Camera dei deputati - XVI Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento finanze
Titolo: D.L. 2 marzo 2012, n. 16 'Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento', convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44 Schede di lettura
Riferimenti:
DL N. 16 DEL 02-MAR-12   AC N. 5109/XVI
Serie: Progetti di legge    Numero: 625    Progressivo: 4
Data: 15/06/2012
Organi della Camera: VI-Finanze

 

Camera dei deputati

XVI LEGISLATURA

 

 

Progetti di legge

 

 

 

Le leggi

D.L. 2 marzo 2012, n. 16

“Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento
delle procedure di accertamento”, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44

Schede di lettura

 

 

 

 

 

 

n. 625/4

 

 

 

15 giugno 2012

 


Servizio responsabile:

Servizio Studi – Dipartimento Finanze

( 066760-9496 – * st_finanze@camera.it

Hanno partecipato alla redazione del dossier il seguente Ufficio:

Segreteria Generale – Ufficio Rapporti con l’Unione europea

( 066760-2145 – * cdrue@camera.it

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File: D12016d.doc

 


INDICE

Schede di lettura

§      Articolo 1, commi 1-4 (Rateazione dei debiti tributari)3

§      Articolo 1, commi da 4-bis a 4-quater (Violazione dei doveri d’ufficio per il mancato pagamento delle somme eccedenti il debito comunicato)9

§      Articolo 1, commi 5 e 6 (Codice dei contratti pubblici - certificazione dei carichi pendenti)11

§      Articolo 2, commi da 1 a 3-bis (Adempimenti formali - Rimessione in bonis)14

§      Articolo 2, comma 4 (Comunicazione dei dati relativi alle dichiarazioni d’intento)20

§      Articolo 2, comma 4-bis (Esenzione dall’Iva per soli collegi universitari)22

§      Articolo 2, comma 5 (Dichiarazione nei casi di liquidazione societaria - Revoca della liquidazione)24

§      Articolo 2, comma 5-bis (Responsabilità in solido dell’appaltatore per versamento delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e dell’IVA)27

§      Articolo 2, comma 6 (Semplificazioni degli obblighi di comunicazione delle operazioni rilevanti a fini IVA da parte dei soggetti passivi)29

§      Articolo 2, comma 6-bis (Applicazione dell’IVA sul cd. “margine” per le cessioni di contratti di locazione finanziaria)34

§      Articolo 2, comma 7 (Eliminazione dell’obbligo di chiedere l’indicazione del domicilio fiscale negli atti presentati all’Amministrazione finanziaria)36

§      Articolo 2, comma 8 (Operazioni con Paesi c.d. black list)39

§      Articolo 2, commi 9 e 10 (Scritturazione telematica della contabilità delle accise in sostituzione dei registri cartacei)41

§      Articolo 2, commi 11 e 12 (Semplificazioni nel sistema di accertamento e contabilizzazione della birra negli stabilimenti di tipo artigianale)44

§      Articolo 2, comma 13 (Semplificazioni nel rilascio della licenza di esercizio per gli esercenti le officine di produzione di energia elettrica utilizzata per uso proprio azionate da fonti rinnovabili)47

§      Articolo 2, comma 13-bis (Collocamento agricolo)49

§      Articolo 2, comma 13-ter (Esonero dall’obbligo di emissione della fattura per talune attività organizzate da agenzie turistiche)51

§      Articolo 2, comma 13-quater (Estensione della possibilità di usufruire degli intermediari per adempimenti fiscali)53

§      Articolo 3, commi da 1 a 2-bis (Deroghe in materia di limitazione utilizzo del contante)57

§      Articolo 3, commi da 3 a 4-ter (Pagamento di stipendi e pensioni di importo superiore a 1.000 euro)60

§      Articolo 3, comma 4-quater (Contribuenti minori)65

§      Articolo 3, comma 5, lettere a) e b) (Limiti di pignorabilità)68

§      Articolo 3, comma 5, lettere c) e d), e commi 6 e 7 (Procedure di esecuzione forzosa sui beni immobili)70

§      Articolo 3, comma 6-bis (Esclusione dal reddito imponibile IRPEF dei servizi e prestazioni erogate dal datore di lavoro con specifiche finalità.)73

§      Articolo 3, commi 8 e 9 (Ratei e risconti)74

§      Articolo 3, commi 10 e 11 (Crediti tributari di modesta entità)76

§      Articolo 3, comma 12 (Modalità di esposizione degli importi nelle dichiarazioni e nelle certificazioni dei sostituti d’imposta)78

§      Articolo 3, comma 13 (Corresponsione dell’accisa mediante canone di abbonamento annuale per gli esercenti officine costituite da impianti azionati da fonti rinnovabili)79

§      Articolo 3, comma 13-bis (Regimi per gli autoproduttori da fonti energetiche convenzionali e per l’alluminio)81

§      Articolo 3, comma 13-ter (Recupero accise per autotrasportatori)88

§      Articolo 3, comma 14 (Richieste e notifiche alle imprese di assicurazione per via telematica)90

§      Articolo 3, comma 15 (Money transfer)92

§      Articolo 3, comma 16 (Pubblicità provvedimenti AAMS)94

§      Articolo 3, comma 16-bis (Fondo regioni di confine)95

§      Articolo 3, comma 16-ter (Crediti di imposta per nuovo lavoro stabile nel Mezzogiorno)97

§      Articolo 3, comma 16-quater (Ammortamento dei beni materiali)99

§      Articolo 3, comma 16-quinquies (Esclusione del pagamento della tassa annuale sulle unità da diporto)101

§      Articolo 3, comma 16-sexies (Applicazione dell’imposta comunale sulla pubblicità al marchio apposto su gru)102

§      Articolo 3-bis (Accisa sul combustibile utilizzato nella produzione combinata di energia elettrica e calore)105

§      Articolo 3-ter (Esenzione dall’accisa per la benzina utilizzata per navigazione)109

§      Articolo 3-quater (Termini per adempimenti fiscali)111

§      Articolo 3-quinquies (Misure urgenti per l’uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio ed in materia di contributi per l’utilizzo delle frequenze televisive)113

§      Articolo 3-sexies (Disposizioni in materia di imposte sui voli e sugli aeromobili)122

§      Articolo 3-septies (Modifica all'articolo 18 della legge 12 novembre 2011, n. 183)128

§      Articolo 4, comma 1 (Pubblicazione delle delibere di variazione dell’addizionale comunale IRPEF)130

§      Articolo 4, comma 1-bis (Esenzione dall’imposta di registro e di bollo per l’atto di fideiussione prestato per la stipula di contratti di locazione su immobili ad uso abitativo, qualora assoggettati alla “cedolare secca”)132

§      Articolo 4, comma 1-ter e da 5 a 5-quater e da 5-sexies a 5-septies (Modifiche all’imposta municipale propria – IMU e regime fiscale degli immobili di interesse storico artistico)134

§      Articolo 4, comma 1-quater (Imposta di scopo)159

§      Articolo 4, comma 1-quinquies (Comunicazioni al MEF su addizionale)162

§      Articolo 4, comma 2 (Variazione dell'aliquota dell'imposta provinciale RCA nelle regioni a statuto speciale)164

§      Articolo 4, comma 2-bis (Imposta di sbarco)167

§      Articolo 4, comma 3 (Finanziamento dell’IFEL)170

§      Articolo 4, comma 4 (Sblocco variazioni aliquote di tributi e addizionali di regioni ed enti locali)172

§      Articolo 4, comma 5-quinquies (Utili a riserva obbligatoria delle banche di credito cooperativo)174

§      Articolo 4, comma 5-octies (Esenzioni Fabbricati terremotati Abruzzo)176

§      Articolo 4, commi 6-9 (Norme di rilievo finanziario per gli enti locali)177

§      Articolo 4, commi 10 e 11 (Soppressione delle imposte sul consumo di energia elettrica nelle regioni a statuto speciale)185

§      Articolo 4, comma 12 (Attuazione rimborsi IRAP)188

§      Articolo 4, commi 12-bis e 12-ter (Disposizioni in materia di Patto di stabilità interno)191

§      Articolo 4, comma 12-quater (Gestione del patrimonio immobiliare statale)196

§      Articolo 4-bis (Modifiche al Testo unico di cui al D.P.R. n. 917 del 1986 in materia di deduzione dei canoni di leasing)199

§      Articolo 4-ter, commi 1-9 (Patto di stabilità interno “orizzontale nazionale”)201

§      Articolo 4-ter, commi 10-14 (Personale enti locali e dirigenza))206

§      Articolo 4-ter, commi 15 e 16 (Multe per infrazione al codice della strada)213

§      Articolo 5, comma 1 (Allungamento termine per integrazione indicatori di coerenza economica a fini di applicazione del nuovo regime premiale per i soggetti cui si applicano gli studi di settore)216

§      Articolo 5, commi 2 e 3 (Versamenti tributari)218

§      Articolo 5, commi 4-6 (Contratto quadro Sogei)220

§      Articolo 5, commi da 6-bis a 6-quater (Portale Stipendi PA)223

§      Articolo 5, comma 6-quinquies (Archivio informatizzato relativo al sistema di prevenzione amministrativa delle frodi sulle carte di pagamento)226

§      Articolo 5, comma 7 (Definizione di Amministrazione pubblica)229

§      Articolo 5, comma 7-bis (Modifica al D.Lgs. n. 91/2011 di armonizzazione dei sistemi contabili della pubblica amministrazione)232

§      Articolo 5, comma 8 (Modalità di incasso dell'aggio spettante ad Equitalia Giustizia Spa)234

§      Articolo 5, comma 8-bis (Riscossione delle entrate degli enti locali)236

§      Articolo 6, comma 1 (Attività estimative svolte dall’Agenzia del territorio)239

§      Articolo 6, comma 2 (TARES)242

§      Articolo 6, commi 3 e 4 (Dichiarazioni relative all’uso del suolo)245

§      Articolo 6, comma 5 (Certificati ipotecari e catastali)247

§      Articolo 6, commi da 5-bis a 5-undecies (Certificati ipo-catastali)249

§      Articolo 5-duodecies (Imposta di bollo atti giudiziari)253

§      Articolo 6, comma 5-terdecies (Prenotazione a debito)255

§      Articolo 6, comma 5-quaterdecies (Obbligo di trascrizione di tutti gli atti che costituiscono vincoli su beni immobili a favore dello Stato, ecc.)257

§      Articolo 6, comma 5-quinquiesdecies (Procedimento di cancellazione “semplificata” delle ipoteche)259

§      Articolo 7 (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato)262

§      Articolo 8, commi 1-3 (Deducibilità di costi e spese direttamente utilizzati per il compimento di fatti, atti o attività qualificabili come delitto non colposo)265

§      Articolo 8, commi 4 e 5 (Modifiche in materia di condizioni per l'esperibilità dell'accertamento induttivo nei casi di omessa o infedele indicazione dei dati nei modelli per studi di settore, nonché per l'indicazione di insussistenti cause di esclusione o di inapplicabilità degli studi)271

§      Articolo 8, comma 6 (Disposizioni in materia di utilizzo da parte della Guardia di finanza dello strumento istruttorio delle indagini finanziarie)274

§      Articolo 8, comma 7 (Invio delle comunicazioni relative alle infrazioni dei limiti all’uso del contante alla Guardia di finanza)276

§      Articolo 8, comma 8 (Segnalazioni di violazioni tributarie)278

§      Articolo 8, comma 8-bis (Invio segnalazioni)279

§      Articolo 8, comma 9 (Partite IVA inattive)281

§      Articolo 8, comma 10 (Rideterminazione di taluni termini per il controllo dell’autoliquidazione dell’imposta di registro)284

§      Articolo 8, comma 10-bis (Procedura di registrazione telematica dei contratti di locazione)286

§      Articolo 8, comma 11 (Soppressione della norma che prevede la possibilità di sostituire la contabilità con gli estratti conto bancari)288

§      Articolo 8, comma 12 (Avviso di accertamento esecutivo e avviso di addebito)290

§      Articolo 8, commi 13-17 (Disposizioni in materia di bollo, valori scudati e attività finanziarie all'estero)294

§      Articolo 8, commi 18-21 (Estensione delle misure di contrasto agli abusi nell'utilizzo dei crediti IVA in compensazione)303

§      Articolo 8, comma 21-bis (Depositi IVA)306

§      Articolo 8, comma 21-ter (Depositi fiscali di tabacchi)308

§      Articolo 8, comma 22 (Estensione del potere di accesso nei confronti degli enti del “terzo settore”)309

§      Articolo 8, comma 22-bis (Rivendita di tabacchi)311

§      Articolo 8, comma 23 (Soppressione dell'Agenzia per le organizzazioni non lucrative di utilità sociale - ONLUS)313

§      Articolo 8, comma 24 (Procedure concorsuali di alcune Agenzie fiscali)319

§      Articolo 8, comma 24-bis (Assunzioni straordinarie di ispettori nella Guardia di finanza)323

§      Articolo 8, commi 25 e 25-bis (Fondo per la tutela dell’ambiente e lo sviluppo del territorio)325

§      Articolo 9, comma 1 (Contrasto alle frodi attraverso nuovi strumentini indagine a disposizione degli uffici doganali)328

§      Articolo 9, comma 2 (Inclusione dei consumi fatturati nell’anno tra gli elementi necessario, per l’accertamento del debito di imposta, richiesti per la compilazione della dichiarazione annuale nel settore dell’energia elettrica)330

§      Articolo 9, commi 2-bis e 2-ter (Accisa accumulatori veicoli elettrici)332

§      Articolo 9, comma 3 (Estensione della disciplina dei privilegi prevista per i crediti IVA ai crediti dello Stato attinenti alle risorse proprie tradizionali)334

§      Articolo 9, commi da 3-bis a 3-sexies (Riscossione delle risorse proprie tradizionali UE)336

§      Articolo 9, commi 3-septies e 3-octies (Rifiuti sotto sequestro in aree portuali)341

§      Articolo 9, comma 3-novies (Servizio di sdoganamento)343

§      Articolo 9, comma 3-decies (Competenze uffici doganali)345

§      Articolo 9, comma 3-undecies (Accertamento doganale in linea)347

§      Articolo 9, comma 3-duodecies (Autorizzazioni uniche alle procedure semplificate per il regime di importazione)349

§      Articolo 9, comma 3-terdecies (Rifiuti transfrontalieri)351

§      Articolo 10, comma 1 (Operazioni di gioco a fini di controllo)354

§      Articolo 10, comma 2 (Potenziamento dell’accertamento in materia di giochi)357

§      Articolo 10, commi 3-7 (Misure per la razionalizzazione e l’efficientamento delle scommesse ippiche e per il rilancio del settore ippico)363

§      Articolo 10, comma 8 (Giochi di sorte legati al consumo)368

§      Articolo 10, comma 8-bis (Tornei non a distanza di poker sportivo)370

§      Articolo 10, comma 9 (Consolidamento entrate da giochi)372

§      Articolo 10, commi da 9-bis a 9-quater (Norme in materia di giochi)375

§      Articolo 10, comma 9-quinquies (Preclusione di nuove autorizzazioni in materia di apparecchi da gioco)378

§      Articolo 10, comma 9-sexies (Abrogazione di un versamento all’erario da parte dei concessionari)380

§      Articolo 10, comma 9-septies (Bingo sperimentale)381

§      Articolo 10, commi 9-octies e 9-novies (Nuove gare per scommesse)383

§      Articolo 11, commi 1-3 (Omessa comunicazione delle minusvalenze derivanti da cessioni di partecipazioni che costituiscono immobilizzazioni finanziarie)387

§      Articolo 11, comma 3-bis (Cumulabilità riduzioni sanzioni)389

§      Articolo 11, comma 4 (Sanzione amministrativa relativa alle dichiarazioni doganali)391

§      Articolo 11, commi 5 e 6 (Incremento delle sanzioni amministrative previste per le infrazioni alla disciplina delle accise)394

§      Articolo 11, comma 7 (Modifiche in materia di sanzioni amministrative)396

§      Articolo 11, comma 8 (Controlli sul denaro contante alla frontiera: oblazione e sanzioni)399

§      Articolo 12, commi 1-3, 4 e 5 (Contenzioso in materia tributaria e riscossione)403

§      Articolo 12, commi 3-bis e 3-ter (Finanziamento della giustizia tributaria)406

§      Articolo 12, comma 4-bis (Ruolo unico nazionale dei componenti delle commissioni tributarie)408

§      Articolo 12, commi 6 e 7 (Disciplina dei crediti derivanti dalle gestioni di ammasso obbligatorie)410

§      Articolo 12, commi da 8 a 11-ter (Acquisto del termovalorizzatore di Acerra)412

§      Articolo 12, commi 11-quater e 11-quinquies (Certificazione dei crediti)420

§      Articolo 12, comma 11-sexies (Pagamento dei debiti commerciali)423

§      Articolo 12, commi da 11-septies a 11-octies (Edilizia sanitaria)425

§      Articolo 12, comma 11-novies (Trasporto pubblico locale ferroviario)428

§      Articolo 13, comm1 e 2 (Norma di copertura)434

§      Articolo 13, commi da 1-bis a 1-quinquies (Riduzioni di spesa)436

§      Articolo 14 (Entrata in vigore)441

 

 


Schede di lettura


 

Articolo 1, commi 1-4
(Rateazione dei debiti tributari)

 


1. All'articolo 3-bis del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 462, il comma 7 è abrogato.

2. All'articolo 19 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1-bis è soppresso l'ultimo periodo;

b) dopo il comma 1-bis sono inseriti i seguenti:

«1-ter. Il debitore può chiedere che il piano di rateazione di cui ai commi 1 e 1-bis preveda, in luogo di rate costanti, rate variabili di importo crescente per ciascun anno.

1-quater. Ricevuta la richiesta di rateazione, l'agente della riscossione può iscrivere l'ipoteca di cui all'articolo 77 solo nel caso di mancato accoglimento della richiesta, ovvero di decadenza ai sensi del comma 3. Sono fatte comunque salve le ipoteche già iscritte alla data di concessione della rateazione»;

c) al comma 3, alinea, le parole da: «della» a: «successivamente,» sono soppresse e dopo le parole: «due rate» è inserita la seguente: «consecutive».

3. I piani di rateazione a rata costante, già emessi alla data di entrata in vigore del presente decreto, non sono soggetti a modificazioni, salvo il caso di proroga ai sensi dell'articolo 19, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602.

4. Al fine di una più equilibrata riscossione dei loro crediti di natura patrimoniale, gli enti pubblici dello Stato possono, su richiesta del debitore, che versi in situazioni di obiettiva difficoltà economica, ancorché intercorra contenzioso con lo stesso ovvero lo stesso già fruisca di una rateizzazione, riconoscere al debitore la ripartizione del pagamento delle somme dovute in rate costanti, ovvero in rate variabili. La disposizione del precedente periodo non trova applicazione in materia di crediti degli enti previdenziali nei casi di ottemperanza ad obbligazioni derivanti da sanzioni comunitarie.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi da 1 a 4 dell’articolo 1 sono volti a favorire la rateazione dei debiti tributari.

Per effetto delle norme introdotte, il contribuente decaduto dal beneficio della rateazione di pagamenti conseguenti ad “avvisi bonari” può richiedere la dilazione del dovuto. Si può poi accedere alla rateazione “flessibile” delle somme iscritte a ruolo – ovvero secondo rate variabili di importo crescente - anche nel caso di primo accesso al beneficio. Il contribuente decade dalla rateazione nel caso di mancato pagamento di due rate consecutive.

Infine, si rende possibile rateizzare i debiti di natura patrimoniale nei confronti di enti pubblici dello Stato, anche in presenza di contenzioso o di una precedente rateizzazione. Tale ultima misura non si applica alla riscossione dei crediti di enti previdenziali nei casi di ottemperanza di obbligazioni derivanti da sanzioni comunitarie.

Analisi normativa

 

I commi da 1 a 4 dell’articolo 1 recano disposizioni volte, complessivamente, a rendere più accessibile il ricorso allo strumento della rateazione dei debiti tributari.

 

Le disposizioni in commento si inseriscono nel solco degli interventi, susseguitisi negli ultimi anni, coi quali il legislatore ha progressivamente incentivato il ricorso alla rateazione dei debiti tributari, al fine di aumentare il tasso di adesione spontanea all’obbligazione fiscale.

Si ricorda in particolare che il D.L. n. 40 del 2010 ha previsto che, per accertamento con adesione, acquiescenza e conciliazione giudiziale, la prestazione di garanzia per accedere alla dilazione fosse necessaria nel solo caso di rate successive alla prima superiori a 50.000 euro; con analogo intento, il D.L. n. 70 del 2011, per la dilazione di pagamenti conseguenti ad “avvisi bonari”, ha reso necessaria la garanzia solo nel caso in cui le rate successive alla prima fossero, nel complesso, superiori a 50.000 euro.

Successivamente, il D.L. n. 98 del 2011 ha eliminato l’obbligo di prestazione di garanzia per accedere alla rateazione di debiti tributari - anche superiori a 50.000 euro - conseguenti ad alcuni istituti deflativi del contenzioso, ovvero all’accertamento con adesione e alla conciliazione giudiziale. Da ultimo, il D.L. n. 201 del 2011 (articolo 10, comma 13-decies) ha del tutto eliminato l’obbligo di garanzia per i pagamenti conseguenti ad “avvisi bonari”. Sono state poi introdotte norme (articolo 10, commi 13-bis e 13-ter) nel complesso volte a prorogare i termini per beneficiare della rateazione dei pagamenti di somme iscritte a ruolo, in presenza di comprovato peggioramento della situazione di obiettiva difficoltà del contribuente.

Il richiamato comma 13-decies ha inoltre novellato la disciplina della decadenza dal beneficio della dilazione prevedendo che, anziché perdere il beneficio al mancato pagamento anche di una sola rata, il contribuente decada se la prima rata non è pagata entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione relativa all’esito dei controlli, ovvero nel caso di mancato pagamento di una sola delle rate successive alla prima entro il termine di pagamento della rata seguente.

 

Più in dettaglio, il comma 1 consente al contribuente, ancorché decaduto dal beneficio della dilazione dei pagamenti dovuti a seguito di “avvisi bonari” per controlli formali o automatizzati, di usufruire del beneficio della rateazione delle somme conseguentemente iscritte a ruolo.

A tal fine, viene soppresso il comma 7 dell’articolo 3-bis del D.Lgs. n. 462 del 18 dicembre 1997, in materia di procedure di liquidazione, riscossione e accertamento.

 

Si ricorda che la legge (articolo 2 del richiamato D.Lgs. n. 462 del 1997) prevede l’iscrizione diretta a ruolo, a titolo definitivo, delle somme dovute a seguito dei controlli automatizzati effettuati in materia di imposte sui redditi e di IVA. Il contribuente può però evitare l’iscrizione a ruolo se (articolo 2, comma 2) effettua il pagamento entro 30 giorni dal ricevimento del c.d. “avviso bonario”: si tratta della comunicazione relativa all'esito della liquidazione, effettuata per evitare la reiterazione di errori e per consentire la regolarizzazione degli aspetti formali, ovvero contenente la rideterminazione delle somme dovute, a seguito dei chiarimenti forniti dal contribuente o dal sostituto d'imposta. In tale ipotesi la sanzione è ridotta ad un terzo del dovuto.

Anche nel caso di controllo formale della dichiarazione da cui risulta un debito d’imposta (successivo articolo 3 del D.Lgs. n. 462 del 1997) il contribuente può evitare l’iscrizione a ruolo, se effettua il pagamento entro trenta giorni dal ricevimento del c.d. “avviso bonario”.

La scelta di effettuare il pagamento rateale delle somme liquidate con l’avviso bonario è lasciata alla discrezionalità del contribuente. In base all’articolo 3-bis del D.Lgs. n. 462 del 1997, la somma liquidata a titolo di imposte, interessi e sanzioni, a prescindere dall’importo, può infatti essere versata in unica soluzione o in più rate (al massimo in sei rate trimestrali di pari importo. Se il debito è superiore a 5.000 euro, è possibile frazionare il debito in un massimo di venti rate trimestrali di pari importo).

Il D.L. n. 201 del 2011, come rammentato supra, ha successivamente soppresso l’obbligo di prestazione di idonea garanzia per debiti superiori a 50.000 euro.

Il contribuente decade dal beneficio della dilazione se omette il pagamento della prima rata entro il termine di 30 giorni dal ricevimento della comunicazione (comma 4 e seguenti dell’articolo 3-bis, modificati da ultimo dall’articolo 10, comma 13-terdecies del D.L. n. 201 del 2011), ovvero nel caso di omissione del pagamento anche di una sola delle rate diverse dalla prima entro il termine fissato per il versamento della rata successiva (ad esempio, se la seconda rata non è pagata entro il termine fissato per la scadenza della terza).

La decadenza della procedura di pagamento rateale comporta l’iscrizione a ruolo del debito relativo alle imposte, agli interessi e alle sanzioni (conteggiate in misura piena), previa deduzione di quanto è già stato versato. Il tardivo pagamento di una rata diversa dalla prima entro il termine di scadenza fissato per quella successiva comporta l’iscrizione a ruolo a titolo definitivo della sanzione del 30 per cento, commisurata sulla rata versata in ritardo, e degli interessi legali.

Ancora una volta, l’iscrizione a ruolo non è eseguita se il contribuente sana l’irregolarità mediante l’istituto del c.d. “ravvedimento operoso” (di cui all’articolo 13 del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472) entro il termine di pagamento della rata successiva.

Ai sensi del comma 7 dell’articolo 3-bis, abrogato dalla norma in esame, al contribuente così decaduto non era consentito l’accesso alla dilazione di pagamento specificamente prevista per le somme iscritte a ruolo dall’articolo 19 del D.P.R. n. 602 del 1973 (norma peraltro modificata dal successivo comma 2 del testo in commento, su cui si veda più diffusamente infra).

In sostanza, prima della modifica operata con la disposizione in commento, anche ove versasse in una temporanea situazione di obiettiva difficoltà, il contribuente non poteva richiedere all’agente della riscossione la dilazione del dovuto (fino ad un massimo di 72 rate mensili). Per effetto della norma in esame, dunque, anche se decaduto dal beneficio della rateazione dei pagamenti conseguenti agli “avvisi bonari”, il contribuente potrà in ogni caso avvalersi della dilazione specificamente prevista dall’articolo 19 del D.P.R. n. 602 del 1973 per le somme iscritte a ruolo.

 

Il comma 2 apporta diverse modifiche alla disciplina della dilazione del pagamento di somme iscritte a ruolo, novellando a tal fine l’articolo 19 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 in materia di riscossione.

In estrema sintesi, per effetto delle norme in commento sarà possibile per il contribuente chiedere una rateazione “flessibile” delle somme iscritte a ruolo - ovvero secondo rate variabili, di importo crescente per ciascun anno - sia nel caso di primo accesso al beneficio, sia nel caso di proroga di una dilazione già concessa.

Le disposizioni inoltre limitano la possibilità, per l’agente della riscossione, di iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore che non ha tempestivamente adempiuto alle sole ipotesi di mancato accoglimento dell’istanza di dilazione, ovvero nel caso di decadenza dal suddetto beneficio.

Infine, si prevede che la decadenza dal beneficio della rateazione operi nel solo caso di mancato pagamento di due rate consecutive (anziché attivarsi al mancato pagamento della sola prima rata o, successivamente, di due rate).

 

Si ricorda che il richiamato articolo 19 del D.P.R. n. 602 del 1973 al comma 1 prevede che, previa richiesta del contribuente, l’agente della riscossione possa concedere, nelle ipotesi di temporanea situazione di obiettiva difficoltà del debitore, la dilazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo in un numero massimo di settantadue rate mensili.

 

Più in dettaglio, la lettera a)del comma in esame modifica il comma 1-bis dell’articolo 19 citato (norma introdotta dall’articolo 10, comma 13-bis del D.L. n. 201 del 2011), ai sensi del quale, in caso di comprovato peggioramento della situazione di temporanea e obiettiva difficoltà del contribuente, è possibile prorogare per un ulteriore periodo di tempo la dilazione già concessa.

La dilazione può essere concessa per una sola volta, per un ulteriore periodo e fino a settantadue mesi, a condizione che non sia intervenuta decadenza.

Per effetto delle norme in esame viene in primo luogo soppresso l’ultimo periodo del comma 1-bis, ai sensi del quale il debitore poteva chiedere che la rateazione così prorogata avvenisse, anziché per rate di importo costante, secondo rate variabili di importo crescente per ciascun anno; di conseguenza, la successiva lettera b)inserisce all'articolo 19 il comma 1-ter, che prevede per il debitore la possibilità di chiedere un piano di rateazione “flessibile” – per rate variabili, di importo crescente per ciascun anno – non solo nel caso di proroga di una dilazione già concessa (di cui al comma 1-bis), ma anche nell’ipotesi di prima richiesta del beneficio (ai sensi del comma 1 dell’articolo 19).

 

La medesima lettera introduce poi il comma 1-quater, che limita i poteri dell’agente della riscossione in caso di richiesta del beneficio della dilazione.

Una volta ricevuta la richiesta del contribuente, infatti, sarà possibile iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore (ai sensi dell’articolo 77 del D.P.R. n. 602 del 1973) solo nel caso di mancato accoglimento dell’istanza, ovvero di decadenza dal beneficio della rateazione (ai sensi del comma 3 dello stesso articolo 19).

In sostanza, nel caso in cui il debitore abbia ottenuto il beneficio della dilazione, l’agente della riscossione non potrà procedere all’iscrizione ipotecaria.

Sono fatte salve le ipoteche già iscritte alla data di concessione della rateazione.

 

Si ricorda in proposito che, in linea di principio, l’iscrizione a ruolo delle somme dovute dal contribuente (a titolo di imposta ed eventualmente di interessi e sanzioni) per legge ha valore di titolo esecutivo (articolo 49, comma 1 del D.P.R. n. 602 del 1973).

Secondo le regole generali (articolo 50 del D.P.R. n. 602 del 1973), il concessionario procede ad espropriazione forzata quando è inutilmente decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento; da quel momento il ruolo costituisce titolo per iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore e dei coobbligati per un importo pari al doppio dell'importo complessivo del credito per cui si procede (articolo 77 del D.P.R. n. 602 del 1973). Si segnala peraltro che il comma 5 dell’articolo 3 del provvedimento in esame ha modificato le condizioni alle quali l’agente della riscossione può iscrivere ipoteca sui beni immobili del debitore; in particolare, l’agente della riscossione può iscrivere ipoteca sui beni immobili del debitore senza dover attendere che si verifichino le condizioni per procedere all’espropriazione immobiliare, purché l’importo complessivo del credito per cui si procede non sia inferiore, complessivamente, a ventimila euro.

 

La lettera c) del comma in esame novella infine il comma 3 dell’articolo 19, apportando modifiche alla disciplina della decadenza dal beneficio della rateazione di somme iscritte a ruolo. In particolare, si prevede che la decadenza automatica operi nel caso di mancato pagamento di due rate consecutive (anziché attivarsi al mancato pagamento della sola prima rata o, successivamente, di due rate, come previsto dal testo previgente).

 

Il comma 3 dell'articolo in esame prevede che i piani di rateazione a rata costante, già emessi alla data di entrata in vigore del presente decreto (ossia al 2 marzo 2012), non sono soggetti a modificazioni, salvo il caso in cui essi siano stati prorogati (ai sensi del già citato articolo 19, comma 1-bis, del D.P.R. n. 602 del 1973), ossia nell’ipotesi di comprovato peggioramento della situazione di obiettiva difficoltà del debitore, fino a settantadue mesi.

 

Il comma 4, infine, consente di rateizzare anche i debiti di natura patrimoniale nei confronti degli enti pubblici dello Stato; questi ultimi possono infatti accordare, su istanza dei debitori che versino in condizioni di obiettiva difficoltà economica, forme di articolazione del rimborso dei debiti, a rate costanti o variabili, anche in presenza di:

§      contenzioso con lo stesso soggetto;

§      una rateizzazione di cui lo stesso soggetto già fruisce.

La norma esclude la possibilità di ricorrere a tale misura di maggiore flessibilità per la riscossione dei crediti degli enti previdenziali, nei casi di ottemperanza di obbligazioni derivanti da sanzioni comunitarie.


 

Articolo 1, commi da 4-bis a 4-quater
(Violazione dei doveri d’ufficio per il mancato pagamento delle somme eccedenti il debito comunicato)

 


4-bis. In presenza della segnalazione di cui all'articolo 48-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, e successive modificazioni, il soggetto pubblico è comunque tenuto a procedere al pagamento, in favore del beneficiario, delle somme che, fermo quanto disposto dall'articolo 72-ter del citato decreto del Presidente della Repubblica n. 602 del 1973, introdotto dall'articolo 3, comma 5, lettera b), del presente decreto, e dall'articolo 545 del codice di procedura civile, eccedono l'ammontare del debito per cui si è verificato l'inadempimento, comprensivo delle spese e degli interessi di mora dovuti.

4-ter. Il mancato pagamento dell'eccedenza di cui al comma 4-bis costituisce violazione dei doveri d'ufficio.

4-quater. Costituisce altresì violazione dei doveri d'ufficio il mancato pagamento delle somme dovute al beneficiario ai sensi dell'articolo 3, commi 5 e 6, del decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 18 gennaio 2008, n. 40.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 4-bis, 4-ter e 4-quater qualificano quale violazione dei doveri d’ufficio il mancato pagamento da parte delle PA delle somme da esse dovute eccedenti l’ammontare del debito d’imposta il cui mancato versamento, per cartelle di pagamento superiori a diecimila euro, deve essere segnalato dalla PA all’agente della riscossione.

Analisi normativa

 

I commi 4-bis, 4-ter e 4-quater, introdotti nel corso dell’esame parlamentare, intervengono in tema di pagamenti da parte delle PA delle somme da esse dovute a soggetti inadempienti per cartelle di pagamento con importo superiore a diecimila euro.

L’articolo 48-bis del D.P.R. n. 602 del 1973 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) dispone che le pubbliche amministrazioni, prima di effettuare a qualunque titolo il pagamento di un importo superiore a diecimila euro, verificano, anche in via telematica, se il beneficiario è inadempiente all’obbligo di versamento derivante dalla notifica di una o più cartelle di pagamento per un ammontare complessivo pari almeno a tale importo. In caso affermativo, non procedono al pagamento e segnalano la circostanza all’agente della riscossione competente per territorio, ai fini dell’esercizio dell’attività di riscossione delle somme iscritte a ruolo.

Il D.M. n. 40 del 2008 ha previsto le modalità di attuazione dell'articolo 48-bis.

Il comma 4-bisdispone che, anche in presenza della segnalazione di cui all’articolo 48-bis, i soggetti pubblici sono comunque tenuti al pagamento delle somme che eccedono l’ammontare del debito d’imposta inadempiuto, comprensivo delle spese e degli interessi di mora. La norma fa salvo quanto previsto, in tema di limiti di pignorabilità, dall’articolo 72-ter del D.P.R. n. 602 del 1973 e dall’articolo 545 del codice di procedura civile.

Il nuovo articolo 72-ter del D.P.R. n. 602 del 1973 (inserito dall'articolo 3, comma 5, lett. b), del decreto legge in esame) individua per le somme dovute a titolo di stipendio, salario o altre indennità relative al rapporto di lavoro, limiti di pignorabilità ulteriori rispetto a quello previsto dall’articolo 545 del c.p.c. (il quinto). In particolare gli importi fino a duemila euro possono essere pignorati in misura pari a un decimo; gli importi da duemila a cinquemila euro possono essere pignorati in misura pari a un settimo.

 

Il comma 4-terqualifica quale violazione dei doveri d’ufficio il mancato pagamento delle somme eccedenti il debito comunicato. Il comma 4-quater prevede che tale violazione sia integrata anche nel caso in cui, successivamente alla segnalazione, l’agente della riscossione evidenzi che a seguito di provvedimento di sgravio o sospensione il debito a ruolo sia dovuto in misura inferiore ovvero non proceda al pignoramento delle somme bloccate nel termine di legge e il soggetto pubblico non provveda al pagamento dovuto (articolo 3, commi 5 e 6 del D.M. n. 40 del 2008).


 

Articolo 1, commi 5 e 6
(Codice dei contratti pubblici - certificazione dei carichi pendenti)

 


5. All'articolo 38, comma 2, terzo periodo, del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante il codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture, dopo le parole: «all'importo di cui all'articolo 48-bis, commi 1 e 2-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602» sono inserite le seguenti: «; costituiscono violazioni definitivamente accertate quelle relative all'obbligo di pagamento di debiti per imposte e tasse certi, scaduti ed esigibili».

6. Sono fatti salvi i comportamenti già adottati alla data di entrata in vigore del presente decreto dalle stazioni appaltanti in coerenza con la previsione contenuta nel comma 5.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 5 e 6 sono volti a non escludere dalle gare pubbliche il contribuente ammesso alla rateizzazione del proprio debito tributario; non si intendono pertanto scaduti ed esigibili, ai fini della suddetta disciplina, i debiti per i quali sia stato concordato un piano di rateazione rispetto al quale il contribuente sia in regola con i pagamenti.

Analisi normativa

 

I commi 5 e 6 dell'articolo in esame sono volti a precisare la definizione di “violazioni definitivamente accertate” in materia fiscale, ai fini della determinazione delle cause di esclusione dalla partecipazione alle procedure di gara previste dal Codice dei contratti pubblici.

 

Si ricorda che il decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (Codice dei contratti pubblici), prevede all’articolo 38, comma 1, le cause di esclusione dalla partecipazione alle procedure di affidamento delle concessioni e degli appalti di lavori, forniture e servizi. I soggetti interessati non possono essere altresì affidatari di subappalti né possono stipulare i relativi contratti.

Tra i soggetti esclusi, la lettera g) del comma 1 include coloro i quali abbiano commesso violazioni gravi, definitivamente accertate, rispetto agli obblighi relativi al pagamento delle imposte e tasse, secondo la legislazione italiana o quella dello Stato in cui sono stabiliti.

 

Il comma 5 interviene pertanto mediante una integrazione al terzo periodo del comma 2 dell'articolo 38 del decreto legislativo n. 163 del 2006 al fine di stabilire che costituiscono violazioni definitivamente accertate quelle relative all’obbligo di pagamento di debiti per imposte e tasse certi, scaduti ed esigibili.

 

Si ricorda che il terzo periodo del comma 2 del citato articolo 38 già definisce “gravi” le violazioni che comportano un omesso pagamento di imposte e tasse per un importo superiore a diecimila euro (secondo quanto previsto dall’articolo 48-bis, commi 1 e 2-bis, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, recante Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito).

Tale disposizione prevede in particolare che le amministrazioni pubbliche e le società a prevalente partecipazione pubblica, prima di effettuare, a qualunque titolo, un pagamento superiore al predetto importo - che può essere modificato con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze - verificano se il beneficiario è inadempiente all’obbligo di versamento derivante dalla notifica di una o più cartelle di pagamento per un ammontare complessivo pari almeno a tale importo e, in caso affermativo, non procedono al pagamento e segnalano la circostanza all’agente della riscossione competente per territorio, ai fini dell’esercizio dell’attività di riscossione delle somme iscritte a ruolo.

 

Come evidenziato dalla relazione tecnica (A.S. 3184), la disposizione serve a far sì che il contribuente ammesso alla rateizzazione del proprio debito tributario non sia considerato inadempiente (e quindi escluso dalle procedure di gara sopra richiamate); non si intendono pertanto scaduti ed esigibili, ai fini della suddetta disciplina, i debiti per i quali sia stato concordato un piano di rateazione rispetto al quale il contribuente sia in regola con i pagamenti.

 

Il successivo comma 6 fa salvi i comportamenti già adottati dalle stazioni appaltanti in coerenza con la nuova disposizione.

Viene pertanto attribuito carattere retroattivo alla disposizione in esame.

Attività delle istituzioni dell’Unione europea

 

Il 20 dicembre 2011 la Commissione europea ha presentato due misure volte a modificare la normativa in materia di appalti pubblici:

una proposta di direttiva sugli appalti nei cosiddetti “settori speciali”, vale a dire acqua, energia, trasporti e servizi postali (COM(2011)895);

una proposta di direttiva sugli appalti pubblici (COM(2011)896).

L’articolo 74 di entrambe le proposte dispone l’esclusione dalla partecipazione ad un appalto dell'offerente condannato con sentenza definitiva perpartecipazione ad un'organizzazione criminale, corruzione, frode, reati terroristici e riciclaggio dei proventi di attività illecite. Dovranno essere altresì esclusi dalla partecipazione all'appalto gli operatori oggetto di una sentenza passata in giudicato nella quale si attesta che essi non sono in regola con gli obblighi relativi al pagamento di imposte o di contributi di sicurezza sociale.

Potranno inoltre essere esclusi gli operatori che:

§       abbiano commesso violazioni alla normativa UE e a quella internazionale in materia ambientale, di diritto del lavoro e sicurezza sociale;

§       siano soggetti ad una procedura di insolvenza o di liquidazione;

§       abbiano commesso gravi illeciti professionali;

§       si siano resi responsabili di significative o persistenti carenze nell'esecuzione di un requisito sostanziale nel quadro di precedenti contratti di natura analoga con la stessa amministrazione aggiudicatrice.

E’ prevista tuttavia la possibilità per i candidati interessati di fornire all'amministrazione aggiudicatrice la prova che dimostri la sua affidabilità nonostante l'esistenza di un motivo di esclusione.

Secondo la tabella di marcia fissata per l’esame, le nuove direttive dovrebbero essere approvate entro la fine del 2012 ed essere recepite negli Stati membri entro il 30 giugno 2014.

L’esame del Parlamento europeo, nell’ambito della procedura legislativa ordinaria (già procedura di codecisione) è previsto per la seduta del 10 dicembre 2012.


 

Articolo 2, commi da 1 a 3-bis
(Adempimenti formali - Rimessione in bonis)

 


1. La fruizione di benefici di natura fiscale o l'accesso a regimi fiscali opzionali, subordinati all'obbligo di preventiva comunicazione ovvero ad altro adempimento di natura formale non tempestivamente eseguiti, non è preclusa, sempre che la violazione non sia stata constatata o non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l'autore dell'inadempimento abbia avuto formale conoscenza, laddove il contribuente:

a) abbia i requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento;

b) effettui la comunicazione ovvero esegua l'adempimento richiesto entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile;

c) versi contestualmente l'importo pari alla misura minima della sanzione stabilita dall'articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, secondo le modalità stabilite dall'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni, esclusa la compensazione ivi prevista.

2. A decorrere dall'esercizio finanziario 2012 possono partecipare al riparto del 5 per mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche gli enti che pur non avendo assolto in tutto o in parte, entro i termini di scadenza, agli adempimenti richiesti per l'ammissione al contributo:

a) abbiano i requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento;

b) presentino le domande di iscrizione e provvedano alle successive integrazioni documentali entro il 30 settembre;

c) versino contestualmente l'importo pari alla misura minima della sanzione stabilita dall'articolo 11, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, secondo le modalità stabilite dall'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni, esclusa la compensazione ivi prevista.

3. All'articolo 43-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, dopo il secondo comma è inserito il seguente:

«In caso di cessione dell'eccedenza dell'imposta sul reddito delle società risultante dalla dichiarazione dei redditi del consolidato di cui all'articolo 122 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, la mancata indicazione degli estremi del soggetto cessionario e dell'importo ceduto non determina l'inefficacia ai sensi del secondo comma. In tale caso si applica la sanzione di cui all'articolo 8, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, nella misura massima stabilita.».

3-bis. In caso di cessione di eccedenze utilizzabili in compensazione ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e successive modificazioni, tra soggetti partecipanti alla tassazione di gruppo, la mancata indicazione degli estremi del soggetto cessionario, dell'importo ceduto o della tipologia di tributo oggetto di cessione non determina l'inefficacia della cessione. In tal caso, si applica la sanzione di cui all'articolo 8, comma 1, del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, e successive modificazioni, nella misura massima stabilita.


 

 

Sintesi ed effetti

 

Si prevede, in via generale, che la mancata tempestiva effettuazione di adempimenti formali non precluda necessariamente la fruizione di benefici fiscali o l'accesso a regimi opzionali, qualora sussistano i requisiti sostanziali, la violazione non sia stata contestata e sia versata una sanzione. In particolare, si disciplina la rimessione in bonis degli enti che intendono accedere al riparto del 5 per mille dell’Irpef e si interviene in materia di cessione delle eccedenze dell'Ires nell'ambito del gruppo.

Analisi normativa

 

Il comma 1 dell'articolo 2 prevede che la mancata tempestiva effettuazione di adempimenti formali, come la preventiva comunicazione quando richiesta, non preclude necessariamente la fruizione di benefici fiscali o l'accesso a regimi opzionali: in presenza di un ritardo nell’adempimento formale è possibile infatti sanare la propria situazione entro il termine di scadenza della prima dichiarazione utile, versando una sanzione minima (pari a 258 euro), senza possibilità di compensazione con eventuale crediti, purché sussistano i requisiti sostanziali previsti dalla disciplina di riferimento e la violazione formale non sia stata contestata ovvero siano iniziate attività ispettive o di accertamento.

 

La norma in esame, di carattere generale, si applica alle diverse ipotesi previste nel sistema tributario che consentono l'accesso ad alcuni regimi fiscali speciali o la fruizione di particolari benefici tributari previa presentazione di specifica comunicazione oppure a seguito di un adempimento meramente formale. Esempi in questo senso, come ricordato dalla Relazione illustrativa (A.S. 3184), sono rinvenibili nel regime di tassazione per trasparenza nell’ambito delle società di capitali (articoli 115 e 116 del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 - TUIR - e decreto ministeriale 23 aprile 2004), nel consolidato fiscale (articoli dal 117 al 129 del TUIR e decreto ministeriale 9 giugno 2004), nonché nelle disposizioni di favore introdotte per gli enti di tipo associativo (articoli 148 del TUIR e 4 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633).

 

Più in dettaglio, il comma 1 prevede una remissione in bonis qualora un soggetto che aspiri a benefici di natura fiscale o all’accesso a regimi fiscali opzionali non adempia tempestivamente ad un obbligo di preventiva comunicazione o ad un altro adempimento di natura formale.

La norma fissa le condizioni necessarie:

§      la violazione non deve essere stata contestata e non devono essere iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento;

§      devono sussistere i requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento;

§      l’adempimento richiesto (comunicazione o altro) deve comunque effettuato entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile;

§      il soggetto richiedente deve versare contestualmente la sanzione, nella misura minima (258 euro), prevista dall’articolo 11, comma 1, del D.Lgs. n. 471 del 1997.

 

Il pagamento della sanzione deve avviene tramite versamento, senza possibilità di compensazione, con le modalità previste dall’articolo 17 del D.Lgs. n. 241 del 1997, il quale stabilisce che i contribuenti eseguono versamenti unitari delle imposte, dei contributi dovuti all'INPS e delle altre somme a favore dello Stato, delle regioni e degli enti previdenziali, con eventuale compensazione dei crediti, dello stesso periodo, nei confronti dei medesimi soggetti, risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche presentate. Tale compensazione deve essere effettuata entro la data di presentazione della dichiarazione successiva. La compensazione del credito annuale o relativo a periodi inferiori all'anno dell'imposta sul valore aggiunto, per importi superiori a 5.000 euro annui, può essere effettuata a partire dal giorno sedici del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione o dell'istanza da cui il credito emerge.

 

La norma è volta a sanare i soli inadempimenti di natura formale che non abbiano prodotto danni per l’erario, nemmeno in termini di pregiudizio all’attività di accertamento.

La norma, inoltre, sembra riguardare tutte le fattispecie in cui, al fine di accedere ad una agevolazione o optare ad un regime fiscale, siano previsti una comunicazione o un adempimento, che pertanto potranno essere effettuati anche tardivamente. Viceversa, non sembrerebbe applicabile a quelle fattispecie in cui le comunicazioni o gli adempimenti non sono essenziali per l'accesso all'agevolazione o al regime opzionale, ma che, in caso di mancata effettuazione, prevedono solo l'irrogazione di una sanzione.

 

Il comma 2 introduce una disciplina (simile a quella dettata in termini generali dal comma 1) specificamente dedicata alla rimessione in bonis degli enti che intendono accedere al riparto del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche.

Tale disposizione prevede in particolare che, a decorrere dall’esercizio finanziario 2012, possono partecipare al riparto del 5 per mille dell’IRPEF anche gli enti che, pur non avendo assolto gli adempimenti richiesti per l’ammissione al contributo entro i termini di scadenza, rispettino le seguenti condizioni:

§      siano in possesso dei requisiti sostanziali richiesti dalle norme di riferimento;

§      presentino le domande di iscrizione (e le successive integrazioni documentali) entro il 30 settembre;

§      paghino contestualmente la sanzione, nella misura minima (258 euro), prevista dall’articolo 11, comma 1, del D.Lgs. n. 471 del 1997, tramite versamento, senza possibilità di compensazione, con le modalità previste dall’articolo 17 del D.Lgs. n. 241 del 1997.

 

Per l'anno finanziario 2010 i termini per l'assolvimento degli adempimenti in materia di riparto della quota del cinque per mille dell'IRPEF sono individuati nel decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 aprile 2010. Si evidenzia che l'articolo 33, comma 11, della legge n. 138 del 2011 ha previsto l'applicabilità del predetto D.P.C.M. anche all'esercizio finanziario 2012, aggiornando i termini ivi stabiliti per gli anni: da 2009 a 2011, da 2010 a 2012 e da 2011 a 2013.

Si ricorda che l’articolo 23, comma 46, del D.L. n. 98 del 2011 ha inserito tra le attività che possono essere finanziate con la quota del cinque per mille dell’Irpef quelle di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici.

 

La Relazione illustrativa definisce la disposizione in esame in linea col principio previsto dall’articolo 10 della legge n. 212 del 2000 – Statuto del contribuente ("i rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede"), nonché con il principio sancito dall’articolo 1, comma 1, del D.P.R. n. 442 del 1997 ("l’opzione e la revoca di regimi di determinazione dell’imposta o di regimi contabili si desumono da comportamenti concludenti del contribuente o dalle modalità di tenuta delle scritture contabili. La validità dell’opzione e della relativa revoca è subordinata unicamente alla sua concreta attuazione sin dall’inizio dell’anno o dell’attività").

 

L’Agenzia delle entrate il 20 marzo 2012 ha pubblicato la circolare n. 10/E con la quale sono riepilogati gli adempimenti procedurali necessari per accedere al riparto della quota del cinque per mille. La circolare n. 10/E tiene conto delle novità normative intervenute e, pertanto, inserisce le attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici fra quelle che possono essere finanziate con la quota del cinque per mille (articolo 23, comma 46, del D.L. n. 98 del 2011) e ammette al riparto gli enti che, pur non avendo assolto in tutto o in parte entro le previste scadenze agli adempimenti richiesti, sono in possesso dei requisiti sostanziali e provvedono a presentare la domanda di iscrizione e a effettuare le successive integrazioni documentali entro il 30 settembre (comma in esame).

In particolare, su quest’ultimo punto, la circolare ha precisato che la regolarizzazione - che passa comunque per il possesso dei requisiti per l’ammissione al beneficio alla data originaria di scadenza per la presentazione della domanda di iscrizione per ciascuna tipologia di enti (7 maggio 2012 per gli enti del volontariato e le associazioni sportive dilettantistiche, 30 aprile 2012 per gli enti della ricerca scientifica e quelli della ricerca sanitaria) - interessa sia quanti non rispettino i termini “ordinari” per la presentazione della domanda di iscrizione o della dichiarazione sostitutiva, sia i soggetti che pur avendo presentato in tempo la dichiarazione sostitutiva, hanno omesso di allegare la copia del documento di identità. Il versamento della sanzione di 258 euro andrà effettuato con F24, senza la possibilità di compensare.

 

Il comma 3 interviene in materia di cessione delle eccedenze dell'imposta sul reddito delle società (IRES) nell'ambito del gruppo, prevedendo che la mancata indicazione nella dichiarazione dei redditi del consolidato fiscale dei dati del cessionario-consolidante e dell’importo ceduto non determina più l’inefficacia della cessione nei confronti dell’amministrazione finanziaria; in tale ipotesi è previsto il versamento della sanzione di 2.065,83 euro.

Nel corso dell’esame parlamentare è stata eliminata la limitazione dell’operatività della norma al caso in cui il concessionario fosse lo stesso consolidante. Pertanto la cessione delle eccedenze nel consolidato, in caso di incompleta indicazione degli estremi, si considera efficace anche quando il soggetto cessionario sia una qualunque delle società appartenenti al gruppo.

 

Più in dettaglio, la norma in esame inserisce un nuovo comma 2-bis nell’articolo 43-ter del D.P.R. n. 602 del 1973 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito)al fine di disporre che, nel caso di cessione dell’eccedenza dell’IRES nell’ambito dell'opzione per la tassazione consolidata di gruppo, la mancata indicazione nella dichiarazione dei redditi degli estremi del soggetto cessionario e dell’importo ceduto non determina l’inefficacia della cessione stessa nei confronti dell’amministrazione finanziaria.

In tal caso si applica tuttavia la misura massima della sanzione prevista dall’articolo 8, comma 1, del D.Lgs. n. 471 del 1997 (pari a 2.065,83 euro).

Si ricorda che il citato articolo 43-ter del D.P.R. n. 602 del 1973 prevede, al comma 1, che le eccedenze dell'imposta sul reddito delle persone giuridiche risultanti dalla dichiarazione dei redditi delle società o enti appartenenti ad un gruppo possono essere cedute, in tutto o in parte, a una o più società o all'ente dello stesso gruppo, senza l'osservanza delle formalità di cui agli articoli 69 e 70 del regio decreto 18 novembre 1923, n. 2440.

Tuttavia, ai sensi del comma 2, la cessione delle eccedenze è efficace nei confronti dell'amministrazione finanziaria a condizione che l'ente o società cedente indichi nella dichiarazione gli estremi dei soggetti cessionari e gli importi ceduti a ciascuno di essi

 

Sulla materia è stata emanata la circolare 35/E del 18 luglio 2005 dell'Agenzia delle entrate, dedicata alle problematiche connesse alla cessione delle eccedenze IRES nell’ambito del consolidato nazionale.

Si evidenzia che, come riportato dalla Relazione tecnica (A.S. 3184), sulla fattispecie presa in considerazione dalla norma (casi in cui l’eccedenza IRES risulti dalla dichiarazione dei redditi del consolidato se il cessionario è lo stesso soggetto consolidante) si registrano sentenze di Commissioni Tributarie sfavorevoli all’amministrazione finanziaria (si veda, ad esempio, la sentenza n. 157 del 16 novembre 2010 della Commissione tributaria provinciale di Modena, Sez. II, secondo la quale la mancata compilazione del quadro CK predisposto per la cessione delle eccedenze non può precludere l’efficacia dell’utilizzazione in proprio da parte della consolidante delle eccedenze IRES di gruppo).

 

Nel corso dell’esame parlamentare è stato aggiunto il comma 3-bis volto ad estendere la disciplina introdotta dal comma 3 anche alle cessioni di eccedenze diverse dall’IRES all’interno del consolidato. In tal modo la mancata indicazione degli estremi del soggetto concessionario, dell’importo ceduto o della tipologia di tributo oggetto di cessione non determina l’inefficacia della cessione nei confronti dell’amministrazione finanziaria, ma solo il pagamento della sanzione (pari a 2.065,83 euro).

Si segnala che tale modifica, a differenza di quanto previsto dal precedente comma 3, non interviene sull’articolo 43-ter del D.P.R. n. 602 del 1973, il quale disciplina la cessione delle eccedenze nell'ambito del gruppo.


 

Articolo 2, comma 4
(Comunicazione dei dati relativi alle dichiarazioni d’intento)

 

4. All'articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto-legge 29 dicembre 1983, n. 746, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 1984, n. 17, le parole: «entro il giorno 16 del mese successivo» sono sostituite dalle seguenti: «entro il termine di effettuazione della prima liquidazione periodica IVA, mensile o trimestrale, nella quale confluiscono le operazioni realizzate senza applicazione dell'imposta».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 4 dell'articolo 2 prevede che l’obbligo della trasmissione telematica dei dati contenuti nelle lettere d'intento debba avvenire non più entro il 16 del mese successivo alla loro ricezione, bensì entro il termine della prima liquidazione periodica dell'IVA nella quale sono ricomprese le forniture effettuate in sospensione d’imposta.

Analisi normativa

 

Il comma 4 dell'articolo 2 prevede che la comunicazione dei dati contenuti nelle lettere d’intento (ovvero le dichiarazioni con le quali l’esportatore abituale richiede la fatturazione senza applicazione dell'imposta) avvenga entro il termine di effettuazione della prima liquidazione periodica dell'IVA, mensile o trimestrale, in luogo del 16 del mese successivo alla loro ricezione come stabilito dalla previgente normativa.

 

Si ricorda, in estrema sintesi, che la normativa in materia (articolo 8 del D.P.R. n. 633 del 1972[1]) consente agli esportatori abituali di effettuare acquisti in sospensione d'imposta entro un determinato ammontare (c.d. plafond).

Per poter beneficiare dell'acquisto in sospensione d'imposta, l'esportatore abituale deve far pervenire al proprio fornitore una dichiarazione con la quale richiede la fatturazione senza applicazione dell'imposta (dichiarazione d'intento - articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto-legge 29 dicembre 1983, n. 746[2]).

Successivamente l'articolo 1, comma 381, della legge n. 311 del 2004[3] ha introdotto, in capo ai fornitori degli esportatori abituali, l’obbligo di comunicare all'Agenzia delle Entrate, esclusivamente in via telematica, entro il giorno 16 del mese successivo, i dati contenuti nelle lettere d'intento ricevute nel mese precedente. Tale disciplina, come evidenziato anche dalla Relazione illustrativa (A.S. 3184), attribuendo l’obbligo di comunicazione ad un soggetto diverso da colui che emette le dichiarazioni d’intento, si è posta come strumento di garanzia circa la regolare trasmissione delle informazioni ivi contenute, al fine di contrastare le frodi IVA tramite il fenomeno dei falsi esportatori abituali.

Si rammenta che il fornitore che ometta l'invio entro il termine previsto della comunicazione in questione, ovvero la invii con dati infedeli o incompleti, è punito con la sanzione amministrativa dal 100% al 200% dell'imposta non applicata (articolo 7, comma 4-bis, del decreto legislativo 471/1997).

 

La norma in esame pertanto, tramite una novella all’articolo 1, comma 1, lettera c), del citato decreto-legge n. 746 del 1983, prevede che l’obbligo della trasmissione telematica dei dati contenuti nelle lettere d'intento debba avvenire non più entro il 16 del mese successivo alla loro ricezione, bensì entro il termine della prima liquidazione periodica dell'IVA nella quale sono ricomprese le forniture effettuate in sospensione d’imposta.


 

Articolo 2, comma 4-bis
(Esenzione dall’Iva per soli collegi universitari)

 

4-bis. Al fine di individuare il coerente ambito applicativo della disposizione di cui all'articolo 1, comma 604, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, l'esenzione dal pagamento dell'imposta sul valore aggiunto ivi prevista si intende applicata ai soli collegi universitari gestiti da enti che operano esclusivamente negli ambiti di cui all'articolo 1, comma 4, della legge 14 novembre 2000, n. 338.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 4-biscontiene una norma interpretativa che circoscrive l’esenzione dall’Iva disposta dall’articolo 1, comma 604, della legge n. 296 del 2006, ai soli collegi universitari gestiti da enti che operano esclusivamente con la finalità di ospitare gli studenti universitari nonché di offrire anche agli altri iscritti alle università servizi di supporto alla didattica e alla ricerca e attività culturali e ricreative.

Analisi normativa

 

Il comma 4-bis, inserito nel corso dell’esame parlamentare, contiene una norma interpretativa che circoscrive l’esenzione dall’Iva, disposta dall’articolo 1, comma 604, della legge n. 296 del 2006, ai soli collegi universitari gestiti da enti che operano esclusivamente con la finalità di ospitare gli studenti universitari nonché di offrire anche agli altri iscritti alle università servizi di supporto alla didattica e alla ricerca e attività culturali e ricreative (articolo 1, comma 4, della legge n. 338 del 2000), e non anche ai soggetti operanti anche in altri ambiti o settori diversi.

 

L’articolo 1, comma 604, della legge n. 296 del 2006 (legge finanziaria 2007) dispone, per i collegi universitari di cui al comma 603, l'esenzione dall'imposta sul valore aggiunto prevista dall'articolo 10, primo comma, numero 20), del D.P.R. n. 633 del 1972.

L’esenzione dall’IVA riguarda le prestazioni educative dell'infanzia e della gioventù e quelle didattiche di ogni genere, anche per la formazione, l'aggiornamento, la riqualificazione e riconversione professionale, rese da istituti o scuole riconosciuti da pubbliche amministrazioni e da ONLUS, comprese le prestazioni relative all'alloggio, al vitto e alla fornitura di libri e materiali didattici, ancorché fornite da istituzioni, collegi o pensioni annessi, dipendenti o funzionalmente collegati, nonché le lezioni relative a materie scolastiche e universitarie impartite da insegnanti a titolo personale (articolo 10, primo comma, numero 20), del D.P.R. n. 633 del 1972).

Il comma 603 equipara ai collegi universitari legalmente riconosciuti “tutti i collegi universitari gestiti da fondazioni, enti morali, nonché enti ecclesiastici che abbiano le finalità di cui all'articolo 1, comma 4, primo periodo della legge 14 novembre 2000, n. 338” che siano iscritti ai registri delle prefetture. La norma, ai fini di quanto previsto dal successivo comma 604, potrebbe ingenerare un’incertezza interpretativa sull’individuazione dei soggetti esenti da Iva, in quanto, sostanzialmente, contempla una equiparazione.

Il comma 4-bis in esame in esame chiarisce che i soggetti a cui si applica l’esenzione Iva (comma 604) sono i collegi universitari gestiti da fondazioni, enti morali, nonché enti ecclesiastici che abbiano esclusivamente la finalità di ospitare gli studenti universitari, nonché di offrire anche agli altri iscritti alle università servizi di supporto alla didattica e alla ricerca e attività culturali e ricreative.


 

Articolo 2, comma 5
(Dichiarazione nei casi di liquidazione societaria - Revoca della liquidazione)

 


5. All'articolo 5, del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, le parole: «la data in cui ha effetto la deliberazione di messa in liquidazione» sono sostituite dalle seguenti: «la data in cui si determinano gli effetti dello scioglimento della società ai sensi degli articoli 2484 e 2485 del codice civile, ovvero per le imprese individuali la data indicata nella dichiarazione di cui all'articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633,»;

b) dopo il comma 3 è inserito il seguente comma:

«3-bis. In caso di revoca dello stato di liquidazione quando gli effetti, anche ai sensi del secondo comma dell'articolo 2487-ter del codice civile, si producono prima del termine di presentazione delle dichiarazioni di cui ai precedenti commi 1, primo periodo, e 3, il liquidatore o, in mancanza, il rappresentante legale, non è tenuto a presentare le medesime dichiarazioni. Restano in ogni caso fermi gli effetti delle dichiarazioni già presentate ai sensi dei commi 1, primo periodo, e 3, prima della data in cui ha effetto la revoca dello stato di liquidazione, ad eccezione dell'ipotesi in cui la revoca abbia effetto prima della presentazione della dichiarazione relativa alla residua frazione del periodo d'imposta in cui si verifica l'inizio della liquidazione.».


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 5 dell'articolo 2 è volto ad allineare la disciplina fiscale in materia di liquidazione e scioglimento delle società di capitali alla disciplina civilistica contenuta nel capo VIII del codice civile.

Analisi normativa

 

Il comma 5 dell'articolo 2 novella l’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, in materia di dichiarazioni dei redditi, al fine di allineare la disciplina fiscale ivi prevista in materia di liquidazione e scioglimento delle società di capitali alla disciplina civilistica contenuta nel capo VIII del codice civile (recante la disciplina delle società di capitali e società cooperative).

Si ricorda al riguardo che l’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322, al comma 1 ha previsto che - in caso di liquidazione di società o enti soggetti all'IRES, di società o associazioni di cui all'articolo 5 del TUIR (che producono redditi in forma associata) e di imprese individuali - il liquidatore (o il rappresentante legale) deve presentare la dichiarazione relativa al periodo compreso tra l'inizio del periodo d'imposta e la data in cui ha effetto la deliberazione di messa in liquidazione entro l'ultimo giorno del nono mese successivo a tale data in via telematica.

 

Successivamente, con la riforma del diritto societario recata dal D.Lgs. n. 6 del 2003, gli articoli 2484 e 2485 del codice civile hanno disposto rispettivamente che gli effetti dello scioglimento della società di capitali si producono:

§       dalla data di iscrizione nel registro delle imprese della dichiarazione con cui gli amministratori ne accertano la causa, nelle ipotesi previste dai numeri 1), 2), 3), 4) e 5) del primo comma dell’articolo 2484[4];

§       dalla data di iscrizione della relativa deliberazione dell’assemblea nell’ipotesi prevista dal numero 6) del primo comma dall’articolo 2484 del codice civile[5];

§       dalla data di iscrizione del decreto del tribunale con cui sono accertate le cause di scioglimento nell’ipotesi di cui all’articolo 2485, comma 2, del codice civile[6].

 

Il comma 5 in esame reca modifiche all’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322.

 

Anzitutto la lettera a) del comma 5 novella il comma 1 dell’articolo 5 del D.P.R. n. 322 del 1998, prevedendo che la dichiarazione da presentare in via telematica in caso di liquidazione concerne il periodo compreso tra l'inizio del periodo d'imposta e la data in cui si determino gli effetti dello scioglimento della società ai sensi dei citati articoli 2484 e 2485 del codice civile.

Per quanto concerne le imprese individuali, la norma in esame fa invece riferimento alla data indicata nella dichiarazione di cui all’articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633 (in materia di imposta sul valore aggiunto), concernente le dichiarazioni di inizio, variazione e cessazione attività.

La norma ricalca pertanto quanto già previsto dall’articolo 182, comma 1, ultimo periodo, del D.P.R. n. 917 del 1986 (TUIR), secondo cui per le imprese individuali la data di inizio della liquidazione, ai fini delle imposte sui redditi, è quella indicata nella dichiarazione di cui all'articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633.

 

La lettera b) del comma 5 inserisce invece il comma 3-bis all’articolo 5 del D.P.R. n. 322 del 1998, al fine di disciplinare gli effetti fiscali della revoca della liquidazione.

 

Si ricorda al riguardo che l’articolo 2487-ter del codice civile prevede, al secondo comma, che la revoca della liquidazione ha effetto solo decorsi sessanta giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della relativa deliberazione, salvo che consti il consenso dei creditori della società o il pagamento dei creditori che non hanno dato il consenso. Qualora nel termine suddetto i creditori anteriori all'iscrizione abbiano fatto opposizione, si applica l'ultimo comma dell'articolo 2445.

 

Il comma 3-bis prevede pertanto che se la revoca produce effetti prima del termine di presentazione delle dichiarazioni di cui ai precedenti commi 1, primo periodo, e 3 (ossia nel periodo “ante-liquidazione”), il liquidatore (o il rappresentante legale) non è tenuto a presentare le suddette dichiarazioni.

Restano comunque fermi gli effetti delle dichiarazioni già presentate prima della data in cui la revoca dello stato di liquidazione ha avuto effetto.

L'unica eccezione prevista si verifica qualora la revoca abbia effetto prima della presentazione della dichiarazione relativa alla residua frazione del periodo d’imposta in cui si verifica l’inizio della liquidazione.

 

Come evidenziato dalla relazione illustrativa (A.S. 3184), la norma suddetta, nonostante la disciplina civilistica attribuisca alla revoca dello stato di liquidazione efficacia ex tunc, per evidenti necessità di certezza della norma tributaria fa salvi gli effetti prodotti dalle dichiarazioni già presentate.


 

Articolo 2, comma 5-bis
(Responsabilità in solido dell’appaltatore per versamento delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e dell’IVA)

 

5-bis. Il comma 28 dell'articolo 35 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è sostituito dal seguente:

«28. In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, al versamento all'erario delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e dell'imposta sul valore aggiunto scaturente dalle fatture inerenti alle prestazioni effettuate nell'ambito dell'appalto, ove non dimostri di avere messo in atto tutte le cautele possibili per evitare l'inadempimento».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 5-bis estende la disciplina in tema di responsabilità in solido dell’appaltatore con il subappaltatore anche al committente imprenditore o datore di lavoro circa l’effettuazione e il versamento delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e dei contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei dipendenti.

Analisi normativa

 

Il comma 5-bis sostituisce il comma 28 dell’articolo 35 del decreto legge n. 223 del 2006, in tema di responsabilità in solido dell’appaltatore con il subappaltatore della effettuazione e del versamento delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e dei contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei dipendenti.

 

Il testo previdente del comma 28 prevedeva che l'appaltatore rispondesse in solido con il subappaltatore della effettuazione e del versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e dei contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei dipendenti a cui è tenuto il subappaltatore.

 

Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 25 febbraio 2008, n. 74 è stato emanato il regolamento concernente la responsabilità solidale tra appaltatore e subappaltatore in materia di versamento delle ritenute fiscali e dei contributi previdenziali e assicurativi obbligatori, in relazione ai contratti di appalto e subappalto di opere, forniture e servizi (art. 35, commi da 28 a 34 del D.L. 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248).

 

Rispetto al testo previgente, la nuova formulazione del comma 28:

§      estende la responsabilità in solido anche al committente imprenditore o datore di lavoro e a ciascuno degli eventuali subappaltatori;

§      stabilisce il limite dei due anni dalla cessazione dell’appalto;

§      limita l’oggetto dalla responsabilità solidale al versamento delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e dell’IVA relative alle fatture inerenti le prestazioni in questione;

§      fa salva la possibilità di dimostrare di aver messo in atto tutte le cautele per evitare l’inadempimento.

 

 

Testo previgente

Testo D.L. n. 16/2012

28. L'appaltatore risponde in solido con il subappaltatore della effettuazione e del versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e dei contributi assicurativi obbligatori per gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali dei dipendenti a cui è tenuto il subappaltatore.

28. In caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l'appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell'appalto, al versamento all'erario delle ritenute sui redditi di lavoro dipendente e dell'imposta sul valore aggiunto scaturente dalle fatture inerenti alle prestazioni effettuate nell'ambito dell'appalto, ove non dimostri di avere messo in atto tutte le cautele possibili per evitare l'inadempimento.


 

Articolo 2, comma 6
(Semplificazioni degli obblighi di comunicazione delle operazioni rilevanti a fini IVA da parte dei soggetti passivi)

 


6. A decorrere dal 1° gennaio 2012, all'articolo 21, comma 1, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, le parole: «, di importo non inferiore a euro tremila» sono soppresse e dopo il primo periodo sono inseriti i seguenti: «L'obbligo di comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini dell'imposta sul valore aggiunto per le quali è previsto l'obbligo di emissione della fattura è assolto con la trasmissione, per ciascun cliente e fornitore, dell'importo di tutte le operazioni attive e passive effettuate. Per le sole operazioni per le quali non è previsto l'obbligo di emissione della fattura la comunicazione telematica deve essere effettuata qualora le operazioni stesse siano di importo non inferiore ad euro 3.600, comprensivo dell'imposta sul valore aggiunto. Per i soggetti tenuti alle comunicazioni di cui all'articolo 11, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, le comunicazioni sono dovute limitatamente alle fatture emesse o ricevute per operazioni diverse da quelle inerenti ai rapporti oggetto di segnalazione ai sensi dell'articolo 7, commi quinto e sesto, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605».


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 6 dell’articolo 2 modifica la disciplina del c.d. “spesometro” per le transazioni con obbligo di fattura, reintroducendo l'obbligo di comunicare all'amministrazione finanziaria tutte le transazioni effettuate con l'obbligo di emissione della fattura. Per le operazioni senza obbligo di fattura la disciplina invece non cambia, in quanto devono essere comunicate solo le operazioni di importo superiore alla soglia di 3.600 euro.

Analisi normativa

 

Il comma 6 dell'articolo 2 del testo in esame prevede che, a decorrere dal 1° gennaio 2012, per le operazioni rilevanti a fini IVA soggette all’obbligo di fatturazione, gli operatori devono comunicare telematicamente l’importo complessivo delle operazioni attive e passive effettuate nei confronti di ciascun cliente o fornitore, mentre per le operazioni per le quali non è previsto l’obbligo di emissione della fattura la comunicazione deve essere effettuata solo per le operazioni di importo non inferiore a 3.600 euro, IVA inclusa.

 

Viene pertanto modificata la disciplina del c.d. “spesometro” reintroducendo l'obbligo di comunicare all'amministrazione finanziaria tutte le transazioni effettuate con l'obbligo di emissione della fattura (c.d. elenco clienti fornitori).

Per le operazioni senza obbligo di fattura (generalmente giustificate da scontrino o ricevuta fiscale, nei confronti dei privati) la disciplina invece non cambia, in quanto devono essere comunicate solo le operazioni di importo superiore alla soglia di 3.600 euro.

 

Secondo quanto evidenziato dalla Relazione illustrativa (A.S. 3184), la norma sarebbe diretta a superare le difficoltà operative, segnalate dagli operatori economici e dalle associazioni di categoria, legate all’obbligo di comunicare all’Agenzia delle entrate i dati relativi alle singole operazioni effettuate e ricevute.

 

Si ricorda al riguardo che l’articolo 21 del D.L. n. 78 del 2010 ha introdotto l’obbligo di comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini IVA, di importo non inferiore a 3.000 euro, demandandone le modalità e i termini attuativi, tali da limitare al massimo l'aggravio per i contribuenti, ad un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate. La disposizione ha previsto altresì che, nell’ipotesi di omissione delle comunicazioni telematiche, ovvero di una loro effettuazione con dati incompleti o non veritieri, si applichi una sanzione amministrativa compresa tra un minimo di 258 euro e un massimo di 2.065 euro, ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471 (recante Riforma delle sanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di imposta sul valore aggiunto e di riscossione dei tributi ).

Il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 22 dicembre 2010 ha individuato i soggetti obbligati a tale comunicazione, gli elementi e i dati da comunicare nonché le modalità di effettuazione della comunicazione. In particolare si è previsto che:

§       oggetto della comunicazione sono le cessioni di beni e le prestazioni di servizi rese e ricevute dai soggetti passivi IVA per le quali i corrispettivi dovuti sono di importo pari o superiore a euro tremila al netto dell’imposta sul valore aggiunto. Per le operazioni rilevanti ai fini IVA per le quali non ricorre l’obbligo di emissione della fattura, il predetto limite è elevato a 3.600 euro al lordo dell’imposta applicata (articolo 2 del provvedimento);

§       sono escluse dal predetto obbligo le importazioni, le esportazioni alle condizioni di legge, le cessioni di beni e le prestazioni di servizi nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi cosiddetti “black list” e le operazioni che hanno già costituito oggetto di comunicazione all'Anagrafe tributaria.

Il successivo provvedimento del 14 aprile 2011, emanato dall'Agenzia delle entrate, ha peraltro escluso, in fase di prima applicazione, le operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto per le quali non ricorre l’obbligo di fattura, effettuate fino al 30 giugno 2011 (articolo 3 del provvedimento).

Tra gli elementi da indicare nella comunicazione vi sono, tra l’altro, l’anno di riferimento, la partita IVA o il codice fiscale del cedente, prestatore, cessionario o committente, i corrispettivi dovuti dal cessionario o committente, o al cedente o prestatore, secondo le condizioni contrattuali, e l’importo dell’imposta sul valore aggiunto applicata o la specificazione che trattasi di operazioni non imponibili o esenti; per le operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto per le quali non ricorre l’obbligo della fattura, i corrispettivi comprensivi dell’imposta sul valore aggiunto applicata.

 

L'articolo 7, comma 2, lettera o), del D.L. n. 70 del 2011 ha quindi inserito all’articolo 21 del decreto-legge n. 78 del 2010 un nuovo comma 1-bis: tale disposizione esclude dal predetto obbligo di comunicazione telematica le operazioni rilevanti ai fini dell’IVA effettuate nei confronti di contribuenti non soggetti passivi, in tutti i casi in cui il pagamento dei corrispettivi avvenga mediante carte di credito, di debito o prepagate emesse da operatori finanziari obbligati alla comunicazione dei rapporti e delle operazioni con la clientela all’Anagrafe tributaria (ai sensi dell’art. 7, sesto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605).

 

Gli ultimi chiarimenti in materia sono stati forniti con la Circolare 24/E dell’Agenzia delle Entrate del 30 maggio 2011 e con il successivo Provvedimento del 21 giugno 2011, che ha dettato le specifiche tecniche relative alla comunicazione telematica.

La Circolare 24/E ha chiarito che l’obbligo di comunicazione riguarda non solo le operazioni effettuate tra soggetti IVA (cosiddette operazioni business to business), ma anche quelle in cui cessionario o committente risulti essere il consumatore finale (cosiddette operazioni business to consumer).

In sede di prima applicazione il provvedimento ha stabilito che devono essere comunicate:

§       entro il 31 ottobre 2011, le operazioni di importo pari o superiore ai 25.000 euro al netto dell’IVA rese e ricevute nel periodo d’imposta 2010, limitatamente a quelle per le quali è previsto l’obbligo di emissione della fattura. Si ricorda al riguardo che un primo Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 16 settembre 2011 ha fatto slittare il termine al 31 dicembre 2011; successivamente con il Provvedimento del 21 dicembre 2011 è stata disposta un’ulteriore proroga al 31 gennaio 2012;

§       entro il 30 aprile 2012, le operazioni di importo pari o superiore a 3.000 euro, al netto dell’IVA, rese e ricevute nel periodo d’imposta 2011 per le quali è previsto l’obbligo di emissione della fattura;

§       entro il 30 aprile 2012, le operazioni di importo pari o superiore a 3.600 euro, al lordo dell’IVA, per le quali non è previsto l’obbligo di emissione della fattura, con esclusivo riferimento a quelle rese e ricevute dal 1° luglio 2011.

Per il periodo d’imposta 2010 devono, quindi, essere comunicate soltanto le operazioni soggette all’obbligo di fatturazione di ammontare pari o superiore a 25.000 euro, al netto dell’imposta. A regime, invece, la predetta soglia era fissata ad un ammontare pari o superiore a 3.000 euro, ovvero pari o superiore a 3.600 euro nel caso di operazioni non soggette all’obbligo di fatturazione. La comunicazione deve essere inviata all’Agenzia entro il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento.

 

Da ultimo l'articolo 23, comma 41, del D.L. n 98 del 2011 è intervenuto nuovamente sull’articolo 21 del decreto legge n. 78 del 2010, aggiungendo un comma 1-ter. Per effetto di tale modifica è previsto che gli operatori finanziari che emettono carte di credito, di debito o prepagate e che sono soggetti ai predetti obblighi di comunicazione all’Anagrafe Tributaria devono altresì comunicare all’Agenzia delle entrate le operazioni effettuate nei confronti di contribuenti non soggetti passivi IVA, in relazione alle quali il pagamento dei corrispettivi sia avvenuto mediante carte di credito, di debito o prepagate emesse dagli operatori finanziari stessi. La norma demanda ad un provvedimento direttoriale dell’Agenzia delle Entrate (adottato il 29 dicembre 2011) l’individuazione di termini e modalità di tale comunicazione.

 

Il comma 6 in esame interviene pertanto sull’articolo 21, comma 1, del decreto legge n. 78 del 2011, espungendo anzitutto il riferimento alla soglia di tremila euro, ivi prevista in via generale.

La norma, peraltro, aggiunge al comma 1 citato un nuovo periodo con cui, con una disposizione di rango primario (e non più ad opera di un provvedimento direttoriale), si opera una distinzione tra operazioni con obbligo di emissione di fattura e operazioni in cui tale obbligo non è previsto:

§      nella prima ipotesi l’obbligo di comunicazione è assolto con la trasmissione, per ciascun cliente e fornitore, dell’importo di tutte le operazioni attive e passive effettuate. Per queste operazioni, pertanto, non è stabilita alcuna soglia minima di importo;

§      nella seconda ipotesi (operazioni senza obbligo di fattura, generalmente giustificate da scontrino o ricevuta fiscale), analogamente a quanto attualmente previsto, la comunicazione telematica deve essere effettuata per le operazioni di importo non inferiore a 3.600 euro, comprensivi di IVA.

 

La modifica in esame comporta l'obbligo di segnalazione dell'importo di tutte le operazioni attive e passive rilevanti ai fini IVA per le quali è obbligatoria l'emissione della fattura, effettuate nei confronti di ciascun cliente e fornitore, a prescindere dall'ammontare unitario.

Pertanto, oggetto della comunicazione non sono più le singole operazioni, bensì l'insieme dei rapporti intrattenuti con un determinato cliente o fornitore, secondo una logica che da oggettiva (la segnalazione dell'operazione) passa a soggettiva (la segnalazione della controparte commerciale).

La disciplina sembrerebbe peraltro idonea a consentire l’eliminazione del problema dei contratti collegati e delle prestazioni periodiche, in quanto la rimozione della soglia quantitativa e la caratterizzazione soggettiva della comunicazione determinano la necessità di trasmettere all’Agenzia delle entrate tutte le operazioni, senza necessità di valutarne il rapporto genetico sottostante.

Si tratterebbe, in sostanza, di un ritorno all’elenco clienti e fornitori, introdotto dall'articolo 37, commi 8 e 9, del D.L. n. 223 del 2006 e successivamente abolito dall'articolo 33, comma 3, del decreto-legge n. 112 del 2008.

 

Nel corso dell’esame parlamentare è stato aggiunto l’ultimo periodo del comma 6, il quale esclude dall’obbligo di comunicazione all’amministrazione finanziaria alcune operazioni rilevanti ai fini dell'imposta sul valore aggiunto effettuate da soggetti già sottoposti a determinati obblighi di comunicazione all’Anagrafe tributaria. I soggetti in questione, infatti, devono effettuare le comunicazioni limitatamente alle fatture emesse o ricevute per le operazioni diverse da quelle inerenti ai rapporti oggetto di segnalazione ai sensi dell’articolo 7, commi 5 e 6 del D.P.R. n. 605 del 1973 (Disposizioni relative all'anagrafe tributaria e al codice fiscale dei contribuenti).

L’articolo 7, comma 5, dispone che le aziende, gli istituti, gli enti e le società devono comunicare all'Anagrafe tributaria i dati e le notizie riguardanti i contratti di assicurazione, ad esclusione di quelli relativi alla responsabilità civile ed alla assistenza e garanzie accessorie, relativamente ai soggetti contraenti; i contratti di somministrazione di energia elettrica, di servizi di telefonia, fissa, mobile e satellitare, di servizi idrici e del gas, relativamente agli utenti; al fine dell'emersione delle attività economiche, con particolare riferimento all'applicazione dei tributi erariali e locali nel settore immobiliare, gli stessi soggetti devono comunicare i dati catastali identificativi dell'immobile presso cui è attivata l'utenza, dichiarati dagli utenti

L’articolo 7, comma 6, prevede che le banche, la società Poste italiane Spa, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio, nonché ogni altro operatore finanziario sono tenuti a rilevare e a tenere in evidenza i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con loro qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l'esistenza dei rapporti e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi sono comunicate all'Anagrafe tributaria ed archiviate in apposita sezione, con l'indicazione dei dati anagrafici dei titolari e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, compreso il codice fiscale.

 

Si rammenta che l’articolo 11, comma 2 del D.L. n. 201 del 2011 (c.d. “salva Italia”) ha imposto agli operatori finanziari, dal 1° gennaio 2012, di comunicare periodicamente all’Anagrafe tributaria tutte le movimentazioni relative ai rapporti finanziari già oggetto di specifici obblighi di evidenziazione e comunicazione, ai sensi dell’articolo 7, comma 6, del D.P.R. n. 605 del 1973.

Tali informazioni sulle operazioni, sui rapporti finanziari e sui relativi importi possono essere utilizzate dall'Agenzia delle entrate anche per la individuazione dei contribuenti a maggior rischio di evasione da sottoporre a controllo, oltre che per le finalità individuate dall’articolo 7, comma 11, del medesimo D.P.R. n. 605/1973 (riscossione mediante ruolo, accertamenti finalizzati alla ricerca e all'acquisizione della prova e delle fonti di prova nel corso di un procedimento penale, accertamenti di carattere patrimoniale per le finalità di prevenzione previste da specifiche disposizioni di legge e per l'applicazione delle misure di prevenzione).


 

Articolo 2, comma 6-bis
(Applicazione dell’IVA sul cd. “margine” per le cessioni di contratti di locazione finanziaria)

 

6-bis. All'articolo 36 del decreto-legge 23 febbraio 1995, n. 41, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 marzo 1995, n. 85, e successive modificazioni, dopo il comma 10 è aggiunto il seguente:

«10-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle cessioni di contratti di locazione finanziaria acquistati presso privati o dai soggetti di cui al comma 1, secondo periodo».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 6-bis estende anche alle cessioni di contratti di locazione finanziaria l’applicazione dell’IVA sul cd. “margine”, ovvero sulla differenza tra il prezzo dovuto dal cessionario del bene e quello relativo all'acquisto.

Analisi normativa

 

Il comma 6-bis estende anche alle cessioni di contratti di locazione finanziaria l’applicazione dell’IVA sul cd. “margine”, ovvero sulla differenza tra il prezzo dovuto dal cessionario del bene e quello relativo all'acquisto.

 

Si ricorda che il regime IVA del “margine” è disciplinato dagli articoli da 36 a 40-bis del D.L. 23 febbraio 1995, n. 41, che recano la disciplina IVA del commercio di beni mobili usati, di oggetti da antiquariato, arte e da collezione.

In ottemperanza alle prescrizioni comunitarie, l’introduzione del regime del margine evita fenomeni di reiterata imposizione per i beni usati che, usciti dal circuito commerciale, vengono successivamente ceduti ad un soggetto passivo di imposta che intende rivenderli. In tale situazione, se il soggetto passivo assoggettasse ad Iva l’intero corrispettivo della rivendita, si opererebbe quasi sicuramente una duplicazione d’imposta; la legge non consente infatti al privato, o al soggetto passivo che aveva acquistato il bene maggiorato di Iva, di detrarla.

Tale articolata disciplina si applica con modalità diverse a seconda della tipologia di beni, dei soggetti che pongono in essere le operazioni e le caratteristiche del prezzo di acquisto.

In particolare, vi sono tre modalità applicative:

§      regime ordinario o analitico (comma 1).

Esso trova applicazione per i beni mobili usati, suscettibili di reimpiego nello stato originario o previa riparazione, per gli oggetti d'arte, d'antiquariato e da collezione (come indicati nell’apposita tabella allegata al medesimo D.L.), acquistati presso privati nel territorio dello Stato o in quello di altro Stato membro dell'Unione europea.

In tale ipotesi, l'imposta relativa alla rivendita è commisurata alla differenza tra il prezzo dovuto dal cessionario del bene e quello relativo all'acquisto, aumentato delle spese di riparazione e di quelle accessorie. Si considerano acquistati da privati anche i beni per i quali il cedente non ha potuto detrarre l'imposta afferente l'acquisto o l'importazione, nonché i beni ceduti da soggetto passivo d'imposta comunitario in regime di franchigia nel proprio Stato membro e i beni ceduti da soggetto passivo d'imposta che abbia assoggettato l'operazione al regime del presente comma.

§      regime forfettario o percentuale (comma 5).

In tali casi, il margine è commisurato in una percentuale forfettaria del prezzo di vendita, in specifiche misure legate alla tipologia di beni o al tipo di attività svolta. In genere, esso opera qualora risulti difficoltosa ed onerosa l’applicazione del metodo ordinario; non comporta aggravi negli adempimenti contabili.

§      regime globale (comma 6).

Il margine è determinato globalmente, ovvero in relazione all'ammontare complessivo degli acquisti e delle cessioni effettuate nel periodo di riferimento. Tale regime opera, tra l’altro, per le attività di commercio di veicoli usati, monete e altri oggetti da collezione, nonché per le cessioni di beni acquistati “per masse” come compendio unitario e con prezzo indistinto.

 

Per effetto delle norme in commento, il regime del margine - come disciplinato dall’articolo 36 - si applica anche alle cessioni di contratti di locazione finanziaria acquistati:

§      presso privati;

§      da soggetto passivo d'imposta comunitario in regime di franchigia nel proprio Stato membro;

§      da soggetto passivo d'imposta che abbia assoggettato l'operazione al regime del margine “ordinario”.


 

Articolo 2, comma 7
(Eliminazione dell’obbligo di chiedere l’indicazione del domicilio fiscale negli atti presentati all’Amministrazione finanziaria)

 

7. Al decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 58, quarto comma, le parole: «In tutti gli» sono sostituite dalla seguente: «Negli» e dopo le parole: «con la precisazione dell'indirizzo» sono aggiunte le seguenti: «solo ove espressamente richiesto»;  

b) nell'articolo 60, il secondo periodo del terzo comma è soppresso.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 7, per semplificare i rapporti tra contribuente ed Amministrazione finanziaria, limita l’obbligo di indicare il comune di domicilio fiscale e l'indirizzo ai soli casi in cui ciò venga espressamente richiesto, anziché in tutti gli atti presentati agli uffici finanziari.

Analisi normativa

 

Il comma 7 dell'articolo 2 reca disposizioni volte alla semplificazione nei rapporti tra contribuente ed Amministrazione finanziaria, limitando l’obbligo di indicare il comune di domicilio fiscale e l'indirizzo ai soli casi in cui ciò venga espressamente richiesto, anziché in tutti gli atti presentati agli uffici finanziari.

 

A tal fine, la lettera a) modifica l’articolo 58 del D.P.R. n. 600/1973 in materia di riscossione, che reca la disciplina generale del domicilio fiscale dei contribuenti.

L’articolo 58 prescrive che agli effetti dell'applicazione delle imposte sui redditi ogni soggetto si intende domiciliato in un comune dello Stato e, in particolare:

§       le persone fisiche residenti nel territorio dello Stato hanno il domicilio fiscale nel comune nella cui anagrafe sono iscritte;

§       le persone fisiche non residenti hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si è prodotto il reddito o, se il reddito è prodotto in più comuni, nel comune in cui si è prodotto il reddito più elevato;

§       i cittadini italiani, che risiedono all'estero in forza di un rapporto di servizio con la pubblica amministrazione, nonché quelli considerati residenti in quanto cancellati dalle anagrafi della popolazione residente ed emigrati in Stati o territori aventi un regime fiscale privilegiato, (articolo 2, comma 2–bis, del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, testo unico delle imposte sui redditi) hanno il domicilio fiscale nel comune di ultima residenza nello Stato;

I soggetti diversi dalle persone fisiche hanno il domicilio fiscale nel comune in cui si trova la loro sede legale o, in mancanza, la sede amministrativa; se anche questa manchi, essi hanno il domicilio fiscale nel comune ove è stabilita una sede secondaria o una stabile organizzazione e in mancanza nel comune in cui esercitano prevalentemente la loro attività.

 

Per effetto delle modifiche operate dalla norma in esame (che novella testualmente il comma quarto dell’articolo 58) viene eliminato l’obbligo di indicare il comune di domicilio fiscale e l'indirizzo nella totalità degli atti, contratti, denunzie e dichiarazioni che vengono presentati agli uffici finanziari. Tale indicazione viene limitata solo ai casi in cui ciò venga espressamente richiesto.

 

La successiva lettera b) reca modifiche alla disciplina delle notifiche a fini fiscali, sopprimendo l’ultimo periodo dell’articolo 60, comma terzo del D.P.R. n. 600/1973.

 

In estrema sintesi, si ricorda che le notifiche di atti e avvisi a fini fiscali sono effettuati secondo le relative norme del codice di procedura civile, con alcune specificità - recate dal richiamato articolo 60 - legate alla natura tributaria dell’atto da notificare.

 

In particolare, il terzo comma dell’articolo 60 disciplina la decorrenza degli effetti delle variazioni e delle modificazioni dell'indirizzo dei contribuenti. Esse hanno effetto, ai fini delle notificazioni, dal trentesimo giorno successivo a quello dell'avvenuta variazione anagrafica.

Per le persone giuridiche e le società ed enti privi di personalità giuridica, la variazione ha effetto dal trentesimo giorno successivo a quello della ricezione, da parte dell'ufficio, della comunicazione della dichiarazione di inizio attività, di variazione dati o di cessazione attività ai fini IVA (articolo 35 del D.P.R. n. 633 del 1972), ovvero della dichiarazione dei soggetti non residenti nel territorio dello Stato, che intendono assolvere gli obblighi ed esercitare i diritti in materia di imposta sul valore aggiunto direttamente (articolo 35-ter del medesimo D.P.R. n. 633 del 1972), ovvero del modello previsto per la domanda di attribuzione del numero di codice fiscale dei soggetti diversi dalle persone fisiche non obbligati alla presentazione della dichiarazione di inizio attività IVA.

In sostanza, con una novella che appare conseguente alle modifiche apportate dalla già commentata lettera a), viene soppresso l’ultimo periodo del comma terzo; si elimina la previsione secondo cui la notifica di atti e avvisi nel comune di domicilio fiscale risultante dall'ultima dichiarazione annuale è valida, se sono state omesse le predette comunicazioni da cui si evince la variazione dell’indirizzo del contribuente.


 

Articolo 2, comma 8
(Operazioni con Paesi c.d. black list)

 

8. All'articolo 1, comma 1, del decreto-legge 25 marzo 2010, n. 40, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2010, n. 73, dopo le parole: «prestazioni di servizi» sono inserite le seguenti: «di importo superiore a euro 500».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 8 introduce la soglia minima di 500 euro al di sotto della quale non è più dovuta la comunicazione all’Agenzia delle entrate delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi cosiddetti black list.

Analisi normativa

 

Il comma 8 limita l’obbligo di comunicare all’Agenzia delle entrate le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate con operatori aventi sede, residenza o domicilio in Paesi cd. black list ai soli casi in cui le operazioni siano di importo superiore a 500 euro.

La modifica interviene sull’articolo 1, comma 1, del D.L. n. 40 del 2010, il quale ha stabilito l’obbligo a carico dei contribuenti che effettuano scambi commerciali con soggetti aventi sede, residenza o domicilio nei paradisi fiscali, di inviare una comunicazione telematica relativa alle operazioni effettuate (norma di contrasto alle cosiddette “operazioni carosello”). I Paesi interessati dalla disciplina sono quelli indicati nella black list,fatta salva la facoltà, per il Ministro dell’economia e delle finanze, di includere ulteriori Paesi ovvero di escludere alcuni di quelli già inclusi mediante l’emanazione di un decreto non regolamentare.

La omessa, incompleta o non veritiera presentazione della comunicazione comporta una sanzione di ammontare compreso tra 516 euro e 4.132 euro.

L'individuazione degli Stati c.d. black list è stata realizzata dal decreto del Ministro delle finanze del 4 maggio 1999 (in Gazzetta Ufficiale n. 107 del 10 maggio 1999) e dal decreto del Ministro dell'economia e delle finanze del 21 novembre 2001 (in Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2001).

Il D.M. 30 marzo 2010 ha dettato le modalità operative della comunicazione. Si segnala che il D.M. 5 agosto 2010 ha previsto l’esclusione dalla black list di Cipro, Malta e Corea del Sud.

L'introduzione di una soglia minima mira a ridurre gli oneri informativi per gli operatori con riguardo agli scambi di importo contenuto.


 

Articolo 2, commi 9 e 10
(Scritturazione telematica della contabilità delle accise in sostituzione dei registri cartacei)

 


9. I registri la cui tenuta è obbligatoria, ai sensi del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, recante testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi, e delle relative sanzioni penali e amministrative e relative norme di attuazione, possono essere sostituiti dalla presentazione esclusivamente in forma telematica, con cadenza giornaliera, dei dati relativi alle contabilità degli:

a) operatori di cui all'articolo 1, comma 1, lettera a), del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286;

b) esercenti depositi per uso privato, agricolo ed industriale di capacità superiore a 25 metri cubi, esercenti impianti di distribuzione stradale di carburanti, esercenti apparecchi di distribuzione automatica di carburanti per usi privati, agricoli ed industriali collegati a serbatoi la cui capacità globale supera i 10 metri cubi di cui all'articolo 25 del citato decreto legislativo n. 504 del 1995;

c) operatori che trattano esclusivamente prodotti energetici in regime di vigilanza fiscale ai sensi del capo II del decreto del Ministro delle finanze 17 maggio 1995, n. 322;

d) operatori che trattano esclusivamente alcoli sottoposti a vigilanza fiscale ai sensi dell'articolo 66 del citato decreto legislativo n. 504 del 1995 e dell'articolo 22 del decreto del Ministro delle finanze 27 marzo 2001, n. 153;

e) operatori che impiegano l'alcol etilico e le bevande alcoliche in usi esenti da accisa ai sensi del decreto del Ministro delle finanze 9 luglio 1996, n. 524.

10. Con provvedimenti dell'Agenzia delle dogane da adottarsi entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono stabiliti:

a) tempi e modalità per la presentazione esclusivamente in forma telematica dei dati delle contabilità degli operatori di cui al comma 9, lettere da b) ad e);

b) regole per la gestione e la conservazione dei dati delle contabilità trasmessi telematicamente;

c) istruzioni per la produzione della stampa dei dati delle contabilità da esibire a richiesta degli organi di controllo in sostituzione dei registri di cui al comma 9.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 9 e 10 prevedono la facoltà, per gli operatori nei settori dei prodotti energetici e degli alcolici, di avvalersi della trasmissione telematica giornaliera dei dati contabili all’Amministrazione finanziaria, in sostituzione della tenuta dei registri cartacei, con conseguente riduzione degli oneri amministrativi sia per gli operatori che per l'Amministrazione, nonché miglioramento dei controlli e della qualità dei dati raccolti.

Analisi normativa

 

Il comma 9 prevede la facoltà, per gli operatori di diversi settori, di avvalersi della trasmissione telematica giornaliera dei dati contabili, quale sostitutiva della tenuta dei registri cartacei.

Nel dettaglio, possono ricorrere a tale modalità di comunicazione obbligatoria dei dati relativi alla contabilità i seguenti soggetti:

a)   depositari autorizzati, operatori professionali, rappresentanti fiscali ed esercenti depositi commerciali, circa l'attività svolta nei settori dei prodotti energetici, dell'alcole e delle bevande alcoliche e degli oli lubrificanti e bitumi di petrolio (art. 1, co. 1, lett. a), D.L. n. 262/2006);

b)   esercenti depositi per uso privato, agricolo ed industriale di capacità superiore a 25 metri cubi, esercenti impianti di distribuzione stradale di carburanti, esercenti impianti di distribuzione automatica di carburanti collegati a serbatoi con capacità superiore a 10 metri cubi (art. 25, D.Lgs. n. 504/1995);

c)   operatori che trattano esclusivamente prodotti energetici in regime di vigilanza fiscale sugli oli minerali non soggetti ad accisa (capo II D.M. n. 322/1995);

d)   operatori che trattano esclusivamente alcoli in regime di vigilanza per gli alcoli metilico, propilico ed isopropilico (art. 66, D.Lgs. n. 504/1995);

e)   operatori che impiegano l'alcol etilico e le bevande alcoliche in usi esenti da accisa (D.M. n. 524/1996).

 

Tali previsioni - le cui modalità applicative, ai sensi del successivo comma 10, sono da determinarsi con provvedimenti dell'Agenzia delle dogane da adottare entro il 29 agosto 2012 (180 giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge stesso) - legificano e generalizzano, per i settori dei prodotti energetici e alcolici sopra indicati, una trasmissione dei dati già operante (ma con cadenza temporale assai diversa dalla giornaliera) ai sensi delle determinazioni direttoriali[7] attuative del decreto-legge n. 262 del 2006.

 

Secondo la relazione illustrativa del disegno di legge di conversione (A.S. 3184), la dematerializzazione dei registri cartacei determinerebbe una riduzione degli oneri amministrativi sia per gli operatori che per l'Agenzia delle dogane, nonché un miglioramento dei controlli e della qualità dei dati raccolti.

 

L'obbligo di registro dei dati relativi alla contabilità, di cui qui si tratta, è disciplinato dal decreto legislativo n. 504 del 1995, recante "Testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative", agli articoli 25 (Deposito e circolazione di prodotti energetici assoggettati ad accisa), 26 (Disposizioni particolari per il gas naturale) e 29 (Deposito di prodotti alcolici assoggettati ad accisa).


 

Articolo 2, commi 11 e 12
(Semplificazioni nel sistema di accertamento e contabilizzazione della birra negli stabilimenti di tipo artigianale)

 


11. All'articolo 35 del testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, dopo il comma 3 è inserito il seguente:

«3-bis. Fatta salva, su motivata richiesta del depositario, l'applicabilità delle disposizioni di cui ai commi 1 e 2, nelle fabbriche con produzione annua non superiore ai 10.000 ettolitri l'accertamento del prodotto finito viene effettuato immediatamente a monte del condizionamento, sulla base di appositi misuratori, direttamente dall'esercente l'impianto. Il prodotto finito deve essere confezionato nella stessa fabbrica di produzione e detenuto ad imposta assolta. Non si applicano le disposizioni dei commi 5 e 6, lettere b) e c).».

12. All'articolo 3, comma 4, del decreto del Ministro delle finanze 27 marzo 2001, n. 153, l'ultimo periodo è sostituito dal seguente: «Per le fabbriche di cui all'articolo 35, comma 3-bis del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, recante Testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, l'assetto del deposito fiscale e le modalità di accertamento, contabilizzazione e controllo della produzione sono stabiliti con determinazione del Direttore dell'Agenzia delle dogane.».


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 11 e 12introducono alcune semplificazioni nel settore della produzione di birra artigianale, relativamente all'accertamento e alla contabilizzazione del prodotto.

Analisi normativa

 

Il comma 11 aggiunge il comma 3-bis all’articolo 35 del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504 (TU delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi), disponendo che nelle fabbriche con produzione annua non superiore ai 10.000 ettolitri l’accertamento del prodotto finito possa essere effettuato immediatamente a monte del condizionamento (filtraggio della birra maturata), sulla base di appositi misuratori, direttamente dall’esercente l’impianto, enon più attraverso contatori per la determinazione del numero degli imballaggi preconfezionati e delle confezioni.

Il prodotto finito deve essere confezionato nella stessa fabbrica di produzione e detenuto ad imposta assolta.

La norma non prevede l’applicazione delle disposizioni contenute ai commi 5 e 6, lettere b) e c) relativi, rispettivamente, alle rotture di contenitori e alle tolleranze.

La disposizione fa salva la possibilità per il depositario, dietro motivata richiesta, di applicare le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 del medesimo articolo 35.

 

La Relazione al disegno di legge di conversione del decreto-legge (A.S. 3184) evidenzia che la disposizione individua una diversa modalità di immissione in consumo della birra avviata al confezionamento, senza che questo debba essere già ultimato. Ne consegue che il prodotto assolva all'imposta prima del confezionamento, senza che si debbano così applicare le disposizioni vigenti per l'accertamento dell'accisa sulla birra, relative alla verifica di rotture degli imballaggi (in una certa misura, queste determinano la non esigibilità dell'accisa) e sul volume delle confezioni. In tal modo sono eliminati alcuni oneri per gli operatori, in termini di adempimenti amministrativi relativi al magazzino fiscale. Tale disciplina non sarebbe in contrasto, come affermato nella relazione, con la normativa comunitaria (la quale prevede la tassazione sui volumi, non sulle confezioni).

 

Il richiamato articolo 35 reca disposizioni in materia di accertamento dell'accisa sulla birra. In particolare il comma 1 prevede che ai fini dell'accertamento dell'accisa sulla birra, per prodotto finito si intende la birra nelle condizioni in cui viene immessa in consumo. Il volume di ciascuna partita di birra da sottoporre a tassazione è dato dalla somma dei volumi nominali degli imballaggi preconfezionati e dei volumi nominali dichiarati degli altri contenitori utilizzati per il condizionamento: il volume così ottenuto, espresso in ettolitri, viene arrotondato al litro, computando per intero le frazioni superiori al mezzo litro. Per grado Plato si intende la quantità in grammi di estratto secco contenuto in 100 grammi del mosto da cui la birra è derivata; la ricchezza saccarometrica così ottenuta viene arrotondata ad un decimo di grado, trascurando le frazioni di grado pari o inferiori a 5 centesimi, e computando per un decimo di grado quelle superiori. Ai sensi del comma 2 per il controllo della produzione sono installati misuratori delle materie prime, della birra immediatamente a monte del condizionamento ed, eventualmente, dei semilavorati, nonché contatori per la determinazione del numero degli imballaggi preconfezionati e delle confezioni. Ultimate le operazioni di condizionamento, il prodotto è custodito in apposito magazzino, preso in carico dal depositario ed accertato dall'Ufficio dell'Agenzia delle dogane. Il comma 3 prevede che il condizionamento della birra possa essere effettuato anche in fabbriche diverse da quella di produzione o in appositi opifici di imbottigliamento che in tal caso sono considerati, a tutti gli effetti fiscali, fabbriche di birra.

 

Il comma 12 sostituisce l’ultimo periodo del comma 4 dell’articolo 3 (Assetto dei depositi fiscali) del decreto ministeriale 27 marzo, 2001, n. 153[8], disponendo che per le fabbriche di cui all’articolo 35, comma 3-bis del D.Lgs. n. 504 del 1995 – introdotto dal comma precedente - l’assetto del deposito fiscale e le modalità di accertamento, contabilizzazione e controllo della produzione sono stabiliti con determinazione del Direttore dell’Agenzia delle dogane.

 

Il testo previgente disponeva che per le fabbriche che avessero una produzione annuale non superiore ai 10.000 ettolitri e fossero destinate al solo rifornimento di un attiguo locale di mescita e di minuta vendita, l'assetto del deposito fiscale e le modalità per il controllo della produzione fossero stabiliti di volta in volta dall'Agenzia.

 

In sostanza, novellando il decreto ministeriale n. 153 del 2001 viene espunta la condizione - ormai obsoleta - del rifornimento solo a un attiguo locale di mescita o di minuta vendita, rinviando la disciplina ad una determinazione da parte dell'Agenzia delle dogane delle modalità non solo di controllo della produzione ma anche di accertamento e contabilizzazione, nonché l'assetto del deposito fiscale.

 

Si osserva che con una disposizione legislativa si modifica un regolamento ministeriale, peraltro in modo frammentario attraverso la sostituzione di un periodo di un comma.


 

Articolo 2, comma 13
(Semplificazioni nel rilascio della licenza di esercizio per gli esercenti le officine di produzione di energia elettrica utilizzata per uso proprio azionate da fonti rinnovabili)

 

13. All'articolo 53, comma 7, del decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Ai soggetti di cui al comma 1 lettera b) che esercitano officine di produzione di energia elettrica azionate da fonti rinnovabili, con esclusione di quelle riconducibili ai prodotti energetici di cui all'articolo 21, la licenza è rilasciata successivamente al controllo degli atti documentali tra i quali risulti specifica dichiarazione relativa al rispetto dei requisiti di sicurezza fiscale.».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 13prevede cheagli esercenti le officine di produzione di energia elettrica utilizzata per uso proprio azionate da fonti rinnovabili la licenza sia rilasciata successivamente al controllo degli atti documentali tra i quali risulti specifica dichiarazione relativa al rispetto dei requisiti di sicurezza fiscale, in luogo della attuale verifica degli impianti.

Analisi normativa

 

Il comma 13 integra il comma 7 dell’articolo 53 del decreto legislativo n. 504 del 1995 (testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative), prevedendo che agli esercenti le officine di produzione di energia elettrica utilizzata per uso proprio (soggetti così indicati al comma 1, lettera b) del medesimo articolo) azionate da fonti rinnovabili, con esclusione di quelle riconducibili ai prodotti energetici sottoposti ad accisa ai sensi dell’articolo 21 del D.Lgs. n. 504, la licenza è rilasciata successivamente al controllo degli atti documentali tra i quali risulti specifica dichiarazione relativa al rispetto dei requisiti di sicurezza fiscale, in luogo della verifica degli impianti prevista dal medesimo comma 7.

 

Il richiamato articolo 53, ai commi 1 e 2, indica i soggetti obbligati al pagamento dell’accisa sull’energia elettrica. Il successivo comma 5 prevede una procedura autorizzatoria per gli esercenti officine di energia elettrica, fatta eccezione per coloro che versano anticipatamente l'imposta dovuta mediante canone di abbonamento annuale.

In luogo dell'autorizzazione concessa ai sensi del comma 5, il comma 7 prevede che ai soggetti che esercitano officine di energia elettrica sia rilasciata, dal competente ufficio dell'Agenzia delle dogane successivamente alla verifica degli impianti, una licenza di esercizio, soggetta al pagamento di un diritto annuale.


 

Articolo 2, comma 13-bis
(Collocamento agricolo)

 

13-bis. All'articolo 9-bis, comma 2, terzo periodo, del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, le parole: «Nel settore turistico» sono sostituite dalle seguenti: «Nei settori agricolo, turistico».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 13-bis estende al settore agricolo una specifica deroga, già prevista per il settore turistico e per i pubblici esercizi, agli obblighi di comunicazione a carico del datore di lavoro per l’instaurazione del rapporto di lavoro.

Analisi normativa

 

Il comma 13-bis, modificando il comma 2 dell’articolo 9-bis del D.L. 1° ottobre 1996, n. 510, convertito dalla L. 28 novembre 1996, n. 608, concernente le comunicazioni da effettuare all’atto dell’instaurazione del rapporto di lavoro, reca alcune semplificazioni relative a specifiche disposizioni in materia di assunzioni e di collocamento obbligatorio.

Si segnala che il richiamato comma è stato di recente modificato dall’articolo 18, comma 1, del D.L. 5/2012.

 

Gli obblighi informativi relativi all’instaurazione del rapporto di lavoro e alle successive variazioni sono contenuti in varie disposizioni[9].

In particolare, l’articolo 9-bis, comma 2, del D.L. 1° ottobre 1996, n. 510, convertito dalla L. 28 novembre 1996, n. 608, ha stabilito l’obbligo, per i datori di lavoro privati, ivi compresi quelli agricoli, gli enti pubblici economici e le pubbliche amministrazioni, in caso di instaurazione del rapporto di lavoro subordinato, nonché di lavoro autonomo in forma coordinata e continuativa, anche nella modalità a progetto, di socio lavoratore di cooperativa e di associato in partecipazione con apporto lavorativo, di comunicazione dell’instaurazione del rapporto di lavoro al Servizio competente nel cui ambito territoriale è ubicata la sede di lavoro (quindi la Direzione provinciale del lavoro) entro il giorno antecedente a quello di instaurazione dei relativi rapporti, mediante documentazione avente data certa di trasmissione (primo periodo).

La richiamata comunicazione deve indicare i dati anagrafici del lavoratore, la data di assunzione, la data di cessazione qualora il rapporto non sia a tempo indeterminato, la tipologia contrattuale, la qualifica professionale nonché il trattamento economico e normativo applicato (secondo periodo).

 

Il terzo periodo, in particolare, prevede una deroga degli obblighi a carico del datore di lavoro per il settore turistico e per i pubblici esercizi, consistente nella possibilità, per il datore di lavoro che non sia in possesso di uno o più dati anagrafici inerenti il lavoratore, di integrare la comunicazione entro il terzo giorno successivo a quello dell'instaurazione del rapporto di lavoro, a condizione che dalla comunicazione preventiva risultino in maniera inequivocabile la tipologia contrattuale e l'identificazione del prestatore di lavoro.

In base alla modifica apportata, la richiamata deroga opera, oltre che per il settore turistico e dei pubblici esercizi, anche per il settore agricolo.


 

Articolo 2, comma 13-ter
(Esonero dall’obbligo di emissione della fattura per talune attività organizzate da agenzie turistiche)

 

13-ter. Al primo comma dell'articolo 22 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, e successive modificazioni, dopo il numero 6) è aggiunto il seguente:

«6-bis) per l'attività di organizzazione di escursioni, visite della città, giri turistici ed eventi similari, effettuata dalle agenzie di viaggi e turismo».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 13-teresonera dall’obbligo di emissione della fattura l’attività di organizzazione di escursioni, visite della città, giri turistici, gite ed eventi similari, effettuate dalle agenzie di viaggi e turismo.

Analisi normativa

 

Il comma 13-teresonera dall’obbligo di emissione della fattura l’attività di organizzazione di escursioni, visite della città, giri turistici, gite ed eventi similari, effettuate dalle agenzie di viaggi e turismo.

Per effetto delle norme in esame, viene integrato il primo comma dell’articolo 22 del D.P.R. n. 633 del 1972, disposizione che reca le ipotesi in cui l'emissione della fattura non è obbligatoria, salvo specifica richiesta dal cliente da formularsi non oltre il momento di effettuazione dell'operazione.

In particolare, la fattura non è obbligatoria:

1.       per le cessioni di beni effettuate da commercianti al minuto autorizzati in locali aperti al pubblico, in spacci interni, mediante apparecchi di distribuzione automatica, per corrispondenza, a domicilio o in forma ambulante;

2.       per le prestazioni alberghiere e le somministrazioni di alimenti e bevande effettuate dai pubblici esercizi, nelle mense aziendali o mediante apparecchi di distribuzione automatica;

3.       per le prestazioni di trasporto di persone nonché di veicoli e bagagli al seguito;

4.       per le prestazioni di servizi rese nell'esercizio di imprese in locali aperti al pubblico, in forma ambulante o nell'abitazione dei clienti;

5.       per le prestazioni di custodia e amministrazione di titoli e per gli altri servizi resi da aziende o istituti di credito e da società finanziarie o fiduciarie;

6.       per alcune operazioni esenti indicate all’articolo 10 del medesimo D.P.R. n. 633/1972.


 

Articolo 2, comma 13-quater
(Estensione della possibilità di usufruire degli intermediari per adempimenti fiscali)

 

13-quater. All'articolo 10, comma 7, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, le parole: «dal comma 2» sono sostituite dalle seguenti: «dai commi 2 e 3, lettere a) e b),».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 13-quater estende, tramite la modifica dell’articolo 10 del decreto legge n. 201 del 2011, in tema di regime premiale per favorire la trasparenza, la possibilità di usufruire degli intermediari abilitati anche per le liquidazioni periodiche IVA e per la compilazione del modello 770 semplificato, del modello CUD e dei modelli di versamento periodico delle ritenute.

Analisi normativa

 

Il comma 13-quater estende, tramite la modifica del comma 7 dell’articolo 10 del decreto legge n. 201 del 2011, in tema di regime premiale per favorire la trasparenza, la possibilità di usufruire degli intermediari abilitati anche per le liquidazioni periodiche IVA e per la compilazione del modello 770 semplificato, del modello CUD e dei modelli di versamento periodico delle ritenute.

 

Per favorire la tax compliance dei soggetti a maggior rischio di evasione, l'articolo 10 del D.L. n. 201 del 2011 ha introdotto norme volte, complessivamente, a promuovere la trasparenza e l'emersione di base imponibile. Sono infatti (articolo 10, commi da 1 a 8) riconosciuti benefici fiscali nei confronti di artisti, professionisti, persone fisiche e società di persone esercenti attività imprenditoriali, a condizione che essi adempiano a una serie di obblighi di trasparenza.

 

Ai sensi del comma 7, il contribuente può adempiere ai predetti obblighi di trasparenza direttamente o per il tramite di un intermediario abilitato (vale a dire, ai sensi dell’articolo 3, comma 3, del D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322, gli iscritti negli albi dei dottori commercialisti, dei ragionieri e dei periti commerciali e dei consulenti del lavoro; i soggetti iscritti nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per la sub-categoria tributi; le associazioni sindacali di categoria tra imprenditori, nonché quelle che associano soggetti appartenenti a minoranze etnico-linguistiche; i centri di assistenza fiscale per le imprese e per i lavoratori dipendenti e pensionati; gli altri incaricati individuati con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, tra i quali, ad esempio, le pubbliche amministrazioni).

Trasparenza delle persone fisiche e delle società di persone

L’articolo 10 del D.L. n. 201 del 2011 ha introdotto, a decorrere dal 1 gennaio 2013, benefici fiscali e amministrativi nei confronti dei seguenti soggetti, a condizione che adempiano a determinati obblighi di trasparenza:

§       soggetti che svolgono attività artistica o professionale;

§       soggetti che svolgono attività di impresa individuale;

§       soggetti che svolgono attività di impresa nella forma delle società di persone (società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello stato,di cui all’articolo 5 del Testo Unico delle imposte sui redditi – TUIR, D.P.R. 917/1986).

I benefici riconosciuti consistono:

a)    nellasemplificazione degli adempimenti amministrativi;

b)    nell’assistenza, nei predetti adempimenti, da parte dell'Amministrazione finanziaria;

c)    nell’accelerazione del rimborso o della compensazione dei crediti IVA;

d)    per i contribuenti non soggetti all’accertamento basato sugli studi di settore (ai sensi dell’articolo 10 della legge 8 maggio 1998, n. 146[10]), nell’esclusione dagli accertamenti basati sulle presunzioni semplici (di cui all'articolo 39, primo comma, lettera d), secondo periodo, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 in materia di imposte dirette e all'articolo 54, secondo comma, ultimo periodo, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 in materia di IVA).

Il citato articolo 10 esclude l’accertamento basato su studi di settore nei confronti di:

a.    contribuenti che hanno dichiarato ricavi o compensi di ammontare superiore al limite stabilito per ciascuno studio di settore (tale limite non può comunque essere superiore a 7,5 milioni di euro);

b.    contribuenti che hanno iniziato o cessato l'attività nel periodo d'imposta;

c.    che si trovano in un periodo di non normale svolgimento dell'attività.

L’articolo 39 del citato D.P.R. 600/1983 disciplina i casi in cui l’Amministrazione procede alla rettifica delle dichiarazioni in relazione al reddito d’impresa. In particolare, l’utilizzo di presunzioni semplici per desumere l’esistenza di attività non dichiarate o la inesistenza di passività dichiarate avviene a condizione che le medesime presunzioni siano gravi, precise e concordanti. Analoghe prescrizioni sono recate in materia di IVA dall’articolo 54, in rapporto alle omissioni e alle false o inesatte indicazioni nella dichiarazione annuale IVA.

e)    nella riduzione di un anno dei termini di decadenza per l’attività di accertamento delle imposte dirette (ai sensi dell’articolo 43, primo comma, del citato D.P.R. n. 600/1973) e dell’IVA (articolo 57, primo comma, del citato D.P.R. n. 633/1972).

Ai fini delle imposte dirette, si ricorda che gli avvisi di accertamento devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione. Nelle ipotesi previste dalla norma in esame, il termine di decadenza sembra dunque anticipato al 31 dicembre del terzo anno successivo a quello della dichiarazione.

Un analogo termine – e dunque un analogo anticipo – è previsto per gli avvisi relativi alle rettifiche e agli accertamenti effettuati in materia di IVA.

La disposizione premiale non si applica, tuttavia, se la violazione contestata ai contribuenti comporta obbligo di denuncia penale (ai sensi dell'articolo 331 del codice di procedura penale) per uno dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto contemplati dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74.

 

I benefici sono riconosciuti alle seguenti condizioni comma 2:

a)   il contribuente deve provvedere all’invio telematico all’amministrazione finanziaria dei corrispettivi, delle fatture emesse e ricevute e delle risultanze degli acquisti e delle cessioni non soggetti a fattura;

b)   egli deve altresì istituire un conto corrente dedicato ai movimenti finanziari relativi all’attività artistica, professionale o di impresa esercitata.

 

Si ricorda che l’articolo 2, comma 36-vicies-ter del D.L. 138/2011, nell’ottica di incentivare i comportamenti trasparenti nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, ha disposto la riduzione alla metà delle sanzioni previste per la violazione di alcuni obblighi di dichiarazione e documentazione (in materia di imposte dirette e di IVA) in favore di imprese di medio-piccole dimensioni, e cioè per gli esercenti imprese, arti e professioni con ricavi e compensi dichiarati non superiori a 5 milioni di euro, alla duplice condizione dell’utilizzo esclusivo di strumenti di pagamento diversi dal contante nell’esercizio dell’attività, nonché dell’indicazione - nelle dichiarazioni delle imposte sui redditi e dell’IVA - dei rapporti intercorsi con operatori finanziari nel periodo d’imposta.

 

Un successivo provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate dovrà individuare i benefici relativi alla semplificazione degli adempimenti amministrativi, all’assistenza da parte dell'Amministrazione finanziaria e all’accelerazione di rimborso e compensazione dei crediti IVA, con particolare riferimento agli obblighi concernenti l’imposta sul valore aggiunto e gli adempimenti dei sostituti d’imposta (comma 3).

In particolare, dunque, dovranno essere previsti i seguenti interventi:

§       predisposizione automatica da parte dell’Agenzia delle entrate delle liquidazioni periodiche IVA, dei modelli di versamento e della dichiarazione IVA, eventualmente previo invio telematico da parte del contribuente di ulteriori informazioni necessarie;

§       predisposizione automatica da parte dell’Agenzia delle entrate del modello 770 semplificato, del modello CUD e dei modelli di versamento periodico delle ritenute, nonché gestione degli esiti dell’assistenza fiscale, eventualmente previo invio telematico da parte del sostituto o del contribuente delle ulteriori informazioni necessarie;

§       soppressione, nei confronti dei beneficiari, dell’obbligo di certificazione dei corrispettivi mediante scontrino o ricevuta fiscale;

§       anticipazione del termine di compensazione del credito IVA, abolizione del visto di conformità per compensazioni superiori a 15.000 euro ed esonero dalla prestazione della garanzia per i rimborsi IVA.

 

Ove i soggetti beneficiari delle suddette misure non siano in regime di contabilità ordinaria e rispettino le condizioni di cui al già commentato comma 2, sono riconosciuti ulteriori benefici (comma 4):

a)    determinazione del reddito IRPEF secondo il criterio di cassa (ovvero determinazione in base alla differenza tra elementi attivi e passivi effettivamente percepiti / sostenuti nel periodo di riferimento) e predisposizione in forma automatica da parte dell’Agenzia delle entrate delle dichiarazioni IRPEF ed IRAP;

b)    esonero dalla tenuta delle scritture contabili rilevanti ai fini delle imposte sui redditi e dell’IRAP e dalla tenuta del registro dei beni ammortizzabili;

c)    esonero dalle liquidazioni, dai versamenti periodici e dal versamento dell’acconto ai fini IVA.

Le disposizioni premiali operano (comma 6) previa esplicita opzione dei contribuenti, da esercitare nella dichiarazione dei redditi presentata nel periodo d’imposta precedente a quello di applicazione delle medesime. Inoltre (comma 7)il contribuente può adempiere agli obblighi di trasparenza direttamente o per il tramite di un intermediario abilitato (ai sensi dell’articolo 3, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica. 22 luglio 1998, n. 322). Ove i soggetti beneficiari non adempiano ai predetti obblighi di trasparenza (di cui al comma 2), ovvero quelli fissati dalla disciplina antiriciclaggio (decreto legislativo n.231 del 2007), essi (comma 8):

§       perdono i suddetti benefici;

§       sono soggetti all’applicazione di una sanzione amministrativa compresa tra 1.500 a 4.000 euro.

Nel caso di adempimento degli obblighi di invio di informazioni (di cui al comma 2, lettera a))con ritardo non superiore a 90 giorni, non vi è decadenza dai benefici medesimi, ma solo applicazione della sanzione amministrativa. E’ possibile avvalersi dell’istituto del “ravvedimento operoso”, di cui all’articolo 13 del decreto legislativo. 18 dicembre 1997, n. 472. In concreto, se il potenziale beneficiario delle agevolazioni invia le informazioni / istituisce il conto corrente dedicato / adempie agli obblighi antiriciclaggio con ritardo superiore a novanta giorni, ma entro i termini per la dichiarazione (ovvero un anno dal momento in cui si è perfezionata l’omissione), pagherà una somma pari a 187,5 euro.


 

Articolo 3, commi da 1 a 2-bis
(Deroghe in materia di limitazione utilizzo del contante)

 


1. Per l'acquisto di beni e di prestazioni di servizi legate al turismo effettuati presso soggetti di cui agli articoli 22 e 74-ter del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, dalle persone fisiche di cittadinanza diversa da quella italiana e comunque diversa da quella di uno dei paesi dell'Unione europea ovvero dello Spazio economico europeo, che abbiano residenza fuori dal territorio dello Stato, il limite per il trasferimento di denaro contante di cui all'articolo 49, comma 1, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, è elevato a 15.000 euro a condizione che il cedente del bene o il prestatore del servizio provveda ai seguenti adempimenti:

a) all'atto dell'effettuazione dell'operazione acquisisca fotocopia del passaporto del cessionario o del committente nonché apposita autocertificazione di quest'ultimo, ai sensi dell'articolo 47 del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, attestante che non è cittadino italiano né cittadino di uno dei Paesi dell'Unione europea ovvero dello Spazio economico europeo e che ha la residenza fuori del territorio dello Stato;

b) nel primo giorno feriale successivo a quello di effettuazione dell'operazione versi il denaro contante incassato in un conto corrente intestato al cedente o al prestatore presso un operatore finanziario, consegnando a quest'ultimo copia della ricevuta della comunicazione di cui al comma 2.

2. La disposizione di cui al comma 1 opera a condizione che i cedenti o i prestatori che intendono aderire alla disciplina del presente articolo inviino apposita comunicazione preventiva, anche in via telematica, all'Agenzia delle entrate secondo le modalità ed i termini stabiliti con provvedimento del Direttore dell'Agenzia stessa, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Nella comunicazione dovrà essere indicato il conto che il cedente del bene o il prestatore del servizio intende utilizzare.

2-bis. I soggetti di cui agli articoli 22 e 74-ter del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, comunicano all'Agenzia delle entrate le operazioni di cui al comma 1 di importo unitario non inferiore ad euro 1.000, effettuate dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, secondo modalità e termini stabiliti con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 1 e 2 fissano in 15.000 euro l’importo massimo dei pagamenti in contanti effettuabili, per l’acquisto di beni al dettaglio e di prestazioni di servizi legati al turismo, da parte di cittadini extraeuropei non residenti in Italia. Tale deroga alle ordinarie disposizioni in materia di uso del contante è condizionata a puntuali adempimenti, quale tra l’altro la consegna di specifica documentazione agli operatori finanziari presso i quali sono attivati i conti correnti su cui versare i proventi delle predette operazioni. In ogni caso i cedenti o i prestatori di servizi debbono comunicare all’Agenzia delle entrate le operazioni di importo unitario non inferiore a 1.000 euro.

Analisi normativa

 

I commi 1 e 2 pongono una deroga in materia di limitazione dell'uso del contante elevando la soglia a 15.000 euro, a determinate condizioni, per i cittadini extraeuropei.

Più esattamente la soglia per l’uso del contante (fissata a 1.000 euro dall’articolo 12 del D.L. n. 201 del 2011) è elevata a 15.000 euro per acquisti di beni o prestazioni di servizi connessi al turismo, effettuati presso soggetti esercenti commercio al minuto e attività assimilate o presso agenzie di viaggio e turismo, da parte di cittadini extra europei. Gli acquirenti devono essere persone fisiche, non residenti in Italia, aventi cittadinanza diversa da quella di uno Stato dell'Unione europea o dello Spazio economico europeo (si ricorda che fanno parte dello Spazio economico europeo Austria, Finlandia, Islanda, Liechtenstein, Norvegia, Svezia e Svizzera).

Tale deroga è concessa a condizione che il commerciante o l'agente di viaggio e turismo effettui i seguenti adempimenti:

1)   acquisisca fotocopia del passaporto e autocertificazione del cessionario o del committente che attesti i requisiti di cittadinanza e residenza sopra ricordati;

L’articolo 47 della legge 28 dicembre 2000, n. 445 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa) prevede che l'atto di notorietà concernente stati, qualità personali o fatti che siano a diretta conoscenza dell'interessato è sostituito da dichiarazione resa e sottoscritta dal medesimo con le modalità prescritte dalla stessa legge.

2)   versi nel primo giorno feriale successivo a quello dell'operazione il contante incassato in un conto corrente e consegni alla banca la fotocopia del passaporto e la ricevuta fiscale;

3)   comunichi preventivamente all’Agenzia delle entrate, anche in via telematica, l’intenzione di utilizzare tale procedura (le modalità ed i termini della comunicazione dovranno essere stabiliti con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto). Nella comunicazione dovrà essere indicato il conto che il cedente del bene o il prestatore del servizio intende utilizzare.

L’articolo 22 del D.P.R. n. 633 del 1972 disciplina il commercio al minuto e le attività assimilate, prevedendo i casi in cui l'emissione della fattura non è obbligatoria. L’articolo 74-ter dello stesso provvedimento reca disposizioni per le agenzie di viaggio e turismo.

Le norme in esame elevano, pertanto, la soglia per l’utilizzo di denaro contante, portandola a 15.000 euro, a favore dei cittadini extraeuropei non residenti in Italia che effettuano acquisti di beni o si avvalgono di servizi connessi al turismo, effettuati presso soggetti esercenti commercio al minuto e attività assimilate ovvero presso agenzie di viaggio e turismo.

 

Il comma 2-bis, aggiunto nel corso dell’esame parlamentare, dispone che i cedenti o i prestatori di servizi connessi al turismo (soggetti esercenti commercio al minuto e attività assimilate o agenzie di viaggio e turismo) debbono comunicare all’Agenzia delle entrate le operazioni di importo unitario non inferiore a 1.000 euro effettuate dalla data di entrata in vigore della legge di conversione (29 aprile 2012) del decreto in esame, secondo modalità e termini stabiliti con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate.


 

Articolo 3, commi da 3 a 4-ter
(Pagamento di stipendi e pensioni di importo superiore a 1.000 euro)

 


3. L'efficacia della disposizione di cui all'articolo 2, comma 4-ter, lettera c), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, come introdotta dall'articolo 12, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, limitatamente alla erogazione di stipendi e pensioni corrisposti da enti e amministrazioni pubbliche, è differita al 1° luglio 2012. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto presso gli sportelli aperti al pubblico di tali enti e amministrazioni pubbliche è data massima pubblicità al contenuto e agli effetti della disposizione di cui al precedente periodo, nonché di quelle di cui all'articolo 12, commi 3 e 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.

4. La disposizione di cui al primo periodo del comma 3 non trova applicazione nei riguardi di coloro i quali, anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto, si sono già conformati alla disposizione di cui all'articolo 2, comma 4-ter, lettera c), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, come introdotta dall'articolo 12, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.

4-bis. All'articolo 2 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, dopo il comma 4-ter sono inseriti i seguenti:

«4-quater. Per i soggetti beneficiari di stipendi, pensioni, compensi e ogni altro emolumento comunque corrisposti dalle pubbliche amministrazioni centrali e locali e dai loro enti, che siano impossibilitati, entro la scadenza del termine di cui al comma 4-ter, per comprovati e gravi motivi di salute ovvero per provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale, a recarsi personalmente presso i locali delle banche o di Poste italiane Spa, è consentita ai soggetti che risultino, alla stessa data, delegati alla riscossione, l'apertura di un conto corrente base o di un libretto di risparmio postale, intestati al beneficiario dei pagamenti.

4-quinquies. In deroga alle vigenti disposizioni di legge, il delegato deve presentare alle banche o a Poste italiane Spa copia della documentazione già autorizzata dall'ente erogatore attestante la delega alla riscossione, copia del documento di identità del beneficiario del pagamento nonché una dichiarazione dello stesso delegato attestante la sussistenza della documentazione comprovante gli impedimenti di cui al comma 4-quater. Ai fini degli adempimenti previsti dal decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, il cliente si considera fisicamente presente qualora sia presente il soggetto delegato alla riscossione.

4-sexies. Entro il 30 giugno 2012 i beneficiari dei pagamenti di cui alla lettera c) del comma 4-ter, limitatamente alla fattispecie dei pagamenti pensionistici erogati dall'INPS, indicano un conto di pagamento su cui ricevere i pagamenti di importo superiore a mille euro. Se l'indicazione non è effettuata nel termine indicato, le banche, Poste italiane Spa e gli altri prestatori di servizi di pagamento sospendono il pagamento, trattengono gli ordini di pagamento e versano i relativi fondi su un conto transitorio infruttifero, senza spese e oneri per il beneficiario del pagamento.

4-septies. Se l'indicazione del beneficiario è effettuata nei tre mesi successivi al decorso del termine di cui al comma 4-sexies, le somme vengono trasferite senza spese e oneri per il beneficiario medesimo. Se l'indicazione non è effettuata nei tre mesi successivi al decorso del termine di cui al comma 4-sexies, le banche, Poste italiane Spa e gli altri prestatori di servizi di pagamento provvedono alla restituzione delle somme all'ente erogatore. Nel corso dei tre mesi successivi al decorso del termine di cui al comma 4-sexies, il beneficiario ottiene il pagamento mediante assegno di traenza».

4-ter. All'articolo 2, comma 4-ter, lettera c), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «Dal limite di importo di cui al primo periodo sono comunque escluse le somme corrisposte a titolo di tredicesima mensilità».


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 3 e 4 differiscono al 1° luglio 2012 il termine entro il quale gli stipendi e le pensioni di importo superiore a mille euro corrisposti dalla pubblica amministrazione debbono essere erogati con strumenti diversi dal denaro contante. Il comma 4-bis consente l’apertura di conti di base da parte di delegati per i soggetti impossibilitati a recarsi personalmente presso i locali delle banche o di Poste italiane per comprovati e gravi motivi di salute ovvero per provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale. È stabilita, inoltre, la normativa applicabile nel caso in cui i beneficiari dei pagamenti pensionistici erogati dall'INPS di importo superiore a mille euro non indichino entro il 30 giugno 2012 il conto corrente o postale su cui ricevere l’accredito della pensione. Il comma 4-terdispone cheper individuare il limite di mille euro degli stipendi e delle pensioni corrisposti dalla PA non si deve tener conto delle somme corrisposte a titolo di tredicesima mensilità.

Analisi normativa

 

I commi 3 e 4 differiscono al 1° luglio 2012 il termine entro il quale gli stipendi e le pensioni corrisposti dalla pubblica amministrazione centrale e locale e dai loro enti, di importo superiore a mille euro, debbono essere erogati con strumenti diversi dal denaro contante, mediante l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici bancari o postali, comprese le carte di pagamento prepagate e le carte elettroniche istituzionali. Le pubbliche amministrazioni devono dare massima pubblicità a tale innovazione. La proroga non si estende a quelle amministrazioni che hanno già iniziato a erogare stipendi e pensioni tramite strumenti di pagamento elettronici.

Questa modalità di pagamento è stata prescritta dall'articolo 12, comma 2, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (“salva Italia”), il quale inserendo un nuovo comma 4-ter, all’articolo 2 del decreto legge n. 138 del 2011, al fine di favorire la modernizzazione e l’efficienza degli strumenti di pagamento, ha imposto alle Pubbliche Amministrazioni, centrali e locali, di effettuare le operazioni di pagamento delle loro spese mediante l’utilizzo di strumenti telematici.

La disposizione si inquadra nel processo di riforma del settore pubblico basata sulla digitalizzazione degli enti della PA, l’attuazione dei piani di e-Government e lo svecchiamento di procedure che non sfruttano appieno le più moderne tecnologie; l’articolo è inoltre dettato dall’esigenza di un coordinamento con norme che intendono accelerare in maniera significativa il processo di rinnovamento quali quelle contenute nel nuovo Codice dell’amministrazione digitale (“CAD”) e nella normativa attuativa della Direttiva sui Servizi di Pagamento (Payment Services Directive – PSD) di prossima applicazione agli enti della PA.

I pagamenti delle PA, pertanto, devono essere effettuati in via ordinaria mediante accreditamento sui conti correnti bancari o postali dei creditori ovvero con le modalità offerte dai servizi elettronici di pagamento interbancari prescelti dal beneficiario. Gli eventuali pagamenti per cassa non possono, comunque, superare l’importo di 1.000 euro.

In particolare il comma 4-ter, lettera c), prescriveva che, entro tre mesi dall’entrata in vigore del decreto “Salva Italia” (7 marzo 2012) gli stipendi, le pensioni e i compensi comunque corrisposti dalla pubblica amministrazione centrale e locale e dai loro enti, e ogni altro tipo di emolumento a chiunque destinato, di importo superiore a mille euro, avrebbero dovuto essere erogati con strumenti diversi dal denaro contante, mediante l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronici bancari o postali, comprese le carte di pagamento prepagate. Con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze il limite di importo di mille euro può essere modificato.

 

In sede di conversione del decreto legge n. 201 del 2011, all’articolo 12 è stato aggiunto un comma 2-bis, con il quale si prevede che il termine di cui al comma 4-ter del D.L. n. 138 del 2011 (7 marzo 2012) può essere prorogato, per specifiche e motivate esigenze, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione.

La norma in esame, limitatamente alla erogazione di stipendi e pensioni corrisposti da enti e amministrazioni pubbliche, proroga il termine con norma di rango primario, in luogo del D.P.C.M. previsto dall’articolo 12, comma 2-bis, del D.L. n. 201 del 2011. Si segnala che nel corso dell’esame parlamentare l’originario termine del 1° maggio, previsto dal decreto legge in esame, è stato ulteriormente prorogato al 1° luglio 2012.

Nel corso dell’esame parlamentare è stato previsto, inoltre, che presso gli sportelli della PA aperti al pubblico venga data massima pubblicità, oltre che della scadenza del 1° luglio, anche circa le disposizioni in materia di conto corrente e di conto di pagamento di base (articolo 12, commi 3 e 4, del decreto legge n. 201 del 2011).

L'articolo 12 del D.L. 201 del 2011 ha demandato ad una apposita convenzione tra il Ministero dell’economia e delle finanze, la Banca d’Italia, l’Associazione bancaria italiana, Poste italiane SpA e le associazioni dei prestatori di servizi di pagamento, il compito di definire le caratteristiche di un conto corrente di base o di un conto di pagamento di base che le banche sono tenute ad offrire senza prevedere costi di gestione.

La Convenzione che definisce modalità e caratteristiche del conto è stata firmata il 28 marzo 2012 e sarà operativa dal 1° giugno 2012.

Il conto di base è rivolto a tutti i consumatori, cui i prestatori di servizi a pagamento sono tenuti a offrirlo, inclusi coloro che sono già clienti, che hanno quindi già in essere un rapporto di conto corrente. Per le fasce socialmente svantaggiate della clientela, con un reddito ISEE annuo minore di 7.500 € , il conto corrente è offerto senza spese e con l’esenzione dall’imposta di bollo. Per i pensionati fino a 1.500 euro mensili verrà in ogni caso garantita la gratuità delle spese di apertura e di gestione dei conti di base destinati all’accredito e al prelievo della pensione del titolare, ferma restando l’onerosità di eventuali servizi aggiuntivi richiesti dal titolare.

Il conto di base include, a fronte di un canone annuale onnicomprensivo, un certo numero di operazioni annue per determinati servizi (incluse le relative eventuali scritturazioni contabili). Il titolare del conto può richiedere, ma il prestatore di servizi non può imporre, l’effettuazione di operazioni aggiuntive rispetto a quelle previste. Le commissioni sulle eventuali operazioni aggiuntive sono determinate sulla base di quelle applicate sui conti correnti con operatività media.

Il conto di base è finalizzato all’offerta dei servizi di pagamento, pertanto la banca si astiene dall’autorizzare alcun tipo di scoperto di conto e non fornisce ai titolari del conto di base altre tipologie di servizi. Le giacenze sul conto di base non sono remunerate.

 

Nel corso dell’esame parlamentare è stato aggiunto il comma 4-bis,il quale mediante l’introduzione dei commi dal 4-quater al 4-septies all’articolo 2 del D.L. n. 138 del 2011, consente l’apertura di conti di base da parte di delegati per i soggetti impossibilitati a recarsi personalmente presso i locali delle banche o di Poste italiane per comprovati e gravi motivi di salute ovvero per provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale. È prevista, inoltre, la normativa applicabile nel caso in cui i beneficiari dei pagamenti in esame non indichino entro il 30 giugno 2012 il conto corrente o postale su cui ricevere i pagamenti di importo superiore a mille euro.

In particolare, i commi 4-quater e 4-quinquies dell’articolo 2 del D.L. n. 138 del 2011 prevedono la possibilità per soggetti delegati di aprire un conto corrente di base o un libretto di risparmio postale intestati ai beneficiari dove accreditare gli stipendi o le pensioni in esame, nel caso in cui i beneficiari degli stessi siano impossibilitati, entro la scadenza del termine di cui al comma 4-ter, per comprovati e gravi motivi di salute ovvero per provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale a recarsi personalmente presso i locali delle banche o delle poste.

 

Si segnala che il comma 4-ter individua come termine i tre mesi dall’entrata in vigore del decreto legge n. 201 del 2011 (7 marzo 2012), termine già scaduto. Sarebbe stato più corretto indicare la scadenza del 30 giugno 2012, analogamente a quanto prescritto dal successivo comma 4-sexies.

 

Ai fini dell’apertura del conto corrente o del libretto postale, il delegato deve presentare alle banche o a Poste Italiane:

§      copia della documentazione già autorizzata dall'ente erogatore attestante la delega alla riscossione;

§      copia del documento di identità del beneficiario del pagamento;

§      una dichiarazione dello stesso delegato attestante la sussistenza della documentazione comprovante i gravi motivi di salute ovvero i provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale.

 

I commi 4-sexies e 4-septies dell’articolo 2 del D.L. n. 138 del 2011 dispongono la normativa applicabile nel caso in cui i beneficiari dei pagamenti pensionistici erogati dall'INPS di importo superiore a mille euro non indichino entro il 30 giugno 2012 il conto corrente o postale su cui ricevere l’accredito della pensione. Se l'indicazione non è effettuata nel termine indicato, le banche, Poste italiane S.p.A. e gli altri prestatori di servizi di pagamento sospendono il pagamento, trattengono gli ordini di pagamento e versano i relativi fondi su un conto transitorio infruttifero senza spese e oneri per il beneficiario del pagamento.

Se l'indicazione del beneficiario è effettuata nei tre mesi successivi al 30 giugno 2012, le somme vengono trasferite senza spese e oneri per il beneficiario medesimo. Qualora dopo i tre mesi successivi al 30 giugno 2012 il beneficiario non abbia provveduto ad effettuare l’indicazione, le banche, Poste italiane S.p.A. e gli altri prestatori di servizi di pagamento restituiscono le somme all'ente erogatore; nel corso dei tre mesi successivi al 30 giugno 2012, il beneficiario ottiene il pagamento mediante assegno di traenza.

L’assegno di traenza è un assegno non trasferibile, con validità prefissata e inderogabile. Per poterlo incassare, o versare sul conto, deve essere firmato per traenza, nella faccia anteriore, e per quietanza, in quella posteriore, dal beneficiario, che apporrà pertanto due firme.

 

Nel corso dell’esame parlamentare è stato aggiunto il comma 4-ter il quale,integrando il comma 4-ter dell’articolo 2 del D.L. n. 138 del 2011, dispone che per individuare il limite di mille euro degli stipendi e delle pensioni corrisposti dalla PA non si deve tener conto delle somme corrisposte a titolo di tredicesima mensilità.


 

Articolo 3, comma 4-quater
(Contribuenti minori)

 

4-quater, All'articolo 32, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo periodo, le parole: «lire seicento milioni» sono sostituite dalle seguenti: «quattrocentomila euro» e le parole: «di lire un miliardo» sono sostituite dalle seguenti: «a settecentomila euro»;

b) al terzo periodo, le parole: «lire seicento milioni» sono sostituite dalle seguenti: «settecentomila euro».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 4-quater eleva le soglie per essere considerati contribuenti minori ai fini delle semplificazioni degli obblighi di fatturazione e registrazione. Tali soglie sono allineate a quelle previste per poter accedere alla contabilità semplificata e per effettuare i versamenti Iva con periodicità trimestrale.

Analisi normativa

 

Il comma 4-quater, tramite la modifica dell’articolo 32 del D.P.R. n. 633 del 1972 (disciplina Iva), eleva le soglie per essere considerati contribuenti minori ai fini delle semplificazioni degli obblighi di fatturazione e registrazione. Tali soglie sono allineate a quelle previste per poter accedere alla contabilità semplificata (come modificate dall’articolo 7, comma 2, lett. m), del D.L. n. 70 del 2011) e per effettuare i versamenti IVA con periodicità trimestrale (articolo 14, comma 11, della legge n. 183 del 2011).

In particolare, possono accedere al regime semplificato le imprese che realizzano ricavi annui non superiori:

§       a 400.000 euro se esercenti prestazioni di servizi;

§       a 700.000 euro se esercenti attività diverse (cessione di beni, produzione, ecc.).

La disciplina che regola l’accesso al regime di contabilità semplificata (articolo 18 del D.P.R. n. 600 del 1973) per i contribuenti che esercitano contemporaneamente prestazioni di servizi ed altre attività fa riferimento all'ammontare dei ricavi relativi alla attività prevalente. Invece, in materia di obblighi di fatturazione e registrazione, l’articolo 32 del D.P.R. n. 633 del 1972, sul quale interviene la norma in esame, nei confronti dei contribuenti che esercitano contemporaneamente prestazioni di servizi ed altre attività e non provvedono alla distinta annotazione dei corrispettivi, prevedeva la soglia di seicento milioni di lire relativamente a tutte le attività esercitate; tale soglia è stata elevata dalla norma in commento a 700.000 euro (comma 4-quater, lettera b).

In particolare l’articolo 32 del D.P.R. n. 633 del 1972, sul quale interviene la norma in esame, consente ai contribuenti minori l’adempimento degli obblighi di fatturazione e registrazione, previsti dagli articoli 21 e 23 dello stesso D.P.R., mediante la tenuta di un bollettario a madre e figlia.

 

Il regime di contabilità semplificata per le imprese minori è disciplinato dall’articolo 18 del D.P.R. n. 600 del 1973. La contabilità semplificata consente agevolazioni per i contribuenti sotto il profilo degli adempimenti contabili. Sono previste, infatti, semplificazioni rispetto al regime ordinario quali, ad esempio, l’esonero dall’obbligo di redigere il bilancio di esercizio e della tenuta del libro giornale. Sono obbligatori il registro Iva (fatture emesse, corrispettivi e fatture di acquisto), il registro dei beni ammortizzabili e il libro unico del lavoro, qualora il contribuente si avvalga, nell’attività d’impresa, di lavoratori dipendenti o assimilati. Ulteriori libri o registri possono essere richieste da leggi speciali con riferimento a specifiche attività svolte.

Da ultimo il D.L. n. 70 del 2011 (c.d. “decreto sviluppo”) ha ampliato l’ambito dei soggetti beneficiari ammessi al regime di contabilità semplificata, elevando il limite massimo di ricavo previsto per l'accesso (articolo 7, comma 2 lettera m)). In particolare, per le imprese di servizi il limite è elevato da 309.874 a 400.000 euro, per le imprese di altri settori (cessione di beni, produzione, ecc.) il limite è elevato da 516.457 a 700.000 euro.

La contabilità semplificata è il regime naturale degli artisti e dei professionisti, a prescindere dal volume d’affari. E’ fatta salva, in ogni caso, la facoltà del contribuente di optare per l’applicazione del regime ordinario.

 

L’articolo 14, comma 11, della legge n. 183 del 2011 (legge di stabilità 2012) ha allineato, in via generale, i limiti per la liquidazione trimestrale dell'Iva a quelli fissati per il regime di contabilità semplificata.

Si segnala, tuttavia, che le soglie previste dall’articolo 7 del D.P.R. n. 542 del 1999 (che consente ai contribuenti minori di effettuare le liquidazioni ed i versamenti Iva con cadenza trimestrale anziché mensile) non sono state adeguate.

L’Agenzia delle entrate nella risoluzione n 15/E del 13 febbraio 2012 ha chiarito che l’articolo 14, comma 11, della legge n. 183 del 2011 ha operato un effetto indiretto sul citato articolo 7 del D.P.R. n. 542 del 1999. Pertanto, allo stato, possono eseguire le liquidazioni trimestrali IVA i contribuenti che nell’anno solare precedente hanno realizzato un volume d’affari non superiore a 400mila euro per le imprese aventi per oggetto prestazioni di servizi e per gli esercenti arti o professioni, ovvero a 700mila euro per le imprese aventi per oggetto altre attività.

La richiamata disposizione ha posto rimedio al disallineamento normativo creatosi tra il comparto Iva ed il comparto delle imposte dirette a seguito dell’innalzamento della soglia dei ricavi entro i quali è possibile usufruire del regime di contabilità semplificata, operato dal D.L. n. 70 del 2011 (c.d. “decreto sviluppo”).

Con l’articolo 7, comma 2, lett. m), del citato decreto era stato, infatti, modificato il solo contenuto dell’articolo 18 del D.P.R. n. 600 del1973, recante le soglie di accesso al regime di contabilità semplificata, prevedendo un innalzamento delle stesse da 309.874,14 euro a 400mila euro, per le imprese che prestano servizi, e da 516.456,90 euro a 700mila euro, per le imprese che svolgono altre attività. Erano rimasti, invece, inalterati i limiti di volume d’affari di cui all’articolo 7 del D.P.R. n. 542 del 1999, che consente ai contribuenti di minori dimensioni di effettuare le liquidazioni ed i versamenti dell’IVA (maggiorati dell’1%, a titolo d’interesse, non deducibile ai fini dell’imposta sui redditi) con periodicità trimestrale anziché mensile (entro il 16 del secondo mese successivo a ciascuno dei primi tre trimestri solari). Per effetto della disposizione di cui all’articolo 14, comma 11, della legge n. 183 del 2011, dal 1° gennaio 2012, quindi, gli ammontari dei limiti di riferimento per beneficiare delle semplificazioni in parola, ai fini IVA, sono stati riallineati con quelli previsti per le imposte dirette.

Si evidenzia l’opportunità di allineare espressamente le soglie previste dall’articolo 7 del D.P.R. n. 542 del 1999 a quelle contenute dall’articolo 18 del D.P.R. n. 600 del 1973.


 

Articolo 3, comma 5, lettere a) e b)
(Limiti di pignorabilità)

 


5. Al decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 72-bis, comma 1, dopo le parole: «sesto, del codice di procedura civile,» sono inserite le seguenti: «e dall'articolo 72-ter del presente decreto»;

b) dopo l'articolo 72-bis, è inserito il seguente:

«Art. 72-ter. - (Limiti di pignorabilità). - 1. Le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate dall'agente della riscossione in misura pari ad un decimo per importi fino a 2.500 euro e in misura pari ad un settimo per importi superiori a 2.500 euro e non superiori a 5.000 euro.

2. Resta ferma la misura di cui all'articolo 545, quarto comma, del codice di procedura civile, se le somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, superano i cinquemila euro»;


 

 

Sintesi ed effetti

 

Le lettere a) e b) del comma 5 pongono limiti più stringenti alla pignorabilità per crediti tributari delle somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego: per effetto delle norme in commento, esse possono essere pignorate in misura pari a un decimo, se di importo inferiore o pari a 2.500 euro; in misura pari a un settimo, se comprese tra i 2.500 e i 5.000 euro; se superiori a 5.000 euro, rimangono pignorabili nell’ordinaria misura di un quinto.

Analisi normativa

 

Il comma 5, lettere a) e b), pone limiti più stringenti alla pignorabilità delle somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento: esse possono essere pignorate in misura pari a un decimo, se di importo inferiore o pari a 2.500 euro; in misura pari a un settimo, se comprese tra i 2.500 e i 5.000 euro; se superiori a 5.000 euro, rimangono pignorabili nell’ordinaria misura di un quinto.

 

La lettera b)introduce l’articolo 72-ter al D.P.R. n. 602 del 1973 (Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito) che stabilisce (comma 1) la pignorabilità, da parte dell’agente della riscossione, delle somme dovute a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nelle seguenti misure:

a)      in misura pari ad un decimo per importi fino a 2.500 euro;

b)      in misura pari ad un settimo per importi da 2.501 a 5.000 euro.

Per effetto delle norme in esame, dunque, viene ridotta la quota pignorabile degli emolumenti di importo inferiore ai 5.000 euro. Ove le suddette somme superino tale soglia, esse rimangono pignorabili secondo le norme generali, ovvero nella misura di un quinto.

 

La lettera a) del comma 5 novella l'articolo 72-bis, comma 1, al fine di coordinarlo con le disposizioni introdotte alla successiva lettera b).

Il richiamato comma 1 dell’articolo 72-bis prevede che l’atto di pignoramento dei crediti del debitore verso terzi possa contenere, in luogo della citazione del terzo a comparire per rendere l’apposita dichiarazione (relativa ai propri debiti nei confronti del soggetto escusso, di cui all’articolo 543, secondo comma, numero 4 c.p.c.), l’ordine al terzo di pagare il credito direttamente al concessionario, fino a concorrenza del credito per cui si procede:

§      nel termine di quindici giorni dalla notifica dell’atto di pignoramento, per le somme per le quali il diritto alla percezione sia maturato anteriormente alla data di tale notifica;

§      alle rispettive scadenze, per le restanti somme.

Le norme prevedono che tale regola non si applica ai crediti pensionistici e che rimane fermo quanto previsto del codice di procedura civile (articolo 545, commi dal quarto al sesto) in materia di somme impignorabili.

Il richiamato articolo 545 c.p.c. (relativo ai crediti impignorabili) dispone tra l’altro che le somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego comprese quelle dovute a causa di licenziamento, possono essere pignorate nella misura di un quinto per i tributi dovuti allo Stato, alle province e ai comuni, ed in eguale misura per ogni altro credito. Il pignoramento per il simultaneo concorso delle cause indicate precedentemente non può estendersi oltre alla metà dell'ammontare delle somme predette. Restano in ogni caso ferme le altre limitazioni contenute in speciali disposizioni di legge.

 

Per effetto delle norme in esame, ai fini della disciplina del pignoramento presso terzi per crediti tributari si deve tener conto, oltre che dei limiti di pignorabilità disposti dal codice di procedura civile, anche di quelli, più specifici, introdotti dal già commentato articolo 72-ter del D.P.R. n. 602 del 1973.


 

Articolo 3, comma 5, lettere c) e d), e commi 6 e 7
(Procedure di esecuzione forzosa sui beni immobili)

 


c) all'articolo 76 sono apportate le seguenti modificazioni:

1) il comma 1 è sostituito dal seguente:

«1. L'agente della riscossione può procedere all'espropriazione immobiliare se l'importo complessivo del credito per cui si procede supera complessivamente ventimila euro.»;

2) al comma 2, le parole: «agli importi indicati» sono sostituite dalle seguenti: «all'importo indicato»;

d) all'articolo 77 dopo il comma 1 è inserito il seguente:

«1-bis. L'agente della riscossione, anche al solo fine di assicurare la tutela del credito da riscuotere, può iscrivere la garanzia ipotecaria di cui al comma 1, purché l'importo complessivo del credito per cui si procede non sia inferiore complessivamente a ventimila euro.».

6. La disposizione di cui al comma 1-bis dell'articolo 77 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, si applica a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto.

7. L'articolo 7, comma 2, lettera gg-decies) del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n. 106, è abrogato.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 5, lettere c) e d), 6 e 7 recano disposizioni in materia di procedure di esecuzione forzata sui beni immobili del debitore fiscale. In particolare, con le norme introdotte si intende semplificare, uniformandole, le condizioni alle quali l’agente della riscossione può procedere ad espropriazione immobiliare e all’iscrizione di ipoteca esattoriale.

Analisi normativa

 

I commi 5, lettere c) e d), 6 e 7 recano disposizioni in materia di procedure di esecuzione forzata sui beni immobili del debitore fiscale. In particolare, con le norme introdotte si intende semplificare, uniformandole, le condizioni alle quali l’agente della riscossione può procedere ad espropriazione immobiliare e all’iscrizione di ipoteca esattoriale.

Si ricorda che, secondo le regole generali (articolo 50 del D.P.R. 602/1973, Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito), il concessionario procede ad espropriazione forzata quando è inutilmente decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento. L’agente della riscossione ha inoltre la facoltà di promuovere azioni cautelari e conservative, nonché ogni altra azione prevista dalle norme ordinarie a tutela del creditore. Sono fatte salve le ipotesi in cui il contribuente richiede la dilazione del pagamento, nonché la disciplina della sospensione dello stesso.

L’esecuzione forzata si articola in tre momenti: pignoramento dei beni, vendita e assegnazione del ricavato. L’agente della riscossione può dunque espropriare beni mobili e immobili del contribuente.

Decorso il termine di sessanta giorni dalla notificazione della cartella di pagamento, il ruolo costituisce titolo per iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore e dei coobbligati per un importo pari al doppio dell'importo complessivo del credito per cui si procede (articolo 77 del citato D.P.R. 602/1973).

Il comma 2 dell’articolo 77 prescrive all’agente della riscossione di iscrivere obbligatoriamente ipoteca prima di procedere all'esecuzione forzata, ove l'importo complessivo del credito per cui si procede non superi il cinque per cento del valore dell'immobile da sottoporre ad espropriazione. Decorsi sei mesi dall'iscrizione senza che il debito sia estinto, il concessionario procede all'espropriazione.

Si ricorda inoltre che il comma 1-quater dell’articolo 19 del D.P.R. n. 602 del 1973, introdotto dall’articolo 1 del provvedimento in esame (per cui cfr. la relativa scheda di lettura), limita i poteri dell’agente della riscossione in caso di richiesta del beneficio della dilazione del pagamento: una volta ricevuta l’istanza del contribuente, infatti, sarà possibile iscrivere ipoteca sugli immobili del debitore solo nel caso di mancato accoglimento dell’istanza, ovvero di decadenza dal beneficio della rateazione (ai sensi del comma 3 dell’articolo 19).

 

In primo luogo, la lettera c)del comma 5 limita il potere dell’agente della riscossione di procedere all’espropriazione immobiliare dei beni del debitore alla sola ipotesi in cui l’importo complessivo del credito superi, complessivamente, ventimila euro, a tal fine novellando l’articolo 76 del D.P.R. n. 602 del 1973.

 

A tale scopo, il numero 1)sostituisce il comma 1 del richiamato articolo 76 (come da ultimo modificato dall’articolo 7, comma 2, lettera gg-undecies), del D.L. n. 70 del 2011), norma che reca le condizioni di accesso all’espropriazione immobiliare.

 

Nella formulazione previgente del richiamato comma 1, si consentiva di procedere ad espropriazione immobiliare solo ove l'importo complessivo dovuto superasse uno specifico ammontare, così differenziato:

a)    ventimila euro, qualora la pretesa iscritta a ruolo fosse contestata in giudizio ovvero fosse ancora contestabile in tale sede e il debitore fosse proprietario dell'unità immobiliare dallo stesso adibita a propria abitazione principale;

b)    ottomila euro, negli altri casi.

 

Per effetto delle modifiche operate con la norma in esame, i suddetti importi vengono unificati, consentendosi all’agente della riscossione di procedere ad espropriazionedei beni immobili del contribuente alla sola ipotesi in cui l’importo complessivo del credito superi, complessivamente, ventimila euro.

 

Il numero 2)reca le opportune norme di coordinamento, modificando il comma 2 del richiamato articolo 76 al fine di impedire all’agente della riscossione di procedere all'espropriazione ove il valore del bene, determinato a norma di legge e diminuito delle passività ipotecarie aventi priorità sul credito per il quale si procede, sia inferiore al suddetto importo (in luogo degli importi differenziati indicati dal previgente comma 1).

 

La lettera d) del comma 5, conseguentemente alle disposizioni in materia di espropriazione immobiliare introdotte dalla lettera c), consente all’agente della riscossione di iscrivere garanzia ipotecaria sui beni immobili del debitore nel solo caso in cui l’importo complessivo del credito per cui si procede non sia inferiore, complessivamente, a ventimila euro.

A tal fine, viene aggiunto il comma 1-bis al già illustrato articolo 77 del D.P.R. n. 602/1973.

Pertanto, per effetto della norma in esame, con finalità di tutela del credito per cui si procede, l’agente della riscossione può iscrivere la garanzia ipotecaria solo se l’importo complessivo del credito per cui si procede non è inferiore, complessivamente, a ventimila euro.

 

Il comma 6 prevede che la suddetta disposizione si applichi a decorrere dal 2 marzo 2012, data di entrata in vigore del provvedimento in commento. Conseguentemente, viene abrogato (comma 7) l’articolo 7, comma 2, lettera gg-decies) del D.L. n. 70 del 2011 sopra richiamato.


 

Articolo 3, comma 6-bis
(Esclusione dal reddito imponibile IRPEF dei servizi e prestazioni erogate dal datore di lavoro con specifiche finalità.)

 

6-bis. Al comma 2 dell'articolo 51 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, la lettera f-bis) è sostituita dalla seguente:

«f-bis) le somme, i servizi e le prestazioni erogati dal datore di lavoro alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti per la frequenza degli asili nido e di colonie climatiche da parte dei familiari indicati nell'articolo 12, nonché per borse di studio a favore dei medesimi familiari».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 6-bis esclude dal reddito imponibile IRPEF, accanto alle somme erogate dal datore di lavoro per frequenza di asili nido e di colonie climatiche da parte dei familiari, nonché per borse di studio a favore dei medesimi soggetti, anche i servizi e le prestazioni a tal fine erogati.

Analisi normativa

 

Il comma 6-bis esclude dal reddito imponibile IRPEF i servizi e le prestazioni erogati dal datore di lavoro per frequenza di asili nido e di colonie climatiche da parte dei familiari, nonché per borse di studio a favore dei medesimi soggetti.

A tal fine viene integrata la lettera f-bis) dell’articolo 51, comma 2, del TUIR (Testo Unico delle imposte sui redditi, D.P.R. n. 917/1986).

Nella formulazione previgente erano esclusi da imposta (ovvero dal reddito IRPEF) le sole somme erogate dal datore di lavoro per le sopra indicate finalità: per effetto della norma in esame sono esclusi anche i relativi servizi e prestazioni.


 

Articolo 3, commi 8 e 9
(Ratei e risconti)

 

8. Nell'articolo 66, comma 3, terzo periodo, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) le parole: «sono deducibili» sono sostituite dalle seguenti: «possono essere dedotti»;

b) la parola: «ricevuto» è sostituita dalla seguente: «registrato».

9. Le disposizioni di cui al comma 8 trovano applicazione a decorrere dal periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2011.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 8 stabilisce che, nella determinazione del reddito delle imprese minori, i costi concernenti contratti a corrispettivi periodici, relativi a spese di competenza di due periodi d’imposta, possono essere dedotti secondo gli ordinari criteri di competenza ovvero con riferimento alla registrazione ai fini IVA dei relativi documenti fiscali. Il comma 9 precisa che la disposizione di cui al comma precedente si applica a decorrere dal periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2011.

Analisi normativa

 

Il comma 8 novella l'articolo 66 (comma 3, terzo periodo) del TUIR, stabilendo che, a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2011, nella determinazione del reddito delle imprese in regime di contabilità semplificata, i costi concernenti contratti a corrispettivi periodici, relativi a spese di competenza di due periodi d’imposta, possano essere dedotti nell’esercizio nel quale è stato registrato il documento probatorio.

 

Il comma 3 dell’articolo 66 del TUIR era stato, da ultimo, modificato dall’art. 7, comma 2, lettera s), del D.L. n. 70 del 2011 (c.d. “decreto sviluppo”), il quale ha previsto che, per singole spese di importo non superiore a 1.000 euro, relative a corrispettivi periodici per servizi resi a cavallo di due esercizi economici, in base a contratti di fornitura di servizi ovvero di somministrazione di beni, la deduzione fiscale del costo avviene nel periodo d’imposta in cui è ricevuto il documento probatorio, ossia la fattura. La disposizione, applicabile ai soli soggetti in contabilità semplificata, deroga al principio di competenza economica in favore del principio di registrazione ai fini IVA.

 

Come si evince dalla relazione illustrativa (A.S. 3184), il comma 8 introduce, a fini di semplificazione e in considerazione della modesta entità degli importi considerati, la possibilità di dedurre, a scelta del contribuente, i costi relativi a contratti con corrispettivi periodici secondo gli ordinari criteri di competenza ovvero con riferimento alla registrazione ai fini IVA dei relativi documenti fiscali.

Pertanto, la deroga all’ordinario criterio di competenza per la deduzione delle prestazioni di servizi relative a contratti con corrispettivi periodici, normalmente collegata alla maturazione del corrispettivo nel periodo d’imposta (e da cui derivano i ratei ed i risconti per la ripartizione temporale del costo tra due esercizi), con l’imputazione integrale nell’esercizio in cui si riceve il documento probatorio, è espressamente definita dalla norma in esame come una facoltà, e non come un obbligo (come si evinceva dalla originaria formulazione del comma 3 dell’articolo 66 del TUIR come modificato dall’art. 7, comma 2, lettera s), del D.L. n. 70 del 2011).

 

La relazione tecnica (A.S. 3184) stima che la disposizione in esame non determini sostanziali effetti in termini di gettito erariale, peraltro, solo per il primo anno, in considerazione della limitata casistica e del fatto che essi si manifesterebbero solo in via indiretta incidendo sulla redditività dei singoli contribuenti.

 

Il comma 9 precisa che la disposizione di cui al comma precedente si applica a decorrere dal periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2011.


 

Articolo 3, commi 10 e 11
(Crediti tributari di modesta entità)

 

10. A decorrere dal 1° luglio 2012, non si procede all'accertamento, all'iscrizione a ruolo e alla riscossione dei crediti relativi ai tributi erariali, regionali e locali, qualora l'ammontare dovuto, comprensivo di sanzioni amministrative e interessi, non superi, per ciascun credito, l'importo di euro 30, con riferimento ad ogni periodo d'imposta.

11. La disposizione di cui al comma 10 non si applica qualora il credito derivi da ripetuta violazione degli obblighi di versamento relativi ad un medesimo tributo.

 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi 10 e 11 dell’articolo 3 prescrivono che dal 1° luglio 2012 non si proceda ad accertamento e riscossione dei tributi per somme non superiori a 30 euro per ciascun periodo d’imposta, salvo il caso in cui il credito derivi da ripetuta violazione degli obblighi di versamento relativi ad un medesimo tributo.

Analisi normativa

 

Il comma 10 dell’articolo 3 prescrive che dal 1° luglio 2012 non si proceda ad accertamento e riscossione dei tributi per somme non superiori a 30 euro per ciascun periodo d’imposta.

 

Più in dettaglio, non si procederà all’accertamento, all’iscrizione a ruolo e alla riscossione di crediti relativi ai tributi erariali, regionali e locali non superiori al predetto importo. La somma di 30 euro deve essere comprensiva anche di sanzioni amministrative e interessi.

 

Si ricorda che l'articolo 16, comma 2, della legge 8 maggio 1998, n. 146 (recante Disposizioni per la semplificazione e la razionalizzazione del sistema tributario e per il funzionamento dell'Amministrazione finanziaria, nonché disposizioni varie di carattere finanziario) ha affidato a un regolamento il compito di stabilire gli importi dei crediti - comprensivi o costituiti solo da sanzioni amministrative o interessi - accertati anche in via definitiva e non pagati, per i quali non si fa luogo ad iscrizione nei ruoli o, comunque, alla riscossione.

Il D.P.R. n. 129 del 1999 (Regolamento recante disposizioni in materia di crediti tributari di modesta entità), emanato in attuazione della predetta norma, stabilisce che non si fa luogo all'accertamento, all'iscrizione a ruolo e alla riscossione dei crediti relativi ai tributi erariali, regionali e locali di ogni specie comprensivi o costituiti solo da sanzioni amministrative o interessi, qualora l'ammontare dovuto, per ciascun credito, con riferimento ad ogni periodo d'imposta non superi l'importo di trentaduemila lire, ossia 16,53 euro (articolo 1, comma 1). Se l'importo del credito supera tale limite, si fa luogo all'accertamento, all'iscrizione a ruolo e alla riscossione per l'intero ammontare. La disposizione di cui al comma 1 non si applica qualora il credito tributario, comprensivo o costituito solo da sanzioni amministrative o interessi, derivi da ripetuta violazione, per almeno un biennio, degli obblighi di versamento concernenti un medesimo tributo.

 

La relazione illustrativa (A.S. 3184) chiarisce che tale limite è stato innalzato per ragioni di economicità ed efficienza, tenuto conto del tempo trascorso e dell'incremento dei costi dell'attività di controllo e di riscossione.

 

Ai sensi del comma 11, l’esclusione di cui al comma precedente non opera se il credito deriva da ripetuta violazione degli obblighi di versamento relativi ad un medesimo tributo.


 

Articolo 3, comma 12
(Modalità di esposizione degli importi nelle dichiarazioni e nelle certificazioni dei sostituti d’imposta)

 

12. All'articolo 1 della legge 23 dicembre 1977, n. 935, il secondo comma è sostituito dal seguente:

«Nelle dichiarazioni dei sostituti d'imposta, a decorrere da quelle relative all'anno d'imposta 2012, tutti gli importi da indicare devono essere espressi in euro mediante arrotondamento alla seconda cifra decimale.».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 12 reca modalità semplificate di esposizione degli importi nelle dichiarazioni e nelle certificazioni dei sostituti d’imposta: a partire dalle dichiarazioni e certificazioni relative all’anno di imposta 2012, tutti gli importi saranno espressi in euro e arrotondati alla seconda cifra decimale, in luogo dell’esposizione in migliaia di lire mediante troncamento delle ultime tre cifre.

Analisi normativa

 

Il comma 12 reca modalità semplificate di esposizione degli importi nelle dichiarazioni e nelle certificazioni dei sostituti d’imposta, a tal fine novellando l’articolo 1, secondo comma, della legge n. 935 del 1977 (recante Arrotondamento degli importi ai fini dell'applicazione e della riscossione delle imposte sui redditi e dell'imposta sul valore aggiunto).

 

Con la novella in commento, a partire dalle dichiarazioni e certificazioni dei sostituti d’imposta relative all’anno di imposta 2012, tutti gli importi saranno espressi in euro e arrotondati alla seconda cifra decimale, in luogo dell’esposizione in migliaia di lire mediante troncamento delle ultime tre cifre.

 

La relazione illustrativa (A.S. 3184) precisa che in tal modo si ottiene una maggior efficienza dei programmi di controllo automatizzato delle dichiarazioni e dei versamenti, dove i valori sono esposti con l'indicazione dei centesimi di euro.


 

Articolo 3, comma 13
(Corresponsione dell’accisa mediante canone di abbonamento annuale per gli esercenti officine costituite da impianti azionati da fonti rinnovabili)

 

13. Al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 53, comma 1, dopo la lettera c) è aggiunta la seguente:

«c-bis) i soggetti che acquistano, per uso proprio, energia elettrica sul mercato elettrico di cui all'articolo 5, comma 1, del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, limitatamente al consumo di detta energia»;

b) all'articolo 55, comma 5, dopo le parole: «impianti di produzione combinata di energia elettrica e calore» sono inserite le seguenti: «ed impianti azionati da fonti rinnovabili ai sensi della normativa vigente».

 

 

Sintesi ed effetti

 

La lettera a) del comma 13 dispone l’obbligo al pagamento dell’accisa sull’energia elettrica anche per i soggetti che acquistano, per uso proprio, energia elettrica sul mercato elettrico limitatamente al consumo di detta energia.

 

La lettera b) estende agli esercenti officine costituite da impianti azionati da fonti rinnovabili ai sensi della normativa vigente, con potenza disponibile non superiore a 100 kW, la possibilità di corrispondere l'accisa mediante canone di abbonamento annuale, anziché provvedere al versamento.


Analisi normativa

 

La lettera a) del comma 13, introdotta nel corso dell’esame parlamentare,novella il comma 1 dell’articolo 53 del decreto legislativo n. 504 del 1995 (testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative), introducendo la ulteriore lettera d) con cui si dispone che sono obbligati al pagamento dell’accisa sull’energia elettrica anche i soggetti che acquistano, per uso proprio, energia elettrica sul mercato elettrico limitatamente al consumo di detta energia.

 

La lettera b) del comma 13, novellando l’ultimo periodo del comma 5 dell’articolo 55, del decreto legislativo n. 504 del 1995 estende agli esercenti officine costituite da impianti azionati da fonti rinnovabili ai sensi della normativa vigente, con potenza disponibile non superiore a 100 kW, la possibilità di corrispondere l'accisa mediante canone di abbonamento annuale, anziché provvedere al versamento periodico secondo le modalità indicate al comma 1 del medesimo articolo 55.

 

Il richiamato comma 5 stabilisce che i soggetti indicati all'articolo 53, comma 1, lettera b), esercenti officine non fornite di misuratori o di altri strumenti integratori della misura dell'energia adoperata, corrispondono l'accisa mediante un canone annuo di abbonamento determinato dal competente Ufficio dell'Agenzia delle dogane. Gli stessi soggetti hanno l'obbligo di dichiarare anticipatamente le variazioni che comportino un aumento superiore al 10% del consumo preso per base nella determinazione del canone ed in tal caso il competente Ufficio dell'Agenzia delle dogane procede alla revisione straordinaria dello stesso. Gli esercenti officine costituite da impianti di produzione combinata di energia elettrica e calore - e ora anche da impianti azionati da fonti rinnovabili ai sensi della normativa vigente - con potenza disponibile non superiore a 100 kW, possono corrispondere l'imposta mediante canone di abbonamento annuale.


 

Articolo 3, comma 13-bis
(Regimi per gli autoproduttori da fonti energetiche convenzionali e per l’alluminio)

 


13-bis. Nell'ambito dell'attuazione delle direttive dell'Unione europea relative a norme comuni per il mercato interno dell'energia elettrica, al fine di assicurare che i clienti finali di energia elettrica, destinatari dei regimi tariffari speciali di cui all'articolo 20, comma 4, della legge 9 gennaio 1991, n. 9, e di cui al decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato 19 dicembre 1995, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 39 del 16 febbraio 1996, i quali siano passati al mercato libero non subiscano, per effetto di tale passaggio e nei limiti del periodo temporale di validità dei medesimi regimi individuato dalle norme citate rispettivamente fino al 2007 e fino al 2005, un trattamento di minore vantaggio rispetto al trattamento preesistente, le modalità di determinazione della componente tariffaria compensativa oggetto dei predetti regimi assicurano ai clienti finali di cui al presente comma condizioni di neutralità. Sono fatti salvi sia gli effetti delle decisioni della Commissione europea in materia sia la già avvenuta esazione fiscale, per la quota parte che conseguiva, nella tariffa elettrica, alla componente compensativa di cui erano destinatari i citati clienti finali di energia elettrica.


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 13-bis mira ad eliminare l’eventualità di un trattamento di minor vantaggio, rispetto al trattamento precedente, per talune categorie di clienti finali di energia elettrica destinatari di regimi tariffari speciali che siano passati al mercato libero. Si tratta, in particolare, dei regimi per gli autoproduttori da fonti energetiche convenzionali e per l’alluminio primario. A tal fine si dispone che le modalità di determinazione della componente tariffaria compensativa (a carico della componente A4 degli oneri generali di sistema della bolletta elettrica) assicurino a tali categorie condizioni di neutralità.

Analisi normativa

 

Il comma 13-bis riguarda taluni clienti finali di energia elettrica destinatari di regimi tariffari speciali[11]:

a)   gli autoproduttori da fonti energetiche convenzionali, di cui all'articolo 20, comma 4, della legge 9 gennaio 1991, n. 9[12], beneficiari della “tariffa Terni

Le società subentrate alla società Terni S.p.A. godono di un regime tariffario speciale concesso in seguito alla nazionalizzazione della produzione di energia elettrica con la legge 6 dicembre 1962, n. 1643.

Con tale legge, le centrali elettriche all’epoca esistenti, tra cui quelle della società Terni, furono espropriate e trasferite alla neocostituita Enel, che deteneva il monopolio della produzione, distribuzione e fornitura di energia elettrica.

A titolo di indennizzo per i beni produttivi espropriati, con D.P.R. n. 1165/63, alla società Terni è stata concessa una tariffa agevolata per il periodo 1962-1992.

Con la legge 9 gennaio 1991, n. 9, all’art. 20, comma 4, è stata disposta una proroga della tariffa agevolata a favore delle tre società subentrate alla società Terni fino al 2001, prevedendo una progressiva riduzione dell’erogazione del vantaggio tariffario nell’arco dei successivi sei anni (2002-2007).

b)   la società Alcoa, beneficiaria della “tariffa Alcoa” di cui al decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato 19 dicembre 1995[13].

Il produttore di alluminio Alcoa fruisce dal 1996 di una tariffa agevolata per l'energia elettrica per i suoi due smelter di alluminio primario situati in Sardegna (Portovesme) e in Veneto (Fusina). La tariffa era stata inizialmente introdotta per un periodo di dieci anni (scaduto il 31 dicembre 2005) nel contesto di un'operazione di privatizzazione. Quella tariffa era stata autorizzata in base alle norme sugli aiuti di Stato dalla Commissione; in una decisione era stato considerato che tale regime non configurava come un aiuto di Stato. Tuttavia, la natura di tale tariffa è stata modificata nel tempo e prorogata due volte, prima nel 2004 e nuovamente nel 2005. La tariffa agevolata è sovvenzionata mediante un pagamento in contanti da parte della Cassa Conguaglio, a riduzione del prezzo fissato contrattualmente tra Alcoa e il suo fornitore di elettricità ENEL. Le risorse necessarie sono raccolte mediante un prelievo parafiscale applicato alla generalità delle utenze elettriche mediante la componente A4 della tariffa elettrica.

 

Lo scopo della norma in esame è quello di evitare che il passaggio al mercato libero dell’energia elettrica abbia determinato per tali clienti un peggioramento rispetto al trattamento precedente, in termini di prezzo dell’elettricità. A tal fine si dispone che la componente tariffaria compensativa oggetto di tali regimi sia ricalcolata in modo da assicurare ad essi condizioni economiche di neutralità. In pratica, dunque, l’obiettivo è quello di eliminare eventuali penalizzazioni subite da tali clienti con il passaggio al mercato libero.

 

Questa ulteriore tutela introdotta dalla disposizione in esame per i citati clienti, tuttavia, viene esplicitamente limitata al periodo temporale di validità dei medesimi regimi, ossia rispettivamente:


§       fino al 2007 per la lettera a);

§       fino al 2005 per la lettera b).

 

Peraltro, sono fatti salvi:

§      gli effetti delle decisioni della Commissione europea in materia;

§      la già avvenuta esazione fiscale, per la quota parte che conseguiva, nella tariffa elettrica, alla componente compensativa di cui erano destinatari i citati clienti finali di energia elettrica.

 

Si ricorda che con le seguenti decisioni:

§       decisione[14] del 20 novembre 2007 relativa all'aiuto di Stato C 36/A/06 (ex NN 38/06) a favore di ThyssenKrupp, Cementir e Nuova Terni Industrie;

§       decisione[15] del 19 novembre 2009 relativa agli aiuti di Stato n. C 38/A/2004 (ex NN 58/2004) e n. C 36/B/2006 (ex NN 38/2006) a favore di Alcoa Trasformazioni;

la Commissione europea ha stabilito che le “seconde proroghe[16]” dei richiamati aiuti sotto forma di tariffe elettriche agevolate rappresentano una violazione della normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato e che quindi lo Stato italiano deve recuperare le somme indebitamente impegnate.

 

Per comprendere appieno la successione temporale degli interventi agevolativi, delle proroghe e delle decisioni comunitarie, nel seguito vengono esposte le ricostruzioni storiche relative agli eventi che hanno determinato la nascita e l’evoluzione dei due regimi speciali.

 

Per quanto riguarda la “tariffa Terni”, si ricorda che, all'epoca della nazionalizzazione[17] del settore elettrico, la società Terni era una società statale attiva nel campo della siderurgia, dei prodotti chimici e del cemento. Lo Stato esercitava il controllo effettivo sulla società attraverso una partecipazione di maggioranza nel capitale, detenuta dalla holding pubblica IRI e dal gruppo statale Finsider. Inoltre, la società Terni possedeva e operava una centrale idroelettrica. La maggior parte dell’energia elettrica prodotta era utilizzata per alimentare i processi manifatturieri delle società, e dunque era un autoproduttore.

La legge di nazionalizzazione esentava, come regola generale, dalla nazionalizzazione del sistema elettrico le imprese che producevano energia elettrica essenzialmente per l'autoconsumo (autoproduttori) e che potevano quindi conservare i loro impianti di generazione. Il ramo d'azienda idroelettrico della società Terni era stato nazionalizzato nonostante la società fosse autoproduttore, in ragione del suo carattere strategico per l'approvvigionamento energetico del paese.

Con decreto del Presidente della repubblica n. 1165/63 è stato concesso alla società un indennizzo per il trasferimento dei suoi beni di generazione elettrica, sotto forma di una tariffa agevolata per l'energia elettrica per il periodo 1963-1992.

Nel 1964 la società Terni è stata suddivisa in tre società: Terni Acciai Speciali che produce acciaio, Nuova Terni Industrie Chimiche che produce prodotti chimici e Cementir che produce cemento. Queste imprese sono state successivamente privatizzate e rilevate da ThyssenKrupp, Norsk Hydro e Caltagirone.

La tariffa agevolata ha continuato a essere applicata, alle stesse condizioni, alle tre società ex-Terni. Il principale beneficiario, in termini di quantità di energia sovvenzionata sia in valore assoluto, sia in proporzione al consumo totale di energia elettrica della società, è ThyssenKrupp[18].

La durata della tariffa speciale coincideva con la durata generale delle concessioni di derivazione idroelettrica in Italia, che dovevano scadere nel 1992. La concessione idroelettrica della società Terni era stata accordata all'impresa per una durata eccezionale di 60 anni (rispetto ai 30 normali) e doveva scadere alla fine degli anni '80.

Nel 1991 l'Italia ha prorogato fino al 2001, con legge 9 gennaio 1991, n. 9, le concessioni idroelettriche esistenti. Ai sensi dell'articolo 20, paragrafo 4, di detta legge, l'Italia ha anche prorogato fino al 2001 la tariffa agevolata a favore delle società ex-Terni. Nell'arco dei successivi 6 anni (2002-2007) il quantitativo di energia elettrica sovvenzionata fornito alle società ex-Terni doveva progressivamente diminuire (phasing-out) in modo che il vantaggio tariffario sparisse entro la fine del 2007.

La legge n. 9/1991 conteneva varie disposizioni, alcune delle quali comportavano aiuti di Stato, dichiarati dalla Commissione europea, nel 1991, compatibili in base alle regole sugli aiuti di Stato.

Con la legge n. 80/2005 l'Italia ha disposto, all'articolo 11, paragrafo 11, l'interruzione della riduzione progressiva e una nuova proroga della tariffa Terni fino al 2010[19]. L'articolo 11 paragrafo 13 della legge ha stabilito l'applicazione della misura dal 1o gennaio 2005. Successivamente le concessioni idroelettriche sono state generalmente prorogate fino al 2020.

Per quanto riguarda il meccanismo di finanziamento, la tariffa agevolata Terni inizialmente era gestita e pagata dalla società statale ENEL, che deteneva una posizione di monopolio nella produzione, trasmissione, importazione, distribuzione e fornitura di energia elettrica in Italia.

Nel 2002, mano a mano che il mercato dell'energia elettrica veniva gradualmente liberalizzato e ENEL non vi deteneva più una posizione monopolistica, l'onere finanziario derivante dai sistemi delle tariffe agevolate è stato trasferito da ENEL alla generalità dell'utenza elettrica: le componenti compensative dovute alle società ex-Terni erano anticipate dai distributori di energia elettrica che venivano poi rimborsati dall'ente statale Cassa Conguaglio per il settore elettrico mediante un prelievo parafiscale riscosso attraverso la componente A4 della tariffa dell'energia elettrica, che è una delle voci di costo figuranti nella bolletta della luce.

Nel 2004 la AEEG ha deciso di trasferire la gestione amministrativa dei regimi di tariffe speciali interamente alla Cassa Conguaglio. Dal settembre 2004 le società ex-Terni pagano ormai il prezzo di mercato per l'energia elettrica che acquistano (sul mercato liberalizzato) e ricevono dalla Cassa Conguaglio un rimborso corrispondente alla differenza tra il prezzo pagato e il prezzo agevolato cui hanno diritto (la cd “componente compensativa”) detratte le spese di trasporto, misurazione e vendite. I costi sono pagati dagli utenti elettrici in Italia attraverso il citato prelievo parafiscale.

 

Per ricostruire la storia della “tariffa Alcoa” occorre partire dalla liquidazione dell’ EFIM. In quel contesto la partecipata Alumix era stato ristrutturata, privatizzata e venduta ad Alcoa. Alumix operava due smelter di alluminio primario, uno a Portovesme (Sardegna) e uno a Fusina (Veneto).

L'acquisizione di Alumix da parte di Alcoa era stata subordinata alla concessione da parte di ENEL (ente allora statale), di una tariffa elettrica agevolata per le forniture di energia elettrica a Portovesme (Sardegna) ed all'altro impianto similare a Fusina (Veneto), considerata la natura energivora della lavorazione industriale dell'alluminio primario (smelter);

La tariffa agevolata a favore di Alcoa veniva quindi istituita con decreto ministeriale del 19 dicembre 1995. Tale decreto stabiliva che Alcoa avrebbe beneficiato del trattamento agevolato di cui alla delibera CIP 13/1992 fino alla fine del 2005. Successivamente a tale data, il trattamento applicato ad Alcoa sarebbe stato allineata a quello applicato agli altri utenti di energia elettrica.

La tariffa agevolata era stata oggetto di verifica della Commissione europea in base alle norme sugli aiuti di Stato (caso C 38/1992); in quell'occasione la Commissione aveva concluso che la tariffa agevolata non configurava questa ipotesi, ritenendo invece che un grande cliente industriale come Alcoa avesse un notevole potere di negoziazione rispetto ad ENEL dal momento che la chiusura dei due smelter, che erano tra i migliori clienti di ENEL in Italia, avrebbe comportato una sovracapacità ancora piùelevata ed avrebbe peggiorato la struttura dei costi dell'ENEL, operatore unico in Italia; dato che in Sardegna e Veneto il mercato dell'energia elettrica era caratterizzato da una sovraccapacitàdi produzione di energia. La Commissione aveva pertanto concluso che nel concedere la tariffa (18/20 euro megawattora) ENEL si comportava come un operatore di mercato razionale e aveva quindi dichiarato che la misura non costituiva aiuto di Stato, ai sensi dell'articolo 87, paragrafo 1, del trattato CE.

Nel 2000 l'Italia decideva di includere la tariffa Alumix tra gli oneri generali del sistema elettrico, modificando il meccanismo di finanziamento della tariffa. Mentre ENEL in precedenza aveva venduto l'energia elettrica direttamente al prezzo agevolato ad Alcoa, in base al nuovo meccanismo, ad Alcoa veniva nominalmente applicato il prezzo pieno, ma l'impresa fruiva di uno sconto diretto in bolletta. ENEL finanziava tale sconto grazie ai ricavi di un nuovo onere parafiscale prelevato mediante la componente A4 della tariffa elettrica e pagato dalla generalità dell'utenza.

Dopo una prima proroga avvenuta nel 2004, con l'articolo 11, comma 1, della Legge n. 80/2005[20] la tariffa agevolata a favore di Alcoa è stata prorogata al 2010, alle condizioni tariffarie in vigore al 31 dicembre 2004.

Tuttavia a seguito di un'indagine condotta dalla Commissione europea, diretta a verificare, tra l'altro, la conformità della proroga dei regimi tariffari agevolati concessi ad Alcoa con la normativa in materia di aiuti di Stato, è emersa l'incompatibilità dei citati regimi. Con la decisione C(2006)3225 del 19 luglio 2006 (caso C36/2006) la Commissione europea ha contestato la rispondenza alle regole comunitarie della legge n. 80 del 2005, nella parte in cui proroga i regimi tariffari speciali dell'energia elettrica, tra cui quello relativo alla produzione di alluminio primario.

Il procedimento ha portato alla citata decisione della Commissione europea del 29 novembre 2011 (C 38/A/2004 e C36/B/2006), con la quale si è stabilito che gli aiuti erogati ad Alcoa per i suoi stabilimenti in Veneto e in Sardegna sotto forma di tariffe elettriche agevolate, rappresentavano una violazione della normativa comunitaria in materia di aiuti di Stato; di conseguenza lo Stato italiano deve recuperare le somme indebitamente impegnate, valutate, ad oggi, in circa 300 milioni di euro; contro questa decisione è ricorsa Alcoa, ma nel luglio 2011 fa la Corte di giustizia europea si è pronunciata in merito alla vicenda, respingendo il ricorso della società contro la legittimità dell'indagine della Commissione europea e la conseguente procedura d'infrazione.


 

Articolo 3, comma 13-ter
(Recupero accise per autotrasportatori)

 

13-ter. All'articolo 3, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 giugno 2000, n. 277, come modificato dall'articolo 61, comma 1, lettera a), numero 1), del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, le parole: «a pena di decadenza,» sono soppresse.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma13-ter interviene in tema di anticipo del recupero delle accise per gli autotrasportatori, sopprimendo la previsione della “pena di decadenza” quale sanzione circa la presentazione entro il mese successivo alla scadenza di ciascun trimestre solare, dell’apposita dichiarazione, sottoscritta dal titolare o dal rappresentante legale o negoziale dell'impresa, per poter beneficiare del beneficio fiscale stesso.

Analisi normativa

 

Il comma13-ter intervenendo in tema di anticipo del recupero delle accise per gli autotrasportatori, sopprime, all’articolo 3, comma 1, del D.P.R. n. 277/2000, la previsione della “pena di decadenza”, quale sanzione in relazione alla presentazione entro il mese successivo alla scadenza di ciascun trimestre solare, dell’apposita dichiarazione, sottoscritta dal titolare o dal rappresentante legale o negoziale dell'impresa, per poter beneficiare del beneficio fiscale stesso.

 

Si ricorda al riguardo che il decreto del Presidente della Repubblica 9 giugno 2000, n. 277, ha previsto, a decorrere dal 16 gennaio 1999, una riduzione degli oneri gravanti sugli esercenti l’attività di autotrasporto merci pari agli incrementi dell’aliquota di accise sul gasolio per autotrazione. Il credito derivante da tale riduzione può essere utilizzato dal beneficiario (purché di importo non inferiore ad 25 euro) in compensazione ovvero riconosciuto mediante rimborso della relativa somma, secondo le modalità previste dal medesimo regolamento (articolo 1, comma 1).

 

L’articolo 61[21] del D.L. n. 1 del 2012, al comma 1, lettera a), punto 1),hamodificato l'articolo 3, comma 1, del D.P.R. n. 277 del 2000, prevedendo che per ottenere il beneficio di cui al citato articolo 1, comma 1, gli esercenti attività di autotrasporto merci nazionali e comunitari devono presentare apposita dichiarazione al competente ufficio, a pena di decadenza, entro il mese successivo alla scadenza di ciascun trimestre solare, anticipando, pertanto, la data di presentazione della richiesta di rimborso, che, in base al testo previgente, era fissata entro il 30 giugno successivo alla scadenza di ciascun anno solare.


 

Articolo 3, comma 14
(Richieste e notifiche alle imprese di assicurazione per via telematica)

 

14. All'articolo 11-bis del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, le parole: «le banche e gli intermediari finanziari», ovunque ricorrano, sono sostituite dalle seguenti: «le banche, gli intermediari finanziari e le imprese di assicurazioni».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 14 dell'articolo 3 estende alle imprese assicurative alcune norme di semplificazione, contenute nel decreto-legge n. 201 del 2011, che dispongono l’obbligo di utilizzare lo strumento telematico per l’espletamento di procedure, per le richieste di informazioni, per le notifiche e le relative risposte, nonché la previa consultazione dell’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria in cui confluiscono le informazioni obbligatoriamente inviate dalle predette categorie di imprese.

Analisi normativa

 

Il comma 14 dell'articolo 3 estende alle imprese assicurative le norme di semplificazione degli adempimenti e di riduzione dei costi di acquisizione delle informazioni finanziarie contenute nell’articolo 11-bis del decreto-legge n. 201 del 2011, che viene conseguentemente novellato dalla norma in commento.

 

Il richiamato articolo ha disposto l’obbligo di utilizzo dello strumento telematico per l’espletamento di procedure, nonché per le richieste di informazioni, per le notifiche e relative risposte rivolte alle banche e agli intermediari finanziari e la previa consultazione dell’apposita sezione dell’Anagrafe tributaria in cui confluiscono le informazioni obbligatoriamente inviate dalle predette categorie di imprese (ossia dell'Archivio dei rapporti di cui all’articolo 7, comma sesto del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 605, Disposizioni relative all'anagrafe tributaria e al codice fiscale dei contribuenti).

 

Si ricorda che il citato comma 7 dispone che le banche, la società Poste italiane Spa, gli intermediari finanziari, le imprese di investimento, gli organismi di investimento collettivo del risparmio, le società di gestione del risparmio, nonché ogni altro operatore finanziario sono tenuti a rilevare e a tenere in evidenza i dati identificativi, compreso il codice fiscale, di ogni soggetto che intrattenga con loro qualsiasi rapporto o effettui, per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, qualsiasi operazione di natura finanziaria ad esclusione di quelle effettuate tramite bollettino di conto corrente postale per un importo unitario inferiore a 1.500 euro; l'esistenza dei rapporti e l'esistenza di qualsiasi operazione di cui al precedente periodo, compiuta al di fuori di un rapporto continuativo, nonché la natura degli stessi sono comunicate all'Anagrafe tributaria ed archiviate in apposita sezione, con l'indicazione dei dati anagrafici dei titolari e dei soggetti che intrattengono con gli operatori finanziari qualsiasi rapporto o effettuano operazioni al di fuori di un rapporto continuativo per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi, compreso il codice fiscale.

 

Le richieste telematiche sono eseguite secondo le procedure già in uso presso le banche e gli intermediari finanziari ai fini delle indagini finanziarie svolte dall’amministrazione finanziaria (ai sensi dell’art. 32, comma 3, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi, e relative norme di attuazione).

 

Le relative disposizioni di attuazione sono state affidate a un provvedimento dei Ministri interessati, da adottarsi entro il 6 giugno 2012 (sei mesi dall’entrata in vigore del decreto-legge n. 201 del 2011), sentita l’Agenzia delle entrate.


 

Articolo 3, comma 15
(Money transfer)

 

15. Al fine di adempiere agli impegni internazionali assunti dall'Italia in occasione, tra l'altro dei vertici G8 de L'Aquila (8-10 luglio 2009) e G20 di Cannes (3-4 novembre 2011) l'articolo 2, comma 35-octies, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, è abrogato.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 15,abrogando il comma 35-octies dell’articolo 2 del decreto legge n. 138 del 2011, elimina la previsione di un’imposta di bollo sui trasferimenti di denaro all’estero attraverso istituti bancari, altri agenti di attività finanziarie e agenzie di "money transfer".

Analisi normativa

 

Il comma 15 dell'articolo 3 abroga il comma 35-octies dell’articolo 2 del decreto legge n. 138 del 2011[22], con il quale è stata introdotta un’imposta di bollo sui trasferimenti di denaro all’estero attraverso istituti bancari, altri agenti di attività finanziarie e agenzie di "money transfer".

 

Secondo quanto evidenziato dalla Relazione illustrativa al disegno di legge di conversione del decreto-legge (A.S. 3184), la disposizione abrogata avrebbe determinato un aumento dei costi di transazione delle rimesse, pregiudicando il raggiungimento dell’obiettivo - adottato formalmente nel vertice G20 di Cannes del novembre 2011 su proposta dell’Italia - della riduzione del costo medio globale di trasferimento delle rimesse dal 10% al 5% in 5 anni. Inoltre la Dichiarazione dei Capi di Stato e di Governo del Vertice G8 de L’Aquila del luglio 2009 ha previsto l’impegno comune a facilitare un più efficiente trasferimento e miglior uso di flussi di rimesse e a favorire la cooperazione tra le organizzazioni nazionali ed internazionali in questo ambito.

L'abrogazione viene altresì motivata dall'esigenza di evitare una contrazione del volume delle rimesse verso i Paesi extracomunitari, che potrebbe comportare una migrazione di flussi monetari dai canali di trasferimento ufficiali a quelli non autorizzati, privi di forme di controllo, tracciabilità, protezione e tassazione.

Si ricorda che l'imposta di bollo sui trasferimenti di denaro all’estero, prevista dal comma 35-octies dell’articolo 2 del decreto legge n. 138 del 2011 - ora abrogato dalla norma in esame, era prevista in misura pari al 2 per cento dell’importo trasferito per singola operazione, con un misura minima di prelievo pari a 3 euro.

Erano soggetti a imposizione i trasferimenti effettuati mediante:

§       istituti bancari;

§       agenzie di “money transfer”;

§       altri agenti in attività finanziaria.

Le disposizioni esentavano da imposta i trasferimenti effettuati verso i paesi dell’Unione Europea e quelli effettuati da soggetti muniti di matricola INPS e codice fiscale.

 

Ai sensi dell’articolo 128-quater del Testo Unico Bancario – TUB (D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385), l’agente in attività finanziaria è il soggetto che promuove e conclude contratti relativi alla concessione di finanziamenti sotto qualsiasi forma o alla prestazione di servizi di pagamento, su mandato diretto di intermediari finanziari, istituti di pagamento o istituti di moneta elettronica. Il decreto legislativo 13 agosto 2010, n. 141 (come successivamente modificato dal D.Lgs. n. 218/2010), emanato al fine di recepire la direttiva n. 2008/48/CE in materia di contratti di credito ai consumatori, ha riformato la disciplina dei soggetti operanti nel settore finanziario, dei mediatori creditizi e degli agenti in attività finanziaria. In particolare, per gli agenti in attività finanziaria sono stati introdotti requisiti di accesso più elevati e l'istituzione di un nuovo elenco, nonché di un'apposita sezione dedicata agli agenti che svolgono esclusivamente servizi di pagamento, affidandone la tenuta ad un apposito Organismo.

I cosiddetti "money transfer", invece, sono gli agenti in attività finanziaria, persone fisiche o giuridiche, che offrono esclusivamente il servizio di pagamento consistente nel trasferimento di fondi attraverso la raccolta e la consegna delle disponibilità da trasferire. Nel caso di attività circoscritta al trasferimento di fondi (money transfer) la limitazione dovrà essere espressamente prevista nell'oggetto sociale.

 

La relazione tecnica (A.S. 3184) sottolinea che i potenziali effetti negativi derivanti dall’abrogazione della norma, “pur in assenza di dati puntuali, sono di non rilevante entità, vista l’aera di non imponibilità e di esenzione prevista”. Conseguentemente nella tavola riepilogativa degli effetti del D.L. n. 16 non sono indicate variazioni sui saldi di finanza pubblica relativamente alla presente disposizione.

 

Si ricorda, peraltro, che la relazione tecnica della Ragioneria generale dello Stato al maxiemendamento presentato al Senato nel corso dell’esame del D.L. n. 138 del 2011 (riferito all’emendamento 2.106 testo 2 approvato in Commissione) sottolinea che la norma “comporta effetti positivi di gettito, che in assenza di dati puntuali sulla frequenza e ammontare di versamenti effettuati da soggetti privi di codice fiscale e matricola INPS, prudenzialmente non vengono quantificati”.

Infatti nella tavola riepilogativa degli effetti del maxiemendamento alla disposizione sul “money transfer” non vengono contabilizzati effetti sui saldi di finanza pubblica.


 

Articolo 3, comma 16
(Pubblicità provvedimenti AAMS)

 

16. Al comma 361 dell'articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, dopo le parole: «dei direttori di agenzie fiscali» sono inserite le seguenti: «, nonché del direttore generale dell'Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 16 ricomprende anche i provvedimenti del direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS) tra quelli che, per esigenze di economicità e di speditezza dell’azione amministrativa, devono essere pubblicati sui propri siti internet.

Analisi normativa

 

Il comma 16 dell'articolo 3, novellando il comma 361 dell’articolo 1 della legge finanziaria 2008 (legge n. 244 del 2007), ricomprende anche i provvedimenti del direttore generale dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS) - oltre a quelli dei direttori delle agenzie fiscali - tra i provvedimenti che, per esigenze di economicità e di speditezza dell’azione amministrativa, devono essere pubblicati sui propri siti internet.

 

Il richiamato comma 361 specifica che tale pubblicazione tiene luogo della pubblicazione dei medesimi documenti, nella Gazzetta Ufficiale, nei casi in cui questa sia prevista da altre disposizioni di legge.

I siti internet delle agenzie fiscali - e ora anche quello dell’AAMS - devono essere strutturati al fine di consentire la ricerca, la consultazione, l’estrazione e l’utilizzazione di tutti i documenti ivi pubblicati.


 

Articolo 3, comma 16-bis
(Fondo regioni di confine)

 

16-bis. È istituito presso il Ministero dell'economia e delle finanze il Fondo per la valorizzazione e la promozione delle realtà socioeconomiche delle zone appartenenti alle regioni di confine, cui è attribuita una dotazione di 20 milioni di euro per l'anno 2012. L'individuazione delle regioni beneficiarie, nonché i criteri e le modalità di erogazione del predetto Fondo, sono stabiliti con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze. All'onere derivante dal presente comma si provvede mediante utilizzo delle disponibilità esistenti presso la contabilità speciale 1778 «Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio» che sono versate all'entrata del bilancio dello Stato per essere riassegnate al Fondo di cui al presente comma.

 

 

Sintesi ed effetti

 

La norma istituisce un Fondo per le regioni di confine dotato di 20 milioni di euro per l'anno 2012, per la valorizzazione e la promozione delle realtà socioeconomiche di quelle zone.

Analisi normativa

 

La norma, introdotta nel corso dell'esame parlamentare, istituisce un «Fondo per la valorizzazione e la promozione delle realtà socioeconomiche delle zone appartenenti alle regioni di confine» con una dotazione di 20 milioni di euro per l'anno 2012.

La copertura finanziaria è realizzata mediante utilizzo delle disponibilità esistenti presso la contabilità speciale 1778 "Agenzia delle entrate – Fondi di bilancio"

Per la individuazione delle regioni beneficiarie e per i criteri e le modalità di erogazione dei contributi, la norma rinvia ad un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, senza fornire ulteriori indicazioni.

Non è previsto alcuna forma di consultazione con le regioni nella sede della Conferenza Stato-Regioni.


 

Articolo 3, comma 16-ter
(Crediti di imposta per nuovo lavoro stabile nel Mezzogiorno)

 

16-ter. All'articolo 2, comma 9, del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n. 106, e successive modificazioni, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Nelle more della conclusione della procedura finalizzata all'individuazione e riassegnazione delle risorse, la regolazione contabile delle compensazioni esercitate ai sensi del comma 6 avviene utilizzando i fondi disponibili sulla contabilità speciale 1778 “Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio” senza incidere sul saldo giornaliero di tesoreria».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 16-ter stabilisce che, nelle more della conclusione della procedura finalizzata all'individuazione e riassegnazione delle risorse relative al credito d’imposta per nuovo lavoro stabile nel Mezzogiorno, la regolazione contabile delle compensazioni avvenga utilizzando i fondi disponibili sulla contabilità speciale 1778 “Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio”.

Analisi normativa

 

Il comma 16-ter, novellando l’articolo 2, comma 9, del decreto legge n. 70 del 2011 in tema di credito d’imposta per nuovo lavoro stabile nel Mezzogiorno, stabilisce che, nelle more della conclusione della procedura finalizzata all'individuazione e riassegnazione delle risorse indicata al comma 9, la regolazione contabile delle compensazioni (comma 6) avvenga utilizzando i fondi disponibili sulla contabilità speciale 1778 “Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio” senza incidere sul saldo giornaliero di tesoreria.

 

L’articolo 2 del D.L. n. 70 del 2011 prevede un credito d’imposta, in favore del datore di lavoro, per ogni lavoratore, "svantaggiato" o "molto svantaggiato", assunto nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna e Sicilia), con contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato e ad incremento dell'organico, nei dodici mesi successivi all’entrata in vigore del decreto in esame. L'attuazione dell'istituto - demandata ad un decreto ministeriale[23] (comma 8) - è subordinata all'espressione del consenso della Commissione europea sull'impiego dei fondi strutturali comunitari di cui al comma 9[24].

Per "lavoratore svantaggiato" si intendono i soggetti rientranti in una delle seguenti categorie:

§       soggetti non aventi un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi;

§       soggetti privi di un diploma di scuola media superiore o professionale;

§       lavoratori che abbiano superato i 50 anni di età;

§       soggetti che vivano soli con una o più persone a carico;

§       lavoratori occupati in professioni o settori contraddistinti da un tasso di disparità uomo-donna che superi almeno del 25% la disparità media uomo-donna in tutti i settori economici dello Stato membro interessato, qualora il lavoratore interessato appartenga al genere sottorappresentato;

§       membri di una minoranza nazionale (come definita nel citato numero 18).

Per "lavoratore molto svantaggiato" si intendono i soggetti privi di lavoro da almeno 24 mesi.

 

La disposizione è stata oggetto di modifiche da parte dell’articolo 59 del D.L. n. 5 del 2012 (D.L. semplificazioni), che, in sostanza, ha prorogato di un ulteriore anno (rispetto ad un solo anno) il credito d’imposta.

 

Ai sensi dei commi 1 e 3, il credito d’imposta è concesso per ogni nuovo lavoratore assunto nei ventiquattro mesi successivi all’entrata in vigore del decreto. Il calcolo del beneficio è basato sulla differenza tra il numero di lavoratori a tempo indeterminato rilevato in ciascun mese e quello relativo alla media dei dodici mesi precedenti alla data di assunzione.

Per ogni nuovo lavoratore assunto, la misura del credito d’imposta è pari al 50% dei costi salariali sostenuti nei dodici mesi successivi all’assunzione, nel caso di lavoratore "svantaggiato", e nei ventiquattro mesi successivi all’assunzione, nel caso di lavoratore "molto svantaggiato" (comma 2).

Per i soggetti che assumano la qualifica di datori di lavoro a decorrere dal mese successivo a quello dell’entrata in vigore del decreto, ogni lavoratore assunto con contratto a tempo indeterminato costituisce - ai fini del credito d'imposta in oggetto - incremento della base occupazionale (comma 5).

L’imprenditore può portare in compensazione il credito nella dichiarazione dei redditi entro due anni dalla data di assunzione (comma 6).

Il comma 7 indica i casi di decadenza dalla fruizione del credito di imposta, tra cui quello in cui il numero complessivo dei dipendenti a tempo indeterminato risulti inferiore o pari a quello rilevato mediamente nei dodici mesi precedenti alla data di assunzione.


 

Articolo 3, comma 16-quater
(Ammortamento dei beni materiali)

 

16-quater. All'articolo 102, comma 6, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, le parole: «; per i beni ceduti, nonché per quelli acquisiti nel corso dell'esercizio, compresi quelli costruiti o fatti costruire, la deduzione spetta in proporzione alla durata del possesso ed è commisurata, per il cessionario, al costo di acquisizione» sono soppresse. La disposizione del periodo precedente trova applicazione a decorrere dal periodo d'imposta in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma16-quater, introdotto durante l’esame parlamentare, riconduce alle regole generali la deducibilità delle spese sostenute in relazione a beni ceduti o acquisiti nel corso dell’esercizio (limite del 5 per cento del costo forfettariamente determinato dei beni materiali ammortizzabili), svincolando la predetta deducibilità dalla durata del possesso e dal costo di acquisizione per il cessionario.

Analisi normativa

 

Il comma16-quater modifica la disciplina del Testo Unico delle Imposte sui Redditi - TUIR (articolo 102 del D.P.R. n. 917/1986) in tema di ammortamento dei beni materiali. Viene in particolare ricondotta alle regole generali la deducibilità delle spese sostenute in relazione a beni ceduti o acquisiti nel corso dell’esercizio.

 

Il comma 6 dell’articolo 102 dispone, in via generale, che le spese sostenute per la manutenzione, la riparazione, l’ammodernamento e la trasformazione dei beni, le quali dal bilancio non risultino imputate ad incremento del costo dei beni ai quali si riferiscono, siano deducibili nel limite del 5 per cento del costo complessivo di tutti i beni materiali ammortizzabili (quale risulta all'inizio dell'esercizio dal registro dei beni ammortizzabili).

Sono previste modalità specifiche di calcolo del limite per le imprese di nuova costituzione: per specifici settori produttivi possono essere stabiliti, con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, diversi criteri e modalità di deduzione.

 

Per effetto delle norme in esame, viene soppressa la specifica modalità di calcolo della deduzione per i beni ceduti o acquisiti nel corso dell'esercizio, (compresi quelli costruiti o fatti costruire) che nella previgente formulazione del comma 6 spettava in proporzione alla durata del possesso ed era commisurata, per il cessionario, al costo di acquisizione; anch’esse

Dunque tali spese saranno generalmente deducibili nel limite del 5 per cento del costo forfettariamente determinato dei beni materiali ammortizzabili.


 

Articolo 3, comma 16-quinquies
(Esclusione del pagamento della tassa annuale sulle unità da diporto)

 

16-quinquies. All'articolo 16, comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, e alle unità in uso dei soggetti di cui all'articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, affetti da patologie che richiedono l'utilizzo permanente delle medesime».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 16-quinquies esclude dal pagamento della tassa annuale sulle unità da diporto le unità utilizzate da soggetti affetti da patologie che richiedono l’utilizzo permanente delle imbarcazioni stesse.

Analisi normativa

 

Il comma 16-quinquies, modificando l’articolo 16 del decreto-legge n. 201 del 2011, prevede un’esplicita esclusione del pagamento della tassa annuale sulle unità da diporto per le unità in uso da parte dei soggetti affetti da patologie che richiedono l’utilizzo permanente delle imbarcazioni stesse.

 

L’articolo 16 del D.L. n. 201 del 2001, come modificato dall’articolo 60-bis del D.L. n. 1 del 2012, ai commi da 2 a 10 stabilisce per le unità da diporto il pagamento di una tassa annuale in proporzione alla lunghezza dello scafo. Ai commi da 3 a 5-bis sono indicate le riduzioni e le esenzioni.

In particolare il comma 4, nel testo previgente, ne escludeva l’applicazione alle unità di proprietà o in uso allo Stato e ad altri enti pubblici, a quelle obbligatorie di salvataggio, ai battelli di servizio, purché questi rechino l'indicazione dell'unità da diporto al cui servizio sono posti.


 

Articolo 3, comma 16-sexies
(Applicazione dell’imposta comunale sulla pubblicità al marchio apposto su gru)

 

16-sexies. Il Ministro dell'economia e delle finanze provvede con proprio decreto, emanato entro il 31 maggio 2012, a disciplinare senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica l'applicazione dell'imposta comunale sulla pubblicità di cui al decreto legislativo 15 novembre 1993, n. 507, al marchio, apposto con dimensioni proporzionali alla dimensione dei beni, sulle gru mobili, sulle gru a torre adoperate nei cantieri edili e sulle macchine da cantiere.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma16-sexies prevede l’emanazione di un decreto del Ministro dell’economia e delle finanze sull’applicazione dell’imposta comunale sulla pubblicità al marchio apposto con dimensioni proporzionali alla dimensione dei beni, su gru mobili, gru a torre adoperate nei cantieri edili e sulle macchine da cantiere.

Analisi normativa

 

Il comma16-sexies affida a un decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da emanarsi entro il 31 maggio 2012, la disciplina dell’applicazione dell’imposta comunale sulla pubblicità al marchio apposto con dimensioni proporzionali alla dimensione dei beni, su gru mobili, gru a torre adoperate nei cantieri edili e sulle macchine da cantiere.

 

La disposizione non deve comportare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

 

In relazione al decreto legislativo n. 507 del 1993, l’articolo 5 (Presupposto dell’imposta) specifica che la diffusione di messaggi pubblicitari effettuati attraverso forme di comunicazione visive o acustiche, diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile è soggetta all'imposta sulla pubblicità prevista nel presente decreto.

Ai fini dell'imposizione si considerano rilevanti i messaggi diffusi nell'esercizio di una attività economica allo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi, ovvero finalizzati a migliorare l'immagine del soggetto pubblicizzato.

 

Si ricorda che la questione circa l'applicazione dell'imposta comunale sulla pubblicità ai marchi apposti, con dimensioni proporzionate alla grandezza di beni, sulle gru mobili e sulle gru a torre adoperate nei cantieri edili è stata oggetto di un question time nella seduta del 12 maggio 2010 della Commissione finanze della Camera a seguito della presentazione dell’interrogazione 5-02874 i deputati Del Tenno e Vignali, di seguito riportata.

 

 “Sussiste, ormai da anni, una controversia in merito all'applicazione del decreto legislativo n. 507 del 1993 per quanto riguarda l'applicazione dell'imposta comunale sulla pubblicità in mento all'applicazione della stessa al marchio, apposto con dimensioni proporzionale alle dimensione dei beni, sulle gru mobili e sulle gru a torre adoperate nei cantieri edili;

le amministrazioni comunali, mediante le società concessionarie del servizio di accertamento e riscossione dell'imposta comunale sulla pubblicità, sottopongono il marchio, e tramite esso il fabbricante della gru a torre, alla corresponsione del tributo comunale sulla pubblicità esterna ogni volta che la gru viene installata sul proprio territorio, anche quando la gru è divenuta di proprietà del cliente, che ne usufruisce come meglio crede;

la confusione applicativa può essere fatta risalire all'emanazione di due risoluzioni contraddittorie da parte del Ministero finanze: la 10 febbraio 1999 n. 18/E, nella quale, riferendosi genericamente a gru ed escavatori, ribadisce ancora una volta l'esclusione, da sempre pacificamente accolta dall'ordinamento, dall'imposta di pubblicità dei marchi di fabbrica apposti sui beni strumentali e la 13 marzo 1999, n. 42, che riferendosi in modo particolare alle gru mobili ed ai casi in cui il marchio esposto è di grandi dimensioni, le assoggetta all'imposta di pubblicità;

va osservato che l'attuale limite di esenzione, previsto in 300 centimetri quadrati, se rapportato alla grandezza di una macchina quale le gru a torre, spesso non consente mai di garantire il diritto di distinguere il prodotto tramite il marchio, ai sensi dell'articolo 2569 del codice civile; l'apposizione del marchio non rientra nel presupposto di applicazione del tributo stabilito dall'articolo 5 del decreto legislativo n. 507 del 1993, in quanto non è volto allo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi, ovvero finalizzato a migliorare l'immagine del soggetto pubblicizzato, ma essendo incorporato al bene, ha solo il fine di individuarlo;

la situazione sta assumendo una gravità insopportabile per i fabbricanti di gru, poiché le società concessionarie della riscossione, probabilmente sollecitate dalle proprie associazioni di categoria (ANUTEL e ANACAP), insistono nel ritenere tali marchi come pubblicità, applicando di conseguenza l'imposta comunale sulla pubblicità, eseguendo accertamenti riferiti anche ad anni passati, e in ragione di ciò moltiplicando esponenzialmente l'importo delle cartelle di accertamento: considerando il numero delle gru attualmente presenti sul mercato nazionale, gli spostamenti a cui sono soggette e infine gli anni a cui può essere applicata la tassa, ne risulta una situazione insopportabile economicamente per i soggetti colpiti;

le procedure relativa all'accertamento e alla contestazione dell'imposta da parte delle imprese risultano particolarmente complesse a causa dell'incertezza della situazione di fatto, visto che il soggetto che viene escusso non ha più la disponibilità della gru e non può conoscerne con precisione, e nemmeno controllarne, gli spostamenti sul territorio;
i ricorsi promossi contro l'imposizione del tributo da parte dei fabbricanti non hanno avuto un esito univoco, tuttavia si sta affermando una giurisprudenza secondo la quale il cartello apposto sulle gru ha natura di marchio identificativo della merce e non di messaggio pubblicitario:

se non ritenga opportuno emanare disposizioni chiarificatrici che escludano le imprese produttrici di gru a torre dalla posizione di soggetto passivo dell'imposta comunale sulla pubblicità, dal momento in cui non abbiano più proprietà del suddetto bene strumentale, che stabiliscano, in conformità alla normativa precedente al 1999, che con riferimento alla posizione di soggetto passivo dell'imposta comunale sulla pubblicità delle imprese che utilizzino gru mobili a torre, non si tratta di pubblicità, ma di marchio di fabbrica, qualora esso sia fissato al macchinario stesso, ovvero che determinino un nuovo, congruo limite di superficie esente in relazione ai marchi apposti sulle macchine di grandi dimensioni, tale da garantire il diritto di distinguere il prodotto tramite il marchio, ai sensi dell'articolo 2569 del codice civile.”

 

Nella risposta il Governo ha precisato che “gli articoli 2563 e 2569 del codice civile attribuiscono all'imprenditore il diritto a contrassegnare in modo esclusivo la propria attività e i beni prodotti o commercializzati; l'effetto pubblicitario, diretto o indiretto, che se ne ottiene, però, non è di per se sufficiente a far sorgere il presupposto impositivo dell'imposta sulla pubblicità.

Infatti, come affermato nella risoluzione n. 18/E del 10 febbraio 1999 dall'allora Dipartimento delle entrate, il marchio incorporato al prodotto al solo fine di individuarlo è escluso dal campo di applicazione del tributo.

Nella risoluzione n. 42/E del 16 marzo 1999, in risposta ad un quesito circa l'assoggettabilità all'imposta comunale sulla pubblicità dei cartelli apposti su macchine di cantiere, è stato, poi, meglio precisato che al fine di escludere il marchio dall'applicazione del tributo, occorre valutare se tali esposizioni hanno una propria autonomia ed individualità rispetto al prodotto sul quale sono apposti, anche in considerazione delle grandi dimensioni dei marchi apposti sulle gru in questione.

Sulla stessa linea, peraltro, si è espressa la Corte di Cassazione, che nelle sentenze n. 9580/94 e 12070/04, ha affermato che è di fondamentale importanza valutare se sussista un ulteriore fatto o comportamento che possa conferire agli atti compiuti dall'imprenditore un autonomo effetto pubblicitario. In pratica, va considerata anche la dimensione e l'ubicazione del marchio per comprendere se esso abbia la valenza di un vero e proprio messaggio pubblicitario o se, invece, serva esclusivamente ad individuare il prodotto.

Sulla scorta di tali considerazioni, il Dipartimento delle finanze ritiene quindi che non assume alcuna rilevanza la circostanza che l'imprenditore, una volta persa la proprietà del bene strumentale, sia comunque assoggettato a tassazione, una volta che l'ente locale abbia valutato positivamente l'effetto pubblicitario del cartello esposto sulla gru.

Per quanto concerne, infine, l'intento di esentare le imprese produttrici di gru mobili e a torre dall'imposta sulla pubblicità per l'esposizione del proprio marchio a partire dal momento in cui l'imprenditore non abbia più la proprietà del bene strumentale, è necessario considerare, oltre alla possibile perdita di gettito che deriverebbe per gli enti locali, la difficoltà per i medesimi di conoscere con certezza, al momento di emettere gli eventuali atti impositivi, a chi sia attribuibile la proprietà della gru.

Si può concludere, pertanto, sottolineando l'importanza che venga valutato in concreto, per ogni singolo caso, se la dimensione del marchio, integrato da un ulteriore fatto o comportamento dell'imprenditore, possa conferire all'uso del segno distintivo la natura di vero e proprio messaggio pubblicitario, rilevante ai fini dell'imposta sulla pubblicità.”


 

Articolo 3-bis
(
Accisa sul combustibile utilizzato nella produzione combinata di energia elettrica e calore)

 


1. Al punto 11 della tabella A allegata al testo unico di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, è aggiunto, in fine, il seguente capoverso: «In caso di produzione combinata di energia elettrica e calore, ai combustibili impiegati si applicano le aliquote previste per la produzione di energia elettrica rideterminate in relazione ai coefficienti individuati con apposito decreto del Ministero dello sviluppo economico, adottato di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, con riferimento all'efficienza media del parco cogenerativo nazionale, alle diverse tipologie di impianto e anche alla normativa europea in materia di alto rendimento. I coefficienti sono rideterminati su base quinquennale entro il 30 novembre dell'anno precedente al quinquennio di riferimento».

2. Dal 1° gennaio al 31 dicembre 2012, alla produzione combinata di energia elettrica e calore, per l'individuazione dei quantitativi di combustibile soggetti alle aliquote sulla produzione di energia elettrica continuano ad applicarsi i coefficienti individuati dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas con deliberazione n. 16/98 dell'11 marzo 1998, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 82 dell'8 aprile 1998, ridotti nella misura del 12 per cento.

3. A decorrere dal 1° giugno 2012, al testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative, di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 52, comma 3, la lettera f) è abrogata;

b) nell'allegato I, alla voce relativa all'aliquota di accisa sull'energia elettrica per qualsiasi uso in locali e luoghi diversi dalle abitazioni, le parole: «lire 6 al kWh» sono sostituite dalle seguenti:

«a) per i consumi fino a 1.200.000 kWh mensili:

1) sui primi 200.000 kWh consumati nel mese si applica l'aliquota di euro 0,0125 per kWh;

2) sui consumi che eccedono i primi 200.000 kWh consumati nel mese e che non sono superiori a 1.200.000 kWh si applica l'aliquota di euro 0,0075 per kWh;

b) per i consumi superiori a 1.200.000 kWh mensili:

1) sui primi 200.000 kWh consumati nel mese si applica l'aliquota di euro 0,0125 per kWh;

2) sui consumi che eccedono i primi 200.000 kWh consumati nel mese si applica un'imposta in misura fissa pari a euro 4.820».

4. Ai fini dell'applicazione dell'aliquota di euro 0,0075 al kWh o dell'imposta in misura fissa pari a euro 4.820 sul consumo mensile dei soggetti che producono energia elettrica per uso proprio e la consumano per qualsiasi uso in locali e luoghi diversi dalle abitazioni, gli interessati sono tenuti a trasmettere al competente ufficio dell'Agenzia delle dogane, entro il giorno 20 di ogni mese, i dati relativi al consumo del mese precedente.


 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 3-bis, ai commi 1 e 2, dispone l’applicazione di una aliquota per uso combustione ridotta nei casi di produzione combinata di energia elettrica e calore.Ai commi 3 e 4 viene modificata, con decorrenza dal 1° giugno 2012, l’aliquota di accisa sull’energia elettrica per qualsiasi uso in locali diversi dalle abitazioni, disponendone una differenziazione per fasce e a seconda dell’ammontare del consumo mensile.

Analisi normativa

 

Il comma 1 dell’articolo 3-bis integra il punto 11) della tabella A (Esenzioni e agevolazioni) allegata al decreto legislativo n. 504 del 1995.

 

La richiamata tabella A reca l’indicazione degli impieghi dei prodotti energetici che comportano l'esenzione dall'accisa o l'applicazione di un'aliquota ridotta.

Il punto 11) riguarda la produzione, diretta o indiretta, di energia elettrica con impianti obbligati alla denuncia prevista dalle disposizioni che disciplinano l'imposta di consumo sull'energia elettrica.

 

La novella prevede che in caso di produzione combinata di energia elettrica e calore, ai combustibili impiegati si applicano le aliquote previste per la produzione di energia elettrica rideterminate in relazione ai coefficienti individuati con apposito decreto del Ministero dello sviluppo economico, da adottare di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze, con riferimento all'efficienza media del parco cogenerativo nazionale, alle diverse tipologie di impianto e anche alla normativa europea in materia di alto rendimento.

I coefficienti sono rideterminati su base quinquennale entro il 30 novembre dell'anno precedente al quinquennio di riferimento».

 

In attesa dell’emanazione del decreto interministeriale, il comma 2 stabilisce che per l’anno 2012alla produzione combinata di energia elettrica e calore, per l'individuazione dei quantitativi di combustibile soggetti alle aliquote sulla produzione di energia elettrica continuano ad applicarsi i coefficienti individuati dall’Autorità per l’energia elettrica ed il gas con deliberazione n. 16/98dell’11 marzo 1998 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 82 dell’8 aprile 1998, ridotti del 12%.

 

Il comma 3 apporta al D.Lgs. n. 504 del 1995 (T.U. imposte sulla produzione e sui consumi e relative sanzioni penali e amministrative), con decorrenza dal 1° giugno 2012 le seguenti modifiche:

§      all'articolo 52, comma 3, viene abrogata la lettera f), che prevedeva l’esenzione d’accisa per l’energia elettrica utilizzata in opifici industriali aventi un consumo mensile superiore a 1.200.000 kWh;

§      modificando l’allegato I viene conseguentemente rideterminata la misura dell’accisa sull’elettricità utilizzata nei luoghi diversi dalle abitazioni, differenziandola sulla base del consumi, nella seguente misura:

a)   per i consumi fino a 1.200.000 kWh mensili (piccoli e medi opifici):

1) sui primi 200.000 kWh consumati nel mese si applica l'aliquota di euro 0,0125 per kWh;

2) sui consumi che eccedono i primi 200.000 kWh consumati nel mese e che non sono superiori a 1.200.000 kWh si applica l'aliquota di euro 0,0075 per kWh;

b)   per i consumi superiori a 1.200.000 kWh mensili (grandi opifici):

1)   sui primi 200.000 kWh consumati nel mese si applica l'aliquota di euro 0,0125 per kWh;

2)   sui consumi che eccedono i primi 200.000 kWh consumati nel mese si applica un'imposta in misura fissa pari a euro 4.820.

 

Accisa sull’elettricità utilizzata nei luoghi diversi dalle abitazioni

Misura dell’accisa

Opifici con consumo mensile fino a 1.200.000 kWh

 

- Fino a 200.000 kWh

0,0125 euro per kWh

- Tra 200.001 e 1.200.000 kWh

0,0075 euro per kWh

Opifici con consumo mensile superiore a 1.200.000 kWh

 

- Fino a 200.000 kWh

0,0125 euro per kWh

- Tra 200.001 e 1.200.000 kWh

4.820 euro (quota fissa)

 

Ai fini dell'applicazione dell'aliquota ridotta di euro 0,0075 al kWh o dell'imposta in misura fissa pari a euro 4.820 il comma 4 stabilisce che i soggetti che producono energia elettrica per uso proprio e la consumano per qualsiasi uso in locali e luoghi diversi dalle abitazioni, sono tenuti a trasmettere al competente ufficio dell'Agenzia delle dogane, entro il giorno 20 di ogni mese, i dati relativi al consumo del mese precedente.

 

La normativa vigente (D.M. Economia 30 dicembre 2011) prevede, con decorrenza dal 1° gennaio 2012, un’aliquota di accisa pari a 0,0121 kWh per tutti i consumi di energia utilizzata in luoghi diversi dalle abitazioni, ad eccezione di quelli effettuati dai soggetti che consumano oltre 1.200.000 kWh al mese per i mesi in cui tale soglia viene superata.

Fino al 31 dicembre 2011 l’Allegato I al D.Lgs. n. 504 del 1995 indicava per tale tipologia di consumi un aliquota di accisa pari a 0,0031 euro (6 lire). A tale accisa si affiancava una addizionale provinciale, prevista dall’articolo 6, comma 1, lettera c), del D.L. n. 511 del 1998 riferita alle sole regioni a statuto ordinario relativamente alle utenze diverse dalle abitazioni con potenza disponibile superiore a 200 kWh nella misura di 0,0093 kWh.

A seguito di quanto disposto dall’articolo 18, comma 5, del D.Lgs. n. 68 del 2011 (federalismo regionale), con cui si dispone, a decorrere dall'anno 2012 la soppressione dell'addizionale provinciale all'accisa sull'energia elettrica di cui all'articolo 52 del D.Lgs. n. 504/1995 e l’assegnazione del relativo gettito allo Stato. Conseguentemente il D.M. Economia 30 dicembre 2011 ha rideterminato l'importo dell'accisa sull'energia elettrica in modo da assicurare l'equivalenza del gettito.


 

Articolo 3-ter
(Esenzione dall’accisa per la benzina utilizzata per navigazione)

 

1. L'esenzione dall'accisa per gli impieghi di cui al numero 3 della tabella A allegata al testo unico di cui al decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504, si applica nel senso che tra i carburanti per la navigazione nelle acque marine comunitarie, compresa la pesca, con esclusione delle imbarcazioni private da diporto, e i carburanti per la navigazione nelle acque interne, limitatamente al trasporto delle merci, e per il dragaggio di vie navigabili e porti è compresa la benzina.

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 3-ter estende alla benzina l’esenzione da accisa prevista per taluni carburanti impiegati per la navigazione nelle acque marine comunitarie, compresa la pesca, con esclusione delle imbarcazioni private da diporto, per la navigazione nelle acque interne, limitatamente al trasporto delle merci, e per il dragaggio di vie navigabili e porti.

Analisi normativa

 

L’articolo 3-ter, introdotto nel corso dell’esame parlamentare, reca una norma di interpretazione autentica della previsione contenuta nel punto 3 della tabella A allegata al decreto legislativo n. 504 del 1995[25] al fine di ricomprendere la benzina tra i carburanti esenti da accisa in quanto impiegati per la navigazione nelle acque marine comunitarie, compresa la pesca, con esclusione delle imbarcazioni private da diporto, per la navigazione nelle acque interne, limitatamente al trasporto delle merci, e per il dragaggio di vie navigabili e porti.

 

Il decreto del Ministro delle finanze del 16 novembre 1995, n. 577 (Regolamento recante norme per disciplinare l'impiego dei prodotti petroliferi destinati a provvista di bordo nelle imbarcazioni in navigazione nelle acque comunitarie), all’articolo 1, comma 1, specifica che l'esenzione dall'accisa prevista dal punto 3 della tabella A allegata al D.L. n. 331 del 1993 per gli impieghi come carburanti per la navigazione nelle acque marine comunitarie, compresa la pesca, con esclusione delle imbarcazioni private da diporto, e impieghi come carburanti per la navigazione nelle acque interne, limitatamente al trasporto delle merci, e per il dragaggio di vie navigabili e porti, si applica agli oli da gas ed agli oli combustibili previa denaturazione con l'aggiunta, per ogni 100 kg di prodotto, di specifiche sostanze.


 

Articolo 3-quater
(Termini per adempimenti fiscali)

 

1. All'articolo 37 del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, dopo il comma 11 è inserito il seguente:

«11-bis. Gli adempimenti fiscali e il versamento delle somme di cui agli articoli 17 e 20, comma 4, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, che hanno scadenza dal 1° al 20 agosto di ogni anno, possono essere effettuati entro il giorno 20 dello stesso mese, senza alcuna maggiorazione».

 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 3-quater stabilisce che gli adempimenti fiscali e i versamenti unitari delle imposte, tra cui quelli relativi all’Iva, che hanno la scadenza calendarizzata in uno dei primi 20 giorni del mese di agosto possono essere effettuati entro il giorno 20 dello stesso mese, senza alcuna maggiorazione.

Analisi normativa

 

La norma, inserita nel corso dell’esame parlamentare, introduce un nuovo comma 11-bis nell’articolo 37, recante disposizioni in tema di accertamento, semplificazione e altre misure di carattere finanziario, del D.L. n. 223 del 2006. La disposizione con riferimento agli adempimenti fiscali ed al versamento delle somme di cui agli articoli 17 e 20, comma 4, del D.Lgs. n. 241 del 1997, che hanno scadenza dal primo al 20 agosto di ogni anno, ne consente il pagamento entro il 20 agosto senza maggiorazione. In sostanza, la norma accorpa di fatto il termine per i pagamenti dell'imposta sul valore aggiunto, evitando scadenze a ridosso di Ferragosto.

 

Il D.Lgs. n. 241 del 1997 reca norme di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti in sede di dichiarazione dei redditi e dell'imposta sul valore aggiunto, nonché di modernizzazione del sistema di gestione delle dichiarazioni.

L’articolo 17 fa riferimento al versamento unitario e alla compensazione. In particolare, si dispone che i contribuenti eseguono versamenti unitari delle imposte, dei contributi dovuti all'INPS e delle altre somme a favore dello Stato, delle regioni e degli enti previdenziali, con eventuale compensazione dei crediti, dello stesso periodo, nei confronti dei medesimi soggetti, risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche presentate successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto. Tale compensazione deve essere effettuata entro la data di presentazione della dichiarazione successiva. La compensazione del credito annuale o relativo a periodi inferiori all'anno dell'imposta sul valore aggiunto, per importi superiori a 5.000 euro annui, può essere effettuata a partire dal giorno sedici del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione o dell'istanza da cui il credito emerge.

L’articolo 20 disciplina i pagamenti rateali delle imposte e dei contributi dovuti dai soggetti titolari di posizione assicurativa in una delle gestioni amministrate dall'INPS, i quali possono essere versati, previa opzione esercitata dal contribuente in sede di dichiarazione periodica, in rate mensili di uguale importo. I versamenti rateali sono effettuati entro il giorno sedici di ciascun mese per i soggetti titolari di partita IVA ed entro la fine di ciascun mese per gli altri contribuenti.


 

Articolo 3-quinquies
(Misure urgenti per l’uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio ed in materia di contributi per l’utilizzo delle frequenze televisive)

 


1. Al fine di assicurare l'uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio, i diritti di uso per frequenze in banda televisiva di cui al bando pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, 5ª serie speciale, n. 80 dell'8 luglio 2011 sono assegnati mediante pubblica gara indetta, entro centoventi giorni dall'entrata in vigore del presente articolo, dal Ministero dello sviluppo economico sulla base delle procedure stabilite dall'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, di seguito denominata Autorità.

2. L'Autorità adotta, sentiti i competenti uffici della Commissione europea e nel rispetto delle soglie massime fissate dalla delibera n. 181/09/CONS del 7 aprile 2009, le necessarie procedure, sulla base dei seguenti principi e criteri direttivi:

a) assegnazione delle frequenze ad operatori di rete sulla base di differenti lotti, mediante procedure di gara aggiudicate all'offerta economica più elevata anche mediante rilanci competitivi, assicurando la separazione verticale fra fornitori di programmi e operatori di rete e l'obbligo degli operatori di rete di consentire l'accesso ai fornitori di programmi, a condizioni eque e non discriminatorie, secondo le priorità e i criteri fissati dall'Autorità per garantire l'accesso dei fornitori di programmi nuovi entranti e per favorire l'innovazione tecnologica;

b) composizione di ciascun lotto in base al grado di copertura tenendo conto della possibilità di consentire la realizzazione di reti per macro aree di diffusione, l'uso flessibile della risorsa radioelettrica, l'efficienza spettrale e l'innovazione tecnologica;

c) modulazione della durata dei diritti d'uso nell'ambito di ciascun lotto, in modo da garantire la tempestiva destinazione delle frequenze agli usi stabiliti dalla Commissione europea in tema di disciplina dello spettro radio anche in relazione a quanto previsto dall'Agenda digitale nazionale e comunitaria.

3. L'Autorità e il Ministero dello sviluppo economico promuovono ogni azione utile a garantire l'effettiva concorrenza e l'innovazione tecnologica nell'utilizzo dello spettro radio e ad assicurarne l'uso efficiente e la valorizzazione economica, in conformità alla politica di gestione stabilita dall'Unione europea e agli obiettivi dell'Agenda digitale nazionale e comunitaria, anche mediante la promozione degli studi e delle sperimentazioni di cui alla risoluzione 6/8 WRC 2012 e il puntuale adeguamento alle possibilità consentite dalla disciplina internazionale dello spettro radio, nonché ogni azione utile alla promozione degli standard televisivi DVB-T2 e MPEG-4 o successive evoluzioni approvate nell'ambito dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU).

4. Il Ministero dello sviluppo economico applica i contributi per l'utilizzo delle frequenze televisive stabiliti dall'Autorità entro novanta giorni dall'entrata in vigore del presente articolo secondo le procedure del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, al fine di promuovere il pluralismo nonché l'uso efficiente e la valorizzazione dello spettro frequenziale secondo i principi di ragionevolezza, proporzionalità e non discriminazione. Il nuovo sistema di contributi è applicato progressivamente a partire dal 1° gennaio 2013.

5. Al fine di favorire l'innovazione tecnologica, a partire dal 1° gennaio 2013 per gli apparecchi atti a ricevere servizi radiotelevisivi venduti dalle aziende produttrici ai distributori di apparecchiature elettroniche al dettaglio sul territorio nazionale non si richiede la presenza di un sintonizzatore analogico. A partire dal 1° gennaio 2015 gli apparecchi atti a ricevere servizi radiotelevisivi venduti dalle aziende produttrici ai distributori di apparecchiature elettroniche al dettaglio sul territorio nazionale integrano un sintonizzatore digitale per la ricezione di programmi in tecnologia DVB-T2 con codifica MPEG-4. A partire dal 1° luglio 2015 gli apparecchi atti a ricevere servizi radiotelevisivi venduti ai consumatori sul territorio nazionale integrano un sintonizzatore digitale per la ricezione di programmi in tecnologia DVB-T2 con codifica MPEG-4 o successive evoluzioni approvate nell'ambito dell'Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU).

6. All'articolo 8-novies, comma 4, del decreto-legge 8 aprile 2008, n. 59, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 giugno 2008, n. 101, come modificato dall'articolo 45 della legge 7 luglio 2009, n. 88, dopo le parole: «in conformità ai criteri di cui alla deliberazione n. 181/09/CONS dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, del 7 aprile 2009, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 99 del 30 aprile 2009» sono inserite le seguenti: «, fatta eccezione per i punti 6, lettera f), 7 e 8, salvo il penultimo capoverso, dell'allegato A,». Il bando pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana, 5ª serie speciale, n. 80 dell'8 luglio 2011 e il relativo disciplinare di gara sono annullati. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sono definiti i criteri e le modalità per l'attribuzione di un indennizzo ai soggetti partecipanti alla suddetta procedura di gara.

7. Dall'attuazione del presente articolo non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Le amministrazioni interessate provvedono agli eventuali adempimenti conseguenti nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente. Agli indennizzi di cui al comma 6 si provvede a valere e comunque entro i limiti degli introiti di cui al comma 2, lettera a). I proventi derivanti dall'assegnazione delle frequenze di cui al presente articolo sono versati all'entrata del bilancio dello Stato, per essere riassegnati ad apposito programma dello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico ed essere destinati al Fondo speciale rotativo per l'innovazione tecnologica, di cui all'articolo 14 della legge 17 febbraio 1982, n. 46, e successive modificazioni, tramite versamento sulla contabilità speciale 1201 - legge 46/1982- innovazione tecnologica, al netto delle eventuali somme da riassegnare per corrispondere gli indennizzi ai sensi del periodo precedente.


 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 3-quinquies, introdotto dalla legge di conversione, disciplina l’assegnazione dei diritti d’uso delle frequenze televisive digitali non ancora assegnate, eliminando la procedura a carattere gratuito (c.d. beauty contest) precedentemente stabilita.

Il comma 1 prevede che i diritti d’uso delle frequenze, di cui al bando pubblicato sulla G.U. quinta serie speciale n. 80/2011, siano assegnati mediante gara pubblica onerosa, da indire entro il 27 agosto 2012.

Le procedure per lo svolgimento della gara sono adottate dall’AGCOM, sulla base dei principi e criteri direttivi dettati dal comma 2.

Il comma 3 prevede che il Ministero dello sviluppo economico e l’AGCOM promuovano ogni azione utile a garantire la concorrenza e l’innovazione tecnologica e l’uso efficiente e la valorizzazione dello spettro radio.

Entro il 28 luglio 2012 l’AGCOM stabilisce il nuovo sistema di contributi per l'utilizzo delle frequenze televisive, che sarà applicato progressivamente a partire dal 1° gennaio 2013 (comma 4).

Il comma 5 fissa i termini per l’adeguamento degli apparecchi per la ricezione di servizi televisivi alle nuove tecnologie.

Il comma 6 novella la normativa vigente, eliminando dai principi per l’assegnazione dei diritti di uso delle frequenze per l'esercizio delle reti televisive digitali quelli incompatibili con la nuova disciplina. Annulla inoltre il bando pubblicato sulla G.U. quinta serie speciale n. 80/2011 e il relativo disciplinare di gara e prevede la concessione di un indennizzo in favore dei partecipanti alla gara annullata.

Il comma 7 reca la clausola di invarianza finanziaria e stabilisce che i proventi derivanti dall’assegnazione delle frequenze, al netto delle somme utilizzate per la concessione degli indennizzi di cui al comma 6, siano destinati al Fondo speciale rotativo per l’innovazione tecnologica.

Analisi normativa

 

Al fine di assicurare l’uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio, il comma 1 stabilisce che i diritti di uso delle frequenze in banda televisiva, di cui al bando pubblicato sulla G.U. quinta serie speciale n. 80/2011, siano assegnati mediante gara pubblica onerosa, che dovrà essere indetta, entro il 27 agosto 2012 (120 giorni dalla data di entrata in vigore dell’articolo in esame), dal Ministro dello sviluppo economico, secondo le procedure stabilite dall’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni – AGCOM, ai sensi del successivo comma 2.

 

Per effetto della disposizione verranno quindi sottoposte a procedura di gara pubblica onerosa le frequenze in tecnica digitale, come individuate dalla delibera 181/09/CONS dell’Autorità per le garanzie delle comunicazioni (recante criteri per la completa digitalizzazione delle reti televisive terrestri), del cosiddetto “dividendo digitale interno”. La procedura già bandita prevedeva invece l’assegnazione mediante beauty contest, vale a dire l’allocazione gratuita di un bene o l’affidamento di un appalto, basata sulla comparazione tra i requisiti presentati dalle aziende concorrenti.

 

Il passaggio dall’utilizzo delle frequenze in tecnica analogica alle frequenze in tecnica digitale ha determinato infatti un c.d. “dividendo digitale esterno” ed un c.d. “dividendo digitale interno”.

 

Con la prima espressione (“dividendo digitale esterno”) si fa riferimento alle frequenze in tecnica analogica liberate dal passaggio delle trasmissioni televisive alla tecnica digitale: a tale proposito è già intervenuto l’articolo 1, commi 8-12, della legge n. 220/2010 (legge di stabilità 2011) che ha disposto che le frequenze nella banda da 790 MHz a 862 MHz (corrispondenti ai nove canali nazionali in tecnica analogica) siano destinate al servizio mobile terrestre (vale a dire alla telefonia mobile).

 

Con l’espressione “dividendo digitale interno” si fa invece riferimento a frequenze in tecnica digitale terrestre disponibili in quanto non già assegnate agli operatori nazionali esistenti in base alla delibera 181/09/CONS ed oggetto della gara citata nella disposizione in commento.

 

Infatti, la delibera n. 181/09/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha dettato, in attuazione dell’articolo 8-novies, comma 4, del D.L. n. 59/2008[26], i criteri per la completa digitalizzazione delle reti televisive terrestri. In particolare è stato previsto:

§       l’utilizzo per le trasmissioni in tecnica digitale della tecnica SFN (single frequency network): vale a dire la trasmissione di ogni singola rete su una sola frequenza al fine di pianificare il maggior numero di reti televisive possibili;

§       l’assegnazione di un terzo delle reti disponibili alle emittenti locali

§       la previsione di 21 reti nazionali con copertura pari all’80 per cento del territorio nazionale da destinare alla tecnica DVB-T[27] ed ulteriori quattro reti nazionali per i servizi DVB-H[28];

§       l’assegnazione di otto reti (ai quali corrispondono otto multiplex, vale a dire, come già sopra richiamato, l’insieme di programmi di radiodiffusione televisiva trasmessi in tecnologia digitale su un singolo canale televisivo) alle emittenti nazionali esistenti, che già trasmettevano in tecnica analogica, compresa l’emittente Europa 7, al fine di salvaguardare gli investimenti effettuati

§       l’assegnazione di ulteriori otto reti/multiplex alle emittenti nazionali esistenti trasmittenti in tecnica digitale per gestire il passaggio alla tecnica SFN di trasmissione di ogni singola rete su una sola frequenza, in modo da salvaguardare gli investimenti effettuati e la disponibilità di capacità trasmissiva messa a disposizione di soggetti terzi in virtù di norme di legge o regolamentari.

§       l’individuazione come dividendo digitale, da assegnare mediante procedura selettiva, delle cinque reti nazionali DVB-T rimanenti e di una eventuale rete per servizi DVB-H;

§       la possibilità di ricorrere, per l’assegnazione delle frequenze del dividendo al beauty contest, vale a dire l’allocazione gratuita di un bene o l’affidamento di un appalto, basata sulla comparazione tra i requisiti presentati dalle aziende concorrenti[29], tenendo conto dell’esigenza di assicurare un uso efficiente dello spettro; di promuovere l’innovazione tecnologica; di assicurare la miglior valutazione dello spettro tenendo conto della diffusione di contenuti di buona qualità

§       la possibilità di partecipare alla gara per qualsiasi impresa stabilita nello Spazio Economico Europeo, in possesso dell'autorizzazione generale di operatore di rete televisivo; le imprese partecipanti non possono essere tra loro in rapporto di controllo o di collegamento. La delibera 1818/09/CONS prevedeva che tre delle cinque reti nazionali da assegnare venissero attribuite ai nuovi entranti e agli operatori esistenti che non detenessero, prima del passaggio alla tecnica digitale due o più reti televisive analogiche; le rimanenti due reti nazionali da assegnare potevano essere attribuite a qualsiasi offerente e quindi anche agli operatori che detenevano due o più reti analogiche.

 

In questo quadro, il punto 2 del bando richiamato dalla disposizione prevede il rilascio di complessivi sei lotti, così suddivisi:

§       cinque diritti d’uso (vale a dire reti/multiplex) per frequenze per sistemi DVB-T su base nazionale;

§       un diritto d’uso per sistemi avanzati di radiodiffusione in tecnica DVB-H o, in alternativa, DVB-T2,[30] su base nazionale.

 

Le procedure per lo svolgimento della gara sono adottate sentiti i competenti uffici della Commissione europea e nel rispetto delle soglie massime fissate nella deliberazione AGCOM n. 181/09/CONS del 7 aprile 2009.

 

La citata deliberazione prevede, al penultimo capoverso del punto 8, che, al termine delle procedure di assegnazione, ciascun operatore non possa detenere più di cinque multiplex[31] DVB-T nazionali, compresi quelli già esistenti. Gli operatori che attualmente eserciscono tre reti nazionali in tecnica analogica, possono ottenere, in esito alla procedura di gara, non più di un multiplex ulteriore tra quelli oggetto della gara per l’assegnazione del dividendo. L’operatore che attualmente esercisce due reti nazionali in tecnica analogica può ottenere al massimo due multiplex ulteriori.

 

Il comma 2 individua i principi e criteri direttivi sulla base dei quali sono definite le procedure per lo svolgimento della gara:

a)   le frequenze dovranno essere suddivise in differenti lotti ed assegnate agli operatori di rete mediante gara in base all'offerta economica più elevata, anche mediante rilanci competitivi. Dovrà essere assicurata la separazione verticale fra fornitori di programmi e operatori di rete, con obbligo per gli operatori di rete di consentire l'accesso ai fornitori di programmi, a condizioni eque e non discriminatorie, secondo le priorità e i criteri fissati dall'AGCOM;

Si ricorda che la separazione societaria tra emittente[32] e operatore di rete costituisce un principio generale del sistema dei servizi di media audiovisivi e della radiofonia, secondo quanto previsto dall’articolo 5 del D.Lgs. n. 177/2005 (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici).

Si segnala che l’espressione fornitori di programmi non rientra tra quelle utilizzate dal citato D.Lgs. n. 177/2005, il quale, all’art. 2, co. 2, lett. b), prevede la figura del fornitore di servizi di media, definendolo come il soggetto al quale è riconducibile la responsabilità editoriale della scelta del contenuto audiovisivo del servizio di media audiovisivo e che ne determina le modalità di organizzazione.

b)   i lotti dovranno essere composti in base al grado di copertura e tenendo conto della possibilità di conseguire i seguenti obiettivi:

§       realizzazione di reti per macro aree di diffusione,

§       uso flessibile della risorsa radioelettrica,

§       efficienza spettrale,

§       innovazione tecnologica;

c)   la durata dei diritti d'uso di ciascun lotto dovrà essere fissata in modo da garantire la tempestiva destinazione delle frequenze agli usi stabiliti dalla Commissione europea, anche in relazione a quanto previsto dall'Agenda digitale nazionale e comunitaria.

Si ricorda brevemente che l’Agenda digitale europea è una delle sette “iniziative faro” della Strategia per la crescita “Europa 2020” e mira a stabilire il ruolo chiave delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) per raggiungere gli obiettivi che l'UE si è prefissata per il 2020. Nell’ambito dell’attuazione dell’Agenda digitale europea, con l’articolo 47 del D.L. n. 5/2012,[33] l’Italia ha istituito un’apposita Cabina di regia con il compito di accelerare il percorso di attuazione dell'Agenda digitale italiana, coordinando gli interventi dei diversi soggetti pubblici diretti a favorire lo sviluppo di domanda e offerta di servizi digitali innovativi, potenziare l'offerta di connettività a larga banda, incentivare cittadini e imprese all'utilizzo di servizi digitali e promuovere la crescita di capacità industriali adeguate a sostenere lo sviluppo di prodotti e servizi innovativi. La Cabina di Regia è articolata in sei gruppi di lavoro che curano i principali target dell’Agenda digitale: infrastrutture e sicurezza; e-Commerce; alfabetizzazione digitale e competenze digitali; e-Government; ricerca e innovazione e smart cities e communities.

 

Il comma 3 stabilisce che l’AGCOM e il Ministero dello sviluppo economico debbano promuovere ogni azione utile:

§      per garantire l’effettiva concorrenza e l’innovazione tecnologica;

§      per assicurare l’uso efficiente e la valorizzazione economica dello spettro radio;

§      per favorire la diffusione degli standard televisivi DVB-T2 e MPEG4[34] o successive evoluzioni.

Gli interventi dell’AGCOM e del Ministero dello sviluppo economico dovranno essere conformi alla politica di gestione stabilita dall'Unione europea e agli obiettivi delle sopra citate Agenda digitale nazionale e comunitaria, e potranno essere realizzati anche mediante la promozione di studi e sperimentazioni, previsti dalla risoluzione 6/8 WRC 2012[35], e l’adeguamento alle possibilità consentite dalla disciplina internazionale dello spettro radio.

 

Il comma 4 prevede che, entro il 28 luglio 2012 (90 giorni dalla data di entrata in vigore dell’articolo in esame), l’AGCOM stabilisca i contributi per l'utilizzo delle frequenze televisive, secondo le procedure stabilite dal D.Lgs. n. 259/2003[36], che saranno applicati dal Ministero dello sviluppo economico.

Si segnala che l’articolo 35 del citato D.Lgs. n. 259/2003 stabilisce che i contributi per la concessione di diritti di uso delle frequenze radio o dei numeri sono fissati dal Ministero dello sviluppo economico, sulla base dei criteri stabiliti dall'Autorità.

Il nuovo sistema di contributi dovrà essere finalizzato alla promozione del pluralismo e dell’uso efficiente e della valorizzazione dello spettro frequenziale e sarà applicato progressivamente a partire dal 1° gennaio 2013.

 

Il comma 5 fissa termini per l’adeguamento degli apparecchi per la ricezione di servizi televisivi alle nuove tecnologie. Precisamente:

§      dal 1° gennaio 2013 i produttori possono vendere ai distributori al dettaglio apparecchi privi di sintonizzatore analogico;

§      dal 1° gennaio 2015 i produttori di televisori devono vendere ai distributori al dettaglio apparecchi dotati di sintonizzatore digitale in tecnologia DVB-T2 con codifica MPEG-4;

§      dal 1° luglio 2015 gli apparecchi venduti ai consumatori finali devono essere dotati di sintonizzatore digitale in tecnologia DVB-T2 con codifica MPEG-4 o successive evoluzioni.

 

Il comma 6, primo periodo, novella l’articolo 8-novies, comma 4, del D.L. n. 59/2008[37]. Tale disposizione prevedeva che nel corso della progressiva attuazione del piano nazionale di assegnazione delle frequenze televisive in tecnica digitale terrestre, i relativi diritti di uso delle frequenze per l'esercizio delle reti televisive digitali saranno assegnati, in conformità ai criteri di cui alla sopra richiamata deliberazione n. 181/09/CONS dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Con la novella si elimina ora dal rinvio alla deliberazione dell’AGCOM i principi ritenuti incompatibili con la nuova disciplina e precisamente:

§      il punto 6, lettera f) (che prevedeva l’assegnazione del “dividendo digitale” mediante “procedura selettiva basata su criteri obiettivi, proporzionati, trasparenti e non discriminatori” cfr. supra commento al comma 1);

Il riferimento ad una “procedura selettiva basata su criteri obiettivi” lasciava prefigurare il “beauty contest” di cui al successivo punto 7

§      il punto 7 (che prevedono il ricorso al beauty contest, cfr. supra commento al comma 1);

§      il punto 8, (che, tra le altre cose, prevedeva che tre delle cinque reti nazionali da assegnare venissero attribuite ai nuovi entranti e agli operatori esistenti che non detenessero, prima del passaggio alla tecnica digitale, due o più reti televisive analogiche; le rimanenti due reti nazionali da assegnare potevano essere attribuite a qualsiasi offerente e quindi anche agli operatori che detenevano due o più reti analogiche) ad eccezione del penultimo capoverso (che prevede i tetti per l’assegnazione ad un singolo operatore delle reti oggetto della procedura richiamati anche dal comma 2, cfr. supra commento al comma 2);

 

Il secondo periodo annulla il bando pubblicato sulla G.U. serie speciale n. 80/2011, citato dal comma 1 del presente articolo, e il relativo disciplinare di gara.

Si ricorda che lo svolgimento delle procedure di gara di cui al suddetto bando era già stato sospeso, per un periodo di novanta giorni, con decreto della Direzione Generale per i servizi di comunicazione elettronica e radiodiffusione del Ministero delle sviluppo economico del 20 gennaio 2012.

Il terzo periodo prevede l’emanazione di un decreto del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, che dovrà definire i criteri e le modalità per la concessione di un indennizzo ai soggetti partecipanti alla procedura di gara annullata. Non è previsto alcun termine per l’emanazione di detto decreto.

In relazione agli indennizzi, la relazione illustrativa precisa che essi non potranno eccedere i limiti previsti in via generale dalla legge n. 241/1990[38] e, in ogni caso, non potranno eccedere il limite massimo costituito dall’ammontare delle spese vive sostenute dai partecipanti (si veda anche quanto previsto dal successivo comma 7 dell’articolo in esame).

 

Il comma 7 dispone che dall’attuazione dell’articolo in esame non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e che le amministrazioni pubbliche coinvolte provvedano ai relativi adempimenti nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili.

Le somme per il pagamento degli indennizzi in favore dei soggetti partecipanti alla procedura di gara annullata (comma 6, terzo periodo) sono coperti mediante gli introiti derivanti dalle procedure di gara per l’assegnazione delle frequenze, previste dalla lettera a) del comma 2, e sono concessi entro il limite dei suddetti introiti.

I proventi derivanti dall'assegnazione delle frequenze, al netto dei menzionati indennizzi, sono versati all'entrata del bilancio dello Stato, per essere riassegnati ad apposito programma dello stato di previsione del Ministero dello sviluppo economico. Se ne prevede in particolare la destinazione al Fondo speciale rotativo per l'innovazione tecnologica, di cui all'articolo 14 della legge n. 46/1982.[39]

Il citato articolo 14 ha istituito il Fondo speciale rotativo per l'innovazione tecnologica, presso il Ministero dello sviluppo economico. Il Fondo è amministrato con gestione fuori bilancio, nell’ambito della contabilità speciale 1201, espressamente destinata a tale fondo.

Gli interventi del Fondo hanno per oggetto programmi di imprese destinati ad introdurre rilevanti avanzamenti tecnologici finalizzati a nuovi prodotti o processi produttivi o al miglioramento di prodotti o processi produttivi già esistenti, oppure rilevanti innovazioni di contenuto stilistico e qualitativo del prodotto. Tali programmi riguardano le attività di progettazione, sperimentazione, sviluppo, preindustrializzazione e i processi realizzativi di campionatura innovativa, unitariamente considerati.

L’articolo 1, comma 270, della legge 311/2004[40] ha ampliato la destinazione del fondo ai programmi di investimento delle imprese dei settori del commercio, del turismo e dei servizi, rivolti:

a.    alla ricerca e progettazione di nuove formule e processi distributivi o aziendali innovativi ed agli investimenti materiali connessi con la loro attivazione, alla formazione e consulenza necessarie all'avvio dei processi innovativi;

b.    all'accesso ai mercati elettronici e strumentazione connessa;

c.    alla progettazione ed alla realizzazione di investimenti connessi all'adozione di moderne tecniche di vendita e di offerta dei servizi (software per la gestione automatica di spazi espositivi);

d.    all'acquisizione di servizi di connessione a larga banda;

e.    al check-up sulla struttura aziendale per rilevare la situazione presente in azienda concernente gli approvvigionamenti, il lavoro, la commercializzazione, il personale, le risorse strumentali;

f.      alla progettazione e realizzazione di interventi di assistenza tecnica, intesa quale elaborazione ed applicazione di tecniche innovative, volte all'innovazione dell'assetto e dell'offerta dell'impresa commerciale;

g.    alla realizzazione di innovazione tecnologica, intesa quale acquisizione di sistemi informatici integrati, per la gestione aziendale ed interaziendale, per la realizzazione di impianti automatizzati per la movimentazione delle merci nel magazzino e per operazioni di allestimento degli ordini e per la distribuzione commerciale.


 

Articolo 3-sexies
(Disposizioni in materia di imposte sui voli e sugli aeromobili)

 


1. All'articolo 16 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) dopo il comma 10 è inserito il seguente:

«10-bis. È istituita l'imposta erariale sui voli dei passeggeri di aerotaxi. L'imposta, dovuta per ciascun passeggero e all'effettuazione di ciascuna tratta, è fissata in misura pari a euro 100 in caso di tragitto non superiore a 1.500 chilometri e a euro 200 in caso di tragitto superiore a 1.500 chilometri. L'imposta è a carico del passeggero ed è versata dal vettore»;

b) il comma 11 è sostituito dal seguente:

«11. È istituita l'imposta erariale sugli aeromobili privati, di cui all'articolo 744 del codice della navigazione, immatricolati nel Registro aeronautico nazionale tenuto dall'Ente nazionale per l'aviazione civile (ENAC), nelle seguenti misure annuali:

a) aeroplani con peso massimo al decollo:

1) fino a 1.000 kg: euro 0,75 al kg;

2) fino a 2.000 kg: euro 1,25 al kg;

3) fino a 4.000 kg: euro 4,00 al kg;

4) fino a 6.000 kg: euro 5,00 al kg;

5) fino a 8.000 kg: euro 6,65 al kg;

6) fino a 10.000 kg: euro 7,10 al kg;

7) oltre 10.000 kg: euro 7,55 al kg;

b) elicotteri: l'imposta dovuta è pari a quella stabilita per gli aeroplani di corrispondente peso maggiorata del 50 per cento;

c) alianti, motoalianti e aerostati: euro 450»;

c) c) i commi da 14 a 15-bis sono sostituiti dai seguenti:

"14. Sono esenti dall'imposta sugli aeromobili di cui ai commi da 11 a 13:

a) gli aeromobili di Stato e quelli ad essi equiparati;

b) gli aeromobili di proprietà o in esercenza dei licenziatari dei servizi di linea e non di linea, nonché del lavoro aereo, di cui alla parte seconda, libro primo, titolo VI, capi I, II e III, del codice della navigazione;

c) gli aeromobili di proprietà o in esercenza delle organizzazioni registrate (OR) o delle scuole di addestramento (FTO) e dei centri di addestramento per le abilitazioni (TRTO);

d) gli aeromobili di proprietà o in esercenza all'Aero club d'Italia, agli Aero club locali e all'Associazione nazionale paracadutisti d'Italia;

e) gli aeromobili immatricolati a nome dei costruttori e in attesa di vendita;

f) gli aeromobili esclusivamente destinati all'elisoccorso o all'aviosoccorso;

g) gli aeromobili storici, tali intendendosi quelli che sono stati immatricolati per la prima volta in registri nazionali o esteri, civili o militari, da oltre quaranta anni;

h) gli aeromobili di costruzione amatoriale;

i) gli apparecchi per il volo da diporto o sportivo di cui alla legge 25 marzo 1985, n. 106.

14-bis. L'imposta di cui al comma 11 è applicata anche agli aeromobili non immatricolati nel Registro aeronautico nazionale tenuto dall'ENAC, la cui sosta nel territorio italiano si protragga oltre quarantacinque giorni in via continuativa. Ai fini del decorso di tale termine non si considerano i periodi di sosta dell'aeromobile presso i manutentori nazionali che effettuano operazioni di manutenzione sull'aeromobile medesimo risultanti dai registri tecnici del manutentore. L'imposta deve essere corrisposta prima che il velivolo rientri nel territorio estero. Se la sosta nel territorio italiano si protrae per un periodo inferiore all'anno, l'imposta è dovuta in misura pari a un dodicesimo degli importi stabiliti nel comma 11 per ciascun mese a partire da quello dell'arrivo fino a quello di partenza dal territorio italiano. Valgono le esenzioni stabilite nel comma 14 e l'esenzione è estesa agli aeromobili di Stati esteri, ivi compresi quelli militari.

15. Con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono previsti modalità e termini di attuazione delle disposizioni di cui ai commi 10-bis e 11.

15-bis. In caso di omesso o insufficiente pagamento delle imposte di cui ai commi 10bis e 11 si applicano le disposizioni del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, e del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472»;

d) dopo il comma 15-bis è inserito il seguente:

«15-bis.1. Il Corpo della guardia di finanza e le autorità aeroportuali vigilano sul corretto assolvimento degli obblighi derivanti dalle disposizioni di cui ai commi da 10-bis a 15-bis».

2. Le modificazioni apportate dal comma 1 del presente articolo ai commi 11 e 14, nonché al comma 14-bis dell'articolo 16 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, si applicano, rispettivamente, a partire dal 6 dicembre 2011 e dal 28 dicembre 2011. Per gli aeromobili di cui al citato comma 14-bis dell'articolo 16 del decreto-legge n. 201 del 2011 che, a decorrere dal 28 dicembre 2011 fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, hanno sostato nel territorio nazionale per un periodo superiore a quarantacinque giorni l'imposta è corrisposta entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. L'ammontare dell'imposta di cui al comma 11 dello stesso articolo 16, versata in applicazione delle disposizioni previgenti in eccedenza rispetto alla misura stabilita dal presente decreto, è computato a credito del contribuente all'atto del successivo rinnovo del certificato di revisione dell'aeronavigabilità; non si procede all'applicazione di sanzioni e interessi per i versamenti dell'imposta di cui al comma 11 dello stesso articolo 16, effettuati in applicazione delle disposizioni previgenti in misura inferiore rispetto a quella stabilita dal presente decreto, se l'eccedenza è versata entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.


 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 3-sexies interviene (comma 1) in tema di tassazione di aeromobili privati, novellando l’articolo 16 del D.L. n. 201 del 2011. In particolare:

§       con il comma aggiuntivo 10-bis viene introdotta l'imposta erariale sui voli dei passeggeri di aerotaxi, dovuta per ciascun passeggero ed all'effettuazione di ciascuna tratta, in misura pari ad euro 100 in caso di tragitto non superiore a 1.500 chilometri ed a euro 200 in caso di tragitto superiore a 1.500 chilometri. L'imposta è a carico del passeggero ed è versata dal vettore;

§       viene modificato il comma 11 riducendo il valore dell’imposta per kg per gli aeroplani fino a 4.000 kg e per gli elicotteri;

§       modificando il comma 14, l’esenzione dall’imposta viene estesa agli aeromobili storici (immatricolati per la prima volta da oltre 40 anni), agli aeromobili di costruzione amatoriale e agli apparecchi per il volo da diporto o sportivo;

§       novellando il comma 14-bis l’applicazione dell’imposta riguarda gli aeromobili non immatricolati nel Registro Aeronautico Nazionale tenuto dall'ENAC, la cui sosta nel territorio italiano si protragga oltre 45 giorni in via continuativa (in luogo delle 48 ore attualmente previste), indicando per essi una particolare disciplina;

§       introduce un comma 15-ter, che demanda alla Guardia di finanza e alle autorità aeroportuali la vigilanza sul corretto assolvimento degli obblighi di cui ai presenti commi.

Il comma 2 dispone in merito all’applicazione temporale delle disposizioni in oggetto.

Analisi normativa

 

Nel corso dell’esame parlamentare è stato introdotto l’articolo 3-sexies, che interviene in tema di tassazione di aeromobili privati, attraverso numerose novelle all’articolo 16 del D.L. n. 201 del 2011. In particolare:

§      con il comma aggiuntivo 10-bis viene introdotta l'imposta erariale sui voli dei passeggeri di aerotaxi, dovuta per ciascun passeggero ed all'effettuazione di ciascuna tratta, in misura pari ad 100 euro nel caso che il tragitto non sia superiore a 1.500 chilometri ed a 200 euro qualora di distanza superiore a 1.500 chilometri. L'imposta è a carico del passeggero ed è versata dal vettore;

§      novellando il comma 11, viene ridotto il valore dell’imposta per kg per gli aeroplani fino a 6.000 kg e per gli elicotteri.

Il comma 11 istituisce l’imposta erariale sugli aeromobili privati, indicati all’at. 744 cod.nav., immatricolati nel registro aeronautico nazionale[41].

Nella successiva tavola sono posti a raffronto le misure dell’ammontare annuale dell’imposta sugli aeromobili privati, come determinati originariamente dal D.L. n. 201 del 2011 e come definiti dal D.L. n. 16 in commento:

 

 

Peso massimo al decollo

D.L. 201/2011

D.L. 16/2012

 

Velivoli

 

 

1

fino a 1.000 kg.

euro 1,50 al kg

euro 0,75 al kg

2

fino a 2.000 kg.

euro 2,45 al kg

euro 1,25 al kg

3

fino a 4.000 kg.

euro 4,25 al kg

euro 4,00 al kg

4

fino a 6.000 kg.

euro 5,75 al kg

euro 5,00 al kg

5

fino a 8.000 kg.

euro 6,65 al kg

euro 6,65 al kg

6

fino a 10.000 kg.

euro 7,10 al kg

euro 7,10 al kg

7

oltre 10.000 kg.

euro 7,55 al kg

euro 7,55 al kg

 

 

 

 

 

Elicotteri

l'imposta dovuta è pari al doppio di quella stabilita per i velivoli di corrispondente peso

l'imposta dovuta è pari a quella stabilita per i velivoli di corrispon-dente peso maggio-rata del 50 per cento

 

Alianti, motoalianti e aerostati

euro 450

euro 450

 

Rispetto al testo originario del D.L. n. 201 del 2011 tra gli altri aeromobili sottoposti all’imposta di 450 euro, non figurano più gli “autogiri” (cfr infra).[42]

§      modificando il comma 14, l’esenzione dall’imposta viene estesa agli aeromobili storici (immatricolati per la prima volta da oltre 40 anni), agli aeromobili di costruzione amatoriale e agli apparecchi per il volo da diporto o sportivo come definiti dalla legge n. 106 del 1985.

Il testo originario del comma 14 elenca i seguenti aeromobili esenti dall’applicazione dell’imposta:

§       aeromobili di Stato ed equiparati (si veda il commento al precedente comma 11);

§       aeromobili di proprietà o in esercenza dei licenziatari dei servizi di linea e non di linea, nonché del lavoro aereo, di cui al codice della navigazione, parte seconda, libro I, titolo VI (Dell’ordinamento dei servizi aerei);

§       aeromobili di proprietà o in esercenza delle Organizzazioni Registrate (OR), delle scuole di addestramento FTO (Flight Training Organisation) e dei Centri di Addestramento per le Abilitazioni (TRTO - Type Rating Training Organisation);

§       aeromobili di proprietà o in esercenza all’Aero Club d’Italia, agli Aero Club locali e all’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia;

§       aeromobili immatricolati a nome dei costruttori e in attesa di vendita;

§       aeromobili esclusivamente destinati all’elisoccorso o all’aviosoccorso.

Per quanto riguarda l’esenzione introdotta dalla disposizione in commento relativa agli apparecchi per il volo da diporto o sportivo di cui alla legge n. 106 del 1985, il relativo Allegato ne definisce le caratteristiche:

1)    Struttura monoposto, priva di motore, con una massa a vuoto non superiore a 80 kg.

2)    Struttura biposto, priva di motore, con una massa a vuoto non superiore a 100 kg.

3)    Struttura monoposto, provvista di motore, avente le seguenti caratteristiche:

a)    massa massima al decollo non superiore a 300 kg;

b)    massa massima al decollo non superiore a 315 kg, se dotati di sistema di recupero totale con paracadute montato sulla cellula;

c)    massa massima al decollo non superiore a 330 kg per gli apparecchi VDS ad ala fissa, anfibi o idrovolanti, ed elicotteri con galleggianti;

d)    velocità di stallo o velocità minima in volo stazionario in configurazione di atterraggio non superiore a 35 nodi di velocità calibrata per gli apparecchi VDS ad ala fissa.

4)    Struttura biposto, provvista di motore, avente le seguenti caratteristiche:

a)    massa massima al decollo non superiore a 450 kg;

b)    massa massima al decollo non superiore a 472,5 kg, se provvisti di sistema di recupero totale con paracadute montato sulla cellula;

c)    massa massima al decollo non superiore a 495 kg per gli apparecchi VDS ad ala fissa, anfibi o idrovolanti, ed elicotteri con galleggianti, purché, senza galleggiante installato, rispettino la massa massima di cui alla lettera a);

d)    velocità di stallo o velocità minima in volo stazionario in configurazione di atterraggio non superiore a 35 nodi di velocità calibrata per gli apparecchi VDS ad ala fissa.

5)    Autogiro monoposto e biposto aventi le seguenti caratteristiche:

a)    massa massima al decollo non superiore a 560 kg.

§      novellando il comma 14-bis, si prevede che l’applicazione dell’imposta riguardi gli aeromobili non immatricolati nel Registro Aeronautico Nazionale tenuto dall'ENAC, la cui sosta nel territorio italiano si protragga oltre 45 giorni in via continuativa (in luogo delle 48 ore precedentemente previste), indicando per essi una particolare disciplina:

-        non si considerano i periodi di sosta dell'aeromobile presso i manutentori nazionali che effettuano operazioni di manutenzione sull'aeromobile medesimo risultanti dai registri tecnici del manutentore;

-        valgono le esenzioni stabilite nel comma 14;

-        l'esenzione é estesa agli aeromobili di Stati esteri, compresi quelli militari.

L'imposta deve essere corrisposta prima che il velivolo rientri nel territorio estero.

Se la sosta nel territorio italiano si protrae per un periodo inferiore all'anno, l'imposta e' dovuta in misura pari a un dodicesimo degli importi stabiliti nel comma 11 per ciascun mese a partire da quello dell'arrivo fino a quello di partenza dal territorio italiano.

§      introducendo il comma 15-ter, demanda alla Guardia di finanza e alle autorità aeroportuali la vigilanza sul corretto assolvimento degli obblighi di cui ai commi da 10-bis a 15-bis.

 

Il comma 2 dispone in merito all’efficacia temporale delle disposizioni in oggetto, specificando che:

§       le modificazioni apportate ai commi 11 (misura dell’imposta) e 14 (esenzioni), dell’articolo 16 del D.L. n. 201 del 2011 si applicano a partire dal 6 dicembre 2011;

§       le modificazioni apportate al comma 14-bis (Aeromobili non immatricolati nel RAN) dell'articolo 16 del D.L. n. 201 del 2011, introdotto dalla legge di conversione n. 214 del 2011, si applicano a partire dal 28 dicembre 2011.

 

Per gli aeromobili non immatricolati nel RAN (comma 14-bis) che, dal 28 dicembre 2011 fino alla data di entrata in vigore del presente decreto, hanno sostato nel territorio nazionale per un periodo superiore a 45 giorni l'imposta é corrisposta entro il 28 luglio 2012 (90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto).

 

L'ammontare dell'imposta di cui al comma 11, versata in applicazione delle disposizioni previgenti in eccedenza rispetto alla misura stabilita dal presente decreto, é computato a credito del contribuente all'atto del successivo rinnovo del certificato di revisione dell'aeronavigabilità.

Si dispone, infine, la non applicazione di sanzioni e interessi per i versamenti dell'imposta di cui al comma 11, effettuati in applicazione delle disposizioni previgenti in misura inferiore rispetto a quella stabilita dal presente decreto, se l'eccedenza é versata entro il 28 luglio 2012 (90 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto).

 

Si ricorda che, ai sensi dell’articolo 16, comma 15, del D.L. n. 201 del 2011, con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate del 3 febbraio 2012 (pubblicato nella medesima data sul sito dell’Agenzia) sono state definite le modalità di versamento dell’imposta erariale sugli aeromobili privati, mediante utilizzo del modello “F24 versamenti con elementi identificativi”.


 

Articolo 3-septies
(Modifica all'articolo 18 della legge 12 novembre 2011, n. 183)

 

1. All'alinea del comma 1 dell'articolo 18 della legge 12 novembre 2011, n. 183, e successive modificazioni, dopo le parole: «essere previste,» sono inserite le seguenti: «per le concessionarie e».

 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 3-septies estende alle società concessionarie le disposizioni in materia di finanziamento delle infrastrutture mediante defiscalizzazione, di cui all’articolo 18, comma 1, della legge di stabilità 2012.

Analisi normativa

 

L’articolo 3-septies, introdotto nel corso dell’esame parlamentare, estende anche alle società concessionarie l’applicazione della disciplina prevista dall’articolo 18, comma 1, della legge di stabilità 2012 (legge n. 183 del 2011) in materia di finanziamento delle infrastrutture mediante defiscalizzazione, che consente di compensare l’ammontare dovuto a titolo di imposte con le somme da versare a titolo di contributo a fondo perduto per la realizzazione dell’infrastruttura.

 

L’articolo 18della legge n. 183 del 2011 è stato oggetto di modifiche da parte del D.L. n. 201 del 2011 (art. 42, commi 8 e 9-bis) e del D.L. n. 1 del 2012 (art. 59, co. 1).

Il comma 1, nel testo previgente, introduce la possibilità di prevedere agevolazioni fiscali in favore delle società di progetto (ora anche in favore delle società concessionarie), al fine di realizzare nuove infrastrutture stradali e autostradali, anche di carattere regionale, con il sistema del project financing, le cui procedure sono state avviate, ai sensi della normativa vigente, e non ancora definite alla data di entrata in vigore della legge, nonché di nuove opere di infrastrutturazione ferroviaria metropolitana e di sviluppo ed ampliamento dei porti e dei collegamenti stradali e ferroviari inerenti i porti nazionali appartenenti alla rete strategica transeuropea di trasporto essenziale (CORE TEN-T NETWORK).

L’agevolazione consiste nella possibilità di compensare l’ammontare dovuto a titolo di specifiche imposte, in via totale o parziale, con le somme da versare al concessionario a titolo di contributo pubblico a fondo perduto per la realizzazione dell’infrastruttura, mediante riduzione o azzeramento di quest’ultimo.

In particolare, mediante riduzione o azzeramento del contributo a fondo perduto:

§      possono essere compensate parzialmente o integralmente le imposte sui redditi e l’IRAP generati durante il periodo di concessione;

§      si possono assolvere gli obblighi di versamento IVA, nel rispetto delle disposizioni europee in materia di versamenti IVA (recati dalla direttiva 2006/112/CE del Consiglio del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune dell’IVA) e di risorse proprie del bilancio UE, nonché, limitatamente alle grandi infrastrutture portuali, per un periodo non superiore ai 15 anni, con il 25% dell'incremento del gettito di IVA relativa alle operazioni di importazione riconducibili all'infrastruttura oggetto dell'intervento, secondo le modalità di cui ai successivi commi da 2-bis a 2-quater.

Tra le misure previste è compresa la possibilità di riconoscere come contributo in conto esercizio l’ammontare del canone annuo di concessione previsto dall’articolo 1, comma 1020, della legge n. 296 del 2006 (legge finanziaria 2007) nonché l’integrazione della misura del canone annuo prevista dall’articolo 19, comma 9-bis, del decreto-legge n. 78/2009. Il riconoscimento del contributo in conto esercizio si traduce di fatto in un beneficio per le imprese a fronte delle spese di gestione/funzionamento dalle stesse sostenute.

Il comma 2 prevede che il contributo a fondo perduto nonché le modalità e i termini delle misure fiscali precedentemente descritte, utilizzabili anche cumulativamente, sono posti a base di gara per l’individuazione del concessionario e sono riportate nel contratto di concessione che deve essere approvato con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La misura del contributo pubblico, comprese le agevolazioni fiscali di cui al comma 1, non può, comunque, eccedere il 50 per cento del costo dell’investimento e deve essere conforme alla normativa nazionale e comunitaria.

Il comma 3 subordina l’efficacia delle misure fiscali e di quanto previsto dal comma 2 all’emanazione del decreto del Ministro dell’economia e delle finanze previsto dall’articolo 104, comma 4, del D.P.R. n. 917 del 1986, che determina le quote di ammortamento finanziario ammesse in deduzione per le concessioni relative alla costruzione e all’esercizio di opere pubbliche.


 

Articolo 4, comma 1
(Pubblicazione delle delibere di variazione
dell’addizionale comunale IRPEF)

 

1. All'articolo 14, comma 8, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, al primo periodo, le parole: «31 dicembre» sono sostituite dalle seguenti: «20 dicembre». All'articolo 14, comma 6, del medesimo decreto legislativo n. 23 del 2011, le parole: «agli articoli 52 e 59» sono sostituite dalle seguenti: «all'articolo 52».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 1 anticipa dal 31 dicembre al 20 dicembre il termine entro cui le delibere di variazione dell'addizionale comunale all'IRPEF devono essere pubblicate sul sito del Ministero dell'economia.

Analisi normativa

 

Il comma 1, modificando l'articolo 14, comma 8, del decreto legislativo n. 23 del 2011 (c.d. federalismo municipale), anticipa dal 31 dicembre al 20 dicembre - dell'anno di riferimento - il termine entro cui le delibere di variazione dell'addizionale comunale all'IRPEF devono essere pubblicate sul sito del Ministero dell'economia (articolo 1, comma 3, del decreto legislativo n. 360 del 1998[43]) per avere effetto dal 1° gennaio dell'anno di pubblicazione.

In tal modo viene disposto l’allineamento con il termine del 20 dicembre già previsto per la pubblicazione della delibera relativa alla variazione dell'acconto dell’addizionale medesima ai sensi dell'articolo 1, comma 4, del citato D.Lgs. n. 360 del 1998.

La relazione al disegno di legge di conversione (A.S. 3184) evidenzia gli effetti di semplificazione e di più agevole monitoraggio che ne deriverebbero ai comuni, ai sostituti di imposta e ai contribuenti.

 

L’ultimo periodo del comma 1, introdotto nel corso dell’esame parlamentare, modifica il comma 6 del medesimo articolo 14, espungendo il riferimento all’articolo 59 del D.Lgs. n. 446 del 1997: conseguentemente si stabilisce che i comuni, per i nuovi tributi istituiti dal richiamato D.Lgs. n. 23 in materia di federalismo municipale (IMU, imposta di soggiorno, imposta di scopo etc.), eserciteranno la propria potestà regolamentare secondo le regole generali di cui all’articolo 52 del D.Lgs. n. 446 del 1997, e non anche in base alle attribuzioni in materia di imposta comunale sugli immobili (ICI) di cui al richiamato articolo 59.


 

Articolo 4, comma 1-bis
(Esenzione dall’imposta di registro e di bollo per l’atto di fideiussione prestato per la stipula di contratti di locazione su immobili ad uso abitativo, qualora assoggettati alla “cedolare secca”)

 

1-bis. All'articolo 3, comma 2, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Sui contratti di locazione aventi a oggetto immobili ad uso abitativo, qualora assoggettati alla cedolare secca di cui al presente comma, alla fideiussione prestata per il conduttore non si applicano le imposte di registro e di bollo».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 1-bis, introdotto durante l’esame parlamentare,esenta dal’imposta di registro e di bollo l’atto di fideiussione prestata per il conduttore in occasione della stipula di contratti di locazione su immobili ad uso abitativo, qualora assoggettati alla “cedolare secca”.

Analisi normativa

 

Il comma 1-bisesenta dal’imposta di registro e di bollo l’atto di fideiussione prestata per il conduttore in occasione della stipula di contratti di locazione su immobili ad uso abitativo, qualora assoggettati alla “cedolare secca”.

A tal fine è aggiunto un periodo all'articolo 3, comma 2, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 in materia di federalismo municipale, disposizione che ha introdotto la “cedolare secca” sui contratti di locazione.

 

In estrema sintesi si ricorda che la “cedolare secca”, avente decorrenza dal 2011, è un regime fiscale opzionale, alternativo al regime ordinario vigente di tassazione dei redditi da locazione di immobili ad uso abitativo. Esso opera in favore del proprietario di unità immobiliari ad uso abitativo (e relative pertinenze) che realizza, con riferimento a tali beni, un reddito da locazione. L’esercizio dell’opzione consente al contribuente di applicare, in luogo del regime ordinario vigente, un’imposta sostitutiva dell’IRPEF, delle addizionali IRPEF, dell’imposta di registro e dell’imposta di bollo. Sono escluse dall’ambito di applicazione le locazioni realizzate nell’esercizio di attività d’impresa, arti e professioni.

La cedolare secca è considerata una imposta sostitutiva di IRPEF, addizionale regionale IRPEF e addizionale comunale IRPEF; imposta di bollo e imposta di registro dovuta all’atto di registrazione, di rinnovo e di risoluzione del contratto di locazione dovuta all’atto di registrazione. Possono essere assoggettati all’imposta sostitutiva i redditi relativi alla locazione di immobili ad uso abitativo e delle relative pertinenze. L’aliquota della cedolare secca è fissata in misura pari al 21%, ridotta al 19% in presenza di specifici requisiti (locazione di immobili siti nei comuni ad alta tensione abitativa individuati dal CIPE, stipulata con contratto a canone agevolato ai sensi degli articoli 2, comma 3, e 8 della legge n. 431 del 1998).


 

Articolo 4, comma 1-ter e da 5 a 5-quater e da 5-sexies a 5-septies
(Modifiche all’imposta municipale propria – IMU e regime fiscale degli immobili di interesse storico artistico)

 


1-ter. All'articolo 9 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 8 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Sono altresì esenti i fabbricati rurali ad uso strumentale di cui all'articolo 9, comma 3-bis, del decreto-legge 30 dicembre 1993, n. 557, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 1994, n. 133, ubicati nei comuni classificati montani o parzialmente montani di cui all'elenco dei comuni italiani predisposto dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT). Le province autonome di Trento e di Bolzano possono prevedere che i fabbricati rurali ad uso strumentale siano assoggettati all'imposta municipale propria nel rispetto del limite delle aliquote definite dall'articolo 13, comma 8, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, ferma restando la facoltà di introdurre esenzioni, detrazioni o deduzioni ai sensi dell'articolo 80 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1972, n. 670, e successive modificazioni»;

b) al comma 9 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Sono comunque assoggettati alle imposte sui redditi ed alle relative addizionali, ove dovute, gli immobili esenti dall'imposta municipale propria».

(omissis)

5. All'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 2, primo periodo, le parole: «di cui all'articolo 2 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504» sono soppresse e dopo le parole: «della stessa» sono aggiunte le seguenti: «; restano ferme le definizioni di cui all'articolo 2 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504. I soggetti richiamati dall'articolo 2, comma 1, lettera b), secondo periodo, del decreto legislativo n. 504 del 1992, sono individuati nei coltivatori diretti e negli imprenditori agricoli professionali di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e successive modificazioni, iscritti nella previdenza agricola»; al medesimo comma 2, secondo periodo, le parole: «dimora abitualmente e risiede anagraficamente» sono sostituite dalle seguenti: «e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Nel caso in cui i componenti del nucleo familiare abbiano stabilito la dimora abituale e la residenza anagrafica in immobili diversi situati nel territorio comunale, le agevolazioni per l'abitazione principale e per le relative pertinenze in relazione al nucleo familiare si applicano per un solo immobile»;

b) al comma 3 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «La base imponibile è ridotta del 50 per cento:

a) per i fabbricati di interesse storico o artistico di cui all'articolo 10 del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42;

b) per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati, limitatamente al periodo dell'anno durante il quale sussistono dette condizioni. L'inagibilità o inabitabilità è accertata dall'ufficio tecnico comunale con perizia a carico del proprietario, che allega idonea documentazione alla dichiarazione. In alternativa, il contribuente ha facoltà di presentare una dichiarazione sostitutiva ai sensi del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, rispetto a quanto previsto dal periodo precedente. Agli effetti dell'applicazione della riduzione alla metà della base imponibile, i comuni possono disciplinare le caratteristiche di fatiscenza sopravvenuta del fabbricato, non superabile con interventi di manutenzione»;

c) al comma 5, le parole: «pari a 130» sono sostituite dalle seguenti: «pari a 135» e l'ultimo periodo è sostituito dal seguente: «Per i terreni agricoli, nonché per quelli non coltivati, posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola il moltiplicatore è pari a 110»;

d) al comma 8 sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: «Per l'anno 2012, la prima rata è versata nella misura del 30 per cento dell'imposta dovuta applicando l'aliquota di base e la seconda rata è versata a saldo dell'imposta complessivamente dovuta per l'intero anno con conguaglio sulla prima rata. Per l'anno 2012, il versamento dell'imposta complessivamente dovuta per i fabbricati rurali di cui al comma 14-ter è effettuato in un'unica soluzione entro il 16 dicembre. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare entro il 10 dicembre 2012, si provvede, sulla base dell'andamento del gettito derivante dal pagamento della prima rata dell'imposta di cui al presente comma, alla modifica dell'aliquota da applicare ai medesimi fabbricati e ai terreni in modo da garantire che il gettito complessivo non superi per l'anno 2012 gli ammontari previsti dal Ministero dell'economia e delle finanze rispettivamente per i fabbricati rurali ad uso strumentale e per i terreni»;

e) dopo il comma 8 è inserito il seguente:

«8-bis. I terreni agricoli posseduti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e successive modificazioni, iscritti nella previdenza agricola, purché dai medesimi condotti, sono soggetti all'imposta limitatamente alla parte di valore eccedente euro 6.000 e con le seguenti riduzioni:

a) del 70 per cento dell'imposta gravante sulla parte di valore eccedente i predetti euro 6.000 e fino a euro 15.500;

b) del 50 per cento dell'imposta gravante sulla parte di valore eccedente euro 15.500 e fino a euro 25.500;

c) del 25 per cento dell'imposta gravante sulla parte di valore eccedente euro 25.500 e fino a euro 32.000»;

f) al comma 10, penultimo periodo, dopo le parole: «30 dicembre 1992, n. 504» sono aggiunte le seguenti: «; per tali fattispecie non si applicano la riserva della quota di imposta prevista dal comma 11 a favore dello Stato e il comma 17. I comuni possono considerare direttamente adibita ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata, nonché l'unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata»;

g) al comma 11, dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Non è dovuta la quota di imposta riservata allo Stato per gli immobili posseduti dai comuni nel loro territorio e non si applica il comma 17»;

h) al comma 12, dopo le parole: «dell'Agenzia delle entrate» sono aggiunte le seguenti: «nonché, a decorrere dal 1° dicembre 2012, tramite apposito bollettino postale al quale si applicano le disposizioni di cui al citato articolo 17, in quanto compatibili»;

i) dopo il comma 12 sono inseriti i seguenti:

«12-bis. Per l'anno 2012, il pagamento della prima rata dell'imposta municipale propria è effettuato, senza applicazione di sanzioni ed interessi, in misura pari al 50 per cento dell'importo ottenuto applicando le aliquote di base e la detrazione previste dal presente articolo; la seconda rata è versata a saldo dell'imposta complessivamente dovuta per l'intero anno con conguaglio sulla prima rata. Per l'anno 2012, l'imposta dovuta per l'abitazione principale e per le relative pertinenze è versata in tre rate di cui la prima e la seconda in misura ciascuna pari ad un terzo dell'imposta calcolata applicando l'aliquota di base e la detrazione previste dal presente articolo, da corrispondere rispettivamente entro il 16 giugno e il 16 settembre; la terza rata è versata, entro il 16 dicembre, a saldo dell'imposta complessivamente dovuta per l'intero anno con conguaglio sulle precedenti rate; in alternativa, per il medesimo anno 2012, la stessa imposta può essere versata in due rate di cui la prima, entro il 16 giugno, in misura pari al 50 per cento dell'imposta calcolata applicando l'aliquota di base e la detrazione previste dal presente articolo e la seconda, entro il 16 dicembre, a saldo dell'imposta complessivamente dovuta per l'intero anno con conguaglio sulla prima rata. Per il medesimo anno, i comuni iscrivono nel bilancio di previsione l'entrata da imposta municipale propria in base agli importi stimati dal Dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia e delle finanze per ciascun comune, di cui alla tabella pubblicata sul sito internet www.finanze.gov.it. L'accertamento convenzionale non dà diritto al riconoscimento da parte dello Stato dell'eventuale differenza tra gettito accertato convenzionalmente e gettito reale ed è rivisto, unitamente agli accertamenti relativi al fondo sperimentale di riequilibrio e ai trasferimenti erariali, in esito a dati aggiornati da parte del medesimo Dipartimento delle finanze, ai sensi dell'accordo sancito dalla Conferenza Stato-città e autonomie locali del 1° marzo 2012. Con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze, da emanare entro il 10 dicembre 2012, si provvede, sulla base del gettito della prima rata dell'imposta municipale propria nonché dei risultati dell'accatastamento dei fabbricati rurali, alla modifica delle aliquote, delle relative variazioni e della detrazione stabilite dal presente articolo per assicurare l'ammontare del gettito complessivo previsto per l'anno 2012. Entro il 30 settembre 2012, sulla base dei dati aggiornati, ed in deroga all'articolo 172, comma 1, lettera e), del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e all'articolo 1, comma 169, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, i comuni possono approvare o modificare il regolamento e la deliberazione relativa alle aliquote e alla detrazione del tributo.

12-ter. I soggetti passivi devono presentare la dichiarazione entro novanta giorni dalla data in cui il possesso degli immobili ha avuto inizio o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell'imposta, utilizzando il modello approvato con il decreto di cui all'articolo 9, comma 6, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23. La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi sempre che non si verifichino modificazioni dei dati ed elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell'imposta dovuta. Con il citato decreto, sono altresì disciplinati i casi in cui deve essere presentata la dichiarazione. Restano ferme le disposizioni dell'articolo 37, comma 55, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, e dell'articolo 1, comma 104, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e le dichiarazioni presentate ai fini dell'imposta comunale sugli immobili, in quanto compatibili. Per gli immobili per i quali l'obbligo dichiarativo è sorto dal 1° gennaio 2012, la dichiarazione deve essere presentata entro il 30 settembre 2012»;

l) dopo il comma 13 è inserito il seguente:

«13-bis. A decorrere dall'anno di imposta 2013, le deliberazioni di approvazione delle aliquote e della detrazione dell'imposta municipale propria devono essere inviate esclusivamente per via telematica per la pubblicazione nel sito informatico di cui all'articolo 1, comma 3, del decreto legislativo 28 settembre 1998, n. 360. L'efficacia delle deliberazioni decorre dalla data di pubblicazione nel predetto sito informatico e gli effetti delle deliberazioni stesse retroagiscono al 1° gennaio dell'anno di pubblicazione nel sito informatico, a condizione che detta pubblicazione avvenga entro il 30 aprile dell'anno a cui la delibera si riferisce. A tal fine, l'invio deve avvenire entro il termine del 23 aprile. In caso di mancata pubblicazione entro il termine del 30 aprile, le aliquote e la detrazione si intendono prorogate di anno in anno»;

m) al comma 14, lettera a), sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, ad eccezione del comma 4 che continua ad applicarsi per i soli comuni ricadenti nei territori delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano».  

5-bis. Con decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, possono essere individuati i comuni nei quali si applica l'esenzione di cui alla lettera h) del comma 1 dell'articolo 7 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, sulla base della altitudine riportata nell'elenco dei comuni italiani predisposto dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT), nonché, eventualmente, anche sulla base della redditività dei terreni.

5-ter. Il comma 5 dell'articolo 2 del decreto-legge 23 gennaio 1993, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 1993, n. 75, è abrogato.

5-quater. Il comma 2 dell'articolo 11 della legge 30 dicembre 1991, n. 413, è abrogato.

(omissis)

5-sexies. Al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all'articolo 37, comma 4-bis, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Per gli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi dell'articolo 10 del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, la riduzione è elevata al 35 per cento»;

b) all'articolo 90, comma 1:

1) dopo il secondo periodo è inserito il seguente: «Per gli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi dell'articolo 10 del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, il reddito medio ordinario di cui all'articolo 37, comma 1, è ridotto del 50 per cento e non si applica comunque l'articolo 41»;

2) è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Per gli immobili locati riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi dell'articolo 10 del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, qualora il canone risultante dal contratto di locazione ridotto del 35 per cento risulti superiore al reddito medio ordinario dell'unità immobiliare, il reddito è determinato in misura pari a quella del canone di locazione al netto di tale riduzione»;

c) all'articolo 144, comma 1:

1) dopo il secondo periodo è inserito il seguente: «Per gli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi dell'articolo 10 del codice di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, il reddito medio ordinario di cui all'articolo 37, comma 1, è ridotto del 50 per cento e non si applica comunque l'articolo 41»;

2) nell'ultimo periodo, le parole: «ultimo periodo» sono sostituite dalle seguenti: «quarto e quinto periodo».  

5-septies. Le disposizioni di cui al comma 5-sexies si applicano a decorrere dal periodo di imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2011. Nella determinazione degli acconti dovuti per il medesimo periodo di imposta si assume, quale imposta del periodo precedente, quella che si sarebbe determinata applicando le disposizioni di cui al comma 5-sexies.

(omissis)

 

12-quinquies. Ai soli fini dell'applicazione dell'imposta municipale propria di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, e successive modificazioni, nonché all'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, l'assegnazione della casa coniugale al coniuge, disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione.


 

 

Sintesi ed effetti

 

Durante l’esame parlamentare del provvedimento sono state introdotte all’articolo 4 numerose modifiche e integrazioni alla disciplina dell’IMU – imposta municipale propria, la cui applicazione sperimentale è stata prevista, per gli anni 2012-2014, dall’articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201.

Il comma 1-ter, lettera a) esenta dall’imposta municipale propria i fabbricati rurali a uso strumentale, a condizione che siano ubicati nei comuni classificati montani o parzialmente montani; inserisce una riserva a favore delle province autonome di Trento e Bolzano che potranno assoggettare a IMU i fabbricati rurali strumentali con l’aliquota di legge, in conformità coi propri statuti, ferma la possibilità di introdurre esenzioni, detrazioni o deduzioni.

Il comma 1-ter, lettera b) precisa che gli immobili esenti dall’IMU sono comunque assoggettati alle imposte sui redditi ed alle relative addizionali, ove dovute.

 

La lettera a) del comma 5 precisa che, per l’individuazione degli immobili colpiti da imposta municipale propria, restano ferme le definizioni contenute nell’articolo 2 del D.Lgs. n. 504/1992 che disciplina l’ICI; introduce requisiti più stringenti per individuare l’abitazione principale del contribuente, precisando che l’aliquota ridotta IMU e la detrazione si applicano ove il possessore ed anche il suo nucleo familiare abbiano stabilito dimora e residenza anagrafica nell’immobile di riferimento; inoltre, ai fini delle riduzioni riservate alla ruralità, la medesima lettera individua i coltivatori diretti e degli imprenditori agricoli professionali ai sensi dell’articolo 1 del D.Lgs. 99 del 2004, con l’inclusione delle persone fisiche e delle società di capitali che operano nel settore.

Il comma 5, lettera b)dispone la riduzione al 50 per cento della base imponibile IMU per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati e per i fabbricati di interesse storico o artistico.

La lettera c) del comma 5 innalza da 130 a 135 la misura del moltiplicatore da applicare per il calcolo della base imponibile IMU per i terreni agricoli e riduce tale moltiplicatore a 110 per tutti i terreni, compresi quelli non coltivati, purché siano posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.

Il comma 5, lettera d) prevede che l’acconto IMU 2012 sui fabbricati rurali strumentali sia versatonella misura del 30 per cento dell'imposta dovuta, con saldo alla seconda rata; se i fabbricati sono di nuovo accatastamento, nel 2012 il versamento dell’imposta è effettuato in un’unica soluzione entro il 1 dicembre.

 La lettera e) del comma 5, reca alcune limitazioni all’applicazione dell’IMU ai terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali, commisurate al valore del terreno.

La lettera f) del comma 5 esclude dal gettito IMU spettante allo Stato la quota di imposta dovuta sugli immobili delle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibiti ad abitazione principale dei soci assegnatari, sugli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari e consente ai comuni di considerare direttamente adibita ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente.

La lettera g)del comma 5 esclude dal gettito IMU spettante allo Stato la quota di imposta dovuta sugli immobili posseduti dai comuni, siti sul proprio territorio, colpiti da imposta.

Le lettere h) e i) del comma 5 integrano la disciplina dell’IMU con una serie di prescrizioni relative alle dichiarazioni d’imposta, ai pagamenti da effettuarsi nel 2012, all’eventuale modificabilità delle aliquote e della detrazione fissate dalla legge, nonché agli adempimenti dei Comuni in relazione all’imposta municipale.

In primo luogo si consente, a decorrere dal 1° dicembre 2012, di pagare l’imposta – oltre che con F24 – anche tramite apposito bollettino postale. Perquanto riguarda il pagamento dell’imposta sull’abitazione principale e relative pertinenze, nel 2012 essa potrà essere versata – a scelta del contribuente – in due o tre rate. Per tutti gli immobili, generalmente, nel 2012 la prima rata verrà pagata versando il 50 per cento dell’importo ottenuto applicando le aliquote di base e la detrazione prevista per l’abitazione principale, senza sanzioni e interessi. La seconda rata sarà versata a saldo dell’imposta complessivamente dovuta, salvo conguaglio. Si consente inoltre di modificare l’importo delle aliquote di base e della suddetta detrazione con uno o più DPCM.

La lettera l) del comma 5 prevede che, a decorrere dall'anno di imposta 2013, le deliberazioni comunali di approvazione delle aliquote e della detrazione dell’IMU dovranno essere inviate esclusivamente per via telematica per la pubblicazione nel sito informatico del Ministero dell’economia e delle finanze.

La lettera m) del comma 5 ripristina, nei confronti dei comuni delle regioni a statuto speciale, il rimborso della minore imposta derivante dall’esenzione ICI dell’abitazione principale, disposta nel 2008.

Il comma 5-bis affida a un decreto ministeriale l’individuazione dei comuni nei quali si applica l’esenzione IMU per i terreni agricoli ricadenti in aree montane o di collina.

I commi da 5-ter a 5-septies, abrogando alcune disposizioni vigenti in materia di determinazione della base imponibile (a fini ICI e delle imposte sui redditi) per gli immobili di interesse storico e artistico, ne modificano altresì il regime fiscale ai fini delle imposte dirette: si introducono a tal fine modalità agevolate di determinazione dei redditi da locazione dei predetti immobili.

Il comma 12-quinquies specifica che l'assegnazione della casa coniugale al coniuge, disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione: in sostanza ciò costituisce presupposto per il pagamento dell’IMU.

Analisi normativa

Premessa

Durante l’esame delprovvedimento in sede parlamentare, sono state introdotte all’articolo 4 del provvedimento in commento numerose modifiche e integrazioni alla disciplina dell’IMU – imposta municipale propria, la cui applicazione sperimentale è stata prevista, per gli anni 2012-2014, dall’articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201.

Alla luce delle modifiche intervenute alla disciplina dell’IMU, il Dipartimento delle Finanze ha emanato la circolare 3/DF del 18 maggio 2012 che ne reca le modalità applicative.

 

Si ricorda, in estrema sintesi, che l’articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 ha anticipato al 2012 l’applicazione dell’IMU, istituita e disciplinata dal D.Lgs. sul federalismo municipale (D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23).

E’ previsto un periodo di applicazione sperimentale dell’imposta (articolo 13, comma 1 del D.L. n. 201 del 2011) a decorrere dal 2012 e fino al 2014, con applicazione dell’IMU in tutti i comuni del territorio nazionale (secondo la disciplina generale dell’imposta recata dagli articoli 8 e 9 del decreto legislativo n. 23 del 2011, in quanto compatibili, nonché secondo le disposizioni contenute nello stesso articolo 13). L’applicazione a regime dell'IMU è invece fissata al 2015. Il presupposto d’imposta consiste nel possesso di immobili (ovvero fabbricati, aree fabbricabili e terreni agricoli, secondo l'articolo 2 del D.Lgs. n. 504 del 1992, provvedimento che disciplinava l’imposta comunale sugli immobili - ICI), compresa l'abitazione principale e le pertinenze della stessa (comma 2). La base imponibile dell'IMU (comma 3) è costituita dal valore dell'immobile ai sensi dell’articolo 5, comma 1 del D.Lgs. n. 504 del 1992; il valore dei fabbricati e dei terreni agricoli si determina invece secondo specifiche regole (commi 4 e 5 dell’articolo 13).

Il comma 6 fissa l'aliquota dell'imposta in una misura di base pari allo 0,76 per cento. È data facoltà ai comuni, con deliberazione del consiglio adottata entro il termine di approvazione del bilancio di previsione, di modificare, in aumento o in diminuzione, l'aliquota di base sino a 0,3 punti percentuali.

Le norme prevedono ipotesi di aliquota ridotta ex lege: in particolare, l’aliquota è ridotta (comma 7) allo 0,4 per cento per l'abitazione principale e per le relative pertinenze (tale misura di aliquota ridotta può essere modificata dai comuni, in aumento o in diminuzione, sino a 0,2 punti percentuali); è altresì ridotta (comma 8) allo 0,2 per cento per i fabbricati rurali ad uso strumentale, con facoltà dei comuni di ulteriormente ridurre la suddetta aliquota fino allo 0,1 per cento.

Ai sensi del comma 9 del richiamato articolo 13, i comuni possono ridurre l'aliquota di base fino allo 0,4 per cento nei seguenti casi:

-        immobili non produttivi di reddito fondiario;

-        immobili posseduti dai soggetti passivi dell'imposta sul reddito delle società;

-        immobili locati;

Il comune può ridurre l’aliquota di base sino allo 0,38 per cento con riferimento agli immobili costruiti e destinati dall’impresa costruttrice alla vendita, fintanto che permanga tale destinazione e gli immobili non siano in ogni caso locati, per un periodo non superiore a tre anni dalla data di ultimazione dei lavori (articolo 56, comma 1 del decreto-legge n. 1 del 2012).

Fabbricati rurali

Il comma 1-ter, lettera a) -inserito durante l’esame parlamentare apporta modifiche alla disciplina dei fabbricati rurali, novellando l’articolo 9, comma 8 del D.Lgs. n. 23 del 2011.

Ai sensi della nuova disciplina dell’IMU sperimentale, i fabbricati rurali sono assoggettati ad imposta.

Se si tratta di fabbricati ad uso abitativo, essi scontano l’IMU nelle modalità ordinarie (dunque anche, ove ricorrano le condizioni di legge, secondo le disposizioni previste per l’abitazione principale).

Per i fabbricati rurali strumentali l’articolo 13, comma 8 del D.L. n. 201/2011 dispone che l'aliquota sia ridotta allo 0,2 per cento, con facoltà dei comuni di diminuirla ulteriormente fino allo 0,1 per cento.

Ai fini fiscali (richiamato articolo 9, comma 3-bis, del D.L. 30 dicembre 1993, n. 557) è riconosciuto carattere di ruralità alle costruzioni strumentali necessarie allo svolgimento dell’attività agricola e aventi particolari destinazioni destinate (protezione delle piante, conservazione dei prodotti agricoli, etc.).

 

In particolare, la lettera a) richiamata:

§      esenta dall’imposta i fabbricati rurali a uso strumentale di cui all'articolo 9, comma 3-bis, del D.L. 30 dicembre 1993, n. 557[44], a condizione che siano ubicati nei comuni classificati montani o parzialmente montani, di cui all'elenco[45] dei comuni italiani predisposto dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT). La Circolare n. 3/DF in merito chiarisce che ai fini dell’esenzione è sufficiente che il fabbricato rurale sia ubicato nel territorio del comune ricompreso in detto elenco, indipendentemente dalla circostanza che il comune sia parzialmente montano;

§       inserisce una riserva di disciplina a favore delle province autonome di Trento e Bolzano. Esse, conformemente ai propri statuti e in deroga alle agevolazioni ed esenzioni previste dalla legge, potranno assoggettare a IMU i fabbricati rurali strumentali con l’aliquota allo 0,2 per cento (abbassabile dai comuni allo 0,1), ferma la possibilità di introdurre esenzioni, detrazioni o deduzioni ai sensi delle norme del TU delle leggi costituzionali concernenti lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige, ovvero in base all’articolo 80 del D.P.R. n, 670 del 1972.

In particolare, il comma 1-bis del richiamato articolo 80 dispone che, nel caso di tributi locali istituiti con legge dello Stato, la legge provinciale può consentire agli enti locali di modificare le aliquote e di introdurre esenzioni, detrazioni o deduzioni nei limiti delle aliquote superiori definite dalla normativa statale e può prevedere, anche in deroga alla disciplina statale, modalità di riscossione.

 

In questa sede si rammenta altresì che, ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili, l’articolo 7, commi da 2-bis a 2-quater del D.L. n. 70 del 2011 aveva introdotto una specifica procedura per la modifica della categoria catastale, dietro presentazione di apposita domanda - entro il termine originariamente fissato al 30 settembre 2011 - all'Agenzia del territorio, con autocertificazione attestante che l’immobile avesse posseduto continuativamente per cinque anni i requisiti richiesti dalla legislazione vigente per il riconoscimento del carattere rurale.

Successivamente l’articolo 13 del D.L. 201 del 2011 ha abrogato dal 1° gennaio 2012 i richiamati commi da 2-bis a 2-quater dell’ articolo 7 del D.L. 70 del 2011 (comma 14, lettera d-bis), riconoscendo effetti (comma 14-bis) alle domande presentate anche dopo il 30 settembre 2011 e fino alla data del 28 dicembre 2011, fermo restando il classamento originario degli immobili rurali ad uso abitativo. Da ultimo, il termine di efficacia delle domande divariazione è stato prorogato (articolo 29, comma 8 del D.L. n. 216 del 2011) al 30 giugno 2012.

Per quanto invece riguarda i fabbricati rurali iscritti nel catasto dei terreni – salvo quelli che non costituiscono oggetto di inventariazione – è previsto (articolo 13, comma 14-ter del citato D. L. n. 201 del 2011) che essi vengano dichiarati al catasto edilizio urbano entro il 30 novembre 2012.

 

Il richiamato articolo 9, comma 8 del D.Lgs. n. 23 del 2011 disciplina le ipotesi di esenzione dall’imposta municipale propria.

Sono esenti dall'imposta municipale propria gli immobili posseduti dallo Stato, nonché gli immobili posseduti, nel proprio territorio, dalle regioni, dalle province, dai comuni, dalle comunità montane, dai consorzi fra detti enti, ove non soppressi, dagli enti del servizio sanitario nazionale, destinati esclusivamente ai compiti istituzionali.

Vengono inoltre richiamate le esenzioni già vigenti in materia di ICI (ai sensi dell'articolo 7 del D.Lgs. n. 504 del 1992), ad eccezione dei fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e recuperati per essere destinati ad attività assistenziali, limitatamente al periodo in cui sono adibiti direttamente allo svolgimento delle attività medesime (articolo 7, comma 1, lettera g) del D.Lgs. n. 504/1992), i quali rimangono soggetti a imposta. Si veda tuttavia la scheda di lettura relativa alla lettera b) del comma 5 per le agevolazioni introdotte dal provvedimento in esame in materia di fabbricati inagibili.

Si ricorda altresì che l’articolo 91-bis del D.L. n. 1 del 2012 prevede che, dal 2013, l’esenzione da IMU (ex ICI) per gli immobili di enti non commerciali adibiti a specifiche attività sia applicabile solo nel caso in cui le predette vengano svolte con modalità non commerciali.

 

Si rammenta altresì che la lettera d) del comma 5 dell’articolo 4 in commento introduce deroghe alle ordinarie modalità di versamento dell’IMU per quanto riguarda l’imposta dovuta nel 2012 sui fabbricati rurali ad uso strumentale.

 

Le norme generali (articolo 9, comma 3 del D.Lgs. n. 23 del 2011) prevedono che il versamento dell'imposta avvenga in due rate di pari importo, scadenti la prima il 16 giugno e la seconda il 16 dicembre. Resta in ogni caso nella facoltà del contribuente provvedere al versamento dell'imposta complessivamente dovuta in unica soluzione annuale, da corrispondere entro il 16 giugno.

L’articolo 13, comma 12 del D. L. n. 201 del 2011 dispone che il versamento dell’imposta sia effettuato – in deroga alle disposizioni del D.Lgs. n. 446/1997, ai sensi del quale il comune delibera i propri regolamenti in materia tributaria – secondo le modalità regolate dalla legge statale (articolo 17 del D.Lgs. 9 luglio 1997 n. 241) in tema di versamento unitario delle imposte (F24). L’Agenzia delle entrate ha pubblicato il modello F24 con provvedimento del 12 aprile 2012, istituendo altresì nella medesima data i codici tributo per il pagamento dell’IMU. L’uso del modello F24 è reso necessario dalla riserva di una quota di gettito in favore dello Stato.

 

Per effetto delle norme in commento – che integrano l’articolo 13, comma 8 del D.L. n. 201 del 2011 - , per i fabbricati rurali strumentali:

§      l’acconto IMU 2012 (da corrispondere entro il 18 giugno) è versato nella misura del 30 per cento dell'imposta dovuta, senza sanzioni né interessi, applicando l’aliquota di base, da conguagliare al momento del saldo (da corrispondersi entro il 17 dicembre);

§      se i fabbricati sono di nuovo accatastamento (fabbricati ancora iscritti nel catasto dei terreni, per cui vi è l’obbligo di dichiarazione al catasto edilizio urbano entro il 30 novembre 2012ai sensi delrichiamato articolo 13, comma 14-ter del D.L. n. 201 del 2011), nel 2012 il versamento dell’imposta è effettuato in un’unica soluzione, entro il 17 dicembre.

 

Si rammenta, tuttavia, che l’articolo 13, comma 14-quater del D.L. n. 201 del 2011 prevede una specifica modalità di pagamento dell’IMU per tali immobili, ai sensi della quale - nelle more della presentazione della dichiarazione di aggiornamento catastale - l’imposta deve essere corrisposta, a titolo di acconto e salvo conguaglio, sulla base della rendita delle unità similari già iscritte in catasto. Il conguaglio dell’imposta è determinato dai comuni a seguito dell’attribuzione della rendita catastale, con la previsione di apposite conseguenze (anche sanzionatorie) nel caso di inottemperanza all’obbligo di dichiarazione.

 

Si affida ad un D.P.C.M., da emanarsi entro il 10 dicembre 2012 - vale a dire sei giorni prima della scadenza per il pagamento del saldo IMU 2012 - sulla base dell'andamento del gettito derivante dal pagamento della prima rata dell'imposta sui fabbricati rurali strumentali, la modifica dell'aliquota da applicare ai medesimi fabbricati rurali e ai terreni, in modo da garantire che il gettito complessivo non superi, per l'anno 2012, gli ammontari previsti dal Ministero dell'economia e delle finanze, rispettivamente, per i fabbricati rurali ad uso strumentale e per i terreni.

 

Si rinvia al relativo paragrafo (cfr. infra) per una disamina delle novità introdotte dal presente provvedimento in materia di IMU sui terreni agricoli.

Applicazione dell’imposta sui redditi agli immobili esenti IMU

La lettera b)del comma 1-teraggiunge un periodo all’articolo 9, comma 9 del D.Lgs. n. 23 del 2011, precisando chegli immobili esenti dall'imposta municipale propria sono assoggettati alle imposte sui redditi ed alle relative addizionali.

 

Si ricorda che l’IMU (articolo 8, comma 1 del D.Lgs. n. 23 del 2011) è volta a sostituire, per la componente immobiliare, le seguenti forme di prelievo:

§       l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e le relative addizionali dovute sui redditi fondiari, con riferimento ai beni non locati[46].

§       l’imposta comunale sugli immobili (ICI).

Definizioni

La lettera a) del comma 5 - profondamente modificato durante l’esame parlamentare e che incide sul comma 2 del richiamato articolo 13 del D.L. n. 201 del 2011 – in primo luogo precisa che, per l’individuazione degli immobili colpiti da imposta municipale propria, restano ferme le definizioni contenute nell’articolo 2 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504.

Il paragrafo 2 della citata Circolare 3-/DF del 2012 precisa che il presupposto impositivo dell’IMU include qualsiasi immobile, dunque anche i terreni incolti; chiarisce inoltre che, in tal caso, il richiamo al D.Lgs. n. 504 del 1992 è inteso al solo scopo di mantenere a fini IMU le definizioni già utilizzate a fini ICI.

 

Ai sensi dell’articolo 2 del citato D.Lgs. n. 504/1992, per “fabbricato” si intende l'unità immobiliare iscritta o da iscrivere nel catasto edilizio urbano. Si considera parte integrante del fabbricato l'area occupata dalla costruzione e quella che ne costituisce pertinenza; il fabbricato di nuova costruzione è soggetto all'imposta a partire dalla data di ultimazione dei lavori di costruzione ovvero, se antecedente, dalla data in cui è comunque utilizzato.

Per “area fabbricabile” si intende l'area utilizzabile a scopo edificatorio in base agli strumenti urbanistici (generali o attuativi) ovvero in base alle possibilità effettive di edificazione, determinate secondo i criteri previsti agli effetti dell'indennità di espropriazione per pubblica utilità. La Circolare 3/DF chiarisce che tale definizione è da completarsi alla luce dell’articolo 36, comma 2 del D.l. n. 223/2006, ai sensi del quale è fabbricabile l’area utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal comune, indipendentemente dall’esito dell’iter procedurale presso la regione o dall’adozione di strumenti attuativi.

Sono considerati, tuttavia, non fabbricabili i terreni posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli a titolo principale, iscritti alla previdenza agricola (si veda in merito il paragrafo sulle agevolazioni per i terreni agricoli), sui quali persiste l'utilizzazione agro-silvo-pastorale mediante l'esercizio di attività dirette alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura, alla funghicoltura ed all'allevamento di animali. Il comune, su richiesta del contribuente, attesta se un'area sita nel proprio territorio è fabbricabile in base a tali criteri.

Per “terreno agricolo” si intende il terreno adibito all'esercizio delle attività agricole (coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali) e le attività ad esse connesse, ai sensi dell'articolo 2135 del codice civile.

 

La medesima lettera a) incide poi sui requisiti necessari a individuare l’abitazione principale del contribuente.

Su tale immobile – ai sensi dell’articolo 13, comma 7 del D.L. 201/2011 – l’IMU grava con aliquota allo 0,4 per cento; il successivo comma 10 dell’articolo 13 attribuisce una detrazione pari a 200 euro, maggiorata per gli anni 2012 e 2013 di 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a ventisei anni, purché dimorante abitualmente e residente anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale, per un massimo di 400 euro. Dunque l’aliquota per l’abitazione principale, in base alle delibere dei comuni, può variare da un minimo dello 0,2% a un massimo di 0,6%. La Circolare n. 3/DF specifica che il comune può variare tali aliquote nel rispetto dei criteri generali di ragionevolezza e non discriminazione, analogamente a quanto previsto per l’aliquota di base del 7,6%.

In particolare, si specifica che la richiamata aliquota ridotta e la detrazione si applicano ove il possessore ed anche il suo nucleo familiare abbiano stabilito dimora e residenza anagrafica nell’immobile di riferimento.

Si precisa dunque che l’aliquota agevolata e la detrazione si applicano per un solo immobile, ove i componenti del nucleo familiare abbiano dimora e residenza in altri immobili del territorio comunale. Il legislatore ha dunque collegato i benefici dell’abitazione principale e delle relative pertinenze al possessore e al suo nucleo familiare, unificando il concetto di dimora abituale e residenza anagrafica; al riguardo la circolare n. 3/DF chiarisce che nell’ipotesi in cui un figlio dimori e risieda anagraficamente in altro immobile ubicato nello stesso comune, egli costituisce un nuovo nucleo familiare. Ovviamene il genitore perde il diritto alla maggiorazione della detrazione.

 

Per quanto riguarda la definizione delle pertinenze dell’abitazione principale, la circolare chiarisce inoltre che il contribuente può considerare come pertinenza solo un’unità immobiliare per ciascuna categoria catastale indicata dall’articolo 13, comma 2, del D.L. 201/2011 (C2: magazzini, cantine e soffitte; C/6: stalle, rimesse, autorimesse; C/7: tettoie), fino ad un massimo di tre pertinenze, ivi inclusa quella iscritta in catasto unitamente all’abitazione principale.

 

Per l’ulteriore modifica recata dalla lettera a) del comma 5, si veda il paragrafo recante il commento alle norme sui terreni agricoli.

Regime IMU dei fabbricati di interesse storico o artistico e dei fabbricati inagibili

La lettera b)del novellato comma 5 introduce agevolazioni relative ad alcune categorie di immobili, a tal fine integrando il comma 3 dell’articolo 13 del D. L. 201 del 2011, norma che individua la base imponibile IMU nel valore del cespite.

 

In primo luogo, si dispone la riduzione al 50 per cento della base imponibile:

§      per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati, limitatamente al periodo dell'anno durante il quale sussistono dette condizioni. L'inagibilità o inabitabilità è accertata dall'ufficio tecnico comunale con perizia a carico del proprietario, che allega idonea documentazione alla dichiarazione. In alternativa, il contribuente ha facoltà di presentare una dichiarazione sostitutiva (ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445). Agli effetti dell'applicazione della riduzione alla metà della base imponibile, i comuni possono disciplinare le caratteristiche di fatiscenza sopravvenuta del fabbricato, non superabile con interventi di manutenzione.

Si ricorda che a fini ICI, l’articolo 8, comma 1 del D.Lgs. n. 504 del 1992 prevedeva la riduzione del 50 per cento dell’imposta dovuta per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati;

§      per i fabbricati di interesse storico o artistico di cui all'articolo 10 del Codice dei beni culturali, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42.

Il predetto articolo 10 reca la definizione di “beni culturali”, nella quale rientrano anche gli immobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico.

Tra gli altri, sono beni culturali[47], ove sia intervenuta apposita dichiarazione dell’interesse culturale:

§       gli immobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico particolarmente importante, appartenenti a soggetti diversi da quelli indicati supra;

§       gli immobili, a chiunque appartenenti, che rivestono un interesse particolarmente importante a causa del loro riferimento con la storia politica, militare, della letteratura, dell'arte, della scienza, della tecnica, dell'industria e della cultura in genere, ovvero quali testimonianze dell'identità e della storia delle istituzioni pubbliche, collettive o religiose;

Vi rientrano altresì:

§       le cose che interessano la paleontologia, la preistoria e le primitive civiltà;

§       le ville, i parchi e i giardini che abbiano interesse artistico o storico;

§       le pubbliche piazze, vie, strade e altri spazi aperti urbani di interesse artistico o storico;

§       i siti minerari di interesse storico od etnoantropologico;

§       le architetture rurali aventi interesse storico od etnoantropologico quali testimonianze dell'economia rurale tradizionale.

Regime IRPEF e IRES dei fabbricati di interesse storico o artistico e dei fabbricati inagibili

Su un piano più generale, per effetto delle modifiche apportate durante l’esame parlamentare, il presente provvedimento innova il regime fiscale degli immobili (dunque, non solo dei i fabbricati)di interesse storico e artistico.

 

In particolare, i commi 5-ter e 5-quater dell’articolo 4rispettivamente abrogano:

§       l’articolo 2, comma 5, del D.L. n. 16 del 1993, che recava modalità agevolate di calcolo della base imponibile ICI per i suddetti cespiti.

Per effetto delle disposizioni richiamate, essa consisteva nel valore risultante dall’applicazione dei moltiplicatori previsti ex lege (articolo 5, comma 2, del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504) alla rendita catastale, calcolata mediante l'applicazione della tariffa d'estimo di minore ammontare tra quelle previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale fosse sito il fabbricato;

§      l’articolo 11, comma 2 della legge n. 413 del 1991, che prevedeva un trattamento agevolato anche ai fini delle imposte sui redditi per gli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico.

Con formulazione analoga alle norme in materia di base imponibile ICI, tale reddito era determinato applicando la minore tra le tariffe d’estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato.

 

Il successivo comma 5-sexies dell’articolo 4 modifica le regole di determinazione, ai fini delle imposte dirette, dei redditi da locazione di immobili di interesse storico o artistico di cui al predetto articolo 10 del D.Lgs. n. 42 del 2004.

 

Si ricorda che, per quanto concerne l’IRPEF, l’articolo 37, comma 4-bis del Testo Unico delle Imposte sui Redditi – TUIR (D.P.R. n. 917 del 1986) dispone che il reddito dei fabbricati dati in locazione libera sia determinato in misura pari al maggiore tra il valore del canone risultante dal contratto di locazione, ridotto del 15 per cento a titolo di deduzione forfettaria delle spese, ed il reddito catastale. La predetta riduzione è elevata al 25 per cento per i fabbricati siti nella città di Venezia centro e nelle isole della Giudecca, di Murano e di Burano.

 

Si ricorda che l’articolo 71, comma 3 dell’A.S. 3249, recante la riforma del mercato del lavoro e attualmente all’esame del Senato, intende rideterminare le modalità di calcolo del reddito dei fabbricati imponibile ai fini IRPEF. In particolare, si propone che venga diminuita dal 15 al 5 per cento la riduzione applicabile ai canoni dei fabbricati concessi in locazione, utile ai fini della determinazione del reddito imponibile IRPEF.

Per effetto delle norme in esame (lettera a)del comma 5-sexies), modificando l’articolo 37, comma 4-bis del TUIR,viene previstaun’analoga riduzione forfettaria, in misura però elevata al 35 per cento, dei canoni di locazione degli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico.

In sostanza, a fini IRPEF, qualora il reddito imponibile derivante dalla locazione di immobili aventi interesse storico o artistico sia determinato in rapporto al valore del canone, la riduzione cui ha diritto il contribuente è innalzata dal 15 al 35 per cento del predetto valore del canone di locazione.

 

Per quanto riguarda l’IRES, si ricorda che il previgente articolo 90, comma 1 del TUIR disponeva che i proventi derivanti dalla locazione dei cd. “immobili patrimonio” (alla cui produzione o al cui scambio non è diretta l’attività di impresa) venissero calcolati sulla base del canone di locazione, ridotto delle spese documentate sostenute dal locatore per la realizzazione di interventi di manutenzione ordinaria, fino ad un massimo del 15 per cento del canone medesimo, qualora risulti superiore al reddito medio ordinario dell'unità immobiliare.

Per effetto delle norme in esame (lettera b)del comma 5-sexies, n. 1) si prevede in primo luogo che per gli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico il reddito medio ordinario (individuato applicando le ordinarie tariffe catastali, ai sensi del richiamato articolo 37, comma 1 del TUIR) sia ridotto del 50 per cento.

Inoltre per i predetti immobili non trova applicazione la norma che dispone (articolo 41 del TUIR) l’aumento di un terzo del reddito delle unità immobiliari ad uso di abitazione, possedute in aggiunta a quelle adibite ad abitazione principale del possessore o dei suoi familiari o all'esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali da parte degli stessi, utilizzate direttamente, anche come residenze secondarie, dal possessore o dai suoi familiari o tenute a disposizione.

 

Viene poi introdotto uno specifico criterio di determinazione del reddito da locazione degli immobili di interesse storico o artistico, sulla falsariga di quello introdotto, per effetto delle novelle all’articolo 37 TUIR, a fini IRPEF.

Dunque (lettera b)del comma 5-sexies, n. 2) – che aggiunge un periodo alla fine del comma 1 dell’articolo 90 TUIR) a fini IRES il reddito derivante dagli immobili “patrimonio” riconosciuti di interesse storico o artistico è determinato in misura pari al maggiore tra il valore del canone risultante dal contratto di locazione, ridotto del 35 per cento, ed il reddito medio ordinario dell’immobile (anch’esso ridotto al 50 per cento, per effetto del n. 1 della lettera b)).

La lettera c)del comma 5-sexiesestende le suddette agevolazioni per la determinazione del reddito da locazione degli immobili di interesse storico o artistico anche agli enti non commerciali, novellando a tal fine l’articolo 144 del TUIR.

Le predette misure, ai sensi del successivo comma 5-septies, si applicano a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2011. Nella determinazione degli acconti dovuti per tale periodo di imposta si assume, quale imposta dovuta nel periodo precedente, quella che si sarebbe determinata applicando le introdotte nuove disposizioni di cui al comma 5-sexies.

Terreni agricoli

I soggetti richiamati dall'articolo 2, comma 1, lettera b), secondo periodo, del decreto legislativo n. 504 del 1992, sono individuati nei coltivatori diretti e negli imprenditori agricoli professionali di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99, e successive modificazioni, iscritti nella previdenza agricola»

 

La già commentata lettera a) del comma 5, incidendo sulle definizioni valide ai fini dell’IMU, integra l’articolo 13, comma 2 del D.L. 201 del 2011 anche al fine di chiarire che a fini IMU sono considerati non fabbricabili i terreni posseduti e condotti dai coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.

Dunque, ai fini delle riduzioni riservate alla ruralità, viene individuato l’insieme dei coltivatori diretti e degli imprenditori agricoli professionali come individuati dall’articolo 1 del D.Lgs. 99 del 2004; tale formulazione sembra anche includere le società di capitali che operano nel settore, oltre alle persone fisiche.

 

La lettera c) del comma 5 modificando il comma 5 del richiamato articolo 13 del D. L. n. 201 del 2011, innalza da 130 a 135 la misura del moltiplicatore da applicare ai fini del calcolo della base imponibile IMU per i terreni agricoli.

Come ricordato in precedenza, la base imponibile IMU è costituita dal valore dell’immobile, calcolato con modalità diverse secondo il tipo di cespite colpito da imposta.

Per i terreni agricoli, il valore è ottenuto applicando all'ammontare del reddito dominicale risultante in catasto, vigente al 1° gennaio dell'anno di imposizione e rivalutato del 25 per cento, un valore (detto moltiplicatore) fissato ex lege; come si è detto, per effetto delle modifiche in commento esso viene elevato da 130 a 135.

 

La medesima lettera c) specifica che la riduzione del moltiplicatore a 110, disposta dal medesimo comma 5 del richiamato articolo 13, opera per tutti i terreni, compresi quelli non coltivati, purché siano posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.

 

La lettera e) del comma 5, aggiungendo un comma 8-bis all’articolo 13, reca alcune limitazioni all’applicazione dell’IMU ai terreni agricoli posseduti e condotti da coltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali, commisurate al valore del terreno.

In particolare, si stabilisce che i terreni agricoli posseduti e condotti dacoltivatori diretti o da imprenditori agricoli professionali (di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99) siano assoggettati ad IMU solo per la parte di valore eccedente 6.000 euro, con le seguenti riduzioni, di importo decrescente all’aumentare del valore dell’immobile:

a)  del 70 per cento dell'imposta gravante sulla parte di valore eccedente i predetti 6.000 euro e fino a euro 15.500;

b)  del 50 per cento di quella gravante sulla parte di valore eccedente 15.500 euro e fino a 25.500 euro ;

c)  del 25 per cento di quella gravante sulla parte di valore eccedente 25.500 euro e fino a 32.000 euro;

 

In sostanza, per effetto della disposizione in commento, sarà esente da imposta il terreno agricolo di valore pari o inferiore a 6000 euro in presenza delle altre condizioni di legge (possesso e conduzione da parte di coltivatori diretti o imprenditori agricoli professionali). Viene introdotta dunque un’applicazione dell’IMU per scaglioni, con assoggettamento a IMU (senza alcuna riduzione) dei terreni agricoli il cui valore, calcolato ai sensi del novellato comma 5 dell’articolo 13, superi i 32.000 euro.

Tale agevolazione è di tenore simile a quella in precedenza prevista per i terreni agricoli a fini ICI (articolo 9 del D.Lgs. n. 504 del 1992).

 

Il comma 5-bis dell’articolo 4, anch’esso introdotto durante l’esame parlamentare, affida a un decreto di natura non regolamentare del Ministro dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, l’individuazione dei comuni nei quali si applica l’esenzione da imposta per i terreni agricoli ricadenti in aree montane o di collina (articolo 7, comma 1, lettera h) del D.Lgs. n. 502 del 1992, espressamente richiamato dall’articolo 9, comma 8 del D.Lgs. n. 23 del 2011), sulla base dell’altitudine riportata nell'elenco dei comuni italiani predisposto dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) nonché eventualmente anche sulla base della redditività dei terreni.

Riparto del gettito case IACP – immobili di anziani e disabili

La lettera f) integra il comma 10 dell’articolo 13 del D.L. n. 201 del 2011, al fine di disporre che la riserva di parte del gettito in favore dello Stato non trova applicazione per l’IMU dovuta sulle unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale dei soci assegnatari, nonché sugli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari.

Si ricorda che l’articolo 13, comma 10 del D.L. 201 del 2011 prevede che in relazione a tali immobili si applica la detrazione di 200 euro per l’abitazione principale e che, ai sensi del precedente comma 9, i comuni possono ridurre l’aliquota fino allo 0,4 per cento per gli immobili posseduti da soggetti IRES (tra cui IACP comunque denominati e cooperative edilizie).

 

In sostanza, per le abitazioni IACP l’intero gettito IMU spetterà ai comuni e tale gettito non concorre alla “differenza compensativa” di cui al comma 17 dell’articolo 13 del D.L. n. 201/2011.

Infatti, in relazione tale ipotesi non trova altresì applicazione la riduzione del Fondo sperimentale di riequilibrio e del Fondo perequativo (di cui, rispettivamente, agli articoli 2 e 13 del decreto legislativo n.23 del 2011) nonché dei trasferimenti erariali dovuti alle regioni Sicilia e Sardegna, in misura corrispondente al maggior gettito derivante dalla nuova disciplina IMU.

 

Per quanto concerne il riparto del gettito dell’IMU tra i diversi livelli di governo (Stato e comuni) per il periodo di applicazione sperimentale dell’imposta, il comma 11 del richiamato articolo 13 prevede che dal 2012 sia riservata allo Stato una quota di gettito, pari alla metà dell’importo ottenuto applicando l’aliquota di base dello 0,76 per cento alla base imponibile di tutti gli immobili, tranne l’abitazione principale e relative pertinenze e i fabbricati rurali strumentali (il cui gettito spetta ai comuni).

 La quota di imposta risultante è versata allo Stato contestualmente all’imposta municipale propria. Alla quota statale non si applicano le misure agevolative previste dalle norme in esame, ovvero le detrazioni fissate ex lege e le riduzioni o detrazioni deliberate dai comuni (computate, quindi a carico della quota spettante a tali enti).

 

La medesima lettera f), aggiungendo un periodo alla fine del richiamato articolo 13, comma 10, consente ai comuni di considerare direttamente adibita ad abitazione principale l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata, nonché l'unità immobiliare posseduta dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata. I comuni potranno dunque, con regolamento, estendere a tali immobili il trattamento agevolato dell’abitazione principale.

L’introduzione di tale assimilazione grava, in virtù delle disposizioni sul riparto del gettito, integralmente a carico della quota di IMU spettante ai Comuni.

 

La Circolare 3/DF del 2012 specifica, al riguardo, che alla luce delle illustrate modifiche “appare del tutto privo di significato” il richiamo effettuato dall’ultimo periodo dell’articolo 13, comma 10 del D.L. 201/2011 il quale, con norma di analogo tenore, autorizza i comuni all’applicazione dell’aliquota ridotta e della detrazione spettanti per l’abitazione principale anche all'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente (soggetti di cui all'articolo 3, comma 56, della legge 23 dicembre 1996, n. 662).

 

La lettera g)integra il richiamato comma 11 dell’articolo 13, escludendo dalla quota di gettito spettante allo Stato la quota di imposta relativa agli immobili posseduti dai comuni siti sul proprio territorio.'

La Relazione tecnica motiva tale esclusione in relazione alla circostanza che l’attuale esenzione da imposta (disposta dall’articolo 9, comma 8 del D.Lgs. n. 23 del 2011) è riferita ai soli immobili dei comuni posseduti nel proprio territorio destinati esclusivamente ai compiti istituzionali; ciò implica l’assoggettamento a IMU degli immobili comunali destinati a compiti non esclusivamente istituzionali, con aggravio di oneri per i Comuni relativamente alla quota di gettito di spettanza erariale.

Anche in relazione a tale ipotesi non trova applicazione la citata riduzione compensativa del Fondo sperimentale di riequilibrio e del Fondo perequativo (di cui, rispettivamente, agli articoli 2 e 13 del decreto legislativo n.23 del 2011) nonché dei trasferimenti erariali dovuti alle regioni Sicilia e Sardegna.

Adempimenti, versamenti, aliquote ed ulteriori disposizioni

Le lettere h) e i) del comma 5 integranola disciplina dell’IMU con una serie di prescrizioni relative alle dichiarazioni d’imposta, ai pagamenti da effettuarsi nel 2012, all’eventuale modificabilità delle aliquote e della detrazione fissate dalla legge, nonché agli adempimenti dei Comuni in relazione all’imposta municipale.

In primo luogo la lettera h) consente, a decorrere dal 1° dicembre 2012, di pagare l’imposta – oltre che con F24 – anche tramite apposito bollettino postale, cui si applicano le norme che regolano già il modello F24.

 

La lettera i)- aggiungendo un comma 12-bis all’articolo 13 del D.L. n. 201 del 2011 – reca modalità specifiche per il pagamento dell’IMU nell’anno 2012.

Per il solo anno 2012, il pagamento della prima rata dell'imposta municipale su tutti gli immobili diversi dall’abitazione principale è effettuato, senza applicazione di sanzioni ed interessi, in misura pari al 50 per cento dell'importo ottenuto applicando le aliquote di base previste dalla legge. La seconda rata è versata a saldo dell'imposta complessivamente dovuta per l'intero anno con conguaglio sulla prima rata.

 

Per quanto riguarda il pagamento dell’imposta sull’abitazione principale e relative pertinenze, nel 2012 essa può essere versata – a scelta del contribuente – in due o tre rate.

Nel caso di pagamento in due rate, la primaè corrisposta entro il 18 giugno, versando il 50 per cento dell’importo ottenuto applicando alla base imponibile le aliquote di base e l’eventuale detrazione prevista per l’abitazione principale, senza applicazione di sanzioni e interessi. La seconda rata è versata entro il 17 dicembre a saldo dell’imposta complessivamente dovuta, salvo conguaglio.

Nel caso di pagamento in tre rate, la prima e la seconda rata sono versate in misura ciascuna pari ad un terzo dell'imposta, calcolata applicando l'aliquota di base e la detrazione “prima casa”, da corrispondere rispettivamente entro il 18 giugno e il 17 settembre. La terza rata è versata, entro il 17 dicembre, a saldo dell'imposta complessivamente dovuta per l'intero anno con conguaglio sulle precedenti rate; in alternativa,

 

Si ricorda che le norme generali (articolo 9, comma 3 del D.Lgs. n. 23 del 2011, richiamato dall’articolo 13 del D.L. 201 del 2011) dispongono che il pagamento dell'imposta avvenga in due rate di pari importo, scadenti la prima il 16 giugno e la seconda il 16 dicembre. Resta in ogni caso nella facoltà del contribuente provvedere al versamento dell'imposta complessivamente dovuta in unica soluzione annuale, da corrispondere entro il 16 giugno.

L’articolo 13, comma 12 del D.L. n. 201 del 2011 dispone che il versamento dell’imposta sia effettuato – in deroga alle disposizioni del D.Lgs. n. 446/1997, ai sensi del quale il comune delibera i propri regolamenti in materia tributaria – secondo le modalità regolate dalla legge statale (articolo 17 del D.Lgs. 9 luglio 1997 n. 241 recante le modalità di versamento unitario delle imposte), con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate. L’uso del modello F24 è reso necessario dalla riserva di una quota di gettito in favore dello Stato.

 

L'aliquota di base dell'imposta è pari allo 0,76 per cento, con facoltà dei comuni modificarla, in aumento o in diminuzione, l'aliquota di base sino a 0,3 punti percentuali.

Per l'abitazione principale e per le relative pertinenze l'aliquota è ridotta allo 0,4 per cento. Anche in tal caso i comuni possono modificarla in aumento o in diminuzione sino a 0,2 punti percentuali.

Per i fabbricati rurali ad uso strumentale l'aliquota è pari allo 0,2 per cento (modificabile dai comuni fino allo 0,1 per cento).

 

I comuni possono ridurre l'aliquota di base fino allo 0,4 per cento anche per gli immobili non produttivi di reddito fondiario; per gli immobili posseduti dai soggetti passivi IRES; per gli immobili locati. Inoltre i comuni possono ridurre l'aliquota di base fino allo 0,38 per cento per i fabbricati costruiti e destinati dall'impresa costruttrice alla vendita, fintanto che permanga tale destinazione e non siano in ogni caso locati, e comunque per un periodo non superiore a tre anni dall'ultimazione dei lavori.

 

Per l'unità immobiliare adibita ad abitazione principale del soggetto passivo e per le relative pertinenze è disposta una detrazione, applicabile all’imposta fino a concorrenza del suo ammontare, pari a 200 euro (rapportati al periodo dell'anno durante il quale si protrae tale destinazione). Per gli anni 2012 e 2013, la detrazione prevista dal primo periodo è maggiorata di 50 euro per ciascun figlio di età non superiore a ventisei anni, purché dimorante abitualmente e residente anagraficamente nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale. L’importo complessivo della maggiorazione, al netto della detrazione di base, non può superare l’importo massimo di euro 400. I comuni possono disporre l’elevazione dell’importo della detrazione, fino a concorrenza dell'imposta dovuta, nel rispetto dell'equilibrio di bilancio.

La suddetta detrazione si applica alle unità immobiliari di proprietà delle cooperative edilizie, ove adibite ad abitazione principale dei soci assegnatari, nonché agli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari e dagli enti di edilizia residenziale pubblica con la medesima destinazione (di cui all’articolo 8, comma 4 del D.Lgs. n. 504 del 1992).

L’aliquota ridotta per l’abitazione principale e la detrazione si applicano anche alla casa coniugale del soggetto passivo che, a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, non ne risulti tuttavia assegnatario.

I comuni possono poi disporre che l’aliquota ridotta e la detrazione si applichino anche agli immobili posseduti, a titolo di proprietà o di usufrutto, da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che l’immobile non risulti locato (articolo 3, comma 56, della legge 23 dicembre 1996, n. 662).

 

Si dispone inoltre che per l'anno 2012 i Comuni iscrivano nel bilancio di previsione l'entrata da imposta municipale propria in base ad importi predeterminati, come stimati dal Dipartimento delle finanze del MEF per ciascun Comune e pubblicati su apposita tabella, da rendere disponibile sul sito internet www.finanze.gov.it (cd. “accertamento convenzionale”)

Tale ”accertamento convenzionale” del gettito non consente il riconoscimento da parte dello Stato, ai fini dei rapporti finanziari tra questo e i Comuni, dell'eventuale differenza tra gettito accertato convenzionalmente e gettito reale ed è rivisto, unitamente agli accertamenti relativi al fondo sperimentale di riequilibrio e ai trasferimenti erariali, in esito a dati aggiornati da parte del medesimo Dipartimento delle finanze, ai sensi dell'accordo sancito dalla conferenza Stato-città e autonomie locali del 1° marzo 2012.

 

Le norme in esame riservano poi a uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri - su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze - da emanarsi entro il 10 dicembre 2012:

§      la modifica delle aliquote e delle relative variazioni;

§      la modifica della detrazione per l’abitazione principale.

 

La revisione è finalizzata ad assicurare l’ammontare del gettito complessivo previsto per l’anno 2012; i suddetti decreti sono adottati sulla base del gettito della prima rata dell’IMU e sui risultati dell’accatastamento dei fabbricati rurali (cfr. il relativo paragrafo, supra)

 

Le norme poi fissano al 30 settembre 2012 il termine entro il quale i comuni possono approvare o modificare la delibera e il regolamento relativi alle aliquote IMU e alla detrazione per l’abitazione principale, sulla base dei dati aggiornati.

 

Tale norma è esplicitamente in deroga alle previsioni (articolo 172, comma 1, lettera e) del D.Lgs. n. 267 del 2000, Testo unico degli enti locali – TUEL) che impongono ai comuni di allegare al bilancio di previsione - tra l’altro - le deliberazioni con le quali sono determinate le aliquote d'imposta e le eventuali maggiori detrazioni, nonché alle prescrizioni della legge finanziaria 2008 (articolo 1, comma 169, della n. 296 del 2006) secondo le quali gli enti locali devono deliberare le aliquote relative ai tributi di loro competenza entro la data fissata da norme statali per la deliberazione del bilancio di previsione.

Si ricorda in proposito che l’articolo 29, comma 16-quater del D.L. n. 216 del 2011 (c.d. “milleproroghe”) ha fissato al 30 giugno 2012 il termine per la deliberazione del bilancio di previsione per l'anno 2012 da parte degli enti locali.

 

La lettera i) inserisce altresì un comma 12-ter all’articolo 13 del D.L. n. 201 del 2011 che dispone in ordine alle dichiarazioni IMU.

In particolare, i soggetti passivi dovranno presentare la dichiarazione entro 90 giorni dalla data in cui il possesso degli immobili ha avuto inizio o sono intervenute variazioni rilevanti ai fini della determinazione dell'imposta, utilizzando il modello di dichiarazione approvato con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, sentita l'Associazione Nazionale Comuni Italiani (ai sensi dell'articolo 9, comma 6, del D.Lgs. n. 23 del 2011). Il predetto decreto ministeriale disciplina i casi in cui deve essere presentata la dichiarazione.

La dichiarazione ha effetto anche per gli anni successivi, purché non intervengano modificazioni dei dati ed elementi dichiarati cui consegua un diverso ammontare dell'imposta dovuta.

Restano fermi:

§      la possibilità di liquidare l’imposta in sede di dichiarazione dei redditi (ai sensi dell'articolo 37, comma 55, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223), con possibilità di versare l'imposta anche utilizzando i crediti ammessi in compensazione;

§      l’obbligo di indicare nelle dichiarazioni dei redditi, per ogni immobile, l'importo dell'imposta comunale sugli immobili dovuta per l'anno precedente (articolo 1, comma 104 della legge finanziaria 2007, legge n. 296 del 2006);

§      le dichiarazioni presentate ai fini dell'imposta comunale sugli immobili, in quanto compatibili.

 

Si prevede infine che, per gli immobili posseduti al 1° gennaio 2012, la dichiarazione deve essere presentata entro il 30 luglio 2012.

Pubblicazione delle delibere in materia di IMU

La lettera l) inserisce un comma 13-bis all’articolo 13 del D.L. n. 201 del 2011, al fine di prevedere che, a decorrere dall'anno di imposta 2013, le deliberazioni comunali di approvazione delle aliquote e della detrazione dell’IMU dovranno essere inviate esclusivamente per via telematica per la pubblicazione nel sito informatico previsto per la pubblicazione delle delibere in materia di addizionale comunale IRPEF.

L'efficacia delle deliberazioni decorre dalla data di pubblicazione nel predetto sito informatico. Gli effetti delle deliberazioni stesse retroagiscono al 1° gennaio dell'anno di pubblicazione nel sito informatico, purché detta pubblicazione avvenga entro il 30 aprile dell'anno a cui la delibera si riferisce.

A tal fine, l'invio deve avvenire entro il termine del 23 aprile. In caso di mancata pubblicazione entro il termine del 30 aprile, le aliquote e la detrazione si intendono prorogate di anno in anno.

Rimborso ai comuni delle autonomie speciali per il minor gettito ICI

La lettera m) del comma 5 interviene sul testo della lettera a) del comma 14 dell’articolo 13 del decreto-legge n. 201 del 2011, che anticipa l'applicazione dell'imposta municipale sugli immobili al 2012.

 

La richiamata lettera a) abroga le disposizioni contenute nel decreto 93 del 2008 che prevedevano il rimborso ai comuni del minor gettito derivante dall'esenzione dall'ICI dell'abitazione principale.

Il decreto legge n. 93 del 2008 prevedeva l’esclusione dall'ICI dell'abitazione principale del soggetto passivo e disponeva, all'articolo 1, comma 4, il rimborso ai comuni della conseguente minore imposta, precisando specifiche modalità applicative per i comuni delle autonomie speciali.

 

Si ricorda che il comma 4, abrogato, e che ora in base alla disposizione in commento continua ad applicarsi ai comuni delle regioni a statuto speciale disponeva che la minore imposta, pari a 1.700 milioni di euro a decorrere dall'anno 2008, è rimborsata ai singoli comuni. In particolare per le regioni a statuto speciale, ad eccezione delle regioni Sardegna e Sicilia, e le province autonome di Trento e di Bolzano, i rimborsi sono in ogni caso disposti a favore dei citati enti (vale a dire delle regioni Valle d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Province autonome), che provvedono all'attribuzione delle quote dovute ai comuni compresi nei loro territori nel rispetto degli statuti speciali e delle relative norme di attuazione. Nelle regioni Sicilia e Sardegna il rimborso è attribuito direttamente ai comuni, in quanto in quelle regioni, benché anch'esse titolari della competenza primaria in materia di finanza degli enti locali, questi continuano a ricevere trasferimenti dallo Stato.

 

Tale disposizione è stata abrogata dal decreto legge n. 201 del 2011 in relazione all’avvenuta anticipazione sperimentale dell’IMU, che dal 2012 si applica anche all'abitazione principale «in tutti i comuni del territorio nazionale»[48]. Ciò ha fatto venir meno anche per i comuni ricadenti nelle regioni a statuto speciale la possibilità di attribuzione del rimborso della minore imposta.

La norma in esame esclude dall'abrogazione il comma 4 dell'articolo 1 con riferimento ai comuni delle regioni a statuto speciale; ciò comporta – per quegli enti – il ripristino del rimborso della minore imposta.

 

In ordine alle ragioni della modifica normativa in esame, la Relazione illustrativa del Governo si limita a precisare che i comuni ricadenti nelle regioni a statuto speciale poiché «non interessati dall'attuazione del federalismo fiscale municipale (…) conservano il diritto a tale restituzione»

 

Al riguardo non appaiono chiare le ragioni in base alle quali in presenza della nuova disciplina dell'IMU recata dall'articolo 13 del D.L. 201/2011 – che come detto sopra stabilisce l'applicazione dell'IMU su tutto il territorio nazionale - la norma in esame conferma la spettanza ai comuni delle autonomie speciali del rimborso in questione.

Tale circostanza potrebbe essere riconducibile al fatto che il rimborso per il mancato gettito spettante ai comuni delle regioni a statuto ordinario continua ad essere attribuito agli stessi, sotto forma però di entrate fiscali diverse. Esso in sostanza è stato 'fiscalizzato', insieme a tutti gli altri trasferimenti, in attuazione delle disposizioni contenute nel D.Lgs. 23/2011. Ciò non è stato fatto per le autonomie speciali, in quanto ad esse non si applicano le disposizioni concernenti il federalismo fiscale municipale[49] e dunque ad esse viene attribuito ancora sotto forma di rimborso[50].

Assegnazione della casa coniugale

Il comma 12-quinquies, introdotto durante l’esame parlamentare, reca specificazioni, a fini IMU, in materia di assegnazione della casa coniugale al coniuge.

Si specifica infatti che l'assegnazione della casa coniugale al coniuge, disposta a seguito di provvedimento di separazione legale, annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, si intende in ogni caso effettuata a titolo di diritto di abitazione. In sostanza, in quanto diritto reale di godimento, l’attribuzione di un simile diritto costituisce presupposto per il pagamento dell’IMU; la disposizione appare dunque volta a individuare univocamente il soggetto passivo del tributo in tali ipotesi.

La Circolare 3/DF del MEF chiarisce in merito che:

§      accanto alla soggettività passiva, tale norma fa sorgere nel coniuge assegnatario anche le agevolazioni previste per l’abitazione principale e le relative pertinenze (aliquota ridotta, detrazione, maggiorazione di quest’ultima per i figli di età non superiore a 26 anni);

§      tale innovazione tacitamente abroga quanto previsto dall’articolo 13, comma 10, ultimo periodo del D.L. 201 del 2011, che attribuiva le predette agevolazioni per l’abitazione principale anche per le fattispecie di cui all’articolo 6, comma 3-bis del D.Lgs. 504/1992, ovvero anche al soggetto passivo non assegnatario della casa coniugale purché non proprietario o titolare di diritto reale su un immobile sito nel medesimo comune e destinato ad abitazione. Unico soggetto passivo è dunque il coniuge assegnatario della casa “di famiglia;

§      conseguentemente, sull’IMU così versata non è computata la quota di imposta riservata allo Stato, ai sensi dell’articolo 13, comma 17 del D.L. 201 del 2011.


 

Articolo 4, comma 1-quater
(Imposta di scopo)

 


1-quater. All'articolo 6 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 1, alinea, le parole da: «17, comma 2,» a: «in modo tale da» sono sostituite dalle seguenti: «52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, e successive modificazioni, i comuni, nella disciplina dell'imposta di scopo di cui all'articolo 1, comma 145, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, possono anche»;

b) il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. A decorrere dall'applicazione dell'imposta municipale propria, in via sperimentale, di cui all'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, l'imposta di scopo si applica, o continua ad applicarsi se già istituita, con riferimento alla base imponibile e alla disciplina vigente per tale tributo. Il comune adotta i provvedimenti correttivi eventualmente necessari per assicurare il rispetto delle disposizioni di cui ai commi da 145 a 151 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296».  


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 1-quater interviene in tema di imposta di scopo, consentendo ai comuni di disciplinarla con proprio regolamento, anziché attraverso una revisione dell’imposta da effettuarsi con regolamento statale, e specificando che la base imponibile dell’imposta di scopo è la medesima dell’IMU.

Analisi normativa

 

Il comma 1-quater novellal’articolo 6 del D.Lgs. n. 23 del 2011 in tema di imposta di scopo. In particolare:

§       modificando il comma 1 dell’articolo 6, si consente ai comuni di disciplinare con regolamento l’imposta di scopo, nel quadro della disciplina recata dalla legge finanziaria 2007, in luogo della revisione dell’imposta da effettuarsi con regolamento statale (D.P.R.);

§       sostituendo integralmente il comma 2, si dispone che, a decorrere dall’entrata in vigore dell’IMU sperimentale (e cioè dal 2012 ai sensi dell’articolo 13 del D.L. n. 201 del 2011), l’imposta di scopo si applichi o, se istituita, continui ad applicarsi con riferimento alla base imponibile e secondo la disciplina vigente per l’IMU. In sostanza la base imponibile dell’imposta di scopo è costituita dalla medesima base imponibile dell’IMU (art. 13, co. 3), cioè dal valore dell'immobile determinato ai sensi dell'articolo 5, commi 1, 3, 5 e 6 del D.Lgs. n. 504 del 1992 e dei commi 4 e 5 (moltiplicatori) del medesimo articolo 13. La base imponibile è ridotta del 50% per i fabbricati di interesse storico o artistico e per i fabbricati dichiarati inagibili o inabitabili e di fatto non utilizzati[51].

Infine il comma 2 dispone che il comune dovrà adottare i provvedimenti correttivi eventualmente necessari per assicurare il rispetto delle disposizioni di cui ai commi da 145 a 151 dell'articolo 1 della legge n. 296 del 2006.

 

L’imposta di scopo è stata introdotta dall’articolo 1, commi 145-151 della legge n. 296 del 2006 (finanziaria 2007), prevedendo la possibilità per i comuni di istituire, con regolamento, un’imposta di scopo per finanziare la realizzazione di opere pubbliche.

 

La norma rimette ad un regolamento comunale, emanato ai sensi dell’articolo 52 del D.Lgs. n. 446 del 1997, l’istituzione dell’imposta (comma 145), che deve essere destinata esclusivamente alla parziale copertura delle spese per la realizzazione di specifiche opere pubbliche, secondo le tipologie individuate dal comma 149:

§       opere per il trasporto pubblico urbano;

§       opere viarie, con esclusione della manutenzione straordinaria ed ordinaria delle opere esistenti;

§       opere particolarmente significative di arredo urbano e di maggior decoro dei luoghi;

§       opere di risistemazione di parchi e giardini;

§       opere di realizzazione di parcheggi pubblici;

§       opere di restauro;

§       opere relative a nuovi spazi per eventi e attività culturali, allestimenti museali e biblioteche;

§       opere di realizzazione e manutenzione straordinaria dell’edilizia scolastica;

§       opere di conservazione dei beni artistici e architettonici.

Il regolamento comunale istitutivo dell’imposta deve indicare (comma 146):

§       l’opera pubblica da realizzare;

§       l’ammontare della spesa da finanziare;

§       l’aliquota di imposta;

§       l’applicazione di esenzioni, riduzioni o detrazioni in favore di determinate categorie di soggetti;

§       le modalità di versamento degli importi dovuti.

Il gettito complessivo dell’imposta di scopo non può essere superiore al 30 per cento dell’ammontare della spesa dell’opera pubblica da realizzare (comma 150).

In caso di mancato inizio dell’opera pubblica entro due anni dalla data prevista dal progetto esecutivo, i comuni sono tenuti, entro i due anni successivi, a rimborsare i versamenti effettuati dai contribuenti (comma 151).

 

L’articolo 6 del decreto legislativo n. 23 del 2011 (federalismo municipale) interviene sulla disciplina dell’imposta di scopo, prevedendo (comma 1) che la revisione dell’imposta di scopo fosse effettuata con regolamento governativo da adottare ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge n. 400 del 1988, d’intesa con la Conferenza Stato-città autonomie locali entro il 31 ottobre 2011 in modo tale da prevedere:

§       l’individuazione di opere pubbliche ulteriori rispetto alle tipologie definite dalla normativa vigente;

§       l’aumento sino a dieci anni della durata massima di applicazione dell’imposta;

§       la possibilità che il gettito dell’imposta finanzi l’intero ammontare della spesa dell’opera pubblica da realizzare.

Infine il comma 2 fa salvo l’obbligo di restituzione ai contribuenti dei versamenti effettuati nel caso di mancato inizio dell’opera entro due anni dalla data prevista dal progetto esecutivo.


 

Articolo 4, comma 1-quinquies
(Comunicazioni al MEF su addizionale)

 

1-quinquies. A decorrere dall'anno 2012, entro trenta giorni dall'approvazione della delibera che istituisce l'aliquota relativa all'addizionale comunale all'imposta sul reddito delle persone fisiche, i comuni sono obbligati a inviare al Dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia e delle finanze le proprie delibere ai fini della pubblicazione nel sito informatico www.finanze.gov.it.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 1-quinquies impone ai comuni l’obbligo di inviare al Ministero dell’economia e delle finanze le delibere relative all’aliquota dell’addizionale comunale all’IRPEF entro 30 giorni dalla loro approvazione, affinché siano pubblicate sul sito internet del Dipartimento delle Finanze.

Analisi normativa

 

Il comma 1-quinquies impone ai comuni, dal 2012, l’obbligo di inviare al Ministero dell’economia e delle finanze le delibere relative all’aliquota dell’addizionale comunale all’IRPEF entro 30 giorni dalla loro approvazione, affinché siano pubblicate sul sito internet del Dipartimento delle Finanze (www.finanze.gov.it).

 

L’addizionale comunale IRPEF è stata introdotta, con decorrenza 1999, dal decreto legislativo n. 360 del 1998. L’articolo 1 del richiamato decreto attribuisce ai comuni il potere di modificare l’aliquota d’imposta, con apposito regolamento, in misura complessivamente non superiore allo 0,8%.

Su tale potere è intervenuta la legge finanziaria 2003 (legge n. 289/2002, art. 3, co. 1) che, al fine di non contrastare la manovra introdotta con la medesima legge finanziaria tendente a non elevare la pressione fiscale, ha disposto il blocco del potere comunale di incrementare l’aliquota dell’addizionale IRPEF. La disposizione è stata oggetto di proroga, da ultimo, dalla legge di stabilità per il 2011 (legge n. 220/2010, art. 1, c. 123) ai sensi della quale “resta confermata, sino all'attuazione del federalismo fiscale, la sospensione del potere delle regioni e degli enti locali di deliberare aumenti” delle addizionali. In deroga al blocco è ammesso l’incremento dell’addizionale IRPEF nel solo Comune di Roma al fine di fronteggiare le esigenze finanziarie relative al piano di rientro di Roma Capitale.

 

Sulla materia interviene l’articolo 4, comma 4, del presente decreto legge, che, abrogando l'articolo 77-bis, comma 30, e l'articolo 77-ter, comma 19, del D.L. n. 112 del 2008 e l'articolo 1, comma 123, della legge n. 220 del 2010, rimuove, a decorrere dall'anno di imposta 2012, il blocco per gli enti territoriali di deliberare aumenti dei tributi, delle addizionali e delle aliquote di tributi ad essi attribuiti dallo Stato.

Conseguentemente, potendo nuovamente gli enti locali variare l’aliquota dell’addizionale comunale all’IRPEF, la disposizione di cui al presente comma 1-quinquies fa obbligo ai comuni di inviare al Ministero dell’economia e delle finanze le relative delibere entro30 giornidalla loro approvazione, affinché siano pubblicate sul sito internet del Dipartimento delle Finanze


 

Articolo 4, comma 2
(V
ariazione dell'aliquota dell'imposta provinciale RCA nelle regioni a statuto speciale)

 

2. Le disposizioni concernenti l'imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, esclusi i ciclomotori, di cui all'articolo 17 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68, si applicano, in deroga all'articolo 16 del citato decreto legislativo n. 68 del 2011, su tutto il territorio nazionale. Sono fatte salve le deliberazioni emanate prima dell'approvazione del presente decreto.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 2 estende alle province ubicate nelle regioni a statuto speciale la possibilità di variare l'aliquota dell'imposta sulle assicurazioni RCA, consentita alle province appartenenti alle regioni a statuto ordinario dal decreto legislativo n. 68/2011, cosiddetto «federalismo regionale e provinciale».

Analisi normativa

 

Il comma 2 interviene per estendere alle province ubicate nelle regioni a statuto speciale la possibilità di variare l'aliquota dell'imposta sulle assicurazioni sulla responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, consentita alle province appartenenti alle regioni a statuto ordinario dall'articolo 17 del decreto legislativo n. 68 del 2011 recante disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province in attuazione della delega per il federalismo fiscale contenuta nella legge n. 42/2009.

Nella normativa vigente, queste disposizioni concernenti l'imposta RCA, si applicano alle sole regioni a statuto ordinario, in quanto tutte le disposizioni contenute nel Capo II del citato decreto legislativo, concernenti l'autonomia di entrata delle province, si intendono riferite alle sole province ubicate nelle regioni a statuto ordinario. In tal senso dispone il secondo comma dell'articolo 16 del decreto legislativo n. 68 del 2011. Stante il diverso sistema di finanziamento delle regioni a statuto ordinario e delle regioni a statuto speciale, infatti, le disposizioni recate dai decreti legislativi attuativi della delega sul federalismo fiscale (legge 42/2009) si applicano, in genere, a queste ultime, con la decorrenza e le modalità concordate tra singola regione e Stato (così dispone, in generale, l'articolo 27 della legge n. 42/2009).

 

L'art. 17 del D.Lgs. n. 68/2011 dispone, al comma 1, che a decorrere dal 2012 l'imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile è 'tributo proprio derivato' delle province. Esse, a decorrere dal 2011 possono variare l'aliquota - fissata dallo Stato al 12,5 % - in misura non superiore a 3,5 punti percentuali (comma 2).

Il comma 5, ora abrogato dall'art. 28, comma 11-bis del D.L. n. 201/2011[52], richiamava la necessità di attuare le disposizioni dell’art. 17, relativamente all’imposta RCA ed all’imposta provinciale di trascrizione (IPT), sulla base dei "tavoli" di concertazione tra Stato e singola autonomia speciale di cui all’art. 27 della legge n. 42 del 2009. L’eliminazione del citato comma 5 (come anche illustrato nella relazione governativa - A.S. 3184) non avrebbe risolto la questione dell’applicabilità delle disposizioni dell’art. 17, poiché l’ambito operativo del Capo II del D.Lgs. n. 68 del 2011, è limitato alle province delle regioni a statuto ordinario.

 

Va però considerato che il gettito dell'imposta sulle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore, è attribuito, dall'articolo articolo 60, comma 1, del D.Lgs. 446/1997, alle province dove hanno sede i pubblici registri automobilistici nei quali i veicoli sono iscritti. Sulla base del comma 4 dello stesso articolo le autonomie speciali hanno recepito la norma citata e dunque il gettito dell'imposta è attribuito anche alle province delle regioni Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia, alla regione Valle d'Aosta ed alle Province autonome di Trento e di Bolzano.

La norma in esame estende a questi enti la possibilità di variare l'aliquota fissata dalla legge dello Stato. La mancanza di questa esplicita estensione, potrebbe determinare problemi applicativi, in quanto la deliberazione di variazione dell'aliquota da parte di una provincia di autonomia speciale sarebbe priva di copertura normativa e quindi soggetta ad impugnativa.

 

La relazione governativa (allegata al disegno di legge A.S. 3184) precisa che l’adozione delle deliberazioni di variazione dell'aliquota da parte delle province delle autonomie speciali pone dei "gravi problemi”, poiché il Ministero dell’economia e delle finanze deve pubblicare sul sito le deliberazioni in questione e proporre l’impugnativa nel caso in cui la provincia non intenda annullare l’atto (dal momento che sarebbero prive di copertura normativa).

Le variazioni di aliquota hanno effetto, a norma dell’art. 17, comma 2, del D.Lgs. n. 68 del 2011, a decorrere dal 1° giorno del secondo mese successivo a quello di pubblicazione della deliberazione sul sito. Gli assicuratori, di conseguenza, sono tenuti ad applicare le nuove aliquote che, nel caso in cui fossero riconosciute illegittime dal TAR a seguito dell’impugnativa del Ministero dell’economia e delle finanze, comporterebbero problematiche di rimborso nei confronti dei contribuenti.

 

La norma in esame, infine, fa salve le deliberazioni emanate prima dell’approvazione del decreto-legge.


 

Articolo 4, comma 2-bis
(Imposta di sbarco
)

 


2-bis. All'articolo 4 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, dopo il comma 3 è aggiunto il seguente:

«3-bis. I comuni che hanno sede giuridica nelle isole minori e i comuni nel cui territorio insistono isole minori possono istituire, con regolamento da adottare ai sensi dell'articolo 52 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, e successive modificazioni, in alternativa all'imposta di soggiorno di cui al comma 1 del presente articolo, un'imposta di sbarco, da applicare fino ad un massimo di euro 1,50, da riscuotere, unitamente al prezzo del biglietto, da parte delle compagnie di navigazione che forniscono collegamenti marittimi di linea. La compagnia di navigazione è responsabile del pagamento dell'imposta, con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, della presentazione della dichiarazione e degli ulteriori adempimenti previsti dalla legge e dal regolamento comunale. Per l'omessa o infedele presentazione della dichiarazione da parte del responsabile d'imposta si applica la sanzione amministrativa dal 100 al 200 per cento dell'importo dovuto. Per l'omesso, ritardato o parziale versamento dell'imposta si applica la sanzione amministrativa di cui all'articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, e successive modificazioni. Per tutto quanto non previsto dalle disposizioni del presente articolo si applica l'articolo 1, commi da 158 a 170, della legge 27 dicembre 2006, n. 296. L'imposta non è dovuta dai soggetti residenti nel comune, dai lavoratori, dagli studenti pendolari, nonché dai componenti dei nuclei familiari dei soggetti che risultino aver pagato l'imposta municipale propria e che sono parificati ai residenti. I comuni possono prevedere nel regolamento modalità applicative del tributo, nonché eventuali esenzioni e riduzioni per particolari fattispecie o per determinati periodi di tempo. Il gettito del tributo è destinato a finanziare interventi in materia di turismo e interventi di fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali».


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 2-bis consente ai comuni delle isole minori, ovvero a quelli nel cui territorio insistono isole minori, di istituire, in alternativa all’imposta di soggiorno, un’imposta di sbarco, destinata a finanziare interventi in materia di turismo, di fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali e dei servizi pubblici locali.

L’imposta si applica nella misura massima di 1,50 euro ed è riscossa dalle compagnie di navigazione che forniscono collegamenti marittimi di linea unitamente al prezzo del biglietto.

Analisi normativa

 

Il comma 2-bis, introdotto nel corso dell’esame parlamentare, aggiungendo il comma 3-bis all’articolo 4 del D.Lgs. n. 23 del 2011 (federalismo municipale) consente ai comuni delle isole minori, ovvero a quelli nel cui territorio insistono isole minori, di istituire, in alternativa all’imposta di soggiorno, un’imposta di sbarco, destinata a finanziare interventi in materia di turismo, di fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali e dei servizi pubblici locali.

Essa si applica nella misura massima di 1,50 euro ed è riscossa dalle compagnie di navigazione che forniscono collegamenti marittimi di linea unitamente al prezzo del biglietto.

 

Non appare chiaro come e da chi sia riscossa l’imposta nel caso di soggetti che sbarcano sull’isola dopo averla raggiunta con un proprio mezzo da diporto.

 

L'imposta non è dovuta:

§       dai soggetti residenti nel comune;

§       dai lavoratori (intendendosi persone che si recano nell’isola per motivi di lavoro);

§       dagli studenti pendolari (cioè studenti non residenti che si recano nell’isola per motivi di studio);

§       dai componenti dei nuclei familiari dei soggetti che risultino aver pagato l'imposta municipale propria (IMU) e che sono parificati ai residenti (cioè dai possessori di seconde case presenti sull’isola e relativo nucleo familiare).

 

La disposizione precisa inoltre che la compagnia di navigazione è responsabile del pagamento dell'imposta, con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, della presentazione della dichiarazione e degli ulteriori adempimenti previsti dalla legge e dal regolamento comunale.

In caso di omessa o infedele presentazione della dichiarazione da parte del responsabile d'imposta (compagnia di navigazione) si applica la sanzione amministrativa dal 100 al 200 per cento dell'importo dovuto.

In caso di omesso o parziale versamento dell'imposta si applica la sanzione amministrativa pari al 30 per cento di ogni importo non versato (art. 13, D.Lgs. n. 471/1997). Per i versamenti effettuati con un ritardo non superiore a 15 giorni, la suddetta sanzione, oltre alle riduzioni previste in caso di ravvedimento ai sensi dell’articolo 13 del D.Lgs. n. 472 del 1997, è ulteriormente ridotta ad un importo pari ad un quindicesimo per ciascun giorno di ritardo.

 

Per tutto quanto non previsto dalle disposizioni del presente articolo si applica la normativa vigente in materia di notifica e accertamento dei tributi locali (articolo 1, commi da 158 a 170, della legge 27 dicembre 2006, n. 296).

 

I comuni possono prevedere nel proprio regolamento modalità applicative del tributo, nonché eventuali esenzioni e riduzioni per particolari fattispecie o per determinati periodi di tempo.

 

 

L’imposta di soggiorno

 

L’articolo 4 del D.Lgs. n. 23 del 2011 (federalismo municipale) attribuisce ai comuni la facoltà di istituire una imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio.

L’imposta può essere istituita da:

§       comuni capoluogo di provincia;

§       unioni dei comuni;

§       comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte.

L’imposta, istituita con deliberazione del consiglio, è applicabile secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo sino a 5 euro per notte di soggiorno.

Il relativo gettito è destinato a:

§       interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive;

§       interventi di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali;

§       relativi servizi pubblici locali.

Il comma 3 affida a un regolamento governativo (adottato ai sensi dell'articolo 17, comma 1, della legge n. 400 del 1988[53], d'intesa con la Conferenza Stato-città autonomie locali), da adottare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la disciplina generale di attuazione dell’imposta di soggiorno.

I comuni, con proprio regolamento (da adottare ai sensi dell'articolo 52 del decreto legislativo n. 446 del 1997, sentite le associazioni maggiormente rappresentative dei titolari delle strutture ricettive), hanno la facoltà di disporre ulteriori modalità applicative del tributo, nonché di prevedere esenzioni e riduzioni per particolari fattispecie o per determinati periodi di tempo.

Nel caso di mancata emanazione del regolamento governativo, i comuni possono comunque adottare gli atti necessari per l’applicazione dell’imposta.


 

Articolo 4, comma 3
(Finanziamento dell’IFEL)

 

3. Per l'anno 2012, il contributo di cui all'articolo 10, comma 5, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, e successive modificazioni, è rideterminato nella misura dello 0,8 per mille ed è calcolato sulla quota di gettito dell'imposta municipale propria relativa agli immobili diversi da quelli destinati ad abitazione principale e relative pertinenze, spettante al comune ai sensi dell'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni. Il contributo è versato a cura della struttura di gestione di cui all'articolo 22 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, mediante trattenuta sugli incassi dell'imposta municipale propria e riversamento diretto da parte della struttura stessa, secondo modalità stabilite mediante provvedimento dell'Agenzia delle entrate.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 3, modificato durante l’esame parlamentare,reca disposizioni in materia di finanziamento dell’IFEL. Per effetto delle norme in esame, esso sarà alimentato dal versamento all’Istituto di un contributo annuale pari allo 0,8 per mille del gettito dell’IMU, a carico dei Comuni. Il contributo grava sulla quota di gettito relativa agli immobili diversi da quelli destinati ad abitazione principale e relative pertinenze.

Analisi normativa

 

Il comma 3 modifica le disposizioni in materia di finanziamento dell’IFEL, disponendo che esso sia alimentato mediante versamento all’istituto di un contributo annuale dello 0,8 per mille del gettito dell’imposta municipale sugli immobili - IMU (in precedenza ICI) a carico dei Comuni.

Tale contributo è a carico della quota di gettito relativa agli immobili diversi da quelli destinati ad abitazione principale e relative pertinenze.

Nella formulazione originaria del decreto-legge in commento, la misura era fissata all’1 per mille e riguardava l’intero gettito IMU.

Il comma, in particolare, innova nel far riferimento all’IMU in luogo dell’ICI, (sostituita dall’imposta municipale propria dal 1° gennaio 2012, ai sensi dell’articolo 13, comma 1 del D.L. n. 201 del 2011) e nel porre il versamento - a decorrere dal 1° gennaio 2013 - a carico dei comuni e non più dei concessionari della riscossione.

 

Le disposizioni in esame modificano, in particolare, il decreto del Capo del Dipartimento per le politiche fiscali del Ministero dell’economia e delle finanze del 22 novembre 2005, che detta le modalità di attuazione delle disposizioni di cui ai commi 2-bis e 2-ter dell'articolo 7 del D.L. 31 gennaio 2005, n. 7, convertito dalla L. 31 marzo 2005, n. 43.

Conformemente a quanto previsto dal richiamato comma 2-ter, che ha attribuito all’ANCI l’obbligo di proseguire i servizi finalizzati a fornire adeguati strumenti conoscitivi per una efficace azione accertativa dei Comuni, nonché per agevolare i processi telematici di integrazione nella pubblica amministrazione ed assicurare il miglioramento dell’attività di informazione ai contribuenti, è stata costituita in data 16 marzo 2006 la Fondazione IFEL - Istituto per la finanza e l’economia locale. L’IFEL è subentrato in tutti i rapporti attivi e passivi del Consorzio ANCI-CNC per la fiscalità locale, costituito in data 22 febbraio 1994 sulla base del decreto legislativo n. 504 del 1992 (istituivo dell'imposta comunale sugli immobili (ICI).

L’ammontare del predetto contributo, originariamente pari allo 0,6 per mille del gettito ICI e posto a carico concessionari del servizio nazionale della riscossione, è stato elevato allo 0,8 per mille del gettito ICI dall’articolo 1, comma 251, della legge n. 244/2007 (legge finanziaria per il 2008) e, da ultimo, all’1 per mille per effetto dell’articolo 23, comma 1, lettera b),della legge di stabilità per il 2011 (legge n. 220 del 2010), per effetto delle funzioni affidate dal medesimo comma 23 all’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI), attraverso l’Istituto per la finanza e l’economia locale (IFEL) relative all’analisi dei bilanci e della spesa locale al fine di individuare i fabbisogni standard dei comuni[54].


 

Articolo 4, comma 4
(Sblocco variazioni aliquote di tributi e addizionali
di regioni ed enti locali)

 

4. L'articolo 77-bis, comma 30, e l'articolo 77-ter, comma 19, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e l'articolo 1, comma 123, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, sono abrogati. Sono fatti salvi i provvedimenti normativi delle regioni e le deliberazioni delle province e dei comuni, relativi all'anno d'imposta 2012, emanati prima della data di entrata in vigore del presente decreto.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 4 ripristina, a decorrere dall'anno di imposta 2012; il potere di regioni ed enti locali di variare le aliquote e le tariffe dei tributi regionali e locali, il quale era stato sospeso da diversi anni in attesa dell'attuazione del federalismo fiscale.

Analisi normativa

 

La norma abroga, a decorrere dall’anno di imposta 2012, le disposizioni che, da ultimo, avevano sospeso il potere di aumento delle aliquote e delle tariffe dei tributi locali e regionali.

In particolare, sono abrogate:

§      le disposizioni contenute nella disciplina del patto di stabilità per gli enti territoriali per il triennio 2009-2011 recate dal D.L. n. 112/2008, che confermavano per gli enti locali (art. 77-bis, comma 30) e per le regioni (articolo 77-ter, comma 19) la sospensione del potere di variazione delle aliquote per tutto il triennio 2009-2011;

§      l'articolo 123 della legge n. 220 del 2010 che confermava la sospensione del potere delle regioni e degli enti locali di deliberare aumenti sino all'attuazione del federalismo fiscale.

 

Si ricorda che il potere di regioni ed enti locali di variare le aliquote dei tributi istituiti con legge dello Stato, potere conferito dalle stesse norme di legge, è stato sospeso a partire dall'esercizio 2003, con una interruzione negli esercizi 2007-2008.

In particolare la legge finanziaria per il 2003 (L. n. 289/2002, articolo 3, comma 1, lettera a)) aveva disposto la sospensione della possibilità per le regioni (e i comuni) di disporre maggiorazioni dei due tributi principali: l’addizionale regionale (e comunale) all’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) e l’aliquota dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP). Quella norma ‘sospendeva’ gli aumenti eventualmente deliberati successivamente al 29 settembre 2002, fino a quando non fosse raggiunto un accordo tra Stato, regioni ed enti locali sull’attuazione del federalismo fiscale.

Dopo successive proroghe disposte dalle leggi finanziarie che si sono succedute, il termine era stato fissato al 31 dicembre 2006. Dall’esercizio 2007, regioni e comuni hanno avuto di nuovo la possibilità di aumentare l’addizionale IRPEF e l’aliquota dell’IRAP (le sole regioni).

Con il D.L. n. 98/2008 (art. 1, comma 7) è stata nuovamente disposta, a decorrere dall'esercizio 2009, la sospensione del potere di regioni ed enti locali di deliberare aumenti delle aliquote di tributi, ma a differenza di quanto già avvenuto con la legge finanziaria per il 2003, la sospensione degli aumenti è estesa alla generalità “dei tributi, delle addizionali, delle aliquote” attribuiti con legge dello Stato alle regioni e al complesso degli enti locali ovvero, in sostanza, a tutte le entrate tributarie degli enti territoriali. La norma disponeva la sospensione fino alla “definizione dei contenuti del nuovo patto di stabilità, in funzione della attuazione del federalismo fiscale”.

 

La disposizione in esame fa, comunque, salvi i provvedimenti normativi delle regioni e le deliberazioni delle province e dei comuni, relativi all’anno d’imposta 2012, emanate prima dell’approvazione del decreto in esame.


 

Articolo 4, comma 5-quinquies
(Utili a riserva obbligatoria delle banche di credito cooperativo)

 

5-quinquies. Per le cooperative di cui alla sezione II del capo V del titolo II del testo unico di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, le disposizioni di cui ai commi 36-bis e 36-ter dell'articolo 2 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, si applicano a decorrere dal secondo periodo d'imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della citata legge n. 148 del 2011.

 

 

Sintesi ed effetti

 

La disposizione in esame esclude le banche di credito cooperativo dalla tassazione (intesa come esclusione dalla esenzione) del 10 per cento dell'utile netto annuale destinato a riserva minima obbligatoria per il 2012 introdotta dai commi 36-bis e 36-ter dell'articolo 2 del decreto-legge n. 138 del 2011.

Analisi normativa

 

Il comma 5-quinquies dell’articolo 4 prevede che per le banche di credito cooperativo (di cui alla Sezione II del Capo V del Titolo II del decreto legislativo 1 settembre 1993, n. 385, Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia – TUB) le disposizioni di cui ai commi 36-bis e 36-ter dell'articolo 2 del decreto-legge n. 138 del 2011 si applicano a decorrere dal secondo periodo d'imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della norma.

 

Si ricorda che il comma 36-bis del citato articolo 2(modificando le lettere b) e b-bis) del comma 460 dell’articolo 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311) ha disposto, per le società cooperative (e loro consorzi) diverse da quelle agricole e da quelle della piccola pesca, l’aumento dal 30 al 40 per cento degli utili netti annuali destinati alla riserva minima obbligatoria che sono sottratti al regime di esenzione previsto dal citato articolo 12 della legge n. 904/1977. Per le società cooperative di consumo e per i loro consorzi la quota di utili netti annuali destinati alla riserva minima obbligatoria passa dal 55 al 65 per cento.

Il successivo comma 36-ter ha poi modificato l’articolo 6, comma 1, del decreto legge n. 63 del 2002 per ridurre del 10 per cento la totale esclusione dalla formazione del reddito imponibile dell’ammontare degli utili netti annuali destinati alla riserva minima obbligatoria per le società cooperative e per i loro consorzi.

Il comma 36-quater aveva disposto l’applicazione a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle norme citate.

 

Con la modifica in esame le banche di credito cooperativo sono quindi escluse dalla tassazione (intesa come esclusione dalla esenzione) del 10 per cento dell'utile netto annuale destinato a riserva minima obbligatoria per il 2012.

 

In tal modo, per i soggetti interessati vengono neutralizzate per la suddetta annualità, di fatto, le disposizioni restrittive del decreto-legge n. 138 del 2011 che ne prevedeva l'applicazione a partire dal periodo d'imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione dello stesso decreto (ossia dal 2012).


 

Articolo 4, comma 5-octies
(Esenzioni Fabbricati terremotati Abruzzo)

 


5-octies. All'articolo 6 del decreto-legge 28 aprile 2009, n. 39, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2009, n. 77, dopo il comma 1 è inserito il seguente:

«1-bis. I redditi dei fabbricati, ubicati nelle zone colpite dal sisma del 6 aprile 2009, purché distrutti od oggetto di ordinanze sindacali di sgombero in quanto inagibili totalmente o parzialmente, non concorrono alla formazione del reddito imponibile ai fini dell'imposta sul reddito delle persone fisiche e dell'imposta sul reddito delle società, fino alla definitiva ricostruzione e agibilità dei fabbricati medesimi. I fabbricati di cui al periodo precedente sono, altresì, esenti dall'applicazione dell'imposta municipale propria di cui all'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e successive modificazioni, fino alla definitiva ricostruzione e agibilità dei fabbricati stessi».


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 5-octies introdotto durante l’esame parlamentare, stabilisce che i fabbricati ubicati nelle zone del sisma che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile 2009 sono esenti da IRPEF, IRES e IMU purché siano distrutti, ovvero siano oggetto di ordinanze di sgombero in quanto inagibili. L’esenzione si applica sino alla definitiva ricostruzione ed agibilità degli stessi cespiti.

Analisi normativa

 

Il comma 5-octies, introdotto durante l’esame parlamentare, stabilisce che i fabbricati ubicati nelle zone del sisma che ha colpito l’Abruzzo il 6 aprile 2009 sono esenti da IRPEF, IRES e IMU purché siano distrutti, ovvero siano oggetto di ordinanze sindacali di sgombero in quanto inagibili. L’esenzione si applica sino alla definitiva ricostruzione ed agibilità degli stessi cespiti.

A tal fine viene inserito il comma 1-bis all’articolo6 del decreto-legge “Abruzzo”, D.L. 28 aprile 2009, n. 39-


 

Articolo 4, commi 6-9
(Norme di rilievo finanziario per gli enti locali)

 


6. Per l'anno 2012 i trasferimenti erariali non oggetto di fiscalizzazione corrisposti dal Ministero dell'interno in favore degli enti locali sono determinati in base alle disposizioni recate dall'articolo 2, comma 45, terzo periodo, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10, ed alle modifiche delle dotazioni dei fondi successivamente intervenute.

7. Il Ministero dell'interno, entro il mese di marzo 2012, corrisponde, a titolo di acconto, in favore dei comuni, un importo pari al 70 per cento di quanto corrisposto nel mese di marzo 2011 in applicazione della disposizione di cui all'articolo 2, comma 45, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 febbraio 2011, n. 10. Per i soli comuni appartenenti alle regioni Sicilia e Sardegna, detto acconto è commisurato ai trasferimenti erariali corrisposti nel primo trimestre 2011, ai sensi del decreto del Ministro dell'interno 21 febbraio 2002, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 56 del 7 marzo 2002. Le somme erogate in acconto sono portate in detrazione da quanto spettante per l'anno 2012 ai singoli comuni a titolo di trasferimenti erariali o di risorse da federalismo fiscale.

8. Nei confronti dei comuni per i quali i trasferimenti erariali o le risorse da federalismo fiscale da corrispondere nell'anno 2012 risultino insufficienti a recuperare l'anticipazione corrisposta ai sensi del comma 7, il recupero è effettuato, da parte dell'Agenzia delle entrate, sulla base dei dati relativi a ciascun comune, come comunicati dal Ministero dell'interno, all'atto del riversamento agli stessi comuni dell'imposta municipale propria di cui all'articolo 13 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214. Entro 30 giorni dal versamento delle somme, con decreti del Ministero dell'economia e delle finanze, gli importi recuperati sono assegnati ai pertinenti capitoli di spesa del Ministero dell'interno.

9. Il comma 5 dell'articolo 243 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è sostituito dai seguenti:

«5. Alle province ed ai comuni in condizioni strutturalmente deficitarie che, pur essendo a ciò tenuti, non rispettano i livelli minimi di copertura dei costi di gestione di cui al comma 2 o che non danno dimostrazione di tale rispetto trasmettendo la prevista certificazione, è applicata una sanzione pari all'1 per cento delle entrate correnti risultanti dal certificato di bilancio di cui all'articolo 161 del penultimo esercizio finanziario precedente a quello in cui viene rilevato il mancato rispetto dei predetti limiti minimi di copertura. Ove non risulti presentato il certificato di bilancio del penultimo anno precedente, si fa riferimento all'ultimo certificato disponibile. La sanzione si applica sulle risorse attribuite dal Ministero dell'interno a titolo di trasferimenti erariali e di federalismo fiscale; in caso di incapienza l'ente locale è tenuto a versare all'entrata del bilancio dello Stato le somme residue.

5-bis. Le disposizioni di cui al comma 5 si applicano a decorrere dalle sanzioni da applicare per il mancato rispetto dei limiti di copertura dei costi di gestione dell'esercizio 2011.».


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi da 6 a 9contengono diverse disposizioni finanziarie di interesse per gli enti locali.

In particolare, il comma 6 reca disposizioni per la determinazione dei trasferimenti erariali spettanti agli enti locali non oggetto di fiscalizzazione, dovuti dal Ministero dell’interno per l’anno 2012.

I commi 7-8 recano norme per l’attribuzione ai comuni di un acconto sulle risorse a essi dovute per l’anno 2012 a titolo di trasferimenti erariali o di risorse da federalismo fiscale, da parte del Ministero dell’interno.

Il comma 9 rende più stringente la disciplina sanzionatoria per le province e i comuni che - in condizioni strutturalmente deficitarie - non rispettano la vigente normativa sugli obblighi di copertura dei costi di gestione di alcuni servizi.

Analisi normativa

 

Comma 6 - Determinazione per l’anno 2012 dei trasferimenti erariali non fiscalizzati spettanti agli enti locali

 

Il comma 6 reca disposizioni per la determinazione dei trasferimenti erariali spettanti agli enti locali per l’anno 2012, non oggetto di fiscalizzazione ai sensi della legge n. 42/2009 di attuazione del federalismo fiscale, ancora dovuti dal Ministero dell’interno.

A tal fine la norma richiama le disposizioni già previste lo scorso anno, ai sensi dell'articolo 2, comma 45, del D.L. n. 225/2010, per la determinazione dei trasferimenti per l’anno 2011[55], facendo salve le modifiche alle dotazioni finanziarie dei fondi disposte con norme approvate successivamente al D.L. n. 225/2010.

 

Si ricorda che la norma citata faceva a sua volta riferimento all'articolo 4, comma 2, del D.L. n. 2/2010, che, richiamandosi a quanto disposto dalle precedenti leggi finanziarie, consolidava, di fatto, anche per l’anno 2011 i contributi erariali negli importi attribuiti agli enti locali fino all’anno 2002. I criteri per la determinazione dei trasferimenti per l’anno 2012 sono, pertanto, da ricondurre, in sostanza, ai valori di “spesa storica” per i trasferimenti in questione per l’anno 2002.

 

Come riportato nella relazione illustrativa del disegno di legge di conversione del decreto-legge (A.S. 3184), la disposizione riguarda i trasferimenti erariali che non rientrano tra quelli oggetto di fiscalizzazione ai sensi dei provvedimenti attuativi della legge delega n. 42/2009 sul federalismo fiscale. In particolare, la norma si riferisce ai trasferimenti erariali residuali di cui sono ancora beneficiari gli enti locali (comuni e province) delle regioni a Statuto ordinario, ora assoggettati al nuovo sistema di federalismo fiscale disciplinato dai provvedimenti di attuazione della legge n. 42/2009, nonché ai trasferimenti erariali spettanti agli enti locali delle regioni a Statuto speciale, che non rientrano ancora nel sistema del federalismo fiscale.

Tali trasferimenti continuano ad essere assegnati come spettanza ed erogati alle scadenze indicate nel decreto del Ministro dell’interno del 21 febbraio 2002[56].

 

Per quanto concerne l’individuazione specifica dei trasferimenti erariali interessati dalla norma in esame, si ricorda che si tratta - per quel che concerne gli enti locali delle regioni a statuto ordinario - di quei trasferimenti che, in linea di massima, non presentano il carattere della generalità e della permanenza e che, pertanto, non sono stati soppressi dai provvedimenti attuativi del federalismo fiscale.

In particolare, l’art. 11, comma 1, della legge n. 42 dispone la soppressione, e la loro sostituzione con risorse fiscali, dei trasferimenti statali e regionali diretti al finanziamento delle spese riconducibili alle funzioni fondamentali degli enti locali - ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera p) della Costituzione - e al finanziamento delle spese relative ad ogni altra funzione ad eccezione di quelli:

§       aventi la natura di “contributi speciali”, ossia diretti a finanziare, congiuntamente ai finanziamenti dell’Unione europea e ai cofinanziamenti nazionali, gli interventi finalizzati agli obiettivi di cui all’art. 119, comma 5, della Costituzione;

§       destinati ai fondi perequativi e ai contributi erariali e regionali sulle rate di ammortamento dei mutui.

Secondo quanto indicato nella prima Relazioneapprovata dalla Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale (COPAFF) (8 giugno 20120) - relativa all’analisi dei trasferimenti spettanti ai diversi comparti di enti territoriali e all’individuazione della quota di tali trasferimenti potenzialmente oggetto di fiscalizzazione (e, dunque, di soppressione) ai fini dell’attuazione della legge n. 42/2009 - i trasferimenti erariali spettanti agli enti locali sono stati classificati in tre categorie: trasferimenti di tipo A, che presentano il carattere della generalità (ossia della destinazione all’intera platea degli enti di un determinato comparto) e della permanenza (ossia della continuità nel tempo del trasferimento), che sono stati interamente fiscalizzati (e, dunque, soppressi); trasferimenti di tipo B, caratterizzati dalla permanenza ma non destinati alla totalità degli enti, dei quali solo quota parte è stata fiscalizzata; trasferimenti di tipo C, inequivocabilmente riconducibili alla nozione di “contributo speciale” prevista dalla Costituzione e ripresa dalla legge n. 42/2009, che, pertanto, non sono stati oggetto di fiscalizzazione. L'esito ultimo dei lavori della Commissione è riportato nelle tabelle, condivise nella riunione COPAFF del 19 maggio 2011, che riportano l'elenco dei trasferimenti da fiscalizzare e di quelli da non fiscalizzare a decorrere dall'anno 2011.

I provvedimenti attuativi della legge delega n. 42/2009 (D.Lgs. n. 23/2011 e n. 68/2011) hanno pertanto determinato la soppressione dei tradizionali trasferimenti erariali aventi carattere di generalità e permanenza spettanti agli enti locali (comuni, province, Città metropolitane) e la loro sostituzione con risorse fiscali autonome (tributi propri, compartecipazioni al gettito di tributi erariali e regionali e addizionali a tributi erariali e regionali) e con risorse di carattere perequativo, iscritte nell’apposito Fondo sperimentale di riequilibrio (destinato ad essere sostituito dal Fondo perequativo vero e proprio nell’arco di tre anni), istituito per realizzare, in forma progressiva e territorialmente equilibrata, la devoluzione agli enti locali della fiscalità loro assegnata.

In particolare, ai sensi dell’articolo 2, commi 7 e 8, del D.Lgs. n. 23/2001, dall’anno 2011 per i comuni appartenenti alle 15 regioni a statuto ordinario risultano soppressi la quasi totalità dei trasferimenti erariali, ad eccezione del Fondo per gli interventi di province e comuni (ex “Fondo contributi sviluppo investimenti”), ossia dei contributi erariali in essere sulle rate di ammortamento dei mutui contratti dagli enti locali, nonché degli altri contributi speciali di cui all’articolo 119, quinto comma, Cost. (per loro natura esclusi) o non fiscalizzabili, secondo quanto previsto dal D.Lgs. n. 23 del 2011.

La soppressione è stata formalizzata con il D.M. Interno 21 giugno 2011 (pubblicato sulla G.U. n. 178 del 2.8.2011), che ha ridotto, per l’anno 2011, i trasferimenti erariali ai comuni di complessivi 11.265 milioni di euro in corrispondenza del totale delle entrate da federalismo fiscale municipale. Come riportato nella apposita Nota del Ministero dell’Interno[57], l’operazione è stata finanziariamente neutrale per i comuni nel loro insieme, in quanto sono stati conservati, per il 2011, trasferimenti erariali non fiscalizzati per circa 610,6 milioni di euro[58], mentre sono stati ridotti trasferimenti erariali per complessivi 11.265 milioni di euro a fronte dei quali sono state attribuite risorse da federalismo fiscale municipale di pari importo (di cui 2.889 milioni per compartecipazione IVA e 8.376 milioni per fondo sperimentale di riequilibrio, istituito, per l’anno 2011, con ulteriore D.M. Interno 21 giugno 2011).

Per l’anno 2012, per i comuni, non risultano ancora emanati i decreti attuativi della richiamata normativa, relativi alla attribuzione di entrate da federalismo fiscale municipale e di trasferimenti erariali ancora spettanti ai comuni.

La soppressione dei trasferimenti erariali in favore delle province è, invece, prevista a partire dall’anno 2012, ai sensi dell’articolo 18, commi 2 e 3, del D.Lgs. n. 68/2011. La soppressione è stata attuata con il D.P.C.M. 12 aprile 2012 (pubblicato sulla G.U. n. 129 del 5.6.2012), il quale ha altresì quantificato i trasferimenti statali non fiscalizzati nell’importo di 13,4 milioni di euro per il 2012, secondo le risultanze contenute nel documento approvato in sede di Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale nella seduta del 22 febbraio 2012.

Commi 7-8 – Acconto in favore dei comuni delle spettanze 2012

Il comma 7 prevede l’attribuzione ai comuni delle regioni a statuto ordinario, entro il mese di marzo 2012 da parte del Ministero dell’interno, di una somma a titolo di acconto, sul complesso delle risorse ad essi spettanti nel 2012 a titolo di federalismo fiscale, nella misura pari al 70 per cento di quanto corrisposto nel mese di marzo 2011, in applicazione della disposizione di cui all’articolo 2, comma 45, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225[59].

 

Il citato comma 45aveva disposto, con riferimento alle risorse spettanti nell’anno 2011, l’attribuzione ai comuni delle regioni a statuto ordinario di un acconto calcolato in misura pari ai pagamenti effettuati da tali enti nel primo trimestre dell’anno 2010, da corrispondere da parte del Ministero dell’interno entro il mese di marzo 2011. Quanto corrisposto lo scorso anno nel mese di marzo 2011 costituisce, dunque, il parametro di riferimento per il calcolo dell’acconto per il 2012, nella misura del 70 per cento.

Si ricorda che la disposizione dello scorso anno risultava funzionale ad assicurare il flusso di finanziamenti spettanti ai comuni nelle more dell’attuazione del processo di fiscalizzazione dei trasferimenti erariali e di definizione dell’autonomia finanziaria di tali enti previsto dalla legge delega 5 maggio 2009, n. 42, posto che non risultava ancora approvato, in quel momento, il decreto legislativo di attuazione del federalismo fiscale municipale (D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23).

 

Per i soli comuni appartenenti alle regioni Sicilia e Sardegna[60], il predetto acconto è commisurato ai trasferimenti erariali corrisposti nel primo trimestre 2011, ai sensi del decreto del Ministro dell’interno 21 febbraio 2002.

Tale decreto disciplina le modalità di erogazione dei trasferimenti erariali a favore degli enti locali, prevedendo che i contributi siano erogati in tre rate, entro i mesi di febbraio, maggio ed ottobre.

 

Il comma 7 prevede, inoltre, che le somme erogate a titolo di acconto siano portate in detrazione da quanto spettante per l’anno 2012 ai singoli comuni a titolo di trasferimenti erariali o di risorse da federalismo fiscale.

Come indicato nella relazione tecnica, la corresponsione di tale acconto ai comuni è da porre in relazione alla mancata individuazione delle spettanze che dovranno essere riconosciute a tali enti nell’anno 2012 e che il Ministero dell’interno non è ancora legittimato ad erogare in considerazione dei tempi necessari per la compiuta attuazione delle norme in materia di federalismo municipale per l’anno 2012.

L’erogazione dell’acconto è finalizzata, dunque, a evitare il ricorso, da parte dei Comuni, a onerose anticipazioni di tesoreria che potrebbero rendersi necessarie a seguito di carenze di liquidità.

 

Qualorai trasferimenti erariali o le risorse da federalismo fiscale da corrispondere nell’anno 2012 risultino insufficienti a recuperare l’anticipazione, il comma 8 ne prevede il recupero - da parte dello Stato - a valere sulle entrate derivanti dall’imposta municipale propria (IMU).

Il recupero viene effettuato, da parte dell’Agenzia delle entrate, sulla base dei dati relativi a ciascun comune, come comunicati dal Ministero dell’interno, all’atto del riversamento agli stessi comuni dell’imposta municipale propria, come disciplinata dall’articolo 13 del D.L. n. 201/2011.

Con decreti del Ministero dell’economia e delle finanze, gli importi così recuperati, entro 30 giorni dal versamento delle somme, sono assegnati ai pertinenti capitoli di spesa del Ministero dell’interno.

 

Si ricorda che, ai sensi della normativa attuativa della legge n. 42/2009 sul federalismo fiscale, la gran parte delle risorse finanziarie ai comuni delle regioni a statuto ordinario va ora attribuita secondo quanto previsto dal decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, in tema di federalismo fiscale municipale, il quale ha determinato la soppressione dei trasferimenti erariali ai comuni (dall’articolo 1, comma 8, del D.Lgs. n. 23) e la loro sostituzione con entrate proprie (tributi propri, compartecipazioni al gettito di tributi erariali e regionali e addizionali a tributi erariali e regionali) e con risorse di carattere perequativo.

A tal fine, è stato istituito l’apposito Fondo sperimentale di riequilibrio (destinato ad essere sostituito dal Fondo perequativo vero e proprio nell’arco di tre anni), per permettere di realizzare una devoluzione ai comuni della fiscalità immobiliare in forma progressiva e territorialmente equilibrata.

La procedura dell’anticipazione ai comuni di un acconto sulle somme complessivamente spettanti per l’anno 2012 a titolo di federalismo fiscale ricalca quella già seguita lo scorso anno, ai sensi dell’articolo 2, comma 45, del D.L. n. 225/2010, in quanto anche per l’anno 2012, alla data attuale, non risultano ancora emanati i decreti di alimentazione e di ripartizione del Fondo sperimentale di riequilibrio dei comuni (ai sensi dell’articolo 2, comma 7, del D.Lgs. n. 23/2011)[61] nonché di aggiornamento del dato dei trasferimenti soppressi dei comuni per l’anno 2012 (ex articolo 2, comma 8 del medesimo decreto legislativo n. 23)[62].

 

Per l’anno 2011, si ricorda che con il decreto 21 giugno 2011 del Ministro dell’interno è stata formalizzata la soppressione dei trasferimenti erariali ai comuni ricadenti nei territori delle regioni a statuto ordinario, in applicazione delle disposizioni di cui all’articolo 2, comma 8 del decreto legislativo n. 23 del 2011.

In particolare, il D.M. Interno 21 giugno 2011[63] ha stabilito, come già ricordato, la riduzione complessiva dei trasferimenti erariali ai comuni di 11.264,9 milioni di euro, per l’anno 2011, in corrispondenza del totale delle entrate da federalismo fiscale municipale, in particolare, per compartecipazione IVA (2.889 milioni[64]) e per fondo sperimentale di riequilibrio (8.375,9 milioni). Il medesimo decreto ha altresì quantificato in 610,6 milioni di euro i trasferimenti erariali dei comuni non fiscalizzati, che continuano ad essere assegnati come spettanza ed erogati alle scadenze indicate nel decreto del Ministro dell’interno del 21 febbraio 2002.

Con l’ulteriore decreto del Ministro dell’interno in pari data sono state altresì stabilite le modalità di alimentazione e di riparto del Fondo sperimentale di riequilibrio per i comuni per l'anno 2011, che è stato determinato in 8.375.9 milioni di euro.

Le modalità di riparto del fondo sperimentale di riequilibrio per l’anno 2011 sono state differenziate per i comuni con popolazione sino a 5.000 abitanti e per quelli di maggiore dimensione, fermo restando il criterio generale, previsto dall’articolo 2, comma 7, del D.Lgs. n. 23/2011, della distribuzione di una quota pari al 30 per cento della dotazione del Fondo in base al numero dei residenti. Per i comuni di maggiori dimensioni, è altresì stata prevista l’attribuzione, a valere su una quota pari al 10 per cento del fondo medesimo, di un importo assegnato in proporzione al peso di ciascun comune dei tributi immobiliari devoluti ai sensi del decreto legislativo n. 23 del 2011.

I pagamenti del fondo sperimentale di riequilibrio e della compartecipazione al gettito dell’IVA, per l’anno 2011, sono effettuati dal Ministero dell’interno secondo la medesima tempistica, che prevede l’attribuzione, in sede di prima applicazione, di un ammontare pari a due terzi entro il mese di giugno e della restante quota, entro il mese di novembre.

Il decreto prevede, infine, che i pagamenti del fondo sperimentale di riequilibrio e della compartecipazione al gettito dell’IVA siano conguagliati con gli importi attribuiti a titolo di acconto, attribuito, per il 2011, secondo le disposizioni recate dall’articolo 2, comma 45, del D.L. n. 225/2010.

Comma 9 – Sanzioni a carico degli enti locali strutturalmente deficitari

Il comma 9 sostituisce il comma 5 dell’articolo 243 del decreto legislativo 267 del 2000 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali) con due commi, al fine dirafforzare la sanzione a carico degli enti locali strutturalmente deficitari che non rispettano le prescrizioni ivi previste a loro carico in tema di livelli minimi di copertura dei costi di gestione di alcuni servizi.

 

L’articolo 243 del TUEL assoggetta gli enti locali strutturalmente deficitari ai controlli centrali da parte della Commissione per la finanza e gli organici degli enti locali in materia di copertura del costo di alcuni servizi. Attraverso tali controlli viene verificato, mediante un'apposita certificazione (comma 2):

a)  che il costo complessivo della gestione dei servizi a domanda individuale sia stato coperto con i relativi proventi tariffari e contributi finalizzati in misura non inferiore al 36%; a tale fine i costi di gestione degli asili nido sono calcolati al 50% del loro ammontare;

b)  che il costo complessivo della gestione del servizio di acquedotto sia stato coperto con la relativa tariffa in misura non inferiore all'80%;

c)  che il costo complessivo della gestione del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani interni ed equiparati sia stato coperto con la relativa tariffa almeno nella misura prevista dalla legislazione vigente.

Anche gli enti locali che hanno deliberato lo stato di dissesto finanziario sono tenuti, per la durata del risanamento, alla presentazione della suddetta certificazione e sono tenuti per i servizi a domanda individuale al rispetto, per il medesimo periodo, del livello minimo di copertura dei costi di gestione indicato nella norma.

 

La norma in esame interviene sul profilo sanzionatorio, in caso di mancato rispetto delle prescrizioni previste a carico degli enti locali, sostituendo il comma 5 dell’articolo 243 del TUEL.

In particolare, il nuovo testo del comma 5 riformula la sanzione finanziaria inflitta alle province ed ai comuni in condizioni strutturalmente deficitarie che non rispettano la normativa in tema di copertura dei costi di gestione degli indicati servizi, precisando che le condizioni che danno luogo a sanzione coprono - nel nuovo testo - non solo l'inadempimento sostanziale (come è attualmente), ma anche quello “formale”.

La sanzione infatti opera in due casi:

§      mancata copertura dei livelli minimi di copertura dei costi di gestione dei servizi indicati dal comma 2 del citato art. 243;

§      mancata dimostrazione di tale rispetto attraverso la trasmissione la prevista certificazione.

 

La sanzione, come riformulata, consiste ora nella mancata corresponsione delle somme spettanti alle province e ai comuni a titolo di trasferimento o di entrata da federalismo fiscale, per un importo pari all’1 per cento delle entrate correnti, quali risultanti dal certificato di bilancio del penultimo esercizio finanziario (rispetto a quello in cui viene rilevato l'inadempimento) o dell'ultimo bilancio disponibile.

In caso di incapienza l’ente locale è tenuto a versare all’entrata del bilancio dello Stato le somme residue.

 

Queste disposizioni in tema di sanzioni si applicano a decorrere dalle sanzioni da applicare per il mancato rispetto dei limiti di copertura dei costi di gestione dei servizi dell’esercizio 2011, come precisato nel nuovo comma 5-bis dell’articolo 243 del TUEL.


 

Articolo 4, commi 10 e 11
(Soppressione delle imposte sul consumo di energia elettrica nelle regioni a statuto speciale)

 


10. A decorrere dal 1° aprile 2012, al fine di coordinare le disposizioni tributarie nazionali applicate al consumo di energia elettrica con quanto disposto dall'articolo 1, paragrafo 2, della direttiva 2008/118/CE del Consiglio, del 16 dicembre 2008, relativa al regime generale delle accise e che abroga la direttiva 92/12/CEE, l'articolo 6 del decreto-legge 28 novembre 1988, n. 511, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 gennaio 1989, n. 20, è abrogato. Il minor gettito per gli enti locali derivante dall'attuazione del presente comma, pari a complessivi 180 milioni di euro per l'anno 2012 e 239 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2013, è reintegrato agli enti medesimi dalle rispettive regioni a statuto speciale e province autonome di Trento e di Bolzano con le risorse recuperate per effetto del minor concorso delle stesse alla finanza pubblica disposto dal comma 11.

11. Il concorso alla finanza pubblica delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano previsto dall'articolo 28, comma 3, primo periodo, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, è ridotto di 180 milioni di euro per l'anno 2012 e 239 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2013.


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 10 sopprime l'imposta sul consumo dell'energia elettrica nei comuni e nelle province dei territori delle regioni a statuto speciale ed impone alle stesse di reintegrare agli enti locali il mancato gettito. Conseguentemente il comma 11 riduce il contributo agli obiettivi di finanza pubblica dovuto dalle regioni a statuto speciale ai sensi del D.L. 201/2011, dell'importo corrispondete al mancato gettito.

Analisi normativa

 

La norma in esame abroga, a decorrere dal 1º aprile 2012, la norma istitutiva dell'addizionale all'accisa sull'energia elettrica (art. 6 del D.L. 511/1988) dovuta ai

comuni per le utenze ad uso domestico ed alle province per le utenze ad uso non abitativo.

Questa imposta è stata già soppressa per i comuni e le province delle regioni a statuto ordinario.Il D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23 recante disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale, ha infatti disposto (con l'art. 2, comma 6) che a decorrere dall'anno 2012 l'addizionale all'accisa sull'energia elettrica di cui all'articolo 6, comma 1, lettere a) e b), del D.L. 511/1988, cessa di essere applicata nelle regioni a statuto ordinario ed è corrispondentemente aumentata, nei predetti territori, l'accisa erariale in modo tale da assicurare la neutralità finanziaria del presente provvedimento ai fini del rispetto dei saldi di finanza pubblica".

Con la norma in esame, l'imposta sulle utenze di energia elettrica viene soppressa anche nei territori delle autonomie speciali.

 

Finalità dichiarata è quella di coordinare le disposizioni tributarie nazionali applicate al consumo di energia elettrica con quanto disposto dall’articolo 1, paragrafo 2, della direttiva 2008/118/CE del Consiglio, del 16 dicembre 2008 concernente il regime generale delle accise[65].

 

Nel corso della discussione presso la Commissione Finanze della Camera dell’interrogazione n. 5-06288 (Causi e altri) era emerso come leregioni a statuto speciale e le province autonome fossero particolarmente penalizzate dalla disposizione in esame, in quanto in tali regioni non soltanto sono vigenti le addizionali comunale e provinciale, ma è anche aumentata l'accisa. Ciò ha determinato, in generale, un aumento degli importi delle bollette per la fornitura di energia elettrica pari al 60 per cento circa, mentre per le imprese della Sardegna l'effetto è stato ancora più catastrofico, in ragione del fatto che, non essendo ancora presente sull'isola una rete di distribuzione del gas metano, il costo dell'energia elettrica è già superiore del 30 per cento a quello delle altre aree del Paese raggiunte da tale servizio. In tale circostanza il governo aveva assunto l’impegno a risolvere la questione in occasione dell’esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge 16/2012.

 

L'abrogazione comporta un minor gettito per gli enti locali stimato in 180 milioni di euro per l’anno 2012 e 239 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2013.

La reintegrazione dei relativi importi viene posta a carico delle stesse Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano e, conseguentemente, viene ridotto (comma 11) il concorso agli obiettivi di finanza pubblica stabilito dall'articolo 28 del D.L. 201/2011 e quantificato in 860 milioni annui (articolo 28, comma 3, primo periodo) per il complesso delle autonomie.

 

Si ricorda che la norma citata (articolo 28, comma 3) dispone l'accantonamento di una quota delle compartecipazioni ai tributi erariali spettanti alle regioni a statuto speciale ed alle province autonome, dell'importo corrispondente all'aumento dell'addizionale regionale all'IRPEF (dallo 0,9 all’1,23%) stabilito dai commi 1 e 2 del medesimo articolo. Il concorso delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome di Trento e di Bolzano alla manovra di finanza pubblica è così determinato in complessivi 920 milioni di euro annui. A decorrere dal 2012, regioni e province autonome devono versare all'erario 860 milioni di euro annui e le regioni Friuli Venezia Giulia, Valle d'Aosta e le due Province autonome di Trento e di Bolzano anche 60 milioni di euro annui da parte dei comuni ricadenti nei propri territori.

Successivamente il Governo ha disposto un ulteriore contributo delle autonomie speciali alla finanza pubblica. L'articolo 35, commi 4-5, del decreto legge 201/2012 (convertito con la legge 27/2012) ha infatti disposto la riserva all'erario delle maggiori entrate ottenute nei territori delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano, derivanti dall'incremento dell'accisa sull'energia elettrica. Il comma 4 esplicita la finalizzazione della riserva all'erario, disponendo un aumento del concorso alla finanza pubblica delle regioni a statuto speciale e delle due province autonome (di cui dell'articolo 28, comma 3, del D.L. 201/2011) di, esattamente, 235 milioni di euro annui a decorrere dal 2012.

 

Al complesso del contributo previsto andrà dunque sottratto il minor gettito per comuni e province, compensato con entrate regionali, pari a 180 milioni di euro per il 2012 e pari 239 milioni annui dal 2013.


 

Articolo 4, comma 12
(Attuazione rimborsi IRAP)

 


12. Nell'articolo 2 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, dopo il comma 1-ter è inserito il seguente:

«1-quater. In relazione a quanto disposto dal comma 1 e tenuto conto di quanto previsto dai commi da 2 a 4 dell'articolo 6 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate sono stabilite le modalità di presentazione delle istanze di rimborso relative ai periodi di imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2012, per i quali, alla data di entrata in vigore del presente decreto, sia ancora pendente il termine di cui all'articolo 38 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, nonché ogni altra disposizione di attuazione del presente articolo.».


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 12 affida a un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate la definizione delle modalità di presentazione delle istanze di rimborso della quota di IRAP deducibile dalle imposte sul reddito. Si prevede inoltre che saranno ammesse al recupero le imprese per le quali, alla data del 6 dicembre 2011, erano ancora aperti i termini per il rimborso dei versamenti effettuati nei periodi d'imposta anteriori al 31 dicembre 2012.

Analisi normativa

 

Il comma 12, novellando l’articolo 2 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, affida a un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate la definizione delle modalità di presentazione delle istanze di rimborso della quota di IRAP deducibile dalle imposte sul reddito, ai sensi dell’articolo 2 del D.L. n. 201 del 2011 e tenuto conto di quanto già disposto dall’articolo 6 del decreto-legge 185 del 2008 in materia di rimborsi dalla previgente disciplina in materia di parziale deducibilità dell’IRAP riferita a costo del lavoro, oneri e interessi passivi.

Sono ammesse al recupero le imprese per le quali, alla data del 6 dicembre 2011 (data di entrata in vigore del richiamato D.L. n. 201) erano ancora aperti i termini di 48 mesi previsti per il rimborso dei versamenti effettuati nei periodi d'imposta anteriori al 31 dicembre 2012.

 

Si ricorda che il richiamato articolo 2 del D.L. n. 201 del 2011 ha reso integralmente deducibile ai fini delle imposte dirette (IRES e IRPEF), a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2012, la quota di IRAP dovuta relativa al costo del lavoro.

In particolare, è stata resa deducibile la quota di IRAP imponibile delle spese per il personale dipendente e assimilato, al netto delle deduzioni già spettanti per legge, introducendo una deroga al principio generale di indeducibilità dell’IRAP dalle imposte statali.

Nel dettaglio (comma 1 dell’articolo 2) la quota di deducibilità è applicata all’imposta dovuta dai soggetti passivi che vienecalcolatasul valore delle produzione netta di cui al D.Lgs. n. 446 del 1997 (c.d. decreto IRAP) da:

§       società di capitali ed enti commerciali (articolo 5);

§       società di persone e imprese individuali (articolo 5-bis);

§       banche e altri enti e società finanziari (articolo 6);

§       imprese di assicurazione (art. 7);

§       imprese esercenti arti e professioni (art. 8).

La deducibilità è ammessa in base al criterio di cassa, secondo quanto previsto dall’articolo 99, comma 1, del Testo Unico sulle imposte sui redditi (TUIR, D.P.R. n. 917 del 1986).

La quota deducibile determinata in via forfetaria è relativa alla quota imponibile delle spese per il personale dipendente e assimilato, al netto delle deduzioni spettanti ai sensi dell'articolo 11, commi 1, lettera a), 1-bis, 4-bis, 4-bis.1 del citato D.Lgs. n. 446 del 1997.

Le norme prescrivono inoltre che, a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2012, potrà comunque essere dedotta (ai sensi dell’articolo 6 del D.L. 185 del 2008) dalle imposte sui redditi una quota pari al 10 per cento dell’IRAP dovuta su interessi passivi e oneri assimilati (commi 1-bis e 1-ter dell’articolo 2). L’articolo 6, commi da 1 a 4, del D.L. n. 185/2008 aveva infatti reso deducibile ai fini IRES e IRPEF una quota forfettaria, pari al 10 per cento, dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) pagata a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2008, riferibile:

§       alla quota imponibile degli interessi passivi e oneri assimilati, al netto degli interessi attivi e proventi assimilati

§       alla quota imponibile delle spese per il personale dipendente e assimilato.

Il comma 2 dell’articolo 6 in particolare riconosce un rimborso forfetario, fissato in misura non superiore al 10% dell’IRAP pagata, ai soggetti che hanno già presentato istanza per il rimborso dell’imposta riferita agli interessi passivi e al costo del lavoro dipendente relativa ai periodi d’imposta anteriori a quello in corso al 31 dicembre 2008. Ai fini della individuazione delle annualità interessate si considera il termine di decadenza di 48 mesi dalla data di versamento stabilito dall’articolo 38 del D.P.R. n. 602/1973 in materia di riscossione.

Per i contribuenti che al 29 novembre 2008 (data di entrata in vigore del presente decreto) non avevano presentato alcuna istanza di rimborso, il comma 3 riconosceva ugualmente il diritto al rimborso mediante presentazione tardiva all’Agenzia delle entrate della predetta istanza, esclusivamente per via telematica, purché sia ancora pendente il predetto termine di decadenza di 48 mesi. Con provvedimento del 4 giugno 2009 l’Agenzia delle Entrate ha approvato il modello per l’istanza di rimborso e disposto le modalità e i termini per la presentazione dell’istanza di rimborso.

Il comma 4, infine, prevedeva un limite di spesa pari a 100 milioni di euro per il 2009, 500 milioni di euro per il 2010 e 400 milioni di euro per il 2011 per il rimborso delle istanze suddette, in base all’ordine cronologico di presentazione delle stesse.

 

Nel dettaglio, per effetto delle norme in commento viene inserito il comma 1-quater al richiamato articolo 2.

La disposizione così introdotta, in relazione alla integrale deducibilità dell’IRAP sul costo del lavoro e tenendo conto della deducibilità del 10 per cento dell’IRAP relativa a interessi passivi e oneri assimilati (di cui all’articolo 6 del decreto-legge 185 del 2008), affida a un provvedimento dell’Agenzia delle entrate le modalità di presentazione delle istanze di rimborso relative ai periodi di imposta precedenti a quello in corso al 31 dicembre 2012, nonché le ulteriori disposizioni attuative del già richiamato articolo 2.

Si specifica che l’emanazione del provvedimento deve tenere conto di quanto già disposto dall’articolo 6 del decreto-legge 185 del 2008 in materia di rimborsi dalla previgente disciplina in materia di parziale deducibilità dell’IRAP riferita a costo del lavoro, oneri e interessi passivi.

Condizione per la richiesta di rimborso è che al 6 dicembre 2011 (data di entrata in vigore del predetto D.L. n. 201) fossero ancorano pendenti i termini per il rimborso dei versamenti diretti, come disciplinato dall'articolo 38 del D.P.R. n. 602/1973; in sostanza, a quella data non dovevano essere ancora trascorsi 48 mesi da ciascun versamento diretto effettuato nei periodi d'imposta anteriori al 31 dicembre 2012.


 

Articolo 4, commi 12-bis e 12-ter
(Disposizioni in materia di Patto di stabilità interno)

 

12-bis. All'articolo 7, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 149, nel primo periodo, le parole: «e comunque per un importo non superiore al 3 per cento delle entrate correnti registrate nell'ultimo consuntivo» sono soppresse.

12-ter. All'articolo 1, comma 142, della legge 13 dicembre 2010, n. 220, le parole: «30 giugno» sono sostituite dalle seguenti: «31 ottobre».

 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 4, comma 12-bis, modifica l’articolo 7, comma 2, del D.Lgs. n. 149/2011, recante le misure di carattere sanzionatorio applicabili, a regime, agli enti locali che non abbiano rispettato gli obiettivi del patto di stabilità interno.

La modifica, concernente la sanzione della riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio o del fondo perequativo in misura pari alla differenza tra il risultato registrato e l'obiettivo programmatico predeterminato, va nel senso di eliminare la previsione di un limite massimo alla riduzione delle risorse del Fondo, fissato dalla normativa previgente in un importo comunque non superiore al 3 per cento delle entrate correnti registrate nell’ultimo consuntivo.

Il comma 12-ter reca una modificaall'articolo 1, comma 142, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità 2011), relativa ai termini per la verifica degli equilibri di bilancio nelle ipotesi di cosiddetta “regionalizzazione” del patto di stabilità nell’anno 2012.


 

Analisi normativa

 

L’articolo 4, comma 12-bis, reca una novella all’articolo 7, comma 2, del D.Lgs. n. 149/2011[66], in tema di misure di carattere sanzionatorio applicabili, a regime, agli enti locali che non abbiano rispettato gli obiettivi del patto di stabilità.

 

In particolare, la novella riguarda la sanzione prevista alla lettera a) del citato comma 2, consistente nella riduzionedel fondo sperimentale di riequilibrio o del fondo perequativo[67] in misura pari alla differenza tra il risultato registrato e l'obiettivo programmaticopredeterminato, ed è finalizzata ad eliminare la previsione di un limite massimo alla riduzione delle risorse del Fondo (che era fissato dalla normativa previgente in un importo comunque non superiore al 3 per cento delle entrate correnti registrate nell’ultimo consuntivo).

In caso di mancato raggiungimento degli obiettivi del patto, dunque, la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio (o del fondo perequativo) sarà interamente commisurata alla misura effettiva della differenza tra il risultato registrato e l'obiettivo programmatico predeterminato.

 

Si ricorda che l’articolo 7, comma 2, del D.Lgs. n. 149/2011 elenca le sanzioni applicabili nei confronti degli enti locali in caso di mancato rispetto del patto di stabilità interno relativo agli anni 2010 e seguenti[68]. Per gli enti inadempienti è previsto, nell'anno successivo a quello dell'inadempienza:

a)       l’assoggettamento ad una riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio o del fondo perequativo in misura pari alla differenza tra il risultato registrato e l'obiettivo programmatico predeterminato. In caso di incapienza dei predetti fondi, gli enti interessati dovranno versare le somme residue all’entrata del bilancio dello Stato[69]. A seguito della modifica apportata dall’art. 31, co. 27, della legge di stabilità 2012 (legge n. 183/2011) al citato art. 7, co. 2, del D.Lgs. 149/2011, anche i comuni delle regioni a statuto speciale Sicilia e Sardegna sono, nel caso di inadempienza delle regole del patto, assoggettati al taglio di risorse provenienti dal bilancio dello Stato.

La sanzione in questione non si applica nel caso in cui il superamento degli obiettividel patto di stabilità interno sia determinato dalla maggiore spesa per interventi realizzati con la quota di finanziamento nazionale e correlati ai finanziamenti dell'Unione Europea rispetto alla media della corrispondente spesa del triennio precedente;

b)      il divieto di impegnare spese di parte corrente in misura superiore all’importo annuale medio dei corrispondenti impegni effettuati nell’ultimo triennio.

Ai fini dell’applicazione della suddetta sanzione, la Circolare del Ministero dell’economia e finanze 14 febbraio 2012, n. 5, esplicativa del Patto di stabilità interno per i comuni e le province per il triennio 2012-2014, ha precisato che i limiti agli impegni si applicano alle spese correnti identificate dal Titolo I della spesa, senza alcuna esclusione;

c)       il divieto di ricorrere all’indebitamento per finanziare gli investimenti. Per quanto concerne la contrazione di mutui e di prestiti obbligazionari posti in essere con istituzioni creditizie o finanziarie per il finanziamento degli investimenti, si precisa, in linea con la normativa vigente, che essi devono essere corredati da apposita attestazione, da cui risulti il conseguimento degli obiettivi del patto di stabilità interno per l’anno precedente. In assenza della predetta attestazione, l’istituto finanziatore o l’intermediario finanziario non può procedere al finanziamento o al collocamento del prestito[70];

d)       il divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo, con qualsivoglia tipologia contrattuale, compresi i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e di somministrazione, anche con riferimento a processi di stabilizzazione in atto. E’ fatto altresì divieto agli enti di stipulare contratti di servizio con soggetti privati che si configurino come elusivi della sanzione. Si evidenzia che, per effetto dell’articolo 76, comma 7, del D.L. n. 112/2008 il divieto di assunzione sussiste per tutti gli enti in cui il rapporto tra spesa di personale e spesa corrente sia pari o superiore al 50%. Per effetto della norma recata dall’articolo 20, comma 9, del D.L. n. 98/2011, per il calcolo di tale rapporto debbono considerarsi anche le spese di personale delle società a partecipazione pubblica locale totale o di controllo. In relazione a tale disposizione, la Circolare n. 5/2012 ha precisato che devono considerarsi riconducibili alla spesa di personale degli enti locali le spese sostenute da tutti gli organismi variamente denominati (istituzioni, aziende, fondazioni, ecc.) caratterizzati da minore autonomia rispetto ad un organismo societario e che non abbiano indicatori finanziari e strutturali tali da attestare una sostanziale posizione di effettiva autonomia rispetto all’amministrazione controllante;

e)       l’obbligo di procedere ad una rideterminazione delle indennità di funzione e dei gettoni di presenza, indicati nell'articolo 82 del TUEL (D.Lgs. n. 267/2000), apportando una riduzione del 30 per centorispetto all'ammontare risultante alla data del 30 giugno 2010[71]. La Circolare n. 5/2012 segnala che la sanzione si applica ai soli amministratori in carica nell’esercizio in cui è avvenuta la violazione dei vincoli del patto di stabilità interno.

Con riferimento alla durata delle sanzioni, esse si applicano per il solo anno successivo a quello di accertamento del mancato rispetto del patto di stabilità interno.

 

Il comma 12-ter reca una modificaall'articolo 1, comma 142, della legge 13 dicembre 2010, n. 220 (legge di stabilità 2011), relativamente ai termini per la verifica degli equilibri di bilancio nelle ipotesi in cui una regione e gli enti locali del relativo territorio abbiano proceduto alla “regionalizzazione” del patto di stabilità nell’anno 2012.

 

La norma richiamata, infatti, concerne la cosiddetta regionalizzazione orizzontale del patto di stabilità, in relazione all'esercizio 2012. In particolare viene spostato il termine, dal 30 giugno al 31 ottobre, entro cui le regioni devono comunicare al Ministero dell'economia e delle finanze gli elementi informativi per la verifica degli equilibri di bilancio.

 

In merito alla “regionalizzazione orizzontale” del Patto, si ricorda che la disciplina del patto di stabilità per gli esercizi 2011-2013 (dettata per le regioni dai commi da 125 a 150 dell'unico articolo della legge di stabilità 2011) prevede, al comma 141, che ciascuna regione possa – a decorrere dal 2011 – integrare e modificare le regole per gli enti locali compresi nel proprio territorio "in relazione alla diversità delle situazioni finanziarie esistenti", fermo restando l’obiettivo determinato complessivamente dalle regole del Patto di stabilità per gli enti locali, definite dai commi 87-124 della medesima legge di stabilità 2011.

La procedura, disciplinata dal comma 142, prevede, come di consueto, la comunicazione al Ministero dell'economia e delle finanze da parte della regione, entro il 30 giugno e per il solo 2011 entro il 31 ottobre, per ciascun ente locale di tutti gli elementi informativi per la verifica del mantenimento dell'equilibrio dei saldi di finanza pubblica. La norma in esame sposta il suddetto termine al 31 ottobre anche per l'anno 2012.

 

I criteri per l'applicazione delle disposizioni recate dai citati commi 141 e 142, per l'esercizio 2011, comprese le comunicazioni da inviare al Ministero, sono stati definiti - come prescritto dalla norma – con Decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 6 ottobre 2011[72].

Si ricorda inoltre che anche questa tipologia di ri-modulazione delle regole per gli enti locali era già presente nella disciplina relativa al triennio 2009-2011. L'articolo 77-ter del decreto-legge 112/2008, comma 11, consentiva alle regioni a statuto ordinario di ‘adattare’ – sulla base dei criteri stabiliti in sede di consiglio delle autonomie - le regole per gli enti locali compresi nel proprio territorio fermo restando l’obiettivo determinato complessivamente dalle regole del Patto di stabilità. La disciplina non ha trovato applicazione per l'esercizio 2009, mentre per il 2010 è stata attuata in tre regioni: nella regione Lazio per 118,6 milioni di euro, nella regione Piemonte per 4,4 milioni di euro e nella regione Toscana per 871 migliaia di euro. In relazione all'esercizio 2011, sono otto le regioni in cui sono state effettuate 'compensazioni' tra gli enti locali, per un totale complessivo di 70,2 milioni di euro, così ripartiti: in Abruzzo 3,1, in Emilia-Romagna 21,2, nel Lazio 32,8, in Liguria 1,1, in Lombardia 5,6, in Piemonte 1,1, in Puglia 4,1 ed infine in Toscana per 1 milione di euro.

 

Si ricorda infine che la disciplina del patto di stabilità interno per le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano per il triennio 2012-2014, recata dall'articolo 32 della legge di stabilità 2012 (L. 183/2011), disciplina al comma 17 il c.d. "patto regionale integrato" che consentirà alle singole regioni e alle province autonome, a decorrere dal 2013, di concordare con lo Stato le modalità di raggiungimento dei propri obiettivi, esclusa la componente sanitaria, e quelli degli enti locali del proprio territorio, previo accordo concluso in sede di Consiglio delle autonomie locali e, ove non istituito, con i rappresentanti dell'ANCI e dell'UPI regionali. L'ultimo periodo dello stesso comma 17, dispone che per l'esercizio 2012, continuano ad applicarsi le regole riguardanti il cd. "patto verticale e orizzontale" di cui ai commi da 138 a 143 dell'articolo 1 della legge 13 dicembre 2010, n. 220.

 

Si ricorda che l’articolo 4-ter del decreto-legge in commento reca norme in materia di patto di stabilità interno “orizzontale nazionale” e personale degli enti locali.


 

Articolo 4, comma 12-quater
(Gestione del patrimonio immobiliare statale)

 

12-quater. Nelle more dell'attuazione delle disposizioni dell'articolo 5, commi 1, lettera e), e 5-bis, del decreto legislativo 28 maggio 2010, n. 85, le amministrazioni competenti proseguono nella piena gestione del patrimonio immobiliare statale, ivi comprese le attività di dismissione e valorizzazione.

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 12-quater, introdotto durante l’esame parlamentare, dispone che nelle more dell’attuazione del federalismo demaniale (D.Lgs. n. 85 del 2010) la gestione del patrimonio immobiliare statale sia proseguita dalle Amministrazioni competenti, ivi comprese le attività di valorizzazione e dismissione.

Analisi normativa

 

La norma contenuta nel comma 12-quater - introdotto durante l’esame parlamentare – reca disposizioni di chiusura volte a disciplinare transitoriamente il regime di gestione del patrimonio immobiliare statale, nelle more dell’attuazione di alcune norme in materia di federalismo demaniale.

 

In breve, si rammenta che il D.Lgs. 85/2010 in materia di federalismo demaniale prevede l'individuazione dei beni statali che possono essere attribuiti a comuni, province, città metropolitane e regioni, operata attraverso uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, e la successiva attribuzione dei beni agli enti medesimi. Lo Stato, previa intesa in sede di Conferenza Unificata, individua i beni da attribuire a titolo non oneroso secondo i criteri di territorialità, sussidiarietà, adeguatezza, semplificazione, capacità finanziaria, correlazione con competenze e funzioni, nonché valorizzazione ambientale.

L'ente territoriale, a seguito dell'attribuzione, dispone del bene nell'interesse della collettività rappresentata ed è tenuto a favorirne la "massima valorizzazione funzionale". I beni trasferiti possono peraltro anche essere inseriti dalle regioni e dagli enti locali in processi di alienazione e dismissione; la deliberazione dell’ente territoriale di approvazione del piano di alienazioni e valorizzazioni dovrà tuttavia essere trasmessa ad una apposita conferenza di servizi volta ad acquisire le autorizzazioni, gli assensi e le approvazioni necessari alla variazione di destinazione urbanistica dei beni. Inoltre i beni trasferiti in attuazione del decreto che entrano a far parte del patrimonio disponibile degli enti territoriali possono essere alienati solo previa valorizzazione attraverso le procedure per l’adozione delle varianti allo strumento urbanistico, ed a seguito di apposita attestazione di congruità rilasciata da parte dell’Agenzia del demanio o dell’Agenzia del territorio. Resta comunque riservata allo Stato la dichiarazione dell’eventuale passaggio al patrimonio dei beni demaniali trasferiti agli enti territoriali.

Il decreto dispone il trasferimento alle regioni, entro 180 giorni, dei beni del demanio marittimo e del demanio idrico, salvo i laghi chiusi privi di emissari di superficie che insistono sul territorio di una sola provincia, che dovranno essere trasferiti alle province, assieme alle miniere che non comprendono i giacimenti petroliferi e di gas e i siti di stoccaggio di gas naturale. Una quota dei proventi dei canoni ricavati dalla utilizzazione del demanio idrico trasferito è destinata da ciascuna regione alle province, sulla base di una intesa conclusa fra la regione e le singole province sul cui territorio insistono i medesimi beni del demanio idrico.

I beni oggetto del trasferimento vengono inseriti in appositi elenchi adottati con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa intesa sancita in sede di Conferenza Unificata, da emanare entro 180 giorni. Successivamente, le regioni e gli enti locali che intendono acquisirli sono tenuti a presentare un’apposita domanda di attribuzione, con annessa relazione, all’Agenzia del demanio. A seguito del D.P.C.M. di trasferimento, i beni demaniali e patrimoniali dello Stato indicati dall’art. 5 – salvo alcune eccezioni - entrano a far parte, con pertinenze ed accessori, del patrimonio disponibile degli enti pubblici territoriali; questi ultimi si fanno carico, a seguito del trasferimento, degli eventuali oneri e pesi di cui è gravato il bene.

L’articolo 5 del provvedimento, richiamato dalle norme in esame, individua le tipologie dei beni immobili statali potenzialmente trasferibili, tra i quali sono annoverati i beni appartenenti al demanio marittimo, con esclusione di quelli direttamente utilizzati dalle amministrazioni statali; i beni appartenenti al demanio idrico con specifiche esclusioni, gli aeroporti di interesse regionale o locale appartenenti al demanio aeronautico civile statale; le miniere ubicate su terraferma, nonché altri beni immobili dello Stato e, da ultimo (secondo quanto disposto dall'articolo 4 del decreto-legge n.70/2011) i beni che siano oggetto di intese tra Stato ed enti territoriali alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 85/2010. Sono in ogni caso esclusi dal trasferimento, tra gli altri, gli immobili in uso per comprovate ed effettive finalità istituzionali alle Amministrazioni pubbliche; i porti e gli aeroporti di rilevanza economica nazionale e internazionale; i beni appartenenti al patrimonio culturale, salvo quanto previsto dalla normativa vigente; le reti di interesse statale, ivi comprese quelle energetiche e le strade ferrate in uso;i parchi nazionali e le riserve naturali statali, nonché i beni in uso a qualsiasi titolo al Senato, alla Camera, alla Corte Costituzionale e agli organi di rilevanza costituzionale.

 

In particolare, l’articolo 5, comma 1, del richiamato D.Lgs. 85/2010 individua le tipologie di beni immobili statali da trasferire a Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.

La lettera e), richiamata dalla norma in commento, si riferisce a “gli altri beni immobili dello Stato [diversi da quelli individuati dalle lettere da a) a d), n.d.r.], ad eccezione di quelli esclusi dal trasferimento”.

Il comma 5-bis dell’articolo 5, anch’esso richiamato dalla norma in esame, prevede invece che quei beni oggetto di accordi o intese tra lo Stato e gli enti territoriali per la razionalizzazione o la valorizzazione dei rispettivi patrimoni immobiliari, sottoscritti alla data del 26 giugno 2010 (data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 85/2010) possono essere attribuiti, su richiesta, all’ente che ha sottoscritto l’accordo o l’intesa ovvero ad altri enti territoriali (in tal caso, ove gli enti sottoscrittori dell’accordo o intesa non facciano richiesta di attribuzione) salvo che risultino esclusi dal trasferimento ovvero altrimenti disciplinati.

Il medesimo comma affida a un decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, previa ricognizione da parte dell’Agenzia del demanio, sentita la Conferenza unificata, il compito di stabilire termini e modalità per la cessazione dell’efficacia dei predetti accordi o intese, senza effetti sulla finanza pubblica,.

 

Nelle more dell’attuazione delle predette disposizioni, per effetto delle norme in commento la gestione, la valorizzazione e la dismissione dei beni sono proseguite dalle Amministrazioni competenti.


 

Articolo 4-bis
(Modifiche al Testo unico di cui al D.P.R. n. 917 del 1986 in materia di deduzione dei canoni di leasing)

 


Modifiche al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 917 del 1986, in materia di deduzione dei canoni di leasing

1. Al testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 2 dell'articolo 54:

1) al terzo periodo, le parole: «a condizione che la durata del contratto non sia« sono sostituite dalle seguenti: «per un periodo non»;

2) al quinto periodo, le parole: «a condizione che la durata del contratto non sia» sono sostituite dalle seguenti: «per un periodo non»;

b) il comma 7 dell'articolo 102 è sostituito dal seguente:

«7. Per i beni concessi in locazione finanziaria l'impresa concedente che imputa a conto economico i relativi canoni deduce quote di ammortamento determinate in ciascun esercizio nella misura risultante dal relativo piano di ammortamento finanziario. Per l'impresa utilizzatrice che imputa a conto economico i canoni di locazione finanziaria, a prescindere dalla durata contrattuale prevista, la deduzione è ammessa per un periodo non inferiore ai due terzi del periodo di ammortamento corrispondente al coefficiente stabilito a norma del comma 2, in relazione all'attività esercitata dall'impresa stessa; in caso di beni immobili, qualora l'applicazione della regola di cui al periodo precedente determini un risultato inferiore a undici anni ovvero superiore a diciotto anni, la deduzione è ammessa per un periodo, rispettivamente, non inferiore a undici anni ovvero pari almeno a diciotto anni. Per i beni di cui all'articolo 164, comma 1, lettera b), la deducibilità dei canoni di locazione finanziaria è ammessa per un periodo non inferiore al periodo di ammortamento corrispondente al coefficiente stabilito a norma del comma 2. La quota di interessi impliciti desunta dal contratto è soggetta alle regole dell'articolo 96».

2. Le disposizioni di cui al comma 1 si applicano ai contratti stipulati a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.


 

 

Sintesi ed effetti

 

L’articolo 4-bis,con riferimento alla disciplina fiscale del leasing, vincola la possibilità di dedurre i canoni di leasing, da parte dei lavoratori autonomi e dei soggetti IRES, non più ad una durata minima contrattuale, ma al periodo di ammortamento previsto ai fini fiscali.

Analisi normativa

 

Il comma 1 dell’articolo 4-bis, inserito nel corso dell’esame al Senato,è volto a riformulare la disciplina fiscale del leasing contenuta negli articoli 54 e 102 del TUIR, rispettivamente, per gli esercenti arti e professioni e per i soggetti IRES, vincolando la possibilità di dedurre i canoni non più ad una durata minima contrattuale, ma al periodo di ammortamento previsto ai fini fiscali. In sostanza, indipendentemente dalla durata contrattuale:

§      per i soggetti IRES (articolo 102 del TUIR) la deduzione dei canoni di leasing è ammessa per un periodo non inferiore ai 2/3 del periodo di ammortamento stabilito ai fini fiscali, con la previsione, comunque, per gli immobili, di una durata minima di 11 anni e massima di 18 anni;

§       per i lavoratori autonomi (articolo 54 del TUIR) la deduzione dei canoni di leasing è ammessa per un periodo non inferiore alla metà del periodo di ammortamento stabilito ai fini fiscali, con la previsione, comunque, per gli immobili, di una durata minima di 8 anni e massima di 15 anni.

La relazione tecnica chiarisce che la modifica normativa non genera cambiamenti fiscali per l’utilizzatore. Il cambiamento riguarda piuttosto la possibilità di stipulare contratti di leasing con durate inferiori a quelle rapportate ai coefficienti di ammortamento.

 

L'attuale disciplina fiscale prevista dall'articolo 102, comma 7, del TUlR vincola la deduzione del canone di leasing in capo all'utilizzatore ad una durata del contratto che non deve essere inferiore ai 2/3 del periodo di ammortamento stabilito ai fini fiscali (in base ai coefficienti previsti dal D.M. 31 dicembre 1988) prevedendo, per gli immobili, una durata minima di 11 anni e una massima di 18 anni. Analogamente, l'articolo 54, comma 2, ammette la deducibilità dei canoni di locazione finanziaria, per i beni strumentali per l'esercizio dell'arte o della professione, a condizione che la durata del contratto non sia inferiore alla metà del periodo di ammortamento previsto ai fini fiscali e, comunque, con un minimo di 8 anni e un massimo di 15 anni se lo stesso ha per oggetto beni immobili.

 

Il comma 2 fa decorrere la nuova disciplina introdotta dal comma 1 dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Pertanto essa si applicherà ai contratti stipulati successivamente a tale data.


 

Articolo 4-ter, commi 1-9
(
Patto di stabilità interno “orizzontale nazionale”)

 


1. I comuni che prevedono di conseguire, nell'anno di riferimento, un differenziale positivo rispetto all'obiettivo del patto di stabilità interno previsto dalla normativa nazionale possono comunicare al Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, sia mediante il sistema web appositamente predisposto, sia a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento sottoscritta dal responsabile finanziario, entro il termine perentorio del 30 giugno, l'entità degli spazi finanziari che sono disposti a cedere nell'esercizio in corso.

2. I comuni che prevedono di conseguire, nell'anno di riferimento, un differenziale negativo rispetto all'obiettivo previsto dalla normativa nazionale possono comunicare al Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, sia mediante il sistema web appositamente predisposto, sia a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento sottoscritta dal responsabile finanziario, entro il termine perentorio del 30 giugno, l'entità degli spazi finanziari di cui necessitano nell'esercizio in corso per sostenere spese per il pagamento di residui passivi di parte capitale.

3. Ai comuni di cui al comma 1, per l'anno 2012, è attribuito un contributo, nei limiti di un importo complessivo di 500 milioni di euro, pari agli spazi finanziari ceduti da ciascuno di essi e attribuiti ai comuni di cui al comma 2. In caso di incapienza, il contributo è ridotto proporzionalmente. Il contributo non è conteggiato fra le entrate valide ai fini del patto di stabilità interno ed è destinato alla riduzione del debito.

4. L'Associazione nazionale dei comuni italiani fornisce il supporto tecnico per agevolare l'attuazione del presente articolo.

5. Qualora l'entità delle richieste pervenute dai comuni di cui al comma 2 superi l'ammontare degli spazi finanziari resi disponibili dai comuni di cui al comma 1, l'attribuzione è effettuata in misura proporzionale ai maggiori spazi finanziari richiesti. Il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, entro il 30 luglio, aggiorna il prospetto degli obiettivi dei comuni interessati dalla rimodulazione dell'obiettivo, con riferimento all'anno in corso e al biennio successivo.

6. Il rappresentante legale, il responsabile del servizio finanziario e l'organo di revisione economico-finanziario attestano, con la certificazione di cui al comma 20 dell'articolo 31 della legge 12 novembre 2011, n. 183, che i maggiori spazi finanziari di cui al comma 5 sono stati utilizzati esclusivamente per effettuare spese per il pagamento di residui passivi di parte capitale. In assenza di tale certificazione, nell'anno di riferimento, non sono riconosciuti i maggiori spazi finanziari di cui al comma 5, mentre restano validi i peggioramenti dei saldi obiettivi del biennio successivo ai sensi del comma 7.

7. Ai comuni di cui al comma 1 è riconosciuta, nel biennio successivo all'anno in cui cedono gli spazi finanziari, una modifica migliorativa del loro obiettivo commisurata annualmente alla metà del valore degli spazi finanziari ceduti. Agli enti di cui al comma 2, nel biennio successivo all'anno in cui acquisiscono maggiori spazi finanziari, sono attribuiti saldi obiettivi peggiorati per un importo annuale pari alla metà della quota acquisita. La somma dei maggiori spazi finanziari ceduti e di quelli attribuiti, per ogni anno di riferimento, è pari a zero.

8. Il Ministero dell'economia e delle finanze comunica al Ministero dell'interno l'entità del contributo di cui al comma 3 da erogare a ciascun comune.

9. Alla copertura finanziaria degli oneri derivanti dal comma 3, pari a 500 milioni di euro per l'anno 2012, si provvede mediante versamento all'entrata del bilancio dello Stato di una corrispondente quota delle risorse disponibili sulla contabilità speciale 1778 «Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio».


Sintesi ed effetti

 

I commi da 1 a 9 dell’articolo 4-ter recano norme volte ad introdurre a livello nazionale il c.d. "Patto orizzontale”, già delineato a livello regionale, che consente una redistribuzione degli obiettivi del patto di stabilità interno tra i comuni dell’intero territorio nazionale, fermo restando l’obiettivo determinato complessivamente per il comparto comunale dalla normativa vigente, finalizzata a permettere ai comuni che rischiano di non rispettare il patto di effettuare maggiori spese in conto capitale.

Analisi normativa

 

L’articolo 4-ter, ai commi 1-9, introduce disposizioni volte a garantire una maggiore flessibilità del patto di stabilità interno per i comuni, consentendo una redistribuzione degli obiettivi del patto tra i comuni stessi a livello nazionale - fermo restando l’obiettivo determinato complessivamente per il comparto comunale dalle regole del Patto di stabilità interno previsto dalla normativa nazionale.

In particolare, le norme in esame consentono la cessione di spazi finanziari da parte dei comuni che prevedono di conseguire un differenziale positivo rispetto all'obiettivo del patto di stabilità interno ad essi assegnato dalla normativa vigente, a vantaggio di quelli che, invece, prevedono di conseguire, nell'anno di riferimento, un differenziale negativo rispetto all'obiettivo prefissato, al fine di consentire, a questi ultimi, di sostenere esclusivamente spese per il pagamento di residui passivi di parte capitale.

 

Con la norma si intende pertanto introdurre a livello nazionale il c.d. "Patto orizzontale”, già delineato a livello regionale, dall'articolo 1, commi 141 e 142, della legge n. 220 del 2010 (legge di stabilità 2011).

 

Le norme citate prevedono, infatti, che ciascuna regione possa, a decorrere dal 2011, rimodulare “orizzontalmente” gli obiettivi del patto posti dal legislatore tra gli enti locali ricompresi nel proprio territorio, in relazione alla diversità delle situazioni finanziarie esistenti, fermo restando l’obiettivo determinato complessivamente dalle regole del Patto di stabilità per il comparto degli enti locali della regione medesima.

La procedura, disciplinata dal comma 142, prevede la comunicazione al Ministero dell'economia e delle finanze da parte della regione, entro il 31 ottobre, per ciascun ente locale di tutti gli elementi informativi per la verifica del mantenimento dell'equilibrio dei saldi di finanza pubblica. Il suddetto termine è stato così spostato dall'articolo 4, comma 12-ter, del decreto legge in esame[73].

I criteri per l'applicazione delle disposizioni recate dai citati commi 141 e 142, per l'esercizio 2011, comprese le comunicazioni da inviare al Ministero, sono stati definiti - come prescritto dalla norma – con Decreto del Ministero dell'economia e delle finanze 6 ottobre 2011[74]. Come indicato nel comma 2 del decreto, i criteri per l’attribuzione agli enti locali di maggiori spazi finanziari privilegiano le spese in conto capitale, le spese inderogabili e quelle che incidono positivamente sul sistema economico di riferimento.

 

La nuova disciplina del patto di stabilità interno per le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano per il triennio 2012-2014, recata dall'articolo 32 della legge di stabilità 2012 (L. 183/2011), ha introdotto, al comma 17, il c.d. "patto regionale integrato" che consentirà alle singole regioni e alle province autonome, a decorrere dal 2013, di concordare con lo Stato le modalità di raggiungimento dei propri obiettivi, esclusa la componente sanitaria, e quelli degli enti locali del proprio territorio, previo accordo concluso in sede di Consiglio delle autonomie locali e, ove non istituito, con i rappresentanti dell'ANCI e dell'UPI regionali. L'ultimo periodo dello stesso comma 17, dispone che per l'esercizio 2012, continuano ad applicarsi le regole riguardanti il cd. "patto verticale e orizzontale" di cui ai commi da 138 a 143 dell'articolo 1 della legge 13 dicembre 2010, n. 220.

 

Si ricorda, infine, che oltre alla rimodulazione c.d. orizzontale degli obiettivi, la legge di stabilità per il 2011 – articolo 1, commi 138-139 – disciplina altresì la rimodulazione “verticale” degli obiettivi del patto tra ciascuna regione e gli enti locali del proprio territorio. In particolare, le norme citate prevedono che le regioni possano autorizzare gli enti locali compresi nel proprio territorio a peggiorare il loro saldo programmatico, consentendo un aumento dei pagamenti in conto capitale, e procedere contestualmente alla rideterminazione del proprio obiettivo di risparmio per un ammontare pari all'entità complessiva dei pagamenti in conto capitale autorizzati, al fine di garantire – considerando insieme regione ed enti locali - il rispetto degli obiettivi finanziari[75].

 

Per l’attivazione di tale strumento normativo, il comma 1 dispone che i comuni che prevedono di conseguire, nell'anno di riferimento, un differenziale positivo rispetto all'obiettivo del patto possono comunicare l'entità degli spazi finanziari che sono disposti a cedere al Ministero dell'economia e delle finanze, entro il termine perentorio del 30 giugno.

Analogamente, i comuni che prevedono di conseguire, nel medesimo anno, un differenziale negativo rispetto all'obiettivo possono comunicare al Ministero dell'economia, entro il medesimo termine perentorio del 30 giugno, l'entità degli spazi finanziari di cui necessitano per sostenere spese per il pagamento di residui passivi di parte capitale (comma 2).

La comunicazione al Ministero dell’economia va effettuata sia mediante il sistema web appositamente predisposto, sia a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento sottoscritta dal responsabile finanziario.

 

Qualora l'entità delle richieste pervenute dai comuni che necessitano di sostenere spese di conto capitale superi l'ammontare degli spazi finanziari resi disponibili dagli altri comuni, l'attribuzione è effettuata in misura proporzionale ai maggiori spazi finanziari richiesti (comma 5).

Il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato provvede ad aggiornare, entro il 30 luglio, il prospetto degli obiettivi dei comuni interessati dalla rimodulazione, con riferimento sia all'anno in corso che al biennio successivo.

Ciò anche al fine di consentire alle regioni la eventuale programmazione del patto regionale orizzontale, che permette l'ulteriore cessione di spazi finanziari a favore di determinati comuni all’interno del territorio regionale.

 

In favore dei comuni che cedono spazi finanziari è prevista l’attribuzione, per l’anno 2012, di un contributo pari agli spazi finanziari ceduti da ciascuno di essi, nei limiti di un importo complessivo di 500 milioni di euro. In caso di incapienza, il contributo è ridotto proporzionalmente.

Il contributo - che è escluso dal computo del saldo valido ai fini del patto di stabilità interno - deve essere destinato alla riduzione del debito degli enti medesimi (comma 3).

Come riportato nella relazione illustrativa[76], l'effetto complessivo della normativa in esame dovrebbe pertanto essere non soltanto quello di soddisfare le aziende creditrici dei comuni, grazie ai maggiori pagamenti di spese in conto capitale, ma anche quello della riduzione della esposizione debitoria complessiva del comparto.

 

L’entità del contributo da erogare a ciascun comune è comunicato dal Ministero dell’economia al Ministero dell’interno (comma 8).

 

E’ previsto, infine, che l'ANCI fornisca il supporto tecnico per agevolare l'attuazione delle disposizioni in esame (comma 4).

 

Va sottolineato che le disposizioni in esame sono finalizzate esclusivamente a consentire ai comuni di procedere al pagamento dei residui passivi di parte capitale.

A tal fine, il comma 6 prevede che il rappresentante legale, il responsabile del servizio finanziario e l'organo di revisione economico finanziario devono attestare che i maggiori spazi finanziari attribuiti ai comuni siano stati utilizzati esclusivamente per effettuare spese per il pagamento di residui passivi di parte capitale.

In favore dei comuni che cedono spazi finanziari è riconosciuto, nel biennio successivo, un miglioramento degli obiettivi del patto commisurato annualmente alla metà del valore degli spazi finanziari ceduti, mentre per gli enti che si avvantaggiano di tale normativa è previsto, nei due anni successivi a quello in cui acquisiscono maggiori spazi finanziari, un peggioramento dei saldi obiettivo, per un importo annuale pari alla metà della quota acquisita (comma 7).

 

Il comma 9, infine, reca la norma di copertura finanziaria degli oneri connessi alla attribuzione del contributo, di cui al comma 3, in favore degli enti che cedono spazi finanziari, pari a 500 milioni di euro per l'anno 2012, stabilendo che ad essi si provveda mediante versamento all'entrata del bilancio dello Stato di una corrispondente quota delle risorse disponibili relative a rimborsi e compensazioni di crediti di imposta, esistenti presso la contabilità speciale 1778 «Agenzia delle entrate - Fondi di bilancio».

 

Si ricorda, infine, che l’articolo 4, commi 12-bis e 12-ter del decreto-legge in esame, reca norme in materia di Patto di stabilità interno e regionalizzazione orizzontale del patto.


 

Articolo 4-ter, commi 10-14
(
Personale enti locali e dirigenza))

 


10. All'articolo 76, comma 7, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al primo periodo, le parole: «20 per cento» sono sostituite dalle seguenti: «40 per cento»;

b) dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Ai soli fini del calcolo delle facoltà assunzionali, l'onere per le assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale è calcolato nella misura ridotta del 50 per cento; le predette assunzioni continuano a rilevare per intero ai fini del calcolo delle spese di personale previsto dal primo periodo del presente comma»;

c) al secondo periodo, le parole: «periodo precedente» sono sostituite dalle seguenti: «primo periodo»;

d) dopo il secondo periodo è inserito il seguente: «Ferma restando l'immediata applicazione della disposizione di cui al precedente periodo, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, di concerto con i Ministri dell'economia e delle finanze e dell'interno, d'intesa con la Conferenza unificata, possono essere ridefiniti i criteri di calcolo della spesa di personale per le predette società»;

e) al terzo periodo, la parola: «precedente» è sostituita dalla seguente: «terzo»;

f) al quarto periodo, le parole: «20 per cento» sono sostituite dalle seguenti: «40 per cento»; al medesimo periodo sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «; in tal caso le disposizioni di cui al secondo periodo trovano applicazione solo in riferimento alle assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di istruzione pubblica e del settore sociale».

11. All'articolo 1, comma 562, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e successive modificazioni, le parole: «dell'anno 2004» sono sostituite dalle seguenti: «dell'anno 2008».

12. Al comma 28 dell'articolo 9 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, dopo il terzo periodo è inserito il seguente: «A decorrere dal 2013 gli enti locali possono superare il predetto limite per le assunzioni strettamente necessarie a garantire l'esercizio delle funzioni di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale; resta fermo che comunque la spesa complessiva non può essere superiore alla spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009».

13. Il comma 6-quater dell'articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, è sostituito dal seguente:

«6-quater. Per gli enti locali il numero complessivo degli incarichi a contratto nella dotazione organica dirigenziale, conferibili ai sensi dell'articolo 110, comma 1, del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, è stabilito nel limite massimo del 10 per cento della dotazione organica della qualifica dirigenziale a tempo indeterminato. Per i comuni con popolazione inferiore o pari a 100.000 abitanti il limite massimo di cui al primo periodo del presente comma è pari al 20 per cento della dotazione organica della qualifica dirigenziale a tempo indeterminato. Per i comuni con popolazione superiore a 100.000 abitanti e inferiore o pari a 250.000 abitanti il limite massimo di cui al primo periodo del presente comma può essere elevato fino al 13 per cento della dotazione organica della qualifica dirigenziale a tempo indeterminato a valere sulle ordinarie facoltà per le assunzioni a tempo indeterminato. Si applica quanto previsto dal comma 6-bis. In via transitoria, con provvedimento motivato volto a dimostrare che il rinnovo sia indispensabile per il corretto svolgimento delle funzioni essenziali degli enti, i limiti di cui al presente comma possono essere superati, a valere sulle ordinarie facoltà assunzionali a tempo indeterminato, al fine di rinnovare, per una sola volta, gli incarichi in corso alla data di entrata in vigore della presente disposizione e in scadenza entro il 31 dicembre 2012. Contestualmente gli enti adottano atti di programmazione volti ad assicurare, a regime, il rispetto delle percentuali di cui al presente comma».

14. Al comma 2 dell'articolo 6 del decreto legislativo 1° agosto 2011, n. 141, le parole: «Fino alla data di emanazione dei decreti di cui all'articolo 19, comma 6-quater, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, come introdotto dall'articolo 1 del presente decreto,» sono soppresse.


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 10 apporta alcune modifiche all’articolo 76, comma 7, del D.L. 112/2008, che, nell’ambito di una generale riduzione delle spese per il personale negli enti locali, ha disposto il divieto di assumere personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale sia pari o superiore al 50% delle spese correnti, disponendo allo stesso tempo la possibilità, per i restanti enti, di procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite del 20% della spesa corrispondente alle cessazioni dell'anno precedente. In particolare, tale limite viene elevato al 40%.

Il comma 11, modificando l’articolo 1, comma 562, della L. 296/2006, prevede che gli enti non sottoposti al patto di stabilità interno debbano avere spese di personale non superiori al corrispondente ammontare dell'anno 2008 (in luogo del 2004).

Il comma 12, integrando l’articolo 9, comma 28, del D.L. 78/2010, che ha previsto la possibilità, anche per gli enti locali, di assumere personale a decorrere dal 2011 attraverso fattispecie contrattuali “flessibili” a condizione che venga rispettato il limite del 50% della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009, consente a tali enti, a decorrere dal 2013, di superare tale limite per le assunzioni strettamente necessarie a garantire l'esercizio delle funzioni di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale, fermo restando che la spesa complessiva non può comunque superare la spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009.

Il comma 13, modificando il comma 6-quater dell'art. 19 del D.Lgs. n. 165/2011, consente agli enti locali un incremento dell’attribuzione di incarichi dirigenziali ai fini del conferimento degli stessi a contratto (art. 110, co. 1 TUEL), stabilendo un limite massimo generale del 10% della dotazione organica dirigenziale. La norma prevede la possibilità di ampliare tale contingente sino al 20% per i comuni con non più di 100 mila abitanti e al 13% per i comuni fino a 250 mila abitanti, stabilendo, per quest’ultimi, che la facoltà di deroga possa esercitarsi solo nell'ambito dei vincoli previsti per le assunzioni a tempo indeterminato. Si prevede, infine, la possibilità di superare, in via transitoria e con provvedimento motivato, i suddetti limiti al fine di rinnovare, per una sola volta, gli incarichi in corso e in scadenza entro il 31 dicembre 2012.

Il comma 14 prevede una disposizione di coordinamento formale, in conseguenza delle modifiche apportate al comma 6-quater.

Analisi normativa

 

Il comma 10 modifica l’articolo 76, comma 7, del D.L. 112/2008, che, nell’ambito di una generale riduzione delle spese per il personale negli enti locali, ha disposto il divieto di assumere personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale sia pari o superiore al 50% delle spese correnti, disponendo allo stesso tempo la possibilità, per i restanti enti, di procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite del 20% della spesa corrispondente alle cessazioni dell'anno precedente.

In particolare:

§      si eleva dal 20% al 40% il limite delle facoltà assunzionali per gli enti locali nei quali l'incidenza delle spese di personale sia inferiore al 50% delle spese correnti (lettera a));

§      si concedono agli stessi enti maggiori possibilità di assunzioni nei settori dell'istruzione, dei servizi sociali e della polizia locale, fermo restando il criterio di calcolo delle spese di personale ai fini della verifica del rispetto dei parametri di virtuosità (lettera b));

§      si prevede l'emanazione di un DPCM volto alla definizione dei criteri di calcolo delle spese di personale delle società a partecipazione pubblica locale, che concorrono ai fini della definizione dell'ammontare complessivo delle spese di personale dell'ente di riferimento (lettera d));

§      si prevede, modificando il quarto (rectius: sesto) periodo, che per gli enti nei quali l'incidenza delle spese di personale sia pari o inferiore al 35% delle spese correnti siano ammesse, in deroga al limite del 40% (in luogo del 20%) e comunque nel rispetto degli obiettivi del patto di stabilità interno e dei limiti di contenimento complessivi delle spese di personale, le assunzioni per turn-over che consentano l'esercizio delle funzioni fondamentali. In tal caso, le disposizioni concernenti il calcolo dell’onere nella misura ridotta del 50%, ai soli fini del calcolo delle facoltà assunzionali, per le assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale, trovano applicazione solamente in riferimento alle assunzioni di personale destinato allo svolgimento di funzioni in materia di istruzione pubblica e del settore sociale (lettera f));

§      si apportano modifiche (lettere c) ed e)) volte a coordinamento formale di quanto modificato.

 

Il successivo comma 11, modificando l’articolo 1, comma 562, della L. 296/2006, prevede che gli enti non sottoposti al patto di stabilità interno debbano avere spese di personale non superiori al corrispondente ammontare dell'anno 2008 (in luogo del 2004).

Si ricorda, inoltre, che tali enti possono procedere all'assunzione di personale nel limite delle cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato complessivamente intervenute nel precedente anno, ivi compreso il personale non dirigenziale in servizio a tempo determinato da almeno tre anni.

 

Il comma 12, integrando l’articolo 9, comma 28, del D.L. 78/2010, che ha previsto la possibilità, anche per gli enti locali, di assumere personale a decorrere dal 2011 attraverso fattispecie contrattuali “flessibili” a condizione che venga rispettato il limite del 50% della spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009, consente a tali enti, a decorrere dal 2013, di superare tale limite per le assunzioni strettamente necessarie a garantire l'esercizio delle funzioni di polizia locale, di istruzione pubblica e del settore sociale, fermo restando che la spesa complessiva non possa comunque superare la spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2009.

 

Il comma 28 dell’articolo 9, del D.L. 78/2010, riduce del 50% rispetto alla spesa sostenuta nell’anno 2009 la spesa delle pubbliche amministrazioni:

§       per il personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa;

§       per i contratti di formazione lavoro, gli altri rapporti formativi, la somministrazione di lavoro, nonché il lavoro accessorio di cui all'art. 70, comma 1, lettera d) del D.Lgs. 276/2003.

La disposizione si applica a partire dall’anno 2011 alle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, alle agenzie, incluse le agenzie fiscali, agli enti pubblici non economici, alle università e agli enti pubblici di cui all'articolo 70, comma 4, del D.Lgs. 165/2001, le C.C.I.A.A.. Inoltre, i contenuti della disposizione in esame costituiscono principi generali ai fini del coordinamento della finanza pubblica ai quali si adeguano le regioni, le province autonome, e gli enti del Servizio sanitario nazionale.

Il mancato rispetto dei limiti di cui al comma in esame costituisce illecito disciplinare e determina responsabilità erariale.

Specifiche disposizioni di settore sono invece previste per il comparto scuola e per quello delle istituzioni di alta formazione e specializzazione artistica.

Nella norma si fa salva la previsione dell’articolo 1, comma 188 della legge 266/2005 (finanziaria per il 2006)[77], nonchéle disposizioni presenti agli articoli 7, comma 65 e 36 del D.Lgs. 165/2001[78].

Infine, con riferimento agli enti di ricerca, si è previsto che resta comunque fermo il limite all'impiego di personale a tempo determinato espresso all'articolo 1, comma 187, della legge 266/2005 (come modificato dall'art. 3, comma 80, della legge finanziaria per il 2008), fissato nel 35% rispetto alla spesa sostenuta per le stesse finalità nell'anno 2003[79].

L’ultimo periodo del richiamato comma 28 ha stabilito che per le amministrazioni che nell'anno 2009 non hanno sostenuto spese per le finalità previste dal comma in esame, il limite del 50% va riferito alla media sostenuta per le stesse finalità nel triennio 2007-2009.

 

Il comma 13, introdotto nel corso dell’esame parlamentare, attraverso una modifica al comma 6-quater dell'art. 19 del D.Lgs. n. 165/2011[80] (Testo unico del pubblico impiego), consente agli enti locali un incremento dell’attribuzione di incarichi dirigenziali ai fini del conferimento degli stessi a contratto, stabilendo un limite massimo generale del 10% della dotazione organica dirigenziale.

Più specificamente, la norma prevede la possibilità di ampliare il contingente de quo sino al 20% per i comuni con non più di 100 mila abitanti e al 13% per i comuni fino a 250 mila abitanti, stabilendo, per quest’ultimi, che la facoltà di deroga possa esercitarsi solo nell'ambito dei vincoli previsti per le assunzioni a tempo indeterminato. Si prevede, poi, la possibilità di superare, in via transitoria e con provvedimento motivato, i suddetti limiti al fine di rinnovare, per una sola volta, gli incarichi in corso e in scadenza entro il 31 dicembre 2012.

 

Per quanto concerne le modalità di attribuzione degli incarichi dirigenziali, si ricorda che tale conferimento presuppone, ai sensi dell’art. 19 del D.Lgs. n. 165/2001, un processo propedeutico finalizzato a rendere conoscibili, anche mediante pubblicazione di apposito avviso sul sito istituzionale, il numero e la tipologia dei posti di funzione dirigenziale che si rendono disponibili nella dotazione organica ed i criteri di scelta; ogni amministrazione pubblica acquisisce le disponibilità dei dirigenti interessati e le valuta ai fini dell’attribuzione. In parallelo, l’art. 109 del D.Lgs. n. 267/2000 (TUEL), in materia di attribuzione degli incarichi dirigenziali, precisa che sono conferiti a tempo determinato con provvedimento motivato e con le modalità fissate dal regolamento sull’ordinamento degli uffici e dei servizi, secondo criteri di competenza professionale, in relazione agli obiettivi indicati nel programma amministrativo del sindaco o del presidente della provincia e sono revocati in caso di inosservanza delle direttive del sindaco o del presidente della provincia, della Giunta o dell’assessore di riferimento, o in caso di mancato raggiungimento al termine di ciascun anno finanziario degli obiettivi assegnati nel piano esecutivo di gestione o per responsabilità particolarmente grave o reiterata e negli altri casi disciplinati dai contratti collettivi di lavoro.

L’art. 19, comma 6 inoltre prevede che gli incarichi di funzioni dirigenziali siano attribuiti anche a termine entro il limite del 10% della dotazione organica dei dirigenti appartenenti alla prima fascia dei ruoli dirigenziali e dell’8% della dotazione organica di quelli appartenenti alla seconda fascia. La durata di tali incarichi, comunque, non può eccedere il termine di tre anni, e, per gli altri incarichi di funzione dirigenziale, il termine di cinque anni (il ricorso a tipologie a termine è stato disciplinato dal recente D.Lgs. n. 150/2009 che ha previsto che tali incarichi siano conferiti in presenza di specifici requisiti stabiliti ex lege).

In ordine a tali disposizioni si segnala che già il D.Lgs. n. 267/2000 prevede, attraverso il ricorso all’art. 110, comma 1, la possibilità di ricorrere alla copertura dei posti di responsabili dei servizi o degli uffici, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione, mediante contratto a tempo determinato di diritto pubblico o, eccezionalmente e con deliberazione motivata, di diritto privato, fermi restando i requisiti richiesti dalla qualifica da ricoprire (sul tema si richiamano il parere n. 308/2010 della sez. regionale della Corte dei Conti per la Lombardia e il parere n. 44/2010 della sez. regionale della Corte dei Conti per la Puglia[81]). In breve, ai sensi dell’art. 110 del TUEL, lo statuto dell’ente locale può prevedere che la copertura dei posti di responsabili dei servizi o degli uffici, di qualifiche dirigenziali o di alta specializzazione, possa avvenire mediante contratto a tempo determinato di diritto pubblico o, eccezionalmente e con deliberazione motivata, di diritto privato, fermi restando i requisiti richiesti dalla qualifica da ricoprire. Il regolamento sull'ordinamento degli uffici e dei servizi, negli enti in cui è prevista la dirigenza, stabilisce i limiti, i criteri e le modalità con cui possono essere stipulati, al di fuori della dotazione organica, contratti a tempo determinato per i dirigenti e le alte specializzazioni, fermi restando i requisiti richiesti per la qualifica da ricoprire. Tali contratti sono stipulati in misura complessivamente non superiore al 5 per cento del totale della dotazione organica della dirigenza e dell'area direttiva e comunque per almeno una unità[82].

I contratti di cui sopra non possono avere durata superiore al mandato elettivo del sindaco o del presidente della provincia in carica; sotto il profilo del trattamento economico, equivalente a quello previsto dai vigenti contratti collettivi nazionali e decentrati per il personale degli enti locali, questo può essere integrato, con provvedimento motivato della Giunta, da una indennità ad personam, commisurata alla specifica qualificazione professionale e culturale, anche in considerazione della temporaneità del rapporto e delle condizioni di mercato relative alle specifiche competenze professionali. Il trattamento economico e l'eventuale indennità ad personam sono definiti in stretta correlazione con il bilancio dell'ente e non vanno imputati al costo contrattuale e del personale.

 

Il comma 14 prevede una disposizione di coordinamento formale, in conseguenza delle modifiche sopra esposte, sopprimendo un inciso di cui all’art. 6, comma 2 del D.Lgs. 141/2011[83] recante modifiche e integrazioni al cd. decreto Brunetta (D.Lgs. 150/2009).

 

In particolare l’art. 6 oggetto del comma in esame, recante una serie di norme transitorie, al comma 2 stabilisce che per gli enti locali i contratti stipulati in base a previsioni legislative, statutarie e regolamentari, nel rispetto delle limitazioni finanziarie sulla spesa del personale e sull'utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato, che hanno superato i contingenti di cui all'articolo 19, comma 6, del D.Lgs. 165/2001 ed in essere al 9 marzo 2011, possono essere mantenuti fino alla loro scadenza, fermo restando la valutabilità della conformità dei contratti stessi e degli incarichi ad ogni altra disposizione normativa.


 

Articolo 4-ter, commi 15 e 16
(
Multe per infrazione al codice della strada)

 


15. Al secondo periodo del comma 12-quater dell'articolo 142 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) le parole: «30 per cento» sono sostituite dalle seguenti: «90 per cento»;

b) è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Le inadempienze di cui al periodo precedente rilevano ai fini della responsabilità disciplinare e per danno erariale e devono essere segnalate tempestivamente al procuratore regionale della Corte dei conti».

16. Il decreto di cui al comma 2 dell'articolo 25 della legge 29 luglio 2010, n. 120, è emanato entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. In caso di mancata emanazione del decreto entro il predetto termine, trovano comunque applicazione le disposizioni di cui ai commi 12-bis, 12-ter e 12-quater dell'articolo 142 del codice della strada, di cui al decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285.


 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 15 dell’articolo 4-ter aumenta, al 90% annuo, la riduzione degli importi spettanti agli enti locali per l’accertamentodi violazioni al codice della strada, in particolare dei limiti di velocità, in caso di mancato invio, ai Ministeri delle infrastrutture e degli Interni, della relazione nella quale sono indicati i proventi di propria spettanza e gli interventi realizzati con tali risorse. Il decreto ministeriale per le modalità di trasmissione della relazione, che dovrà altresì definire le modalità di collocazione e uso dei c.d. autovelox fuori dei centri abitati, dovrà essere emanato entro 90 giorni.

Analisi normativa

 

Il comma 15 dell’articolo 4-ter, introdotto in sede di conversione del decreto, novellando l’art. 142, comma 12-quater, del codice della strada, interviene sui proventi che spettano agli enti locali per le violazioni del codice della strada, in particolare dei limiti di velocità rilevati attraverso apparecchi c.d. autovelox, stabilendo che tali importi siano ridotti del 90% annuo (anziché del 30%, come in precedenza previsto) in caso di mancato invio al MIT della relazione annuale nella quale sono indicati i proventi di propria spettanza e gli interventi realizzati a valere su tali risorse.

 

Si ricorda che il comma 12-quater, che il comma 15 provvede a novellare, dispone che gli enti locali trasmettano in via informatica al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ed al Ministero dell'interno, entro il 31 maggio di ogni anno, una relazione in cui sono indicati, con riferimento all'anno precedente, l'ammontare complessivo dei proventi di propria spettanza derivanti da violazioni dei limiti di velocità rilevati attraverso apparecchi di rilevamento e autovelox, come risultante da rendiconto approvato nel medesimo anno, e gli interventi realizzati a valere su tali risorse, con la specificazione degli oneri sostenuti per ciascun intervento.

La quota di proventi derivanti da sanzioni per violazione del codice della strada è definita dal precedente comma 12-bisladdove si prevede l’attribuzione dei proventi delle sanzioni derivanti da violazioni dei limiti di velocità rilevati attraverso autovelox in misura pari al 50 per cento ciascuno, all'ente proprietario della strada su cui è stato effettuato l'accertamento o agli enti che esercitano le relative funzioni, e all'ente da cui dipende l'organo accertatore, alle condizioni e nei limiti di cui ai commi 12-ter e 12-quater e con l’esclusione delle strade in concessione. Gli enti devono utilizzare la quota dei proventi ad essi destinati nella regione nella quale sono stati effettuati gli accertamenti e, in base al comma 12-ter, devono destinare tali somme alla realizzazione di interventi di manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali, ivi comprese la segnaletica e le barriere, e dei relativi impianti, nonché al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale, ivi comprese le spese relative al personale, sempre nel rispetto della normativa relativa al contenimento delle spese in materia di pubblico impiego e al patto di stabilità interno.

 

La riduzione del 90% è altresì prevista qualora i proventi delle violazioni siano utilizzati in modo difforme da quanto previsto dal comma 4 dell'articolo 208 e dal comma 12-ter dello stesso art. 142, per ciascun anno per il quale sia riscontrata l’inadempienza.

 

L’art. 208, comma 1 prevede in generale che i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie per violazioni del codice della strada siano devoluti alle regioni, province e comuni, quando le violazioni siano accertate da funzionari, ufficiali ed agenti degli enti stessi. Il comma 4 stabilisce in particolare che una quota del 50 per cento dei proventi sia destinata:

a)    in misura non inferiore a un quarto, a interventi di sostituzione, di ammodernamento, di potenziamento, di messa a norma e di manutenzione della segnaletica delle strade di proprietà dell'ente;

b)    in misura non inferiore a un quarto, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale, anche attraverso l'acquisto di automezzi, mezzi e attrezzature dei Corpi e dei servizi di polizia provinciale e di polizia municipale;

c)    ad altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale, relative alla manutenzione delle strade di proprietà dell'ente, all'installazione, all'ammodernamento, al potenziamento, alla messa a norma e alla manutenzione delle barriere e alla sistemazione del manto stradale delle medesime strade, alla redazione dei piani urbani del traffico, a interventi per la sicurezza stradale a tutela degli utenti deboli, quali bambini, anziani, disabili, pedoni e ciclisti, allo svolgimento, da parte degli organi di polizia locale, nelle scuole di ogni ordine e grado, di corsi didattici finalizzati all'educazione stradale, a misure di assistenza e di previdenza per il personale dei corpi di polizia municipale e provinciale, ad assunzioni stagionali a progetto nelle forme di contratti a tempo determinato e a forme flessibili di lavoro, ovvero al finanziamento di progetti di potenziamento dei servizi di controllo finalizzati alla sicurezza urbana e alla sicurezza stradale e a interventi a favore della mobilità ciclistica.

 

Il comma 16 stabilisce poi che il decreto ministeriale che dovrà definire il modello di relazione da inviare al MIT, nonchéle modalità di trasmissione informatica e le modalità di versamento dei proventi agli enti ai quali sono attribuiti, previsto dall’art. 25, comma 2 della legge n. 120 del 2010 (riforma del codice della strada), dovrà essere emanato entro 90 giorni.

Il decreto, in base all’articolo 25, comma 2, della legge n. 120 del 2010, dovrà essere emanato dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'interno, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali e con il medesimo decreto saranno altresì definite le modalità di collocazione e uso dei c.d. autovelox fuori dei centri abitati, i quali non possono comunque essere utilizzati o installati ad una distanza inferiore ad un chilometro dal segnale che impone il limite di velocità.

Inoltre, Il comma 16 introduce una particolare clausola in base alla quale anche in caso di mancata emanazione del decreto, troverà comunque applicazione la riduzione del 90 per cento della quota dei proventi spettanti agli enti locali derivanti da sanzioni per violazioni del codice della strada, vale a dire il già ricordato comma 12-quater dell’articolo 142 del codice della strada (si deve intendere come novellato dal presente articolo). Troveranno altresì applicazione anche i precedenti, e già sopra illustrati, commi 12-bis (ripartizione per metà dei proventi delle sanzioni tra ente proprietario della strada e ente da cui dipende l’organo accertatore) e 12-ter (destinazione dei proventi ad interventi di manutenzione e messa in sicurezza delle infrastrutture stradali).

 

Il comma 15 inoltre, aggiunge infine allo stesso comma 12-quater un periodo con il quale si prevede che le inadempienze sopra indicate rilevino ai fini della responsabilità disciplinare e per danno erariale e debbano essere tempestivamente segnalate al procuratore regionale presso la Corte dei Conti.


 

Articolo 5, comma 1
(Allungamento termine per integrazione indicatori di coerenza economica a fini di applicazione del nuovo regime premiale per i soggetti cui si applicano gli studi di settore)

 

1. All'articolo 10, comma 13, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Con riferimento all'annualità 2011, le integrazioni previste dall'articolo 1, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 31 maggio 1999, n. 195, devono essere pubblicate nella Gazzetta Ufficiale entro il 30 aprile 2012.».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 1 dell'articolo 5 prevede che per l’annualità 2011 le integrazioni agli studi di settore siano pubblicate in Gazzetta Ufficiale entro il 30 aprile 2012.

Analisi normativa

 

Il comma 1 dell'articolo 5 novella la disciplina premiale introdotta recentemente dall’articolo 10 (commi da 9 a 13) del decreto legge n. 201 del 2011, prevedendo che per l’annualità 2011 le integrazioni agli studi di settore siano pubblicate in Gazzetta Ufficiale entro il 30 aprile 2012.

 

Si ricorda che la citata disciplina premiale limita l’attività di accertamento del fisco nei confronti dei soggetti “congrui” agli studi di settore, purché questi abbiano adempiuto a specifici obblighi di comunicazione e trasparenza nei confronti dell’amministrazione medesima.

In sintesi, sono previste limitazioni ai poteri di accertamento del fisco (comma 9 dell’articolo 10 citato) nei confronti dei soggetti che dichiarano, anche per effetto dell'adeguamento, ricavi o compensi pari o superiori a quelli risultanti dell'applicazione degli studi di settore, purché adempiano ai seguenti, specifici doveri di comunicazione e di trasparenza (comma 10):

§      abbiano regolarmente assolto gli obblighi di comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore, indicando fedelmente tutti i dati previsti;

§      sulla base di tali dati, la posizione del contribuente risulti coerente con gli specifici indicatori previsti dai decreti di approvazione dello studio di settore o degli studi di settore applicabili.

Nei confronti dei predetti soggetti:

§      sono preclusi gli accertamenti basati sulle presunzioni semplici;

§      è ridotto di un anno il termine di decadenza per l’attività di accertamento delle imposte dirette e dell’IVA;

§      la determinazione sintetica del reddito complessivo è ammessa solo a condizione che il reddito complessivo accertabile ecceda di almeno un terzo quello dichiarato.

Per quanto concerne i termini di applicazione della nuova disciplina, il comma 13 prevede che i citati commi 9 e 10 si applichino con riferimento alle dichiarazioni relative all’annualità 2011 ed a quelle successive.

Per le attività di accertamento effettuate in relazione alle annualità antecedenti il 2011 viene mantenuta ferma la previgente disciplina, contenuta nel comma 4-bis dell’articolo 10 e nell’articolo 10-ter della legge 8 maggio 1998, n. 146, che viene abrogata per gli accertamenti futuri dal successivo comma 12 dell’articolo 10.

Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate, sentite le associazioni di categoria, possono essere differenziati i termini di accesso alla nuova disciplina, tenuto conto del tipo di attività svolta dal contribuente. Con lo stesso provvedimento sono dettate le relative disposizioni di attuazione.

 

Le norme in commento modificano le disposizioni di applicazione della nuova disciplina, contenute nel già illustrato comma 13 dell’articolo 10.

In particolare, per effetto delle norme in esame viene disposto che per l’annualità 2011 le integrazioni agli studi di settore, indispensabili per tenere conto degli andamenti economici e dei mercati, con particolare riguardo a determinati settori o aree territoriali, o per aggiornare o istituire gli indicatori di coerenza, devono essere pubblicate in Gazzetta Ufficiale entro il 30 aprile 2012.

 

Si ricorda che gli indicatori di coerenza sono previsti dal comma 2 dell’articolo 10-bis della legge n. 146 del 1998; esso stabilisce che, per l’elaborazione e la revisione degli studi di settore, deve anche tenersi conto di valori di coerenza, risultanti da specifici indicatori definiti da ciascuno studio, rispetto a comportamenti considerati normali per il relativo settore economico.

Nell’applicazione degli studi di settore a fine di accertamento, l’analisi della coerenza - sulla base di indici (ad esempio: produttività per addetto, rotazione di magazzino) determinati in relazione alle singole aree economiche - costituisce una fase fondamentale per individuare anomalie nei dati comunicati dal contribuente, anche in presenza di ricavi dichiarati congrui rispetto agli importi presunti in base al pertinente studio di settore. Gli indici di coerenza fanno riferimento a comportamenti ritenuti “normali” nel settore economico considerato. Lo scostamento rispetto ad essi consente di riconoscere elementi critici, ad esempio in relazione all’impiego di personale irregolare, a situazioni anomale di magazzino o di area acquisti ovvero a irregolarità di natura contabile.


 

Articolo 5, commi 2 e 3
(Versamenti tributari)

 

2. All'articolo 15-bis, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642, dopo le parole: «n. 87,» sono inserite le seguenti: «nonché le imprese di assicurazioni,» e le parole: «30 novembre» sono sostituite dalle seguenti: «16 aprile».

3. All'articolo 9, comma 1-bis, della legge 29 ottobre 1961, n. 1216, le parole: «Entro il 30 novembre» fino a: «per l'anno precedente,» sono sostituite dalle seguenti: «Entro il 16 maggio di ogni anno, gli assicuratori versano, altresì, a titolo di acconto una somma pari al 12,5 per cento dell'imposta dovuta per l'anno precedente provvisoriamente determinata,».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 2 dell’articolo 5 anticipa dal 30 novembre al 16 aprile il termine dei versamenti in acconto dell’imposta di bollo virtuale, aggiungendo le imprese di assicurazioni ai soggetti tenuti ad anticipare il versamento in acconto dell’imposta di bollo virtuale.

Il comma 3 anticipa dal 30 novembre al 16 maggio quello per il versamento dell’acconto dell’imposta sulle assicurazioni.

Analisi normativa

 

Nel dettaglio, il comma 2 novella l’articolo 15-bis, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642 (Disciplina dell'imposta di bollo), concernente il versamento dell'acconto sull'imposta di bollo assolta in modo virtuale.

Per effetto delle modifiche apportate, alla lista dei soggetti che devono versare in acconto l’imposta di bollo virtuale sono aggiunte le imprese di assicurazione (oltre a Poste italiane S.p.A., le banche e gli altri enti e società finanziari).

Inoltre, si anticipa al 16 aprile di ogni anno (in luogo del 30 novembre) il termine per versare, a titolo di acconto, una somma pari al settanta per cento dell'imposta provvisoriamente liquidata.

 

Per esigenze di liquidità l'acconto può essere scomputato dai versamenti da effettuare a partire dal successivo mese di febbraio.

 

Il comma 3 novella invece l’articolo 9, comma 1-bis, della legge 29 ottobre 1961, n. 1216 in materia di assicurazioni private e di contratti vitalizi, che disciplina il versamento dell'acconto dell'imposta dovuta sui premi ed accessori incassati dagli assicuratori.

Per effetto della modifica apportata, si prevede che entro il 16 maggio di ogni anno (anziché entro il 30 novembre, come nel testo previgente), gli assicuratori debbano versare, a titolo di acconto, una somma pari al 12,5 per cento dell'imposta dovuta per l'anno precedente provvisoriamente determinata, al netto di quella relativa alle assicurazioni contro la responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore.

 

Anche in tal caso è previsto che, per esigenze di liquidità, l'acconto può essere scomputato, a partire dal successivo mese di febbraio, dai versamenti.


 

Articolo 5, commi 4-6
(Contratto quadro Sogei)

 


4. Al fine di garantire l'unitarietà del Sistema informativo della fiscalità e la continuità operativa e gestionale necessarie per il conseguimento degli obiettivi strategici relativi al contrasto all'evasione e all'elusione fiscale, gli istituti contrattuali che disciplinano il rapporto di servizio tra l'amministrazione finanziaria e la società di cui all'articolo 59 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, sono prorogati fino al completamento delle procedure in corso per la stipula del nuovo atto regolativo e sono immediatamente efficaci i piani di attività ad essi correlati.

5. Gli importi massimali previsti dagli istituti contrattuali di cui al comma 4 sono incrementati in ragione dell'effettiva durata del periodo di proroga, fermo restando che, ai fini di realizzare ogni possibile economia di spesa, i corrispettivi unitari sono rideterminati utilizzando i previsti strumenti contrattuali di revisione.

6. Dalle disposizioni di cui ai commi 4 e 5 non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi da 4 a 6 dell'articolo 5 intervengono nella disciplina del sistema informativo della fiscalità al fine di prorogare i contratti in corso fino al completamento dell’iter di stipula del nuovo Contratto quadro tra l’amministrazione finanziaria e Sogei.

Analisi normativa

 

Il comma 4 in particolare proroga gli istituti contrattuali che disciplinano il rapporto di servizio tra l’amministrazione finanziaria e Sogei Spa fino al completamento delle procedure in corso per la stipula del nuovo atto regolativo; i piani di attività ad essi correlati sono immediatamente efficaci.

Tale proroga è disposta al fine di garantire:

§      l’unitarietà del Sistema informativo della fiscalità;

§      la continuità operativa e gestionale necessarie per gli obiettivi di contrasto all’evasione e all’elusione fiscale.

 

Come evidenziato dalla Relazione illustrativa (A.S. 3184), il rapporto tra Sogei Spa e le strutture dell’Amministrazione Finanziaria si configura come “rapporto in-house” regolato da un Contratto quadro. Attualmente è in corso l’iter per la stipula del nuovo Contratto quadro 2012-2017, e le strutture dell’Amministrazione finanziaria stanno operando sulla base della proroga del contratto quadro 2006-2011 (scadenza 29 febbraio 2012).

Nell'impossibilità di stipulare il nuovo Contratto entro tale data, con la disposizione in esame si intende assicurare che siano resi all’Amministrazione i servizi informatici necessari con la dovuta continuità.

 

Si ricorda che Sogei è una SpA a totale partecipazione pubblica e le sue azioni appartengono al Ministero dell'economia e delle finanze.

L'articolo 4 dello statuto del 14 luglio 2011 prevede che la società, in quanto organismo di diritto pubblico/amministrazione aggiudicatrice e in quanto società partecipata dal Ministero dell'economia e delle finanze, ha per oggetto, prevalentemente, la prestazione di servizi strumentali all'esercizio delle funzioni pubbliche attribuite a detto Ministero e alle Agenzie fiscali, segnatamente:

§      ogni attività, compresa quella industriale, finalizzata alla realizzazione, allo sviluppo, alla manutenzione e alla conduzione tecnica del sistema informativo della fiscalità per l'amministrazione fiscale;

§      ogni altra attività connessa, direttamente o indirettamente, con quella di cui alla lettera precedente, comprese il supporto, l'assistenza e la consulenza all'amministrazione fiscale per lo svolgimento delle funzioni statali ad essa spettanti;

§      ogni altra attività di carattere informatico in aree di competenza del Ministero dell'economia e delle finanze.

Sogei può, inoltre, svolgere, nel rispetto della normativa vigente, ogni altra attività di natura informatica per conto dell'amministrazione pubblica centrale o locale, di istituzioni, di enti pubblici territoriali locali, di società a partecipazione pubblica, anche indiretta, di organismi ed enti che svolgono attività di interesse pubblico o rilevanti nel settore pubblico, nonché di Istituzioni internazionali e sovranazionali e di amministrazioni pubbliche estere.

Sogei, in conformità al contratto di servizi quadro, deve garantire la manutenzione, lo sviluppo e la conduzione del sistema informativo della fiscalità.

Sogei rappresenta, in sostanza, il partner tecnologico dell’amministrazione finanziaria, con capacità di gestione di progetti complessi nell’interazione tra normativa tributaria e contribuenti e nella traduzione di norme in sistemi di software; in quanto depositaria dell’Anagrafe tributaria, Sogei svolge un’azione di supporto sia alle valutazioni degli impatti delle manovre fiscali e della normativa, sia alla elaborazione delle politiche da perseguire in materia.

 

La Corte di conti, nella Relazione alle Camere sul risultato del controllo eseguito sulla gestione della Sogei S.p.A. relativa gli esercizi 2008 e 2009 (Determinazione n. 83/2010), ha evidenziato che il rapporto contrattuale tra la Sogei e il MEF è attualmente disciplinato dal contratto di servizi quadro (CSQ) 2006-2011 che, in base alle disposizioni legislative in materia (D.Lgs. 300/1999 e D.P.R. 107/2001) affida al Dipartimento delle finanze il “governo strategico del Sistema Informativo della fiscalità, assicurando funzioni di indirizzo e controllo per garantire l’unitarietà e l’interoperatività” ed attribuisce alle Strutture organizzative dell’Amministrazione finanziaria la “gestione delle aree del Sistema Informativo di loro competenza e le funzioni di individuazione degli obiettivi da raggiungere secondo specifici piani di automazione e di monitoraggio”.

Il CSQ aveva anche stabilito che, entro il termine di 60 giorni antecedenti la scadenza del primo triennio di durata del contratto, si procedesse, all’esito di previste attività di benchmarking, “a valutare la rispondenza di uno o più degli istituti (contrattuali) alle eventuali mutate esigenze del Sistema Informativo della fiscalità, provvedendo a rivedere le regole ivi previste, la tipologia dei servizi da erogare, i corrispettivi e la connessa disciplina di remunerazione”.

In ottemperanza a tale disposizione, in data 15 luglio 2009 (dopo un lungo iter e con sensibile ritardo rispetto alla prevista data del 1° gennaio 2009) tra Dipartimento delle finanze e Sogei è stato stipulato, con i pareri favorevoli di DigitPA e Consiglio di Stato, l’Atto aggiuntivo al CSQ, relativo al triennio 2009/2011.

In proposito la Corte dei conti, nel prendere atto delle novità introdotte dall’Atto aggiuntivo al CSQ, dalle quali dovrebbero derivare maggiore efficienza operativa di Sogei e riduzione dei costi a carico delle Strutture committenti, ha osservato che “il procedimento finalizzato al perfezionamento degli atti contrattuali tra la Società e l’Amministrazione finanziaria continua a caratterizzarsi per una tempistica particolarmente dilatata e per la pluralità e complessità delle fasi procedurali; da ciò conseguono inevitabilmente consistenti ritardi nella stipula degli atti, prolungati periodi di vacanza contrattuale, necessità di ricorso a forme (sempre rischiose) di “anticipata esecuzione” per evitare l’interruzione di servizi pubblici essenziali. Si ravvisa, pertanto, l’esigenza che le trattative per il rinnovo degli atti contrattuali vengano avviate con congruo anticipo rispetto alla scadenza dei contratti in essere e che la sequenza procedimentale venga semplificata anche mediante una rigorosa scansione temporale dei suoi vari momenti”.

 

Il comma 5 provvede ad incrementare gli importi massimali previsti dagli istituti contrattuali che vengono prorogati dal precedente comma 4; tale incremento deve avvenire in relazione all’estensione del periodo di proroga.

Viene altresì disposto, al fine di garantire ogni possibile economia di spesa, che siano utilizzati gli strumenti di revisione già individuati nel contratto quadro al fine di rideterminare i corrispettivi unitari dei servizi.

 

Il comma 6 reca infine una clausola di salvaguardia finanziaria diretta ad escludere che dall'attuazione dei commi precedenti possano insorgere nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.


 

Articolo 5, commi da 6-bis a 6-quater
(Portale Stipendi PA)

 


6-bis. Al fine di semplificare e razionalizzare, anche attraverso la completa dematerializzazione, le procedure connesse alla gestione economica e giuridica del personale delle pubbliche amministrazioni da parte del Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi - Direzione centrale dei sistemi informativi e dell'innovazione, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, le comunicazioni e le istanze per i servizi disponibili sono inviate esclusivamente tramite il portale stipendi PA ai sensi degli articoli 64 e 65 del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82.

6-ter. Per le finalità di cui all'articolo 50 del codice dell'amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, nonché al fine di agevolare l'acquisizione d'ufficio, il controllo sulle dichiarazioni sostitutive riguardanti informazioni e dati relativi a stati, qualità personali e fatti di cui agli articoli 46 e 47 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, qualunque dato necessario all'erogazione dei servizi di pagamento degli stipendi al personale delle pubbliche amministrazioni da parte del Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi - Direzione centrale dei sistemi informativi e dell'innovazione, ai sensi dell'articolo 1, commi 446 e 447, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e dell'articolo 11, comma 9, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, è acquisito anche mediante appositi flussi informativi, nel rispetto dei principi per la protezione dei dati personali.

6-quater. All'attuazione dei commi 6-bis e 6-ter si provvede con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.


 

 

Sintesi ed effetti

 

I commi da 6-bis a 6-quater prevedono, al fine di semplificare e razionalizzare, le procedure connesse alla gestione economica e giuridica del personale delle pubbliche amministrazioni, da parte delle competenti strutture del Ministero dell’economia e delle finanze, che le istanze e le comunicazioni per i servizi disponibili siano inviate esclusivamente attraverso il Portale Stipendi della Pubblica Amministrazione.

Allo stesso tempo, si prevede che i dati necessari al controllo sulle dichiarazioni sostitutive riguardanti informazioni e dati relativi a stati, qualità personali e fatti, nonché all’erogazione dei servizi di pagamento degli stipendi al personale delle PP AA da parte delle competenti strutture del Ministero dell’economia e delle finanze siano acquisiti mediante appositi flussi informativi.

A tali compiti si provvede mediante le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.

Analisi normativa

 

Il comma 6-bis, al fine di semplificare e razionalizzare, anche attraverso la completa dematerializzazione, le procedure connesse alla gestione economica e giuridica del personale delle pubbliche amministrazioni da parte del Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi - Direzione centrale dei sistemi informativi e dell'innovazione, dispone l’obbligo di inviare le comunicazioni e le istanze per i servizi disponibili esclusivamente tramite il portale stipendi P.A., ai sensi degli articoli 64 e 65 del codice dell'amministrazione digitale, di cui al D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82.

Tale obbligo decorre dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del D.L. 16/2012.

 

L’Articolo 64 CAD, così come modificato dal D.Lgs. 235/2010, disciplina le modalità di accesso ai servizi erogati in rete dalle pubbliche amministrazioni.

In primo luogo, la norma dispone che la carta d'identità elettronica e la carta nazionale dei servizi costituiscono strumenti per l'accesso ai servizi erogati in rete dalle pubbliche amministrazioni per i quali sia necessaria l'”identificazione” – anziché l’“autenticazione” – informatica; inoltre, è stato previsto che le pubbliche amministrazioni possano consentire l'accesso ai servizi in rete che richiedono l'”identificazione” (e non più l’”autenticazione”) informatica anche con strumenti diversi, purché tali strumenti consentano l’individuazione – anziché l’accertamento dell'identità - del soggetto che richiede il servizio

 

Il successivo articolo 65, commi 1 e 2, CAD prevede che le istanze e le dichiarazioni presentate alle pubbliche amministrazioni per via telematica ai sensi dell'articolo38, commi 1 e 3,D.P.R. 445/2000 siano valide:

a)    se sottoscritte mediante la firma digitale, il cui certificato è rilasciato da un certificatore accreditato;

b)    ovvero, quando l'autore sia identificato dal sistema informatico con l'uso della carta d'identità elettronica o della carta nazionale dei servizi, nei limiti di quanto stabilito da ciascuna amministrazione ai sensi della normativa vigente;

c)    ovvero quando l'autore sia identificato dal sistema informatico con i diversi strumenti di cui all'articolo 64, comma 2, nei limiti di quanto stabilito da ciascuna amministrazione ai sensi della normativa vigente nonché quando le istanze e le dichiarazioni siano inviate con le modalità di cui all'articolo 38, comma 3, del D.P.R. 445/2000;

d)    ovvero quando l'autore sia identificato dal sistema informatico attraverso le credenziali di accesso relative all'utenza personale di posta elettronica certificata purché le relative credenziali di accesso siano state rilasciate previa identificazione del titolare, anche per via telematica secondo specifiche modalità.

Le istanze e le dichiarazioni inviate o compilate sul sito secondo le predette modalità previste sono equivalenti alle istanze e alle dichiarazioni sottoscritte con firma autografa apposta in presenza del dipendente addetto al procedimento.

 

Inoltre, con specifico decreto interministeriale possono essere individuati i casi in cui è richiesta la sottoscrizione mediante firma digitale

Infine, si prevede, modificando l’articolo 38 del richiamato D.P.R. 445/2000, la validità delle istanze e delle dichiarazioni inviate per via telematica a condizione che le stesse siano effettuate secondo quanto previsto dall'articolo 65 del D.Lgs. 82/2005.

 

Il comma 6-ter dispone che, per le finalità di cui all'articolo 50 CAD, nonché al fine di agevolare l'acquisizione d'ufficio, il controllo sulle dichiarazioni sostitutive riguardanti informazioni e dati relativi a stati, qualità personali e fatti (quali, ad esempio, le certificazioni inerenti la data e il luogo di nascita, la residenza, la cittadinanza nonché le dichiarazioni sostitutive dell’atto di notorietà), nonché qualunque dato necessario all'erogazione dei servizi di pagamento degli stipendi al personale delle pubbliche amministrazioni da parte del Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi - Direzione centrale dei sistemi informativi e dell'innovazione, debba essere acquisito anche mediante appositi flussi informativi, nel rispetto deiprincipi per la protezione dei dati personali.

 

L’articolo 1, comma 446, della legge finanziaria per il 2007 (L. 296/2006) ha disposto, allo scopo di razionalizzare, omogeneizzare ed eliminare duplicazioni e sovrapposizioni degli adempimenti e dei servizi della pubblica amministrazione per il personale e per favorire il monitoraggio della spesa del personale, l’obbligo, per tutte le amministrazioni dello Stato, ad eccezione delle Forze armate compresa l'Arma dei carabinieri, di avvalersi, per il pagamento degli stipendi, delle procedure informatiche e dei servizi del Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi del tesoro.

Il successivo comma 447 ha altresì stabilito che, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della L. 296/2006, di stipulare apposite convenzioni per stabilire tempi e modalità di erogazione del pagamento degli stipendi e degli altri assegni fissi e continuativi a carico del bilancio dello Stato mediante ordini collettivi di pagamento emessi in forma dematerializzata.

L’articolo 11, comma 9, del D.L. 98/2001, inoltre, al fine di razionalizzare i servizi di pagamento delle retribuzioni e al fine di determinare conseguenti risparmi di spesa, ha disposto che il Ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento dell'amministrazione generale, del personale e dei servizi, debba stipulare, su richiesta delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1 del D.Lgs. 165/2001, apposite convenzioni per l'erogazione dei servizi, che devono essere efficaci a decorrere dal 1° gennaio 2013.

 

Il comma 6-quater, infine, dispone che all'attuazione dei due precedenti commi debba provvedesi con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.


 

Articolo 5, comma 6-quinquies
(Archivio informatizzato relativo al sistema di prevenzione amministrativa delle frodi sulle carte di pagamento)

 

6-quinquies. Al fine di procedere alla razionalizzazione delle banche dati del Ministero dell'economia e delle finanze, all'articolo 1 della legge 17 agosto 2005, n. 166, il comma 5 è sostituito dal seguente:

«5. Titolare dell'archivio informatizzato è l'Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento del Ministero dell'economia e delle finanze. Secondo quanto previsto dall'articolo 29 del codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, il Ministero dell'economia e delle finanze designa, per la gestione dell'archivio e in qualità di responsabile del trattamento dei dati personali, la Consap Spa. I rapporti tra il Ministero dell'economia e delle finanze e l'ente gestore sono disciplinati con apposita convenzione, dalla quale non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 6-quinquies, introdotto durante l’esame parlamentare,affida alla Consap la gestione dell’archivio informatizzato relativo al sistema di prevenzione amministrativa delle frodi sulle carte di pagamento.

Analisi normativa

 

Il comma 6-quinquiesdell’articolo 5 specifica che la gestione dell’archivio informatizzato relativo al sistema di prevenzione amministrativa delle frodi sulle carte di pagamento è affidata alla Consap.

A tal fine, la norma novella l'articolo 1, comma 5 della legge 17 agosto 2005, n. 166 che, nella sua formulazione precedente, attribuiva all’Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento del Ministero dell'economia e delle finanze sia la titolarità dell’archivio che la responsabilità della sua gestione, con la possibilità di designare ulteriori soggetti responsabili dell’archivio e dei relativi dati (ai sensi della disciplina sulla privacy dettata dall'articolo 29 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196).

Per effetto delle modifiche apportate dal comma in esame:

§      l’Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento del Ministero dell'economia e delle finanze rimane titolare dell'archivio informatizzato;

§      il Ministero dell'economia e delle finanze designa la Consap quale soggetto gestore e responsabile del trattamento dei dati personali, secondo quanto previsto dal citato articolo 29 del D.Lgs. n. 196 del 2003. I rapporti tra il Ministero dell'economia e delle finanze e l'ente gestore sono disciplinati con apposita convenzione, dalla quale non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

 

Si ricorda che la legge L. 17 agosto 2005, n. 166 ha disposto la costituzione, presso il Ministero dell'economia e delle finanze, di un sistema di prevenzione sul piano amministrativo delle frodi sulle carte di pagamento.

A tale sistema prendono parte i soggetti (società, banche e intermediari finanziari) che emettono carte di pagamento e quelli che gestiscono reti commerciali di accettazione di tali strumenti, entrambi denominati “società segnalanti”. Hanno infatti l’obbligo di segnalare al Ministero dell'economia e delle finanze dati e informazioni rilevanti ai fini della prevenzione delle frodi.

Le informazioni e i dati comunicati alimentano un apposito archivio informatizzato di cui è titolare l'Ufficio centrale antifrode dei mezzi di pagamento.

Nell'ambito del sistema di prevenzione è presente inoltre un gruppo di lavoro che opera, con funzioni consultive, per la trattazione delle problematiche di settore.

Le società “segnalanti” hanno il potere di accedere ai dati e alle informazioni relative al rischio di frode che alimentano l'archivio informatizzato e che consistono, tra l’altro:

§      nei dati identificativi dei punti vendita e dei legali rappresentanti degli esercizi commerciali nei cui confronti è stato esercitato il diritto di revoca della convenzione che regola la negoziazione delle carte di pagamento per motivi di sicurezza o per condotte fraudolente denunciate all'autorità giudiziaria;

§      nei dati identificativi delle transazioni non riconosciute dai titolari delle carte di pagamento ovvero dagli stessi denunciate all'autorità giudiziaria;

§      nei dati identificativi relativi agli sportelli automatici fraudolentemente manomessi.

§      nelle informazioni relative ai punti vendita e alle transazioni qualificate relative al “rischio di frode” dalle norme di attuazione della legge (cfr. infra).

L’accesso all'archivio informatizzato è consentito ai soggetti segnalanti sia per l'iscrizione dei dati di loro competenza, sia per la consultazione di quelli forniti dalle altre società. Per quanto attiene alle informazioni, i segnalanti possono immettere le informazioni di loro competenza, ma la consultazione di informazioni fornite dalle altre società deve essere autorizzato di volta in volta dal titolare dell'archivio.

La legge n. 166 del 2005 (articolo 7) demanda la disciplina dei termini, delle modalità e delle condizioni per la gestione del sistema di prevenzione a un apposito decreto del Ministro dell'economia e delle finanze; a tal fine è stato emanato il D.M. 30 aprile 2007, n. 112.

Il decreto ha individuato e fissato i termini e le modalità di immissione dei dati e delle informazioni che compongono l’archivio ed i parametri che configurano il rischio di frode.

In particolare, all’articolo 8 del citato D.M. n 112 del 2007 reputa configurato il rischio di frode quando viene raggiunto uno dei seguenti parametri:

§      con riferimento ai punti vendita, se vi sono cinque o più richieste di autorizzazione con carte diverse, rifiutate nelle 24 ore, presso un medesimo punto vendita; in presenza di tre o più richieste di autorizzazione sulla stessa carta, effettuate nelle 24 ore, presso un medesimo punto vendita; al verificarsi di una richiesta di autorizzazione, approvata o rifiutata, che superi del 150% l'importo medio delle operazioni effettuate con carte di pagamento, nei tre mesi precedenti, presso il medesimo punto di vendita;

§      con riferimento alle carte di pagamento sottoposte a monitoraggio, in presenza di sette o più richieste di autorizzazione nelle 24 ore per una stessa carta di pagamento, di più richieste di autorizzazione che nelle 24 ore esauriscano l'importo totale del plafond della carta di pagamento e, infine, ove vi siano due o più richieste di autorizzazione provenienti da Stati diversi, effettuate, con la stessa carta, nell'arco di sessanta minuti.

Il DM n. 112 del 2007 disciplina inoltre gli obblighi delle società segnalanti e la struttura dell'archivio informatizzato, la composizione e le regole di funzionamento del gruppo di lavoro, i livelli di accesso all'archivio informatizzato e le modalità di consultazione dei dati e delle informazioni ivi contenuti, nonché gli eventuali costi del servizio.


 

Articolo 5, comma 7
(Definizione di Amministrazione pubblica)

 

7. Nell'articolo 1 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, e successive modificazioni, il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. Ai fini della applicazione delle disposizioni in materia di finanza pubblica, per amministrazioni pubbliche si intendono, per l'anno 2011, gli enti e i soggetti indicati a fini statistici nell'elenco oggetto del comunicato dell'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) in data 24 luglio 2010, pubblicato in pari data nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 171, nonché a decorrere dall'anno 2012 gli enti e i soggetti indicati a fini statistici dal predetto Istituto nell'elenco oggetto del comunicato del medesimo Istituto in data 30 settembre 2011, pubblicato in pari data nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 228, e successivi aggiornamenti ai sensi del comma 3 del presente articolo, effettuati sulla base delle definizioni di cui agli specifici regolamenti dell'Unione europea, le Autorità indipendenti e, comunque, le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni.».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 7 - modificato nel corso dell’iter parlamentare di conversione del decreto legge - riformula la definizione di amministrazioni pubbliche contenuta nel comma 2 dell’articolo 1 della legge di contabilità (legge n. 196/2009), precisando inoltre che essa è fornita non più ai fini della medesima legge di contabilità, bensì ai fini dell’applicazione delle disposizioni di finanza pubblica.

In particolare, in virtù delle modifiche apportate dal comma in esame, a decorrere dall’anno 2012 la definizione di amministrazioni pubbliche include gli enti ed organismi pubblici rientranti nel conto economico consolidato della P.A. - indicati dal Comunicato ISTAT del 30 settembre 2011 e successivi aggiornamenti annuali -, le Autorità indipendenti, nonché, comunque, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001.

Analisi normativa

 

Il comma 7riformula la definizione di amministrazioni pubbliche contenuta nell’articolo 1, comma 2 della legge di contabilità pubblica (legge n. 196/2009), precisando che tale definizione è fornita non più ai fini della medesima legge di contabilità, bensì ai fini dell’applicazione delle disposizioni di finanza pubblica.

La definizione, nel testo della norma vigente prima delle modifiche apportate dal comma 7 in esame, coincideva con quella degli enti e degli altri soggetti che costituiscono il settore istituzionale delle amministrazioni pubbliche annualmente individuati dall'Istituto nazionale di statistica – ISTAT, sulla base delle definizioni di cui agli specifici regolamenti comunitari[84], con apposito provvedimento da pubblicarsi in Gazzetta Ufficiale entro il 30 settembre.

 

Si ricorda che la legge 31 dicembre 2009, n. 196 ("Legge di contabilità e finanza pubblica"), di riforma della contabilità generale, all’articolo 1, reca i principi di coordinamento e l’ambito di riferimento delle norme della finanza pubblica. Essa afferma, all’articolo 1, comma 1, in linea generale, il principio secondo il quale tutte le amministrazioni pubbliche concorrono al perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica sulla base dei principi dell'armonizzazione dei bilanci pubblici e del coordinamento della finanza pubblica e ne condividono le responsabilità (comma 1).

Il medesimo articolo 1, al comma 2, nella formulazione vigente prima delle modifiche apportate dal decreto legge in esame prevedeva, in particolare, che ai fini della medesima legge, per amministrazioni pubbliche si intendono gli enti e gli altri soggetti che costituiscono il settore istituzionale delle amministrazioni pubbliche individuati dall'Istituto nazionale di statistica (ISTAT) sulla base delle definizioni di cui agli specifici regolamenti comunitari.

Il comma 3, non modificato dal decreto legge, dispone che la ricognizione delle amministrazioni pubbliche di cui al comma 2 è operata annualmente dall'ISTAT con proprio provvedimento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale entro il 30 settembre.

 

Ai sensi del comma 7 in esame, la nuova definizione di amministrazioni pubbliche per l’anno 2011 corrisponde a quella di amministrazioni pubbliche rientranti nell’elenco degli enti appartenenti al settore istituzionale della P.A. come definito dall’ISTAT con apposito Comunicato del 24 luglio 2010[85].

 

A decorrere dall’anno 2012, invece, la definizione di amministrazioni pubbliche include:

§      gli enti ed i soggetti rientranti nel settore istituzionale della P.A. come individuati con Comunicato ISTAT del 30 settembre 2011[86] esuccessivi aggiornamenti annuali effettuati sulla base delle definizioni di cui agli specifici regolamenti dell'Unione europea - precisazione quest’ultima introdotta in sede di conversione del decreto legge;

§      ope legis” le Autorità indipendenti;

§      le amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001.

Si ricorda che le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165[87] e successive modificazioni, sono:

§      tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative;

§      le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo;

§      le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni;

§      le istituzioni universitarie;

§      gli Istituti autonomi case popolari;

§      le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni;

§      tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali;

§      le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale;

§      l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN);

§      le Agenzie di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300.

 

La nuova definizione sembrerebbe ampliare il perimetro degli enti inclusi nella definizione di pubblica amministrazione, rilevante ai fini della applicazione delle disposizioni in materia di finanza pubblica.


 

Articolo 5, comma 7-bis
(Modifica al D.Lgs. n. 91/2011 di armonizzazione dei sistemi contabili della pubblica amministrazione)

 

7-bis. All'articolo 4, comma 3, lettera b), del decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 91, dopo le parole: «decreto del Presidente della Repubblica 27 febbraio 2003, n. 97,» sono inserite le seguenti: «prevedendo come ambito di applicazione le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 1, lettera a), e».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 7-bis modifica il decreto legislativo di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche, al fine di specificare che la revisione del regolamento di contabilità degli enti pubblici (D.P.R. n. 97/2003) dovrà prevedere, come ambito soggettivo di applicazione, le amministrazioni pubbliche diverse dagli enti territoriali.

Analisi normativa

 

Il comma 7-bis apporta modifiche alla lettera b) del comma 3 dell’articolo 4 del decreto legislativo n. 91/2011 - recante norme di armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle pubbliche amministrazioni diverse dagli enti territoriali - al fine di specificare che la revisione del regolamento di contabilità degli enti pubblici (D.P.R. n. 97/2003) dovrà prevedere, come ambito soggettivo di applicazione, quello del D.Lgs. n. 91/2011, dunque le amministrazioni pubbliche diverse dagli enti territoriali, come definite ai sensi dell’articolo 1, comma 2 della legge di contabilità pubblica.

 

Si rammenta che il comma 7 dell’articolo 5 del decreto in esame riformula la definizione di amministrazioni pubbliche contenuta nell’articolo 1, comma 2 della legge di contabilità pubblica (legge n. 196/2009) (cfr. relativa scheda di lettura).

 

Il decreto legislativo 31 maggio 2011, n. 91 reca l'attuazione della delega sull'armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche, contenuta nell’articolo 2, comma 1 della di legge di contabilità pubblica n. 196/2009.

Ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera a) del D.Lgs. n. 91, per amministrazioni pubbliche si intendono le amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, della legge di contabilità pubblica, ad esclusione delle regioni, degli enti locali, dei loro enti ed organismi strumentali e degli enti del Servizio sanitario nazionale[88].

A tal proposito, coma sopra detto, si ricorda che il comma 7 dell’articolo 5 del decreto legge in esame riformula, estendendola, la definizione di PP.AA. contenuta nell’articolo 1, comma 2 della legge di contabilità pubblica, prevedendo che, a decorrere dall’anno 2012, essa includa gli enti ed organismi pubblici rientranti nel conto economico consolidato della P.A. - indicati dal Comunicato ISTAT del 30 settembre 2011 e successivi aggiornamenti annuali – e includa ope legis le Autorità indipendenti, nonché, comunque, le amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, D.Lgs. n. 165/2001.

 

Il decreto legislativo n. 91/2011 dispone l’obbligo, nei confronti delle pubbliche amministrazioni, di conformare i propri ordinamenti finanziari e contabili ai principi generali descritti nell’allegato 1 del decreto e introduce, in particolare, all’articolo 4, quale novità ai fini del consolidamento e monitoraggio dei conti nelle fasi di previsione, gestione e rendicontazione, il Piano dei conti integrato, per gli enti che adottano un regime di contabilità finanziaria, costituito da conti che rilevano, contestualmente, entrate e spese, sia in termini di contabilità finanziaria, sia in termini di contabilità economico patrimoniale.

Il medesimo articolo 4 del decreto legislativo n. 91/2011 stabilisce al comma 3, che con uno o più decreti di natura regolamentare, da adottarsi entro il 31 dicembre 2012, su proposta del Ministero dell’economia e finanze, si opererà:

§      la definizione della struttura del Piano dei conti integrato e delle relative voci (lettera a));

§      la revisione delle disposizioni contenute nel Regolamento di contabilità degli enti pubblici - D.P.R. n. 97/2003, tenendo conto dei principi di classificazione delle entrate e delle spese indicati nel Titolo III del medesimo D.Lgs. n. 91/2011 (lettera b));

§      saranno definiti i principi contabili riguardanti i comuni criteri di contabilizzazione (lettera c)).


 

Articolo 5, comma 8
(Modalità di incasso dell'aggio spettante ad Equitalia Giustizia Spa)

 

8. All'articolo 2, comma 6-bis, del decreto-legge 16 settembre 2008, n. 143, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 novembre 2008, n. 181, nel primo periodo, la parola: «segue» è sostituita dalle seguenti: «e l'incasso della remunerazione dovuta a tale società a titolo di aggio ai sensi del comma 6, primo periodo, seguono».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 8 dell'articolo 5 consente ad Equitalia Giustizia S.p.A. di incassare secondo il principio della prededuzione anche l’aggio ad essa spettante in relazione alla gestione del Fondo Unico Giustizia.

Analisi normativa

 

Il comma 8 dell'articolo 5 consente ad Equitalia Giustizia S.p.A. di incassare secondo il principio della prededuzione anche l’aggio ad essa spettante in relazione alla gestione del Fondo Unico Giustizia.

 

Nel dettaglio, la norma in esame novella l’articolo 2, comma 6-bis, del decreto-legge 16 settembre 2008, n. 143 (Interventi urgenti in materia di funzionalità del sistema giudiziario), con il quale viene disciplinato, tra l'altro, il recupero delle spese di gestione di Equitalia Giustizia S.p.A.

 

Il testo previgente stabiliva che, con decorrenza dai versamenti da eseguire dal 1° aprile 2011, il recupero delle spese di gestione di Equitalia Giustizia Spa, a fronte di attività rese dalla stessa società nell’ambito dei propri fini statutari, seguisse il principio della prededuzione, con le modalità, le condizioni e i termini stabiliti nelle convenzioni regolative dei rapporti con i competenti Ministeri.

 

Per effetto della modifica apportata, il principio della prededuzione viene applicato anche all'incasso dell’aggio dovuto ad Equitalia Giustizia (ovvero, ai sensi del precedente comma 6, primo periodo, la remunerazione dovuta per la gestione delle risorse intestate al “Fondo unico giustizia”), e non più solo al recupero delle spese di gestione per attività rese nell’ambito dei propri fini statutari.

 

Secondo quanto evidenziato dalla relazione illustrativa (A.S. 3184), la disposizione colmerebbe una lacuna normativa, con finalità di razionalizzazione e semplificazione degli adempimenti amministrativi e contabili, limitandosi peraltro a disciplinare il meccanismo di percezione del predetto aggio (senza pertanto produrre effetti in termini di minori entrate o maggiori spese per il bilancio dello Stato).

 

Si ricorda che Equitalia Giustizia S.p.A. è una società del Gruppo Equitalia, interamente posseduta da Equitalia SpA, che, a sua volta, è partecipata al 51 per cento dall’Agenzia delle Entrate e al 49 per cento dall’INPS.

Ai sensi dell’articolo 2 del decreto-legge n. 143 del 2008, Equitalia Giustizia gestisce il Fondo Unico Giustizia, istituito dall’articolo 61, comma 23, del decreto-legge n. 112 del 2008ed alimentato principalmente con i proventi dei sequestri.

La società, inoltre, in attuazione dell’articolo 1, commi 367 e seguenti, della legge n. 244 del 2007, e dell’articolo 23, commi 35 e 36, del decreto-legge n. 98 del 2011, provvede, sulla base di una convenzione stipulata con il Ministero della Giustizia, alla gestione dei crediti relativi alle spese di giustizia conseguenti ai provvedimenti passati in giudicato o divenuti definitivi.


 

Articolo 5, comma 8-bis
(Riscossione delle entrate degli enti locali)

 

8-bis. All'articolo 7, comma 2, del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n. 106, e successive modificazioni, la lettera gg-septies) è sostituita dalla seguente:

«gg-septies) nel caso di affidamento ai soggetti di cui all'articolo 52, comma 5, lettera b), del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446, la riscossione delle entrate viene effettuata mediante l'apertura di uno o più conti correnti di riscossione, postali o bancari, intestati al soggetto affidatario e dedicati alla riscossione delle entrate dell'ente affidante, sui quali devono affluire tutte le somme riscosse. Il riversamento dai conti correnti di riscossione sul conto corrente di tesoreria dell'ente delle somme riscosse, al netto dell'aggio e delle spese anticipate dal soggetto affidatario, deve avvenire entro la prima decade di ogni mese con riferimento alle somme accreditate sui conti correnti di riscossione nel mese precedente».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 8-bis, introdotto durante l’esame parlamentare, prevede che, nel caso in cui la gestione della riscossione delle entrate dei comuni sia affidata a soggetti terzi, questi ultimi dovranno aprire uno o più conti correnti dedicati, con obbligo di riversamento alla tesoreria delle somme riscosse - al netto dell’aggio e delle spese anticipate dall’agente della riscossione – entro la prima decade del mese.

Analisi normativa

 

Il comma 8-bisapporta modifiche alla disciplina della riscossione delle entrate locali contenuta nell’articolo 7, comma 2, lettere da gg-ter) a gg-septies) del D.L. n. 70 del 2011.

In particolare, le disposizioni in commento novellano la lettera gg-septies) del comma 2, con il duplice l’effetto di eliminare le abrogazioni e le modifiche ivi previste e al contempo di prevedere che, nel caso in cui la gestione della riscossione delle entrate comunali sia affidata a soggetti privati, questi ultimi debbano aprire uno o più conti correnti dedicati a tale attività.

Essi avranno inoltre l’obbligo di riversamento alla tesoreria delle somme riscosse - al netto dell’aggio e delle spese anticipate dall’agente della riscossione – entro la prima decade del mese.

 

Il richiamato articolo 7, comma 2, lettere da gg-ter) a gg-septies del decreto legge 70/2011 ha recato importanti novità sul sistema di accertamento e riscossione delle entrate degli enti locali.

In primo luogo, dal 31 dicembre 2012, Equitalia Spa e le società da essa partecipate cesseranno di effettuare le attività di accertamento, liquidazione e riscossione - spontanea e coattiva – delle entrate, tributarie o patrimoniali, dei comuni e delle società da essi partecipate.

Dal momento di tale cessazione spetterà dunque ai comuni effettuare la riscossione spontanea e coattiva delle entrate tributarie e patrimoniali e, ove optino per l’affidamento del servizio a soggetti esterni (con modalità diverse dunque dall’esercizio diretto o dall’affidamento in house), essi dovranno procedere nel rispetto delle norme in materia di evidenza pubblica.

§       procedura d'ingiunzione prevista dal regio decreto n. 639 del 1910, che costituisce titolo esecutivo.

L’ingiunzione fiscale consiste in un atto amministrativo dell’ufficio finanziario contenente l’ordine per il debitore di imposta di pagare l’importo dovuto entro trenta giorni, sotto pena degli atti esecutivi. L’ingiunzione costituisce un atto complesso con molteplici funzioni e contenuti quali: determinare l’ammontare del tributo; mettere in mora il debitore; creare il titolo esecutivo. Per ulteriori approfondimenti si rimanda al paragrafo successivo;

§       disposizioni del titolo II (Riscossione coattiva) del citato D.P.R. n. 602 del 1973 per quanto compatibili.

Il sindaco o il legale rappresentante della società incaricata della riscossione dovranno nominare uno o più funzionari responsabili della riscossione che esercitino: le funzioni demandate agli ufficiali della riscossione, ovvero quelle attribuite al segretario comunale dall'articolo 11 del RD 639/1910 (assistenza all'incanto, stesura del relativo), in ottemperanza ai requisiti di legge (abilitazione e autorizzazione) richiesti per ricoprire il ruolo di degli ufficiali della riscossione.

Di conseguenza, ai soli fini della riscossione delle entrate tributarie o patrimoniali degli enti territoriali effettuata in forma diretta o mediante società a capitale interamente pubblico, è consentito ai predetti enti di accedere ai dati e alle informazioni disponibili presso il sistema informativo dell’Agenzia delle entrate e prendere visione di atti riguardanti i beni dei debitori e dei coobbligati.

 

Si ricorda che la lettera gg-septies) prevedeva, nella sua formulazione originaria:

§       l’abrogazione, dal 1° gennaio 2013, de:i commi da 2-sexies a 2-octies dell’articolo 4 del decreto-legge 24 settembre 2002, n. 209[89] che consentono, in sostanza, sia i comuni che aiconcessionari della riscossione delle entrate locali iscritti in apposito albo di procedere alla riscossione coattiva delle somme mediante la richiamata ingiunzione fiscale (numero 1 della lettera gg-septies), nonché l’abrogazione e del comma 2 dell’articolo 36 del D.L. 31 dicembre 2007, n. 248[90], ai sensi del quale - anche dopo la soppressione dell’obbligo di versamento dell’acconto da parte dei concessionari della riscossione (comma 1 dell’articolo 36) - la riscossione coattiva dei tributi e di tutte le altre entrate degli enti locali da parte dei soggetti affidatari del servizio continua ad essere effettuata la procedura dell'ingiunzione di cui al regio decreto n. 639 del 1910 (numero 3 della lettera gg-septies);

L’articolo 29, comma 5-bis del D.L. “mille proroghe” (D.L. n. 216 del 2011) aveva disposto che tali abrogazioni acquistassero efficacia solo dal momento della cessazione di Equitalia dalla funzione di riscossione delle entrate locali (31 dicembre 2012). Per effetto della novella in esame, esse non operano del tutto;

§       la precisazione secondo cui, nel caso di riscossione delle entrate degli enti territoriali effettuata in forma diretta o mediante società a capitale interamente pubblico, gli agenti della riscossione possono accedere ai dati e alle informazioni disponibili presso il sistema informativo dell’Agenzia delle entrate, prendendo visione di atti riguardanti i beni dei debitori e dei coobbligati (numero 2 della lettera gg-septies); l’abrogazione della norma che consentiva, nelle more dell’adozione delle opportune norme secondarie, agli enti locali e i soggetti terzi affidatari del servizio di riscossione di accedere ai dati e alle informazioni disponibili presso il sistema informativo dell’Agenzia delle entrate, dopo la notifica dell’ingiunzione fiscale (numero 4 della lettera gg-septies).

Di conseguenza, l’accesso al database dell’Agenzia delle Entrate sarà garantito ai soli fini della riscossione delle entrate degli enti locali (quindi non più delle regioni), con modalità e nei casi da stabilirsi mediante decreto del Ministro dell’economia e delle finanze; nelle more, agli enti locali e i soggetti terzi affidatari della riscossione è consentito accedere ai dati e alle informazioni disponibili presso il sistema informativo dell’Agenzia delle entrate, dopo la notifica dell’ingiunzione fiscale (numero 4 della lettera gg-septies)).


 

Articolo 6, comma 1
(Attività estimative svolte dall’Agenzia del territorio)

 

1. All'articolo 64 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) al comma 3, le parole: «ed i connessi servizi estimativi che può offrire direttamente sul mercato», sono soppresse;

b) dopo il comma 3, è inserito il seguente:

«3-bis. Ferme le attività di valutazione immobiliare per le amministrazioni dello Stato di competenza dell'Agenzia del demanio, l'Agenzia del territorio è competente a svolgere le attività di valutazione immobiliare e tecnico-estimative richieste dalle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e dagli enti ad esse strumentali. Le predette attività sono disciplinate mediante accordi, secondo quanto previsto dall'articolo 15 della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni. Tali accordi prevedono il rimborso dei costi sostenuti dall'Agenzia, la cui determinazione è stabilita nella Convenzione di cui all'articolo 59.».

 

 

Sintesi ed effetti

 

Il comma 1 dell'articolo 6 interviene nella definizione delle competenze dell’Agenzia del territorio relative ad attività e certificazioni in materia catastale: in particolare viene soppressa la competenza dell’Agenzia in materia di offerta di servizi tecnico-estimativi direttamente sul mercato, sostituita con una attività di valutazione immobiliare e tecnico-estimativa a favore delle amministrazioni pubbliche.


 

Analisi normativa

 

Il comma 1 dell'articolo 6 interviene nella definizione delle competenze dell’Agenzia del territorio relative ad attività e certificazioni in materia catastale: in particolare viene soppressa la competenza dell’Agenzia in materia di offerta di servizi tecnico-estimativi direttamente sul mercato, sostituita con una attività di valutazione immobiliare e tecnico-estimativa a favore delle amministrazioni pubbliche

Si ricorda, preliminarmente, che l'Agenzia del territorio, nata a seguito della riforma del Ministero dell'economia e delle finanze, è operativa dal 1° gennaio 2001 ed è un ente pubblico dotato di personalità giuridica e autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria. E' costituita da Direzioni centrali che hanno sede a Roma, da Direzioni regionali e da Uffici provinciali.

Le competenze dell’Agenzia sono definite dall’articolo 64 del D.Lgs. 30 luglio 1999, n. 300, ai sensi del quale l'agenzia è competente a svolgere i servizi relativi al catasto, i servizi geotopocartografici e quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l'anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando, anche ai fini della semplificazione dei rapporti con gli utenti, l'integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni ed iscrizioni in materia di diritti sugli immobili. L'Agenzia, inoltre, gestisce l'Osservatorio del mercato immobiliare ed i connessi servizi estimativi che può offrire direttamente sul mercato (comma 3).

 

L’articolo 19 del decreto legge n. 78 del 2010 ha disposto l'attivazione - attraverso idonee forme di collaborazione con i comuni - dell'Anagrafe Immobiliare Integrata, con l’obiettivo di consentire, a fini fiscali, l'integrazione delle banche dati disponibili presso l'Agenzia, con l'individuazione dei soggetti titolari dei diritti reali, garantendo la correlazione tra le informazione catastali (dati censuari, cartografici e planimetrie delle unità immobiliari urbane) e le informazioni sui diritti reali recate negli atti trascritti nei pubblici registri immobiliari.

Restano ai comuni le funzioni relative alla conservazione, alla utilizzazione ed all'aggiornamento degli atti catastali, compresa la partecipazione al processo di determinazione degli estimi. Il decentramento delle funzioni catastali ai comuni era già previsto dalla legge finanziaria 2007 (articolo 1, commi da 195 a 200 della legge n. 296 del 2006), con la seguente ripartizione di competenze: