, pero —y termino— también demuestra nuestra propia hipocresía. No es La Odisea o, si es La Odisea, no vamos de Troya a Ítaca, vamos al revés, de Ítaca a Troya.

Muchas gracias.

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor Llamazares.

Por el mismo grupo parlamentario tiene la palabra don Joan Ridao.

El señor RIDAO I MARTÍN: Muchas gracias, señor presidente.

Señor presidente del Gobierno, señorías, Esquerra aplaudió la retirada de Irak pero hoy se ve obligada a secundar una intervención militar en Libia, una interven­ción —eso sí— amparada por una resolución de Naciones Unidas que autoriza a detener los desmanes y las atro­cidades del régimen libio del coronel Gadafi, no para intervenir sobre el terreno, sino básicamente para obligar al tirano a un alto al fuego, a reestablecer la paz y la plena soberanía de sus ciudadanos. Es esta, sin embargo, una decisión tardía. Seguramente, la comunidad interna­cional debería haber actuado antes con el aislamiento internacional, con el embargo y el bloqueo comercial y financiero. Una vez más, han sido las dudas y la tibieza de la comunidad internacional las que han permitido a un dictador, en este caso a Gadafi, afianzar su posición. Pero, aun siendo una respuesta y una decisión tardía, constituye también una respuesta robusta y esperanza-dora de la comunidad internacional, la primera por cierto después de veinte años de unilateralismo de Estados Unidos y de sus antiguos aliados del triángulo de las Azores; la primera después de años de inhibición y de pasividad por parte de la Unión Europea ante los ataques contra los derechos humanos en la mitad del mundo; la única quizá posible después de un mes de genocidio perpetrado por un tirano que se ensaña con su propio pueblo. Con todo, señorías, señor presidente, si Gadafi —que se ha llegado a comparar con el mismísimo Francisco Franco bombardeando la ciudad de Madrid durante la República— ha podido sojuzgar durante décadas a su propio pueblo no es solo por su obcecación a la hora de mantenerse en el poder, sino también —digá­moslo todo— por la cínica e hipócrita complacencia de muchos de los que hoy se vuelven en su contra. Los aviones que hoy están bombardeando en Libia son de fabricación francesa y, señorías, Libia ha sido para España el segundo destino en la venta de armas de doble uso. No ha habido en su intervención, señor presidente del Gobierno, el más mínimo signo de arrepentimiento y de autocrítica. Lo digo porque somos conscientes de que a veces la política internacional es un terreno abo­nado para los más oscuros intereses, pero es verdad que en esta ocasión queremos creer, señor presidente del Gobierno, que nadie considera útil ni desea una guerra perpetua como en el caso de Irak o de Afganistán.

Además, queremos creer que Occidente, Europa, también el Estado español, después de lo que ha suce­dido en el norte de África recientemente, ha llegado a aprender que las nuevas hegemonías allí donde hay intereses económicos y allí donde hay petróleo se dirimen en el futuro, se juegan en el campo de la democracia y no de la dictadura. Pero, dicho esto, ante todo no con­fundamos lo urgente con lo necesario. En Libia, cierta­mente, hay petróleo y hay intereses económicos, pero también hay una población indefensa, masacrada por un sátrapa que exhibe una crueldad inaceptable y desme­dida, que lejos de proteger a los suyos los aniquila, y eso

constituye, señorías, en derecho internacional, un título habilitante suficiente para actuar en aplicación de la llamada doctrina de Naciones Unidas sobre la responsa­bilidad de proteger. Nadie duda de que este va a ser un conflicto difícil de resolver, son muchas las incertidum­bres con un Estados Unidos sentado en el asiento de atrás, con una OTAN atenazada por la posición de Ale­mania y de Turquía y con un régimen libio que amenaza con convertir el Mediterráneo en un auténtico infierno. Pero, señorías, serían mucho peores las consecuencias de permitir a Gadafi salir airoso, alzarse victorioso, tanto para su pueblo como para el precario orden interna­cional.

Por tanto, estamos a favor de intervenir y vamos a dar apoyo a esta solicitud que formula el Gobierno, pero no es un cheque en blanco. Deseamos la intervención, la deseamos para restituir la paz, la deseamos para derrocar a Gadafi y para instaurar la democracia en Libia pero, al mismo tiempo, la deseamos como una auténtica oportunidad de cara al futuro para acabar con tanta hipocresía.

Gracias, señorías; gracias, señor presidente del Gobierno.

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor Ridao.

Tiene la palabra el señor Jorquera.

El señor JORQUERA CASELAS: Gracias, señor presidente.

Señor presidente del Gobierno, señorías, comenzaré expresando nuestro malestar por la falta de respeto que supone venir a esta Cámara a recabar apoyo para lo que es ya a todos los efectos un hecho consumado. El BNG votará en contra de la ratificación, y lo hará así por varios motivos. El primero, porque no compartimos la resolu­ción del Consejo de Seguridad de la ONU, una resolu­ción que va mucho más allá de la adopción de medidas para asegurar la protección de la población civil y auto­riza una intervención militar en toda regla. Una resolu­ción que nace además con evidentes síntomas de debi­lidad al no haber contado con el voto favorable de Estados muy relevantes, al no estar claro aún a día de hoy el mando de la misión y al no ponerse de acuerdo los componentes de la coalición sobre cuáles son sus objetivos finales. Una resolución que ha buscado su legitimidad en el apoyo de una Liga Árabe y de una Unión Africana, que critican los bombardeos. Una misión que tiene por objeto neutralizar las armas y las defensas con las que los atacantes han armado al régimen libio. (La señora vicepresidenta, Cunillera i Mestres, ocupa la Presidencia.)

En segundo lugar, señorías, no compartimos el doble rasero que practican los integrantes de la coalición. Mientras se opta por una intervención directa en Libia con el pretexto de proteger a los opositores civiles, se justifica y alienta la invasión de Arabia Saudí en Bahrein para reprimir a los opositores civiles o se mira para otro

lado cuando se masacra al pueblo saharaui o al pueblo palestino. Este mismo fin de semana, señorías, cono­cíamos la noticia de un nuevo bombardeo sobre Gaza de Israel, un Estado que incumple sistemáticamente las resoluciones de Naciones Unidas desde hace décadas y que está armado por los que ahora en Libia pretenden erigirse en paladines de la libertad. No creemos en la bondad de las intenciones de los aliados, no compartimos la doble moral de quienes sostuvieron y sostienen estos regímenes y solo intervienen cuando están en juego sus intereses económicos o sus intereses geoestratégicos.

Por último, aun si fuesen ciertos los fines que se invocan, no creemos en la eficacia del camino elegido. Como afirmaba Isaac Rosa en el diario Público, no se puede parar la matanza con una matanza mayor. Tenemos ya sobradas experiencias de a qué conducen las inter­venciones militares, aunque se realicen bajo el pretexto de que tienen fines humanitarios. Solo contribuyen a agravar los problemas, a acentuar la destrucción del país que se dice querer reconstruir, a sumir en un estado de guerra permanente el país que se dice que se quiere pacificar, e Irak y Afganistán son un buen ejemplo.

Señor presidente, ya concluyo, pero permítame que concluya con un consejo. No haga tanto caso a Alemania cuando pretende dictarle las políticas económicas e imítela más en política exterior en vez de intentar ser un alumno aplicado de Estados Unidos de América.

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Muchas gracias, señor Jorquera.

Tiene la palabra el señor Perestelo.

El señor PERESTELO RODRÍ GUEZ: Gracias, señora presidenta.

Señorías, señor presidente del Gobierno, la autoriza­ción solicitada por el Gobierno para la intervención española en la crisis de Libia a nuestro entender es opor­tuna y procedente por varios motivos que concentraré en cuatro. En primer lugar responde a un acuerdo del Con­sejo del Seguridad de Naciones Unidas, se inscribe así en la legalidad internacional no en una decisión arbitraria y aventurera. En segundo término sería toda una absurda inconsecuencia no autorizarla cuando la mayoría de las fuerzas políticas de España y de Europa, la mayor parte de los analistas independientes y buen número de orga­nizaciones sociales han demandado en las últimas semanas una auténtica y efectiva implicación de los países occidentales que evite la masacre de un pueblo a manos de un autócrata que, lejos de escuchar la demanda popular del mundo árabe en favor de cambios amplios, en favor de la democracia, ha reaccionado de la peor forma posible, atacando a su propia gente con la fuerza militar. Un tercer motivo relevante es la constatación de que las vías diplomáticas ensayadas hasta ahora no han dado ningún fruto, motivo por el que Naciones Unidas se ha implicado, y mientras que en Túnez y Egipto se está produciendo una incierta pero esperanzadora tran­sición a la democracia, en Libia se ha retrocedido con

ferocidad hacia una guerra civil sin cuartel y sin espe­ranza para los más desfavorecidos. En cuarto lugar, una inhibición de Europa sería el mazazo más determinante a las esperanzas de tantos pueblos que viven bajo tirá­nicos regímenes. Si un esperpento como Gadafi puede salirse con la suya en un momento histórico tan deter­minante como el que vivimos, se estarían dando alas a otros como él para repetir su misma reacción asesina ante las rebeliones populares, se estaría diciendo a los dictadores del mundo que pueden estar a salvo si a rebe­liones como las de Túnez o Egipto responden con la fuerza indiscriminada.

Estos cuatro argumentos son de por sí suficientes, pero es cierto que la llamada coalición de voluntarios está dejando por el camino señales de improvisación y de descoordinación que deben ser resueltas de inmediato para garantizar el principal de los objetivos de la misión: disuadir del uso de la fuerza militar contra las ciudades y contra los disidentes. A partir de ahí no hay nada más en la Resolución 1973 de ONU que permita extender el conflicto a acciones terrestres. Pero es cierto que esa congelación del conflicto a la que se aspira debe conti­nuarse por vías diplomáticas, conjuntamente con la Liga Árabe, para producir una transición democrática en el país en el más breve plazo posible. El éxito de esta ope­ración será la mejor acción preventiva para que en el futuro determinados gobernantes se lo piensen mucho a la hora de despreciar los más elementales derechos humanos.

Muchas gracias.

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Muchas gracias, señor Perestelo.

Tiene la palabra la señora Díez.

La señora DÍEZ GONZÁLEZ: Gracias, señora pre­sidenta.

Señorías, señor presidente del Gobierno, mi interven­ción es para dar apoyo a la solicitud que hoy nos ha planteado el Gobierno en relación con la ratificación de su intervención en cumplimiento de las resoluciones 1970 y 1973 de Naciones Unidas. En mi opinión, se dan las condiciones legales y sobre todo las condiciones polí­ticas —que en este caso yo creo que se daban hace tiempo—, se dan ambas condiciones, para que cum­plamos con nuestra obligación como europeos que, al contrario de lo que desde esta tribuna se ha dicho, tam­bién es la promoción de los derechos humanos en el mundo y la defensa de las democracias. Europa no se constituyó solo para vender productos comerciales, también se constituyó para promover los derechos humanos en el mundo y por tanto esa defensa de la democracia y de los derechos humanos es, a mi juicio, la posición y la decisión a la que España debe contribuir y en la que España debe estar. Ese es realmente el camino, esa es nuestra posición y ese es el lugar en el que nos debemos situar. Ítaca no es el destino. Ítaca, según Kavafis, es el viaje y en el viaje España tiene que

estar promoviendo los derechos humanos y la demo­cracia en el mundo. En esta etapa de este viaje es ahí donde, a mi juicio, nos corresponde estar. Porque, insisto, Ítaca no es el destino, es un viaje en el que la alianza de los europeos, y por tanto de los españoles, está en la promoción, insisto, y en la defensa de los derechos humanos.

Dicho eso, efectivamente aquí hay muchas incerti­dumbres —se han puesto sobre la mesa— y algunas certezas. Las incertidumbres tienen que ver con qué pasará mañana, si serán suficientes estas dos resolu­ciones para conseguir el objetivo que se pretende, que —se ha dicho— no es derrocar a Gadafi, pero todos nos preguntamos: Y si esto no es efectivo, ¿mañana qué haremos? Tendrá que haber otra resolución. Usted tendrá que venir al Congreso de los Diputados a plantearlo, o no. En fin, esas son las incertidumbres y muchas más que no tengo tiempo de expresar.

Las certezas son algo en lo que yo creo que estamos comúnmente de acuerdo: había que actuar. También hay una certeza, aunque se ha dicho poco, en la que quiero insistir: quizá actuamos demasiado tarde. Es decir, en esta cuestión hemos estado a punto de llegar cuando ya no hubiéramos tenido otra tarea que hacer que contar los muertos y abrir las fosas. Ante un genocidio —quizá no es la palabra adecuada desde el punto de vista legal—, ante un exterminio y una masacre como la que se estaba produciendo en Libia, hace tiempo que la comunidad internacional tendría que haber actuado. Hemos estado a punto de que se reprodujera lo que ocurrió en Kosovo, que actuamos a todas luces demasiado tarde, y en esa ocasión incluso sin resolución de Naciones Unidas porque aquello sí que era un genocidio, aquello sí que era una masacre y realmente la comunidad internacional llegó tarde y no estuvo a la altura.

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Señora Díez, por favor.

La señora DÍEZ GONZÁLEZ: Esto es lo que sobre-vuela en toda esta cuestión de la que hoy estamos hablando. Habrá que dar solución a todas estas cues­tiones y habrá que seguirlas planteando, pero creo que hoy, ayer y anteayer no nos quedaba otro remedio que intervenir.

Y una autocrítica, señor presidente, que es una auto-crítica para todas las democracias del mundo y a la que España no es ajena.

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Señora Díez, por favor.

La señora DÍEZ GONZÁLEZ: Hemos apoyado a este sátrapa y seguimos apoyando a otros. Creo que la comunidad internacional, la de las naciones democrá­ticas del mundo, debería pensar qué tenemos que hacer para que no se reproduzcan estas situaciones.

Gracias, señora presidenta.

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Gracias, señora Díez.

Señor Salvador.

El señor SALVADOR ARMENDÁRIZ: Gracias, señora presidenta.

Señor presidente, señorías, pedir la ratificación del Congreso para participar en una guerra no es un tema menor. Imagino que usted ha valorado previamente los pros y los contras de esta decisión —que obviamente los tiene—, como cualquier otro presidente de nuestro país en el pasado, y ha tomado esta decisión guiado por hacer aquello que resulte mejor para España.

Compartimos los principios que inspiran la resolución de Naciones Unidas: defensa de la vida de quien la ve amenazada, solidaridad con un pueblo que vive bajo una tiranía y anhelo de democracia en Libia, pero hoy no nos pide una autorización, sino una ratificación porque nues­tros soldados ya se están jugando la vida en escenarios de posible combate. Créame, en todo caso, que no nos costaría mucho negarle nuestro apoyo ya que tiene apoyos más que suficientes y votar abstención ante una decisión en cuya gestación en modo alguno hemos par­ticipado y que en el plano internacional aún genera serias dudas en cuanto al liderazgo operativo de la misión, los objetivos últimos de la misma y el plan post-Gadafi, si es que lo hubiera, que no sabemos. Pero otras razones, es verdad, equilibran y compensan estas dudas. La pri­mera, que existe una resolución de Naciones Unidas que fija los términos exactos del mandato internacional y legitima esta intervención. La segunda, la necesidad de parar los graves ataques a la población civil libia por parte de los partidarios de Gadafi. La tercera, proteger la vida de aquellas personas que nos piden ayuda porque la ven amenazada por quien ha tomado la decisión de privarles caprichosamente de ella y ser por ello solida­rios. La cuarta, porque sería bueno trasladar a los sol­dados españoles, que ya combaten allí, un mensaje claro de que su sacrificio, su esfuerzo está respaldado mayo­ritariamente por el pueblo español representado en esta Cámara. Quinta, porque en mi partido, en Unión del Pueblo Navarro, debemos ser coherentes con la petición que recurrentemente hacemos a los partidos nacionales de que se pongan de acuerdo en los temas importante. Y sexta, siquiera porque egoístamente ahora, en estos momentos, más división, más enfrentamiento entre nosotros nos haría ser más débiles como país. Sí le voy a pedir a cambio, señor presidente, que sea lo más trans­parente que pueda en la gestión de este asunto, porque nuestro apoyo, obviamente, no constituye un cheque en blanco. Segundo, que mantenga canales de información permanente con todos los partidos y de modo preferente con el Partido Popular. Y tercero, que no volvamos a hacer de la guerra un perverso argumento electoral.

Por último, señor presidente, usted nos pide apoyo para proteger la vida de una parte de la población libia, que alguien ha puesto en peligro, y a nosotros que por razones de solidaridad, de fraternidad, de justicia, los

defendamos nos parece un empeño loable y noble, una causa por la que merece la pena luchar. El ejercicio de la autodeterminación, señor presidente, también tiene que tener sus límites; no puede ser un absoluto que cual­quier norma nacional o de derecho internacional ampare sin restricciones y en la cual se refugien conductas que afectan a la vida de los seres humanos. Ahora que se ha visto afectada gran parte de la población libia, este prin­cipio lo tenemos mucho más claro. El uso de la libertad termina o debe terminar donde empieza o se ve afectada la vida del otro; no lo olvidemos.

Termino, señorías, señora presidenta, deseando que todo vaya bien para los aliados, que podamos celebrar una victoria rápida y desde luego la vuelta de todos nuestros soldados sanos y salvos.

Muchas gracias.

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Muchas gracias, señor Salvador.

Por el Grupo Parlamentario Socialista tiene la palabra el señor Alonso.

El señor ALONSO SUÁREZ: Señora presidenta, señoras y señores diputados, el coronel Gadafi está masacrando al pueblo libio. Desde mediados de febrero periodistas y agencias humanitarias transmiten, y lo han hecho reiteradamente, la enorme brutalidad con la que el régimen estaba y continúa respondiendo a las personas que en Libia pedían apertura, libertad y bienestar. El coronel Gadafi y su gente están respondiendo con bom­bardeos, con armamento pesado y ligero, y en una repre­sión, por añadidura, planificada, según las propias decla­raciones de uno de los hijos del dictador. No es fácil, señorías, determinar con exactitud la cifra de muertos, pero sí es seguro que hay varios miles de muertos, que hay unos 900.000 desplazados, que hay serios problemas de abastecimiento y alimentación y que, en definitiva, hay una situación dramática e intolerables. Señoras y señores diputados, de la manera de ejecutar lo que es un auténtico crimen contra la humanidad da cuenta lo ocu­rrido en una pequeña ciudad, en Brega, que tiene unos 4.300 habitantes y muestra la forma en que la represión se ha manifestado en el país y nos permite hacernos una idea precisa de lo que Gadafi pretendía y pretende seguir haciendo, particularmente en Bengasi, una ciudad donde viven casi 700.000 personas. Las tácticas de Gadafi siguen un patrón terrible, señoras y señores diputados: se inician con bombardeos contra las poblaciones, siguen con descargas de artillería y, final­mente, con ataques armados sobre el terreno con la utilización de blindados, provocando una auténtica car­nicería a la que hay que poner coto.

Ante estos hechos que les he resumido rápidamente y que son de todos conocidos, la pregunta subsiguiente es: ¿cuál es el deber de la comunidad internacional? En la cumbre mundial de Naciones Unidas de 2005 se aprobó efectivamente el principio de la responsabilidad de proteger, es decir, la aceptación clara e inequívoca por

parte de todos los gobiernos de la responsabilidad colec­tiva de proteger a las poblaciones del genocidio, de los crímenes de guerra, de la depuración étnica y de los crímenes de lesa humanidad. La disposición a tomar medidas colectivas de manera oportuna y decisiva para tal fin por conducto del Consejo de Seguridad quedó clarísimamente asentada en esa decisión de 2005 de Naciones Unidas. En definitiva, señoras y señores, la intervención en Libia no es una opción, es una obligación democrática para la comunidad internacional. La Orga­nización de Naciones Unidas ha respondido, señoras y señores diputados, con arreglo a su carta constitutiva y al derecho internacional. El 26 de febrero exige en la Resolución 1970 al dictador libio el cese de la represión criminal y adopta una serie de medidas conocidas por todos ustedes, entre otras, embargo, etcétera, pero quiero destacar que la posición de la ONU vino precedida además de las condenas al régimen libio por parte de la Liga de los Estados Árabes, por parte de la Organización de la Conferencia Islámica y por parte de la Unión Afri­cana. El régimen libio, señorías, señor Llamazares, hizo caso omiso, continuó la masacre. Por fin, señoras y señores diputados, el 17 de marzo, a instancias del repre­sentante de Líbano, en nombre de la Liga Árabe, de Francia y del Reino Unido, la ONU aprueba la Resolu­ción 1973 sobre la base del capítulo VII de la Carta de Naciones Unidas, que ustedes bien conocen. La resolu­ción autoriza al despliegue del uso de la fuerza, con exclusión de la invasión terrestre, y —dice textual­mente— de todas las medidas necesarias para proteger a la población de los ataques de las fuerzas del Gobierno, que en aquellos momentos, por cierto, estaban a las puertas de Bengasi. Y además declara una zona de exclu­sión aérea, con prohibición de todos los vuelos en el espacio aéreo libio, excepto, como es natural, los que transporten ayuda humanitaria o evacuen a nacionales de otros países. Como es lógico también, la resolución autoriza las medidas necesarias para conseguir la efec­tividad plena de esa zona de exclusión y a partir de ahí diferentes gobiernos de la comunidad internacional ini­cian, con la rapidez indudablemente exigida por las circunstancias, la organización y el despliegue de un amplio dispositivo militar, en el que España es parte, dado el ya anunciado aquí apoyo parlamentario que exige la Ley de Defensa Nacional. Señoras y señores diputados, las especificaciones del despliegue han sido explicadas por el presidente del Gobierno. Son, sin duda alguna, proporcionales a la gravedad de la situación creada por Gadafi y por su régimen y estamos seguros de que conseguirán su objetivo preciso, el objetivo de evitar la masacre de la población libia.

En definitiva, señorías, quiero decirles, por resumir, en primer lugar que desde hace semanas Gadafi y su régimen han producido una violación masiva de los derechos humanos, con ataques criminales mediante el uso de medios militares masivos contra la población civil. En segundo lugar, que el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas, la Liga Árabe —que sigue mostrando

su apoyo—, la Unión Africana y toda la comunidad internacional han calificado tales actos como crímenes contra la humanidad. En tercer lugar, que, en conse­cuencia, la ONU aprueba una intervención militar con dos objetivos básicos: parar la matanza de civiles, fun­damentalmente en Bengasi aunque no solo, y crear una zona de exclusión aérea que evite que el régimen libio pueda continuar con los crímenes. Y en cuarto lugar, quiero volver a reiterar que la autorización que hoy pide el Gobierno al Congreso se sitúa en el marco estricto de la decisión de la ONU, del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas, y desde luego en el marco de la Cons­titución y de la legislación española. La posición del Gobierno, como la de los demás gobiernos de la coali­ción, es una posición sensata, proporcional, ajustada a la ley internacional y, en consecuencia, legítima sin el menor asomo de duda. Es legítima en cuanto se trata —quiero incidir al respecto— de defender la vida y la integridad física de miles y miles de seres humanos, de hombres, de mujeres y de niños que viven en Libia.

Quería decir algo a los únicos representantes de grupos políticos, de partidos políticos que han mostrado obje­ciones a la operación, al señor Llamazares y al señor Jorquera. He tenido el honor y el placer de convivir con ellos aquí durante estos años y sé que no solo son unos políticos solventes, sino también unas personas absolu­tamente demócratas. Estoy absolutamente convencido, seguro de ello, pero tengo la misma seguridad al respecto sobre otra cosa, señor Llamazares y señor Jorquera, y es que en este caso están ustedes completamente equivo­cados. La moral democrática, la razón democrática se funda en valores y los valores son la defensa de la vida y de los derechos humanos, y lo que hace la comunidad internacional para defender la vida y los derechos humanos es construir leyes internacionales, todos esos convenios que conocemos en materia de derechos humanos, y organizarlos en la carta y en la gobernanza de Naciones Unidas. Por eso es importante una resolu­ción de Naciones Unidas, para que esas declaraciones de derechos humanos sean efectivas, se hagan prácticas, porque estamos hablando de la matanza de miles y miles de seres humanos y de evitar que esa matanza continúe en el tiempo. Y la pregunta subsiguiente a la que me vinculan esas premisas y que tengo que hacerles clara­mente es qué vamos a hacer ante la evidencia de que Gadafi está masacrando a su pueblo, a miles de libios: ¿quedarnos de brazos cruzados, no vamos a hacer nada,

o vamos a apelar a medidas alternativas? ¿En qué con­sisten esas medidas alternativas? Ya se adoptaron en la Resolución 1970, y cuando Gadafi fue requerido exigen­temente para que parara, cuando fue embargado y cuando se tomaron esas medidas alternativas, ¿qué hizo? Con­tinuar matando un día tras otro y continuar cometiendo auténticos crímenes de lesa humanidad. Por tanto, señoras y señores diputados, el recurso a la fuerza está plenamente justificado y es absolutamente legítimo desde cualquier punto de vista.

Señora presidenta, con su permiso, quería decirles finalmente al presidente del Gobierno y al Gobierno en su conjunto que en opinión del Grupo Parlamentario Socialista esto no es una opción, sino una obligación democrática. Quería decirles que tienen el apoyo del Grupo Parlamentario Socialista porque el apoyo al Gobierno es el apoyo a Naciones Unidas y el apoyo al Gobierno y a Naciones Unidas es el apoyo a la razón democrática, a la tutela efectiva y real de la vida y de los derechos humanos de miles y miles de personas. Ese el objetivo noble y preciso por el que hay que decir sí al Gobierno y a Naciones Unidas.

Muchas gracias. (Aplausos.)

La señora VICEPRESIDENTA (Cunillera i Mestres): Muchas gracias, señor Alonso.

Tiene la palabra el señor presidente del Gobierno.

El señor PRESIDENTE DEL GOBIERNO (Rodrí­guez Zapatero): Gracias, señora presidenta.

Señorías, deseo que mis primeras palabras sean para agradecer a la gran mayoría de los portavoces de los grupos parlamentarios de esta Cámara el apoyo que han anunciado a la decisión del Gobierno de comprometer la responsabilidad de proteger a la población libia a través y en aplicación de la resolución de Naciones Unidas. Deseo, por tanto, poner en valor ese respaldo, que significa en mi opinión para todos los grupos un ejercicio de responsabilidad y también un camino sólido para avanzar en el consenso —alguna vez roto en esta Cámara— sobre el posicionamiento de España ante los retos de la seguridad internacional y nuestro compromiso para asegurar los principios de la Carta de Naciones Unidas.

Voy a intentar simplemente dar respuesta a algunas de las preguntas que se han planteado y contestar a algunas de las intervenciones algo más agresivas que se han producido desde esta tribuna. Por lo que se refiere a las preguntas o interrogantes, ha habido una que ha expresado el señor Rajoy y algún otro portavoz, como el señor Erkoreka, sobre si ha habido retraso en la acción. Debo subrayar que desde que se produjeron los aconte­cimientos graves en Libia con la muerte de civiles por el uso de medios militares por parte del régimen libio hasta que se aprobó la resolución que autoriza el uso de la fuerza ha transcurrido poco más de un mes. Entre tanto ha habido una resolución previa del Consejo de Segu­ridad que adoptaba un primer paquete de medidas y, como recordaba el portavoz del Grupo Parlamentario Socialista, contenía una exigencia conminatoria al coronel Gadafi y a las autoridades libias de que cesaran en el uso de la fuerza contra la población; fuerza que ha llegado a tener la gravedad de usar aviones bombarderos contra manifestantes. Es sin duda un supuesto gravísimo y muy excepcional para el ejercicio de la represión a los ciudadanos que legítimamente reclamaban reformas al amparo del movimiento de cambios producidos en los países árabes. Por tanto, algo más de un mes. Si lo com­

paramos en términos de lo que hemos vivido en otras circunstancias y en otros países con distintos niveles de gravedad, digamos que es un tiempo que a todos nos hubiera gustado que fuera más automático, pero que es un tiempo razonable y proporcionado. (El señor presi­dente ocupa la Presidencia.) ¿Por qué? Simplemente llamo la atención sobre dos consideraciones. En primer lugar, hay una primera resolución del Consejo de Segu­ridad y, por tanto, hay una primera reacción proporcio­nada: exigimos que se detengan los ataques. En segundo lugar, como no se detienen los ataques, hay una segunda reacción del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas aplicando y permitiendo el uso de la fuerza. Eso pone de manifiesto, en nuestra opinión, que el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas ha actuado con prudencia, teniendo además en cuenta cómo se produce la forma­ción de la voluntad política en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas, con potencias tan distintas que tienen derecho a veto como son Estados Unidos, Rusia, China, Francia o Inglaterra. Por tanto, tiene que haber siempre un proceso inevitable de formación de la voluntad política. El Consejo de Seguridad ha actuado proporcionalmente en la respuesta, y cuando la situación era persistente y la gravedad de los ataques a la población de Libia un hecho inequívoco, supuesto de base que sustenta el uso de la fuerza —no había una acción pre­ventiva y se estaba produciendo la masacre, los crímenes de lesa humanidad, que dice expresamente la resolución, sobre el pueblo libio—, se produce la autorización del uso de la fuerza en la resolución.

Segunda pregunta que se ha planteado: ¿exclusión de la intervención terrestre? Es clarísimo que hay exclusión de una intervención terrestre. ¿Por qué? Porque el obje­tivo es limitado, proporcionado, en tanto en cuanto se está haciendo uso de la fuerza en un país a través de la fuerza de los países de la comunidad internacional. ¿Es razonable que sea limitado? Si, en mi opinión es razo­nable, y sin duda la resolución construye todo un paquete de medidas para proteger a la población que no son solo las del uso de la fuerza sino también políticas, pero que dentro del uso de la fuerza las limita. Los miembros de la coalición que están aplicando esa resolución están limitando el uso de la fuerza. Ayer conocimos que una operación de la aviación británica no se llevó a cabo porque existía un riesgo cierto de producir víctimas civiles, y hasta ahora —y llevamos ya tres días de uso de la fuerza con medios militares de gran alcance y poderío— no hay constancia de que se hayan producido víctimas civiles, con bombardeos de gran importancia. Hay pues una limitación responsable del uso de la fuerza y la puesta a disposición de la comunidad internacional de medios que van a garantizar la protección de la pobla­ción ante los crímenes de lesa humanidad. Esto es un gran avance del derecho internacional y del papel del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas.

Tercera pregunta que se plantea: ¿qué va a pasar si permanece el régimen del coronel Gadafi, cuyo derro­camiento, he insistido en ello, no es el objetivo, no está

en la resolución? La pregunta es cuáles van a ser los efectos de las acciones militares del uso de la fuerza y de acciones económicas que ha adoptado la comunidad internacional —esa es la pregunta— y la evaluación cuando se produzcan esos efectos, que se van a producir, sin duda, en el régimen libio. Tienen tanta importancia los del uso de la fuerza, que están destinados sobre todo a proteger a la población, para que no pueda bombardear y destruirle los instrumentos militares más poderosos con los cuales ha masacrado a la población, como las medidas económicas, que a pesar de la fortaleza que en ese terreno pueda tener el régimen libio son contun­dentes, abarcan a todos los medios e instrumentos y van a producir efectos, sin duda, antes o después, si no los están produciendo ya. Por tanto, evaluemos los efectos que se han de producir. ¿Qué sería lo ideal? Lo ideal sería, sin duda, el cambio de régimen político, la transi­ción a la democracia, como se ha vivido en Túnez y como se ha vivido en Egipto, a través de un proceso de consenso nacional y de una sustitución, de un cambio del régimen actual. Vamos a ver hasta dónde tiene capa­cidad de resistir con una acción como la que estamos llevando a cabo, limitada, responsable, para no provocar víctimas civiles pero para evitar que las provoque el señor Gadafi con sus masacres. Esa es la cuestión, limitada.

El mando. La resolución se ha puesto en marcha con gran rapidez y, como saben, en estos momentos el lide­razgo de la acción militar fundamental, que es la acción que busca la zona aérea de exclusión, está en manos de Estados Unidos de Norteamérica, por una razón de capacidades evidentes que no es necesario que explicite aquí. Respecto a la operación de embargo, que es la segunda de las medidas que permite el uso de la fuerza conforme a la resolución, es más que probable que de manera inmediata la OTAN se haga cargo de ella, y en la medida en que veamos los efectos que producen las acciones destinadas a garantizar la zona de exclusión aérea y la protección de la población se determinará el mando de este ámbito decisivo. Debo decir que España ve con buenos ojos que el mando pueda pasar a la OTAN, pero también trabaja cómodamente en el mando que lidera Estados Unidos.

Liga Árabe. Es verdad que ayer hubo un pronuncia­miento del secretario general de la Liga Árabe, pero luego fue matizado, por no decir rectificado, en el sentido de reafirmar el respaldo nítido a la resolución y a las acciones que se estaban desarrollando.

Estrategia de salida. Creo que la decisión y la voluntad del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas es que habrá que actuar y estar —más que estar, actuar, porque realmente no se está en Libia— hasta que se garantice que se protege a la población, y tendremos, cómo no, todos los elementos para poder opinar al respecto y, por supuesto, señor Rajoy, toda la información que sea nece­saria, bien directamente o bien vía parlamentaria, de los ministros y, por supuesto, por mi parte también sin ningún problema.

Una vez que he intentado dar respuesta a las pre­guntas, me gustaría hacer una consideración breve sobre las intervenciones que han sido discrepantes o críticas. Vaya por delante, señor Llamazares, mi respeto a su posición, que quiero creer que es coherente. Pero desde el respeto a su posición le reclamo, señor Llamazares —porque no es su estilo—, que no desfigure las posi­ciones de los demás. Usted lo ha hecho hoy en su inter­vención, y se lo tengo que decir con toda claridad. Ha habido incluso un momento en que lo ha hecho apor­tando un dato incierto al decir que pasamos del no a la guerra al sí con condiciones a Afganistán y ahora a estar al frente de la guerra. Señor Llamazares, sabe usted que eso no es verdad porque siendo líder de la oposición yo di mi sí pleno a la intervención en Afganistán —apoyé al Gobierno en aquel entonces— porque había una reso­lución de Naciones Unidas. Por cierto, señor Llamazares, en Afganistán no hay petróleo ni gas; había un régimen talibán que había contribuido al terrorismo internacional con las Torres Gemelas el 11-S. (Aplausos.) Por tanto, esto es anterior a Irak, siempre hemos mantenido una posición coherente. (Un señor diputado: ¡Coherencia, eso, coherencia!—Rumores.)

El señor PRESIDENTE: Silencio, por favor.

El señor PRESIDENTE DEL GOBIERNO (Rodrí­guez Zapatero): Señor Llamazares, yo sabía que su señoría iba a invocar alguna de las cosas que ha dicho e intentar esa desfiguración, en mi opinión burda y super­ficial para alguien como usted, que es un avezado parla­mentario y un buen conocedor del derecho internacional, de la legalidad internacional y de Naciones Unidas. Por eso decía que he traído todos los debates sobre la guerra de Irak porque es importante saber algunas cosas. (Rumores.) Simplemente le voy a recordar, para que evalúe la desfiguración que usted ha intentado, cuáles son los puntos que en nombre del Grupo Socialista expresábamos sobre lo que ha de ser una política de seguridad y de defensa en el mundo. Tiene su interés, solamente en este caso va dirigido a su señoría para que pueda reflexionar al menos en ese intento de desfigurar nuestra posición. Decía en aquel entonces que la defensa de la paz y la seguridad en el mundo es el primer prin­cipio; el segundo, la defensa de los principios de la Carta de Naciones Unidas; la defensa de la autoridad del Con­sejo de Seguridad de Naciones Unidas; la defensa y el convencimiento de la Unión Europea como un marco para la garantía de la seguridad y de la paz. Esos son los principios que siempre hemos defendido, señor Llamazares. Y le debo recordar dos cosas más. La pri­mera es que la Carta de Naciones Unidas, el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas —que por cierto usted ha defendido en más de una ocasión desde esta tribuna— y la legalidad internacional compelen e instan a los Estados —artículo 49 de la Carta de Naciones Unidas— al cumplimiento, a hacer efectivas las resoluciones del Consejo de Seguridad. Esa apelación a potencias medias

como es España es una apelación muy directa, mucho más cuando se trata de lo que está pasando en el Medi­terráneo. Por tanto, usted puede decir que el uso de la fuerza nunca —y yo respeto su posición—, pero no diga que nosotros hemos cambiado. Uso de la fuerza, cuando se den los supuestos de hecho, cuando haya una aproba­ción del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas, responsablemente. Así lo hicimos en Afganistán, así lo hicimos no apoyando sobre Irak y así lo hicimos en esta ocasión con Libia. Por tanto, no hace falta decir que el Grupo Socialista tiene una posición cambiante y que donde dijimos una cosa ahora decimos otra, no. Simple­mente hay que decir: no compartimos su posición porque la mía es que el uso de la fuerza, aunque lo vote el Con­sejo de Seguridad de Naciones Unidas, aunque haya crímenes de lesa humanidad, como dice la resolución, no se puede producir. Pues bien, yo la respeto pero no la comparto; no comparto que no le valga ni siquiera que las máximas potencias, tan distintas entre sí como Rusia, Estados Unidos, China o Inglaterra, de distintos conti­nentes, con distintas sensibilidades, con distintos inte­reses, autoricen el uso de la fuerza. Es muy excepcional que además se trate de un país árabe y lo respalde la Liga Árabe, que integra a todos los países árabes, y por supuesto la Unión Europea y la Unión Africana. Es un supuesto muy excepcional que se haya construido un consenso en torno a esta intervención.

Por último, señor Llamazares, yo sé que usted celebra, como ha celebrado el Gobierno de España, los cambios democráticos en el mundo árabe; los apoyamos políti­camente. Viajé a Túnez a tal efecto, para dar respaldo a quienes estaban protagonizando una revolución que afortunadamente ha sido pacífica porque el régimen se desmoronó, como en Egipto, y no optó por masacrar a la gente, como se ha optado en Libia. No estaríamos aquí si en Libia hubiera pasado lo que en Túnez y en Egipto. ¿Hubiera habido conflicto? Sí, pero se habría abierto un paso a la democracia. Después hace una reflexión final sobre que no se trate con dictadores —alguien ha hablado de la venta de armas, pero sabe que España es de toda Europa el país que menos; no sé si llega a 7 millones de euros lo que hemos vendido a Libia—, sobre que no se puede cometer una injerencia y que no se puede hacer uso de la fuerza. Pues bien, siendo este terreno siempre discutible, al menos, si se produce un movimiento demo­crático como el que se ha producido en el mundo árabe, hay que apoyarlo. Y si la comunidad internacional no hubiera frenado que el régimen de Gadafi masacre a la gente que quiere democracia y libertad, hubiéramos mandado la señal más negativa que se puede uno ima­ginar para todos los países donde se están produciendo estos cambios, que ojalá sean pacíficos —deben ser pacíficos—, pero que deben tener apoyo. Allí donde haya una reacción de la virulencia, de la gravedad del uso militar, como se ha producido en este caso en Libia, que no tiene antecedentes ni comparación posible, creo que la comunidad internacional ha hecho lo que tenía que hacer, siendo, como es —lo sabemos todos—, una tarea

difícil que nos pone a todos ante la responsabilidad que comprometemos en vista de lo que hemos escuchado durante estas últimas semanas, pues no se puede con­sentir que pase lo que está pasando en Libia. Le puedo asegurar que su señoría, aunque no lo ha explicitado de manera directa, también se tiene que rebelar frente a las acciones de un ejército que usa tanques y bombarderos contra manifestantes; eso es algo que la comunidad internacional no puede consentir. Desde luego, como le decía, es extraordinario y supone un gran precedente que haya habido una resolución del Consejo de Segu­ridad de Naciones Unidas limitada al uso de la fuerza con condiciones, sin invasión del país y más allá de la capacidad energética o de las fuentes de energía que tenga uno u otro país. Señor Llamazares, por tanto, desde el respeto a su posición, insisto, desde el respeto profundo a su posición, le pido que no desvirtúe la nuestra porque es coherente, y me parece que eso puede defenderse.

Termino reiterando mi agradecimiento, poniendo por encima de todo el compromiso del Gobierno de explicar, informar y comparecer en la Cámara ante esta situación grave, por el apoyo de los grupos parlamentarios, y mis últimas palabras tienen que ser para los 500 efectivos de las Fuerzas Armadas que van a desempeñar esta misión para cumplir una resolución de Naciones Unidas, para proteger al pueblo libio, con la decisión del Parlamento de España, de la soberanía popular. Sé que esos 500 militares lo van a hacer ejemplarmente, como sirven ejemplarmente nuestras Fuerzas Armadas día a día en nuestro país por su seguridad y su bienestar.

Muchas gracias. (Aplausos.)

El señor PRESIDENTE: Muchas gracias, señor presidente.

A juicio de la Presidencia solo cabe la posibilidad de réplica por parte del señor Llamazares. Tiene la palabra. (Rumores.) Un momento. Por favor, guarden silencio. Adelante, señor Llamazares.

El señor LLAMAZARES TRIGO: Gracias, señor presidente.

Señor presidente del Gobierno, las palabras no son inocentes, y usted ha dicho que mi intervención ha sido agresiva. Aquí el único agresivo es el dictador contra su propio pueblo. Lo que yo he hecho ha sido una inter­vención crítica. Ha dicho usted también que he carica­turizado su posición. Usted la mía. Usted ha peleado con molinos de viento pero ha querido transformarlos en gigantes. Señor presidente del Gobierno, yo he dicho que en concreto para luchar contra la vulneración de los derechos humanos, para luchar también a favor de lademocracia en el norte de África, la guerra —donde estamos, en una resolución que es una carta blanca que va de la exclusión aérea a intervenciones militares— es el peor método, porque aumenta el sufrimiento de la población, porque encona la situación y porque en definitiva no permite una solución política. Pero le digo

lo mismo que le dije y no me ha respondido. Ha dicho, primera resolución: bloqueo, embargo; segunda reso­lución al cabo de un mes porque no cumplen, directa­mente la intervención militar. ¿Van a hacer ustedes lo mismo con todos los que incumplen las primeras reso­luciones de Naciones Unidas? ¿Ese es el camino con Myanmar? ¿Ese es el camino con Israel en relación con Palestina? ¿Ese es el camino con Marruecos en relación con el Sáhara? ¿Es el camino? Yo creo que sería equi­vocado, a pesar de mi profundo desacuerdo respecto a esos regímenes que también exterminan y golpean a sus pueblos o a pueblos hermanos. Creo que el mecanismo debe ser muy diferente. He recordado en concreto el caso de Sudáfrica, donde el embargo, el bloqueo y el aislamiento internacional fueron duros y difíciles, pero hoy Sudáfrica es una democracia consolidada y con futuro. En mi opinión, eso pone en valor la diplomacia de los valores y quita valor a la diplomacia de los cañones.

Señoría, termino con Afganistán. Yo he dicho sí, pero en Afganistán porque usted fue quien dijo que nos reti­rábamos de Libertad Duradera y que seguíamos en ISAF. Eso es sí, pero; es decir, sí estoy en Afganistán pero no estoy plenamente en Libertad Duradera. Sí, ha sido así, yo he protagonizado esos debates con usted durante esta legislatura, pero si no se acuerda no hay problema. Quería plantear una cuestión final en relación con la posición de los presidentes del Gobierno que terminan sus legislaturas. La verdad, no sé qué les pasa, que pierden el contacto con la gente —y la gente en este país es pacifista— y que ya solamente responden ante la historia. (Rumores.)

El señor PRESIDENTE: Gracias, señor Llamazares.

Señor presidente del Gobierno. (Rumores.) Silencio, por favor.

El señor PRESIDENTE DEL GOBIERNO (Rodrí­guez Zapatero): Señor Llamazares, creo que ha tenido un cierto lapsus, porque ante la historia parece que solo respondía precisamente un dictador invocado por el señor Gadafi —como recordaba el señor Ridao— estos días, cuando le hemos oído decir que llegaría a Bengasi igual que en su día Franco llegó a Madrid. Por tanto, ese respondía ante la historia. No, afortunadamente en demo­cracia, aquí, se responde ante el Parlamento. Por eso estamos aquí para debatir y para votar. Creo que es importante que no olvidemos eso.

En segundo lugar, sobre Afganistán, le he recordado que cuando se produjo la intervención en Afganistán y el presidente del Gobierno en aquel entonces, el señor Aznar, expresó su posición después de una resolución de Naciones Unidas, yo di el apoyo a la intervención en Afganistán, apoyo pleno, o sea que no desfigure los hechos.

Por último, señor Llamazares, es verdad que el uso de la fuerza no es una situación fácil ni agradable y usted ha dicho desde la tribuna que era probable que haya

gente que sufra. Es verdad, es probable que haya gente que sufra, pero estoy convencido de que desde hace tres días hay mucha más gente que ha dejado de sufrir, la que estaba siendo bombardeada y atacada con fuerzas mili­tares por el régimen de Gadafi, población inocente que quiere libertad y cambio. Eso lo hemos frenado y lo seguiremos frenando con el uso limitado, racional y proporcionado de la fuerza. Esa es la fuerza de Naciones Unidas, esa es la fuerza del derecho internacional y esa es la fuerza que las comunidades políticas libres deben procurar para aquellas que no lo son, para aquellos países que no lo son, haciéndolo con prudencia y con la legiti­midad del Consejo de Seguridad de Naciones Unidas. Para eso tenemos Naciones Unidas y le pido por tanto que reflexione y que defienda el sistema de Naciones Unidas y el Consejo de Seguridad, porque sin un orden internacional, multilateral, que es Naciones Unidas, no habrá manera de hacer un mundo que tenga más paz, más democracia y más seguridad.

Muchas gracias. (Aplausos.)

El señor PRESIDENTE: Señorías, vamos a proceder a la votación de la ratificación del Congreso prevista en el artículo 17.3 de la Ley Orgánica 5/2005, en relación con la solicitud del Gobierno. Cierren las puertas, por favor.

Comienza la votación. (Pausa.)

Efectuada la votación, dio el siguiente resultado: votos emitidos, 340; a favor, 336; en contra, tres; abstenciones, una.

El señor PRESIDENTE: En consecuencia, el Con­greso autoriza por ratificación la participación de las Fuerzas Armadas españolas en la misión para la resolu­ción de la crisis de Libia, en aplicación de las resolu­ciones de Naciones Unidas.

Se levanta la sesión.

Eran las dos y cinco minutos de la tarde.

 

 

 

 


 

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"Nessuna partecipazione in operazioni di guerra"

Demonstranten vor lybischer Botschaft

Dimostranti davanti all’Ambasciata libica a Berlino © dpa

"Noi non parteciperemo con soldati tedeschi ad operazioni di guerra in Libia“, ha detto il Ministro degli esteri Dr. Guido Westerwelle (FDP) nella sua dichiarazione al Bundestag venerdì, 18 marzo 2011, in occasione della Risoluzione precedentemente emanata dalle Nazioni Unite, che prevede tra l’altro l’istituzione di una zona di divieto di sorvolo, come reazione al conflitto in corso in atto in Libia.

"Una astensione non facile "

L’astensione della Germania nella votazione sulla risoluzione 1973alle Nazioni Unite non è stata facile per il Governo federale tedesco, ha detto Westerwelle ed ha sottolineato che la negazione di impegno militare non significa inerzia. "La Germania è stata uno dei primi Paesi ad esprimersi per un comportamento chiaro e netto ed anche per le sanzioni contro la Libia. Ora si tratta di innalzare il livello della pressione.“

Il Ministro degli Esteri ha rappresentato la seguente esigenza: "Dobbiamo evitare che denaro fresco finisca nelle mani di Gheddafi, affinché egli non possa continuare a fare guerra al suo popolo.“La Germania condanna i crimini del dittatore. Con Gheddafi non è più possibile collaborare, ed egli non parla più in nome del popolo libico. „Deve andarsene“, ha detto il Ministro.

"Gheddafi deve mettere fine alle violenze "

Westerwelle ha inoltre approvato che le Nazioni Unite abbiano sottolineato nella loro Risoluzione il ruolo della Corte Internazionale Penale. Gheddafi deve essere chiamato a rispondere dei suoi crimini. Anche se il Governo federale tedesco si è astenuto dalla votazione, dice Westerwelle, la posizione della Germania non cambia: " Gheddafi deve mettere fine alle violenze.“

Westerwelle ha inoltre invitato il Parlamento a sostenere la posizione del Governo.

SPD: Trarre le giuste conseguenze dagli avvenimenti

Nel seguente dibattito di 45 minuti, che è risultato molto vivace, la discussione sull’impegno di soldati tedeschi in Libia e sull’astensione della Germania al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è stato molto controversa.

Dr. Rolf Mützenich (SPD) ha accusato il Ministro degli Esteri di lasciarsi guidare da motivi di politica interna nella votazione.“La Risoluzione delle Nazioni Unite è la giusta conseguenza degli avvenimenti in Libia. Il coraggio di trarla Le è mancato“, ha criticato.

"La Germania offre una pessima immagine "

Westerwelle  non avrebbe fornito, nella sua dichiarazione governativa, la motivazione dell’astensione del governo dal voto per la Risoluzione. Con l’astensione la Germania offre una pessima immagine.

Da una parte nei confronti di quei Paesi che avrebbero eletto la Germania nella sua posizione responsabile all’interno delle Nazioni Unite e dall’altra nei confronti dei popoli del modo arabo, che ancora poco tempo fa inneggiavano pieni di speranza al Ministro degli Esteri nella Piazza Tahir.

Die linke loda l’astensione tedesca

Il socialdemocratico ha raccolto forti proteste non solo dal gruppo parlamentare della coalizione da lui criticato, ma anche dai Linken. Il loro portavoce Jan van Aken ha dato alla SPD della "guerrafondaia“ , dopodoché il Presidente del Bundestag Dr. Wolfgang Thierse ha dovuto procedere con un richiamo all’ordine.

Van Aken ha sottolineato che un intervento in armi in Libia porterebbe con sé altro bagno di sangue. Perciò ha lodato l’astensione della Germania nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ha definito l’astensione come un progresso in confronto con quanto deciso a suo tempo dal Governo rosso-verde, che "si fece ciecamente coinvolgere nell’intervento in Afghanistan “.

Contemporaneamente ha fatto un appello al Ministro degli Esteri: "Rimanga coerente! Ciò significa anche non impiegare gli aerei Awacs e non utilizzare la base militare di Ramstein.“

CDU/CSU: Lasciare opzioni aperte

Ruprecht Polenz (CDU/CSU) ha invece esortato a una maggiore avvedutezza ed ha difeso la posizione del Governo federale. "La Risoluzione dell’ONU è stata giusta, ma è stato altrettanto giusto che la Germania si sia astenuta.“ Continuano ad esserci troppi rischi non chiari, ragion per cui la Germania fa bene ad astenersi in questo momento.

Non deve neppure sussistere il sospetto che la Repubblica Federale Tedesca possa partecipare ad un intervento militare solamente a causa del petrolio. "Pertanto è importante che al momento i Paesi Arabi partecipino alle ulteriori misure.“

Inoltre non è assolutamente chiaro quali risultati emergeranno alla fine delle consultazioni Nato. Sarebbe pertanto opportuno lasciare aperte delle opzioni per tutte le ulteriori consultazioni, non solo quelle della Nato, ma anche quelle dell’Unione Europea.

FDP: Contribuire allo spodestamento di Gheddafi

Anche il Dr. Rainer Stinner (FDP) si è espresso per una maggiore concretezza ed ha manifestato dubbi sul fatto che il Parlamento avrebbe reagito in modo adeguato alla difficile situazione. Il Governo federale ha presentato le motivazioni dell’astensione attraverso "stringenti e coerenti argomentazioni“.

La SPD invece non sarebbe in grado di assumere in questa questione una posizione chiara e netta e pertanto sarebbe "incapace di agire in politica estera “. L’accusa dei socialdemocratici, per cui nella votazione avrebbero avuto un ruolo motivi di politica interna, è stata definita da Stinner "incresciosa“.

Al tempo stesso ha sottolineato che la Germania continuerà a fornire il suo contributo per spodestare Gheddafi. "A tale scopo esperiremo tutte le possibilità che non prevedano un intervento militare“, ha detto Stinner ed ha citato quali possibili esempi un inasprimento delle sanzioni ovvero l’accoglimento di profughi libici.

Grüne: La comunità internazionale deve agire

Renate Künast (Bündnis 90/Die Grünen) ha ricordato invece la Risoluzione ONU del 2005, che con il titolo "Responsibility to protect“ prevede la responsabilità di ogni e qualsiasi Stato di proteggere il proprio popolo. "Là, dove uno Stato non esercita tale responsabilità di protezione, diventa responsabile la comunità internazionale ed è quest’ultima a dover agire.“

Ordunque, poiché Gheddafi spara sul suo popolo, "la responsabilità è nostra.“ Per questo motivo il suo gruppo parlamentare plaude alla Risoluzione delle Nazioni Unite. Non è invece sufficiente fare semplicemente riferimento ai rischi di una zona di divieto di sorvolo, come fa il Ministro degli esteri.

"Dobbiamo rendere più chiaro che questi diritti umani per noi sono importanti“, ha detto l’on. Künast ed ha esortato Westerwelle ad attivarsi maggiormente. (jmb).

 

 


 

 

21 march 15:46

Prime Minister Vladimir Putin comments on the situation in Libya during a meeting with workers at the Votkinsk plant in Udmurtia

Prime Minister Vladimir Putin comments on the situation in Libya during a meeting with workers at the Votkinsk plant in Udmurtia

Vladimir Putin: The Russian government is not involved in foreign affairs and foreign policy. Our government is mainly occupied with socio-economic issues. But if you are interested in my personal opinion, then I can say that I certainly have one.

The first issue is defining the Libyan regime. Russian leaders have already voiced their opinions on this. As Dmitry Medvedev said, the Libyan regime is not democratic by any criteria. This is obvious and there is nothing to add to this.

Naturally, Libya is a complex country. It is based on the relations between tribes, and thus requires a special approach. The country's internal political situation has escalated into an armed struggle. But this does not mean that anyone outside the country has the right to interfere in the internal political conflict, even an armed one, by backing one side. This is my first point.

My second point relates to the UN Security Council resolution based on which the current intervention – a military intervention – is being carried out. This resolution is flawed and inadequate. If one reads it, then it immediately becomes clear that it authorises anyone to take any measures against a sovereign state. All in all, it reminds me of a medieval call to crusade, when someone calls upon others to go somewhere and free someone else. So, this is my second point.

Now let's turn to the events in Libya. As I already said, we are speaking about the use of military force. By the way, Russia did not vote for this Security Council resolution.

Let me say a few words about what is in fact happening there. It is clear that it is a military intervention from outside. But this is not what worries me – there are many armed conflicts, there always have been and unfortunately this will continue to be the case for a long time – I am concerned with the ease with which a decision can be made on the use of force in international affairs nowadays. For example, it is becoming a trend in U.S. foreign policy. Under Bill Clinton, Yugoslavia and Belgrade were bombed; under President Bush troops were deployed in Afghanistan and then under a contrived and completely false pretext troops entered Iraq and the Iraqi government was eliminated. Even children in Saddam Hussein's family were killed.

Now it's Libya's turn – and the pretext is the protection of the civilian population. But it is civilians that are killed in bombings. So where's the logic and conscience here? Neither is present. There have already been casualties among civilians, for whom these bombings are supposedly being carried out.

I would like to say that we want to live in peace with everyone, and we intend to do so. We don't want to quarrel with anyone, much less wage wars, God forbid. But what is happening in Libya today proves once again that what we are doing to reinforce Russia's defence capabilities is right. And the new government armament programme that I've just mentioned is designed to address these issues.

And the Votkinsk plant has a large role to play in this programme, and we are counting on your help. Thank you very much.

 

 


 

Statement by Dmitry Medvedev on the situation in Libya

21 March 2011, 18:30

21 March 2011, 18:30
Statement by Dmitry Medvedev on the situation in Libya.
© Photo: the Presidential Press and Information Office

PRESIDENT OF RUSSIA DMITRY MEDVEDEV: I want to say a few words regarding the situation in Libya. The Russian Federation hoped from the start that Libya’s internal problems could be settled through peaceful means. We followed developments there as closely as possible and resolutely condemned the actions of the Libyan authorities and Libyan leader with regard to their own people. 

Acting on these considerations, Russia supported UN Security Council resolution 1970, and abstained on UN Security Council resolution 1973 in the aim of protecting the Libyan population and preventing the conflict from escalating. Our unwavering position is that all UN Security resolutions must pursue the objectives of bolstering peace and ending civil strife, preventing escalation of conflict and protecting civilians’ lives.

Unfortunately, we see from the developments now unfolding that real military action has begun. This is something that cannot be allowed to happen. I hope that all of the countries currently involved in the operations to enforce the no-fly zone in Libya, and who are using their armed forces, act with the understanding that any steps they take must be in the Libyan people’s interests and in order to prevent further loss of life and Libya’s disintegration as a country.

At the same time, let us not forget what motivated the Security Council resolutions in the first place. These resolutions were passed in response to the Libyan authorities’ actions. This was why we took these decisions. I think these are balanced decisions that were very carefully thought through. We gave our support to the first Security Council resolution and abstained on the second. We made these decisions consciously in the aim of preventing an escalation of violence.

"I hope that the international community’s coordinated efforts will succeed in bringing peace to Libya, and that comprehensive measures will be taken to prevent the conflict from spreading further in Africa and into other countries."

But subsequent events have shown that any decisions of this kind must be accompanied by consultations and the need to keep in mind that any use of force should be in proportion to events. Still, these operations have damaged civilian sites, and there are as yet unconfirmed reports that innocent people have been killed, and this shows that, sadly, the countries taking part in these military operations have not managed to achieve these goals.

I hope that the international community’s coordinated efforts will succeed in bringing peace to Libya, and that comprehensive measures will be taken to prevent the conflict from spreading further in Africa and into other countries.

QUESTION: Why did Russia not use its power of veto? We do have this right after all, and we could have used it to veto one of the resolutions that you mentioned.

DMITRY MEDVEDEV: Russia did not use its power of veto for the simple reason that I do not consider the resolution in question wrong. Moreover, I think that overall this resolution reflects our understanding of events in Libya too, but not completely. This is why we decided not to use our power of veto. This, you realise, was a qualified decision not to veto the resolution, and the consequences of this decision were obvious. It would be wrong for us to start flapping about now and say that we didn’t know what we were doing. This was a conscious decision on our part. Such were the instructions I gave to the Foreign Ministry, and they were carried out. 

Let me say again that everything that is happening in Libya is a result of the Libyan leadership’s absolutely intolerable behaviour and the crimes that they have committed against their own people. Let’s not forget this. Everything else is the consequences of these actions.

QUESTION: What steps could Russia take from here? Are there any meetings planned?

DMITRY MEDVEDEV: I think Russia’s actions are very clear. Russia will not take part in any of the operations to enforce the no-fly zone, and will not send any troops if – and we hope this will not happen – ground operations begin. At this stage, the possibility of ground operations cannot be ruled out. 

"I think Russia’s actions are very clear. Russia will not take part in any of the operations to enforce the no-fly zone, and will not send any troops. As for what we can do by way of mediation and peacekeeping efforts, Russia will be happy to put its possibilities to use in this situation if required."

As for what we can do by way of mediation and peacekeeping efforts, Russia will be happy to put its possibilities to use in this situation if required.

We have good ties in the Arab world. I looked at the statement issued by the League of Arab States and the statements that other responsible political leaders have made. I think that we all must get involved in efforts to end this conflict through negotiations, not let it escalate, and try to bring it to an end. Overall, some of the terms of resolution 1973 follow these same objectives, and this was why Russia chose to abstain in the voting. 

QUESTION: How do you think events will develop?

DMITRY MEDVEDEV: Judging by the current developments, I think the situation is not going to be easy. The main problem in my view is that there is no coalition carrying out a coordinated policy. Some countries, some of our partners, are taking action of their own to try to bring order to the situation, but these are not coordinated, jointly organised actions. This is causing damage to various sites, and as I understand it, there is no common plan for how to establish peace and order in Libya. This is a big problem.

The other problem is who to talk with there. Most of the Western countries consider the current Libyan leader, who says he holds no state post, someone they cannot shake hands with, someone they will not have dealings with.

The Russian Federation has not officially severed diplomatic ties, and we could thus act as a mediator in this sense. We still have diplomatic ties with the Libyan leadership, but this does not mean that we do not see what this country’s authorities have done. This is something everyone, both inside and outside the country, should remember.

At the moment various words are being used to describe the events taking place. I think we need to be very careful in our choice of wordings. It is inadmissible to say anything that could lead to a clash of civilisations, talk of ‘crusades’ and so on. This is unacceptable. Otherwise we could see a situation far worse even than what is happening today. We must all keep this in mind.

Link to this page: http://eng.news.kremlin.ru/news/1933


 

Turkish PM criticizes airstrikes on Libya as NATO continues debate

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Tuesday, March 22, 2011

ANKARA - Hürriyet Daily News

Libyan rebels duck for cover as they come under tank fire from Moammar Gadhafi's forces. AFP photo


Libyan rebels duck for cover as they come under tank fire from Moammar Gadhafi's forces. AFP photo

Criticizing the Western-led airstrikes in Libya, Turkish Prime Minister Recep Tayyip Erdoðan vowed Tuesday that Turkey would never point guns at the Libyan people, a position he said Ankara would make clear to NATO.

Speaking to his party’s parliamentary group amid ongoing debate about how NATO should proceed on the issue, Erdoðan said the United Nations should only head up humanitarian operations, not military ones, in Libya.

“We saw in the past such [military] operations increasing the loss of lives. We’ll of course question and criticize the Paris meeting,” the prime minister said to deputies from his ruling Justice and Development Party, or AKP, referring to the summit Saturday that preceded France’s launch of the first airstrikes on the crisis-hit North African nation.

“The operation should proceed on legitimate grounds,” Erdoðan said, adding that Ankara’s position would be explained to its NATO allies Tuesday at a meeting in Brussels.

Disagreements on the intervention among NATO member states have largely been eliminated, with Turkey’s reservations taken into consideration, according to news reports from Brussels. The private channel NTV meanwhile reported that Adm. James Stavridis, NATO’s supreme allied commander for Europe, will visit Turkey on Thursday.

NATO officials met again Tuesday in Brussels after failing to reach a consensus agreement Monday among the alliance’s 28 member states about intervention in Libya. Erdoðan said Monday that his government would give conditional support to a NATO-led operation, as long as it is done to ensure that Libya belongs to its people, not to distribute the country’s natural resources to outside powers, and as long as the intervention does not turn into an occupation.

On Tuesday, Erdoðan said Turkey was willing to be involved in the distribution of humanitarian aid in Libya, to manage the Benghazi airport and to deploy naval forces to control the area between Benghazi and the Greek island of Crete.

“We do not want Libya to become a second Iraq ... A civilization in Iraq collapsed within eight years. More than a million people were killed there,” daily Hürriyet quoted him as telling reporters Monday on a flight back from a visit to Saudi Arabia.

“We will not participate with our fighting forces. It is impossible for us to think that our fighters would drop bombs over the Libyan people,” he said.

Erdoðan discussed the situation in Libya with U.S. President Barack Obama in a telephone conversation late Monday after chairing a summit with his ministers and military commanders. The prime minister did not give details of the talks.

France taking the lead in the Libya operation drew criticism from Ankara, with Defense Minister Vecdi Gönül on Monday, saying: “We are having difficulty understanding [France] acting like it is the only executor of the U.N. resolution.”

U.N. Security Council Resolution No. 1973 established a no-fly zone over Libya.

A Libya session in Parliament

The Turkish government is planning to hold a Libya session in Parliament, according to Erdoðan. Sources said the session could be a closed one. Foreign Minister Ahmet Davutoðlu will meanwhile brief opposition parties about the government’s stance on an operation in Libya, meeting with Republican People’s Party, or CHP, leader Kemal Kýlýçdaroðlu at 11 a.m. Wednesday. The Nationalist Movement Party, or MHP, however, rejected Davutoðlu's request for a briefing.

The fact that the Libya operation is being perceived as targeting the country’s oil resources proved the rightness of Turkey’s position, Erdoðan said in Parliament.

“We see the well-being and domestic peace of the Libyan people as fundamental goals. Turkey will never be a party that points a gun at the Libyan people,” the prime minister said. “Turkey’s policy is very clear, its attitude is clear ... Our relations with Libya have nothing to do with oil or [other] interests. Our Libyan brothers know very well Turkey has made no such calculations.”

 

 


 

Pubblicistica

 


Libia

 


 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

Libya and the “Responsibility to Protect”

 

On the Issues

Jonas Claes

March 1, 2011

Jonas Claes, program specialist in USIP’s Center for Conflict Analysis and Prevention, talks about the "Responsibility to protect" principle and its application to the current situation in Libya.

·         How does the “Responsibility to Protect (R2P)” principle apply to the current situation in Libya? [1]

·         What would appropriate “R2P action” look like in this case? And how can the principle be used to alleviate the suffering of the Libyan population? [2]

How does the “Responsibility to Protect (R2P)” principle apply to the current situation in Libya?

The Responsibility to Protect refers to the principle agreed to by heads of state and government at the 2005 World Summit committing each state, as well as the international community, to protect populations from genocide, war crimes, crimes against humanity, and ethnic cleansing, the four “R2P crimes and violations”. The applicability of the responsibility to protect or R2P principle to the current situation in Libya is undeniable. First and foremost, R2P reflects the negative duty for states to refrain from committing atrocities against its own people, a responsibility the regime of Col. Muammar al-Qaddafi is failing to take up. Qaddafi expressed his willingness to use all weapons at his disposal against the protesters, vowing to “cleanse Libya house by house”. He also described the protestors as “cockroaches”, a term used to dehumanize the Tutsi community before the Rwandan genocide of 1994. Despite the lack of verifiable information, the UN Security Council referred to “widespread and systematic attacks” against the people of Libya that “may amount to crimes against humanity”, and explicitly recalled “the Libyan authorities’ responsibility to protect its population.”

The international community has a responsibility to assist states in protecting its population, and to step in and take timely and decisive action if a state manifestly fails to do so. Last week R2P was invoked by the Security Council, the Secretary-General's Special Advisers on the Prevention of Genocide and the responsibility to protect, and a number of civil society organizations. Whereas the uprisings in Tunisia and Egypt were primarily considered an internal matter with significant repercussions for the region, the need for appropriate international engagement has been more broadly discussed in relation to the situation in Libya.

 

What would appropriate “R2P action” look like in this case? And how can the principle be used to alleviate the suffering of the Libyan population?

First of all, R2P does not merely allow for the use of reactive or coercive tools. The principle emphasizes the primacy of prevention and capacity building through supportive measures. The ideal course of R2P action would have prevented the occurrence of mass atrocities against protesters in the first place. The full panoply of options has now become available since the regime and the international community failed in their responsibility to prevent, mass atrocities appear to be ongoing, and the crisis constitutes a clear threat to international peace and security. The considered options include both coercive and supportive measures aimed at managing the immediate crisis and preventing the escalation or recurrence of the atrocities.

Initially the United Nations, the United States, and other regional players and institutions merely condemned the violence and discussed the option of coercive measures with minimal short-term effects. Over the weekend a Chapter VII resolution was unanimously adopted by the Security Council imposing an arms embargo, travel bans, and asset freezes, and referring the situation to the International Criminal Court. The European Union went a step further endorsing even harsher sanctions. The international community will surely consider other tactics besides compellence and isolation, including covert action. Alternative policy options include setting up safe havens and no-fly zones, co-opting key figures still loyal to Qaddafi to facilitate the transition process and further undermine the regime, or even military intervention through NATO. The appropriateness of these options will surely remain food for debate among international diplomatic circles as the atrocities persist and pressures to act upon the 2005 commitments rise.

The explicit invocation of R2P within a Chapter VII resolution is a significant, perhaps even historic breakthrough in our stated commitment to end mass atrocities. But it is of monumental importance that the international community goes beyond condemnations urging the Libyan regime to halt the atrocities and lives up to its commitment of readiness to take “timely and decisive action”. A repeat of the 2010 Kyrgyzstan scenario, where the international community was unable to develop an effective response to halt the atrocities or take measures to prevent its recurrence, could not only endanger the lives of many Libyans, but also undermine the development of R2P as a norm as well as the credibility of the United Nations.


 

 

Libya: Preventing Violence Against Citizens

On the Issues

Lawrence Woocher

March 4, 2011

The situation in Libya[1] has brought the spotlight to the challenge of preventing mass violence against civilians. Lawrence Woocher[2], senior program officer for the Center for Conflict Analysis and Prevention discusses the current developments in Libya and talks about USIP's Genocide Prevention Task Force which USIP co-sponsored, along with the U.S. Holocaust Memorial Museum and the American Academy of Diplomacy.

·         How has the task force influenced the U.S. government’s thinking? [3]

·         How should this approach inform U.S. action towards Libya? [4]

How has the task force influenced the U.S. government’s thinking?

One of the task force’s major recommendations was for the President and other senior officials to demonstrate that preventing genocide and mass atrocities is a priority for the United States, including by speaking out publicly on the issue. Vice President Joe Biden gave a speech last week at the Holocaust Museum in which he articulated a  “four-fold” approach to genocide prevention by the Obama administration, which closely tracked themes from the task force: (1) “recognize early indicators of potential atrocities, and respond accordingly,” (2) “develop and implement strategies to prevent atrocities before they occur,” (3) “enhance the training and enrich the doctrine that guide our foreign service officers and our military personnel in their work to identify potential and confront actual atrocities,” and, (4) “work with our international partners to coordinate our efforts.” The Vice President also reported the creation of “the first ever White House position to coordinate policies on preventing, identifying and responding to mass atrocities in genocide,” directly following one of the Genocide Prevention Task Force’s recommendations.

 

How should this approach inform U.S. action towards Libya?

A general policy framework like the one Biden described can’t dictate actions in any particular case. But it does provide some hints. While the crisis in Libya may not have been foreseen, by now there is no doubt about the acute risk of massive violence against civilians. Although current options may be unattractive, past experience suggests that future options will become even riskier and more costly if violence is allowed to fester. The Genocide Prevention Task Force emphasized the need to consider a wide range of measures, including those focused on decision makers (e.g., targeted sanctions against Qadaffi), lower level potential perpetrators (e.g., incentives for Libyan soldiers to defect), potential victims (e.g., emergency humanitarian assistance), and influential third parties (e.g., engaging with neighboring governments to enforce an arms embargo). Lastly, while emphasizing the importance of concerted action with international partners, Biden said “sometimes that requires us being somewhat forceful.” This comment is particularly interesting in light of debate about a possible “no-fly zone” in Libya, which President Barack Obama acknowledged the United States is considering despite lack of broad international support.


 

 

Dangerous Fallout from Libya’s Implosion

Christopher Boucek Commentary, March 9, 2011

Resources

 

While there are calls in Washington for a military response to the regime’s assaults on rebels trying to oust Libyan leader Muammar Qaddafi—including a no-fly zone—the real threat to U.S. security is flying under the radar. The fate of once-jailed Islamist fighters who are now at large should be among Washington’s top concerns. Islamists freed by Qaddafi and those who escaped from prison during the uprising are now able to operate in an environment of evaporating state control, abundant small arms caches, and under-guarded stocks of chemical warfare agents—posing a significant challenge to the Obama administration. 

The deteriorating security situation in Libya carries clear risks for the United States and its interests. Many Islamist militants—including those who have been involved in violence in Libya and abroad—have either been intentionally released by the Libyan government in the last few years or escaped from custody in the early days of the uprising. A large portion of those released benefitted from a haphazard and incomplete state-run rehabilitation program, while others were freed in an ill-conceived concession intended to reduce tensions before the outbreak of fighting.  

 

Current events in Libya cast serious doubt on the willingness of former detainees to respect or abide by the conditions of their release. They may no longer feel obliged to keep up their end of the bargain with a weakened government—a government many never accepted as legitimate in the first place. Violent Islamists have long sought to bring down the hated Qaddafi regime—just as they have looked to topple other “apostate” governments in Egypt, Tunisia, Saudi Arabia, and Yemen—and some may now see this as their best opportunity to overthrow the government. And amid weakening state authority in Libya, violent extremists will find fertile ground. After all, it’s not in failed states where violent extremists flourish, but in weak and failing states.  

Libya’s Islamist Opposition

Before the current civil war, the Libyan Islamic Fighting Group (LIFG) and Libya’s Islamist opposition represented the greatest challenge to the Qaddafi regime. Islamists waged a violent insurgency in the east of the country and attempted to assassinate Qaddafi three times. According to the Sinjar records—documents and computer data from al-Qaeda that were discovered by the U.S. military in a raid along Iraq’s border with Syria in 2007—Libyan nationals made up the second-largest group of foreign fighters in Iraq after the Saudis. A number of Libyan nationals have also held key positions in al-Qaeda, notably Abu Yahya al-Libi, the group’s chief ideologue and a potential successor to Osama bin Laden.

 

The LIFG was created in the mid-1990s by Libyan veterans of the Afghan jihad against the Soviet Union. One report suggests that the LIFG trained over 1,000 Libyan nationals in Afghan training camps before the September 11 attacks. During Libya’s Islamist insurgency in the 1990s, information about developments on the ground was very difficult to obtain, but it is now known that within several years 177 LIFG fighters were killed in confrontations with Libyan security forces. More than 160 Libyan security personnel were also killed, with another 150 wounded. Some members of the LIFG aligned themselves with al-Qaeda, while others disavowed bin Laden and focused instead on Libya. For a time the LIFG was viewed as one of the most dangerous violent Islamist groups in North Africa and concerns remain today that some Libyan nationals may be active with al-Qaeda in the Islamic Maghreb (AQIM).    

 

Until the present uprising, the LIFG represented the most noteworthy test to the Libyan regime and neutralizing the organization was a major priority for the government. Dialogue with the LIFG grew out of initial tentative meetings held among the regime, the imprisoned LIFG leadership, and LIFG leaders located abroad. The real substance, however, did not begin until 2007. It culminated with the publication of an ideological revision (a softening of their religious manifesto) by the LIFG entitled the Corrective Studies on the Doctrine of Jihad, Hesba, and Rulings

 

By the time the regime began its dialogue with the LIFG they were largely a defeated organization. The leadership was imprisoned, leaders apprehended abroad were brought back to Libya, and the movement was no longer a viable threat inside Libya. Tripoli worked very hard to have the international community regard the LIFG as a terrorist organization and succeeded in getting the American government to list the LIFG as a foreign terrorist organization and to hand over LIFG suspects to Libyan authorities. 

 

Two other factors were at work. The first had to do with Libya’s attempts to rejoin the international community. In recent years, Libya took substantial steps to move closer to the United States. Nearly every outstanding terrorism case was resolved. Tripoli renounced its clandestine weapons of mass destruction and long-range missile program and, in the process, provided crucial insights into the operation of the AQ Khan illicit nuclear network. Libya also shared significant intelligence on al-Qaeda and its operatives. In fact, Libya was the first country to issue an Interpol red notice for bin Laden. 

 

Despite all this, Libya was still not fully welcomed in Washington. Sensing that violent Islamist extremism was what interested the American government, Libya sought to demonstrate how it could help combat the ideology of al-Qaeda and thus the LIFG revisions were in part initiated. The second component involved domestic Libyan politics. It is very telling that Saif al-Islam al-Qaddafi, Muammar’s second son, led this effort and not any of his brothers who were actually tasked with managing internal security. Eliminating the regime’s most serious security challenge bolstered Saif’s domestic political credentials.  

 

In March 2010, I had the opportunity to learn firsthand about Libya’s Islamist opposition and the regime’s attempts to rehabilitate detained extremists. Given my research on extremist rehabilitation programs in Saudi Arabia and Yemen, the Qaddafi Foundation invited me to visit Libya with other academics and journalists to learn more about what they were doing with the LIFG and other militants. The formula for prisoner release was simple: in exchange for their freedom, Islamist fighters agreed to renounce violence and recognize the legitimacy of the Libyan government.   

 

During negotiations over the Libyan rehabilitation process, the LIFG produced the 400-plus-page “Corrective Studies” that outlined what is and what is not permissible in jihad. The dialogue with the LIFG was conducted under the patronage of Saif al-Islam and midwifed by Shaykh Ali al-Salabi, one of Libya’s most prominent Islamic scholars. Al-Salabi explained that he had known the LIFG leadership and worked as a mediator and facilitator in the process (along with Noman Benotman, a former LIFG commander living abroad).

 

Libyan authorities were unable to answer many questions about how the program was designed to work. They were incapable of providing details about what metrics were used to determine when detainees would be released or what instructions were offered in prison prior to release. And they would not offer any information about post-release support and monitoring. It quickly became apparent that the Libyans were not deliberately withholding answers, but simply didn’t have answers because their program did not address any of these points. This was not rehabilitation or disengagement—it was pragmatic demobilization. 

 

Even more worrisome was that the Libyans acknowledged that their effort was based on Yemen’s failed rehabilitation program. Yemen’s program focused more on political expediency than genuine disengagement from violence and, as a result, a number of those released in Yemen have returned to Islamist violence.  

 

Hundreds of Libyan militants were released through this scheme in the last several years. When I was in Tripoli in 2010, I met with the emir, military commander, and chief spiritual guide of the LIFG when the leadership were released from detention. I was also present when over 200 detainees walked out the front gate of the infamous abu Salim prison in Tripoli the next day. Those freed included members of the LIFG and other violent Islamist organizations, detained Muslim Brothers, and other young militants who either fought in Iraq or tried to get to Iraq to fight against the American military. 

 

All of the detainees were freshly dressed in new clothes provided for the occasion, but few seemed to realize they were truly free and would soon be rejoining their families. Some detainees had to walk home from abu Salim as their families were not even notified of their release. One released militant observed that if they could not get rides home, how would the regime manage to provide for them once they were freed? It was a remarkable and chaotic scene. There was no intermediate step between detention and release, no reintegration process, and no program to facilitate their return to society. The doors of the notorious prison were just thrown open. This was not rehabilitation or reintegration, but the emptying of a prison. In the absence of a post-release support program, there is no way to do the follow-up monitoring necessary and encourage continued disengagement from terrorism.  

 

Based on my initial impressions, it seemed as though few of the former detainees had truly renounced their previous beliefs. Instead, they were told that they would get unspecified help with jobs, a one-time cash payment, and that Libya was becoming more Islamic and tolerant of da’wa, or preaching Islam. In fact, one released LIFG member stated bluntly that “if we don’t get what we were promised from the regime, we will start shooting again.”  

 

These were not the only detainees released by the regime. Over 350 Islamist fighters were set free in the past twelve months. According to some accounts, more than 700 detainees have been released in total. Now the key questions are, where are they and what are they doing? 

 

In the days immediately preceding today’s violence, the regime released 110 more detainees, reportedly including Abu Idris al-Libi, a senior LIFG commander and the older brother of a key al-Qaeda operative, Abu Yahya. And on February 18, Reuters reported that some 1,000 prisoners escaped from Kuwafiyah prison in Benghazi. Shaykh al-Salabi, the cleric who oversaw the LIFG’s ideological revision, has rejected requests from the regime to mediate the current crisis and instead endorsed the revolt, supported the overthrow of Qaddafi, and openly criticized the “lies” of Saif al-Islam. Shaykhs Salman al-Auda and Yousef Qaradawi—who had previously endorsed the revisions and the government’s program—have now spoken out against the Libyan regime.

U.S. Response  

The prospect of experienced and perhaps unrepentant Islamist fighters at large is extremely concerning. Some of them trained in Afghanistan, others fought against the U.S. and allied militaries in Iraq. Some were at one time aligned with al-Qaeda and fellow travelers in the global Islamist insurgency. This problem is a reality regardless of how the civil war in Libya ultimately plays out, no matter if it is the Qaddafi regime or the rebels who are victorious. There is a risk that these now-freed Islamist fighters will jeopardize Libyan security, regional stability, and the national security interests of the United States and its partners. This is all the more worrisome because of the chaos into which Libya has descended.

 

There are no independent state institutions, political parties, trade unions, free press, or civil society organizations in Libya, and if Qaddafi leaves there is nothing or no one to fill the void. Qaddafi’s Libya is devoid of organized national governance, as the country is governed through “direct democracy,” peoples’ committees, and informal power brokers. Not even the military is a cohesive, national institution. Instead, the military is riven by regional and tribal fractures that are purposefully kept weak and chronically under-resourced.

 

A future Libyan government is very likely to include Islamist activists—but this is not something to fear. It is important to note that not all of those released Islamists represent a threat. However, those previously in custody included individuals who have participated in violence—including those who either fought in Iraq against the American military or tried to get to Iraq to fight. The United States and its allies must communicate in no uncertain terms that it expects any future Libyan government to maintain a strong position on violent extremism. This should begin with collecting information about who was released from custody and why they were detained. That is a key first step to getting a grip on this problem.  

 

In the future, the United States must be involved in extremist rehabilitation and disengagement programs—not just to know what is going on in these programs, but to also help make them more successful. Washington can help facilitate the sharing of best practices, lessons learned, and can aid with financing. The real risk coming out of Libya’s escalating internal turmoil is the ability for dangerous—and in some cases perhaps committed—Islamist fighters who were previously in custody to threaten U.S. interests. Washington needs to pay closer attention to make sure that this problem is addressed and doesn’t get worse as Libya slides deeper into war.  


 

 

Le colpe dell'Occidente

Catastrofe Libia

Roberto Aliboni

16/03/2011 

 

Nel primo decennio di questo secolo arabi e musulmani sono entrati in collisione con gli Stati Uniti e i paesi occidentali non per l’impegno di questi ultimi in favore di una riforma democratica nei loro paesi, ma per il modo e la doppiezza con cui vi hanno dato seguito: sulla punta delle baionette, con un forte disprezzo culturale e continuando ad appoggiare di fatto i regimi autoritari locali in nome dei propri interessi geopolitici ed economici.

 

Obama accantona la “grande strategia”

Con il discorso del Cairo del 4 giugno 2009, il presidente Obama ha cercato di superare questa contrapposizione con arabi e musulmani, garantendogli che gli Usa intendevano cambiare registro: avrebbero rinunciato alla doppiezza e all’unilateralismo per sostenere senza imposizioni, ma con ancora maggiore convinzione, la riforma democratica nei loro paesi. “Obama, ti amiamo!”, sembra, secondo la trascrizione ufficiale, abbia gridato qualcuno dal pubblico. Che poi, probabilmente, si è unito al popolo di piazza Tahrir.

 

L’orientamento annunciato da Obama al Cairo esclude l’imposizione della democrazia sulla punta delle baionette o attraverso la propaganda, ma non l’impegno a favorire l’avvento di regimi democratici o la caduta di quelli autoritari, né un’eventuale ingerenza, laddove ne ricorrano le dovute condizioni di consenso e legalità. Al contrario, rende più stringente questo impegno.

 

La decisione dell’amministrazione Obama di non intervenire a sostegno dei libici - che cercano di abbattere un dittatore, per di più psicopatico, sotto il cui durissimo tallone stanno da quarantadue anni - è in stridente contrasto con la “grande” strategia volta a rivoluzionare i rapporti fra Islam e Occidente in nome del comune interesse alla democrazia e alla libertà.

 

La linea del non intervento è infatti essenzialmente dettata dalle preoccupazioni per gli interessi americani nella regione. Si ispira, quindi, al realismo nazionale che guidava la politica precedente. L’idea su cui si fonda è che la Libia non sia di rilevante interesse strategico per gli Usa e quindi non meriti un intervento. La “grande strategia” che, stando allo stesso Obama, reggerebbe la politica americana nella regione è stata così accantonata. Ciò fa sorgere gravi dubbi: o Washington non ha una chiara strategia, oppure sono cambiate le parole, ma non la sostanza.

 

Nuova frattura con gli arabi

Mentre l’amministrazione ritiene che un atteggiamento più interventista sarebbe politicamente controproducente, non vede che proprio la scelta di non intervenire può creare una nuova frattura con arabi e musulmani. Questi ultimi si aspettano infatti che gli americani appoggino i libici in rivolta contro Gheddafi. È quanto hanno dichiarato prima il Consiglio di Cooperazione del Golfo e poi la Lega Araba, ma, innanzitutto, il Consiglio dei rivoluzionari libici. Gli arabi considerano una colpa il mancato appoggio agli insorti libici contro un regime considerato miscredente, folle e anti-arabo, così come era colpevole ai loro occhi la mancata o debole protezione dei bosniaci negli anni novanta.

 

Mentre gli Usa pensano che la politica di non interferenza sia in linea con le aspettative arabe e con lo sforzo di ricucire il rapporto con l’Islam compromesso da George W. Bush, gli arabi vi vedono l’ennesima prova dei sentimenti anti-musulmani degli americani e degli occidentali in genere. Perciò, essa rischia di essere non meno controproducente di quella interventista del passato.

 

Esitazioni e paure europee

Ciò vale anche per la comunità internazionale nel suo insieme e per l’Europa. Mentre i libici in rivolta muoiono sotto il tiro delle ben equipaggiate forze pretoriane di Gheddafi e Bengasi sta ormai per essere ripresa, gli europei - che, al contrario degli Usa, hanno forti interessi strategici in gioco - hanno assunto un atteggiamento analogo: minacce a Gheddafi, incoraggiamenti ai rivoluzionari, ma totale assenza di misure concrete.

 

Francia e Regno Unito hanno propugnato un intervento, ma si sono scontrate con l’atteggiamento passivo e attendista degli altri stati membri dell’Ue. La principale preoccupazione degli europei sembra quella di assicurare i libici che da parte loro non ci sarà nessuna interferenza e che essi saranno lasciati liberi di costruire il proprio futuro nel modo che più gli piacerà. “Il Consiglio Europeo - si legge nella dichiarazione dell’11 marzo scorso - rende omaggio al coraggio dimostrato dal popolo della regione e riafferma che sta ad essi decidere il proprio futuro attraverso mezzi pacifici e democratici”. Quest’impegno a non interferire ha senso per l’Egitto e la Tunisia, ma nel caso della Libia è fuori luogo e suona anche un po’ grottesco.

 

Le discussioni sono andate avanti per circa due settimane. Ormai, un intervento è fuori tempo e anche il dibattito sulla no-fly zone ha smesso di avere senso. Se intervento ci sarà, non sarà per rovesciare Gheddafi, ma per esercitare una pressione attraverso sanzioni e altre misure, che accresceranno le sofferenze dei libici, senza incidere troppo sul regime.

 

Già frustrata nel quadro israelo-palestinese, la “grande strategia del Cairo”, che mirava a riabilitare l’immagine degli Usa presso le popolazioni del Medioriente, finirà con l’essere messa in questione, il che getterà discredito su Washington. La politica americana incontrerà nuove difficoltà in Medioriente, con un inevitabile impatto negativo anche sulla capacità di azione degli europei.

 

Restaurazione e caos

A più breve termine, se Gheddafi riprenderà il pieno controllo del paese, assisteremo a inaudite rappresaglie sui cittadini libici. Ciò aggraverà la già spaventosa crisi umanitaria, con ripercussioni sui paesi arabi ed europei più vicini. Il movimento di protesta nel Nord Africa e in Medio Oriente si sentirà tradito, mentre ne trarranno motivo di conforto i regimi contestati.

 

In Libia si potrebbe avere una completa restaurazione dell’ordine, a prezzi che si possono immaginare, ma è anche possibile che si radichi una resistenza e che il regime non riesca a ristabilire il pieno controllo sul paese. Questa volta, a differenza del passato, non c’è stata una semplice rivolta, ma una guerra civile.

 

D’altra parte, il regime, costruito nel vuoto istituzionale e politico, ha avuto chiaramente difficoltà a reagire. Perciò, si potrebbe aprire in mezzo al Mediterraneo uno spazio di caos e disordine, se non proprio uno stato fallito, che costituirà innanzitutto per l’Europa, ma anche per i paesi arabi, un grave problema.

 

Infine, il regime libico restaurato cercherà di punire soprattutto gli europei, e in particolare l’Italia, per avergli girato le spalle. Ci sarà un forte riorientamento geoeconomico. Né si può escludere, data la personalità del colonnello e i suoi precedenti, qualche azione sovversiva.

 

Nell’insieme, a meno di decisi ripensamenti, si delinea un disastro politico e strategico, di cui peraltro le classi dirigenti occidentali non paiono rendersi conto. Ha ragione il noto giornalista Rami Khouri, sulle colonne del Daily Star (12 marzo) a notare la futilità di ogni discussione se l’intervento sia legale o meno e se sussistano le condizione per attuare l’obbligo di protezione delle popolazioni civili, di fronte all’evidenza di un popolo che in modo inequivoco vuole che il tiranno venga cacciato e che si stabilisca un regime politico normale.

 

Roberto Aliboni è vicepresidente dello Iai.


 

 

Tuesday March 22, 2011

On Libya, the Contours of the Emerging International Semi-Order

Libya, United Nations, Global Governance, Middle East Unrest

Bruce Jones, Director, Managing Global Order

The Brookings Institution

March 18, 2011 —

Three weeks ago, my friend and colleague Salman Shaikh wrote a perceptive piece on Foreign Policy.com outlining the test that Libya constituted for the “new international disorder.” Actually, Libya wasn’t the first such test. Since the global financial crisis revealed the extent of the influence of the rising powers, there have been three “first tests” of the evolving international order: the financial crisis itself; the push for tough sanctions on Iran; and Libya. The actions of the UN and the Arab League to date on Libya tell us a lot about the shape of the emerging international semi-order – and what still needs to be done.

 

By any credible historical standard, the international system’s actions to date on Libya have been swift and encompassing. On 26 February the Security Council adopted Resolution 1970 imposing an arms embargo and wide-ranging sanctions and referring Libya to the International Criminal Court. This happened with unprecedented speed. That being said, anything less would have been limp; after all, this is Qaddafi we’re talking about, a loathed leader whose psychotic actions alienated more people than his oil money bought. More impressive was the fact that the UN Security Council invoked the principle of the responsibility to protect. Since that controversial principal was introduced, it has been endorsed in general and hesitant terms; Libya was the first time it’s been forcefully invoked in respect of a specific crisis. At the same time, the international humanitarian system has put in place a substantial operation to respond to the mounting plight of refugees and displaced persons, particularly in the east.

The singular event of the last three weeks, though, was not the UN’s, it was the Arab League’s vote to call for the UN Security Council to impose a no-fly zone over Libya. Critics like Les Gelb have dissed the Arab League vote, pointing out that asking for someone else to act is relatively easy, especially for an organization whose members have ample military capacity to enforce a no-fly zone themselves. This rather fundamentally misses the political point. In a region still scarred by US military action in Iraq, for this most recalcitrant of institutions to call for UN military action – knowing full well that means US military action – is a reflection of the deep changes underway in the region. Credit where credit is due: Amre Moussa, the Arab League’s long-time Secretary-General, was present at the creation of the ‘responsibility to protect’ concept and his organization's vote was vital to bringing it to fruition in Libya.

The Arab League vote did two things: it removed an excuse from those who didn’t want to act; and it eased the administration’s valid concerns that U.S.-led or western action in Libya would taint the politics of the broader Arab uprising, complicating an already enormous challenge in the region. (Elsewhere, I 
make the case that the administration made roughly the right set of calculations over Libya.) Six days have passed since the Arab League vote – a blink of an eye in international diplomatic terms, a near catastrophic delay on the ground. That delay was less a function of international reluctance, though, than it was of U.S. doubts. And to Max Boot, whose otherwise good piece in the Wall Street Journalover-argued the case that U.S. indecision would cause “incalculable long-term harm” to U.S. power and prestige: the U.S. dithered for two years while roughly 100,000 people were killed in Bosnia, and as disastrous as that was, it didn’t dull U.S. power.

Once the U.S. swung towards backing military action, action in the UNSC quickly followed. The vote was revealing. First, it shows – doubters aside – that U.S. presidential preferences still matter a great deal. Once President Obama made his decision, U.S. diplomacy swung into high gear and the hard press. That moved Russia and China from “no” to “abstain” – a world of diplomatic and legal difference. Second, the vote shows the mixed character of interests and identity in contemporary international politics. In the lead up to the vote, commentators focused on the unwillingness of the illiberal powers – Russia and China – to back action. As with previous crises, other commentators focused on the question of whether the aspiring powers were prepared for prime time. The vote shows a more complex reality. Voting in favor was Lebanon; indeed, they co-authored the resolution. That is, the Hezbollah-influenced, pseudo-democratic, largely anti-US government of Lebanon. Two of the aspiring powers club at the UNSC, Brazil and India, abstained; a third, South Africa, voted in favor. Also abstaining was U.S.-allied, democratic Germany. All this was reminiscent of the moment last year when the commentariat was obsessed by the prospects of a U.S.-China currency war, and the impossibility of cooperation with the illiberal powers – not noting that at the same time the U.S. and China were strongly aligned (also with Brazil), against America’s three closest allies, the UK, Australia and Germany, over the question of stimulus versus debt reduction. This is not going to be an order characterized by clean divides: it’s a semi-order of shifting coalitions of interest. Welcome to the new terrain of complex global diplomacy.

Oh, and this last point. I’ve been a critic of the fact that this administration, despite its fulsome rhetoric about shaping a new international architecture, has not really engaged on the central question of UN Security Council reform. No one vote should count as a “litmus test” of the emerging powers’ suitability for prime time. They have their own interests and a legitimate right to pursue alternative courses of action to the U.S. if those are genuinely aimed at managing a problem. I was critical of the speed with which the administration dismissed Turkey and Brazil’s effort to see whether a negotiated solution with Iran was still possible. But on Qaddafi?? President Roussef’s meeting with President Obama next week is going to be a little chillier than planned. India’s vote was disappointing. And who even knows where to start on Germany’s explanation of its position.

The divided vote at the Security Council underscored this point: we need a genuine discussion about the nature of leadership in the emerging international order. Across the board: in the global financial arena; on the principles that do or don’t govern external involvement in internal affairs; on the use of force. What are the key functions of international leadership, what principles undergird them, and who’s prepared to shoulder what burdens at what cost. The semi-order has muddled through on Libya, and muddling through is a damn sight better than what we might have expected. That won’t be enough to manage deeper challenges – challenges that are coming fast on the heels of Libya.


 

 

Dopo la risoluzione Onu

L'intervento contro Gheddafi e l'uso delle basi italiane

 

Mario Arpino

19/03/2011 

 

La risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza giunge provvidenziale a togliere ogni alibi di carattere ideologico o economico alla comunità internazionale, costringendola ad uscire allo scoperto sulla questione Libia. Ogni accordo pregresso tra governi viene ora superato, ogni patto bilaterale può essere disatteso, ogni restrizione di sovranità viene giustificata, ogni atto di forza - perfino i bombardamenti aerei e navali - diviene lecito, purché ispirato da esigenze umanitarie. L’unico atto che questa risoluzione vieta esplicitamente è il dispiegamento di una forza straniera (anche araba, o solo occidentale?) in qualsiasi forma e in qualsiasi parte del territorio libico.

 

Azione umanitaria senza “occupazione”?

Negli ultimi quattro lustri è la seconda volta, a memoria, che l’Onu - sia pure per fini umanitari - autorizza esplicitamente l’uso della forza. La prima è stata il 29 novembre 1990, quando, con la risoluzione 678, il Consiglio di Sicurezza intimò a Saddam Hussein, con un ultimatum, di ritirarsi dal Kuwait entro il 16 gennaio. Prima di passare ai fatti gli era stato dato un mese e mezzo di tempo per riflettere. A Gheddafi, niente. Sembrava che la semplice minaccia di applicazione del potere aereo avesse funzionato, tanto che il ministro degli esteri libico si era affrettato a dichiarare una sorta di "cessate il fuoco" unilaterale. Ma si trattava di un tattica dilatoria.

 

Resta da vedere come è possibile l’azione umanitaria senza mettere piede sul territorio. Evidentemente lo è, ma in questo caso il linguaggio della Risoluzione 1973 è piuttosto sibillino. Il paragrafo sulla “Protezione dei civili”non sembra in effetti offrire indicazioni concrete e appare in contrasto con l’esclusione di ogni “forza di occupazione straniera in qualunque forma e in qualunque parte del territorio libico” .

 

Basi americane in Italia

Stupisce questa volta la strana acquiescenza bipartisan alla “concessione” delle basi ancora prima della risoluzione. Non era mai accaduto, se ricordiamo la prima e la seconda guerra del Golfo, la problematica della caserma Ederle a Vicenza, la stazione Loran di Lampedusa e le lunghe diatribe per i rischieramenti alleati durante la missione Deny Flight sulla Bosnia e la guerra per la liberazione del Kosovo. La questione delle basi americane in Italia non è infatti argomento nuovo per il nostro pubblico e, a maggior ragione, non lo è per le forze politiche.

 

Eppure, ogni volta che se ne è discusso - è accaduto puntualmente una o più volte nell’arco di ciascuna legislatura - l’approccio è stato non pragmatico, come i molti aspetti tecnici avrebbero richiesto, ma ideologico. Ora che ci apprestiamo - ma continuiamo a sperare di no - a bombardare Gheddafi, sulle basi nessuno ha più niente da dire. Meglio così, perché forse si è finalmente compreso che si tratta di accordi bilaterali tra due paesi democratici, regolati in primis da un documento politico, che a sua volta include un certo numero di annessi tecnici, in genere uno per ciascuna installazione.

 

L’accordo politico è il “Bilateral Infrastructure Agreement” (Bia), più noto negli ambienti ministeriali come Accordo Ombrello. Il documento, che regola i rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti in relazione all’uso delle basi italiane concesse alle forze americane in Italia, fu firmato nel 1954 dall’allora ministro Pella e dall’ambasciatore pro-tempore degli Stati Uniti in Italia, la signora Clara Booth Luce. L’originale è presumibilmente custodito presso la Farnesina, ma in copia è disponibile presso la Difesa.

 

Gli accordi con Washington

Pur trattando argomenti di carattere preminentemente logistico, il documento stabilisce, tra l’altro, il tetto massimo di militari americani che possono stazionare contemporaneamente nel nostro paese. Sebbene datato, si tratta di un documento tuttora sufficientemente idoneo a tutelare la sovranità nazionale, e, in ogni caso, non contiene elementi che possano eroderla o comprometterla. Si tratta di documento classificato; non si sa quindi se il corpo centrale sia stato ridiscusso di recente.

 

Il documento, che ha carattere generale, non prevede sotto-accordi per ciascuna delle tre forze armate, ma è corredato da un certo numero di “Technical Agreements” (Ta), uno per base, negoziabili e spesso negoziati, dove vengono tutelate tutte le prerogative e gli interessi nazionali, ivi compresi quelli relativi all’ambiente e al territorio. L’ultima serie di aggiornamenti a questi annessi deriverebbe dal cosiddetto “Shell Agreement”, firmato a livello Stato Maggiore della Difesa e comando delle forze Usa in Europa nel 1995, per esigenze riguardanti le operazioni nei Balcani, che comunque recepiva tutti gli aspetti politici contenuti nell’ “Ombrello” cui si ispirava.

 

Per effetto di questi accordi, sempre scrupolosamente osservati dalle parti, la somma di personale o di assetti bellici Usa precisato da ciascun annesso non supera mai il tetto massimo previsto dall’accordo, che dovrebbe essere rinegoziato se ciò dovesse accadere. Ed è molto probabile, ma questa è solo una ragionevole supposizione, che oggigiorno questo numero sia di gran lunga inferiore, considerato che con la fine della guerra fredda la consistenza degli organici delle forze armate statunitensi è stata fortemente ridotta. Specie in Europa, in parte decaduta come interesse strategico americano. È allora sufficiente scrivere bene, a livello di autorità civili-militari locali, un buon Technical Agreement che tuteli in modo ottimale gli interessi di tutti.

 

Uso delle basi Nato in Italia

Per quanto riguarda le basi Nato, la questione è un po’ diversa, anche se simile. Anche in questo caso, per esigenze legate alle operazioni nei Balcani nel 1995 era stato siglato un “Memorandum of Understanding” (Mou) fra Ministero della Difesa e Comando Supremo delle Forze Alleate in Europa (Shape) riguardante il supporto logistico alle forze esterne in transito o temporaneamente stanziate sul territorio italiano. Questo Mou era stato completato con “Local Arrangements” stipulati con olandesi, belgi, francesi, turchi, inglesi e americani (aggiuntivi questi ultimi a quelli già in atto per le forze Usa ad Aviano, i cui accordi sono invece tuttora regolati dall'Accordo Ombrello/Bia e dai relativi accordi tecnici/Ta).

 

In entrambi i casi, le procedure non cambiano e la sovranità nazionale resta intatta. Per Bosnia e Kosovo erano state rese disponibili - tra molte proteste - ben 15 basi che ospitavano circa 300 aeroplani. Il ministro La Russa ha dichiarato che le basi aeree che l’Italia può mettere a disposizione per eventuali interventi in Libia sono sette: Amendola, Gioia del Colle, Sigonella, Aviano, Trapani, Decimomannu e Pantelleria. Il parlamento, in sede di commissioni esteri e difesa, ha anche approvato l’eventuale disponibilità di mezzi aerei e navali.

 

Gheddafi ha finto di accettare il cessate il fuoco chiesto dalla Risoluzione Onu, ma ha in realtà continuato l'offensiva contro le truppe ribelli. È una sfida a tutta la comunità internazionale, che è ora posta di fronte a nuove a più gravi responsabilità.

 

Mario Arpino, già capo di Sma e di Smd, è ora presidente e Ceo di Vitrociset S.p.A. (tecnologie avanzate, spazio, ingegneria logistica e reti digitali). Giornalista pubblicista, è membro del comitato direttivo dello Iai.

 


 

 

Dopo la risoluzione Onu

L'intervento in Libia, il diritto internazionale e le responsabilità dell'Italia

 

Natalino Ronzitti

20/03/2011 

 

La risoluzione 1973 (2011) del Consiglio di sicurezza (Cds) delle Nazioni Unite ha posto fine alle discussioni circa la legittimità di un intervento armato per motivi umanitari senza l’autorizzazione dell'Onu. Si è fatto un gran parlare della “responsabilità di proteggere” la popolazione civile, dimenticando che si tratta solo di un dovere dello stato, che non può maltrattare i propri cittadini.

 

Ma tale dovere non autorizza i membri della comunità internazionale ad intervenire senza una chiara determinazione del Cds. L’azione militare, che è stata intrapresa da una “coalizione dei volenterosi” (coalition of the willing), deve peraltro essere mantenuta nei limiti consentiti dalla risoluzione 1973, altrimenti diventa illegittima.

 

Ambiguità della risoluzione

Il contenuto e i limiti dell’azione bellica sono indicati dalla risoluzione, non senza qualche ambiguità. I paragrafi decisivi sono il 4, l’8 e il 13.

 

Il paragrafo 4 autorizza i membri delle Nazioni Unite a prendere, singolarmente o nel quadro di un’organizzazione o accordo regionale, “tutte le misure necessarie” per proteggere i civili e le aree popolate sotto minaccia di attacco.

 

Il linguaggio, già adoperato in altre occasioni, autorizza l’uso della forza, ma esclude “l’occupazione sotto qualsiasi forma” di qualsiasi parte del territorio libico. Qui sta il primo elemento di ambiguità. Non si capisce bene se il termine occupazione sia usato in senso tecnico-giuridico, escluda cioè la sola permanenza prolungata ed effettiva di eserciti stranieri sul suolo libico, ma consenta una presenza più limitata, ad esempio per salvare un pilota di un aereo caduto o, ciò che è più importante, una scorta a un convoglio umanitario per portare soccorso alla popolazione civile.

 

Il paragrafo 8 autorizza l’istituzione di una no-fly zone sullo spazio aereo libico. Tutti i voli sono banditi, tranne ovviamente quelli della coalizione dei volenterosi e i voli i di natura umanitaria o volti all’evacuazione di cittadini stranieri. Anche in questo caso i membri della comunità internazionale sono autorizzati a prendere “tutte le misure necessarie” per raggiungere tale obiettivo.

 

Il paragrafo 13 obbliga gli stati a ispezionare navi e aeromobili nei propri porti e aeroporti allo scopo di verificare se venga rispettato l’embargo di armi nei confronti della Libia. Sono autorizzate anche misure ispettive in alto mare di navi battenti bandiera altrui. Non è chiaro se siano lecite misure nei confronti di aeromobili che sorvolano lo spazio aereo internazionale e se questi possano essere intercettati. Il par. 13 della risoluzione non parla neppure di blocco navale, ma questo può essere concepito come strumentale al perseguimento dell’obiettivo di proteggere la popolazione civile stabilito dal par. 4.

 

La risoluzione 1973 non stabilisce un termine finale per l’azione armata. Il Cds, com’è detto nell’ultimo paragrafo, tiene la situazione sotto esame e può decidere la fine delle misure autorizzate, ma anche il loro inasprimento (al limite un’invasione di terra). Tutto dipende dal comportamento delle autorità libiche e in particolare dalla loro accettazione effettiva della richiesta di cessate il fuoco e dalla cessazione immediata delle ostilità contro la popolazione civile. La risoluzione ha meri intenti umanitari e non ha per scopo un cambiamento di regime.

 

Gli eventi suggeriscono però una diversa lettura.

 

Prese di distanza

I 22 partecipanti che si sono riuniti il 19 scorso a Parigi sotto la presidenza di Sarkozy hanno prodotto un documento finale in cui hanno affermato il loro “prolungato” impegno nei confronti della Libia, accompagnato da un forte sostegno al Consiglio nazionale libico, cioè ai ribelli di Bengasi, che la Francia aveva già riconosciuto come il legittimo rappresentante del popolo libico, dando avvio all’apertura di relazioni diplomatiche.

 

L’azione militare ha già provocato le prime crepe tra i membri del Cds. Russia e Cina hanno trovato eccessivo l’uso della forza. Essi fanno parte del gruppo dei cinque membri del Cds, che si sono astenuti sulla Risoluzione 1973. Tra questi anche il Brasile, che ha contestato il par. 4 della risoluzione, sostenendo che l’azione bellica potrebbe provocare più danni che una reale protezione della popolazione civile.

 

La Germania, altro membro che si è astenuto, ha affermato in seno al Cds che l’uso della forza comporta gravi rischi, con la possibile perdita di una grande quantità di vite umane.

 

I soli bombardamenti aerei non sono sempre risolutivi e spesso richiedono di essere prolungati per un lungo arco di tempo per produrre gli effetti politici desiderati. Quelli contro la Serbia durarono circa tre mesi (24 marzo-20 giugno) prima che Slobodan Milosevic decidesse di ritirare le forze serbe dal Kosovo.

 

Regole da rispettare

Il conflitto libico è stato finora un conflitto armato non internazionale (forze governative-insorti), che implica il rispetto del diritto internazionale umanitario nella repressione dell’insurrezione. Diritto che il governo libico ha trasgredito, stando alle fonti Onu. Il conflitto tra la coalizione dei volenterosi e il governo costituito è un conflitto armato internazionale, che a sua volta comporta l’osservanza di numerose regole non solo da parte del governo libico, ma anche della coalizione.

 

La disciplina delle operazioni aeree dirette contro obiettivi a terra è contenuta nel I Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949. Le relative regole sono rispettate dagli Stati Uniti a titolo di consuetudine, non avendo essi ratificato il I Protocollo, che impegna invece gli altri partecipanti ai raid aerei. Quantunque la violenza bellica debba essere diretta solo contro obiettivi militari, sono inevitabili le vittime civili, specialmente quando l’obiettivo è collocato in aree densamente popolate. Esistono dei principi da rispettare allo scopo di evitare danni collaterali eccessivi.

 

Potrebbe porsi in particolare il problema degli scudi umani volontari, cioè di quelle persone che hanno dichiarato di posizionarsi intorno agli obiettivi militari per evitare che questi ultimi siano colpiti. Una tale condotta deve essere qualificata come partecipazione diretta alle ostilità, con la conseguenza che l’obiettivo militare non è immune e gli scudi sono esposti al rischio delle ostilità.

 

Ruolo e responsabilità dell'Italia

Qualche parola infine sulla posizione italiana. Fin dall’inizio della crisi l’Italia ha mancato di iniziativa e rischia di perdere la posizione privilegiata che aveva, qualunque sia l’esito del conflitto in corso. Detto in chiaro, non è stato fatto uso dell’influenza nei confronti di Gheddafi per consigliargli una toeletta istituzionale del regime, che forse avrebbe impedito il precipitarsi della situazione. Tanto più che nessuno conosce i quarti di democraticità dei ribelli di Bengasi e il loro tasso rivoluzionario. Inoltre taluni dei capi della ribellione non sono scevri da passate contiguità con il Colonnello.

 

Resta il problema del Trattato del 2008 e la clausola che obbliga a non concedere il proprio territorio per atti ostili conto la Libia. Il Trattato impedisce di concedere l’uso delle basi per i raid contro la Libia? Il divieto, come ho già detto più volte, è facilmente superabile, sia perché è qualificato dal rispetto della legalità internazionale che Tripoli ha infranto, sia perché l’uso della forza autorizzato dal Cds per fini umanitari non può essere considerato un “atto ostile”.

 

Ma quale la sorte del Trattato? In linea di principio esso dovrebbe vincolare un nuovo governo che si insediasse al posto di quello del Colonnello. Ma la dinamica degli eventi sta ponendo fine alle diatribe, in verità poco fondate sotto il profilo giuridico, sulla permanenza in vigore del Trattato. La guerra - in questo caso il conflitto armato - è una causa di estinzione dei trattati di natura politica, quale un trattato di amicizia, e ciascuna delle parti potrebbe sempre sostenere che il Trattato del 2008 si è estinto una volta acclarata la partecipazione italiana al conflitto.

 

La concessione di basi per i raid aerei non è un atto indifferente sotto il profilo giuridico. L’Italia dovrebbe assicurarsi che gli alleati si comportino nei limiti dell’autorizzazione concessa dalla risoluzione 1973 e conformemente al diritto umanitario. Altrimenti ne sarebbe responsabile: la questione venne in considerazione, in particolare, durante la guerra del Kosovo per gli aerei alleati in partenza dalla base di Aviano.

 

Ovviamente la partecipazione italiana alla coalizione dei volenterosi solleva anche problemi di natura parlamentare-costituzionale. Le commissioni esteri e difesa di Camera e Senato hanno già espresso il loro assenso all’intervento italiano alla missione sia con la concessioni di basi sia con un ruolo più attivo. Alla partecipazione italiana non è d’ostacolo l’art. 11 della Costituzione e il ripudio della guerra ivi contenuto: lo ha già ribadito il Capo dello Stato. Ma sul punto ci riserviamo di intervenire successivamente.

 

Natalino Ronzitti è professore di Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss ''Guido Carli'' di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali.

 


 

 

Libyan Strikes: Clearer Objectives Needed

March 20, 2011

 

Robert Danin, Eni Enrico Mattei Senior Fellow for Middle East and Africa Studies

 

President Barack Obama was unambiguous on Saturday in explaining Security Council Resolution 1973's rationale for authorizing a no-fly zone and military engagement in Libya: the United Nations, he announced, had passed a strong resolution to end the violence against Libyan civilians. Calling for an immediate ceasefire in Libya, the president was clear that this is a humanitarian intervention.

But America's major coalition allies, most notably France's President Nicolas Sarkozy, do not necessarily share this goal. In an ironic contrast to 2003 when Washington pushed for the ouster of Saddam Hussein, Paris is calling for regime change, having already recognized on March 10 the Benghazi-based opposition as Libya's legitimate government.

Yet President Obama has been consistent in his desire to keep U.S. involvement in Libya as minimal as possible. The White House has spoken of a military action that lasts "days, not weeks." The president has publicly taken certain options off the table: "The United States is NOT going to deploy ground troops into Libya," he announced.

These differing objectives amongst the newly formed coalition do not augur well for a well-coordinated alliance, especially one that the United States explicitly does not want to lead. Moves beyond the humanitarian objectives will bring about a fraying of this union. Today, less than forty-eight hours after the international coalition's initial strikes, Arab League Secretary General Amre Moussa publicly condemned the bombing campaign in Libya, deploring its scope and intensity. This is a strong departure from the Arab League's call on March 12 for a no-fly zone, that apparently reversed the Obama administration's earlier opposition as voiced by U.S. Defense Secretary Robert Gates and White House Chief of Staff Bill Daley.

All this then begs the question: what happens should the no-fly zone's main objective—protection of Libya's civilians—actually be met? In calling for the intervention to last days and not weeks, the U.S. answer seems to be: not much. The United States will work to meet the Libyan people's humanitarian needs. But how will Obama respond if France and Britain push on against Muammar al-Qaddafi? Are we headed for a reprise of the 1956 Suez invasion, when President Dwight Eisenhower called upon French and British allies to halt their invasion of Nasser's Egypt?

But should a ceasefire come about as a result of the no-fly zone, what then becomes Washington's objective? Is regime change really off the table? President Obama has repeatedly said that Qaddafi must go. He also supports holding Qaddafi accountable before the International Criminal Court. But President Obama has not made clear how the United States intends to bring about Qaddafi's departure, if at all, having defined U.S. objectives as purely humanitarian while ruling out a ground intervention. Is a diplomatic effort to negotiate Qaddafi's departure an option? The answer so far has been no.

With the United States now militarily engaged in Libya, it is imperative that the president refine the nation's objectives more clearly and the means that will be employed to achieve them. Failure to clarify them entails running afoul of our coalition partners, a slide into an open-ended military engagement, or an unintended expansion of the mission. Such an expansion may be justified and necessary, especially if removing Qaddafi remains a U.S. goal. But this should be a decision identified now and taken soberly, not one that the United States is backed into.

The choice of any president to introduce U.S. forces into combat is always difficult. But a more challenging decision awaits: identifying when the mission has achieved its objectives. The more the president identifies and clarifies those objectives, the better are the chances of success and of reduced American casualties in Libya.

 


 

 

Libya: Too Much, Too Late

Author:

Richard N. Haass, President, Council on Foreign Relations

·         March 21, 2011
Politico

·         The United States has now embarked on its third war of choice in less than a decade. And like the 2003 Iraq war and the Afghan war after 2009, this war of choice is ill-advised.

·         Libya is a war of choice for two reasons. First, U.S. interests are decidedly less than vital. Libya accounts for only 2 percent of world oil production. The scale of the humanitarian crisis is not unique; indeed, this is not strictly speaking a humanitarian intervention. It is a decision to participate in Libya's civil war.

·         It is a war of choice for a second reason: The United States and the world have other options besides military intervention. Civil wars tend to burn out and come to an end sooner barring significant foreign intervention. A range of tools, from economic sanctions to covert action, could weaken the regime, bolster the opposition or both.

·         In this last regard, President Barack Obama has done himself no favor by demanding that Libya's leader of four decades, Muammar Qadhafi, give up all political power. By doing so the Obama administration has essentially denied itself the diplomatic tool.

·         Why should Qadhafi stop pursuing his domestic opponents if he must leave office – and, worse yet from his perspective, face possible trial for war crimes?

·         The U.S. demand for Gaddafi's ouster causes two other problems as well. First, it goes beyond the U.N. resolution that it is the basis for current military action. The world is demanding that Qadhafi hold off attacking rebel positions and that he pull back from several cities. Implicit here is that he can remain in power if he complies. Will Washington accept this?

·         Second, the U.S. demand is also inconsistent with stated limits on what it is prepared to do to oust Qadhafi. Obama promised his fellow citizens there would be no U.S. boots on the ground in Libya.

·         But limited means cannot always be relied on to deliver essentially unlimited aims. To the contrary, big goals often require a big price to be paid.

·         This intervention is ill-advised for a number of reasons. Under almost any scenario, whether Qadhafi's removal from power, his falling back and holding off as the U.N. resolution requires or his fighting on successfully, something more than the current international military effort —which now involves considerably more than just imposing a no-fly zone — will be required.

·         But who will maintain order? And who can prevent a continuation of the civil war? The likely answer to these and related questions is military forces from the outside. But forces from where and for how long and with what mission and at what cost? There is little evidence that any of this has been thought through.

·         This intervention is also a strategic distraction. U.S. policymakers would be wiser to focus on what could be done to buttress Egypt's economy or to help deal with the far more important and dangerous situation unfolding in Bahrain.

What happens in Libya will not have much if any impact on these and other regional developments. Indeed, it is Qadhafi's political isolation in the Middle East that, as much as anything, explains Arab League support for the world's armed effort against him.

It is true that this military intervention in Libya is multilateral — in the sense that there is U.N. backing and some military contribution from others. But such multilateralism only means that there is some international support and some sharing of burdens. It does not mean the effort makes sense in its design or execution. Multilateral support in and of itself is not a reason to do something.

Those advocating the intervention emphasize what they see as its moral underpinning — if not necessity. But this requires bringing about something morally preferable in Libya at a cost commensurate with interests.

Alas, there is little reason to be confident the opposition will be able to constitute a benign, national alternative. It could just as easily be tribal-based, radical, localized — or some combination of all of these. A Libya that is at war with itself for years, or that either welcomes or becomes too weak to resist groups like Al Qaida, is not something worth fighting for.

There are also strong competing claims on morality. What about asking young American men and women in uniform to put their lives at risk for interests that are less than vital? For outcomes that are less than sure to be an improvement over what now exists?

Or what about committing the United States to another costly foreign intervention at a moment we owe it to ourselves — not to mention future generations — to get our economic and military houses in order so we can meet our obligations at home and be prepared to meet true wars of necessity (North Korea for one) if and when they arise?

At the end of the day, though, the Libyan intervention is more than anything about the role of the United States in the world. The United States cannot and should not intervene in every internal dispute where bad or even evil is on display.

It is not simply that we lack the resources, which we do. It is that we lack the ability to right every wrong, and that not every situation has within it a solution.

It was John Quincy Adams who, some two centuries ago, warned that the United States should not go abroad in search of monsters to destroy. He was right then. He is no less right today.

Richard N. Haass is the president of the Council on Foreign Relations and author of “War of Necessity, War of Choice: A Memoir of Two Iraq Wars.”

·         This article appears in full on CFR.org by permission of its original publisher. It was originally available here.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Altri contesti di crisi in
Medio Oriente e Nord Africa

 


Egitto

 


 

Una difficile transizione

Il referendum costituzionale divide l’Egitto

 

Maria Cristina Paciello

16/03/2011 

 

L’Egitto si è sbarazzato di Mubarak, ma il suo futuro politico rimane ancora molto incerto. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate ha preso in mano la direzione temporanea del paese fino alle prossime elezioni, che si dovrebbero tenere in estate. Una volta assunto il potere, il Consiglio ha sospeso la costituzione e ha nominato un Comitato costituzionale con l’incarico di emendare alcuni articoli della costituzione del 1971. Gli emendamenti alla costituzione presentati dal Comitato verranno sottoposti all’approvazione di un referendum popolare il 19 marzo.

 

La maggior parte delle forze politiche, ad eccezione dei Fratelli Musulmani e dell’ex partito di regime, hanno preso posizione contro gli emendamenti e chiedono l’annullamento del referendum.

 

L’esito del referendum costituzionale, che rimane incerto, rappresenterà un momento importante nella fase di transizione politica dell’Egitto.

 

Se vincesse il “sì”, infatti, il processo di cambiamento politico nel paese potrebbe andare nella direzione voluta dalle forze più conservatrici. Se invece fossero i “no” a prevalere, potrebbe aprirsi una nuova fase politica, caratterizzata da un più ampio coinvolgimento delle forze politiche che si sono battute per il cambiamento. Anche questo ultimo scenario, tuttavia, non è affatto scontato, poiché i militari continuerebbero comunque a controllare il governo del paese.

 

Transizione diretta dall’alto

Il referendum indetto per il 19 marzo si inserisce nel contesto di una faticosa transizione che sta procedendo senza mettere in discussione in alcun modo il vecchio sistema di potere. Dopo il rovesciamento di Mubarak, la direzione del paese è passata infatti nelle mani del Consiglio Supremo dei Militari, che sembra voler promuovere una transizione rapida, ma senza un reale cambiamento politico.

 

I militari, che hanno costituito parte integrante del sistema di potere di Mubarak, vogliono preservare a tutti i costi i loro interessi e la loro posizione privilegiata all’interno della società egiziana. Per questo, il Consiglio ha fatto finora concessioni molto limitate alle forze della rivoluzione. Per esempio, non ha ancora posto fine alla legge d’emergenza, né ha dato inizio alla riforma dell’apparato di sicurezza interna, chiesta da molti con insistenza. Inoltre, il processo decisionale all’interno del Consiglio è stato poco trasparente e ha lasciato completamente ai margini le forze politiche del paese.

 

Le modalità con cui è stata condotta la riforma della costituzione sono indicative di come, in questa prima fase, il processo di transizione politica sia stato guidato dall’alto. La Commissione costituzionale, incaricata di emendare la costituzione, è stata nominata dal Consiglio Supremo senza previa consultazione con le forze del paese ed è quindi poco rappresentativa di tutte le istanze. La stessa proposta di emendamenti fatta dalla Commissione non è stata valutata né discussa pubblicamente, ma è stata direttamente sottoposta al referendum.

 

Emendamenti costituzionali

Gli emendamenti ai sei articoli della costituzione (76, 77, 88, 93, 179 e 189) proposti dalla Commissione introducono alcuni cambiamenti positivi per quanto riguarda l’elezione del futuro presidente: limitano la durata della presidenza a due mandati di quattro anni ciascuno, reintroducono la supervisione giuridica delle elezioni, rendono più complicato per il presidente mantenere lo stato di emergenza e lo obbligano a nominare un vice-presidente. Tuttavia, tali cambiamenti non sono sufficienti a garantire elezioni libere e rappresentative nei prossimi mesi.

 

Tra gli emendamenti più criticati c’è quello che definisce i criteri per l’eleggibilità del presidente. Anche se ampliati rispetto al passato, continuano ad essere fortemente restrittivi. Per esempio, per potersi candidare alla presidenza, bisogna avere o il sostegno di 30 membri dell’Assemblea del Popolo, o raccogliere 30.000 firme nei quindici governatorati del paese, oppure essere membro di un partito che detiene almeno un seggio in Parlamento. Viene poi introdotta una clausola che esclude dalla candidatura presidenziale gli egiziani che abbiano una doppia nazionalità o siano sposati a non egiziani, precludendo così ad un gran numero di egiziani espatriati di concorrere.

 

Inoltre, nessuno degli emendamenti proposti riguarda i partiti e le norme elettorali. Al fine di garantire elezioni libere e rappresentative, è imprescindibile modificare la legislazione sul sistema dei partiti e su quello elettorale, che riflette ancora gli interessi del regime di Mubarak. Su questa questione, comunque, il Consiglio dei Militari non si è ancora pronunciato, sollevando ulteriori dubbi sulla validità del referendum.

 

Infine, come molti sostengono, l’Egitto ha bisogno di riscrivere radicalmente la sua costituzione poiché quella del 1971 è fatta per un sistema autoritario di governo che concentra un potere enorme nelle mani del presidente.

 

A questo riguardo, la Commissione ha introdotto un emendamento in base al quale, una volta eletti, il presidente o metà del parlamento potrebbero decidere di scrivere una nuova costituzione e nominare un’assemblea di 100 membri che la rediga. Ma anche tale emendamento è criticabile. Se, come si prevede, le elezioni si terranno fra due/tre mesi, il parlamento che verrà eletto non sarà affatto rappresentativo delle nuove forze politiche del paese, che denunciano ad oggi l’impossibilità di organizzarsi in così poco tempo. In tal caso, il processo di stesura della costituzione continuerà ad essere controllato da un numero ristretto di forze politiche, perlopiù interessate a cambiare il meno possibile.

 

Due scenari

L’esito del referendum costituzionale rimane incerto. Molti esponenti politici, tra cui l’ex capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) el-Baradei e la coalizione dei giovani protagonisti della rivoluzione, ma anche giudici e giornalisti, stanno prendendo posizione contro il referendum, chiedendone l’annullamento. I Fratelli Musulmani e l’ex partito di regime, che continua ancora ad operare, sono invece a favore dell’approvazione degli emendamenti.

 

Se prevalesse il “sì” al referendum, la fragile transizione egiziana potrebbe svoltare nella direzione voluta dalle forze più conservatrici del paese. Il “sì” aprirebbe infatti la strada ad elezioni nei prossimi due mesi. Se ne avvantaggerebbero probabilmente i Fratelli Musulmani e l’ex-partito di regime. Le altre forze politiche, infatti, sono ancora deboli, mancano di una chiara agenda politica e di una struttura organizzativa, e sono perciò impreparate ad affrontare le elezioni in estate. Se fosse eletto un parlamento non rappresentativo, dalla stesura della nuova costituzione sarebbero esclusi proprio quelli che hanno guidato la rivoluzione.

 

Se invece vincesse il “no”, la transizione potrebbe entrare in una fase più partecipativa e condivisa da uno spettro più ampio di forze politiche.

 

Tra le molte proposte, per esempio, c’è quella di affidare ad un’assemblea costituzionale eletta dal popolo l’incarico di riscrivere la costituzione. Un’altra idea è di formare un Consiglio costituito sia da militari che da civili per favorire una gestione più trasparente e rappresentativa del paese, in attesa di porre le condizioni per elezioni davvero libere e competitive.

 

Comunque, l’esito di questo scenario non è affatto scontato. I militari non hanno ancora chiarito cosa succederebbe nel caso vincesse il “no” e, pur accettando la richiesta di rimandare le elezioni, potrebbero prolungare la fase di transizione sotto il loro controllo senza promuovere alcun cambiamento.

 

Non è da escludere, infine, che il Consiglio Militare decida all’ultimo momento di annullare il referendum per rispondere alle richieste delle forze politiche. È indicativo, per esempio, che il Consiglio abbia nominato due comitati per monitorare le reazioni della popolazione agli emendamenti. Per ora, vari elementi inducono a pensare che dalle urne di domenica possa uscire vincente il fronte dei “no”.

 

Maria Cristina Paciello è consulente di ricerca per lo Iai (area Mediterraneo e Medio Oriente) e docente a contratto presso l’Università La Sapienza di Roma.

 


 

 

Interview

 

Egypt's Referendum: Nervous Steps Forward

Interviewee:

Steven A. Cook, Hasib J. Sabbagh Senior Fellow for Middle Eastern Studies, CFR

Interviewer:

Bernard Gwertzman, Consulting Editor, CFR.org

March 21, 2011

Despite the opposition of the revolutionary youth who led the fight to overthrow president Hosni Mubarak, the Egyptian population approved the military-sponsored referendum on changes to the constitution. CFR Senior Fellow Steven A. Cook says "the overwhelming 'yes' vote suggests that the Egyptian military was correct in believing that this package of proposed amendments would be enough for the vast majority of Egyptians." He says that Amr Moussa, the secretary-general of the Arab League, is a leading candidate for the presidency and unlike the young revolutionaries, Moussa is "a member of the establishment, which doesn't necessarily make the military uncomfortable."

The Egyptian people overwhelmingly approved (NYT) amendments to the constitution backed by the Egyptian military. But the young democratic forces that led the drive to push out president Hosni Mubarak were opposed to these amendments. What do you make of the political situation?

First, the conduct of the referendum was by and large quite good. There have been some allegations of fraud, and the commission that was appointed to oversee the referendum says that it will seriously investigate them. This was perhaps the freest and fairest election Egypt has held in decades. The voter turnout, although it was only 41 percent of the population, was a dramatic increase from what we've seen in the most recent elections where the turnout has been 10 percent or less. So why would the revolutionary youth and other groups that have significant legitimacy at this time--as well as people like Moussa and [Mohammed] ElBaradei--oppose this package of amendments?

Describe the amendments.

They promise to limit to two the number of presidential terms [Mubarak had been in office for thirty years], level the playing field for those who want to run for president, strengthen the independent judiciary, and abolish important aspects of the emergency laws that were written into the constitution in 2007. But overall, the new amendments do not do much to alter the balance of power in the Egyptian political system. The president remains extraordinarily powerful. The amendments do nothing about due process and neglect other authoritarian aspects of the state. There is concern that these types of problems, combined with a political process that is moving so quickly, could provide opportunities for non-democratic forces. For example, the Muslim Brotherhood benefits, and more importantly perhaps so do the remnants of Mubarak's National Democratic Party. The concern was that in a short time span, those groups who are largely believed to be non-democratic, yet have resources at their disposal and the ability to organize, will with the passage of this referendum have an advantage in terms of organizing and setting themselves up to prevail in the coming parliamentary and presidential elections.

The Muslim Brotherhood, which supported the amendments, has an Islamic platform, although they have tempered it in recent months. Do you think the Egyptian people in approving the amendments so overwhelmingly are more conservative and more religious than the revolutionaries?

It's a difficult question to answer because Egypt is a country of more than eighty million people. It is both cosmopolitan and conservative. It's liberal and conservative; it's leftist and rightist, democratic and authoritarian. The uprising that began on January 25 was inspired in large part by liberals and leftists, people who were looking to live in more democratic and open societies. That's not to suggest that the Muslim Brotherhood was completely absent. There were Muslim Brotherhood youth that cooperated with these other youth groups that led the uprising. It's true as an organization that the Brotherhood didn't join the protests until January 28when it really started to look like they could bring down Mubarak and the regime.

The great fear is not only that these established groups, like the NDP and the Muslim Brotherhood, will have a leg up in terms of organizing and resources, but the emergence of many different groups will cannibalize each other.

The overwhelming "yes" vote suggests that the Egyptian military was correct in believing that this package of proposed amendments would be enough for the vast majority of Egyptians. The real question is what is going to unfold between now and the parliamentary elections, which are slated either for June or September and the presidential election by December. You can certainly expect to see a flowering of politics in Egypt, and the emergence of all kinds of different groups. The great fear is not only that these established groups, like the NDP and the Muslim Brotherhood, will have a leg up in terms of organizing and resources, but the emergence of many different groups will cannibalize each other and they won't be able to establish a broad-based liberal democratic party, which will once again give the advantage to groups that were established and well-organized and well-resourced before Mubarak fell.

Talk about the Muslim Brotherhood, which is by all accounts the best organized right now.

One should expect the Brotherhood to play an important and influential role in Egyptian politics in this new era. It has the best claim to be a mass movement in Egypt. It has survived a number of attempts to undermine it through the course of its history. It was founded in late 1927 and early 1928, and with the political change happening in Egypt [now], the Brotherhood is well-positioned to be influential. The military has reached out to the Brotherhood, recognizing that it is going to be deeply intertwined in Egypt's political life. The question is whether the Brotherhood will remain true to the program it has put forth over the last couple of years about reform and political change, progress and modernization. The question is whether they will remain true to that program or whether they are using the desire for political change and progressive reform for their own inherently anti-democratic agenda.

There are some who say that this organization has evolved. You can tell by its rhetoric. You can see that there is a younger group of reformers who have emerged who want to directly engage in the political system. They can be a group like Turkey's ruling Justice and Development Party, which is a group whose core constituency is pious but nevertheless upholds a political system that isn't explicitly religious. It's a critical question. The Brotherhood has never repudiated its historic goals of building an Islamic state by Islamizing society from below, but much has changed in Egypt right now. We won't know exactly what the Brotherhood does until it gets directly involved in politics in a free and unfettered way.

Let's talk about Amr Moussa. He said he was voting against the referendum because it was too quickly put together. As head of the Arab League, he also criticized the Western powers' air attacks on Libya even though the Arab League had called for the UN Security Council to approve a no fly zone. Is he playing games now?

The question is whether the Brotherhood will remain true to the program it has put forth over the last couple of years about reform and political change, progress and modernization.

Amr Moussa is now fully engaged in a presidential campaign to become Egypt's next president. He has the same concerns about the rapid pace of the political process that the military has laid out. Like many others, he fears it plays into the hands of non-democratic forces. At the same time, his position on the Western aerial campaign against Qaddafi reflects in part the fact that not all Egyptians are 100 percent in support of this campaign.

He is exceedingly popular; he moved far enough away from Mubarak over the course of the last decade when he headed the Arab League to make him credible with a lot of people in Egypt. He also is still a member of the establishment, which doesn't necessarily make the military uncomfortable. He doesn't have the same kind of revolutionary street credentials that would cause him to roil the military. From the point of view of the Supreme Council of the Armed Forces, which is now in charge of Egypt, an Amr Moussa presidency and candidacy would not be a bad thing. He remains popular among large parts of the Egyptian population. He may not be popular among the revolutionary youth, but we cannot lose sight of the fact that even if there were--as one of my favorite Egyptian bloggers pointed out yesterday--some twenty million people on the streets the day that Mubarak was ultimately toppled, that leaves another sixty million people who had not joined in this uprising.

Are you surprised that Egypt did not contribute anything to this anti-Qaddafi force? They have the best military in the Arab region.

I'm not sure that they haven't contributed anything. I don't think that U.S. officials were making things up when they said that Arab countries were expected to contribute in their own unique ways. Certainly as the country on Libya's eastern border, and with a fleet of one hundred F-16s, one can question why the Egyptians are not directly involved. It's a function of a couple of things: one, the deep conservatism of the Egyptian military command itself not necessarily wanting to throw the Egyptians into a fight, even one that is as one-sided as establishing the no-fly zone over Libya; and two, the armed forces has its hands full with the domestic politics at the moment, and anything that detracts from that is a side show.

On the other hand, there have been reports that the Egyptian military has been involved in funneling weapons at the behest of the United States and its coalition partners to the rebellion in the eastern part of Libya. And once again, like Amr Moussa's position, Egyptian public opinion is not united on this question. Certainly there are people who recognize the threat Qaddafi poses to his own people, but there are others who are whipping up the notion that the United States and the West are engaged in some sort of neo-colonial project again.

 

 

 


Yemen

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Arabia Saudita e Paesi del Golfo

 


 

15 marzo 2011

Arabia Saudita:

vere riforme per evitare l'onda d'urto della rivolta

Armando Sanguini(*)

2 ISPI - Commentary

Anche l’Arabia Saudita corre il rischio di essere travolta dall’impeto protestatario che ha investito gran parte dei paesi arabo-islamici, ha fatto cadere Ben Ali e Mubarak e sta scuotendo i confinanti Yemen, Bahrein e da ultimo Oman, per non parlare del dramma libico in atto?

La proclamazione del “giorno della collera” per venerdì 11 marzo da oltre 30mila internauti dopo i disordini delle settimane precedenti duramente represse dalle forze saudite, aveva caricato questo interrogativo di un’inquietudine proporzionale al peso specifico di questo paese: asse dell’equilibrio energetico mondiale (con le più cospicue riserve petrolifere del pianeta una politica di produzione e stoccaggio ragionevole e affidabile); tassello determinante del mosaico geostrategico di una regione decisamente nevralgica (leggasi Teheran e per certi versi Iraq da un lato e conflitto mediorientale dall’altro); polo di riferimento politico-religioso della galassia islamica e tra i paesi più influenti dell’Oci (56 paesi membri) e della Lega Araba. E robusto alleato degli Stati Uniti.

Ma quest’inquietudine si era progressivamente attenuata.

Non si vedeva infatti all’orizzonte una forza protestataria capace di provocare una fiammata popolare pronta a sfidare le forze dell’ordine, poderose e pronte a usare ogni mezzo per reprimere qualsivoglia manifestazione di protesta. Anche in seno alla potenzialmente più insidiosa minoranza sciita.

E l’11 marzo, più che della “rabbia” è stato il giorno dell’esibizione della “forza muscolare” del regime: in primis nella zona orientale, sede dei principali giacimenti petroliferi dove si concentrano gli sciiti. Ma anche a Riyad e altrove dove si poteva annidare la protesta. E ha funzionato.

Casa reale ha voluto dare un segnale inequivoco. Forse sproporzionato alla bisogna, ma tale da giungere chiaro e forte anche a Manama e soprattutto a Teheran, pronta a soffiare sul fuoco di qualsivoglia scintilla di criticità saudita, soprattutto se nobilitata dalla bandiera religiosa.

Ai leader degli oltre 2,5 milioni di sciiti sono state fatte anche promesse rispetto alle persistenti discriminazioni di cui soffrono.

Si è cioè azionato un duplice freno che reggerà nella misura in cui la politica dei seguiti si materializzerà in maniera credibile.

In quest’ottica risulta assolutamente improvvida la “missione militare” dispiegata in Bahrein dal Consiglio di cooperazione del Golfo e suscita dubbi l’ipotesi che essa miri a creare uno spazio praticabile di negoziato con gli sciiti che in quell’isola sono maggioranza.

L’11 marzo era atteso anche per verificare la portata delle frustrazioni di ordine politico e sociale che pervadono il paese.Ma ben poco si è mosso. Forse perché le ragioni della protesta, galvanizzate dal contesto generale, non erano tanto acute da superare il timore della repressione e non tali da propiziarne una saldatura con quelle sciite. Forse grazie anche ai 36 miliardi di dollari di spese sociali (aumento stipendi, sovvenzioni per edilizia popolare, disoccupazione e spese scolastiche) a favore soprattutto della fascia giovanile decretati da re Abdallah in un quadro di investimenti mirati alla diversificazione economica e occupazionale del paese.

Silenti anche le istanze di democrazia e partecipazione, voto alle donne, diritti umani, corruzione, trasparenza fiscale, etc., che pure si manifestano in un malumore diffuso (e dichiarato) un po’ a tutti i livelli sociali. Anche in casa reale.

Forse la loro forza rivendicativa è indebolita da un reddito medio pro capite di oltre 23mila dollari, da una società che conta ormai una robusta classe media “borghese” e, ad esempio, da una popolazione universitaria al 58% femminile. Forse i progressi compiuti in tale direzione, lenti e modesti nella nostra ottica, risultano percettibili anche se insoddisfacenti, nel contesto culturale tutt’affatto peculiare di quel paese: che si ferma 5 volte al giorno per la preghiera, pratica ancora il processo beduino, osserva una forte separazione tra mondo maschile e femminile.

Percettibili anche perché diluiti nell’espansione delle ambiguità, contraddizioni e doppia morale che il regime tollera e che tendono a rendere ritualità formali tante ostentate rigidità sempre meno compatibili con il passo modernizzatore del paese.

Ma la società saudita è in movimento e se l’11 marzo è passato senza traumi, resta il fatto che, salvo derive imprevedibili, sarà questo passo modernizzatore il banco di prova della capacità di tenuta del regime della real casa degli Al Saud – un vero e proprio conglomerato di ranghi, ruoli, appartenenze e generazioni che l’esperienza ci descrive solidamente funzionale alla conservazione del potere – sulla quale già grava la delicatissima e incombente criticità della successione al re Abdallah, sovrano saggio e amato ma purtroppo malato e vecchio.

 

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16 marzo 2011

 

E dal passato riemerge la minaccia del conflitto arabo-persiano

Pejman Abdolmohammadi (*)

 

L’instabilità politica creatasi all’interno dei paesi arabi del Golfo Persico, a seguito della crisi nordafricana, rende l’Iran ancor più importante nello scacchiere mediorientale. Il grado di influenza che la Repubblica islamica dell’Iran, a maggioranza sciita, può esercitare sulle realtà sciite presenti nei paesi arabi è di alto livello e capace pertanto di fomentare tensioni e disordini all’interno di questi paesi. Così le nuove opposizioni sciite insorte contro le monarchie a stampo sunnita in Bahrein, Qatar e Arabia Saudita sono indirettamente influenzate da Teheran. Nelle ultime settimane infatti si è visto come, dopo anni di silenzio, le minoranze sciite dei paesi arabi del Golfo siano scese in piazza rivendicando maggiori diritti politici e civili. È in questo quadro che l’antica rivalità storica tra arabi e persiani potrebbe nuovamente sorgere nell’intera regione, provocando scontri e tensioni di certo nocivi per il già fragile equilibrio mediorientale.

L’Arabia Saudita, baluardo del mondo arabo-sunnita, e l’Iran, roccaforte dell’identità persiana e dello sciismo islamico, potrebbero pertanto essere i due principali protagonisti di una disputa per l’affermazione nella regione. Due paesi questi storicamente antagonisti e in concorrenza tra di loro per tre ordini di ragioni:

a) storico – identitario: i persiani continuano a vedere gli arabi come gli invasori che nel settimo secolo d.C., soppiantando con l’uso della forza l’antica civiltà persiana, hanno imposto la cultura arabo-islamica;

b) religioso-ideologico: ol