Camera dei deputati - XVI Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento bilancio
Titolo: Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica - D.L. 78/2010 - A.C. 3638 - Schede di lettura - Parte II
Riferimenti:
AC N. 3638/XVI     
Serie: Progetti di legge    Numero: 373
Data: 18/07/2010
Descrittori:
SOPPRESSIONE DI ENTI   SPESA PUBBLICA
TRATTAMENTO ECONOMICO NEL PUBBLICO IMPIEGO   TRATTAMENTO PREVIDENZIALE NEL PUBBLICO IMPIEGO
Organi della Camera: V-Bilancio, Tesoro e programmazione
Altri riferimenti:
AS N. 2228/XVI     

 

Camera dei deputati

XVI LEGISLATURA

 

 

 

Documentazione per l’esame di
Progetti di legge

Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica

D.L. 78/2010 – A.C. 3638

Schede di lettura

(artt. 15-55)

 

 

 

 

 

 

n. 373

Parte II

 

 

18 luglio 2010

 


Servizio responsabile:

Servizio Studi – Dipartimento Bilancio

( 066760-9932 – * st_bilancio@camera.it

Hanno partecipato alla redazione del dossier i seguenti Servizi e Uffici:

Servizio Bilancio dello Stato

Nota di verifica - dossier n. 208

( 066760-2174 / 066760-9455 – * bs_segreteria@camera.it

Servizio Commissioni – Segreteria V Commissione

( 066760-3545 / 066760-3685 – * com_bilancio@camera.it

Segreteria Generale – Ufficio Rapporti con l’Unione europea

( 066760-2145 – * cdrue@camera.it

§       La nota di sintesi e le schede di lettura sono state redatte dal Servizio Studi.

§       Le parti relative ai profili di carattere finanziario sono state curate dal Servizio Bilancio dello Stato, nonché dalla Segreteria della V Commissione per quanto concerne le coperture.

§       Le parti relative ai documenti all’esame delle istituzioni dell’Unione europea e alle procedure di contenzioso sono state curate dall'Ufficio rapporti con l'Unione europea.

 

 

Il presente dossier si compone di due parti:

-    n. 373-  parte I – Schede di lettura articoli 1-14

-    n. 373 – parte II – Schede di lettura articoli 15-55

 

I dossier dei servizi e degli uffici della Camera sono destinati alle esigenze di documentazione interna per l'attività degli organi parlamentari e dei parlamentari. La Camera dei deputati declina ogni responsabilità per la loro eventuale utilizzazione o riproduzione per fini non consentiti dalla legge.

File: D10078s2.doc

 


INDICE

 

Schede di lettura

§      Articolo 15, commi 1-5 (ANAS e concessionari autostradali)3

§      Articolo 15, commi 6–6-quinquies (Aumento delle basi di calcolo dei sovracanoni e altre norme riguardanti le concessioni di grandi derivazioni d’acqua per uso idroelettrico)15

§      Articolo 15, comma 6-sexies (Autovie venete)23

§      Articolo 16 (Costituzione di un Fondo nello stato di previsione dell’economia e delle finanze per la riassegnazione delle maggiore entrate derivanti da utili e dividendi da partecipazione in enti pubblici non compresi nel conto consolidato della PA che eccedano l’ammontare iscritto nel bilancio di previsione degli anni 2011 e 2012)25

§      Articolo 17 (Autorizzazione per il Ministero dell’economia e delle finanze al fine di assicurare la partecipazione dell’Italia, per una spesa massima di 20 milioni di euro per l’anno 2010, al capitale della società da costituire insieme agli altri Stati membri dell’UEM per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’euro)28

§      Articolo 18 (Partecipazione dei comuni all’attività di accertamento tributario e contributivo ed istituzione dei Consigli tributari)33

§      Articolo 19, commi 1-16 (Aggiornamento del catasto)42

§      Articolo 19, comma 16-bis (Procedure alienazione alloggi edilizia residenziale pubblica.)58

§      Articolo 20 (Adeguamento alle disposizioni comunitarie delle limitazioni all'uso del contante e dei titoli al portatore)60

§      Articolo 21 (Comunicazioni telematiche alla Agenzia delle Entrate)64

§      Articolo 22 (Aggiornamento dell’accertamento sintetico)67

§      Articolo 23 (Contrasto al fenomeno delle imprese “apri e chiudi”)72

§      Articolo 24 (Contrasto al fenomeno delle imprese in perdita “sistemica”)74

§      Articolo 25 (Contrasto di interessi: ritenuta operata su bonifici bancari e postali)78

§      Articolo 26 (Disposizioni antielusive in materia di prezzi di trasferimento applicati negli scambi transnazionali con società controllate)83

 

§      Articolo 27 (Adeguamento alla normativa europea in materia di operazioni intracomunitarie ai fini del contrasto delle frodi)88

§      Articolo 28 (Incrocio tra le basi dati dell’INPS e dell’Agenzia delle entrate per contrastare la microevasione diffusa)92

§      Articolo 29, commi 1-6 (Concentrazione della riscossione nell’accertamento: disposizioni in materia di transazione fiscale, misure cautelari, procedure concorsuali)97

§      Articolo 29, comma 7 (Aggravante del reato di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e limitazione della responsabilità per danno erariale)110

§      Articolo 30 (Potenziamento dei processi di riscossione dell’INPS)113

§      Articolo 31, commi 1 e 2 (Preclusione all’autocompensazione in presenza di debito su ruoli definitivi e riduzione delle dotazioni finanziarie del programma di spesa “Regolazioni contabili, restituzioni e rimborsi d’imposte” per l’anno finanziario 2010)118

§      Articolo 31, commi 1-bis–1-ter (Compensazione dei crediti nei confronti di Regioni, enti locali ed enti del Servizio sanitario nazionale con somme iscritte a ruolo ed estensione agli enti SSN della disciplina relativa alla certificazione dell’esigibilità di crediti)127

§      Articolo 32 (Riorganizzazione della disciplina fiscale dei fondi immobiliari chiusi)131

§      Articolo 33 (Stock options ed emolumenti variabili)145

§      Articolo 34 (Obbligo per i non residenti di indicazione del codice fiscale per l’apertura di rapporti con operatori finanziari)150

§      Articolo 35 (Razionalizzazione dell’accertamento nei confronti dei soggetti che aderiscono al consolidato nazionale)152

§      Articolo 36 (Disposizioni antifrode)159

§      Articolo 37 (Disposizioni antiriciclaggio)167

§      Articolo 38, commi 1-3 (Controlli sulle prestazioni sociali agevolate)170

§      Articolo 38, comma 4 (Razionalizzazione delle modalità di notifica in materia fiscale)174

§      Articolo 38, comma 5 (Utilizzo dei servizi telematici)179

§      Articolo 38, comma 6 (Comunicazione del codice fiscale)182

§      Articolo 38, commi 7-8 (Rateizzazione di pagamenti per soggetti con basso reddito di pensione)185

§      Articolo 38, comma 9 (Accelerazione della riscossione - Soppresso)187

 

§      Articolo 38, comma 10 (Riscossione di entrate degli enti locali)189

§      Articolo 38, comma 11 (Trattamento fiscale degli enti di previdenza obbligatoria di natura privata: assimilazione agli enti previdenziali pubblici)191

§      Articolo 38, comma 12 (Termini di riscossione di crediti da parte degli enti pubblici previdenziali)195

§      Articolo 38, comma 13 (Esonero da alcuni obblighi fiscali in favore di dipendenti pubblici che lavorano all’estero e lavoratori frontalieri)198

§      Articolo 38, commi 13-bis-13-quater (Tassazione della variazione della riserve tecniche obbligatorie ramo vita per le imprese di assicurazione)200

§      Articolo 38, comma 13-quinquies (Modifiche alla disciplina del 5 per mille)205

§      Articolo 38, comma 13-sexies (Requisiti di capitale delle società di riscossione a prevalente partecipazione pubblica)209

§      Articolo 38, comma 13-septies (Operazioni non soggette all’obbligo di certificazione fiscale)211

§      Articolo 39 (Disposizioni in favore dei territori colpiti dal sisma in Abruzzo)213

§      Articolo 40 (Disciplina per l’esercizio della facoltà delle regioni appartenenti al Mezzogiorno d’Italia - Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia - di modificare, con propria legge, le aliquote IRAP nonché di disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni, nei riguardi delle nuove iniziative produttive)229

§      Articolo 40-bis (Quote latte: proroga delle rate in scadenza al 30 giugno 2010)234

§      Articolo 41 (Regime fiscale di attrazione europea)240

§      Articolo 42 (Reti di imprese e agevolazioni fiscali per le imprese aderenti ai contratti di rete)245

§      Articolo 43 (Vantaggi per le nuove iniziative produttive avviate nel Meridione nelle zone a burocrazia zero)254

§      Articolo 44, commi 1-3 (Incentivi per il rientro in Italia di ricercatori residenti all'estero)259

§      Articolo 44, comma 3-bis (Prova di ammissione ai corsi universitari)262

§      Articolo 45 (Disposizioni in materia di destinazione delle risorse derivanti dalla risoluzione anticipata delle convenzioni CIP6 e di ritiro dei certificati verdi da parte del GSE)264

§      Articolo 46 (Rifinanziamento del fondo infrastrutture)271

§      Articolo 47, commi 1-3 (Concessioni autostradali)278

§      Articolo 47, commi 3-bis - 3-ter (Adeguamento delle infrastrutture dei sistemi aeroportuali di rilevanza nazionale)288

§      Articolo 48, commi 1-2 (Disposizioni in materia di procedure concorsuali)292

§      Articolo 48, comma 2-bis (Esenzione dai reati di bancarotta)296

§      Articolo 48-bis, comma 1 (Assunzione di magistrati ordinari)298

§      Articolo 48-bis, comma 2 (Aumento del contributo unificato nel processo civile e amministrativo)301

§      Articolo 48-ter (Estinzione di controversie tributarie pendenti innanzi alla Corte di Cassazione)304

§      Articolo 49, commi 1-4 (Disposizioni in materia di conferenza di servizi)306

§      Articolo 49, commi 4-bis–4-quinquies (Sostituzione della disciplina della dichiarazione di inizio attività con quella della segnalazione certificata di inizio attività e altre norme di semplificazione amministrativa per le imprese)316

§      Articolo 50 (Indizione del censimento)325

§      Articolo 51, commi 1-5 (Semplificazione dell'installazione di piccoli impianti di distribuzione di gas naturale)337

§      Articolo 51, comma 6 (Aliquota di accisa per i consumi di gas destinato a piccoli impianti di distribuzione di gas naturale)343

§      Articolo 51, comma 7 (Proroga del termine per l’emanazione del decreto per lo svolgimento dei servizi di taxi e noleggio con conducente)345

§      Articolo 52, commi 1 e 1-ter-1-quinquies (Fondazioni bancarie)349

§      Articolo 52, comma 1-bis (Valutazione dei titoli)353

§      Articolo 52-bis (Garanzie prestate per accedere alla rateizzazione delle somme dovute a seguito di accertamento con adesione)355

§      Articolo 53 (Regime fiscale e contributivo agevolato per alcuni emolumenti della retribuzione)357

§      Articolo 54 (Expo)361

§      Articolo 54-bis (Misure socio economiche per la sospensione dell’attività di pesca)365

§      Articolo 54-ter (Divieto di contributi pubblici per i servizi automobilistici di linea di competenza statale)368

 

§      Articolo 55, commi 1-2 (Differimento del versamento dell'acconto IRPEF per i periodi d'imposta 2011 e 2012)370

§      Articolo 55, commi 2-bis-2-quinquies (Disposizioni in materia di accise sui tabacchi)373

§      Articolo 55, comma 3 (Concorso delle forze armate nel controllo del territorio e professionalizzazione delle forze armate)380

§      Articolo 55, comma 4 (150° Anniversario dell'unità d'Italia)384

§      Articolo 55, comma 5 (Rifinanziamento missioni internazionali)386

§      Articolo 55, commi 5-bis-5-sexies (Corsi di formazione delle Forze armate per i giovani – Mini-naja)389

§      Articolo 55, comma 5-septies (Risorse per il 150° Anniversario dell'unità d'Italia)395

§      Articolo 55, comma 6 (Incremento della dotazione del Fondo per gli interventi strutturali di politica economica)397

§      Articolo 55, commi 7-8 (Norme di copertura)401

 

 


Schede di lettura

 


 

Articolo 15, commi 1-5
(ANAS e concessionari autostradali)

 


1. Entro quarantacinque giorni dall'entrata in vigore del presente decreto-legge, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sono stabiliti criteri e modalità per l'applicazione del pedaggio sulle autostrade e sui raccordi autostradali in gestione diretta di ANAS SpA, in relazione ai costi di investimento e di manutenzione straordinaria oltre che quelli relativi alla gestione, nonché l'elenco delle tratte da sottoporre a pedaggio.

2. In fase transitoria, a decorrere dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di entrata in vigore del presente decreto e fino alla data di applicazione dei pedaggi di cui al comma 1, comunque non oltre il 31 dicembre 2011, ANAS S.p.A. è autorizzata ad applicare una maggiorazione tariffaria forfettaria di un euro per le classi di pedaggio A e B e di due euro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5, presso le stazioni di esazione delle autostrade a pedaggio assentite in concessione che si interconnettono con le autostrade e i raccordi autostradali in gestione diretta ANAS. Le stazioni di cui al precedente periodo sono individuate con il medesimo DPCM di cui al comma 1. Gli importi delle maggiorazioni sono da intendersi IVA esclusa. Le maggiorazioni tariffarie di cui al presente comma non potranno comunque comportare un incremento superiore al 25% del pedaggio altrimenti dovuto.

3. Le entrate derivanti dall'attuazione dei commi 1 e 2 vanno a riduzione dei contributi annui dovuti dallo Stato per investimenti relativi a opere e interventi di manutenzione straordinaria anche in corso di esecuzione.

4. La misura del canone annuo corrisposto direttamente ad ANAS S.p.A. ai sensi del comma 1020 dell'art. 1 della legge 27 dicembre 2006 n. 296 e del comma 9 bis dell'art. 19 del decreto-legge 1o luglio 2009 n. 78 convertito con modificazioni dalla legge 3 agosto 2009 n. 102, è integrata di un importo, calcolato sulla percorrenza chilometrica, pari a:

     a) 1 millesimo di euro a chilometro per le classi di pedaggio A e B e a 3 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5 a decorrere dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di entrata in vigore del presente comma;

     b) 2 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio A e B e a 6 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5 a decorrere dal 1o gennaio 2011.

5. I pagamenti dovuti ad ANAS SpA a titolo di corrispettivo del contratto di programma-parte servizi sono ridotti in misura corrispondente alle maggiori entrate derivanti dall'applicazione del comma 4.


 

 

L’articolo 15, commi 1-5, prevede alcune modifiche al sistema di pedaggiamento autostradale:

§      con riferimento alle autostrade e ai raccordi autostradali gestiti direttamente da ANAS s.p.a., si introduce un pedaggiamento dal 1° luglio 2010, dapprima utilizzando i caselli delle concessionarie e, successivamente, attraverso un sistema di esazione di tipo free flow (a flusso libero);

§      per le autostrade in concessione, è previsto l’aumento del canone che le concessionarie corrispondono all’ANAS.

Entrambe le misure sono finalizzate alla riduzione dei trasferimenti statali ad ANAS.

 

Il comma 1 introduce il pagamento di pedaggi sulle autostrade e sui raccordi autostradali gestiti dall’ANAS ponendo quale criterio per la loro determinazione i costi di investimento, di manutenzione straordinaria e di gestione.

Per l’attuazione della disposizione è prevista l’emanazione di un DPCM, su proposta del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze volto a fissare, entro il termine di quarantacinque giorni dall’entrata in vigore del decreto-legge in esame[1], ossia entro il 16 luglio:

§       i criteri e le modalità del pedaggiamento;

§       l’elenco delle tratte da sottoporre a pedaggio;

§       le stazioni di esazione del pedaggio (caselli autostradali) delle autostrade assentite in concessione che si interconnettono con le autostrade ed i raccordi autostradali in gestione diretta ANAS, ove verrà applicata la maggiorazione tariffaria transitoria dei pedaggi (comma 2, dell’art. 15, in commento).

 

Poiché, ai sensi del comma 2, fino al 31 dicembre 2011 verrà applicata la maggiorazione tariffaria provvisoria del pedaggio riscosso ai caselli di interconnessione con la rete autostradale gestita da ANAS, si può presumere che il pedaggiamento a regime di questa non inizierà prima del 2012, come rileva anche la relazione tecnica.

 

La relazione tecnica prevede un sistema di esazione “di tipo free flow (a flusso libero) in luogo dei tradizionali caselli” e stima maggiori entrate quantificabili in circa 315 milioni di euro annui.

 

Si ricorda che ANAS S.p.A. è il gestore della rete stradale ed autostradale italiana di interesse nazionale. È una società per azioni il cui socio unico è il Ministero dell'economia e delle finanze ed è sottoposta al controllo ed alla vigilanza tecnica ed operativa del MIT.

Fra i compiti attribuiti all’ANAS dalle norme vigenti rientrano anche quelli relativi alla costruzione di nuove strade e autostrade, sia direttamente che in concessione, alla vigilanza sull'esecuzione dei lavori di costruzione delle opere date in concessione e al controllo sulla gestione delle autostrade il cui esercizio sia stato dato in concessione, e di approvazione dei progetti dei lavori oggetto di concessione. Sotto questo profilo, non ha avuto sostanziale incidenza la pur profonda riforma intervenuta con l’art. 7 del decreto legge 138/2002 che ne ha mutato la natura giuridica da ente a S.p.A. Infatti, questa nuova disciplina si è limitata a far sì che i suddetti compiti, di natura prettamente pubblica - già precedentemente attribuiti all’ANAS in via diretta da norme di legge, ed elencati all’art. 2, comma 1, lett. a)-g) e alla lett. l) del d.lgs. n. 143/1994 - siano invece attribuiti allo stesso soggetto, trasformato in S.p.A. attraverso una concessione stipulata con il Ministero delle infrastrutture.

Il capitale sociale di Anas S.p.A. ammonta a 2,27 miliardi di euro.

Il patrimonio stradale dello Stato affidato ad Anas è costituito da 31.115 Km di strade ed autostrade di interesse nazionale che compongono la rete di sua competenza. La rete in gestione diretta è costituita da 25.420 Km di strade, di cui 1.267 Km di autostrade; la rete vigilata è costituita da 5.695 Km di autostrade in concessione. I dipendenti sono 6.584.

Si ricorda, inoltre, che l’art. 1, comma 1018 della legge 296/2007 (finanziaria 2007) ha incaricato l’ANAS di provvedere, entro sei mesi dalla sua entrata in vigore, alla predisposizione di:

-        un nuovo piano economico-finanziario;

-        l'elenco delle opere infrastrutturali di nuova realizzazione o di integrazione e manutenzione di quelle esistenti, che costituisce parte integrante del piano. Ai sensi del successivo comma 1029, in tale elenco dovrà essere attribuita priorità alla costruzione di tunnel di sicurezza su galleria monotubo a carattere internazionale e alla messa in sicurezza delle vie d'accesso, in ottemperanza alla direttiva 2004/54/CE relativa ai requisiti minimi di sicurezza per le gallerie della rete transeuropea.

Il comma 1018 prevede, inoltre, che in occasione di tali approvazioni, sia sottoscritta una convenzione unica di cui il nuovo piano ed i successivi aggiornamenti costituiscono parte integrante e avente valore ricognitivo per tutto quanto non deriva dal nuovo piano ovvero dai suoi aggiornamenti.

Il comma 1019 innalza il limite massimo di durata della concessione da trent’anni a cinquant’anni. A tal fine la disposizione, fatta salva la durata trentennale della concessione in atto fino alla data di perfezionamento della convenzione unica, ha previsto, in tale occasione, la possibilità, per il MIT, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, di adeguare la durata della concessione.

Il Governo ha emanato lo schema di Piano economico finanziario di ANAS S.p.A. 2007-2052, ma il decreto ministeriale per l’approvazione definitiva del Piano non è stato ancora emanato.

 

Il comma 2 introduce una maggiorazione tariffaria provvisoria del pedaggio riscosso ai caselli delle autostradein concessione che si interconnettono con la rete autostradale gestita da ANAS.

La maggiorazione tariffaria è pari alle seguenti cifre, che saranno riscosse oltre l’IVA e con il limite del 25% del pedaggio altrimenti dovuto:

§       per i veicoli leggeri (classe A, veicoli a due assi con altezza al primo asse fino a m. 1,3 e classe B, veicoli a due assi con altezza al primo asse superiore a m. 1,3) un euro;

§       per i veicoli pesanti (classe 3, veicoli a tre assi), classe 4, veicoli a quattro assi) e classe 5, veicoli a cinque o più assi) due euro.

Viene precisato che la maggiorazione è applicata in via transitoria, con un limite temporale iniziale individuato nel primo giorno del secondo mese successivo a quello di entrata in vigore del decreto-legge[2], ovvero il 1° luglio 2010, ed il limite temporale finale del 31 dicembre 2011, poiché per tale data il sistema dovrebbe essere sostituito dal pedaggiamento delle tratte autostradali e dei raccordi autostradali gestiti da ANAS come stabilito dal comma 1.

La norma precisa che l’ANAS è autorizzata ad “applicare” la maggiorazione tariffaria presso le stazioni di esazione delle autostrade.

 

Occorre segnalare che i caselli in questione sono gestiti dalle concessionarie e vi opera personale dipendente da queste, come pure delle concessionarie è il sistema informativo per l’esazione dei pedaggi. Pertanto, l’autorizzazione nei confronti dell’ANAS comporterebbe una cogestione delle infrastrutture e delle risorse umane del sistema di esazione, con oneri finanziari per ANAS che, in effetti, la relazione tecnica quantifica in 0,0050 euro per ogni transito.

 

Con D.P.C.M. 25 giugno 2010 è stata quindi data attuazione al comma 2 in esame approvando la prevista maggiorazione tariffaria forfetaria transitoria e fornendo l’elenco delle stazioni e dei raccordi interessati dal provvedimento.

 

Tabella A allegata al DPCM 25 giugno 2010

Roma Nord

A1

ASPI

 

 

 

A90 GRA

Fiano Romano

A1

ASPI

Roma Est

A24

Strada dei Parchi

Lunghezza

A24

Strada dei Parchi

Settecamini

A24

Strada dei Parchi

Ponte di Nona

A24

Strada dei Parchi

Roma Sud

A1

ASPI

Roma Ovest

A12

ASPI

A91 Roma - Aeroporto Fiumicino

Maccarese Fregene

A12

ASPI

Nocera

A3

SAM

A3 Salerno - Reggio Calabria

Cava dei Tirreni

A3

SAM

San Gregorio

A18

CAS

A18 Dir/Diramazione di Catania

R.A. 15 Tangenziale Ovest di Catania

Buonfornello

A20

CAS

A19 Palermo-Catania

Mercato S. Severino

A30

ASPI

R.A. 2 Raccordo autostradale Salerno -Avellino

Avellino Est

A16

ASPI

Firenze-Certosa

A1

ASPI

R.A. 3 Siena - Firenze

Valdichiana

A1

ASPI

R.A. 6 Bettole – Perugia

Ferrara Sud

A13

ASPI

R.A. 8 Ferrara – Porto Garibaldi

Benevento

A16

ASPI

R.A. 9 di Benevento

Falchera

A55-Tang.le di Torino

ATIVA

 

 

 

R.A. Torino – Aeroporto di Caselle

Bruere

A55-Tang.le di Torino

ATIVA

Settimo torinese

A55-Tang.le di Torino

ATIVA

S.Benedetto del Tronto

A14

ASPI

R.A. 11 Ascoli – Porto d’Ascoli

Chieti – Pescara

A25

Strada dei Parchi

R.A. 12 Chieti – Pescara

Pescara Ovest – Chieti

A14

ASPI

Lisert

A4

Autovie Venete

R.A. 13 Raccordo autostradale A74 Trieste

14 Diramazione per Fernetti

 

 

Il comma 3 reca la finalità delle citate misure volte alla riduzione dei trasferimenti statali ad ANAS.

Infatti, le entrate derivanti dall'attuazione dei commi precedenti dovranno ridurre i contributi annui dovuti ad ANAS Spa dallo Stato per investimenti relativi a opere e interventi di manutenzione straordinaria anche in corso di esecuzione.

 

Si ricorda che i rapporti tra lo Stato e l’ANAS Spa sono disciplinati dal contratto di programma.

Il contratto di programma per il 2009, approvato con il decreto interministeriale del 13 luglio 2009[3], è costituito da un articolato, nel quale sono definiti gli obblighi della concessionaria in fase di attuazione del contratto medesimo, e da due allegati, A e B, concernenti, rispettivamente, gli investimenti da realizzare nel 2009 e le prestazioni dei servizi[4]. In particolare la tabella 1 dell'allegato A prevede investimenti attivabili nell'anno 2009 così riepilogabili:

 

Tipologia

Costo

Fabbisogno ANAS

Totale nuove opere

862.298.700

532.370.100

Oneri gestione banca dati infrastrutture. stradali

500.000

500.000

Contributi

42.400.000

42.400.000

Manutenzione straordinaria e altri interventi

568.729.900

568.729.900

TOTALE INVESTIMENTI

1.473.928.600

1.144.000.000

Stanziamenti Fin. 2009

 

1.144.000.000

Si ricorda, inoltre, che il «Fabbisogno ANAS» è coperto con le risorse attribuite alla concessionaria ai sensi dell’art. 1, comma 1026, della legge 296/2006 (finanziaria 2007). A decorrere dal 1° gennaio 2007, ai finanziamenti pubblici erogati ad ANAS Spa a copertura degli investimenti funzionali ai compiti di cui essa è concessionaria è stata autorizzata la spesa di 1.560 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009 comprensiva, per gli anni medesimi, dell'importo di 60 milioni di euro, da destinare al rimborso delle rate di ammortamento dei mutui contratti da ANAS Spa di cui al contratto di programma 2003-2005. Tale autorizzazione di spesa è stata dapprima ridotta a 1.205 milioni di euro con la legge 203/2008 (finanziaria 2009 – Tabella F) e, successivamente, a 1.204 milioni di euro con il decreto legge 180/2008.

 

Per il 2010, nella seduta del 13 maggio 2010, il CIPE ha approvato la rimodulazione del quadro di dettaglio del Fondo infrastrutture, destinando - tra l’altro - 560 milioni di euro alle opere manutentive della rete stradale e ferroviaria.

 

Il comma 4 aumenta la misura del canone annuo corrisposto ad ANAS S.p.A. dai concessionari autostradali di un sovrapprezzo calcolato sulla percorrenza chilometrica e di importo diverso nei due periodi sottoindicati:

a)      1 millesimo di euro a chilometro per le classi di pedaggio A e B e a 3 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5 a decorrere dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di entrata in vigore del presente comma, ovvero dal 1 luglio 2010;

b)      2 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio A e B e a 6 millesimi di euro a chilometro per le classi di pedaggio 3, 4 e 5 dal 1 gennaio 2011.

 

Si ricorda che l’art. 10, comma 3, della legge 537/1993 ha previsto che, a decorrere dal 1° gennaio 1994, gli enti concessionari di autostrade sono tenuti a corrispondere allo Stato un canone annuo, la cui misura è stata più volte modificata: dall’art. 1, comma 1020, della citata legge finanziaria per il 2007, dall’art. 1-bis del decreto-legge 162/2008 e dall’art. 19, comma 9-bis, del decreto legge 78/2009.

A seguito di tali modifiche, la misura del canone annuo è fissata nel 2,4% dei proventi netti dei pedaggi di competenza dei concessionari. Il 42% di tale canone è corrisposto direttamente ad ANAS Spa che provvede a darne distinta evidenza nel piano economico-finanziario e lo destina prioritariamente alle sue attività di vigilanza e controllo sui predetti concessionari fino alla concorrenza dei relativi costi, ivi compresa la corresponsione di contributi alle concessionarie, secondo direttive impartite dal MIT volte anche al conseguimento della loro maggiore efficienza ed efficacia.

Si ricorda, inoltre, che dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del citato decreto-legge 78/2009 (5 agosto 2009) il canone è stato aumentato incorporandovi un sovrapprezzo sui pedaggi (che era previsto dall’art. 1, comma 1021, della legge finanziaria 2007). Tale sovrapprezzo è calcolato sulla percorrenza chilometrica di ciascun veicolo che ha fruito dell’infrastruttura autostradale, pari a 3 millesimi di euro a Km per le classi di pedaggio A e B e a 9 millesimi di euro a Km per le classi di pedaggio 3, 4 e 5. Tali risorse sono destinate alla manutenzione ordinaria e straordinaria, nonché all’adeguamento e al miglioramento delle strade e delle autostrade in gestione diretta riducendo corrispondentemente i trasferimenti dello Stato ad ANAS Spa a titolo di corrispettivo del contratto di programma-parte servizi. Al fine di assicurare l’attuazione di tali disposizioni, i concessionari recuperano il suddetto importo attraverso l’equivalente incremento della tariffa di competenza, non soggetto a canone.

 

Il comma 5 contiene una disposizione analoga a quella di cui all’art. 19, comma 9-bis, del decreto-legge 78/2009, riducendo, corrispondentemente alle maggiori entrate derivanti dal comma 3, i trasferimenti dello Stato ad ANAS Spa a titolo di corrispettivo del contratto di programma-parte servizi.

 

L’art. 19, comma 9-bis, del decreto-legge 78/2009 ha soppresso il sovrapprezzo tariffario dovuto all’ANAS S.p.A. dai concessionari autostradali recata dal comma 1021 dell’art. 1 della legge 296/2006 (finanziaria 2007).

Lo stesso comma però, contemporaneamente alla soppressione, di fatto ripropone la disciplina vigente per il citato sovrapprezzo a decorrere dal 2009, dall’ammontare degli importi alla loro destinazione, che continua ad essere il finanziamento della manutenzione ordinaria e straordinaria e del miglioramento delle strade e autostrade in gestione diretta all’ANAS. Gli importi previsti non sono però più dovuti dai concessionari come sovrapprezzo (essendo prevista la soppressione del comma 1021) ma a titolo di integrazione del canone annuo corrisposto direttamente ad ANAS S.p.A. ai sensi del comma 1020. La nuova configurazione degli importi in parola non più come sovrapprezzo ma come integrazione del canone motiva la parte del comma in esame volta a prevedere che l’ANAS provvede a dare distinta evidenza di tale integrazione nel proprio piano economico-finanziario, così come già previsto dal comma 1020 per la quota di canone (pari al 42%) corrisposto direttamente all’ANAS prioritariamente per le sue attività di vigilanza e controllo sui concessionari.

 


Profili finanziari (commi 1-5 e comma 6-sexies)

Il prospetto riepilogativo ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate extr.

Pedaggio rete ANAS (co. 2)

 

 

 

 

83

200

315

315

83

200

315

315

Minori spese capitale

Pedaggi ANAS

(co. 3)

83

200

315

315

-

-

-

-

-

-

-

-

Maggiori entrate extr.

Sovracan. (co. 4)

 

 

 

 

45

320

320

320

45

320

320

320

Minori spese corrente

Sovracan. (co. 5)

45

308,8

308,8

308,8

-

--

-

-

-

-

-

-

 

La relazione tecnica riferita al testo originario del provvedimento afferma, riguardo all’introduzione di un pedaggio sulle autostrade e sui raccordi autostradali di competenza dell’ANAS (commi 1 e 2) che, relativamente alla fase transitoria di tariffazione della rete Anas di cui al comma 2, si applicherà un sovrapprezzo forfettario ad ogni transito alle stazioni di esazione della rete autostradale in concessione che si interconnettono con le tratte autostradali gestite da ANAS. Tale sovrapprezzo è pari a 1 euro per i veicoli leggeri e a 2 euro per quelli pesanti. Le maggiori entrate per ANAS sono quantificabili in circa 83 milioni per il 2010 e in circa 200 milioni per il 2011.

Il calcolo prende a riferimento i volumi di transiti annuali, considerando che la suddetta tariffa sorge, sommandosi a quanto dovuto per il pedaggio al concessionario:

§      entrando presso tutti i tratti autostradali di competenza dei concessionari se si proviene dalla rete Anas;

§      uscendo da un tratto autostradale in concessione se ci si immette su rete Anas.

Ai fini della quantificazione, la RT prende in considerazione i volumi dei transiti annuali relativi al 2009, pari a 174,5 milioni, e tiene conto che alla riscossione della tariffa è associato un costo d'esazione per singola operazione pari a euro 0,005. Nel calcolo confluisce il plafond relativo al massimo incremento apportabile al pedaggio così come definito dal vigente piano tariffario, pari al 25%. La quantificazione finale dell'effetto finanziario è pari a 83 milioni per la seconda metà del 2010 e 200 milioni per il 2011.

Il sistema di pedaggiamento a regime sarà adottato, al più tardi, a partire dal 1° gennaio 2012 e prevede il pedaggiamento diretto delle tratte autostradali gestite da ANAS mediante l’introduzione di un sistema di esazione di tipo free flow in luogo dei tradizionali caselli. Le maggiori entrate sono quantificabili in circa 315 milioni annui. Per la stima di tale quantificazione, la RT fa riferimento ad un ammontare presuntivo di km percorsi sulla rete Anas, pari a 4.987.300.000 km, cui associa la tariffa media ponderata dell'intero settore autostradale (0,07084 euro/km), giungendo a quantificare i ricavi da pedaggio complessivi in circa 350 milioni annui, poi decurtati di un 10% per tener conto del mancato riconoscimento del veicolo, giungendo pertanto a definitivi 315 milioni a partire dal 2012.

Per quanto concerne l'incremento dei canoni autostradali corrisposti dai concessionari ad Anas, la RT parte dai km percorsi sulla rete autostradale distinti per classi (classe A: 66.766.353.254 km; classe B: 8.026.161.541 km; classe 3: 1.500.936.508 km; classe 4: 877.936.619 km; classe 5: 8.367.306.951 km), e moltiplica tali percorrenze, opportunamente sommate per tener conto degli incrementi comuni:

§      per 1 millesimo di euro (classi A e B) e 3 millesimi di euro (classi 3,4 e 5); riportando l’importo risultante su 5 mesi;

§      per 2 millesimi di euro (classi A e B) e 6 millesimi di euro (classi 3,4, e 5) per il calcolo degli anni dal 2011 in poi.

L'Anas incamererà 45 milioni in più dai concessionari per l'anno corrente, che verranno detratti dagli stanziamenti statali, e 320 milioni a partire dal 2011, cui corrisponderà un risparmio per lo Stato pari a 308,8 milioni, stando all’importo dello stanziamento previsto a legislazione vigente per il corrispettivo di servizio ANAS.

Sotto il profilo tecnico di attuazione, la RT specifica che lo stanziamento ANAS iscritto in bilancio per l’anno 2010 a titolo di corrispettivo di servizio è definanziato di 45 milioni. Inoltre, le somme iscritte in conto residui, relative ai contributi annui dovuti dallo Stato alla medesima società per investimenti relativi a opere e interventi di manutenzione straordinaria, anche in corso di esecuzione, sono versate all’entrata di bilancio dello Stato e costituiscono economia di bilancio, per 83 milioni nel 2010, 200 milioni per il 2011 e 315 milioni per gli anni successivi. A decorrere dal 2011 non sono effettuati trasferimenti ad ANAS a carico del bilancio dello Stato a titolo di corrispettivo di servizio.

 


La RT riassume come segue i minori oneri dovuti dallo Stato nei confronti di Anas Spa:

(milioni di euro)

 

2010

2011

2012

2013

Anni successivi

Pedaggiamento

83

200

315

315

315

Sovracanoni (effetti per fabbisogno e indebitamento)

45

320

320

320

320

Sovracanoni (effetti SNF)

45

308,80

308,80

308,80

308,80

 

La relazione tecnica riferita al maxiemendamento presentato al Senato, con riferimento al comma 6-sexies, nel ribadire il contenuto della norma, dichiara che la stessa non determina effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che la relazione tecnica riferita al testo originario del provvedimento, con riferimento al pedaggiamento forfettario in vigore fino al 2011, non fornisce in maniera esaustiva gli elementi per il calcolo delle maggiori entrate in capo all’ANAS, cui corrispondono minori oneri per la finanza pubblica. In particolare, non vengono forniti i dettagli relativi al numero di veicoli che rientrano, rispettivamente, nelle classi di pedaggio A e B e quelli che rientrano nelle classi 3, 4 e 5 né le modalità con cui è stato calcolato il vincolo che impone all’incremento di non eccedere il 25% del pedaggio altrimenti dovuto.

In proposito, si ricorda che il Governo[5], in risposta alle osservazioni formulate durante l’esame al Senato del provvedimento, con riferimento al pedaggiamento forfettario ha affermato che l’associazione dei transiti alle categorie dei veicoli, il costo di esazione e gli effetti calmieratori del plafond del 25% sono stati effettuati sulla base delle stime fornite dall’ANAS. Con riferimento al paventato “effetto sostituzione”, il Governo ritiene che lo stesso possa considerarsi marginale visto che la maggiorazione prevista appare contenuta nell’ammontare, in quanto non proporzionale alla distanza percorsa e tenuto conto del limite massimo di incremento del 25% del pedaggio altrimenti dovuto. Il Governo afferma inoltre che occorre considerare il costo economico da associare ai maggiori tempi di spostamento correlati all’utilizzo di uscite alternative, non compensato dal mancato pagamento della maggiorazione tariffaria prevista. A ciò aggiunge che storicamente non si è mai verificata una diminuzione del traffico sic et sempliciter per i tratti interessati dall’applicazione di aumenti tariffari.

Per quanto riguarda la fase di pedaggiamento a regime, il Governo ha ricordato che la relativa disciplina è demandata ad apposito decreto con il quale saranno stabiliti i criteri e le modalità per l’applicazione del pedaggio, individuando le tratte su cui quest’ultimo sarà introdotto. In tale fase sarà possibile precisare gli elementi tecnici e i livelli tariffari in base ai quali la disposizione troverà applicazione.

Con riferimento ai costi connessi all’installazione dei sistemi di rilevamento, il Governo ha assicurato che gli stessi sono stati considerati, anche se non esplicitamente evidenziati, all’interno della quota del 10% di riduzione dei ricavi, indicata come “mancato riconoscimento veicoli”. Infatti, della suddetta quota circa il 3% rappresenta la stima della quota di ammortamento del costo dell’impianto di esazione. Il Governo ricorda che per l’installazione di tale impianto l’ANAS dovrà bandire una gara a evidenza pubblica. Infine, il Governo ha precisato che per la stima dei ricavi si è tenuto conto del potenziale “effetto sostituzione” al momento di quantificare i chilometri percorsi.

Riguardo alla quantificazione delle entrate a regime a seguito dell’introduzione del pedaggio su alcuni tratti delle reti ANAS, appare altresì opportuno un chiarimento da parte del Governo circa il parametro relativo al chilometraggio utilizzato. Dal tenore della risposta fornita durante l’esame al Senato, infatti, emerge che lo stesso sarà determinato con successivo decreto in base alle tratte su cui quest’ultimo sarà applicato. Al contrario, i parametri utilizzati nella RT fanno riferimento ad un ammontare presuntivo di km percorsi sulla rete Anas, pari a 4.987.300.000 km, cui si associa la tariffa media ponderata dell'intero settore autostradale (0,07084 euro/km).

Con riferimento alla quantificazione operata dalla relazione tecnica relativa ai sovracanoni corrisposti dai concessionari ad Anas, si rileva che, in base agli elementi forniti, la quota relativa all’esercizio 2010 risulta sottostimata di circa 9 milioni di euro (circa 54 milioni anziché 45 milioni), posto che l’entrata in vigore delle disposizioni è intervenuta il 1° luglio 2010. Tale differenza infatti sembra presumibilmente dovuta al riporto del calcolo per il 2010 su 5 mesi, come specificato nella relazione tecnica riferita al testo originario del provvedimento, (con l’entrata in vigore dal 1° agosto) anziché su 6 mesi (con l’entrata in vigore al 1° luglio).

Relativamente alla possibilità che al crescere della quota di bilancio rappresentata dai ricavi tariffari l’ANAS possa fuoriuscire dal perimetro delle PA, il Governo ha fatto presente che, ai fini dei conti nazionali, tra i costi di produzione dell’ANAS, ossia nel denominatore del rapporto valido ai fini della valutazione della natura market di un’unità istituzionale, rientra il valore dell’ammortamento della rete stradale di competenza, calcolata secondo il metodo dell’inventario permanente sulla base della serie storica degli investimenti della società. Ne consegue che, anche incrementando del valore riportato nella relazione tecnica i ricavi di mercato dell’ANAS, questi non raggiungeranno verosimilmente la quota del 50% dei costi, necessaria alla riclassificazione della società.

Con riferimento al comma 6-sexies, come evidenziato dalla RT, si rileva che la norma non sembra suscettibile di determinare effetti diretti ed immediati sui saldi di finanza pubblica.

Tuttavia, ai fini di una più esaustiva valutazione delle possibili implicazioni di carattere finanziario, andrebbero acquisiti elementi circa l’attuale situazione relativa all’affidamento e alla realizzazione delle tratte autostradali interessate, ai relativi rapporti concessori  e agli organismi eventualmente già costituiti con riferimento alle opere in questione, tenuto conto che la norma dispone che, fino al 2017, continui a far capo all’ANAS la titolarità delle funzioni di soggetto concedente ed aggiudicatore.

 

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

L’8 luglio 2008 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva che modifica la direttiva 1999/62/CE sulla tassazione di autoveicoli pesanti adibiti al trasporto di merci su strada per l'uso di talune infrastrutture (COM(2008)436/3).

La proposta prevede, in particolare, l’istituzione di un quadro che consenta agli Stati membri di calcolare e modulare i pedaggi - sulla base di princìpi di tariffazione comunitenendo conto dei costi dell’inquinamento generato dal traffico e della congestione. Le entrate derivanti dalla riscossione dei pedaggi dovranno essere utilizzate dagli Stati membri al fine di migliorare la sostenibilità dei trasporti. La Commissione sottolinea la necessità di evitare un’eccessiva tassazione degli utenti, in particolare allorché un onere basato sui costi della congestione e dell’inquinamento è combinato con un onere destinato a recuperare il costo dell’infrastruttura. La proposta in esame, infine, estende il campo di applicazione della direttiva 1999/62/CE al di là della rete transeuropea per evitare differenze nella tariffazione tra i maggiori corridoi ed altre strade urbane. E’ fatta salva, tuttavia, la facoltà per gli Stati membri di applicare sulle strade urbane oneri destinati espressamente a ridurre la congestione o a combattere l’impatto ambientale negli agglomerati urbani.

La proposta, che segue la procedura legislativa ordinaria, è stata esaminata in prima lettura dal Parlamento europeo l’11 marzo 2009. Il 15 ottobre 2010 il Consiglio dovrebbe raggiungere l’accordo politico in vista della posizione comune che verrà adottata in una delle sessioni successive.

 


 

Articolo 15, commi 6–6-quinquies
(Aumento delle basi di calcolo dei sovracanoni e altre norme riguardanti le concessioni di grandi derivazioni d’acqua per uso idroelettrico)

 


6. Per i comuni e i consorzi dei bacini imbriferi montani, a decorrere dal 1o gennaio 2010, le basi di calcolo dei sovracanoni previsti agli articoli 1 e 2 della legge 22 dicembre 1980, n. 925, per le concessioni di grande derivazione di acqua per uso idroelettrico, sono fissate rispettivamente in 28,00 euro e 7,00 euro, fermo restando per gli anni a seguire l'aggiornamento biennale previsto dall'articolo 3 della medesima legge n. 925 del 1980 alle date dalla stessa previste.

6-bis. Al primo comma dell'articolo 3 della legge 27 dicembre 1953, n. 959, le parole: «, e fino alla concorrenza di esso,» sono soppresse.

6-ter. All'articolo 12 del decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, sono apportate le seguenti modificazioni:

     a) al comma 1 dopo le parole: «avendo particolare riguardo ad un'offerta di miglioramento e risana­mento ambientale del bacino idrogra­fico di pertinenza e di aumento dell'energia prodotta o della potenza installata» sono aggiunte le seguenti: «nonché di idonee misure di compensa­zione territoriale»;

     b) dopo il comma 1 è inserito il seguente:

«1-bis. Al fine di consentire il rispetto del termine per l'indizione delle gare e garantire un equo indennizzo agli operatori economici per gli investimenti effettuati ai sensi dell'articolo 1, comma 485, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, le concessioni di cui al comma 1 sono prorogate di cinque anni»;

     c) il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. Il Ministero dello sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, previa intesa con la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, determina, con proprio provvedimento ed entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, i requisiti organizzativi e finanziari minimi, i parametri ed i termini concernenti la procedura di gara in conformità a quanto previsto al comma 1, tenendo conto dell'interesse strategico degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e del contributo degli impianti idroelettrici alla copertura della domanda e dei picchi di consumo»;

     d) il comma 8 è sostituito dal seguente:

«8. In attuazione di quanto previsto dall'articolo 44, secondo comma, della Costituzione, e allo scopo di consentire la sperimentazione di forme di compartecipazione territoriale nella gestione, le concessioni di grande deri­vazione d'acqua per uso idroelettrico in vigore, anche per effetto del comma 7 del presente articolo, alla data del 31 dicembre 2010, ricadenti in tutto o in parte nei territori delle province individuate mediante i criteri di cui all'articolo 1, comma 153, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, le quali siano conferite dai titolari, anteriormente alla pubblicazione del relativo bando di indizione della gara di cui al comma 1 del presente articolo, a società per azioni a composizione mista pubblico-privata partecipate nella misura complessiva minima del 30 per cento e massima del 40 per cento del capitale sociale dalle province individuate nel presente comma e/o da società controllate dalle medesime, fermo in tal caso l'obbligo di individuare gli eventuali soci delle società a controllo provinciale mediante procedure competitive, sono prorogate a condizioni immutate per un periodo di anni sette, decorrenti dal termine della concessione quale risultante dall'appli­cazione delle proroghe di cui al comma 1-bis. La partecipazione delle predette province nelle società a composizione mista previste dal presente comma non può comportare maggiori oneri per la finanza pubblica»;

     e) dopo il comma 8 è inserito il seguente:

«8-bis. Qualora alla data di scadenza di una concessione non sia ancora con­cluso il procedimento per l'individua­zione del nuovo concessionario, il concessionario uscente proseguirà la gestione della derivazione, fino al subentro dell'aggiudicatario della gara, alle stesse condizioni stabilite dalle normative e dal disciplinare di conces­sione vigenti. Nel caso in cui in tale periodo si rendano necessari interventi eccedenti l'ordinaria manutenzione, si applica il disposto di cui all'articolo 26 del testo unico di cui al regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775»;

     f) dopo il comma 10 è inserito il seguente:

«10-bis. Le concessioni di grande derivazione ad uso idroelettrico ed i relativi impianti, che sono disciplinati da convenzioni internazionali, riman-gono soggetti esclusivamente alla legislazione dello Stato, anche ai fini della ratifica di ogni eventuale accordo internazionale integrativo o modificati­vo del regime di tali concessioni».

6-quater. Le disposizioni dei commi 6, 6-bis e 6-ter del presente articolo si applicano fino all'adozione di diverse disposizioni legislative da parte delle regioni, per quanto di loro competenza.

6-quinquies. Le somme incassate dai comuni e dallo Stato, versate dai concessionari delle grandi derivazioni idroelettriche, antecedentemente alla sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 14-18 gennaio 2008, sono definitivamente trattenute dagli stessi comuni e dallo Stato.


 

 

Il Senato ha modificato il comma 6 dell'articolo 15 del decreto-legge in esame ed ha introdotto i commi da 6-bis a 6-quinquies, in materia di concessioni di derivazione di acqua per uso idroelettrico.

Il comma 6, come modificato, prevede, a decorrere dal 1° gennaio 2010, per i comuni e i consorzi dei bacini imbriferi montani, un aumento delle basi di calcolo dei sovracanoni per le concessioni di grandi derivazioni di acqua per uso idroelettrico, previsti agli articoli 1 e 2 della legge 22 dicembre 1980, n. 925 (Nuove norme relative ai sovracanoni in tema di concessioni di derivazioni d'acqua per produzione di forza motrice).

Si ricorda che, ai sensi del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775 (Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici) sono considerate grandi derivazioni quelle che, per produzione di forza motrice, eccedono il limite di potenza nominale media annua di 3.000 kW.

Le nuove basi di calcolo previste dal comma in esame sono fissate, fermo restando per gli anni a seguire l’aggiornamento biennale previsto dall’art. 3 della citata legge 925/1980:

§       a 28 euro per il sovracanone di cui all’art. 1 della L. 925/1980, cui sono soggetti i concessionari di grandi derivazioni d'acqua per produzione di forza motrice con potenza nominale media superiore a 220 KW, le cui opere di presa (ai sensi dell'ottavo comma dell'art. 1 della L. 959/1953 richiamato dal citato art. 1 della L. 925/1980) siano situate in tutto o in parte nell'ambito del perimetro imbrifero montano.

Si ricorda che la misura del citato sovracanone annuo è stata fissato da ultimo, per il biennio 1° gennaio 2010-31 dicembre 2011, in euro 21,08 per ogni kW di potenza nominale media concessa o riconosciuta dal D.Dirett. 25 novembre 2009.

§       a 7 euro per il sovracanone previsto dall’art. 2 della L. 925/1980 a favore dei comuni rivieraschi e delle rispettive province, a carico del concessionario, per ogni kW nominale concesso.

Si ricorda che la misura di tale sovracanone è stata prima aggiornata dal comma 10 dell'art. 31 della legge finanziaria per il 2003 (L. 289/2002), che le ha fissate a 4,50 euro a decorrere dal 1° gennaio 2003. Successivamente, gli aggiornamenti della misura sono stati effettuati con decreti del direttore dell'Agenzia del demanio: l'ultima revisione, effettuata con D. Dirett. 20 gennaio 2010, prevede che la misura del sovracanone sia elevata per il periodo 2010-2011 a 5,27 euro per ogni kW di potenza nominale media concessa o riconosciuta per derivazioni d'acqua, a scopo di produzione di energia elettrica, con potenza nominale superiore a 220 kW.

 

Il comma 6-bis novella il primo comma dell'articolo 3 della citata legge n. 959 del 1953. Il testo risultante dalla modifica prevede la possibilità, per i consorzi o, in mancanza di essi, per i comuni compresi nel bacino imbrifero montano, di chiedere, in sostituzione del sovracanone previsto, la fornitura diretta di energia elettrica, eliminando il limite della concorrenza del sovracanone stesso.

Si ricorda che la legge n. 959 del 27 dicembre 1953 recante Norme modificatrici del T.U. delle leggi sulle acque e sugli impianti elettrici, all’articolo 1, ottavo comma, ha introdotto l’obbligo di pagamento di un sovracanone annuo a carico dei i produttori di energia idroelettrica, le cui opere di presa siano situate in tutto o in parte nell’ambito del perimetro imbrifero montano. I Comuni che in tutto o in parte sono compresi in ciascun bacino imbrifero si costituiscono in consorzio obbligatorio qualora ne facciano domanda non meno di tre quinti di essi, per la gestione delle entrate dovute al sovracanone versato dai concessionari di derivazioni d'acqua pubblica per la produzione di forza motrice, che hanno opere di presa all'interno del bacino imbrifero montano (art. 1, secondo comma). L’articolo 1 della legge ha disposto, inoltre, che i comuni già rivieraschi e quei comuni che in conseguenza di nuove opere vengano a rivestire i caratteri di comuni rivieraschi ai sensi dell’articolo 52 del TU approvato con RD n. 1775/1933 (Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e impianti elettrici), fanno parte di diritto del bacino imbrifero, anche se non vengono inclusi nel perimetro del bacino imbrifero stesso (quinto comma).

L’articolo 3 della legge ha inoltre previsto che i consorzi destinatari dell’indennizzo possano scegliere, in sostituzione del sovracanone, e fino alla concorrenza di esso, la fornitura diretta di energia elettrica (400 kWh per Kw di potenza nominale media, in centrale ad alta tensione, e 300 kWh per Kw di potenza nominale media, in cabina di trasformazione a bassa tensione).

Si ricorda che i bacini imbriferi montani, stabiliti e perimetrati per decreto del Ministero dei lavori pubblici (soppresso dal D.Lgs. 300/1999 e attualmente accorpato al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti), sono quell'insieme di territori le cui acque confluiscono in un fiume o in un lago. E’ stabilito inoltre che, nel caso della costituzione di Consorzio, il sovracanone è attribuito ad un fondo comune, a disposizione del consorzio o dei consorzi compresi nel perimetro interessato, il quale fondo è impiegato esclusivamente a favore del progresso economico e sociale delle popolazioni, nonché ad opere di sistemazione montana che non siano di competenza dello Stato (art. 1, quattordicesimo comma).

 

Il comma 6-ter novella l'articolo 12 del D.Lgs. 79/1999[6], riguardante le concessioni idroelettriche, modificandone i commi 1, 2 e 8 ed introducendo i commi 1-bis, 8-bis e 10-bis.

Si ricorda che l’articolo 12 del D.Lgs. 79/1999 (c.d. decreto Bersani), di liberalizzazione del settore elettrico - già modificato dalla L. 266/2005 (finanziaria 2006) che ai commi 483-492 ha novellano la disciplina delle concessioni idroelettriche generalizzando, rispetto alla disciplina previgente, la gara ad evidenza pubblica quale procedura di assegnazione delle concessioni di grande derivazione d’acqua per uso idroelettrico – ai commi 1 e 2, oggetto di modifica da parte della norma in esame, prevede l’indizione di una gara ad evidenza pubblica da parte dell’amministrazione competente per l’attribuzione a titolo oneroso della concessione per un periodo trentennale, cinque anni prima dello scadere della concessione e nei casi di decadenza, rinuncia, revoca e laddove l’amministrazione competente non ritenga sussistere un prevalente interesse pubblico ad un uso diverso delle acque, in tutto o in parte incompatibile con il mantenimento dell’uso a fine idroelettrico. La gara viene indetta nel rispetto della normativa vigente e dei principi fondamentali di tutela della concorrenza, libertà di stabilimento, trasparenza e non discriminazione. L’amministrazione deve tener conto dell’offerta di miglioramento e risanamento ambientale del bacino idrografico di pertinenza e di aumento dell’energia prodotta o della potenza installata. Restano ferme le condizioni di compatibilità della concessione, come enunciate dal comma 4 dell’articolo 12. Il comma 8 dispone che per le concessioni la cui scadenza sia fissata a dopo il 31 dicembre 2010 si applichino i termini di scadenza stabiliti nell'atto di concessione.

 

Di seguito si illustrano le modifiche apportate dal comma 6-ter all’articolo 12 del D.Lgs. 79/1999:

§       modifica al comma 1 dell’art. 12 cit. che aggiunge ai criteri già previsti (offerta di miglioramento e risanamento ambientale del bacino idrografico di pertinenza e aumento dell'energia prodotta o della potenza installata), in base ai quali viene indetta una gara ad evidenza pubblica, per l'attribuzione a titolo oneroso della concessione di grande derivazione d'acqua per un periodo di durata trentennale, anche quello della presenza di idonee misure di compensazione territoriale.

§      introduzione del comma 1-bisall'articolo 12 che proroga di cinque anni le concessioni di grande derivazione d'acqua per uso idroelettrico, al fine di consentire il rispetto dell'indizione delle gare e di garantire un equo indennizzo agli operatori economici per gli investimenti effettuati ai sensi dell'articolo 1, comma 485, della legge finanziaria 2006.

Il citato comma 485 ha previsto la proroga di dieci anni, rispetto alle pertinenti scadenze, di tutte le grandi concessioni di derivazione idroelettrica in corso alla data di entrata in vigore della legge finanziaria, a condizione che fossero effettuati interventi di ammodernamento degli impianti conformi alle indicazioni riportate al successivo comma 487, che definiva i criteri in base ai quali si doveva far luogo alla valutazione di congruità degli interventi di ammodernamento degli impianti.

Sull'argomento è intervenuta la Corte Costituzionale, con sentenza n. 1 del 2008, dichiarando l’illegittimità del citato comma 485, considerato lesivo delle competenze regionali, in quanto, pur riconducendo la disposizione statale censurata alla competenza concorrente in materia di «produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia», di cui all'art. 117, terzo comma, della Costituzione, la previsione di una proroga di dieci anni delle concessioni in atto costituisce una norma di dettaglio.

§       sostituzione dell'intero comma 2 dell’art. 12 cit, che introduce il termine di sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge per l'adozione, da parte del Ministero dello sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, di apposito provvedimento con il quale vengono determinati i requisiti organizzativi e finanziari minimi, i parametri ed i termini concernenti la procedura di gara di cui al comma 1 dello stesso art. 12.

Rispetto al testo vigente, per l’emanazione del provvedimento interministeriale, adottato di concerto dai Ministri dell’ambiente e dello sviluppo economico, non viene più richiesto il parere del gestore della rete di trasmissione nazionale, ma la previa intesa della Conferenza unificata. Nel nuovo testo del comma 2 sono inoltre specificati ulteriori criteri da osservare nell’adozione del citato provvedimento. Viene infatti previsto che si tenga conto dell'interesse strategico degli impianti alimentati da fonti rinnovabili e del contributo degli impianti idroelettrici alla copertura della domanda e dei picchi di consumo.

§       sostituzione del comma 8. Il comma riformulato proroga, a condizioni immutate, di ulteriori sette anni, oltre il termine di cinque già previsto dal comma 1-bis introdotto dall'emendamento in esame, le concessioni per uso idroelettrico in vigoreal 31 dicembre 2010, conferite dai titolari, anteriormente alla pubblicazione del bando di indizione della gara, a società per azioni a composizione mista pubblico-privata partecipate nella misura complessiva minima del 30% e massima del 40% del capitale sociale dalle province e/o da società controllate dalle medesime, fermo in tal caso l'obbligo di individuare gli eventuali soci delle società a controllo provinciale mediante procedure competitive. La partecipazione delle predette province nelle società a composizione mista previste dal presente comma non può comportare maggiori oneri per la finanza pubblica.

La norma in commento, attuativa dell’art. 44 Cost[7]. e finalizzata a consentire la sperimentazione di forme di compartecipazione territoriale nella gestione, si applica (secondo quanto indicato dalla disposizione stessa) alle concessioni ricadenti in tutto o in parte nei territori delle province individuate mediante i criteri di cui all'art. 1, comma 153, della L. 296/2006 (finanziaria 2007). Relativamente alla vigenza delle concessioni per le quali è prevista la proroga, la norma in esame si applica anche alle concessioni in vigore per effetto del comma 7 dell’art. 12, il quale ha prorogato le concessioni scadute o in scadenza entro il 31 dicembre 2010 fino a tale ultima data.

Si ricorda che il citato comma 153 ha demandato ad apposito DM economia e finanze l’individuazione delle province alle quali può essere assegnata, nel limite di spesa di 8 milioni di euro per ciascuno degli anni 2007-2009 e (ai sensi dell’art. 2, comma 40, della L. 191/2009) 2010, la diretta riscossione dell'addizionale sul consumo di energia elettrica concernente i consumi relativi a forniture con potenza impegnata superiore a 200 kW, in deroga alle disposizioni di cui all'art. 6 del D.L. 511/1988 (convertito dalla L. 20/1989), per le province confinanti con le province autonome di Trento e di Bolzano, per quelle confinanti con la Confederazione elvetica e per quelle nelle quali oltre il sessanta per cento dei comuni ricade nella zona climatica F prevista dal D.P.R. 412/1993, con priorità per le province in possesso di almeno 2 dei predetti parametri.

§       aggiunta del nuovo comma 8-biscon il quale si prevede che il concessionario uscente, qualora alla data di scadenza di una concessione non sia ancora concluso il procedimento per l'individuazione del nuovo concessionario, debba proseguire la gestione della derivazione fino al subentro dell’aggiudicatario della gara, alle stesse condizioni stabilite dalle normative e dal disciplinare di concessione vigente. Nel caso in cui in tale periodo si rendano necessari interventi eccedenti l'ordinaria manutenzione, si applica quanto previsto dall'articolo 26 del RD n. 1775 del 1933, in base al quale il Ministro delle infrastrutture può ordinare l'esecuzione di quanto è necessario per la piena efficienza e per il normale sviluppo degli impianti, stabilendo che l'onere eccedente l'ordinaria manutenzione debba essere sostenuto dallo Stato in quanto non ammortizzabile nell'ultimo quinquennio.

§       aggiunta del nuovo comma 10-bis cheprecisa, infine, che le concessioni di grande derivazione ad uso idroelettrico ed i relativi impianti, che sono disciplinati da convenzioni internazionali, sono soggetti esclusivamente alla legislazione dello Stato, anche ai fini della ratifica di ogni eventuale accordo internazionale integrativo o modificativo del regime di tali concessioni.

 

Il comma 6-quater dispone che quanto previsto dai precedenti commi si applichi fino all'adozione di diverse disposizioni legislative da parte delle regioni, per quanto di loro competenza.

Si ricorda che la competenza al rilascio delle concessioni di derivazione di acqua per uso idroelettrico è stata conferita alle Regioni e alle Province autonome dal D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, dal D.Lgs. 16 marzo 1999, n. 79 e dal D.Lgs. 7 novembre 2006, n. 289 (Norme di attuazione dello statuto speciale della regione autonoma Trentino Alto Adige/Sudtirol, recanti modifiche al decreto del Presidente della Repubblica 26 marzo 1977, n. 235, in materia di concessioni di grandi derivazioni d'acqua a scopo idroelettrico).

 

Il comma 6-quinquies consente di garantire i canoni già incassati dai comuni e dallo Stato per le precedenti concessioni, le cui proroghe furono annullate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 2008 di cui sopra.

 

Sulle implicazioni della citata sentenza n. 1/2008 si veda anche la risposta del Governo all’interrogazione 4-00924 Biancofiore[8].

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non ascrive effetti alla norma.

 

La relazione tecnica riferita al maxiemendamento presentato al Senato, oltre a riproporre il contenuto delle norme modificate o introdotte, afferma che:

§      con riferimento alle modifiche apportate al comma 6, le basi di calcolo dei sovracanoni dovuti dai concessionari di grandi derivazioni d’acqua per uso idroelettrico a comuni e consorzi imbriferi montani, sono determinati rispettivamente nella misura di 28 euro e 7 euro. La RT ricorda altresì che il decreto direttoriale 25 novembre 2009 prevedeva per il biennio 2010-2011 l’importo di 21,08 euro;

§      con riferimento al comma 6-quinquies, le somme versate dai concessionario e incassate dai comuni e dallo Stato vengono trattenute dai suddetti enti, in modo da evitare l’insorgere di effetti negativi per la finanza pubblica.

 

In merito ai profili di quantificazione, con riferimento al comma 6, relativo alle basi di calcolo per il sovracanone dovuto dai concessionari ai comuni e ai consorzi dei bacini imbriferi, fissati dal 1° gennaio 2010 rispettivamente in 28 euro per i comuni e in 7 euro per i consorzi imbriferi montani, la relazione tecnica riferita al maxiemendamento non consente di quantificare la portata finanziaria degli aumenti previsti per gli enti interessati (da euro 21,08 a euro 28 per i comuni e da euro 5,27 a euro 7 per i comuni imbriferi).

Riguardo al comma 6-ter, lettere b) e d), che reca proroghe delle concessioni di derivazione idroelettrica, si osserva in linea generale che tale differimento non sembra comportare immediati riflessi finanziari a carico del bilancio pubblico. Tuttavia, tali proroghe sottraggono le concessioni all’ottica concorrenziale derivante dal ricorso a procedure di evidenza pubblica. In proposito, pare opportuno acquisire chiarimenti da parte del Governo circa i possibili riflessi finanziari relativi ai bilanci degli enti interessati dalle concessioni in esame e la compatibilità delle proroghe con la normativa europea in materia.


 

Articolo 15, comma 6-sexies
(Autovie venete)

 


6-sexies. All'articolo 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, dopo il comma 289, è inserito il seguente:

«289-bis. Fino al 31 marzo 2017, l'ANAS Spa continua ad essere titolare delle funzioni e dei poteri di soggetto concedente e aggiudicatore, relativa­mente all'infrastruttura autostradale in concessione ad Autovie Venete Spa (A4 Venezia-Trieste, A28 Portogruaro-Pordenone- Conegliano e il raccordo autostradale Villesse-Gorizia). A partire dal 1o aprile 2017, le medesime funzioni e i medesimi poteri sono trasferiti, con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da ANAS Spa ad un soggetto di diritto pubblico che subentra in tutti i diritti attivi e passivi inerenti alle funzioni e ai poteri di soggetto concedente e aggiudicatore e che viene appositamente costituito in forma societaria e partecipato dalla stessa ANAS Spa e dalle regioni Veneto e Friuli-Venezia Giulia o da soggetti da esse interamente partecipati».


 

 

Il comma 6-sexies dell’articolo 15, inserito durante l’iter al Senato, introduce, tramite un comma aggiuntivo 289-bis all’art. 2 della L. 244/2007 (finanziaria 2008), speciali disposizioni in merito alle seguenti infrastrutture autostradali che l’Anas S.p.A. ha affidato in concessione ad Autovie Venete S.p.A.:

§       A4 Venezia-Trieste;

§       A28 Portogruaro-Pordenone-Conegliano;

§       raccordo autostradale Villesse-Gorizia.

 

Per tali infrastrutture, la titolarità delle funzioni e dei poteri di soggetto concedente e aggiudicatore:

§      fino al 31 marzo 2017 continua ad essere dell’Anas;

§      dal 1° aprile 2017 è trasferita, mediante D.M. infrastrutture e trasporti, ad un soggetto di diritto pubblico che subentra in tutti i diritti attivi e passivi inerenti le funzioni e i poteri di soggetto concedente e aggiudicatore e che viene appositamente costituito in forma societaria e partecipato dalla stessa Anas e dalle regioni Veneto e Friuli o da soggetti da esse interamente partecipati'.

 

Il comma in esame declina legislativamente per le infrastrutture autostradali citate, le disposizioni relative al cd. federalismo infrastrutturale che il comma 289 della citata L. 244/2007 ha previsto in via generale.

 

Si ricorda che con il comma 289 dell’art. 2 della legge n. 244/2007 (legge finanziaria 2008), è stato introdotto nell’ordinamento nazionale il cd. federalismo infrastrutturale per la realizzazione di infrastrutture autostradali di esclusivo interesse regionale previste dagli strumenti di programmazione vigenti.

In applicazione delle citate disposizioni introdotte con le leggi finanziarie 2007 e 2008, sono state costituite apposite società in Molise, Veneto, Lazio, Lombardia e Piemonte.

Relativamente al Veneto, nella recente relazione della Corte dei conti sulla gestione finanziaria dell’Anas per l’esercizio 2008[9], si legge che “in data 1° marzo 2008 è stata costituita una specifica società mista tra ANAS e la Regione Veneto denominata Autostrade per il Veneto Spa, con una dotazione iniziale di 805 milioni di euro, finalizzata, quale concessionaria, allo svolgimento delle attività di sola gestione del raccordo stradale di collegamento tra i tronchi Venezia-Padova e Venezia-Trieste dell’Autostrada A4 (cd. Passante di Mestre).

Successivamente, l’articolo 3-ter del D.L. 135/2009 ha limitato la costituzione di società miste Anas-regioni alla sola realizzazione di infrastrutture autostradali di esclusivo interesse regionale nonché alle sole funzioni di concedente escludendo quelle di concessionario, ridimensionando, di fatto, le predette norme della legge finanziaria 2008. Il comma 2 ha fatto peraltro salvi i poteri e le funzioni conferite ai soggetti pubblici già costituiti alla data di entrata in vigore della legge di conversione, per i quali trova applicazione il testo previgente del citato comma 289. In tal modo sono fatti salvi anche i poteri di concessionario attribuiti alla citata società per azioni costituita pariteticamente tra l’Anas Spa e la Regione Veneto, dal comma 290 dell’art. 2 della legge n. 244/2007.

 

Profili finanziari

Per quanto concerne i profili finanziari inerenti la disposizione in esame, si rinvia alla scheda di lettura relativa all’articolo 15, commi 1-5.

 


 

Articolo 16
(Costituzione di un Fondo nello stato di previsione dell’economia e delle finanze per la riassegnazione delle maggiore entrate derivanti da utili e dividendi da partecipazione in enti pubblici non compresi nel conto consolidato della PA che eccedano l’ammontare iscritto nel bilancio di previsione degli anni 2011 e 2012)

 


1. Le maggiori entrate che si dovessero realizzare negli anni 2011 e 2012 per utili e dividendi non derivanti da distribuzione riserve, versati all'entrata del bilancio dello Stato da società partecipate e istituti di diritto pubblico non compresi nel settore istituzionale delle amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, eccedenti l'ammontare iscritto nel bilancio di previsione dei corrispondenti anni e considerate nei saldi di finanza pubblica, sono riassegnate, fino all'importo massimo di 500 milioni di Euro, ad un apposito Fondo istituito nello stato di previsione del Ministero dell'Economia e delle Finanze per essere prioritariamente utilizzate per concorrere agli oneri relativi al pagamento degli interessi sul debito pubblico; per l'eventuale restante parte le somme sono riassegnate al Fondo di ammortamento dei titoli di Stato.

2. Con decreto del Ministro dell'Economia e delle finanze sono stabilite le modalità di utilizzo delle somme affluite nel Fondo di cui al comma 1.

3. L'attuazione del presente articolo non deve comportare un peggioramento dei saldi programmatici di finanza pubblica concordati in sede europea.


 

 

L’articolo 16 prevede la riassegnazione, fino all’importo massimo di 500 milioni di euro, ad un apposito Fondo costituito nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, delle maggiori entrate del bilancio dello Stato derivanti da utili e dividendi da partecipazione in società o istituti di diritto pubblico non compresi nel settore delle amministrazioni pubbliche, che eccedano l'ammontare iscritto nel bilancio di previsione per gli anni 2011 e 2012 e che siano già considerate nei tendenziali dei saldi di finanza pubblica.

La destinazione al predetto Fondo è finalizzata, prioritariamente, a concorrere agli oneri relativi al pagamento degli interessi sul debito pubblico e, per l'eventuale restante parte, le somme sono riassegnate al Fondo di ammortamento dei titoli di Stato.

Si ricorda che il Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato è stato istituito dalla legge n. 432 del 1993[10] con l’obiettivo di destinare i proventi delle operazioni di privatizzazione alla riduzione del debito pubblico. Attualmente il Fondo è disciplinato dal Capo III del Titolo I (artt. 44-52) del D.Lgs n. 398 del 2003, recante il Testo unico delle disposizioni legislative in materia di debito pubblico.

 

Le amministrazioni pubbliche in oggetto non devono essere ricomprese nel settore istituzionale delle amministrazioni pubbliche individuate all’articolo 1, comma 3, della legge n. 196 del 2009, vale a dire gli enti pubblici rientranti nel conto consolidato della pubblica amministrazione redatto annualmente dall’ISTAT (elenco del c.d. settore S13).

 

Si ricorda che l’ultimo elenco disponibile è stato redatto dall’ISTAT in data 31 luglio 2009 ed è in corso di redazione per il nuovo rilascio in data 31 luglio 2010. La compilazione di tale elenco risponde a norme classificatorie proprie del sistema statistico nazionale e comunitario. Secondo il SEC95, ogni unità istituzionale viene classificata nel Settore S13 sulla base di criteri di natura prevalentemente economica, indipendentemente dal regime giuridico che la governa[11]. Seguendo tali criteri, le unità classificate nel settore istituzionale delle amministrazioni Pubbliche sono a) gli organismi pubbliciche gestiscono e finanziano attività che consistono principalmente nel fornire alla collettività beni e servizi non destinabili alla vendita; b) le istituzioni senza scopo di lucroche agiscono da produttori di beni e servizi non destinabili alla vendita, che sono controllate e finanziate in prevalenza da amministrazioni pubbliche; c) gli enti di previdenza. Da una ricerca dell’Assonime[12], complessivamente, le società a partecipazione pubblica sarebbero più di 5000, nell'ambito delle quali circa 400 a partecipazione diretta o indiretta dello Stato (attraverso il Ministero dell'economia e delle finanze).

 

Tali maggiori entrate, che vengono versate all’entrata del bilancio dello Stato, non devono derivare da utili e dividendi distribuiti a titolo di riserva.

 

Il comma 2 attribuiscead un decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze il compito di determinare le modalità di utilizzo delle somme affluite nel predetto Fondo di cui al comma 1.

 

Il comma 3, infine, specifica infine che dall’attuazione della normativa introdotta non debbano scaturire effetti di peggioramento dei saldi programmatici di finanza pubblica concordati in sede europea.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo, riferito al testo originario, non ascrivealla norma effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

La relazione tecnica, riferita al testo originario, richiamando il contenuto della disposizione - che prevede, per il 2011 e il 2012, l’utilizzo delle eventuali maggiori entrate da dividendi dalle società partecipate, eccedenti rispetto all'ammontare iscritto nel bilancio di previsione, al fine prioritario[13] di concorrere al pagamento degli interessi sul debito pubblico, nonché ai fini dell’ammortamento del debito stesso – afferma che la stessa non incide sostanzialmente sui saldi di finanza pubblica.

 

Nulla da osservare in merito ai profili di quantificazione.

 


 

Articolo 17
(Autorizzazione per il Ministero dell’economia e delle finanze al fine di assicurare la partecipazione dell’Italia, per una spesa massima di 20 milioni di euro per l’anno 2010, al capitale della società da costituire insieme agli altri Stati membri dell’UEM per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’euro)

 


1. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad assicurare la partecipazione della Repubblica Italiana al capitale sociale della società che verrà costituita insieme agli altri Stati membri dell'area euro, in conformità con le Conclusioni del Consiglio dell'Unione europea del 9-10 maggio 2010, al fine di assicurare la salvaguardia della stabilità finanziaria dell'area euro. A tale fine è autorizzata la spesa massima di 20 milioni di euro per l'anno 2010. Agli oneri derivanti dall'attuazione del presente articolo si provvede con quota parte delle maggiori entrate derivanti dal presente provvedimento.

2. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività della società di cui al comma 1 emesse al fine di costituire la provvista finanziaria per concedere prestiti agli Stati membri dell'area euro in conformità con le Conclusioni del Consiglio dell'Unione europea del 9-10 maggio 2010 e le conseguenti decisioni che verranno assunte all'unanimità degli Stati membri dell'area euro. Agli eventuali oneri si provvede con le medesime modalità di cui all'articolo 2, comma 2 del decreto-legge 10 maggio 2010, n. 67. La predetta garanzia dello Stato sarà elencata, unitamente alle altre per le quali non è previsto il prelevamento dal fondo di riserva di cui all'articolo 26 della legge 31 dicembre 2009, n. 196, in apposito allegato dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze distinto da quello già previsto dall'articolo 31 della medesima legge.


 

 

Il comma 1 dell’articolo in esame autorizza il Ministero dell’economia e delle finanze ad assicurare la partecipazione dell’Italia, per una spesa massima di 20 milioni di euro per l’anno 2010, al capitale sociale della società che dovrà essere costituita insieme agli altri Stati membri dell’area euro per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’euro, in conformità con le conclusioni del Consiglio dell’Unione europea del 9-10 maggio 2010.

Ai suddetti oneri si provvede con quota parte delle maggiori entrate recate dal provvedimento in esame.

 

Si ricorda al riguardo che il Consiglio ECOFIN del 9 maggio 2010 ha previsto un pacchetto di misure volte a preservare la stabilità finanziaria nell’UE di ammontare complessivo pari ad un massimo di 500 miliardi di euro.

In primo luogo, il Consiglio ECOFIN ha adottato, sulla base di una proposta della Commissione, un regolamento che istituisce un meccanismo europeo di stabilizzazione. Il regolamento è fondato sull'art. 122, paragrafo 2 del Trattato sul funzionamento dell’UE, in base al quale "qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un'assistenza finanziaria dell'Unione allo Stato membro interessato. Il Presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo in merito alla decisione presa”. Il predetto regolamento non fissa espressamente la dotazione finanziaria del meccanismo. Al riguardo, le conclusioni del Consiglio ECOFIN si limitano a precisare che esso dovrebbe consentire l’attivazione di risorse fino a 60 miliardi di euro. L’attivazione del meccanismo sarà soggetta a termini e condizioni simili a quelle dell'assistenza finanziaria erogata dal FMI[14].

In aggiunta al meccanismo di stabilizzazione sopra richiamato, i rappresentanti degli Stati membri della zona euro hanno adottato una decisione, che non presenta la natura di atto giuridico dell’UE in senso stretto, che li impegna a rendere disponibili, ove necessario, ulteriori risorse mediante l'istituzione di una società speciale (special purpose vehicle)[15].

 

Il comma 2 autorizza il Ministro dell’economia e delle finanze a concedere la garanzia dello Stato sulle passività della suddetta società dirette a costituire la provvista finanziaria per la concessione di prestiti agli Stati dell’area euro.

A copertura degli eventuali oneri che, come sottolinea la relazione tecnica, presentano una natura eccezionale, si provvede con emissione di titoli di stato a medio-lungo termine, analogamente a quanto previsto dall’articolo 2, comma 2, del decreto-legge n. 67 del 2010[16], recante disposizioni urgenti per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell'area euro.

Si ricorda che, al fine di dare attuazione, per la parte relativa all’Italia, al meccanismo di stabilizzazione previsto dal Consiglio ECOFIN del 9 maggio 2010, il citato DL. n. 67 del 2010 ha autorizzato l’erogazione di prestiti in favore della Grecia, in ottemperanza al programma triennale di sostegno finanziario, fino al limite massimo complessivo di 14,8 miliardi di euro, a condizioni conformi a quelle definite a livello europeo. Ai sensi dell'articolo 2, comma 2, le risorse per finanziare le operazioni di prestito sono reperite mediante emissioni di titoli di Stato a medio-lungo termine. Qualora non sia possibile procedere all'erogazione dei prestiti nei termini concordati con le ordinarie procedure di gestione dei pagamenti, è autorizzato il ricorso ad anticipazioni di tesoreria regolate entro il termine di novanta giorni dal pagamento.

 

È altresì previsto che la suddetta garanzia venga elencata in apposito allegato dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze distinto da quello già previsto dall’articolo 31 della legge n. 196 del 2009, assieme alle altre per le quali non è previsto il prelevamento dal fondo di riserva.

La legge n. 196 del 2009 di contabilità generale prevede, all'articolo 31, che in allegato allo stato di previsione della spesa del Ministero dell'economia e delle finanze siano elencate le garanzie principali e sussidiarie prestate dallo Stato a favore di enti o altri soggetti. Il fondo di riserva per le spese obbligatorie è invece istituito, ai sensi dell'articolo 26 della stessa legge, nello stato di previsione della spesa del Ministero dell'economia e delle finanze, nella parte corrente, con una dotazione determinata, con apposito articolo, dalla legge di approvazione del bilancio.

La norma appare conseguente, come precisato dalla relazione tecnica, alla necessità di fornire una speciale copertura agli oneri sottesi, in quanto le garanzie assumono un carattere politico e non sarebbe pertanto possibile ricorrere all’usuale metodologia che presupporrebbe il prelevamento dal fondo di riserva per le spese obbligatorie, considerato altresì l’elevato ordine di grandezza dell’eventuale effetto finanziario negativo connesso al rischio di escussione.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo , allegato al testo originario del provvedimento, ascrive alla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori spese in conto capitale

20

-

-

-

20

-

-

-

-

-

-

-

 

La relazione tecnica allegata al testo originario descrive il contenuto della norme, evidenziando che l’onere di 20 milioni per il 2010 deriva dalla necessità di assicurare la partecipazione italiana al capitale sociale della società da costituire, al fine di assicurare la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’area dell’euro. La relazione afferma altresì che la garanzia dello Stato sulle passività delle società per costituire la provvista finanziaria necessaria alla concessione di prestiti agli Stati membri sarà inserita in un elenco distinto da quello già previsto dall'articolo 31 della legge n. 196 del 2006. Si tratta di un elenco relativo alle garanzie di tipo “politico”, per le quali non appare plausibile il ricorso alla usuale metodologia di copertura, attraverso il prelevamento dal fondo di riserva per le spese obbligatorie, atteso l'elevato ordine di grandezza dell'eventuale onere connesso al rischio di escussione.

 

Nel corso dell’esame presso il Senato è stato richiesto di valutare il possibile impatto del programma aggiuntivo di emissioni di titoli sulle emissioni già previste in calendario, con particolare riguardo alla possibilità di modificare il grado di collocabilità dei titoli sul mercato e determinare un eventuale peggioramento dei tassi di remunerazione da concedere. E’ stata altresì evidenziata la necessità di valutare se tale ultima circostanza possa produrre un aumento della spesa in conto interessi a carico del bilancio dello Stato che non può risultare già scontata nell'ambito degli stanziamenti a legislazione vigente.

La Nota del Governo del 17 giungo 2010, di risposta a tali osservazioni, nel rinviare a valutazioni del Dipartimento del Tesoro, ha evidenziato l’opportunità di sopprimere l’ultimo periodo del comma 1, per ragioni di coordinamento con l’articolo 55.

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che la norma, per quanto attiene agli eventuali oneri  connessi alla concessione della garanzia statale sulle passività della società da costituire tra gli Stati dell’area dell’euro, fa espresso rinvio all’art. 2, comma 2, del D.L. n. 67/2010 - che autorizza l’emissione di titoli di Stato a breve-lungo termine - precisando che i relativi importi non sono computati nel limite massimo di emissione di titoli di Stato e nel livello massimo del ricorso al mercato stabiliti dai provvedimenti di finanza pubblica.

In proposito, pur rilevando il carattere eventuale e, comunque, non predeterminabile nell’ammontare degli oneri connessi alla concessione della garanzia, si osserva che il carattere presumibilmente rilevante dell’esborso connesso ad un eventuale rischio di escussione, riconosciuto dalla stessa RT, renderebbe opportuna, a fini conoscitivi, una stima, sia pur di larga massima, della possibile entità di tale spesa e del relativo impatto sul debito pubblico nonché, attraverso la spesa per interessi, sull’indebitamento netto della P.A.

 

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Il 9 maggio 2010 i rappresentanti degli Stati membri della zona euro hanno adottato una decisione (non avente natura di atto giuridico dell’UE in senso stretto) che li impegna a rendere disponibili, ove necessario, ulteriori risorse mediante l'istituzione di una Società veicolo speciale (special purpose vehicle). La società veicolo, costituita con l'accordo dell'Eurogruppo del 7 giugno 2010, sarà garantita dagli Stati partecipanti sulla base delle quote nel capitale della BCE e potrà mettere a disposizione fino a 440 miliardi di euro, e scadrà dopo tre anni. E' prevista la partecipazione del FMI con una quota pari ad almeno la metà del contributo europeo.

 

In aggiunta a tale decisione e' stato istituito, per un periodo triennale, con Regolamento (UE) 407/2010, un meccanismo europeo di stabilizzazione, che, secondo le conclusioni del Consiglio ECOFIN - dovrebbe consentire l’attivazione di risorse fino a 60 miliardi di euro. Tale meccanismo e' soggetto a termini e condizioni simili a quelli previsti per l’erogazione dell'assistenza finanziaria da parte del FMI.

La proposta della Commissione mira in sostanza a rendere permanente il meccanismo di stabilizzazione introdotto con il regolamento (UE) 407/2010.

In particolare:

-        l'assistenza finanziaria assume la forma di un prestito o di una linea di credito garantita dagli Stati membri interessati. A tal fine, la Commissione è autorizzata, per conto dell'UE, a contrarre prestiti sul mercato dei capitali o presso le istituzioni finanziarie;

-        l'ammontare dei prestiti o delle linee di credito deve essere limitato al margine disponibile sotto la soglia prevista dal sistema delle risorse proprie per gli stanziamenti di pagamento;

-        gli Stati membri che richiedono l'assistenza dell'UE devono elaborare con la Commissione europea e la Banca centrale europea, una valutazione delle proprie esigenze finanziarie, e sottoporre alla Commissione stessa e al Comitato economico e finanziario (organo consultivo formato da rappresentanti degli Stati membri, della Commissione europea e della BCE) un programma di risanamento economico-finanziario;

-        l'assistenza finanziaria sarà concessa sulla base di una decisione del Consiglio assunta a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione europea.

 


 

Articolo 18
(Partecipazione dei comuni all’attività di accertamento tributario e contributivo ed istituzione dei Consigli tributari)

 


1. I Comuni partecipano all'attività di accertamento fiscale e contributivo secondo le disposizioni del presente articolo, in revisione del disposto dell'articolo 44 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e dell'articolo 1 del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248.

2. Ai fini della partecipazione di cui al comma 1, consistente, tra l'altro, nella segnalazione all'Agenzia delle entrate, alla Guardia di finanza e all'INPS, di elementi utili ad integrare i dati contenuti nelle dichiarazioni presentate dai contribuenti per la determinazione di maggiori imponibili fiscali e contributivi:

     a) i Comuni con popolazione superiore a cinquemila abitanti sono tenuti ad istituire, laddove non vi abbiano già provveduto, il Consiglio tributario. A tale fine, il regolamento per l'istituzione del Consiglio tributario è adottato dal Consiglio Comunale entro il termine di 90 giorni dall'entrata in vigore del presente decreto;

     b) i Comuni con popolazione inferiore a cinquemila abitanti, laddove non abbiano già costituito il Consiglio tributario, sono tenuti a riunirsi in consorzio, ai sensi dell'articolo 31 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, recante il Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, per la successiva istituzione del Consiglio tributario. A tale fine, la relativa convenzione, unitamente allo statuto del consorzio, è adottata dai rispettivi Consigli comunali per l'approvazione entro il termine di 180 giorni dall'entrata in vigore del presente decreto.

2-bis. Gli adempimenti organizzativi di cui al comma 2 sono svolti con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.

3. In occasione della loro prima seduta, successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto, i Consigli tributari deliberano in ordine alle forme di collaborazione con l'Agenzia del territorio ai fini dell'attuazione del comma 12 dell'articolo 19.

4. Al decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, sono apportate le seguenti modificazioni:

     a) il secondo comma dell'articolo 44, è sostituito dal seguente:

     «L'Agenzia delle entrate mette a disposizione dei comuni le dichiarazioni di cui all'articolo 2 dei contribuenti in essi residenti; gli Uffici dell'Agenzia delle entrate, prima della emissione degli avvisi di accertamento, ai sensi dell'articolo 38, quarto comma e seguenti, inviano una segnalazione ai comuni di domicilio fiscale dei soggetti passivi.»;

     b) al terzo comma, primo periodo, dell'articolo 44, le parole da «il comune» a «segnalare» sono sostituite dalle seguenti: «il comune di domicilio fiscale del contribuente, o il consorzio al quale lo stesso partecipa, segnala», e il periodo: «A tal fine il comune può prendere visione presso gli uffici delle imposte degli allegati alle dichiarazioni già trasmessegli in copia dall'ufficio stesso.» è abrogato;

     c) il quarto comma dell'articolo 44, è sostituito dal seguente:

«Il comune di domicilio fiscale del contribuente, con riferimento agli accertamenti di cui al secondo comma, comunica entro sessanta giorni da quello del ricevimento della segnalazione ogni elemento in suo possesso utile alla determinazione del reddito complessivo.»;

     d) sono abrogati i commi quinto, sesto e settimo dell'articolo 44;

     e) l'articolo 45 è abrogato.

5. All'articolo 1 del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, sono apportate le seguenti modificazioni:

     a) il comma 1 è sostituito dal seguente: «1. Per potenziare l'azione di contrasto all'evasione fiscale e contributiva, in attuazione dei princìpi di economicità, efficienza e collaborazione amministrativa, la partecipazione dei comuni all'accertamento fiscale e contributivo è incentivata mediante il riconoscimento di una quota pari al 33 per cento delle maggiori somme relative a tributi statali riscosse a titolo definitivo nonché delle sanzioni civili applicate sui maggiori contributi riscossi a titolo definitivo, a seguito dell'intervento del comune che abbia contribuito all'accertamento stesso.»;

     b) il comma 2 è sostituito dal seguente: «2. Con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate, emanato entro quarantacinque giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, d'intesa con l'INPS e la Conferenza unificata, sono stabilite le modalità tecniche di accesso alle banche dati e di trasmissione ai comuni, anche in via telematica, di copia delle dichiarazioni relative ai contribuenti in essi residenti, nonché quelle della partecipazione dei comuni all'accertamento fiscale e contributivo di cui al comma 1. Per le attività di supporto all'esercizio di detta funzione di esclusiva competenza comunale, i comuni possono avvalersi delle società e degli enti partecipati dai comuni stessi ovvero degli affidatari delle entrate comunali i quali, pertanto, devono garantire ai comuni l'accesso alle banche dati utilizzate. Con il medesimo provvedimento sono altresì individuate le ulteriori materie per le quali i comuni partecipano all'accertamento fiscale e contributivo; in tale ultimo caso, il provvedimento, adottato d'intesa con il direttore dell'Agenzia del territorio per i tributi di relativa competenza, può prevedere anche una applicazione graduale in relazione ai diversi tributi.»;

     c) è abrogato il comma 2-ter.

6. All'articolo 83, comma 17, ultimo periodo, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, le parole «30 per cento» sono sostituite dalle seguenti: «33 per cento».

7. Con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e d'intesa con la Conferenza Unificata, adottato entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono individuati i tributi su cui calcolare la quota pari al 33 per cento e le sanzioni civili spettanti ai comuni che abbiano contribuito all'accertamento, ai sensi dell'articolo 1, comma 1, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, nonché le relative modalità di attribuzione.

8. Resta fermo il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate di cui all'articolo 1, comma 2 del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, quanto alle modalità tecniche di accesso dei comuni alle banche dati e alle dichiarazioni relative ai contribuenti ai comuni, nonché alle modalità di partecipazione degli stessi all'accertamento fiscale e contributivo.

9. Gli importi che lo Stato riconosce ai comuni a titolo di partecipazione all'accertamento sono calcolati al netto delle somme spettanti ad altri enti ed alla Unione Europea. Sulle quote delle maggiori somme in questione che lo Stato trasferisce alle Regioni a statuto ordinario, a quelle a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano, spetta ai predetti enti riconoscere ai comuni le somme dovute a titolo di partecipazione all'accertamento.


 

 

L’articolo 18, modificato durante l’esame del provvedimento al Senato, disciplina, incentivandola, la partecipazione dei Comuni all’attività di accertamento di tributi e contributi.

Le norme in commento a tale scopo revisionano (comma 1), in particolare, le disposizioni contenute nell'articolo 44 del DPR 29 settembre 1973, n. 600[17], e nell'articolo 1 del D.L. 30 settembre 2005, n. 203[18].

Istituzione dei consigli tributari

I commi 2 e 3 disciplinano la costituzione e il funzionamento dei Consigli tributari.

Nel dettaglio il comma 2, modificato durante l’esame del provvedimento al Senato, precisando che la partecipazione dei Comuni all’accertamento consiste anche nella segnalazione all'Agenzia delle Entrate, alla Guardia di finanza e all'INPS di elementi utili ad integrare i dati contenuti nelle dichiarazioni presentate dai contribuenti, per determinare maggiori imponibili fiscali e contributivi, prescrive che:

-        i Comuni con popolazione superiore a cinquemila abitanti debbano istituire, laddove non vi abbiano già provveduto, il Consiglio tributario.

A tale fine, il regolamento per l'istituzione del Consiglio tributario è adottato dal Consiglio comunale entro 90 giorni dall’entrata in vigore del D.L. n. 78/2010 in commento;

-        i Comuni con popolazione inferiore a cinquemila abitanti, laddove non abbiano già costituito il Consiglio tributario, sono tenuti a riunirsi in consorzio, ai sensi dell'articolo 31 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, recante il Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, per la successiva istituzione del Consiglio tributario.

La relativa convenzione, unitamente allo statuto del consorzio, è adottata dai rispettivi Consigli comunali per l'approvazione entro 180 giorni dall'entrata in vigore del D.L. n. 78/2010 in esame.

 

Si ricorda che il decreto legislativo luogotenenziale 8 marzo 1945, n. 77 istituisce e disciplina in seno ai Comuni, tra l’altro, anche i Consigli tributari. Le disposizioni del suddetto decreto ne individuano i compiti (articolo 8), tra cui vi è quello di fornire all'Ufficio delle imposte (ora Agenzia delle Entrate) gli elementi di fatto per la identificazione e per la valutazione della materia tassabile relativamente ai singoli contribuenti, agli effetti delle imposte dirette; di fornire, a richiesta dell’Amministrazione, notizie sulla situazione generale delle singole classi di contribuenti. Sono altresì individuati i poteri di indagine del Consiglio, e si prevede che l’Amministrazione tributaria (articolo 15) proceda all'accertamento avvalendosi, oltre che degli elementi in suo possesso, di quelli forniti dal Consiglio tributario.L’articolo 44 del citato D.P.R. 600/1973, nella sua versione originaria, citava il Consiglio tributario quale organo consultivo dell’amministrazione locale. In particolare, il secondo comma disponeva che il comune di domicilio fiscale del contribuente potesse segnalare all’Amministrazione finanziaria qualsiasi integrazione degli elementi contenuti nelle dichiarazioni presentate dalle persone fisiche, avvalendosi della collaborazione del consiglio tributario, se istituito.

 

Il comma 2-bis, inserito durante l’esame del provvedimento al Senato, dispone che gli adempimenti organizzativi connessi ai predetti interventi normativi siano svolti con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente.

 

Il successivo comma 3 impone che detti Consigli, in occasione della loro prima seduta successiva al 31 maggio 2010 (data di entrata in vigore del decreto in esame) deliberino in ordine alle forme di collaborazione con l'Agenzia del territorio ai fini dell’attuazione del monitoraggio del territorio volto ad individuare i fabbricati non dichiarati al Catasto, ai sensi del comma 12 dell'articolo 19 del decreto in esame (cfr. relativa scheda di lettura).

Attività svolte dei Comuni in sede di accertamento dei tributi

Il comma 4 reca modifiche all’articolo 44 del citato D.P.R. n. 600 del 1973, abrogando conseguentemente il successivo articolo 45.

In particolare:

§      la lettera a)novella il secondo comma dell’articolo 44, affidando all'Agenzia delle Entrate il compito di mettere a disposizione dei comuni le dichiarazioni delle persone fisiche contribuenti in essi residenti; gli Uffici dell'Agenzia delle Entrate, prima della emissione degli avvisi di accertamento sintetico (ai sensi dell'articolo 38, quarto comma e seguenti del medesimo D.P.R. 600/1973), inviano una segnalazione ai comuni di domicilio fiscale dei soggetti passivi.

L’originaria formulazione della norma novellata prescriveva che i centri di servizio dovessero trasmettere ai comuni di domicilio fiscale dei soggetti passivi, entro il 31 dicembre dell'anno in cui fossero pervenute, le copie delle dichiarazioni presentate dalle persone fisiche. Gli uffici delle imposte dovevano trasmettere ai comuni di domicilio fiscale dei soggetti passivi, entro il 1° luglio dell'anno di scadenza del termine per l'accertamento, le proprie proposte di accertamento in rettifica o di ufficio a persone fisiche, nonché quelle relative agli accertamenti integrativi o modificativi;

§      la lettera b) novella il terzo comma dell’articolo 44 obbligando, oltre che il comune di domicilio fiscale del contribuente, anche il consorzio cui partecipa a segnalare all’Amministrazione qualsiasi integrazione degli elementi contenuti nelle dichiarazioni presentate dalle persone fisiche, indicando dati, fatti ed elementi rilevanti e fornendo ogni idonea documentazione atta a comprovarla.

Viene dunque eliminato il riferimento al Consiglio (dal momento che la sua istituzione, per effetto delle norme in commento, è resa obbligatoria) e viene eliminata la possibilità, per il Comune, di prendere visione presso gli uffici delle imposte degli allegati alle dichiarazioni già trasmesse in copia dall'ufficio stesso.

§       la lettera c) sostituisce il quarto comma dell’articolo 44, prevedendo che il Comune, con riferimento agli accertamenti segnalati dall'Agenzia delle entrate, comunichi - entro sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione - ogni elemento in suo possesso utile alla determinazione del reddito complessivo.

La disposizione previgente prevedeva che il comune, con deliberazione della giunta comunale - relativamente alle proposte di accertamento comunicate dall'ufficio delle imposte – potesse proporre l’aumento degli imponibili indicando, per ciascuna categoria di redditi, dati, fatti ed elementi rilevanti per la determinazione del maggiore imponibile e fornendo ogni idonea documentazione atta a comprovarla;

§       la lettera d) reca l’abrogazione dei quinto, sesto e settimo dell’articolo 44.

Tali commi prescrivevano che le proposte di accertamento dell'ufficio delle imposte e le proposte di aumento del comune fossero accompagnate da un elenco in duplice copia, di cui una doveva essere restituita a titolo di ricevuta all'ufficio mittente. Decorsi i termini di legge, si prevedeva che l'ufficio delle imposte provvedesse alla notificazione degli accertamenti per i quali o non fossero intervenute proposte di aumento da parte dei comuni o le proposte del comune fossero state accolte dall'ufficio stesso. Infine, il settimo comma prescriveva che le proposte di aumento non condivise dall'ufficio delle imposte fossero trasmesse all'apposita commissione operante presso ciascun ufficio, per determinare gli imponibili da accertare;

§       infine, viene abrogato (con la successiva lettera e))l’articolo 45 del DPR n. 600 del 1973, alla luce della soppressione del comma settimo dell’articolo 44.

L'articolo 45 disciplinava infatti l'attività della Commissione per l'esame delle proposte del comune.

 

Il comma 5 reca modifiche all’articolo 1 del citato D.L. n. 203 del 2005.

In particolare:

§      la lettera a), novellando il primo comma dell'articolo 1, aumenta dal 30 al 33 per cento la quota attribuita ai comuni delle maggiori somme di tributi statali – nonché delle sanzioni civili applicate suimaggiori contributi riscossi a titolo definitivo – riscossi con l'intervento dei comuni stessi nella fase di accertamento.

Le nuove norme specificano quindi che la partecipazione dei comuni all'attività di contrasto all'evasione è riferita, oltre che all'accertamento fiscale, anche a quello contributivo; inoltre, rispetto alla formulazione originaria della norma, si riconosce la medesima quota anche con riferimento alle sanzioni civili applicate sui maggiori contributi riscossi a titolo definitivo;

§      la lettera b), come modificata nel corso dell’esame del provvedimento al Senato, novella il secondo comma dell'articolo 1, che demanda a un provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate (da emanarsi entro quarantacinque giorni dall’entrata in vigore della disposizione in commento) la determinazione delle modalità tecniche di accesso degli enti territoriali alle banche dati e della trasmissione, anche telematica, ai Comuni di copia delle dichiarazioni relative ai contribuenti in essi residenti, nonché quelle della partecipazione dei comuni all'accertamento.

Le nuove norme specificano che il suddetto provvedimento è emanato d'intesa con l'INPS e la Conferenza unificata (in luogo dell’intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali).

E’ poi previsto che per le attività di supporto all'esercizio della funzione accertativa, i comuni possono avvalersi, oltre chedelle società e degli enti partecipati dai comuni stessi, anche degli affidatari delle entrate comunali i quali, pertanto, devono garantire ai comuni l'accesso alle banche dati utilizzate.

Il medesimo provvedimento individua ulteriori materie per le quali i comuni partecipano all'accertamento fiscale (per effetto delle modifiche operate dalle norme in commento, si specifica che essi partecipino anche a ulteriori ipotesi di accertamento contributivo).

Rimane immutata la previsione secondo cui, in tale ultimo caso, il provvedimento (oltre che con la Conferenza unificata) è adottato d'intesa con il direttore dell'Agenzia del territorio per i tributi di relativa competenza, e può prevedere anche un’applicazione graduale in relazione ai diversi tributi;

§      la lettera c) abroga il comma 2-ter dell'articolo 1 del decreto legge n. 203 del 2005, concernente la trasmissione ai Comuni delle iscrizioni a ruolo.

La disposizione abrogata prevedeva che il Dipartimento delle finanze con cadenza semestrale fornisse ai comuni, anche per il tramite dell'ANCI, l'elenco delle iscrizioni a ruolo delle somme derivanti da accertamenti ai quali i comuni avessero contribuito.

 

Il comma 6 modifica l’articolo 83, comma 17, ultimo periodo, del decreto legge n. 112 del 2008[19]. Analogamente a quanto previsto dal comma 5, lettera a) dell’articolo in esame, anche tale norma aumenta dal 30 al 33 per cento la quota spettante al Comune a titolo di incentivo per il contributo offerto nella lotta all'evasione, in particolare nel contrasto all’evasione fiscale derivante dalle estero-residenze fittizie delle persone fisiche.

 

Il successivo comma 7 affidaa un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e d'intesa con la Conferenza Unificata, da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della disposizione in esame l’individuazione dei tributi su cui calcolare la predetta quota del 33 per cento, le sanzioni civili spettanti ai comuni che abbiano contribuito all'accertamento, ai sensi del novellato articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 203 del 2005, nonché le relative modalità di attribuzione.

 

Il comma 8 fa salvi i provvedimenti del direttore dell’Agenzia delle entrate previsti dall’articolo 1, comma 2 del decreto legge n. 203 del 2005.

 In particolare, restano fermi:

-        il Provvedimento 3 dicembre 2007 (Gazz. Uff. 17 dicembre 2007, n. 292), che ha stabilito le modalità di partecipazione dei comuni all'attività di accertamento fiscale;

-        il Provvedimento 16 giugno 2008 (pubblicato nel sito internet dell'Agenzia delle entrate il 19 giugno 2008), con cui sono state stabilite le modalità di fruizione da parte dei Comuni delle informazioni inerenti la banca dati ipotecaria utili alla partecipazione all'attività di accertamento fiscale.

 

Il comma 9, con disposizione di chiusura, prescrive che gli importi riconosciuti ai comuni a titolo di partecipazione all'accertamento siano calcolati al netto delle somme spettanti ad altri enti ed alla Unione europea.

Inoltre, sulle quote delle maggiori somme in questione che lo Stato trasferisce alle Regioni a statuto ordinario, a quelle a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano, spetta ai predetti enti riconoscere ai comuni le somme dovute a titolo di partecipazione all'accertamento.

 

La Relazione tecnica che accompagna il disegno di legge di conversione reputa le disposizioni in commento coerenti con quanto previsto dalla legge sul federalismo fiscale (legge 5 maggio 2009, n. 42) che all’articolo 26, comma 1, lettera b) prescrive che i decreti attuativi siano adottati garantendo, tra l’altro, adeguate forme premiali in favore degli enti territoriali che abbiano ottenuto risultati positivi in termini di maggior gettito derivante dall’azione di contrasto dell’evasione e dell’elusione fiscale.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo originario non ascrivealla norma effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

La relazione tecnica riferita al testo originario afferma che le disposizioni in esame sono finalizzate a dare maggiore effettività alla previgente normativa in materia di partecipazione dei comuni all’attività di accertamento ed al contrasto all’evasione fiscale e contributiva.

Viene, in particolare, previsto l’obbligo di costituzione del Consiglio tributario per i comuni con popolazione superiore ai cinquemila abitanti, mentre per i comuni con popolazione inferiore a tale soglia è previsto l’obbligo di riunirsi in consorzio ai fini della successiva istituzione del Consiglio tributario. Inoltre, mediante modifica dell’articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 203 del 2005, è aumentata dal 30 al 33 per cento la percentuale delle maggiori somme riscosse di spettanza dei comuni che abbiano contribuito all’accertamento.

La relazione ricorda che alla disposizione che ha introdotto tale quota non sono stati ascritti effetti finanziari.

Peraltro, in base ai dati disponibili dell’Agenzia delle entrate risulta che la partecipazione dei comuni all’attività di accertamento ha dato luogo a maggiori accertamenti di imposte per 3,4 milioni di euro nel 2009 ed a 2,5 milioni di euro nei primi quattro mesi del 2010. A fronte di tali maggiori imposte accertate risultano riscossi rispettivamente circa 185.000 euro nel 2009 e 263.000 euro a tutto aprile 2010, con un incremento di circa il 40 per cento rispetto al dato dell’intero anno precedente.

Secondo la relazione tecnica può, pertanto, prevedersi un significativo aumento di tali somme, anche nell’ottica di un rafforzamento dell’attività di contrasto all’evasione ed all’elusione fiscale in sede di attuazione della legge delega in materia di federalismo fiscale.  Tale legge prevede, infatti, che i decreti attuativi garantiscano adeguate forme premiali per le regioni e gli enti locali che abbiano ottenuto risultati positivi in termini di maggior gettito derivante dal contrasto all’evasione ed all’elusione fiscale.

La relazione afferma, in conclusione, che le norme in esame determineranno effetti netti positivi sui saldi di finanza pubblica al momento non quantificabili.

La relazione tecnica riferita al maxiemendamento presentato al Senato, con riguardo in particolare al comma 2-bis, precisa che la modifica prevede che gli adempimenti organizzativi, finalizzati all’istituzione ed al funzionamento dei Consigli tributari, siano svolti dai comuni con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente. Di conseguenza, la norma non comporta nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.   

 

In merito ai profili di quantificazione, appaiono necessari chiarimenti con riguardo all’effettiva possibilità, per gli enti locali interessati, di attivare una collaborazione all’attività di accertamento, in presenza dei vincoli di bilancio posti dal patto di stabilità interno, in vigore fino al 2011, in base alla normativa vigente.

E’ ipotizzabile, infatti, supporre che una partecipazione concreta ed efficace da parte dei comuni all’attività di accertamento comporti, almeno per i comuni che non si avvalgono di società incaricate dell’attività di supporto ai controlli fiscali sui tributi locali, la predisposizione da parte di tali enti di una struttura dedicata, dotata di personale professionalmente qualificato e di strumenti operativi, con l’insorgenza di possibili maggiori oneri a carico dei bilanci comunali.

Tali oneri, soprattutto nella fase di avvio dell’attività, potrebbero non trovare compensazione in un maggior volume di riscossioni, in ragione del disallineamento temporale tra l’attività di accertamento e l’effettivo recupero, in termini di cassa, di gettito.

Si ricorda in proposito che la clausola di neutralità finanziaria introdotta dal Senato si rileva, è riferita specificamente alle attività connesse all’istituzione e al funzionamento dei Consigli tributari.

 


 

Articolo 19, commi 1-16
(Aggiornamento del catasto)

 


1. A decorrere dalla data del 1o gennaio 2011 è attivata l’«Anagrafe Immobiliare Integrata», costituita e gestita dall'Agenzia del Territorio secondo quanto disposto dall'articolo 64 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, attivando le idonee forme di collaborazione con i comuni in coerenza con gli articoli 2 e 3 del proprio statuto. L'Anagrafe Immobiliare Integrata attesta, ai fini fiscali, lo stato di integrazione delle banche dati disponibili presso l'Agenzia del Territorio per ciascun immobile, individuandone il soggetto titolare di diritti reali.

2. L'accesso gratuito all'Anagrafe Immobiliare Integrata è garantito ai Comuni sulla base di un sistema di regole tecnico-giuridiche emanate entro e non oltre sessanta giorni dal termine di cui al comma 1 con uno o più decreti del Ministro dell'Economia e delle Finanze, previa intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali.

2-bis. I decreti di cui al comma 2 devono assicurare comunque ai comuni la piena accessibilità ed interoperabilità applicativa delle banche dati con l'Agenzia del territorio, relativamente ai dati catastali, anche al fine di contri­buire al miglioramento ed aggiorna­mento della qualità dei dati, secondo le specifiche tecniche e le modalità opera­tive stabilite con i medesimi decreti.

3. Con uno o più decreti di natura non regolamentare del Ministro dell'Economia e delle Finanze viene disciplinata l'introdu­zione della attestazione integrata ipotecario-catastale, prevedendone le modalità di erogazione, gli effetti, nonché la progressiva implementazione di ulteriori informazioni e servizi. Con il predetto decreto sono, inoltre, fissati i diritti dovuti per il rilascio della predetta attestazione.

4. Fatto salvo quanto previsto dall'articolo 66 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, e successive modificazioni, la consultazione delle banche dati del catasto terreni, censuaria e cartografica, del catasto edilizio urbano, nonché dei dati di superficie delle unità immobiliari urbane a destinazione ordina­ria, è garantita, a titolo gratuito, ai Comuni su tutto il territorio nazionale, ad esclusione delle Province autonome di Trento e Bolzano, attraverso il Sistema telematico, il Portale per i Comuni ed il Sistema di interscambio, gestiti dall'Agen­zia del Territorio.

5. Nella fase di prima attuazione, al fine di accelerare il processo di aggior­namento e allineamento delle banche dati catastali, le funzioni catastali connes­se all'accettazione e alla registrazione degli atti di aggiornamento sono svolte dai Comuni e dall'Agenzia del Territorio sulla base di un sistema di regole tecnico-giuiri­diche uniformi, e in attuazione dei princìpi di flessibilità, gradualità, ade­guatezza, stabilito con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'economia e delle finanze e previa intesa presso la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. Le suddette regole tecnico-giuridiche costituiscono princìpi fondamentali dell'ordinamento e si applica­no anche nei territori delle Regioni a statuto speciale. Ove non esercitate dai Comuni, le attività connesse alle predette funzioni sono esercitate dall'Agenzia del Territorio, sulla base del principio di sussidiarietà.

5-bis. Per assicurare l'unitarietà del sistema informativo catastale nazionale e in attuazione dei princìpi di accessib­ilità ed interoperabilità applicativa delle banche dati, i comuni utilizzano le applicazioni informatiche e i sistemi di interscambio messi a disposizione dall'Agenzia del territorio, anche al fine di contribuire al miglioramento dei dati catastali, secondo le specifiche tecni­che ed operative formalizzate con appo­sito decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, d'intesa con la Confe­renza Stato-città ed autonomie locali.

5-ter. Presso la Conferenza Stato-città ed autonomie locali è costituito, senza oneri per la finanza pubblica, un organo paritetico di indirizzo sulle modalità di attuazione e la qualità dei servizi assicurati dai comuni e dall'Agenzia del territorio nello svolgi­mento delle funzioni di cui al presente articolo. L'organo paritetico riferisce con cadenza semestrale al Ministro dell'economia e delle finanze che può proporre al Consiglio dei Ministri modifiche normative e di sviluppo del processo di decentramento.

6. Sono in ogni caso mantenute allo Stato e sono svolte dall'Agenzia del Territorio le funzioni in materia di:

     a) individuazione di metodologie per l'esecuzione di rilievi ed aggiornamenti topografici e per la formazione di mappe e cartografie catastali;

     b) controllo della qualità delle informazioni catastali e dei processi di aggiornamento degli atti;

     c) gestione unitaria e certificata della base dei dati catastali e dei flussi di aggiornamento delle informazioni di cui alla lettera b), anche trasmessi con il Modello unico digitale per l'edilizia, assicurando il coordinamento operativo per la loro utilizzazione ai fini istituzionali attraverso il sistema pubblico di connettività e garantendo l'accesso ai dati a tutti i soggetti interessati;

     d) gestione unitaria dell'infrastruttura tecnologica di riferimento per il Modello unico digitale per l'edilizia sulla base di regole tecniche uniformi stabilite con provvedimento del direttore dell'Agenzia del territorio d'intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali;

     e) gestione dell'Anagrafe Immobiliare Integrata;

     f) vigilanza e controllo sullo svolgimento delle funzioni di cui al comma 5, nonché poteri di applicazione delle relative sanzioni determinate con decreto di natura regolamentare del Ministro dell'Economia e delle Finanze, emanato previa intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali.

7. L'Agenzia del Territorio, entro il 30 settembre 2010, conclude le operazioni previste dal secondo periodo dell'articolo 2, comma 36, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286, e successive modificazioni.

8. Entro il 31 dicembre 2010 i titolari di diritti reali sugli immobili che non risultano dichiarati in Catasto individuati secondo le procedure previste dal predetto articolo 2, comma 36, del citato decreto-legge n. 262, del 2006, con riferimento alle pubblicazioni in Gazzetta Ufficiale effettuate dalla data del 1o gennaio 2007 alla data del 31 dicembre 2009, sono tenuti a procedere alla presentazione, ai fini fiscali, della relativa dichiarazione di aggiornamento catastale. L'Agenzia del Territorio, successivamente alla registrazione degli atti di aggiornamento presentati, rende disponibili ai Comuni le dichiarazioni di accatastamento per i controlli di conformità urbanistico-edilizia, attraverso il Portale per i Comuni.

9. Entro il medesimo termine del 31 dicembre 2010 i titolari di diritti reali sugli immobili oggetto di interventi edilizi che abbiano determinato una variazione di consistenza ovvero di destinazione non dichiarata in Catasto, sono tenuti a procedere alla presentazione, ai fini fiscali, della relativa dichiarazione di aggiornamento catastale. Restano salve le procedure previste dal comma 336 dell'articolo 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311, nonché le attività da svolgere in surroga da parte dell'Agenzia del territorio per i fabbricati rurali per i quali siano venuti meno i requisiti per il riconoscimento della ruralità ai fini fiscali, individuati ai sensi dell'articolo 2, comma 36, del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262, convertito, con modificazioni, della legge 24 novembre 2006, n. 286, nonché quelle di accertamento relative agli immobili iscritti in catasto, come fabbricati o loro porzioni, in corso di costruzione o di definizione che siano divenuti abitabili o servibili all'uso cui sono destinati.

10. Se i titolari di diritti reali sugli immobili non provvedono a presentare ai sensi del comma 8 le dichiarazioni di aggiornamento catastale entro il termine del 31 dicembre 2010, l'Agenzia del Territorio, nelle more dell'iscrizione in catasto attraverso la predisposizione delle dichiarazioni redatte in conformità al decreto ministeriale 19 aprile 1994, n. 701, procede all'attribuzione, con oneri a carico dell'interessato da determinare con apposito provvedimento del direttore dell'Agenzia del territorio, da emanare entro il 31 dicembre 2010, di una rendita presunta, da iscrivere transitoriamente in catasto, anche sulla base degli elementi tecnici forniti dai Comuni. Per tali operazioni l'Agenzia del Territorio può stipulare apposite convenzioni con gli Organismi rappresentativi delle categorie professionali.

11. Se i titolari di diritti reali sugli immobili non provvedono a presentare ai sensi del comma 9 le dichiarazioni di aggiornamento catastale entro il termine del 31 dicembre 2010, l'Agenzia del Territorio procede agli accertamenti di competenza anche con la collaborazione dei Comuni. Per tali operazioni l'Agenzia del Territorio può stipulare apposite convenzioni con gli Organismi rappresentativi delle categorie professionali.

12. A decorrere dal 1o gennaio 2011, l'Agenzia del Territorio, sulla base di nuove informazioni connesse a verifiche tecnico-amministrative, da telerilevamento e da sopralluogo sul terreno, provvede ad avviare un monitoraggio costante del territorio, individuando, in collaborazione con i Comuni, ulteriori fabbricati che non risultano dichiarati al Catasto. In tal caso si rendono applicabili le disposizioni di cui al citato articolo 2, comma 36, del decreto-legge n. 262 del 2006. Qualora i titolari di diritti reali sugli immobili individuati non ottemperino entro il termine previsto dal predetto articolo 2, comma 36, l'Agenzia del Territorio procede all'attribuzione della rendita presunta ai sensi del comma 10. Restano salve le procedure previste dal comma 336 dell'articolo 1 della legge 30 dicembre 2004, n. 311. Restano altresì fermi i poteri di controllo dei comuni in materia urbanistico-edilizia e l'applicabilità delle relative sanzioni.

13. Gli Uffici dell'Agenzia del Territorio, per lo svolgimento della attività istruttorie connesse all'accertamento catastale, si avvalgono delle attribuzioni e dei poteri di cui agli articoli 51 e 52 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633.

14. All'articolo 29 della legge 27 febbraio 1985, n. 52, è aggiunto il seguente comma:

«1-bis. Gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi aventi ad oggetto il trasferimento, la costituzione o lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti, ad esclusione dei diritti reali di garanzia, devono contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità, oltre all'identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in catasto e la dichiarazione, resa in atti dagli intestatari, della conformità allo stato di fatto dei dati catastali e delle planimetrie, sulla base delle disposizioni vigenti in materia catastale. La predetta dichiarazione può essere sostituita da un'attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale. Prima della stipula dei predetti atti il notaio individua gli intestatari catastali e verifica la loro conformità con le risultanze dei registri immobiliari.».

15. La richiesta di registrazione di contratti, scritti o verbali, di locazione o affitto di beni immobili esistenti sul territorio dello Stato e relative cessioni, risoluzioni e proroghe anche tacite, deve contenere anche l'indicazione dei dati catastali degli immobili. La mancata o errata indicazione dei dati catastali è considerata fatto rilevante ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro ed è punita con la sanzione prevista dall'articolo 69 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131.

16. Le disposizioni di cui ai commi 14 e 15 si applicano a decorrere dal 1o luglio 2010. Nel rispetto dei princìpi desumibili dal presente articolo, nei territori in cui vige il regime tavolare le regioni a statuto speciale e le province autonome adottano disposizioni per l'applicazione di quanto dallo stesso previsto al fine di assicurare il necessario coordinamento con l'ordinamento tavolare.


 

 

L'articolo 19 è stato oggetto di numerose modifiche nel corso dell’esame al Senato.

I commi 1, 2 e 3 disciplinano l'attivazione dell'"Anagrafe Immobiliare Integrata", per l'integrazione delle banche dati disponibili presso l'Agenzia del territorio, con l'individuazione dei soggetti titolari dei diritti reali, demandando a più decreti del Ministro dell'economia e delle finanze la disciplina dell'accesso da parte dei comuni all'Anagrafe suddetta e le modalità di erogazione, effetti e diritti di rilascio di un'attestazione integrata ipotecario-catastale.

I commi 4, 5 e 6 recano la disciplina delle modalità di accesso dei comuni alle banche dati dell'Agenzia del territorio, e delle funzioni di accettazione e di registrazione degli atti da parte dei comuni e dell'Agenzia stessa, secondo quanto verrà disposto in un D.P.C.M. Si stabiliscono inoltre le funzioni in materia catastale che rimangono allo Stato e che verranno svolte dall'Agenzia del territorio.

I commi da 7 a 13 riguardano l'aggiornamento del catasto e il recupero di unità immobiliari attualmente non censite. Il comma 7 fissa all'Agenzia del territorio il termine del 30 settembre 2010 per trasmettere a ciascun comune l'elenco dei fabbricati iscritti al catasto terreni senza i requisiti della ruralità ai fini fiscali, nonché quelli che non risultano dichiarati al catasto immobili. Il comma 8 obbliga i titolari di diritti reali sugli immobili negli elenchi comunicati ai comuni, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2009, a presentare, entro il 31 dicembre 2010, la dichiarazione di aggiornamento catastale a fini fiscali. Il medesimo obbligo grava, sempre entro il termine del 31 dicembre 2010, su coloro che siano titolari di diritti reali su immobili, che abbiano subito variazioni di consistenza o di destinazione non dichiarate in catasto. Il comma 12prevede una disciplina a regime per il monitoraggio costante del territorio, finalizzato all'individuazione di fabbricati non dichiarati al Catasto da parte dell'Agenzia del territorio, dal 1° gennaio 2011.

Il comma 14 impone, a pena di nullità, per taluni atti pubblici e scritture private riguardanti fabbricati l’identificazione catastale, il riferimento alle planimetrie depositate in Catasto e la dichiarazione degli intestatari sulla conformità di dati catastali e planimetrie allo stato di fatto, mentre il comma 15 prevede che la richiesta di registrazione dei contratti verbali o scritti di locazione o affitto di immobili deve contenere l'indicazione dei dati catastali.

 

Analizzando le singole disposizioni, il comma 1 dispone l'attivazione entro il 1° gennaio 2011, dell'"Anagrafe Immobiliare Integrata", che consenta, a fini fiscali, l'integrazione delle banche dati disponibili presso l'Agenzia del territorio, con l'individuazione dei soggetti titolari dei diritti reali. L’attivazione dell’Anagrafe dovrà essere effettuata attraverso le idonee forme di collaborazione con i comuni in coerenza con lo Statuto[20] dell’Agenzia del territorio (artt. 2 e 3). La relazione al d.d.l (A.S. 2228) precisa che la misura è volta a garantire la "correlazione tra le informazione catastali (dati censuari, cartografici e planimetrie delle unità immobiliari urbane) con le informazioni sui diritti reali recate negli atti trascritti nei pubblici registri immobiliari".

 

L'Agenzia del territorio, nata a seguito della riforma del Ministero dell'economia e delle finanze, è operativa dal 1° gennaio 2001 ed è un ente pubblico dotato di personalità giuridica e autonomia regolamentare, amministrativa, patrimoniale, organizzativa, contabile e finanziaria. E' costituita da Direzioni centrali che hanno sede a Roma, da Direzioni regionali e da Uffici provinciali.

Si ricorda che l'articolo 64 del D.Lgs n. 300 del 1999[21] attribuisce all'Agenzia del territorio la competenza a svolgere i servizi relativi al catasto, i servizi topocartografici e quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari, con il compito di costituire l'anagrafe dei beni immobiliari esistenti sul territorio nazionale sviluppando l'integrazione fra i sistemi informativi attinenti alla funzione fiscale ed alle trascrizioni in materia di diritti sugli immobili. L'Agenzia è chiamata ad operare in collaborazione con gli enti locali per favorire lo sviluppo di un sistema integrato di conoscenze sul territorio.

L’Anagrafe Immobiliare Integrata[22] costituisce un archivio informatizzato dei beni immobili, riguardante le caratteristiche intrinseche degli stessi (ubicazione, consistenza, rappresentazione grafica, valore fiscale) ed i diritti reali, di godimento e di garanzia, con l'indicazione dei relativi soggetti titolari. L’integrazione delle informazioni riguarda la rappresentazione degli immobili, la loro collocazione sul territorio, le variazioni delle caratteristiche oggettive nonchè i dati sul possesso e sui vincoli che gravano sugli immobili. Per garantire la correttezza delle informazioni, gli aggiornamento si basano, non solo sulle dichiarazione delle parti, ma sul riscontro con i documenti e le banche dati certificate di riferimento.

Nel 2008 è stata costituita la struttura informatica della banca dati centralizzata,che integra le informazioni di catasto e di pubblicità immobiliare, al fine di verificare la qualità e l’affidabilità delle informazioni sui titolari dei diritti reali degli immobili.

 

Il comma 2 demanda ad uno o più decreti del Ministro dell'economia e delle finanze, da emanare entro e non oltre il 2 marzo 2011 (60 giorni dal 1° gennaio 2011) previa intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, la disciplina dell'accesso da parte dei comuni all'Anagrafe Immobiliare Integrata.

 

Tali decreti, ai sensi del comma 2-bis, devono assicurare comunque ai comuni la piena accessibilità ed interoperabilità applicativa delle banche dati con l'Agenzia del Territorio, relativamente ai dati catastali, anche al fine di contribuire al miglioramento ed aggiornamento della qualità dei dati, secondo le specifiche tecniche e le modalità operative stabilite con i medesimi decreti .

 

Il comma 3 prevede l'introduzione di un'attestazione integrata ipotecario-catastale, le cui modalità di erogazione, effetti e diritti di rilascio saranno stabiliti con uno o più decreti del Ministro dell'Economia e delle Finanze, per i quali non è fissato un termine di emanazione.

Il certificato ipotecario, richiesto al fine di eseguire determinate transazioni (concessione finanziamenti, assegnazione case popolari, pignoramenti, espropri), ovvero nel caso in cui sia necessario documentare diritti immobiliari, consiste in una attestazione rilasciata dal Conservatore dei registri immobiliari presso gli Uffici provinciali, avente ad oggetto le formalità ipotecarie che sono state eseguite in relazione ad uno o più immobili appartenenti a persone fisiche o giuridiche.

Con l’espressione "certificazione catastale" s’intende la rappresentazione certificata dei contenuti riportati negli atti catastali e della ulteriore documentazione giacente negli archivi. La certificazione catastale può riguardare sia l’estratto, riportante ciò che è rappresentato nella mappa e negli atti censuari del catasto, sia la rappresentazione autentica delle planimetrie e degli elaborati e degli altri documenti depositati.

 

L'accesso alle banche dati catastali viene consentito a titolo gratuito dal comma 4 a tutti i comuni italiani, ad esclusione dei Comuni facenti parte delle Province autonome di Trento e Bolzano (nel testo:"ad esclusione delle Province autonome di Trento e Bolzano").

La disposizione fa salva l'attribuzione ai comuni delle funzioni relative alla conservazione, alla utilizzazione ed all'aggiornamento degli atti catastali, compresa la partecipazione al processo di determinazione degli estimi, secondo quanto previsto dall'art. 66 del D.Lgs. n. 112 del 1998.

La disposizione non specifica se le banche dati in oggetto siano consultabili da parte dei comuni italiani, limitatamente al proprio territorio; l'esclusione dall'accesso per i comuni rientranti nelle province autonome appare da mettere in relazione ad un diverso sistema di conservazione dei dati catastali lì in vigore.

L'accesso avviene attraverso strumenti gestiti dall'Agenzia del territorio (Sistema telematico, Portale per i comuni e il Sistema di interscambio) riguardanti le banche dati del catasto dei terreni, del catasto edilizio urbano e anche i dati di superficie delle unità immobiliari urbane a destinazione ordinaria.

 

Il Sistema telematico dell'Agenzia del Territorio consente la consultazione telematica dei dati ipotecari e catastali, sulla base di apposite convenzioni.

Il "Portale per i Comuni" è un canale telematico attivato dall'Agenzia del Territorio per la fornitura di dati ai comuni ed alle comunità montane che ne facciano richiesta, ai sensi dell'art. 37, comma 54 del decreto-legge n. 223 del 2006. I comuni e le comunità montane possono richiedere ed ottenere i dati utili alle proprie finalità istituzionali ed inviare dati all'Agenzia.

Il Sistema di Interscambio dell’Agenzia del Territorio (Sistema Automatico di Scambio Dati) consente il dialogo automatico fra i sistemi informativi di varie amministrazioni.

Gli immobili risultano in distinti tre raggruppamenti (immobili a destinazione ordinaria, speciale e particolare). Gli immobili a destinazione ordinaria sono quelli residenziali, ad uso collettivo e ad uso produttivo (categorie A, B e C). Gli immobili speciali (categoria D) sono i fabbricati costruiti o adattati per le speciali esigenze di un'attività industriale o commerciale e non suscettibili di una diversa destinazione senza radicali trasformazioni. Gli immobili particolari (categoria E) sono edifici destinati a determinate finalità, per esempio, stazioni per servizi di trasporto, cimiteri ecc.

 

Il comma 5 stabilisce che, in fase di prima attuazione, al fine di accelerare il processo di aggiornamento e allineamento delle banche dati catastali,le funzioni di accettazione e di registrazione degli atti a fini catastali sono svolte dai comuni e dall'Agenzia del territorio, secondo quanto verrà disposto con D.P.C.M., su proposta del Ministro dell'economia delle finanze, da emanare entro 6 mesi dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto,previa intesa con la Conferenza Stato-città ed autonomie locali. Il decreto dovrà stabilire un sistema di regole tecnico-giuridiche uniformi, anche sulla base dei principi di flessibilità, gradualità, adeguatezza.

Le regole tecnico-giuridiche costituiscono, secondo la disposizione in esame, principi fondamentali dell'ordinamento e si applicano anche alle Regioni a statuto speciale.

Viene inoltre introdotto un principio di sussidiarietà, in base al quale, in caso di mancato esercizio da parte dei comuni delle funzioni suddette, queste saranno svolte dall'Agenzia del territorio.

 

Il comma 5-bis prevede che i Comuni utilizzino le applicazioni informatiche e i sistemi di interscambio messi a disposizione dall'Agenzia del territorio per assicurare l'unitarietà del sistema informativo catastale nazionale e in attuazione dei principi di accessibilità ed interoperabilità applicativa delle banche dati, anche al fine di contribuire al miglioramento dei dati catastali. Si demanda ad un decreto del Ministro dell'economia e finanze, d'intesa con la Conferenza Stato-città e autonomie locali, la fissazione di specifiche tecniche ed operative.

 

Il comma 5-ter prevede l'istituzione presso la Conferenza Stato-città e autonomie locali di un organo paritetico di indirizzo sulle modalità di attuazione e la qualità dei servizi assicurati dai Comuni e dall'Agenzia del territorio nello svolgimento delle funzioni di cui al presente articolo. L'organo paritetico è chiamato a riferire con cadenza semestrale al Ministro dell'economia e delle finanze che può proporre al Consiglio dei ministri modifiche normative e di sviluppo del processo di decentramento.

La disposizione non individua la fonte normativa con la quale saranno fissati i criteri per la composizione dell'organo da istituire.

 

Il comma 6 indica specificamente le seguenti funzioni che rimangono allo Stato e che verranno svolte dall'Agenzia del territorio:

§      individuazione delle metodologie topografiche e cartografiche;

§      controllo su informazioni e aggiornamenti catastali ;

§      gestione unitaria dei dati, loro coordinamento, disciplina dell'accesso;

§      gestione della tecnologia per il Modello unico digitale per l'edilizia sulla base di regole tecniche uniformi stabilite con provvedimento del Direttore dell'Agenzia del Territorio d'intesa con la Conferenza Stato-Città e autonomie locali.

Al riguardo si osserva che, in attuazione di quanto disposto dall'art. 34-quinquies del D.L. n. 4 del 2006[23], stato emanato il D.P.C.M. 6 maggio 2008, relativo al “Modello unico digitale per l'edilizia”. Il decreto prevede la definizione entro il 31 dicembre 2008 da parte di regioni, comuni e Agenzia del territorio per la presentazione allo sportello unico per l'edilizia delle istanze in materia di attività edilizia, e la successiva approvazione (entro il 31 gennaio 2009) del modello unico digitale. Tale disposizione non sembra essere attuata;

§      gestione dell'Anagrafe Immobiliare Integrata;

§      vigilanza in materia di accettazione e registrazione degli atti a fini catastali, di cui al comma 5. Si demanda ad un decreto del Ministro dell'Economia e delle Finanze, da emanare - non è fissato un termine - previa intesa della Conferenza Stato-città e autonomie locali la disciplina di sanzioni in materia. Sembrerebbe utile chiarire a che tipo di sanzioni ci si riferisca, atteso che il comma 5 dell'articolo in esame disciplina essenzialmente le funzioni di accettazione e di registrazione degli atti a fini catastali, che i comuni e l'Agenzia del Territorio sono chiamati a svolgere.

 

I commi da 7 a 13 dell'articolo 19 riguardano l'aggiornamento del catasto e il recupero di unità immobiliari attualmente non censite. Secondo le stime contenute nella relazione tecnica, che accompagna il provvedimento in esame, tale recupero dovrebbe riguardare 1,3 milioni di unità, con una corrispondente rendita catastale di circa 627 milioni di euro. Le regolarizzazioni previste potrebbero incidere, sull'IRPEF (la relazione tecnica stima un recupero di gettito di 104 milioni di euro annui) e sui tributi regionali e locali per i quali la relazione tecnica non contiene quantificazioni (cfr infra).

 

Il comma 7 fissa all'Agenzia del territorio il termine del 30 settembre 2010 per adempiere a quanto già previsto dall'art. 2, comma 36, secondo periodo del decreto-legge n. 262 del 2006[24].

In base alla disposizione richiamata l'Agenzia del territorio è chiamata a trasmettere a ciascun comune, con apposito comunicato da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale, l'elenco dei fabbricati iscritti al catasto terreni senza i requisiti della ruralità ai fini fiscali, nonché quelli che non risultano dichiarati al catasto immobili. L'elenco, corredato della data cui riferire la mancata presentazione della dichiarazione al catasto e pubblicizzato, per i sessanta giorni successivi alla pubblicazione del comunicato, presso i comuni interessati, gli uffici provinciali e sul sito internet dell'Agenzia del Territorio, ha valore di richiesta, per i titolari dei diritti reali, di presentazione degli atti di aggiornamento catastale.

 

Si ricorda che il citato art. 2, comma 36, del decreto-legge n. 262 del 2006, stabilisce che l'Agenzia del territorio individui i fabbricati non denunciati al catasto sulla base delle informazioni fornite dall'AGEA e delle verifiche, amministrative, da telerilevamento e da sopralluogo sul terreno, dalla stessa effettuate nell'ambito dei propri compiti istituzionali.

L'Agenzia del Territorio con provvedimento del 9 febbraio 2007 ha definito le modalità tecniche e operative per l'accertamento in catasto dei fabbricati non dichiarati e di quelli che hanno perso i requisiti per il riconoscimento della ruralità ai fini fiscali, nonché quelli che non risultano, in tutto o in parte, dichiarati al catasto. L'elenco dei comuni nei quali è stata accertata la presenza di fabbricati non dichiarati in catasto è stato pubblicato con i comunicati del 10 agosto 2007, 26 ottobre 2007, 7 dicembre 2007, 28 dicembre 2007, 30 dicembre 2008 e 15 dicembre 2009. L'elenco dei comuni nei quali è stata accertata la presenza di immobili per i quali sono venuti meno i requisiti per il riconoscimento della ruralità ai fini fiscali è stato pubblicato con i comunicati del 28 dicembre 2007 e 30 dicembre 2008.

Sempre secondo quanto stabilito dall'art. 2, comma 36, terzo periodo e seguenti, del decreto-legge n. 286 del 2006, se gli interessati non ottemperano alla richiesta di accatastamento entro sette mesi dalla data di pubblicazione del comunicato, l'Agenzia del territorio provvede, con oneri a carico dell'interessato, alla iscrizione in catasto in surroga. Le rendite catastali dichiarate o attribuite producono effetto fiscale a decorrere dal 1° gennaio dell'anno successivo alla data cui riferire la mancata presentazione della denuncia catastale, ovvero, in assenza di tale indicazione, dal 1° gennaio dell'anno di pubblicazione del comunicato. Si applicano le sanzioni per le violazioni previste dall'articolo 28 del regio decreto-legge n. 652 del 1939, riguardante l'obbligo di dichiarare i nuovi fabbricati entro trenta giorni dal momento in cui sono divenuti abitabili o sono divenuti, da esenti, soggetti all'imposta.

 

Il comma 8 obbliga i titolari di diritti reali sugli immobili che sono stati inseriti negli elenchi comunicati ai comuni da parte dell'Agenzia del territorio, dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2009, a presentare, entro il 31 dicembre 2010, la dichiarazione di aggiornamento catastale a fini fiscali. Le dichiarazioni verranno rese note ai comuni da parte dell'Agenzia del territorio attraverso il Portale telematico, affinché possano essere effettuati i controlli di conformità urbanistico-edilizia.

In caso di inottemperanza della dichiarazione catastale l'Agenzia del territorio procede all'attribuzione provvisoria di una rendita presunta - sulla base di elementi tecnici forniti dai comuni - nelle more dell'iscrizione in catasto attraverso le procedure di aggiornamento degli archivi catastali, previste dal decreto del Ministro delle finanze (nel testo, "decreto ministeriale") del 19 aprile 1994 n. 701[25]. Gli oneri relativi all’attribuzione provvisoria sono a carico dell’interessato e saranno determinati con apposito provvedimento del Direttore dell'Agenzia del Territorio, da emanare entro il 31 dicembre 2010 (comma 10).

 

 In sostanza la disposizione conferma l'obbligo, già previsto dalla legge, di effettuare la dichiarazione catastale da parte degli intestatari delle particelle in cui insistono gli immobili non dichiarati al catasto, prorogando, tuttavia, il termine di sette mesi dalla data di pubblicazione del comunicato, previsto dal citato art. 2, comma 36, del decreto legge n. 262 del 2006, al 31 dicembre 2010.

 

Riguardo, poi ai controlli in merito alla conformità urbanistico-edilizia, si osserva che la disposizione in esame non distingue fra le varie tipologie di immobili non dichiarati al catasto: se si tratti di fabbricati costruiti secondo le prescrizioni del piano regolatore generale, di fabbricati che non abbiano più il requisito della ruralità, oppure di immobili edificati in zona non compatibile con la destinazione urbanistica.

Si ricorda in proposito l'art. 44 del T.U. dell’edilizia, riguardante le sanzioni penali relative agli abusi edilizi, che vanno dall'ammenda per l'inosservanza delle norme, prescrizioni e modalità esecutive previste dalla legge e dal permesso di costruire stesso, all'arresto nei casi di esecuzione dei lavori in totale difformità o assenza del permesso o di prosecuzione degli stessi nonostante l'ordine di sospensione o in caso di lottizzazione abusiva di terreni a scopo edilizio. L’art. 44 è richiamato anche dall’articolo 181 del Codice Urbani (D.lgs. n. 42 del 2004) nel caso di opere eseguite su beni paesaggistici in assenza di autorizzazione o in difformità da essa; tale ultima disposizione prevede anche che con la sentenza di condanna venga ordinata la rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato. Si ricorda, infine, che accanto alla disciplina che prevede l’ordine di demolizione come conseguenza della sentenza penale di condanna coesiste una normativa di natura amministrativa che prevede un procedimento che ha come sbocco l’effettiva demolizione dell'opera (art. 31 del D.P.R. 380/2001). Si richiamano anche gli articoli 40 e 41 del T.U. dell’edilizia che disciplinano rispettivamente la sospensione o la demolizione di interventi abusivi da parte della regione e la procedura per l'esecuzione della demolizione delle opere abusive.

 

Il medesimo obbligo di dichiarazione di aggiornamento catastale, previsto dal comma 8, grava, sempre entro il termine del 31 dicembre 2010, su coloro che siano titolari di diritti reali su immobili, che abbiano subito variazioni di consistenza o di destinazione non dichiarate in catasto. La disposizione sembra, pertanto, riferirsi a tutti coloro i cui immobili non siano inclusi negli elenchi sopra menzionati, in quanto la violazione non consiste in un manufatto totalmente o in parte non dichiarato (comma 9).

La disposizione fa salve le procedure previste dal comma 336 dell'articolo 1 della legge n. 311 del 2004[26], nonché le attività da svolgere in surroga da parte dell'Agenzia del territorio per i fabbricati rurali per i quali siano venuti meno i requisiti per il riconoscimento della ruralità ai fini fiscali, individuati ai sensi dell'articolo 2, comma 36, del D.L. n. 262 del 2006, nonché quelle di accertamento relative agli immobili iscritti in catasto, come fabbricati o loro porzioni, in corso di costruzione o di definizione che siano divenuti abitabili o servibili all'uso cui sono destinati.

In caso di inottemperanza l'Agenzia del territorio procede agli accertamenti con la collaborazione dei comuni. (comma 11).

 

Ai commi 10 e 11 si dà facoltà all'Agenzia del territorio di stipulare convenzioni con gli organismi rappresentativi delle categorie professionali per lo svolgimento delle operazioni connesse all'iscrizione provvisoria, all'accatastamento in surroga e agli accertamenti necessari.

 

Il comma 12 prevede che l'Agenzia del territorio dal 1° gennaio 2011 avvii un monitoraggio costante del territorio, per l'individuazione di fabbricati non dichiarati al Catasto, avvalendosi delle verifiche tecnico-amministrative, del telerilevamento e dei sopralluoghi sul terreno, con l'applicazione delle disposizioni di cui al citato, art. 2, comma 36, del decreto-legge n. 262 del 2006.

Si dispone, inoltre, che l'Agenzia del territorio provveda ad effettuare l'attribuzione della rendita presunta, come previsto dal comma 10 dell'articolo in esame, ove i titolari dei diritti reali sugli immobili non dichiarati al catasto non ottemperino all'obbligo di effettuare la dichiarazione.

Si fanno salve le procedure previste dall’articolo 1, comma 336, del D.L. n. 262 del 2006, nonché i poteri di controllo dei Comuni in materia urbanistico- edilizia e l'applicabilità delle relative sanzioni.

 

Il comma 13 prevede che gli uffici dell'Agenzia del territorio per le attività di accertamento catastale si avvalgono dei poteri di cui agli articoli 51 e 52 del D.P.R. n. 633 del 1972[27]. Si tratta delle attribuzioni degli uffici ai fini dell'accertamento dell'imposta sul valore aggiunto; questi infatti possono procedere all'esecuzione di accessi, ispezioni e verifiche, invitare i soggetti interessati a comparire di persona o a mezzo di rappresentanti per esibire documenti e scritture, o per fornire dati e notizie, inviare questionari e invitare qualsiasi soggetto ad esibire documenti rilevanti ai fini dell'accertamento.

 

Il comma 14 aggiunge il comma 1-bis all'art. 29 della legge n. 52 del 1985[28].

Il richiamato articolo, che si compone di un unico comma, stabilisce che, negli atti con cui si concede l'ipoteca o di cui si chiede la trascrizione, l'immobile deve essere designato anche con l'indicazione di almeno tre dei suoi confini.

In base al nuovo comma - a decorrere dal 1° luglio 2010 (comma 16) - gli atti pubblici e le scritture private autenticate tra vivi, che hanno ad oggetto il trasferimento e la costituzione di diritti reali, nonché lo scioglimento di comunione di diritti reali su fabbricati già esistenti, ad esclusione dei diritti reali di garanzia, devono contenere, per le unità immobiliari urbane, a pena di nullità:

§      l’identificazione catastale;

§      il riferimento alle planimetrie depositate in Catasto;

§      la dichiarazione degli intestatari sulla conformità di dati catastali e planimetrie allo stato di fatto. La predetta dichiarazione può essere sostituita da un'attestazione di conformità rilasciata da un tecnico abilitato alla presentazione degli atti di aggiornamento catastale.

Prima della stipula, il notaio deve individuare gli intestatari catastali e verificare la loro conformità a quanto risulta dai registri immobiliari.

Disposizioni attuative sono state emanate con la circolare n. 2/2010 dell’Agenzia del territorio del 9 luglio 2010 (prot. 36607)[29].

 

Il comma 15 prevede che dal 1° luglio 2010 (comma 16) la richiesta di registrazione dei contratti verbali o scritti di locazione o affitto di immobili, nonché la cessione, risoluzione o proroga, anche tacita, di tali contratti, deve contenere l'indicazione dei dati catastali. La mancata indicazione dei dati catastali comporta l'applicazione della sanzione prevista dall'art. 69 del D.P.R. n. 131 del 1986[30] per chi omette la richiesta di registrazione di elementi rilevanti ai fini dell'applicazione dell'imposta di registro (sanzione amministrativa dal 120 al 240 per cento dell'imposta dovuta).

Il comma 15, a differenza del precedente comma 14, fa riferimento agli immobili esistenti sul territorio dello Stato, senza distinzione tra terreni e fabbricati, né distinzione fra le varie tipologie di fabbricato. L'indicazione dei dati catastali attiene non al contratto, ma alla richiesta di registrazione, per la quale attualmente non sono richiesti.

La relazione al disegno di legge (A.S. 2228) individua quali finalità della norma il contrasto all'elusione e all'evasione fiscali relative al settore delle locazioni per tutti i tributi connessi.

 

Il comma 16, oltre a disporre l’applicazione dal 1° luglio 2010 delle disposizioni previste ai commi 14 e 15, prevede chele Regioni a statuto speciale e le Province autonome adottino, nei territori in cui vige il regime tavolare, disposizioni per l'applicazione di quanto previsto nell'articolo in esame, al fine di assicurare il coordinamento con l'ordinamento tavolare stesso.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativoallegato al testo originario del provvedimento, ascrivealle norme i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

183

104

104

0

183

104

104

0

183

104

104

 

La relazione tecnica al testo originario ricorda che le disposizioni prevedono l’istituzione dell’Anagrafe immobiliare integrata, finalizzata ad attestare, ai fini fiscali, l’identità dei soggetti titolari di diritti reali sugli immobili. Si dispone, inoltre che l’Agenzia del territorio, entro il 30 settembre 2010, concluda il procedimento di individuazione degli immobili non censiti nel catasto - previsto ai sensi dell’articolo 2, comma 36, del decreto-legge n. 262 del 2006 - a seguito del quale i titolari di diritti reali sui suddetti immobili devono procedere all’accatastamento dei medesimi entro il 31 dicembre 2010. Ove non vi provvedano nel termine stabilito, l’Agenzia del territorio procede all’attribuzione di una rendita catastale presunta, da iscrivere transitoriamente in catasto. Inoltre, l’Agenzia effettua gli accertamenti di competenza anche con la collaborazione dei Comuni.

A decorrere dal 1° gennaio 2011 l’Agenzia procede ad avviare un nuovo monitoraggio del territorio per individuare ulteriori unità immobiliari non censite in catasto.

La relazione tecnica stima che le disposizioni contenute nell’articolo in esame possano determinare un recupero di unità immobiliari attualmente non censite prudenzialmente valutato in 1,3 milioni di unità, con una corrispondente rendita catastale di 627 milioni di euro. Tali stime sono effettuate in base ai dati forniti dall’Agenzia del territorio. In base a tali dati, si stima un recupero di gettito IRPEF di 104 milioni di euro annui.

In termini di cassa, utilizzando una percentuale di acconto effettivo del 75 per cento, si determinano maggiori entrate per 183 milioni di euro nel 2011 e per 104 milioni di euro annui dal 2012.

Prudenzialmente non sono quantificati effetti in termini di tributi regionali e locali.

 

Si segnala che, nel corso delle audizioni svolte dalla VI Commissione Finanze e Tesoro durante l’iter del provvedimento presso il Senato, il Direttore dell’Agenzia del territorio[31] ha, tra l’altro, fornito i risultati dell’attività di individuazione dei fabbricati non dichiarati in catasto, conseguiti a tutto il mese di aprile 2010.

Le attività, previste ai sensi del decreto-legge n. 262 del 2006, articolo 2, comma 36, si sono svolte nel triennio 2007-2009 ed hanno riguardato quasi tutto il territorio nazionale, con esclusione dei comuni ubicati nelle province autonome di Trento e Bolzano, il cui catasto non è gestito dall’Agenzia, e di circa 400 comuni, per i quali le attività di foto-identificazione sono ancora in corso.

Sono state identificate oltre due milioni di particelle catastali, sulle quali insistono immobili non dichiarati in catasto.

A tutto il mese di aprile sono stati svolti oltre il 25 per cento degli accertamenti totali, pervenendo all’accatastamento di circa 530.000 unità immobiliari urbane, cui corrisponde un incremento di rendita catastale pari a circa 257 milioni di euro. Di tali unità, circa 209.000, cui corrisponde un incremento di rendita catastale di circa 68 milioni di euro, sono state iscritte in catasto per effetto di adempimento spontaneo.

Le attività di individuazione devono essere completate per circa 400 comuni gestiti dal Sistema informativo nazionale catastale.

 

La relazione tecnica,riferita al maxiemendamento presentato al Senato afferma che le modifiche introdotte in tale sede non hanno rilievo finanziario e, pertanto, non modificano la quantificazione degli effetti ascritti inizialmente alle norme.

Infatti, l’introduzione della disposizione volta ad assicurare ai comuni, a titolo gratuito, la piena accessibilità ed interoperabilità applicativa delle banche dati si fonda su piani di investimento già realizzati da parte dell’Agenzia del territorio nel corso degli anni, al fine di adeguare i sistemi alla più ampia collaborazione con i comuni. Gli eventuali ulteriori investimenti che si rendessero necessari potranno verosimilmente essere assorbiti dalle dotazioni correntemente disponibili per l’Agenzia del territorio.

Infine, le integrazioni introdotte al comma 9 non modificano gli effetti finanziari originariamente quantificati in quanto volte ad escludere dalla procedura di individuazione degli immobili non censiti nel catasto alcune fattispecie di accertamenti, che hanno rilevanza fiscale, diversi da quelli relativi ai fabbricati mai dichiarati, sulla cui consistenza si fondano invece le stime della relazione tecnica.

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che, al fine di poter formulare una valutazione circa la congruità delle stime presentate nella relazione tecnica, appare necessario acquisire ulteriori elementi informativi sui dati di base utilizzati e sulla loro natura.

In particolare, la relazione afferma che il numero delle unità immobiliari che si ritiene di recuperare a tassazione (1,3 milioni di unità) e la corrispondente rendita catastale (627 milioni di euro) rappresentano stime effettuate sulla base dei dati forniti dall’Agenzia del territorio. Andrebbero pertanto forniti i dati alla base di tali elaborazioni e chiarita la metodologia attraverso la quale si sia pervenuti a tali parametri di stima.

In proposito si segnala che la rendita catastale media per unità immobiliare recuperata desumibile dalla relazione tecnica (circa 482 euro) appare coerente con quella complessivamente ricavabile dai dati sui risultati dell’attività svolta forniti dall’Agenzia (circa 483 euro per unità).

Non appare chiaro, altresì, in base a quali criteri, per la stima del recupero di gettito IRPEF, sia stata applicata un’aliquota media  d’imposta effettiva di poco inferiore al 17 per cento, la cui scelta potrebbe rispondere a criteri di prudenzialità.

Andrebbero, inoltre, fornite indicazioni circa l’origine degli effetti ascritti alle disposizioni. In particolare, il fatto che la relazione tecnica ascriva alle disposizioni effetti di cassa dal 2011 lascia presupporre che stessi derivino in misura prevalente da adempimenti spontanei dei contribuenti titolari di diritti reali sugli immobili già individuati ai sensi del decreto-legge n. 262 del 2006, per i quali le norme introducono, di fatto, una riapertura dei termini di regolarizzazione ai fini catastali e fiscali ovvero per i titolari di diritti reali sugli immobili individuati, entro il 31 dicembre 2010, a seguito del completamento della procedura da parte dell’Agenzia.

Nel caso di inadempienza dei titolari, infatti, sarebbe la stessa Agenzia ad attribuire una rendita presunta, avvalendosi di elementi tecnici forniti dai comuni e della collaborazione di Ordini professionali. Per assicurare un maggior gettito dal 2011, tali operazioni, fermo restando il termine per l’accatastamento spontaneo del 31 dicembre 2010, dovrebbero concludersi nei primi mesi dell’anno, anteriormente alla scadenza del termine per la presentazione delle dichiarazioni IRPEF.  

Tuttavia, gli stessi risultati dell’attività svolta fino ad ora mostrano come gli accatastamenti per adempimento spontaneo rappresentino meno del 40 per cento del totale degli accatastamenti effettuati a seguito della procedura e, soprattutto, riguardino unità immobiliari che espongono una rendita catastale media inferiore rispetto a quella del complesso delle unità accatastate a tale titolo.

Alla luce di tali evidenze statistiche prevedere la decorrenza dal 2011 dell’intero effetto di gettito annuo stimato a regime (fatti saldi gli effetti di saldo e acconto) potrebbe rivelarsi poco prudenziale.

Andrebbe, inoltre, chiarito il motivo in base al quale la quantificazione non considera gli effetti fiscali delle rendite catastali, dichiarate spontaneamente o attribuite, riferiti agli anni pregressi, che potrebbe incrementare l’effetto complessivo di gettito realizzabile.

Ai sensi dell’articolo 2, comma 36, della legge n. 262 del 2006 tali effetti fiscali si producono dal primo gennaio dell’anno successivo alla data cui riferire la mancata presentazione della dichiarazione catastale, ovvero, in assenza di tale indicazione, dal 1° gennaio dell’anno di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale del comunicato con il quale l’Agenzia del territorio ha reso noto l’elenco dei comuni oggetto dell’attività e, per ciascun comune, l’elenco delle particelle catastali sulle quali insistono unità immobiliari non dichiarate in catasto.  Poiché, ai sensi del comma 8 dell’articolo in esame, sono tenuti a presentare la dichiarazione di aggiornamento catastale entro il 31 dicembre 2010 i contribuenti titolari di diritti reali sugli immobili non dichiarati individuati con riferimento ai comunicati pubblicati dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2009, per tali contribuenti sarà necessario sanare la propria posizione debitoria nei confronti del fisco per un numero di esercizi pregressi da uno a tre, in considerazione della data di pubblicazione dell’elenco contenente le particelle catastali su cui insistono gli immobili non dichiarati.

 


 

Articolo 19, comma 16-bis
(Procedure alienazione alloggi edilizia residenziale pubblica.)

 

16-bis. All'articolo 58 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, al comma 7, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: «, anche per quanto attiene alla alienazione degli immobili di cui alla legge 24 dicembre 1993, n. 560».

 

 

Il comma 16-bis, introdotto nel corso dell'esame al Senato, interviene sull'art. 58, comma 7, del decreto-legge 112/2008.

Con tale intervento si specifica che anche per le procedure di alienazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica (e.r.p.) di cui alla legge 560/1993 (secondo la quale sono alloggi e.r.p. quelli acquisiti, realizzati o recuperati, ivi compresi quelli di cui alla legge 52/1976, a totale carico o con il concorso o contributo dello Stato, della regione o di enti pubblici territoriali, nonché con i fondi derivanti da contributi dei lavoratori ai sensi della legge 60/1963, dallo Stato, dagli enti pubblici territoriali, nonché dagli IACP e dai loro consorzi comunque denominati e disciplinati con legge regionale) vi è la possibilità di individuare forme di valorizzazione - nel rispetto dei principi di salvaguardia dell’interesse pubblico e mediante l’utilizzo di strumenti competitivi - alternative rispetto alla procedura di valorizzazione del patrimonio immobiliare prevista dal comma 1 dell'art. 58 del citato decreto legge 112/2008.

 

Si ricorda che il comma 7 del decreto legge 112/2008, che qui si novella, dispone che i soggetti di cui al comma 1 possono in ogni caso individuare forme di valorizzazione alternative, nel rispetto dei principi di salvaguardia dell'interesse pubblico e mediante l'utilizzo di strumenti competitivi.

Il comma 1, prevede che siano regioni, province, comuni e altri enti locali a disporre l’individuazione, con delibera del proprio organo di Governo e in base della documentazione dei propri archivi ed uffici, dei singoli beni immobili che ricadono nel territorio di propria competenza. Per l'individuazione è richiesta la redazione di un apposito elenco. I beni devono essere non strumentali all’esercizio delle proprie funzioni istituzionali e suscettibili di essere valorizzati ovvero dismessi.

 

La disposizione in esame stabilirebbe quindi, in via esplicita, che per le modalità di alienazione degli immobili e.r.p. si possono adottare le procedure di valorizzazione del patrimonio immobiliare previste dall'art. 58 del decreto-legge 112/2008, in alternativa alla procedura individuata dalla citata legge 560/1993.

 

Si ricorda che la legge n. 560/1993 ha consentito agli enti proprietari di alloggi e.r.p. di porre in vendita parte dei patrimonio immobiliare amministrato. La disciplina introdotta con tale legge, come modificata dalla legge 136/1999, ha definito i requisiti richiesti agli acquirenti, i criteri per la determinazione del prezzo di vendita, la destinazione delle risorse così acquisite, fissando altresì una percentuale massima, pari al settantacinque per cento, del patrimonio alienabile nel territorio di ciascuna provincia.

Circa la potestà normativa dello Stato e delle Regioni in materia di edilizia residenziale pubblica, si ricorda la sentenza della Corte costituzionale n. 94/2007 ha chiarito che tale materia, non ricompresa né nel secondo e né nel terzo comma dell'art. 117 della Costituzione, “non consente, però, di concludere puramente e semplicemente nel senso che tutti gli aspetti di tale complessa materia debbano essere ricondotti alla potestà legislativa residuale delle Regioni”.

Come ribadito, da ultimo con la sentenza n. 121/2010, la materia dell'edilizia residenziale pubblica si estende su tre livelli normativi. Il primo riguardo all’offerta minima dei livelli essenziali dei diritti sociali e civili (Cost. art. 117, secondo comma, lett. m)); il secondo attiene al governo del territorio, materia concorrente; il terzo riguarda la gestione del patrimonio immobiliare, rientrante nella competenza legislativa residuale delle regioni (Cost. art. 117, quarto comma).

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non prende in considerazione la norma.

 

La relazione tecnica, riferita al maxiemendamento presentato al Senato, non prende in considerazione la norma.

 

In merito ai profili di quantificazione, non ci sono osservazioni da formulare.


 

Articolo 20
(Adeguamento alle disposizioni comunitarie delle limitazioni all'uso del contante e dei titoli al portatore)

 


1. A fini di adeguamento alle disposizioni adottate in ambito comunitario in tema di prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, le limitazioni all'uso del contante e dei titoli al portatore, di cui all'articolo 49, commi 1, 5, 8, 12 e 13, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, sono adeguate all'importo di euro cinquemila.

2. In ragione di quanto disposto dal comma 1, ed al fine di rafforzarne l'efficacia, al decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, sono apportate le seguenti modifiche:

     a) nell'articolo 49, al comma 13, le parole: «30 giugno 2009» sono sostituite dalle seguenti: «30 giugno 2011»;

     b) all'articolo 58, dopo il comma 7 è aggiunto il seguente comma: «Per le violazioni previste dai precedenti commi, la sanzione amministrativa pecuniaria non può comunque essere inferiore nel minimo all'importo di tremila euro. Per le violazioni di cui al comma 1 che riguardano importi superiori a cinquantamila euro la sanzione minima è aumentata di cinque volte. Per le violazioni di cui ai commi 2, 3 e 4 che riguardano importi superiori a cinquantamila euro le sanzioni minima e massima sono aumentate del cinquanta per cento.».

2-bis. È esclusa l'applicazione delle sanzioni di cui all'articolo 58 del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, per la violazione delle disposizioni previste dall'articolo 49, commi 1, 5, 8, 12 e 13 del medesimo decreto, commesse nel periodo dal 31 maggio 2010 al 15 giugno 2010 e riferite alle limitazioni di importo introdotte dal comma 1 del presente articolo.


 

 

L’articolo 20 in esame interviene, al comma 1, sull'articolo 49 del D.Lgs. n. 231 del 2007[32] riducendo da 12.500 a 5.000 euro la soglia massima per l’utilizzo del contante e dei titoli al portatore.

La predetta modifica, realizzata al fine di adeguare le disposizioni adottate in ambito comunitario dirette a prevenire l’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, interessa, in particolare, i commi 1, 5, 8, 12 e 13 del citato articolo 49, dei cui limiti viene adeguato l'importo.

 

Si valuti al riguardo, sotto il profilo della tecnica legislativa, l'opportunità di intervenire sotto forma di una novella sui predetti commi 1, 5, 8, 12 e 13 dell'articolo 49 anziché prevedere, come fa il testo in esame, che "le limitazioni all'uso del contante ( ...) sono adeguate all'importo di euro cinquemila".

 

Il citato articolo 49, recante “limitazioni all'uso del contante e dei titoli al portatore”, nella versione previgente le modifiche apportate dalla norma in commento, dispone fra l’altro:

-       il divieto di trasferimento di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera, effettuato a qualsiasi titolo tra soggetti diversi, quando il valore oggetto di trasferimento, è complessivamente pari o superiore a 12.500 euro. Il trasferimento è vietato anche quando è effettuato con più pagamenti inferiori alla soglia che appaiono artificiosamente frazionati. Il trasferimento può tuttavia essere eseguito per il tramite di banche, istituti di moneta elettronica e Poste Italiane S.p.A. (comma 1);

-       l'obbligo di indicare negli assegni bancari e postali emessi per importi pari o superiori a 12.500 euro l'indicazione del nome o della ragione sociale del beneficiario e la clausola di non trasferibilità (comma 5);

-       la possibilità per gli istituti bancari e postali di rilasciare assegni circolari, vaglia postali e cambiari di importo inferiore a 12.500 euro, su richiesta scritta del cliente, senza la clausola di non trasferibilità (comma 8);

-       il divieto di detenere libretti di deposito bancari o postali al portatore con saldo pari o superiore a 12.500 euro. In via transitoria, relativamente ai libretti che alla data di entrata in vigore del decreto n. 231 del 2007[33] presentavano un saldo superiore al predetto limite, i clienti hanno tempo sino al 30 giugno 2009 per estinguere ovvero ridurre il saldo al di sotto della soglia fissata (commi 12 e 13).

 

In sostanza, la norma in esame reintroduce i limiti di importo all’uso del contante - finalizzati al contrasto del riciclaggio e del terrorismo - vigenti prima dell'entrata in vigore del decreto legge 25 giugno 2008, n. 112, che all'articolo 32 aveva elevato da 5.000 a 12.500 euro la soglia massima per l'utilizzo del contante e dei titoli al portatore.

 

Il comma 2, a seguito di quanto disposto dal comma precedente e al fine di rafforzarne l'efficacia, modifica gli articoli 49 e 58 del decreto legislativo n. 231 del 2007.

 

La lettera a), in particolare, interviene al comma 13 dell’articolo 49 al fine di posticipare di 2 anni (dal 30 giugno 2009 al 30 giugno 2011) il termine entro cui i libretti di deposito bancari o postali al portatore con saldo pari o superiore a 5.000 euro devono essere estinti (ovvero il loro saldo deve essere ridotto entro tale importo).

 

La lettera b) interviene all'articolo 58 del decreto legislativo n. 231 del 2007 aggiungendovi un comma.

 

Si ricorda che l'articolo 58 reca le disposizioni sanzionatorie relative alle violazioni delle disposizioni contenute nel Titolo III del decreto legislativo, titolo in cui è contenuto l'articolo 49 sopra citato.

L'articolo prevede, al comma 1, che fatta salva l'efficacia degli atti, alle violazioni delle disposizioni di cui all'articolo 49, commi 1, 5, 6 e 7, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria dall'1 per cento al 40 per cento dell'importo trasferito.

Il comma 2 prevede che la violazione della prescrizione di cui all'articolo 49, comma 12, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 20 per cento al 40 per cento del saldo.

Ai sensi del comma 3 la violazione della prescrizione contenuta nell'articolo 49, commi 13 e 14, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 10 per cento al 20 per cento del saldo del libretto al portatore.

Ai sensi del comma 4 la violazione delle prescrizioni contenute nell'articolo 49, commi 18 e 19, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 20 per cento al 40 per cento dell'importo trasferito.

Il comma 5 punisce la violazione del divieto di cui all'articolo 50, comma 1, con una sanzione amministrativa pecuniaria dal 20 per cento al 40 per cento del saldo.

Il comma 6 punisce la violazione del divieto di cui all'articolo 50, comma 2, con una sanzione amministrativa pecuniaria dal 10 per cento al 40 per cento del saldo.

Ai sensi del comma 7, infine, la violazione dell'obbligo di cui all'articolo 51, comma 1, è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria dal 3 per cento al 30 per cento dell'importo dell'operazione, del saldo del libretto ovvero del conto.

 

Il comma (ottavo) che viene aggiunto al richiamato articolo 58 dal testo in esame prevede in particolare che:

§      per le violazioni previste dai precedenti commi, la sanzione amministrativa pecuniaria non può comunque essere inferiore nel minimo all’importo di tremila euro;

§      per le violazioni di cui al comma 1 (ossia violazioni delle disposizioni di cui all'articolo 49, commi 1, 5, 6 e 7) che riguardano importi superiori a cinquantamila euro la sanzione minima è aumentata di cinque volte;

§      per le violazioni di cui ai commi 2, 3 e 4 (ossia violazioni concernenti - rispettivamente - il comma 12, i commi 13 e 14, e i commi 18 e 19 dell'articolo 49) che riguardano importi superiori a cinquantamila euro le sanzioni minima e massima sono aumentate del cinquanta per cento.

 

Il comma 2-bis, inserito nel corso dell’esame del provvedimento presso il Senato, reca disposizioni dirette ad evitare l’applicazione delle sanzioni per le violazioni commesse nel periodo compreso tra il 31 maggio 2010 (data di entrata in vigore del decreto legge in esame) e il 15 giugno 2010 qualora siano riferite alle limitazioni di importo per l’uso del contante e di titoli al portatore introdotte dal comma 1 della norma in commento.

 

 

 

Profili finanziari (articolo 20)

Il prospetto riepilogativo non ascrive effetti finanziari alla norma.

 

La relazione tecnica non considera la norma. La relazione illustrativa chiarisce che l’obbligo di ricorrere a uno strumento di pagamento tracciabile per importi superiori a 5.000 euro concorre a limitare frodi, evasione fiscale e riciclaggio.

 

Nulla da osservare in merito ai profili di quantificazione.

 

 


 

Articolo 21
(Comunicazioni telematiche alla Agenzia delle Entrate)

 

1. Con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate sono individuate modalità e termini, tali da limitare al massimo l'aggravio per i contribuenti per la comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini dell'imposta sul valore aggiunto, di importo non inferiore a euro tremila. Per l'omissione delle comunicazioni, ovvero per la loro effettuazione con dati incompleti o non veritieri si applica la sanzione di cui all'articolo 11 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471.

 

 

L’articolo 21 prevede che con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate siano individuate modalità e termini per la comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini IVA, di importo non inferiore a 3.000 euro.

La disposizione non precisa in cosa si sostanzino i nuovi obblighi di trasmissione telematica, demandando al provvedimento direttoriale sia la tempistica sia l'ampiezza delle operazioni soggette a trasmissione.

È previsto tuttavia che l'introduzione dei nuovi adempimenti debba essere effettuata nell'ottica di «limitare al massimo l'aggravio per i contribuenti».

 

Si evidenzia che per l'emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate (in assenza del quale la norma è di fatto inefficace) non viene stabilito alcun termine.

 

La relazione al disegno di legge iniziale sottolinea che “disposizione mira a rafforzare gli strumenti a disposizione dell’amministrazione finanziaria per il contrasto e la prevenzione dei comportamenti fraudolenti soprattutto in materia di IVA (frodi «carosello» e false fatturazioni) ma anche in ambito di imposizione sul reddito. L’analisi e l’incrocio dei dati acquisiti tramite l’invio telematico permetterà una rapida ed efficace individuazione di soggetti a rischio frode ed evasione per una mirata ed immediata azione di controllo. Gli stessi dati consentiranno una più puntuale ricostruzione della congruità dei volumi d’affari e dei costi indicati nelle dichiarazioni nonché l’individuazione di spese e consumi di particolare rilevanza utili alla individuazione della capacità contributiva, in specie ai fini dell’accertamento sintetico. La limitazione dell’obbligo di comunicazione telematica alle sole cessioni e prestazioni di importo unitario superiore a 3.000 euro è inoltre coerente con le finalità della norma (perseguire le forme di frode ed evasione di maggiore rilevanza) e consente di circoscrivere gli adempimenti ad una ristretta platea dei titolari di partita IVA, escludendo in specie milioni di soggetti di minori dimensioni per i quali gli oneri connessi all’adempimento dell’obbligo in questione appaiono non proporzionati alla pur importante finalità della disposizione”.

 

La norma individua infine il sistema sanzionatorio applicabile nelle ipotesi di omissione delle comunicazioni telematiche, ovvero di una loro effettuazione con dati incompleti o non veritieri: è prevista in tali casi l'applicazione della sanzione prevista dall'articolo 11 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471 (sanzione amministrativa compresa tra un minimo di 258 e un massimo di 2.065 euro).

 

Si ricorda infatti che l'articolo 11 del decreto legislativo n. 471 del 1997[34] punisce - al comma 1, lettera a) - con la sanzione amministrativa da lire cinquecentomila a lire quattro milioni:

-        l'omissione di ogni comunicazione prescritta dalla legge tributaria anche se non richiesta dagli uffici o dalla Guardia di finanza al contribuente o a terzi nell'esercizio dei poteri di verifica ed accertamento in materia di imposte dirette e di IVA;

-        l'invio di tali comunicazioni con dati incompleti o non veritieri.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

627,5

836,7

836,7

0

627,5

836,7

836,7

0

627,5

836,7

836,7

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che gli adempimenti introdotti con la norma in esame (unitamente alla norma sulle modalità di pagamento delle cessioni e delle prestazioni di cui all’articolo 20 del provvedimento in esame), nonché le sanzioni previste in caso di violazione, determineranno sicuri effetti di deterrenza dei comportamenti evasivi con conseguente recupero di gettito.

Ai fini della valutazione degli effetti sul gettito, la relazione tecnica considera l’ammontare dell’IVA netta incassata nel 2009, pari a 105.990 milioni di euro, di cui circa 1.400 milioni derivanti da attività di recupero di evasione pregressa. Al netto di tale recupero, si perviene ad un gettito IVA di riferimento di 104.590 milioni di euro.

Limitando prudenzialmente la stima dell’efficacia dissuasiva della disposizione al solo ambito IVA, senza considerare gli effetti positivi che potrebbero derivare nell’ambito dell’imposizione diretta, si stima, in particolare, un maggior gettito progressivamente crescente negli anni dal 2011 al 2013. Tale maggior gettito è commisurato allo 0,6 per cento del gettito 2009 per l’esercizio 2011 ed allo 0,8 per cento negli esercizi successivi.    

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che la stima proposta non appare corredata da informazioni e dati che consentono di suffragare le percentuali di incremento di gettito stimate.

Gli effetti considerati, inoltre, appaiono connotati da un margine di aleatorietà in quanto dipendenti da adempimenti spontanei dei contribuenti, che dovrebbero essere indotti ad ottemperare ai nuovi obblighi di trasmissione per l’effetto di deterrenza insito nelle sanzioni applicabili in caso di violazione.

Andrebbe, inoltre, chiarito se la mancata previsione di effetti per l’esercizio in corso sia ascrivibile ai tempi di attuazione delle disposizioni stesse. A tal fine è, infatti, prevista l’adozione di un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate per il quale le norme stesse non fissano alcun termine ultimo di emanazione.


 

Articolo 22
(Aggiornamento dell’accertamento sintetico)

 


1. Al fine di adeguare l'accertamento sintetico al contesto socio-economico, mutato nel corso dell'ultimo decennio, rendendolo più efficiente e dotandolo di garanzie per il contribuente, anche mediante il contraddittorio, all'articolo 38 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, con effetto per gli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del presente decreto, i commi quarto, quinto, sesto, settimo e ottavo, sono sostituiti dai seguenti:

«L'ufficio, indipendentemente dalle disposizioni recate dai commi precedenti e dall'articolo 39, può sempre determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente sulla base delle spese di qualsiasi genere sostenute nel corso del periodo d'imposta, salva la prova che il relativo finanziamento è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d'imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile.

La determinazione sintetica può essere altresì fondata sul contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva individuato mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza, con decreto del Ministero dell'Economia e delle Finanze da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale con periodicità biennale. In tale caso è fatta salva per il contribuente la prova contraria di cui al quarto comma.

La determinazione sintetica del reddito complessivo di cui ai precedenti commi è ammessa a condizione che il reddito complessivo accertabile ecceda di almeno un quinto quello dichiarato.

L'ufficio che procede alla determinazione sintetica del reddito complessivo ha l'obbligo di invitare il contribuente a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell'accertamento e, successivamente, di avviare il procedimento di accertamento con adesione ai sensi dell'articolo 5 del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218. Dal reddito complessivo determinato sinteticamente sono deducibili i soli oneri previsti dall'articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986 n. 917; competono, inoltre, per gli oneri sostenuti dal contribuente, le detrazioni dall'imposta lorda previste dalla legge.».


 

 

L’articolo 22 reca modifiche all’istituto dell’accertamento sintetico dei tributi (di cui all’articolo 38, quarto comma e seguenti, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600[35]), con l’esplicita finalità (comma 1) di adeguarlo al contesto socio-economico mutato nel corso dell'ultimo decennio, renderlo più efficiente e dotarlo di garanzie per il contribuente, anche mediante il contraddittorio.

 

Nel dettaglio, la disposizione in esame sostituisce i commi da quarto a ottavo del citato articolo 38, con effetto sugli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non èancora scaduto al 31 maggio 2010, data di entrata in vigore del decreto in esame.

 

L’accertamento sintetico, esperibile esclusivamente nei confronti delle persone fisiche, consente agli uffici finanziari di determinare sinteticamente il reddito complessivo netto del contribuente in base a una serie di elementi e nei casi previsti dalla legge.

Nel dettaglio, l’originario comma quarto dell’articolo 38 consentiva all’Amministrazione finanziaria - indipendentemente dalle disposizioni in tema di rettifica delle dichiarazioni, nonché da quanto risultante dalle scritture contabili – di esperire tale determinazione del reddito in base ad elementi e circostanze di fatto certi, in relazione al contenuto induttivo di tali elementi e circostanze, ove il reddito complessivo netto accertabile si discostasse per almeno un quarto da quello dichiarato.

Era demandato a un decreto del Ministro delle finanze, da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale, di stabilire le modalità in base alle quali l'ufficio potesse determinare induttivamente il reddito o il maggior reddito, in relazione ad elementi indicativi di capacità contributiva individuati dal decreto stesso, ove il reddito dichiarato non risultasse congruo rispetto ai predetti elementi per due o più periodi di imposta (cd. “redditometro”)[36].

Qualora l'ufficio determinasse sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la stessa si presumeva sostenuta, salvo prova contraria, con redditi conseguiti, in quote costanti, nell'anno in cui fosse stata effettuata e nei quattro precedenti (quinto comma dell’articolo 38, nella sua formulazione originaria).

Era concessa al contribuente la facoltà di dimostrare, anche prima della notificazione dell'accertamento, che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente fosse costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta. L'entità di tali redditi e la durata del loro possesso dovevano risultare da idonea documentazione (originario sesto comma).

Non si consentiva di dedurre dal reddito complessivo così determinato gli oneri previsti come deducibili ai fini dell’imposta sui redditi; ai fini dell’imposta locale sui redditi (addizionali locali) il maggior reddito accertato sinteticamente doveva essere considerato reddito di capitale, salva la facoltà del contribuente di provarne l'appartenenza ad altre categorie di redditi (originario settimo comma). Infine, l’ottavo comma disponeva l’applicazione dell’accertamento sintetico anche ove il contribuente non ottemperasse agli inviti disposti dagli uffici nell’espletamento dei loro poteri di accertamento delle imposte.

 

Ai sensi del novellato quarto comma dell’articolo 38, l’Amministrazione è sempre autorizzata a determinare sinteticamente il reddito complessivo del contribuente anche sulla base delle spese di qualsiasi genere, sostenute nel corso del periodo d'imposta.

Viene fatta salva la prova che il relativo finanziamento sia avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d'imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile.

Tale ultima disposizione riprende in parte il contenuto dell’originario sesto comma dell’articolo 38.

 

Il novellato quinto comma dell’articolo 38 consente all’Amministrazione di fondare l’accertamento sintetico anche sulla base del contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva, individuato mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza, con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale con periodicità biennale.

Anche per tale ipotesi è fatta salva, per il contribuente, la prova contraria.

 

Dal tenore della disposizione novellata si evince che nella determinazione sintetica del reddito può prendersi in considerazione la tipologia e la consistenza del nucleo familiare del contribuente (ad esempio l'età e il numero dei componenti o la presenza o meno di figli) nonché la sua localizzazione territoriale (si presume l'area geografica ed il tipo di comune in cui si risiede).

 

Ai sensi del novellato sesto comma, condizione per tale determinazione sintetica del reddito complessivo è uno scostamento tra il reddito complessivo accertabile e quello dichiarato di almeno un quinto.

 

Con le disposizioni in esame si amplia il novero di elementi utili all’Amministrazione per l’accertamento sintetico, che – alla luce delle nuove norme – comprende ora anche qualsiasi spesa sostenuta nel periodo d’imposta. Inoltre, è abbassata la soglia necessaria all’attivazione di tale istituto (scostamento tra reddito accertato e reddito dichiarato di un quinto, in luogo dell’originaria misura di un quarto). Non viene riproposta la disposizione secondo cui l'accertamento induttivo è possibile quando il reddito dichiarato non risulta congruo per due o più periodi di imposta. In assenza di tale previsione, pertanto, ai fini dell'accertamento sembrerebbe sufficiente uno scostamento realizzatosi anche in un singolo periodo di imposta.

E’ eliminato il riferimento agli incrementi patrimoniali (originario comma quinto) secondo cui, se l'ufficio determina sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali, la stessa si presume sostenuta, salvo prova contraria, con redditi conseguiti, in quote costanti, nell'anno in cui è stata effettuata e nei quattro precedenti.

 

Il novellato settimo comma prevede che l'ufficio procedente all’accertamento sintetico debba invitare il contribuente a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell'accertamento e, successivamente, di avviare il procedimento di accertamento con adesione (disciplinato dall'articolo 5 del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218[37]).

 

Il novellato ottavo comma dell’articolo 38 –a differenza di quanto previsto dall’originario settimo comma – consente di dedurre, dal reddito determinato sinteticamente, gli oneri previsti come deducibili dall’IRPEF ai sensi dell’articolo 10 del TUIR (Testo unico delle imposte sui redditi, di cui al DPR 22 dicembre 1986, n. 917); inoltre, competono al contribuente le detrazioni dall'imposta lorda previste dalla legge.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

741,2

1.268,8

1.374,7

0

741,2

708,8

814,7

0

741,2

708,8

814,7

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che le modifiche normative introdotte con l’articolo in esame presentano una rilevante valenza dissuasiva che inciderà sui comportamenti dei contribuenti Irpef, assoggettabili all’accertamento sintetico, determinando un aumento dei redditi dichiarati e, di conseguenza, dell’imposta assolta.

Ai fini della stima di tale incremento, la relazione considera l’ammontare dei versamenti Irpef per autotassazione effettuati nel 2009, pari a 21.176 milioni di euro, ed ipotizza un aumento di tali versamenti dell’ordine, rispettivamente, del 2 per cento nel 2011, del 2,5 per cento nel 2012 anno in cui il nuovo strumento di accertamento sintetico basato sull’analisi delle spese effettivamente sostenute dal contribuente entrerà a pieno regime. Nel 2013 è previsto un incremento del 3 per cento.

A decorrere dal 2012, inoltre, la relazione tecnica sconta un ulteriore incremento annuo delle entrate, derivante dall’attività di accertamento svolta sul territorio, stimabile in termini di cassa in 100 milioni di euro e, in termini di competenza, ai fini del saldo netto da finanziare, in 660 milioni di euro.    

 

In merito ai profili di quantificazione, si ribadisce la connotazione di aleatorietà insita nella quantificazione di entrate derivanti da adesione spontanea, basata sull’ipotesi di un incremento dell’adeguamento volontario dei contribuenti.

Al fine di suffragare la stima, in termini di maggior gettito, derivante sia dall’adeguamento spontaneo che dall’accertamento, andrebbero altresì forniti i parametri di riferimento, riscontrabili anche sulla base dei dati ricavati dall’esame degli  effetti conseguiti con l’introduzione di analoghi strumenti di accertamento sintetico, ovvero da indagini e studi condotti a tal fine, attraverso l’analisi dei dati fiscali e dei risultati della lotta all’evasione.

Con riferimento alle maggiori entrate derivanti dal 2012 dall’attività di accertamento, occorrerebbe acquisire chiarimenti sul tasso di realizzazione degli incassi, rispetto alle maggiori imposte accertate, ipotizzato dalla relazione tecnica, pari a circa il 15 per cento (100/660*100).

Tale tasso risulta superiore a quello utilizzato nella relazione tecnica medesima per quantificare gli effetti di altre misure di lotta all’evasione contenute nel provvedimento in esame (ad es. per gli articoli 23 e 24), assunto pari al 10 per cento.

Infatti, ove l’ipotesi di risultati migliori in termini di incassi fosse correlata all’obbligo da parte dell’amministrazione finanziaria di avviare con il contribuente, dopo una fase informativa, una procedura di accertamento con adesione, occorre rilevare come tali forme di accertamento flessibile, se da un lato appaiono più idonee a garantire il buon esito dell’attività accertatrice, dall’altro determinano un significativo abbattimento delle sanzioni e, a volte, della stessa maggiore imposta accertata.

Andrebbero, infine, fornite indicazioni circa i tempi di attuazione delle disposizioni. Le norme, infatti, in merito all’individuazione degli elementi indicativi di capacità contributiva, sui quali dovrebbe fondarsi la determinazione sintetica del reddito presunto, fanno riferimento ad un decreto del MEF da pubblicare con periodicità biennale, senza indicare il termine ultimo per l’adozione del primo di tali provvedimenti.

Infatti, è indubbio che la conoscenza o meno delle tipologie di spese assunte ai fini della presunzione di capacità contributiva e dei coefficienti, attraverso i quali le spese effettuate si traducono in maggior reddito presunto, possono influenzare gli orientamenti dei contribuenti in sede di dichiarazione ed influenzare il tasso di adesione spontanea. 

 


 

Articolo 23
(Contrasto al fenomeno delle imprese “apri e chiudi”)

 

1. Le imprese che cessano l'attività entro un anno dalla data di inizio sono specificamente considerate ai fini della selezione delle posizioni da sottoporre a controllo da parte dell'Agenzia delle entrate, della Guardia di Finanza e dell'INPS, in modo da assicurare una vigilanza sistematica sulle situazioni a specifico rischio di evasione e frode fiscale e contributiva.

 

 

L’articolo 23 prevede che, al fine di individuare le posizioni da sottoporre a controllo da parte dell’Agenzia delle entrate, della Guardia di Finanza e dell’INPS, debbano essere specificamente considerate le imprese che cessano l’attività entro un anno dalla data di inizio, in modo da assicurare una vigilanza sistematica sulle situazioni a specifico rischio di evasione e frode fiscale e contributiva.

Come precisa la Relazione illustrativa che accompagna il disegno di legge di conversione, la norma ha lo scopo di concentrare una specifica azione di vigilanza fiscale su una categoria di contribuenti considerati a particolare rischio di frode o evasione fiscale, ovvero le imprese cosiddette “apri e chiudi”.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

 (milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

1.000

660

660

0

100

100

100

0

100

100

100

 

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale, ai fini della valutazione degli effetti sul gettito, considera il numero delle partite IVA che hanno sia aperto che chiuso l’attività nel 2009, pari a 2.801 società e 37.592 ditte individuali.

Secondo la relazione, la portata numerica del fenomeno induce a ritenere che gli effetti dissuasivi dei controlli, unitamente agli accertamenti che conseguiranno, avranno un sicuro effetto in termini di maggior gettito. Tale effetto è stimato in termini di incassi effettivi in 100 milioni annui, ai quali corrisponderebbero, in termini di competenza ed al solo fine del saldo netto da finanziare, 1.000 milioni di euro nel 2011 e 660 milioni di euro annui dal 2012, in ragione di un miglioramento del rapporto tra somme riscosse e maggiori imposte accertate, a seguito di un rafforzamento dell’attività di accertamento.  

 

In merito ai profili di quantificazione, andrebbe chiarito se gli effetti di maggior gettito ascritti alla disposizione siano imputabili per lo più all’efficacia dissuasiva dei controlli annunciati dalla norma e, quindi, ad una adesione spontanea dei contribuenti, come sembra affermare la relazione tecnica, ovvero esclusivamente all’attività di accertamento.

La prima ipotesi risulterebbe accreditata dalla circostanza che le attività di accertamento in questione potrebbero essere effettuate anche, attraverso indirizzi da attuare in via amministrativa, sulla base della vigente legislazione. Tuttavia, le stime riportate nel prospetto riepilogativo, con le evidenti divaricazioni fra effetti di competenza e di cassa, e la relativa modulazione temporale inducono a ritenere che detti effetti, scontati ai fini della manovra, siano stati calcolati proprio con riferimento all’attività di accertamento. In proposito andrebbero acquisiti chiarimenti, ai fini della verifica dello sviluppo quantitativo e temporale delle stime di gettito.


 

Articolo 24
(Contrasto al fenomeno delle imprese in perdita “sistemica”)

 

1. La programmazione dei controlli fiscali dell'Agenzia delle entrate e della Guardia di finanza deve assicurare una vigilanza sistematica, basata su specifiche analisi di rischio, sulle imprese che presentano dichiarazioni in perdita fiscale, non determinata da compensi erogati ad amministratori e soci, per più di un periodo d'imposta e non abbiano deliberato e interamente liberato nello stesso periodo uno o più aumenti di capitale a titolo oneroso di importo almeno pari alle perdite fiscali stesse.

2. Anche ai fini di cui al comma 1, nei confronti dei contribuenti non soggetti agli studi di settore né a tutoraggio, l'Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza realizzano coordinati piani di intervento annuali elaborati sulla base di analisi di rischio a livello locale che riguardino almeno un quinto della platea di riferimento.

 

 

L’articolo 24, modificato durante l’esame del provvedimento al Senato, reca disposizioni volte a indirizzare l’attività di controllo dell’Agenzia delle Entrate e della Guardia di finanza verso il contrasto del il fenomeno delle imprese in perdita fiscale cosiddetta “sistemica”.

 

A tal fine, il comma 1 obbliga i predetti soggetti a programmare i controlli fiscali in modo da assicurare una vigilanza sistematica su imprese che presentano dichiarazioni in perdita fiscale per più di un periodo di imposta. Tale perdita non deve essere determinata da compensi erogati ad amministratori e soci.

La disposizione prevede che la vigilanza sistematica si basi su specifiche analisi di rischio.

In ordine alla formulazione della norma, potrebbe prendersi in considerazione l’opportunità di demandare a un provvedimento di attuazione la precisazione dei criteri per l’effettuazione delle “analisi di rischio”, eventualmente demandando a tale fonte la definizione dei rischi rilevanti e la modalità di effettuazione delle analisi.

 

La Relazione illustrativa precisa che l’esclusione del caso in cui le perdite sono determinate da compensi erogati ad amministratori e soci è motivata dal fatto che in tale ipotesi - dal punto di vista fiscale - la perdita dell’impresa è controbilanciata dai redditi dei percipienti, assoggettati a tassazione sul reddito delle persone fisiche.

 

A seguito delle modifiche operate durante l’esame del provvedimento al Senato, è stata prevista un’ulteriore condizione perché tali imprese siano sottoposte ai predetti controlli da parte dell’Amministrazione finanziaria: ovvero, non devono aver deliberato e interamente liberato, nello stesso periodo (più di un periodo d’imposta) uno o più aumenti di capitale a titolo oneroso, di importo almeno pari alle perdite fiscali stesse.

 

Il comma 2 prevede che, anche ai fini della suddetta vigilanza sistemica sulle imprese in perdita, siano realizzati dei piani annuali coordinati di intervento nei confronti dei contribuenti non soggetti agli studi di settore né a tutoraggio.

La Relazione illustrativa in proposito precisa che la norma contenuta nel comma 2 “ha la finalità di intensificare l’attività di controllo su di un segmento di contribuenti assai rilevante in termini di gettito fiscale atteso, e che pertanto presenta un rischio di evasione complessiva particolarmente elevato (determinato in misura consistente, proprio per questo segmento di soggetti, dalla esposizione di perdite fiscali)”.

Si specifica inoltre che tale norma, “determinando nei contribuenti la consapevolezza del potenziamento dell’attività di controllo (sempre maggiore via via che lo stesso verrà in concreto attuato sfruttando al massimo le sinergie tra l’Agenzia e la Guardia di finanza), comporterà effetti fortemente dissuasivi delle più disparate pratiche evasive ed elusive che emergono in modo sempre più significativo dalle attività di controllo fiscale”.

 

I suddetti piani di intervento devono essere elaborati sulla base di analisi di rischio a livello locale, che riguardino almeno un quinto della platea di riferimento.

 

Si ricorda che gli studi di settore (introdotti nell’ordinamento dall’articolo 62-bis del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331) sono strumenti diretti a facilitare la ricostruzione induttiva dei redditi d’impresa e di lavoro autonomo, attraverso la determinazione di funzioni di ricavo e compenso per gruppi omogenei di contribuenti operanti nello stesso settore di attività.

Essi valutano la capacità di produrre ricavi o conseguire compensi dalle singole attività economiche e si avvalgono di un metodo informatizzato, elaborato su base statistica, che consente ai contribuenti il calcolo dei ricavi o dei compensi presunti dall’attività di ogni singola impresa o professionista (c.d. procedura di calcolo). Gli studi sono realizzati tramite la raccolta sistematica di dati: sia quelli di carattere fiscale, sia quelli di tipo “strutturale” che caratterizzano l’attività e il contesto economico in cui questa si svolge. In particolare essi sono realizzati rilevando, per ogni singola attività economica, le relazioni esistenti tra le variabili contabili e quelle strutturali, sia interne (processo produttivo, area di vendita, ecc.) che esterne all’azienda o all’attività professionale. Essi tengono infatti conto delle caratteristiche dell’area territoriale e del contesto economico in cui opera l’azienda.

Per quanto concerne il tutoraggio, gli articoli 13 e 14 della legge 23 dicembre 2000, n. 388 hanno previsto regimi fiscali agevolati per coloro che iniziano una nuova attività imprenditoriale o di lavoro autonomo (art. 13), nonché per i soggetti che svolgono attività cosiddette marginali (art. 14).

Le suddette disposizioni agevolative consistono, in sintesi:

-        nell’esonero da numerosi adempimenti contabili;

-        nella concessione di un credito di imposta per l’acquisto delle apparecchiature informatiche;

-        nella convenienza economica derivante dall’applicazione, relativamente al reddito conseguito, dell’imposta sostituiva dell’IRPEF e relative addizionali regionali e comunali, e della non concorrenza dello stesso reddito alla formazione del reddito complessivo IRPEF, con conseguente eliminazione della progressività delle aliquote;

-        nei vantaggi derivanti dall’assistenza gratuita fornita direttamente dall’Agenzia delle Entrate.

Da un punto di vista operativo l’assistenza si esplica prevalentemente attraverso il servizio telematico e, in tutti i casi in cui l’informazione richiesta dall’utente non può essere trattata in maniera automatica, attraverso rapporti diretti con gli uffici, anche mediante posta elettronica.

A partire dal 16 ottobre 2001 è stata pertanto resa disponibile la procedura di “tutoraggio” per i soggetti che hanno optato per i regimi fiscali agevolati previsti per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo e per le attività marginali.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale del provvedimento, ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

1433,1

1485

1.526

0

533,1

925

966,3

0

533,1

925

966,3

 

La relazione tecnica, riferita al testo iniziale afferma che, ai fini della valutazione degli effetti sul gettito, sono stati considerati i dati delle dichiarazioni relative ai periodi d’imposta 2006 e 2007, dai quali si desume che il reddito dichiarato dalle imprese interessate ammonta complessivamente a circa 32 miliardi di euro.

Per la stima si è considerato un reddito di circa 30 miliardi di euro, al fine di tenere conto degli effetti della crisi determinatasi nell’ultimo biennio, e si è ipotizzato che l’effetto dissuasivo delle norme comporti un incremento di tale reddito dichiarato del 3 per cento nel 2011, del 7 per cento nel 2012 e del 9 per cento nel 2013. Tali incrementi, applicando un’aliquota media del 27,5 per cento, determinano un aumento di gettito di 247,5 milioni di euro nel 2011, di 577,5 milioni di euro nel 2012 e di 742,5 milioni di euro dal 2013.

La stima non considera gli effetti che potrebbero determinarsi in termini di IVA e di altre imposte indirette.

La relazione, inoltre, quantifica ulteriori effetti di gettito, connessi all’aumento dei controlli, valutabili in termini di 100 milioni di euro di incassi annui. Per competenza, ai fini del saldo netto da finanziare l’importo si cifra in 1.000 milioni di euro per l’anno 2011 e di 660 milioni di euro dal 2012, in ragione di un miglioramento del rapporto tra incassi effettivi e maggiori imposte accertate, a seguito del rafforzamento dell’attività di controllo ed accertamento.

 

La relazione tecnica allegata al maxiemendamento presentato al Senato precisa che le modifiche introdotte hanno limitato l’ambito di applicazione delle disposizioni alle imprese in perdita per più di un periodo d’imposta che non abbiano deliberato, nel medesimo periodo, aumenti di capitale a titolo oneroso di importo almeno pari alle perdite fiscali stesse. Tale limitazione non genera variazioni sostanziali rispetto agli effetti positivi stimati in sede di relazione tecnica originaria.

 

In merito ai profili di quantificazione, occorre in primo luogo acquisire più puntuali indicazioni quantitative circa gli effetti della modifica introdotta dal Senato. La norma, infatti, che appare ridurre la platea delle imprese oggetto di vigilanza sistematica in sede di controlli fiscali, potrebbe ridimensionare gli effetti di maggiore entrata stimati dalla relazione tecnica originaria.

Non sono inoltre esplicitate le ipotesi e le evidenze statistiche alla base dell’individuazione degli effetti risultanti dall’attività di accertamento. Si osserva in proposito che tali effetti, in termini di cassa e di competenza sono stimati in misura identica a quelli previsti per l’introduzione delle disposizioni di cui al precedente articolo 23, in materia di contrasto al fenomeno delle imprese “apri e chiudi”.

Pur ritenendosi che tali stime di risultato debbano interpretarsi come obiettivi minimi dell’attività di accertamento, tuttavia, occorre segnalare che, anche in base a tale interpretazione, i suddetti obiettivi dovrebbero essere diversamente modulati in relazione alla numerosità dei contribuenti appartenenti al segmento specifico oggetto di controlli mirati, alla probabilità di emersione di comportamenti evasivi o elusivi ed alla loro natura, alla relativa posizione reddituale dei contribuenti, nonché alla tipologia delle imposte evase.


 

Articolo 25
(Contrasto di interessi: ritenuta operata su bonifici bancari e postali)

 

1. A decorrere dal 1o luglio 2010 le banche e le Poste Italiane SPA operano una ritenuta del 10 per cento a titolo di acconto dell'imposta sul reddito dovuta dai beneficiari, con obbligo di rivalsa, all'atto dell'accredito dei pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare di oneri deducibili o per i quali spetta la detrazione d'imposta. Le ritenute sono versate con le modalità di cui all'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241. Con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate sono individuate le tipologie di pagamenti nonché le modalità di esecuzione degli adempimenti relativi alla certificazione e alla dichiarazione delle ritenute operate.

 

 

L’articolo 25 in esame assoggetta ad una ritenuta del 10 per cento a titolo di acconto dell’imposta sul reddito dovuta dai beneficiari, i pagamenti effettuati mediante bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare di oneri deducibili o per i quali spetta la detrazione d’imposta.

 

La disposizione prevede che la ritenuta d'acconto debba essere operata da Poste Italiane SPA o dalle banche del beneficiario del bonifico nel momento in cui le somme sono accreditate in favore del soggetto. La decorrenza è fissata dal 1° luglio 2010.

Il versamento delle ritenute deve essere effettuato secondo le modalità ordinarie, ossia entro il 16 del mese successivo a quello in cui è stata operata la ritenuta (ai sensi di quanto previsto dall’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241).

 

Si ricorda che l'articolo 17 citato prevede che i contribuenti eseguano versamenti unitari delle imposte, dei contributi dovuti all'INPS e delle altre somme a favore dello Stato, delle regioni e degli enti previdenziali, con eventuale compensazione dei crediti, dello stesso periodo, nei confronti dei medesimi soggetti, risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche presentate. Tale compensazione deve essere effettuata entro la data di presentazione della dichiarazione successiva. La compensazione del credito annuale o relativo a periodi inferiori all'anno dell'imposta sul valore aggiunto, per importi superiori a 10.000 euro annui, può essere effettuata a partire dal giorno sedici del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione o dell'istanza da cui il credito emerge.

 

La norma rinvia ad un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate la individuazione delle tipologie di pagamenti interessate dalla disposizione in esame e le modalità con cui dovranno essere effettuati gli adempimenti relativi alla certificazione e alla dichiarazione delle ritenute operate.

Il Provvedimento, emanato in data 30 giugno 2010 (prot. N. 94288/1010), ha precisato che la ritenuta alla fonte è effettuata sui pagamenti relativi ai bonifici disposti per:

a)      spese di intervento di recupero del patrimonio edilizio, ai sensi dell’articolo 1, della legge n. 449/1997 (“spese di ristrutturazione”);

b)      spese per interventi di risparmio energetico ai sensi dell’articolo 1, commi da 344 a 347, della legge n. 296/2006.

 

Si evidenzia che la rubrica dell'articolo in esame recita "contrasto di interessi". In ambito fiscale si ha contrasto di interessi fra un venditore e un compratore quando la convenienza a evadere dell'uno trova un ostacolo nella convenienza a rendere nota la transazione al fisco da parte dell'altro. Riconoscendo al compratore la possibilità di portare in deduzione/detrazione dalle proprie imposte una parte consistente del valore del bene o servizio acquistato, gli si dà un incentivo a farsi rilasciare evidenza fiscale (fattura, ricevuta, scontrino) dell’avvenuta transazione dal venditore, che viene quindi costretto a soddisfare i propri obblighi fiscali.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale del provvedimento ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

354,5

755,5

559,1

 

354,5

755,5

559,1

 

354,5

755,5

559,1

 

Minori entrate

 

 

 

167,7

 

 

 

167,7

 

 

 

167,7

 

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che, dai dati provvisori delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche presentate nel 2009, si desume un ammontare di spesa sostenuta nel periodo d’imposta 2008 per recupero del patrimonio edilizio per la quale spetta la detrazione d’imposta, pari a circa 6 miliardi di euro.

Ai fini della quantificazione degli effetti delle disposizioni, la relazione tecnica assume le seguenti ipotesi:

§      le norme si applicano a decorrere dal giugno 2010;

§      la spesa sostenuta annualmente per le ristrutturazioni edilizie, per il periodo di durata residua dell’agevolazione, il cui termine è previsto per il  31 dicembre 2012, subisce un incremento del 20 per cento rispetto all’analogo dato 2008, portandosi al livello di 7,2 miliardi di euro, per effetto di una possibile emersione di base imponibile dovuta all’introduzione della misura in esame;

§      anche in assenza della proroga dell’agevolazione, successivamente al 2012, il 25 per cento delle spese viene pagato comunque tramite bonifico bancario (25%*7,2 mld = 1,8 mld), cui corrisponde un gettito a titolo di ritenuta d’acconto di 180 milioni di euro.

Sulla base di tali ipotesi, la relazione stima i seguenti effetti di maggiore entrata per competenza derivanti dalla  ritenuta del 10 per cento applicata dalle banche e da Poste Italiane S.p.a. a titolo di acconto IRPEF dovuta dai beneficiari, con obbligo di rivalsa, all’atto di accredito dei pagamenti dei bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare di oneri deducibili o per i quali spetta la detrazione d’imposta.

 

(milioni di euro)

COMPETENZA

2010

2011

2012

2013

2014

Ritenuta di acconto

360

720

720

180

180

 

Si determina un’emersione di spese (20%*6 miliardi = 1,2 mld) che, a loro volta, determinano un recupero di base imponibile IVA, in base all’aliquota ridotta del 10 per cento, pari a 1.090,9 milioni di euro (1,2 mld/1,10), cui corrisponde un maggior gettito IVA, in ragione d’anno, di 109,1 milioni.

Applicando alla suddetta base imponibile un’aliquota media delle imposte dirette pari al 30 per cento (26 per cento imposte dirette e 4 per cento IRAP) la relazione stima un incremento di gettito di 327,3 milioni di euro in ragione d’anno (1.090,9*30%).

Per cassa, considerando il versamento della ritenuta di acconto entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui è stata operata, il versamento a saldo ed acconto delle imposte dirette, nonché lo scomputo in sede di saldo della ritenuta di acconto versata, la relazione espone i seguenti risultati.

 

(milioni di euro)

DATI DI CASSA

2010

2011

2012

2013

2014

Ritenuta di acconto

300

360

0

-495

0

Dirette e IRAP

0

286,4

450

327,3

-245,5

IVA

54,5

109,1

109,1

0

0

TOTALE

354,5

755,5

559,1

-167,7

-245,5

 

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che andrebbero acquisiti chiarimenti su alcune delle ipotesi assunte alla base della quantificazione proposta.

In particolare, si rileva che non appare sufficientemente motivata la previsione di un incremento, rispetto al 2008, dell’ammontare delle spese per interventi di recupero edilizio, per effetto dell’emersione indotta dalla nuova misura. Si tratta, peraltro, di un incremento abbastanza elevato (20 per cento) la cui adozione determina larga parte del gettito netto positivo atteso dalle disposizioni, nel residuo periodo di vigenza dell’agevolazione per interventi edilizi.

In merito, si rileva che non sono esplicitati i dati e le valutazioni che accreditano sia la previsione del suddetto incremento, sia la misura del medesimo.

In proposito si osserva, altresì, che, trattandosi di pagamenti la cui effettuazione tramite bonifico bancario è condizione essenziale ai fini dell’accesso all’agevolazione da parte del committente degli interventi di recupero ed essendo tale agevolazione limitata ad un plafond massimo di spesa individuale (36 per cento delle spese sostenute fino ad un massimo di 48.000 euro), sussiste già a legislazione vigente, da parte del committente l’interesse ad utilizzare pienamente il limite massimo di spesa detraibile.

Andrebbero, inoltre, forniti chiarimenti circa l’ipotesi assunta dalla relazione tecnica in base alla quale, negli anni successivi al 2012, pur in assenza della proroga dell’agevolazione per gli interventi di recupero edilizio, il 25 per cento delle spese sarà comunque pagato tramite bonifico bancario.

In proposito si ricorda che la norma autorizza le banche e le Poste italiane S.p.a. ad operare una ritenuta “all’atto dell’accredito dei pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare di oneri deducibili o per i quali spetta la detrazione d’imposta”.

L’agevolazione per gli interventi di recupero edilizio scade a fine 2012 e per la fruizione della medesima è condizione necessaria il pagamento delle spese sostenute attraverso bonifico bancario. Pertanto, in assenza di proroga, le medesime spese effettuate dal 2013, ancorché pagate tramite bonifico, non darebbero diritto ad alcuna detrazione e non rientrerebbero quindi nell’ambito applicativo della disposizione in esame. Pertanto, non sembrerebbe giustificato, ai fini degli effetti di gettito della ritenuta d’acconto, la previsione di entrate commisurata al 25 per cento delle suddette spese di recupero edilizio. In proposito andrebbe acquisito l’avviso del Governo.

Si segnala, d’altro canto, che, la relazione tecnica non considera i pagamenti per interventi di risparmio energetico previsti ai sensi dell’articolo 1, commi 344, 345 346 e 347 della legge n. 296 del 2006, ai quali, in base a quanto affermato dal provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate del 30 giugno 2010 (Protocollo n. 94288/2010), dovrebbe applicarsi il prelievo in esame. La detrazione prevista da tali norme, ove non prorogata, si applicherebbe alle spese sostenute a tutto il 31 dicembre 2010, i cui pagamenti siano effettuati tramite bonifico bancario. Tale prelievo è suscettibile di incrementare, rispetto alla stima della RT, il gettito aggiuntivo acquisibile nel 2010.

Si segnala infine che la norma, in termini di cassa, determina effetti di riduzione del gettito nel 2014, non riportati nel prospetto riepilogativo complessivo, che è limitato al 2013.

 


 

Articolo 26
(Disposizioni antielusive in materia di prezzi di trasferimento applicati negli scambi transnazionali con società controllate)

 


1. A fini di adeguamento alle direttive emanate dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico in materia di documentazione dei prezzi di trasferimento ed ai princìpi di collaborazione tra contribuenti ed amministrazione finanziaria, all'articolo 1 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, dopo il comma 2-bis, è inserito il seguente:

«2-ter. In caso di rettifica del valore normale dei prezzi di trasferimento praticati nell'ambito delle operazioni di cui all'articolo 110, comma 7, del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, da cui derivi una maggiore imposta o una differenza del credito, la sanzione di cui al comma 2 non si applica qualora, nel corso dell'accesso, ispezione o verifica o di altra attività istruttoria, il contribuente consegni all'Amministrazione finanziaria la documentazione indicata in apposito provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate idonea a consentire il riscontro della conformità al valore normale dei prezzi di trasferimento praticati. Il contribuente che detiene la documentazione prevista dal provvedimento di cui al periodo precedente, deve darne apposita comunicazione all'Amministrazione finanziaria secondo le modalità e i termini ivi indicati. In assenza di detta comunicazione si rende applicabile il comma 2.».

2. Ai fini dell'immediata operatività delle disposizioni di cui al comma 1, il provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate deve essere emanato entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto. La comunicazione concernente periodi d'imposta anteriori a quello in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, deve essere comunque effettuata entro novanta giorni dalla pubblicazione del provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate.


 

 

L’articolo 26 interviene, nell’ambito delle misure finalizzate a potenziare l’attività di contrasto all’evasione fiscale,sulla disciplina delle sanzioni applicate in sede di rettifica dei redditi indicati nelle dichiarazioni ed in particolare alle ipotesi in cui l’accertamento operato dall’Amministrazione finanziaria sia collegato alla rettifica dei prezzi di trasferimento praticati negli scambi di beni e servizi effettuati nei confronti di società controllate, anche indirettamente, non residenti nel territorio dello Stato (transfer pricing[38]).

Ai sensi dell’articolo 110, comma 7, del TUIR il valore dei beni relativi ad operazioni effettuate con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l'impresa o ne sono controllate, deve corrispondere al valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti. L’articolo 9, comma 3, del TUIR stabilisce che per valore normale si intende il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi.

L’articolo 1, comma 2 del D.Lgs. n. 471/1997 dispone l’applicazione di una sanzione amministrativa in misura compresa tra il cento e il duecento per cento della maggiore imposta accertata, qualora in sede di verifica della dichiarazione dei redditi presentata l’Amministrazione accerti un imponibile superiore a quello dichiarato dal contribuente.

 

Sul piano normativo, il comma 1 interviene sul decreto legislativo n. 471/1997[39] inserendo un nuovo comma all’articolo 1 recante “Violazioni relative alla dichiarazione delle imposte dirette” e il comma 2 prevede l’emanazione di un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate finalizzato ad individuare la documentazione necessaria per la disapplicazione della sanzione amministrativa.

 

Più in particolare, il comma 1 introduce misure finalizzate ad aumentare l'azione di controllo dell'amministrazione finanziaria al fine dell'adeguamento alle direttive emanate dall’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) in materia di documentazione dei prezzi di trasferimento ed ai principi di collaborazione tra contribuenti ed amministrazione attraverso l'inserimento, all’articolo 1 del decreto legislativo n. 471 del 1997, del comma 2-ter.

Il nuovo comma 2-ter consente al contribuente di evitare attraverso la presentazione di apposita documentazione l’applicazione della sanzione di cui al comma 2 dell’articolo 1 del richiamato d.lgs. n. 471 per le infrazioni relative all’applicazione di prezzi di trasferimento diversi da quelli di mercato.

In altre parole, nell'ipotesi di rettifica del valore normale dei prezzi di trasferimento praticati nell’ambito delle operazioni di cui all’articolo 110, comma 7, del TUIR, da cui derivi una maggiore imposta o una differenza del credito, non si procede a sanzione se il contribuente consegna all’Amministrazione finanziaria la documentazione indicata in apposito provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate che consenta di riscontrare che i prezzi di trasferimento praticati sono conformi al valore normale.

La norma prevede pertanto una documentazione standardizzata - che sarà disciplinata con provvedimento direttoriale - idonea a consentire il riscontro della conformità al valore normale dei prezzi di trasferimento praticati dalle imprese.

 

Per poter usufruire del regime di esonero dalle sanzioni di cui al comma 2 sopra citato è tuttavia necessario che il contribuente che detiene la documentazione standardizzata ne dia apposita comunicazione all’Amministrazione finanziaria. Modalità e termini per effettuare la comunicazione saranno indicati nel succitato provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate.

 

Secondo quanto indicato nella relazione, la disposizione consentirebbe anzitutto all'amministrazione finanziaria di disporre in sede di controllo della documentazione necessaria ad effettuare il riscontro tra i prezzi determinati tra imprese associate multinazionali e quelli praticati in regime di concorrenza.

Contemporaneamente darebbe contezza alle imprese degli elementi conoscitivi necessari all'attuazione della propria politica di transfer pricing. La norma costituirebbe una leva motivazionale per le imprese residenti appartenenti a gruppi multinazionali ad adeguarsi all'onere imposto per legge prima di eventuali controlli o verifiche.

 

Il comma 2 del testo in esame stabilisce anzitutto che l'emanazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate debba essere effettuata entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto al fine di garantire l’immediata operatività delle disposizioni di cui al comma 1. In assenza di tale provvedimento che determini le caratteristiche della documentazione standardizzata la norma non potrebbe infatti essere applicata.

 

Si segnala che, secondo quanto riportato nella relazione, il provvedimento disciplinerà la materia in conformità al Codice di condotta sulla documentazione dei prezzi di trasferimento per le imprese associate nell'UE e con le direttive emanate dall'OCSE in materia di documentazione dei prezzi di trasferimento.

 

È infine previsto che, in sede di prima applicazione delle disposizioni in esame, i termini per la presentazione della Comunicazione da parte del contribuente per i periodi d’imposta anteriori a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto legge sono fissati in novanta giorni dalla pubblicazione del provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate.

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale del provvedimento ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

650,8

414,7

414,7

0

650,8

414,7

414,7

0

650,8

414,7

414,7

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale, al fine di quantificare gli effetti delle disposizioni in esame - che prevedono, per le società che effettuano operazioni con società non residenti, con le quali sussistono rapporti di controllo, l’introduzione ai fini fiscali di una documentazione standardizzata ai fini del riscontro della conformità al valore normale dei prezzi di trasferimento praticati nelle operazioni infragruppo - considera i risultati dell’attività di controllo svolta dall’Agenzia delle entrate per gli anni di imposta 2006 e 2007, relativamente a tale segmento di contribuenti.

L’ammontare dei maggiori imponibili derivanti dalla constatazione di rilievi in materia di prezzi di trasferimento praticati nell’ambito delle suddette operazioni ammonta complessivamente a 753 milioni di euro. Tale maggiore imponibile è rapportato al reddito imponibile dichiarato, al netto delle perdite, dalle società sottoposte a controllo per gli anni oggetto delle constatazioni. La percentuale risultante, pari al 18,7 per cento, è stata, quindi, applicata all’ammontare del reddito imponibile dichiarato, per il periodo d’imposta 2007, dai grandi contribuenti per i quali risulti, dalle dichiarazioni, l’esistenza di rapporti di controllo con soggetti non residenti. Per grandi contribuenti si intendono quelli che abbiano dichiarato un volume di affari, ricavi o compensi, non inferiore a 100 milioni di euro annui.

La relazione tecnica motiva tale scelta metodologica con un duplice ordine di considerazioni:

§      dagli esiti delle attività di controllo dell’amministrazione finanziaria sono stati rilevati, per i grandi contribuenti, elevati livelli di rischio connessi alla valutazione delle transazioni infragruppo con soggetti non residenti;

§      la previsione normativa connessa all’introduzione di obblighi documentali in materia di prezzi di trasferimento rappresenta, per i suddetti contribuenti, una opportunità in termini di certezza e trasparenza riguardo alle transazioni infragruppo, favorendo un aumento di gettito dovuto ad una maggiore compliance.

La stima commisurata al reddito dei soli grandi contribuenti avrebbe, comunque, carattere prudenziale in quanto la previsione normativa rileva per la totalità dei contribuenti che effettuano transazioni con soggetti collegati o controllati esteri.

La platea dei grandi contribuenti considerata nella stima consiste di 1.600 soggetti che hanno dichiarato in riferimento al 2007 redditi imponibili per circa 40.800 milioni di euro. Applicando a tale reddito imponibile la percentuale del 18,7 per cento, si determina un maggior reddito imponibile potenziale di 7.630 milioni di euro, cui corrisponde, sulla base di un’aliquota IRES del 27,5 per cento, un’imposta teorica di 2.098 milioni di euro.

La relazione tecnica ipotizza, quindi, che una parte dei contribuenti, corrispondente al 15 per cento dell’imposta teorica stimata, si adeguerà spontaneamente, adottando valutazioni delle transazioni infragruppo conformi al valore normale dei beni e servizi oggetto delle transazioni. Ne consegue un maggior gettito annuo a regime pari a 314,7 milioni di euro. Per cassa, considerando le modalità di versamento a saldo ed in acconto, si determina un maggior gettito di 570,8 milioni di euro nel 2011 e di 314,7 milioni di euro annui dal 2012.

Dal 2011, inoltre, per effetto della maggior selezione delle posizioni da sottoporre a controllo, si determinerà una maggiore efficacia dell’azione accertatrice su tale segmento di contribuenti. Tale circostanza determinerà un effetto di maggior gettito pari a circa 200 milioni di euro, cui corrispondono incassi effettivi per 100 milioni di euro annui, in considerazione di una percentuale di definizione degli accertamenti pari al 50 per cento, riscontrata in tale segmento.

Prudenzialmente, per competenza, al livello di saldo netto da finanziare, la relazione tecnica sconta un ammontare pari a quanto effettivamente riscosso.

Pertanto complessivamente, per cassa e per competenza si determina un effetto di maggior gettito di 650,8 milioni di euro nel 2011 e di 414,7 milioni di euro annui dal 2012.

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che la stima del maggior gettito effettuata potrebbe risultare non del tutto prudenziale. Infatti, è applicata al reddito imponibile dei grandi contribuenti una percentuale del 18,7 per cento, ricavata come rapporto tra le maggiori somme accertate ed il reddito imponibile dei contribuenti sottoposti a controllo, cui sono stati contestati rilievi riguardanti i prezzi di trasferimento. La stima non tiene, pertanto, conto degli importi finali, risultanti dalle definizioni cui si è pervenuti dopo l’accertamento, di ammontare presumibilmente inferiore a quanto inizialmente accertato.

Si rileva, inoltre, che, a differenza delle quantificazioni proposte in riferimento alle norme in materia di contrasto all’evasione contenute nei precedenti articoli sin qui esaminati, nella stima in esame il rapporto effettivo tra riscosso ed accertato si attesta intorno al 50 per cento (anziché il 10 per cento generalmente stimato). Inoltre gli effetti in termini di competenza giuridica e, quindi, di saldo netto da finanziare, derivanti dall’attività di accertamento sono registrati per un ammontare pari alle somme che si ritiene di poter effettivamente riscuotere.

Tale criterio di stima, che assicura una maggiore prudenzialità, non è omogeneo a quelli utilizzati in relazione ad altre norme del provvedimento in esame che intervengono nella materia dell’accertamento.

 


 

Articolo 27
(Adeguamento alla normativa europea in materia di operazioni intracomunitarie ai fini del contrasto delle frodi)

 


1. Al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, sono apportate le seguenti modificazioni:

     a) all'articolo 35, comma 2, dopo la lettera e) è inserita la seguente: «e-bis) per i soggetti che intendono effettuare operazioni intracomunitarie di cui al Titolo II, Capo II del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427, la volontà di effettuare dette operazioni;

     b) all'articolo 35, dopo il comma 7 sono inseriti i seguenti:

«7-bis. Per i soggetti che hanno effettuato l'opzione di cui al comma 2, lettera ebis) entro trenta giorni dalla data di attribuzione della partita IVA, l'Ufficio può emettere provvedimento di diniego dell'autorizzazione a effettuare le operazioni di cui al Titolo II, Capo II del decreto-legge 30 agosto 1993, n. 331, convertito, con modificazioni, dalla legge 29 ottobre 1993, n. 427.».

«7-ter. Con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate sono stabilite le modalità di diniego o revoca dell'autorizzazione di cui al comma 7-bis.»;

     c) all'articolo 35, dopo il comma 15-ter è aggiunto il seguente:

«15-quater. Ai fini del contrasto alle frodi sull'IVA intracomunitaria, con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate sono stabiliti i criteri e le modalità di inclusione delle partite IVA nella banca dati dei soggetti passivi che effettuano operazioni intracomunitarie, ai sensi dell'articolo 22 del Regolamento (CE) del 7 ottobre 2003, n. 1798.».


 

 

L’articolo 27 reca norme volte ad adeguare l’ordinamento italiano alle prescrizioni europee di contrasto alle frodi in materia di operazioni intracomunitarie.

Nel dettaglio, le disposizioni introducono (attraverso modifiche all’articolo 35 del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633[40]) un regime autorizzatorio per l’effettuazione di operazioni intracomunitarie, a cura dell’Agenzia delle entrate.

 

Come precisa la Relazione illustrativa che accompagna il provvedimento in esame, le norme recepiscono le indicazioni dell’Anti tax fraud strategy (ATFS) expert group (Gruppo di esperti antifrode in seno alla Commissione europea), che ha sottolineato l’importanza dell’affidabilità delle informazioni contenute nelle banche dati degli Stati membri relative alle posizioni IVA, individuando altresì gli elementi di criticità presenti nella normativa degli Stati membri relativa alle modalità di attribuzione e cancellazione dei numeri identificativi IVA.

In particolare, gli elementi di criticità sono dati dai seguenti elementi

-        frammentarietà delle informazioni che i fornitori possono ottenere sulle posizioni IVA dei propri clienti;

-        esecuzione di controlli meramente formali sulle domande di attribuzione delle partite IVA da parte di molti Stati membri;

-        mancato o tardivo aggiornamento del sistema VIES (VAT Information Exchange System) riguardo a partite IVA chiuse.

Si ricorda che VIES (in italiano sistema elettronico di scambio dati sull'IVA) è un servizio telematico – messo a disposizione, in Italia, sul sito internet dell’Agenzia delle entrate – che consente agli operatori commerciali titolari di una partita IVA che effettuano cessioni intracomunitarie, di verificare la validità del numero di identificazione IVA dei loro clienti, attraverso il collegamento con i sistemi fiscali degli Stati membri dell'Unione Europea.

L'articolo 22 del Regolamento (CE) del 7 ottobre 2003, n. 1798[41], prevede che in relazione all'archiviazione e allo scambio di informazioni concernenti operazioni intracomunitarie ciascuno Stato membro tiene una banca dati elettronica nella quale archivia ed elabora le informazioni concernenti elenchi riepilogativi ai fini dell’IVA.

Per consentire l'uso di tali informazioni nell'ambito delle procedure previste dal regolamento si procede alla loro archiviazione per un periodo di almeno cinque anni a decorrere dalla fine dell'anno civile in cui si deve consentire l'accesso alle medesime. Gli Stati membri provvedono a che la banca dati sia aggiornata, completa ed esatta.

 

Nel dettaglio, sono inseriti tre nuovi commi (7-bis, 7-ter e 15-quater) al già citato articolo 35 del DPR n. 633 del 1972, nonché la lettera e-bis) al comma 2 della medesima disposizione.

 

L’articolo 35 prescrive che tutti i soggetti che intraprendono un’impresa, arte o professione nel territorio dello Stato, o vi istituiscono una stabile organizzazione, devono farne dichiarazione entro trenta giorni ad uno degli uffici locali dell'Agenzia delle entrate (ovvero ad un ufficio provinciale dell'imposta sul valore aggiunto della medesima Agenzia). L'ufficio attribuisce al contribuente un numero di partita IVA che resterà invariato anche nelle ipotesi di variazioni di domicilio fiscale fino al momento della cessazione dell'attività e che deve essere indicato nelle dichiarazioni, nella home-page dell'eventuale sito web e in ogni altro documento ove richiesto.

 

La lettera a) dell'articolo in esame inserisce al comma 2 dell’articolo 35 del D.P.R. n. 633 del 1972 una nuova lettera e-bis) per effetto della quale, in sede di dichiarazione di inizio attività per l'attribuzione della partita IVA, i soggetti che sono intenzionati ad effettuare operazioni intracomunitarie devono specificare, tra gli elementi prescritti dalla disposizione medesima, anche la volontà di effettuare tali operazioni.

 

La lettera b) inserisce i commi 7-bis e 7-ter all’articolo 35 del D.P.R. n. 633 del 1972.

 

Il comma 7-bis attribuisce agli uffici dell'Agenzia delle entrate, nei trenta giorni successivi all'attribuzione della partita IVA, la possibilità di emettere provvedimento di diniego dell'autorizzazione a effettuare operazioni intracomunitarie nei confronti di soggetti che hanno dichiarato tale volontà.

Le modalità di diniego o revoca dell'autorizzazione - ai sensi del successivo comma 7-ter – sono demandate a un provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate.

 

Infine, la lettera c) inserisce infine all’articolo 35 del D.P.R. n. 633 del 1972 il comma 15-quater.

Esso demanda ad un successivo provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate l'individuazione dei criteri e le modalità di inclusione delle partite IVA nella banca dati dei soggetti passivi che effettuano operazioni intracomunitarie.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

 

191,5

 

 

 

191,5

 

 

 

191,5

 

 

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che, ai fini della stima delle maggiori entrate derivanti dalle disposizioni in esame, che hanno la finalità di regolare la facoltà di effettuare operazioni intracomunitarie attraverso un regime autorizzatorio a cura degli uffici dell’Agenzia delle entrate, è stato considerato il volume delle cessioni operate da parte di soggetti passivi IVA residenti negli Stati membri della UE nei confronti di soggetti passivi nazionali. Tali acquisti intracomunitari sono imponibili nel paese di destinazione dei beni, quindi, in Italia.

Nel 2009 tale volume è stato pari a 155.056.256.536 euro. In base alla rilevazione svolta dall’Agenzia delle entrate sui dati VIES (VAT Information Exchange System) risulterebbero, invece, nel medesimo anno acquisti intracomunitari dichiarati da soggetti passivi italiani per un ammontare di 142.285.408.355 euro. Si evidenziano, pertanto, acquisti per un ammontare di 12.770.848.181 euro non dichiarati dagli operatori nazionali.

Si ricorda, in proposito, che il sistema VIES, operante sul sito dell’Agenzia delle entrate, consente agli operatori commerciali titolari di una partita IVA che effettuano cessioni intracomunitarie, di verificare la validità del numero di identificazione IVA dei loro clienti, attraverso il collegamento con i sistemi fiscali degli Stati membri dell'Unione Europea.

Ai fini della stima, la relazione tecnica presume che, a seguito dell’introduzione del regime autorizzatorio per l’effettuazione di operazioni intracomunitarie, il numero delle partite IVA registrate nel VIES si riduca di un quinto. Le maggiori entrate per il 2011 sono calcolate applicando un’aliquota media IVA del 15 per cento all’ammontare di un decimo dello scostamento registrato nel 2009, pervenendo ad una cifra di 191, 5 milioni di euro.   

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva, in primo luogo, che la relazione tecnica non esplicita i meccanismi mediante i quali si determina un recupero di gettito IVA tenuto conto che detto recupero è connesso ad effetti di contrasto all’evasione, mentre la procedura introdotta di autorizzazione all’effettuazione di operazioni intracomunitarie riguarda, nell’immediato, i soli soggetti passivi che intendono procedere all’apertura di partita IVA.

Si segnala, tra l’altro, che non è fissato alcun termine per l’emanazione del provvedimento direttoriale destinato a stabilire i criteri e le modalità di esposizione nel sistema comunitario del VIES delle partite IVA già attribuite in Italia in data antecedente all’entrata in vigore del provvedimento in esame, i cui titolari effettuano già operazioni intracomunitarie.


 

Articolo 28
(Incrocio tra le basi dati dell’INPS e dell’Agenzia delle entrate per contrastare la microevasione diffusa)

 


1. Al fine di contrastare l'inadempimento dell'obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi l'Agenzia delle Entrate esegue specifici controlli sulle posizioni dei soggetti che risultano aver percepito e non dichiarato redditi di lavoro dipendente ed assimilati sui quali, in base ai flussi informativi dell'INPS, risultano versati i contributi previdenziali e non risultano effettuate le previste ritenute.

2. Anche ai fini di cui al comma 1, le attività di controllo e di accertamento realizzabili con modalità automatizzate sono incrementate e rese più efficaci attribuendone la effettuazione ad apposite articolazioni dell'Agenzia delle entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale, individuate con il regolamento di amministrazione dell'Agenzia delle entrate di cui all'articolo 71, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300. Conseguentemente, all'articolo 4 ed all'articolo 10 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, dopo le parole «centro di servizio» sono aggiunte le seguenti: «o altre articolazioni dell'Agenzia delle entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale, individuate con il regolamento di amministrazione di cui all'articolo 71 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, nell'ambito della dotazione organica prevista a legislazione vigente e anche mediante riorganizzazione, senza oneri aggiuntivi, degli Uffici dell'Agenzia.».


 

 

L’articolo 28 prevede al comma 1 che l’Agenzia delle Entrate esegue specifici controlli nei confronti di quei soggetti che risultano aver percepito e non dichiarato redditi di lavoro dipendente ed assimilati sui quali, in base ai flussi informativi dell’INPS, risultano versati i contributi previdenziali senza che risultino le previste ritenute.

La norma, finalizzata in termini generali al contrasto degli inadempimenti dell’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi, intende colpire in particolare una serie rilevante di situazioni di microevasione diffusa[42] inerenti ai redditi di lavoro dipendente, che possono essere intercettate attraverso l'incrocio dei dati sui contributi che l'INPS fornisce all’Agenzia delle Entrate.

 

Il comma 2, anche al fine di realizzare gli obiettivi di cui al comma precedente, prevede di incrementare ed efficientare le attività di controllo e di accertamento realizzabili con modalità automatizzate.

A tal fine lo svolgimento di tali attività viene demandato ad "apposite articolazioni" dell’Agenzia delle entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale. Tali articolazioni saranno individuate con il regolamento di amministrazione dell'Agenzia delle entrate di cui all'articolo 71 del decreto legislativo n. 300 del 1999.

 

Si evidenzia che la norma in esame non individua, neppure sommariamente, le caratteristiche che dovranno assumere le suddette "articolazioni"[43], rimandando pertanto ogni specificazione al successivo atto regolamentare.

 

Al riguardo, si ricorda che l'articolo 71 del decreto legislativo n. 300 del 1999[44] prevede al comma 2 che con regolamento sono emanate disposizioni idonee a garantire l'indipendenza e l'autonomia tecnica del personale dipendente delle Agenzie fiscali. Ai sensi del comma 3 il regolamento di amministrazione è deliberato, su proposta del direttore dell'Agenzia, dal comitato di gestione ed è sottoposto al Ministro vigilante secondo le disposizioni dell'articolo 60 del decreto legislativo. Esso in particolare:

a)       disciplina l'organizzazione e il funzionamento dell'Agenzia;

b)       detta le norme per l'assunzione del personale dell'agenzia, per l'aggiornamento e per la formazione professionale;

c)       fissa le dotazioni organiche complessive del personale dipendente dall'Agenzia;

d)       determina le regole per l'accesso alla dirigenza.

 

Per effetto dell'attribuzione alle articolazioni dell’Agenzia delle entrate dei compiti di controllo ed accertamento automatizzati, al fine di garantire adeguata tutela giurisdizionale al contribuente, il comma in esame modifica gli articoli 4 e 10 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546[45].

Si tratta di modifiche che, in sostanza, sono dirette a riconoscere il ruolo di tali nuovi soggetti nell'ambito della disciplina relativa alla competenza territoriale ed alla legittimazione processuale dinanzi alle Commissioni tributarie.

 

In particolare l'articolo 4 del decreto legislativo n. 546 del 1992 detta norme in materia di competenza per territorio nel processo tributario, prevedendo che le commissioni tributarie provinciali sono competenti per le controversie proposte nei confronti degli uffici delle entrate o del territorio del Ministero delle finanze ovvero degli enti locali ovvero dei concessionari del servizio di riscossione, che hanno sede nella loro circoscrizione; se la controversia è proposta nei confronti di un centro di servizio "o altre articolazioni dell'Agenzia delle entrate" (secondo la modifica inserita) è competente la commissione tributaria provinciale nella cui circoscrizione ha sede l'ufficio al quale spettano le attribuzioni sul tributo controverso.

Per quanto concerne invece l'articolo 10 del decreto legislativo n. 546 del 1992, esso stabilisce che sono parti nel processo dinanzi alle commissioni tributarie oltre al ricorrente, l'ufficio del Ministero delle finanze o l'ente locale o il concessionario del servizio di riscossione che ha emanato l'atto impugnato o non ha emanato l'atto richiesto ovvero, se l'ufficio è un centro di servizio "o altre articolazioni dell'Agenzia delle entrate" (secondo la modifica inserita), l'ufficio delle entrate del Ministero delle finanze al quale spettano le attribuzioni sul rapporto controverso.

 

Profili finanziari

Comma 1 (Incrocio con le basi dati INPS)

 

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

100

66

66

0

10

10

10

0

10

10

10

 

La relazione tecnica riferita al testo iniziale afferma che la disposizione, che autorizza l’Agenzia delle entrate ad eseguire specifici controlli sulle posizioni di soggetti che risultano aver percepito e non dichiarato redditi di lavoro dipendente ed assimilati, in relazione ai quali, in base ai flussi informativi dell’INPS, risultano versati i contributi previdenziali e non risultano effettuate le ritenute fiscali, appare suscettibile di determinare un effetto di maggior gettito di difficile quantificazione.

La relazione osserva, tuttavia, che la platea di riferimento oggetto della disposizione appare enorme e l’incrocio dei dati previdenziali e fiscali farà sicuramente emergere numerose situazioni di omessa dichiarazione per ammontari peraltro non rilevanti e, quindi, facilmente definibili da parte degli interessati. Tali circostanze inducono a prevedere un recupero di gettito effettivo di almeno 10 milioni di euro annui dal 2011. 

Per competenza, ai fini del saldo netto da finanziare, le maggiori entrate sono contabilizzate per un ammontare di 100 milioni di euro nel 2011 e, a decorrere dal 2012, per un ammontare di 66 milioni di euro annui, in considerazione di un miglioramento del rapporto tra somme effettivamente riscosse e maggiori imposte accertate (dal 10 per cento al 15 per cento circa). 


Comma 2 (Riorganizzazione dell’Agenzia delle entrate)

 

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale del provvedimento ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

1000

1.320

1.320

0

100

200

200

0

100

200

200

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che nell’anno 2009 le riscossioni riferibili alle maggiori imposte, interessi e sanzioni relative ad accertamenti automatizzati, effettuati ai sensi dell’articolo 41-bis del DPR  n. 600 del 1973 (accertamento parziale), nei confronti delle sole persone fisiche,  ammontano complessivamente a 160 milioni euro.

La norma in esame prevede che le attività di controllo e di accertamento realizzabili con modalità automatizzate siano incrementate e rese più efficaci attribuendone la realizzazione ad apposite articolazioni dell’Agenzia delle entrate, con competenza su tutto o parte del territorio nazionale, individuate con il regolamento di amministrazione di cui all’articolo 71 del D. Lgs. n. 300 del 1999.

La relazione afferma che le suddette articolazioni, individuate per l’espletamento delle attività di controllo ed accertamento realizzabili con modalità automatizzate, saranno dedicate ad attività specialistiche, ora attribuite agli uffici territoriali dell’Agenzia nell’ambito delle complessive attività di controllo di competenza. Tale circostanza comporta attualmente che, all’interno della capacità operativa disponibile presso ciascun ufficio, non tutte le posizioni lavorabili si concretizzino in accertamenti notificati ai contribuenti, bensì solo quelle rientranti nel piano annuale dei controlli.

L’organizzazione dedicata, con personale specializzato, attivata dalla norma, consentirà, secondo la relazione tecnica, di svolgere maggiori controlli con risorse quantitativamente inferiori.

La relazione stima maggiori incassi effettivi a regime, a titolo di maggiori imposte, interessi e sanzioni, nell’ordine di 200 milioni di euro annui dal 2012, mentre per il 2011 si stimano prudenzialmente maggiori incassi per 100 milioni di euro.

Per competenza, ai fini del saldo netto da finanziare, le maggiori entrate sono contabilizzate per un ammontare di 1000 milioni di euro nel 2011 e, a decorrere dal 2012, per un ammontare di 1.320 milioni di euro annui, in considerazione di un miglioramento del rapporto tra somme effettivamente riscosse e maggiori imposte accertate (dal 10 per cento al 15 per cento circa).

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che andrebbero acquisiti i dati e elementi di valutazione disponibili, idonei a suffragare l’entità del recupero di gettito quantificato, con particolare riguardo agli effetti del comma 2 dell’articolo in esame.

In merito a tali effetti, in particolare, andrebbero fornite assicurazioni circa l’effettiva possibilità di conseguire maggiori incassi già dal 2011, in considerazione dei tempi di completamento della riorganizzazione delle apposite articolazioni dell’Agenzia dedicate in modo specialistico alla effettuazione dei controlli in questione, nonché dei tempi necessari per la eventuale formazione del personale ivi impiegato.

In merito alla possibilità di procedere a tale riassetto nell’ambito delle dotazioni organiche esistenti a legislazione vigente e senza oneri aggiuntivi per l’Agenzia, si segnala, infine, che nella Nota[46] trasmessa nel corso dell’iter al Senato, il Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato ha confermato l’idoneità di tale clausola di invarianza. Nella Nota si afferma, in particolare, che le stesse norme garantirebbero la neutralità finanziaria, disponendo che l’Agenzia delle entrate provveda anche mediante la riorganizzazione degli uffici e, quindi, attraverso la ridistribuzione del personale.

 


 

Articolo 29, commi 1-6
(Concentrazione della riscossione nell’accertamento: disposizioni in materia di transazione fiscale, misure cautelari, procedure concorsuali)

 


1. Le attività di riscossione relative agli atti indicati nella seguente lettera a) notificati a partire dal 1o luglio 2011 e relativi ai periodi d'imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi, sono potenziate mediante le seguenti disposizioni:

     a) l'avviso di accertamento emesso dall'Agenzia delle entrate ai fini delle imposte sui redditi e dell'imposta sul valore aggiunto ed il connesso provvedimento di irrogazione delle sanzioni, devono contenere anche l'intimazione ad adempiere, entro il termine di presentazione del ricorso, all'obbligo di pagamento degli importi negli stessi indicati, ovvero, in caso di tempestiva proposizione del ricorso ed a titolo provvisorio, degli importi stabiliti dall'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602. L'intimazione ad adempiere al pagamento è altresì contenuta nei successivi atti da notificare al contribuente, anche mediante raccomandata con avviso di ricevimento, in tutti i casi in cui siano rideterminati gli importi dovuti in base agli avvisi di accertamento ai fini delle imposte sui redditi e dell'imposta sul valore aggiunto ed ai connessi provvedimenti di irrogazione delle sanzioni, anche ai sensi dell'articolo 8, comma 3-bis del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218, dell'articolo 68 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, e dell'articolo 19 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472. In tali ultimi casi il versamento delle somme dovute deve avvenire entro sessanta giorni dal ricevimento della raccomandata;

     b) gli atti di cui alla lettera a) divengono esecutivi decorsi sessanta giorni dalla notifica e devono espressamente recare l'avvertimento che, decorsi trenta giorni dal termine ultimo per il pagamento, la riscossione delle somme richieste, in deroga alle disposizioni in materia di iscrizione a ruolo, è affidata in carico agli agenti della riscossione anche ai fini dell'esecuzione forzata, con le modalità determinate con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate, di concerto con il Ragioniere generale dello Stato;

     c) in presenza di fondato pericolo per il positivo esito della riscossione, decorsi sessanta giorni dalla notifica degli atti di cui alla lettera a), la riscossione delle somme in essi indicate, nel loro ammontare integrale comprensivo di interessi e sanzioni, può essere affidata in carico agli agenti della riscossione anche prima dei termini previsti alle lettere a) e b);

     d) all'atto dell'affidamento e, successivamente, in presenza di nuovi elementi, il competente ufficio dell'Agenzia delle entrate fornisce, anche su richiesta dell'agente della riscossione, tutti gli elementi utili ai fini del potenziamento dell'efficacia della riscossione, acquisiti anche in fase di accertamento;

     e) l'agente della riscossione, sulla base del titolo esecutivo di cui alla lettera a) e senza la preventiva notifica della cartella di pagamento, procede ad espropriazione forzata con i poteri, le facoltà e le modalità previste dalle disposizioni che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo. Decorso un anno dalla notifica degli atti indicati alla lettera a), l'espropriazione forzata è preceduta dalla notifica dell'avviso di cui all'articolo 50 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602. L'espropriazione forzata, in ogni caso, è avviata, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui l'accertamento è divenuto definitivo;

     f) a partire dal primo giorno successivo al termine ultimo per la presentazione del ricorso, le somme richieste con gli atti di cui alla lettera a) sono maggiorate degli interessi di mora nella misura indicata dall'articolo 30 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, calcolati a partire dal giorno successivo alla notifica degli atti stessi; all'agente della riscossione spettano l'aggio, interamente a carico del debitore, e il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive, previsti dall'articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112;

     g) ai fini della procedura di riscossione contemplata dal presente comma, i riferimenti contenuti in norme vigenti al ruolo e alla cartella di pagamento si intendono effettuati agli atti indicati nella lettera a) ed i riferimenti alle somme iscritte a ruolo si intendono effettuati alle somme affidate agli agenti della riscossione secondo le disposizioni del presente comma; la dilazione del pagamento prevista dall'articolo 19 dello stesso decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, può essere concessa solo dopo l'affidamento del carico all'agente della riscossione e in caso di ricorso avverso gli atti di cui alla lettera a) si applica l'articolo 39 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602;

     h) in considerazione della necessità di razionalizzare e velocizzare tutti i processi di riscossione coattiva, assicurando il recupero di efficienza di tale fase dell'attività di contrasto all'evasione, con uno o più regolamenti da adottare ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, anche in deroga alle norme vigenti, sono introdotte disposizioni finalizzate a razionalizzare, progressivamente, coerentemente con le norme di cui al presente comma, le procedure di riscossione coattiva delle somme dovute a seguito dell'attività di liquidazione, controllo e accertamento sia ai fini delle imposte sui redditi e sul valore aggiunto che ai fini degli altri tributi amministrati dall'Agenzia delle entrate e delle altre entrate riscuotibili a mezzo ruolo.

2. All'articolo 182-ter del Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, sono apportate le seguenti modificazioni:

     a) al primo comma, dopo le parole «con riguardo all'imposta sul valore aggiunto» sono inserite le seguenti: «ed alle ritenute operate e non versate».

     b) il secondo periodo del sesto comma è sostituito dai seguenti: «La proposta di transazione fiscale, unitamente con la documentazione di cui all'articolo 161, è depositata presso gli uffici indicati nel secondo comma, che procedono alla trasmissione ed alla liquidazione ivi previste. Alla proposta di transazione deve altresì essere allegata la dichiarazione sostitutiva, resa dal debitore o dal suo legale rappresentante ai sensi dell'articolo 47 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, che la documentazione di cui al periodo che precede rappresenta fedelmente ed integralmente la situazione dell'impresa, con particolare riguardo alle poste attive del patrimonio.»;

     c) dopo il sesto comma è aggiunto il seguente: «La transazione fiscale conclusa nell'ambito dell'accordo di ristrutturazione di cui all'articolo 182-bis è revocata di diritto se il debitore non esegue integralmente, entro 90 giorni dalle scadenze previste, i pagamenti dovuti alle Agenzie fiscali ed agli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie.».

3. All'articolo 87 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:

«2-bis. L'agente della riscossione cui venga comunicata la proposta di concordato, ai sensi degli articoli 125 o 126 del Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, la trasmette senza ritardo all'Agenzia delle entrate, anche in deroga alle modalità indicate nell'articolo 36 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112, e la approva, espressamente od omettendo di esprimere dissenso, solamente in base a formale autorizzazione dell'Agenzia medesima.».

4. L'articolo 11 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, è sostituito dal seguente:

«Art. 11. – (Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte). – 1. È punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi a dette imposte di ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Se l'ammontare delle imposte, sanzioni ed interessi è superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da un anno a sei anni.

2. È punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, al fine di ottenere per sé o per altri un pagamento parziale dei tributi e relativi accessori, indica nella documentazione presentata ai fini della procedura di transazione fiscale elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi per un ammontare complessivo superiore ad euro cinquantamila. Se l'ammontare di cui al periodo precedente è superiore ad euro duecentomila si applica la reclusione da un anno a sei anni.».

5. All'articolo 27, comma 7, primo periodo, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, le parole: «In relazione agli importi iscritti a ruolo in base ai provvedimenti indicati al comma 6 del presente articolo, le misure cautelari» sono sostituite dalle seguenti: «Le misure cautelari, che, in base al processo verbale di constatazione, al provvedimento con il quale vengono accertati maggiori tributi, al provvedimento di irrogazione della sanzione oppure all'atto di contestazione, sono».

6. In caso di fallimento, il curatore, entro i quindici giorni successivi all'accettazione a norma dell'articolo 29 del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, comunica ai sensi dell'articolo 9 del decreto-legge 31 gennaio 2007, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 2 aprile 2007, n. 40, i dati necessari ai fini dell'eventuale insinuazione al passivo della procedura concorsuale. Per la violazione dell'obbligo di comunicazione sono raddoppiate le sanzioni applicabili.


 

 

L’articolo 29, modificato durante l’esame del provvedimento al Senato, nei commi da 1 a 6, reca disposizioni eterogenee in materia di accertamento e riscossione dei tributi, transazione fiscale in sede di concordato preventivo, concordato fallimentare, misure cautelari e procedure concorsuali, complessivamente volte ad accelerare la riscossione dei tributi anticipandone in parte le procedure già nella fase dell’accertamento.

 

Il comma 1 dispone il potenziamento delle attività di riscossione relative a determinati atti indicati alla lettera a), qualora siano notificati a partire dal 1° luglio 2011 e riguardino i periodi d'imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi.

 

La lettera a) del comma 1, modificata nel corso dell’esame del provvedimento al Senato, dispone che l'avviso di accertamento delle imposte sui redditi e dell’IVA ed il connesso provvedimento di irrogazione delle sanzioni contengano anche l'intimazione al pagamento degli importi indicati negli stessi atti, entro il termine di presentazione del ricorso; ovvero, in caso di tempestiva proposizione del ricorso, degli importi da iscrivere a titolo provvisorio nei ruoli (secondo l'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602[47]). Si tratta, in particolare, di imposte, contributi ed premi corrispondenti agli imponibili accertati dall'ufficio, nonché dei relativi interessi.

 

Si prevede altresì che l'intimazione ad adempiere al pagamento sia contenuta anche nei successivi atti da notificare al contribuente - anche mediante raccomandata con avviso di ricevimento – nei quali si proceda alla rideterminazione degli importi dovuti, in base agli avvisi di accertamento ai fini delle imposte sui redditi e dell’IVA ed ai provvedimenti di irrogazione delle sanzioni.

Per esplicita previsione della norma in esame, tale ultima prescrizione si applica anche ai seguenti casi:

§      invito ad adempiere - contenente l'indicazione delle somme dovute e dei presupposti di fatto e di diritto della pretesa –, spedito dall’Amministrazione nel caso di mancato pagamento anche di una sola rata dell’importo dovuto a seguito di accertamento con adesione, ai sensi dell'articolo 8, comma 3-bis del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218[48];

§      pagamento frazionato del tributo e dei relativi interessi in pendenza di processo, nei casi in cui sia prevista la riscossione frazionata del tributo oggetto di giudizio davanti alle commissioni tributarie (ai sensi dell'articolo 68 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546[49]);

§      riscossione delle sanzioni, ai sensi dell'articolo 19 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472[50].

 

In tali ipotesi, il versamento delle somme dovute deve avvenire entro sessanta giorni dal ricevimento della raccomandata.

 

In sostanza, per effetto delle disposizioni in esame, l'avviso di accertamento emesso ai fini delle imposte sui redditi e dell'IVA ed il connesso provvedimento di irrogazione delle sanzioni costituiscono, a decorrere dal 1° luglio 2011, titolo esecutivo nei termini previsti dalle norme introdotte.

 

Ai sensi della successiva lettera b), modificata nel corso dell’esame del provvedimento al Senato, l’avviso di accertamento, il provvedimento di irrogazione della sanzione e gli atti in cui siano rideterminati gli importi da pagare diventano esecutivi decorsi 60 giorni dalla notifica (per effetto delle modifiche apportate al provvedimento durante l’esame al Senato; non più, come prevedeva la formulazione originaria della norma, all’atto della notifica) e devono espressamente recare l'avvertimento che, decorsi trenta giorni dal termine ultimo per il pagamento, la riscossione delle somme richieste - in deroga alle disposizioni in materia di iscrizione a ruolo - sarà affidata agli agenti della riscossione anche ai fini dell'esecuzione forzata, secondo modalità determinate con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate, di concerto con il Ragioniere generale dello Stato.

 

Da tale momento gli agenti della riscossione potranno dunque procedere ad esecuzione forzata.

 

Ai sensi della successiva lettera c), nel caso di fondato pericolo per l'esito della riscossione, decorsi sessanta giorni dalla notifica dei predetti atti, la riscossione integrale delle somme indicate (somme dovute nel loro ammontare massimo,sanzioni ed interessi), può essere affidata in carico agli agenti della riscossione anche prima dei termini indicati alle lettere a) (prima, dunque, del termine per la presentazione del ricorso o, per gli atti in cui si rideterminano gli importi dovuti, prima dei sessanta giorni decorrenti dalla ricezione della raccomandata) e b) (prima dei trenta giorni decorrenti dal termine ultimo per il pagamento).

 

Ai sensi della lettera d), all'atto dell'affidamento e, successivamente, in presenza di nuovi elementi, il competente ufficio dell'Agenzia delle entrate deve fornire - anche su richiesta dell'agente della riscossione - tutti gli elementi utili ai fini del potenziamento dell'efficacia della riscossione, compresi quelli acquisiti in fase di accertamento.

 

La lettera e) impone all'agente della riscossione, sulla base del titolo esecutivo di cui sopra e senza preventiva notifica della cartella di pagamento, di procedere all’espropriazione forzata. In tale ipotesi egli agisce con i poteri, le facoltà e le modalità previste dalle disposizioni che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo.

Inoltre, decorso un anno dalla notifica degli atti suddetti, l'espropriazione forzata è preceduta dalla notifica dell’intimazione ad adempiere all'obbligo risultante dal ruolo entro cinque giorni (ai sensi dell'articolo 50 del DPR n. 602 del 1973[51]).

L'espropriazione forzata deve in ogni caso essere avviata, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui l'accertamento è divenuto definitivo.

 

La lettera f) prescrive che, a partire dal primo giorno successivo al termine ultimo per la presentazione del ricorso, le somme richieste al debitore sono maggiorate degli interessi di mora (al tasso determinato annualmente con decreto del Ministero delle finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi, secondo l'articolo 30 del DPR n. 602 del 1973), calcolati a partire dal giorno successivo alla notifica degli atti stessi.

All'agente della riscossione spettano:

§      l'aggio, posto interamente a carico del debitore;

§      il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive.

 

Si ricorda che, ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo n. 112 del 1999[52] l'attività degli agenti della riscossione è remunerata con un aggio pari al nove per cento delle somme iscritte a ruolo riscosse e dei relativi interessi di mora. Tale aggio è a carico del debitore:

a)    in misura del 4,65 per cento delle somme iscritte a ruolo, in caso di pagamento entro il sessantesimo giorno dalla notifica della cartella. In tal caso, la restante parte dell'aggio è a carico dell'ente creditore;

b)    integralmente, in caso contrario (comma 1).

All'agente della riscossione spetta il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive, sulla base di una tabella approvata con decreto del Ministero delle finanze, con il quale sono altresì stabilite le modalità di erogazione del rimborso stesso. Tale rimborso è a carico:

a)    dell'ente creditore, se il ruolo viene annullato per effetto di provvedimenti di sgravio o se l'agente della riscossione ha trasmesso la comunicazione di inesigibilità;

b)    del debitore, negli altri casi (comma 6).

Le spese di notifica della cartella di pagamento sono a carico del debitore nella misura di euro 5,88; tale importo può essere aggiornato con decreto del Ministero delle finanze. Nei casi di cui al comma 6, lettera a), sono a carico dell'ente creditore le spese vive di notifica della stessa cartella di pagamento (comma 7-ter).

 

La successiva lettera g) prescrive che, ai fini della procedura di riscossione prevista dalle disposizioni in commento, i riferimenti contenuti in norme vigenti al ruolo e alla cartella di pagamento si intendono effettuati agli atti di accertamento, di irrogazione delle sanzioni ed ai successivi atti di rideterminazione degli importi come disciplinati dalla predetta lettera a), ovvero alle procedure accelerate di riscossione disciplinate dall’articolo in esame.

Inoltre, la medesima disposizione sancisce che i riferimenti alle somme iscritte a ruolo si intendono effettuati alle somme affidate agli agenti della riscossione, secondo le testé commentate disposizioni.

 

Si prevede inoltre che la dilazione del pagamento (che, ai sensi dell’articolo 19 dello D.P.R. n. 602 del 1973, è facoltà dell’agente della riscossione concedere al contribuente, nel caso di temporanea situazione di obiettiva difficoltà) può essere accordata solo dopo l'affidamento del carico all'agente della riscossione.

 

Inoltre, in caso di ricorso avverso gli atti di cui alla lettera a), esso non sospende la riscossione; tuttavia l'ufficio delle entrate o il centro di servizio ha facoltà di disporre la sospensione della riscossione in tutto o in parte, fino alla data di pubblicazione della sentenza della commissione tributaria provinciale, con provvedimento motivato notificato al concessionario e al contribuente. Il provvedimento può essere revocato ove sopravvenga fondato pericolo per la riscossione (articolo 39 del DPR n. 602 del 1973).

Sulle somme il cui pagamento è stato sospeso e che risultano dovute dal debitore a seguito della sentenza della commissione tributaria provinciale si applicano gli interessi al tasso del 4,5 per cento annuo, riscossi mediante ruolo formato dall'ufficio che ha emesso il provvedimento di sospensione.

 

Infine, la lettera h)demanda - nell'ottica di razionalizzare, velocizzare e recuperare efficienza in tutti i processi di riscossione coattiva – a uno o più regolamenti, da adottare ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge n. 400 del 1988, di introdurre disposizioni per la razionalizzazione delle procedure di riscossione coattiva delle somme dovute a seguito delle attività di liquidazione, controllo e accertamento relative alle imposte sui redditi, all'IVA e ad altri tributi amministrati nonché ad altre entrate riscuotibili a mezzo ruolo.

L'introduzione di tali disposizioni deve essere effettuata progressivamente, in coerenza con quanto disposto da comma in esame.

 

Il comma 2 dell'articolo 29 reca disposizioni in materia di transazione fiscale in sede di concordato preventivo, disciplinata dall’articolo 182-ter della legge fallimentare (R.D. 16 marzo 1942, n. 267[53]).

 

La transazione fiscale (articolo 182-ter, comma 1) è la possibilità di accompagnare al piano di concordato preventivo una proposta di pagamento, parziale o anche dilazionato, dei tributi amministrati dalle agenzie fiscali e dei relativi accessori, nonché dei contributi amministrati dagli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie e dei relativi accessori, limitatamente alla quota di debito avente natura chirografaria. anche se non iscritti a ruolo, ad eccezione dei tributi costituenti risorse proprie dell'Unione europea. Con riguardo all'imposta sul valore aggiunto, la proposta può prevedere esclusivamente la dilazione del pagamento. Se il credito tributario o contributivo è assistito da privilegio, la percentuale, i tempi di pagamento e le eventuali garanzie non possono essere inferiori a quelli offerti ai creditori che hanno un grado di privilegio inferiore o a quelli che hanno una posizione giuridica ed interessi economici omogenei a quelli delle agenzie e degli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie; se il credito tributario o contributivo ha natura chirografaria, il trattamento non può essere differenziato rispetto a quello degli altri creditori chirografari ovvero, nel caso di suddivisione in classi, dei creditori rispetto ai quali è previsto un trattamento più favorevole.

 

Più in dettaglio, la lettera a) del comma 2 modifica il primo comma dell’articolo 182-ter, specificando che in sede di transazione fiscale anche le somme relative a ritenute operate e non versate possono essere oggetto solo di dilazione di pagamento, analogamente a quanto previsto per l’IVA.

 

Secondo la relazione illustrativa, tale previsione si fonda sul fatto che: a) anche le ritenute operate dal sostituto d'imposta a titolo di acconto sono utilizzate in detrazione dal sostituito, in diminuzione del proprio debito tributario; b) anche le ritenute d'acconto sono somme di terzi trattenute dal sostituto per riversarle allo Stato. Le analogie con l'IVA renderebbero pertanto irragionevole una disparità di trattamento.

 

La lettera b) del comma 2, modificando il secondo periodo del sesto comma dell’articolo 182-ter, anzitutto specifica che la proposta di transazione fiscale deve essere depositata unitamente alla documentazione di cui all'articolo 161 della legge fallimentare.

 

L'articolo 161 della legge fallimentare prevede che la domanda per l'ammissione alla procedura di concordato preventivo (proposta con ricorso sottoscritto dal debitore al tribunale del luogo in cui l'impresa ha la propria sede principale) sia accompagnata da:

a)    un’aggiornata relazione sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria dell'impresa;

b)    uno stato analitico ed estimativo delle attività e l'elenco nominativo dei creditori, con l'indicazione dei rispettivi crediti e delle cause di prelazione;

c)    l'elenco dei titolari dei diritti reali o personali su beni di proprietà o in possesso del debitore;

d)    il valore dei beni e i creditori particolari degli eventuali soci illimitatamente responsabili.

Il piano e la documentazione suddetti devono essere accompagnati dalla relazione di un professionista che attesti la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano medesimo.

 

Viene poi precisato che il debitore - unitamente alla proposta di transazione fiscale - deve rilasciare una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con la quale si assume personalmente la responsabilità di attestare che la documentazione suddetta (proposta di transazione fiscale e documentazione ex articolo 161) rappresenta fedelmente ed integralmente la situazione dell'impresa, specie in riferimento all'attivo del patrimonio.

 

La lettera c) aggiunge alla fine dell’articolo 182-ter un nuovo comma, secondo il quale la transazione fiscale conclusa nell’ambito dell’accordo di ristrutturazione di cui all’articolo 182-bis è revocata di diritto se il debitore non esegue integralmente - entro 90 giorni dalle scadenze previste - i pagamenti dovuti alle Agenzie fiscali ed agli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie.

 

La Relazione illustrativa specifica che tale prescrizione è volta a contrastare possibili abusi (il contribuente potrebbe sottrarsi ai propri obblighi tributari o contributivi anche dopo l'esecuzione del piano di ristrutturazione). Al contempo tale norma dovrebbe assicurare uniformità di comportamenti tra gli enti pubblici interessati, permettendo di valutare l'opportunità della transazione fiscale e contributiva principalmente in termini economici e finanziari.

 

Il comma 3 interviene sulla disciplina relativa alla proposta di concordato fallimentare, aggiungendo un comma 2-bisall’articolo 87 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602.

Le disposizioni introdotte sono funzionali a velocizzare l'approvazione di eventuali proposte di concordato fallimentare da parte dell'agente della riscossione, ove riguardino debiti per tributi erariali.

 

L’articolo 87 del D.P.R. n. 602 del 1973 disciplina il ricorso relativo alla dichiarazione di fallimento e la domanda di ammissione al passivo, prevedendo (comma 1) che il concessionario possa presentare, per conto dell'Agenzia delle entrate, il ricorso per la dichiarazione di fallimento. Se il debitore (comma 2) è dichiarato fallito (a seguito del suddetto ricorso o su iniziativa di altri creditori) ovvero è sottoposto a liquidazione coatta amministrativa, il concessionario chiede per conto dell'Agenzia delle entrate l'ammissione al passivo della procedura.

 

Il nuovo comma 2-bis dell’articolo 87 dispone dunque che l'agente della riscossione, dopo la comunicazione della proposta di concordato fallimentare (ai sensi degli articoli 125 o 126 del Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267), la trasmette senza ritardo all'Agenzia delle Entrate e la approva, espressamente od omettendo di esprimere dissenso, solamente in base a formale autorizzazione dell'Agenzia medesima.

In particolare, l’agente della riscossione può operare anche in deroga alle modalità indicate nell’articolo 36 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (secondo le quali con periodicità mensile si trasmettono al soggetto creditore che ha formato il ruolo, anche in via telematica, le informazioni relative allo svolgimento del servizio e all'andamento delle riscossioni effettuati nel mese precedente).

 

Il comma 4 dell'articolo 29 reca modifiche al reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, disciplinata dall'articolo 11 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74[54]. La norma in commento riformula il citato articolo 11 al fine di rendere più severa la sanzione penale ivi prevista e introdurre una nuova fattispecie penalmente rilevante (falsità nella documentazione presentata ai fini della procedura di transazione fiscale).

Nel dettaglio, le norme abbassano a 50.000 euro – da un ammontare originario di 51.645,69 euro – l’importo complessivo (dovuto all'erario per imposte sui redditi, IVA, interessi o sanzioni) rilevante per la determinazione della soglia di punibilità del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte.

E’ poi prevista una circostanza aggravante specifica, ove le somme al cui pagamento il contribuente intende sottrarsi siano superiori 200.000 euro (il quadruplo della predetta nuova soglia di punibilità): in tal caso la pena viene aumentata sia nel minimo che nel massimo (da un anno a sei anni anziché da sei mesi a quattro anni).

Viene infine ampliata la fattispecie del reato, al fine di ricondurvi anche la condotta di chi, nell'ambito della procedura di transazione fiscale, per ottenere per sé o per altri un pagamento parziale dei tributi e relativi accessori, indica nella documentazione presentata elementi passivi fittizi oppure espone elementi attivi in misura inferiore al reale, per un ammontare complessivo superiore a 50.000 euro. La pena prevista è la reclusione da sei mesi a quattro anni.

In relazione a tale intervento è disposta un’ulteriore aggravante specifica, che si sostanzia qualora il falso riguardi l'indicazione o di elementi attivi in misura inferiore al reale o di elementi passivi fittizi per un ammontare complessivo superiore a 200.000 euro: si prevede in tal caso l'applicazione della reclusione da un anno a sei anni.

 

Il successivo comma 5 interviene in materia di validità delle misure cautelari, modificando il primo periodo dell’articolo 27, comma 7, del decreto legge 29 novembre 2008, n. 185[55] anche al fine di coordinare tale disposizione con quanto previsto dal comma 1, lettera a) della norma in esame.

A seguito della modifica in commento, le misure cautelari conservano la loro validità e il loro grado a favore dell'agente della riscossione, senza bisogno di alcuna formalità o annotazione, ove adottate in base al processo verbale di constatazione, al provvedimento con il quale vengono accertati maggiori tributi, al provvedimento di irrogazione della sanzione oppure all'atto di contestazione; non più, dunque, in relazione agli importi iscritti a ruolo in base al provvedimento di accertamento di maggiori tributi (come prevedeva la precedente formulazione del citato comma 7).

 

Infine, il comma 6 dell'articolo 29 pone a carico del curatore fallimentare l'obbligo di comunicare, entro quindici giorni dall'accettazione della nomina, i dati necessari a garantire l'eventuale insinuazione al passivo della procedura concorsuale. Per la violazione di tale obbligo è previsto il raddoppio delle sanzioni applicabili.

È previsto, inoltre, che la comunicazione vada effettuata secondo la disciplina della comunicazione unica per la nascita dell'impresa, ai sensi dell’articolo 9 del decreto legge 31 gennaio 2007, n. 7[56]

 

Si ricorda che l’articolo 22 del provvedimento in esame, in materia di accertamento dei tributi, aggiorna – ampliandone altresì l’operatività – l’istituto dell’accertamento sintetico. Si rimanda alla relativa scheda di lettura per approfondimenti.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo, allegato al testo originario del provvedimento, ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

Potenziamento riscossione

0

0

0

0

0

400

1500

1300

0

400

1500

1300

 

La relazione tecnica riferita al testo originario afferma che le modifiche in esame consentiranno di accorciare di circa 12 mesi i tempi medi necessari agli uffici dell'Agenzia delle entrate per procedere all'iscrizione a ruolo e agli agenti della riscossione per svolgere le fasi precedenti l'inizio delle attività esecutive. La maggiore tempestività delle operazioni ridurrà, in primo luogo, il rischio che il contribuente venda i propri beni per sottrarli alle azioni coattive. Inoltre, essendo stata rilevata,  da un’analisi matematico-statistica, una correlazione inversa tra il trascorrere del tempo e la probabilità di esito favorevole della procedura di riscossione, la riduzione dei tempi necessari per completare la riscossione stessa determinerà, in secondo luogo, anche un incremento del volume del gettito. Tale incremento viene valutato considerando la curva di riscossione dei carichi affidati negli ultimi tre anni e confrontandola con la curva di riscossione che risulta in esito “all’efficientamento del sistema”, determinato dalle norme in esame.

La relazione assume anche che le modiche disposte siano idonee a “produrre un ulteriore effetto temporaneo sui carichi affidati in relazione all’accelerazione delle attività di accertamento”. Tale accelerazione consentirebbe di cumulare gli atti tradotti in titolo esecutivo in un singolo anno di consegna. Il maggiore effetto incrementale sui volumi di carico affidato si avrebbe nel 2012; ciò in quanto per il 2011 si assume che gli effetti connessi all’applicazione delle nuove procedure si esplichino a partire da ottobre mentre per il 2013 si stima esaurirsi l’effetto incrementale sui volumi di affidato. La relazione tecnica assume che il tasso di sgravio, attualmente pari al 7 per cento, in media, raddoppi nel 2012 e si assesti intorno al 10 per cento nel 2013 ed ipotizza che nel 2012 si assisterà ad un aumento del contenzioso.

Prudenzialmente non sono stati quantificati effetti con riferimento alle disposizioni volte a migliorare gli istituti transattivi ed a dissuadere, mediante disposizioni penali, la cosiddetta “evasione da riscossione”.

Nel corso dell’esame presso il Senato è stata approvata una modifica al comma 1, lettera b) dell’articolo in esame. La modifica stabilisce che gli avvisi di accertamento diventano esecutivi trascorsi sessanta giorni (e non più all’atto della notifica come previsto nel testo originario) dal termine ultimo per il pagamento.

La relazione tecnica allegata al maxiemendamento presentato al Senato afferma che la stessa non comporta effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

In merito ai profili di quantificazione si osserva, preliminarmente, che la relazione tecnica si limita a descrivere il procedimento di stima adottato senza esplicitare le evidenze statistiche su cui si fondano le ipotesi assunte, la base matematica dei modelli di simulazione adottati e le serie numeriche utilizzate. Gli effetti finanziari vengono infatti presentati come l’esito finale del procedimento matematico seguito, che non può essere quindi oggetto di compiuta ricostruzione e verifica.

Si osserva inoltre, sul piano normativo, che l’immediata esecutività degli accertamenti notificati potrebbe determinare, come prefigurato anche dalla relazione tecnica, un aumento del contenzioso, suscettibile di ostacolare, anche transitoriamente, il corretto svolgimento dell’ordinaria attività amministrativa. In proposito andrebbe  acquisito l’avviso del Governo.

Dovrebbero, infine, essere chiariti in motivi che hanno indotto a non ascrivere alla norma effetti sul saldo netto da finanziare, almeno nel primo periodo di applicazione, dal momento che la relazione tecnica individua “un ulteriore effetto temporaneo sui volumi di carico affidati” e dunque anche un incremento delle poste accertate e rese esecutive.

 


 

Articolo 29, comma 7
(Aggravante del reato di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e limitazione della responsabilità per danno erariale)

 

7. All'articolo 319-bis del codice penale, dopo le parole «alla quale il pubblico ufficiale appartiene» sono aggiunte le seguenti: «nonché il pagamento o il rimborso di tributi». Con riguardo alle valutazioni di diritto e di fatto operate ai fini della definizione del contesto mediante gli istituti previsti dall'articolo 182-ter del Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267, dal decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218, e dall'articolo 48 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, la responsabilità di cui all'articolo 1, comma 1, della legge 14 gennaio 1994, n. 20, è limitata alle ipotesi di dolo.

 

 

Il comma 7 dell'articolo 29 modifica innanzitutto l’articolo 319-bis del codice penale - il quale prevede una circostanza aggravante del delitto di cui all'articolo 319 del medesimo codice riferita ai casi in cui l’omissione o il ritardo di atti d’ufficio, così come il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio, ha per oggetto il conferimento di pubblici impieghi o stipendi o pensioni o la stipulazione di contratti nei quali sia interessata l'amministrazione alla quale il pubblico ufficiale appartiene - estendendo l'operatività dell'aggravante in questione ai casi in cui il fatto ha ad oggetto il pagamento o il rimborso di tributi.

La seconda parte del comma 7 prevede poi testualmente che "con riguardo alle valutazioni di diritto e di fatto operate ai fini della definizione del contesto (dovrebbe leggersi "contenzioso") mediante gli istituti previsti dall’articolo 182-ter del Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare), dal decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218, e dall’articolo 48 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, la responsabilità di cui all’articolo 1, comma 1, della legge 14 gennaio 1994, n. 20[57] (è la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei Conti in materia di contabilità pubblica), è limitata alle ipotesi di dolo".

La relazione di accompagnamento del disegno di legge rileva che questo ulteriore intervento normativo contenuto nel comma 7 avrebbe la finalità di aumentare la deflazione del contenzioso ottenibile mediante gli istituti della transazione fiscale regolata dall'articolo 182-ter del Regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare), dell'adesione all'accertamento di cui al decreto legislativo 19 giungo 1997, n. 218, e della conciliazione giudiziale di cui al decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546. Si tratterebbe - sempre secondo la relazione di accompagnamento - di norma in parte analoga a quella già esistente in materia di lavoro pubblico (articolo 66, comma 8, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, il quale, con riguardo alle ipotesi di conciliazione delle liti ivi previste, esclude completamente la responsabilità amministrativa di chi ha rappresentato la pubblica amministrazione), nonché connessa alle caratteristiche peculiari dei suddetti istituti, finalizzati alla deflazione del contenzioso ed al perseguimento della migliore soddisfazione del credito erariale nel rispetto delle finalità evidenziate. La previsione sarebbe giustificata dalla "particolare complessità delle valutazioni cui sono chiamati i responsabili degli atti e provvedimenti in parola: tali valutazioni vengono effettuate sulla base dei mezzi di prova ammessi in materia tributaria che, come noto, soffrono di particolari limitazioni". Dovrebbe poi altresì tenersi conto del fatto che, in ogni caso permarrebbe "la responsabilità disciplinare conseguente alla inosservanza, anche in caso di colpa, della normativa e della prassi amministrativa, la quale può determinare l'irrogazione di gravi sanzioni fino al licenziamento del dipendente".

In ordine alla limitazione di responsabilità in esame va richiamata la giurisprudenza costituzionale, che in particolare - nel riconoscere la legittimità delle disposizioni che hanno limitato la responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti, in materia di contabilità pubblica, ai fatti ed alle omissioni posti in essere con dolo o colpa grave - ha ribadito quanto affermato anche in più risalenti pronunce e cioè che " non v'è... alcun motivo di dubitare che il legislatore sia arbitro di stabilire non solo quali comportamenti possano costituire titolo di responsabilità, ma anche quale grado di colpa sia richiesto ed a quali soggetti la responsabilità sia ascrivibile ( sentenza n, 411 del 1988), senza limiti o condizionamenti che non siano quelli della non irragionevolezza e non arbitrarietà" (cfr. Corte costituzionale n. 371 del 1998).

Ciò non toglie però che la medesima Corte costituzionale, nel corso di un giudizio di legittimità costituzionale in via diretta avente ad oggetto una legge della provincia autonoma di Bolzano, abbia affermato che "può ritenersi ormai acquisito il principio dell'ordinamento... secondo cui la imputazione della responsabilità ha come limite minimo quello della colpa grave (prevista, in via generale, insieme all'imputazione per dolo)" e che "non è conforme ai principi dell'ordinamento, quale configurato nell'attuale sistema normativo, attenuare ulteriormente, in via generale, i casi di responsabilità per colpa grave" (cfr. Corte costituzionale n. 340 del 2001).

In proposito va anche sottolineato che, sul piano normativo, precedenti che si risolvano in una limitazione della responsabilità amministrativa dei pubblici dipendenti a sole ipotesi dolose sono di fatto rarissimi e, per quel che risulta, giustificati o da circostanze del tutto eccezionali e transitorie (si veda, ad esempio, in questo senso, Corte costituzionale n. 108 del 1967) ovvero, nel caso dell'esercizio delle funzioni giudiziarie, dalle peculiari esigenze costituzionalmente rilevanti che le contraddistinguono[58].

In una diversa e più specifica prospettiva sembrerebbe altresì doversi tener conto della circostanza che gli istituti della transazione fiscale regolata dall'articolo 182-ter della legge fallimentare, dell'adesione all'accertamento di cui al decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218, e della conciliazione giudiziale e cui al decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546, presentano caratteristiche non sempre omogenee fra loro e che la complessità delle valutazioni di diritto e di fatto - in materia tributaria - non parrebbe esclusivamente riferibile all'attività amministrativa connessa ai predetti istituti, mentre il precedente di cui all'articolo 66, comma 8, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, pur indubbiamente rilevante, potrebbe non ritenersi decisivo anche in considerazione del fatto che - per la fase anteriore al giudizio - l'esclusione della responsabilità amministrativa di chi rappresenta la pubblica amministrazione è qui circoscritta all'ipotesi in cui la conciliazione della lite è avvenuta aderendo alla proposta formulata dal collegio di conciliazione ai sensi del comma 6 del medesimo articolo 66.

Sotto un diverso profilo, per quanto la relazione di accompagnamento colleghi le limitazioni introdotte in tema di responsabilità ai sensi dell'articolo 1, comma 1, della legge 14 gennaio 1994, numero 20 alla modifica apportata all'articolo 319-bis del codice penale, non può non rilevarsi come le argomentazioni contenute nella relazione medesima siano incentrate anche sull'opportunità in sé dell'introduzione delle predette limitazioni. In questa prospettiva sembrerebbe allora opportuna, in sede di esame di tale previsione, una riflessione ad hoc sulle eventuali problematiche di diritto transitorio al fine di valutare se la soluzione delle stesse debba essere rimessa alle disposizioni di carattere generale contenute nelle preleggi o se invece no possa risultare utile l'introduzione di una normativa specifica al riguardo.

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non ascrive effetti finanziari alla norma

 

La relazione tecnica allegata al testo originario del provvedimento afferma che la disposizione non comporta oneri. In termini di gettito,  non si ascrivono invece alla norma gli “effetti attesi” che risulterebbero, peraltro, di difficile quantificazione.

 

In merito ai profili di quantificazione,nonsi hanno osservazionida formulare.


 

Articolo 30
(Potenziamento dei processi di riscossione dell’INPS)

 


1. A decorrere dal 1o gennaio 2011, l'attività di riscossione relativa al recupero delle somme a qualunque titolo dovute all'Inps, anche a seguito di accertamenti degli uffici, è effettuata mediante la notifica di un avviso di addebito con valore di titolo esecutivo.

2. L'avviso di addebito deve contenere a pena di nullità il codice fiscale del soggetto tenuto al versamento, il periodo di riferimento del credito, la causale del credito, gli importi addebitati ripartiti tra quota capitale, sanzioni e interessi ove dovuti nonché l'indicazione dell’agente della riscossione competente in base al domicilio fiscale presente nell'anagrafe tributaria alla data di formazione dell'avviso. L'avviso dovrà altresì contenere l'intimazione ad adempiere l'obbligo di pagamento degli importi nello stesso indicati entro il termine di 60 giorni dalla notifica nonché l'indicazione che, in mancanza del pagamento, l'agente della riscossione indicato nel medesimo avviso procederà ad espropriazione forzata, con i poteri, le facoltà e le modalità che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo. L'avviso deve essere sottoscritto, anche mediante firma elettronica, dal responsabile dell'ufficio che ha emesso l'atto.

4. L'avviso di addebito è notificato in via prioritaria tramite posta elettronica certificata all'indirizzo risultante dagli elenchi previsti dalla legge, ovvero previa eventuale convenzione tra comune e INPS, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale. La notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento.

5. L'avviso di cui al comma 2 viene consegnato, in deroga alle disposizione contenute nel decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, agli agenti della riscossione con le modalità e i termini stabiliti dall'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

6. All'atto dell'affidamento e, successivamente, in presenza di nuovi elementi, l'Inps fornisce, anche su richiesta dell'agente della riscossione, tutti gli elementi utili a migliorare l'efficacia dell'azione di recupero.

10. L'articolo 25, comma 2, del decreto legislativo 26 febbraio 1999, n. 46, è abrogato.

13. In caso di mancato o ritardato pagamento delle somme richieste con l'avviso di cui al comma 2 le sanzioni e le somme aggiuntive dovute sono calcolate, secondo le disposizioni che le regolano, fino alla data del pagamento. All'agente della riscossione spettano l'aggio, interamente a carico del debitore, ed il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive, previste dall'articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112.

14. Ai fini di cui al presente articolo, i riferimenti contenuti in norme vigenti al ruolo, le somme iscritte a ruolo e alla cartella di pagamento si intendono effettuati ai fini del recupero delle somme dovute a qualunque titolo all'INPS al titolo esecutivo emesso dallo stesso Istituto, costituito dall'avviso di addebito contenente l'intimazione ad adempiere l'obbligo di pagamento delle medesime somme affidate per il recupero agli agenti della riscossione.

15. I rapporti con gli agenti della riscossione continueranno ad essere regolati secondo le disposizioni vigenti.


 

 

L'articolo 30 reca una nuova disciplina sulla riscossione dei crediti da parte dell'INPS, decorrente dal 1° gennaio 2011, fondata sullo strumento dell'avviso di addebito, notificato al debitore e avente valore di titolo esecutivo.

La disposizione riguarda il recupero di tutte le somme dovute all'INPS, ivi comprese quelle risultanti da accertamenti da parte degli uffici dell'Istituto (nonché quelle dovute a titolo di sanzioni, somme aggiuntive e interessi).

 

Secondo la relazione illustrativa del disegno di legge di conversione, le norme in esame sono intese a ridurre fortemente - anche con riferimento agli omessi versamenti periodici da parte delle aziende e dei lavoratori autonomi - i tempi intercorrenti tra l'insorgenza del credito e il momento in cui l'agente della riscossione possa avviare, secondo la disciplina della riscossione mediante ruoli[59], l'attività di recupero.

 

Il comma 2 definisce le modalità di redazione dell’avviso di addebito (indicazione del codice fiscale del soggetto tenuto al versamento; periodo di riferimento e causale del credito; distinzione tra quota capitale, sanzioni e interessi; indicazione dell’agente della riscossione competente; sottoscrizione da parte del titolare dell’ufficio competente; intimazione ad adempiere entro 90 giorni, pena l’esecuzione forzata, per i crediti accertati dagli uffici), mentre il comma 4 definisce le modalità di notifica dell’avviso di addebito (in via prioritaria, posta elettronica certificata, nonché tramite messi comunali, agenti di polizia municipale o raccomandata a/r).

Il comma 5 prevede che l’avviso di addebito viene consegnato agli agenti della riscossione secondo modalità stabilite dall’INPS, in deroga alla normativa vigente sulla riscossione (decreto legislativo n.46 del 1999).

Il comma 6 prevede che l’INPS è tenuta a fornire, all’atto dell’affidamento e, successivamente, in presenza di nuovi elementi, anche su richiesta dell’agente della riscossione, tutti gli elementi utili a migliorare l’efficacia dell’azione di recupero.

 

Il comma 10 abroga l’articolo 25, comma 2, del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46[60].

L’articolo 25 del D.Lgs. 46/1999 concerne i termini di decadenza per l'iscrizione a ruolo dei crediti degli enti pubblici previdenziali.

In particolare, si dispone che i contributi, o premi, dovuti agli enti pubblici previdenziali siano iscritti in ruoli resi esecutivi, a pena di decadenza (comma 1):

-        per i contributi o premi non versati dal debitore, entro il 31 dicembre dell'anno successivo al termine fissato per il versamento; in caso di denuncia o comunicazione tardiva o di riconoscimento del debito. Tale termine decorre dalla data di conoscenza da parte dell'ente;

-        per i contributi o premi dovuti in forza di accertamenti effettuati dagli uffici, entro il 31 dicembre dell'anno successivo alla data di notifica del provvedimento ovvero, per quelli sottoposti a gravame giudiziario, entro il 31 dicembre dell'anno successivo a quello in cui il provvedimento è divenuto definitivo.

Il successivo comma 2, abrogato dalla disposizione in esame, prevedeva la possibilità, per l’ente pubblico previdenziale, dopo l'iscrizione a ruolo, in pendenza di gravame amministrativo, di sospendere la riscossione con provvedimento motivato, notificato al concessionario ed al contribuente. Il provvedimento poteva essere revocato nel caso in cui sopravvenisse un fondato pericolo per la riscossione.

Si segnala che il successivo articolo 38, comma 12, ha disposto la non applicazione delle disposizioni dell’articolo 25 del D.Lgs. 46/1999, limitatamente al periodo 1° gennaio 2010 – 31 dicembre 2012, ai contributi non versati ed agli accertamenti notificati successivamente alla data del 1° gennaio 2004 dall’Ente previdenziale creditore.

 

Il comma 13 prevede che, in caso di mancato o ritardato pagamento delle somme richieste attraverso lo strumento dell’avviso di addebito, le sanzioni e le somme aggiuntive dovute siano calcolate, secondo le relative disposizioni, fino alla data del pagamento.

All'agente della riscossione spettano l'aggio, interamente a carico del debitore, ed il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive, previste dall'articolo 17 del D.Lgs. 13 aprile 1999, n. 112[61].

 

L’articolo 17 del D.Lgs. n. 11/1999 disciplina la remunerazione del servizio degli agenti della riscossione. Tale attività è principalmente remunerata con un aggio, trattenuto dall’agente della riscossione, pari al 9% delle somme iscritte a ruolo riscosse e dei relativi interessi di mora, e che è a carico del debitore nella misura del 4,65% delle somme iscritte a ruolo, in caso di pagamento entro 60 giorni dalla notifica della cartella[62] oppure integralmente, in caso contrario.

Tali percentuali possono essere rideterminate con apposito decreto non regolamentare dal Ministro dell'Economia e delle Finanze, nel limite di due punti percentuali di differenza rispetto a quelle stabilite.

Nel caso di riscossione spontanea a mezzo ruolo, il citato aggio è a carico dell'ente creditore, se il pagamento avviene entro 60 giorni dalla data di notifica della cartella, oppure del debitore, in caso contrario. Specifiche percentuali sono stabilite, limitatamente alla riscossione spontanea a mezzo ruolo in diversi ambiti territoriali, dal D.M. 4 agosto 2000.

All'agente della riscossione spetta anche il rimborso delle spese relative alle procedure esecutive, sulla base di una tabella approvata apposito decreto con il quale sono altresì stabilite le modalità di erogazione del rimborso stesso. Tale rimborso è a carico dell'ente creditore, se il ruolo viene annullato per effetto di provvedimenti di sgravio o se l'agente della riscossione ha trasmesso la comunicazione di inesigibilità ai fini del discarico delle quote iscritte a ruolo oppure del debitore, negli altri casi.

All’agente della riscossione spetta anche un compenso per l'attività di esecuzione del provvedimento dall’Ente creditore che riconosca, in tutto o in parte, non dovute le somme iscritte a ruolo.

 

Il comma 14 precisa che ai fini della procedura di riscossione istituita dall’articolo in esame, i riferimenti contenuti in norme vigenti al ruolo devono intendersi effettuati ai fini del recupero delle somme dovute a qualunque titolo all'INPS al titolo esecutivo emesso dallo stesso Istituto, costituito dall'avviso di addebito contenente l'intimazione ad adempiere l'obbligo di pagamento.

 

Infine, il comma 15 conferma che i rapporti con gli agenti della riscossione continuano ad essere regolati secondo le disposizioni vigenti.

 

Si segnala che nel corso dell’esame al Senato sono stati soppressi i commi 3 e 12 (i quali prevedevano che qualora l'avviso di addebito riguardava somme dovute a titolo di contributi previdenziali ed assistenziali, il cui pagamento alle scadenze periodiche era stato omesso in tutto o in parte, l'agente della riscossione procedeva, in assenza di pagamento, all'espropriazione forzata dopo 30 giorni titolo esecutivo da parte dell’INPS), i commi 7, 8 e 11 (i quali prevedevano che qualora l’avviso riguardava crediti accertati dagli uffici dell'INPS, il debitore poteva proporre ricorso amministrativo nei termini previsti dalla normativa vigente e comunque non oltre 90 giorni dalla notifica dell'avviso; decorso il termine di 90 giorni, in assenza sia di pagamento sia di presentazione del ricorso, l'agente della riscossione procede ad espropriazione forzata nei successivi 30 giorni) e il comma 9 (in base al quale l’avviso di addebito cessava di avere validità in caso di revisione in autotutela dell'atto di accertamento, ferma restando la possibilità per l'INPS di notificare un nuovo avviso di addebito, in relazione all'eventuale somma ancora dovuta).

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo al testo originario ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica:

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate contributive

0

0

0

0

0

520

180

180

0

0

0

0

 

La relazione tecnica al testo originario precisa che il potenziamento dei processi di riscossione dei crediti da parte dell’INPS comporterà effetti positivi, sia sotto il profilo strutturale sia sotto il profili dell’anticipata manifestazione finanziaria delle somme riscosse. In particolare, sulla base dei crediti iscritti a ruolo nell’anno solare 2009, pari a 11,7 miliardi di euro, e ipotizzando la sostanziale stabilità del flusso dei crediti che annualmente l’Istituto affida, per il recupero coattivo, agli Agenti della riscossione e considerando la loro distribuzione uniforme su base mensile nel corso dell’anno, la relazione tecnica ipotizza che, a livello strutturale, le disposizioni in esame comporteranno una riduzione dei tempi di recupero non inferiore a 90 giorni rispetto al valore medio attuale (almeno 120 giorni). I maggiori importi incassati sono stimati in 120 milioni di euro nel 2011 e 180 milioni annui a decorrere dal 2011 e derivano dall’applicazione, senza soluzione di continuità, del regime sanzionatorio (attualmente 6,50 per cento in misura annua) sui contributi omessi per periodi temporali allo stato resi neutri dalle modalità di trasferimento dei crediti dall’INPS ad Equitalia[63]. Con riferimento all’accelerazione degli incassi, la relazione tecnica ipotizza che un anticipo di 3 mesi sulle somme versate in conto crediti all’Istituto produca effetti quantificabili in circa 400 milioni di euro nel 2011.

 

La relazione tecnica relativa al maxiemendamento presentato al Senato precisa che le modifiche introdotte non comportano effetti finanziari dal momento che riguardano aspetti procedurali.

 

In merito ai profili di quantificazione, si rileva che la relazione tecnica non appare fornire gli elementi sufficienti alla verifica delle stime dei recuperi di entrate contributive.


 

Articolo 31, commi 1 e 2
(Preclusione all’autocompensazione in presenza di debito
su ruoli definitivi e riduzione delle dotazioni finanziarie del programma di spesa “Regolazioni contabili, restituzioni e rimborsi d’imposte” per l’anno finanziario 2010)

 


1. A decorrere dal 1o gennaio 2011, la compensazione dei crediti di cui all'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, relativi alle imposte erariali, è vietata fino a concorrenza dell'importo dei debiti, di ammontare superiore a millecinquecento euro, iscritti a ruolo per imposte erariali e relativi accessori, e per i quali è scaduto il termine di pagamento. In caso di inosservanza del divieto di cui al periodo precedente si applica la sanzione del 50 per cento dell'importo dei debiti iscritti a ruolo per imposte erariali e relativi accessori e per i quali è scaduto il termine di pagamento fino a concorrenza dell'ammontare indebita­mente compensato. La sanzione non può essere applicata fino al momento in cui sull'iscrizione a ruolo penda contestazione giudiziale o amministra­tiva e non può essere comunque superiore al 50 per cento di quanto indebitamente compensato; nelle ipotesi di cui al periodo precedente, i termini di cui all'articolo 20 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, decorrono dal giorno successivo alla data della definizione della contestazione. È comunque ammesso il pagamento, anche parziale, delle somme iscritte a ruolo per imposte erariali e relativi accessori mediante la compensazione dei crediti relativi alle stesse imposte, con le modalità stabilite con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, da emanare entro 180 giorni dall'entrata in vigore del presente decreto. Nell'ambito delle attività di controllo dell'Agenzia delle entrate e della Guardia di finanza è assicurata la vigilanza sull'osservanza del divieto previsto dal presente comma anche mediante specifici piani operativi. A decorrere dal 1o gennaio 2011 le disposizioni di cui all'articolo 28-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, non operano per i ruoli di ammontare non superiore a millecinquecento euro.

(omissis)

2. In relazione alle disposizioni di cui al presente articolo, le dotazioni finanziarie del programma di spesa «Regolazioni contabili, restituzioni e rimborsi d'imposte» della missione «Politiche economico-finanziarie e di bilancio» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno finanziario 2010, sono ridotte di 700 milioni di euro per l'anno 2011, di 2.100 milioni di euro per l'anno 2012 e di 1.900 milioni di euro a decorrere dall'anno 2013.


 

 

Il comma 1 dell’articolo 31, modificato durante l’esame del provvedimento al Senato, reca disposizioni che limitano l’operatività della compensazione diretta dei crediti erariali, in presenza di debiti su ruoli diventati definitivi.

Nel dettaglio, a decorrere dal 1° gennaio 2011, è vietata la compensazione dei crediti relativi alle imposte erariali (di cui all'articolo 17, comma 1, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241[64]), fino a concorrenza dell'importo dei debiti di ammontare superiore a millecinquecento euro, iscritti a ruolo per imposte erariali e relativi accessori, per i quali è scaduto il termine di pagamento.

 

La Relazione illustrativa che accompagna il provvedimento precisa che “la vigente normativa […] dà ampia facoltà al contribuente di compensare i crediti ed i debiti per imposte risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche. Tale facoltà può essere esercitata anche se, come frequentemente accade, il contribuente ha, oltre ai debiti compensabili, altri debiti per imposte iscritti a ruolo a titolo definitivo. Ciò genera l’incongrua conseguenza di consentire la compensazione immediata (e dunque il mancato versamento delle imposte dovute) a chi è nel contempo debitore di altri importi iscritti a ruolo, anche di considerevole ammontare e risalenti nel tempo, e che si ostina a non pagare, costringendo gli organi della riscossione a defatiganti attività esecutive, spesso vanificate da deliberate spoliazioni preventive del patrimonio del debitore”.

Dunque, per effetto della norma in esame, il contribuente non può operare la compensazione dei crediti ove gli siano state notificate cartelle per imposte erariali e sia scaduto il termine di pagamento (senza l’intervento di una sospensione).

 

L’articolo 17, comma 1, del decreto legislativo n. 241 del 1997 dispone che i contribuenti eseguano versamenti unitari delle imposte, dei contributi dovuti all'INPS e delle altre somme a favore dello Stato, delle regioni e degli enti previdenziali, con eventuale compensazione dei crediti, dello stesso periodo, nei confronti dei medesimi soggetti, risultanti dalle dichiarazioni e dalle denunce periodiche presentate successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Tale compensazione deve essere effettuata entro la data di presentazione della dichiarazione successiva.

La compensazione del credito annuale o relativo a periodi inferiori all'anno dell'imposta sul valore aggiunto, per importi superiori a 10.000 euro annui, può essere effettuata a partire dal giorno sedici del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione o dell'istanza da cui il credito emerge.

 

Le norme in commento, modificate durante l’esame del provvedimento al Senato, comminano, nel caso di inosservanza del predetto divieto, una sanzione del 50 per cento dell'importo dei debiti iscritti a ruolo per imposte erariali e relativi accessori e per i quali è scaduto il termine di pagamento, fino a concorrenza dell'ammontare indebitamente compensato.

La sanzione non può essere applicata fintantoché pende sull'iscrizione a ruolo una contestazione giudiziale o amministrativa. Essa non può superare il cinquanta per cento di quanto indebitamente compensato. Nel caso di pendenza di contestazione, i termini di decadenza e prescrizione (previsti dall'articolo 20 del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472[65]) degli atti relativi alle sanzioni decorrono dal giorno successivo alla data della definizione della contestazione stessa.

 

Nella formulazione originaria, la norma si limitava a prevedere una sanzione pari al cinquanta per cento dell'importo indebitamente compensato.

 

A fronte del divieto di compensazione “diretta” viene comunque ammesso il pagamento, anche parziale, di somme iscritte a ruolo mediante compensazione dei crediti relativi alle stesse imposte, con modalità stabilite da un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, da emanare entro 180 giorni dall'entrata in vigore del decreto-legge n. 78 del 2010.

La vigilanza sull’osservanza del predetto divieto è affidata all'Agenzia delle Entrate e alla Guardia di finanza, nelle loro attività di controllo, anche mediante specifici piani operativi.

Infine, si prevede che, a decorrere dal 1° gennaio 2011, non operino le disposizioni relative alla compensazione tra il credito d'imposta chiesto a rimborso ed il debito iscritto a ruolo (di cui all'articolo 28-ter del D.P.R. n. 602 del 1973[66]), per i ruoli di ammontare non superiore a 1.500 euro.

 

L'articolo 28-ter del D.P.R. n. 602 del 1973 stabilisce che, in sede di erogazione di un rimborso d’imposta, l’Agenzia delle entrate verifica se il beneficiario risulta iscritto a ruolo e, in caso affermativo, trasmette in via telematica apposita segnalazione all’agente della riscossione che ha in carico il ruolo, mettendo a disposizione dello stesso le somme da rimborsare.

Ricevuta tale segnalazione, l’agente della riscossione notifica all’interessato una proposta di compensazione tra il credito d’imposta ed il debito iscritto a ruolo, sospendendo l’azione di recupero ed invitando il debitore a comunicare entro sessanta giorni se intende accettare tale proposta. In caso di accettazione della proposta, l’agente della riscossione movimenta le somme suddette e le riversa entro i limiti dell’importo complessivamente dovuto a seguito dell’iscrizione a ruolo.

In caso di rifiuto della predetta proposta o di mancato tempestivo riscontro alla stessa, cessano gli effetti della sospensione e l’agente della riscossione comunica in via telematica all’Agenzia delle entrate che non ha ottenuto l’adesione dell’interessato alla proposta di compensazione.

All’agente della riscossione spetta il rimborso delle spese vive sostenute per la notifica dell’invito, nonché un rimborso forfetario.

 

Nel corso dell’esame al Senato sono stati introdotti i commi 1-bis e 1-ter che novellano, rispettivamente, il DPR n. 602 del 1973 sulle riscossioni delle imposte sul reddito, in materia di compensazioni di crediti vantati da soggetti nei confronti di enti territoriali ed enti del Servizio sanitario nazionale con somme iscritte a ruolo, e il comma 3-bis, dell’articolo 9, del DL. n. 185 del 2008[67], che prevede la certificazione da parte di regioni ed enti locali dell’esigibilità dei crediti dichiarati certi, liquidi ed esigibili, finalizzata a consentire la cessione pro soluto a favore di banche o di intermediari finanziari.

La relazione tecnica alle nuove disposizioni inserite nel decreto precisa che la procedura prevista in relazione ai predetti commi 1-bis e 1-ter non altera gli equilibri di bilancio né dello Stato, né degli enti interessati o dell’intero settore della P.A., in quanto assicura in ogni caso la corretta imputazione a bilancio dei pagamenti dei debiti e della riscossione dei crediti.

 

Il comma 1-bis aggiungel’articolo 28-quater al citato DPR n. 602 del 1973 in materia di riscossione delle imposte sul reddito, stabilendo che, a partire dal 1° gennaio 2011, i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti delle regioni, degli enti locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale per somministrazione, forniture e appalti, possono essere compensati con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo.

La procedura prevede che il creditore acquisisca la certificazione di cui all'articolo 9, comma 3-bis, del sopra citato D.L. n. 185 e che essa costituisca titolo idoneo per essere utilizzata per il pagamento, totale o parziale, delle somme dovute a seguito dell'iscrizione a ruolo.

Si ricorda che il comma 3-bis del citato articolo 9 ha previsto la possibilità, da parte di regioni ed enti locali, nel rispetto delle norme del Patto di stabilità previste da ultimo nel DL. n. 112 del 2008 (convertito dalla legge n. 133 del 2008) rispettivamente agli articoli 77-ter e 77-bis, di certificare, ai creditori che ne facciano istanza, l’esigibilità di crediti relativi a somme dovute per somministrazioni, forniture ed appalti. Tale certificazione deve essere emanata entro il termine di 20 giorni dalla data di ricevimento dell’istanza del creditore. La finalità della norma è quella di consentire che il credito sia dichiarato certo, liquido ed esigibile e possa essere ceduto pro soluto a favore di banche o di intermediari finanziari riconosciuti dalla legislazione vigente[68].

 

La nuova disposizione, in particolare, condiziona l'estinzione del debito a ruolo alla verifica dell'esistenza e della validità della certificazione. Essa prevede, inoltre, che, nel caso in cui la regione o l'ente locale ovvero l'ente del Servizio sanitario nazionale non versi all'agente della riscossione l'importo oggetto della certificazione entro sessanta giorni dal termine indicato nella stessa, l'agente della riscossione proceda, sulla base del ruolo emesso a carico del creditore, alla riscossione coattiva nei confronti della regione, dell'ente locale o dell'ente del Servizio sanitario nazionale secondo le disposizioni previste al Titolo II del medesimo DPR. n. 602 sulla riscossione.

Viene demandato ad un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze il compito di definire le modalità di attuazione delle disposizioni contenute nell’articolo 28-ter in esame, anche al fine di garantire il rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica.

L’ultimo periodo della norma contenuta nel comma 1-bis, infine, precisa che, per i crediti maturati nei confronti degli enti del Servizio sanitario nazionale, si applica comunque quanto previsto nel secondo periodo del successivo comma 1-ter.

 

Il comma 1-ter modifica il comma 3-bis dell'articolo 9 del D.L.. n. 185/2008 commentato sopra, mettendo a regime per gli anni successivi al 2009 le misure in esso contenute - tuttora applicabili ai soli anni 2009 e 2010 - ed estendendo l’ambito di applicabilità anche agli enti del Servizio sanitario nazionale, oltre agli enti territoriali per i quali le misure sono già vigenti.

Il secondo periodo del comma 1-ter dispone inoltre che, con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, vengano stabilite le modalità di attuazione del medesimo comma 1-ter, nonché, in particolare, le condizioni per assicurare che la complessiva operazione prevista sia al precedente comma 1-bis, sia allo stesso comma 1-ter con riferimento agli enti del Servizio sanitario nazionale venga effettuata nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica.

Si prevede, infine, che le modalità di certificazione vengano stabilite dalle singole regioni d'intesa con il Ministero dell'economia e delle finanze, con l'osservanza delle condizioni stabilite con il predetto decreto.

 

L’istituto della certificazione dei crediti vantati nei confronti delle regioni e degli locali – e in futuro, ai sensi della disposizione del comma 1-ter sopra esaminata, anche nei confronti degli enti dell’SSN - persegue la finalità di agevolare nella riscossione i creditori degli enti suddetti. Tale misura si inserisce nel contesto di un complesso di interventi legislativi finalizzati a dare concreta attuazione alla problematica dei ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali, affrontata a livello comunitario con l’adozione della direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 2000/35/CE, del 29 giugno 2000, recepita nell’ordinamento nazionale con il D.Lgs. n. 231 del 2002.

 

Si ricorda che la cessione dei crediti vantati dalle imprese verso la P.A derivanti da contratti, aventi per oggetto lavori pubblici, è in generale prevista dall’articolo 117 del Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture[69], che ha esteso la disciplina della cessione dei crediti d'impresa di cui alla legge n. 52 del 1991(legge sul contratto di factoring) ai crediti vantati dalle imprese verso le pubbliche amministrazioni (le stazioni appaltanti), derivanti dai contratti di lavori pubblici disciplinati dal Codice, vale a dire i contratti di appalto o di concessione aventi per oggetto l’acquisizione di servizi, o di forniture, ovvero l’esecuzione di opere o lavori. Si deve osservare che l’estensione della disciplina sui crediti d’impresa ai crediti vantati dalle imprese verso le PP.AA. per lavori pubblici è stata introdotta nel nostro ordinamento prima del 2006, dalla legge n. 109/ 1994, legge quadro in materia di lavori pubblici (cd. legge Merloni)[70] e dal relativo regolamento di attuazione (D.P.R. n. 554/1999).

 

Con particolare riferimento alla cessione da parte delle imprese dei crediti vantati nei confronti delle regioni e degli enti locali per somministrazioni, forniture e appalti, come già sopra accennato, il legislatore ha introdotto la specifica disciplina del comma 3-bis,dell’articolo 9 del D.L. 185/2009.

Le modalità di attuazione della disciplina della certificazione dei crediti per il 2009 sono state dettate dal D.M. 19 maggio 2009, che ha stabilito la possibilità per i titolari di crediti non prescritti, maturati nei confronti delle regioni e degli enti locali, di presentare istanza di certificazione del credito all'amministrazione debitrice entro il 31 dicembre 2009, utilizzando un modello appositamente definito[71].

Le regioni e gli enti locali assoggettati al patto di stabilità interno sono tenute ad indicare nella certificazione il periodo entro cui intendono procedere al pagamento in favore delle banche e degli intermediari finanziari dell'importo certificato, nonché le relative modalità, nel rispetto dei limiti consentiti dal patto.

 

Il comma 2 dispone la riduzione, in conseguenza della previsione del divieto di autocompensazione in presenza di debito su ruoli definitivi previsto al comma 1 (cui si rimanda), per un importo pari a 700 milioni di euro per il 2011, di 2.100 milioni per il 2012 e di 1.900 milioni a decorrere dal 2013, delle dotazioni finanziarie del programma di spesa “Regolazioni contabili, restituzioni e rimborsi d’imposte” della missione “Politiche economico-finanziarie e di bilancio” dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno finanziario 2010.

La minore spesa infatti è conseguente al consistente venir meno dell’ammontare necessario per il pagamento delle compensazioni ordinariamente operate dai contribuenti, ai quali verrà preclusa la possibilità di portare i crediti fiscali in detrazione di debiti per imposte iscritte a ruolo a titolo definitivo.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

700

2.100

1.900

0

700

2.100

1.900

0

700

2.100

1.900

 

 

La relazione tecnica afferma che lo scopo della norma è determinare l’abbattimento delle compensazione operate dai contribuenti in sede di liquidazione delle imposte erariali.

Per quantificare l’importo non ammesso in compensazione la relazione tecnica valuta l’ammontare complessivo del carico residuo dei ruoli 2009, pari a circa 40 miliardi, e l’ammontare dei crediti relativi a imposte erariali utilizzato in compensazione pari, per lo stesso anno, a circa 20 miliardi.

La relazione tecnica assume, anche, che un numero ampio di contribuenti risulti, con riferimento allo stesso anno, contemporaneamente iscritto nei ruoli ed utilizzatore del meccanismo di compensazione dei tributi erariali previsto dall’articolo 17 del decreto legislativo  n. 241/1997. La massa di debiti iscritti a ruoli e dei crediti utilizzati a compensazione  riferiti a tali soggetti è assunta pari al 20 per cento delle masse complessive censite ossia a 8 miliardi (40 miliardi per 20 per cento) ed a 4 miliardi (20 miliardi per 20 per cento).

Nel corso del primo anno il blocco del meccanismo di compensazione interesserebbe circa il 17,5 per cento della massa di 4 miliardi da ultimo citata determinando una minor spesa per compensazioni di circa 700 milioni di euro. La relazione tecnica ipotizza che nel secondo anno di applicazione l'effetto risulti triplicato rispetto a quello del primo anno per attestarsi a 2,1 miliardi di euro; il maggiore effetto sarebbe conseguito in relazione alla “…messa a regime..(del)la  penetrante vigilanza imposta dalla norma…”. Nel terzo anno, al contrario, viene ipotizzata una leggera contrazione di circa 200 milioni di euro degli effetti riscontrati nell’anno precedente, la contrazione sarebbe dovuta allo smaltimento dello stock iniziale di compensazioni bloccate. Le maggiori entrate, come chiarito dalla relazione illustrativa, sono conseguite anche a causa del potere dissuasivo della sanzione prevista per l’inosservanza del divieto di compensazione.

Con riferimento ai commi 1-bis e 1-ter- che prevedono: a) la possibilità, a partire dal 2011, per i contribuenti di compensare i crediti vantati nei confronti delle amministrazioni locali con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo; b) l’estensione agli enti del servizio sanitario nazionale della procedura di certificazione dei propri debiti di fornitura già prevista per le altre amministrazioni locali[72]; c) l’attribuzione alla predetta procedura, finora limitata agli esercizi 2009 e 2010, del carattere permanente - la relazione tecnica[73] afferma che le disposizioni  non alterano gli equilibri di bilancio, sia riguardo agli enti interessati sia riguardo all’intero comparto della P.A. La procedura infatti è neutrale sui saldi di finanza pubblica, assicurando comunque la corretta imputazione a bilancio dei pagamenti dei debiti e della riscossione dei crediti. La relazione tecnica afferma altresì che le disposizioni comportano maggiore certezza della riscossione degli importi iscritti a ruolo e una razionalizzazione e concentrazione dell’azione di riscossione sulle altre posizioni di debito affidate agli agenti della riscossione. 

 

In merito ai profili di quantificazione  si rileva che, se ci si attiene al meccanismo descritto dalla relazione tecnica, la norma non appare idonea a determinare un incremento permanente delle entrate fiscali tale da giustificare la riduzione del correlato capitolo di spesa utilizzato per finanziare i rimborsi d’imposta. La relazione tecnica, la rubrica ed il prospetto riepilogativo degli effetti, concordemente, fanno riferimento alla preclusione all’autocompensazione ma non alla perdita del diritto alla compensazione che verrà pretesa in altra data dai medesimi contribuenti. Si tratterebbe, pertanto, di un differimento della spesa, e non della sua cancellazione, per la parte di compensazioni che non risulti essere indebita ovvero per la parte dei ruoli iscritta in capo a “cattivi pagatori”.

Si osserva, inoltre, che la relazione tecnica non chiarisce in base a quali dati ed elementi informativi sia stato possibile quantificare gli effetti recati dalla norma nella misura indicata. Potrebbe risultare opportuno che alcuni dei dati forniti dalla relazione tecnica fossero implementati alla luce dei parametri indicati dalla norma o trattati dalla relazione tecnica.

Potrebbe essere utile, ad esempio, conoscere la massa dei soli debiti iscritti a ruolo per un importo superiore ai 1.500 euro e riferiti ai tributi erariali in luogo del carico residuo nel suo complesso anche al fine di valutare la massa di debiti sui cui la norma effettivamente agisce.

Considerato che l'efficacia del divieto di autocompensazione è legata, fra l’altro, “…all’attività di controllo dell'Agenzia delle entrate e della Guardia di finanza (definita penetrante dalla relazione tecnica)…assicurata… anche mediante specifici piani operativi”, appare necessario che siano quantificati gli eventuali costi aggiuntivi che le amministrazioni coinvolte dovranno sostenere ovvero indicare se le stesse, al fine di limitarsi ad utilizzare risorse già disponibili, non debbano distrarre risorse già impegnate in altre attività di controllo o di accertamento.

Con riferimento alle disposizioni di cui ai commi 1-bis e 1-ter, appare opportuno che sia chiarito:

a)   se la prevista possibilità di compensazione dei crediti esigibili nei confronti delle amministrazioni locali con le somme dovute a seguito dell’iscrizione a ruolo, sia suscettibile di determinare un’accelerazione dei pagamenti delle predette amministrazioni, da cui potrebbero conseguire effetti negativi sui saldi di finanza pubblica (comma 1-bis);

b)   se l’estensione agli enti del servizio sanitario nazionale della procedura di certificazione dei crediti e l’attribuzione di un carattere permanente a quest’ultima possa incidere sullo stock di debito della PA in relazione alla possibile trasformazione di debiti di fornitura (non inclusi nell’aggregato del debito pubblico) in debiti verso il sistema bancario (inclusi nel predetto aggregato). La procedura di cui la norma amplia l’ambito di applicazione, oltre a consentire la compensazione di posizioni debitorie e creditorie nei confronti delle amministrazioni locali (in base al precedente comma 1-bis), potrebbe infatti agevolare le cessioni alle banche dei crediti vantati nei confronti della P.A. dalle imprese fornitrici (comma 1-ter).

 


 

Articolo 31, commi 1-bis–1-ter
(Compensazione dei crediti nei confronti di Regioni, enti locali ed enti del Servizio sanitario nazionale con somme iscritte a ruolo ed estensione agli enti SSN della disciplina relativa alla certificazione dell’esigibilità di crediti)

 


1-bis. Al decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, dopo l'articolo 28-ter è inserito il seguente:

«Art. 28-quater. (Compensazioni di crediti con somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo). – 1. A partire dal 1o gennaio 2011, i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti delle regioni, degli enti locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale per somministrazione, forniture e appalti, possono essere compensati con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo. A tal fine il creditore acquisisce la certificazione prevista dall'articolo 9, comma 3-bis, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, e la utilizza per il pagamento, totale o parziale, delle somme dovute a seguito dell'iscrizione a ruolo. L'estinzione del debito a ruolo è condizionata alla verifica dell'esistenza e validità della certificazione. Qualora la regione, l'ente locale o l'ente del Servizio sanitario nazionale non versi all'agente della riscossione l'importo oggetto della certificazione entro sessanta giorni dal termine nella stessa indicato, l'agente della riscossione procede, sulla base del ruolo emesso a carico del creditore, alla riscossione coattiva nei confronti della regione, dell'ente locale o dell'ente del Servizio sanitario nazionale secondo le disposizioni di cui al titolo II del presente decreto. Le modalità di attuazione del presente articolo sono stabilite con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze anche al fine di garantire il rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica». Per i crediti maturati nei confronti degli enti del Servizio sanitario nazionale si applica comunque quanto previsto dal comma 1-ter, secondo periodo.

1-ter. All'articolo 9, comma 3-bis, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, le parole: «Per gli anni 2009 e 2010» sono sostituite con le seguenti: «A partire dall'anno 2009» e le parole: «le regioni e gli enti locali» sono sostituite con le seguenti: «le regioni, gli enti locali e gli enti del Servizio sanitario nazionale». Con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze sono stabilite le modalità di attuazione del presente comma, nonché, in particolare, le condizioni per assicurare che la complessiva operazione di cui al comma 1-bis e al presente comma riguardante gli enti del Servizio sanitario nazionale sia effettuata nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica; le modalità di certificazione sono stabilite dalle singole regioni d'intesa con il Ministero dell'economia e delle finanze, con l'osservanza delle condizioni stabilite con il predetto decreto.


 

 

Nel corso dell’esame al Senato sono stati introdotti i commi 1-bis e 1-ter, finalizzati a consentire la compensazione dei crediti vantati nei confronti di enti territoriali ed enti del Servizio sanitario nazionale con somme iscritte a ruolo.

 

In particolare, il comma 1-bis aggiungel’articolo 28-quater al DPR n. 602 del 1973 in materia di riscossione delle imposte sul reddito, stabilendo che, a partire dal 1° gennaio 2011, i crediti non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti delle regioni, degli enti locali e degli enti del Servizio sanitario nazionale per somministrazione, forniture e appalti, possono essere compensati con le somme dovute a seguito di iscrizione a ruolo.

Per attivare la procedura si prevede che il creditore acquisisca la certificazione dell’esigibilità dei crediti di cui all'articolo 9, comma 3-bis, del DL. n. 185 del 2008[74] , la quale costituirà titolo idoneo per essere utilizzata ai fini del pagamento, totale o parziale, delle somme dovute a seguito dell'iscrizione a ruolo.

 

Si ricorda che il comma 3-bis del citato articolo 9 ha previsto la possibilità, da parte di regioni ed enti locali, nel rispetto delle norme del Patto di stabilità, di certificare, ai creditori che ne facciano istanza, l’esigibilità di crediti relativi a somme dovute per somministrazioni, forniture ed appalti. Tale certificazione deve essere emanata entro il termine di 20 giorni dalla data di ricevimento dell’istanza del creditore. La finalità della norma è quella di consentire che il credito possa essere ceduto pro soluto a favore di banche o di intermediari finanziari riconosciuti dalla legislazione vigente[75].

 

La disposizione condiziona l'estinzione del debito a ruolo alla verifica dell'esistenza e della validità della certificazione.

Essa prevede, inoltre, che, nel caso in cui la regione o l'ente locale ovvero l'ente del Servizio sanitario nazionale non versi all'agente della riscossione l'importo oggetto della certificazione entro sessanta giorni dal termine indicato nella stessa, l'agente della riscossione proceda, sulla base del ruolo emesso a carico del creditore, alla riscossione coattiva nei confronti della regione, dell'ente locale o dell'ente del Servizio sanitario nazionale secondo le disposizioni previste al Titolo II del medesimo DPR. n. 602 sulla riscossione.

Il compito di definire le modalità di attuazione delle disposizioni in esame è demandato ad un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze, anche al fine di garantire il rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica.

L’ultimo periodo della norma contenuta nel comma 1-bis precisa che, per i crediti maturati nei confronti degli enti del Servizio sanitario nazionale, si applica comunque quanto previsto nel secondo periodo del successivo comma 1-ter.

 

Quest’ultimo comma modifica il citato comma 3-bis dell'articolo 9 del D.L. n. 185/2008, sia al fine di rendere permanente il meccanismo di certificazione dei crediti sopra richiamato - ad oggi applicabile ai soli anni 2009 e 2010 – sia al fine di estenderlo agli enti del Servizio sanitario nazionale.

Il secondo periodo del comma demanda ad un decreto del Ministro dell'economia e delle finanze la definizione:

§       delle modalità di attuazione del medesimo comma 1-ter,

§       delle condizioni per assicurare che la complessiva operazione prevista dalle norme di esame venga effettuata nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica.

Si prevede, infine, che le modalità di certificazione vengano stabilite dalle singole regioni d'intesa con il Ministero dell'economia e con l'osservanza delle condizioni stabilite con il predetto decreto.

 

Si ricorda che l’istituto della certificazione dei crediti vantati nei confronti delle regioni e degli locali – che le disposizioni in esame estendono agli enti dell’SSN- si inserisce nel contesto di un complesso di interventi legislativi finalizzati a dare concreta attuazione alla problematica dei ritardi dei pagamenti nelle transazioni commerciali, affrontata a livello comunitario con l’adozione della direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 2000/35/CE, del 29 giugno 2000, recepita nell’ordinamento nazionale con il D.Lgs. n. 231 del 2002.

La cessione dei crediti vantati dalle imprese verso la P.A derivanti da contratti, aventi per oggetto lavori pubblici, è peraltro in generale prevista dall’articolo 117 del Codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture[76], che ha esteso la disciplina della cessione dei crediti d'impresa di cui alla legge n. 52 del 1991(legge sul contratto di factoring) ai crediti vantati dalle imprese verso le pubbliche amministrazioni (le stazioni appaltanti), derivanti dai contratti di lavori pubblici disciplinati dal Codice, vale a dire i contratti di appalto o di concessione aventi per oggetto l’acquisizione di servizi, o di forniture, ovvero l’esecuzione di opere o lavori. L’estensione della disciplina sui crediti d’impresa ai crediti vantati dalle imprese verso le PP.AA. per lavori pubblici è stata introdotta nel nostro ordinamento dalla legge n. 109/ 1994, legge quadro in materia di lavori pubblici (cd. legge Merloni)[77] e dal relativo regolamento di attuazione (D.P.R. n. 554/1999).

Con particolare riferimento alla cessione da parte delle imprese dei crediti vantati nei confronti delle regioni e degli enti locali per somministrazioni, forniture e appalti, il legislatore ha introdotto la specifica disciplina Di cui al citato comma 3-bis dell’articolo 9 del D.L. 185/2009.Le modalità di attuazione della certificazione dei crediti per il 2009 sono state dettate dal D.M. 19 maggio 2009, che ha stabilito la possibilità per i titolari di crediti non prescritti, maturati nei confronti delle regioni e degli enti locali, di presentare istanza di certificazione del credito all'amministrazione debitrice entro il 31 dicembre 2009, utilizzando un modello appositamente definito[78].

Le regioni e gli enti locali assoggettati al patto di stabilità interno sono tenute ad indicare nella certificazione il periodo entro cui intendono procedere al pagamento in favore delle banche e degli intermediari finanziari dell'importo certificato, nonchè le relative modalità, nel rispetto dei limiti consentiti dal patto.

 

Profili finanziari

Per quanto concerne i profili finanziari inerenti la disposizione in esame, si rinvia alla scheda di lettura relativa all’articolo 31, commi 1-2.

 


 

Articolo 32
(Riorganizzazione della disciplina fiscale dei fondi immobiliari chiusi)

 


1. A seguito dei controlli effettuati dall'Autorità di vigilanza, al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria), sono apportate le seguenti modifiche:

    a) all'articolo 1, comma 1, la lett. j) è sostituita dalla seguente:

«j) ‘fondo comune di investimento’: il patrimonio autonomo raccolto, mediante una o più emissione di quote, tra una pluralità di investitori con la finalità di investire lo stesso sulla base di una predeterminata politica di investimento; suddiviso in quote di pertinenza di una pluralità di partecipanti; gestito in monte, nell'interesse dei partecipanti e in autonomia dai medesimi;»;

    b) all'articolo 36, comma 6, dopo le parole: «nonché da ogni altro patrimonio gestito dalla medesima società», sono inserite le seguenti: «; delle obbligazioni contratte per suo conto, il fondo comune di investimento risponde esclusivamente con il proprio patrimonio.»;

    c) all'articolo 37, comma 2, lettera b-bis), dopo le parole: «all'esperienza professionale degli investitori;» sono inserite le seguenti: «a tali fondi non si applicano gli articoli 36, comma 3, ultimo periodo, e comma 7, e l'articolo 39, comma 3.».

2. Il Ministro dell'Economia e delle finanze emana, ai sensi dell'articolo 37 del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, le disposizioni di attuazione del comma 1 entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto.

3. Le società di gestione del risparmio che hanno istituito fondi comuni d'investimento immobiliare che, alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono privi dei requisiti indicati nell'articolo 1, comma 1, lettera j) del predetto decreto legislativo n. 58 del 1998, come modificata dal comma 1, lettera a), adottano le conseguenti delibere di adeguamento entro trenta giorni dalla data di emanazione del decreto di cui al comma 2.

4. In sede di adozione delle delibere di adeguamento, la società di gestione del risparmio preleva, a titolo di imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, un ammontare pari all’ 5 per cento del valore netto del fondo risultante dal prospetto redatto al 31 dicembre 2009. L'imposta è versata dalla società di gestione del risparmio nella misura del 40 per cento entro il 31 marzo 2011 e la restante parte in due rate di pari importo da versarsi, la prima entro il 31 marzo 2012 e la seconda entro il 31 marzo 2013.

5. Le società di gestione del risparmio che non intendono adottare le delibere di adeguamento previste dal comma 3 deliberano, entro trenta giorni dalla data di emanazione del decreto di cui al comma 2, la liquidazione del fondo comune d'investimento in deroga ad ogni diversa disposizione contenuta nel decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 e nelle disposizioni attuative. In tal caso l'imposta sostitutiva di cui al comma 4 è dovuta con l'aliquota del 7 per cento, secondo modalità e termini ivi stabiliti. La liquidazione deve essere conclusa nel termine massimo di cinque anni. Sui risultati conseguiti dal 1o gennaio 2010 e fino alla conclusione della liquidazione la società di gestione del risparmio applica un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell'IRAP nella misura del 7 per cento. L'imposta è versata dalla società di gestione del risparmio il 16 febbraio dell'anno successivo rispetto a ciascun anno di durata della liquidazione.

5-bis. Non si applica la ritenuta di cui all'articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, e successive modificazioni, fino a concorrenza dell'ammontare assoggettato all'imposta sostitutiva di cui ai commi 4 e 5. Il costo di sottoscrizione o di acquisto delle quote è riconosciuto fino a concorrenza dei valori che hanno concorso alla formazione della base imponibile per l'applicazione dell'imposta sostitutiva. Eventuali minusvalenze realizzate non sono fiscalmente rilevanti.

5-ter. Gli atti di liquidazione del patrimonio immobiliare sono soggetti alle imposte fisse di registro, ipotecarie e catastali.

5-quater. Alle cessioni di immobili effettuate nella fase di liquidazione di cui al comma 5 si applica l'articolo 17, quinto comma, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633. L'efficacia della disposizione di cui al periodo precedente è subordinata alla preventiva approvazione da parte del Consiglio dell'Unione europea ai sensi dell'articolo 395 della direttiva 2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006. Ai conferimenti in società di pluralità di immobili, effettuati nella fase di liquidazione di cui al comma 5, si applica l'articolo 2, terzo comma, lettera b), del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633. I predetti conferimenti si considerano compresi, agli effetti delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, fra gli atti previsti nell'articolo 4, comma 1, lettera a), numero 3), della tariffa, parte I, allegata al testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, nell'articolo 10, comma 2, del testo unico delle disposizioni concernenti le imposte ipotecaria e catastale di cui al decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 347, e nell'articolo 4, della tariffa allegata al medesimo decreto legislativo n. 347 del 1990. Le cessioni di azioni o quote effettuate nella fase di liquidazione di cui al comma 5 si considerano, ai fini dell'articolo 19-bis, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, operazioni che non formano oggetto dell'attività propria del soggetto passivo.

6. Per l'accertamento delle modalità di determinazione e versamento dell'imposta di cui ai commi precedenti, si applicano le disposizioni del titolo IV del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.

7. Il comma 3 dell'articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, è sostituito dai seguenti:

«3. La ritenuta non si applica sui proventi percepiti da fondi pensione e organismi di investimento collettivo del risparmio esteri, sempreché istituiti in Stati o territori inclusi nella lista di cui al decreto ministeriale emanato ai sensi dell'articolo 168-bis del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, nonché su quelli percepiti da enti od organismi internazionali costituiti in base ad accordi internazionali resi esecutivi in Italia e da banche centrali o organismi che gestiscono anche le riserve ufficiali dello Stato.

3-bis. Per i proventi di cui al comma 1 spettanti a soggetti residenti in Stati con i quali siano in vigore convenzioni per evitare la doppia imposizione sul reddito, ai fini dell'applicazione della ritenuta nella misura prevista dalla convenzione, i sostituti d'imposta di cui ai commi precedenti acquisiscono:

    a) una dichiarazione del soggetto non residente effettivo beneficiario dei proventi, dalla quale risultino i dati identificativi del soggetto medesimo, la sussistenza di tutte le condizioni alle quali è subordinata l'applicazione del regime convenzionale, e gli eventuali elementi necessari a determinare la misura dell'aliquota applicabile ai sensi della convenzione;

    b) un'attestazione dell'autorità fiscale competente dello Stato ove l'effettivo beneficiario dei proventi ha la residenza, dalla quale risulti la residenza nello Stato medesimo ai sensi della convenzione. L'attestazione produce effetti fino al 31 marzo dell'anno successivo a quello di presentazione».

7-bis. Le disposizioni di cui al comma 7 hanno effetto per i proventi percepiti a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto sempre che riferiti a periodi di attività dei fondi che hanno inizio successivamente al 31 dicembre 2009. Per i proventi percepiti a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto e riferiti a periodi di attività del fondo chiusi fino al 31 dicembre 2009, continuano ad applicarsi le disposizioni dell'articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, nel testo in vigore alla predetta data.

8. Sono abrogati i commi da 17 a 20 dell'articolo 82 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133.

9. Con provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle entrate da emanare entro 30 giorni dalla data di emanazione del decreto di cui al comma 2, sono definite le modalità di attuazione delle disposizioni contenute nei commi 4 e 5.


 

 

L’articolo 32 in esame, modificato nel corso dell’esame presso il Senato, reca una nuova definizione dei fondi comuni di investimento nonché l'istituzione di una imposta sostitutiva delle imposte sui redditi a carico delle società di gestione del risparmio (SGR) che hanno istituito fondi comuni d'investimento immobiliari, che si applica - a seguito delle modifiche apportate dalla disposizione in esame al regime civilistico di tali fondi - al momento dell'adeguamento o del non adeguamento alla nuova normativa.

 

Nel dettaglio, il comma 1 interviene attraverso una serie di modifiche al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 (Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria- TUF), anzitutto (lettera a)) al fine di modificare la nozione civilistica dei fondi comuni di investimento prevista dall’articolo 1, comma 1, lett. j) del TUF.

Rispetto alla definizione previgente, viene maggiormente specificata la funzione economica del fondo comune di investimento, ossia:

§      la raccolta del risparmio tra una pluralità di investitori;

§      l'investimento del patrimonio raccolto sulla base di una predeterminata politica di investimento;

§      la gestione nell’interesse dei partecipanti e in autonomia dai medesimi.

Non è riportata invece la previgente distinzione tra patrimonio del fondo aperto e chiuso.

 

La nuova definizione, secondo la relazione illustrativa, servirebbe a circoscrivere l'applicazione dell'attuale regime fiscale ai soli fondi che gestiscono risparmio diffuso nonché a quelli diretti a realizzare attività di interesse pubblico. Più in generale, infatti, la norma sarebbe diretta ad arginare il fenomeno dei fondi immobiliari cosiddetti "veicolo" contrastando l'utilizzo strumentale dei fondi comuni immobiliari a ristretta base partecipativa.

 

La lettera b) del comma 1 interviene sul regime di responsabilità dei fondi comuni di investimento, modificando a tal fine l'articolo 36, comma 6, del TUF.

Per effetto della modifica apportata, pertanto, si specifica che per le obbligazioni contratte per suo conto, il fondo risponde esclusivamente con il proprio patrimonio.

 

La lettera c) del comma 1 interviene infine in materia di vigilanza modificando l’articolo 37, comma 2, lettera b-bis) del TUF.

Tale disposizione prevede che, con il regolamento diretto a determinare i criteri generali cui devono uniformarsi i fondi comuni di investimento, vanno individuati anche i casi in cui è possibile derogare alle norme prudenziali di contenimento e di frazionamento del rischio stabilite dalla Banca d'Italia, avendo riguardo anche alla qualità e all'esperienza professionale degli investitori. Per effetto della modifica apportata, si prevede che a tali fondi non si applichino gli articoli 36, comma 3, ultimo periodo, e comma 7, e l’articolo 39, comma 3 del TUF.

 

Al riguardo, l'articolo 36, comma 3, ultimo periodo prevede che la Banca d'Italia, sentita la CONSOB, determina i criteri generali di redazione del regolamento del fondo e il suo contenuto minimo.

L'articolo 36, comma 7, prevede che la Banca d'Italia, sentita la CONSOB, disciplina con regolamento le procedure di fusione tra fondi comuni di investimento.

L’articolo 39, comma 3, prevede che la Banca d'Italia approva il regolamento del fondo e le sue modificazioni, valutandone in particolare la completezza e la compatibilità con i criteri generali.

 

In sintesi, pertanto, per effetto della modifica apportata viene esclusa la vigilanza della Banca d'Italia sui fondi destinati ad investitori qualificati.

 

Il comma 2 prevede che le disposizioni di attuazione del comma 1 vadano emanate con decreto del Ministro dell’Economia e delle finanze ai sensi dell’articolo 37 del TUF entro trenta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del decreto in esame

 

L’articolo 37 del TUF rimanda infatti ad un regolamento del Ministro dell'economia e delle finanze, adottato sentite la Banca d'Italia e la CONSOB, per la determinazione dei criteri generali cui devono uniformarsi i fondi comuni di investimento riguardo: all'oggetto dell'investimento; alle categorie di investitori cui è destinata l'offerta delle quote; alle modalità di partecipazione ai fondi aperti e chiusi; all'eventuale durata minima e massima.

 

Al fine di consentire ai fondi esistenti di adeguarsi alle nuove norme civilistiche introdotte dal comma 1, i commi 3 e 4 introducono una procedura che prevede al termine il pagamento di un'imposta sostitutiva del 5 per cento del valore netto del fondo risultante dal prospetto redatto al 31 dicembre 2009.

Più specificamente, il comma 3 prevede che - entro trenta giorni dall'emanazione del decreto di cui al comma precedente - le società di gestione del risparmio che hanno istituito fondi comuni d’investimento immobiliare non più rispondenti alla definizione civilistica possono adottare le conseguenti delibere di adeguamento.

In tal caso, con la delibera di adeguamento la SGR preleva, a titolo di imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, un ammontare pari al 5 per cento del valore netto del fondo risultante dal prospetto redatto al 31 dicembre 2009 (comma 4).

È previsto il versamento dell'imposta da parte della SGR in tre rate:

§      il 40 per cento entro il 31 marzo 2011;

§      il 30 per cento entro il 31 marzo 2012;

§      il restante il 30 per cento entro il 31 marzo 2013.

 

Il comma 5 disciplina invece l'ipotesi in cui la SGR non intenda adeguarsi ai nuovi requisiti dettati dal comma 1.

Si prevede in tal caso che le SGR devono deliberare, sempre entro trenta giorni dall'emanazione del decreto sopra menzionato, la liquidazione del fondo comune d’investimento. L'imposta sostitutiva dovuta in tal caso è pari al 7 per cento del valore netto del fondo risultante dal prospetto redatto al 31 dicembre 2009, da versarsi con gli stessi termini di cui al comma precedente.

 

La definizione delle modalità attuative delle disposizioni concernenti l'imposta sostitutiva di cui ai commi 4 e 5 viene demandata dal comma 9 ad un successivo provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate - da emanarsi entro 30 giorni dall'emanazione del decreto di cui al comma 2.

 

Il comma 5 stabilisce inoltre che la liquidazione deve essere conclusa nel termine massimo di cinque anni, dovendo la SGR applicare sui risultati annui conseguiti dal 1° gennaio 2010 e fino alla conclusione della liquidazione un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell'IRAP nella misura del 7 per cento, da versarsi il 16 febbraio dell'anno successivo.

 

Al fine di evitare fenomeni di doppia imposizione, il comma 5-bis dispone la non applicabilità della ritenuta di cui all'articolo 7 del decreto-legge n. 351 del 2001, convertito dalla legge n. 410 del 2001, fino a concorrenza dell'ammontare assoggettato all'imposta sostituiva di cui ai commi 4 e 5.

 

Il richiamato articolo 7 del decreto-legge n. 351 del 2001, convertito dalla legge n. 410 del 2001, che regola il regime tributario dei partecipanti al fondo, dispone che sui proventi di cui all'articolo 41, comma 1, lettera g), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, derivanti dalla partecipazione a fondi comuni d'investimento immobiliare di cui all'articolo 6, comma 1, la SGR opera una ritenuta del 20 per cento. La ritenuta si applica sull'ammontare dei proventi riferibili a ciascuna quota risultanti dai rendiconti periodici redatti ai sensi dell'articolo 6, comma 1, lettera c), numero 3), del TUF, distribuiti in costanza di partecipazione nonché sulla differenza tra il valore di riscatto o di liquidazione delle quote ed il costo di sottoscrizione o acquisto. Il costo di sottoscrizione o acquisto è documentato dal partecipante. In mancanza della documentazione il costo è documentato con una dichiarazione sostitutiva.

 

Qualora il costo sostenuto al momento della sottoscrizione o dell’acquisto delle quote risulti superiore all’ammontare della base imponibile cui si applica l’imposta sostitutiva, il comma 5-bis esclude la possibilità di riconoscere ai fini fiscali la minusvalenza realizzata. In altre parole, la differenza tra il valore di realizzo e il costo iniziale rileva ai fini fiscali esclusivamente nel caso di plusvalenza e concorre alla formazione del reddito.

 

Il comma 5-ter assoggetta gli atti di liquidazione del patrimonio immobiliare alle imposte fisse di registro, ipotecarie e catastali.

 

Il comma 5-quater disciplina, in primo luogo, il regime IVA applicabile alle cessione di immobili effettuata nella fase di liquidazione di cui al sopra esaminato comma 5. In particolare, si dispone l’obbligo di applicare il meccanismo del cosiddetto reverse charge previsto dall’articolo 17, comma 5, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (Istituzione e disciplina dell'imposta sul valore aggiunto) ai sensi del quale il soggetto obbligato al pagamento dell'imposta è il cessionario, se soggetto passivo d'imposta nel territorio dello Stato.

Con il meccanismo dell’inversione contabile o reverse charge la fattura del cedente è emessa senza addebito dell'imposta; il cessionario è tenuto ad effettuare il pagamento dell’IVA direttamente all’erario. Sul piano contabile, deve integrare la fattura, indicando l’aliquota e la relativa imposta che deve essere annotata in apposito registro entro il mese di ricevimento ovvero anche successivamente, ma comunque entro quindici giorni dal ricevimento e con riferimento al relativo mese; lo stesso documento, ai fini della detrazione, è annotato anche nell’apposito registro degli acquisti.

 

L'efficacia di tale disposizione viene subordinata alla preventiva approvazione da parte del Consiglio dell'Unione europea ai sensi dell'articolo 395 della Direttiva 2006/112/CE del 28 novembre 2006.

 

I conferimenti in società di pluralità di immobili, effettuati nella fase di liquidazione di cui al comma 5 non sono considerate cessioni di beni ai fini IVA, essendo prevista l’applicazione dell'articolo 2, comma 3, lettera b), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 e sono pertanto, sono assoggettate alle imposte di registro, ipotecaria e catastale.

Si applica, per ciascuna delle predette imposte, la misura fissa in luogo di quella proporzionale. Infatti, è stabilito che i predetti conferimenti si considerano compresi, agli effetti delle imposte di registro, ipotecaria e catastale, fra gli atti previsti nell'articolo 4, comma 1, lettera a), numero 3), della tariffa, parte I, allegata al testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro di cui al D.P.R. n. 131 del 1986 (conferimento di proprietà o diritto reale di godimento su aziende o su complessi aziendali relativi a singoli rami dell'impresa), nell'articolo 10, comma 2 del testo unico delle disposizioni concernenti le imposte ipotecarie e catastali di cui al d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 347 e nell'articolo 4, della Tariffa allegata al medesimo d.lgs. n. 347 del 1990.

 

Il richiamato articolo 10, comma 2 del d.lgs. 31 ottobre 1990, n. 347 stabilisce che l'imposta catastale è dovuta nella misura fissa di euro 168,00 per le volture eseguite in dipendenza di atti che non importano trasferimento di beni immobili né costituzione o trasferimento di diritti reali immobiliari, di atti soggetti all'imposta sul valore aggiunto, di fusioni e di scissioni di società di qualunque tipo e di conferimenti di aziende o di complessi aziendali relativi a singoli rami dell'impresa, per quelle eseguite in dipendenza di atti di regolarizzazione di società di fatto, derivanti da comunione ereditaria di azienda registrati entro un anno dall'apertura della successione, nonché per quelle eseguite in dipendenza degli atti di cui all'articolo 1, comma 1, quarto e quinto periodo, della tariffa, parte prima, allegata al testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro, approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131.

L'articolo 4, della Tariffa allegata al medesimo d.lgs. n. 347 del 1990 indica la trascrizione di atti o sentenze che non importano trasferimento di proprietà di beni immobili né costituzione o trasferimento di diritti reali immobiliari, dei contratti preliminari di cui all'articolo 2645-bis del codice civile, di atti di fusione o di scissione di società di qualunque tipo e di atti di conferimento di aziende o di complessi aziendali relativi a singoli rami della impresa, nonché di atti di regolarizzazione di società di fatto derivanti da comunione ereditaria di azienda registrati entro un anno dall'apertura della successione.

 

Le cessioni di azioni o quote effettuate nella fase di liquidazione di cui al comma 5 si considerano, ai fini dell'articolo 19-bis, comma 2, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, operazioni che non formano oggetto dell'attività propria del soggetto passivo, e, pertanto, non incidono sulla determinazione della percentuale di detraibilità IVA, secondo il meccanismo cosiddetto del pro-rata.

 

Il richiamato articolo 19-bis, comma 2, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 stabilisce infatti, al comma 1, che la percentuale di detrazione dell’IVA assolta sugli acquisti è determinata in base al rapporto tra l'ammontare delle operazioni che danno diritto a detrazione, effettuate nell'anno, e lo stesso ammontare aumentato delle operazioni esenti effettuate nell'anno medesimo. Il comma 2 prevede che per il calcolo della percentuale di detrazione di cui al comma 1 non si tiene conto, tra l’altro, delle cessioni che non formano oggetto dell'attività propria del soggetto passivo.

 

La relazione tecnica al maxiemendamento presentato al Senato osserva pertanto che le disposizioni dei commi da 5-ter a 5-quater presentano carattere sostanziale di agevolazioni tributarie, potendosi pertanto considerare come rinuncia a maggior gettito.

 

Il comma 6 prevede l'applicazione delle disposizioni del titolo IV del D.P.R. n. 600 del 1973 ai fini dell’accertamento delle modalità di determinazione e versamento dell’imposta sostitutiva.

 

Si ricorda che il D.P.R. n. 600 del 1973 (Disposizioni comuni in materia di accertamento delle imposte sui redditi) reca al titolo IV (articoli da 31 a 45) disposizioni in materia di accertamento e controlli.

 

Il comma 7 modifica il comma 3 dell’articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, che attualmente prevede il non assoggettamento ad imposizione dei proventi derivanti dalla partecipazione a fondi comuni d'investimento immobiliare percepiti dai soggetti non residenti come indicati nell'articolo 6 del n. 239 del 1996, aggiungendovi inoltre un nuovo comma 3-bis.

A fini antielusivi, il nuovo comma 3 dell’articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351 prevede ora che la ritenuta non si applica sui proventi percepiti da fondi pensione e organismi di investimento collettivo del risparmio esteri a condizione però che siano istituiti in Stati o territori inclusi nella lista di cui al decreto ministeriale emanato ai sensi dell'articolo 168-bis del TUIR, nonché quelli percepiti da enti od organismi internazionali costituiti in base ad accordi internazionali resi esecutivi in Italia e banche centrali o organismi che gestiscono anche le riserve ufficiali dello Stato.

Il nuovo comma 3-bis dell’articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351 stabilisce che per i proventi spettanti a soggetti residenti in Stati con i quali siano in vigore convenzioni per evitare la doppia imposizione sul reddito, ai fini dell'applicazione della ritenuta nella misura prevista dalla convenzione i sostituti d'imposta devono acquisire una dichiarazione del soggetto non residente effettivo beneficiario dei proventi, dalla quale risultino i dati identificativi del soggetto medesimo, la sussistenza di tutte le condizioni alle quali è subordinata l'applicazione del regime convenzionale, e gli eventuali elementi necessari a determinare la misura dell'aliquota applicabile ai sensi della convenzione. I medesimi sostituti devono inoltre acquisire un'attestazione dell'autorità fiscale competente dello Stato ove l'effettivo beneficiario dei proventi ha la residenza, dalla quale risulti la residenza nello Stato medesimo ai sensi della convenzione, che produce effetti fino al 31 marzo dell'anno successivo a quello di presentazione.

Con disposizione transitoria, il comma 7-bis prevede che le sopra riferite disposizioni di cui al comma 7 abbiano effetto per i proventi percepiti a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto ove riferiti a periodi di attività dei fondi che hanno inizio successivamente al 31 dicembre 2009.

E’ prevista invece l’applicazione delle disposizioni dell'articolo 7 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 351, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 410, nel testo in vigore alla predetta data, per i proventi percepiti a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge e riferiti a periodi di attività del fondo chiusi fino al 31 dicembre 2009.

 

Il comma 8 abroga invece i commi da 17 a 20 dell’articolo 82 del decreto legge n. 112 del 2008, concernente l'imposta patrimoniale sull'ammontare del valore netto dei fondi d'investimento immobiliare chiusi.

 

Le disposizioni abrogate prevedono, in estrema sintesi che:

-       ai fondi d'investimento immobiliare chiusi di cui all'articolo 37 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58 si applica un'imposta patrimoniale sull'ammontare del valore netto dei fondi. La società di gestione preleva un ammontare pari all'1 per cento a titolo di imposta patrimoniale (comma 17 dell’articolo 82 del decreto legge n. 112 del 2008);

-       l'imposta è dovuta dai fondi per i quali non sia prevista la quotazione dei certificati in un mercato regolamentato e che abbiano un patrimonio inferiore a 400 milioni di euro in presenza di determinati requisiti (comma 18);

-       l’imposta sostitutiva sui redditi diversi di natura finanziaria di cui all’ articolo 5 del decreto legislativo n. 461 del 1997, realizzati in dipendenza della cessione o del rimborso di quote di partecipazione in fondi d’investimento immobiliare chiusi soggetti alle disposizioni del comma 18 è dovuta nella misura del 20 per cento (comma 18-bis);

-       la società di gestione del risparmio verifica la sussistenza dei requisiti di cui al comma 18, considerando la media annua del valore delle quote detenute dai partecipanti nel periodo d’imposta (comma 19);

-       la sussistenza dei requisiti indicati nel comma 18 determina l'applicazione dell'imposta patrimoniale a partire dal periodo d'imposta nel quale esse si verificano (comma 20).


Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo originario del decreto legge ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

39,3

29

29

0

39,3

29

29

0

39,3

29

29

 

La relazione tecnica allegata al testo originario del provvedimento ricorda brevemente il contenuto delle disposizioni, precisando che le medesime prevedono l’istituzione di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi a carico delle società di gestione del risparmio (SGR) che hanno istituito fondi comuni di investimento immobiliare. Tale imposta si applica, a seguito delle modifiche al regime civilistico di tali fondi introdotte dalle norme medesime, con aliquote differenziate nel caso di adeguamento o meno ai nuovi requisiti richiesti. E’, infatti, disposto che, entro un tempo definito, le SGR prive dei nuovi requisiti richiesti dovranno adottare le delibere di adeguamento, ovvero procedere alla deliberazione della liquidazione del fondo di investimento. In caso di adeguamento, le suddette società dovranno prelevare e versare all’erario a titolo di sostitutiva il 5 per cento della media dei valori netti del fondo risultanti dai prospetti semestrali redatti per i periodi d’imposta dal 2007 al 2009.

Nel caso di liquidazione la medesima imposta si applica nella misura del 7 per cento.

In entrambi i casi l’imposta è versata, per il 40 per cento del suo ammontare, entro il 31 marzo del 2011 e, per la restante parte, in due rate di pari importo con scadenza, rispettivamente, entro il 31 marzo 2012 ed entro il 31 marzo 2013.

Ai fini della stima degli effetti di maggior gettito derivanti dall’imposta sostitutiva, sono stati utilizzati i dati relativi ai fondi immobiliari resi disponibili dalla Banca d’Italia in base alle informazioni ricevute dalle società di gestione dei fondi comuni immobiliari.

Poiché la finalità delle modifiche al regime civilistico è, come si legge nella relazione illustrativa allegata al provvedimento, quella di arginare il fenomeno di strumentale utilizzo dei fondi comuni immobiliari a ristretta base partecipativa finalizzato al godimento dei benefici fiscali previsti dalla previgente normativa, tali dati sono stati analizzati per il profilo del valore del NAV (Net asset value)[79] e del numero dei partecipanti al fondo.

Al fine di individuare i fondi di investimento immobiliare incisi dalle disposizioni, cioè quelli non conformi ai requisiti richiesti dalle modifiche introdotte al TUEF, si è tenuto conto anche della contestuale abrogazione, operata dalle norme in esame, dell’imposta patrimoniale dell’1 per cento applicata sull’ammontare netto dei fondi, introdotta dall’articolo 82, comma 17, del decreto legge n. 112 del 2008. Tale imposta si applicava ai fondi immobiliari chiusi con patrimonio inferiore a 400 milioni di euro, numero di partecipanti inferiore a 10 e presenza di vincoli di parentela tra i partecipanti.

Sulla base della suddetta analisi la stima del NAV complessivo relativo ai soggetti che sarebbero interessati dalle modifiche normative risulta ammontare a circa 1,7 miliardi di euro.

Ai fini della stima, la relazione tecnica ipotizza che la metà dei fondi interessati si adegui alle modifiche del regime civilistico, mentre la restante parte deliberi la liquidazione del fondo.

Tenendo conto delle diverse aliquote, l’imposta ammonta a circa 43 milioni di euro a carico dei fondi che procederanno all’adeguamento (1,7*50%*5%) ed a 60,3 milioni di euro (1,7*50%*7%) a carico dei fondi che delibereranno la liquidazione. In base alle modalità di rateizzazione dell’imposta si determinano i seguenti effetti di maggior gettito per cassa a titolo di sostitutiva.

(milioni di euro)

Imposta sostitutiva

2011

2012

2013

I rata (40%)

II rata (30%)

III rata (30%)

Dovuta da fondi che si adeguano

17,2

12,9

12,9

Dovuta da fondi in liquidazione

24,1

18,1

18,1

Totale

41,3

31,0

31,0

 

Da tali effetti di maggior gettito debbono, infine, sottrarsi gli effetti di perdita di gettito connessi all’abrogazione della suddetta imposta patrimoniale dell’1 per cento, valutati dalla relazione tecnica, unitamente alle imposte, di entità trascurabile, dovute sui proventi realizzati dai fondi, nell’ordine di 2 milioni di euro annui.

 

Le modifiche e le integrazioni introdotte al Senato hanno reso solo parzialmente utilizzabile la relazione tecnica allegata al provvedimento originario, che è stata integrata da una nuova RT allegata al maxiemendamento presentato presso l’Assemblea del Senato.

 

Il prospetto riepilogativo degli effetti del maxiemendamento ascrivealle modifiche introdotte i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica[80].

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

 

40

34

34

 

40

34

34

 

40

34

34

 

La relazione tecnica al maxiemendamento presentato al Senato integra, pertanto, la relazione tecnica originaria fornendo, distintamente, la quantificazione degli effetti delle variazioni e delle integrazioni introdotte. In particolare:

al comma 4 è previsto che l’imposta sostitutiva si applichi al valore netto del fondo risultante dal prospetto redatto al 31 dicembre 2009, anziché alla media dei valori netti del fondo risultanti dai prospetti semestrali redatti nei periodi d’imposta dal 2007 al 2009.

La relazione tecnica integrativa stima che, in base ai medesimi dati di fonte Banca d’Italia, l’ammontare del valore netto dei fondi si cifri in 2.8 miliardi di euro, con un incremento, rispetto al  valore stimato in precedenza, di 1,1 miliardi di euro, cui corrispondono, sulla base dell’ipotesi di equidistribuzione tra i fondi che si adeguano e quelli che si sciolgono, i seguenti effetti di maggior gettito a titolo di imposta sostitutiva;

(milioni di euro)

Imposta sostitutiva

2011

2012

2013

I rata (40%)

II rata (30%)

III rata (30%)

Dovuta da fondi che si adeguano

11

8

8

Dovuta da fondi in liquidazione

15

12

12

Totale

26

20

20

 

  al comma 5 è prevista l’introduzione, a carico dei fondi comuni immobiliari che deliberano la liquidazione,di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’IRAP con aliquota del 7 per cento da applicarsi sui risultati conseguiti dal 1° gennaio 2010 e fino alla conclusione della procedura di liquidazione, che deve essere conclusa nel termine massimo di cinque anni. L’imposta è versata entro il 16 febbraio dell’anno successivo rispetto a ciascun anno di durata della liquidazione.

La relazione tecnica al maxiemendamento quantifica un effetto di ripresa di gettito di 14 milioni di euro annui per ciascuno degli anni dal 2011 al 2015,  sulla base dei seguenti dati e calcoli;


(milioni di euro)

Valore attivo netto dei fondi in liquidazione

1.700 milioni

Aliquota sostitutiva

7%

Rendimento ponderato annuo dei fondi

12%

Base imponibile sostitutiva (1.700*12%)

204 milioni

Gettito imposta (204*7%)

14 milioni annui

 

§      il comma 5-bisprevede che la ritenuta del 20 per cento sui proventi dei fondi, di cui all’articolo 7 del decreto-legge n. 351 del 2001 non si applichi fino a concorrenza dell’ammontare assoggettato alle imposte sostitutive di cui ai commi 4 e 5.

     La relazione tecnica integrativa evidenzia che, in base alle informazioni assunte dalle associazioni di categoria la perdita di gettito associata alla disposizione risulta di entità trascurabile;

§      i commi 5-ter e 5-quater introducono alcune agevolazioni in materia di imposte di registro, ipotecarie e catastali e di IVA con riguardo alle operazioni di cessione, conferimenti di immobili, cessioni di azioni e quote, effettuate nel corso della durata della liquidazione dei fondi comuni immobiliari.

     La relazione tecnica afferma che le agevolazioni introdotte riguardano operazioni indotte dalle stesse norme e  che, pertanto, non avrebbero avuto luogo a legislazione vigente. Il relativo effetto finanziario si configura quindi come una rinuncia dell’erario ad un maggior gettito;

§      al comma 7 è ripristinata l’esenzione dalla ritenuta del 20 per cento sui proventi derivanti dai fondi immobiliari percepiti da soggetti non residenti, abrogata dal comma 7 del testo originario dell’articolo. Il nuovo testo, tuttavia, ripristina tale esenzioni solo nei confronti di alcune categorie di soggetti non residenti, quali i fondi pensione e gli organismi di investimento collettivo del risparmio (OICR).

     La relazione tecnica integrativa afferma che la disposizione non determina effetti di riduzione di gettito, in quanto il maggior gettito connesso all’abrogazione dell’esenzione non era stato prudenzialmente considerato.

 

Complessivamente, quindi, la relazione tecnica al maxiemendamento stima le seguenti maggiori entrate aggiuntive, rispetto a quelle quantificate nella relazione tecnica al testo originario.

 (milioni di euro)

Effetti delle modifiche introdotte dal Senato

2011

2012

2013

2014

2015

Comma 4

26

20

20

 

 

Comma 5

14

14

14

14

14

Comma 7

0

0

0

0

0

Totale

40

34

34

14

14

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che la stima del gettito dell’imposta sostitutiva del 7 per cento sui risultati conseguiti dai fondi che deliberano la liquidazione (comma 5), introdotta al Senato, potrebbe risultare non del tutto prudenziale, in quanto presuppone che nessuna delle società di gestione interessate concluda le operazioni di liquidazione anteriormente al termine massimo di cinque anni previsto dalle disposizioni.

Sempre in merito a tale stima, andrebbe, inoltre, chiarito il motivo per il quale il valore netto dei fondi che deliberano lo scioglimento, assunto ai fini della quantificazione dei risultati conseguiti dal 1° gennaio 2010, sia pari a 1.700 milioni di euro, anziché a 1.400 milioni di euro[81]. Tale ultimo dato, infatti, sulla base della stessa relazione tecnica al maxiemendamento e delle ipotesi assunte in sede di relazione tecnica originaria rappresenta il valore netto dei fondi che deliberano lo scioglimento al 31 dicembre 2009.

Utilizzando tale dato il gettito della sostitutiva si cifrerebbe in meno di 12 milioni annui, anziché in 14, come stimato. In proposito andrebbe acquisito l’avviso del Governo.

Si rileva, infine, che andrebbe suffragata sulla base di idonee evidenze l’ipotesi adottata di un rendimento annuo di tali fondi pari a 12 per cento.

 


 

Articolo 33
(Stock options ed emolumenti variabili)

 


1. In dipendenza delle decisioni assunte in sede di G20 e in considerazione degli effetti economici potenzialmente distorsivi propri delle forme di remunerazione operate sotto forma di bonus e stock options, sui compensi a questo titolo, che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione, attribuiti ai dipendenti che rivestono la qualifica di dirigenti nel settore finanziario nonché ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nello stesso settore è applicata una aliquota addizionale del 10 per cento.

2. L'addizionale è trattenuta dal sostituto d'imposta al momento di erogazione dei suddetti emolumenti e, per l'accertamento, la riscossione, le sanzioni e il contenzioso, è disciplinata dalle ordinarie disposizioni in materia di imposte sul reddito.


 

 

L’articolo 33 in esame, alla luce degli effetti distorsivi prodotti sul sistema economico-finanziario da meccanismi di remunerazione erogati sotto forma di bonus e stock options, introduce una addizionale del 10 per cento sui compensi corrisposti a questo titolo che eccedono il triplo della parte fissa della retribuzione[82] (comma 1).

Ai fini dell'applicazione dell'addizionale, è necessario che i compensi in parola siano attribuiti ai seguenti soggetti operanti nel settore finanziario:

§      dipendenti che rivestono la qualifica di dirigenti;

§      titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa.

L'addizionale viene introdotta come misura di contrasto all'adozione dei sistemi retributivi sopra menzionati, anche in relazione a recenti decisioni assunte in materia in sede di G20.

 

Si valuti se la genericità del riferimento al "settore finanziario" possa ingenerare dubbi nell'individuazione dei soggetti tenuti al pagamento dell'imposta.

 

In relazione al regime fiscale delle stock options, si ricorda che nel recente passato era previsto un  regime fiscale agevolato, disciplinato dall’articolo 51, comma 2, lettera g-bis) del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n 917, consistente nella esclusione da imposizione in capo al lavoratore dipendente del reddito in natura derivante dalla assegnazione di azioni della società con la quale il lavoratore intrattiene il rapporto di lavoro o di altra società del gruppo.

L’articolo 82, comma 23, del decreto legge 25 giugno 2008 n. 112, ha previsto l’abolizione del suddetto regime agevolato. In particolare, la citata disposizione ha disposto l’abrogazione della lettera g-bis) contenuta nel citato comma 2 dell’articolo 51 del Tuir; di conseguenza, la differenza tra il valore delle azioni al momento dell’assegnazione del diritto di opzione e l’ammontare corrisposto dal dipendente concorre sempre a formare il reddito imponibile da lavoro dipendente.

 

Ai sensi del comma 2 l’addizionale è disciplinata dalle ordinarie disposizioni in materia di imposte sul reddito relative ad accertamento, riscossione, sanzioni e contenzioso, ed è trattenuta dal sostituto d’imposta al momento di erogazione degli emolumenti.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale del provvedimento in esame ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 

(milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

9,5

10,4

10,4

10,4

9,5

10,4

10,4

10,4

9,5

10,4

10,4

10,4

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che, ai fini della stima del gettito dell’addizionale del 10 per cento applicata alla quota degli emolumenti variabili e delle stock options eccedente il triplo della parte fissa della retribuzione, è stato considerato il numero dei percettori di redditi da lavoro dipendente del settore privato che espongono un reddito superiore a 100.000 euro.

Estrapolando al 2010 i dati delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche presentate nel 2008, il numero di tali soggetti risulta pari a 130.000 unità.

Sulla base dei dati di contabilità nazionale, la quota di reddito da lavoro dipendente del settore privato di pertinenza del comparto “intermediazione finanziaria e creditizia” risulta pari all’8,48 per cento.

Ai fini dell’individuazione del numero dei percettori di redditi da lavoro dipendente superiori a 100.000 euro appartenenti al suddetto comparto, tale percentuale è stata ridotta all’8 per cento, in considerazione delle più elevate retribuzioni godute dai dipendenti del comparto medesimo.

La relazione stima, pertanto, un numero di soggetti interessati pari a circa 10.400 unità (130.000*8%).

Ipotizzando, quindi, che il 50 per cento di tali soggetti percepisca bonus e stock options per un ammontare medio di 100.000 euro e che la quota di tali emolumenti eccedente il triplo della parte fissa della retribuzione sia pari al 20%, si stima una base imponibile annua dell’addizionale pari a 104 milioni di euro (10.400*100.000*20%*50%) ed un corrispondente gettito annuo di 10,4 milioni di euro.  

 

In merito ai profili di quantificazione, si osserva che ai fini della verifica della stima occorrerebbe che i parameri su cui si fonda la quantificazione fossero suffragati da elementi oggettivi di riscontro.

In particolare non appare chiara la scelta del segmento iniziale dei soggetti su cui si basa la quantificazione, rappresentata dai percettori di redditi di lavoro dipendente del comparto privato con redditi superiori a 100.000 euro. Tale dato, che influenza i risultati dei successivi calcoli, potrebbe determinare una sovrastima del maggior gettito atteso, in considerazione del fatto che la base imponibile dell’addizionale (quota eccedente il triplo della parte fissa della retribuzione) sembra limitarne l’applicazione ad un numero ristretto di soggetti, con funzioni apicali nel settore.

In proposito appare opportuno acquisire l’avviso del Governo.

 

Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE

Remunerazione di amministratori e personale nei servizi finanziari

Il 29 aprile 2009 la Commissione europea ha presentato un pacchetto di misure volto a tenere conto del ruolo svolto nella crisi finanziaria in corso da politiche retributive che hanno incentivato a suo avviso un'assunzione di rischi eccessiva e imprudente. Il pacchetto comprende, tra l’altro:

-        una raccomandazione sulla remunerazione del personale di tutto il comparto dei servizi finanziari la cui attività professionale ha un’incidenza materiale sul profilo di rischio degli istituti finanziari, intesa ad evitare che politiche sconsiderate di incentivi incoraggino un’eccessiva assunzione dei rischi volti alla realizzazione di profitti a breve termine. La raccomandazione invita gli Stati membri a fare in modo che la politica retributiva sia: a) compatibile con una sana ed efficace gestione del rischio; b) attuata in maniera trasparente e chiara, adeguatamente comunicata alle parti interessate ed intesa ad evitare conflitti di interesse. Il controllo su tale politica dovrebbe essere di competenza del consiglio di amministrazione;

-        una raccomandazione sul sistema di remunerazione degli amministratori delle società quotate nella quale, in particolare, si invitano gli Stati membri a: a) fissare un limite per le “liquidazioni d’oro” erogate in caso di licenziamento, vietandole in caso di risultati negativi; b) esigere un equilibrio tra componente fissa e variabile della remunerazione e collegare la componente variabile a criteri di efficienza per rafforzare la correlazione tra risultati e remunerazione; c) promuovere la sostenibilità a lungo termine della società grazie a un corretto equilibrio tra i criteri di efficienza a breve e lungo termine cui è subordinata la remunerazione degli amministratori, al pagamento dilazionato della retribuzione variabile, alla fissazione di un periodo di maturazione minimo per l’esercizio di stock option e azioni e alla conservazione di una parte delle azioni fino al termine del rapporto di lavoro; d) autorizzare il recupero da parte delle società delle componenti variabili della remunerazione erogate sulla base di dati verificatisi manifestamente infondati; e) migliorare il controllo degli azionisti sulle politiche di remunerazione; f) disporre che gli amministratori senza incarichi esecutivi non percepiscano stock option come parte della remunerazione.

Anche il Parlamento europeo ha approvato, il 7 luglio 2010, una risoluzione di iniziativa (estranea cioè ad un procedimento legislativo), sulla remunerazione degli amministratori delle società quotatenella quale, tra l’altro: a) si sottolinea la necessità che la remunerazione sia adeguata a tutte le tipologie di rischio, simmetrica ai risultati del rischio, proporzionata alla dimensione, all'organizzazione interna e alla complessità degli istituti finanziari e in grado di rispecchiare la diversità del settore bancario, assicurativo e di gestione dei fondi; b) si chiede alla Commissione di adottare princìpi vincolanti sulle politiche retributive nel settore finanziario nonché un regime che obblighi le società quotate a offrire spiegazioni nel caso che le proprie politiche di remunerazione non rispettino i principi volti a rimuovere gli incentivi per investimenti ad alto rischio; c) propone di dare agli azionisti maggior potere di controllo sugli amministratori delle società quotate; d) propone di fissare un tetto all'entità del trattamento di fine rapporto pari a un massimo di due anni della componente fissa della retribuzione degli amministratori ("paracadute d'oro") in caso di risoluzione anticipata del contratto e di vietare l'erogazione del trattamento di fine rapporto in caso di mancato rendimento o dimissioni volontarie.

Direttiva Basilea III

In seguito ad un compromesso concordato con il Consiglio, in occasione della plenaria del 7 luglio 2010 il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura, secondo la procedura legislativa ordinaria, la proposta di direttiva che modifica le direttive 2006/48/CE e 2006/49/CE sui requisiti patrimoniali (COM(2009)362, cosiddetta Basilea III).

Il documento in questione prospetta norme più severe sui bonus corrisposti ai manager allo scopo di porre fine agli incentivi a rischi eccessivi che hanno contribuito alla crisi finanziaria in corso. Gli aspetti più importanti della proposta riguardano:

-        l’obbligo per le banche di stabilire limiti per i bonus in base agli stipendi, per contenerne l’uso sproporzionato nel settore finanziario;

-        la fissazione, per i bonus in danaro, di un limite del 30% del totale, che sarebbe del 20% per i bonus particolarmente elevati. I bonus dovrebbero essere dilazionati tra il 40 e il 60% su un periodo non inferiore a tre anni ed essere restituiti qualora gli investimenti non diano i risultati previsti. Inoltre, almeno il 50% del bonus totale sarebbe pagato sotto forma di "capitale contingente" (fondi ai quali attingere in caso di difficoltà per la banca) e di azioni;

-        il pagamento delle pensioni straordinarie sarebbe limitato da strumenti come il capitale contingente, che lega il loro valore finale alla situazione finanziaria dell'istituto finanziario per evitare che i manager possano beneficiare di pensioni elevate anche in presenza di una crisi che interessa la loro banca;

-        misure specifiche per le banche salvate dal fallimento con denaro pubblico, al fine di contenere gli importi complessivi pagati in bonus, incoraggiando i manager a rafforzare la propria base di capitale ed erogando prestiti per aiutare la ripresa dell'economia reale con prelievi dalle loro retribuzioni e incentivi. In particolare, non dovrebbe essere pagato nessun premio ai direttori di tali banche, se non debitamente giustificato.

Il Consiglio dovrebbe approvare definitivamente la proposta in una delle prossime sessioni per consentire l’entrata in vigore della nuova normativa nel gennaio 2011.


 

Articolo 34
(Obbligo per i non residenti di indicazione del codice fiscale per l’apertura di rapporti con operatori finanziari)

 

1. All'articolo 6 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 605, sono apportate le seguenti modificazioni:

     a) al primo comma, dopo la lettera g-quater), è aggiunta la seguente: «g-quinquies) atti o negozi delle società e degli enti di cui all'articolo 32, primo comma, numero 7), del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, conclusi con i clienti per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi clienti, riguardanti l'apertura o la chiusura di qualsiasi rapporto continuativo.»;

     b) al secondo comma, secondo periodo, dopo le parole «in luogo del quale va indicato il domicilio o sede legale all'estero» sono aggiunte le seguenti: «, salvo per gli atti o negozi di cui alla lettera g-quinquies).».

 

 

L’articolo 34 in esame novella l’articolo 6 del decreto del Presidente della Repubblica n. 605 del 1973 al fine di introdurre l'obbligo di indicazione del numero di codice fiscale per i soggetti non residenti relativamente a determinati atti e negozi.

 

In particolare la lettera a) della norma in esame, aggiungendo la nuova lettera g-quinquies) al comma 1 dell’articolo 6 del D.P.R. n. 605 del 1973, inserisce tra gli atti per i quali è obbligatoria l'indicazione del numero di codice fiscale anche gli atti o negozi delle società e degli enti di cui all’articolo 32, primo comma, numero 7), del D.P.R. 29 n. 600 del 1973, conclusi con i clienti per conto proprio ovvero per conto o a nome di terzi clienti, che riguardino l’apertura o la chiusura di un rapporto continuativo.

 

Si segnala che l’articolo 32, primo comma, numero 7), del D.P.R. 29 n. 600 del 1973, concerne la facoltà attribuita agli uffici delle imposte di richiedere a banche e intermediari finanziari dati, notizie e documenti relativi a rapporti intrattenuti con loro clienti.

 

La lettera b) interviene al comma 2 dell’articolo 6 del D.P.R. n. 605 del 1973, al fine di specificare l'obbligatorietà dell'indicazione del codice fiscale per gli atti e negozi di cui alla nuova lettera g-quinquies) del comma 1 per i soggetti non residenti nel territorio dello Stato.

Per gli altri atti e negozi non muta invece la disciplina vigente, che prevede che l'obbligo di indicazione del numero di codice fiscale dei soggetti non residenti nel territorio dello Stato, cui tale codice non risulti già attribuito, si intende adempiuto con la sola indicazione dei dati di cui all'articolo 4, con l'eccezione del domicilio fiscale, in luogo del quale va indicato il domicilio o sede legale all'estero.

 

Secondo quanto specificato dalla relazione illustrativa, le modifiche in esame servirebbero a superare le problematiche connesse alla difficoltà di acquisire con certezza, in fase di interrogazione dell'archivio dei rapporti finanziari, i dati relativi ai rapporti continuativi dei clienti non residenti se privi del codice fiscale, anche in considerazione del fatto che all'archivio possono accedere soggetti diversi dall'amministrazione finanziaria.

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non ascrivealla norma effetti finanziari.

 

La relazione tecnica afferma chela norma è suscettibile di generare maggior gettito, poiché consente di intercettare rapporti intestati a soggetti residenti all’estero la cui acquisizione porta spesso alla individuazione di violazioni fiscali da parte degli stessi o di terzi.

Prudenzialmente la RT non ascrive alla norma effetti finanziari.

 

In merito ai profili di quantificazione, non si hanno osservazioni da formulare, tenuto conto che alla norma non sono ascritti effetti finanziari.

 


 

Articolo 35
(Razionalizzazione dell’accertamento nei confronti dei soggetti che aderiscono al consolidato nazionale)

 


1. Dopo l'articolo 40 del decreto del Presidente della Repubblica del 29 settembre 1973, n. 600, è inserito il seguente:1. Identico:

«Art. 40-bis.(Rettifica delle dichiarazioni dei soggetti aderenti al consolidato nazionale). – 1. Ai fini dell'imposta sul reddito delle società, il controllo delle dichiarazioni proprie presentate dalle società consolidate e dalla consolidante nonché le relative rettifiche, spettano all'ufficio dell'Agenzia delle entrate competente alla data in cui è stata presentata la dichiarazione.

2. Le rettifiche del reddito complessivo proprio di ciascun soggetto che partecipa al consolidato sono effettuate con unico atto, notificato sia alla consolidata che alla consolidante, con il quale è determinata la conseguente maggiore imposta accertata riferita al reddito complessivo globale e sono irrogate le sanzioni correlate. La società consolidata e la consolidante sono litisconsorti necessari. Il pagamento delle somme scaturenti dall'atto unico estingue l'obbligazione sia se effettuato dalla consolidata che dalla consolidante.

3. La consolidante ha facoltà di chiedere che siano computate in diminuzione dei maggiori imponibili derivanti dalle rettifiche di cui al comma 2 le perdite di periodo del consolidato non utilizzate, fino a concorrenza del loro importo. A tal fine, la consolidante deve presentare un'apposita istanza, all'ufficio competente a emettere l'atto di cui al comma 2, entro il termine di proposizione del ricorso. In tale caso il termine per l'impugnazione dell'atto è sospeso, sia per la consolidata che per la consolidante, per un periodo di sessanta giorni. L'ufficio procede al ricalcolo dell'eventuale maggiore imposta dovuta, degli interessi e delle sanzioni correlate, e comunica l'esito alla consolidata ed alla consolidante, entro sessanta giorni dalla presentazione dell'istanza.

4. Le attività di controllo della dichiarazione dei redditi del consolidato e le relative rettifiche diverse da quelle di cui al comma 2, sono attribuite all'ufficio dell'Agenzia delle entrate competente nei confronti della società consolidante alla data in cui è stata presentata la dichiarazione

5. Fino alla scadenza del termine stabilito nell'articolo 43, l'accertamento del reddito complessivo globale può essere integrato o modificato in aumento, mediante la notificazione di nuovi avvisi, in base agli esiti dei controlli di cui ai precedenti commi.».

2. Nel titolo I, capo II, del decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218, dopo l'articolo 9 è aggiunto il seguente:

«Art. 9-bis.(Soggetti aderenti al consolidato nazionale). – 1. Al procedimento di accertamento con adesione avente ad oggetto le rettifiche previste dal comma 2 dell'articolo 40-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, partecipano sia la consolidante che la consolidata interessata dalle rettifiche, innanzi all'ufficio competente di cui al primo comma dell'articolo 40-bis stesso, e l'atto di adesione, sottoscritto anche da una sola di esse, si perfeziona qualora gli adempimenti di cui all'articolo 9 del presente decreto siano posti in essere anche da parte di uno solo dei predetti soggetti.

2. La consolidante ha facoltà di chiedere che siano computate in diminuzione dei maggiori imponibili le perdite di periodo del consolidato non utilizzate, fino a concorrenza del loro importo. Nell'ipotesi di adesione all'invito, ai sensi dell'articolo 5, comma 1-bis, del presente decreto, alla comunicazione ivi prevista deve essere allegata l'istanza prevista dal comma 3 dell'articolo 40-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600; in tal caso, il versamento delle somme dovute dovrà essere effettuato entro il quindicesimo giorno successivo all'accoglimento dell'istanza da parte dell'ufficio competente, comunicato alla consolidata ed alla consolidante, entro sessanta giorni dalla presentazione dell'istanza. L'istanza per lo scomputo delle perdite di cui al comma 3 dell'articolo 40-bis citato deve essere presentata unitamente alla comunicazione di adesione di cui all'articolo 5-bis del presente decreto; l'ufficio competente emette l'atto di definizione scomputando le stesse dal maggior reddito imponibile».

3. Con provvedimento del Direttore dell'agenzia delle entrate, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabiliti i contenuti e le modalità di presentazione dell'istanza di cui al comma 3 dell'art. 40-bis del decreto del Presidente della Repubblica del 29 settembre 1973, n. 600, nonché le conseguenti attività dell'ufficio competente. Gli articoli 9, comma 2, secondo periodo, e 17 del decreto ministeriale 9 giugno 2004, sono abrogati.

4. Le disposizioni di cui ai commi precedenti entrano in vigore il 1o gennaio 2011, con riferimento ai periodi di imposta per i quali, alla predetta data, sono ancora pendenti i termini di cui all'articolo 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600.


 

 

L’articolo 35, modificato durante l’esame del provvedimento al Senatocon finalità di coordinamento formale con le norme vigenti, introduce disposizioni di razionalizzazione dell’accertamento dei tributi nei confronti dei soggetti che aderiscono al consolidato nazionale, al fine di ricondurre ad un unico atto le predette attività.

 

Il consolidato fiscale nazionale, disciplinato dagli articoli 117-129 del Testo unico delle imposte sui redditi - TUIR (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917) e dal D.M. 9 giugno 2004, è stato introdotto con la riforma del sistema fiscale delle società (D.Lgs. n. 344 del 2003) al fine di prevedere il c.d. consolidamento degli imponibili. E’ infatti prevista la dichiarazione di un’unica base imponibile, nella quale vengono sommati algebricamente i redditi delle imprese appartenenti al gruppo, con conseguente compensazione tra redditi e perdite fiscali di gruppo. Il consolidato nazionale disciplina i gruppi di imprese costituiti da società residenti, mentre il consolidato mondiale, interessa i gruppi cui appartengono anche le società non residenti.

Il consolidato nazionale consente la determinazione in capo alla controllante di un’unica base imponibile di gruppo: dunque, la controllante, in sede di dichiarazione dei redditi, provvede ad aggregare il proprio imponibile e gli imponibili delle società controllate, compensandoli integralmente e indipendentemente dalla percentuale di possesso e determinando così un reddito complessivo globale. Si tratta di un regime opzionale: l’opzione ha la durata di tre esercizi ed è irrevocabile.

 

La Relazione illustrativa che accompagna il provvedimento in esame precisa che “in considerazione della responsabilità solidale tra il soggetto consolidante e ciascuna società consolidata, prevista dall’articolo 127 del citato testo unico, l’accertamento nei confronti di tali soggetti, quanto ai redditi propri, è ricondotto ad un unico atto, emesso dall’ufficio competente sulla consolidata interessata dalle rettifiche e notificato anche alla consolidante, in luogo del vigente doppio livello di accertamento. In tal modo si consente a entrambi i soggetti necessariamente coinvolti nell’accertamento di partecipare sin dall’inizio alle diverse fasi del procedimento

 

Il comma 1 della norma in commento inserisce un nuovo articolo 40-bisal decreto del Presidente della Repubblica del 29 settembre 1973, n. 600[83].

 

Il comma 2 inserisce un nuovo articolo 9-bis nel decreto legislativo 19 giugno 1997, n. 218[84], che individua le modalità di partecipazione dei soggetti aderenti al consolidato nazionale all’accertamento con adesione.

Il nuovo articolo 40-bis del D.P.R. n. 600 del 1973

Il comma 1 dell’articolo 40-bisattribuisce all’ufficio dell’Agenzia delle entrate competente alla data di presentazione della dichiarazione il controllo a fini IRES delle dichiarazioni presentate dalle società consolidata e dalla consolidante, nonché delle relative rettifiche.

Si prescrive (comma 2) poi che le rettifiche del reddito complessivo di ciascun soggetto partecipante al consolidato siano effettuate con un unico atto.

Con tale atto, da notificare sia alla consolidata che alla consolidante:

§      viene determinata la conseguente maggiore imposta accertata riferita al reddito complessivo globale;

§      vengono irrogate le sanzioni correlate.

Si stabilisce inoltre che, nel caso di contenzioso, la società consolidata e la consolidante siano litisconsorti necessari; è disposta, parallelamente, la solidarietà di entrambe le società nel debito derivante dall’unico atto di accertamento. Dunque, il pagamento relativo può essere effettuato sia dalla consolidata che dalla consolidante al fine dell'estinzione dell'obbligazione.

 

La Relazione tecnica precisa che le misure così introdotte consentono di abbreviare i tempi del soddisfacimento della pretesa erariale e di accelerare la riscossione delle somme.

 

Il comma 3 del nuovo articolo 40-bis consente alla consolidante di chiedere che dai maggiori imponibili così rettificati siano scomputate le perdite di periodo del consolidato non utilizzate, fino a concorrenza del loro importo. A tal fine, deve essere presentata apposita istanza all'ufficio competente per l’accertamento entro il termine di proposizione del ricorso.

In tale caso, il termine per l'impugnazione dell'atto è sospeso, sia per la consolidata che per la consolidante, per un periodo di sessanta giorni.

L'ufficio procede al ricalcolo dell'eventuale maggiore imposta dovuta, degli interessi e delle sanzioni correlate, e comunica l'esito alla consolidata ed alla consolidante, entro sessanta giorni dalla presentazione dell'istanza

 

Il comma 4 dell’articolo 40-bis affida all’ufficio dell’Agenzia delle entrate competente nei confronti della consolidante al momento di presentazione della dichiarazione le attività di controllo della dichiarazione dei redditi del consolidato e le relative rettifiche, diverse dalle rettifiche del reddito complessivo proprio di ciascun soggetto partecipante al consolidato.

Infine, il comma 5 prevede consente di integrare o modificare in aumento l’accertamento del reddito complessivo in base all'esito dei controlli sopra descritti sino alla scadenza del termine per la notifica degli avvisi di accertamento, di cui all’art. 43 dello stesso DPR n. 600 del 1973.

Il nuovo articolo 9-bis del D.Lgs. n. 218 del 1997

Il comma 1 del nuovo articolo 9-bisprevede la partecipazione sia della società consolidante che della consolidata al procedimento di accertamento con adesione, ove abbia ad oggetto le rettifiche introdotte dal testo in esame (nuovo articolo 40-bis, comma 2, del D.P.R. n. 600 del 1973).

L’atto di adesione può essere sottoscritto anche da una sola di esse; esso si perfeziona quando anche una sola società abbia posto in essere gli adempimenti necessari per l’adesione.

Il successivo comma 2 concede alla consolidante la facoltà di chiedere lo scomputo delle perdite del periodo, se non utilizzate e fino a concorrenza del loro importo, in diminuzione dei maggiori imponibili accertati.

Nell’ipotesi di adesione ai contenuti dell'invito a comparire, che si realizza (ai sensi dell’articolo 5, comma 1-bis, del decreto legislativo n. 218 del 1997) con l’apposita comunicazione al competente ufficio e col versamento delle somme dovute), le norme impongono di allegare alla predetta comunicazione l’istanza (prevista dal comma 3 dell’articolo 40-bis introdotto dal testo in esame) di scomputo delle perdite del periodo non utilizzate dai maggiori imponibili accertati (ai sensi dell’articolo 40-bis commentato supra). In tale ipotesi, il versamento delle somme dovute va effettuato entro il quindicesimo giorno successivo all’accoglimento dell’istanza, comunicato alla consolidata ed alla consolidante entro sessanta giorni dalla presentazione dell’istanza. L’istanza per lo scomputo delle perdite deve essere presentata unitamente alla comunicazione di adesione ai predetti verbali di constatazione; l'ufficio competente emette l'atto di definizione scomputando le stesse dal maggior reddito imponibile.

Ulteriori disposizioni in materia di accertamento sui soggetti partecipanti al consolidato.

Il comma 3 dell'articolo 35 in esame demanda ad un provvedimento del Direttore dell’agenzia delle entrate - da emanarsi entro novanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto - l'individuazione dei contenuti e delle modalità di presentazione dell’istanza di computo delle perdite (di cui all'art. 40-bis, comma 3, del DPR n. 600 del 1973, introdotto dalla norma in esame al comma 1) e le conseguenti attività che dovranno essere svolte dell’ufficio competente.

Inoltre, con finalità di coordinamento con le nuove misure introdotte, è disposta l'abrogazione dell'articolo 9, comma 2, secondo periodo e dell'articolo 17 del decreto ministeriale 9 giugno 2004 (che, come si è già visto, ha recato le disposizioni applicative del regime di tassazione del consolidato nazionale).

Il predetto comma 2 dell’articolo 9 stabilisce (primo periodo) che le perdite fiscali risultanti dalla dichiarazione dei redditi dei partecipanti al consolidato possano essere computate in diminuzione del reddito complessivo globale dei periodi d'imposta successivi. Il secondo periodo, oggetto di abrogazione, prevede che la rettifica del reddito complessivo di ciascun soggetto che ha esercitato l'opzione per il consolidato sia imputata alle perdite non utilizzate in sede di dichiarazione dei redditi del consolidato, fino a concorrenza del loro importo.

L'articolo 17 stabilisce invece che, ai fini dell'imposta sulle società, il controllo delle dichiarazioni presentate dalle società consolidate, dalla consolidante, nonché le relative rettifiche, riferite al proprio reddito complessivo, sono di competenza dell'ufficio dell'Agenzia delle entrate nella cui circoscrizione è il domicilio fiscale dell'ente o delle società stesse alla data in cui è stata presentata la dichiarazione. Il controllo della dichiarazione dei redditi del consolidato, le relative rettifiche, nonché la determinazione dell'unica maggiore imposta dovuta, anche per effetto dell'attività di cui al precedente comma, sono di competenza dell'ufficio dell'Agenzia delle entrate nella cui circoscrizione è il domicilio fiscale della consolidante alla data in cui è stata presentata la dichiarazione.

Fino alla scadenza del termine stabilito nell'art. 43 del D.P.R. n. 600 del 1973 per la notifica degli avvisi di accertamento, l'accertamento può essere integrato o modificato in aumento, mediante la notificazione di nuovi avvisi, in base agli esiti dei controlli di cui ai precedenti commi.

Infine, il comma 4 dell’articolo in esame dispone che le norme introdotte entrino in vigore il 1° gennaio 2011, con riferimento ai periodi di imposta per i quali, alla predetta data, siano ancora pendenti i termini per l’accertamento (di cui all'articolo 43 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600).

Si ricorda che rilevanti novità in tema di accertamento sintetico sono state introdotte dall’articolo 22 del provvedimento in esame (per cui cfr. la relativa scheda di lettura) e, con finalità di accelerazione delle relative procedure, l’articolo 29, commi da 1 a 6, ha recato norme eterogenee per concentrare le fasi dell’accertamento e della riscossione dei tributi.

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo allegato al testo iniziale del provvedimento ascrivealla norma i seguenti effetti sui saldi di finanza pubblica.

 (milioni di euro)

 

Saldo netto da finanziare

Fabbisogno

Indebitamento netto

 

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

2010

2011

2012

2013

Maggiori entrate

0

0

0

0

0

100

100

100

0

100

100

100

 

La relazione tecnica allegata al testo iniziale afferma che la previsione di un atto unico di accertamento nei confronti dei soggetti che partecipano al consolidato nazionale, in luogo del doppio livello di accertamento previgente, caratterizzato da una pluralità di atti concatenati finalizzati a rettificare l’imponibile di gruppo in conseguenza della rettifica operata sull’imponibile della singola società consolidata, consente di ridurre i tempi del soddisfacimento della pretesa erariale e di conferire, al tempo stesso, semplicità e speditezza al procedimento amministrativo.

Inoltre, la possibilità, sia per la consolidante che per la consolidata, di estinguere l’obbligazione tributaria, la cui pretesa è contenuta nell’atto unico di accertamento, accelera la riscossione delle somme, non dovendosi attendere i tempi del doppio livello accertativo.  Inoltre, sempre secondo la relazione tecnica, l’introduzione dell’ipotesi di litisconsorzio necessario, determinando in sede di contenzioso un unico processo ed un’unica sentenza nei confronti di una pluralità di soggetti, eviterebbe sia conflitti di giudicato, sia una maggiore esposizione ad eventuale soccombenza in giudizio da parte degli uffici.

Dati tali presupposti, la stima del maggior gettito atteso è stata costruita in base al valore degli atti di accertamento emessi nel 2009 nei confronti dei soggetti aderenti al regime del consolidato nazionale, pari a circa 1.400 milioni di euro. Applicando a tale ammontare una percentuale compresa fra il 5 ed il 10 per cento, rappresentativa dei rischi di soccombenza/decadenza del potere di accertamento e dei ritardi nella riscossione legati al doppio livello di accertamento, la relazione stima, in via prudenziale, un maggior gettito di 100 milioni di euro annui a decorrere dal 2011, in termini di sola cassa e, quindi, con effetti sul fabbisogno e sull’indebitamento netto.

    

In merito ai profili di quantificazione, si rileva, come più volte riscontrato in occasione dell’esame delle precedenti, analoghe misure, l’impossibilità di valutare il grado di congruità delle ipotesi alla base della stima, in mancanza dell’esplicitazione dei dati oggettivi che ne hanno giustificato l’adozione.

In merito al grado di prudenzialità della quantificazione, si osserva altresì che, essendo la percentuale di recupero di gettito (compresa tra il 5 ed il 10 per cento e, di fatto, pari al 7,14, per cento) parametrata all’ammontare delle maggiori somme recentemente accertate nei confronti dei soggetti interessati, la stima presuppone che le misure adottate determinino, per tale segmento di verifiche, un non trascurabile incremento del rapporto tra incassi effettivi e maggiori importi accertati.

Tale rapporto, infatti, come si desume dalla stessa relazione tecnica in riferimento a norme di analoga finalità, si attesta intorno al 10 per cento e, pertanto, nella fattispecie in esame, aumenterebbe di oltre 7 punti percentuali.

In merito appare opportuno acquisire chiarimenti dal Governo.

 


 

Articolo 36
(Disposizioni antifrode)

 


1. Al decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231, sono apportate le seguenti modificazioni:

    a) all'articolo 28, dopo il comma 7, sono aggiunti i seguenti:

«7-bis. Sulla base delle decisioni assunte dal GAFI, dai gruppi regionali costituiti sul modello del GAFI e dall'OCSE, nonché delle informazioni risultanti dai rapporti di valutazione dei sistemi nazionali di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo e delle difficoltà riscontrate nello scambio di informazioni e nella cooperazione bilaterale, il Ministro dell'economia e delle finanze, con proprio decreto, sentito il Comitato di sicurezza finanziaria, individua una lista di Paesi in ragione del rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo ovvero della mancanza di un adeguato scambio di informazioni anche in materia fiscale.

7-ter. Gli enti e le persone soggetti al presente decreto di cui agli articoli 10, comma 2, ad esclusione della lettera g), 11, 12, 13 e 14, comma 1, lettere a), b) c) ed f), si astengono dall'instaurare un rapporto continuativo, eseguire operazioni o prestazioni professionali ovvero pongono fine al rapporto continuativo o alla prestazione professionale già in essere di cui siano direttamente o indirettamente parte società fiduciarie, trust, società anonime o controllate attraverso azioni al portatore aventi sede nei Paesi individuati dal decreto di cui al comma 7-bis. Tali misure si applicano anche nei confronti delle ulteriori entità giuridiche altrimenti denominate aventi sede nei Paesi sopra individuati di cui non è possibile identificare il titolare effettivo e verificarne l'identità.

7-quater. Con il decreto di cui al comma 7-bis sono stabilite le modalità applicative ed il termine degli adempimenti di cui al comma 7-ter.»;

    b) all'articolo 41, comma 1, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «È un elemento di sospetto il ricorso frequente o ingiustificato a operazioni in contante, anche se non in violazione dei limiti di cui all'articolo 49, e, in particolare, il prelievo o il versamento in contante con intermediari finanziari di importo pari o superiore a 15.000 euro.»;

    c) all'articolo 57, dopo il comma 1-bis, è inserito il seguente: «1-ter. Alla violazione della disposizione di cui all'articolo 28, comma 7-ter, di importo fino ad euro 50.000 si applica una sanzione amministrativa pecuniaria pari a 5.000 euro, mentre per quelle di importo superiore a 50.000 euro si applica una sanzione amministrativa pecuniaria dal 10 per cento al 40 per cento dell'importo dell'operazione. Nel caso in cui l'importo dell'operazione non sia determinato o determinabile si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 25.000 a 250.000 euro.».


 

 

L'articolo 36 in esame novella alcuni articoli del decreto legislativo n. 231 del 21 novembre 2007 recante attuazione della direttiva 2005/60/CE[85] concernente la prevenzione dell'utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo nonché della direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione.

 

Il D.Lgs. 231/2007 si inserisce nel vasto contesto del contrasto al riciclaggio e al terrorismo internazionale, riguardo, in particolare, all'aspetto relativo alla repressione e prevenzione delle attività finanziarie potenzialmente connesse.

La direttiva, 2005 /60/CE (c.d. III direttiva antiriciclaggio)che abroga e sostituisce la precedente direttiva 91/308/CEE, ha lo scopo di estendere la vigilanza, in precedenza diretta soltanto verso i soggetti che riciclano denaro, alla categoria più ampia dei soggetti che finanziano il terrorismo.

Essa pone quindi ai soggetti individuati all'art. 2 della direttiva 91/308/CEE nuovi obblighi per l’identificazione, diversi e più complessi di quelli previsti dalla direttiva stessa, che impongono anche l’adeguata verifica dell’identità del cliente e del titolare effettivo sulla base di documenti, dati o informazioni ottenuti da una fonte affidabile e indipendente unitamente a informazioni sullo scopo e sulla prevista natura del rapporto d’affari.

Gli obblighi di verifica possono essere calibrati in funzione del rischio associato al tipo di cliente, al rapporto d’affari, al prodotto, alla transazione effettuata.

L’obbligo di adeguata verifica della clientela è rafforzato sulla base della valutazione del rischio esistente nelle situazioni che, per la loro natura, possono presentare un rischio più elevato di riciclaggio o finanziamento del terrorismo (c.d. concetto di gradualità delle misure).

Sussiste inoltre, per gli enti creditizi e finanziari, la necessità di disporre di sistemi efficaci, anche elettronici, proporzionati alla dimensione e alla natura degli affari, per poter rispondere pienamente e rapidamente alle richieste di informazioni riguardanti gli eventuali rapporti di affari intrattenuti con determinate persone e al connesso obbligo di conservare i dati, i documenti e le informazioni per un determinato periodo decorrente dalla fine del rapporto di affari o, in taluni casi, dall’esecuzione dell’operazione.

In particolare, devono essere monitorate le operazioni complesse o di importo insolitamente elevato, nonché tutti gli schemi insoliti di operazioni che non hanno un fine economico evidente o uno scopo chiaramente lecito.

Tra le misure di esecuzione, oltre alle verifiche della clientela e alla segnalazione di casi sospetti, sono previste procedure di controllo interno, di valutazione e gestione del rischio e di garanzia dell’osservanza di tutte le disposizioni da parte del personale dipendente dagli enti su cui ricadono gli obblighi di identificazione e di segnalazione. In tale ambito, il personale interessato deve essere posto a conoscenza delle disposizioni adottate, anche attraverso l’obbligo di frequentare specifici programmi di formazione, onde essere in grado di riconoscere le attività che potrebbero essere connesse a tali reati.

 

Il comma 1, lettera a) dell'articolo in esame modifica l'art. 28 del D.Lgs. n. 231/2007 di cui sopra.

Dopo il comma 7 viene aggiunto il comma 7-bis con il quale si prevede che sulla base delle decisioni assunte dal GAFI (Gruppo d'Azione finanziaria internazionale), dai gruppi regionali costituiti sul modello del GAFI e dall'OCSE, nonché sulla base delle informazioni risultanti dai rapporti di valutazione dei sistemi nazionali di prevenzione del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo, il Ministro dell'economia e delle finanze, con proprio decreto, sentito il Comitato di sicurezza finanziaria, individui una "black list" di Paesi nei quali si reputi maggiore il rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo ovvero manchi un adeguato scambio di informazioni anche in materia fiscale.

 

L’articolo 28 fa parte della Sezione III del decreto (Obblighi rafforzati di adeguata verifica della clientela).

In base al comma 1, gli enti e le persone soggetti alla direttiva applicano misure rafforzate di adeguata verifica della clientela in presenza di un rischio più elevato di riciclaggio o finanziamento del terrorismo e, comunque, nei casi indicati ai successivi commi 2, 4 e 5.

Secondo il comma 2, quando il cliente non è fisicamente presente, gli enti e le persone soggetti alla direttiva adottano misure specifiche e adeguate per compensare il rischio più elevato, applicando una o più fra le misure di seguito indicate, a titolo esemplificativo:

a)    accertare l’identità del cliente tramite documenti, dati o informazioni supplementari;

b)    adottare misure supplementari per la verifica o la certificazione dei documenti forniti o richiedere una certificazione di conferma di un ente creditizio o finanziario soggetto alla direttiva;

c)    assicurarsi che il primo pagamento relativo all’operazione sia effettuato tramite un conto intestato al cliente presso un ente creditizio.

Il comma 3 prevede che gli obblighi di identificazione e adeguata verifica della clientela si considerino comunque assolti, anche senza la presenza fisica del cliente, nei seguenti casi:

a)    qualora il cliente sia già identificato in relazione a un rapporto in essere, purché le informazioni esistenti siano aggiornate;

b)    per le operazioni effettuate con sistemi di cassa continua o di sportelli automatici, per corrispondenza o attraverso soggetti che svolgono attività di trasporto di valori o mediante carte di pagamento; tali operazioni sono imputate al soggetto titolare del rapporto al quale ineriscono;

c)    per i clienti i cui dati identificativi e le altre informazioni da acquisire risultino da atti pubblici, da scritture private autenticate o da certificati qualificati utilizzati per la generazione di una firma digitale associata a documenti informatici ai sensi dell’articolo 24 del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 ;

d)    per i clienti i cui dati identificativi e le altre informazioni da acquisire risultino da dichiarazione della rappresentanza e dell’autorità consolare italiana, così come indicata nell’articolo 6 del decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 153.

Il comma 4 prevede che, in caso di conti di corrispondenza con enti corrispondenti di Stati extracomunitari, gli enti creditizi debbano:

a)    raccogliere sull’ente corrispondente informazioni sufficienti per comprendere pienamente la natura delle sue attività;

b)    valutare la qualità dei controlli in materia di contrasto al riciclaggio o al finanziamento del terrorismo cui l’ente corrispondente è soggetto;

c)    ottenere l’autorizzazione del Direttore generale o di suo incaricato prima di aprire nuovi conti di corrispondenza;

d)    definire in forma scritta i termini dell’accordo con l’ente corrispondente e i rispettivi obblighi;

e)    assicurarsi che l’ente di credito corrispondente abbia verificato l’identità dei clienti che hanno un accesso diretto ai conti di passaggio, che abbia costantemente assolto gli obblighi di adeguata verifica della clientela e che, su richiesta, possa fornire all’intermediario finanziario controparte i dati ottenuti a seguito dell’assolvimento di tali obblighi.

Il comma 5 stabilisce che - per quanto riguarda le operazioni, i rapporti continuativi o le prestazioni professionali con persone politicamente esposte residenti in un altro Stato comunitario o in un paese terzo, gli enti e le persone soggetti al presente decreto debbano:

a)    stabilire adeguate procedure basate sul rischio per determinare se il cliente sia una persona politicamente esposta;

b)    ottenere l’autorizzazione del Direttore generale o di un suo incaricato prima di avviare un rapporto continuativo con tali clienti;

c)    adottare ogni misura adeguata per stabilire l’origine del patrimonio e dei fondi impiegati nel rapporto continuativo o nell’operazione;

d)    assicurare un controllo continuo e rafforzato del rapporto continuativo o della prestazione professionale.

Il comma 6 vieta agli intermediari finanziari di aprire o mantenere conti di corrispondenza con una banca di comodo o con una banca che notoriamente consenta a una banca di comodo di utilizzare i propri conti.

Ai sensi del comma 7, gli enti e le persone soggetti al presente decreto prestano particolare attenzione a qualsiasi rischio di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo connesso a prodotti o transazioni atti a favorire l’anonimato e adottano le misure eventualmente necessarie per impedirne l’utilizzo per scopi di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.

 

Si ricorda che il Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale contro il riciclaggio di capitali (“GAFI”) è un organismo intergovernativo che ha per obiettivo elaborare e promuovere strategie di lotta contro il riciclaggio di capitali e il finanziamento del terrorismo. Del Gruppo fanno parte 35 membri tra cui figurano i principali centri finanziari. Il GAFI ha pubblicato 49 raccomandazioni che, pur non essendo obbligatorie dal punto di vista giuridico (soft law), hanno finito per imporsi sul piano internazionale. Esse definiscono le misure che un Paese deve adottare per combattere efficacemente il riciclaggio di capitali e il finanziamento del terrorismo. La Banca Mondiale, l'FMI e il Consiglio di Sicurezza dell'ONU le hanno riconosciute ufficialmente come standard internazionali e circa 150 Paesi di tutto il mondo si sono impegnati a rispettarle. Vi sono 40 raccomandazioni sulla lotta contro il riciclaggio di denaro, riviste in maniera approfondita nel giugno 2003, e 9 raccomandazioni speciali sulla lotta contro il finanziamento del terrorismo adottate in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001.

Il Comitato di sicurezza finanziaria è un organismo di natura tecnica istituito con il decreto legge n. 369 del 2001 in ottemperanza ad obblighi internazionali assunti dal nostro Paese per il contrasto al terrorismo internazionale e di cui il decreto legislativo n. 109 del 2007 aveva confermato l'esistenza conferendogli durata illimitata. Il Comitato, presieduto dal Direttore generale del Tesoro, è composto da rappresentati del Ministero Affari Esteri, del Ministero dell'Interno, del Ministero della Giustizia, della Banca d'Italia, dell'Ufficio Italiano dei Cambi, della CONSOB, della Guardia di Finanza, della Direzione Investigativa Antimafia, dell'Arma dei Carabinieri e della Direzione Nazionale Antimafia; compito precipuo del Comitato è monitorare il funzionamento del sistema di prevenzione e di sanzioni del finanziamento del terrorismo, che si sostanzia nel monitoraggio sull'attuazione delle misure di congelamento e nella segnalazione agli organi delle Nazioni unite e dell'UE dei soggetti sospettati di terrorismo per l'applicazione delle misure di congelamento (e nella relativa proposta di cancellazione di soggetti già designati).

 

In conseguenza di quanto previsto dal comma 7-bis, il comma 7-ter stabilisce che i soggetti destinatari del decreto n. 231/2007 - individuati dai precedenti articoli 10, comma 2 esclusa la lettera g), 11, 12, 13 e 14, comma 1 lett. a), b), c) ed f) - debbano astenersi dall'instaurare un rapporto continuativo, dall'eseguire operazioni o fornire prestazioni professionali ovvero debbano porre fine a rapporti continuativi o a prestazioni professionali già in essere, di cui siano parte, direttamente o indirettamente, società fiduciarie, trust, società anonime o controllate attraverso azioni al portatore con sede nei Paesi individuati dalla "black list" di cui al comma precedente.

Tali misure si applicano anche nei confronti di ulteriori entità giuridiche altrimenti denominate aventi sede nei Paesi appartenenti alla "black list" delle quali non sia possibile identificare il titolare effettivo o verificarne l'identità.

 

In estrema sintesi in base al comma 7-ter vengono individuati comesoggetti destinatari del decreto:

ai sensi dell'art. 10:

§      le società di gestione accentrata di strumenti finanziari;

§      le società di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari;

§      le società di gestione dei servizi di liquidazione delle operazioni su strumenti finanziari;

§      le società di gestione dei sistemi di compensazione e garanzia delle operazioni in strumenti finanziari;

§      le attività di:

-       commercio, comprese l'esportazione e l'importazione, di oro e di oggetti preziosi;

-       fabbricazione di oggetti preziosi;

-       commercio di cose antiche;

-       esercizio di case d'asta o galleria d'arte;

-       mediazione, ai sensi dell'articolo 60 della legge 18 giugno 2009, n. 69;

-       le succursali italiane dei soggetti di cui sopra aventi sede legale in uno stato estero.

 

Gli intermediari finanziari individuati dall'art. 11, ovvero:

§      Poste italiane S.p.A.;

§      gli istituti di moneta elettronica e di pagamento;

§      le società di intermediazione mobiliare (SIM), di gestione del risparmio (SGR), e di investimento a capitale variabile (SICAV);

§      le imprese di assicurazione che operano in Italia nei rami di cui all'articolo 2, comma 1, del Codice delle Assicurazioni Private (CAP)[86];

§      gli agenti di cambio;

§      le società che svolgono il servizio di riscossione dei tributi;

§      gli intermediari finanziari iscritti negli elenchi previsti dagli art. 106 e 107 del TUB;

§      le succursali insediate in Italia dei soggetti di cui sopra aventi sede legale in uno Stato estero;

§      la Cassa depositi e prestiti S.p.A.;

§      le società fiduciarie di cui alla legge 23 novembre 1939, n. 1966;

§      i soggetti operanti nel settore finanziario iscritti nelle sezioni dell'elenco generale previste dall'articolo 155, commi 4 e 5, del TUB;

§      i promotori finanziari iscritti nell'albo;

§      alcuni intermediari assicurativi;

§      i mediatori creditizi iscritti nell'albo;

§      gli agenti in attività finanziaria iscritti nell'elenco.

 

I professionisti individuati ai sensi dell'art. 12

§      gli iscritti nell'albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e nell'albo dei consulenti del lavoro nonché ogni altro soggetto che svolga in maniera professionale attività in materia di contabilità e tributi;

§      i notai e gli avvocati quando, in nome o per conto dei propri clienti, compiono qualsiasi operazione di natura finanziaria o immobiliare e quando assistono i propri clienti nella predisposizione o nella realizzazione di operazioni finanziarie di vario genere.

 

 

Ai sensi dell'art. 13:

§      i revisori contabili

 

Ai sensi dell'art. 14 i soggetti in possesso di licenza o di iscrizione all'albo che svolgano attività di:

§      recupero di crediti per conto terzi,

§      custodia e trasporto di denaro contante e di titoli o valori con o senza l'impiego di guardie particolari

§      agenzia di affari in mediazione immobiliare.

 

Il comma 7-quater, anch'esso introdotto dal comma 1, lett. a), infine,prevede che nel medesimo decreto del Ministro dell'economia e delle finanze in cui vengono individuati i Paesi della "black list" siano anche fissati le modalità applicative e il termine degli adempimenti.

 

Il comma 1, lett. b) dell'articolo 36 in esame, va a modificare, invece, l'art. 41 del D.Lgs 231/2007 relativo alla segnalazione di persone sospette.

Con la modifica apportata si stabilisce che movimentazioni di contante frequenti o ingiustificate, specialmente se di importo eccedente i 15.000 euro debbano essere considerate dagli intermediari come elementi per inviare una segnalazione di operazione sospetta pur non eccedendo le limitazioni all'uso del contante e dei titoli al portatore già previste dall'art. 49 .

 

Ai sensi dell'art. 41 gli intermediari finanziari e gli altri soggetti che svolgono attività finanziarie indicati nei citati articoli 10, comma 2, 11, 12, 13 e 14 di cui sopra, sono tenuti ad inviare all' Unità di Informazione Finanziaria (UIF)[87], una segnalazione di operazione sospetta quando sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell'operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell'attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell'ambito dell'attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico.

Al fine di agevolare l'individuazione delle operazioni sospette, su proposta della UIF e con il parere del Comitato di sicurezza finanziaria, vengono elaborati e periodicamente aggiornati diversi indicatori di anomalia[88] relativamente ai vari soggetti.

Le segnalazioni di persone sospette devono essere effettuate tempestivamente, ove possibile prima di eseguire l'operazione, appena il soggetto tenuto alla segnalazione viene a conoscenza degli elementi di sospetto.

Tali segnalazioni, inoltre, non costituiscono violazione degli obblighi di segretezza, del segreto professionale o di eventuali altre restrizioni alla comunicazione e, se poste in essere per le finalità previste e in buona fede, non comportano responsabilità di alcun tipo.

 

Il comma 1 lett. c), infine, novella l'art. 57 (Violazioni del Titolo I, Capo II e del Titolo II, Capi II e III) inserendo il comma 1-ter relativo alle sanzioni previste per le violazioni alle disposizioni in materia di obblighi rafforzati di cui all'art. 28 del D.Lgs n. 231/2007, già esaminate.

Ai sensi di questa modifica si prevede per la violazione di tali disposizioni l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria pari a 5.000 euro, se l'operazione posta in essere è di importo non superiore a 50.0000 euro; altrimenti la sanzione sarà compresa tra il 10% e il 40% dell'importo dell'operazione. Se l'importo dell'operazione non è determinato, né determinabile, si prevede l'applicazione di una sanzione che va da un minimo di 25.000 euro ad un massimo di 250.0000.

Si ricorda che i limiti legali di utilizzo del contante previsti dall'art. 20 non si applicano ai trasferimenti di contante tramite intermediari finanziari.

 

 


 

Articolo 37
(Disposizioni antiriciclaggio)

 


1. Gli operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in paesi così detti black list di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 10 maggio 1999, n. 107, e al decreto del Ministro dell'economia e delle finanze 21 novembre 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 23 novembre 2001, sono ammessi a partecipare alle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modifiche e integrazioni, previa autorizzazione rilasciata dal Ministero dell'economia e delle finanze, secondo le modalità stabilite con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze da adottare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto. Il rilascio di tale autorizzazione è subordinato alla previa individuazione dell'operatore economico, individuale o collettivo, mediante la comunicazione dei dati che identificano gli effettivi titolari delle partecipazioni societarie, anche per il tramite di società controllanti e per il tramite di società fiduciarie nonché alla identificazione del sistema di amministrazione e del nominativo degli amministratori e del possesso dei requisiti di eleggibilità previsti dalla normativa italiana. La presente disposizione si applica anche in deroga ad accordi bilaterali siglati con l'Italia, che consentano la partecipazione alle procedure per l'aggiudicazione dei contratti di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006 n. 163, a condizioni di parità e reciprocità.

2. Il Ministro dell'economia e delle finanze può escludere con proprio decreto di natura non regolamentare l'obbligo di cui al comma 1 nei riguardi di paesi di cui al medesimo comma ovvero di settori di attività svolte negli stessi paesi; con il medesimo decreto, al fine di prevenire fenomeni a particolare rischio di frode fiscale, l'obbligo può essere inoltre esteso anche a paesi così detti non black list nonché a specifici settori di attività e a particolari tipologie di soggetti.


 

 

L’articolo 37 introduce disposizioni in materia di trasparenza degli assetti proprietari e di gestione dei soggetti che chiedono di partecipare alle procedure di appalto pubblico, attribuendo al Ministro dell’economia e delle finanze il potere di autorizzare quelli provenienti dai paesi che sono inseriti nella black list, ovvero di derogare a tale lista per specifici paesi o settori d’attività, ovvero, ancora, di escludere paesi non presenti nella lista.

 

Il comma 1, subordina la partecipazione di alcuni operatori economici alle procedure di aggiudicazione di cui al codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture[89] ad una specifica autorizzazione rilasciata dal Ministero dell’economia e delle finanze, che ne stabilirà le modalità mediante apposito decreto, per la cui adozione è fissato il termine di trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto-legge.

Gli operatori economici in questione sono quelli aventi sede, residenza o domicilio in paesi cosiddetti black listdi cui al decreto del Ministro delle finanze 4 maggio 1999[90] e al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 21 novembre 2001[91].

Il rilascio di tale autorizzazione è subordinato:

§      alla previa individuazione dell’operatore economico, individuale o collettivo, mediante la comunicazione dei dati che identificano gli effettivi titolari delle partecipazioni societarie, anche per il tramite di società controllanti e per il tramite di società fiduciarie;

§      alla identificazione del sistema di amministrazione, del nominativo degli amministratori e del possesso dei requisiti di eleggibilità previsti dalla normativa italiana.

 

La disposizione in commento si applica anche in deroga ad accordi bilaterali siglati con l’Italia, che consentano la partecipazione alle procedure per l’aggiudicazione dei contratti di cui al citato codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, a condizioni di parità e reciprocità.

 

Il comma 2 consente al Ministro dell’economia e delle finanze, con proprio decreto di natura non regolamentare:

§      di escludere l’obbligo di cui al comma 1, nei riguardi:

-       di paesi di cui al medesimo comma;

-       di settori di attività svolte negli stessi paesi;

§      di estendere, al fine di prevenire fenomeni a particolare rischio di frode fiscale, l’obbligo:

-       a paesi così detti non black list;

-       a specifici settori di attività;

-       a particolari tipologie di soggetti.

 

Nell’ultimo decennio, l’attività dell’OCSE in materia di emersione della base imponibile si è concentrata sulla creazione di un contesto di leale concorrenza internazionale anche a livello fiscale105. In tal senso, l’OCSE promuove l’applicazione di principi che consentano a ciascun paese di applicare la propria tassazione senza interferenze di pratiche “esterne” che possano minarne l’integrità del sistema fiscale. Con il documento intitolato “Harmful Tax Competition: An Emerging Global Issue” del 1998, l’Organizzazione ha stilato una lista di caratteristiche che individuano i cosiddetti “paradisi fiscali”.

L’attività dell’organizzazione nell’ultimo decennio ha condotto ai seguenti risultati:

-        la formulazione di standard di trasparenza e scambio di informazioni, adottati tra l’altro dal Comitato ONU degli esperti in materia di cooperazione fiscale internazionale nell’ottobre 2008. Esso servono come modello per la maggior parte degli accordi bilaterali conclusi dai paesi OCSE e non-OCSE;

-        lo sviluppo di un accordo modello sullo scambio di informazioni in materia fiscale (Model Agreement on Exchange of information in Tax Matters), accolto positivamente anche dai paesi che hanno partecipato al G-20 dell’aprile 2009;

-        la sottoscrizione di numerosi accordi sullo scambio di informazioni in materia fiscale (Tax Information Exchange Agreements).

 

Profili finanziari

Il prospetto riepilogativo non ascriveeffettialla norma.

 

La relazione tecnica riferita al testo originario del provvedimento e quella riferita al maxiemendamento non considerano la norma.

 

In merito ai profili di quantificazione, nulla da osservare nel presupposto, sul quale è opportuno acquisire l’avviso da parte del Governo, che gli eventuali oneri derivanti dalle procedure di autorizzazione siano integralmente posti a carico dei richiedenti e, comunque, vengano svolti senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

 


 

Articolo 38, commi 1-3
(Controlli sulle prestazioni sociali agevolate)

 


1. Gli enti che erogano prestazioni sociali agevolate, comprese quelle erogate nell'ambito delle prestazioni del diritto allo studio universitario, a seguito di presentazione della dichiarazione sostitutiva unica di cui all'articolo 4 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109, comunicano all'Istituto nazionale della previdenza sociale, nel rispetto delle disposizioni del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, e nei termini e con modalità telematiche previste dall'Istituto medesimo sulla base di direttive del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, i dati dei soggetti che hanno beneficiato delle prestazioni agevolate. Le informazioni raccolte sono trasmesse in forma anonima anche al Ministero del lavoro e delle politiche sociali ai fini dell'alimentazione del Sistema informativo dei servizi sociali, di cui all'articolo 21 della legge 8 novembre 2000, n. 328.

2. Con apposita convezione stipulata tra l'Istituto nazionale della previdenza sociale e l'Agenzia delle entrate, nel rispetto delle disposizioni del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, sono disciplinate le modalità attuative e le specifiche tecniche per lo scambio delle informazioni necessarie all'emersione dei soggetti che in ragione del maggior reddito accertato in via definitiva non avrebbero potuto fruire o avrebbero fruito in misura inferiore delle prestazioni sociali agevolate di cui al comma 1.

3. Fermo restando la restituzione del vantaggio conseguito per effetto dell'indebito accesso alla prestazione sociale agevolata, nei confronti dei soggetti che in ragione del maggior reddito accertato hanno fruito illegittimamente delle prestazioni sociali agevolate di cui al comma 1 si applica la sanzione da 500 a 5.000 euro. La sanzione è irrogata dall'INPS, avvalendosi dei poteri e delle modalità vigenti. Ai fini della restituzione del vantaggio indebitamente conseguito, l'INPS comunica l'esito degli accertamenti agli enti che sulla base delle comunicazioni di cui al comma 1 risultino aver erogato prestazioni agevolate ai soggetti emersi. Le medesime sanzioni si applicano nei confronti di coloro per i quali si accerti sulla base dello scambio di informazioni tra l'Istituto nazionale della previdenza sociale e l'Agenzia delle entrate una discordanza tra il reddito dichiarato ai fini fiscali e quello indicato nella dichiarazione sostitutiva unica di cui all'articolo 4 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109, qualora in ragione di tale discordanza il soggetto abbia avuto accesso alle prestazioni agevolate di cui al comma 1.


 

 

I commi 1-3 dell’articolo 38 dispongono controlli sulle prestazioni sociali agevolate - comprese quelle sul diritto allo studio universitario - erogate ai cittadini richiedenti, in base all'indicatore della situazione economica equivalente (Isee) e alla presentazione della dichiarazione sostitutiva unica[92].

 

Il D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 109[93], come modificato dal D.Lgs. 3 maggio 2000 n. 130, ha introdotto l'indicatore della situazione economica equivalente[94] (Isee), per valutare la situazione economica del richiedente, al fine di ottenere, dietro presentazione della suddetta dichiarazione sostitutiva unica[95], determinate prestazioni sociali, assistenziali e sanitarie agevolate - a liv