Camera dei deputati - XVI Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento affari esteri
Altri Autori: Servizio Studi - Dipartimento difesa , Servizio Rapporti Internazionali , Ufficio Rapporti con l'Unione Europea
Titolo: Missione in Giordania e Libano (6-9 luglio 2009)
Serie: Documentazione e ricerche    Numero: 80
Data: 03/07/2009
Descrittori:
GIORDANIA   LIBANO
POLITICA ESTERA     
Organi della Camera: III-Affari esteri e comunitari
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Camera dei deputati

XVI LEGISLATURA

 

 

 

Documentazione e ricerche

Missione in Giordania e Libano
(6-9 luglio 2009)

 

 

 

 

 

n. 80

 

 

3 luglio 2009

 

 


Servizio responsabile:

Servizio Studi

Dipartimento Affari esteri

( 066760-4939 / 066760-4172 – * st_affari_esteri@camera.it

Dipartimento Difesa

( 066760-4172 / 066760-4404 – * st_difesa@camera.it

 

 

 

 

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File: es0245.doc

 

 


INDICE

Schede di lettura

GIORDANIA

L’evoluzione del quadro politico  5

Scheda paese (a cura del Servizio Rapporti Internazionali) 9

Le relazioni parlamentari Italia-Giordania (a cura del Servizio Rapporti Internazionali) 21

Profili biografici (a cura del Servizio Rapporti Internazionali) 25

LIBANO

L’evoluzione del quadro politico  35

La missione UNIFIL in Libano (a cura del Dipartimento Difesa) 43

Scheda paese (a cura del Servizo Rapporti Internazionali) 51

Le relazioni parlamentari Italia-Libano (a cura del Servizio Rapporti Internazionali) 103

Profili biografici (a cura del Servizio Rapporti Internazionali) 111

ALTRI APPROFONDIMENTI

Il contributo dell’Unione europea nell’ambito del conflitto Medio-orientale  (a cura dell’Ufficio Rapporti con l’Unione europea) 125

Rapporti tra l’Unione europea e il Libano e la Giordania (a cura dell’Ufficio Rapporti con l’Unione europea) 133

 

Nota informativa sul Parlamento Giordano  143

Processo di Pace – Prospettiva giordana ed ultimi sviluppi 149

Camera dei deputati - III Commissione Affari e comunitari, Sintesi dell’incontro con l’ex Ministro degli Affari esteri del Regno Hashemita di Giordania, Salah Eddin Al Bashir (4 febbraio 2009) 155

Rapporti bilaterali Italia-Giordania (a cura del Ministero degli Affari esteri) 159

Camera dei Deputati – III Commissione – Comunicazioni del Presidente sulla missione in Libano, seduta del 25 gennaio 2007  175

Stato Maggiore della Difesa, Scheda Notizie relativa alla Partecipazione italiana alla missione ONU – UNIFIL- Operazione Leonte (United Nations Interim Force in Lebanon) 181

 

 

 




L’evoluzione del quadro politico

La situazione geopolitica della Giordania è quella di un paese di limitate risorse demografiche (circa 6 milioni di abitanti), con larghe fasce di popolazione ancora afflitte dalla povertà, nella necessità di condurre un'accorta politica regionale per il mantenimento degli equilibri indispensabili alla sopravvivenza della dinastia Hashemita del re Abdallah.

In questo contesto, il progressivo esaurirsi nel corso del 2008 delle speranze suscitate dalla conferenza di Annapolis del novembre 2007 ha provocato nell'atteggiamento giordano numerose oscillazioni, in funzione sempre degli interessi del paese e della prevalenza all’interno di esso dell'elemento etnico arabo-giordano.

Non va al proposito dimenticato che la maggior parte della popolazione giordana è di origine palestinese, e che qualsiasi soluzione del conflitto con Israele dovesse condurre a un incremento del peso dell'elemento palestinese in Giordania è considerata dalla monarchia Hashemita un pericolo mortale. I soli i rifugiati palestinesi in Giordania erano nel 2006 1,7 milioni, mentre il rapporto tra la popolazione arabo-palestinese e quella arabo-giordana raggiunge nel paese quasi il valore di tre a uno. Se è vero che ai rifugiati palestinesi è riconosciuta la cittadinanza giordana, la pienezza dei diritti è però accordata solo ai palestinesi stabilitisi in via definitiva in Giordania a seguito delle crisi del 1948 e del 1967. La restante quota dei rifugiati palestinesi è presente in Giordania con permessi di soggiorno temporaneo collegati al lavoro o all'istruzione. Il contenimento dell'accesso dei palestinesi alla pienezza dei diritti è chiaro se si considera che le città, in cui la presenza palestinese è assai larga, sono sottorappresentate nella Camera Bassa (l’unica elettiva), mentre l'accesso agli impieghi nel settore pubblico avviene in base alle affiliazioni tribali della popolazione arabo-giordana, da cui evidentemente sono esclusi i palestinesi, ai quali rimane dunque sostanzialmente solo il settore dell'economia privata.

Altro elemento di cui la monarchia Hashemita non può non tener conto nei propri calcoli politici è quello rappresentato dall'islamismo radicale: anche in Giordania vi è infatti una consistente presenza della Fratellanza musulmana, dotata di un braccio politico, il Fronte di azione islamica, che si è dimostrato in più occasioni capace di un'elevata mobilitazione di massa. La Fratellanza musulmana giordana sembra avere con il movimento palestinese radicale di Hamas legami più forti di quelli dell'omonima organizzazione egiziana, e proprio questo spiega le mosse tattiche di Amman, che si possono meglio comprendere alla luce della circostanza che le relazioni della Giordania con il movimento palestinese di Hamas sono suscettibili di condizionare la portata delle iniziative politiche interne del Fronte di azione islamica. Più concretamente, va ricordato che nelle elezioni per la Camera Bassa del novembre 2007, il Fronte di azione islamica ha visto scendere consistentemente la propria rappresentanza, da 16 a 6 parlamentari. La maggiore tranquillità assicurata al governo giordano da questo calo elettorale dell'islamismo radicale spiega probabilmente il lento avvicinamento, a partire dalla metà del 2008, alle istanze di Hamas, soprattutto per impulso del capo del Dipartimento generale di intelligence Dahabi.

Dopo l'espulsione dalla Giordania nel 1999 di uno dei più importanti capi di Hamas, Khaled Meshaal – unitamente ad altri tre esponenti di punta del movimento radicale palestinese -, i rapporti di Amman con Hamas sono stati praticamente inesistenti fino a quando nel 2006 la vittoria di Hamas alle elezioni generali palestinesi ha posto alla Giordania il problema di un rapporto rinnovato con la forza politica uscita vincitrice. In questa svolta è facile vedere un elemento di forte realismo, considerando l'oggettivo indebolimento del presidente palestinese Abu Mazen dopo la vittoria di Hamas. Al tempo stesso, il rapporto con Hamas si mostra come l'esempio più chiaro del difficilissimo equilibrio che la diplomazia Giordana deve mantenere nella regione, poiché, anche dopo la decisione di riprendere i contatti, il profilo di tali rapporti è stato necessariamente mantenuto basso da Amman, per non rischiare di uscire dal novero dei paesi arabi moderati e filo occidentali - non va infatti dimenticato che negli ambienti occidentali il movimento di Hamas è stato ed è considerato prevalentemente un movimento armato e terroristico, e la sua vittoria del 2006 non venne certo salutata con favore. D'altro canto, tuttavia, una traumatica fine di Hamas porrebbe alla Giordania problemi di non minore portata, in quanto vi sarebbe prevedibilmente una nuova ondata di profughi palestinesi che rischierebbe di ravvivare la forza dell'elemento islamista radicale nel paese, nonché di alterarne gli equilibri demografici.

In ogni modo, il progressivo deterioramento della situazione di sicurezza tra Israele e la Striscia di Gaza nella seconda metà del 2008, culminato del mancato rinnovo della tregua semestrale da parte di Hamas e nella ripresa di consistenti lanci di razzi contro città israeliane; ha provocato una dura risposta israeliana, concretatasi nell'azione militare contro Gaza denominata “Piombo Fuso”, la quale, pur non avendo sradicato la presenza di Hamas nella Striscia, ne ha tuttavia colpito pesantemente le capacità militari e organizzative.

Alla luce della nuova situazione, mentre l'operazione israeliana era ancora in corso, in capo del Dipartimento generale di intelligence, che aveva ispirato il riavvicinamento a Hamas, è stato sostituito nel gennaio 2009 con un elemento più moderato, segnando in tal modo il ritorno della Giordania entro i più tradizionali binari diplomatici. Peraltro si è confermato anche nella circostanza dell'operazione israeliana a Gaza il legame in certo modo inversamente proporzionale tra il livello delle relazioni della Giordania con Hamas e l'ampiezza della mobilitazione interna da parte dell'islamismo radicale: vi sono state infatti nella circostanza diverse manifestazioni, in alcuni casi anche con scontri con le forze dell'ordine. A riguardo non va sottaciuta la preoccupazione che la marginalizzazione del Fronte di azione islamica in Parlamento dopo le elezioni del novembre 2007 possa spostare l'azione dell'islamismo radicale prevalentemente nelle piazze, con il rischio di aperture anche alle istanze estremiste salafite, sovente collegate con azioni terroristiche.

Nel nuovo scenario mediorientale inaugurato dalla presidenza Obama, con alcuni atti espliciti di riconoscimento ai valori islamici e alla cultura dei paesi mediorientali - si pensi solo al recente discorso di Barack Obama al Cairo - e avendo apparentemente accantonato i precedenti propositi di un più stretto rapporto con Hamas, il ruolo della Giordania sembra quindi essere tornato quello tradizionale di un paese affidabile per gli Stati Uniti, in pace con Israele e desideroso di mantenere gli equilibri necessari ai propri interessi. In questo contesto va inquadrata anche la visita di re Abdallah a Bagdad, che è stata la prima di un capo di Stato mediorientale dopo la caduta di Saddam Hussein del 2003, nel corso della quale la Giordania ha ottenuto condizioni di fornitura petrolifera assai favorevoli.

Su un piano più generale, è evidente che Amman segue con grande attenzione gli sviluppi possibili del conflitto israelo-palestinese alla luce degli auspici del nuovo presidente americano: ciò è dimostrato dalle dichiarazioni solo apparentemente allarmistiche del re Abdallah dopo il primo incontro tra il premier israeliano Netanyahu e il presidente Obama alla Casa Bianca, nelle quali, registrando prontamente i dissapori tra i due interlocutori, il re di Giordania ha affermato esservi un elevato rischio di nuovo conflitto in Medio Oriente entro i prossimi 18 mesi (o anche prima) se non verranno intraprese con sollecitudine trattative dirette tra le varie parti in conflitto - che sono secondo Abdallah anche i vari paesi arabi.

Le dichiarazioni del re di Giordania si inseriscono per la verità in un contesto nel quale Abdallah, sin dall'incontro avuto a Washington con il presidente americano, ha tentato di accreditarsi come principale elemento moderatore tra gli Stati arabi, e in tal senso si sarebbe orientato anche l'incontro tra Abdallah e il presidente siriano Assad a Damasco, nonché il successivo meeting con Netanyahu ad Amman. Il tono adottato dopo l’incontro tra Obama e Netanyahu non può perciò essere disgiunto dal ruolo che la Giordania si è ritagliata in questa fase della complessa politica mediorientale: ovvero, la possibilità - che non pare remota - che il conflitto mediorientale sia nuovamente insabbiato nei disaccordi tra Israele e i paesi occidentali, in primis gli USA, pone alla Giordania la pressante necessità di dare nuovo impulso ai negoziati, per il raggiungimento dell'unica soluzione che anche per Amman si presenta praticabile, quella della costituzione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano accanto allo stato ebraico. Ogni altra ipotesi, che potrebbe ad esempio rientrare nell'interesse del nuovo governo israeliano - poco incline a concessioni sull'idea di uno Stato sovrano palestinese -, è vissuta ad Amman come pericolosa tanto per gli equilibri demografici e di potere della Giordania, quanto per il mantenimento del paese nella pace. La rinuncia, magari obbligata, dei palestinesi a un proprio Stato sovrano, aprirebbe infatti possibili scenari di federazione della Cisgiordania con la Giordania o di affidamento ad Amman di rilevanti compiti statuali che Israele non intenderebbe conferire all'Autorità nazionale palestinese, nell'un caso e nell'altro ponendo la Giordania sotto la minaccia di un coinvolgimento continuo nel prevedibilmente perdurante conflitto israelo-palestinese.

 

 


Scheda paese
(a cura del Servizio Rapporti Internazionali)

 

 

 

REGNO HASCHEMITA DI GIORDANIA[1]

 

 

 

Mappa della Giordania.

 

(aggiornamento: marzo 2009)

 

noframe

 

 

1. Profilo storico politico

Alla conclusione del primo conflitto mondiale, la Giordania ed i territori che attualmente fanno parte di Israele furono assegnati, con un mandato della Lega delle Nazioni, al controllo della Gran Bretagna. Tuttavia, nel 1922 quest’ultima divise il mandato in due parti, assegnando le terre ad ovest del fiume Giordano alla Palestina, ed i territori ad est del fiume alla Transgiordania, nominalmente governata da Abd Allah ibn Hussein.

Con il trattato anglo-giordano del 1928 l’ingerenza britannica sulla Giordania fu ulteriormente rafforzata e il Governo giordano si vide costretto a redigere una nuova Carta costituzionale, la quale entrò in vigore nel 1928. La legge fondamentale del 1928 prevedeva che tutti i poteri statali fossero riconducibili, in un modo o in un altro, alla volontà del sovrano e disponeva per ogni riforma costituzionale la necessaria approvazione dei rappresentanti britannici presenti in Giordania.

Solo con la fine della Seconda Guerra mondiale la Giordania ottenne l’indipendenza. Nel novembre del 1946, terminata l’influenza britannica, fu costituita una monarchia ereditaria e parlamentare con l’adozione di una nuova Costituzione, entrata in vigore il primo febbraio del 1947.

Con la nascita dello Stato d’Israele, importanti flussi di profughi Palestinesi si indirizzarono verso il Paese per la contiguità geografica e per il sostegno politico ricevuto in questa prima fase dalla dinastia hashemita. Nella guerra contro lo Stato ebraico del 1948, la Giordania riuscì ad estendere il suo controllo sulla Cisgiordania, annettendo il territorio due anni dopo. Dopo la riunificazione delle due rive del Giordano, furono quindi iniziati anche i lavori per la redazione di una nuova Carta costituzionale. Il Governo giordano istituì un’apposita commissione incarica della preparazione del nuovo testo costituzionale, il quale fu promulgato l’8 gennaio 1952.

Gli anni ’50 si caratterizzarono per una forte instabilità politica, inducendo il regime a mantenere il diretto controllo sulla popolazione, a scapito della democraticità delle istituzioni. Nel 1951, dopo l’assassinio del re Abdullah per mano di un Palestinese, successe al trono il figlio Talal, che abdicò l’anno successivo in favore del figlio maggiore, Hussein.

La gestione delle comunità palestinesi entro il suo territorio divenne sempre più difficile, specialmente dopo la costituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel 1964, che creò una sorta di Stato nello Stato. Con la Guerra dei sei giorni del 1967 e l’occupazione dei Territori da parte di Israele, aumentò l’afflusso di Palestinesi verso la Giordania. Divenuta base degli attacchi terroristici palestinesi verso Israele, falliti i tentativi giordani per porre fine a questi fenomeni, la dinastia hashemita decise di espellere l’OLP con la forza dal suo territorio nel settembre del 1970. Negli anni ’70, il Paese godette di un lungo periodo di crescita, grazie all’incremento dei prezzi petroliferi e alle rimesse dei lavoratori nella zona del Golfo. In quel periodo, la Giordania raggiunse la piena occupazione, potenziò i servizi pubblici e realizzo grandi progetti di investimento. Con la fine degli anni ’80, la mancanza di un’adeguata politica economica fiscale da parte del Governo, in grado di fare fronte alla diminuzione delle risorse provenienti dal Golfo (sia in termini di rimesse sia in termini di aiuti), determinò un drastico peggioramento della situazione socio-economica finché, dopo due crisi valutarie e l’aggravarsi dell’entità del debito estero, la Giordania si rivolse al FMI. La decisione dell’esecutivo comportò non solo l’attuazione di una serie di riforme economiche, ma anche il ritorno ad uno Stato di diritto, più liberale e democratico: nel 1989 si tennero le prime elezioni pluripartitiche. Tuttavia, questa fase di liberalizzazione subì presto una battuta di arresto con la firma del Trattato di Pace con Israele nel 1994, quando le resistenze dell’opinione pubblica si intensificarono. La monarchia cercò di mantenere il controllo della situazione con una nuova legge elettorale, che indusse molti partiti dell’opposizione a non partecipare alle elezioni per protesta.

Colpito da grave malattia nel 1998, Re Hussein decise di designare come suo successore il figlio maggiore Abdullah II. Salito al trono, il nuovo Sovrano ha dato vita ad un regime meno conservatore di quello del padre e ha puntato con decisione a migliorare le condizioni economiche del Paese.

 

 

2. Dati geo-politici

 

 

DATI GENERALI

Superficie

Kmq 92.300

Capitale

Amman

Lingua

Arabo (inglese molto diffuso in ambito governativo, culturale e sociale)

Abitanti

6.198.677

Tasso crescita popol.

2,34 %

Speranza di vita

78,7

Tasso alfabetizzazione

89,9

Composizione etnica

Arabi (circa 98%, di cui circa il 55% è arabo-giordana la restante parte arabo-palestinese), Circassi (1%), Armeni (1%)

Religioni praticate

Islamica (sunnita) (92%), cristiani (6%), piccola minoranza drusa

 

 

 

 

CARICHE DELLO STATO

Capo dello Stato

Re Abdullah II (dal 7 febbraio 1999)

Presidente della Camera dei deputati

Abdul Hadi Al-Majali

Presidente del Senato

Zaid al-Rifai

Primo Ministro e ministro della difesa

Nader al-Dahabi

Ministro degli Esteri

Nasser Judeh (dal 23 febbraio 2009)

Ministro delle Finanze

Bassem Salem (dal 23 febbraio 2009)

Ministro dell’interno

Nayyef al-Qadi (dal 23 febbraio 2009)

 

 

 

SCADENZE ELETTORALI

Elezioni legislative (Camera dei deputati)

2011

 

 

 

QUADRO POLITICO

 

Il Governo, formatosi all’indomani delle elezioni, il 25 novembre 2007, è guidato dal Primo Ministro Nader al-Dahabi, che ha cercato di avviare una politica di welfare e promozione degli investimenti. Tuttavia la linea riformista del Sovrano e del Governo è stata tiepidamente accolta dalla popolazione, attraversata da sentimenti anti-liberisti e anti-americani.

 

Composizione del Parlamento

Le elezioni legislative per la Camera bassa, svoltesi il 20 novembre 2007 con un’affluenza del 54% su circa 2 milioni e 400 mila elettori, hanno visto una vittoria schiacciante dei candidati vicini al Governo, "indipendenti" ed espressione dei vari clan ('ashà'ir) del Paese. L'opposizione islamista (Jàbhat al-'àmal al-Islàmiyya - Fronte Islamico del Lavoro, vicino ai Fratelli Musulmani), uscita sconfitta dalle consultazioni, ha accusato il governo di corruzione e di gravi irregolarità nelle operazioni di voto.

 

PARTITI

SEGGI (totale 110)

Indipendenti ed altri (Rappresentanti delle tribù e delle famiglie tradizionalmente fedeli alla monarchia hashemita, tra questi è stata eletta anche una donna)

98

Fronte di Azione Islamico (Jàbhat al-àmal al-Islàmyyai)

6

Seggi riservati alle donne (riservati dalla legge elettorale)

6

 

QUADRO ISTITUZIONALE

 

Sistema politico

La Giordania è una monarchia costituzionale sulla base della Costituzione promulgata l'8 gennaio 1952.

La Costituzione è stata modificata più volte nel corso negli anni in corrispondenza delle vicende che hanno riguardato il mondo arabo: dall’Unione della Giordania con l’Iraq, tra il febbraio ed il luglio del 1958, alla Guerra dei Sei giorni del 1967. Quest’ultimo evento determinò tra l’altro l’imposizione della legge marziale, cui seguì nel 1974, a seguito del conflitto arabo-israeliano e dei difficili rapporti tra i Paesi arabi, la sospensione dell’attività parlamentare.

Solo nel 1989, indette le prime elezioni libere, il Parlamento, costituito dai rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Paese, riprese l’esercizio delle sue funzioni, e nel 1991 il sovrano costituì un Comitato incaricato di elaborare una Carta nazionale che stabilisse “le regole del gioco politico”: la “Magna Carta” della Giordania stabilì l’impegno della monarchia al rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e quello degli “attori” della vita politica al rispetto della monarchia.

La Giordania è uno Stato unitario, suddiviso al suo interno in 12 province o governatorati, con a capo un governatore nominato dal Re, cui compete l’esercizio di funzioni amministrative.

 

Potere esecutivo

Il potere esecutivo è detenuto dal Re e dal Consiglio dei ministri, presieduto da un Primo ministro di nomina regia. Il Re firma le leggi, può porre un veto che può essere superato dai due terzi di entrambe le Camere che compongono l'Assemblea Nazionale, nomina e rimuove i giudici per decreto, approva gli emendamenti alla Costituzione, dichiara guerra e comanda le forze armate.

La Costituzione prevede che il Re eserciti le sue prerogative tramite decreti reali (iradah), controfirmati dal Primo Ministro e dai ministri interessati; in qualità di Capo di Stato, il Re non è responsabile della sua attività nei confronti degli altri organi costituzionali.

 

Il Consiglio dei ministri, guidato da un Primo ministro, è nominato dal re, che può revocare i ministri su richiesta del Primo ministro. Il Consiglio è responsabile di fronte alla Camera che può costringerlo alle dimissioni con una mozione di sfiducia votata dai due terzi dei deputati.

 

Parlamento

L’Assemblea Nazionale, a struttura bicamerale, esercita il potere legislativo: la Costituzione, tuttavia, prevede espressamente che il potere legislativo spetti anche al Sovrano, il quale può porre sulle delibere legislative il suo veto, superabile, tuttavia, dall’approvazione della legge a maggioranza dei due terzi delle Camere.

L'Assemblea nazionale è composta da:

·         Camera dei Deputati (Majlis al-Nuwaab), con 110 membri, di cui 104 eletti ogni 4 anni in altrettanti collegi e 6 donne elette da uno speciale collegio elettorale. Inoltre sono riservati a cristiani e a circassi, rispettivamente 9 e 6 seggi.

·         Assemblea dei Notabili (Majlis al-Aayan) composta da non più della metà dei membri della Camera (quindi 55), nominati dal re tra coloro che hanno rivestito in passato la carica di Primo Ministro, di Ambasciatore, di Ministro plenipotenziario, di Presidente della Camera dei deputati, di Presidente o giudice della Corte di cassazione o delle corti d’appello civili o religiose, oppure su coloro che siano militari a riposo o sui deputati che abbiano svolto le funzioni parlamentari per almeno due legislature. Infine, il Re può nominare senatori personalità illustri che, indipendentemente dalle suddette cariche, abbiano reso servizi alla Nazione ed al Paese e in cui il popolo ripone la propria fiducia. Il mandato è di quattro anni, rinnovabile per ulteriori quattro. Ciascun senatore può essere revocato dal proprio incarico per volontà del Re.

 

Procedimento legislativo

La Camera dei deputati esercita il potere legislativo ordinario e di revisione costituzionale insieme al Senato, con alcune differenziazioni che collocano, nel procedimento legislativo, la Camera dei deputati in posizione di maggior rilevanza.

Per quanto riguarda il potere legislativo ordinario, l’iniziativa spetta ad almeno 10 senatori, o 10 deputati, ed il progetto è trasmesso alla Commissione parlamentare dell’organo di appartenenza, competente per materia; essa, svolto un primo esame, trasmette il progetto al Governo, che, a sua volta, provvede alla redazione e alla presentazione del relativo disegno di legge al Parlamento (art. 95). Ogni disegno di legge presentato dal Governo, per mezzo del Primo Ministro, deve essere trasmesso prima alla Camera dei deputati, la quale può approvarlo, rigettarlo o modificarlo, ma in ogni caso deve trasmetterlo al Senato. Qualora le due Camere deliberino diversamente sul medesimo disegno di legge, esse debbono riunirsi in seduta comune e per l’approvazione del disegno di legge è richiesta la maggioranza dei due terzi dei parlamentari di ciascuna Camera, presenti al momento della deliberazione (art. 92)

Per il procedimento di revisione costituzionale, non è prevista alcuna particolare differenza rispetto al procedimento ordinario, tranne che per la maggioranza richiesta, che è sempre quella dei due terzi dei componenti l’organo.

 

 

 

Potere giudiziario

Il potere giudiziario prevede tre tipi di tribunali: civili, religiosi e speciali. Il Re nomina e revoca i giudici per decreto, ma la Costituzione ne garantisce la soggezione solo alla legge ed essi in pratica sono controllati da un Consiglio Giudiziario Superiore. I tribunali civili sono competenti in materia civile e penale e operano in base ai codici (civil law). I tribunali religiosi sono competenti in materia di statuto personale e operano in base al diritto cranico (sharia) o al diritto canonico. I tribunali speciali sono competenti in materia costituzionale o in materia fiscale.

 

PRINCIPALI INDICATORI ECONOMICI

PIL a parità di potere di acquisto

31 miliardi di dollari

Composizione per settore

Agricoltura 3,6%, industria 10,1%, servizi 86,3%

Crescita PIL

4,5%

PIL pro capite, a parità di potere di acquisto

5000 dollari

Inflazione

14,9%

Tasso di disoccupazione

12,9% (tasso ufficiale, il tasso reale è circa il 30%)

Debito estero

6,6 miliardi di dollari

Fonti: The Cia Worldfactbook 2008

 

La Giordania è annoverata dall’OCSE tra i Paesi a reddito medio-basso. Essa è priva di risorse naturali, combustibili in primis, e soffre per la scarsità di acqua[2]. Il tessuto industriale è ancora poco sviluppato[3] e le aree coltivabili sono limitate. Malgrado sia stato avviato da alcuni anni un ambizioso processo di privatizzazione delle aziende pubbliche, oltre il 30% del PIL è sotto il controllo del Governo, che influenza fortemente settori economici chiave come quello minerario, agricolo, educativo, dei trasporti e, sia pur in misura ridotta, quello manifatturiero, immobiliare e delle costruzioni. Ciò ha contribuito a creare pesanti deficit di bilancio, che nel corso degli anni hanno condotto ad un sempre crescente debito pubblico. Per far fronte a questa difficile situazione, nell’ultimo decennio, sotto la guida delle istituzioni finanziarie internazionali, la politica economica giordana è stata indirizzata alla liberalizzazione del commercio, per favorirne l’integrazione a livello regionale e globale, alla ridefinizione del ruolo dello Stato, con attuazione, come detto, di un ampio programma di privatizzazione, all’incoraggiamento degli investimenti produttivi orientati alle esportazioni e alla riduzione del tasso di disoccupazione e di povertà.

A tal proposito, il Paese lamenta una disoccupazione strutturale che, secondo le ultime stime ufficiali, si attesterebbe intorno al 14%, ma che in realtà, in alcune aree rurali, arriverebbe fino al 70%, e grosse difficoltà di assorbimento di nuova forza lavoro che annualmente si affaccia sul mercato. Inoltre, in Giordania vi è uno dei più bassi livelli di forza lavoro attiva sul totale della popolazione (si stima un rapporto di uno a quattro), mentre il livello educativo generale e la specializzazione della manodopera, nonostante gli indubbi progressi conseguiti negli ultimi anni, sono ancora al di sotto degli standard necessari per rendere il Paese sufficientemente competitivo sui mercati internazionali.

Sul fronte sociale, sussistono tuttora forti disparità a livello locale nell’erogazione e nella qualità dei servizi pubblici. Consapevole di questa emergenza, Re Abdullah II ha intrapreso una profonda ristrutturazione della funzione pubblica, allo scopo d’incrementare i benefici delle recenti riforme economiche e sociali a vantaggio delle fasce più deboli della popolazione, soprattutto per quanto concerne la sanità e l’istruzione scolastica e universitaria. Tali concetti sono stati da lui ribaditi all’apertura del nuovo Parlamento nel novembre 2007, confermando la necessità di proseguire nel processo globale di riforma e modernizzazione del Paese, al fine di elevare lo standard di vita medio del popolo giordano, anche tramite la creazione di una rete di protezione sociale a favore delle classi meno abbienti e l’espansione della copertura assicurativa sanitaria.

Il Paese resta dipendente dai flussi di aiuti provenienti dalla comunità internazionale, che conferma un decisivo appoggio alla Giordania, in particolare per il mantenimento dei profughi iracheni.

 

 

Situazione debitoria

 

La questione del debito estero riveste notevole importanza per Amman. La Giordania preme affinché i principali Paesi donatori cancellino i loro crediti. La cancellazione del debito estero giordano è regolata in maniera differente a seconda che si tratti di debito concessionale, derivante cioè da crediti di aiuto, oppure da debito commerciale. Nel primo caso, un Accordo firmato tra il Governo Italiano e quello giordano nel 2002, a seguito di una intesa raggiunta al Club di Parigi (gruppo che riunisce i principali Paesi creditori ed in seno al quale l’Italia ha sempre sostenuto le richieste giordane di innalzamento del tetto del debito convertibile dal 30 al 50%), ha consentito la completa cancellazione di circa 80 milioni di euro. Per quanto invece riguarda il debito commerciale, sono stati conclusi due Accordi: uno firmato il 28 aprile 2000, che prevede il riscadenzamento delle rate del debito per un valore di circa 40 milioni di dollari, l’altro concluso il 13 aprile 2003, per un valore di circa 31,7 milioni di euro. Il 4 aprile 2006 è invece entrato in vigore un nuovo Accordo di conversione (secondo la formula debt for investment) del debito giordano verso SACE (credito commerciale), per un importo complessivo pari a circa 14,4 milioni di dollari.

Nel mese di luglio 2007, le Autorità giordane hanno fatto pervenire all’Italia la richiesta di un appoggio per un piano di riacquisto del debito da parte dei Paesi del Club di Parigi, finanziato con i proventi delle privatizzazioni e con i finanziamenti di alcuni Paesi del Golfo.

Il debito complessivo della Giordania verso il Club di Parigi ammonta a circa 4.650 milioni di dollari, di cui 2.511 milioni di debiti commerciali e 2.133 milioni di debiti concessionali. Lo sconto richiesto dal Ministero delle Finanze giordano, basato sul valore di mercato del debito estero del Paese, è stato stimato dal Segretariato del Club, in assenza di indicazioni da parte dei consulenti finanziari del Governo giordano, tra il 6% e l'8% al di sotto del valore nominale dello stesso. Il Giappone, pur avendo dato il proprio appoggio alla proposta, si è chiamato fuori dall'operazione di buyback, in quanto la legge interna non consente riacquisti anticipati al di sotto del valore nominale. Quanto agli Stati Uniti, e sulla base delle dichiarazioni rese all’inizio del 2008 dall’Ambasciata americana in Giordania, il Congresso ha autorizzato la partecipazione del Governo statunitense all'operazione di buyback del debito della Giordania verso il Club di Parigi, che nel caso degli Stati Uniti ammonterebbe a 361 milioni di dollari. L'Italia (come la Francia, la Germania e il Regno Unito) ha invece confermato l'orientamento favorevole a partecipare al buyback a condizione che il prezzo rientrasse nella forchetta indicata dal Club, in particolare ponendo l’esigenza dell'inclusione nel buyback delle linee di credito previste negli Accordi bilaterali di conversione del debito commerciale rivelatisi inefficaci. A fine settembre 2007, una delegazione economica giordana, guidata da Omar Al-Wir, Assistente Politico del Re Abdullah II, è stata ricevuta alla Farnesina, in un giro dei Paesi creditori europei, per presentare la proposta di buyback del debito commerciale giordano. La delegazione giordana ha presentato stime del valore di mercato del debito commerciale giordano differenti da quelle elaborate dal Segretariato del Club di Parigi, per ottenere uno sconto superiore a quello ritenuto equo dal Club. Il divario tra le due stime è stato ritenuto sufficientemente contenuto da rendere possibile un compromesso.

Da parte italiana si è sottolineata ancora una volta la necessità che nell'Accordo con il Club di Parigi fosse inserita una clausola che includesse le somme non utilizzate nell'accordo di swap tra la Giordania e SACE. La delegazione giordana ha sollevato anche la questione del secondo Accordo di ODA (Official Development Assistance) swap tra Italia e Giordania. Il negoziato per detto Accordo è stato intralciato da due ostacoli: la mancanza di una norma di legge che consentisse all'Italia di effettuare una conversione in assenza di un accordo a monte con il Club di Parigi; le difficoltà create dalle Autorità giordane in sede di attuazione di alcuni programmi bilaterali di cooperazione allo sviluppo. In data 17 e 18 ottobre 2007, i rappresentanti dei Paesi creditori del Club e del Governo del Regno si sono infine riuniti a Parigi per esaminare l’offerta giordana di rimborso anticipato del debito non concessionale alle condizioni previste dall’Aiuto Pubblico allo Sviluppo riscadenzato dal Club nel 1994, 1997, 1999 e 2002. I Paesi creditori hanno accettato il principio del riacquisto del debito al valore di mercato, per un ammontare complessivo di circa 2,5 miliardi di dollari al 1 gennaio 2008, da effettuare tramite la conclusione di appositi Accordi bilaterali con i singoli creditori. In data 11 gennaio 2008, in applicazione a livello bilaterale dell’Accordo sul rimborso anticipato del debito concluso a Parigi il 18 ottobre 2007, SACE ha inviato al Ministero delle Finanze giordano una Letter of Implementation, per il rimborso anticipato a favore della Società di un importo pari a 63.942.732,5 dollari (valore di mercato del debito selezionato), nonché di un importo pari a 451.138,87 dollari (interesse maturato sul debito selezionato tra la data dell’ultima rata d’interessi pagata e il 22 gennaio 2008, data concordata per il pagamento da parte del Governo giordano). Dopo pochi mesi, successivamente alla finalizzazione dell’Accordo bilaterale concluso con il Governo giordano, SACE ha incassato l’intero debito, inclusa la quota destinata al debt swap.

 

 

 


Le relazioni parlamentari Italia-Giordania
(a cura del Servizio Rapporti Internazionali)

 

Ambasciatore italiano ad Amman:

S.E. Francesco Fransoni (dal 1° dicembre 2008)

 

Ambasciatore giordano a Roma:

S.A.R. Principessa WIJDAN BINT FAWAZ AL HASHEM, Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario (dal 7 novembre 2006)

  

 

Presidente della Camera dei Rappresentanti:

Abdul Hadi Al- Majali

Presidente del Senato:          

Zaid al-Rifai

  

 

Si segnala che l’onorevole Gennaro Malgieri ha ricevuto dal Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, l’incarico di coordinare le relazioni parlamentari con i Paesi arabi del bacino del Mediterraneo. Il 23 gennaio 2009 l'on. Malgieri, ha incontrato una delegazione di Ambasciatori dei Paesi arabi, tra cui la signorina Salma Al Taweel, Incaricato Affari Politici dell’Ambasciata del Regno Hascemita di Giordania.

 

 

 

Incontri del Presidente della Camera

 

Il Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, ha incontrato il 19 gennaio 2009 l’Ambasciatore della Giordania, Principessa Al-Hashem, nell’ambito di una delegazione del Consiglio degli Ambasciatori della Lega degli Stati arabi in Italia, composta dagli Ambasciatori del Qatar, Al-Moraikhi, dell’Egitto, Rashed, dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ateyeh, del Marocco, Ben-Abdalla, accompagnati dal Capo Missione della Lega degli Stati arabi, Al Gargani.

Il 3 novembre 2008, il Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, ha ricevuto l’ambasciatore Francesco Fransoni in partenza per la sede di Amman.

L’11 ottobre 2008, il Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, ha avuto un colloquio bilaterale con il Presidente della Camera giordana, on. Abdul Hadi Al-Majali, in occasione della riunione dell’Ufficio di Presidenza dell’Assemblea parlamentare Euro-Mediterranea di cui entrambi sono membri per il quadriennio 2008-2012, insieme al Presidente del Parlamento europeo, Hans Gert Pöttering e il Presidente della Camera dei Rappresentanti del Marocco, Moustafa Mansouri.

Durante l’incontro sono state esaminate questioni relative alla situazione in Medio Oriente e alla crisi interna di Israele. In particolare il Presidente giordano ha sottolineato che per avanzare nel processo di pace occorre, da un lato, che Hamas rinunci alla resistenza e, dall’altro, che Israele compia gesti distensivi come la rimozione dei posti di blocco, la diminuzione della pressione sui palestinesi, la liberazione dei detenuti. Il Presidente Fini ha ribadito che per cercare di sbloccare il processo di pace occorre un’azione di pressione di tutto il mondo arabo su Hamas.

 

Rapporti bilaterali

L’11 gennaio 2009 il Presidente della Commissione Affari esteri della Camera, on. Stefano Stefani, ha incontrato l’Ambasciatore della Giordania, Principessa Al-Hashem, nell’ambito di una delegazione del Consiglio degli Ambasciatori della Lega degli Stati arabi in Italia, composta dagli Ambasciatori del Libano, Mistou (decano del corpo diplomatico in Italia), del Qatar, Al-Moraikhi, dell’Egitto, Rashed, dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ateyeh, del Marocco, Ben-Abdalla, accompagnati dal Capo Missione della Lega degli Stati arabi, Al Gargani.

L’11 marzo 2009 il Presidente della Commissione Affari Esteri, on. Stefano Stefani, ha incontrato l’Ambasciatore della Giordania, Principessa Al-Hashem.

Il 4 febbraio 2009 la Commissione Affari Esteri ha incontrato il Ministro degli Affari esteri del Regno Hashemita di Giordania, Salah Eddin Al Bashir.

 

 

 

 

Cooperazione multilaterale

La Giordania, partecipa alla cooperazione parlamentare nell’ambito dell’Assemblea parlamentare euro-mediterranea (APEM)[4] ed il Presidente della Camera dei Rappresentanti, Abdul Hadi Al- Majali, è entrato a far parte del Bureau dell’Assemblea per il periodo 2008-2012. Il Parlamento giordano esercita la Presidenza dell’APEM, da marzo 2009 a marzo 2010, subito prima della Presidenza di turno italiana.

Si segnala che il 4 luglio 2009 avrà luogo ad Amman il Bureau dell’APEM, sotto la Presidenza di Abdul Hadi Al-Majali.

 

 

Cooperazione amministrativa

Il 7 e 8 febbraio 2008 la Camera dei deputati ha ospitato un Seminario, organizzato in collaborazione con l’IPALMO, sul tema “Il Parlamento e il processo di riforma: le esperienze dei paesi del Mashreq e dell’Italia”. Hanno partecipato parlamentari giordani, libanesi ed iracheni.

 

UIP

(Unione Interparlamentare)

Nell’ambito della UIP, opera la sezione di amicizia Italia-Mediterraneo orientale (Giordania, Libano, Siria, Territori dell’Autorità Palestinese), che per la XVI legislatura è presieduta dal Sen. Mauro DEL VECCHIO (PD).

 

Disegni di legge di ratifica

di trattati internazionali

Allo stato attuale all’esame delle Camere non vi è alcun disegno di legge di ratifica di trattati internazionali riguardante il Regno di Giordania.

 

 

 

 

 


Profili biografici
(a cura del Servizio Rapporti Internazionali)

Nader Dahabi, Primo Ministro e Ministro della Difesa

 

Nato il 7 ottobre del 1946 ad Amman, dal 25 novembre 2007 ricopre la carica di Primo Ministro e Ministro della Difesa. Dal 2004 al 2007 è stato Chief Commissioner della importante Zona Economica Speciale di Aqaba (Aqaba Special Economic Zone Authority, ASEZA). Dal 2003 al 2004 ha rivestito la carica di Ministro dei Trasporti e Ministro del Turismo e dell’Antichità. In precedenza, dal 2001 al 2003 aveva assunto il ruolo di Ministro dei Trasporti. Dal 1994 al 2001 è stato Presidente e Direttore Esecutivo della Royal Jordanian. Dal 1992 al 1994 è stato Vice Comandante della logistica per la Royal Jordanian Air Force.

 

Ha conseguito un Master in Pubblica Amministrazione nel 1987, presso la Aubrun University (USA). Nel 1982 ha ottenuto un Master in Ingegneria Aeronautica presso il Granfield Institute of Technology in Inghilterra. Nel 1969 si è laureato in Ingegneria Aeronautica presso la Greek Air Force Academy (Grecia). Nel 1964 ha frequentato la scuola media superiore di Tawjihei presso Al-Hussein College di Amman (Giordania). Ha ricoperto svariate cariche di prestigio tra le quali: quella di membro del Consiglio d’Istruzione dal 2005 al 2007; Presidente del Consiglio di Amministrazione per Trafila Technical University e dal 2004 al 2007 Presidente del Consiglio dell’Aqaba Ports Corporation; dal 2001 al 2004 Presidente del Consiglio dell’Aqaba Railway Corporation ed anche Presidente del Consiglio dell’Hijaz Railway Corporation. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti ufficiali come: la medaglia Al Nahda, al- Kawkab, al-Estiklal.

Parla l’Inglese e il Greco.

 

 

 


 

Abdullhadi Majali, Presidente della Camera dei Deputati

 

Nato il 28 giugno 1934 nel Governatorato di Karak, a sud della Giordania.

Dal 2007 ricopre la carica di Presidente della Camera dei Deputati, per la sua 15° sessione.

Eletto deputato per quattro volte consecutive, nel 1993, 1998, 2003 e 2007, sempre nel collegio elettorale di Karak, ricopre l’incarico di Presidente della Camera anche nella sessione del 1998.

Nel 2008 è stato Presidente di turno dell’EMPA Bureau (Euro Mediterranean Parliamentary Assembly). Dal 2006 al 2008, inoltre, è stato anche il Presidente dell’Unione Parlamentare Araba.

Nel 1997 è stato il segretario generale del Partito Nazionale Costituzionale.

Nel 1996 ha guidato il Dicastero per i lavori pubblici e delle costruzioni. Nel 1990 ha fondato il Middle East Institute for Strategic Studies.

Nel 1985 è stato Direttore Generale della Pubblica Sicurezza.

Nel 1981 è stato nominato Ambasciatore del Regno Hascemita di Giordania negli U.S.A.

Nel 1979 ha ricoperto la carica di Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Giordane.

Si è laureato nel 1957 in Ingegneria civile all’Università di Baghdad e si è specializzato in ingegneria militare nel Regno Unito.

 


Zaid al-Rifai, Presidente del Senato

Nato il 27 novembre 1936 ad Amman. Presidente del Senato dal 1997, è considerato uno tra i pochi autorevoli personaggi che ha partecipato alla vita politica giordana sin dalla fondazione dell’Emirato di Transgiordania. È stato membro del Senato giordano per due volte: dal 1979 al 1984 e nel 1993.

Dal 26 maggio 1973 al 13 luglio 1976 e dal 4 aprile 1985 al 27 aprile 1989 ha ricoperto per due volte la carica di Primo Ministro. Suo padre, Samir al-Rifai, fu un importante politico giordano e ricoprì anch’egli la carica di Primo Ministro.

Dal 1972 al 1973 ha ricoperto il ruolo di consigliere politico del defunto Re Hussein.

Nel 1971 è stato Ambasciatore di Giordania presso il Regno Unito. Nel 1964 è stato nominato direttore della Corte Reale Hascemita. Dal 1957 al 1959 ha guidato la delegazione giordana presso le Nazioni Unite.

Nel 1957. ha servito come addetto presso le Ambasciate giordane del Cairo, di Beirut e di Londra. Nel 1959 è stato richiamato in servizio presso il Ministero degli Affari Esteri Giordano.

Nel 1957 si è laureato in Scienze Politiche presso la Harvard University (USA). Nel 1958 ha conseguito un Master in Legge e Relazioni Internazionali alla Columbia University (USA)

 

 

 


Nasser Judeh, Ministro degli Affari esteri

 

Dal 23 febbraio 2009 ricopre la carica di Ministro degli Affari Esteri.

In precedenza, sempre nell’ambito dell’attuale Governo Dahabi, aveva ricoperto la carica di Ministro di Stato per le Telecomunicazioni e portavoce ufficiale del Governo giordano, ruolo che aveva già avuto, dal 30 novembre 2005 al 25 novembre 2007.

Dal 1999 al 2005 ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dell’Information and Comunication Expertise (ICE) – settore privato.

Dal 1998 al 1999 è stato Ministro dell’Informazione e Portavoce ufficiale del Governo.

Nel 1998 è stato Direttore generale della Jordan’s Radio and Television Corporation (JRTC). Dal 1992 al 1994 ha ricoperto la carica di primo direttore del Jordan Information Bureau (JIB) a Londra, e durante lo stesso periodo è stato anche il portavoce dell’Ambasciata Giordana nel Regno Unito.

Dal 1985 al 1992 ha prestato servizio alla Corte Reale Hascemita, presso l’ufficio stampa del defunto Re Hussein, per diventare in seguito l’addetto stampa personale per S.A.R. il Principe Hassan.

Dal 1966 al 1975 ha frequentato il College de la Salle in Amman. Dal 1975 al 1979 ha proseguito i suoi studi superiori presso l’Eastbourne College, in Sussex (Regno Unito). Nel 1982 ha conseguito il diploma di laurea in Politica e Legge Internazionale presso la Georgetown University a Washington.

Parla l’Inglese e il Francese.

 

 

 


LIBANO

 


L’evoluzione del quadro politico

La situazione attuale del Libano, nonostante mantenga una grande fluidità,  si presenta nel complesso notevolmente migliorata rispetto al convulso periodo di tre anni succeduto all'assassinio nel febbraio 2005 di Rafik Hariri.

Il paese infatti sembra temporaneamente essersi lasciato alle spalle la fase di più acuto confronto politico fra lo schieramento filoccidentale e quello filo siriano.

Nel maggio 2007, l'esercito libanese - riassumendo per questo peraltro un notevole prestigio - aveva dovuto affrontare la virulenza del gruppo sunnita salafita di Fatah al Islam, legato ad Al Qaeda e radicato nei maggiori campi profughi palestinesi del Libano. L’anno successivo Hezbollah, reagendo a tentativi della maggioranza governativa filoccidentale di limitarne la forza logistica e militare, aveva nello spazio di poche ore preso il controllo della parte più rilevante di Beirut, quella occidentale, senza che stavolta l'esercito nazionale intervenisse.

Proprio il riconquistato prestigio dell'esercito libanese, unitamente al mancato intervento nella crisi del maggio 2008 - che secondo molti osservatori ha impedito la disgregazione dell'esercito nazionale, che non avrebbe probabilmente accettato in vasti settori uno scontro con Hezbollah  - hanno aperto la strada al Comandante in capo, il generale cristiano-maronita Suleiman, per l'ascesa alla carica di capo dello Stato.

Fondamentale per sbloccare lo stallo negli equilibri politici, che impediva l'elezione della suprema carica da più di sei mesi, è stato l'intervento della Lega araba, che il 15 maggio 2008 è riuscita a ottenere una convergenza delle parti per l'inizio di un dialogo nella capitale del Qatar, Doha. Contrariamente alla prassi invalsa nelle negoziazioni medio-orientali, nel caso libanese le trattative si sono svolte in maniera fulminea, e solo sei giorni dopo le parti avevano raggiunto un accordo per avviare a soluzione la crisi del paese.

In base a tale accordo il 25 maggio il Parlamento libanese, a larghissima maggioranza, eleggeva il nuovo capo dello Stato nella persona del generale Suleiman. L'importanza dell'evento per la Comunità internazionale è stato ben evidenziato dalla presenza di duecento delegazioni straniere presenti, tra cui naturalmente quella italiana.

Il ministro degli esteri Frattini ha evidenziato nell'occasione la priorità della ricostruzione dell'esercito come condizione sine qua non dell'affermazione dell'autorità dello Stato libanese. Contestuale a ciò, secondo Frattini, dovrebbe essere la progressiva dismissione della dimensione militare da parte di Hezbollah, per acquisire lo statuto di formazione politica pienamente legittimata anche in una prospettiva di governo. La stessa azione della missione UNIFIL a guida italiana operante sul confine meridionale del Libano - ribadiva il Ministro Frattini in un'informativa al Senato del 27 maggio 2008 e in un'audizione presso le Commissioni congiunte Esteri e Difesa di Camera e Senato dell'11 giugno 2008 - dovrà orientarsi sempre di più all'effettivo disarmo delle milizie e all'affermazione di un'unica sovranità politica e militare.

Il secondo punto dell'accordo di Doha prevedeva la formazione di un esecutivo di unità nazionale, e anche questo adempimento è stato realizzato con grande tempestività l'11 luglio 2008 (il Governo ha successivamente, in agosto, ottenuto la fiducia in Parlamento). Alla guida del nuovo esecutivo si trovava ancora Fuad Siniora, ma l'opposizione filosiriana ha ottenuto un significativo successo poiché la sua quota di ministri (11) costituiva una minoranza di blocco, considerato che l'approvazione dei provvedimenti governativi necessita della maggioranza dei due terzi dei ministri, che sono 30. Tra i ministri dell'opposizione vi erano cinque appartenenti al partito del generale cristiano Michel Aoun, uno di Hezbollah e tre facenti capo a Nabih Berri, presidente sciita del Parlamento. La maggioranza filoccidentale contava 16 dicasteri, mentre – sulla base dell’accordo di Doha - il presidente Suleiman ha nominato tre ministri “neutralI”, tra i quali quelli degli interni e della difesa.

Le intese di Doha prevedevano infine di far ricorso, in vista delle elezioni parlamentari del 2009, alla legge elettorale del 1960 con piccoli emendamenti, tra i quali la diminuzione dell'estensione, e quindi l'aumento di numero, delle circoscrizioni elettorali, onde accrescerne l'omogeneità, ma anche la previsione delle votazioni da svolgere in un solo giorno - con importanti riflessi positivi sulla stabilità del paese.

E’ rimasto in vigore il sistema squisitamente libanese che assegna un numero fisso di parlamentari ad ogni gruppo religioso del paese, ma con un meccanismo per rendere più affidabile l'identificazione delle effettive preferenze degli elettori nell'ambito dei rispettivi gruppi. In ogni caso, la prospettiva elettorale del giugno 2009 sembrava dare un vantaggio allo schieramento filosiriano, ed in particolare a Hezbollah: alcuni analisti non escludevano la possibilità che due terzi dei seggi in Parlamento andassero ai filosiriani, rafforzando l’ipotesi di mutamenti costituzionali peraltro suscettibili di riaccendere gravissimi contrasti tra le varie comunità, cui la Costituzione ha finora contribuito a porre la sordina.

Un fattore determinante per il risultato elettorale sarebbe stato in ogni caso il peso dei cristiano-maroniti: Hezbollah contava moltissimo su un grande apporto di suffragi per l'alleato Michel Aoun, dopo la ricomposizione dei rapporti seguita al temporaneo raffreddamento per il mancato appoggio all’ascesa dello stesso Aoun al vertice dello Stato. Non va tuttavia dimenticato che alle elezioni avrebbero preso parte anche due importanti raggruppamenti maroniti che fanno invece capo allo schieramento antisiriano, guidati da Amin Gemayel e da Samir Geagea.

In merito agli accordi di Doha si può osservare che essi riflettono nel complesso un certo arretramento della forza della coalizione maggioritaria antisiriana, riscontrabile soprattutto nell'ampiezza delle concessioni fatte all'opposizione, anche se il rinnovato incarico di premier a Siniora segnalava una  “tenuta” della coalizione contraria a Damasco. Il movimento Hezbollah, d'altra parte, che aveva visto una grande crescita del proprio prestigio nazionale nel momento della resistenza opposta alle truppe israeliane nell'estate 2006, ha riassunto durante gli scontri a Beirut del maggio 2008 il ruolo tradizionale di milizia libanese di parte, con ciò alienandosi una quota del consenso precedentemente ottenuto.

Per quanto riguarda la Siria, va segnalato che uno dei primi passi del nuovo capo dello Stato Suleiman è stata una visita ufficiale a Damasco alla metà di agosto 2008, nel corso della quale sono state poste le premesse per una ripresa dei rapporti diplomatici tra i due paesi, poi concretizzata in ottobre e, da ultimo, con lo scambio di ambasciatori nel gennaio 2009. Dal viaggio di Suleiman entrambe le parti hanno tratto vantaggio: se infatti la Siria ha registrato la prima visita ufficiale di un'alta autorità libanese dopo l'assassinio di Rafik Hariri, il capo dello Stato libanese ha acquisito l’implicito riconoscimento del proprio paese come soggetto autonomo di diritto internazionale al pari degli altri Stati, il che nell'ottica siriana era una nozione tutt'altro che scontata.

Successive visite dei ministri libanesi dell'interno e dell'informazione hanno consolidato i rapporti bilaterali, in particolare con la firma di un accordo per dar vita a un comitato congiunto per il coordinamento nel settore della sicurezza. Le iniziative del governo, nonostante alcune critiche, hanno registrato anche il consenso del premier Siniora. Allo stesso modo, il dispiegamento di un migliaio di soldati di Damasco al confine siro-libanese ha riscosso l'approvazione delle autorità di Beirut. Tali fatti sono stati accompagnati sul piano internazionale dall'iniziativa anglo-francese per una ripresa dei contatti con la Siria, con la quale il Regno Unito ha persino firmato un'intesa per la cooperazione tra i servizi di sicurezza. Se dall'approccio occidentale emerge con chiarezza l'intenzione di riabilitare la Siria per impedirne un legame troppo stretto con Teheran, ciò non ha impedito al dinamico capo dello Stato libanese di firmare un patto sulla sicurezza quinquennale proprio con l'Iran, nel corso di una visita nella capitale (novembre 2008).

Il presidente libanese Suleiman, alla fine di ottobre 2008, si è recato anche in visita ufficiale in Italia, ove ha incontrato il Capo dello Stato Napolitano e il Presidente del Consiglio Berlusconi: nel corso dei colloqui si è convenuto sul contributo di prim’ordine assicurato dall’Italia sia nei confronti della stabilizzazione politica che del mantenimento della sicurezza in Libano, soprattutto con il ruolo di guida del nostro Paese nella missione delle Nazioni Unite UNIFIL.

Suleiman si è inoltre recato il giorno dopo in Vaticano, ove con il Pontefice ha toccato i temi più delicati dell’area mediorientale, tra i quali la risoluzione dell’annoso conflitto israelo-palestinese e la situazione delle minoranze cristiane. Benedetto XVI ha elogiato gli sforzi del Libano per una completa normalizzazione della politica interna.

Un elemento di grande criticità al di fuori del già difficilissimo equilibrio politico è rappresentato tuttora in Libano dalla presenza imponente di profughi palestinesi (oltre 400.000), anche al di là dei tentativi finora frustrati di minoranze salafite come Fatah al Islam di assumerne la guida. L'importanza della presenza palestinese in Libano è stata sottolineata tra l’altro in novembre da un viaggio del leader di Hamas in esilio a Damasco, Khaled Meshaal, che ha incontrato le massime autorità dello Stato senza privilegiare alcuna delle fazioni libanesi. Il viaggio di Meshal era stato preceduto in agosto da quello del presidente dell'ANP Abu Mazen, e in entrambi i casi è stato riaffermato l'impegno per un rientro dei profughi in un futuro Stato palestinese. L'integrazione in Libano si presenta infatti per i palestinesi pressoché impossibile, poiché, tra l'altro, la loro completa appartenenza sunnita minerebbe alla radice i difficili equilibri interconfessionali libanesi.

Un saggio dei problemi che la presenza di gruppi armati palestinesi in territorio libanese può originare è stato dato durante e subito dopo l'operazione militare israeliana a Gaza del dicembre 2008-gennaio 2009, quando in tre diverse ondate nell'arco di due settimane vi è stato il lancio di razzi dal territorio meridionale del Libano verso la Galilea, senza che peraltro vi siano stati seguiti di tipo militare, eccezion fatta per alcuni colpi di artiglieria da parte dell'esercito israeliano. E’ evidente che nel delicato momento dell’operazione a Gaza i lanci di razzi dal Libano avrebbero potuto innescare conseguenze ben più gravi, a scongiurare le quali hanno contribuito sia la pronta dissociazione di Hezbollah che un duro ammonimento dell’esercito nazionale libanese.

L'avvio della presidenza Obama negli Stati Uniti ed i primi segnali di un nuovo corso della politica americana verso Siria e Iran hanno destato nel mondo arabo speranze diffuse: in  che tuttavia devono convivere con la preoccupazione per l'impostazione della nuovo governo israeliano, che con chiarezza ha escluso di poter riprendere il dialogo con il mondo arabo e con i palestinesi sulla base dei precedenti presupposti.

Quasi subito dopo l'insediamento, infatti, il Ministro degli esteri Lieberman ha posto in discussione sia i precedenti impegni sulla creazione di uno Stato autonomo palestinese, sia la possibilità di un ritorno negoziale delle alture del Golan alla Siria. In questo quadro il Ministro degli Esteri Franco Frattini ha visitato il Medio Oriente il 7 e l'8 aprile 2009, recandosi dapprima in Libano e poi in Siria, e facendosi interprete della volontà occidentale di un nuovo approccio ai problemi mediorientali, a condizione di una corrispettiva volontà di cooperazione della Siria e dell'Iran. In particolare a Damasco è stato chiesto di esercitare una funzione di moderazione sia nei confronti di Hezbollah in Libano che rispetto al movimento Hamas di Gaza. Il Ministro Frattini ha inoltre sostenuto la opportunità di un rilancio dei negoziati, mediati dalla Turchia, tra Siria e Israele - interrotti con l'inizio dell'operazione israeliana a Gaza -, come anche di una rinnovata funzione di mediazione siriana verso Teheran - quest'ultimo aspetto  ritenuto fondamentale anche in vista della Conferenza di giugno di Trieste sulla stabilizzazione del conflitto afghano-pakistano, cui avrebbe dovuto prender parte, secondo i nuovi auspici di Washington, anche l'Iran, ma le vicende post-elettorali a Teheran hanno impedito tale circostanza.

L'approssimarsi della scadenza elettorale libanese ha provocato anche sul piano internazionale diverse iniziative e prese di posizione: il 26 aprile il nuovo Segretario di Stato USA Hillary Clinton ha effettuato una visita improvvisa in Libano per dare un chiaro segnale (parole testuali) nella prospettiva delle elezioni di giugno, mettendo soprattutto in luce che il nuovo corso americano verso Siria e Iran non comporterebbe il sacrificio degli interessi libanesi.

La Clinton ha inteso in qualche modo influire sullo svolgimento delle elezioni, affermando che esse dovranno essere libere e trasparenti e dovranno tenersi al di fuori di condizionamenti violenti e di interferenze esterne - allusione trasparente, quest'ultima, alla necessità che l'Iran e la Siria non esercitino pressioni o addirittura violenze per interposta persona (Hezbollah) sulla consultazione elettorale. Inoltre, la stampa libanese ha riferito in merito all'imminente fornitura americana - prima delle elezioni - di importanti attrezzature militari all'esercito di Beirut.

Sul fronte opposto, Hezbollah ha cercato di capitalizzare al massimo il rilascio, ordinato il 29 aprile da parte del Tribunale internazionale per il Libano - insediato il 1º marzo e che indaga sugli attentati culminati con l'assassinio di Rafik Hariri nel febbraio 2005 -, di quattro generali libanesi filosiriani incarcerati da quasi quattro anni perché ritenuti coinvolti nell'attentato a Hariri.

I quattro alti ufficiali erano in effetti in posizioni chiave nel periodo della massima influenza siriana sul Libano, e Hezbollah ha immediatamente sfruttato la loro scarcerazione, affermando che essa segna la caduta della maggioranza parlamentare filoccidentale. Nel festeggiare il ritorno a casa dei quattro ufficiali, Hezbollah, che ne ha organizzato con efficacia la spettacolarizzazione, ha rivendicato la necessità di arrestare ora i veri responsabili e incriminarli per quattro anni di depistaggi e di ritardi. Peraltro, secondo il procuratore tedesco Mehlis, che aveva diretto la Commissione d'inchiesta internazionale insediata quasi subito dopo l'assassinio Hariri, la scarcerazione non significa assoluzione dei quattro generali, che anzi rimangono nella lista dei sospettati.

Il 22 maggio gli Stati Uniti sono tornati a premere sui vertici libanesi in occasione della visita del vicepresidente USA Biden al capo dello Stato Suleiman, durante la quale la qualità e il livello quantitativo dell’assistenza americana al Libano sono stati chiaramente collegati ai risultati elettorali e al governo che da essi scaturirà – ulteriore prova delle diffuse aspettative, poi smentite, di una netta affermazione di Hezbollah.

Domenica 7 giugno si sono svolte le elezioni politiche in Libano per il rinnovo dell’Assemblea nazionale (Majlis Al-Nuwwab). I 128 deputati rimarranno in carica per quattro anni.

I risultati hanno registrato l’affermazione della Lista “14 marzo”, coalizione filo-occidentale, che ha conquistato 71 seggi, mentre la Lista “8 marzo”, coalizione filo-siriana e filo-iraniana guidata da Hezbollah, ne ha ottenuti 57.

La partecipazione è stata pari al 54% (un livello record per il Libano: nelle scorse elezioni, infatti, tenutesi nel 2005, la partecipazione era stata pari al 45,8%)

I seggi vengono ripartiti su base confessionale, con una rappresentanza di 64 seggi a testa tra Cristiani e Musulmani. Ogni confessione ha un numero di posti in Parlamento che sono predeterminati: in tal modo ai Cristiani maroniti sono destinati 34 seggi; ai Sunniti ed agli Sciiti 27 seggi a testa; ai Greco-ortodossi 14 seggi; ai Drusi ed ai Greco-cattolici 8 seggi ognuno; agli Armeni ortodossi 5 seggi; agli Alawiti 2 seggi ed alle altre comunità cristiane 3 seggi.

Il Paese è diviso in 5 grandi Governatorati, a loro volta suddivisi in vari collegi elettorali, in ognuno dei quali i seggi destinati alle varie confessioni sono già prestabiliti. Ogni elettore può votare per tutti i seggi disponibili nel proprio collegio elettorale ma, per ogni posto, ogni candidato ha come avversari solo candidati appartenenti alla stessa confessione. In tal modo coloro che concorrono per l’assegnazione dei seggi devono riuscire non solo ad ottenere i consensi dei propri correligionari, ma anche quelli degli appartenenti alle altre confessioni; con questo sistema si mira a dare un vantaggio ai candidati più moderati all’interno di ogni gruppo confessionale, tentando di ridurre al minimo le tensioni interconfessionali e di massimizzare il livello di dialogo tra le diverse comunità religiose.

I delicati rapporti tra le confessioni emergono anche dalla soluzione, garantita costituzionalmente, di porre ai vertici dello Stato un esponente per ogni compagine religiosa: la carica di Capo dello stato spetta ad un maronita, la presidenza dell’Esecutivo va ad un sunnita e Presidente del Parlamento deve essere uno sciita.

Nella Repubblica libanese il Presidente non viene eletto direttamente dal corpo elettorale (viene eletto ogni sei anni dall’Assemblea nazionale), ma  condivide il potere esecutivo con il Primo ministro, partecipando alle sedute del Consiglio dei ministri, nominando e revocando il Premier.

Il ministro degli Affari esteri, Franco Frattini, ha commentato l’esito del voto in Libano dichiarando che “è un risultato che apprezziamo molto, che ci arriva con un'alta partecipazione di libanesi al voto, il che dimostra la volontà di partecipare al processo di stabilizzazione”  e “la coalizione vincente potrà garantire il rafforzamento della collaborazione con l'Occidente, l'Unione europea e l'Italia”. Il capo della diplomazia italiana si è detto "certo che la coalizione vincente potrà garantire il rafforzamento della cooperazione con l'Occidente, l'Unione europea e l'Italia, sotto la guida del presidente Michel Suleiman che apprezziamo grandemente”. Per quanto riguarda l’impegno dei militari italiani nel paese il Ministro ha aggiunto che “l'Italia non farà mancare il suo sostegno alla stabilizzazione del Paese grazie alla missione UNIFIL, sotto la guida del generale Claudio Graziano”.

Un commento ai risultati elettorali deve anzitutto registrare la conferma dell’influenza su di essi del complesso sistema elettorale modellato sulle dimensione confessionale, che riduce di molto le oscillazioni nelle opzioni di voto: cionondimeno va osservato che la maggiore delusione è stata quella del partito maronita legato al Gen. Aoun, del quale si immaginava la possibilità di una forte affermazione a spese delle formazioni cristiane filo-occidentali, che non si è verificata, mentre in molti distretti la tenuta del partito di Aoun è stata resa possibile dal sostegno di Hezbollah, il cui leader Nasrallah ha del resto riconosciuto la sconfitta – Hezbollah, pur avendo ottenuto 12 seggi, non dispone di una rappresentanza parlamentare paragonabile all’effettiva forza nel paese, ed è stato per esempio superato con 14 seggi dall’altra formazione, sciita ma moderata, di Amal.

Saad Hariri, figlio dell’ex primo ministro Rafik assassinato nel 2005, è il leader sunnita della coalizione filo-occidentale “14 Marzo” che è uscita vincitrice dalle elezioni. Egli è il primo nome della lista dei probabili candidati alla carica di Primo ministro, posizione occupata negli ultimi turbolenti quattro anni dal suo alleato, Fuad Siniora a capo di un governo di coalizione di orientamento filo-ocidentale.

Posto a capo dell’Esecutivo dopo l’assassinio di Hariri padre, il premier Siniora doveva essere una figura di transizione, invece, con il tempo, egli ha evidenziato un forte profilo politico, resistendo per 18 mesi al tentativo di Hezbollah di farlo dimettere, dopo aver criticato, nel corso dei 34 giorni di guerra tra Israele e la milizia sciita, il ruolo di Hezbollah nell’avvio del conflitto contro lo Stato ebraico. Un sua nuova nomina sembra dunque poco probabile perché potrebbe essere intesa come una sorta di provocazione da parte del partito filo-iraniano.

Prima di queste elezioni Hariri aveva affermato di essere “pronto ad assumersi la responsabilità di guidare il governo”. Nonostante la coalizione “14 Marzo” abbia ottenuto 71 dei 128 seggi, i due partiti sciiti dell’altro schieramento, Hezbollah ed Amal ed il loro alleato cristiano, il Movimento patriottico libero dell’ex generale Michel Aoun, rimangono i più forti rappresentanti delle rispettive comunità, rendendo difficile una loro esclusione dalla nuova compagine governativa.

L’Esecutivo, in base alla Costituzione, deve essere composto per metà da ministri musulmani e per metà da cristiani: Hezbollah ed Amal insistono nella creazione di un “governo di unità nazionale” nel quale l'opposizione possa godere del diritto di veto. Hariri ha più volte respinto questa ipotesi, definendola “anti-costituzionale”, e se i due partiti sciiti non dovessero cedere, il leader sunnita potrebbe anche rinunciare alla carica di premier. Una nuova crisi politico-istituzionale potrebbe allora aprirsi, proprio come e' accaduto tra il 2006 e il 2008, quando la tensione ha portato il Paese sull'orlo di una guerra civile, evitata soltanto dopo che Siniora e la coalizione “14 Marzo” accettarono un accordo promosso dalla diplomazia inter-araba.

Sarà dunque determinante l’evoluzione delle alleanze per la formazione del nuovo Esecutivo sia per capire gli orientamenti nella politica estera, sia per una serie di interessi che riguardano l’assetto economico-finanziario del Paese.

Al proposito va ricordato che il Libano sta reagendo positivamente alla crisi finanziaria internazionale potendo contare sull’oculata strategia della Banca centrale e del suo Governatore, che ha imposto limitazioni alle banche locali sul fronte degli investimenti nei mercati finanziari.

Il governatore della Banca Centrale, Riad Salameh, ha invitato le banche libanesi a mantenere una percentuale elevata di liquidità, (pur se a scapito dei profitti), sottolineando che il 2009 sarà il vero anno di sfida sia sul piano regionale che internazionale. Il solido sistema bancario libanese, infatti, costituisce un pilastro fondamentale dell’economia nazionale.

Il Libano gode di una notevole affidabilità sotto il profilo creditizio (non a caso il Paese dei cedri è stato definito la “Svizzera del Medio Oriente”), ed il Governatore della sua banca nazionale è stato definito come il migliore dei tra quelli dei paesi dell’area. Va ricordato, però, che il mantenimento dei capitali depositati nelle banche va a sfavore degli investimenti e rallenta la presenza libanese a livello regionale ed internazionale.

Il 27 giugno Saad Hariri ha ricevuto l’incarico di formare il nuovo governo.

 

 


La missione UNIFIL in Libano
(a cura del Dipartimento Difesa)

Il 14 marzo 1978, dopo un nuovo attacco in territorio israeliano ad opera di un commando palestinese, le forze armate di Israele hanno invaso il Libano, occupandone la parte meridionale dove si trovavano le postazioni da cui partivano gli attacchi. Il successivo 19 marzo, il Consiglio di sicurezza dell’ONU, in seguito alle proteste del Governo libanese, ha approvato le risoluzioni 425 e 426, con le quali ha invitato Israele alla cessazione delle azioni militari ed al ritiro delle truppe ed ha deliberato contemporaneamente l’immediata costituzione di una forza di interposizione nel Libano meridionale, al confine con Israele.

È, stata, così, costituita la missione UNIFIL (United Nations Interim Force In Lebanon) con il compito di verificare il ritiro delle truppe israeliane, di ristabilire la pace e la sicurezza internazionale, nonché di assistere il Governo del Libano a ripristinare la sua effettiva autorità nella zona.

La partecipazione italiana alla missione è iniziata nel luglio 1979, con uno squadrone di elicotteri dell’Esercito, dotato di 4 velivoli e costituito da circa 50 militari, con compiti di ricognizione, ricerca e soccorso, trasporto sanitario e collegamento. Tale squadrone, dislocato presso Naquora, continua tuttora la sua attività di volo.

Dopo la nuova invasione israeliana del Libano, nel giugno 1982, che giunse quasi fino a Beirut, le attività di UNIFIL sono rimaste relegate dietro le linee israeliane, limitandosi a fornire protezione e assistenza umanitaria alla popolazione locale. Nel 1985, Israele ha proceduto ad un parziale ritiro, mantenendo, con la collaborazione dei miliziani dell’Esercito del Libano del Sud, il controllo del Libano meridionale.

Nei quindici anni successivi sono proseguite le ostilità tra Israele e le forze ausiliarie, da un lato, e le milizie sciite filosiriane di Hezbollah, dall’altro lato, mentre UNIFIL ha continuato a svolgere, anche se parzialmente, il proprio compito, adoperandosi per limitare il conflitto e per proteggere la popolazione dell’area. Il mandato della missione è rimasto infatti invariato, attraverso i rinnovi semestrali decisi dal Consiglio di sicurezza ONU.

A seguito del ritiro totale delle truppe israeliane, avvenuto tra maggio e giugno del 2000, UNIFIL ha svolto un importante ruolo nella fase di transizione, per il pattugliamento (insieme alle forze armate libanesi) e lo sminamento dell’area liberata, per la definizione della linea di confine (linea blu) e per l’assistenza ai libanesi che avevano fatto parte delle milizie filoisraeliane.

A partire dal 2000 la missione ha operato avvalendosi anche dell’assistenza degli osservatori militari della missione UNTSO (United Nations Truce Supervision Organization), istituita nel maggio 1948 per assistere il Mediatore delle Nazioni Unite e la Commissione per la tregua nella supervisione della tregua in Palestina.

Al termine di questa fase la consistenza del contingente impegnato era ridotta a circa 2.000 unità (giugno 2006).

 

La nuova UNIFIL

A seguito di una offensiva missilistica di Hezbollah in territorio israeliano e dell’uccisione di alcuni soldati israeliani e la cattura di altri, nel luglio 2006, si è aperta una nuova fase del conflitto, durata 34 giorni, durante la quale Israele ha lanciato un’offensiva in territorio libanese ed ha imposto il blocco aeronavale sul Paese, mentre Hezbollah ha risposto con una intensa attività di guerriglia e con il lancio di razzi che hanno raggiunto anche città ritenute sicure come Nazareth, Haifa e Tiberiade. Le forze militari libanesi non sono intervenute nel conflitto.

L’11 agosto 2006 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato, all’unanimità, la risoluzione n. 1701, che, tra l’altro, ha invitato alla completa cessazione delle ostilità (sia di ogni attacco da parte di Hezbollah sia di tutte le operazioni militari offensive da parte di Israele) ed ha previsto, a tregua avvenuta, il dispiegamento congiunto delle forze libanesi e di UNIFIL (il cui contingente è stato incrementato fino a un massimo di 15.000 unità) nel Libano meridionale, nonché il contestuale ritiro di Israele dalla regione. Il nuovo dispiegamento di UNIFIL, cui hanno contribuito in modo consistente e determinante l’Italia e la Francia, è stato avviato dopo il cessate il fuoco iniziato il 14 agosto. Nella guerra sono morti più di 1.100 libanesi, mentre oltre un milione sono stati costretti a lasciare le loro case. Sono stati danneggiati 150 ponti, 60.000 unità abitative, di cui almeno 15.000 completamente rase al suolo.

La risoluzione ha ridefinito i compiti di UNIFIL ed ha previsto la costruzione di una fascia di sicurezza a sud del fiume Litani, nella quale la missione, insieme all’esercito libanese, esercita una azione "cuscinetto" per prevenire la ripresa delle ostilità. La risoluzione impegna il Governo libanese “a sorvegliare i propri confini in modo da impedire l’ingresso illegale in Libano di armamenti e materiali connessi”, e tutti gli Stati ad adoperarsi affinché armamenti, materiali bellici e assistenza tecnico-militare siano forniti “solo su autorizzazione del Governo libanese o dell’UNIFIL”.

Tra i nuovi compiti di UNIFIL vi sono anche quelli di monitorare l’effettiva cessazione delle ostilità, di “mettere in atto i provvedimenti che impongono il disarmo dei gruppi armati in Libano”, nonché di prestare la propria assistenza per contribuire ad assicurare l’accesso umanitario alle popolazioni civili e il volontario e sicuro ritorno delle persone sfollate. UNIFIL è inoltre autorizzata a resistere a tentativi volti ad impedire ad essa con la forza l’esecuzione dei suoi compiti, e a proteggere il personale, i locali, le installazioni e il materiale delle Nazioni Unite, nonché gli operatori umanitari e i civili “esposti a una minaccia imminente di violenza fisica”.

Dal 2 febbraio 2007, il Generale di divisione Claudio Graziano ha assunto il comando della missione, sostituendo anticipatamente il responsabile francese.

Per quanto riguarda le regole di ingaggio, il Ministro della difesa Ignazio La Russa, l’11 giugno 2008 , dopo aver ricordato che l'obiettivo della missione UNIFIL è ''quello di assistere il governo libanese ad esercitare la sua sovranità nel Paese e di sostenere le forze armate libanesi nel garantire la sicurezza in una specifica area'', – ha, altresì, dichiarato che al momento “non occorre modificare regole di ingaggio; in verità, non credo che occorra modificare alcunché, prima di tutto perché non tocca a noi fare modifiche, in secondo luogo perché nella zona del nostro contingente il pericolo è lo stesso dei mesi precedenti e infine perché a parlare troppo di modifica di regole d'ingaggio si crea una tensione che non è affatto utile”.

Attualmente le attività operative di UNIFIL consistono: nell’osservazione dei posti fissi; nella condotta di pattuglie diurne e notturne e nella realizzazione di check-points; nel collegamento con le forze armate libanesi; nel pattugliamento marittimo. La struttura delle forze UNIFIL prevede anche una componente navale, la Maritime Task Force 448 - UNIFIL (TF 448). L’impiego della TF448 nelle acque prospicienti le coste libanesi, è finalizzato ad impedire il traffico di armi illegali dal mare verso il Libano e a far rispettare le risoluzioni ONU 1701 e 1773.

La sede del Comando della missione UNIFIL, guidata come accennato dal Generale Claudio Graziano è a Naqoura. Nella medesima località il Colonnello Gerardo Restaino è al comando della Componente Nazionale nel cui ambito opera una compagnia di Force Protection e una componente dell’Aviazione dell’Esercito, costituita da elicotteri AB-212 e AB-412 e con compiti d’evacuazione sanitaria, ricognizione, ricerca e soccorso e collegamento tra UNIFIL HQ e le unità operative dipendenti.

Il quartier generale del contingente italiano è presso la base militare di Tibnin (30 chilometri a est di Tiro), dove ha sede anche il Comando del Settore Ovest di UNIFIL. A Tibnin il 2 maggio 2009 è avvenuto l’avvicendamento tra la Brigata di Cavalleria “Pozzuolo del Friuli” e la subentrante Brigata corazzata Ariete, già impiegata in ambito UNIFIL dal 10 ottobre 2007 al 28 maggio 2008. Il comando del Settore Ovest di UNIFIL e del contingente nazionale è quindi passato al Generale Carmelo Di Cicco. Alle sue dipendenze operano due Battle Group di manovra, un gruppo di supporto di aderenza che garantisce il sostegno logistico al contingente, e unità specialistiche (genio, trasmissioni, CIMIC, NBC, EOD), assetti dell’aviazione dell’Esercito, Forze Speciali ed una componente di Polizia Militare dell’Arma dei Carabinieri. Le unità di manovra e i supporti sono suddivisi tra le basi di Ma’ Araka, Al Mansuri, Zibqin, Bayyadah, Hariss e Shaama. Nell’ambito del contingente nazionale operano unità di Francia, Ghana, Corea del Sud, Slovenia e Malesia.

Il contingente della missione UNIFIL è attualmente composto da 12.261 unità; il maggiore contributo è fornito dall’Italia (2.694), dalla Francia (1.440), dall’Indonesia (1.146), dalla Spagna (1.050), dal Ghana, dall’India e dal Nepal (con circa 900 unità per ciascun Paese). Il mandato dell’UNIFIL è stato prorogato, da ultimo, al 31 agosto 2009 dalla risoluzione 1832 (2008) del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Nel corso dei 30 anni di attività sono rimasti uccisi 268 militari della missione, di cui 4 italiani deceduti nel 1997 a causa di un incidente elicotteristico.

In passato sono sorte talune polemiche circa la realizzazione dell’obiettivo di effettuare i controlli sugli armamenti illegalmente detenuti. A questo proposito, la stampa israeliana aveva riferito la notizia di un incidente, accaduto il 30 marzo 2008, ad una pattuglia italiana di UNIFIL, che aveva intercettato un autocarro carico di munizioni scortato da guerriglieri Hezbollah, i quali ne avevano impedito con le armi la perquisizione, costringendo i caschi blu a ritornare alla loro base. L’incidente, definito peraltro una “seria violazione della risoluzione 1701” in un rapporto del segretario generale dell' ONU trasmesso al Consiglio di Sicurezza, è stato confermato dalla portavoce di UNIFIL e dal generale Graziano pur senza fare riferimento esplicito ad Hezbollah. Il Generale Graziano, dopo aver sottolineato che UNIFIL aveva scoperto, da settembre 2006, centinaia di depositi di armi di Hezbollah, in un’intervista rilasciata all'Orient Le Jour, aveva evidenziato i risultati ottenuti dai "circa 400 pattugliamenti quotidiani" e respinto le accuse di indulgenza nei confronti delle milizie mosse dal governo israeliano. Il problema, aveva aggiunto, è che “tra i compiti dell'UNIFIL non vi è quello di disarmare i miliziani ma solo di denunciare le scoperte di armi all'esercito libanese”.

La questione della presenza di armi di Hezbollah nell'area a sud del fiume Litani, che segna il confine settentrionale della zona di operazioni della missione, era già stata toccata dal Generale Graziano il 23 dicembre 2007. In quell’occasione, nel delineare in dichiarazioni rilasciate all’agenzia ANSA le prospettive future per UNIFIL, tracciando anche un positivo bilancio dei primi due anni di incarico alla guida della missione (“a parte qualche difficoltà – ha dichiarato Graziano - abbiamo assolto in modo completo il mandato indicato nella risoluzione Onu n.1701; manteniamo la cessazione di ostilità e con l'esercito libanese assicuriamo stabilità e sicurezza''), il Generale Graziano aveva altresì affermato che ''negli ultimi mesi non abbiamo avuto prove di traffici di armi, ma questo non vuol dire che essi non ci siano”. Il Generale aveva inoltre precisato che il mandato della missione non consente di ispezionare le abitazioni private in assenza di prove di un'eventuale violazione. Infine, a proposito delle ricorrenti minacce contro la missione da parte di sedicenti gruppi estremisti islamici, il generale Graziano aveva sottolineato l’accurato lavoro di intelligence condotto anche insieme all'esercito libanese.

Lo scorso 9 gennaio 2009 una pattuglia di UNIFIL ha scoperto due depositi di vecchie armi (circa 34 razzi Grand-P e alcune scatole di munizioni) in due bunker, all’apparenza abbandonati dalla guerra del 2006, situati tra le colline di Kafer Chouba e Kafer Hammam, nel settore orientale dell’aera operativa della missione nel sud del Libano. In tale occasione, come riportato in un comunicato stampa di UNIFIL,  il Generale Graziano ha sottolineato che ''i recenti sviluppi ci hanno indotto a rafforzare la nostra presenza congiunta (con l'esercito libanese) sul campo ed è stato nel corso dell'intensificazione dei pattugliamenti che i due nascondigli sono stati ritrovati''. Il giorno precedente il ritrovamento dei due depositi alcuni razzi erano stati sparati dal Sud del Libano verso Israele, dove avevano causato il ferimento leggero di almeno tre persone. Intervenendo ad una trasmissione televisiva, il Ministro degli esteri Franco Frattini, come riportato dall’agenzia Ansa, dopo aver precisato che i razzi rinvenuti non sono di Hezbollah ma ''di formazioni estremiste palestinesi'', ha affermato che le truppe italiane dislocate in Libano nell'ambito della missione UNIFIL sono da quel momento ''in massima vigilanza'' ed hanno moltiplicato i pattugliamenti “per trovare eventuali basi missilistiche di questi estremisti”. L’intensificazione delle attività di pattugliamento di UNIFIL in cooperazione con l’esercito libanese era stata decisa - come riportato dalle agenzie di stampa  - dopo che il 25 dicembre i militari di Beirut avevano trovato, nell’area di operazioni, otto razzi di media e corta gittata puntati verso lo stato ebraico.

Dopo un ulteriore lancio di razzi contro Israele dal Sud del Libano il 14 gennaio 2009, caduti sulla zona di Khiriat Shmona senza causare vittime o danni, le indagini svolte da UNIFIL con le forze armate libanesi (LAF) hanno consentito di individuare diversi siti di lancio. Il Ministro della difesa, Ignazio La Russa, in visita al contingente italiano in Libano in quegli stessi giorni (13 gennaio) ha sottolineato che il livello di attenzione dei militari italiani è sempre alto, ma nonostante la situazione di tensione determinatasi a seguito dell'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza ''la situazione appare sotto controllo'' e non viene rilevato ''un accrescimento di pericolo rispetto al passato''. Il Ministro ha inoltre rilevato che l’avere appreso “la ferma volontà di tutto il governo di Beirut, quindi anche della componente Hezbollah, di impedire che partano razzi da questa parte, ci rassicura. I nostri soldati daranno il massimo contributo all'esercito libanese: abbiamo dato indicazioni che il loro intervento si spinga al massimo consentito dalle regole d'ingaggio''.

Il 21 febbraio i caschi blu di UNIFIL hanno individuato il campo dal quale sarebbero partiti i razzi - uno dei quali ha raggiunto il territorio di Israele e causato il ferimento di due persone – sparati dal sud del Libano la mattina di quello stesso giorno.

Si segnala, infine, che, come riportato da agenzie di stampa, la proposta di dare vita a truppe congiunte italo-francesi che operino nell'ambito della missione internazionale in Libano, avanzata dal presidente francese Nicolas Sarkozy nel corso della sua visita a Roma il 24 febbraio, è stata accolta con favore da parte italiana.


Elenco dei provvedimenti legislativi di autorizzazione, proroga e finanziamento della missione UNIFIL a partire dall’agosto 2006

 

Provvedimento legislativo

 

Periodo

Unità

Oneri (euro)

Decreto-legge 28 agosto 2006, n. 253, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 ottobre 2006, n. 270, recante disposizioni concernenti l'intervento di cooperazione allo sviluppo in Libano e il rafforzamento del contingente militare italiano nella missione UNIFIL, ridefinita dalla citata risoluzione 1701 (2006) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Fino al 31/12/2006

 

 

2.496

 

 

 

186.881.868

Decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 marzo 2007, n. 38, recante proroga della partecipazione italiana a missioni umanitarie e internazionali

Fino al 31/12/2007

 

2.450

 

 

386.680.214

Decreto-legge 31 gennaio 2008, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 marzo 2008, n. 45, recante disposizioni urgenti in materia di interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché relative alla partecipazione delle Forze armate e di polizia a missioni internazionali

Fino al 30/09/2008

 

 

2.743

 

 

 

 

297.207.117

Decreto-legge 22 settembre 2008, n. 147, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 novembre 2008, n. 183, recante disposizioni urgenti per assicurare la partecipazione italiana alla missione di vigilanza dell'Unione europea in Georgia

Fino al 31/12/2008

 

2.460

 

 

112.542.774

Decreto-legge 30 dicembre 2008, n. 209, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2009, n. 12, recante proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali

Fino al 30/06/2009

 

2.470

 

 

192.102.649

Decreto-legge 1 luglio 2009, n. 78, recante provvedimenti anticrisi, nonché proroga di termini e della partecipazione italiana a missioni internazionali

Fino al 31/10/2009

Dati non disponibili nella relazione tecnica del D.L.

 

 

 


Scheda paese
(a cura del Servizo Rapporti Internazionali)

 

 

Map of Lebanon

 

(aggiornamento: giugno 2009)

 

 

Profilo storico-politico

 

Il Libano ha dichiarato la sua indipendenza il 22 novembre 1943, ma solo con la fine della presenza militare francese nel Paese, che si ebbe dal 1° gennaio 1946, il Paese può dirsi realmente indipendente.

L’intrinseca debolezza della società libanese, troppo frammentata al suo interno, e il suo carattere ibrido (tra identità araba e quella nazionale libanese), hanno reso il paese facile preda di opposti antagonismi. Dopo la sconfitta della coalizione araba contro Israele nel 1967 e l’espulsione dell’OLP dalla Giordania nel 1970 (cd. Settembre nero), si verificò un crescente afflusso di profughi Palestinesi verso il Sud del Libano, che divenne rifugio dei guerriglieri dell’OLP e base della lotta armata verso Israele. La guerra civile, scoppiata nel 1975 e conclusasi nel 1989, fu scatenata proprio dalle profonde rivalità interne. Da una parte la comunità sciita, sostenuta inizialmente dalla Siria – successivamente dalla rivoluzione khomeinista – e dall’Iran (coalizione di palestinesi alleati a libanesi musulmani sunniti, sciiti (Amal) e drusi), chiedeva il riconoscimento di maggiori diritti. Dall’altra i cristiani maroniti, incoraggiati da Israele si volsero a destra, soprattutto alla Falange (organizzazione parafascista guidata dalla famiglia Gemayel).

Come risposta ai combattimenti tra milizie cristiane e musulmane la Siria intervenne nel 1976: i musulmani trovarono sì un riparo, ma nel frattempo persero l’indipendenza politica (imposizione Presidente Elias Sarkis). Nel 1978 lo Stato ebraico occupò il Sud del Libano, al fine di tutelarsi dagli attacchi dell’OLP e fu instaurata una zona di sicurezza, posta sotto il controllo delle milizie libanesi filo-israeliane: il Paese divenne preda degli appetiti politici siriani e israeliani, e la guerra civile un tunnel senza uscita. La comunità internazionale intervenne inviando truppe di pace (tra cui un contingente italiano). Il culmine della violenza sfociò il 15 settembre 1982, quando le milizie cristiano-falangiste entrarono nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, e massacrarono tra le 500 e le 700 persone.

Dopo il disimpegno israeliano, la guerra civile andò ad esaurirsi e nel 1989 si tenne a Taif, in Arabia Saudita, un vertice tra le varie componenti politiche libanesi, che pose fine al conflitto. Beirut rientrò completamente sotto l’ala di Damasco, in particolare nella politica estera e di difesa: la Siria conservò le truppe in territorio libanese e coltivò la sua alleanza con Hezbollah (Partito di

Dio), un nuovo raggruppamento sciita militante, molto vicino alle posizioni dello sciismo iraniano, forza che rimpiazzò la presenza dell’OLP nel Sud del Libano.

Tra il 1989 e il 2004 il Libano ha progressivamente ripreso la vita normale. Ma il 14 febbraio 2005 un grave avvenimento impresse una nuova svolta: l’ex Primo Ministro Rafiq Hariri, ostile alla Siria, veniva assassinato in una via di Beirut (attentato attribuito ai servizi segreti siriani). Per l’occasione, la popolazione libanese scese in piazza per chiedere il ritiro dei siriani dal Paese, nuove elezioni e la verità sull’assassinio di Hariri; l’imponente manifestazione popolare, passata alla storia come la “Primavera di Beirut” ha costretto Damasco al ritiro delle truppe, completato il 26 aprile 2005.

Il 12 luglio 2006, la cattura di 2 soldati israeliani e l’uccisione di altri 8, da parte della milizia Hezbollah ha provocato l’inizio di un conflitto con Israele, durato 33 giorni. I bombardamenti israeliani si sono accaniti, non solo contro i miliziani e la comunità sciita, colpendone i villaggi del sud, la periferia meridionale della capitale e quelli della Bekaa (Baalbeck), ma sono stati estesi all’intero territorio, causando morti (1300, di cui 600 minori), feriti (4000) e pesantissime distruzioni: 650 Km di strade e 92 ponti abbattuti, 110.000 abitazioni (40.000 a Beirut) distrutte, pericolanti o danneggiate, 137 scuole, 25 ospedali ed un numero imprecisato di fabbriche ed aziende agricole rase al suolo.

Dopo la cessazione delle ostilità, imposta dalla Risoluzione 1701 e la fine dell’embargo posto da Israele, il Libano si è avviato verso la fase della ricostruzione, in un contesto politico interno molto deteriorato. La spirale di violenza in cui è entrato il Paese è sfociata, nel corso degli ultimi anni, in una serie di attentati mortali a numerosi esponenti politici. Nel giugno del 2005 il giornalista anti-siriano Samir Kassir e il leader comunista George Hawi vengono uccisi in due diversi attentati; nel mese di dicembre è la volta del  parlamentare anti-siriano Gebran Tueni. Due anni dopo, il 23 novembre 2007, viene assassinato il Ministro dell’Industria Pierre Gemayel, mentre a giugno muore nello scoppio di un’autobomba il deputato anti-siriano Eido. A settembre dello stesso anno il deputato antisiriano Antoine Ghanem è vittima di un altro attentato.  

In una situazione così difficile, l’elezione alla presidenza della Repubblica libanese del Generale Michel Sleiman (il 25 maggio 2008) e la successiva formazione del Governo di Unità Nazionale, segnano la fine del vuoto istituzionale nel Paese e aprono la strada alla ripresa del dialogo interno. Nonostante tutto, gli episodi di violenza non si sono fermati: dagli scontri nel campo profughi di Nahr al-Basred tra le truppe regolari libanesi e i militanti radicali di Fatah al-Islam (vicini ad al-Qaeda) e l’uccisione (l’11 settembre 2008) dell’uomo politico del Partito Democratico Saleh Aridi (druso filo-siriano). Alcuni giorni dopo, un attentato ad un autobus ha causato la morte di sei militari delle Forze Armate Libanesi.

 

 

Dati geo-politici

 

DATI GENERALI

Superficie

10.400 Kmq (un trentesimo del territorio italiano)

Capitale

BEIRUT (403.000 abitanti)

Abitanti

3.971.941

Tasso di crescita della popolazione

1,1%

Aspettativa di vita

73 anni

Composizione etnica

Arabi 95%, Armeni 4%; altri 1%

Religioni praticate

Musulmani 60% (Sciiti, Sunniti, Drusi, Isma'ili, Alawiti) [5]; Cristiani 39% (sono 12 gruppi tra cui i più importanti sono,Maroniti, Greco ortodossi,  Armeni, Siriani, Copti, Caldei, Protestanti e altri); altri 1%.

Tasso alfabetizzazione

87,4%

 

 

 

CARICHE DELLO STATO

 

Presidente della Repubblica

Michel Sulayman (dal 25 maggio 2008)

Presidente del Parlamento e Leader del Blocco “Sviluppo e Resistenza”, alleato con il movimento Hezbollah

 

Nabih Berry (sciita, dal 1992) filosiriano

 

rieletto il 25 giugno 2009

Capo del Governo

Saad Hariri (incaricato dal Presidente della Repubblica il 27 giugno 2009; sostituisce Fouad Siniora; sono in corso le consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo; cfr. infra)

 

 

SCADENZE ELETTORALI

 

Presidenziali

2014 (le ultime si sono tenute a maggio 2008)

Politiche

Le elezioni si sono tenute il 7 giugno 2009; le prossime sono previste nel 2013.

 

 

QUADRO POLITICO

 

Le elezioni legislative svoltesi lo scorso 7 giugno (su cui si veda infra lo specifico focus) a conclusione di una campagna elettorale aspra hanno portato all’affermazione della coalizione filo-occidentale del “14 marzo”. Il raggruppamento guidato da Saad Hariri ha infatti conquistato 68 dei 128 seggi dell’Assemblea Nazionale, pari al 22% dei Deputati, ai quali si aggiungeranno altri 3 seggi attribuiti a candidati indipendenti ma vicini alla maggioranza.

La partita si sposta ora sulla formazione del nuovo esecutivo che Saad Hariri è stato chiamato a costituire. In un clima di apparente ritrovata concordia nazionale e di diffusa volontà di collaborare, la formula di un Governo di Unità Nazionale sembra ormai acquisita anche se occorre ancora stabilire quali garanzie potranno essere concesse all’opposizione. Hezbollah, per ora, si limita ad esigere preliminari assicurazioni sul futuro del suo arsenale cui non intende rinunciare (sulla formazione del nuovo esecutivo si veda infra lo specifico focus).

La complessa crisi libanese conferma il peso delle "linee di frattura" che corrono lungo l'accidentata dorsale del Paese: quella geo-politica tra l'asse sciita (con protagonista l'Iran di Ahmadinejad) e l'asse arabo-sunnita; quella di natura politica interna (campo filo-occidentale del 14 marzo e campo pro-siriano dell’8 marzo); quella relativa alla politica dei cristiani, quella, infine, socio-economica (tra fasce di estrazioni borghese, per lo più sunnite e cristiane, e il sotto-proletariato sciita).

Si ricorda che le elezioni legislative, a partire dal 1992, si sono tenute regolarmente ogni quattro anni; si sono succeduti tre Presidenti della Repubblica. Il sessennio dell’ex Capo dello Stato, Emile Lahoud, è giunto a scadenza nel settembre 2004, ma è stato prorogato per tre anni su pressione della Siria. L’approvazione in Parlamento dell’emendamento costituzionale che ha consentito la suddetta proroga[6] ha messo in luce una sostanziale incapacità dei principali partiti dell’opposizione, soprattutto cristiani, di adottare strategie comuni per costituire un blocco compatto. Ignorando la Risoluzione 1559, adottata dodici ore prima dal CdS[7], la maggioranza dei deputati libanesi ha dunque deciso in favore del prolungamento del mandato di Lahoud fino al 24 novembre 2007.[8]

La proroga non è stata ben accolta da diversi membri del Governo, che hanno rassegnato le dimissioni in segno di protesta, schiudendo così la via alla crisi di governo, che ha portato alle dimissioni del Primo Ministro, Rafiq Hariri (20 ottobre 2004) e alla creazione di un nuovo Governo filo-siriano. A seguito dell’assassinio di Hariri le tensioni tra Governo e opposizione si sono ulteriormente inasprite, anche intorno alla questione relativa alla creazione del Tribunale[9] a carattere internazionale incaricato di giudicare i responsabili dell’uccisione dell’ex Primo Ministro Rafiq Hariri. 

Le elezioni legislative, a cavallo tra maggio e giugno 2005, hanno dato vita alla Assemblea parlamentare.[10] Il 19 luglio 2005 è stato formato un Governo guidato dall’ex Ministro delle finanze e uomo di fiducia di Rafiq Hariri, Fouad Siniora. Dell' "ordine siriano" sono rimasti Emile Lahoud, Nabih Berri ed il Segretario Generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Hezbollah ha allacciato alleanze elettorali con il suo nemico e correligionario Nabih Berri, leader della corrente "Amal", con drusi, cristiani e sunniti, per accrescere la sua presenza in Parlamento, cercando in tal modo di privilegiare l'aspetto politico su quello militare del movimento, nonostante le sue dichiarazioni aggressive e scomposte contro la comunità internazionale (segnatamente USA ed Israele), rea di averne chiesto il disarmo.

Nel marzo del 2006 è iniziato il “Dialogo nazionale”, un esercizio, promosso da Nabih Berri, che ha riunito le delegazioni dei principali leaders politici del Paese, per discutere sui più rilevanti temi politici: dall’inchiesta sull’uccisione di Hariri alla creazione del Tribunale internazionale, dalla questione del disarmo delle milizie Hezbollah e palestinesi a quelle inerenti le fattorie di Chebaa (ancora occupate dall’esercito israeliano). L’esercizio si è protratto fino alla fine di giugno 2006 quando il conflitto con Israele ha causato il sostanziale fallimento del “Dialogo Nazionale”.

Dopo la cessazione delle ostilità, imposta dalla Risoluzione 1701, e la fine dell’embargo posto da Israele, il Libano si è avviato verso una difficile fase di ricostruzione, in un contesto politico interno incerto che si è progressivamente aggravato fino alle dimissioni dall’esecutivo dei ministri sciiti Hezbollah e Amal (Esteri, Sanità, Energia, Lavoro e Agricoltura) avvenute l’11 novembre 2006. Il Paese è quindi ripiombato in una grave crisi politico-isituzionale culminata negli scontri violenti del mese di maggio 2008 tra milizie Hezbollah e sunnite.

Solo l’accordo di Doha il 21 maggio 2008 con la mediazione della Lega Araba hanno consentito di riportare il Libano sulla via di una progressiva normalizzazione democratica. L’intesa Qatarina ha aperto la strada all’elezione alla Presidenza della Repubblica del Generale Michel Suleiman e alla successiva formazione di un Governo di Unità Nazionale (l’incarico di formare il nuovo Esecutivo è stato conferito il 28 maggio a Fouad Siniora, Capo del Governo uscente). Il 16 settembre 2008 si è svolta la prima sessione del “Dialogo Nazionale” promossa dal Presidente Sleiman, che ha riunito gli esponenti delle maggiori forze politiche libanesi allo scopo di definire consensualmente una serie di questioni politiche determinanti per il futuro del Paese. Il processo negoziale, che si preannuncia lungo e complesso, si troverà ad affrontare tematiche particolarmente complesse come quelle relative al disarmo delle milizie (legata all’elaborazione di una “strategia di difesa nazionale”) sulla quale si registrano già notevoli divergenze tra le varie forze politiche. Il Partito di Dio interpreta la “strategia di difesa” come la definizione di modalità idonee a consentire una complementarietà tra le attività delle Forze Armate Libanesi e quelle della Resistenza (che conserverebbe dunque il proprio arsenale), mentre per gli esponenti del "14 marzo" l'obiettivo resta quello di pervenire ad un assorbimento delle armi e delle dotazioni logistiche di Hezbollah nel quadro statuale, conseguendo un generale disarmo di tutte le milizie operanti in Libano.

 

 

QUADRO ISTITUZIONALE

 

 

 

Sistema politico

 

Il Libano è una Repubblica indipendente dal 1943[11]. La Costituzione è del 1926, ma è stata profondamente modificata nel 1943 e nel 1989 (a seguito degli accordi di Taif che hanno posto fine alla guerra civile). Il Libano può essere definito una Repubblica semipresidenziale perché il Presidente della Repubblica, per quanto non eletto direttamente dal corpo elettorale, condivide il potere esecutivo con il Primo Ministro, partecipando alle sedute del Consiglio dei ministri, nominando e revocando il Primo Ministro.

L'elemento più importante, però, del sistema politico libanese è il confessionalismo, ossia un assetto istituzionale in cui l'appartenenza religiosa di ogni singolo cittadino diventa il principio ordinatore della rappresentanza politica (parlamento e governo) e il cardine del sistema giuridico. Anche gli incarichi amministrativi sono suddivisi tra le differenti confessioni religiose secondo un meccanismo predeterminato di quote riservate, che sono attribuite a ciascun gruppo in funzione del suo peso demografico e sociale.

In base a una convenzione costituzionale risalente al "patto nazionale" (al-mīthāq al-watanī) del 1943, le più alte cariche dello Stato sono assegnate ai tre gruppi principali: il Presidente della Repubblica è maronita, il Primo Ministro è sunnita, mentre il Presidente del Parlamento è sciita.

Gli accordi di Tā'if del 1989 non hanno modificato questo sistema, ma si sono limitati a riequilibrare i rapporti di forza tra le confessioni maggiori, facendo in modo che il numero di deputati musulmani fosse pari al numero di deputati cristiani, e aumentando i poteri e le prerogative del Primo Ministro a scapito del Presidente della Repubblica. Gli accordi di Taif prevedevano l’eventuale eliminazione del sistema confessionale a favore dell’esperienza e la competenza ma poco è stato fatto in questo senso. Una rilevante eccezione, tuttavia, sono le forze armate libanesi che hanno significativamente ridotto il ruolo del confessionalismo nella nomina e promozione degli ufficiali.

La vita politica del Libano di fatto è influenzata da poche famiglie e dalla vicina Siria[12].

 

Presidente della Repubblica

 

E’ eletto dall’Assemblea Nazionale ed il suo mandato dura sei anni, non rinnovabili consecutivamente. Come già detto, il Presidente della Repubblica deve essere di confessione cristiano-maronita. Il Presidente è Capo dello Stato e delle Forze armate; è Presidente del Consiglio Superiore di difesa. Nomina il Presidente del Consiglio, previa consultazione del Presidente dell'Assemblea Nazionale, sulla base di consultazioni parlamentari obbligatorie, dei cui risultati lo informa ufficialmente. Il Presidente della Repubblica può revocare il Presidente del Consiglio.       

Promulga il decreto di nomina del Presidente del Consiglio e – in accordo con questi – il decreto di formazione del Governo, nonché i decreti che accettano le dimissioni dei Ministri o che dispongono la loro revoca.

Presiede il Consiglio dei ministri quando lo desidera, ma non ha potere di voto. Ha la facoltà, di concerto con il Primo Ministro ed il Governo, di negoziare trattati internazionali. Se tali trattati interessano le finanze statali, il commercio, ed hanno durata pluriennale, devono essere necessariamente approvati dall’Assemblea Nazionale. Il Presidente ha inoltre la facoltà di sciogliere l’Assemblea Nazionale, e può rinviare una legge all’Assemblea Nazionale affinché la riesamini. Entrambe le prerogative devono essere esercitate in consultazione con il Governo. Il Presidente può essere infine sottoposto a procedimento di accusa per violazione della Costituzione ed alto tradimento. La decisione di impeachment deve essere approvata da due terzi dei membri dell’Assemblea Nazionale. In caso di approvazione, il Presidente è giudicato dal Consiglio supremo per il giudizio di Presidenti e Ministri.

 

 

Governo

 

Il Capo del Governo è il Presidente del Consiglio dei Ministri (musulmano sunnita), responsabile dell’esecuzione della politica generale delineata dal Consiglio dei Ministri.

Il Presidente del Consiglio:

-          Presiede di norma il Consiglio dei Ministri;

-          è Vice Presidente del Consiglio Superiore di difesa;

-          svolge le consultazioni parlamentari per formare il nuovo governo, il cui decreto di formazione controfirma con il Presidente della Repubblica; entro 30 giorni dalla pubblicazione del decreto, il Governo si presenta alla Camera per ottenerne la fiducia, senza la quale non può esercitare i suoi poteri;

-          espone la politica generale del Governo davanti alla Camera;

-          controfirma con il Presidente della Repubblica tutti i decreti, ad eccezione di quello che lo designa Capo del Governo e di quello che accetta le dimissioni del Governo;

-          firma i decreti di promulgazione delle leggi e di rinvio per una seconda lettura;

-          convoca il Consiglio dei Ministri e ne stabilisce l’ordine del giorno, informandone preliminarmente il Presidente della Repubblica;

-          assicura il coordinamento tra i Ministri e impartisce le direttive generali per garantire il buon andamento dei lavori

I Ministri sono responsabili del proprio operato dinanzi all’Assemblea Nazionale. Il Governo deve essere per metà musulmano e per metà cristiano.

 

 

Parlamento

 

Il potere legislativo spetta all'Assemblea Nazionale (Majlis al-Nuwab), composta di 128 parlamentari, eletti per quattro anni. I parlamentari, secondo un complesso meccanismo elettorale, che risponde a criteri geografici e religiosi, sono divisi equamente tra cristiani e musulmani. Ai musulmani sciiti spetta la carica di Presidente dell’Assemblea Nazionale.

Si ricorda, infatti, che i seggi vengono ripartiti su base confessionale, con una rappresentanza di 64 seggi a testa tra Cristiani e Musulmani. Ogni confessione ha un numero di posti in Parlamento che sono predeterminati: in tal modo ai Cristiani maroniti sono destinati 34 seggi; ai Sunniti ed agli Sciiti 27 seggi a testa; ai Greco-ortodossi 14 seggi; ai Drusi ed ai Greco-cattolici 8 seggi ognuno; agli Armeni ortodossi 5 seggi; agli Alawiti 2 seggi ed alle altre comunità cristiane 3 seggi.

Il Paese è diviso in 5 grandi Governatorati, a loro volta suddivisi in vari collegi elettorali, in ognuno dei quali i seggi destinati alle varie confessioni sono già prestabiliti. Ogni elettore può votare per tutti i seggi disponibili nel proprio collegio elettorale ma, per ogni posto, ogni candidato ha come avversari solo candidati appartenenti alla stessa confessione. In tal modo coloro che concorrono per l’assegnazione dei seggi devono riuscire non solo ad ottenere i consensi dei propri correligionari, ma anche quelli degli appartenenti alle altre confessioni; con questo sistema si mira a dare un vantaggio ai candidati più moderati all’interno di ogni gruppo confessionale, tentando di ridurre al minimo le tensioni interconfessionali e di massimizzare il livello di dialogo tra le diverse comunità religiose.

A seguito delle elezioni del 7 giugno 2009, la composizione del Parlamento risulta la seguente:

 

ALLEANZA:

BLOCCO/PARTITO:

SEGGI:

TOTALE:

 

 

 

 

14 MARZO

Blocco del Futuro (Hariri)

28

 

 

 

 

             68

Movimento democratico (Joumblatt)

10

Forze Libanesi (Geagea)

5

Kataeb (Gemayel)

5

Blocco di Tripoli (Safadi)

3

Nazionalisti Liberi (Dory Chamoun)

1

Jamaa Islamica

1

Altri pro 14 marzo

15

Indipendenti

Circoscrizione di Tripoli

2

                  3

 

Circoscrizione di Metn

1

 

 

 

 

 

 

8 MARZO

Cambiamento e riforma (Aoun)

19

 

 

 

 

 

 

 

              57

Liberazione e sviluppo (Berri)

13

Fedeltà alla Resistenza (Hezbollah)

12

Marada (Frangieh)

3

Baath

2

Tashnag (Armeni)

2

Partito naz. Sociale Siriano

2

Blocco Arslan

1

Azione Islamica

1

Altri pro 8 marzo

2

TOTALE GENERALE       

 

 

     128                                                                              

 

 


           


FOCUS

 

 

Le elezioni del 7 giugno

 

Le elezioni svoltesi hanno visto sfidarsi le due coalizioni denominate, rispettivamente, Fronte 14 marzo e Fronte 8 marzo, la prima delle quali filo occidentale, mentre la seconda filo siriana e filo iraniana. Il risultato finale è stato di 71 seggi nel complesso per la coalizione Fronte 14 marzo, guidata da Saad Hariri, e 57 seggi per la coalizione Fronte 8 marzo, i cui principali leaders sono Berri, Aoun e Nasrallah.

Elemento interessante è rappresentato dalla elevata percentuale di partecipazione al voto: ha votato il 55% del totale degli elettori (più 4,2% rispetto al 2005). Sembra quindi che il Paese che si sia comunque mobilitato e lo abbia fatto nella maniera più partecipata dalla fine della guerra civile ad oggi. Il Libano nel suo complesso sembra quindi chiedere stabilità, accettando che la contesa si trasferisca dagli scontri di strada alle aule parlamentari.

Lo stesso Hariri ha affermato che “queste elezioni non hanno vincitori o sconfitti, perché l'unico vincitore è la democrazia, il più grande vincitore é il Libano”.

Un elemento di novità del risultato elettorale è rappresentato dall’impasse del risultato del partito cristiano maronita dell’ex generale Michel Aoun, alleato di Hezbollah nel Fronte 8 marzo. Il risultato ha deluso in particolare nel collegio di Zahleh, dove Aoun è stato sconfitto ad opera di Samir Geagea, membro del Fronte 14 marzo.

Alcuni osservatori sostengono che Aoun è stato intralciato in qualche modo anche dall’impegno diretto nella contesa elettorale da parte del Patriarca Maronita Boulos Nasrallah Sfeir, il quale ha poi commentato il risultato elettorale felicitandosi che il Paese non sia stato consegnato nelle mani di Damasco e Teheran.

Il LMP di Aoun ha tuttavia mantenuto i suoi 19 seggi totali e, insieme ai suoi alleati cristiani collaterali (il Blocco per la Riforma e il Cambiamento), raggiunge i 27 seggi, ma il risultato complessivo è comunque al di sotto delle attese.

I due partiti cristiani collocati nel Fronte 14 marzo hanno invece conseguito un buon risultato: si tratta di due storici partiti cristiani, il Kataeb (legato ai Gemayel) e le Forze Libanesi di Samir Geagea. Essi hanno conseguito 5 seggi a testa.

Ai due partiti sciiti, (Amal, il partito di Berri, e Hezbollah, il partito di Nasrallah), membri dell’Alleanza 8 Marzo, sono andati rispettivamente 13 seggi e 12 seggi.

Nasrallah si è felicitato con i vincitori, pur lamentandosi per l’impegno diretto nelle elezioni del Patriarca maronita. Amal, il partito di Berri, si è confermato come primo partito sciita ed ha immediatamente rivendicato la rielezione di Nabih Berri a Presidente del nuovo parlamento, come poi avvenuto.

Il leader druso Walid Joumblatt, membro del Fronte 14 marzo, ha visto una moderata flessione del suo risultato. Egli, già prima delle elezioni si era espresso per una apertura nei confronti di esponenti moderati della coalizione avversa (ovvero Berri) e per un disgelo nei confronti della Siria.

Nella circoscrizione di Beirut, su 19 seggi totali in palio, la coalizione 14 Marzo ne ha ottenuti 17, mentre gli altri due sono andati alla coalizione 8 marzo.

I commentatori politici hanno formulato alcune riflessioni circa le ricadute del risultato elettorale sulla influenza di Siria e Iran nell’area. Secondo alcuni commentatori, osservando il risultato conseguito da Aoun e Nasrallah, sembra potersi concludere che il generale Aoun esca penalizzato dalle elezioni, perché ha potuto mantenere il totale dei suoi seggi solo grazie all’appoggio sciita. Il leader di Hezbollah, Nasrallah, può invece sostenere di avere mantenuto sostanzialmente integra la sua forza politica. I due leaders vengono accreditati come vicini, rispettivamente, a Siria e Iran: in questo modo può introdursi l’ipotesi che le elezioni ridimensionino l’influenza di Damasco e mantengano inalterata quella di Teheran. Questa ipotesi potrà subire un ulteriore vaglio alla luce degli sviluppi della situazione interna in Iran.

Il Ministro degli Affari esteri, Frattini, ha valutato positivamente l’esito e le modalità con le quali si è svolta la consultazione elettorale, aspetti che, a suo dire, vanno nella direzione della stabilizzazione del Paese.

Il capo della diplomazia italiana si è detto "certo che la coalizione vincente potrà garantire il rafforzamento della cooperazione con l'Occidente, l'Unione europea e l'Italia, sotto la guida del presidente Michel Suleiman che apprezziamo grandemente”. Per quanto riguarda l’impegno dei militari italiani nel paese il Ministro ha aggiunto che “l'Italia non farà mancare il suo sostegno alla stabilizzazione del Paese grazie alla missione UNIFIL, sotto la guida del generale Claudio Graziano”.

Il 25 giugno 2009, Nabih Berri è stato rieletto Presidente del Parlamento libanese, grazie anche ai voti del partito di Hariri. Con 90 voti su 127 (il Parlamento è composto di 128 seggi e vi era un deputato assente), il neoeletto Parlamento libanese ha eletto a Beirut, per la quinta volta consecutiva, il leader sciita Nabih Berri Presidente dell'Assemblea, che secondo il sistema confessionale locale deve appartenere alla comunità musulmana sciita.

Berri, leader del partito sciita Amal, alleato del movimento filo-iraniano Hezbollah, e' alla quinta legislatura in parlamento dal 1990. E' uno degli esponenti di spicco dell'opposizione libanese, sostenuta da Iran e Siria, che nelle elezioni del 7 giugno scorso ha perso, per 13 seggi, contro la passata e attuale maggioranza.

L'elezione di Berri era stata largamente prevista dopo che tutti i leader dei blocchi parlamentari avevano annunciato, secondo lo spirito di ''democrazia consensuale'', di voler confermare il leader sciita alla seconda carica dello Stato, dopo quella del presidente della Repubblica (cattolico-maronita) e prima di quella del premier (musulmano sunnita).

Si rappresenta infine che l’Alto Rappresentante della UE per la Politica Estera, Javier Solana, ha incontrato nel corso della sua visita in Libano, avvenuta il 13 giugno scorso, un deputato di Hezbollah, affermando poi che il partito Hezbollah è parte della società libanese, rappresentato in Parlamento, e per questo non può essere considerato una organizzazione terroristica.

 

 

La formazione del nuovo esecutivo

 

Dopo l'elezione di Berri, il Presidente della Repubblica libanese, Michel Suleiman ha avviato il 26 giugno le consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo e il giorno seguente ha conferito a Saad Hariri – figlio dell'ex primo ministro Rafic ucciso in un attentato a Beirut, e leader della coalizione 14 marzo, che ha vinto le elezioni – la nomina a Presidente del Consiglio.

Quattro anni dopo l'assassinio del padre Rafik, il figlio Saad Hariri, vicino all'Arabia Saudita e gradito agli Usa, ne raccoglie oggi pienamente l'eredità politica. Morto il padre, che era stato per cinque volte primo ministro, è apparso subito chiaro che lo scettro della politica sarebbe passato a Saad, che però non riteneva di avere ancora l'esperienza necessaria e ha dedicato questi anni a guidare con successo il Movimento per il Futuro, il partito moderato filo occidentale fondato dal padre, che ha vinto le elezioni nel 2005 e nel 2009. Il difficile incarico di Primo Ministro è stato intanto assunto da Fuad Siniora, stretto collaboratore di Rafik Hariri.

A favore della sua nomina - approvata a grande maggioranza dal Parlamento (86 voti a favore su 128) - hanno votato tutti i deputati della sua coalizione più quelli del movimento sciita Amal, il cui leader è il Presidente del Parlamento Nabih Berri (rieletto per la quinta volta anche grazie ai voti del partito di Hariri). Si sono invece astenuti i parlamentari di Hezbollah e del movimento cristiano di opposizione del generale Michel Aoun.

 “Sarà un governo omogeneo e di consenso, in linea con i principi costituzionali. (…) Inizieremo le consultazioni con tutti i blocchi parlamentari sulla base del nostro impegno in favore di un governo di unità nazionale, nel quale tutti i principali blocchi siano rappresentati, e che sia armonioso e operativo", ha dichiarato Hariri, subito dopo aver ricevuto l'incarico di formare il nuovo esecutivo.

“In questa missione - ha aggiunto Hariri - tendo le mani ai nostri partner nel Paese, assicurando che ascolteremo le loro voci e terremo conto dei loro interessi”. Il riferimento implicito e' all'opposizione, guidata dal movimento sciita filo-iraniano Hezbollah, sostenuta anche dalla Siria.

Nabih Berri ha spiegato di aver appoggiato la nomina di Hariri a condizione che il nuovo premier formi un governo di unità nazionale: "Voglio vedere un governo formato da maggioranza e opposizione”. Anche Hezbollah vuole entrare a far parte di un governo di unità nazionale, ma la maggioranza non vuole che la minoranza disponga di un potere di veto, come è stato nel governo di unità nazionale attualmente in carica, guidato da Fouad Siniora. Peraltro, in un eventuale governo formato da 30 dicasteri (assegnati metà a musulmani sunniti e sciiti e metà a cristiani), secondo fonti di stampa, l'opposizione chiede di fatto dieci poltrone, ossia 'un terzo di garanzia' che, in base ad una convenzione mai sancita dalla Costituzione, assicurerebbe a Hezbollah e ai suoi la possibilità di bloccare decisioni poco gradite prese dalla maggioranza.

Prima dell'annuncio del nuovo esecutivo potrebbero, quindi, passare alcuni giorni, necessari a svolgere i negoziati con gli alleati, per conciliare posizioni assai distanti. Si tratterà, infatti, di far convivere nell'esecutivo di 'unita' nazionale' le numerose anime politiche del Paese: gli alleati della Siria, dell’Arabia Saudita, di Teheran e quelli di Washington, accanto a qualche tecnocrate 'indipendente'.

Ad esempio, la legittimità dell'arsenale della milizia sciita anti-israeliana, messa in discussione da Washington, è la prima delle questioni - secondo il Partito di Dio - su cui il governo di Beirut non dovrà mai pronunciarsi.

Intanto giungono dall'estero le prime reazioni di approvazione alla nomina di Hariri. "Saremo onorati di lavorare con lui e con il suo governo" ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Philip Crowley. Anche la Francia ha espresso la sua soddisfazione. In tal senso si sono infatti pronunciati il Primo Ministro, Francois Fillon, il Ministro degli Esteri, Bernard Kouchner, in un messaggio inviato ad Hariri.

Anche il Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ha elogiato la designazione di Saad Hariri, che "arriva al termine dell'eccellente svolgimento delle recenti elezioni politiche che hanno testimoniato la forza della democrazia libanese". Sarkozy ha assicurato ad Hariri "la prosecuzione del sostegno pieno e determinato della Francia a favore della sovranità, della stabilità e della prosperità del Libano".

Dopo l’incarico ad Hariri, il 28 giugno si sono verificati scontri armati nella zona ovest di Beirut tra i sostenitori del Partito sciita Amal del presidente del Parlamento Nabih Berri e i sunniti del "movimento del futuro" del premier designato Saad Hariri. Durante gli scontri una donna è rimasta uccisa. In serata l'esercito libanese è riuscito a riportare una calma relativa nella zona.

La radio Voce del Libano ha precisato che in seguito al massiccio dispiegamento di militari, 'una calma tesa regna ora ad Aisha Bakkar', centrale quartiere a maggioranza sunnita della capitale, luogo degli scontri. L'agenzia ufficiale libanese Nna riferisce inoltre che, per il timore che le violenze possano riesplodere anche in altri quartieri di Beirut, i soldati dispiegati nella capitale hanno ricevuto l'ordine di sparare a vista a qualunque individuo imbracci un'arma.

 

 

Il Tribunale Internazionale per il Libano

 

La United Nations International Independent Investigation Commission (UNIIIC), creata per indagare sull’assassinio del Premier Rafiq Hariri attraverso l’approvazione unanime della Risoluzione 1595 del 2005, espresse la convinzione che l’assassinio del 14 febbraio 2005 fosse stato condotto da un gruppo di persone ben organizzato, sottolineando che nell’attentato fossero coinvolti la Siria e il Libano. Il 31 ottobre 2005 il Consiglio di Sicurezza (CdS) adottò all’unanimità la Risoluzione 1636 del 2005 che riprendeva le conclusioni del Rapporto della Commissione. Il CdS imponeva alla Siria di cooperare pienamente con le indagini della stessa Commissione, anche se il testo non conteneva alcuna sanzione nei confronti di Damasco. Dopo la presentazione del secondo Rapporto della Commissione, il CdS adottò il 15 dicembre un’altra Risoluzione (1644/2005) che estendeva di ulteriori 6 mesi il mandato della Commissione, ingiungeva alla Siria di collaborare senza ambiguità con le indagini e di rispondere in futuro ad ogni domanda della Commissione. Il testo conteneva l’accoglimento della richiesta del Governo Libanese di giudicare i responsabili dell’assassinio davanti un Tribunale di natura internazionale.

Alla fine del 2005, i risultati della Commissione internazionale d’inchiesta portarono all’arresto di alti responsabili delle Forze dell’Ordine e dei Servizi di Sicurezza libanesi attualmente detenuti nel quadro dell’indagine in corso da parte della Commissione Brammertz. Si tratta di Moustapha Hamdane, Capo della sicurezza del Presidente della Repubblica; Jamil El Sayyed, Direttore Generale dei Servizi di sicurezza; Ali El Hajj, Capo della Polizia; Raymond Azar, Capo dei servizi di sicurezza militari. La Commissione ha individuato “collusioni” tra questi ultimi ed il “regime di Damasco”, per quanto riguarda la programmazione e l’esecuzione dell’attentato contro Hariri.

 

Il 30 maggio 2007 si è giunti all’adozione della Risoluzione 1757, con cui è stata stabilita la creazione di un Tribunale di natura internazionale, al fine di giudicare coloro che sono stati incriminati in relazione all’omicidio di Hariri. Il CdS ha previsto che il Tribunale comincerà i suoi lavori in una data che sarà determinata dal Segretario Generale, dopo aver sentito il governo libanese, in base ai progressi della commissione di inchiesta sull'omicidio Hariri. Il tribunale sarà formato da due collegi: uno di primo grado composto da tre giudici, un libanese e due stranieri; e uno d'appello comprendente cinque magistrati, di cui due libanesi. Per ragioni di sicurezza, la sede sarà situata al di fuori del territorio del Paese dei Cedri; tra gli Stati candidati a ospitare il tribunale ci sono Cipro, l'Olanda e anche l'Italia. L’attuazione della Risoluzione in questione ha fatto progressi. In occasione delle consultazione del CdS sull’istituzione del Tribunale (28 marzo 2008) è stato espresso il sostegno unanime al processo istitutivo, che ormai appare irreversibile.

Tale Tribunale, denominato Tribunale Speciale per il Libano – TSL - si è poi costituito, e si è insediato il primo marzo 2009 a Leidschendam, periferia dell'Aja. Esso è presieduto dall'italiano Antonio Cassese, ed e' incaricato di trovare e giudicare i responsabili dell'assassinio di Hariri, ucciso in un attentato a Beirut il 14 febbraio 2005.

L'ufficio del procuratore del Tribunale Speciale per il Libano (Tsl) che sta indagando sull'assassinio dell'ex primo ministro Rafik Hariri, ha aperto il 25 giugno 2009 un sito web criptato per chiunque abbia e intenda fornire informazioni rilevanti all'inchiesta.

 

 

I diritti umani

 

In generale il quadro relativo al rispetto dei diritti umani nel Paese mostra alcuni elementi di criticità, in particolar modo per quanto concerne le condizioni delle carceri, la situazione dei rifugiati palestinesi e dei lavoratori migranti. Ai rifugiati palestinesi vengono negati l’accesso al mondo del lavoro, l’assistenza sanitaria, i servizi sociali e l’assistenza legale, mentre ai lavoratori migranti viene negata la protezione legale.

Per quanto riguarda il sistema carcerario, la situazione degli istituti di pena libanesi non garantisce ai detenuti trattamenti conformi agli standard internazionali, e sono numerose le segnalazioni di casi di abusi e di uso della tortura ad opera delle forze di sicurezza. Per quanto riguarda la libertà di associazione, nel Paese sono attive numerose ONG, soggette però, insieme agli attivisti per i diritti umani, a gravi intimidazioni e pressioni.

Sebbene le libertà di stampa e di espressione siano garantite dalla Costituzione, il Governo libanese in realtà esercita pressioni sui giornalisti e sulle emittenti radiotelevisive dando luogo a forme di autocensura.

 

Poi, non mancano, tuttavia, segnali incoraggianti come il nuovo Codice Penale che recepisce i più moderni principi di tutela dei diritti civili individuali e collettivi. Viva soddisfazione è stata espressa dalla Commissione Diritti umani.

 

Si deve, inoltre, segnalare la recente abrogazione della Legge 302/1994, che impediva ai giudici di prendere in considerazione le circostanze attenuanti e rendeva nei fatti più facile la comminazione delle condanne a morte. Il nuovo Codice riduce inoltre i poteri della Procura Generale e della Polizia Giudiziaria, che spesso avevano lasciato a desiderare sul piano delle garanzie dell’habeas corpus.

 

La moratoria de facto delle esecuzioni capitali, stabilita nel 1998, è stata sospesa nel gennaio 2004 con tre condanne capitali e successivamente ripristinata.

 

La risoluzione ONU 1559

 

In seguito all’approvazione (il 28 agosto 2004) da parte del Consiglio dei Ministri libanese del disegno di legge per la revisione dell’art.49 della Costituzione - che fa divieto al Presidente uscente di essere rieletto o prorogato -  il CdS ha adottato il 3 settembre 2004 la risoluzione proposta da Stati Uniti, Francia, Germania e Regno Unito sulla questione dell’ ingerenza siriana in Libano, con particolare riguardo al processo elettorale presidenziale. Nel testo si riafferma il rispetto della sovranità libanese, si chiede il ritiro delle “remaining forces”nel Paese e si dichiara l’appoggio del CdS ad un processo elettorale “free and fair”. La risoluzione, che non ha conseguenze pratiche, poiché nel testo manca ogni riferimento a sanzioni, è stata accolta da parte siriana ed in Libano, tra i sostenitori del Presidente Lahoud, come una violazione del principio di non ingerenza negli affari interni di un Paese.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiede che tutte le rimanenti forze militari straniere presenti in Libano abbandonino il Paese, chiede il disarmo e lo scioglimento delle milizie libanesi e straniere presenti in Libano, supporta l’estensione del controllo del Governo di Beirut a tutto il territorio nazionale e annuncia il suo supporto affinché le prossime elezioni presidenziali in Libano siano libere e giuste, in accordo con il dettato della Carta Costituzionale libanese, senza interferenze o influenze di Paesi stranieri”.

La discussione in seno al Consiglio di Sicurezza sul Rapporto del Segretario Generale sull’applicazione della risoluzione 1559 si è conclusa il 17 maggio 2006 con l’adozione della UNSCR 1680 che fa riferimento allo stabilimento delle relazioni diplomatiche e della demarcazione dei confini tra Siria e Libano, argomenti peraltro non contemplati dalla stessa UNSCR 1559. Secondo i siriani, la risoluzione non contiene invece alcun cenno alla disponibilità dimostrata da Damasco a stabilire in futuro le relazioni diplomatiche con il Libano, né al comportamento costruttivo tenuto negli ultimi tempi dalla Siria sui diversi versanti (dal ritiro delle truppe dal Libano all’interruzione del traffico di armi clandestine dalla Siria). Soddisfazione è stata invece espressa dal Governo libanese, dai partiti dell’Alleanza del 14 marzo, che hanno lottato per il riacquisto della piena sovranità libanese, e dal Patriarca maronita, Nasrallah Sfeir.

 

 


 

 

POLITICA ESTERA

 

 

Israele

 

L’intervento armato israeliano nell’estate del 2006 ha portato all’aggravarsi delle tensioni esistenti tra i due Paesi. Il ritiro delle truppe israeliane dal sud del Libano, avvenuto il 24 maggio 2000, sembrava poter almeno in parte condurre ad una “normalizzazione”, per quanto incrinata dai danni patiti da Beirut negli anni della guerra civile e dell’occupazione israeliana.

Il principale ostacolo al miglioramento dei rapporti rimane il problema delle fattorie di Chebaa, le alture alle pendici del Monte Hermon sottratte da Israele al Libano nel 1967. A New York, nell’ambito delle consultazioni sull’applicazione della Ris.1701, da parte di numerose delegazioni è stata sottolineata l’aspettativa di proposte concrete da parte del Segretario Generale in merito. Il Governo libanese insiste nel richiedere che l’area venga posta sotto temporanea giurisdizione delle Nazioni Unite, secondo i sette punti del c.d. Piano Siniora[13], in attesa che vengano definiti i confini tra Siria e Libano. Da parte israeliana si è determinati invece a non avviare aperture su questo punto se non nel quadro di un negoziato più ampio che coinvolga anche Damasco.

 

Siria

La Siria è stata dalla fine della guerra civile libanese il grande artefice dei destini del Libano (la sua presenza militare è giustificata dall’Accordo di Taif e dal Trattato di Fratellanza del 1991 e ha permesso di controllare, tra le altre cose, i campi profughi palestinesi) ma, con il tempo, la sua “tutela” è diventata soffocante per quanti vi si oppongono (i cristiani dell'opposizione ed alcuni esponenti della componente musulmana).

A seguito del ritiro delle truppe siriane, ufficialmente completato il 26 aprile 2005, restano molte le questioni da risolvere, tra cui la demarcazione delle frontiere ed il ristabilimento di normali relazioni diplomatiche. Damasco continua a negare tassativamente le indiscrezioni circolanti sui presunti trasferimenti di armi ad Hezbollah dal confine terrestre siriano, invitando a fornirne le eventuali prove. La Siria conferma altresì il proprio appoggio alla mediazione della Lega Araba per la crisi libanese precisando che i contenuti della possibile soluzione “riguardano unicamente i libanesi” senza interferenze dall’esterno.

Un passo avanti nella qualità delle relazioni tra i due paesi è rappresentato dalla recente formalizzazione della decisione delle due Capitali di procedere allo stabilimento di relazioni diplomatiche, fissate con un Decreto presidenziale del Presidente siriano (14 ottobre 2008). È un atto significativo, il primo dalla nascita nel 1943 della Repubblica Libanese, in termini di formale riconoscimento, da parte siriana, dell'esistenza del Paese dei Cedri come Stato indipendente e sovrano. Va ricordato come l'aspirazione a relazioni fraterne tra Libano e Siria basate sul mutuo rispetto della sovranità e delle frontiere, nonché sull' istituzione di relazioni diplomatiche, aveva rappresentato passaggio qualificante del discorso di investitura pronunciato dal Capo dello Stato libanese in Parlamento lo scorso 26 maggio. A livello politico, anche esponenti di spicco della maggioranza non hanno nascosto apprezzamento per il segnale offerto dal vicino Paese con il decreto. È da notare come la dirigenza siriana punti anche ad un "successo d’immagine", attraverso un riconoscimento esplicito da parte della Comunità Internazionale dell'importanza del gesto compiuto con il provvedimento.

 

Palestina

La questione dei rifugiati palestinesi in Libano costituisce un altro problema con cui si deve confrontare il Governo. I rifugiati registrati all'UNWRA sono 300.000 ripartiti in numerosi campi: non hanno diritto al lavoro né alla cittadinanza[14] e vivono nei campi profughi sparsi per il Paese in un stato di indigenza e frustrazione, oltre che in una sorta di limbo tra impunità assoluta ed anarchia. Il Libano, ritenendoli una minaccia per la stabilità interna, rifiuta categoricamente il loro stabilimento permanente sul proprio territorio; la loro presenza ha costituito una delle cause della guerra civile[15].

Un segnale positivo sembra venire dalla fine della crisi al campo profughi palestinese di Nahr al-Basred, in gran parte devastato dai tre mesi di battaglia tra l'esercito e i miliziani filo al-Qaida del gruppo integralista Fatah al-Islam. L’intento di Siniora è quello di fare della ricostruzione di Nahr al-Basred un punto di partenza per cambiare radicalmente i rapporti con i Palestinesi.

Peraltro, il 19 giugno 2009, il Centro di ricerca canadese per lo sviluppo internazionale (IDRC) ha affermato che i ritardi nella ricostruzione del campo profughi palestinese di Nahr al Bared, nel nord del Libano, mettono a rischio il fragile equilibrio tra rifugiati e governo libanese. Nell'ultimo rapporto dell'Idrc si legge, infatti, che degli oltre 200 milioni di dollari richiesti per la ricostruzione, avviata nel marzo scorso, solo 67 sono stati fino ad oggi stanziati da donatori internazionali.  Dei circa 30.000 palestinesi che abitavano il campo, non piu' di 5.000 vi potranno fare ritorno. Cio' non accadra' prima di un anno, quando si pensa che sarà ricostruito almeno uno degli otto settori dell'area. Negli scontri dell'estate 2007, sono morte oltre 400 persone, di cui circa 220 miliziani, 155 soldati e una quarantina di civili.

 

Turchia

Il 4 gennaio 2007 il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdogan si è recato in visita a Beirut per incontrare Fouad Siniora, l’allora Presidente della Repubblica, Emile Lahoud, il Presidente del Parlamento, Nabih Berri, e alcuni rappresentanti della maggioranza e dell'opposizione (Saad Hariri, Walid Joumblatt e il deputato Hezbollah, Mohammad Raad). Nel corso della visita Erdogan ha voluto mantenere un atteggiamento di equidistanza rispetto ai due opposti schieramenti. Riferendosi alla crisi politica libanese, il Primo Ministro turco ha dichiarato che il suo paese e' pronto a svolgere un ruolo di mediazione, "qualora tutte le parti ne facciano richiesta". Una disponibilità, quella dimostrata da Erdogan che, se pur apprezzata, non pare tuttavia destinata ad avere seguiti operativi, almeno sul piano strettamente interno.

La posizione turca resta, pertanto, favorevole alla ricerca quanto prima possibile di una soluzione consensuale agli attuali problemi, anche perché un eventuale conflitto interno potrebbe essere devastante non solo per il Libano, ma per tutta la regione.

 

Iran

Si registra un’intensa attività politica tra Teheran e Beirut, caratterizzata da un elevato numero di visite ad alto livello e da intese sul coordinamento nel settore militare, politico ed economico, forse, anche a fini elettorali (tali incontri dimostrano il continuo appoggio ad Hezbollah). L’Iran ha sempre guardato al Libano come ad un paese dove fosse possibile esportare il modello khomeinista. Il legame tra i due Paesi potrebbe tuttavia allentarsi, nel quadro di una “svolta nazionale” del movimento sciita libanese e di una sua trasformazione in movimento politico più che militare.

 

Relazioni con l’Unione europea

Le relazioni tra l’Unione Europea e il Libano si inquadrano nel contesto del Partenariato Euro-Mediterraneo, il cosiddetto “Processo di Barcellona”, il cui volet economico e finanziario prevede l’instaurazione di una zona di libero scambio euro-mediterranea, entro il 2010, attraverso Accordi Euro-Mediterranei di Associazione (AEMA) sottoscritti con i singoli Paesi dell’area.

L’AEMA tra l’Unione Europea e il Libano è stato firmato a Lussemburgo il 17 giugno 2002, ed è entrato in vigore il 1° aprile 2006.

Esso sostituisce l’Accordo interinale applicato dalle parti fin dal 1° marzo 2003 che rendeva operative le disposizioni economiche e commerciali previste dall’AEMA1, e permettendo alla maggior parte dei manufatti e dei prodotti agricoli libanesi il libero acceso al mercato europeo.

L’AEMA prevede inoltre l’istituzione di meccanismi di dialogo politico ed una cooperazione approfondita nei settori più diversi (anche attraverso gemellaggi istituzionali o twinning), dall’istruzione e la cultura alla lotta alla criminalità organizzata, alla droga e all’immigrazione clandestina. Contestualmente alla firma dell’AEMA, le Parti hanno concluso un Accordo specifico e separato, nella forma di scambio di lettere, in materia di cooperazione nella lotta al terrorismo, impegnando le Parti ad un regolare scambio di informazioni su organizzazioni terroristiche e sulle modalità per contrastare le loro attività.

Le relazioni con il Libano si inquadrano anche nella Politica Europea di vicinato (PEV).

I negoziati per la conclusione di un Piano d’Azione (PdA), lo strumento che assicura la concreta attuazione di tale strategia, sono stati avviati il 6 aprile 2006 e si sono conclusi, dopo due sole tornate negoziali, il 25 maggio 2006. Il Piano riafferma l’impegno libanese ad onorare gli impegni assunti in materia di riforme.

 

L’assistenza dell’Unione Europea al Libano si incardina su una strategia di lungo periodo (2007-2013), fissata nell’ambito del nuovo Strumento Europeo di Vicinato e Partenariato (ENPI). Tale strategia ha, evidentemente, subito notevoli integrazioni per rispondere alle contingenti esigenze di ricostruzione post-bellica a seguito del conflitto dell’estate scorsa.

Durante la Conferenza dei donatori del 25 gennaio scorso a Parigi la Commissione europea si è impegnata ad innalzare complessivamente a 500 milioni di euro gli stanziamenti destinati ad aiutare il Paese in seguito alla guerra (dei quali 187 a valere sull’ENPI e una buona parte proveniente da strumenti finanziari precedenti “riprogrammati”, o di emergenza, come ECHO, il Meccanismo di Reazione Rapida e il suo “successore” Strumento di Stabilità, etc.). Tale ammontare fa del Libano il secondo beneficiario in termini pro-capite tra i Paesi del Vicinato, dopo i Territori Palestinesi.

Gli aiuti serviranno principalmente al sostegno alle riforme politiche ed economiche, incluse le attività volte a facilitare l’attrazione degli investimenti esteri, nonché all’assistenza alla ricostruzione delle infrastrutture colpite dai bombardamenti  e alle attività di sminamento e bonifica degli ordigni inesplosi.

A questi fondi sono da aggiungere i prestiti agevolati della Banca europea per gli investimenti (BEI) e della Banca Mondiale, che si sono impegnate insieme per una somma pari a più di 2 miliardi di dollari. La BEI, in particolare, sosterrà con 960 milioni di euro per i prossimi 5 anni il piano di ricostruzione e riforme varato dal Governo libanese.

 

 

 

 

PRINCIPALI INDICATORI ECONOMICI

 

 PIL, a parità di potere d’acquisto

44,05 miliardi di dollari

 Composizione per settore

Industria 19,1%, Agricoltura 5,1%, Servizi 75,8%

 Crescita PIL

4,4%

 PIL pro capite

 

11,100 dollari

 Inflazione

12%

 Disoccupazione

20%

 Debito estero

34,48 miliardi di dollari

 

Il conflitto di luglio–agosto 2006 ha provocato danni alle infrastrutture valutati a circa 3,6 miliardi di dollari. Per far fronte all’emergenza la Conferenza dei donatori è intervenuta a varie riprese. Nella Conferenza di gennaio 2007 sono stati stanziati 7,5 miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti e il supporto al bilancio, condizionati ai progressi realizzati nella riforma fiscale e nel processo di privatizzazione. A partire da maggio 2008, la maggiore stabilità politica ha sostenuto gli investimenti ed incentivato il turismo, ma si prevede che la crescita economica, nel 2009, rallenterà a causa della recessione economica globale.

 

1. Andamento congiunturale

Il 2008 è stato per l’economia libanese l’anno della “schiarita” (se si considerano la recessione del 2006 e il faticoso recupero del 2007), caratterizzato da una congiuntura favorevole che ha consentito una crescita del PIL superiore al 6%.  Inoltre, la tregua politica sancita con l’Accordo di Doha ha creato le condizioni per il rilancio del turismo, degli investimenti e per il consolidamento della ripresa del settore immobiliare, che sono i comparti di fondamentale importanza per lo sviluppo del Paese.

Il Libano continua a dimostrare una straordinaria capacità di gestione degli squilibri strutturali interni, dovuta principalmente a tre fattori: la percezione della garanzia offerta dai donatori internazionali che, assicurando il loro sostegno finanziario, dimostrano fiducia nelle possibilità di ripresa del Paese; la continuità nel pagamento dei debiti contratti; la solidità del sistema finanziario che garantisce investimenti e risparmi (il 25% del PIL è costituito dalle rimesse dei libanesi all’estero). Il Libano è inoltre stato in grado di fronteggiare la crisi finanziaria mondiale dell’autunno 2008, grazie ad un continuo e accresciuto flusso di depositi nelle sue banche (considerate più affidabili e meno esposte rispetto alle istituzioni finanziarie di altri Paesi), all’introduzione da parte della Banca Centrale di condizioni di credito restrittive al fine di scoraggiare ogni forma di speculazione e al divieto di investire in derivati. Si potrebbe pertanto parlare di “immunizzazione” del sistema finanziario libanese, che sembra addirittura aver beneficiato della situazione.

Tuttavia, permangono le incertezze sulle probabili ripercussioni nel medio e lungo termine dovute sia al rallentamento delle economie dei Paesi del Golfo sia ai contesti interno e regionale ancora altamente instabili, che inducono a formulare previsioni meno ottimistiche per il 2009/2010. Le prospettive di crescita dell’economia libanese rimangono comunque strettamente legate al ruolo svolto dal sistema bancario.

 

2. Settori dell’economia

L’economia libanese ha dimensioni modeste e ha il suo punto di forza nel settore dei servizi che rappresenta il 75% del PIL nominale del Paese. Per uno sviluppo duraturo sarebbero pertanto necessarie riforme strutturali a favore dei settori produttivi, in primo luogo per quello dell’energia, che consentano anche la valorizzazione delle risorse umane presenti nel Paese e di arginare il numero di emigrati che ha raggiunto una quota pari al 20% della popolazione residente. Sarebbe inoltre auspicabile un rafforzamento del partenariato tra il settore pubblico e quello privato, sia ai fini dell’adozione di una strategia di sviluppo coerente che per un miglior utilizzo delle risorse finanziarie (anche di quelle messe a disposizione dai donatori) destinate agli investimenti. Per il 2008, si stima che il deficit pubblico abbia raggiunto il 20% del PNL.

Il settore del turismo, che ha un peso dell’11% sull’economia libanese ed occupa circa 140.000 lavoratori, ha subito un danno importante a causa del conflitto: il 2006 ha registrato una contrazione del 6,8% del flusso di turisti rispetto al 2005; i dati del 2007 hanno confermato questo andamento con un’ulteriore contrazione del 4,3% ma, nel 2008, si è verificata l’inversione di tendenza  e il numero di turisti ha quasi raggiunto il livello record del 1974 di 1,4 milioni. Anche i dati relativi ai primi mesi del 2009 mostrano una crescita superiore al 50%. I maggiori flussi turistici provengono dai Paesi arabi, dall’Europa e dai Paesi asiatici.

Il settore agricolo, della pesca e forestale hanno avuto grosse perdite a seguito del conflitto del 2006. I danni diretti hanno riguardato le colture, gli allevamenti e le attrezzature agricole. Più importanti sono stati i danni indiretti in termini occupazionali e di mercato[16].

Il settore industriale ha subito anch’esso perdite importanti. Secondo un rapporto commissionato dal Ministero dell’Industria libanese, risulta che i danni sono valutati a circa 180,5 milioni di dollari relativamente a 192 stabilimenti industriali colpiti durante il conflitto. Di questi, 114 sono stati completamente danneggiati, mentre 78 sono quelli che hanno subito danni parziali.

Nel settore delle costruzioni, è stata registrata, per il 2007, una crescita del 4% del numero dei permessi di costruzione. Questo aumento è stato determinato dalle attività di ricostruzione delle infrastrutture e degli immobili danneggiati durante il conflitto. E’ comunque il settore, oltre a quello finanziario, che ha mantenuto un certo dinamismo anche nel corso del 2008.

L’attività portuale che indicava, per il 2007, una crescita generale del 26% del tonnellaggio arrivato a Beirut, ha registrato, nel 2008, un leggero aumento del numero di container destinati all’import/export, ma anche una diminuzione di quelli destinati al transshipment in ragione ai minori costi di transito praticati dagli altri porti dei Paesi limitrofi.

 

3. Situazione debitoria

Il debito pubblico lordo del Paese ha raggiunto, a fine 2008, il valore di 47 miliardi di dollari (+11,9% rispetto al 2007), con un peso sul PIL pari al 164%, ed è così composto: debito interno 25,9 miliardi (+24,5% rispetto al 2007), debito estero 21,1 miliardi (-0,4% rispetto al 2007). Le banche commerciali detengono il 62,3% del debito interno, mentre la Banca Centrale il 22,5%.

 

 

4. Privatizzazioni

Sono state espletate le procedure per l’assegnazione della gestione e sviluppo delle due reti di telefonia mobile. La società classificata per gestire la rete Cellis è risultata la tedesca DETECOM (nel cui capitale ha partecipazione maggioritaria la Deutsche Telecom), mentre la società Kuwatiana MTC gestirà la rete LibanCell. E’ prevista anche la privatizzazione della telefonia fissa, con la creazione di Telecom Liban.

Ci sono buone prospettive per gli investimenti nel settore della telefonia mobile se si considera che il Libano, come gli altri paesi MENA, ha registrato un tasso di crescita del settore delle telecomunicazioni tra i più alti al mondo.

A queste misure ne saranno introdotte altre per liberalizzare maggiormente l’economia (concorrenza, tutela del consumatore, tutela della proprietà intellettuale ed antipirateria, anti-dumping) conformemente all’obiettivo di accedere all’OMC e rendere il Libano attraente per gli investimenti stranieri.

Per la privatizzazione dei settori dell’energia e di quello idrico sono in fase di completamento gli studi preliminari. In particolare, la necessita’ di privatizzare il colosso statale Electricite’ du Liban (EdL) e’ ormai diventata di fondamentale importanza per il Paese, se si considera che le perdite dell’azienda sono superiore ad 1/3 del debito pubblico libanese. Sempre per quanto riguarda il settore elettrico, si prevede il collegamento del Libano alla rete elettrica regionale che già comprende Siria, Giordania ed Egitto. Grazie a tale allacciamento, la precaria situazione della produzione e distribuzione di energia elettrica dovrebbe migliorare sensibilmente.

La privatizzazione dei porti di Beirut e Tripoli avverrà invece per settori (turistico, commerciale, area silos, ecc.), ma saranno comunque necessari ulteriori interventi statali per rendere più appetibile l'investimento.

 

5. Relazioni economiche e commerciali con i principali paesi partner

Investimenti esteri (IDE)

Il Libano è caratterizzato da una legislazione economica aperta, e storicamente rappresenta il centro di attività commerciali attorno al quale ruota l’intera area mediorientale. E’ un importatore netto e, pertanto, la sua bilancia commerciale è tradizionalmente deficitaria.

Lo scopo primario del Governo è quello di attrarre capitali per finanziare la ricostruzione del Paese. Non vi sono restrizioni ai movimenti di capitali sia in entrata che in uscita dal Paese, e sono previste agevolazioni ed esenzioni a seconda della natura e dell’entita’ degli investimenti.

Secondo il rapporto dell’Inter Arab Investment Guarantee Corporation (IAIGC), il 18% del totale degli investimenti inter-arabi è assorbito dal Libano, che si colloca al terzo posto tra i 15 paesi del Medio Oriente destinatari degli investimenti. Questi si dirigono per l’83% nei servizi, per il 12% nell’industria e per il 5% nell’agricoltura. IL 38% proviene dall’Arabia Saudita, il 22% dal Kuwait, il 22% dagli Emirarti Arabi, seguiti da Giordania, Qatar e Siria. Il valore degli investimenti libanesi nei paesi arabi è stato, nel 2004, pari a circa 74 milioni di dollari. In base al World Investment Report (WIR) pubblicato dall’UNCTAD nel 2007 il flusso degli IDE verso il Libano, nel corso del 2006, è stato di 2.794 milioni di dollari (inclusi gli acquisti immobiliari) con un incremento del 1,6% rispetto all’anno precedente. Nel 2006, in base ai dati dell’IDAL (Ente Libanese per lo Sviluppo degli Investimenti), gli investimenti diretti arabi in Libano sono ammontati a 2.335 milioni di dollari e si sono concentrati soprattutto nei settori immobiliare e del turismo. Il solo settore immobiliare ha totalizzato più di un miliardo di dollari (quasi il 70% degli IDE dai paesi arabi).

Sempre nell’ambito degli investimenti, nel marzo 2006 è stato lanciato il Fondo EUROMENA, per un ammontare complessivo di 60 milioni di dollari, al quale contribuiscono istituzioni ed investitori europei ed arabi attraverso partecipazioni nei capitali di società che operano nei paesi del nord Africa e del Medio Oriente. Anche la BEI partecipa al fondo con un contributo di 10 milioni di dollari, riconoscendo il potenziale di crescita e rendimento della regione e lanciando, in questo modo, un forte segnale di fiducia per il futuro. L’iniziativa ha come scopo lo sviluppo del settore privato e delle piccole e medie imprese.

 

Esportazioni

I Paesi arabi rappresentano anche il principale mercato di sbocco con una quota del  50% del totale delle esportazioni libanesi.

Le esportazioni sono costituite prevalentemente da oreficeria, macchinari, alimentari e prodotti chimici.

 

Importazioni

Il Libano importa principalmente dagli Stati Uniti, Francia, Siria e Italia (a lungo, primo partner commerciale).

Le importazioni sono costituite prevalentemente da prodotti energetici raffinati, macchine ed apparecchi meccanici, prodotti chimici.

 

6. Rapporti con le Istituzioni Finanziarie Internazionali

I meccanismi di assistenza finanziaria internazionale al Libano hanno conosciuto notevoli progressi. Dopo il successo della Conferenza Internazionale dei Donatori di Stoccolma del 31 agosto 2006 (che ha destinato i primi interventi di ricostruzione finanziaria del Libano), anche la Conferenza di Parigi III sul sostegno al Libano (25 gennaio 2007) ha costituito un altro traguardo per il Governo Sinora, che ha incassato un importante sostegno economico-finanziario con un importo complessivo di 7,6 miliardi di euro[17] a cui si aggiungono i 700 milioni di dollari promessi dalla Banca Mondiale. Anche il FMI si è impegnato, nell’aprile 2007, a sostenere l’ultimo programma di riforme del governo Siniora (per il periodo 2007-2012), tramite la concessione dell’EPCA (Emergency Post-Conflict Assistance).

Il 31 agosto 2007 è stato firmato un “Grant Agreement” del valore di 75 milioni di dollari con USAID. Si tratta della prima tranche del dono di 250 milioni di dollari destinato all’aiuto diretto al bilancio concesso sulla base del Memorandum of Understanding firmato con gli USA il 4 luglio 2007.[18]

Il 10 marzo 2006 si è svolta, presso la Presidenza del Consiglio, una riunione alla presenza dei Paesi ed Istituzioni che costituiscono il Core Group, per illustrare lo stato di avanzamento del “piano” di riforme economiche ed istituzionali, necessarie a far uscire il Libano dalla stretta economica in cui si trova.[19]

Il Core Group sul Libano è un gruppo di lavoro voluto da  americani e francesi (che hanno lavorato insieme nel 2005 alla sua costituzione) che ha come compito quello di sostenere la normalizzazione e la ricostruzione del paese. Riunitosi per la prima volta il 19 settembre 2005 a New York, ne fanno parte oltre Stati Uniti e Francia, Italia Regno Unito, Russia, Egitto, Arabia Saudita Nazioni Unite, Commissione Europea e Banca Mondiale.

I Ministri delle Finanze, Jihad Azour e dell’Economia, Sami Haddad, ed il deputato Ghazi Youssef, hanno fatto il punto sulle strategie che il Governo intende adottare per introdurre le riforme strutturali necessarie a risanare ed ammodernare il paese, riducendo il debito pubblico e rilanciando una dinamica di crescita, per poter meritare gli aiuti finanziari internazionali. Il piano si articola nel quinquennio 2005-10 e si prefigge di: ridurre il debito pubblico fino ad un rapporto del 3-4% del PIL; assicurare la stabilità economica con una crescita del 3-4% annua ed un tasso di inflazione al 2,5-3%; creare nuovi posti di lavoro qualificati nel settore dei servizi; modificare la legislazione del mercato azionario per rendere appetibili le quotazioni di un maggior numero di società libanesi ed internazionali; ridurre la spesa dell’Amministrazione Pubblica, civile e militare, razionalizzandola e rendendola più trasparente. Andranno anche migliorate le spese sociali (istruzione, sanità, trattamento pensionistico). A fronte di quest’ampio ed ambizioso programma di interventi, il Governo ha necessità di accrescere le entrate, innalzando l’IVA al 12%, migliorando il regime impositivo, con l’introduzione, nel 2007, della global income tax, rendendo maggiormente certa l’esazione delle imposte ed ogni altra percezione dovuta, innalzandole al 24% del Pil nel 2010.

Nell’aprile 2007 il Fondo Monetario Internazionale ha approvato un prestito di 77 milioni di dollari erogabile immediatamente.


PRINCIPALI INDICATORI MACROECONOMICI

                                                                                                       

 

          2007

 2008

  2009

PIL Nominale  (mln dollari)

         24.600

27.783

30.933

PIL Nominale (mld  L£)

         37.085

41.883

46.632

Variazione reale del PIL

            4%

6,3%

2,4%

Composizione del PIL (%)

 

Agricoltura: 5,1%                                                                                                                        Industria: 19,5%                                                                                                                           Servizi:       75,4%

Agricoltura: 5,1%                                                                                                                        Industria: 19,1%                                                                                                                           Servizi:       75,8%

n.d

Inflazione (media)

          9 ,3%

5,5%

2%

Popolazione (mln)

            4,2

4,2

4,2

Disoccupazione

            9,2%

n.d

n.d.

PIL procapite (US$)

         9.731

10.489

10.666

Debito pubblico (%PIL)

        170,9%

164,3%

154,3%

Tasso di cambio L£: dollaro

        1.507,5

1.507,5

1.507,5

Bilancia partite correnti (mln US$)

       -1.395

-3.023

3.994

Bilancia commerciale (mln US$)

       -7.849

-11.218

-9.718

Esportazioni (mln US$)

        4.077

5.035

4.884

Importazioni (mln US$)

     -11.926

-16.253

-14.602

Principali esportazioni

1.Gioielli                                                                                                2.Macchinari                                                                                              3.Prodotti alimentari

n.d

n.d.

Principali importazioni

1.Prodotti                                                                                                 minerali                                                                                               2.Macchinari                                                                                                3.Prodotti chimici                                                                                         

n.d

n.d.

Principali Paesi fornitori (%)

1. Siria

2. Italia

3. Francia

12,0%                                                                                                               

   8,7 %                                                                                                          

            8,5%

n.d

n.d.

Principali Paesi clienti (%)

1. Siria

2. Emirati Arabi Uniti

3. Svizzera

25,9%                                                                                                                   

          12,7%                                                                                                            

 6,0%

n.d

n.d.

Debito estero (mln US$)

         31.605

34.026

33.893

Riserve (escluso oro) (US$ mln)

         20.550

28.276

26.503

Fonte: Economist Intelligence Unit, giugno 2009, CIA aprile 2009 -  Stime –   Previsioni - n.d.: non disponibile

 


RAPPORTI BILATERALI[20]

 

 

1. Quadro generale

 

L’Italia svolge un ruolo di primo piano nel sostegno politico ed economico del Libano. L’azione di supporto all’economia e alla ricostruzione del Paese, unitamente ai forti vincoli economici e culturali, ha contribuito a creare in Libano una immagine dell’Italia che non ha eguali nel mondo occidentale, come testimoniato anche dalla calorosa accoglienza riservata dalle Autorità e dalla popolazione locale al nostro Contingente facente parte dell’UNIFIL PLUS.

Il Libano considera l’Italia un Paese amico, sia per i radicati sentimenti di riconoscenza per il sostegno da noi offerto (anche nei momenti più difficili della guerra civile e nella fase iniziale della ricostruzione) che per il fruttuoso rapporto che il Paese ha saputo mantenere con l’area mediorientale. A seguito di tutto ciò, registriamo un sostegno reciproco alle varie candidature internazionali ed un frequente scambio di visite bilaterali ad alto livello.

L’Italia, Paese “amico del Libano”, membro del Core Group, dall’inizio delle ostilità, scoppiate il 12 luglio 2006, ha assunto un ruolo prominente a partire dalla Conferenza di Roma sul Libano (26 luglio 2007), anche nell’ambito del più generale impegno europeo. La Conferenza di Roma è stata un momento importante non solo sul piano politico, ma anche per riaffermare la volontà della comunità internazionale, espressa da tutti i partecipanti, di aiutare il Libano e di trovare una soluzione durevole alla più ampia crisi in Medio Oriente. Essa ha garantito al contempo al nostro Paese grande visibilità coronando l’intensa azione diplomatica che l’Italia ha svolto fin dall’inizio delle ostilità.

L’Italia ha giocato un ruolo importante anche per alleviare la gravissima crisi umanitaria in atto nel Paese tramite la messa in opera di diverse attività umanitarie di emergenza. Il 23 luglio 2006 con la nave della Marina Militare, San Giorgio, sono arrivati a Beirut i primi aiuti d’emergenza per la popolazione libanese, seguiti poi da altre spedizioni di beni di prima necessità. Tra luglio ed agosto, abbiamo inviato aiuti umanitari per un valore complessivo di 1, 35 milioni di Euro. Il Governo italiano ha altresì stanziato 30 milioni di Euro per la realizzazione di interventi di cooperazione allo Sviluppo destinati al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione libanese. In linea con il suo già rilevante impegno bilaterale in Libano (l’Italia, assieme alla Francia, è il principale donatore del Libano), l’Italia ha contribuito al ripristino di servizi di base ed infrastrutture danneggiati a seguito degli eventi bellici. Alla Conferenza di Stoccolma (31 agosto 2006), il pledge dell’Italia è stato, tra i Paesi UE, il più elevato.

Nell’ottobre 2008, il Presidente Michel Suleiman è stato in visita ufficiale in Italia e, nell’aprile 2009, il Ministro Frattini si è recato in Libano.

 

 

2. Relazioni economiche, commerciali e finanziarie

 

Sul piano delle relazioni economico-commerciali, l’Italia occupa i primi posti tra i paesi esportatori verso il Libano.

La gamma di prodotti italiani forniti al mercato libanese, da circa 9000 esportatori che si avvalgono di accordi di distribuzione e franchising, è ampia e copre i principali settori merceologici. Per i dettagli si rimanda ai “Dati statistici bilaterali”.

In base ai dati ISTAT, alla fine del 2008, le esportazioni italiane verso il Libano hanno totalizzato 774 milioni di Euro, mentre le importazioni italiane dal Libano sono state di 35 milioni di Euro. Il saldo positivo a favore dell’Italia è stato pertanto di 739 milioni di Euro. Rispetto allo stesso periodo del 2007, le esportazioni italiane verso il Libano sono aumentate del 5,5%, mentre le importazioni dal Libano sono aumentate del 20,3%.

Diversificata è la presenza italiana con circa 20 aziende in vari settori: trasporti, lavori pubblici, impiantistica, bancario, assicurativo.

L`Ansaldo (Gruppo Finmeccanica) ha ultimato nel 2000 due centrali elettriche da 450 megawatt, le più grosse e funzionali del Paese. La società italiana ha inoltre partecipato alla gara “O&M Operation and Maintenance” delle centrali elettriche di Beddawi e Zahrani, ottenendone l’aggiudicazione in seguito al ritiro della società iraniana TAMIRAT. Il Consiglio dei Ministri Libanese si è però espresso per la ripetizione della gara dalla quale l’ANSALDO sembra sia stata esclusa a vantaggio di una società sud-coreana.

La FACEP (ex-Tecnofin Group in joint-venture con Batco) ha provveduto alla riabilitazione di 42 silos del porto di Beirut. Il contratto è stato firmato nel novembre 2000, e rientra nel quadro del programma delle privatizzazioni governative in fase di attuazione; il valore dell'opera ammonta a 3 mln di dollari.

L’ENEL Produzione sarebbe interessata alla privatizzazione dell’Ente per l’Elettricità Libanese (EDL). In merito alla produzione di energia elettrica in Libano, va osservato che essa raggiungerebbe oggi i 1.200 MW e dovrebbe essere portata a breve a 1.500 MW, ma sono ancora frequenti le interruzioni di corrente ed è tuttora necessario ricorrere all’impiego di generatori. Il settore energetico verrà diviso in due comparti: il transito di corrente, che rimarrà in mano statale, e produzione e distribuzione che verranno affidati ad una società anonima; ulteriori problemi potrebbero derivare anche dal recupero delle oltre 400.000 bollette inevase e dalla necessità di investimenti di notevole portata per rendere efficienti le 5 centrali elettriche. I conflitti sociali che deriveranno dalla ristrutturazione saranno, con tutta probabilità, scaricati sulla società acquirente. Secondo le informazioni disponibili, ANSALDO ed ENEL avrebbero deciso di presentare proposte diverse ed in competizione tra loro.

La società Lucchini si è aggiudicata, nell’agosto 2003, una gara per forniture relative al tratto ferroviario tra Tripoli ed Abboudieh in Siria.

Nell’ambito dell’iniziativa intrapresa dalla Banca Centrale del Libano (Banque du Liban), denominata “Secure Electronic Banking and Information for Lebanon (SeBIL)”, la ditta ELSAG (Gruppo Finmeccanica), in consorzio con la Quantech (rappresentante IBM in Libano) è risultata vincitrice nella gara relativa al progetto “Secure IT Infrastructure SITI”, che dovrà garantire una valida infrastruttura per la sicurezza delle transazioni (electronic banking), nonché una comune piattaforma in grado di governare le attività di e-service. Il progetto è finanziato attraverso un credito d’aiuto (vedasi sezione Cooperazione allo Sviluppo).

Ad oggi, le imprese italiane che hanno realizzato investimenti diretti in Libano sono la Snaidero, azienda leader nella produzione di cucine componibili (che ha costituito, nel 1996, una joint venture, la Snaidero Middle East, con il locale Gruppo Indevco che fa capo alla famiglia dell’ex Ministro dell’Industria libanese, George Frem). La società di Assicurazioni Generali e la Banca Intesa (già BCI) sono presenti nel paese solo con uffici di rappresentanza.

Inoltre, la FICEP S.p.A. (macchine per infrastrutture metalliche per l’edilizia) ha aperto una propria sede a Beirut, che fungerà da base operativa per il Medio Oriente.

Nel marzo 2009, alla presenza del Primo Ministro libanese Siniora e dell’Ambasciatore d’Italia Checchia, sono state inaugurate le nuove shoow rooms che la stilista italiana Mariella Burani, anch’ella presente all’evento, ha aperto nel centro di Beirut.

L'investimento del gruppo Burani Design Holding rappresenta il primo investimento italiano in Libano del periodo post-2006.

L'operazione e' avvenuta stabilendo un partenariato con l'importante gruppo libanese "Malia Holding", facente capo all'industriale Jacques Sarraf, col quale e' stata creata un'apposita joint-venture denominata "Malia Mariella Burani M.M.B".

La M.M.B. ha un  capitale di 1 milione di dollari e rappresenterà tutti i marchi del gruppo Burani, sia in Libano che nei Paesi del Levante. L'investimento complessivo del Gruppo Burani viene stimato pari a $3,5 milioni per il periodo 2009/2010.

 

Contenziosi commerciali

Si registra un miglioramento nella situazione delle esposizioni debitorie libanesi nei confronti di aziende italiane: in particolare, si sono risolti positivamente i contenziosi con OPERE PUBBLICHE, PIRELLI CAVI (società venduta dalla Pirelli ad un gruppo statunitense) e ICAR. Si è conclusa anche la vertenza con la SACE/ Daneco: l’Accordo con la controparte libanese, firmato nel novembre 2007, chiude un contenzioso durato per oltre venti anni (al riguardo si veda in allegato la scheda di approfondimento).

 

 

3. Relazioni culturali scientifiche e tecnologiche

 

In questi ultimi anni si è potuto registrare un notevole incremento delle relazioni culturali tra Italia e Libano, a seguito della firma, nel novembre 2000, dell’Accordo di collaborazione culturale, scientifica e tecnologica ratificato sia da parte libanese che da parte italiana.

Risultano operativi un accordo dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia con l’Università di Bjblos e con l’Università St-Esprit di Kaslik nel settore dell'architettura e dell'urbanistica, e tre accordi tra il Politecnico di Milano e la  American University of Science and Technology (AUST) di Beirut nel settore dell’ingegneria, tra i quali si segnala quale particolarmente rilevante quello siglato nel febbraio 2006 per un corso con rilascio di doppia laurea in ingegneria.  

Si segnala, inoltre,la presenza di un Istituto di Cultura presente a Beirut, con succursali anche a Kaslik, Tripoli e Saida.

In Libano non sono presenti istituzioni scolastiche italiane.

A seguito dell’entrata in vigore del predetto Accordo di collaborazione culturale, scientifica e tecnologica è stato introdotto l'insegnamento dell’italiano, come seconda lingua straniera, in alcune scuole secondarie libanesi.

Per l’a.a. 2009/2010, le borse di studio offerte dall’Italia agli studenti libanesi sono di 30 mensilità per un importo di 700 euro.


4. Questioni migratorie

 

Il Libano è un Paese ad altissimo tasso di emigrazione, dovuto principalmente a fattori economici ed accentuatosi durante il periodo della guerra civile. I flussi si sono indirizzati prevalentemente verso gli Stati Uniti, Canada, Sud America, Australia ed Europa (in particolare Francia). L’Italia non è stata interessata in misura rilevante ai movimenti migratori di cittadini libanesi.

Negli ultimi tempi il Libano è altresì diventato in misura crescente un Paese “a rischio”, in quanto zona di transito di clandestini (soprattutto iracheni, turchi di etnia curda, siriani) diretti  verso l’Europa.[21]

 

E’ stata poi creata una apposita “task force” incaricata del coordinamento e dello scambio di informazioni tra le Autorità locali ed i funzionari di collegamento  distaccati a Beirut dai Ministeri dell’Interno di  Francia, Germania, Italia. Da parte libanese è stata proposta una Conferenza sull’immigrazione clandestina tra i Ministri dell’Interno dei Paesi rivieraschi.

 

Nel giugno 2002 è stato sottoposto alle Autorità libanesi il testo di un accordo di riammissione, che dovrebbe essere però rivisto alla luce dei contatti avuti dai due Ministeri dell’Interno. Da parte italiana è stato proposto di intensificare la collaborazione, attraverso corsi di formazione professionale per le forze di polizia libanesi, iniziative congiunte per il contrasto dell’immigrazione clandestina via mare (in collaborazione con altri Paesi dell’area) e assistenza tecnica. Allo stato attuale, tuttavia, mancano firma e relativa ratifica dell’accordo. 

 

Nel 2005, e’ entrato in vigore l’Accordo di cooperazione per le questioni di diritto di famiglia che prevede l’istituzione di una Commissione Mista consultiva competente ad esaminare le materie relative al diritto di affidamento, di visita, ecc. Questo dovrebbe porre termine alle difficoltà fino ad oggi riscontrate, imputabili alla difformità tra i due regimi giuridici.[22]

 

E’ stato inoltre sottoposto alle Autorità libanesi il testo di un accordo in materia di cooperazione nella lotta alla criminalità organizzata che è stato accettato dalla controparte. Rimangono da stabilire luogo e data della firma.

 

 

5. Cooperazione allo sviluppo

 

Contesto di riferimento.

 

Il Libano deve affrontare diversi problemi: un debito pubblico di 40 miliardi di dollari ereditato dalla ricostruzione post-guerra civile, un processo di riforme più volte interrotto, un tasso di inflazione strutturale superiore al 10% e una crisi politica che aggrava le tensioni già presenti e peggiora la sicurezza interna.

Su questo sfondo si sviluppano gli interventi della Cooperazione Italiana in Libano: da una parte l’aiuto alla ricostruzione, il sostegno al bilancio del governo libanese e l’assistenza tecnica; dall’altra la riabilitazione economica, lo sviluppo locale e il rafforzamento del tessuto sociale e del dialogo.

Il programma ordinario di cooperazione bilaterale con il Libano è regolato da due Protocolli del 1997 e del 1998 che prevedono crediti di aiuto per oltre 132 milioni di euro (principalmente nel settore idrico, della protezione ambientale, del patrimonio culturale e dell’agro-industria) e doni per circa 5 milioni di euro (principalmente nei settori sanitario ed agricolo). I punti di forza delle iniziative sono il raccordo con le autorità libanesi centrali e locali, regolari missioni sul territorio, il coordinamento con gli altri donatori e con le organizzazioni internazionali presenti in Libano, la presenza di numerose ONG italiane dislocate sul territorio e l’interazione con tutte le componenti della società locale.

A seguito del conflitto dell’estate 2006, le due Conferenze di Stoccolma del 31 luglio 2006 e di Parigi del 25 gennaio 2007 hanno definito il supporto internazionale alla ricostruzione. Complessivamente la comunità internazionale contribuisce con oltre 8,5 miliardi di dollari. Con un contributo straordinario complessivo di 150 milioni di euro (75 a dono e 75 a credito), l’Italia è al primo posto tra i donatori europei dopo la Commissione Europea. Il contributo straordinario è stato stanziato dalle leggi n. 270/2006, n. 38/2007 e n. 45/2008. I fondi a dono sono stati quasi integralmente erogati; agli stanziamenti annunciati nelle Conferenze di Stoccolma e di Parigi sono stati aggiunti ulteriori 10 milioni di euro, portando le iniziative straordinarie a dono ad un valore complessivo di 85 milioni di euro. La crisi istituzionale libanese non ha permesso di utilizzare i 75 milioni di credito d’aiuto annunciati a Parigi. Nell’agosto 2008 il nuovo Governo libanese ha potuto manifestare la propria disponibilità ad accettare i crediti. L’identificazione dei progetti è in corso.

Il rafforzamento dell’aiuto allo sviluppo italiano in Libano è testimoniato inoltre dall’apertura di un Ufficio di Cooperazione (Unità Tecnica Locale) presso l’Ambasciata a Beirut nel settembre 2007. Grazie alla rapida attuazione di iniziative come il Programma di Emergenza ROSS (che dal febbraio 2007 ha finanziato 50 progetti in gran parte promossi da ONG italiane), la Cooperazione Italiana raggiunge in modo capillare il territorio, assistendo circa 100 villaggi e municipalità libanesi soprattutto nelle zone colpite più duramente dal conflitto. Le tematiche principali affrontate sono: riabilitazione economica e riavvio delle attività produttive, ripristino di strutture danneggiate dal conflitto, sviluppo locale, rafforzamento del tessuto sociale, sviluppo del ruolo socio-economico delle donne, risanamento ambientale.

 

 

Principali iniziative in corso del programma ordinario di cooperazione

 

Crediti d’aiuto

- Settore idrico. E’ il settore che assorbe oltre il 40% dell’intera disponibilità finanziaria. Si segnalano le seguenti iniziative: impianto di trattamento dei reflui urbani per la città di Zahle (23 milioni di Euro) aggiudicata all’impresa Degrémont; rete di acqua potabile e fognaria di Jbeil (39,5 milioni di euro), avviata nel 2007; rete di acqua potabile di Tripoli/Koura (6 milioni di euro), avviata nel 2007. Sono in corso di identificazione progetti per il trattamento delle acque reflue per circa 50 milioni di euro.

- Patrimonio culturale. L’iniziativa “Valorizzazione del Patrimonio Culturale e Sviluppo urbano”, co-finanziata dalla Banca Mondiale, dalla Francia e dal Libano, prevede un impegno complessivo di 61,9 milioni di dollari. L’Italia contribuisce con un finanziamento di oltre 10 milioni di euro a credito di aiuto e 570.000 euro a dono. Il programma riguarda le città di Tripoli, Biblos, Baalbek, Sidone e Tiro e si sviluppa su tre componenti: 1) riabilitazione dei centri storici e miglioramento delle infrastrutture urbane; 2) conservazione e gestione dei siti archeologici; 3) rafforzamento istituzionale e gestione del progetto.

- Aggiornamento tecnologico. E’ in corso la fornitura alla Banca Centrale di apparecchiature informatiche, di programmi gestionali e di formazione a cura della società Elsag (5,6 milioni di euro). Si tratta di un’iniziativa non prevista dal vigente Protocollo di Cooperazione, avviata in considerazione dell’urgenza rappresentata dalle Autorità libanesi.

 

 

Iniziative a dono

- Settore sanitario. Aggiornamento del personale infermieristico (oltre un milione di euro); rafforzamento istituzionale del Ministero della Sanità (500 mila euro); realizzazione di un laboratorio centrale del Ministero della Sanità (800 mila euro); sostegno ad un piano nazionale per l'assistenza sanitaria di base (3,4 milioni di euro).

- Settore agricolo. Sviluppo agricolo integrato nella regione di Baalbeck/Hermel (2 milioni di euro) per la sostituzione delle coltivazioni illecite; produzione di materiale vegetale certificato (1,2 milioni di euro), la cui realizzazione è stata affidata al Centro Internazionale di Alti Studi Agronomici nel Mediterraneo di Bari (IAM), congiuntamente all’Istituto di Ricerca Agraria del Libano. L’Italia finanzia inoltre, attraverso la FAO con un importo di 1 milione di Euro, il progetto “Osservatorio nazionale per lo sviluppo agricolo in Libano”.

- Lotta alla povertà. Dall’ottobre 2006 è in corso un’iniziativa denominata “Sviluppo socioeconomico delle aree depresse” (6,7 milioni di euro). Il programma opera sia nel Libano settentrionale (Akkar e Minieh, Dinniyeh e Tripoli-Bab el Tebbaneh), sia in quello meridionale (Marjeyoun, Bint Jbeil, Nabatiyeh, Sour, Rashaya, Hasbaya e West Bekaa, aree prima occupate da Israele). L’iniziativa rientra nel Programma ART-GOLD, realizzato dall’UNDP per promuovere partenariati locali attraverso il coordinamento tra i donatori internazionali, gli attori della cooperazione decentrata e gli organismi internazionali. Un secondo programma di lotta alla povertà, approvato nel febbraio 2006, è rivolto al sostegno socio-economico delle famiglie di produttori delle regioni olivicole marginali del Libano (3,3 milioni di euro) ed è affidato all’Istituto Agronomico del Mediterraneo.

 

Programma straordinario di cooperazione

Primo contributo straordinario a dono (Conferenza di Stoccolma).

Nell’agosto 2006, rispondendo all’appello del Governo libanese lanciato durante la Conferenza di Stoccolma, l’Italia ha stanziato 30 milioni di Euro a dono, completamente utilizzato nel corso del 2007 e così ripartito:

- progetti di emergenza (15 milioni di euro, “Programma di sostegno alla ricostruzione, all’occupazione, ai servizi e allo sviluppo -ROSS 1”). Il Programma ha previsto il coinvolgimento di 19 ONG italiane per attuare 58 interventi di carattere socio-economico (scuole, servizi, sanità, ambiente,) nonché interventi in settori prioritari indicati dal Governo libanese;

- 10 milioni di Euro di contributi ad organismi internazionali per finanziare le attività delle Agenzie ONU e di altre Organizzazioni Internazionali (UNMAS, UNICEF, CIHEAM-IAM, UNFPA, UNRWA e UNDP);

- aiuto al bilancio dello Stato libanese (5 milioni di euro). Il Governo libanese ha utilizzato il contributo per ricostruire il Ponte “Soufar” sull’autostrada Beirut – Damasco. La commessa è stata affidata all’impresa italiana Opere Pubbliche, la quale beneficerà di un ulteriore contributo di circa 2,8 milioni di euro (a valere sui fondi straordinari stanziati per il 2009 dalla Cooperazione italiana), per coprire l’aumento dei costi di esecuzione dell’opera.

 

Secondo contributo straordinario a dono (Conferenza di Parigi).

Nell’ambito del “pledge” annunciato dall’Italia alla Conferenza di Parigi del gennaio 2007 (120 milioni di euro), la Legge n. 38/2007 ha reso disponibile per il 2007-2008 una dotazione straordinaria di 30 milioni di Euro a dono. L’importo è già stato completamente erogato ed è stato destinato soprattutto ad iniziative a dono nel settore sociale e agricolo/ambientale. I 30 milioni di Euro sono stati così ripartiti:

- interventi di emergenza (9 milioni di euro): “Programma ROSS 2”, con interventi ad elevata valenza socio-economica (scuole, servizi, sanità, ambiente, costruzione di “reti” di dialogo per la riconciliazione nazionale) nella valle della Bekaa, a sud di Beirut e nel sud del Paese. Il programma è partito a marzo 2008;

- assistenza tecnica (1 milione di euro);

- sostegno diretto al bilancio statale per attuare il Programma Nazionale “Recovery, reconstruction and reform” (10 milioni di euro), orientato ai servizi di base per la popolazione (accesso all'acqua potabile, ai servizi sanitari, alle reti di protezione sociale) e al sostegno alle fasce più deboli della popolazione tra cui minori e disabili;

- contributi ad Organismi Internazionali per 10 milioni di euro con azioni per reinserire nella vita produttiva le categorie professionali più colpite dal conflitto dell’estate 2006, per promuovere lo sviluppo sostenibile del settore agricolo, per fornire assistenza alle popolazioni palestinesi ospitate nei campi profughi e alla popolazione libanese situata in prossimità dei predetti campi. I seguenti Organismi internazionali sono stati coinvolti: UNRWA (2 milioni di euro),  ILO (2 milioni di euro), FAO (3 milioni di euro), UNFPA (0,7 milioni di euro), UNDP (1,3 milioni di euro) e UNMAS (1 milione di euro).

 

 

Terzo contributo straordinario a dono (seguiti della Conferenza di Parigi).

Per il 2008-2009 la legge n. 45/2008 ha stanziato un’ulteriore dotazione straordinaria di 25 milioni di Euro a dono, attualmente in corso di erogazione, così ripartita:

- interventi di emergenza per 9 milioni di euro in gestione diretta (“ROSS 3”) per realizzare in tutto il Paese progetti a valenza socio-economica (soprattutto scuole, servizi, sanità, ambiente, realizzazione di reti di dialogo per la riconciliazione nazionale);

- 1,4 milioni di euro per interventi di assistenza tecnica e di ricerca;

- iniziativa di sviluppo locale nell’area del Monte Libano per 1,2 milioni di euro, per riqualificare alcuni servizi di base, migliorare l’uso dei suoli, riavviare alcune attività agricole di produzione a livello locale, introdurre dei processi semplici di pianificazione strategica e gestione partecipata alla programmazione di sviluppo locale, incoraggiare il ripopolamento dell’area e il rilancio delle attività produttive;

- sostegno al bilancio statale per sostenere il Programma Nazionale “Recovery, reconstruction and reform” (8,8 milioni di Euro destinati ai servizi di base per la popolazione: accesso all'acqua potabile, servizi sanitari, reti di protezione sociale);

- contributi ad organizzazioni internazionali per 4,6 milioni di euro così suddivisi: ILO (600.000 euro), UNRWA (1 milione di euro), IOM (300.000 euro), UNDP (1,2 milioni di euro), UNICEF (1,2 milioni di euro), UNIDO (300.000 euro).

 

Sostegno ai campi profughi (Conferenza di Vienna).

Nell’ambito della Conferenza, svoltasi il 23 giugno 2008 a Vienna in risposta ad un appello del Governo libanese, l’Italia si è impegnata a partecipare alla riabilitazione dell’area del campo profughi di Nahr el Bared. Nahr el Bared è il secondo maggiore campo profughi (31.000 presenze) ubicato sul territorio libanese, semi distrutto nel conflitto scoppiato nel maggio 2007 tra l’esercito regolare e la milizia del gruppo islamista Fatah Al Islam. Il contributo di 5 milioni di euro sta per essere erogato direttamente al Governo libanese, che, congiuntamente all’UNRWA, eseguirà il progetto. Ciò rafforzerà la rilevante azione della Cooperazione Italiana nell’assistenza ai profughi palestinesi in Libano nei campi contigui di Nahr El-Bared e di Beddawi, nonché nelle zone circostanti. L’ammontare complessivo delle attività finora finanziate dalla Cooperazione Italiana nel settore sarà così di 14,3 milioni di euro.

 

Iniziative straordinarie a credito (seguiti della Conferenza di Parigi).

Dopo la soluzione della crisi istituzionale e la formazione del nuovo Governo, il Libano ha accolto nell’agosto 2008 la nostra disponibilità a concedere ulteriori crediti di aiuto per 75 milioni di euro. I progetti sono in corso di identificazione, tenendo conto della priorità assegnata dal Governo libanese al trattamento delle acque reflue.

 

6. Cooperazione nel settore della difesa

 

Con la firma del Memorandum di Intesa in materia di Difesa, il 21 giugno 2004, in occasione della visita in Libano del Ministro della Difesa, On. Martino, è stata inaugurata una nuova collaborazione bilaterale tra le Forze Armate dei nostri due Paesi. Il documento, entrato in vigore il 16 settembre 2006, prevede programmi di addestramento congiunti, formazione del personale e scambi di visite.

DATI STATISTICI BILATERALI

 

 

 

 

PRINCIPALI ESPORTAZIONI E IMPORTAZIONI ITALIANE

GEN.- DIC. 2008

(e % su totale)

ESPORTAZIONI

IMPORTAZIONI

1. Prodotti petroliferi raffinati (27,5%)

1. Prodotti chimici (51,4%)

2. Macchine e apparecchi meccanici (13,8%)

2. Prodotti della metallurgia (18,8%)

3. Prodotti della metallurgia ed utensili

metallici (8%)

3. Prodotti delle miniere e delle cave (5,4%)

4. Abbigliamento (6,7%).

4. Manufatti (4%)

5. Prodotti chimici, fibre sintetiche ed

artificiali (6%)

5. Prodotti agricoli (4%)

Fonte: elaborazioni ICE su dati ISTAT

 


 

QUOTE DI MERCATO 2007

PRINCIPALI FORNITORI

% su import

PRINCIPALI ACQUIRENTI

% su export

1. Siria

   12,0%

1. Siria

     25,9%

2. Italia

     8,7%

2. Emirati Arabi Uniti

     12,7%

3. Francia

     8,5%

3. Svizzera

       6,0%

4. USA

     7,2%

4. Arabia Saudita

       5,4%

Fonte: Economist Intelligence Unit, giugno 2009

            INCIDENZA INTERSCAMBIO SUL COMMERCIO ESTERO ITALIANO 2008

Esportazioni verso il Libano sul totale delle esportazioni italiane

0,2%

Importazioni dal Libano sul totale delle importazioni italiane

0,009%

 

Fonte: ISTAT

 

 

 

SACE

Categoria di rischio

      7 su 7

 

Impegni in essere (milioni di Euro)

Non vi sono impegni in essere

Fonte: SACE – 30 settembre 2008

 

 

 

                                     FLUSSI INVESTIMENTI DIRETTI (2007)

                                                      (migliaia di Euro)

 

                            in Libano

                               in Italia

                                  353

                                -131

Fonte: Ufficio Italiano Cambi (U.I.C.) - Investimenti-disinvestimenti

 


 

 

                                             FLUSSI TURISTICI BILATERALI

 

 

                         dall’Italia (presenze)

verso l’Italia (presenze)

2007

                    n.d.

                         9.000

Fonte: Rapporto ENIT 2008

 

 

 

 

 

 

 


Scheda di approfondimento sui contenziosi commerciali bilaterali pendenti e risolti tra Italia e Libano[23]

 

1. SACE

L’Accordo firmato il 16 novembre 2007 tra SACE ed il Governo libanese ha posto fine ad un contenzioso ventennale, vertente su un debito del Governo libanese verso SACE per la garanzia fornita da quest’ultima alla società DANECO per la costruzione, nel 1987-88, di un impianto di compostaggio dei rifiuti alla periferia di Beirut.

La riapertura del negoziato bilaterale, sotto l’egida dell’Ambasciata d’Italia a Beirut, all’inizio del 2007, ha consentito, pur faticosamente, di addivenire ad una soluzione ai sensi della quale il Ministero delle Finanze si e’ impegnato a corrispondere a SACE un ammontare superiore a 20 milioni di Euro, in otto rate semestrali. Ad oggi, il Governo libanese ha regolarmente onorato questo impegno.

Alla luce delle complesse vicende politiche interne libanesi, SACE non ha modificato nel frattempo la sua notazione relativa al Libano, cui continua ad attribuire il piu’ elevato “rating” di rischio paese, pari a 7/7. Va pero’ segnalato che da recenti contatti intercorsi tra questa Ambasciata e la Divisione Nuovi Mercati di SACE e’ emerso un rinnovato interesse ad affacciarsi sul mercato libanese: l’attuale fase politica, accompagnata ad un nuovo dinamismo delle imprese italiane verso questo mercato, potrebbe favorire ulteriormente questa tendenza.

 

2. ANSALDO

Con decisione del Consiglio dei Ministri libanese del 18 giugno 2009 e’ stato disposto il pagamento ad ANSALDO dell’ultima “tranche” dovuta alla nostra societa’ dall’Ente Elettrico Libanese (per il traite del CDR – Consiglio per la Ricostruzione e lo Sviluppo) a titolo di rimborso di tasse a suo tempo versate nell'ambito dei lavori di costruzione delle centrali elettriche di Beddawi e Zaharani (consorzio Ansaldo - Siemens 1994 - 1999).

Il protrarsi della questione negli anni ha portato la cifra oggetto di contenzioso a sfiorare, cumulati gli interessi, i 5 milioni di dollari.

Il pagamento recentemente approvato, per un ammontare complessivo pari a 1,541,715,899 Lire Libanesi (tasse doganali e "income taxes"), si somma a quello deliberato nell’aprile scorso e gia’ regolarmente corrisposto per un ammontare di 1,335,101,892 Lire Libanesi (“stamp duties”), ed e’ stato ottenuto a seguito di ripetuti passi presso tutte le molteplici istituzioni libanesi coinvolte, fino al piu’ alto livello politico. L’interessamento diretto del Primo Ministro Siniora ha infatti permesso di iscrivere il provvedimento all’ordine del giorno dell’ultima sessione del CdM uscente – un segnale di attenzione che attesta l’eccellente stato dei rapporti bilaterali.

La positiva conclusione della vicenda getta le basi per un potenziale rilancio delle relazioni bilaterali in un settore, come quello energetico, in cui l'expertise italiana - di assoluta e riconosciuta eccellenza in Libano per aver realizzato le piu' grandi centrali elettriche del Paese - potrebbe nuovamente inserirsi a pieno titolo.

 

3. TOTO Costruzioni

E’ stato riaperto nel novembre 2008 il negoziato bilaterale tra la societa’ italiana, assistita dall’Ambasciata, e il CDR (Consiglio per la Ricostruzione e lo Sviluppo), per la soluzione del contenzioso vertente su una lista di claims, per un importo di 15 milioni di dollari, presentati dalla TOTO all'Ente pubblico committente relativi al periodo 2000-2002, durante i lavori di costruzione del Ponte di Mdeirej, sull'autostrada Beirut-Damasco (il ponte piu’ alto del Medio Oriente, colpito dai bombardamenti israeliani nel luglio 2006).

Parallelamente ad un arbitrato in corso, si spera che la discussione di sostanza in atto consenta di giungere ad una soluzione amichevole e soddisfacente per entrambe le parti.

Le due tornate negoziali di fine 2009, precedute da preliminari incontri a livello tecnico, hanno fatto registrare alcuni progressi e ottenuto l’impegno della controparte a presentare una proposta che includa la definizione di un ammontare complessivo sulla base di tutta la documentazione tecnico-legale trasmessa da Toto.

Tale dinamica incoraggiante e’ stata temporaneamente sospesa a fronte di alcuni tentativi della controparte di “prendere tempo” - non da ultimo alla luce di altri complessi contenziosi bilaterali contemporaneamente in atto. La soluzione di questi ultimi e l’esito delle consultazioni elettorali del 7 giugno (che dovrebbe lasciare intatti gli attuali assetti del CDR, e dunque le posizioni degli interlocutori con cui si e’ approfondito il dossier nei mesi scorsi) fanno sperare in una positiva ripresa a breve dei colloqui, a partire dagli incoraggianti “punti d’incontro” emersi nella prima fase del negoziato.

 

4. ENEL

Questo contenzioso e' oggetto di un procedimento legale pendente tra le Parti presso il Tribunale di Beirut, vertente sulla sospensione, da parte di EDL (Electricité du Liban), dei pagamenti dovuti (per un ammontare di circa 4 milioni di dollari) nel corso dei lavori legati al contratto di "operation and maintenance" delle due centrali di Deir Amar e Zahrani (2001-2004).

ENEL non esclude tuttavia di poter addivenire ad una soluzione per via negoziale, ed ha a tal fine fatto pervenire alla controparte, per il tramite dell”Ambasciata, un “position paper”, dicendosi pronta ad effettuare una missione a Beirut non appena EDL dara’ conferma di voler intavolare una seria discussione a partire da tale base negoziale.

 

5. OPERE PUBBLICHE

Non si tratta di un vero e proprio contenzioso, anche se l’assegnazione all’impresa italiana del contratto per la costruzione del Viadotto di Soufar, sull’autostrada Beirut-Damasco (finanziato dal Governo Italiano sulla base di un dono di oltre 7 milioni di Euro a titolo di sostegno al bilancio del Governo Libanese a seguito del conflitto del 2006), avvenuto a seguito di regolare gara, ha richiesto un’azione di assidua assistenza da parte dell’Ambasciata, in stretto raccordo con la competente Direzione Generale del MAE, per superare una serie di ritardi e dirimere alcuni punti controversi relativi alle modalita’ di avvio dei lavori, ciò che e’ avvenuto con viva soddisfazione della ditta.

Oltre ai lavori di costruzione del Viadotto di Saoufar, l’impegno di Opere Pubbliche in Libano si estende ai lavori di costruzione di un impianto idrico presso Tripoli, nel Nord del Paese, anch’esso finanziato dal Governo italiano con un credito d’aiuto che supera i 6 milioni di Euro.

 


“PROJECT LEBANON” (Beirut, 16-19 giugno 2009)[24]

 

Di assoluto rilievo la presenza italiana a Project Lebanon, una delle piu importanti fiere del settore edile in Medio Oriente, grazie all'azione svolta dall'Ufficio ICE di Beirut che, dopo circa dieci anni, ha riorganizzato una partecipazione collettiva di 25 aziende italiane, su un'area espositiva di circa 500 metri quadrati. 

La portata di tale risultato appare ancora piu' ampia ove si consideri che sulle edizioni 2007 e 2008 della manifestazione era gravemente pesata l'atmosfera di forte insicurezza allora prevalente nel Paese, che aveva indotto molte aziende a fare "marcia indietro" - e gli stessi organizzatori a ricalendarizzarne piu' volte lo svolgimento.

L'edizione 2009 pare dunque segnare, anche simbolicamente, lo stato di ripresa di questa economia e di questo mercato, ancor piu' all'indomani di un'elezione svoltasi pacificamente che ha rafforzato e diffuso la crescente percezione di stabilizzazione del contesto generale. Il nostro "sistema Paese" ha dimostrato di saper cogliere immediatamente questa finestra di opportunita'.

 

Il numero degli imprenditori italiani in rappresentanza delle PMI presenti e' stato di oltre 50, indicando un'attenzione al Libano particolarmente significativa - non da ultimo anche come potenziale nuovo sbocco a fronte di una situazione di recessione internazionale (che non sembrerebbe invece aver ancora toccato sensibilmente il Paese dei Cedri). 

Altro dato interessante e' che circa il 70% delle imprese italiane presenti nel Padiglione Italiano affrontavano il mercato libanese per la prima volta. Esse hanno potuto riscontrare una risposta immediata da parte degli operatori libanesi: basti pensare che gli incontri B2B richiesti ida questi ultimi, tramite una sensibilizzazione diretta effettuata da questo Ufficio ICE, sono stati oltre 180, a cui vanno sommate le centinaia di incontri autonomi che le aziende italiane hanno avuto.

Al fine di amplificare l'interesse del pubblico per le aziende italiane riunite nella collettiva e' stata allestita, nell'area italiana, una elegante mostra di materiali lapidei italiani ("Marble Show", curato dallo Studio Marco Piva) che mira ad amplificare le possibilita di applicazione e la duttilita' delle pietre naturali made in Italy, nonche' le capacita' di lavorazione delle stesse da parte delle aziende italiane.

 

Da un primo riscontro ottenuto dagli imprenditori italiani e' emerso quanto segue:

 

- il Libano e' risultato essere una positiva sorpresa per l'attuale dinamismo economico che investe il Paese, in controtendenza con la crisi internazionale, e quindi oggetto di particolare interesse per le potenzialita' riscontrate;

- la quantita' dei visitatori specializzati che si sono avuti in fiera (gli organizzatori indicano circa 4/5000 al giorno) e la qualita degli stessi e' stata particolarmente apprezzata dagli espositori italiani, che hanno potuto ottenere immediati e concreti riscontri alla loro partecipazione;

- alcune imprese hanno comunicato di aver anche finalizzato degli ordini ed una azienda ha anticipato anche la decisione di aprire un negozio sia a Beirut che a Damasco a seguito degli incontri avuti.

Complessivamente, tutte le imprese hanno avuto commenti molto positivi nei confronti dell'organizzazione assicurata dall'Ufficio ICE di Beirut e dell'assistenza fornita. A rafforzare questi sentimenti ha largamente contribuito la percezione di un "sistema paese" presente, effettivo e funzionante, capace di contare su reali sinergie tra gli attori a vario titolo coinvolti.

 

 


Le relazioni parlamentari Italia-Libano
(a cura del Servizio Rapporti Internazionali)

 

RELAZIONI PARLAMENTARI CON IL LIBANO

 

Rappresentanze diplomatiche

 

Ambasciatore d’Italia a Beirut : Gabriele Checchia

 

Ambasciatore del Libano in Italia: Melhem Nasri Mistou (dal dicembre 2003)

 

  

Si segnala che l’onorevole Gennaro Malgieri ha ricevuto dal Presidente della Camera, on. Gianfranco Fini, l’incarico di coordinare le relazioni parlamentari con i Paesi arabi del bacino del Mediterraneo.

Nell’ambito di tale incarico l’on. Malgieri il 23 gennaio 2009 ha incontrato alcuni  Ambasciatori dei Paesi arabi, tra cui l’Ambasciatore libanese Mistou.

  

 

Incontri del Presidente della Camera

Il 4 febbraio 2009 il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha incontrato l'ex Presidente del Libano, Amin Gemayel.

Il colloquio si e' incentrato sugli sviluppi recenti della situazione politica libanese e regionale. Per quanto riguarda il Libano, Gemayel ha affermato che esso è vittima della crisi medio-orientale. Ha, quindi, ricordato che il suo partito è per una cultura della democrazia e della pace, contrapposta al terrorismo e alla violenza, ricordando il sacrificio del figlio, morto per questi ideali. Gemayel, ha poi richiamato l’attenzione sul fatto che Hezbollah (che ha da sempre avversato la Risoluzione 1701 per la instaurazione di una tregua nella guerra del 2006 tra Israele e Libano) ha costruito in Libano sostanzialmente uno Stato nello Stato, che impedisce la realizzazione di una vera azione di governo e si oppone alla pace. Ha quindi ricordato che Hezbollah è legato all’Iran e propugna la stessa ideologia dei pasdaran iraniani rilevando che anche in Europa vi sono forze che aiutano Hezbollah. Per quanto concerne le future elezioni politiche di giugno 2009 l’ex Presidente ha affermato che il suo partito intende costituire una alleanza politica contro Hezbollah pur mantenendo un orientamento moderato e aperto al dialogo. Per quanto riguarda la presenza di osservatori europei alle future elezioni di giugno 2009, ha evidenziato come questi possano rappresentare un’arma a doppio taglio, perché vi è il rischio che, non potendo verificare le intimidazioni subìte dagli elettori nelle zone sotto controllo di Hezbollah, finiscano per ritenere tutto regolare.

In merito al conflitto israelo-palestinese ha osservato che il territorio e popolo palestinese è ormai diviso in due: da una parte la Striscia di Gaza dove si impone Hamas mentre l’Autorità palestinese governa nei restanti territori. Ha poi osservato che il partito di Hamas sarebbe uscito sconfitto militarmente e politicamente dalla recente guerra con Israele (che potrà trarre vantaggio dalla spaccatura palestinese). Gemayel ha quindi sottolineato che in questa situazione di precari equilibri, l’Italia è coinvolta in prima linea, con la  presenza delle forze comandate dal Generale Graziano. Ha poi aggiunto che il contingente di stanza in Libano svolge peraltro un lavoro eccellente, anche da un punto di vista politico-diplomatico. A conclusione dell’incontro, ha ribadito che l’obiettivo è la ricostruzione dello Stato in Libano e che il popolo libanese ha bisogno di non sentirsi abbandonato (il sostegno americano secondo  l’ex Presidente sarebbe insufficiente).  Ha quindi fatto cenno al dramma degli ostaggi libanesi trattenuti nelle carceri siriane (la Siria vuole recuperare il suo ruolo in Libano) ed ha infine osservato che, per quanto riguarda Israele, la vittoria di Netanyahu alle ultime elezioni non cambierà le linee guida nell’area. 

Il 19 gennaio 2009 il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha incontrato una delegazione del Consiglio degli Ambasciatori della Lega degli Stati arabi in Italia, composta dagli Ambasciatori del Libano, Mistou (decano del corpo diplomatico in Italia), del Qatar, Al-Moraikhi, dell’Egitto, Rashed, dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ateyeh, della Giordania, Principessa Al-Hashemi, del Marocco, Ben-Abdallah, accompagnati dal Capo Missione della Lega degli Stati arabi, Al Gargani.

L’obiettivo dei contatti degli Ambasciatori della Lega degli Stati arabi in Italia era quello di chiedere una presa di posizione sulla crisi di Gaza.

 

Commissioni

Il 30 giugno 2009 il Presidente della Commissione Affari esteri della Camera, Stefano Stefani, ha incontrato l’Ambasciatore libanese, Melhem Nasri Mistou.

Nel corso dell’incontro, l’Ambasciatore ha ricordato i risultati delle elezioni legislative dello scorso 7 giugno, con l'affermazione della coalizione filo-occidentale, che ha conquistato 68 dei 128 seggi dell'Assemblea nazionale. Saad Hariri ha ricevuto l'incarico di formare un governo di unità nazionale, che comprenda anche rappresentanti della minoranza Hezbollah. L’Ambasciatore ha quindi ricordato come gli italiani siano molto ben visti dalla popolazione locale e in particolare la guida italiana del contingente UNIFIL. Pertanto, proprio virtù del ruolo trainante dell'Italia nel processo di peace keeping nel sud del Libano, ritiene pericoloso ridurre il contingente per  l’“effetto domino” che potrebbe avere, con conseguenze disastrose per le forze moderate in Libano e, in generale, per la democrazia. Infine, l’Ambasciatore ha ricordato che la situazione iraniana desta preoccupazione ed influisce anche sulla politica interna del Libano perché l'Iran è uno Stato teocratico che vuole imporre la propria visione egemone anche al di fuori di esso.

Il 24 giugno 2009 il Presidente della Commissione Affari esteri Stefani ha incontrato l’Ambasciatore italiano a Beirut, Gabriele Checchia.

Nel corso del colloquio è stata affrontata la questione della formazione del nuovo governo libanese, a seguito delle recenti elezioni, nonché i riflessi che la situazione iraniana – all’indomani delle elezioni presidenziali del 12 giugno 2009 e dei successivi disordini – potrebbe avere sugli equilibri interni del Libano. 

La delegazione del Consiglio degli Ambasciatori della Lega degli Stati arabi in Italia - composta dagli Ambasciatori del Libano, Mistou (decano del corpo diplomatico in Italia), del Qatar, Al-Moraikhi, dell’Egitto, Rashed, dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ateyeh, della Giordania, Principessa Al-Hashemi, del Marocco, Ben-Abdallah, accompagnati dal Capo Missione della Lega degli Stati arabi, Al Gargani - ha incontrato il 14 gennaio 2009, il Presidente della Commissione Affari esteri, Stefani.

Si segnala che il 15 gennaio la delegazione ha altresì incontrato il Ministro degli Affari esteri Frattini e il Presidente della III Commissione del Senato Dini.

Una delegazione della Commissione difesa ha effettuato una missione in Libano, il 28 e 29 luglio 2008; la delegazione ha visitato il contingente italiano impegnato nella missione UNIFIL II.

 

Cooperazione multilaterale

Il Libano partecipa alla cooperazione parlamentare nell’ambito del Partenariato Euromediterranea ed alle riunioni dell’Assemblea parlamentare Euromediterranea (APEM).

 

UIP

Nell’ambito della UIP, opera la sezione di amicizia Italia-Mediterraneo orientale (Giordania, Libano, Siria, Territori dell’Autorità Palestinese), che per la XVI legislatura è presieduta dal Sen. Mauro DEL VECCHIO (PD).

 

Attività legislativa

Legge n. 12/09 del 24 febbraio 2009, GU n. 47 del 26 febbraio 2009. Testo coordinato G.U. n. 47 del 26 febbraio 2009. "Conversione in legge del decreto-legge 30 dicembre 2008 n. 209, recante proroga della partecipazione italiana a missioni internazionali" che prevede, tra l’altro, all’art. 1 uno stanziamento pari a 1.770.00 euro per interventi a favore delle popolazioni in Libano e autorizza, a decorrere dal 1o gennaio 2009 e fino al 30 giugno 2009, la spesa di euro 192.102.649 per la proroga della partecipazione del contingente militare italiano alla missione delle Nazioni Unite in Libano.


 

Atti di indirizzo e controllo

Si segnalano i seguenti atti:

interrogazione a risposta scritta 4-00801 presentata da FIAMMA NIRENSTEIN il 24 luglio 2008, nella quale si fa riferimento ad alcune fotografie che ritrarrebbero soldati italiani in Libano nell'atto di omaggiare col saluto militare le bare di circa 200 terroristi di Hezbollah, uccisi durante attacchi in Israele, a cui il governo ha risposto il 19 gennaio 2009.

Interrogazione a risposta scritta 4-00398 presentata da LUIGI COMPAGNA il 23 luglio 2008 su un presunto comportamento dei soldati italiani della missione UNIFIL, a cui il governo ha risposto il 13 novembre 2008.

Interrogazione a risposta scritta 4-00014 presentata da FABRIZIO CICCHITTO il 29 aprile 2008 sulla veridicità di una notizia riportata dal quotidiano Haaretz circa il comportamento della missione UNIFIL in base alla quale UNIFIL sta «nascondendo deliberatamente» informazioni sulle attività dell'Hezbollah a sud del fiume Litani, a cui il governo ha risposto il 14 luglio 2008 negando la veridicità della notizia.

Interrogazione a risposta scritta 4-00372 presentata da LUIGI COMPAGNA il 17 luglio 2008 nella quale si chiede al governo, tra l’altro, se non giudichi che il nuovo equilibrio di governo realizzatosi nel maggio 2008 in Libano abbia concesso fin troppo alla presenza ed all'azione degli uomini di Hezbollah; se non giudichi che il ruolo delle Nazioni Unite dopo una vicenda del genere rischia di essere irrimediabilmente appannato; se non ritenga di dover sottoporre agli altri Paesi europei l'ipotesi di rubricare, al pari di Hamas, anche Hezbollah come organizzazione con finalità terroristiche cui il governo ha risposto.

L’interrogazione a risposta immediata in Commissione n. 5-00264 Nirenstein presentata il 28 luglio 2008 sul ruolo di Hezbollah nella situazione libanese cui il governo ha risposto il 29 luglio 2008.

 

XV legislatura

 

Incontri del Presidente

Nel corso della precedente legislatura si segnala in particolare l’incontro a Roma, il 7 giugno 2007, del Presidente della Camera, Fausto Bertinotti, con il  Generale Michel Aoun, candidato alle prossime elezioni presidenziali e Leader del movimento cristiano-maronita  “Libero movimento patriottico”.

Inoltre, il Presidente ha compiuto una visita in Medio Oriente dal 5 al 13 maggio 2007. I Paesi visitati sono stati il Libano, i Territori dell’Autorità Palestinese, Israele ed Egitto. Nel corso della visita in Libano, il Presidente della Camera ha incontrato il Presidente del Parlamento, Nabih Berry, il Primo Ministro, Fouad Siniora, il leader druso Walid Jumblatt, ed il capo dei deputati hezbollah, Mohammad Raad. Il Presidente ha inoltre incontrato i militari italiani appartenenti al contingente di pace UNIFIL a Tibnine (Libano meridionale). Il Presidente Bertinotti ha invitato il Presidente del Parlamento, Berry, a compiere una visita in Italia.

 

Incontri delle Commissioni

Il Presidente della Commissione Affari Esteri, Umberto Ranieri, ha incontrato l’11 settembre 2007, l’Ambasciatore del Libano in Italia, Melhem Mistou.

Il 7 giugno 2007, il Presidente della Commissione Affari Esteri, on. Umberto Ranieri, ha ricevuto a Roma la visita del Generale Michel Aoun, candidato alle elezioni presidenziali del 2007 e Leader del movimento cristiano-maronita  “Libero movimento patriottico”.

Il Presidente della Commissione Affari Esteri, Umberto Ranieri, ha incontrato il 31 maggio 2007, l’Ambasciatore del Libano in Italia, Melhem Mistou.

Il 18 e 19 gennaio 2007 una delegazione congiunta delle Commissioni esteri e difesa della Camera dei deputati si è recata in Libano per incontrare le principali autorità del Paese e per visitare il contingente italiano della Missione UNIFIL. La delegazione era composta dai Presidenti delle due Commissioni, onn. Umberto Ranieri (Ulivo) e Roberta Pinotti (Ulivo), e dagli onn. Giovanni Crema (Rnp), Alì Rashid (RC), Dario Rivolta (FI), Marco Zacchera (AN). La delegazione ha incontrato, tra gli altri, il Presidente del Parlamento libanese Nabih Berry, il Capo del Governo Fouad Sinora, il Generale Aoun,  i capi delle tre principali comunità religiose (il patriarca cristiano-maronita Nasrallah Sfeir, il muftì sunnita Mohamad Rachid Kabbani ed il Presidente ad interim del Consiglio superiore sciita, sceicco Abdel Amir Kabalan) oltre al Rappresentante del Segretario generale dell'ONU a Beirut, Geir Pedersen.

L’11 gennaio 2007, il Presidente della Commissione Affari Esteri, on. Umberto Ranieri, ha incontrato l’Ambasciatore del Libano in Italia, Melhem Nasri Mistou, mentre il giorno precedente aveva incontrato l’Ambasciatore d’Italia in Libano, Gabriele Checchia.

Il 20 luglio 2006, il Presidente della Commissione Affari Esteri, on. Umberto Ranieri, ha incontrato il deputato Saad Hariri, Presidente del Partito “Mustaqbal” (Movimento per il futuro) e figlio dell’ex Primo Ministro, Rafiq Hariri. 

Nel corso della sua visita, Saad Hariri ha altresì incontrato il Presidente dell’Unione interparlamentare, on. Pier Ferdinando Casini.

 

 

 

 

 

 



Il contributo dell’Unione europea
nell’ambito del conflitto Medio-orientale

(a cura dell’Ufficio Rapporti con l’Unione europea)

 

 

La risoluzione del conflitto arabo-israeliano è una priorità strategica per l’Unione europea, senza la quale poche sono le possibilità di affrontare e risolvere gli altri problemi in Medio Oriente.

L’obiettivo dell’UE è una soluzione a due Stati, con uno Stato palestinese indipendente, democratico e vitale, che coesista accanto ad Israele e agli altri vicini. L’UE ritiene inoltre che la pace in Medio Oriente richieda una soluzione complessiva; ha dunque salutato con favore l’annuncio del maggio 2008 della ripresa di negoziati di pace tra Siria e Israele, con la mediazione turca, (al momento sospesi) e nel dicembre 2008 ha espresso la speranza che dialoghi di pace siano possibili anche tra Israele e Libano. L’UE ha inoltre molto apprezzato l’iniziativa araba di pace, come un passo ulteriore verso il processo di pace in Medio Oriente poiché offre la base di relazioni pacifiche e normalizzate tra Israele e tutti i 22 membri della Lega araba.

In tale contesto, l’Unione europea ha intrapreso diverse attività di natura politica e pratica a sostegno del processo di pace.

La posizione dell’UE in merito al conflitto in Medio Oriente

Le istituzioni dell’UE hanno ribadito in più occasioni che l’obiettivo politico dell’Unione europea in merito al conflitto in Medio oriente è quello della “coesistenza pacifica, fianco a fianco, di uno Stato palestinese vitale, contiguo, sovrano e indipendente con uno Stato di Israele esistente entro confini riconosciuti e sicuri”[25]. L’Unione punta ad una soluzione negoziata, concordata tra le parti, che risolva in modo equo la complessa questione di Gerusalemme e il problema dei profughi palestinesi.

L’UE ritiene che il futuro Stato palestinese debba avere confini sicuri e riconosciuti. Ciò dovrebbe essere realizzato attraverso il ritiro dai territori occupati nel 1967, se necessario con modificazioni minime e concordate, in conformità con le risoluzioni 242, 338, 1397, 1402 e 1515 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e i principi del processo di Madrid;

Nel dicembre 2008 l’UE ha confermato la sua grande preoccupazione per l’accelerazione dell’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Tale espansione pregiudica il risultato dei negoziati sullo status finale e minaccia il raggiungimento di una soluzione a due stati. L’UE ritiene che la costruzione di insediamenti ovunque nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est, sia illegale alla luce del diritto internazionale;

L’UE ritiene che i negoziati di pace dovrebbero includere la soluzione di tutte le questioni relative allo status di Gerusalemme. L’UE sostiene l’attività di institution buiding a Gerusalemme est, in particolare nei settori della salute, istruzione e giustizia;

L’UE sostiene una soluzione equa e concordata sulla questione dei rifugiati palestinesi e rispetterà l’accordo che sarà stato raggiunto tra le due parti su questo aspetto. A partire dal 1971 l’UE ha fornito un significativo sostegno all’attività delle agenzie che garantiscono servizi vitali ai rifugiati palestinesi e si impegna ad adeguare tale sostegno in ragione della soluzione della questione.

Per quanto riguarda la sicurezza, l’Unione europea ha condannato in più occasioni senza riserve il terrorismo, la violenza o il suo incitamento, a cui non si può permettere di ostacolare il processo di pace o tenere in ostaggio la stabilità della regione, e ritiene che gli attacchi terroristici contro Israele non abbiano alcuna giustificazione.

A tale proposito si ricorda che l’UE ha incluso Hamas, Jahad islamica e altri gruppi palestinesi nelle sue liste di organizzazioni terroristiche al bando. L’Unione europea riconosce il diritto di Israele di proteggere i suoi cittadini da questi attacchi, ma enfatizza il fatto che il governo israeliano nell’esercitare questo diritto dovrebbe agire nel rispetto del diritto internazionale, evitando di assumere iniziative che aggravino la situazione umanitaria e economica dei palestinesi. Secondo l’UE, l’assunzione della piena responsabilità della sicurezza da parte dell’Autorità palestinese nelle aree poste sotto la sua giurisdizione è un test importante per l’autorità stessa. Pertanto l’UE richiede che ciò avvenga urgentemente per dimostrare la determinazione dell’Autorità palestinese nella lotta contro la violenza estremista e gli attacchi terroristici pianificati e condotti da individui o gruppi.

Sugli specifici sviluppi del processo di pace in Medio Oriente si sono espresse in più occasioni le diverse istituzioni europee.

L’intervento più recente risale al 15 giugno scorso, quando il Consiglio ha svolto un dibattito approfondito sul Medio Oriente, dopo essere stato informato dall’Alto Rappresentante per la PESC, Javier Solana, sulla visita effettuata dal 10 al 14 giugno in Israele, nei territori palestinesi, in Libano e in Egitto.

Nelle sue conclusioni, il Consiglio accoglie con favore l'impegno dell'amministrazione statunitense a perseguire con determinazione la soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati e una pace globale in Medio Oriente e conferma la disponibilità dell'Unione a collaborare attivamente con gli Stati Uniti e gli altri membri del Quartetto per conseguire questo obiettivo e a contribuire in misura sostanziale alle intese successive al conflitto volte ad assicurare la sostenibilità degli accordi di pace, affrontando anche le dimensioni economica e di sicurezza della regione.

Nell’esprimere soddisfazione per l’annuncio del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di volersi impegnare a favore di una pace che comprenda uno Stato palestinese, il Consiglio rimane profondamente preoccupato per le attività di insediamento, la demolizione delle case e le espulsioni dalle case nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est. Il Consiglio esorta dunque il governo israeliano a porre immediatamente fine alle attività di insediamento nonché a smantellare tutti gli avamposti eretti dal marzo 2001, ribadisce che gli insediamenti violano il diritto internazionale e sono un ostacolo alla pace. D’altro canto il Consiglio esorta l'Autorità Palestinese a continuare a compiere ogni sforzo per migliorare la situazione dell'ordine pubblico.

Per quanto riguarda la crisi di Gaza, il Consiglio ribadisce l'urgenza di una soluzione duratura e chiede l'apertura immediata e incondizionata dei valichi per consentire il flusso di aiuti umanitari, merci e persone verso e da Gaza, condizione indispensabile per l'inoltro senza ostacoli degli aiuti umanitari, la ricostruzione e la ripresa economica. Il Consiglio chiede inoltre la completa cessazione di ogni atto di violenza, con l'arresto duraturo dei lanci di razzi su Israele, e un meccanismo efficace per impedire il contrabbando di armi e munizioni verso la Striscia di Gaza.

Il Consiglio manifesta inoltre la volontà dell’Unione europea di rafforzare ulteriormente le relazioni bilaterali con l'Autorità Palestinese e di promuovere la costruzione istituzionale dello Stato palestinese e il suo sviluppo economico sostenibile, in collaborazione con Israele e con i donatori internazionali.

Le iniziative dell’UE in favore del processo di pace

Il sostegno al processo di pace è fornito dall’UE attraverso diverse iniziative.

L’UE contribuisce a facilitare il processo di pace attraverso incontri regolari con i principali soggetti coinvolti e visite dei leader dell’UE in Medio oriente nonché mediante le attività dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Javier Solana, e del Rappresentante speciale per il processo di pace, Marc Otte[26]. Inoltre, l’UE è uno dei partner del “Quartetto internazionale” (insieme a Stati Uniti, Federazione russa e Nazioni Unite) che il 30 aprile 2003 ha presentato la road map per il processo di pace formalmente accettata dal Governo israeliano e dall’Autorità palestinese.

Secondo quanto indicato nel preambolo alla road map “la soluzione dei due Stati al conflitto israeliano-palestinese sarà realizzata soltanto attraverso una conclusione delle violenze e del terrorismo (quando il popolo palestinese avrà una leadership che agisce con decisione contro il terrore ed in grado di sviluppare una democrazia basata su tolleranza e la libertà) e attraverso la prontezza di Israele nel fare ciò che è necessario per uno Stato palestinese democratico”. Sempre secondo la road map “un accordo negoziato fra le parti provocherà l'istituzione di uno Stato palestinese indipendente, democratico che viva parallelamente nella pace e nella sicurezza con Israele e gli altri Stati vicini. L'accordo risolverà il conflitto israeliano-palestinese e concluderà l'occupazione cominciata nel 1967, basandosi sulle conclusioni della Conferenza di Madrid, sul principio terra per la pace, sulle risoluzioni ONU 242, 338 e 1397, gli accordi precedentemente raggiunti dalle parti e l'iniziativa del principe saudita Abdullah, sottoscritto dalla Lega araba a Beirut, che accetta Israele come vicino in pace e sicurezza”.

Sulla situazione in Medio Oriente si è espresso il Parlamento europeo che il 12 luglio 2007 ha approvato a larghissima maggioranza una risoluzione in cui ipotizza l'impiego di una forza internazionale sotto egida ONU. A proposito della fragile situazione della regione, i deputati considerano la dimensione e l'approccio regionale «il fondamento di tutti gli sforzi volti a trovare una soluzione pacifica durevole nel Medio Oriente» e ricordano che «né pregiudiziali, né unilateralismo sono d'aiuto in tale contesto».

Sostegno alle riforme politiche ed economiche

L’UE ha sostenuto il processo di riforme politiche ed economiche avviato dall’Autorità palestinese fornendo, oltre alle risorse finanziarie, anche l’assistenza tecnica in materia di institution-building. In questo contesto si segnala che il 5 ottobre 2005 la Commissione ha presentato la comunicazione “La cooperazione UE-Palestina oltre il disimpegno: verso una soluzione a due Stati”[27], seguita alla fine del 2007 da un documento congiunto predisposto dall’Alto rappresentate per la PESC, Javier Solana, e dal Commissario europeo per le relazioni esterne e la politica di vicinato, Benita Ferrero-Waldner. L’obiettivo è quello di attuare una strategia di medio termine per sfruttare le nuove opportunità offerte dal ritiro di Israele da Gaza, assicurando la fattibilità politica ed economica del futuro stato palestinese:

  • in merito alla fattibilità politica, si richiedono il rafforzamento della legittimità e dell’affidabilità delle strutture amministrative, particolarmente per quanto riguarda i settori sanità istruzione e giustizia; la promozione dello stato di diritto; il miglioramento in termini di rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali; il coinvolgimento della società civile; l’istituzione di forze di polizia moderne e democratiche;
  • in merito alla fattibilità economica, si richiedono lo sviluppo di relazioni commerciali e bilaterali; la ricostruzione e riabilitazione della striscia di Gaza e dei territori occupati; la creazione di un ambiente favorevole agli investimenti privati; il miglioramento nella gestione della finanza pubblica.

Assistenza finanziaria

L’UE è il maggior donatore dell’Autorità palestinese ed un importante partner economico di Israele, Egitto, Giordania, Libano e Siria. La cooperazione bilaterale in campo economico e finanziario con tutte le parti coinvolte nel processo di pace, fornita nell’ambito di diversi strumenti di cooperazione, si prefigge di porre le condizioni per la pace, la stabilità e la prosperità della regione.

L’assistenza finanziaria da parte dell’UE è cominciata già nel 1971, con il primo contributo al bilancio dell’Ufficio di assistenza delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina in Medio Oriente (UNRWA). A partire dal 1986 inoltre l’UE ha garantito l’accesso preferenziale ai prodotti provenienti dai territori occupati.

Successivamente alla conclusione degli Accordi di Oslo del settembre 1993, l’Unione europea ha dato inizio a un programma speciale per sostenere il Processo di pace in Medio Oriente e lo sviluppo della società palestinese. Tra il 1994 e il 2002 l’UE ha fornito circa 1 miliardo di euro in contributi e prestiti[28] e ulteriori 500 milioni di euro all’UNRWA. L’assistenza unilaterale fornita dagli Stati membri dell’UE ammonta a circa 2,5 miliardi di euro per lo stesso periodo.

Se si considera l'aiuto pro-capite, i palestinesi sono tra i principali destinatari degli aiuti dell'UE nel mondo e l'Unione europea è il principale donatore per la società palestinese.

A seguito della ripresa dei trasferimenti mensili di tasse da parte del Governo israeliano alla fine del 2002, la Commissione europea ha aggiornato il suo programma di sostegno, mantenendo un alto livello di aiuto ma collegandolo più strettamente ai progressi dimostrati negli sforzi riformatori e alle esigenze specifiche identificate in collaborazione con il ministro delle finanze dell’Autorità palestinese. Tra il 2003 e il 2005 l’UE ha messo a disposizione in totale 750 milioni di euro dal bilancio comunitario, fissando annualmente il contributo finanziario, a causa della volatilità della situazione.

Nel 2006, a causa dell’evoluzione della situazione politica e del deterioramento della situazione socio-economica nei Territori palestinesi, l’assistenza è stata destinata totalmente ad aiuti umanitari e di emergenza. In totale sono stati messi a disposizione della popolazione palestinese 329 milioni di euro dal bilancio dell’UE così ripartiti: 105 milioni al meccanismo temporaneo internazionale (TIM)[29] per l’assistenza diretta alla popolazione palestinese; 40 milioni di euro per la fornitura di combustibile; 184 milioni in aiuti per i rifugiati, sicurezza alimentare e aiuti umanitari.

Con la formazione del governo di unità nazionale nel 2007, l’UE ha ripreso gli aiuti diretti all’Autorità palestinese, con un contributo totale di 550 milioni di euro per il 2007 e di 496 milioni di euro per il 2008. Di questi ultimi, 229 milioni di euro sono stati stanziati tramite il PEGASE, il meccanismo europeo che a partire dal 1° febbraio 2008 ha sostituito il TIM per sostenere il piano triennale di riforma e sviluppo presentato dal primo ministro dell’Autorità palestinese, Salam Fayyad, in occasione della conferenza internazionale di Parigi di dicembre 2007.

Per il 2009, come annunciato in occasione della Conferenza internazionale dei donatori a sostegno della ricostruzione di Gaza, tenutasi in Egitto il 2 marzo 2009, l’assistenza dell’UE ai palestinesi ammonterà a 440 milioni di euro, di cui 235 attraverso il PEGASE, 67 a sostegno dell’attività dell’UNRWA, 61 in aiuti umanitari, quasi 55 in sicurezza alimentare.

Missioni di peace-keeping

Tra le altre iniziative specifiche avviate dall’Unione europea si segnala, a partire dal novembre 2005 e dietro richiesta delle parti, la missione di controllo di frontiera al valico di Rafah, tra Gaza e l’Egitto (EU BAM Rafah), istituita con l'azione comune 2005/889/PESC del 12 dicembre 2005. Il rapido avvio di EU BAM Rafah - sotto la guida del Generale Pietro Pistolese (Carabinieri) - ha consentito l’apertura del valico il 25 novembre 2005.

La missione ha l’incarico di monitorare, verificare e valutare attivamente i risultati conseguiti dall'Autorità palestinese, sviluppare le capacità palestinesi relativamente a tutti gli aspetti della gestione delle frontiere a Rafah e contribuire a mantenere il collegamento tra le autorità palestinesi, israeliane ed egiziane riguardo alla gestione del valico[30]. Allo stato attuale, in conseguenza della situazione di Gaza, la missione è temporaneamente sospesa, in attesa di riprendere al più presto le attività non appena le condizioni lo consentano.

Dal 1° gennaio 2006 è attiva anche la missione UE di polizia per i territori palestinesi (Eupol Copps), istituita con l'azione comune 2005/797/PESC del 14 novembre 2005 per un periodo iniziale di tre anni – e successivamente estesa fino al 31 dicembre 2010 - con l’obiettivo di assistere l'autorità palestinese nella creazione di dispositivi di polizia duraturi ed efficaci.

A partire dall’estate 2006, l’Unione europea contribuisce inoltre in maniera determinante alla missione UNIFIL delle Nazioni Unite in Libano.

Inoltre, l’UE ha un ruolo guida nella Task force internazionale[31], istituita nel giugno 2002 con l’obiettivo di sostenere l’attuazione delle riforme civili palestinesi e di coordinare la comunità internazionale dei donatori.

L’Unione europea e la crisi di Gaza

Nella sessione del Consiglio del 26 gennaio 2009, i ministri degli affari esteri dell'UE – dopo aver espresso la loro soddisfazione per la cessazione delle ostilità e aver espresso il proprio pieno sostegno all’iniziativa egiziana in favore di un duraturo cessate il fuoco - hanno concordato di concentrare la risposta dell'UE all'attuale crisi di Gaza sui seguenti punti: aiuti umanitari immediati per la popolazione di Gaza; prevenzione del traffico illecito di armi e munizioni; riapertura duratura dei valichi sulla base dell'accordo del 2005 sulla circolazione e l'accesso; riabilitazione, ricostruzione e ripresa del processo di pace. L'UE porterà avanti questa agenda in stretta cooperazione con gli altri partner del Quartetto e gli altri attori regionali e conformemente all'approccio più ampio alla regione, compresi gli sforzi di costruzione dello Stato. Come si legge nelle conclusioni del Consiglio, l’UE sta sviluppando a tale proposito un piano di lavoro.

Nelle sue conclusioni, il Consiglio ha espresso inoltre profondo rammarico per la perdita di vite umane, in particolare vittime civili, causata dal conflitto e ha condannato il bombardamento delle infrastrutture dell'UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite di soccorso e lavori per i profughi della Palestina nel Vicino Oriente) a Gaza. L'UE è disposta a incrementare il suo contributo in aiuti d'urgenza e continuerà ad appoggiare le Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali nei loro sforzi. Nel richiamare le parti al pieno rispetto dei diritti umani e degli obblighi internazionali, ha dichiarato che si seguiranno da vicino le indagini su presunte violazioni del diritto internazionale umanitario. 

Per portare aiuti umanitari alle vittime del conflitto e contribuire alla riabilitazione, alla ricostruzione e allo sviluppo economico della Striscia di Gaza, i valichi di frontiera debbono essere riaperti al passaggio di aiuti umanitari, merci e persone. A tale proposito, il Consiglio manifesta la disponibilità dell'UE a riprendere la missione di assistenza alle frontiere (EUBAM Rafah) appena le condizioni lo renderanno possibile e a valutare l’eventualità di estendere la propria assistenza agli altri valichi, come parte del suo impegno complessivo nella regione.

In conclusione, i ministri degli esteri dell’UE hanno invitato le parti a riprendere – con il sostegno della comunità internazionale - l’impegno in favore di una soluzione di pace.

L’Unione europea è intervenuta in più occasioni durante la crisi di Gaza. Il giorno stesso dell'inizio dell'offensiva aerea israeliana verso la striscia di Gaza, Javier Solana, Alto rappresentante per la politica estera dell'UE, ha esortato entrambe le parti a cessare ogni azione militare. Precisando che l'UE ha sempre condannato il lancio di missili contro Israele, ha però sottolineato che l'attacco israeliano infligge ai civili palestinesi un costo inaccettabile, peggiora la crisi umanitaria e rende più complicata la ricerca di una soluzione pacifica.

Analoghe preoccupazioni sono state espresse dalla Presidenza francese dell'UE e dal Presidente del Parlamento europeo, che hanno deplorato l’elevatissimo numero di vittime civili, condannando inoltre «l’uso sproporzionato della forza» e ricordando «che non esiste una soluzione militare a Gaza». In particolare il Presidente del Parlamento europeo ha ribadito che una pace duratura basata su una soluzione fondata su due Stati può essere raggiunta solo con l'attivo coinvolgimento di tutte le parti ed ha incoraggiato i paesi arabi a contribuire a restaurare la pace. Allo stesso tempo ha esortato la nuova Amministrazione USA e l'UE a promuovere congiuntamente una strategia di pace per il Medio Oriente, in cui l'Europa svolga un ruolo attivo.

Il 30 dicembre 2008 i ministri degli affari esteri dell’UE si sono incontrati per discutere la situazione in Medio Oriente, come parte degli sforzi della comunità internazione, particolarmente del Quartetto e della lega araba, per trovare una soluzione alla crisi. Nell’occasione, l’UE ha chiesto: immediato e persistente cessate il fuoco; azione umanitaria immediata per consentire l’invio di cibo, generi di pronto soccorso e combustibile nella striscia di Gaza, evacuazione dei feriti e accesso sicuro per il personale umanitario; ripresa del processo di pace.

Tra il 4 e il 6 gennaio, l'UE ha inviato una missione in Medio Oriente guidata dal Ministro degli affari esteri ceco, in quanto Presidente del Consiglio UE, accompagnato dai ministri degli esteri francese e svedese, la commissaria per le relazioni esterne e l'Alto Rappresentante PESC. L'obiettivo era di instaurare un dialogo con i partner dell'UE in Medio oriente, valutare la situazione e determinare le possibilità di restaurare il cessate il fuoco, analizzare la possibilità di inviare aiuti umanitari per la popolazione civile della Striscia di Gaza e coordinare le azioni comuni europee. In tale ambito, la delegazione ha avuto incontri ai massimi livelli in Israele, Giordania, Egitto e con l'Autorità palestinese.

Il 4 gennaio, dopo l'inizio dell'offensiva terrestre su Gaza, la Presidenza ceca ha ribadito l'appello per la riapertura dei canali umanitari destinati alla popolazione civile e per il cessate il fuoco. Il 7 gennaio ha reiterato lo stesso appello ricordando «la responsabilità di coloro che, lanciando in modo indiscriminato razzi su Israele, anche da zone densamente popolate di Gaza, hanno dato inizio a questo tragico conflitto». Il Ministro degli esteri Karel Schwarzenberg ha però sottolineato che la maggiore preoccupazione riguarda le sofferenze dei civili a Gaza.

La Commissione europea, intanto, ha sbloccato 3 milioni di euro per l'aiuto umanitario d'urgenza ai civili palestinesi, destinati all'invio di cibo, alla riparazione dei rifugi e al sostegno medico. Questi fondi si sommano ai 73 milioni di euro già stanziati nel 2008.

 

 


Rapporti tra l’Unione europea e il Libano e la Giordania
(a cura dell’Ufficio Rapporti con l’Unione europea)

 

Le relazioni tra l’Unione europea e il Libano e la Giordania sono inserite da anni nel quadro del Partenariato euro mediterraneo, di recente evolutosi nell’Unione per il Mediterraneo.

Il Partenariato euromediterraneo (o Processo di Barcellona) è stato inaugurato dalla Conferenza di Barcellona del 27 e 28 novembre 1995, che ha riunito i Ministri degli affari esteri degli Stati membri dell'Unione europea insieme a quelli di Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Marocco, Siria, Tunisia, Turchia, dell'Autorità palestinese, oltre a Cipro e Malta all’epoca non ancora membri dell’UE. Dal 6 novembre 2007 partecipano a pieno titolo al Processo di Barcellona anche Albania e Mauritania.

Obiettivo generale dell'iniziativa è quello di superare l’approccio bilaterale per adottare il metodo della cooperazione multilaterale e fare del bacino del Mediterraneo una zona di dialogo, di scambi e di cooperazione che garantisca la pace, la stabilità e la prosperità. Il partenariato si articola in tre aree:

-   uno spazio comune di pace e stabilità, attraverso il rafforzamento della cooperazione politica e di sicurezza;

-   una zona di prosperità condivisa, attraverso la cooperazione economica e finanziaria e la progressiva creazione di una zona di libero scambio (che dovrebbe realizzarsi  entro il 2010);

-   l’avvicinamento tra i popoli, attraverso la cooperazione sociale, culturale ed umana, volta ad incoraggiare la comprensione tra le culture e lo scambio tra le società civili.

Come anticipato, il partenariato si è recentemente evoluto nel progetto dell'Unione per il Mediterraneo approvato dal Consiglio europeo del marzo 2008, con l’obiettivo di rilanciare le relazioni dell'UE con i partner della regione mediterranea, puntando in particolare su tre aspetti: potenziamento del profilo politico dei rapporti fra l'UE e i suoi partner mediterranei; governance su base egualitaria, con un maggior coinvolgimento dei paesi della sponda meridionale del Mediterraneo; priorità data a progetti concreti di dimensione regionale (in materia di infrastrutture, energia, ambiente, cultura).

Le proposte avanzate dalla Commissione nella comunicazione del 20 maggio 2008 sono state sottoposte all’esame del Vertice inaugurale tenutosi a Parigi il 13 luglio 2008, che con la dichiarazione congiunta finale le ha approvate. Di fatto, la successiva crisi di Gaza ha comportato come conseguenza un parziale rallentamento dell’iniziativa.

Dal 1996 al 2006 il principale strumento finanziario dell’Unione europea per sostenere l’attuazione del partenariato euro mediterraneo è stato il programma MEDA. In tale ambito, tra il 2000 e il 2006 la Commissione ha erogato 4,6 milioni di euro a favore degli otto partner del processo di Barcellona attraverso programmi di cooperazione bilaterale e regionale.

Dal 1° gennaio 2007, nel quadro delle nuove prospettive finanziarie 2007-2013, l’assistenza ai paesi del partenariato euromediterraneo viene fornita attraverso un nuovo strumento, denominato strumento europeo di vicinato e partenariato (anche detto ENPI) destinato alla frontiera esterna dell’UE allargata, con una dotazione finanziaria di oltre 11 miliardi di euro per l’intero periodo[32]. L’ENPI sostituisce i programmi geografici e tematici esistenti, compreso il programma MEDA.

Lo strumento indispensabile per l’attivazione e l’efficace attuazione del partenariato è rappresentato dagli accordi bilaterali di associazione[33]. Questi accordi, di durata illimitata, mirano a rafforzare i legami esistenti tra i firmatari, instaurando relazioni fondate sulla reciprocità, la compartecipazione e il co-sviluppo nel rispetto dei principi democratici e dei diritti umani. Gli accordi prevedono l’instaurazione di un dialogo politico regolare; la delimitazione progressiva di una zona di libero scambio in conformità con le disposizioni dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC); disposizioni in materia di libertà di stabilimento, liberalizzazione dei servizi, libera circolazione dei capitali e concorrenza; il rafforzamento della cooperazione economica; una cooperazione sociale completata da una cooperazione culturale; una cooperazione finanziaria per sostenere gli sforzi di riforma richiesti dalla creazione di una zona di libero scambio tra i paesi terzi mediterranei e l’Unione europea.

Nell’ambito di tale contesto, la Giordania ha firmato l’accordo con l’UE il 24 novembre 1997. L’accordo è poi entrato in vigore il 1° maggio 2002. Per quanto riguarda il Libano l’accordo è stato firmato il 17 giugno 2002 ed è entrato in vigore il 1° aprile 2006. Inoltre, con uno scambio di lettere, le Parti si sono impegnate a cooperare nella prevenzione e repressione degli atti di terrorismo, materia non coperta dall’Accordo di associazione. Con tale strumento le Parti si impegnano, mediante la piena applicazione della risoluzione n. 1373 dell’ONU, a scambiarsi informazioni sui gruppi terroristici e le loro reti di appoggio, sulle risorse e i metodi usati contro il terrorismo, e a condividere esperienze relative alla prevenzione di tale fenomeno.

Politica europea di vicinato

Il Libano e la Giordania partecipano inoltre – insieme agli altri paesi del Mediterraneo meridionale[34], ai nuovi Stati indipendenti[35], e, a seguito della decisione del Consiglio del 14 giugno 2004, anche agli Stati del Caucaso[36], - alla Politica europea di vicinato, inaugurata dalla Commissione con una comunicazione[37] presentata l’11 marzo 2003 e a più riprese rafforzata, con l’obiettivo di creare una zona di prosperità condivisa e buon vicinato.

Strumento fondamentale della PEV è il piano di azione, che viene predisposto per ciascuno dei paesi coinvolti - una volta che essi siano stati ritenuti pronti - ed è considerato cruciale nel processo di avvicinamento all’Unione. Il piano d’azione individua gli obiettivi strategici della cooperazione politica ed economica tra l’UE e il singolo paese e mira al contempo a favorire l’applicazione dell’accordo di associazione o di cooperazione vigente. Nelle intenzioni della Commissione, l’attuazione del piano di azione dovrebbe contribuire in maniera significativa al ravvicinamento della legislazione, delle norme e degli standard del paese a quelli dell’UE.

I piani d’azione sono differenziati, per riflettere lo stato delle relazioni di ciascun paese con l’UE, le sue necessità e capacità, nonché gli interessi comuni, e definiscono il percorso da seguire nel medio periodo.

Libano

Il piano d’azione per il Libano, adottato nell’ottobre 2006 per la durata di 5 anni, individua le seguenti aree prioritarie: rafforzamento del dialogo politico; sviluppo di un sistema giudiziario indipendente e imparziale; definizione di una strategia generale sulla tutela dei diritti umani; promozione della libertà di espressione: ulteriore promozione delle pari opportunità; misure per una politica fiscale sostenibile, con riduzione del debito e miglioramento delle pubbliche finanze; miglioramento del potenziale libanese in termine di esportazione attraverso l’ulteriore liberalizzazione degli scambi in beni e prodotti agricoli, la semplificazione della legislazione e delle procedure doganali, il miglioramento degli standard industriali e la modernizzazione dei sistemi sanitario e fitosanitario; potenziamento della cooperazione in materia di gestione dei flussi migratori e del dialogo sui visti; promozione delle politiche di sviluppo sostenibile e definizione di una strategia di riduzione della povertà.

L’ultima relazione della Commissione relativa ai progressi compiuti dal Libano nel 2008, pubblicata il 23 aprile 2009, segnala come dopo la fine del conflitto militare tra Israele ed Hezbollah nel 2006, il Libano sia entrato in una lunga fase di stallo politico durata 18 mesi e conclusasi nel luglio 2008 con la formazione di un governo di unità nazionale. Secondo quanto riportato nella relazione, la difficile situazione politica che ha caratterizzato parte del 2008 ha rallentato l’attuazione del piano d’azione; nonostante gli intervenuti miglioramenti a livello istituzionale, non è stato possibile discutere alcuna proposta di legge a causa di un’impasse legislativa: il Consiglio dei ministri ha infatti convenuto su varie riforme (compresa quella della politica della concorrenza e dell’IVA), che però non hanno potuto essere attuate. Anche in altri settori (diritti umani, riforma del sistema giudiziario, riforma del settore sociale e riforma normativa e dell’amministrazione), la lentezza dei progressi ha inciso sulla situazione sociale, economica e politica generale del paese e sul dialogo nell’ambito della PEV. Tra gli elementi positivi la Commissione segnala Il primo passo verso la normalizzazione delle relazioni con la Siria, compiuto nell’ottobre 2008 grazie all’instaurazione di relazioni diplomatiche.

Nonostante le difficoltà, nella relazione si rileva che l’economia libanese ha dimostrato una certa forza, raggiungendo una crescita del PIL del 6 percento. L’UE è rimasta n