Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento lavoro
Titolo: Riforma della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro - A.C. 2636 e A.C. 2849 - Schede di lettura
Riferimenti:
AC n. 2636/XV   AC n. 2849/XV
Serie: Progetti di legge    Numero: 210
Data: 04/07/2007
Descrittori:
SICUREZZA NEL LAVORO   TUTELA DELLA SALUTE
Organi della Camera: XI-Lavoro pubblico e privato
Altri riferimenti:
AS n. 1507/XV     


Camera dei deputati

XV LEGISLATURA

 

 

 

 

 

SERVIZIO STUDI

Progetti di legge

 

 

 

Riforma della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro

(A.C. n.2636 e A.C. n.2849)

 

Schede di lettura

 

 

 

 

 

 

n. 210

 

 

4 luglio 2007


 

 

 

Sui provvedimenti AC 2636 e AC 2849 sono stati redatti i seguenti dossier:

 

§         dossier n. 210, contenente la scheda di sintesi, le schede di lettura e il testo dei provvedimenti;

§         dossier n. 210/1, contenente la normativa nazionale e comunitaria relativa all’AC 2849;

§         dossier n. 210/2, contenente l’iter al Senato relativo all’AC 2849;

§         dossier n. 210/3, contenente la normativa nazionale relativa all’AC 2636 (parte I, II e III);

§         dossier n. 210/4, contenente la normativa comunitaria relativa all’AC 2636 (Parte I e II).

 

 

Il presente dossier è stato redatto con la collaborazione dei Dipartimenti Ambiente, Bilancio, Finanze e Giustizia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dipartimento Lavoro

 

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File: LA0252


INDICE

Scheda di sintesi per l’istruttoria legislativa

Dati identificativi3

Struttura e oggetto  5

§      Contenuto  5

§      Relazioni allegate  10

Elementi per l’istruttoria legislativa  11

§      Necessità dell’intervento con legge  11

§      Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite  11

§      Rispetto degli altri princìpi costituzionali15

§      Compatibilità comunitaria  15

§      Incidenza sull’ordinamento giuridico  20

§      Impatto sui destinatari delle norme  25

§      Formulazione del testo  26

Schede di lettura

Quadro normativo  31

§      Il sistema di prevenzione e sicurezza contenuto nel D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626  36

Contenuto dei progetti di legge  43

§      La proposta di legge A.C. 2636  43

§      Il disegno di legge A.C. 2849  58

Proposte di legge

§      A.C. 2636, (on. Fabbri ed altri), Disciplina organica in materia di salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro  105

§      A.C. 2849, (Governo), Misure di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia  140

Allegato

§      Conferenza delle Regioni e delle Province autonome “Patto per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”140

 

 


SIWEB

Scheda di sintesi
per l’istruttoria legislativa


Dati identificativi

Numero del progetto di legge

A.C. 2636

Titolo

Disicplina organica in materia di salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro

Iniziativa

On. Fabbri ed altri

Settore d’intervento

Sicurezza sul lavoro

Iter al Senato

No

Numero di articoli

195

Date

 

§       presentazione o trasmissione alla Camera

10 maggio 2007

§       annuncio

14 maggio 2007

§       assegnazione

18 giugno 2007

Commissione competente

XI Lavoro e XII Affari sociali

Sede

Referente

Pareri previsti

I Affari Costituzionali

II Giustizia

III Affari Esteri

IV Difesa

V Bilancio

VIICultura

VIII Ambiente e territorio

IX Trasporti

X Attività produttive

XIII Agricoltura

XIV Politiche dell’Unione Europea

Questioni regionali

 


 

Numero del progetto di legge

A.C. 2849

Titolo

Misure in tema di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro e delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa in materia

Iniziativa

Governo

Settore d’intervento

Sicurezza sul lavoro

Iter al Senato

Si

Numero di articoli

12

Date

 

§       presentazione o trasmissione alla Camera

28 giugno 2007

§       annuncio

29 giugno 2007

§       assegnazione

2 luglio 2007

Commissione competente

XI Lavoro e XII Affari sociali

Sede

Referente

Pareri previsti

I Affari Costituzionali

II Giustizia

III Affari Esteri

V Bilancio

VI Finanze

VIICultura

VIII Ambiente e territorio

X Attività produttive

XIV Politiche dell’Unione Europea

Questioni regionali

 


 

Struttura e oggetto

Contenuto

Il disegno di legge A.C. 2849, approvato dal Senato, e l’abbinata proposta di legge A.C. 2636 (Fabbri ed altri), recano disposizioni relative alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.

Il disegno di legge A.C. 2849, approvato dal Senato, in primo luogo contiene all’articolo 1 la delega, per il Governo, ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della legge delega, uno o più decreti legislativi per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, in conformità all’articolo 117 della Costituzione e garantendo l’uniformità della tutela dei lavoratori sul territorio nazionale attraverso il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche con riguardo alle differenze di genere e alla condizione dei lavoratori immigrati.

Ai fini dell’esercizio della delega il disegno di legge prevede una serie di principi e criteri direttivi, tra cui si segnalano quelli che prevedono:

§         l’applicazione della normativa in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro a tutti i lavoratori e lavoratrici, autonomi e subordinati, nonché ai soggetti ad essi equiparati (comma 2, lett. c));

§         la razionalizzazione dell’apparato sanzionatorio, amministrativo e penale, tenendo conto delle funzioni svolte da ciascun soggetto, con particolare riguardo alla responsabilità del preposto, e della natura formale o invece sostanziale della violazione (comma 2, lett. f));

§         la revisione dei requisiti, delle tutele, delle attribuzioni e delle funzioni dei soggetti del sistema di prevenzione aziendale, in particolare rafforzando il ruolo del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale, nonché introduzione della figura del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza del sito produttivo (comma 2, lett. g));

§         la realizzazione del coordinamento su tutto il territorio nazionale delle attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro (comma 2, lett. i));

§         la previsione di un sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi (comma 2, lett. m));

§         la promozione della cultura e delle azioni di prevenzione (comma 2, lett. p));

§         la razionalizzazione e coordinamento delle strutture centrali e territoriali di vigilanza (comma 2, lett. q));

§         revisione della normativa in materia di appalti, prevedendo, tra le altre, misure dirette a migliorare l’efficacia della responsabilità solidale tra appaltante ed appaltatore, a modificare il sistema di assegnazione degli appalti pubblici al massimo ribasso al fine di garantire che l’assegnazione non determini la diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, nonché a modificare la disciplina contenuta nel codice degli appalti pubblici prevedendo che i costi relativi alla sicurezza debbano essere specificamente indicati nei bandi di gara e risultare congrui (comma 2, lett. s);

§         la rivisitazione delle modalità di attuazione della sorveglianza sanitaria, adeguandola alle differenti modalità organizzative del lavoro e alle particolarità delle lavorazioni (comma 2, lett. t));

§         introduzione dello strumento dell’interpello relativamente ai quesiti sull’applicazione della normativa sulla sicurezza sul lavoro (comma 2, lett. v)).

 

I successivi articoli del provvedimento, aggiunti nel corso dell’esame presso il Senato, recano misure precettive volte a rafforzare immediatamente gli strumenti per la sicurezza sul lavoro.

In particolare, l’articolo 2 prevede che, nei casi di esercizio dell’azione penale per i delitti di omicidio colposo o di lesione personale colposa commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro, il pubblico ministero ne dà notizia immediatamente all’INAIL ai fini dell’eventuale costituzione di parte civile e dell’azione di regresso.

L’articolo 3 reca modifiche al D.Lgs. 626 del1994, che intervengono sostanzialmente sulle specifiche tutele da adottare nel caso di contratto d’appalto e sulla disciplina relativa alle modalità di elezione nonché alle attribuzioni del rappresentante per la sicurezza.

L’articolo 4 dispone che con D.P.C.M., previa intesa in sede di Conferenza unificata, sia disciplinato il coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di sicurezza sul lavoro affidato ai comitati regionali di coordinamento, individuando i settori prioritari di intervento e i piani di attività da attuare a livello territoriale.

Le amministrazioni pubbliche più direttamente coinvolte dalla materia in esame devono provvedere ad integrare i rispettivi archivi informativi, anche attraverso la creazione di banche dati unificate.

Al fine di rafforzare l’azione ispettiva, si dispone che dal 1° luglio prossimo si proceda all’assunzione dei 300 ispettori del lavoro ai sensi del comma 544 della legge finanziaria 2007 e che le risorse non utilizzate a tal fine nel primo semestre 2007 (4,25 milioni di euro) siano destinate al funzionamento e al potenziamento dell’attività ispettiva, alla costituzione di appositi nuclei di pronto intervento e all’incremento delle dotazioni strumentali.

Inoltre, si dispone l’avvio di progetti sperimentali, in ambito scolastico e nei percorsi di formazione professionale, volti a favorire la conoscenza delle tematiche in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

L’articolo 5, al fine di contrastare il lavoro sommerso e promuovere la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, è volto ad estendere, a tutti i settori produttivi, i poteri di sospensione dei lavori e di interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni (compresa la partecipazione a gare pubbliche) previsti dall’art. 36-bis, commi 1 e 2, del D.L. 223/2006, nei casi di violazioni di una certa gravità della disciplina relativa alla regolarità delle assunzioni e all’orario di lavoro che avvengano nel settore dell’edilizia. Inoltre viene aggiunta un’ulteriore fattispecie in cui possono essere adottati tali provvedimenti di sospensione ed interdizione, relativa a gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

L’articolo 6 quindi, per agevolare l’azione di accertamento degli organi ispettivi, prevede che, nell’ambito dello svolgimento di attività in regime di appalto o subappalto, a decorrere dal 1° settembre 2007, il personale occupato dall’impresa appaltatrice o subappaltatrice deve essere munito di apposita tessera di riconoscimento. Vengono così estese a tutte le attività espletate in regime di appalto o subappalto gli obblighi relativi alla tessera di riconoscimento per il personale, già previsto dall’art. 36-bis, commi da 3 a 5, del D.L. 223/2006, con riferimento ai cantieri edili.

L’articolo 7 attribuisce agli organismi paritetici di cui all’art. 20 del D.Lgs. 626/1994 la possibilità di effettuare nei luoghi di lavoro rientranti nel proprio ambito di competenza sopralluoghi per valutare l’applicazione della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

L’articolo 8, intervenendo sul decreto legislativo n. 163 del 2006 (cd. codice dei contratti pubblici), include tra i criteri da adottare nella predisposizione delle gare e nella valutazione delle offerte anomale, anche quello dei costi relativi alla sicurezza.

L’articolo 9 è volto ad introdurre apposite sanzioni pecuniarie e interdittive per le persone giuridiche i cui dirigenti siano responsabili dei reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro.

L’articolo 10 concede un credito di imposta per le spese sostenute dai datori di lavoro per la partecipazione dei lavoratori a programmi di formazione in materia di tutela e sicurezza sul lavoro. Il credito di imposta è concesso in via sperimentale per il biennio 2008-2009, entro un limite di spesa di 20 milioni di euro annui.

L’articolo 11, con riferimento alle misure volte a favorire l’emersione del lavoro irregolare, sulla base di accordi aziendali o territoriali (commi 1192-1201 della legge finanziaria 2007), è volto a modificare la previsione secondo cui nei confronti dei datori di lavoro che presentino l’istanza di regolarizzazione sono sospese le ispezioni o verifiche per un anno a decorrere dall’istanza. Con la modifica introdotta invece si dispone che dalla prevista sospensione delle ispezioni o verifiche sono escluse quelle concernenti la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.

Infine l’articolo 12, al fine di rafforzare l’organico degli ispettori del lavoro, autorizza il Ministero del lavoro e della previdenza sociale, a decorrere dal mese di gennaio 2008, ad assumere, per un numero massimo complessivo di 300 unità, gli idonei non vincitori dei concorsi pubblici regionali per esami banditi dal medesimo Ministero nell’anno 2004, rispettivamente per 795 posti di ispettore del lavoro e per 75 posti di ispettore tecnico del lavoro, area funzionale C, posizione economica C2, per gli uffici del medesimo Ministero stesso.

 

La proposta di legge A.C. 2636 reca una disciplina organica in materia di salute e sicurezza sul lavoro, volta ad un riordino e ad una riforma complessiva delle disposizioni vigenti in materia.

La proposta di legge riprende, con alcune modifiche, i contenuti dello schema di decreto legislativo recante testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro (atto n. 479), presentato nella scorsa Legislatura in attuazione della delega contenuta nell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, ma ritirato dal Governo allora in carica, in relazione ad alcune questioni riguardanti la compatibilità della disciplina proposta con il riparto costituzionale delle competenze legislative tra Stato e regioni in materia di sicurezza del lavoro. Contrariamente al disegno di legge A.C. 2849, che conferisce una delega legislativa al Governo intervenendo con disposizioni precettive solamente su singoli e limitati profili, il disegno di legge A.C. 2636 si pone come una disciplina organica immediatamente precettiva. Nella relazione illustrativa si legge che il provvedimento intende assumere una portata non solamente compilativa ma anche innovativa e di semplificazione rispetto alla vigente normativa in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, fermo restando il rispetto della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni ai sensi del Titolo V della Costituzione.

La proposta di legge si compone di tredici Titoli e di sedici Allegati.

Il Titolo I “Disposizioni generali” (artt. 1-40) reca le norme di carattere generale da applicare a tutte le imprese destinatarie delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Invece i Titoli successivi sono dedicati all’attuazione delle direttive comunitarie in materia di salute e sicurezza derivanti dalla direttiva 89/391/CEE (cd. “direttiva madre”).

Il Titolo II “Luoghi di lavoro” (artt. 41-44) dopo aver definito il concetto di luogo di lavoro, che deve rispondere a determinati requisiti di sicurezza e di salute, dispone che il datore di lavoro deve osservare specifici obblighi relativi ai luoghi di lavoro, in modo da assicurare condizioni igieniche e di sicurezza adeguate e reca disposizioni sui locali chiusi sotterranei o semisotterranei adibiti a luogo di lavoro.

Il Titolo III “Le attrezzature di lavoro” (artt. 45-55) definisce le medesime attrezzature, individua gli obblighi del datore di lavoro riguardo all’uso di attrezzature, comprese quelle per i lavori temporanei in quota, disciplina l’informazione e la formazione dei lavoratori sull’uso delle attrezzature di lavoro e reca disposizioni relative alla costruzione e l’impiego dei ponteggi metallici fissi.

Il Titolo IV “Impianti ed apparecchiature elettriche” (artt. 56-61) reca norme in merito alla costruzione, installazione e conservazione di materiali, apparecchiature ed impianti elettrici, con particolare riguardo per l’esecuzione dei lavori sotto tensione ed in prossimità di linee elettriche “nude”. Spetta al datore di lavoro proteggere dagli effetti dei fulmini edifici, impianti, strutture ed attrezzature quando esistono situazioni di rischio di esplosione, incendio o di altro pericolo.

Nel Titolo V “Uso dei dispositivi di protezione individuale” (artt. 62-65) vengono definiti i DPI ed individuati i relativi obblighi in capo al datore di lavoro, precisando che la scelta e l’uso dei DPI debbono essere effettuati tenendo conto dei criteri stabiliti nell’Allegato IX e delle norme di buona tecnica emanate al riguardo.

Il Titolo VI (artt. 66-69) è relativo alla “Segnaletica di sicurezza”: nella relazione illustrativa della pdl in esame si sottolinea che, con riguardo alle prescrizioni minime per la segnaletica di sicurezza e/o di salute sul luogo di lavoro, è stata effettuata una operazione di semplificazione rinviando all’Allegato X per quanto attiene i requisiti.

Il Titolo VII (artt. 70-72) riguarda la “Movimentazione manuale dei carichi”. Il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure organizzative necessarie o ricorre a mezzi appropriati, in particolare ad attrezzature meccaniche, per evitare la necessità di una movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori. Qualora non sia possibile evitare la movimentazione manuale dei carichi, il datore di lavoro deve adottare le misure organizzative necessarie a ridurre il relativo rischio connesso a tale movimentazione.

Nel Titolo VIII (artt. 73-79) “Uso di attrezzature munite di videoterminali” viene disciplinato l’uso di tali attrezzature, con particolare attenzione per i requisiti di sicurezza e di salute dei posti di lavoro in relazione ai rischi per la vista e l’affaticamento fisico e mentale, e per le modalità di svolgimento quotidiano del lavoro. Sono previsti specifichi obblighi di formazione ed informazione per il datore di lavoro, con particolare riferimento alle misure applicabili al posto di lavoro, alle modalità di svolgimento dell'attività e alla protezione degli occhi e della vista.

Il Titolo IX “Protezione da agenti chimici pericolosi” (artt. 80-116) reca disposizioni relative alla protezione contro i rischi derivanti, rispettivamente, dall’esposizione ad agenti chimici e ad agenti cancerogeni e mutageni, dall’esposizione ad atmosfere esplosive nonchè dall’esposizione all’amianto.

Il Titolo X (artt. 117-131) stabilisce le misure atte a proteggere i lavoratori dal rischio di esposizione agli agenti biologici durante il lavoro

Nel Titolo XI (artt. 135-156) vengono disciplinate le attività a rischio di esposizione ad agenti fisici, tra i quali si intendono il rumore e le vibrazioni meccaniche.

Il Titolo XII (artt. 157-174) disciplina le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei e mobili.

Nel Titolo XIII (artt. 175-195) sono contenute le norme relative alle sanzioni e le disposizioni finali.

La relazione illustrativa evidenzia che l’apparato sanzionatorio (art. 175-191) è stato definito sul modello di quello del Titolo IX del D.Lgs. 626/1994, dal quale però si differenzia per la considerazione dei componenti dell’impresa familiare tra i destinatari delle sanzioni, per l’individuazione specifica delle sanzioni a carico dei datori di lavoro committenti, degli appaltatori, dei datori di lavoro distaccanti, dei datori di lavoro distaccatari, dei responsabili dei lavori e dei coordinatori, nonché per l’introduzione di apposite fattispecie sanzionatorie relative ai progettisti, ai fabbricanti e fornitori e agli installatori.

Invece gli articoli relativi alle disposizioni finali (artt. 192-195) contengono l’elenco delle norme che saranno abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame, nonché le disposizioni considerate norme di buona tecnica o buone prassi. Viene inoltre precisato che dall’attuazione delle disposizione del provvedimento in esame non debbano derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

Relazioni allegate

Al disegno di legge originario A.S. 1507 era allegata, oltre alla relazione illustrativa, anche la relazione tecnica sugli oneri finanziari.

All’A.C. 2636, trattandosi di una proposta di legge di iniziativa parlamentare, è allegata solamente la relazione illustrativa.


 

Elementi per l’istruttoria legislativa

Necessità dell’intervento con legge

Per quanto riguarda l’A.C. 2849, la necessità di intervenire con un atto con forza di legge deriva in primo luogo dalla previsione di una delega legislativa per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori (articolo 1). Anche gli altri articoli del provvedimento recano disposizioni che necessitano dell’intervento con legge poiché modificano norme contenute in fonti di rango primario o intervengono in materie coperte da riserva di legge.

Per quanto riguarda l’A.C. 2636, la necessità di intervenire con un atto legislativo consegue dal fatto di voler attuare un riordino e una riforma complessiva delle disposizioni già vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, per la stragrande maggioranza contenute in fonti di rango legislativo.

Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite

Per quanto riguarda il disegno di legge A.C. 2849, la norma di delega (articolo 1) è riconducibile nel suo complesso alle materie «tutela e sicurezza del lavoro» e «tutela della salute» di legislazione concorrente tra Stato e regioni, ai sensi dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione. La stessa norma di delega appare altresì riconducibile, tenendo conto delle sue finalità, alla materia «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale» appartenente alla legislazione esclusiva dello Stato, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.

Si ricorda che nelle materie di competenza concorrente, spetta allo Stato la determinazione dei principi fondamentali; la normativa di dettaglio è invece interamente rimessa alla potestà legislativa delle Regioni.

Trattandosi di una norma di delega, che quindi stabilisce solamente i principi e criteri direttivi, sembrerebbe che non siano presenti aspetti problematici relativi al rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite. A maggior ragione ciò sembra derivare dal fatto che l’attuazione della delega è volta a garantire «l’uniformità della tutela dei lavoratori sul territorio nazionale attraverso il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali» (art. 1, comma 1) e quindi, come detto, è riconducibile anche alla materia appartenente alla legislazione esclusiva dello Stato di cui dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.

Anche gli altri articoli del provvedimento, recanti norme precettive, contengono disposizioni che attengono, in tutto o in parte, alle materie «tutela e sicurezza del lavoro» e «tutela della salute» di legislazione concorrente tra Stato e regioni. In tali materie, come detto, lo Stato dovrebbe limitarsi a stabilire i principi fondamentali, essendo la normativa di dettaglio interamente rimessa alla potestà legislativa delle Regioni. Al fine di valutare il rispetto delle competenze costituzionalemente definite, occorre tuttavia considerare che alcuni di tali articoli presentano disposizioni che, pur avendo come obiettivo la tutela della salute e sicurezza sul lavoro, intervengono in ambiti connessi con materie di legislazione esclusiva dello Stato[1]. Più in dettaglio, si tratta delle seguenti materie di legislazione esclusiva:

§         “ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali” (art. 117, secondo comma, lett. g)), che si riscontra all’art. 4, commi 1-6 e all’art. 12;

§         “ordinamento civile e penale” (art. 117, secondo comma, lett. l)), che si riscontra all’art. 9;

§         “sistema tributario e contabile dello Stato”, (art. 117, secondo comma, lett. e)), che si riscontra all’art. 10.

 

Passando a considerare la proposta di legge A.C. 2636, si evidenzia che essa è riconducibile nel suo complesso alle materie «tutela e sicurezza del lavoro» e «tutela della salute», di legislazione concorrente tra Stato e regioni, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, della Costituzione.

Come detto, nelle materie di competenza concorrente, spetta allo Stato la determinazione dei principi fondamentali, mentre la normativa di dettaglio è interamente rimessa alla potestà legislativa delle Regioni. Nella verifica del rispetto della ripartizione di competenze legislative, occorre considerare che lo Stato deve stabilire i principi fondamentali della materia della sicurezza sul lavoro in modo tale da garantire una uniformità della tutela dei lavoratori sul territorio nazionale tramite il rispetto di livelli essenziali di tutela (si ricorda, al riguardo, che spetta alla legislazione esclusiva dello Stato la materia «determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale»).

Si evidenzia che la pdl in esame presenta diversi profili problematici in merito al riparto di competenze legislative previsto dal nuovo titolo V della Costituzione. Ciò è avvalorato dal parere espresso dal Consiglio di Stato[2] sul già menzionato schema di decreto n. 479 presentato nella scorsa Legislatura in attuazione della delega contenuta nell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229: come detto la pdl in esame ripropone, con limitate e marginali modifiche, i contenuti del citato schema di decreto, per cui il parere del Consiglio di Stato, mutatis mutandis, si attaglia anche alla pdl in esame.

Sulla scorta della giurisprudenza della Corte costituzionale, il Consiglio di Stato ricorda che «nelle materie di legislazione concorrente:

- il legislatore statale può adottare solo norme costituenti principi fondamentali e non anche disposizioni di dettaglio, benché cedevoli;

- le disposizioni di dettaglio preesistenti restano in vigore con il carattere della cedevolezza, fino a quando esse non vengono sostituite da nuove norme dettate dall'autorità dotata di competenza nel nuovo sistema;

- in relazione a tali disposizioni di dettaglio preesistenti, lo Stato non dispone della legittimazione ad innovarle, ma può solo svolgere un'attività meramente ricognitiva, fermo restando il carattere di cedevolezza delle disposizioni stesse.

A tali principi va aggiunto che:

- nelle materie di legislazione concorrente, avendo lo Stato perduto lapotestà regolamentare, le leggi previgenti, attributive della potestà regolamentare allo Stato, debbono ritenersi venute meno a seguito della emanazione del nuovo titolo V della Costituzione che esclude che lo Stato possa disciplinare le materie predette nella loro intera estensione e, per giunta, a livello regolamentare (Cons. Stato, Ad. gen., 11 aprile 2002, n. 1/2002; 17 ottobre 2002, n. 5/2002);

- in sede di attuazione delle direttive comunitarie nelle materie attribuite alle Regioni o alle Province autonome in via esclusiva o concorrente, il potere sostitutivo attribuito allo Stato in caso di inadempimento da parte delle Regioni presuppone la possibilità che lo Stato possa intervenire invia preventiva adottando una normativa di carattere cedevole e ad efficacia differita alla scadenza dell'obbligo comunitario di attuazione della direttiva nei confronti delle sole Regioni inadempienti (Cons. Stato, Ad. gen., 25 febbraio 2002, n. 2/2002).»

Nella pdl in esame, sono comprese disposizioni che costituiscono principi fondamentali, norme di dettaglio e disposizioni adottate in attuazione delle direttive comunitarie.

Come rilevato dal Consiglio di Stato, sarebbe quindi necessario indicare nel testo espressamente «quali sono i principi fondamentali della materia o le disposizioni ricadenti in connessi ambiti di legislazione esclusiva dello Stato» (sui quali è consentito un intervento innovativo) «e quali sono le disposizioni di dettaglio, oggetto di mera attività ricognitiva.

Inoltre, l'attribuzione del carattere di cedevolezza e di efficacia differita a tutte le disposizioni di recepimento delle direttive comunitarie non appare conforme ai suddetti principi, in quanto alcune di tali disposizioni costituiscono principi fondamentali, che non devono essere né cedevoli né ad efficacia differita, ma devono invece essere rispettati dalle Regioni nell'esercizio della propria potestà normativa.

Appare quindi necessario rendere esplicita (…) l'appartenenza di ciascuna disposizione ad una delle seguenti tipologie di norme:

1) disposizioni contenenti principi fondamentali, che possono essere anche di recepimento delle direttive comunitarie, o disposizioni afferenti a connessi ambiti di legislazione esclusiva dello Stato (…), per le quali è possibile un intervento innovativo (…);

2) disposizioni di dettaglio di recepimento delle direttive comunitarie, per le quali è consentito allo Stato un intervento innovativo, che abbia i caratteri della cedevolezza e dell'efficacia differita alla scadenza del termine di recepimento e per le sole Regioni inadempienti, descritti in precedenza e già affermati dal Consiglio di Stato (Ad. gen., 25 febbraio 2002, n. 2/2002);

3) disposizioni di dettaglio previgenti, per le quali è consentita una mera attività ricognitiva e a cui deve essere attribuito il carattere di cedevolezza.

Tecnicamente tale obiettivo può essere conseguito (...) attraverso l'indicazione delle singole disposizioni di dettaglio rientranti nella legislazione concorrente Stato-Regioni ed aventi carattere cedevole e delle disposizioni di recepimento delle direttive comunitarie sempre di dettaglio e sempre rientranti in ambiti non riservati allo Stato aventi il sopra descritto carattere della cedevolezza e dell'efficacia differita; le altre disposizioni non indicate espressamente saranno quelle costituenti principi fondamentali o attinenti ad ambiti di competenza riservati allo Stato.»

E’ poi ben possibile che singole disposizioni intervengano in ambiti connessi con materie di legislazione esclusiva dello Stato e che quindi si producano interferenze con tali materie (nel senso indicato dalla sentenza della Corte costituzionale n. 50 del 2005). Tale situazione, prosegue il Consiglio di Stato, «se può giustificare la mancata attribuzione del carattere di cedevolezza alle disposizioni attinenti agli ambiti riservati allo Stato, non esonera il legislatore, soprattutto in sede di codificazione, di individuare tali ambiti assegnando una diversa efficacia, cedevole o meno, a seconda della natura delle singole disposizioni.

Del resto, il riassetto della disciplina (…) risponde all'esigenza di una semplificazione normativa e tale semplificazione deve contribuire a garantire il principio della certezza del diritto, soprattutto nell'attuale fase di attuazione di una riforma costituzionale, già ricca di incertezze, in parte risolte solo ex post grazie all'intervento della Corte costituzionale.

Non sembra rispondere al suddetto principio di certezza del diritto lasciare all'interprete l'individuazione dei principi fondamentali e delle norme di dettaglio; tale modo di procedere non consente (…) un adeguato, controllo sulle innovazioni introdotte rispetto alla disciplina previgente e sull'attività di ricognizione effettuata per le disposizioni di dettaglio, con il rischio di mascherare in realtà un'attività di ridisegno di disposizioni, oggi sottratte alla competenza statale (rischio evidenziato, sotto altri profili, da Corte cost. n. 280 del 2004 (…)).»

Nello schema sono inoltre presenti norme che prevedono rinvii a decreti ministeriali di attuazione.

Ai sensi dell’articolo 117, sesto comma, della Costituzione, come già ricordato, la potestà regolamentare nelle materie di competenza concorrente spetta alle Regioni.

Occorre quindi verificare per ogni singola disposizione attributiva di potestà regolamentare la riconducibilità ad ambiti di competenza esclusiva statale o di competenza concorrente, perché solo nel primo caso l’intervento risulta conforme al quadro costituzionale sul riparto di competenze.

Sulla base di queste considerazioni, non sembra infine in linea con il quadro costituzionale sul riparto di competenze la trasformazione in «norme di buona tecnica» della normativa sulla sicurezza contenuta nei decreti degli anni Cinquanta, trattandosi di una disciplina di dettaglio, oramai di competenza esclusiva delle Regioni.

Rispetto degli altri princìpi costituzionali

Il provvedimento, essendo diretto ad assicurare una maggiore tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, sembra in linea con il principio di cui all’art. 35 della Costituzione che prevede la tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Compatibilità comunitaria

Esame del provvedimento in relazione alla normativa comunitaria

La materia della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori è interamente coperta dalla normativa comunitaria.

La disciplina comunitaria prevede i livelli di tutela minima, che devono essere rispettati dagli Stati membri, ed è dettata in primo luogo dalla direttiva n. 89/391/CEE (cd. “direttiva madre”), cui hanno fatto seguito ben diciannove direttive particolari, relative a specifici aspetti o singoli settori.

Il disegno di legge A.C. 2849, nel dettare i principi e criteri direttivi per l’attuazione della delega di cui all’articolo 1, dispone il riordino e il coordinamento delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro nel rispetto (tra l’altro) delle normative comunitarie sulla medesima materia.

Si consideri invece che la proposta di legge A.C. 2636 si attesta, soprattutto per l’attuazione delle direttive particolari, sui livelli di tutela minima, trasponendo letteralmente le disposizioni delle direttive ed abrogando (o trasformando in norme di buona tecnica o buone prassi) molte delle disposizioni interne che prevedevano prescrizioni più stringenti.

Procedure di contenzioso in sede comunitaria

(a cura dell'Ufficio rapporti con l'Unione Europea)

La Commissione ha presentato, il 13 dicembre 2006 (Causa C-504/06)[3], ricorso alla Corte di giustizia delle Comunità europee per non corretto recepimento nell’ordinamento italiano dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 92/57/CEE, del 24 giugno 1992, riguardante le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili.

La Commissione specifica che nel diritto italiano, i cantieri che non raggiungo i 200 uomini-giorno e che non espletano i lavori di cui all’allegato II della direttiva, sono coperti esclusivamente dalle disposizioni in materia di coordinamento di cui all’articolo 7 del decreto n. 626/1994. Questo articolo però impone soltanto un obbligo generale di cooperazione e di coordinamento ai datori di lavoro che all’interno dell’azienda ovvero dell’unità produttiva affidano lavori ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi.

Secondo la Commissione, pertanto, non è possibile ritenere che le disposizioni precise e dettagliate della direttiva 92/57/CE relative al coordinamento richiesto durante le fasi di elaborazione e di realizzazione dell’opera siano considerate recepite dall’articolo del decreto in questione, come sostenuto dal governo italiano.

Documenti all’esame delle istituzioni europee

(a cura dell'Ufficio rapporti con l'Unione Europea)

Salute e sicurezza sul luogo di lavoro

Il 21 febbraio 2007 la Commissione ha presentato la comunicazione “Migliorare la qualità e la produttività sul luogo di lavoro: strategia comunitaria 2007-2012 per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro” (COM(2007) 62), il cui obiettivo principale è una riduzione continua, durevole ed omogenea degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. In particolare, la Commissione mira a ridurre del 25% l’incidenza degli infortuni sul lavoro a livello dell’UE-27, entro il 2012.

Per raggiungere questo obiettivo, la Commissione propone le seguenti misure:

·         garantire una buona attuazione della legislazione dell’UE;

·         sostenere le PMI nell’applicazione della legislazione in vigore;

·         adattare il contesto giuridico all’evoluzione del mondo del lavoro e semplificarlo;

·         favorire lo sviluppo e l’attuazione di strategie nazionali;

·         promuovere un mutamento dei comportamenti dei lavoratori, nonché approcci orientati alla salute presso i datori di lavoro;

·         mettere a punto metodi per l’identificazione e la valutazione dei nuovi rischi potenziali;

·         migliorare il follow-up dei progressi realizzati;

·         promuovere la salute e la sicurezza a livello internazionale.

La comunicazione è accompagnata da un documento di lavoro (SEC(2007) 214) “Relazione sulla valutazione della strategia comunitaria per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro 2002-2006, volto a rilevare il raggiungimento degli obiettivi definiti nella precedente strategia, determinare la misura nella quale sono stati raggiunti e apprezzarne gli effetti. Il documento afferma che la valutazione effettuata evidenzia un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori dell’UE nel corso del periodo 2002-2006; evidenzia, inoltre, che la strategia precedente ha dato un nuovo impulso alle politiche di prevenzione negli Stati membri.

Con la comunicazione la Commissione intende stimolare tutte le parti interessate ad agire di concerto per ridurre i costi elevati degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, nonché a rendere il benessere sul luogo di lavoro una realtà concreta per i cittadini europei, facendo un deciso passo avanti verso l’attuazione dell’agenda per i cittadini adottata il 10 maggio 2006[4].

A tal fine, la comunicazione afferma la necessità di un coordinamento effettivo, a livello comunitario e nazionale, tra le politiche in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro e politiche che potrebbero avere un impatto in questo settore, quali sanità pubblica; sviluppo regionale e coesione sociale; appalti pubblici; occupazione e ristrutturazioni.

La comunicazione sottolinea, inoltre, la necessità di mettere a punto una cultura della prevenzione dei rischi nell’ambito dei programmi di formazione in tutti i livellli del ciclo di istruzione e in tutti i settori, ivi comprese la formazione professionale e l’università. In particolare, ritiene che un ruolo importante spetti all’insegnamento della scuola primaria, dal momento che i riflessi condizionati in materia di prevenzione si acquisiscono durante l’infanzia.

L’attenzione è infine rivolta alla formazione dei giovani imprenditori in materia di gestione della salute e della sicurezza sul luogo di lavoro, nonché alla formazione dei lavoratori per quanto riguarda i rischi nelle imprese e i mezzi per prevenirli e combatterli. Al riguardo, la comunicazione sottolinea che tale aspetto è particolarmente importante per le PMI e  per i lavoratori migranti e ricorda che il Fondo sociale europeo svolge un ruolo essenziale sostenendo le iniziative degli Stati membri per lo sviluppo di una cultura della prevenzione in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro.

Il 30 maggio 2007 il Consiglio ha approvato una risoluzione sulla comunicazione, intitolata “Lavoro di qualità”, con cui accoglie favorevolmente la strategia comunitaria 2007-2012 per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro proposta dalla Commissione.

Salute e sicurezza per l’uso di attrezzature di lavoro

Il 3 novembre 2006 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva relativa ai requisiti minimi di sicurezza e di salute per l’uso delle attrezzature di lavoro da parte dei lavoratori durante il lavoro (COM(2006)652).

Scopo della proposta è quello di avviare la codificazione della direttiva 89/655/CEE, relativa ai requisiti minimi di sicurezza e di salute per l’uso delle attrezzature di lavoro da parte dei lavoratori durante il lavoro. La nuova direttiva intende sostituire le varie direttive che essa incorpora[5], preservando in pieno la sostanza degli atti oggetto di codificazione.

La proposta di direttiva è all’esame delle istituzioni comunitarie secondo la procedura di codecisione.

Responsabilità sociale delle imprese[6]

Con la comunicazione del 22 marzo 2006 “Il partenariato per la crescita e l’occupazione: fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia diresponsabilità sociale delle imprese” (COM(2006)136), la Commissione ha annunciato il suo sostegno al varo di un’Alleanza europea per la responsabilità sociale delle imprese (RSI), al fine di mobilitare le risorse e le capacità delle imprese europee per fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia.

La Commissione propone, in particolare, un’alleanza che definisca uno stretto partenariato tra gli Stati membri, le imprese e tutte le parti interessate per fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia di RSI, poiché la RSI riflette i valori fondamentali dell'UE. La comunicazione specifica, inoltre, che l’alleanza sarà aperta alle imprese europee di tutte le dimensioni e dovrebbe costituire un quadro politico di riferimento per tutte le iniziative, nuove o esistenti, finalizzate a promuovere l’idea della RSI tra le imprese europee. La promozione dell’alleanza da parte della Commissione è il frutto di un dibattito politico, consultazioni e dialogo, le cui tappe principali sono state il Libro verde nel 2001, una comunicazione nel 2002 e l’istituzione di un forum multilaterale europeo sulla RSI.

Nel promuovere ulteriormente la RSI, la Commissione dedicherà particolare attenzione ai seguenti aspetti:

·         sensibilizzazione e scambio di migliori prassi;

·         sostegno a iniziative multilaterali;

·         cooperazione con gli Stati membri;

·         informazione dei consumatori e trasparenza;

·         ricerca;

·         educazione;

·         PMI;

·         dimensione internazionale della RSI.

Il 13 marzo 2007 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione d’iniziativa (cioè non legata ad un procedimento legislativo) sulla responsabilità sociale delle imprese.

Il Parlamento europeo, tra l’altro, sollecita maggiore impegno nel campo della responsabilità sociale delle imprese (RSI) e, pur non chiedendo una normativa vincolante, sottolinea i limiti di un approccio esclusivamente volontario. Il Parlamento europeo, inoltre, chiede di promuovere la partecipazione delle piccole e medie imprese alla RSI e di attivare un meccanismo di difesa per le vittime di illeciti da parte delle imprese, raccomandando anche di rafforzare le responsabilità dei dirigenti delle aziende con più di 1.000 dipendenti.

Statistiche comunitarie

Il 7 febbraio 2007 la Commissione ha presentato una proposta di regolamento relativo alle statistiche comunitarie della sanità pubblica e della salute e sicurezza sul luogo di lavoro (COM(2007) 46).

La proposta della Commissione intende stabilire un quadro di riferimento che assicuri una produzione sistematica di statistiche di elevata qualità che permetta di valutare i risultati delle politiche attuate e di sviluppare e monitorare altre azioni in tali settori.

Secondo la Commissione, infatti, le politiche europee attinenti a tali settori richiederebbero un miglioramento degli standard di qualità e di comparabilità per tutte le rilevazioni correnti di dati, nonché l’attuazione di nuove rilevazioni di dati statistici, per le quali sono state elaborate o sono in corso di elaborazione nuove metodologie. La definizione di un quadro giuridico, ad avviso della Commissione,  consentirebbe di migliorare tali standard nonché di definire tabelle di marcia dettagliate per la loro attuazione a cui tutti gli Stati membri possano fare riferimento.

In particolare, la proposta della Commissione intende stabilire il quadro di tutte le attività attuali e prevedibili nel campo delle statistiche della sanità pubblica e della salute e sicurezza sul luogo di lavoro svolte dal sistema statistico europeo, prospettando, a tal fine, l'adozione di un regolamento generale riguardante tutti i settori interessati. Tale approccio globale consentirebbe di mantenere un collegamento sinergico tra questioni profondamente collegate, quali la salute sul lavoro e al di fuori del lavoro. Il regolamento proposto fissa, inoltre, i principi generali e descrive il contenuto principale delle corrispondenti rilevazioni di dati per i cinque settori interessati: statistiche sullo stato di salute e i determinanti della salute, l'assistenza sanitaria, le cause di decesso, gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali e altri problemi di salute e malattie collegati con il lavoro. I dettagli delle metodologie statistiche e della raccolta dei dati saranno stabiliti da regolamenti d'applicazione della Commissione e precisati in manuali e linee guida.

La proposta di regolamento verrà esaminata dal Parlamento europeo e dal Consiglio secondo la procedura di codecisione.

Incidenza sull’ordinamento giuridico

Attribuzione di poteri normativi

Ci soffermiamo in primo luogo sul disegno di legge A.C. 2849.

L’articolo 3, comma 1, lettera d), introducendo il comma 4-bis all’articolo 18 del D.Lgs. 626/1994, stabilisce che l’elezione dei rappresentanti per la sicurezza aziendali, territoriali o di comparto, salvo diverse previsioni dei contratti collettivi, avvenga di norma in un’unica giornata su tutto il territorio nazionale. L’individuazione di tale giornata è demandata ad un decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sentite le organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. Con tale decreto vengono inoltre disciplinate le modalità di attuazione del comma in esame.

L’articolo 4, comma 1, dispone che con apposito D.P.C.M., previa intesa in sede di Conferenza unificata, sia disciplinato il coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, affidato ai comitati regionali di coordinamento di cui all’articolo 27 del D.Lgs. 626/1994 e al D.P.C.M. 5 dicembre 1997.

L’articolo 4, comma 5, autorizza il Ministro dell’economia, su proposta del Ministro del lavoro, ad apportare le occorrenti variazioni di bilancio che si rendessero necessarie a seguito della disposizione di cui al comma precedente.

L’articolo 10 concede, in via sperimentale per il biennio 2008-2009, entro un limite di spesa di 20 milioni di euro annui, un credito di imposta per le spese sostenute dai datori di lavoro per la partecipazione dei lavoratori a programmi di formazione in materia di tutela e sicurezza sul lavoro. Si prevede quindi che, il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, con proprio decreto, dovrà stabilire, ai soli fini della concessione del credito di imposta in questione, i criteri e le modalità della certificazione della formazione. Inoltre, ogni anno il Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, dovrà emanare uno o più decreti per ripartire le risorse tra i beneficiari.

Passiamo adesso a considerare la proposta di legge A.C. 2636.

L’articolo 5 rinvia ad un decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'università e della ricerca, per l’eventuale individuazione di altre specializzazioni che possono permettere di ricoprire l’incarico di medico competente.

All’articolo 15, comma 9, si prevede che gli organismi statali di formazione pubblici organizzano i corsi di formazione secondo tariffe, determinate sulla base del costo effettivo del servizio, da stabilire, con le relative modalità di versamento, con decreto del Ministro competente per materia, entro un mese dalla data di entrata in vigore del provvedimento.

All’articolo 31, comma 2, si prevede che restano ferme le competenze in materia di sicurezza e salute dei lavoratori attribuite dalle disposizioni vigenti agli uffici di sanità aerea e marittima e alle autorità marittime, portuali e aeroportuali, per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori a bordo di navi e di aeromobili e in ambito portuale ed aeroportuale, nonché ai servizi sanitari e tecnici istituiti per le Forze armate e per le Forze di polizia; si dispone inoltre che i predetti servizi sono competenti altresì per le aree riservate od operative e per quelle che presentano analoghe esigenze da individuare, anche per quel che riguarda le modalità di attuazione, con decreto del Ministro competente di concerto con i Ministri del lavoro e della previdenza sociale e della salute.

All’articolo 40, comma 4, si dispone che con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale e del Ministro della salute, sentita la Commissione consultiva permanente per la prevenzione degli infortuni e l'igiene del lavoro, possono essere individuati, in relazione a particolari rischi, criteri integrativi per la raccolta e l'elaborazione delle informazioni relative ai rischi e ai danni derivanti da infortunio durante l'attività lavorativa.

Coordinamento con la normativa vigente

La materia della tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori è caratterizzata da una stratificazione di discipline, i cui “blocchi” principali sono costituiti da una serie di regolamenti risalenti agli anni Cinquanta e dalla normativa emanata negli anni Novanta (in primo luogo il D.Lgs. n. 626/94) in attuazione delle direttive comunitarie.

Per quanto riguarda il disegno di legge A.C. 2849, l’articolo 1, nell’attribuire al Governo la delega ad adottare per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, dispone che ciò avvenga, tra l’altro, realizzando il necessario coordinamento con le disposizioni vigenti.

L’articolo 5, al fine di contrastare il lavoro sommerso e promuovere la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, è volto ad estendere, a tutti i settori produttivi, i poteri di sospensione dei lavori e di interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni (compresa la partecipazione a gare pubbliche) previsti dall’art. 36-bis, commi 1 e 2, del D.L. 223/2006 nei casi di violazioni di una certa gravità della disciplina relativa alla regolarità delle assunzioni e all’orario di lavoro che avvengano nel settore dell’edilizia.

Sempre al fine di contrastare il lavoro sommerso e promuovere la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, l’articolo 6 provvede ad estendere a tutte le attività espletate in regime di appalto o subappalto gli obblighi relativi alla tessera di riconoscimento per il personale, già previsto dall’art. 36-bis, commi da 3 a 5, del D.L. 223/2006 con riferimento ai cantieri edili.

 

La proposta di legge A.C. 2636, come detto, reca una disciplina organica in materia di salute e sicurezza sul lavoro, volta ad un riordino e ad una riforma complessiva delle disposizioni vigenti in materia. Il provvedimento, come evidenziato nella relazione illustrativa, intende assumere una portata non solamente compilativa ma anche innovativa e di semplificazione rispetto alla vigente normativa in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, fermo restando il rispetto della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni ai sensi del Titolo V della Costituzione.

Ferma restando la questione del mancato rispetto del riparto di competenze previste dal titolo V della Costituzione,la scelta operata nel testo in esame è quella di imporre al datore di lavoro una serie di obblighi di carattere generale, dal contenuto ampio e non specificamente determinato, volti ad assicurare l’adozione delle necessarie misure di sicurezza per il lavoratore. L’inosservanza di tali obblighi è sanzionata penalmente.

Nella maggior parte dei casi le disposizioni contenute nella proposta di legge e negli allegati si limitano a riprodurre le disposizioni minime di tutela contenute nelle direttive comunitarie.

Le norme di sicurezza di carattere specifico, contenute in una serie di regolamenti degli anni Cinquanta e in altre leggi successive, diventano invece tutte “norme di buona tecnica” o “buone prassi”, insieme alle specifiche tecniche emanate da una serie di organismi europei ed alle soluzioni organizzative o procedurali volte alla tutela della salute sui luoghi di lavoro raccolte e validate da regioni, ISPESL, INAIL ed enti bilaterali (cfr.art. 5, comma 1, lettere n) ed o)). Le sanzioni penali che assistevano le suddette norme di carattere specifico sembrerebbero conseguentemente abrogate.

La norma-cardine di questo sistema è l’articolo 32, che prevede che gli ispettori che riscontrano la mancata adozione delle norme di buona tecnica e delle buone prassi impartiscono disposizioni esecutive ai fini dell’applicazione delle suddette norme.

Sembrerebbe derivarne che:

§          ove l’inosservanza delle norme di buona tecnica o delle buone prassi concreti una violazione degli obblighi di carattere generale previsti dalla proposta di legge, si applica una sanzione di carattere penale (arresto o ammenda, trattandosi di contravvenzioni);

Si ricorda comunque che per le contravvenzioni in materia di sicurezza ed igiene del lavoro opera già l’istituto della prescrizione obbligatoria, il quale prevede, in caso di regolarizzazione della situazione del datore di lavoro entro un termine fissato dall’organo di vigilanza, l’estinzione del reato ed l’applicazione di una sanzione di carattere pecuniario (artt. 19-25 D.Lgs. n. 758/94).

§          laddove l’inosservanza delle norme di buona tecnica o delle buone prassi non concreti una violazione degli obblighi di carattere generale previsti dalla proposta di legge, scatta invece la disposizione esecutiva dell’ispettore, alla quale il datore di lavoro è tenuto ad adeguarsi entro un certo termine. Solo in caso di mancato adeguamento è prevista una sanzione penale (arresto da tre a sei mesi o ammenda da 3.000 a 5.000 euro). Anche in tal caso opera peraltro l’istituto della prescrizione obbligatoria e dovrebbe quindi esservi una nuova intimazione ad adempiere dell’organo di vigilanza.

Non appare dunque chiara la natura delle norme di buona tecnica o buone prassi.

Secondo la relazione illustrativa, « si è proceduto alla completa ricognizione delle norme contenute nei citati decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta, all'esito della quale si sono individuate le previsioni direttamente incidenti sulle condizioni di sicurezza, che sono state incorporate nel testo unico e per le quali il meccanismo del rinvio alle norme di buona tecnica e alle buone prassi non opera, e quelle che ormai risultano ampiamente superate e il cui mancato rispetto non comporta conseguenze immediate e dirette sulle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, che vengono considerate norme di buona tecnica o buone prassi - ai sensi e per gli effetti della presente proposta di legge - non più obbligatorie ma la cui osservanza comporta l'adempimento degli obblighi di sicurezza».

La citata ricognizione non sembra peraltro essere stata attuata con rigore: nella maggior parte dei casi, come già rilevato, ci si è limitati a riprodurre le disposizioni minime di tutela previste dalla normativa comunitaria. Si rileva inoltre che:

§          se le disposizioni dei decreti degli anni Cinquanta risultano superate, esse avrebbero dovuto essere abrogate e non trasformate in norme di buona tecnica o buone prassi;

§          se le disposizioni dei decreti degli anni Cinquanta non risultano invece superate (come sembrerebbe, dal momento che la loro osservanza «comporta l’adempimento degli obblighi di sicurezza»), la loro riduzione a norme di buona tecnica o buone prassi sembra portare in ultima analisi ad un abbassamento del livello di sicurezza sul luogo di lavoro.

Un’ulteriore conseguenza della mancanza di una puntuale ricognizione della materia è la possibilità che, nel medesimo ambito, vigano norme di buona tecnica o buone prassi difformi tra loro o addirittura contrastanti, data la molteplicità delle fonti, con ulteriori effetti negativi sul piano della certezza del diritto.

Si osserva inoltre che, nonostante la formulazione letterale dell’articolo 195, la riconduzione delle previsioni dei regolamenti degli anni Cinquanta a “norme di buona tecnica” o “buone prassi” sembrerebbe determinare, sul piano sistematico, l’abrogazione dei medesimi regolamenti come fonti normative di rango secondario; le medesime previsioni quindi non verrebbero abolite nella sostanza, ma assumerebbero formalmente la veste di “norme di buona tecnica” o “buone prassi”. Ciò sembra rispondere anche alla intentio legis, come si desume da alcuni passi della relazione illustrativa (v. la sezione “Apparato sanzionatorio e potere di disposizione” della medesima relazione).

Collegamento con lavori legislativi in corso

Con riferimento alle disposizioni di cui all’articolo 1, comma 2, lettera s) e all’articolo 8 del disegno di legge A.C. 2849, che prevedono modifiche al codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture (cfr. supra), si ricorda che è attualmente all’esame delle competenti Commissioni parlamentari per l’espressione del relativo parere lo schema di decreto legislativo n. 104, concernente modifiche al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, recante il codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture.

Lo schema di decreto legislativo in questione - adottato in attuazione della norma di delega contenuta nell’articolo 25, comma 3, della legge 18 aprile 2005, n. 62 - è il secondo provvedimento correttivo del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture.

Il provvedimento si compone di cinque articoli.

In particolare l’articolo 3 detta disposizioni finalizzate, secondo quanto precisato nella relazione illustrativa, a ”rafforzare la tutela del lavoro - con riguardo segnatamente alle condizioni di lavoro e ai diritti dei lavoratori nell'esecuzione dei contratti pubblici - e la vigilanza in materia, soprattutto per esigenze di contrasto alla criminalità mafiosa, in virtù di una attenta considerazione della realtà nazionale ed in accoglimento di precise indicazioni formulate, rispettivamente, dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale e dal Ministero dell'interno”.

I numeri da 1) a 4) del comma 1 prevedono rispettivamente:

§         che ai fini della disciplina dei requisiti soggettivi degli operatori economici il regolamento recante la disciplina esecutiva e attuativa del codice dei contratti pubblici deve considerare anche la regolarità contributiva attestata dal documento unico di regolarità contributiva (DURC) di cui all’articolo 2, comma 2, del D.L. 25 settembre 2002, n. 210 convertito con modificazioni dalla legge 22 novembre 2002, n.266;

§         che il summenzionato regolamento detti disposizioni di attuazione ed esecuzione del codice dei contratti pubblici anche per quanto riguarda la tutela dei diritti dei lavoratori;

§         che tra i Ministeri interessati con cui l’Osservatorio dei contratti pubblici deve attivare un apposito collegamento informatico c’è anche il Ministero del lavoro e della previdenza sociale;

§         che, nella determinazione dei costi standardizzati per tipo di lavoro e per tipo di servizio e fornitura in relazione a specifiche aree territoriali,l’Osservatorio tiene conto del costo del lavoro determinato dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale ai fini della verifica delle offerte anormalmente basse.

Impatto sui destinatari delle norme

Il disegno di legge A.C. 2849 in primo luogo prevede una delega per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro. L’attuazione di tale delega, tramite la razionalizzazione e l’aggiornamento della vigente normativa, potrebbe realizzare un quadro normativo che sia in grado di garantire una tutela più adeguata della salute e sicurezza dei lavoratori. Tra l’altro la delega, prevedendo che la disciplina in questione debba essere applicata a tutti i lavoratori e lavoratrici, autonomi e subordinati, nonché ai soggetti ad essi equiparati sostanzialmente dispone un estensione del campo di applicazione della disciplina in questione a tutti i lavoratori, anche a quelli “parasubordinati” e autonomi.

Si consideri, inoltre, che il provvedimento reca disposizioni direttamente precettive volte ad adeguare immediatamente la disciplina vigente, in maniera da rendere operative quanto prima possibile le misure più urgenti per la salute e sicurezza sul lavoro. Per esempio, si dispone un rafforzamento delle specifiche tutele da adottare nel caso di contratto d’appalto, si adeguano le attribuzioni del rappresentante per la sicurezza, si introducono strumenti per un più efficiente coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, si creano i presupposti per rafforzare l’attività ispettiva tramite l’assunzione di ispettori del lavoro, la destinazione di ulteriori risorse al funzionamento e al potenziamento dell’attività ispettiva e l’attribuzione agli organi ispettivi dei poteri di sospensione dell’attività e di interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni nei casi di violazioni di una certa gravità della disciplina relativa alla regolarità delle assunzioni, all’orario di lavoro nonché alla salute e sicurezza sul lavoro, si prevedono sanzioni pecuniarie e interdittive per le persone giuridiche nel caso di gravi violazioni delle norme sulla sicurezza del lavoro da parte dei loro dirigenti, si introducono strumenti per favorire la formazione e l’informazione nella materia in questione. Ciò dovrebbe garantire, già con l’entrata in vigore del provvedimento e in attesa dell’emanazione dei decreti legislativi che attueranno la delega, una maggiore tutela dei lavoratori soprattutto grazie al rafforzamento dell’attività di prevenzione e di vigilanza.

In maniera corrispondente, sulla base di tali misure i datori di lavoro potrebbero essere sottoposti a controlli più efficienti e puntuali relativi al rispetto della disciplina relativa alla salute e sicurezza sul lavoro e, in caso di violazione della medesima disciplina, potrebbero incorrere in sanzioni o comunque in provvedimenti con maggiore potere di deterrenza (si pensi appunto alle sanzioni pecuniarie e interdittive per le persone giuridiche, o alla sospensione dell’attività e interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni).

Formulazione del testo

Per quanto riguarda il disegno di legge A.C. 2849, all’articolo 1, comma 2, si osserva che la disposizione di cui alla lettera p) si presta ad interpretazioni non univoche.

La copertura “a valere su una quota” delle risorse dell’articolo 1, comma 780, della legge finanziaria per il 2007 potrebbe intendersi riferita:

§          alle risorse derivanti “dall’incremento del complessivo gettito contributivo INAIL ove superiore al tasso di variazione nominale del PIL per l’anno 2007” eccedenti rispetto a quelle necessarie per la riduzione dei premi INAIL per l’artigianato previste dal comma 780 medesimo;

§          alle risorse derivanti “dall’incremento del complessivo gettito contributivo INAIL ove superiore al tasso di variazione nominale del PIL per l’anno 2007” attualmente destinate dal comma 780 alla riduzione dei premi INAIL per l’artigianato. Tale interpretazione, che appare più aderente alla formulazione letterale del testo, comporta di fatto una riduzione delle risorse da destinare alla riduzione dei premi INAIL.

 

Con riferimento all’articolo 1, comma 2, lettera s), posto che il successivo articolo 7 procede direttamente a novellare l’articolo 86 del decreto legislativo n. 163 del 2006 (cd. codice dei contratti pubblici), nel senso indicato dalle disposizioni contenute nei nn. 2) e 3) della medesima lettera s), occorre valutare l’opportunità di mantenere tali disposizioni quali criteri direttivi della delega.

All’articolo 3, comma 1, lettera d), si segnala che la norma potrebbe prestarsi a dubbi interpretativi in quanto, utilizzando la locuzione “di norma”, non individua in maniera univoca la modalità di elezione del rappresentante per la sicurezza.

All’articolo 4, comma 7, si osserva che, secondo le linee definite dal QSN 2007-2013, i programmi operativi che potrebbero finanziare i predetti progetti sperimentali e i percorsi di formazione, sono riferibili al solo obiettivo 1 comunitario, che riguarda esclusivamente alcune regioni, mentre l’unico PON obiettivo 2 è relativo ad azioni di coordinamento. A causa della genericità della formulazione della norma, pertanto, occorrerebbe un chiarimento del Governo in merito a quale siano i Programmi operativi a titolarità del Ministero del lavoro contenuti nel QSN 2007-2013.

All’articolo 5, comma 1, si evidenzia che la disposizione, almeno sul piano letterale, sembrerebbe prevedere un potere discrezionale di disporre la sospensione dell’attività da parte del personale ispettivo, presumibilmente sulla base della gravità della violazione riscontrata nel caso concreto. Sarebbe tuttavia opportuno formulare la norma in maniera più perspicua, per chiarire se effettivamente il personale ispettivo disponga di tale discrezionalità o se invece sia tenuto ad adottare il provvedimento di sospensione ogniqualvolta si verifichi una delle ipotesi di violazione previste.

Sempre all’articolo 5, comma 1, sarebbe opportuno formulare la disposizione in maniera più perspicua, al fine di precisare se il provvedimento interdittivo possa sin dall’inizio prevedere l’interdizione dalla contrattazione con le PP.AA. e alla partecipazione a gare pubbliche per un periodo più lungo rispetto alla sospensione dell’attività imprenditoriale o se, al contrario, tale maggiore durata dell’interdizione possa eventualmente essere disposta solamente in un secondo momento, con un apposito provvedimento di proroga. Perplessità suscita inoltre la previsione secondo cui l’eventuale maggiore durata della interdizione non possa essere disposta per un periodo interiore al doppio della durata della sospensione. Infine si osserva che non è chiaro se il provvedimento di interdizione dalla contrattazione con le PP.AA. e alla partecipazione a gare pubbliche debba essere in ogni caso adottato in conseguenza del provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, o se invece gli uffici competenti mantengano una certa discrezionalità sulla relativa adozione.

All’articolo 6, comma 2, che prevede una modalità di adempimento semplificato (ai fini del controllo sulla regolarità del personale utilizzato) per le imprese di minori dimensioni, non è chiaro se il limite dimensionale delle dieci unità si riferisca al personale assunto dall’impresa o esclusivamente al personale utilizzato nell’ambito del singolo luogo di lavoro dalla stessa impresa. Inoltre, nella medesima disposizione la previsione secondo cui si computano anche i lavoratori autonomi ai fini della determinazione della dimensione dell’impresa sembra incongruente rispetto alla ratio della norma, dal momento che ai sensi del comma 1 gli stessi lavoratori autonomi sono tenuti a provvedere per proprio conto all’obbligo relativo alla tessera identificativa.

All’articolo 12, comma 1, si osserva che sarebbe opportuno sostituire le parole: “nel numero massimo complessivo di 300 unità di personale” con le seguenti:”fino a complessive 300 unità di personale”.


Schede di lettura


Quadro normativo

In materia di igiene e sicurezza sul lavoro, la Costituzione italiana (articoli 2, 32 e 41) prevede la tutela della persona umana nella sua integrità psico-fisica come principio assoluto ai fini della predisposizione di condizioni ambientali sicure e salubri.

Partendo da tali principi costituzionali la giurisprudenza[7] ha stabilito che la tutela del diritto alla salute del lavoratore si configura sia come diritto all’incolumità fisica sia come diritto ad un ambiente salubre.

 

Il quadro normativo che disciplina la materia della sicurezza sul lavoro è articolato e complesso. Più specificamente, tale quadro normativo è costituito:

 

§      da disposizioni del codice civile (articolo 2087);

§      dalla disciplina-quadro, contenuta nel D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626[8] (e successive modificazioni), che, recependo la corrispondente normativa comunitaria, ha definito il sistema generale della prevenzione e sicurezza sul lavoro;

§      da una serie di provvedimenti specifici, emanati allo scopo di disciplinare la sicurezza sul lavoro con riferimento ai rischi connessi a particolari lavorazioni, recependo specifiche direttive comunitarie;

§      dallo Statuto de lavoratori[9], per quanto attiene agli aspetti legati al controllo dell’applicazione delle misure antinfortunistiche;

§      dalla contrattazione collettiva.

 

A distanza di più di un decennio dall’emanazione del D.Lgs. 626 del 1994, il processo di produzione legislativa in materia di tutela e sicurezza del lavoro in pratica non ha conosciuto soste. In particolare, il legislatore italiano si è trovato di fronte ad una notevole produzione normativa di fonte comunitaria, ed ha continuato nel corso degli anni a trasporre quanto prodotto a livello europeo. Tutto ciò non soltanto ha comportato una produzione normativa che ha aggiornato o integrato le norme già inserite nel D.Lgs. 626/1994, ma ha dato vita ad una serie di discipline settoriali che si sono aggiunte alla disciplina-quadro per garantire la protezione e tutela, soprattutto su base preventiva, dei lavoratori esposti a rischi specifici, ad esempio ad agenti o lavorazioni pericolose[10].

 

Il quadro normativo in materia di sicurezza sul lavoro è quindi caratterizzato da un'integrazione tra previgente diritto interno e disciplina di origine comunitaria in un nuovo assetto che, definito nelle sue linee essenziali nella prima parte degli anni Novanta, ha conosciuto negli ultimi anni un progressivo ampliamento.

L'impatto della disciplina comunitaria, con particolare forza a seguito di quanto previsto nel Trattato che istituisce la Comunità europea dall’attuale articolo 137 (ex articolo 118)[11], ha portato ad una profonda trasformazione della normativa applicabile alle diverse attività produttive e della sua ispirazione di fondo, con l'emergere in primo piano di una logica basata sulla prevenzione degli infortuni (piuttosto che sulla tutela risarcitoria del lavoratore), che si esplica tra l’altro attraverso un'attività informativa e formativa cui i lavoratori e gli imprenditori sono chiamati a partecipare e collaborare attivamente.

Le profonde modificazioni all'impianto normativo determinate dall'impatto della nuova legislazione di origine comunitaria sul previgente diritto interno, nell'offrire risposte più moderne ed efficaci ai problemi della sicurezza, hanno peraltro determinato difficoltà "di transizione", legate alla modificazione dello spirito di fondo dell'azione per la sicurezza imposta a imprenditori, lavoratori e autorità di controllo, alla oggettiva complessità normativa che ne è risultata, nonché ai tempi e alle modalità per la sua attuazione a livello secondario e per la sua concreta applicazione. Anche per tali motivi, il sistema delineato è apparso talvolta connotato da scarsa effettività: il campo della sicurezza sul lavoro è infatti caratterizzato da una non trascurabile dicotomia tra rigore formale delle norme e pratica applicazione delle stesse nel sistema produttivo.

 

Per quanto riguarda l’andamento infortunistico, si richiama l’attenzione sull’aumento degli infortuni mortali registrato nel 2006, con una preoccupante inversione di tendenza rispetto all’evoluzione positiva degli anni precedenti.

Più in generale nel 2006 la tendenza alla diminuzione complessiva degli infortuni, in essere a partire dal 2002, ha subito un sostanziale rallentamento[12].

Più in dettaglio, dai dati pubblicati dall’INAIL nelRapporto annuale 2005[13], risultano denunciati al medesimo Istituto circa 939,6 mila infortuni sul lavoro avvenuti nel 2005[14], con circa 27mila casi in meno rispetto al 2004 (diminuzione pari al 2,8 per cento). Il calo del 2005 fa seguito alle riduzioni rilevate negli anni precedenti (-1,6% nel 2003 e -1,1% nel 2004). A livello di comparto, 844.852 infortuni si sono verificati nell’Industria e Servizi, 66.286 in Agricoltura e 28.428 tra i Dipendenti dello Stato. Il calo infortunistico è risultato più consistente, come di consuetudine, in Agricoltura (-4,3%) e significativo, comunque, anche nell’Industria e servizi (-2,8%), mentre, in controtendenza, per i lavoratori dello Stato si è registrato un aumento dell’1,4%, molto più contenuto comunque degli incrementi osservati negli anni precedenti.

Il calo del fenomeno infortunistico, come già detto, subisce invece un sostanziale rallentamento nel 2006. Difatti, lo stesso Istituto assicuratore, in una successiva pubblicazione[15], evidenzia come le prime rilevazioni su base annua indicano per il 2006 una riduzione degli infortuni denunciati dell’1,3% (rispetto al -2,8% del 2005). Ma il dato più grave e negativo si riferisce agli infortuni mortali, dal momento che dalle stesse rilevazioni risultano avvenuti 1.280 infortuni mortali nel 2006[16], un dato in crescita rispetto a quello aggiornato del 2005 (1.265 casi mortali). L’incremento deriva esclusivamente dai settori dell’Industria e Servizi, mentre nei settori relativi all’Agricoltura e ai Dipendenti statali appare confermato il calo rilevato negli anni precedenti. Inoltre l’incremento riguarda gli infortuni mortali avvenuti sui luoghi di lavoro, mentre continuano a calare gli infortuni in itinere.

Tale dato risulta ancora più grave se si considera che a partire dal 2002 si era verificata costantemente anno per anno una diminuzione del numero di infortuni mortali (1.478 nel 2002, 1.449 nel 2003, 1.328 nel 2004, 1.265 nel 2005), per cui il dato relativo al 2006 segna una battuta d’arresto nel trend relativo alla riduzione degli infortuni mortali.

Peraltro, come evidenziato nella medesima pubblicazione, mentre il dato degli infortuni mortali relativo al 2005 può ormai considerarsi consolidato, il dato relativo al 2006 è da ritenere sottostimato a causa dei criteri di rilevazione dei dati e quindi è destinato ad aumentare ulteriormente: sulla base di proiezioni statistiche, il numero degli infortuni mortali del 2006 dovrebbe purtroppo superare la soglia delle 1.300 unità[17].

 

Si consideri tuttavia che sulla base di dati non consolidati, derivanti dall’aggiornamento degli archivi Banca dati statistica al 15 maggio 2007, diffusi recentemente dall’INAIL sul proprio sito internet come anticipazione dei dati relativi al Rapporto Annuale 2006, nel primo trimestre 2007:

§         risultano avvenuti nel complesso 220.953 infortuni sul lavoro, rispetto ai 230.858 infortuni del primo trimestre del 2006 (con un calo del 4,3%);

§         risultano avvenuti 229 infortuni mortali, rispetto ai 271 casi mortali del primo trimestre del 2006 (con un calo quindi del 15,5%).

 

Negli ultimi anni l’attività legislativa interna in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori volta ad adeguarsi all’ordinamento comunitario è avvenuta secondo le seguenti modalità alternative:

§      attraverso il progressivo e costante aggiornamento ed adeguamento del testo fondamentale in materia costituito dal D.Lgs. 626 del 1994, con particolare riferimento ai seguenti temi:

-       individuazione delle capacità e dei requisiti professionali richiesti agli addetti ed ai responsabili dei servizi di prevenzione e protezione dei lavoratori (D.Lgs. 23 giugno 2003, n. 195, in base alla delega contenuta nell’articolo 21 della L. 39 del 2002, comunitaria 2001);

-       prescrizioni minime contro i rischi per la salute e la sicurezza derivanti dagli effetti prodotti da agenti chimici presenti sul luogo di lavoro, o risultanti da qualunque attività professionale che comporti la presenza o l'utilizzazione di agenti chimici (D.Lgs. 2 febbraio 2002, n. 25, emanato in base alla delega contenuta nella L. 422 del 2000, comunitaria 1999, che dà attuazione alla direttiva 98/24/CE, c.d. “quattordicesima direttiva particolare” ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, della “direttiva-madre” 89/391/CEE);

-       prescrizioni di sicurezza e tutela della salute dei lavoratori che possono essere esposti al rischio delle atmosfere esplosive (D.Lgs. 12 giugno 2003, n. 233, emanato in base alla delega contenuta nella L. 39 del 2002, legge comunitaria 2001, che dà attuazione alla direttiva 1999/92/CE);

-       prescrizioni minime di sicurezza da adottare per l'uso delle attrezzature di lavoro ai fini dell'esecuzione di lavori temporanei in quota che possono esporre i lavoratori a rischi di caduta e ad altri gravi infortuni (D.Lgs. 8 luglio 2003, n. 235, emanato in base alla delega contenuta nella legge n. 39/2002, legge comunitaria 2001, che dà attuazione alla direttiva 2001/45/CE);

-       sicurezza sanitaria per i lavoratori addetti ai videoterminali, ai sensi dell’articolo 7 della legge comunitaria 2002 (L. 14 del 2003);

-       prescrizioni di sicurezza e tutela della salute dei lavoratori esposti ai rischi derivanti dagli agenti fisici (rumore) (D.Lgs. 10 aprile 2006 n. 195, emanato in base alla delega contenuta nella legge 18 aprile 2005, n. 62, legge comunitaria 2004, in attuazione della direttiva 2003/10/CE, diciassettesima direttiva particolare ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, deIla direttiva 89/391/CEE);

-       protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con un’esposizione all’amianto durante il lavoro (D.Lgs. 25 luglio 2006, n. 257, emanato in base alla delega contenuta nella legge n. 62/2005, legge comunitaria 2004, in attuazione della direttiva 2003/18/CE, modificativa della direttiva 83/477/CEE);

 

§      attraverso autonomi provvedimenti legislativi complementari al D.Lgs. 626 del 1994, volti al recepimento delle direttive comunitarie riguardanti specifici settori di attività o particolari categorie di lavoratori[18]. In tal senso, vanno in particolare ricordati gli interventi riguardanti le prescrizioni minime in materia di protezione dei lavoratori contro i rischi per la salute e la sicurezza che derivano, o possono derivare, dall’esposizione a vibrazioni meccaniche, attuate con il D.Lgs. 19 agosto 2005, n. 187, adottato in base alla delega contenuta nella legge comunitaria 2003 (L. 306 del 2003), che dà attuazione alla direttiva 2002/44/CE, sedicesima direttiva particolare ai sensi dell’articolo 16, paragrafo 1, della “direttiva-madre” n. 89/391/CEE[19];

 

§      ulteriori interventi, comunque legati alla normativa comunitaria in materia di sicurezza sul lavoro. A titolo indicativo, si ricordano:

-       la modifica dei requisiti previsti per la nomina del direttore responsabile di taluni impianti nei quali si esercita l’attività estrattiva (articolo 20 del D.Lgs. 25 novembre 1996, n. 624), in base alla delega contenuta nell’articolo 19 della legge comunitaria 2001 (L. 39 del 2002),

-       l’adeguamento delle attrezzature di lavoro mobili utilizzate dai lavoratori delle miniere (articolo 20 della richiamata L. 39 del 2002).

Il quadro normativo in materia di sicurezza è stato arricchito anche in maniera indiretta, attraverso il richiamo delle disposizioni del D.Lgs. 626 del 1994 in altri importanti provvedimenti emanati nel corso degli ultimi anni. Un esempio significativo al riguardo è rappresentato dalle relazioni tra tutela della salute e sicurezza sui posti di lavoro e nuove tipologie contrattuali contenute nel D.Lgs. n. 276 del 2003, emanato sulla base della delega di cui alla L. 30 del 2003 in materia di occupazione e mercato del lavoro. Rinvii alla disciplina del D.Lgs. 626 del 1994 sono presenti, per esempio, nelle disposizioni relative al lavoro a progetto (prevedendosi l’applicazione della disciplina sulla sicurezza quando la prestazione lavorativa si svolga nei luoghi di lavoro del committente) e alla somministrazione di lavoro (con una ripartizione degli obblighi di sicurezza tra somministratore e utilizzatore), mentre in altre tipologie (lavoro intermittente e lavoro ripartito) è da ritenersi applicabile sostanzialmente la disciplina generale sulla sicurezza, con i marginali adattamenti richiesti dalla particolarità delle forme contrattuali.

 

Per quanto riguarda invece importanti interventi in materia di sicurezza sul lavoro non direttamente connessi al recepimento di direttive comunitarie, si ricorda che l’articolo 36-bis, commi 1-8, del D.L: 4 luglio 2006, n. 223, convertito dalla L. 4 agosto 2006, n. 248, ha introdotto una serie di misure per contrastare il lavoro sommerso e per promuovere la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro con riferimento al settore dell’edilizia che rappresenta uno dei settori più critici e a rischio per tali problematiche. Tra l’altro si è previsto che, in attesa dell’adozione di un testo unico in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, le violazioni di una certa gravità della disciplina relativa alla regolarità delle assunzioni e all’orario di lavoro possano condurre all’emanazione di provvedimenti di sospensione dei lavori e di interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni (compresa la partecipazione a gare pubbliche).

Il sistema di prevenzione e sicurezza contenuto nel D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626

La disciplina generale in materia di sicurezza sul lavoro definita dal D.Lgs. 626 del 1994 ha introdotto un sistema di prevenzione e sicurezza a livello aziendale basato sulla partecipazione attiva di una serie di soggetti interessati alla realizzazione di un ambiente di lavoro idoneo a garantire la salute e la protezione dei lavoratori.

 

Le misure principali sono costituite da una serie di linee di intervento, riconducibili:

§         al monitoraggio dei rischi nonché all’attuazione di azioni volte alla riduzione degli stessi;

§         agli interventi sugli impianti, sui metodi di lavorazione, sulle materie prime o comunque sulle materie da lavorare;

§         alla protezione individuale o collettiva dei lavoratori;

§         alle procedure di informazione, formazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori.

Ambito soggettivo

L’applicazione della disciplina riguarda tutti i settori di attività, sia privati sia pubblici.

 

Soggetti destinatari degli obblighi previsti dalla disciplina sono:

 

§         datori di lavoro: essi sono i principali destinatari degli obblighi di sicurezza;

 

§      dirigenti e preposti: sono coloro che dirigono o sovrintendono le attività alle quali si applicala normativa in oggetto. Nei loro confronti vige l’obbligo, nell’ambito delle proprie competenze, di adottare le misure necessarie per la sicurezza e la salute dei lavoratori. Essi, inoltre, possono essere delegati dal datore di lavoro all’adempimento degli obblighi posti dalla legge a carico di quest’ultimo, ad eccezione degli adempimenti non delegabili (ad esempio gli obblighi connessi agli accordi di riallineamento contributivo). Si ricorda, infine, che obblighi identici sussistono anche nei confronti del consulente esterno (cioè non facente parte del sistema aziendale) nel caso in cui tale soggetto abbia assunto mansioni corrispondenti a quelle di un dirigente di fatto.

 

Soggetti destinatari delle tutele previste dalla disciplina sono, in primo luogo, i lavoratori subordinati[20]. La normativa riguarda anche:

o        i soci lavoratori di cooperative o di società, anche di fatto; gli allievi degli istituti di istruzione ed universitari e i partecipanti a corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di macchine ed attrezzature in genere nonché agenti chimici, fisici e biologici;

o        gli utenti di sevizi di orientamento o formazione scolastica, universitaria o professionale, avviati presso i datori di lavoro al fine di agevolare o perfezionare le loro scelte professionali.

 

La normativa in oggetto, invece, non si applica:

§      agli addetti ai servizi domestici e familiari con rapporto di lavoro subordinato, anche speciale;

§      alle seguenti categorie lavorative, a meno che i medesimi soggetti non rivestano la posizione di datori di lavoro (nel qual caso sono soggetti ai relativi obblighi):

o        autonomi;

o        agenti e rappresentanti;

o        associati in partecipazione;

o        soci di società che apportano solamente capitale;

o        liberi professionisti, anche organizzati in studi professionali.

 

Inoltre, fermo restando il rispetto dei principi di prevenzione e protezione previsti per la generalità dei lavoratori e dei settori produttivi, sono previsti discipline particolari per particolari tipologie di lavoratori o con riferimento a specifiche lavorazioni.

Ambito oggettivo

Obblighi del datore di lavoro

 

Oltre ad una serie di obblighi di carattere generale, consistenti nell’adozione di tutte le misure, anche se non espressamente previste da norme di legge, necessarie o anche solamente utili ed opportune al fine della prevenzione degli infortuni e della garanzia della massima sicurezza possibile sulla base della tecnologia disponibile, la normativa individua obblighi specifici a carico del datore di lavoro, concernenti:

 

§      la prevenzione.

Ai fini della prevenzione l’attività fondamentale risiede nella valutazione del rischio, effettuata dal datore di lavoro in relazione alla natura dell’attività dell’azienda, e che si concretizza nella redazione di un apposito documento al termine della valutazione, contenente una relazione sulla valutazione dei rischi, l’individuazione delle misure di prevenzione e protezione utilizzate, nonché un programma delle misure al fine di garantire il miglioramento della prevenzione nel tempo. La valutazione ed il relativo documento devono comunque essere rielaborati in occasione di significative modifiche del processo produttivo. Inoltre, in ciascuna azienda deve essere presente un Servizio di prevenzione e protezione, formato all’interno della medesima azienda e costituito da dipendenti oppure affidato obbligatoriamente a persone od enti esterni qualificati, qualora le capacità interne siano insufficienti. Il datore di lavoro, infine, in funzione della situazione di fatto e dei rischi ipotizzati, ha l’obbligo di designare preventivamente i lavoratori adibiti alla gestione di possibili emergenze quali incendi, evacuazione del personale, pronto soccorso;

 

§      l’informazione, formazione e consultazione dei lavoratori.

Essa consiste nel portare a conoscenza dei lavoratori sia i pericoli derivanti dai rischi connessi alle lavorazioni o agli impianti, sia l’esistenza ed il corretto utilizzo dei mezzi di protezione. In particolare, il datore di lavoro deve predisporre un’adeguata segnaletica sui luoghi di lavoro, in relazione ad oggetti, attività o situazioni, fornendo al contempo un’adeguata indicazione sulla sicurezza, utilizzando anche cartelli, colori, segnali luminosi ecc. Il datore di lavoro, inoltre, è tenuto a garantire un’adeguata formazione al lavoratore in materia di sicurezza e di salute, con particolare riferimento al posto di lavoro e alle mansioni. Infine, nelle aziende con più di 15 dipendenti il datore di lavoro almeno una volta l’anno deve indire una riunione, al fine di esaminare il documento di valutazione dei rischi, l’idoneità dei mezzi di protezione individuali e i programmi di informazione e formazione, alla quale partecipano i rappresentanti del Servizio di prevenzione e protezione, il medico competente qualora tale figura sia obbligatoria, ed il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza[21]. La riunione è comunque obbligatoria nel caso in cui siano avvenute variazioni che modifichino le condizioni di esposizione al rischio. In quest’ultima ipotesi è consentito al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di indire la riunione anche nelle aziende che occupano fino a 15 dipendenti. Si ricorda, infine, che tra le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori è prevista la costituzione di organismi paritetici a livello territoriale, rappresentanti il primo riferimento sui diritti di rappresentanza, informazione e formazione dei lavoratori in materia di sicurezza;

 

§      la fornitura di mezzi di protezione.

Il sistema di prevenzione è prioritariamente indirizzato alla prevenzione tecnico-organizzativa rispetto a quella personale. I dispositivi di protezione individuale debbano essere impiegati qualora non sia possibile evitare o ridurre significativamente i rischi utilizzando mezzi di protezione collettiva. In particolare, il datore di lavoro, i dirigenti e i preposti sono obbligati ad esigere dai singoli lavoratori l’utilizzo dei mezzi di protezione individuale. Tale obbligo non può essere derogato né con il consenso del lavoratore né con quello delle organizzazioni sindacali. In relazione a specifiche tipologie di lavorazioni o macchine utilizzate, sono inoltre previste particolari protezioni;

 

§      i luoghi e le attrezzature di lavoro.

Principalmente gli obblighi concernono la regolare manutenzione dei luoghi e degli impianti, al fine della verifica del loro funzionamento. Per quanto attiene agli aspetti igienici, i principali doveri concernono il rispetto dei limiti minimi dello spazio di lavoro ed il divieto di lavoro in locali sotterranei. Inoltre, specifiche disposizioni riguardano le vie di circolazione, le vie ed uscite di emergenza, l’illuminazione dei locali e la costruzione, installazione e manutenzione degli impianti elettrici. Per quanto attiene alle attrezzature, si ricorda l’obbligo, per il datore di lavoro, di fornire ai lavoratori attrezzature adeguate e idonee ai fini della sicurezza e salute, prevedendo, inoltre, appositi dispositivi di sicurezza nel caso in cui gli elementi delle macchine rappresentino un pericolo;

 

§      le sostanze pericolose e nocive.

Il trattamento di tali sostanze prevede appositi procedimenti al fine della tutela dei lavoratori. Ad esempio, si prevede la lavorazione in spazi separati delle sostanze particolarmente pericolose o insalubri, nonché particolari forme di raccolta degli scarti e rifiuti generati dalle materie in questione. Il datore di lavoro, inoltre, deve adottare tutti i provvedimenti necessari al fine di contenere lo sviluppo e la diffusione di gas, vapori, polveri, fumi e odori nocivi;

 

§      la sorveglianza sanitaria.

Nell’ambito di specifiche lavorazioni (indicate nell’allegato al D.P.R. 303 del 1956), che espongono il lavoratore a sostanze tossiche o nocive, i lavoratori devono essere obbligatoriamente visitati da un medico competente, sia prima dell’ammissione al lavoro, ai fini della valutazione di idoneità, sia periodicamente, secondo apposite tabelle di lavorazione. Per tali accertamenti il datore di lavoro ha l’obbligo di nominare un medico competente, che può essere dipendente di una struttura esterna – pubblica o privata – convenzionata con lo stesso datore di lavoro, un libero professionista oppure un dipendente del datore di lavoro; comunque il medico competente deve essere in possesso di determinati requisiti professionali. Infine, nelle aziende con più di 25 dipendenti è richiesta la presenza dei presidi sanitari, indispensabili per prestare le prime cure ai lavoratori interessati da incidenti o colti da malore;

 

§      il controllo e la vigilanza.

E’ obbligo del datore di lavoro, dei dirigenti e dei preposti far osservare ai lavoratori le norme di igiene e sicurezza. Da tale obbligo discende anche il dovere di vigilare sul rispetto nei luoghi di lavoro delle richiamate norme.

 

E’ opportuno ricordare, infine, in relazione agli obblighi del datore di lavoro, dei dirigenti e dei preposti, che la normativa vigente prevede anche discipline specifiche, di origine comunitaria, per le attività produttive nelle quali i lavoratori sono esposti a rumore, piombo, amianto, agenti cancerogeni (o mutageni), chimici o biologici, atmosfere esplosive, oppure dove i lavoratori sono addetti ai video terminali o alla movimentazione manuale di carichi. Tali discipline sono contenute non solamente nel D.Lgs. 626 del 1994, ma anche in altri provvedimenti (D.Lgs. 277 del 1991), che hanno provveduto a recepire la corrispondente normativa comunitaria.

 

Obblighi del lavoratore

 

Oltre agli obblighi derivanti da specifici ruoli (quali il rappresentante della sicurezza per i lavoratori, i componenti del Servizio i prevenzione e protezione e gli addetti alla prevenzione incendi, evacuazione e pronto soccorso) il lavoratore è coinvolto nel sistema di sicurezza, in una posizione di garanzia attiva rispetto alla tutela della propria e dell’altrui sicurezza e salute.

In particolare, ogni lavoratore ha il dovere, direttamente riconducibile all’obbligo di diligenza, di:

§      osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dei dirigenti e dei preposti,

§      utilizzare correttamente i macchinari, le apparecchiature, le sostanze, le attrezzature e i dispositivi di sicurezza, i dispositivi di protezione;

§      segnalare immediatamente al datore di lavoro al dirigente o al preposto eventuali deficienze delle attrezzature e dei dispositivi di protezione nonché le condizioni di pericolo ad esse legate;

§      sottoporsi ai controlli sanitari previsti;

§      contribuire, con il datore di lavoro, i dirigenti e i preposti all’adempimento degli obblighi imposti dalle autorità competenti.

Oltre a ciò, sono previsti anche obblighi negativi, quali il divieto di rimuovere senza autorizzazione i dispositivi di sicurezza, oppure di compiere di propria iniziativa azioni non di competenza potenzialmente compromettenti la propria sicurezza o quella di altri lavoratori.

 

Va infine ricordato che la legge riconosce al lavoratore alcuni specifici strumenti di tutela, derivanti anche dalle norme civilistiche. In particolare, si ricorda: il diritto di resistenza (consistente nella legittimazione del rifiuto della prestazione lavorativa svolta in condizioni non sicure); il diritto del lavoratore ad ottenere un altro posto nell’ambito della stessa azienda in seguito all’allontanamento temporaneo del lavoratore per motivi sanitari inerenti alla sua persona connessi all’esposizione ad agenti chimici, fisici o biologici; la possibilità di ricorso al giudice in via cautelare (nel caso in cui il lavoratore ritenga che non sia sufficiente ad evitare situazioni pregiudizievoli far valere i suoi diritti in via ordinaria); il diritto al mutamento di mansioni a causa dell’insorgenza di eventi morbosi; la tutela del lavoratore in caso di malattia causata dall’inadempimento da parte del datore di lavoro degli obblighi relativi alla sicurezza, che potrebbe comportare per il datore di lavoro l’impossibilità di recedere dal rapporto per superamento del periodo di comporto.

 

Responsabilità

 

L’apparato normativo in materia di igiene e sicurezza individua quali soggetti penalmente responsabili della violazione delle norme oltre ai datori di lavoro, anche i dirigenti ed i preposti con compiti di direzione e sorveglianza delle lavorazioni, nonché gli stessi lavoratori beneficiari delle tutele in materia.

Tra i soggetti attivi della sicurezza sono compresi anche i costruttori e i commercianti, la cui responsabilità si concretizza nel divieto di fabbricare, vendere, noleggiare e concedere in uso macchinari, parti di essi, attrezzature, e apparecchi in genere destinati al mercato interno nonché di installare impianti non rispondenti alla normativa in materia. Specifiche responsabilità sono inoltre previste nel caso in cui il datore di lavoro affidi i lavori all’interno dell’azienda o dell’unità produttiva a imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi.

La legge inoltre prevede che l’esercizio dei poteri-doveri del datore di lavoro possa essere delegato ad altri soggetti, a condizione che non siano gli stessi lavoratori beneficiari della tutela.

Spettano invece esclusivamente al datore di lavoro, e quindi non possono essere delegati, gli obblighi relativi:

§      all’effettuazione della valutazione del rischio;

§      all’elaborazione del documento di valutazione;

§      alla designazione del responsabile del Servizio di prevenzione e protezione;

§      all’autocertificazione, per le aziende familiari e per quelle che occupano fino a 10 addetti, dell’avvenuta valutazione dei rischi e degli adempimenti collegati.

 

L’apparato sanzionatorio che tende a colpire la violazione delle norme poste a tutela della salute e sicurezza del lavoratore opera fondamentalmente attraverso due tipologie di reato:

§      reati contravvenzionali che sanzionano un comportamento semplicemente omissivo del datore di lavoro anche se da esso non derivi in concreto una situazione di pericolo e nessun lavoratore ha subito un danno;

§      reati derivanti dall’inosservanza da parte del datore di lavoro degli obblighi generali e particolari di sicurezza, da cui derivano determinati eventi, dannosi o pericolosi per l’incolumità psico-fisica dei lavoratori. Si tratta dei seguenti reati: delitti colposi contro la persona; omissione o rimozione di cautele infortunistiche; omissione o rimozione colposa di dispositivi di sicurezza.

 

 

Controlli

 

I controlli in materia di sicurezza del lavoro, prevenzione infortuni ed igiene sono attribuiti in via generale alle Aziende Sanitarie Locali (ASL). Di alcune specifiche attribuzioni sono invece titolari i Servizi ispettivi delle Direzioni provinciali del lavoro e le rappresentanze sindacali.

Per la tutela della salute dei lavoratori, le ASL sono dotate di particolari poteri, tra i quali rientrano la prescrizione ad adempiere in caso di accertamento di contravvenzioni e il potere di accesso e di disposizione (cioè il potere, rispettivamente, di visitare in ogni parte e in qualunque ora del giorno cantieri, opifici laboratori nonché i dormitori e refettori annessi agli stabilimenti, e di imporre al datore di lavoro un determinato comportamento, al fine di colmare eventuali vuoti normativi).

Anche i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali.

 

 

 

Contenuto dei progetti di legge

La proposta di legge A.C. 2636

La pdl in esame reca una disciplina organica in materia di salute e sicurezza sul lavoro, volta ad un riordino e ad una riforma complessiva delle disposizioni vigenti in materia.

La proposta di legge riprende, con alcune modifiche, i contenuti dello schema di decreto legislativo recante testo unico in materia di salute e sicurezza sul lavoro (atto. n. 479), presentato nella scorsa Legislatura in attuazione della delega contenuta nell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, ma ritirato dal Governo allora in carica, in relazione ad alcune questioni riguardanti la compatibilità della disciplina proposta con il riparto costituzionale delle competenze legislative tra Stato e regioni in materia di sicurezza del lavoro. Contrariamente al disegno di legge A.C. 2849, approvato dal Senato, che conferisce una delega legislativa al Governo intervenendo con disposizioni precettive solamente su singoli e limitati profili, il disegno di legge A.C. 2636 si pone come una disciplina organica immediatamente precettiva. Nella relazione illustrativa si legge che il provvedimento intende assumere una portata non solamente compilativa ma anche innovativa e di semplificazione rispetto alla vigente normativa in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, fermo restando il rispetto della ripartizione delle competenze legislative tra Stato e regioni ai sensi del Titolo V della Costituzione.

 

Il Titolo I “Disposizioni generali” (Articoli 1-40) reca le norme di carattere generale da applicare a tutte le imprese destinatarie delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

 

L’articolo 1 indica, in particolare, le finalità del provvedimento, volto a riordinare e nel contempo a semplificare la vigente disciplina in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, in modo da migliorare la qualità della sicurezza sui luoghi di lavoro; vengono poi precisati il campo oggettivo e quello soggettivo di applicazione, con l’individuazione delle attività soggette al testo unico. Al riguardo, l’articolo 2 stabilisce che il decreto si applica a tutti i settori di attività privati o pubblici, con alcune deroghe relative ad alcuni settori di attività pubblici, in cui le norme saranno applicate tenendo conto delle particolari esigenze di servizio che individuate con appositi decreti ministeriali.

Per quanto concerne il campo di applicazione soggettivo, l’articolo 3 statuisce che sono tenuti all’osservanza del decreto, oltre al datore di lavoro che esercita le attività indicate nell’articolo precedente, i dirigenti ed i preposti che dirigono o sovrintendono le stesse attività. Le norme in materia di sicurezza devono essere applicate a tutti i lavoratori subordinati o “parasubordinati” di cui al successivo articolo 5, indipendentemente dal tipo di contratto stipulato con il datore di lavoro o con il committente, con particolari specificazioni per alcune categorie di lavoratori. Il medesimo articolo prevede peraltro diverse eccezioni a questo principio generale.

L’articolo 4 reca disposizioni in ordine al “computo” dei lavoratori ai fini della determinazione del numero dal quale il decreto fa discendere particolari obblighi (si pensi alle disposizioni che prevedono la facoltà per il datore di lavoro di svolgere direttamente i compiti di prevenzione e protezione dai rischi, che rendono obbligatoria la presenza del rappresentate dei lavoratori per la sicurezza e che consentono la certificazione ad opera degli organismi bilaterali). Anche in tal caso le eccezioni sono numerose.

Nelle “definizioni” indicate dal successivo articolo 5 della proposta di legge in esame, di rilievo è quella relativa al lavoratore destinatario delle norme di sicurezza: rientrano in tale definizione non solo i lavoratori subordinati, ma anche coloro che semplicemente operano sotto direttive altrui – con o senza retribuzione – anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o una professione, inclusi i collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto. Allo stesso regime giuridico dei lavoratori sono sottoposti i soci lavoratori di cooperative o di società, anche di fatto, i volontari dei Vigili del fuoco e gli utenti dei servizi di orientamento o di formazione scolastica, universitaria e professionale che vengono avviati presso i datori di lavoro, gli allievi degli istituti di istruzione ed universitari e coloro che partecipano ai corsi di formazione professionale dove vi siano laboratori, macchine, apparecchi ed attrezzature di lavoro, nonché siano presenti agenti chimici, fisici e biologici.

L’articolo 5 della pdl in esame reca inoltre, oltre alla definizione di datore di lavoro (il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque il soggetto che – secondo il tipo e l’organizzazione dell’impresa – ha la responsabilità dell’impresa stessa o dell’unità produttiva; nelle pubbliche amministrazioni per “datore di lavoro” si intende il dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale nel caso in cui quest’ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale) e di medico competente, le definizioni di pericolo, rischio, sorveglianza sanitaria, norma di buona tecnica e buone prassi. In particolare, mentre le norme di buona tecnica vengono individuate nelle specifiche tecniche emanate da organismi europei, nazionali ed internazionali o nelle disposizioni stabilite in appositi Decreti, le buone prassi sono definite come le soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e generalizzabili, che consentono una riduzione dei rischi ed il miglioramento delle condizioni di lavoro; esse devono essere raccolte, validate e monitorate dalle Regioni, dall’ISPESL e dall’INAIL, e dagli enti bilaterali.

 

Nel Capo II del Titolo I, l’articolo 6 indica i principi generali di prevenzione per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, quali, in primo luogo, la valutazione dei rischi per la salute e la sicurezza, stabilendo anche che le relative misure non devono comportare oneri finanziari per i lavoratori.

Per quanto concerne gli obblighi del datore di lavoro e dei dirigenti, essi vengono specificati dall’articolo 7: viene innanzitutto ribadito che spetta al datore di lavoro la valutazione del rischio e la nomina del responsabile e dei dirigenti che organizzano e dirigono le attività indicate nell’articolo 2 della pdl in esame, specificando altresì che la valutazione del rischio e il documento conseguente devono essere elaborati in collaborazione con il servizio di prevenzione e protezione e con il medico competente, nei casi in cui sia obbligatoria la sorveglianza sanitaria, consultando il rappresentante per la sicurezza.

In particolare, ai fini della redazione del documento di valutazione dei rischi - che viene custodito presso l'azienda o l'unità produttiva ed è esibito a richiesta dell’organo di vigilanza -  viene introdotta la previsione della scelta dei criteri di redazione del documento medesimo da parte del datore di lavoro, con l’unica condizione che il documento sia completo e idoneo ai fini della pianificazione degli interventi e della pianificazione; peraltro viene previsto che alcune aziende (aziende artigiane ed alcune aziende industriali fino a 50 addetti; aziende agricole e zootecniche fino a 10 addetti a tempo indeterminato, aziende della pesca fino a 20 addetti ed altre aziende fino a 200 addetti) possano usufruire di una modalità semplificata di redazione del documento di valutazione qualora seguano le indicazioni fornite al riguardo dagli enti bilaterali.

In merito agli obblighi informativi del datore di lavoro e dei dirigenti nei confronti dei servizi di protezione e prevenzione, viene inserito anche quello relativo ai compiti ed alle funzioni assegnate ai lavoratori assunti con contratto a tempo determinato o di somministrazione di lavoro e sulla presenza nell’azienda di lavoratori con contratto di collaborazione anche a progetto.

La definizione degli obblighi dei preposti è indicata nell’articolo 8: tra questi si ricordano la vigilanza sulla osservanza delle norme da parte dei lavoratori, l’obbligo di informazione sull’esposizione ad un rischio di pericolo grave ed immediato e la segnalazione al datore di lavoro o al dirigente delle deficienze dei mezzi e delle attrezzature di lavoro, dei dispositivi di protezione individuale e di qualsiasi situazione di pericolo di cui siano venuti a conoscenza.

L’articolo 9 ridefinisce gli obblighi dei lavoratori, tra i quali rientra l’osservanza delle disposizioni e delle istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti, ai fini della protezione collettiva e individuale; l’utilizzo corretto dei macchinari e delle apparecchiature nonché dei dispositivi di sicurezza; la frequenza ai programmi di formazione ed addestramento previsti dal datore di lavoro e l’obbligatorietà dei controlli sanitari disposti anche dal medico competente. Si segnala che tra i destinatari degli obblighi rientrano anche i lavoratori autonomi ed i componenti l’impresa familiare che sono tenuti a munirsi dei dispositivi di protezione individuale ed a sottoporsi alla sorveglianza sanitaria.

Le disposizioni dell’articolo 10 riguardano gli obblighi dei datori di lavoro committenti o appaltatori nei contratti d’appalto e nel contratto d’opera: si segnala l’obbligo di fornire in uso macchine o attrezzi in regola con i presidi antinfortunistici e la ripartizione degli obblighi di salute e sicurezza nella fattispecie del distacco.

Infine gli articoli 11, 12 e 13 disciplinano, rispettivamente, gli obblighi dei progettisti, fabbricanti e fornitori, ed installatori, sottolineando l’obbligo per questi di attenersi alle norme di sicurezza e salute del lavoro. In merito agli obblighi per fabbricanti e fornitori, l’articolo 12 vieta la fabbricazione, la vendita, il noleggio e la concessione in uso di macchine, di attrezzature di lavoro e di impianti non rispondenti alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia di sicurezza e salute.

 

Il Capo III è relativo all’”Attività di prevenzione e protezione”: al riguardo l’articolo 14 specifica che gli addetti ed i responsabili dei servizi di protezione e prevenzione devono possedere i requisiti e le capacità professionali specificate nel successivo articolo 15 (e che devono comunque essere adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative); viene inoltre prevista l’obbligatorietà dell’istituzione del servizio di prevenzione e protezione all’interno dell’azienda od unità in specifici casi, disponendo altresì che - nei casi di aziende con più unità produttive e nei casi di gruppi di imprese – possa essere istituito un unico servizio di prevenzione e protezione, anche all’interno di società o strutture appositamente costituite o organizzate dalla società capogruppo.

L’articolo 16 riguarda i compiti del servizio di prevenzione e protezione che deve collaborare con il datore di lavoro o con i dirigenti nel porre in essere le misure più idonee in merito alla valutazione dei rischi, alla promozione dei programmi di formazione ed informazione dei lavoratori, alla consultazione in materia di tutela della salute e della sicurezza.

L’articolo 17 conferma la possibilità per il datore di lavoro di svolgere direttamente i compiti propri del servizio di prevenzione e protezione, nonché di prevenzione incendi ed evacuazione, a condizione che ne sia data preventiva informazione al rappresentante per la sicurezza e che il datore di lavoro abbia frequentato l’apposito corso di formazione di durata non inferiore a 16 ore di cui all’articolo 3 del D.M. 16 gennaio 1997.

La riunione periodica di prevenzione e protezione dei rischi è oggetto dell’articolo 18: al riguardo si prevede che il datore di lavoro sottoponga all’esame dei partecipanti alla riunione oltre al documento di valutazione del rischio, anche l’andamento degli infortuni e delle malattie professionali oltre all’organizzazione della sorveglianza sanitaria e i programmi di informazione e formazione dei lavoratori.

 

Nel Capo IV “Prevenzione incendi, emergenze, evacuazione dei luoghi di lavoro e primo soccorso”, oltre alle disposizioni generali contenute nell’articolo 19, l’articolo 20 dispone che, fermorestando quanto previsto dal regolamento di cui al D.P.R. 577/1982 (recante “Approvazione del regolamento concernente l'espletamento dei servizi antincendi”), le disposizioni del decreto del Ministro dell'interno 10 marzo 1998 (recante “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell'emergenza nei luoghi di lavoro”) relative ad elementi strutturali si considerano norme di buona tecnica, mentre le disposizioni relative alle norme comportamentali e procedurali di sicurezza contenute nel medesimo decreto si considerano buone prassi. L’articolo 21 sancisce il diritto del lavoratore ad allontanarsi dal posto di lavoro o da una zona pericolosa in caso di pericolo grave, immediato e che non possa essere evitato, mentre l’articolo 22 individua le procedure di primo soccorso che devono essere intraprese, direttamente o mediante apposita designazione di lavoratori, dal datore di lavoro.

 

Il Capo V riguarda la “Sorveglianza sanitaria”, in particolare disponendo la previsione di accertamenti preventivi e periodici, nonché gli eventuali accertamenti richiesti dal lavoratore ove il medico competente li ritenga correlati a rischi professionali (articolo 23).I compiti del medico competente sono specificati dal successivo articolo 24: tra questi si segnalano quelli relativi alla custodia della cartella sanitaria o di rischio presso il proprio studio professionale, al rilascio della copia della documentazione sanitaria al lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro ed all’invio all’ISPESL delle cartelle sanitarie e di rischio e di altre documentazioni previste dal decreto in esame alla cessazione del rapporto di lavoro. Il medico competente deve anche informare per iscritto il datore di lavoro ed il lavoratore interessato dell’eventuale giudizio di inidoneità parziale, temporanea o totale.

 

Il Capo VI “Consultazione e partecipazione dei datori di lavoro (rectius: dei lavoratori) ” disciplina, rispettivamente, all’articolo 25 il numero e le modalità di elezione o designazione del rappresentante per la sicurezza e all’articolo 26 le attribuzioni del rappresentante per la sicurezza. Tra queste ultime si segnalano l’accesso ai luoghi di lavoro, l’obbligo di consultazione preventiva in merito alla valutazione dei rischi, e la possibilità di ricorrere alle autorità competenti in caso di giudizio di inidoneità sulle misure e i mezzi di prevenzione e protezione adottate dal datore di lavoro o dai dirigenti. Il successivo articolo 27 indica le funzioni degli enti bilaterali, tra le quali di particolare rilievo è la possibilità, nelle aziende che occupano fino a 100 dipendenti, di effettuare sopralluoghi per la verifica dell’applicazione delle norme  in materia di sicurezza e tutela della salute sui luoghi di lavoro, con rilascio della relativa certificazione. Gli organi di vigilanza in materia di sicurezza e salute tengono conto di tali certificazioni ai fini della programmazione delle attività ispettive di vigilanza.

 

Nel Capo VII “Informazione e formazione dei lavoratori”, gli articoli 28 e 29 dispongono in merito agli obblighi, rispettivamente, di informazione e formazione che gravano sul datore di lavoro e sui dirigenti, rinviando alla contrattazione collettiva nazionale di categoria le modalità ed i contenuti specifici della formazione del rappresentante per la sicurezza. Inoltre, l’articolo 30 stabilisce i requisiti di formazione dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione.

 

Il Capo VIII “Disposizioni concernenti la Pubblica Amministrazione” dispone, all’articolo 31, che la vigilanza sull’applicazione della legislazione in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro è svolta dall’azienda sanitaria locale, e, ciascuno per quanto di specifica competenza, dalle Direzioni Provinciali del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché, per il settore minerario, dal Ministero dello sviluppo economico.

L’articolo 32 prevede che gli ispettori che effettuano la vigilanza possono impartire disposizioni esecutive ai fini dell’applicazione delle norme di buona tecnica e delle buone prassi, contro le quali è possibile proporre ricorso entro 30 giorni con eventuale sospensione delle stesse,disponendo altresì le sanzioni da irrogare in seguito alle inosservanze delle disposizioni.

L’articolo 33 disciplina le amministrazioni che svolgono attività di informazione, consulenza e assistenza, in particolare nei confronti delle imprese artigiane e delle piccole e medie imprese, nonché delle rispettive associazioni dei datori di lavoro, specificando altresì che l’attività di consulenza non può essere prestata dai soggetti che svolgono attività di controllo e di vigilanza.

L’articolo 34 prevede un’attività di monitoraggio e verifica sulla effettiva applicazione della normativa di sicurezza e salute, effettuata effettuati congiuntamente dalle regioni e dalle province autonome, dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale, dal Ministero della salute e dalle parti sociali mediante accordi e con metodi di misurazione condivisi.

L’articolo 35 ridisciplina la composizione ed i compiti della Commissione consultiva permanente per la prevenzione degli infortuni e l’igiene sul lavoro istituita presso il Ministero del lavoro, specificando che i suoi componenti sono nominati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, su designazione degli organismi competenti, e durano in carica cinque anni, e che la stessa Commissione abbia la facoltà di richiedere la consulenza di esperti nei diversi settori di interesse. La Commissione può essere consultata in ordine ad elaborazioni dei piani di azione annuali per la promozione della salute e della sicurezza su tutto il territorio nazionale, nonché per l’elaborazione di linee guida tecniche utilizzate da determinati organismi di settore.

L’articolo 36 demanda all’INAIL le azioni positive volte al miglioramento della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, con particolare riferimento alle piccole e medie imprese e ai settori dell’agricoltura e dell’artigianato, disponendo altresì che tale attività si esplichi attraverso un sostegno finanziario a carico dello stesso Istituto.

L’articolo 37 rafforza il ruolo del Ministro del lavoro e della previdenza sociale con compiti di coordinamento dei piani di azione e delle attività di sostegno definite dalla Commissione consultiva.

 

Il Capo IX “Documentazione tecnico-amministrativa e statistiche degli infortuni e delle malattie professionali” introduce all’articolo 38 la previsione che tutta la documentazione prevista dal decreto in esame può essere memorizzata mediante sistemi di elaborazione automatica dei dati, nel rispetto della procedura di sicurezza; parimenti anche la trasmissione di documentazione e le comunicazioni ad enti o amministrazioni pubbliche può avvenire tramite sistemi informatizzati (articolo 39).L’articolo 40 conferma l’attuale funzionamento del sistema nazionale per lo scambio di dati riguardanti gli infortuni e le malattie professionali, disponendo che l’INAIL e l’ISPESL si forniscano reciprocamente i dati relativi agli infortuni e alle malattie professionali anche con strumenti telematici e che gli stessi istituti indicano una conferenza permanente di servizio per assicurare il necessario coordinamento in relazione alle informazioni acquisite ai fini della conoscenza dei rischi per la tutela della salute e per la sicurezza degli ambienti di lavoro.

Con il Titolo II “Luoghi di lavoro” si entra nel campo dei titoli specifici dedicati all’attuazione delle direttive comunitarie in materia di salute e sicurezza derivanti dalla direttiva 89/391/CEE (cd. “direttiva madre”).

Al riguardo la relazione illustrativa precisa che tutti i Titoli in questione “sono stati riformulati tenendo conto innanzitutto delle previsioni delle direttive di volta in volta applicabili e dei rispettivi allegati, le quali hanno costituito il parametro indefettibile di riferimento per individuare quale parte della normativa italiana - sia di attuazione delle previsioni comunitarie che previgente ad esse […] - mantenere intatta nella sua formulazione, quale modificata o integrata, quale trasformata in norma di buona tecnica, e, infine, quale abrogata”.

L’articolo 41 dello schema in esame definisce il concetto di luogo di lavoro, che deve rispondere a determinati requisiti di sicurezza e di salute (articolo 42), che per i cantieri temporanei e mobili sono indicati nell’Allegato IV. Il datore di lavoro deve osservare specifici obblighi relativi ai luoghi di lavoro, in modo da assicurare condizioni igieniche e di sicurezza adeguate (articolo 43). L’articolo 44 reca disposizioni sui locali chiusi sotterranei o semisotterranei adibiti a luogo di lavoro.

Il Titolo III “Le attrezzature di lavoro” definisce le medesime all’articolo 45, prescrivendo che esse siano conformi alle norme legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto (articolo 46). In mancanza di tali direttive, le attrezzature di lavoro devono essere conformi ai requisiti generali di sicurezza indicati nell’Allegato V. Gli articoli 47 e 48 individuano gli obblighi del datore di lavoro riguardo all’uso di attrezzature, comprese quelle per i lavori temporanei in quota, mentre l’articolo 49 riguarda l’informazione e la formazione dei lavoratori sull’uso delle attrezzature di lavoro.

Il Capo II (articoli 50-55) riguarda in generale la costruzione e l’impiego dei ponteggi metallici fissi. Per ciascun tipo di ponteggio metallico il fabbricante deve chiedere al Ministero del lavoro e della previdenza sociale apposita autorizzazione all'impiego, soggetta a rinnovo ogni dieci anni per verificare l'adeguatezza del ponteggio all'evoluzione del progresso tecnico. I ponteggi metallici di altezza superiore a 24 metri e le altre opere provvisionali, costituite da elementi metallici, o di notevole importanza e complessità in rapporto alle loro dimensioni e ai sovraccarichi, devono essere eretti in base a un progetto comprendente il calcolo eseguito secondo le istruzioni approvate nell'autorizzazione ministeriale e il disegno esecutivo. Dal progetto, che deve essere firmato da un ingegnere o da un architetto, deve risultare quanto occorre per definire il ponteggio nei riguardi dei carichi, delle sollecitazioni e dell'esecuzione. Inoltre specifici cautele sono previste relativamente alla messa i servizio dei ponteggi.

Il Titolo IV “Impianti ed apparecchiature elettriche” (articoli 56-61) reca norme in merito alla costruzione, installazione e conservazione di materiali, apparecchiature ed impianti elettrici, con particolare riguardo per l’esecuzione dei lavori sotto tensione ed in prossimità di linee elettriche “nude”. Spetta al datore di lavoro proteggere dagli effetti dei fulmini edifici, impianti, strutture ed attrezzature quando esistono situazioni di rischio di esplosione, incendio o di altro pericolo.

Nel Titolo V “Uso dei dispositivi di protezione individuale” vengono definiti i DPI (articolo 62) ed individuati i relativi obblighi in capo al datore di lavoro  (articolo 64), tra i quali l’articolo 65 precisa che la scelta e l’uso dei DPI debbono essere effettuati tenendo conto dei criteri stabiliti nell’Allegato IX e delle norme di buona tecnica emanate al riguardo.

Il Titolo VI (articoli 66-69) è relativo alla “Segnaletica di sicurezza”: nella relazione illustrativa della pdl in esame si sottolinea che, con riguardo alle prescrizioni minime per la segnaletica di sicurezza e/o di salute sul luogo di lavoro, è stata effettuata una operazione di semplificazione rinviando all’Allegato X per quanto attiene i requisiti.

Il Titolo VII (articoli 70-72) riguarda la “Movimentazione manuale dei carichi”. Il datore di lavoro è tenuto ad adottare le misure organizzative necessarie o ricorre a mezzi appropriati, in particolare ad attrezzature meccaniche, per evitare la necessità di una movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori. Qualora non sia possibile evitare la movimentazione manuale dei carichi, il datore di lavoro deve adottare le misure organizzative necessarie, allo scopo di ridurre il rischio che comporta la movimentazione manuale di tali carichi, tenendo conto di quanto disposto dall'allegato XI. Inoltre sono previsti specifichi obblighi di formazione ed informazione per il datore di lavoro, con particolare riferimento al peso di un carico e alla movimentazione corretta dei carichi.

Nel Titolo VIII (articoli 73-79) “Uso di attrezzature munite di videoterminali” viene disciplinato l’uso di tali attrezzature, con particolare attenzione per i requisiti di sicurezza e di salute dei posti di lavoro in relazione ai rischi per la vista e l’affaticamento fisico e mentale, e per le modalità di svolgimento quotidiano del lavoro. Sono previsti specifichi obblighi di formazione ed informazione per il datore di lavoro, con particolare riferimento alle misure applicabili al posto di lavoro, alle modalità di svolgimento dell'attività e alla protezione degli occhi e della vista.

Il Titolo IX “Protezione da agenti chimici pericolosi” ricomprende negli articoli 80-90 del Capo I le norme - già previste nel Titolo VII e nel Titolo VII-bis del D.Lgs. n. 626/1994, e successive modificazioni - inerenti gli agenti chimici e gli agenti cancerogeni e mutageni, prevedendo per questi ultimi disposizioni specifiche.

In particolare, il Capo I prevede:

§         il campo di applicazione, relativo ai rischi per la salute e la sicurezza che possono derivare dagli effetti di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro o come risultato di ogni attività lavorativa che comporta la presenza di agenti chimici;

§         l’obbligo per il datore di lavoro di determinare preliminarmente l'eventuale presenza di agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro e, se presenti, di valutare tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori derivanti da tali agenti;

§         le misure generali per la prevenzione dei rischi derivanti da agenti chimici, elimina o riduce al minimo i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori derivanti da tali agenti;

§         le misure specifiche di protezione e prevenzione. A tal fine si deve evitare l'utilizzazione di agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro e, nel caso non fosse tecnicamente possibile sostituire tali agenti, si deve provvedere affinché la produzione o l'utilizzazione dell'agente cancerogeno o mutageno avvenga in un sistema chiuso;

§         l’obbligo di predisporre procedure di intervento adeguate da attuare in caso di incidenti o di emergenze;

§         l’obbligo di fornire ai lavoratori e ai loro rappresentanti informazioni sugli agenti chimici pericolosi presenti sul luogo di lavoro e formazione ed informazioni sulle precauzioni e sulle azioni adeguate da intraprendere per proteggere loro stessi e altri lavoratori sul luogo di lavoro;

§         il divieto di produzione, lavorazione e impiego sul luogo di lavoro di determinati agenti chimici altamente pericolosi;

§         specifiche misure relative alla sorveglianza sanitaria;

§         l’obbligo di istituire e aggiornare di una cartella sanitaria e di rischio, in cui sono riportati, tra l'altro, i valori di esposizione individuali comunicati dal datore di lavoro per il tramite del servizio di prevenzione e protezione, e l’istituzione presso l'ISPESL del registro nazionale dei casi di neoplasia di sospetta origine professionale.

 

Gli articoli 91-100 del Capo II recano disposizioni particolari per il miglioramento della tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori che possono essere esposti al rischio di atmosfere esplosive, riprendendo le disposizioni contenute nel titolo VIII-bis del decreto legislativo n. 626/1994 che recepiscono la direttiva 1999/92/CE (quindicesima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE).

Il Capo II prevede quindi:

-            il campo di applicazione, relativo alle attività lavorative che possono comportare il rischio di esposizione ad atmosfere esplosive, precisando che tale disciplina si applica anche nei lavori in sotterraneo ove è presente un'area con atmosfere esplosive;

-            l’obbligo di adottare specifiche misure di prevenzione e protezione contro le esplosioni;

-            l’obbligo della valutazione dei rischi di esplosione da parte del datore di lavoro, che deve essere effettuata con riferimento al complesso dei rischi e deve tener conto almeno dei seguenti fattori: probabilità e durata della presenza di atmosfere esplosive; probabilità che le fonti di accensione, siano presenti e divengano attive ed efficaci; caratteristiche dell'impianto, sostanze utilizzate, processi e loro possibili interazioni; entità degli effetti prevedibili;

-            l’obbligo per il datore di lavoro di elaborare e tenere aggiornato un documento sulla protezione contro le esplosioni.

 

Il Capo III (articoli 101-116) prevede norme volte a garantire la protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con una esposizione all’amianto, in attuazione di quanto previsto dalla direttiva comunitaria 83/477/CEE così come modificata dalla direttiva 2003/18/CE.

Si ricorda che con il D.Lgs. 25 luglio 2006, n. 257 si ègiàprovveduto[22] al recepimento della direttiva 2003/18/CE relativa alla protezione dei lavoratori dai rischi derivanti dall'esposizione all'amianto durante il lavoro.

Il menzionato decreto legislativo, al fine di dare attuazione alla normativa comunitaria, ha provveduto ad inserire nel D.Lgs. 626 del 1994 il nuovo Titolo VI-bis con cui (fermo restando quanto previsto dalla L. 257 del 1992) viene introdotta una nuova disciplina relativa alla protezione dai rischi derivanti dall'esposizione all'amianto, provvedendo contestualmente ad abrogare il Capo III del D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277, recante la precedente disciplina in materia.

 

Il Capo III prevede quindi:

-            il campo di applicazione, relativo alle attività lavorative che possono comportare il rischio di esposizione ad amianto;

-            l’obbligo preventivo di individuare la presenza di materiali a potenziale contenuto d’amianto;

-            l’obbligo, per il datore di lavoro, di valutare i rischi derivanti da esposizione ad amianto e l’obbligo di notifica all’organo di vigilanza prima di iniziare i lavori;

-            le misure di prevenzione e di protezione da porre in essere, le misure igieniche da attuarsi, le modalità tecniche di campionamento, il valore limite delle fibre di amianto in aria e l’attuazione di misure nel cao di superamento di tale valore;

-            le modalità per effettuare lavori di demolizione o rimozioni di amianto;

-            il contenuto delle informazioni e della formazione dei lavoratori;

-            la sorveglianza sanitaria degli stessi lavoratori e l’istituzione, da parte del medico competente, del registro di esposizione e delle cartelle sanitarie e di rischio;

-            infine, l’istituzione del registro nazionale presso l’ISPEL dei mesoteliomi.

Il Titolo X (articoli 117-131) stabilisce le misure atte a proteggere i lavoratori dal rischio di esposizione agli agenti biologici durante il lavoro, in attuazione della direttiva 2000/54/CE (settima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE).

A tal fine, viene disciplinato:

§         il campo di applicazione, relativo alle attività che possono comportare una esposizione agli agenti biologici durante il lavoro;

§         la classificazione degli agenti biologici, suddivisi in quattro gruppi di rischio, in funzione del livello del rischio di infezione;

§         l’obbligo, per il datore di lavoro, di valutare i rischi derivanti da esposizione ad agenti biologici;

§         le misure di prevenzione e protezione e le misure igieniche e di protezione individuale da adottare da parte del datore di lavoro;

§         gli obblighi in materia di delle informazioni e della formazione dei lavoratori;

§         la sorveglianza sanitaria degli stessi lavoratori, l’istituzione da parte del medico competente del registro di esposizione e delle cartelle sanitarie e di rischio, nonché l’istituzione presso l’ISPESL del registro nazionale dei casi di malattia o di decesso dovuti all’esposizione ad agenti biologici.

 

Nel Titolo XI vengono disciplinate le attività a rischio di esposizione ad agenti fisici, tra i quali si intendono il rumore (Capo II, articoli 135-146) e le vibrazioni meccaniche (Capo III, articoli 147-156).

Per quanto riguarda l’esposizione al rumore, il Capo II, in attuazione della direttiva 2003/10/CE sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all’esposizione dei lavoratori ai radichi derivanti dagli agenti fisici (rumore), provvede a disciplinare:

§         il campo di applicazione, relativo appunto alle attività che comportano un’esposizione al rumore durante il lavoro;

§         i valori limite di esposizione e i valori d’azione;

§         gli obblighi relativi alla valutazione del rischio;

§         le misure di prevenzione e protezione da adottare da parte del datore di lavoro;

§         l’obbligo del datore di lavoro, qualora i rischi derivanti dal rumore non possano essere evitati con le misure di prevenzione e protezione, di fornire i DPI per l’udito;

§         le misure da adottare per la limitazione dell’esposizione nel caso in cui si individuano esposizioni superiori ai valori limite, nonostante le misure di prevenzione;

§         gli obblighi relativi all’informazione e alla formazione dei lavoratori;

§         le misure relative alla sorveglianza sanitaria, con l’obbligo di sottoporre a sorveglianza sanitaria la cui esposizione al rumore eccede i valori superiori di azione previsti;

§         le deroghe all’uso del DPI e al rispetto del valore limite di esposizione, che il datore di lavoro può chiedere allorché l’utilizzazione di tali dispositivi potrebbe essere controproducente.

Si prevedono, inoltre, particolari decorrenze degli obblighi relativi al rispetto dei valori limite di esposizione per alcuni settori:

§         settore della navigazione aerea e marittima: 15 febbraio 2011;

§         settori della musica e delle attività ricreative: 15 febbraio 2008.

 

Si ricorda che la direttiva 2003/10/CE sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all’esposizione dei lavoratori ai radichi derivanti dagli agenti fisici (rumore) è stata recepita nell’ordinamento nazionale con il D.Lgs. 10 aprile 2006, n. 195, che ha inserito il Titolo V-bis nel D.Lgs. 626/1994.

 

Per quanto attiene invece all’esposizione alle vibrazioni meccaniche, il Capo III, in attuazione della direttiva 2002/44/CE sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti da vibrazioni meccaniche, provvede a stabilire:

§         il campo d’applicazione, relativo appunto ai rischi derivanti ai lavoratori dall’esposizione a vibrazioni meccaniche;

§         i valori limite di esposizione e i valori di azione per le vibrazioni trasmesse al sistema mano-braccio e per quelle trasmesse all’intero corpo;

§         l’obbligo del datore di lavoro di valutare e, se necessario, di misurare i livelli di vibrazioni meccaniche a cui i lavoratori sono esposti;

§         l’obbligo del datore di lavoro di eliminare i rischi alla fonte o di ridurli al minimo e, in ogni caso, a livelli non superiori ai valori limite di esposizione;

§         gli obblighi relativi all’informazione e formazione dei lavoratori esposti a rischi derivanti da vibrazioni meccaniche, che devono riguardare, tra l’altro, le misure adottate volte a eliminare o a ridurre al minimo i rischi derivanti dalle vibrazioni meccaniche, i valori limite di esposizione e ai valori di azione e le procedure di lavoro sicure per ridurre al minimo l'esposizione a vibrazioni meccaniche;

§         le misure relative alla sorveglianza sanitaria, con l’obbligo per il medico competente di provvedere ad istituire e aggiornare una cartella sanitaria e di rischio per ciascuno dei lavoratori esposti a livelli di vibrazioni superiori ai valori di azione.

Si consideri inoltre che, in caso di attrezzature messe a disposizione dei lavoratori prima del 6 luglio 2007, l’obbligo del rispetto dei valori limite di esposizione alle vibrazioni meccaniche entrerà in vigore il 6 luglio 2010; per il settore agricolo e forestale le norme in questione saranno vigenti con decorrenza 6 luglio 2014.

 

Si ricorda che la direttiva 2002/44/CE sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti da vibrazioni meccaniche è stata recepita nell’ordinamento nazionale con il D.Lgs. 19 agosto 2005, n. 187.

 

Il Titolo XII (articoli 157-174) disciplina le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei e mobili, riprendendo le norme del D.Lgs 494/1996 che hanno recepito la direttiva 92/57/CEE (ottava direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE). Si consideri inoltre che, ai fini dell’individuazione dei contenuti minimi del piano di sicurezza e di coordinamento e del piano operativo di sicurezza, il Titolo in esame rinvia a quanto previsto al riguardo dal D.P.R. 222 del 2003, recante il regolamento sui contenuti minimi dei piani di sicurezza nei cantieri temporanei o mobili.

 

Nel Titolo XIII (artt. 175-195) sono contenute le norme relative alle sanzioni e le disposizioni finali.

Per quanto riguarda la disciplina sanzonatoria (articoli 175-191), sono indicate le sanzioni per contravvenzioni commesse rispettivamente dai datori di lavoro e dai dirigenti (articolo 175), dai preposti (articolo 176), dai lavoratori e dai componenti l’impresa familiare (articolo 177), dai datori di lavoro committenti (articolo 178), dai datori di lavoro appaltatori (articolo 179), dai lavoratori autonomi (articoli 180 e 191), dai datori di lavoro distaccanti (articolo 181), dai datori di lavoro distaccatari (articolo 182), dai progettisti (articolo 183), dai fabbricanti e dai fornitori (articolo 184), dagli installatori (articolo 185), dal medico competente (articolo 186), dai lavoratori (articolo 187). Sono inoltre previste sanzioni relative agli obblighi dei committenti e dei responsabili dei lavoro (articolo 188), dei coordinatori (articolo 189), dei datori di lavoro e dei dirigenti delle imprese esecutrici (articolo 190).

La relazione illustrativa evidenzia che l’apparato sanzionatorio è stato definito sul modello di quello del Titolo IX del D.Lgs. 626 del 1994, dal quale però si differenzia per la considerazione dei componenti dell’impresa familiare tra i destinatari delle sanzioni, per l’individuazione specifica delle sanzioni a carico dei datori di lavoro committenti, degli appaltatori, dei datori di lavoro distaccanti, dei datori di lavoro distaccatari, dei responsabili dei lavori e dei coordinatori, nonché per l’introduzione di apposite  fattispecie sanzionatorie relative ai progettisti, ai fabbricanti e fornitori e agli installatori.

 

Invece gli articoli relativi alle disposizioni finali (artt. 192-195) contengono l’elenco delle norme che saranno abrogate a decorrere dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame, nonché le disposizioni considerate norme di buona tecnica o buone prassi; con la medesima decorrenza saranno abrogate le norme considerate incompatibili con quelle del provvedimento in esame. Viene inoltre precisato che dall’attuazione delle disposizione del provvedimento in esame non debbano derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.

 

La pdl in esame prevede inoltre i seguenti Allegati:

Allegato I        Registro infortuni

Allegato II       Casi in cui è consentito lo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di prevenzione e protezione dai rischi

Allegato III      Prescrizioni minime di sicurezza e salute per i luoghi di lavoro

Allegato IV     Prescrizioni minime di sicurezza e salute per i cantieri

Allegato V      Prescrizioni minime di sicurezza e salute per le attrezzature di lavoro

Allegato VI     Disposizioni concernenti l’uso delle attrezzature di lavoro

Allegato VII    Modalità di controllo e verifica per impianti e attrezzature di lavoro non regolamentati da disposizioni particolari

Allegato VIII   Disposizioni concernenti l’uso delle attrezzature di lavoro per i lavori temporanei in quota

Allegato IX     Schema per l’inventario dei rischi per l’impiego dei dispositivi di protezione individuale

Allegato X      Prescrizioni generali per la segnaletica di sicurezza

Allegato XI     Movimentazione manuale dei carichi (elementi di riferimento)

Allegato XII    Requisiti minimidel lavoro sui videoterminali

Allegato XIII   Agenti chimici

Allegato XIV   Agenti biologici

Allegato XV    Vibrazioni

Allegato XVI   Cantieri temporanei o mobili (elenco dei lavori e fascicolo con le caratteristiche dell’opera)

 


Il disegno di legge A.C. 2849

Art. 1.

(Delega al Governo per il riassetto e la riforma della normativa i materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro)

 

 

L’articolo 1, comma 1, delega il Governo ad adottare, entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della legge delega (il testo originario prevedeva 12 mesi), uno o più decreti legislativi per il riassetto e la riforma delle disposizioni vigenti in materia di salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro, in conformità all’articolo 117 della Costituzione e agli statuti delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e Bolzano e alle relative norme di attuazione, e garantendo l’uniformità della tutela dei lavoratori sul territorio nazionale attraverso il rispetto dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche con riguardo alle differenze di genere e alla condizione dei lavoratori immigrati.

 

Il successivo comma 2 prevede i principi e criteri direttivi per l’esercizio della delega.

In primo luogo la lettera a) prevede il riordino e coordinamento delle disposizioni vigenti, nel rispetto delle normative comunitarie e delle convenzioni internazionali in materia, in ottemperanza a quanto disposto dall’articolo 117 della Costituzione.

La lettera b) dispone che la normativa in materia sicurezza dei lavoratori debba essere applicata a tutti i settori di attività e a tutti i tipi di rischio, ferma restando l’esigenza di considerare le peculiarità o la specifica pericolosità di particolari settori ed ambiti lavorativi. Al riguardo la norma fa particolare riferimento alle peculiarità del settore della pubblica amministrazione, così come disciplinate dall’art. 1, comma 2 e dall’art. 2, comma 1, lett. b), secondo periodo, del D.Lgs. 626 del 1994.

Si ricorda che l’art. 1, comma 2 del D.Lgs. 626 del 1994 dispone che nei riguardi delle Forze armate e di Polizia, dei servizi di protezione civile, nonché nell'ambito delle strutture giudiziarie, penitenziarie, di quelle destinate per finalità istituzionali alle attività degli organi con compiti in materia di ordine e sicurezza pubblica, delle università, degli istituti di istruzione universitaria, degli istituti di istruzione ed educazione di ogni ordine e grado, degli archivi, delle biblioteche, dei musei e delle aree archeologiche dello Stato delle rappresentanze diplomatiche e consolari e dei mezzi di trasporto aerei e marittimi, le norme del medesimo decreto legislativo sono applicate tenendo conto delle particolari esigenze connesse al servizio espletato, individuate con apposito decreto interministeriale.

Invece l’art. 2, comma 1, lett. b), secondo periodo del medesimo decreto legislativo dispone che nelle pubbliche amministrazioni, per datore di lavoro si intende il dirigente, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest'ultimo sia preposto ad un ufficio che possieda autonomia gestionale.

 

Nell’ambito del criterio direttivo in esame, inoltre, viene prevista la necessità di rispettare, nell’applicazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, le competenze in materia di sicurezza antincendio così come definite dal D.Lgs. 8 marzo 2006, n. 139[23], nonchéil Regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio del 18 dicembre 2006 sulle sostanze e preparati chimici prodotti ed importati nell’Unione europea.

Relativamente alle competenze in materia di sicurezza antincendio, si ricorda che l’art. 14 del d.lgs. n. 139/2006 affida la prevenzione incendi “alla competenza esclusiva del Ministero dell'interno, che esercita le relative attività attraverso il Dipartimento e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco”.

Lo stesso articolo, al comma 2, elenca le attività di prevenzione incendi affidate alle strutture indicate, tra cui si ricordano, in particolare, il rilascio del certificato di prevenzione incendi (la cui procedura è disciplinata dall’art. 16), di atti di autorizzazione, di benestare tecnico, di collaudo e di certificazione, comunque denominati, attestanti la conformità alla normativa di prevenzione incendi di attività e costruzioni civili, industriali, artigianali e commerciali e di impianti, prodotti, apparecchiature e simili.

Si segnala che l’articolo 21, comma 1, del disegno di legge A.S. 1644 (Misure per il cittadino consumatore e per agevolare le attività produttive e commerciali, nonché interventi in settori di rilevanza nazionale), approvato dalla Camera e attualmente all’esame del Senato, reca una delega al Governo per l’adozione di uno o più decreti legislativi per semplificare, nel rispetto del mantenimento dei livelli di sicurezza per la collettività e della tutela dell’ambiente, le procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi (CPI).

 

Il regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2006 sulle sostanze e preparati chimici prodotti ed importati nell’Unione europea (cd. REACH[24]), definisce un complesso sistema di registrazione, valutazione ed autorizzazione delle sostanze e preparati chimici, che interessa circa 30.000 sostanze e sostituisce più di 40 norme vigenti sulla materia, è entrato formalmente in vigore il 1° giugno 2007 e andrà a pieno regime nel 2018.

Il sistema REACH, obbliga il produttore e l’importatore a registrare, valutare e richiedere l’eventuale autorizzazione della sostanza prima di immetterla sul mercato. Questo obbligo vige per tutta la catena di approvvigionamento e produzione di sostanze e preparati chimici, onde pervenire alla sicurezza chimica per la tutela della salute dei lavoratori, dei consumatori e dell’ambiente.

L’articolo 5-bis del D.L. n. 10/2007[25] affida al Ministero della salute il compito di provvedere - di intesa con i Ministeri dell’ambiente, dello sviluppo economico e con il Dipartimento per le politiche comunitarie della Presidenza del Consiglio dei ministri - agli adempimenti previsti dal regolamento REACH, e designa lo stesso Ministero della salute quale “autorità competente” ai sensi dell’articolo 121 del citato regolamento.

 

La lettera b) prevede inoltre che il Governo, nell’esercizio della delega, assicuri il coordinamento, ove necessario, con la normativa ambientale.

 

Una previsione analoga è contenuta nel già richiamato art. 21 dell’A.S. 1644 che, come detto, ai fini della semplificazione delle procedure per il rilascio del certificato di prevenzione incendi, impone al legislatore delegato il vincolo del rispetto della tutela dell’ambiente.

Per quanto riguarda le interrelazioni tra le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro e quelle ambientali, si ricorda che le principali normative interessate sembrano essere, oltre alle norme previste dal cd. codice ambientale (che prescrivono una serie di procedure e controlli relativamente a vari settori della tutela dell’ambiente, dai rifiuti alle emissioni in atmosfera), la disciplina relativa al controllo dei pericoli di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, recata dal d.lgs. n. 334/99 (di recepimento della direttiva 96/82/CE, cd. Seveso), come integrato e modificato dal d.lgs. n. 238/2005, nonché la disciplina dell'autorizzazione integrata ambientale (AIA) - introdotta nell’ordinamento nazionale con il recepimento della direttiva 96/61/CE (cd. IPPC), avvenuto in modo integrale solo con il d.lgs. n. 59/2005. Tale autorizzazione sostituisce ad ogni effetto ogni altra autorizzazione, visto, nulla osta o parere in materia ambientale per le attività industriali di maggiore dimensione e rilievo dal punto di vista dell’impatto sull’ambiente.

 

La lettera c) dispone che la normativa in materia di tutela della salute e sicurezza sul lavoro debba essere applicata a tutti i lavoratori e lavoratrici, autonomi e subordinati, nonché ai soggetti ad essi equiparati. In tal modo si intende estendere il campo di applicazione della disciplina in questione a tutti i lavoratori, anche a quelli “parasubordinati” e autonomi, prevedendo, in particolare:

o        specifiche misure atte a tutelare determinate categorie di lavoratori e lavoratrici nonché specifiche tipologie di lavoro o settori di attività (lettera c), n. 1);

o        adeguate e specifiche misure di tutela per i lavoratori autonomi in relazione ai rischi connessi con le attività svolte, secondo i principi della Raccomandazione 2003/134/CE del Consiglio del 18 febbraio 2003[26] (lettera c), n. 2).

Sulla base della comunicazione della Commissione relativa a un programma comunitario nel settore della sicurezza, dell'igiene e della salute sul luogo di lavoro (1996-2000), che prevedeva di esaminare la necessità di una proposta di raccomandazione del Consiglio riguardante la salute e la sicurezza dei lavoratori autonomi, dato il numero crescente di lavoratori autonomi, e della risoluzione del Parlamento europeo sul quadro generale per l'azione della Commissione nel settore della sicurezza e della salute sul luogo di lavoro (1994-2000), che proponeva misure miranti a estendere la direttiva quadro ai lavoratori autonomi, la richiamata raccomandazione, rilevato che i lavoratori autonomi non sono, in regola generale, coperti dalle direttive comunitarie che riguardano la salute e la sicurezza sul lavoro, in particolare dalla direttiva quadro 89/391/CEE, e che, in alcuni Stati membri, tali lavoratori non sono coperti dalla legislazione applicabile in materia di salute e sicurezza sul lavoro, pur essendo esposti a rischi per la salute e la sicurezza analoghi a quelli che corrono i lavoratori dipendenti, ha previsto di promuovere la sicurezza e la salute dei lavoratori autonomi, tenendo conto dei particolari rischi esistenti in settori specifici e della natura specifica della relazione tra le imprese contraenti e i lavoratori autonomi, adottando le misure ritenute più opportune, quali, ad esempio, provvedimenti legislativi, incentivi, campagne d'informazione e incoraggiamento delle parti interessate.

La stessa raccomandazione, inoltre, ha disposto l’adozione delle misure necessarie per garantire ai lavoratori autonomi, nella maniera più facile possibile, informazioni e consigli utili riguardo alla prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali, nonché l’accesso ad una formazione sufficiente per ottenere qualifiche adeguate in materia di sicurezza e di salute. Allo stesso tempo, si prevede, in conformità delle legislazioni e/o pratiche nazionali, di consentire ai lavoratori autonomi che lo desiderino di beneficiare di controlli medici proporzionati ai rischi cui sono esposti.

 

La lettera d) prevede la semplificazione degli adempimenti meramente formali in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, con particolare riferimento alle piccole, medie e micro imprese senza però compromettere il rispetto dei livelli di tutela, nonché la previsione di forme di unificazione documentale.

 

La lettera e) contempla il riordino della normativa in materia di macchine, impianti, attrezzature di lavoro, opere provvisionali e dispositivi di protezione individuale, al fine di operare il necessario coordinamento tra le direttive di prodotto e quelle di utilizzo concernenti la tutela della salute e sicurezza sul lavoro e di razionalizzare il sistema pubblico di controllo.

 

La lettera f) prevede la riformulazione e razionalizzazione dell’apparato sanzionatorio, amministrativo e penale, per la violazione delle norme vigenti e per le infrazioni alle disposizioni introdotte dai decreti legislativi emanati in attuazione della delega, tenendo conto delle funzioni svolte da ciascun soggetto obbligato, con particolare riguardo alla responsabilità del preposto, e alla natura formale o invece sostanziale della violazione[27].

 

In particolare, il Governo dovrà prevedere:

 

§         la modulazione delle sanzioni in funzione del rischio e l’utilizzazione di strumenti che favoriscano la regolarizzazione e l’eliminazione del pericolo da parte dei soggetti destinatari dei provvedimenti amministrativi, confermando e valorizzando il sistema della disciplina sanzionatoria in materia di lavoro di cui al D.Lgs. 19 dicembre 1994, n. 758[28] (lettera f), n. 1);

Al riguardo, si segnala che il citato decreto legislativo reca modificazioni alla disciplina sanzionatoria in materia di lavoro. In particolare, il citato d.lgs. ha previsto, in primo luogo, la sanzione amministrativa per molte contravvenzioni in materia di stipulazione ed esecuzione del rapporto di lavoro per le quali non si è ritenuta giustificabile la sanzione penale. In secondo luogo è stato previsto un peculiare meccanismo estintivo per le contravvenzioni in materia di sicurezza e igiene del lavoro. Tale meccanismo è modellato sulla diffida amministrativa ad adempiere. L’organo di vigilanza, quando accerta una violazione, impartisce obbligatoriamente una prescrizione al datore di lavoro al fine di eliminare la violazione entro un termine, e ne informa il pubblico ministero. Entro 60 gg. dalla scadenza del termine fissato nella prescrizione l’organo di vigilanza verifica l’eliminazione della violazione. Se il datore di lavoro ha adempiuto è ammesso a pagare in sede amministrativa una somma pari al quarto del massimo dell’ammenda stabilita per la contravvenzione commessa; con tale pagamento, che dovrà essere effettuato entro i trenta giorni dalla data di notifica del corrispettivo verbale, si estingue il reato.

Viceversa, qualora si accerti la mancata regolarizzazione della situazione illecita, o qualora il datore di lavoro non paghi, l’organo di vigilanza ne dà comunicazione al pubblico ministero entro 90 gg., in modo che il procedimento penale possa proseguire. Infine, con il Capo III del D.Lgs. 758 del 1994 si procede alla riqualificazione delle sanzioni penali, con particolare riferimento alla trasformazione delle contravvenzioni in materia di lavoro punite con la sola pena dell’ammenda in altrettante fattispecie di illecito amministrativo.

 

§         la determinazione delle sanzioni penali dell’arresto e dell’ammenda, previste solo nei casi in cui le infrazioni ledano interessi generali dell’ordinamento, individuati in base ai criteri ispiratori degli articoli 34 e 35 della L. 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni da comminare in via esclusiva ovvero alternativa, con previsione della pena dell’ammenda fino a euro ventimila per le infrazioni formali, della pena dell’arresto fino a tre anni per le infrazioni di particolare gravità, della pena dell’arresto fino a tre anni ovvero dell’ammenda fino a euro centomila negli altri casi (lettera f), n. 2);

L’articolo 34 della L. 689 del 1981 prevede che siano esclusi dalla depenalizzazione i reati previsti dal codice penale, ad eccezione degli articoli 669, 672, 687, 693 e 694, nonchè una serie ulteriore di fattispecie espressamente richiamate dal medesimo articolo 34 che, al riguardo, contempla espressamente i reati previsti dalle leggi in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro ed all'igiene del lavoro L’articolo 35 prevede, poi, che non costituiscono reato e sono soggette alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma di denaro tutte le violazioni previste dalle leggi in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie, punite con la sola ammenda.

 

§         la previsione della sanzione amministrativa consistente nel pagamento di una somma di denaro fino ad euro centomila per le infrazioni non punite con la sanzione penale (lettera f), n. 3);

 

§         la graduazione delle misure interdittive in dipendenza della particolare gravità delle disposizioni violate (lettera f), n. 4);

 

§         il riconoscimento ad organizzazioni sindacali ed associazioni dei familiari delle vittime della possibilità di esercitare, ai sensi e per gli effetti di cui agli articoli 91 e 92 del codice di procedura penale, i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa, con riferimento ai reati commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale (lettera f), n. 5);

Ai sensi dell'articolo 91 c.p. gli enti e le associazioni senza scopo di lucro ai quali, anteriormente alla commissione del fatto per cui si procede, sono state riconosciute, in forza di legge, finalità di tutela degli interessi lesi dal reato, possono esercitare, in ogni stato e grado del procedimento, i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato.

Il rinvio agli artt. 91 e 92 c.p.p., contenuto nel criterio di delega in esame, comporta, quindi, la possibilità, per i citati enti esponenziali (sindacati e associazioni familiari delle vittime) di essere titolari di un potere d’impulso probatorio e processuale al pari del lavoratore-persona offesa, al cui consenso è peraltro condizionata la possibilità di esercizio dei diritti indicati. Oltre alla costituzione di parte civile[29], per detti enti sarà possibile l’esercizio di poteri in via esclusiva o parallela come: la richiesta al giudice di rivolgere domande a testimoni, periti, consulenti tecnici e parti private nonché l’ammissione di nuovi mezzi di prova (art. 505); la richiesta al giudice di lettura degli atti contenuti nel fascicolo dibattimentale e di indicare gli atti utili ai fini decisori (art. 511); la richiesta motivata al PM di proporre impugnazione a ogni effetto penale (art. 572).

 

§         la previsione della destinazione degli introiti delle sanzioni pecuniarie per interventi volti alla prevenzione, a campagne informative e alle attività dei dipartimenti di prevenzione delle ASL (lettera f), n. 6,);

 

La lettera g) contempla la revisione dei requisiti, delle tutele, delle attribuzioni e delle funzioni dei soggetti del sistema di prevenzione aziendale (ivi compreso il medico competente), anche tramite adeguate attività di formazione, in particolare rafforzando il ruolo del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza territoriale, nonché introduzione della figura del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza del sito produttivo.

Il rappresentante per la sicurezza, disciplinato dagli artt. 18 e 19 del D.Lgs. 626 del 1994, ha il compito di rappresentare i lavoratori con riferimento alla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

Distinte modalità di elezione sono previste a seconda della dimensione dell’azienda. Nella aziende, o unità produttive, che occupano sino a 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza è eletto direttamente dai lavoratori al loro interno; nelle aziende che occupano fino a 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza può essere individuato per più aziende nell'ambito territoriale ovvero del comparto produttivo. Invece, nelle aziende con più di 15 dipendenti, il rappresentante per la sicurezza è eletto dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali aziendali o, in mancanza di tali rappresentanze, è eletto dai lavoratori dell'azienda al loro interno. Esso può essere designato o eletto dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali, così come definite dalla contrattazione collettiva di riferimento.

E’ previsto un numero minimo di rappresentanti per la sicurezza a seconda della dimensione aziendale e precisamente:

§         1 rappresentante nelle aziende, ovvero unità produttive, sino a 200 dipendenti;

§         3 rappresentanti nelle aziende, ovvero unità produttive, da 201 a 1000 dipendenti;

§         6 rappresentanti in tutte le altre aziende ovvero unità produttive.

Il rappresentante per la sicurezza, per poter valutare i rischi presenti nell’azienda e le relative misure di prevenzione, tra l’altro, può accedere ai luoghi in cui si svolgono le lavorazioni e deve essere consultato e informato dal datore di lavoro su una serie di rilevanti aspetti connessi alla sicurezza sul lavoro.

 

Si ricorda inoltre che una definizione di “sito” è contenuta nel Regolamento (CE) 19 marzo 2001, n. 761/2001, del Parlamento europeo e del Consiglio, sull'adesione volontaria delle organizzazioni al sistema comunitario di ecogestione e audit (EMAS), sistema al quale possono aderire volontariamente le organizzazioni, per valutare e migliorare le prestazioni ambientali delle organizzazioni stesse e fornire al pubblico e ad altri soggetti interessati informazioni pertinenti. Secondo tale definizione (che naturalmente è prevista ai fini del medesimo Regolamento) come “sito” deve intendersi “tutto il terreno, in una zona geografica precisa, sotto il controllo gestionale di un'organizzazione che comprende attività, prodotti e servizi. Esso include qualsiasi infrastruttura, impianto e materiali” (articolo 2, comma 1, lettera t)). In sostanza, il “sito” rappresenta la più piccola entità da considerare registrata come organizzazione ai sensi di EMAS, a condizione che non superi i confini di uno Stato membro[30].

 

Ai sensi della lettera h) il legislatore delegato deve procedere alla rivisitazione e potenziamento delle funzioni degli organismi paritetici, anche in qualità di strumento di aiuto alle imprese nell’individuazione di soluzioni volte a migliorare la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.

Si ricorda che l’art. 20 del D.Lgs. 626 del 1994 prevede la costituzione, a livello territoriale, di organismi paritetici tra le organizzazioni sindacali e datoriali, con funzioni di orientamento e di promozione di iniziative formative nei confronti dei lavoratori. Gli organismi paritetici inoltre costituiscono la prima istanza di riferimento in merito a controversie sorte sull'applicazione dei diritti di rappresentanza, informazione e formazione, previsti dalla normativa vigente. Sono fatti salvi comunque gli organismi bilaterali o partecipativi previsti da accordi interconfederali, di categoria, nazionali, territoriali o aziendali.

 

La lettera i) prevede la realizzazione del coordinamento su tutto il territorio nazionale delle attività e politiche in materia di salute e sicurezza sul lavoro e ridefinizione dei compiti e della composizione della commissione consultiva permanente per la prevenzione degli infortuni e l’igiene del lavoro e dei comitati regionali di coordinamento. La ridefinizione della composizione di tali organi deve avvenire su base tripartita (quindi, sembrerebbe, garantendo la presenza di rappresentanti delle parti sociali) e di norma paritetica e nel rispetto delle attribuzioni delle regioni e delle province autonome di cui all’art. 117 della Costituzione.

La Commissione consultiva permanente per la prevenzione degli infortuni e per l'igiene del lavoro, di cui all’articolo 393 del D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, è istituita presso il Ministero del lavoro e della previdenza sociale.

La Commissione è presieduta dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale o dal direttore generale della Direzione generale dei rapporti di lavoro da lui delegato, ed è composta da:

o        funzionari esperti designati dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di cui tre ispettori del lavoro, laureati uno in ingegneria, uno in medicina e chirurgia e uno in chimica o fisica;

o        il direttore e 3 funzionari dell'ISPESL;

o        un funzionario dell'Istituto superiore di sanità;

o        il direttore generale competente del Ministero della sanità (attualmente: della salute) ed un funzionario per ciascuno dei seguenti Ministeri: industria, commercio ed artigianato (attualmente: dello sviluppo economico); interno; difesa; trasporti; risorse agricole alimentari e forestali (attualmente: politiche agricole alimentari e forestali); ambiente (attualmente: ambiente e tutela del territorio e del mare) e della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimenti della funzione pubblica;

o        6 rappresentanti delle regioni e province autonome designati dalla Conferenza Stato-regioni;

o        un rappresentante dei seguenti organismi: INAIL; Corpo nazionale dei vigili del fuoco; CNR; UNI; CEI; Agenzia nazionale protezione ambiente; Istituto italiano di medicina sociale;

o        8 esperti nominati dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale su designazione delle organizzazioni sindacali dei lavoratori maggiormente rappresentative a livello nazionale;

o        8 esperti nominati dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale su designazione delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro, anche dell'artigianato e della piccola e media impresa, maggiormente rappresentative a livello nazionale;

o        un esperto nominato dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale su designazione delle organizzazioni sindacali dei dirigenti d'azienda maggiormente rappresentative a livello nazionale.

Per ogni rappresentante effettivo è designato un membro supplente.

I comitati regionali di coordinamento sono invece disciplinati dall’art. 27 del D.Lgs. 626 del 1994 e dal D.P.C.M. 5 dicembre 1997.

L’articolo 27 del D.Lgs. 626 del 1994 prevede che con atto di indirizzo e coordinamento, sentita la Conferenza Stato-regioni, su proposta dei Ministri del lavoro e della salute, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sono indicati criteri generali relativi all'individuazione di organi operanti nella materia della sicurezza e della salute sul luogo di lavoro al fine di realizzare uniformità di interventi ed il necessario raccordo con la commissione consultiva permanente.

In attuazione di tale previsione è stato quindi emanato il citato D.P.C.M. 5 dicembre 1997, il quale prevede che per realizzare sul territorio l'uniformità degli interventi della pubblica amministrazione in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro ed il necessario raccordo con la commissione consultiva permanente, le regioni istituiscono comitati di coordinamento. Tali comitati, presieduti dal presidente della giunta regionale o da un suo delegato, devono comprendere come membri rappresentanti degli assessorati regionali competenti, dei dipartimenti di prevenzione delle ASL, dei settori ispezione del lavoro delle direzioni regionali del lavoro, degli ispettorati regionali dei vigili del fuoco, dei dipartimenti periferici dell’ISPESL) e degli uffici periferici dell’INAIL, dell'ANCI, dell’UPI e, laddove presenti, rappresentanti degli uffici di sanità aerea e marittima del Ministero della salute.

Viene inoltre previsto che le regioni assicurano forme di consultazione delle parti sociali secondo le modalità vigenti nei rispettivi ordinamenti con riferimento all’attività dei comitati di coordinamento.

 

La lettera l) contempla lavalorizzazione, anche tramite apposito rinvio da parte delle disposizioni legislative, degli accordi aziendali, territoriali e nazionali, nonché dei codici di condotta ed etici e delle buone prassi che abbiano il fine di orientare i comportamenti dei datori di lavoro (anche secondo i principi della responsabilità sociale), dei lavoratori e di tutti i soggetti interessati, ai fini del miglioramento dei livelli di tutela definiti sul piano legislativo.

 

La lettera m) dispone che si debba prevedere un sistema di qualificazione delle imprese e dei lavoratori autonomi, fondato sulla specifica esperienza ovvero sulle competenze in materia salute e sicurezza sul lavoro acquisite attraverso percorsi formativi ad hoc.

 

Ai sensi della lettera n), si deve procedere alla definizione di un assetto istituzionale basato sull’organizzazione e circolazione delle informazioni, delle linee guida e delle buone pratiche utili a favorire la promozione e la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, che valorizzi le competenze esistenti ed elimini ogni sovrapposizione o duplicazione di interventi. La definizione di tale assetto deve avvenire anche tramite il sistema informativo nazionale per la prevenzione nei luoghi di lavoro.

 

La lettera o) dispone che si debba prevedere la partecipazione delle parti sociali al sistema informativo nazionale per la prevenzione degli infortuni nei luoghi di lavoro, costituito da Ministeri, regioni e province autonome, INAIL, IPSEMA ed ISPESL, con il contributo del CNEL, e il concorso allo sviluppo del medesimo sistema da parte degli organismi paritetici e delle associazioni e degli istituti di settore a carattere scientifico, ivi compresi quelli che si occupano della salute delle donne.

 

La lettera p) prevede la promozione della cultura e delle azioni di prevenzione, attraverso:

o        la realizzazione di un sistema di governo per la definizione, tramite forme di partecipazione tripartita, di progetti formativi, con particolare riferimento alle piccole e medie imprese, da indirizzare nei confronti di tutti i soggetti del sistema di prevenzione aziendale anche attraverso il sistema della bilateralità (lettera p), n. 1);

o        il finanziamento degli investimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro delle piccole, medie e microimprese, i cui oneri siano sostenuti dall’INAIL, nell’ambito e nei limiti delle spese istituzionali del medesimo Istituto. Deve essere garantita la semplicità delle procedure relative a tali finanziamenti (lettera p), n. 2);

o        la promozione e la diffusione della cultura della salute e della sicurezza sul lavoro in ambito scolastico ed universitario e nei percorsi di formazione, nel rispetto delle disposizioni vigenti e in considerazione dei relativi principi di autonomia didattica e finanziaria (lettera p), n. 3).

La lettera in esame precisa inoltre che le attività di cui ai su indicati numeri 1) e 2) debbano essere finanziate, a decorrere dal 1° gennaio 2008, a valere, previo atto di accertamento, su una quota delle risorse di cui all’articolo 1, comma 780, della L. 27 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria per il 2007), accertate in sede di bilancio consuntivo per l’anno 2007 dell’INAIL.

Per quarto riguarda la copertura finanziaria, si ricorda che l’articolo 1, comma 780, della legge finanziaria per il 2007 ha disposto che, a decorrere dal 2008, con riferimento alla gestione separata artigianato presso l’INAIL, i premi per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro siano ridotti con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, da emanarsi di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, previa delibera dell’INAIL, per un importo non superiore a 300 milioni di euro per il 2008, a valere sull’incremento del complessivo gettito contributivo INAIL ove superiore al tasso di variazione nominale del PIL per l’anno 2007[31].

Si osserva al riguardo che la disposizione in esame si presta ad interpretazioni non univoche.

La copertura “a valere su una quota” delle risorse dell’articolo 1, comma 780, della legge finanziaria per il 2007 potrebbe intendersi riferita:

§          alle risorse derivanti “dall’incremento del complessivo gettito contributivo INAIL ove superiore al tasso di variazione nominale del PIL per l’anno 2007” eccedenti rispetto a quelle necessarie per la riduzione dei premi INAIL per l’artigianato previste dal comma 780 medesimo;

§          alle risorse derivanti “dall’incremento del complessivo gettito contributivo INAIL ove superiore al tasso di variazione nominale del PIL per l’anno 2007” attualmente destinate dal comma 780 alla riduzione dei premi INAIL per l’artigianato. Tale interpretazione, che appare più aderente alla formulazione letterale del testo, comporta di fatto una riduzione delle risorse da destinare alla riduzione dei premi INAIL.

 

Ai sensi della lettera q) si deve procedere alla razionalizzazione e coordinamento delle strutture centrali e territoriali di vigilanza, nel rispetto dei principi di cui all’articolo 19 del D.Lgs 19 dicembre 1994, n. 758[32], e dell’articolo 23, comma 4, del D.Lgs. 626 del 1994, in modo da rendere più efficaci gli interventi di pianificazione, programmazione, promozione della salute, vigilanza, nel rispetto dei risultati verificati, per evitare sovrapposizioni, duplicazioni e carenze negli interventi e valorizzando le specifiche competenze delle diverse strutture, anche riordinando il sistema delle amministrazioni e degli enti statali aventi compiti di prevenzione, formazione e controllo in materia e prevedendo criteri uniformi ed idonei strumenti di coordinamento.

 

In merito ai procedimenti d’estinzione delle contravvenzioni in materia di sicurezza e di igiene del lavoro, di cui al Capo II del richiamato D.Lgs. 758, il citato articolo 19 dispone che, agli effetti delle disposizioni di cui al medesimo Capo, si intende per:

o        contravvenzioni, i reati in materia di sicurezza e di igiene del lavoro puniti con la pena alternativa dell'arresto o dell'ammenda in base alle norme indicate nell'allegato I;

o        organo di vigilanza, il personale ispettivo delle ASL, di cui all'articolo 21, terzo comma, della L. 23 dicembre 1978, n. 833[33], fatte salve le diverse competenze previste da altre norme.

 

Invece l’articolo 23 del D.Lgs. 626 del 1994 dispone che la vigilanza sull'applicazione della legislazione in materia di sicurezza e salute sul lavoro è svolta dalle ASL e, per quanto di specifica competenza, dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché, per il settore minerario, dal Ministero dello sviluppo economico, e per le industrie estrattive di seconda categoria e le acque minerali e termali delle regioni e province autonome di Trento e di Bolzano.

L'attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro può essere esercitata anche dall'ispettorato del lavoro che ne informa preventivamente il servizio di prevenzione e sicurezza dell’ASL competente per territorio. In ogni caso restano ferme le competenze in materia di vigilanza attribuite dalla normattiva vigente all'ispettorato del lavoro, per attività lavorative comportanti rischi particolarmente elevati, da individuare con apposito D.P.C.M.

Vengono inoltre confermate le competenze in materia di sicurezza e salute dei lavoratori attribuite dalla normativa vigente agli uffici di sanità aerea e marittima ed alle autorità marittime, portuali ed aeroportuali, per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori a bordo di navi e di aeromobili ed in ambito portuale ed aeroportuale, ed ai servizi sanitari e tecnici istituiti per le Forze armate e per le Forze di polizia.

 

La lettera r) prevede che debba essere escluso qualsiasi onere per i lavoratori e le lavoratrici in connessione con l’adozione delle misure per la salute e sicurezza sul lavoro.

 

Ai sensi della lettera s) il legislatore delegato deve procedere alla revisione della normativa in materia di appalti, prevedendo misure dirette a:

o        migliorare l’efficacia della responsabilità solidale tra appaltante ed appaltatore e il coordinamento degli interventi di prevenzione dei rischi, con particolare riferimento ai subappalti, anche attraverso l’adozione di meccanismi che consentano di valutare l’idoneità sul piano tecnico-professionale delle imprese pubbliche e private, ponendo il rispetto delle norme relative alla salute e sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro quale condizione necessaria per la partecipazione alle gare relative agli appalti e subappalti pubblici e per l’accesso ad agevolazioni, finanziamenti e contributi a carico della finanza pubblica (lettera s), n. 1);

Si ricorda che la responsabilità solidale del committente e delle imprese appaltatrici è prevista dall'articolo 7 del D.Lgs. n. 626 del 1994, e successive modificazioni, che disciplina gli specifici profili di sicurezza del lavoro nelle ipotesi di affidamento di lavori ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi. Tale disciplina è stata da ultimo modificata dall'art. 1, comma 910, della L. 296 del 2006 (legge finanziaria per il 2007).

L'articolo 7 del D.Lgs 626 del 1994 pone diverse obbligazioni in capo al datore di lavoro-committente in caso di affidamento dei lavori all'interno dell'azienda, ovvero dell'unità produttiva, ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi. Tali obblighi vanno dalla verifica di idoneità tecnico-professionale delle imprese appaltatrici e dei lavoratori autonomi, alla fornitura di informazioni sui rischi specifici dell’ambiente in cui le loro prestazioni dovranno essere eseguite, alla prescrizione di attività di cooperazione e di coordinamento nell'attuazione delle misure di protezione e di prevenzione dei rischi incidenti sull’attività lavorativa oggetto dell’appalto, o comunque connessi all’interferenza tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera complessiva. Nella formulazione originaria dell'art. 7 citato, tale complesso di obblighi scattava solo nei casi in cui le imprese appaltatrici o i lavoratori autonomi operassero all'interno dell'azienda o dell’unità produttiva dell’impresa committente, con una delimitazione che riprendeva quella degli appalti "interni" di cui all’art. 3, comma 1, della L. 23 ottobre 1960, n. 1369 (all'epoca ancora vigente). Successivamente, l'art. 1, comma 910, della L. n. 296 del 2006 ha esteso tutti gli obblighi previsti dall'art. 7 del D.Lgs. n. 626 del 1994 anche al caso in cui il datore di lavoro affidi lavori a imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi nell’ambito dell’intero ciclo produttivo della propria azienda. Pertanto con la modificazione apportata dall'art. 1, comma 910, della L. n. 296 del 2006, gli obblighi dell'art. 7 del D.Lgs. n. 626 del 1994 sono destinati ad operare in un ambito definito sia da un criterio topografico (lavori interni all’azienda o all'unità produttiva), che da un criterio di natura funzionale (lavori attinenti al ciclo produttivo).

Si ricorda, inoltre, che il medesimo art. 1, comma 910, della L. n. 296/2006 ha aggiunto un comma 3-bis nel suddetto art. 7 del D.Lgs. n. 626/1994. Il nuovo comma prevede la responsabilità solidale dell’imprenditore committente per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall’appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato dall’INAIL.

 

o        modificare il sistema di assegnazione degli appalti pubblici al massimo ribasso, in modo da garantire che l’assegnazione non determini la diminuzione del livello di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori (lettera s), n. 2);

o        operare una revisione della normativa in materia di appalti recata dal decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, considerando i costi relativi alla sicurezza che dovranno essere specificamente indicati nei bandi di gara e risultare congrui rispetto all’entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture oggetto di appalto (lettera s), n. 3).

Posto che il successivo articolo 8 procede direttamente a novellare l’articolo 86 del decreto legislativo n. 163 del 2006 (cd. codice dei contratti pubblici), nel senso indicato dalle disposizioni contenute nei nn. 2) e 3) della lettera s) in esame, occorre valutare l’opportunità di mantenere tali disposizioni quali criteri direttivi della delega.

 

La lettera t) dispone che si debba procedere allarivisitazione delle modalità di attuazione della sorveglianza sanitaria, adeguandola alle differenti modalità organizzative del lavoro e alle particolarità delle lavorazioni, nonché ai criteri ed alle linee guida scientifici più avanzati, anche con riferimento al prevedibile momento di insorgenza della malattia.

 

La lettera u) è volta a rafforzare e garantire le tutele previste nel caso di allontanamento temporaneo del lavoratore a seguito di esposizione ad agenti chimici, fisici e biologici, di cui all’articolo 8 del D.Lgs. 15 agosto 1991, n. 277.

Il citato articolo 8 prevede che il lavoratore allontanato temporaneamente, per motivi sanitari inerenti la sua persona, da un'attività comportante esposizione ad un agentechimico o fisico o biologico, deve essere assegnato, in quanto possibile, ad un altro posto di lavoro nell'ambito della medesima azienda in conformità al parere del medico competente. Avverso il parere del medico competente è ammesso ricorso, entro 30 giorni dalla data di comunicazione del parere medesimo, all'organo di vigilanza, che riesamina la valutazione degli esami degli accertamenti effettuati dal medico competente disponendo la conferma o la modifica o la revoca delle misure adottate nei confronti dei lavoratori (comma 1). Il lavoratore in precedenza richiamato che sia adibito a mansioni inferiori conserva la retribuzione corrispondente alle mansioni precedentemente svolte, nonché la qualifica originaria (comma 2), applicandosi le norme sulla retribuzione delle mansioni superiori svolte, di cui all'articolo 13 della L. 300 del 1970 (cd. “Statuto dei lavoratori”), qualora il lavoratore venga adibito a mansioni equivalenti o superiori. Infine, spetta alla contrattazione collettiva determinare il periodo massimo dell'allontanamento temporaneo agli effetti delle mansioni in precedenza richiamate (comma 3).

 

La lettera v) prevede l’introduzione dello strumento dell’interpello di cui all’articolo 9 del D.Lgs. 124 del 2004, relativamente ai quesiti di carattere generale sull’applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, individuando all’uopo il soggetto titolare competente a fornire tempestivamente la risposta.

Si ricorda che ai sensi dell’articolo 9 del D.Lgs. 124 del 2004, il diritto di interpello consiste nella facoltà, per gli organismi associativi a rilevanza nazionale degli enti territoriali, gli enti pubblici nazionali, nonché le organizzazioni sindacali e dei datori di lavoro maggiormente rappresentative sul piano nazionale e i consigli nazionali degli ordini professionali, di inoltrare, esclusivamente per via telematica, alla Direzione generale per l’attività ispettiva, quesiti di ordine generale sull’applicazione delle normative di competenza del Ministero del lavoro e della previdenza sociale. LaDirezione generale per il coordinamento delle attività ispettive fornisce i relativi chiarimenti d’intesa con le Direzioni generali del Ministero del lavoro competenti per materia e sentiti gli enti previdenziali, qualora interessati dal quesito (comma 1). L’adeguamento alle indicazioni fornite nelle risposte ai quesiti mette al riparo i soggetti interpellanti dall’applicazione delle sanzioni penali, civili e amministrative (comma 2).

 

Il successivo comma 3 stabilisce il divieto, per i decreti legislativi da emanare in attuazione della delega, di introdurre un abbassamento dei livelli di protezione, di sicurezza e di tutela, o una riduzione dei diritti e delle prerogative dei lavoratori e delle loro rappresentanze.

 

I commi 4 e 5 dispongono in merito alla procedura per l’attuazione della delega in esame.

In particolare, ai sensi del comma 4, i decreti legislativi devono essere adottati con la procedura di cui all’articolo 14 della L. 23 agosto 1988, n. 400[34] (che appunto detta la disciplina generale per l’emanazione dei decreti legislativi), su proposta dei Ministri del lavoro e della previdenza sociale, della salute, delle infrastrutture (limitatamente a quanto previsto dalla lettera s) del comma 2), dello sviluppo economico (limitatamente a quanto previsto dalla lettera e) del comma 2), di concerto con il Ministro per le politiche europee, il Ministro della giustizia, il Ministro dell’economia e delle finanze e il Ministro della solidarietà sociale (limitatamente a quanto previsto dalla lettera l) del comma 2), nonché gli altri Ministri competenti per materia, acquisito il parere della Conferenza Stato-regioni e sentite le organizzazioni sindacali e datoriali maggiormente rappresentative.

 

Il richiamato articolo 14 prevede l’emanazione dei citati decreti legislativi da parte del dal Presidente della Repubblica con la denominazione di «decreto legislativo» e con l'indicazione, nel preambolo, della legge di delegazione, della deliberazione del Consiglio dei ministri e degli altri adempimenti del procedimento prescritti dalla legge di delegazione. Inoltre, l'emanazione del decreto legislativo deve avvenire entro il termine fissato dalla legge di delegazione; il testo del decreto legislativo adottato dal Governo è trasmesso al Presidente della Repubblica, per la emanazione, almeno venti giorni prima della scadenza. Se la delega legislativa si riferisce ad una pluralità di oggetti distinti suscettibili di separata disciplina, il Governo può esercitarla mediante più atti successivi per uno o più degli oggetti predetti. In relazione al termine finale stabilito dalla legge di delegazione, il Governo informa periodicamente le Camere sui criteri che segue nell'organizzazione dell'esercizio della delega.

Infine, qualora il termine previsto per l'esercizio della delega ecceda i due anni, in ogni caso il Governo è tenuto a richiedere il parere delle Camere sugli schemi dei decreti delegati. Il parere è espresso dalle Commissioni permanenti delle due Camere competenti per materia entro sessanta giorni, indicando specificamente le eventuali disposizioni non ritenute corrispondenti alle direttive della legge di delegazione. Il Governo, nei trenta giorni successivi, esaminato il parere, ritrasmette, con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni, i testi alle Commissioni per il parere definitivo che deve essere espresso entro trenta giorni.

 

Il comma 5 dispone la trasmissione degli schemi di decreti legislativi alla Camera e al Senato al fine dell’espressione, entro quaranta giorni, dei parere delle Commissioni competenti per materia e per i profili finanziari. Trascorso tale termine in mancanza dell’espressione di tali pareri, i decreti legislativi possono essere comunque emanati.

Lo stesso comma prevede altresì la proroga, pari a tre mesi, dei termini previsti per l’adozione dei decreti legislativi nel caso in cui il termine per l’espressione dei pareri parlamentari scada nei trenta giorni precedenti la scadenza dei termini fissati per l’esercizio della delega. Analogo meccanismo di proroga viene previsto con riferimento all’adozione dei decreti legislativi recanti disposizioni integrative e correttive di cui al comma successivo.

 

Ai sensi del comma 6, è prevista la possibilità, per il Governo, di adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi attuativi della delega, disposizioni integrative e correttive dei decreti medesimi.

 

Infine, il comma 7 stabilisce che l’attuazione della delega non deve determinare nuovi o ulteriori oneri per la finanza pubblica, ad eccezione degli oneri derivanti dai criteridi delega cui al comma 2, lettera p), numeri 1) e 2) concernenti, rispettivamente, la realizzazione di un sistema di governo per la definizione di progetti formativi ed il finanziamento degli investimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro delle piccole, medie e microimprese (cfr. supra). Pertanto le amministrazioni competenti provvedono agli adempimenti richiesti dai decreti attuativi della delega attraverso una diversa allocazione delle ordinarie risorse umane, strumentali ed economiche, allo stato già in dotazione alle medesime amministrazioni.

 

 

Art. 2.

(Notizia all’INAIL in taluni casi di esercizio dell’azione penale)

 

L’articolo 2 prevede che, nei casi di esercizio dell’azione penale per i delitti di omicidio colposo o di lesione personale colposa, se il reato è commesso con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e le malattie professionali o relative all’igiene del lavoro, il pubblico ministero ne dà notizia immediatamente all’INAIL ai fini dell’eventuale costituzione di parte civile e dell’azione di regresso.

 

Si ricorda che, nel caso in cui l’infortunio sul lavoro o la malattia professionale sia imputabile ad un comportamento (anche omissivo) del datore di lavoro o di un terzo, fermo restando il diritto del lavoratore all’indennizzo dell’infortunio sul lavoro e della malattia professionale, tale comportamento può dar luogo all’azione di risarcimento dei danni, ai sensi degli articoli 2043 e 2087 del codice civile, da parte del lavoratore o dei suoi superstiti nei confronti del datore di lavoro o del terzo, nonché all’azione dell’INAIL nei confronti del datore di lavoro o del terzo ai fini del recupero, parziale o totale, dell’importo delle prestazioni erogate per l’infortunio o la malattia professionale (rispettivamente, azione di regresso e azione surrogatoria dell’INAIL).

L’azione di regresso nei confronti del datore di lavoro responsabile è condizionata alla accertata responsabilità sul piano penale del datore di lavoro (art. 10 e 11 del D.P.R. 1124/1965) ed si prescrive nel termine di tre anni dal giorno nel quale la sentenza penale è passata in giudicato o dall’estinzione del reato per morte dell'imputato o per amnistia dichiarata con sentenza penale (art. 112 del D.P.R. 1124/1965).

 

 

Art. 3.

(Modifiche al decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626)

 

L’articolo 3 reca modifiche al più volte citato D.Lgs. 626 del 1994.

 

In particolare:

 

§         si sostituisce il comma 3 dell’articolo 7, relativo agli obblighi del datore di lavoro in caso di contratto di appalto o contratto d'opera (comma 1, lettera a));

L’attuale articolo 7 prevede che, in caso di contratto di appalto o contratto d'opera, il datore di lavoro, in caso di affidamento dei lavori ad imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi all'interno della propria azienda, o di una singola unità produttiva della stessa, nonché nell'ambito dell'intero ciclo produttivo dell'azienda medesima abbia l’obbligo (comma 1):

o        di verificare, anche attraverso l'iscrizione alla CCIAA, l'idoneità tecnico-professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi in relazione ai lavori da affidare in appalto o contratto d'opera;

o        di fornire agli stessi soggetti dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell'ambiente in cui sono destinati ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.

Il successivo comma 2 dispone che, nell'ipotesi di cui al precedente comma, sussiste l’obbligo, a carico dei datori di lavoro, di cooperare all'attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull'attività lavorativa oggetto dell'appalto, nonché di coordinare gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese coinvolte nell'esecuzione dell'opera complessiva.

Il comma 3 dispone che il datore di lavoro committente promuove la cooperazione ed il coordinamento di cui al precedente comma; tuttavia tale obbligo non si estende ai rischi specifici propri dell'attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi.

Infine, è previsto un’obbligazione solidale dell’'imprenditore committente con l'appaltatore (comma 3-bis), nonché con ciascuno degli eventuali ulteriori subappaltatori, per tutti i danni per i quali il lavoratore, dipendente dall'appaltatore o dal subappaltatore, non risulti indennizzato ad opera dell'INAIL.

 

Il nuovo testo del comma 3 introdotto dalla disposizione in esame, rispetto al testo vigente, stabilisce che i richiamati obblighi di cooperazione e coordinamento siano promossi dal datore di lavoro attraverso l’elaborazione di un unico documento di valutazione dei rischi, allegato al contratto di appalto o di opera, indicante le misure adottate per eliminare le interferenze;

 

§         viene aggiunto il comma 3-ter all’articolo 7 (comma 1, lettera b)), che stabilisce che, ferme restando le disposizioni in materia di sicurezza e salute del lavoro previste dalla normativa vigente degli appalti pubblici, nei contratti di somministrazione, di appalto e di subappalto, di cui agli articoli 1559, 1655 e 1656 del codice civile, sussiste l’obbligo di indicare specificamente i costi relativi alla sicurezza del lavoro. A tali dati possono accedere, previa richiesta, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e le organizzazioni sindacali dei lavoratori;

 

§         si modifica il terzo periodo del comma 2 dell’articolo 18 (comma 1, lettera c)), relativo al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

Il rappresentante per la sicurezza, disciplinato dagli artt. 18 e 19 del D.Lgs. 626 del 1994, ha il compito di rappresentare i lavoratori con riferimento alla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

Distinte modalità di elezione sono previste a seconda della dimensione dell’azienda. Nella aziende, o unità produttive, che occupano sino a 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza è eletto direttamente dai lavoratori al loro interno; nelle aziende che occupano fino a 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza può essere individuato per più aziende nell'ambito territoriale ovvero del comparto produttivo. Invece, nelle aziende con più di 15 dipendenti, il rappresentante per la sicurezza è eletto dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali aziendali o, in mancanza di tali rappresentanze, è eletto dai lavoratori dell'azienda al loro interno. Esso può essere designato o eletto dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali, così come definite dalla contrattazione collettiva di riferimento.

E’ previsto un numero minimo di rappresentanti per la sicurezza a seconda della dimensione aziendale e precisamente:

§         1 rappresentante nelle aziende, ovvero unità produttive, sino a 200 dipendenti;

§         3 rappresentanti nelle aziende, ovvero unità produttive, da 201 a 1000 dipendenti;

§         6 rappresentanti in tutte le altre aziende ovvero unità produttive.

 

La disposizione in esame, così come modificata, prevede che, nel caso di aziende che occupano fino a 15 dipendenti, il rappresentante per la sicurezzaindividuato nell'ambito territoriale ovvero del comparto produttivo debba essere di norma eletto dai lavoratori (mentre, come detto, il testo vigente dispone che debba essere eletto o designato dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali, così come definite dalla contrattazione collettiva di riferimento).

Si segnala che la norma potrebbe prestarsi a dubbi interpretativi in quanto, utilizzando la locuzione “di norma”, non individua in maniera univoca la modalità di elezione del rappresentante per la sicurezza.

 

§         si introduce il comma 4-bis all’articolo 18 (comma 1, lettera d)). Tale comma stabilisce che l’elezione dei rappresentanti per la sicurezza aziendali, territoriali o di comparto, salvo diverse previsioni dei contratti collettivi, avvenga di norma in un’unica giornata su tutto il territorio nazionale. L’individuazione di tale giornata è demandata ad un decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sentite le organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative. Con tale decreto vengono inoltre disciplinate le modalità di attuazione del comma in esame;

 

§         si sostituisce il comma 5 dell’articolo 19, concernente le attribuzioni del rappresentante per la sicurezza(comma 1, lettera e)).

In particolare, il citato comma 5 stabilisce il diritto, per il rappresentante per la sicurezza, di accedere, per l'espletamento della sua funzione, al documento sulla valutazione della sicurezza, nonché al registro degli infortuni sul lavoro.

Si ricorda che, ai sensi dell’articolo 4, commi 2 e 3, il documento relativo all’esito della valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, elaborato dal datore di lavoro e custodito presso l’azienda, ovvero presso l’unità produttiva, deve contenere:

o        una relazione sulla valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro, nella quale sono specificati i criteri adottati per la valutazione stessa;

o        l'individuazione delle misure di prevenzione e di protezione e dei dispositivi di protezione individuale, conseguente alla valutazione in precedenza richiamata;

o        il programma delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza.

Il datore di lavoro, inoltre, ai sensi dell’articolo 4, comma 5, lett. o), è obbligato alla tenuta di un registro, conservato sul luogo di lavoro e tenuto a disposizione dell'organo di vigilanza, nel quale sono annotati cronologicamente gli infortuni sul lavoro che comportano un'assenza dal lavoro di almeno un giorno.

 

Più specificamente, il nuovo testo del comma 5 prevede l’obbligo, per il datore di lavoro, di consegnare al rappresentante per la sicurezza, su richiesta di questi e per l’espletamento della sua funzione, copia del documento sulla valutazione dei rischi nonché del registro degli infortuni in precedenza richiamati.

 

§         si introduce un nuovo comma 5-bis al medesimo articolo 19, con cui sidispone che i rappresentanti per la sicurezza territoriali o di comparto (cfr. supra), esercitino le attribuzioni di cui al presente articolo con riferimento a tutte le unità produttive del territorio o del comparto di rispettiva competenza.

 

 

Art. 4.

(Disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro)

 

I commi 1 e 2 recano disposizioni per un miglior coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

 

In particolare (comma 1), si dispone che con apposito D.P.C.M., previa intesa in sede di Conferenza unificata, sia disciplinato il coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, affidato ai comitati regionali di coordinamento di cui all’articolo 27 del D.Lgs. 626 del 1994 e al D.P.C.M. 5 dicembre 1997 (“Atto di indirizzo e coordinamento recante criteri generali per l'individuazione degli organi operanti nella materia della sicurezza e della salute sul luogo di lavoro”).

 

L’art. 27 del D.Lgs. 626 del 1994 prevede che con atto di indirizzo e coordinamento, sentita la Conferenza Stato-regioni, su proposta dei Ministri del lavoro e della salute, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sono indicati criteri generali relativi all'individuazione di organi operanti nella materia della sicurezza e della salute sul luogo di lavoro al fine di realizzare uniformità di interventi ed il necessario raccordo con la commissione consultiva permanente.

In attuazione di tale previsione è stato emanato il citato D.P.C.M. 5 dicembre 1997, il quale prevede che per realizzare sul territorio l'uniformità degli interventi della pubblica amministrazione in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro ed il necessario raccordo con la commissione consultiva permanente, le regioni istituiscono comitati di coordinamento. Tali comitati, presieduti dal presidente della giunta regionale o da un suo delegato, devono comprendere come membri rappresentanti degli assessorati regionali competenti, dei dipartimenti di prevenzione delle ASL, dei settori ispezione del lavoro delle direzioni regionali del lavoro, degli ispettorati regionali dei vigili del fuoco, dei dipartimenti periferici dell’ISPESL) e degli uffici periferici dell’INAIL, dell'ANCI, dell’UPI e, laddove presenti, rappresentanti degli uffici di sanità aerea e marittima del Ministero della salute.

Viene inoltre previsto che le regioni assicurano forme di consultazione delle parti sociali secondo le modalità vigenti nei rispettivi ordinamenti con riferimento all’attività dei comitati di coordinamento.

 

Si dispone, in particolare, che con il D.P.C.M. in questione devono essere individuati:

a)      i settori prioritari di intervento dell’azione di vigilanza, i piani di attività ed i progetti operativi da attuare a livello territoriale;

b)      l’esercizio di poteri sostitutivi in caso di inadempimento da parte di amministrazioni pubbliche.

 

Si precisa, inoltre, (comma 2) che, fino all’emanazione del D.P.C.M. di cui sopra, il coordinamento delle attività di prevenzione e vigilanza è esercitato dal presidente della provincia o da assessore da lui delegato, nei confronti delle amministrazioni e degli enti pubblici territoriali rientranti nell’ambito provinciale di competenza.

 

Il comma 3 reca disposizioni per una migliore e più efficiente integrazione dei sistemi informativi delle amministrazioni competenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

In particolare si dispone che entro tre mesi dall’entrata in vigore del provvedimento in esame, il Ministero della salute, il Ministero del lavoro, le regioni, le province autonome, l’INAIL, l’IPSEMA, l’ISPESL e le altre amministrazioni competenti in materia pongono in essere gli adempimenti necessari per l’integrazione dei rispettivi archivi informatici, anche attraverso la creazione di banche dati unificate relative ai singoli settori produttivi, e per il coordinamento delle attività ispettive in materia di prevenzione e sicurezza sui luoghi di lavoro.

Viene inoltre precisato che i dati contenuti in tali banche dati unificate sono resi pubblici, ad eccezione dei dati sensibili previsti dal D.Lgs. 196 del 2003, recante il codice in materia di protezione dei dati personali (c.d. “codice sulla privacy”).

 

Si ricorda che il decreto legislativo 196 del 2003, “ribattezzato” codice della privacy, recepisce l’ultima direttiva dell’Unione europea, n. 58 del 2002, in materia di comunicazioni elettroniche. Il codice si compone di 3 Parti: I, recante disposizioni generali; II relativa a disposizioni relative a specifici settori; III, concernente tutela dell’interessato e sanzioni.

 

Il comma 4 reca disposizioni volte a rafforzare l’azione ispettiva e di vigilanza, provvedimento a destinare apposite risorse per tali scopi utilizzando gli stanziamenti per l’anno 2007 di cui all’art. 1, comma 545, della L. 296/2006 relativi all’assunzione degli idonei a determinati concorsi per ispettore del lavoro di cui al comma 544 del medesimo art. 1.

 

Il comma 544 citatoautorizza il Ministero del lavoro e della previdenza socialealla immissione in servizio del personale risultato idoneo in alcuni specifici concorsi e all’immissione nei ruoli di destinazione finale del personale in servizio che abbia partecipato a percorsi di riqualificazione, per le esigenze relative alle politiche di contrasto del lavoro sommerso e di prevenzione degli incidenti sul lavoro e del fenomeno delle morti bianche.

Più in dettaglio, il comma in esame prevede che il Ministero del lavoro e delle politiche sociale è autorizzato all’immissione in servizio fino a 300 unità di personale risultato idoneo in seguito allo svolgimento dei concorsi pubblici, per esami, a complessivi 795 posti di ispettore del lavoro, area funzionale C, posizione economica C2, per gli uffici del Ministero del lavoro e della previdenza sociale ubicati nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria e Veneto, Campania, il Molise e la Sicilia (lett. a)).

Il Ministero è altresì autorizzato all’immissione nei ruoli di destinazione finale e al conseguente adeguamento delle competenze economiche, del personale in servizio risultato vincitore ovvero idoneo nei relativi percorsi di riqualificazione (lett. b)).

 

Il comma 545, ai fini dell’attuazione delle richiamate disposizioni, a decorrere dall’anno 2007 prevede un’autorizzazione di spesa annua di 8,5 milioni di euro per l’assunzione degli idonei agli indicati concorsi per ispettore del lavoro e di 5 milioni di euro per l’immissione nei ruoli di destinazione finale del personale “riqualificato”.

 

Pertanto il comma in esame dispone che le risorse stanziate (8,5 milioni di euro) per l’assunzione fino a 300 unità di ispettore del lavoro di cui al citato comma 544, lette. a), della L. 296/2006, siano utilizzate, per il solo anno 2007, nelle seguenti modalità:

a) 4.250 mila euro (cioè il 50% delle risorse) per l’immissione in servizio dal 1° luglio 2007 degli ispettori del lavoro di cui è prevista l’assunzione ai sensi del medesimo comma 544, lett. a);

b) 4.250 mila euro (l’altro 50% delle risorse, che si rendono disponibili come conseguenza di far decorrere le assunzioni di cui alla lett. a) del citato comma 544 dal 1° luglio 2007) per finanziare il funzionamento e il potenziamento dell’attività ispettiva, la costituzione di appositi nuclei di pronto intervento e per l’incremento delle dotazioni strumentali.

 

Il comma 5 autorizza il Ministro dell’economia, su proposta del Ministro del lavoro, ad apportare le occorrenti variazioni di bilancio che si rendessero necessarie a seguito della disposizione di cui al comma precedente.

 

Il comma 6 dispone che il personale degli istituti previdenziali che accerta d’ufficio violazioni amministrative sanabili relative alla disciplina in materia previdenziale, è tenuto ad applicare la procedura di diffida di cui all’articolo 13 del D.Lgs. 124 del 2004[35]. Si ricorda che tale articolo prevede che, qualora il personale ispettivo rilevi violazioni della norme in materia di lavoro e previdenza sociale dalle quali derivino sanzioni amministrative, deve diffidare il datore di lavoro alla regolarizzazione delle inosservanze comunque sanabili, fissando un termine. In caso in cui adempia alla diffida, il datore di lavoro è ammesso al pagamento dell'importo delle sanzioni nella misura pari al minimo previsto dalla legge ovvero nella misura pari ad un quarto della sanzione stabilita in misura fissa. Il pagamento dell'importo delle sanzioni amministrative comporta l’estinzione del procedimento sanzionatorio.

 

Il D.Lgs. 124 del 2004 ha realizzatola riforma della disciplina sulla vigilanza ispettiva. Il provvedimento, in attuazione dell’articolo 8 della legge n. 30/2003, dispone il riassetto della disciplina vigente sulle ispezioni in materia di lavoro e previdenza sociale, allo scopo di definire un sistema organico e coerente di tutela del lavoro con interventi omogenei, con particolare riguardo soprattutto alla attività di prevenzione. Il provvedimento in particolare:

§       attua la riorganizzazione dell'attività ispettiva del Ministero del lavoro in materia di previdenza sociale e di lavoro con l'istituzione di una direzione generale con compiti di direzione e coordinamento delle strutture periferiche del Ministero ai fini dell'esercizio unitario della predetta funzione ispettiva, tenendo altresì conto della specifica funzione di polizia giudiziaria dell'ispettore del lavoro;

§       favorisce la razionalizzazione degli interventi ispettivi di tutti gli organi di vigilanza, compresi quelli degli istituti previdenziali, con attribuzione della direzione e del coordinamento operativo alle direzioni regionali e provinciali del lavoro sulla base delle direttive adottate dalla direzione generale per l’attività ispettiva. Si prevedono inoltre, come strumenti volti a rafforzare il coordinamento dell’attività di vigilanza, l’istituzione di una banca dati, la possibilità di costituire gruppi di intervento straordinario a livello regionale e l’adozione di un modello unificato di verbale per la rilevazione degli illeciti;

§       introduce il nuovo istituto della conciliazione monocratica affidata alla Direzione provinciale del lavoro, tramite un proprio funzionario, anche con qualifica ispettiva. Le parti convocate possono farsi assistere da organizzazioni o associazioni sindacali ovvero da professionisti con specifico mandato. Dopo la firma del verbale di conciliazione, l’estinzione del procedimento ispettivo avviene a seguito del pagamento dei contributi previdenziali ed assicurativi, determinati in sede conciliativa e al pagamento delle somme dovute al lavoratore;

§       al fine di favorire una veloce conclusione dell’ispezione, viene introdotto il nuovo istituto della diffida accertativa per crediti retributivi. Si prevede che, qualora nel corso dell’attività ispettiva emergano inosservanze in merito alla disciplina contrattuale, dalle quali scaturiscano crediti retributivi per il lavoratore, il personale ispettivo delle Direzioni del lavoro diffida il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti. A seguito di un tentativo di conciliazione presso la direzione provinciale del lavoro, in caso di accordo, la diffida perde efficacia. Invece, decorso inutilmente il termine previsto per la conciliazione o in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, la diffida acquista valore di accertamento tecnico con efficacia di titolo esecutivo. E’ possibile proporre ricorso amministrativo contro il provvedimento di diffida reso esecutivo; nelle more del ricorso è sospesa l’esecutività del provvedimento;

§       viene dettata una nuova disciplina dei poteri attribuiti al personale ispettivo in caso di inosservanza delle norme in materia di lavoro e legislazione sociale, prevedendosi: un potere di diffida in caso di illeciti amministrativi; un potere di prescrizione in caso di contravvenzioni punite con la pena alternativa dell’arresto o dell’ammenda ovvero con la sola ammenda; un potere di impartire disposizioni per l’applicazione di norme che richiedono un apprezzamento discrezionale;

§       al fine della semplificazione dei procedimenti sanzionatori amministrativi, sono introdotte due nuove ipotesi di ricorso amministrativo: ricorso avverso le ordinanze-ingiunzioni non concernenti la qualificazione del rapporto di lavoro, su cui decide il direttore della direzione regionale del lavoro; ricorso avverso gli atti di accertamento e le ordinanze-ingiunzioni delle Direzioni provinciali del lavoro e avverso i verbali di accertamento degli istituti previdenziali ed assicurativi che abbiano ad oggetto la sussistenza o la qualificazione dei rapporti di lavoro, su cui decide un comitato costituito ad hoc presso la Direzione regionale del lavoro. In entrambi i casi è comunque previsto il cd. silenzio-rigetto: dal mero decorso di un termine dalla proposizione del ricorso discende la reiezione dello stesso.

 

Il comma 7 dispone che per il biennio 2007-2008, il Ministero del lavoro e della previdenza sociale e il Ministero della pubblica istruzione avviano progetti sperimentali in ambito scolastico e percorsi di formazione professionale diretti a diffondere le tematiche in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

Tali progetti sperimentali e percorsi di formazione sono avviati nell’ambito delle dotazioni finanziarie e di personale disponibili e sui Programmi Operativi Nazionali (PON) obiettivo 1 e obiettivo 2.

 

Si ricorda che i PON sono documenti, riassunti nel Quadro strategico nazionale presentato alla Commissione europea dal Dipartimento per le politiche di sviluppo (DPS) ai fini delle politiche di coesione, che esplicitano le strategie nazionali per l’attuazione di strumenti finanziari (fondi comunitari e risorse di cofinanziamento nazionale), finalizzati al perseguimento di determinati obiettivi di politica settoriale.

 

Secondo la nuova programmazione delle risorse comunitariestabilita dal QSN 2007-2013[36],i nuovi PON previsti sono in numero di 8, di cui 7 riferiti all’obiettivo 1 (Convergenza), relativo solamente a 4 regioni del Mezzogiorno (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), oltre alla Basilicata che si trova in un regime di sostegno transitorio, in fase di uscita dall’obiettivo Convergenza, per l’effetto statistico dell’allargamento comunitario.Solo un Programma operativosi riferisce all’obiettivo 2 (Competitività regionale e occupazione) ed è volto a sostenere le azioni di coordinamento, i tavoli tecnici e la gestione della politica regionale unitaria a livello centrale. Si ricorda che l’obiettivo 2 comprende tutte le regioni che non ricadono nell’obiettivo 1 (area Centro-Nord, Abruzzo, Molise e la Sardegna in regime di sostegno transitorio per l’ingresso nel predetto obiettivo)

 

Si osserva che, secondo le linee definite dal QSN 2007-2013, i programmi operativi che potrebbero finanziare i predetti progetti sperimentali e i percorsi di formazione, sono riferibili al solo obiettivo 1 comunitario, che riguarda esclusivamente alcune regioni, mentre l’unico PON obiettivo 2 è relativo ad azioni di coordinamento. A causa della genericità della formulazione della norma, pertanto, occorrerebbe un chiarimento del Governo in merito a quale siano i Programmi operativi a titolarità del Ministero del lavoro contenuti nel QSN 2007-2013.

 

 

 

 

 

 

 

Art. 5.

(Disposizioni per il contrasto al lavoro irregolare e per la tutela

della salute e della sicurezza dei lavoratori)

 

L’articolo in esame, al fine di contrastare il lavoro sommerso e promuovere la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, è volto ad estendere, a tutti i settori produttivi, i poteri di sospensione dei lavori e di interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni (compresa la partecipazione a gare pubbliche) previsti dall’art. 36-bis, commi 1 e 2, del D.L. 223/2006 nei casi di violazioni di una certa gravità della disciplina relativa alla regolarità delle assunzioni e all’orario di lavoro che avvengano nel settore dell’edilizia.

 

Si ricorda che il comma 1 del citato art. 36-bis dispone che, ferme restando le attribuzioni del coordinatore per l’esecuzione dei lavori di cui all’art. 5, comma 1, lettera e) del D. Lgs. 494/1996, nonché le competenze in materia di vigilanza attribuite dalla vigente normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, il personale ispettivo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, anche su segnalazione dell’INPS e dell’INAIL, può disporre la sospensione dei lavoro nell’ambito dei cantieri  edili allorché venga riscontrato l’impiego di personale non assunto regolarmente, poiché non risultante dalla documentazione obbligatoria relativa i lavoratori, in una misura almeno pari al 20 per cento dei lavoratori regolarmente assunti occupati nel cantiere. Lo stesso provvedimento di sospensione dei lavori può essere adottato nel caso di reiterate violazioni della disciplina in materia di durata massima dell’orario di lavoro, di riposo giornaliero e di riposo settimanale, di cui agli art. 4, 7 e 9 del D.Lgs. 66/2003, e successive modificazioni.

Inoltre si dispone che gli uffici del Ministero del lavoro informino con tempestività gli uffici del Ministero delle infrastrutture dell’adozione del provvedimento di sospensione dei lavori, al fine dell’emanazione da parte di questi ultimi di un provvedimento di interdizione alla contrattazione con le PP.AA. e alla partecipazione a gare pubbliche.

Ai sensi del comma 2 del medesimo art. 36-bis la revoca della sospensione dei lavori è condizionato al ripristino della situazione di rispetto sostanziale della disciplina da parte del datore di lavoro. Ciò richiede, nel caso di impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture obbligatorie, la regolare assunzione degli stessi; nel caso di reiterate violazioni alla disciplina relativa all’orario di lavoro, l’accertamento del ripristino delle relative tutele.

 

Più in dettaglio, il comma 1 dell’articolo in esame prevede che, fermo restando quanto previsto dall’art. 36-bis del D.L. 223/2006, il personale ispettivo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, anche su segnalazione delle amministrazioni pubbliche secondo le rispettive competenze, può disporre la sospensione di un’attività imprenditoriale allorché venga riscontrato l’impiego di personale non assunto regolarmente, poiché non risultante dalla documentazione obbligatoria relativa i lavoratori, in una misura almeno pari al 20 per cento dei lavoratori regolarmente assunti occupati nel cantiere.

Lo stesso provvedimento di sospensione dell’attività può essere adottato nel caso di reiterate violazioni della disciplina in materia di durata massima dell’orario di lavoro, di riposo giornaliero e di riposo settimanale, di cui agli art. 4, 7 e 9 del D.Lgs. 66 del 2003, e successive modificazioni.

Rispetto all’art. 36-bis del D.L. 223 del 2006, viene inoltre aggiunta un’ulteriore fattispecie che può giustificare l’adozione di un provvedimento di sospensione dell’attività, relativa a gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

 

Si evidenzia che la disposizione in esame, almeno sul piano letterale, sembrerebbe prevedere un potere discrezionale di disporre la sospensione dell’attività da parte del personale ispettivo, presumibilmente sulla base della gravità della violazione riscontrata nel caso concreto. Sarebbe tuttavia opportuno formulare la norma in maniera più perspicua, per chiarire se effettivamente il personale ispettivo disponga di tale discrezionalità o se invece sia tenuto ad adottare il provvedimento di sospensione ogniqualvolta si verifichi una delle ipotesi di violazione previste.

Si osserva inoltre che non viene prevista espressamente una conseguenza sanzionatoria nel caso di mancato rispetto dell’obbligo di sospensione dei lavori. Né sembrerebbe potersi configurare, nel caso in questione, la fattispecie contravvenzionale di cui all’art. 650 del c.p. (relativa alla mancata osservanza di “un provvedimento legalmente dato dall'autorità per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d'ordine pubblico o d'igiene”), se non forse limitatamente all’ipotesi in cui la sospensione dell’attività sia disposta per gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

 

In considerazione della finalità del comma 1 in esame, la sospensione dei lavori da parte del personale ispettivo pare prevista, per quanto riguarda la prima fattispecie di violazione, nel caso in cui il personale non sia stato regolarmente assunto e quindi sia utilizzato “in nero”, per cui non risulta registrato nelle scritture o altra documentazione obbligatoria. Non sembra quindi che la disposizione sia volta a sanzionare mere irregolarità o inadempimenti formali.

 

Si ricorda che il datore di lavoro deve tenere e conservare una serie di libri e documenti connessi allo svolgimento del rapporto di lavoro, cioè il libro matricola, il libro paga, il registro infortuni e il registro delle visite mediche.

Il libro matricola deve riportare, nell’ordine cronologico di assunzione, il numero di dipendenti, i loro dati anagrafici e la loro posizione professionale, al fine di documentare l’esistenza del rapporto di lavoro agli enti previdenziali e assicurativi.

Nel libro paga devono essere annotati tutti gli elementi che compongono al retribuzione dei lavoratori, le trattenute operate e l’importo dell’assegno per il nucleo familiare corrisposto.

Nel registro infortuni il datore di lavoro deve annotare cronologicamente tutti gli infortuni accaduti ai lavoratori che comportino l’assenza dal lavoro almeno di un giorno (senza considerare quello dell’infortunio), indipendentemente dal fatto che l’infortunio sia o meno coperto dall’assicurazione INAIL.

La tenuta del registro delle visite mediche è obbligatoria in determinati casi previsti dalla legge, al fine di segnalare l’effettuazione e l’esito delle visite mediche prescritte prima dell’assunzione o delle visite periodiche.

 

Si ricorda inoltre che l’art. 3, comma 3, del decreto legge n. 12/2002[37], punisce l’impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria con la sanzione amministrativa la sanzione amministrativa da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo. Inoltre, si prevede che l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore impiegato irregolarmente non può essere inferiore a 3.000 euro, a prescindere dalla durata della prestazione lavorativa accertata.

 

Si evidenzia altresì che, per quanto riguarda la seconda fattispecie di violazione, la sospensione dei lavori viene prevista solamente nel caso di (reiterate) violazioni di alcune delle disposizioni previste in materia di orario di lavoro dal D.Lgs. 66/2003 a tutela del lavoratore, in particolare, come sopra detto, di quelle relative alla durata massima dell’orario di lavoro, al riposo giornaliero e al riposo settimanale.

 

Nell’ordinamento nazionale si è giunti finalmente ad un complessivo riordino della disciplina generale dell’orario di lavoro, da più parti auspicato e reso opportuno dalla necessità di recepire la disciplina comunitaria adottata in materia, con il D.Lgs. n. 66/2003[38], recante “Attuazione della direttiva 93/104/CE e della direttiva 2000/34/CE concernenti taluni aspetti dell’orario di lavoro”.

Il D.Lgs. n. 66/2003 (art. 3) ha fissato l’orario normale di lavoro in 40 ore settimanali, recuperando, quasi letteralmente, il disposto di cui all’articolo 13, comma 1, primo e secondo periodo, della legge 24 giugno 1997, n. 196, cui si dà una valenza generale, volta a superare le discipline particolari per vari settori. Viene quindi confermata: la durata normale dell'orario di lavoro, pari a 40 ore settimanali; l'attribuzione di ampi poteri alla contrattazione collettiva nazionale, che potrà ridurre l'orario normale (a tutti gli effetti legali) e riferire l'orario normale alla durata media delle prestazioni in periodi plurisettimanali fino al massimo di un anno[39].

Invece il D.Lgs. 66/2003, rispetto alla disciplina previgente, ha introdotto i nuovi concetti di durata massima e di durata media dell’orario di lavoro. In particolare (art. 4):

§       si demanda alla contrattazione collettiva la fissazione della durata massima settimanale dell’orario di lavoro, che si ottiene sommando la durata normale del lavoro con l’aggiunta delle ore di straordinario ammissibili;

§       si prevede che la durata media dell’orario di lavoro non può superare le 48 ore per ogni periodo di sette giorni. La durata media è data dalla somma di ore lavorative effettivamente svolte (compresi gli straordinari) dal lavoratore in un dato periodo di tempo, divisa per il numero di settimane presenti in quel periodo. In ogni caso la durata media non potrà essere superiore alla durata massima.

Poiché la durata massima dell’orario di lavoro viene stabilita dalla contrattazione collettiva, essa terrà conto delle caratteristiche dell’attività lavorativa svolta nei vari settori. La durata media invece è fissata dalla legge per tutti i settori economici. Per evitare che, in relazione alle particolari modalità di svolgimento di alcune attività lavorative, si superino le 48 ore settimanali, è previsto che la durata media dell’orario di lavoro debba essere calcolata con riferimento a un periodo non superiore a quattro mesi[40]. Inoltre i contratti collettivi nazionali di lavoro possono elevare il periodo di riferimento per il calcolo della media fino a sei mesi o anche fino a dodici mesi a fronte di ragioni obiettive, tecniche o inerenti all’organizzazione del lavoro, specificate nei contratti stessi.

Un’altra novità, rispetto alla normativa previgente, è costituita dall’estensione a tutti i settori produttivi del diritto del lavoratore a undici ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore (salve le deroghe previste dalla contrattazione collettiva), precedentemente previsto per il solo settore industriale (art. 7). Per alcuni settori tale previsione potrebbe dimostrarsi eccessivamente rigida (si pensi alle imprese del settore turistico); tuttavia a tale esigenza potrebbe sopperire la contrattazione collettiva o, in mancanza di quest’ultima, il provvedimento ministeriale di cui all’articolo 17, comma 2, del D.Lgs. 66 del 2003.

Per quanto riguarda invece il riposo settimanale, l’art. 9 (confermando quanto già previsto dall’accordo interconfederale del 12 novembre 1997) prevede che ogni lavoratore, per ogni periodo di sette giorni, ha diritto ad un periodo minimo di riposo ininterrotto di ventiquattro ore, alle quali si sommano le undici ore di riposo giornaliero di cui al precedente art. 7. Il riposo settimanale coincide, di regola, con la domenica[41]. L’art. 9 contiene inoltre un elenco tassativo di attività a cui non si applica il principio del riposo giornaliero di ventiquattro ore consecutive (da cumulare con le undici ore di riposo giornaliero) ogni sette giorni e di attività per le quali il riposo settimanale di ventiquattro ore consecutive può essere fissato in un giorno diverso dalla domenica e può essere attuato mediante turni[42].

Infine si ricorda che la nuova disciplina sull’orario di lavoro estende in via generale la durata minima del periodo di ferie retribuite, che non può essere inferiore a 4 settimane (art. 10). Precedentemente, in base alla legge 10 aprile 1981, n. 157, i contratti collettivi non potevano di regola prevedere periodi di ferie inferiori alle tre settimane lavorative.

 

Il comma 1, inoltre, dispone che gli uffici del Ministero del lavoro comunicano l’adozione del provvedimento di sospensione dei lavori alle competenti amministrazioni, al fine dell’emanazione da parte di queste ultime di un provvedimento di interdizione alla contrattazione con le PP.AA. e alla partecipazione a gare pubbliche.

La norma inoltre parrebbe disporre che il provvedimento di interdizione debba avere di norma durata pari a quella del provvedimento di sospensione, ma che tuttavia potrebbe essere prevista una ulteriore interdizione per un periodo non inferiore al doppio della durata della sospensione e comunque non superiore a due anni.

Sarebbe opportuno formulare la disposizione in maniera più perspicua, al fine di precisare se il provvedimento interdittivo possa sin dall’inizio prevedere l’interdizione dalla contrattazione con le PP.AA. e alla partecipazione a gare pubbliche per un periodo più lungo rispetto alla sospensione dell’attività imprenditoriale o se, al contrario, tale maggiore durata dell’interdizione possa eventualmente essere disposta solamente in un secondo momento, con un apposito provvedimento di proroga. Perplessità suscita inoltre la previsione secondo cui l’eventuale maggiore durata della interdizione non possa essere disposta per un periodo inferiore al doppio della durata della sospensione.

Infine si osserva che non è chiaro se il provvedimento di interdizione dalla contrattazione con le PP.AA. e alla partecipazione a gare pubbliche debba essere in ogni caso adottato in conseguenza del provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale, o se invece gli uffici competenti mantengano una certa discrezionalità sulla relativa adozione.

Il comma 2 prevede che la revoca della sospensione dei lavori è condizionato al ripristino della situazione di rispetto sostanziale della disciplina da parte del datore di lavoro e al pagamento di una sanzione. Più in dettaglio, si richiede:

a)    nel caso di impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture obbligatorie, la regolare assunzione degli stessi;

b)    nei casi di reiterate violazioni alla disciplina relativa all’orario di lavoro o di gravi e reiterate violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro, l’accertamento del ripristino delle relative tutele;

c)    inoltre, il pagamento di una sanzione amministrativa aggiuntiva rispetto alle sanzioni già previste dall’ordinamento vigente, pari ad un quinto delle sanzioni amministrative complessivamente irrogate.

 

Viene espressamente fatta salva l’applicazione delle sanzioni penali, civili e amministrative previste dalle norme vigenti (comma 3).

 

Il comma 5 provvede quindi ad introdurre una nuova lettera b-bis) all’art. 36-bis, comma 2, del D.L. 223/2006, in modo da prevedere anche nell’ambito di tale fattispecie il pagamento di una sanzione amministrativa aggiuntiva, pari ad un quinto delle sanzioni amministrative complessivamente irrogate, come condizione per poter beneficiare della revoca della sospensione dell’attività.

 

Inoltre, il comma 4 dispone che l’importo delle sanzioni amministrative aggiuntive il cui pagamento è condizione per la revoca della sospensione dell’attività, integra la dotazione del Fondo per l’occupazione ed è specificamente destinato al finanziamento degli interventi di contrasto al lavoro sommerso individuati con l’apposito decreto ministeriale di cui all’articolo 1, comma 1156, lettera g), della L. 296/2006 (legge finanziaria 2007).

 

Si ricorda che i commi 1156 e 1159 della L. 296/2006 prevedono, a carico del Fondo per l’occupazione di cui al D.L. e 23 maggio 1993, n. 148, convertito dalla L. 19 luglio 1993, n. 236, una serie di interventi a tutela dell’occupazione nei limiti degli importi rispettivamente indicati (comma 1156), che tuttavia verranno stabiliti in via definitiva con decreto del Ministro del lavoro di concerto con il Ministro dell’economia che provvederà anche all’assegnazione delle risorse finanziarie ai medesimi interventi (comma 1159).

La lettera g) del medesimo comma 1156, in particolare, prevede che il Ministro del lavoro, con proprio decreto, dispone annualmente di una quota delle risorse del Fondo per l’occupazione per il finanziamento di interventi strutturali volti a migliorare la capacità di azione istituzionale e l’informazione dei lavoratori in materia di lotta al lavoro irregolare, promozione dell’occupazione, tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, iniziative in materia di protezione sociale e in altri ambiti di competenza del Ministero del lavoro.

Si ricorda inoltre che il Fondo per l’occupazione è stato istituito dall’articolo 1, comma 7, del D.L. 148 del 1993, per la promozione di iniziative di sostegno per l’occupazione, ed in particolare:

-        l'erogazione di contributi ai datori di lavoro, per ogni unità lavorativa occupata a tempo pieno aggiuntiva rispetto a quelle occupate alla data di entrata in vigore del DL 148/93;

-        il finanziamento dei lavori socialmente utili e dei piani di inserimento professionale dei giovani privi di occupazione;

-        la promozione dell'imprenditorialità giovanile;

-        il finanziamento dei contratti di solidarietà;

-        ulteriori finalità previste da provvedimenti emanati successivamente al D.L. 148/1993 (a titolo esemplificativo: proroga di trattamenti di sostegno al reddito, rimodulazione dell'orario di lavoro, tirocini formativi…).

 

Infine, il comma 6 dispone che i poteri e gli obblighi (relativi alla sospensione delle attività non in regola) assegnati ai sensi del comma 1 al personale ispettivo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, sono estesi al personale ispettivo delle ASL, nell'ambito dei compiti istituzionali delle ASL e nei limiti delle risorse finanziarie, umane e strumentali già disponibili, limitatamente all'accertamento di violazioni della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. In tale caso, per la revoca del provvedimento di sospensione da parte del personale ispettivo delle ASL, si applica la disciplina di cui al comma 2, lettere b) e c) (cfr. supra).

 

 

Art. 6.

(Tessera di riconoscimento per il personale delle imprese appaltatrici e subappaltatrici)

 

L’articolo in esame provvede ad estendere a tutte le attività espletate in regime di appalto o subappalto gli obblighi relativi alla tessera di riconoscimento per il personale, già previsto dall’art. 36-bis, commi da 3 a 5, del D.L. 223/2006, con riferimento ai cantieri edili.

 

Pertanto il comma 1 prevede, nell’ambito dello svolgimento di attività in appalto o subappalto, a decorrere dal 1° settembre 2007, un obbligo per i datori di lavoro (impresa appaltatrice o subappaltatrice) di munire il personale occupato di apposita tessera di riconoscimento corredata di fotografia, contenente le generalità del lavoratore e l’indicazione del datore di lavoro.

I lavoratori sono tenuti ad esporre la tessera di riconoscimento. L’obbligo in questione è posto a carico anche dei lavoratori autonomi che esercitano direttamente l’attività nello stesso luogo di lavoro, che devono provvedervi naturalmente per proprio conto.

 

Il comma 2 prevede una modalità di adempimento semplificato per le imprese di minori dimensioni. Si prevede che le imprese con meno di dieci dipendenti possono assolvere alternativamente all’obbligo relativo alle tessere identificative mediante annotazione, su apposito registro vidimato dalla direzione provinciale del lavoro da tenersi sul luogo di lavoro, degli estremi del personale giorno per giorno impiegato nei lavori.

 

Non è chiaro se il limite dimensionale delle dieci unità si riferisca al personale assunto dall’impresa o esclusivamente al personale utilizzato nell’ambito del singolo luogo di lavoro dalla stessa impresa.

 

L’ultimo periodo del comma 2 precisa che nel computo delle unità lavorative si tiene conto di tutti i lavoratori impiegati, a prescindere dalla tipologia dei rapporti di lavoro utilizzati, “ivi compresi quelli autonomi”.

Sembra quindi che si considerino anche gli apprendisti e i lavoratori assunti con contratti “flessibili”.

Il riferimento ai lavoratori autonomi appare invece incongruente rispetto alla ratio della norma, dal momento che ai sensi del comma 1 gli stessi lavoratori autonomi sono tenuti a provvedere per proprio conto all’obbligo relativo alla tessera identificativa.

 

Il comma 3 prevede le sanzioni da applicare nel caso di mancato adempimento agli obblighi di cui ai precedenti commi 1 e 2.

In particolare, nei confronti del datore di lavoro che non adempie regolarmente agli obblighi relativi alla tessera di riconoscimento (o, laddove possibile, alla tenuta del registro di cantiere) è prevista l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro per ciascun lavoratore.

Invece è prevista l’applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da 50 a 300 euro nei confronti del lavoratore che non espone la tessera di riconoscimento pur essendone munito.

Sembra che tale sanzione riguardi tutti i lavoratori, quindi anche i lavoratori autonomi.

 

Il comma 3 dispone inoltre che nei confronti delle sanzioni in questione non si applica la procedura di diffida di cui all’art. 13 del D.Lgs. 124/2004 (cfr. supra).

 

 

 

 

Art. 7.

(Poteri degli organismi paritetici)

 

L’articolo in esame attribuisce agli organismi paritetici di cui all’art. 20 del D.Lgs. 626/1994 la possibilità di effettuare nei luoghi di lavoro rientranti nel proprio ambito di competenza sopralluoghi per valutare l’applicazione della disciplina in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro (comma 1).

 

Si ricorda che il citato art. 20 prevede che siano costituiti, a livello territoriale, organismi paritetici tra le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, con funzioni di orientamento e di promozione di iniziative formative nei confronti dei lavoratori. Si dispone inoltre che tali organismi svolgano il compito di prima istanza di riferimento in merito a controversie sorte sull'applicazione dei diritti di rappresentanza, informazione e formazione, previsti dalla vigente normativa.

 

L’articolo in esame prevede inoltre che degli esiti dei sopralluoghi deve essere informata la competente autorità di coordinamento delle attività di vigilanza (comma 2) e che gli organismi paritetici possono chiedere alla medesima autorità di disporre l’effettuazione di controlli in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro rivolti a specifiche situazioni (comma 3).

 

 

Art. 8.

(Modiche all’articolo 86 del codice di cui al

decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163)

 

L’articolo 8, attraverso la sostituzione del comma 3-bis dell’art. 86 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163 (cd. codice dei contratti pubblici) e l’inserimento del nuovo comma 3-ter, include tra i criteri da adottare nella predisposizione delle gare e nella valutazione delle offerte anomale, anche quello dei costi relativi alla sicurezza.

 

Il comma 3-bis dell’art. 86 del d.lgs. n. 163 del 2006 è stato recentemente introdotto dal comma 909 dell’art. 1 della legge n. 296 del 2006 (finanziaria 2007). Con esso è stata prevista l’adozione di un nuovo criterio cui gli enti aggiudicatori devono attenersi sia nella predisposizione delle gare di appalto sia nella valutazione dell’anomalia delle offerte nei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture: il valore economico delle offerte dovrà essere adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro. Secondo il testo vigente della medesima disposizione, il costo del lavoro dovrà essere poi determinato periodicamente, in apposite tabelle, dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, sulla base dei valori economici previsti dalla contrattazione collettiva stipulata dai sindacati comparativamente più rappresentativi, delle norme in materia previdenziale ed assistenziale, dei diversi settori merceologici e delle differenti aree territoriali. La disposizione detta inoltre una norma suppletiva per il caso di mancanza di contratto collettivo applicabile, prevedendo la determinazione del costo del lavoro in relazione al contratto collettivo del settore merceologico più vicino a quello preso in considerazione.

 

La modifica apportata al comma 3-bis prevede che gli enti aggiudicatori valutino, nella predisposizione delle gare di appalto e nella valutazione dell'anomalia delle offerte nelle procedure di affidamento di appalti di lavori pubblici, di servizio e di forniture, non solo che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro, ma anche rispetto al costo per la sicurezza.

Il costo relativo alla sicurezza deve, inoltre, anche essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all’entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture.

Con il nuovo comma 3-ter viene anche definito un limite al costo della sicurezza che non può essere comunque soggetto a ribasso d’asta.

 

 

Art. 9.

(Modifica del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231)

 

L’articolo 9 della proposta di legge, inserisce un ulteriore articolo (art. 25-sexies) nel decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, recante “disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, a norma dell'articolo 11 della L. 29 settembre 2000, n. 300”.

 

Il D.Lgs. n. 231/2001 disciplina la responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato (art. 1) e prevede che, per una serie di reati espressamente individuati (artt. 24 e ss)[43], possano essere applicate alla persona giuridica - mediante accertamento giudiziale - sanzioni pecuniarie, sanzioni interdittive, confisca, pubblicazione della sentenza (art. 9).

Il presupposto per l’irrogazione della sanzione è ovviamente la responsabilità dell’ente che, ai sensi dell’art. 5, sussiste in riferimento ai reati commessi nell’interesse dell’ente stesso o a suo vantaggio, da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione, di direzione dell'ente o da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso[44].

Le sanzioni interdittive sono le seguenti (artt. 9, 13-18, 23):

-          l'interdizione dall'esercizio dell'attività;

-          la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell'illecito;

-          il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;

-          l'esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi.

La sanzione pecuniaria, ai sensi dell’art. 10, è applicate per quote, in un numero non inferiore a cento né superiore a mille. L'importo di una quota varia da un minimo di 258 euro ad un massimo di 1.549 euro.

Nella commisurazione della sanzione pecuniaria (art. 11) il giudice determina il numero delle quote tenendo conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità dell'ente, nonché dell'attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per prevenire la commissione di ulteriori illeciti. L'importo della quota è fissato sulla base delle condizioni economiche e patrimoniali dell'ente allo scopo di assicurare l'efficacia della sanzione.

Infine, il decreto legislativo prevede che la responsabilità per fatti antecedenti permanga anche in caso di successiva trasformazione, fusione o scissione dell’ente; la competenza a conoscere gli illeciti amministrativi dell’ente è dello stesso giudice penale competente per i reati dai quali essi dipendono.

 

Inserendo l’articolo 25-septies nel decreto legislativo n. 231 del 2001, il legislatore prevede una responsabilità amministrativa dell’ente per il compimento dei reati di omicidio colposo aggravato (art. 589, comma 2, c.p.) e di lesioni colpose gravi o gravissime (art. 590, comma 3), se commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro (comma 1).

 

L’articolo 589 del codice penale sanziona con la reclusione da sei mesi a cinque anni «chiunque cagiona per colpa la morte di una persona», e individua una specifica aggravante dell’omicidio colposo (comma 2) per l’ipotesi in cui il fatto sia commesso con violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro; in tal caso la pena è della reclusione da due a cinque anni.

L’articolo 590 c.p. sanziona con la reclusione da uno a sei mesi o con la multa da euro 123 a euro 619, «chiunque cagiona ad altri per colpa una lesione personale» grave e con la reclusione da tre mesi a due anni o con la multa da euro 309 a euro 1.239 «chiunque cagiona ad altri per colpa ima lesione personale» gravissima (comma 2). Il delitto è aggravato (reclusione da 3 mesi a un anno o multa da 500 a 2.000 euro per le lesioni gravi; reclusione da 1 a 3 anni per le lesioni gravissime), se i fatti sono commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro (comma 3).

La giurisprudenza ha affermato che la circostanza aggravante di cui all'art. 589, comma 2, e all'art. 590, comma 3, sussiste non solo per la violazione di specifiche norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ma anche per l'omessa adozione di ogni idonea misura a protezione della integrità fisica dei lavoratori, in violazione dell'art. 2087 c.c. (Cass., Sez. V, sent. n. 2825 del 2 aprile 1983). In particolare, la terminologia adoperata negli artt. 589 e 590 c.p. («norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro») è riferibile non solo alle norme inserite nelle leggi specificamente antinfortunistiche, ma anche a tutte quelle che, direttamente o indirettamente, perseguono il fine di evitare incidenti sul lavoro o malattie professionali e che, in genere, tendono a garantire la sicurezza del lavoro in relazione all'ambiente in cui esso deve svolgersi. Ne consegue che anche la violazione di una norma del codice della strada, come quella che riguarda l'obbligo della distanza di sicurezza tra i veicoli, costituisce trasgressione di un precetto antinfortunistico se, verificandosi in ambiente o in occasione di lavoro, integri contravvenzione a misure di sicurezza atte ad evitare pregiudizi per i lavoratori e per gli altri (Cass., Sez. IV, sent. n. 1146 del 5 febbraio 1985).

Per il compimento di tali reati la persona giuridica è soggetta alla sanzione pecuniaria non inferiore a 1.000 quote (comma 1); dunque, anche considerato che comunque il valore della quota è determinato dal giudice, ai sensi dell’art. 10 la singola quota non può avere un valore inferiore a 258 euro. Ne deriva che la sanzione pecuniaria non potrà essere inferiore a 258.000 euro.

Inoltre, all’ente si applicano anche le sanzioni interdittive previste dal decreto legislativo n. 231/2001 (l'interdizione dall'esercizio dell'attività; sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell'illecito; divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l'eventuale revoca di quelli già concessi; divieto di pubblicizzare beni o servizi), per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore ad un anno (comma 2).

 

 

Art. 10

(Credito di imposta)

 

L’articolo 10 concede, al comma 1, un credito di imposta[45] per le spese sostenute dai datori di lavoro per la partecipazione dei lavoratori a programmi e percorsi certificati di carattere formativo in materia di tutela e sicurezza sul lavoro.

Il credito di imposta è concesso, a decorrere dal 2008, in via sperimentale per il biennio 2008-2009, nella misura massima del 50 per cento delle spese sostenute ed entro il limite di 20 milioni di euro annui.

Il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, con proprio decreto, dovrà stabilire i criteri e le modalità della certificazione della formazione. La definizione operata con tale decreto avrà effetto esclusivamente ai fini della concessione del credito di imposta in esame.

Ogni anno il Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro del lavoro e della previdenza sociale, dovrà emanare uno o più decreti per ripartire le risorse tra i beneficiari.

Il credito di imposta dovrà essere fruito nel rispetto dei limiti derivanti dalla disciplina del de minimis, di cui al regolamento (CE) n. 1998/2006 del 15 dicembre 2006.

Il citato regolamento n. 1998/2006 (GUUE serie L n. 379 del 28/12/2006), che si applica dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2013, stabilisce che l’importo complessivo degli aiuti de minimis concessi ad una medesima impresa non deve superare i 200.000 euro nell’arco di tre esercizi finanziari. L’importo complessivo degli aiuti de minimis concessi ad un'impresa attiva nel settore del trasporto su strada non deve invece superare i 100.000 euro nell’arco di tre esercizi finanziari.

Tali massimali si applicano a prescindere dalla forma dell’aiuto de minimis o dall’obiettivo perseguito ed a prescindere dal fatto che l’aiuto concesso dallo Stato membro sia finanziato interamente o parzialmente con risorse di origine comunitaria.

 

Il comma 2 prevede che alla copertura dell’onere conseguente alla concessione del credito di imposta di cui al comma 1, pari a 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2008 e 2009, si provvede mediante l’utilizzo di una corrispondente quota del Fondo di rotazione per la formazione professionale e l’accesso al Fondo sociale europeo, di cui all’articolo 25 della L. 21 dicembre 1978, n. 845[46] e all’articolo 9, comma 5, del D.L. 20 maggio 1993, n. 148, convertito con modificazioni dalla L. 19 luglio 1993, n. 236[47].

L’articolo 25, primo comma, della L. 845/1978, ha istituito, presso il Ministero del lavoro e della previdenza sociale, un Fondo di rotazione al fine di agevolare l'accesso al Fondo sociale europeo e al Fondo regionale europeo dei progetti realizzati dalle Regioni.

Tale Fondo ha amministrazione autonoma e gestione fuori bilancio ai sensi dell'articolo 9 della L. 25 novembre 1971, n. 1041[48].

Contestualmente, lo stesso articolo ha disposto l’aumento di alcune voci contributive relative alla CUAF, stabilendo altresì, al quinto comma, che due terzi delle maggiori entrate derivanti dall'aumento contributivo richiamato affluiscano al Fondo di rotazione.

Successivamente, l’articolo 9, comma 5, del D.L. 148/1993, ha disposto, a decorrere dall'entrata in vigore del medesimo decreto-legge, l’integrale confluenza delle risorse derivanti dalle maggiori entrate costituite dall'aumento contributivo di cui al richiamato articolo 25 della L. 875 del 1978, al Fondo di rotazione richiamato in precedenza.

 

 

Art. 11.

(Modifica dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296)

 

 

L’articolo 11 mira a modificare il contenuto dell’articolo 1, comma 1198 della legge n. 296/06 (legge finanziaria 2007), relativo alla sospensione temporanea di ispezioni e verifiche nei confronti dei soggetti che hanno presentato istanza di regolarizzazione ai sensi del precedente comma 1192.

 

Si ricorda che i commi 1192-1201 della legge 296/2006 (legge finanziaria 2007) dettano misure volte a favorire l’emersione del lavoro irregolare, sulla base di accordi aziendali o territoriali, concedendo, al datore di lavoro che procede alla regolarizzazione, agevolazioni relative al versamento dei contributi previdenziali e dei premi assicurativi pregressi.

In particolare, il comma 1192 dispone che il datore di lavoro, al fine di procedere alla regolarizzazione di rapporti di lavoro irregolari (non risultanti da scritture o da altra documentazione obbligatoria), possono presentare apposita richiesta all’INPS entro il 30 settembre 2007.

Il comma 1193 prevede che i datori di lavoro possono avvalersi della possibilità della regolarizzazione solamente dopo aver stipulato apposito accordo aziendale o territoriale, se nelle aziende non siano presenti le rappresentanze sindacali o unitari, con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative. Nell’istanza il datore di lavoro deve indicare le generalità del lavoratore e i rispettivi periodi oggetto di regolarizzazione, comunque non anteriori ai cinque anni rispetto alla data di presentazione della richiesta.

Ai sensi del successivo comma 1194, l’accordo sindacale disciplina la regolarizzazione tramite la stipula di contratti di lavoro subordinato e la sottoscrizione di atti di conciliazione individuale che producono l’effetto conciliativo di cui agli artt. 410 e 411 c.c. con riferimento ai diritti di natura retributiva – compresi i diritti ad essi connessi -, contributiva e risarcitoria per il periodo oggetto di regolarizzazione. Si ricorda che l’articolo 410 del c.c. prevede che chi intende proporre in giudizio una domanda relativa a controversie individuali di lavoro, se non ritiene di avvalersi delle procedure di conciliazione previste dai contratti collettivi, deve promuovere un tentativo di conciliazione presso la commissione di conciliazione individuale. L’articolo 411 c.c. dispone invece che, nel caso la conciliazione riesca, va redatto un processo verbale che deve essere sottoscritto, oltre che dalle parti, dal Presidente della commissione. Il processo verbale, depositato presso la cancelleria del tribunale, è dichiarato esecutivo dal giudice su istanza della parte interessata.

Il successivo comma 1195 dispone l’applicazione del termine di prescrizione quinquennale per i periodi di mancata contribuzione precedenti al periodo oggetto di regolarizzazione.

Il comma 1196 disciplina le modalità di regolarizzazione ai fini contributivi e assicurativi. In particolare si prevede che il datore di lavoro è tenuto a versare i due terzi di quanto dovuto per il periodo di regolarizzazione alle diverse gestioni assicurative per i lavoratori regolarizzati, con le seguenti modalità:

§      versamento al momento dell’istanza del 20 per cento della somma totale dovuta;

§      per la somma rimanente pagamento in sessanta rate mensili di uguale importo senza interessi di dilazione.

Il comma 1197, al fine di incentivare l’adesione dei datori di lavoro alla regolarizzazione, prevede che il versamento della somma complessivamente dovuta (quindi non solamente l’acconto al momento dell’istanza, ma anche tutte le rate complessivamente dovute) determina l’estinzione dei reati previsti dalle leggi speciali in materia di versamenti di contributi previdenziali e premi assicurativi, nonché delle obbligazioni per sanzioni amministrative e per ogni altro onere accessorio connesso alla denuncia e al versamento di contributi e premi.

Il medesimo comma inoltre specifica che l’estinzione delle sanzioni amministrative e di ogni altro onere accessorio riguarda anche quelli di cui:

§      all’articolo 51 del D.P.R. 1124 del 1965 (T.U. assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), relativo all’obbligo di rimborsare all’INAIL l’ammontare delle rendite liquidate ai propri dipendenti nel caso di mancata denuncia del lavoro esercitato[49];

§      all’articolo 18 del D.L. 918 del 1968, in materia di sgravi degli oneri sociali. Con riferimento a tale articolo si prevede l’estinzione della sanzione prevista nel caso in cui il datore di lavoro si avvalga di sgravi in maniera superiore a quanto effettivamente spettante.

Il comma 1198 prevede che nei confronti dei datori di lavoro che presentano l’istanza di regolarizzazione sono sospese le ispezioni o verifiche, per un anno a decorrere dall’istanza, nelle materie oggetto della regolarizzazione (relative agli obblighi in materia di condizioni di lavoro e di previdenza sociale), anche con riferimento alle ispezioni e verifiche concernenti la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.

L’organo ispettivo può verificare se siano fondati eventuali elementi nuovi che dovessero emergere con riferimento alla regolarizzazione affinché il datore di lavoro proceda all’integrazione della stessa.

I datori di lavoro devono adeguarsi alla disciplina sulla sicurezza e salute dei lavoratori entro un anno dall’istanza (quindi durante il periodo in cui non possono essere sottoposti ad ispezioni o verifiche).

Si prevede inoltre che l’efficacia estintiva delle sanzioni prevista al comma 1197 si perfeziona esclusivamente al completo adeguamento alla disciplina in materia di sicurezza e salute dei lavoratori, verificato al termine del previsto periodo di un anno dai competenti organi ispettivi.

Il comma 1199, a proposito della riduzione a due terzi dei contributi da versare, prevede che l’agevolazione sono temporaneamente concesse solo al 50 per cento e definitivamente concesse per l’importo totale solamente allo scadere di ogni anno di lavoro prestato dal lavoratore “regolarizzato”.

Il comma 1200, da ultimo, per evitare utilizzazioni strumentali della regolarizzazione senza una effettiva volontà di far emergere in modo stabile il lavoro irregolare, prevede che la concessione delle agevolazioni resta condizionata al mantenimento in servizio del lavoratore per almeno 24 mesi dalla regolarizzazione del rapporto di lavoro, salve le ipotesi di dimissioni volontarie o di licenziamento per giusta causa.

Il comma 1201 dispone che, ferma restando l’attività di natura istruttoria di competenza dell’INPS, spetta al direttore della direzione provinciale del lavoro, congiuntamente con i direttori provinciali dell’INPS, dell’INAIL e degli altri enti previdenziali, nell’ambito del coordinamento dell’attività di vigilanza di cui all’articolo 5 del D.Lgs. 124 del 2004, adottare i provvedimenti di accoglimento delle istanze di regolarizzazione dei rapporti di lavoro.

 

Con le modifiche introdotte al comma 1198 in sostanza si dispone che dalla prevista sospensione per la durata di un anno delle eventuali ispezioni e verifiche nei confronti dei datori di lavoro che hanno presentato istanza di regolarizzazione sono escluse le ispezioni e verifiche concernenti la tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

Si consideri che, conseguentemente, vengono soppresse le disposizioni relative all’obbligo dei datori di lavoro di completare gli adeguamenti in materia di sicurezza sul lavoro entro un anno dalla data dell’istanza nonché alla verifica dell’adempimento degli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro da parte degli organi ispettivi alla scadenza del medesimo anno.

Vengono invece confermate le disposizioni che prevedono la facoltà dell’organo accertatore di verificare la fondatezza di eventuali elementi nuovi emersi nell’ambito delle materie oggetto di regolarizzazione al fine di consentire al datore di lavoro la possibilità di integrare la stessa e che condizionano l’efficacia estintiva delle sanzioni di cui al comma 1197 al completo adeguamento alla disciplina in materia di sicurezza e salute dei lavoratori.

 

 

 

Art. 12.

(Assunzione di ispettori del lavoro)

 

L’articolo 12 reca norme in materia di assunzione di ispettori del lavoro.

 

In particolare, al comma 1 si prevede che, al fine di contrastare il fenomeno degli infortuni mortali sul lavoro e di rendere più efficace l’attività di vigilanza contro il lavoro sommerso, il Ministero del lavoro e della previdenza sociale, a decorrere dal mese di gennaio 2008, è autorizzato ad assumere, per un numero massimo complessivo di 300 unità, gli idonei non vincitori dei concorsi pubblici regionali per esami banditi dal medesimo Ministero nell’anno 2004, rispettivamente per 795 posti di ispettore del lavoro e per 75 posti di ispettore tecnico del lavoro, area funzionale C, posizione economica C2, per gli uffici del medesimo Ministero stesso.

Il testo originario del ddl (A.S. 1507) prevedeva esclusivamente l’assunzione degli idonei non vincitori del concorso per ispettori del lavoro, non facendo invece alcun riferimento agli idonei del concorso per ispettori tecnici.

 

Si evidenzia che la disposizione in esame non ripartisce le unità di personale da assumere tra gli ispettori del lavoro e gli ispettori tecnici, lasciando quindi tale margine di discrezionalità in sede di attuazione della disposizione.

Si osserva infine, sul piano formale, che sarebbe opportuno sostituire le parole: “nel numero massimo complessivo di 300 unità di personale” con le seguenti:”fino a complessive 300 unità di personale”.

 

Si ricorda che il comma 524 della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Legge Finanziaria 2006) aveva autorizzato il Ministero del lavoroad assumere i vincitori dei concorsi banditi con decreti direttoriali del 15 e del 16 novembre 2004: trattasi di 795 ispettori del lavoro e di 75 ispettori tecnici. Le assunzioni venivano previste in deroga a quanto stabilito dalla L. 311 del 2004 (legge finanziaria per il 2005) che, all’articolo 1, commi 95-97, ha introdotto per le amministrazioni statali il divieto di procedere ad assunzioni di personale a tempo indeterminato per il triennio 2005-2007 (c.d. “blocco del turn over”).

 

Si consideri, inoltre, che il precedente articolo 4, comma 4, del provvedimento in esame, alla cui scheda si rimanda, prevede che per una parte degli idonei non vincitori del menzionato concorso per complessivi 795 posti di ispettore del lavoro - cioè gli ispettori del lavoro di cui (fino a 300 unità) è prevista l’assunzione già ai sensi del comma 544, lett. a), della legge finanziaria 2007 - sia assunta a decorrere dal 1° luglio 2007.

 

Il comma 2 autorizza, in connessione con le assunzioni degli ispettori di cui al comma precedente, a decorrere dall’anno 2008, una spesa pari ad euro 9.448.724, per far fronte alle spese relative all’incremento delle attività ispettive, all’aggiornamento, alla formazione, alle attrezzature, nonché per i buoni paso, per il lavoro straordinario e per le missioni dello stesso personale.

 

Il comma 3 valuta l’onere derivante dall’attuazione delle misure di assunzione di personale di cui al comma 1 in 10.551.276 euro a decorrere dall’anno 2008, e l’onere derivante dall’attuazione delle misure di incremento delle attività ispettive e connesse all’immissione in servizio di personale cui al comma 2, in 9.448.724 a decorrere dal 2008.

A copertura di tali oneri si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2007-2009, nella upb di parte corrente “Fondo speciale” dello stato di previsione del Ministero dell’economia per l’anno 2007, utilizzando la proiezione di parte dell’accantonamento relativo al Ministero della solidarietà sociale.

Si osserva che le risorse disponibili sul Fondo speciale di parte corrente del Ministero dell’economia e delle finanze non appaiono sufficienti per la copertura degli oneri recati dal provvedimento in esame.

Il comma 4 reca una clausola di salvaguardia finanziaria, disponendo che il Ministro dell’economia e delle finanze effettui il monitoraggio sugli oneri derivanti dall’attuazione delle disposizioni di cui all’articolo in commento, anche ai fini dell’adozione dei provvedimenti correttivi, motivati da eventuali scostamenti rispetto alle previsioni di spesa o entrata, ai sensi di quanto prevede l’articolo 11-ter, comma 7, della legge n. .468 del 1978[50].

Il comma dispone altresì la trasmissione al Parlamento degli eventuali decreti - adottati ai sensi dell’articolo 7, secondo comma, numero 2 della stessa l. 468 del 1978 prima dell’entrata in vigore dei provvedimenti correttivi di cui sopra - per trasferire dal fondo di riserva per le spese obbligatorie e d'ordine le risorse necessarie per l’aumento degli stanziamenti dei capitoli di spesa, ai fini della compensazione degli effetti che eccedono le previsioni di spesa.

In particolare, l’articolo 11-ter, comma 7 della legge n. 468 del 1978 prevede che, qualora nel corso dell'attuazione di leggi si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni di spesa o di entrata indicate dalle medesime leggi al fine della copertura finanziaria, il Ministro competente ne dà notizia tempestivamente al Ministro dell'economia e delle finanze. Questo, anche ove manchi la predetta segnalazione, riferisce al Parlamento con propria relazione e assume le conseguenti iniziative legislative.

Nella relazione sono individuate le cause degli scostamenti, anche ai fini della revisione dei dati e dei metodi utilizzati per la quantificazione degli oneri.

Il Ministro dell'economia e delle finanze può altresì promuovere la procedura in commento allorché riscontri che l'attuazione di leggi rechi pregiudizio al conseguimento degli obiettivi di finanza pubblica indicati dal DPEF e da eventuali aggiornamenti. Inoltre, la stessa procedura è applicata in caso di sentenze definitive di organi giurisdizionali e della Corte costituzionale recanti interpretazioni della normativa vigente suscettibili di determinare maggiori oneri.

 

Il comma 5 autorizza il Ministro dell’economia ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

 


Proposte di legge


N. 2636

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

FABBRI, CRAXI, BALDELLI, GIACOMONI, MISTRELLO DESTRO, PELINO, PRESTIGIACOMO

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Disciplina organica in materia di salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro

 

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Presentata il10 maggio 2007

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Onorevoli Colleghi! - A distanza di quasi tredici anni dall'entrata in vigore del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, appare più che opportuna una modifica e una riorganizzazione dell'intera materia della salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro.

      Riguardo alla necessità di una disciplina organica in materia di sicurezza sul lavoro, lo stesso Libro bianco sul mercato del lavoro in Italia, presentato dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali nell'ottobre del 2001, ha messo in rilievo «un eccesso di regolamentazione legislativa» causato dal recepimento, negli ultimi dieci anni, di numerose direttive comunitarie in materia (capitolo II, 3.9. Igiene e sicurezza).

      Infatti, le leggi che hanno attuato le direttive europee si sono sommate a disposizioni normative vecchie di decenni, dando vita a una difficile compresenza. Inoltre, tali leggi si sono rivelate spesso ispirate ad approcci diversi tra loro e, pertanto, incapaci di ridurre, sul piano pratico, il fenomeno infortunistico e delle tecnopatie.

      Sempre nel citato Libro bianco sono state evidenziate altre carenze dell'attuale panorama normativo in materia di sicurezza, quali la mancanza di «buone prassi» e di criteri prevenzionistici specifici per le piccole e medie imprese e per l'agricoltura, e l'inesistenza di normative specifiche e peculiari, poste a tutela di tutte le emergenti forme di lavoro alternative al tradizionale impiego a tempo pieno, indeterminato e svolto in azienda (cosiddetti «lavori atipici»).

      In tale quadro complessivo di riferimento si è inserito l'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, in materia di riassetto normativo in materia di sicurezza sul lavoro, che ha conferito al Governo la delega ad adottare, entro un anno dalla data di entrata in vigore della legge, quindi, entro il 9 settembre 2004, poi posticipato al 30 giugno 2005 (delega ancora non attuata) «uno o più decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di sicurezza e tutela della salute dei lavoratori», nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:

          a) riordino, coordinamento, armonizzazione e semplificazione delle disposizioni vigenti per l'adeguamento alle normative comunitarie e alle convenzioni internazionali in materia. Pertanto, la delega doveva essere esercitata innanzitutto in profonda aderenza alle direttive comunitarie, affinché il nostro ordinamento non presentasse nessun arretramento rispetto ai livelli di prevenzione e di sicurezza previsti e garantiti in Europa assicurando la piena esecuzione della normativa comunitaria in materia di salute e sicurezza, sia di quella già attuata che di quella in fieri;

          b) determinazione di misure tecniche ed amministrative di prevenzione compatibili con le caratteristiche gestionali ed organizzative delle imprese, in particolare di quelle artigiane e delle piccole imprese, anche agricole, forestali e zootecniche. Al riguardo, giova rilevare che quello dell'agricoltura è un settore peculiare, in quanto l'ambiente lavorativo coincide con l'ambiente di vita e in esso spesso sono rinvenibili rischi correlati non solo all'uso di macchine e di attrezzature, ma anche ad agenti cancerogeni, chimici, fisici e biologici. Inoltre, poiché il decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, meglio si adatta alle aziende di grandi dimensioni, nelle piccole e medie imprese si registra una scarsa attuazione delle norme prevenzionistiche, soprattutto a causa degli elevati costi a cui andrebbero incontro i piccoli imprenditori e gli artigiani qualora volessero adempiere compiutamente a tutte le disposizioni normative previste in materia di sicurezza. Per questo, il fenomeno infortunistico è particolarmente diffuso nelle piccole e medie imprese (basti pensare che, negli anni 1993-1998, mentre l'aumento degli infortuni mortali dei lavoratori dipendenti nell'industria, è stato del 31,5 per cento, nelle piccole aziende tale aumento è stato addirittura pari al 71,5 per cento (Rapporto annuale dell'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) 2000, Roma, 21 settembre 2001, Relazione del Presidente). A ciò si aggiunga che, nell'arco temporale di poco più di un decennio, fra il 1987 ed il 1998, le grandi imprese sono aumentate solo di poche unità, mentre le piccole si sono moltiplicate, soprattutto nel settore manifatturiero ad alta tecnologia. Più precisamente, su 1.100.000 imprese operanti in Italia, le piccole e medie aziende che occupano sino a 49 addetti costituiscono il 98 per cento e danno lavoro al 53 per cento degli occupati e, tra queste, l'87 per cento occupa meno di 10 dipendenti (ancora con riferimento ai dati del Rapporto annuale INAIL, 2000, citato);

          c) riordino delle norme tecniche di sicurezza delle macchine e degli istituti concernenti l'omologazione, la certificazione e l'autocertificazione. Va, infatti, conferita maggiore chiarezza alla carente regolamentazione in materia di obblighi contravvenzionali delle macchine, di rinvio a norme tecniche e di libera circolazione delle macchine certificate CE;

          d) riformulazione dell'apparato sanzionatorio, con riferimento, in particolare, alle fattispecie contravvenzionali a carico dei preposti, alla previsione di sanzioni amministrative per gli adempimenti formali di carattere documentale; alla revisione del regime di responsabilità tenuto conto della posizione gerarchica all'interno dell'impresa e dei poteri in ordine agli adempimenti in materia di prevenzione sui luoghi di lavoro; al coordinamento delle funzioni degli organi preposti alla programmazione, alla vigilanza ed al controllo, qualificando prioritariamente i compiti di prevenzione e di informazione rispetto a quelli repressivi e sanzionatori. Si tratta, in particolare, di procedere al riordino dell'apparato sanzionatorio, con precipuo riferimento alla rimodulazione delle sanzioni amministrative accanto a quelle penali e alle fattispecie contravvenzionali a carico dei preposti, erroneamente quasi equiparate a quelle a carico dei datori di lavoro e dei dirigenti. Tale risultato può perseguirsi anche prevedendo la predisposizione di vere e proprie linee guida che si traducano in un reale aiuto alle imprese, anche sotto il profilo organizzativo-gestionale, il tutto per favorire l'attuazione del «management by objectives», al fine di assicurare l'effettivo svolgimento dei compiti assegnati e il conseguimento dell'obiettivo della massima sicurezza possibile, il mantenimento nel tempo dei livelli di sicurezza raggiunti ed una consequenziale implementazione degli stessi (si veda, al riguardo, la definizione fornita dalle norme British Standard 8800: 1996 - Guide To Occupational Health And Safety Management System). Lo scopo di tale intervento deve essere quello di impedire che, come accaduto nella vigenza dell'attuale quadro normativo di riferimento, la prevenzione sia affrontata solo in funzione della mera applicazione del singolo precetto antinfortunistico e, quindi, sia più orientata al soddisfacimento degli aspetti meramente formali che a quelli sostanziali determinando il passaggio da una gestione della sicurezza per regole ad una, appunto, per obiettivi (si tratta, del resto, di una prospettiva in linea con i più recenti interventi legislativi, sia comunitari che nazionali, i quali sono imperniati sul principio che la «salute e sicurezza sul lavoro è un compito gestionale»);

          e) promozione dell'informazione e della formazione preventiva e periodica dei lavoratori sui rischi connessi all'attività dell'impresa in generale e allo svolgimento delle proprie mansioni, con particolare riguardo ai pericoli derivanti dall'esposizione a rumore, ad agenti chimici, fisici, biologici, cancerogeni e ad altre sostanze o preparati pericolosi o nocivi e alle misure di prevenzione da adottare in relazione ai rischi;

          f) assicurazione della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro in tutti i settori di attività, pubblici e privati, e a tutti i lavoratori, indipendentemente dal tipo di contratto stipulato con il datore di lavoro o con il committente. Si tratta di una previsione di assoluta rilevanza, che esprime l'intenzione di estendere le tutele in materia di salute e sicurezza sul lavoro a tutte le varie e differenti fasce di lavoratori, in molti casi ancora non rientranti nel campo di applicazione delle leggi di sicurezza e salute, ponendo in tale modo rimedio alla difficile applicabilità dei precetti di cui al decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, alle forme di lavoro non riconducibili al modello tradizionale dell'impiego a tempo indeterminato, svolto in regime di subordinazione. L'indirizzo appena segnalato ha già trovato una sua importante anticipazione nell'estensione, ad opera della legge 14 febbraio 2003, n. 30, e del relativo decreto legislativo di attuazione, il decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, alle nuove tipologie di lavoro introdotte dalla cosiddetta «riforma Biagi» delle tutele antinfortunistiche oggi previste per il lavoro subordinato, il cui modello prevenzionistico resta - come va sottolineato - del tutto immutato (senza alcuna deminutio);

      g) adeguamento del sistema prevenzionistico e del relativo campo di applicazione alle nuove forme di lavoro e tipologie contrattuali, anche in funzione di contrasto rispetto al fenomeno del lavoro sommerso e irregolare. Al riguardo, va sottolineato che l'attuale quadro normativo ha concorso a determinare una scarsa propensione del sistema italiano ad uscire da una condizione di lavoro sommerso, perché gli adempimenti sono tali e tanti che inducono all'elusione e al lavoro in nero. Da ciò è derivato che, a tutt'oggi, l'Italia, insieme alla Grecia, è il Paese dell'Unione europea con il più alto tasso di lavoro nero;

      h) promozione di codici di condotta e diffusione di buone prassi che orientino la condotta dei datori di lavoro, dei lavoratori e di tutti i soggetti interessati. Infatti, l'adozione di misure promozionali ed incentivanti può essere potenziata e adeguatamente valorizzata mediante l'elaborazione di codici di condotta e di buone pratiche;

          i) riordino e razionalizzazione delle competenze istituzionali al fine di evitare sovrapposizioni e duplicazioni di interventi e competenze, garantendo indirizzi generali uniformi su tutto il territorio nazionale nel rispetto delle competenze previste dall'articolo 117 della Costituzione. Infatti, fermo restando che le potestà legislative di Stato e regioni sono, per espressa disposizione del primo comma del novellato articolo 117 della Costituzione, entrambe obbligate al «rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali», la materia della «tutela e sicurezza del lavoro» è riservata alla legislazione concorrente tra Stato e regioni;

          l) realizzazione delle condizioni per una adeguata informazione e formazione di tutti i soggetti impegnati nell'attività di prevenzione per la circolazione di tutte le informazioni rilevanti per l'elaborazione e l'attuazione delle misure di sicurezza necessarie. Si tratta dell'adozione di un vero e proprio sistema di «benchmarking» cui concorrano innanzitutto regioni, parti sociali, INAIL, Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL) e Ministero del lavoro e della previdenza sociale, quale strumento in grado di individuare parametri per la misurazione e la classificazione degli infortuni sul lavoro certi e accettati da tutti i soggetti interessati all'attività di prevenzione degli infortuni sul lavoro, presupposto per una corretta informazione e formazione di tutti coloro che siano coinvolti nella gestione della sicurezza sul lavoro;

          m) modifica o integrazione delle discipline vigenti per i singoli settori interessati, per evitare disarmonie. Tale criterio è chiaramente in linea con l'intenzione del Governo di eliminare le criticità presenti nel nostro ordinamento;

          n) conferma del principio dell'esclusione di qualsiasi onere finanziario per il lavoratore in relazione all'adozione delle misure relative alla sicurezza, all'igiene e alla tutela della salute dei lavoratori, già presente nel nostro ordinamento giuridico e sancito dall'articolo 3 del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, il cui comma 2 statuisce che: «Le misure relative alla sicurezza, all'igiene ed alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori».

      In assoluta coerenza con i princìpi e criteri direttivi di delega appena riportati, la riconduzione della normativa vigente in materia in una disciplina organica ha come finalità primaria l'innalzamento della qualità e della sicurezza del lavoro, anche attraverso la definizione di una strategia prevenzionistica incentrata su obiettivi sostanziali e non soltanto su regole formali, valorizzando adeguatamente il dialogo sociale sul territorio e la bilateralità, quale fattore di controllo sociale, e inducendo le imprese, anche con norme premiali e incentivanti, a perseguire condotte socialmente responsabili. Attraverso la bilateralità, incentivata anche mediante l'indirizzo degli organi ispettivi e di controllo verso aree non coperte dal controllo sociale, sarà possibile mantenere elevati standard di tutela alleggerendo tuttavia i vincoli meramente formali e burocratici.

 

Il rinnovato assetto istituzionale previsto dal titolo V della parte seconda della Costituzione.

 

      Il nuovo articolo 117 della Costituzione, nel testo sostituito dall'articolo 3 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, contiene un elenco delle materie riservate alla competenza legislativa esclusiva dello Stato e un altro elenco di quelle riservate alla potestà legislativa concorrente tra Stato e regioni. Inoltre, con statuizione di fondamentale rilevanza, il quarto comma dell'articolo in parola dispone che spetta alle regioni la competenza legislativa in tutte le materie che non siano espressamente riservate alla competenza legislativa esclusiva dello Stato o a quella concorrente tra Stato e regioni, introducendo - con un deciso mutamento di prospettiva rispetto al passato - nel nostro sistema un tratto di marcato federalismo.

      La materia della «tutela e sicurezza del lavoro» è stata riservata alla legislazione concorrente tra Stato e regioni e, pertanto, in tale quadro generale deve essere collocata l'attività legislativa di riorganizzazione e di riordino della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, la quale deve procedere all'individuazione delle fonti primarie idonee a costituire la legislazione di principio in materia.

      In tale direzione opera la presente proposta di legge, che mira a dettare una disciplina fondamentale relativa ai diritti e agli obblighi che si costituiscono nei rapporti di lavoro, anche relativi agli ambienti e alle condizioni di sicurezza e di salute. Inoltre la presente proposta di legge raccoglie, sistematizza e ordina i princìpi fondamentali di derivazione comunitaria che, a partire dagli anni novanta, costituiscono l'orizzonte di riferimento di gran parte della disciplina in materia.

      La presente proposta di legge riguarda, per l'appunto, princìpi e livelli essenziali e non eventuali modulazioni di tutela che dunque appaiono rinviabili anche alla legislazione concorrente delle regioni, sempre che essa si risolva in un sistema di «opting out upwards», cioè di deroghe migliorative o comunque tali da non intaccare complessivamente alcune garanzie di base che assumono un ruolo fondamentale in una materia come quella della salute e sicurezza del lavoro che riguarda beni di natura primaria costituzionalmente tutelati.

 

La tecnica legislativa seguita per la redazione della presente proposta di legge.

 

      Nella stesura della presente proposta di legge recante disciplina organica in materia di salute e sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro si è utilizzato un metodo di lavoro idoneo a permettere la redazione di un documento non solo di portata compilativa ma anche innovativo e semplificato rispetto al sistema vigente, alla condizione essenziale che rispetti il rinnovato assetto costituzionale delle competenze dello Stato e delle regioni.

      A tale fine si è ritenuto di poter identificare un nucleo intangibile di norme individuato nelle disposizioni delle direttive comunitarie in materia di salute e sicurezza e nei rispettivi allegati.

      Operando in tale senso è possibile riportare il sistema normativo italiano vigente in materia ad una più stretta adesione allo spirito e alla lettera del corpus normativo comunitario, costituito dalla direttiva «madre», 89/391/CEE del Consiglio, del 12 giugno 1989, e dalle numerose direttive particolari da essa discese, ivi compresi tutti i rispettivi allegati.

      Nell'articolato vengono ricompresi esclusivamente gli obblighi fondamentali di natura organizzativa e comportamentale, mentre vengono riservati agli allegati le norme di buona tecnica, le buone prassi e i princìpi generali di sicurezza a cui devono corrispondere gli standard tecnico-costruttivi di macchine, impianti, apparecchi elettrici e di altri settori specifici di interesse per la sicurezza.

      L'obiettivo perseguito è stato quello di armonizzare tutte le leggi vigenti in una logica unitaria, abrogando le normative speciali integrate nella presente proposta di legge e facendo esplicito e specifico riferimento alle normative di settore che, al contrario, rimangono in vigore. Ciò permette di rendere maggiormente esigibili e accessibili le norme prevenzionistiche.

 

L'ampliamento del campo di applicazione della normativa antinfortunistica.

 

      Tra le più importanti novità va subito segnalato il sensibile ampliamento del campo di applicazione delle norme in tema di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro rispetto a quello delimitato dal menzionato decreto legislativo n. 626 del 1994, sia perché la presente proposta di legge si applica alle tipologie lavorative regolate dal citato n. 276 del 2003, sia in quanto si è deciso di annoverare tra i destinatari della normativa anche i lavoratori autonomi e i componenti dell'impresa familiare.

      Tuttavia, in ragione dell'oggettiva situazione di diversità tra lavoratori subordinati o ad essi equiparati e lavoratori autonomi, si è scelto di modulare l'applicazione della normativa di salute e sicurezza in modo che a questi ultimi sia imposto unicamente di utilizzare dispositivi di protezione individuale (DPI) rispettosi delle regole stabilite della presente proposta di legge e di sottoporsi a sorveglianza sanitaria. Eguale scelta è stata operata con riferimento ai componenti dell'impresa familiare (articolo 230-bis del codice civile), non solo in ragione della diversità rispetto ai subordinati ma anche tenendo conto dell'esistenza di pronunce della Corte costituzionale che hanno argomentato nel senso della necessità di non applicare all'impresa familiare le disposizioni in materia di salute e sicurezza in quanto incompatibili con il vincolo affettivo che lega tra loro i componenti di tale impresa, che non potrebbe conciliarsi con l'imposizione di obblighi stringenti da parte di un familiare nei confronti di altri.

      L'opzione adottata tiene conto sia della tendenza espansiva della giurisprudenza formatasi dopo il 1994 in materia di salute e sicurezza sul lavoro, orientata a garantire tutela a chiunque si trovi in un ambiente di lavoro, anche ove non sia un lavoratore subordinato o ad esso equiparato, che delle più recenti sollecitazioni comunitarie, pur non ancora trasposte in direttive.

      Pertanto, non vengono considerati come destinatari di norme di sicurezza unicamente i lavoratori domestici di cui alla legge 2 aprile 1958, n. 339, come previsto dalla citata direttiva 89/391/CEE, i lavoratori che svolgono piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l'assistenza domiciliare ai bambini, alle persone anziane ammalate o con handicap e l'insegnamento privato supplementare di cui all'articolo 70, lettere a) e b), del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276.

      Sempre con riferimento al campo di applicazione, si è reputato di mantenere i regimi particolari oggi operanti, ai sensi dell'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, nei confronti di alcuni settori (Forze armate e di Polizia, strutture giudiziarie eccetera) in ragione delle loro peculiarità, che tale diversificazione impongono.

 

Promozione della salute e sicurezza attraverso gli organismi bilaterali.

 

      Nel testo proposto è riservata una funzione importante agli enti bilaterali, sul presupposto che le aziende, specie quelle piccole e medie, possano beneficiare di una semplificazione degli adempimenti di sicurezza ove collegate alla bilateralità e, pertanto, per tale strada presumibilmente già sottoposte a un controllo di tipo sociale.

      Così, gli organismi in parola mantengono e vedono notevolmente sottolineato il ruolo - già oggi ad essi riservato - di orientamento e promozione di iniziative formative nei confronti dei lavoratori e dei loro rappresentanti, così come la competenza in materia di raffreddamento delle controversie tra aziende e sindacati.       Ad essi è riservata, inoltre, una serie di importanti prerogative, sul presupposto che la logica della bilateralità esprima efficacemente un sistema di relazioni industriali di tipo collaborativo e cooperativo, in grado di assicurare al meglio la promozione della cultura della sicurezza in azienda.

 

Il ruolo delle norme di buona tecnica e delle buone prassi.

 

      L'assoluta necessità di procedere alla completa rivisitazione delle previsioni in materia di salute e sicurezza contenute nei decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta ancora oggi in vigore (di seguito menzionati) e di tenere conto delle innovazioni tecniche nel frattempo intervenute ha imposto la ridefinizione in un ambito di buona tecnica - alla stregua delle norme emanate dal Comitato europeo di normalizzazione (CENI), dal Comitato europeo per la standardizzazione elettrotecnica (CENELEC), dall'Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO), dalla Commissione internazionale elettrotecnica (IEC), dall'Ente nazionale di unificazione (UNI), e dal Comitato elettronico italiano (CEI) - di alcune delle disposizioni legislative relative a elementi di natura tecnica o costruttiva contenute nei decreti del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547, 7 gennaio 1956, n. 164, 19 marzo 1956, n. 302, 19 marzo 1956, n. 303, 20 marzo 1956, n. 320, 20 marzo 1956, n. 321, 20 marzo 1956, n. 322, e 20 marzo 1956, n. 323.

      Analogamente si è ritenuto di dover individuare procedure e metodi organizzativi finalizzati ad ottenere una riduzione dei rischi come «buone prassi».

      In tale modo si è introdotto nell'ordinamento giuridico un meccanismo di aggiornamento automatico degli standard tecnici di sicurezza al progresso scientifico e tecnologico, con un rinvio, da un lato, ai princìpi generali di sicurezza sanciti dall'Unione europea e, dall'altro, alle norme di buona tecnica e alle buone prassi, evitando di delegificare la materia per il tramite del rinvio ad atti regolamentari (rinvio che si manifesterebbe in netto contrasto con il titolo V della parte seconda della Costituzione).

      Quindi, tutte le prescrizioni di carattere tecnico relative ad attrezzature di lavoro, impianti, macchine, apparecchi elettrici e luoghi di lavoro, verranno ricondotte - in ossequio a quanto previsto dalle direttive comunitarie applicabili in materia - in un ambito di buona tecnica o di rispetto dei princìpi generali di sicurezza sanciti dall'Unione europea. Ciò comporterà l'innalzamento degli standard di sicurezza attualmente vigenti, ancorati a una normativa in larga parte obsoleta. Infatti, si è proceduto alla completa ricognizione delle norme contenute nei citati decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta, all'esito della quale si sono individuate le previsioni direttamente incidenti sulle condizioni di sicurezza, che sono state incorporate nel testo unico e per le quali il meccanismo del rinvio alle norme di buona tecnica e alle buone prassi non opera, e quelle che ormai risultano ampiamente superate e il cui mancato rispetto non comporta conseguenze immediate e dirette sulle condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro, che vengono considerate norme di buona tecnica o buone prassi - ai sensi e per gli effetti della presente proposta di legge - non più obbligatorie ma la cui osservanza comporta l'adempimento degli obblighi di sicurezza.

 

Riordino e razionalizzazione delle competenze istituzionali.

 

      La presente proposta di legge prevede la modifica della composizione (assai meno numerosa che in passato) e delle competenze - finalizzate alla rinnovata filosofia della gestione della sicurezza per obiettivi e non per adempimenti, propria della presente proposta di legge - della Commissione permanente per la prevenzione degli infortuni e l'igiene del lavoro. Inoltre, si contemplano misure positive di finanziamento e sostegno per le piccole e medie imprese (a totale carico dell'INAIL) e l'istituzione di un coordinamento, da parte del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, delle attività prevenzionistiche attuate dall'INAIL, dall'ISPESL e dall'Istituto italiano di medicina sociale (IIMS).

      Sempre in linea con la nuova filosofia ispiratrice dell'intervento di riforma, è stata, altresì, prevista un'azione di «benchmarking» con metodi di misurazione condivisi, attraverso il monitoraggio e la verifica - effettuata tramite la «regia» dell'INAIL - sull'effettiva applicazione della normativa in materia di salute e sicurezza, ad opera delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano, dei Ministeri del lavoro e della previdenza sociale e della salute e delle parti sociali.

      Nessuna modifica è stata, invece, prevista con riferimento alle attività di vigilanza, che vengono riservate agli stessi organi oggi competenti, nella stessa misura e con gli stessi meccanismi oggi utilizzati (salvo quanto si dirà in seguito relativamente al potere di disposizione).

 

Apparato sanzionatorio e potere di disposizione.

 

      La rivisitazione dell'apparato sanzionatorio vigente in materia di salute e sicurezza, operazione di assoluta importanza attesa la farraginosità del sistema oggi operante, è stata effettuata attraverso una rimodulazione degli obblighi di datori di lavoro, dirigenti e preposti, realizzata tramite la scelta di mantenere lo stesso regime sanzionatorio oggi vigente continuando, in particolare, a prevedere la sanzione penale (con correlata possibilità di oblazione ai sensi del decreto legislativo n. 758 del 1994) per tutti gli obblighi diretti a incidere sulle condizioni di sicurezza degli ambienti di lavoro. Al riguardo, basti sottolineare che il titolo XIII della presente proposta di legge, relativo alle sanzioni, è stato mutuato - salvo piccole modifiche - direttamente dal decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, e come esso presupponga un meccanismo sanzionatorio pressoché conforme all'attuale, incentrato sull'azione penale e sulla correlata sanzione quale conseguenza della verifica dell'inosservanza delle normative in materia di sicurezza direttamente incidenti sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

      Il sistema sanzionatorio attuale viene, in tal modo, potenziato - sempre in un'ottica di prevenzione dell'inadempimento e non di mera repressione del medesimo - dall'implementazione del meccanismo della disposizione, destinato a operare unicamente con riferimento a normative non direttamente incidenti sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e, ciò nonostante, attualmente assistite da sanzione penale in caso di loro inadempimento.

      In tali ipotesi, corrispondente all'area delle «norme di buona tecnica» e delle «buone prassi», viene, infatti, consentito all'organo di vigilanza di impartire una disposizione in luogo della sanzione penale oggi prevista, sulla base di una normativa ormai obsoleta, consentendo al soggetto obbligato di adempiere entro un dato termine ai propri obblighi liberandosi di ogni responsabilità e, al contempo, introducendo una sanzione penale assai gravosa in caso di perdurante inosservanza delle istruzioni impartite.

      In altre parole, tutti gli obblighi oggi sanzionati «direttamente» (vale a dire, senza utilizzare lo strumento della disposizione) dal decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, restano tali anche nella presente proposta di legge e tutte le violazioni più gravi (ad esempio, in materia di valutazione del rischio o di utilizzo di agenti chimici) restano sanzionate con l'utilizzo dell'attuale sistema (verifica e comunicazione all'autorità giudiziaria e successiva sanzione) e, quindi, attraverso la possibilità dell'oblazione ai sensi del decreto legislativo n. 758 del 1994.

      Al riguardo, è opportuno specificare che nella presente proposta di legge si è avuta cura di individuare specificamente gli obblighi di maggiore rilevanza in materia prevenzionistica contenuti nei citati decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta e ad inserirli nel testo, sanzionandoli penalmente secondo il sistema oggi vigente. All'esito di tali ricognizione e «scorporo», i decreti in parola sono risultati composti da norme il cui contenuto risulta largamente superato dall'evoluzione della tecnica avvenuta nell'arco di ben cinquanta anni e che, tuttavia, sono ancora assistite da una sanzione penale che non ha ragione d'essere ove si consideri che si tratta di adempimenti non direttamente incidenti sui livelli di sicurezza in azienda.

      Appunto in base a tale considerazione, è stato possibile abrogare la parte «residua» (vale a dire, non compresa nella presente proposta di legge, con conseguente assoggettamento al regime penale in vigore) dei seguenti provvedimenti: decreti del Presidente della Repubblica nn. 547 del 1955, 303 del 1956, 164 del 1956, 320 del 1956, 321 del 1956, il 322 del 1956, 323 del 1956, legge n. 186 del 1968, legge n. 320 del 1990, e decreto legislativo n. 277 del 1991. Pertanto, la gran parte delle disposizioni tecniche o procedurali contenute nelle citate normative sono state qualificate nella presente proposta di legge quali «norme di buona tecnica» o «buone prassi», al pari di quelle emanate da organismi europei, internazionali e nazionali specificamente individuati nella medesima proposta di legge.

      L'istituto della disposizione, pertanto, lungi dall'essere strumento di una diffusa depenalizzazione (che, ove attuata, giustificherebbe la prevedibile accusa di voler abbassare il livello di tutele nei confronti dei lavoratori a favore dei datori di lavoro inadempienti), opera solo con riferimento alle previsioni in ultimo citate, rispetto alle quali appare logico riferirsi alle indicazioni di organismi che, nei singoli settori, sono in grado di indicare quali siano le soluzioni costruttive e organizzative più idonee al momento per assicurare il migliore livello di tutela antinfortunistica.

      Infine, ancora con riferimento al sistema sanzionatorio, va segnalato come nella presente proposta di legge, in attuazione del criterio di delega di cui all'articolo 3, comma 1, lettera d) della legge 29 luglio 2003, n. 229, siano stati individuati analiticamente e separatamente gli obblighi dei preposti, limitandoli a compiti di attuazione e di vigilanza delle disposizioni della legge e di quelle impartite dai datori di lavoro e dai dirigenti. Tale previsione permetterà di ridurre drasticamente, sempre con i meccanismi sin qui descritti, le fattispecie contravvenzionali poste a carico dei preposti.

 

Descrizione della proposta di legge.

 

      La presente proposta di legge è composta da tredici titoli e da sedici allegati.

      I titoli sono i seguenti:

          titolo I: disposizioni generali;

          titolo II: luoghi di lavoro;

          titolo III: attrezzature di lavoro;

          titolo IV: impianti e apparecchiature elettrici;

          titolo V: uso dei dispositivi di protezione individuale;

          titolo VI: segnaletica di sicurezza;

          titolo VII: movimentazione manuale dei carichi;

          titolo VIII: uso di attrezzature munite di videoterminali;

          titolo IX: protezione da agenti chimici pericolosi;

          titolo X: agenti biologici;

          titolo XI: agenti fisici;

          titolo XII: cantieri temporanei e mobili;

          titolo XIII: sanzioni, abrogazioni ed entrata in vigore.

      Gli allegati sono i seguenti:

          allegato I: registro degli infortuni;

          allegato II: casi in cui è consentito lo svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di prevenzione e protezione dai rischi;

          allegato III: prescrizioni minime di sicurezza e di salute per i luoghi di lavoro;

          allegato IV: prescrizioni minime di sicurezza e di salute per i cantieri;

          allegato V: prescrizioni minime di sicurezza per le attrezzature di lavoro;

          allegato VI: disposizioni concernenti l'uso delle attrezzature di lavoro;

          allegato VII: modalità di controllo e verifica per impianti e attrezzature di lavoro non regolamentati da disposizioni particolari;

          allegato VIII: disposizioni relative all'uso delle attrezzature di lavoro messe a disposizione per l'esecuzione di lavori temporanei in quota;

          allegato IX: schema per l'inventario dei rischi per l'impiego dei dispositivi di protezione individuale;

          allegato X: prescrizioni generali per la segnaletica di sicurezza;

          allegato XI: elementi di riferimento;

          allegato XII: requisiti minimi;

          allegato XIII: agenti chimici;

          allegato XIV: agenti biologici;

          allegato XV: vibrazioni;

          allegato XVI: elenco dei lavori.

      Il titolo I (Disposizioni generali) esprime la logica dell'intervento legislativo contenendo le disposizioni generali da applicare necessariamente a tutte le imprese destinatarie delle disposizioni in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.

      Innanzitutto, sulla falsariga di quanto è previsto nella citata direttiva-quadro 89/391/CEE e a differenza del decreto legislativo n. 626 del 1994, si è ritenuto opportuno introdurre un articolo di portata generale ed esplicativa diretto a precisare la finalità del provvedimento.

      Pertanto, esso si apre con l'indicazione dello scopo della proposta di legge, individuato nel riordino della normativa vigente in materia di salute e sicurezza in un unico testo, anche attraverso la semplificazione delle disposizioni in parola. Scopo, come rimarcato sempre al comma 1 dell'articolo 1, da realizzare assicurando l'applicazione sull'intero territorio nazionale della disciplina dei diritti e degli obblighi di datori di lavoro e lavoratori nonché dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, nel rispetto dell'assetto delle competenze tra Stato e regioni.

      Il comma 2 dell'articolo 1 può considerarsi la norma manifesto della filosofia della presente proposta di legge, che enfatizza il ruolo della bilateralità, quale fattore di controllo sociale, e la strategia della sicurezza «by objective» e non solo «by regulation». In esse si puntualizza che la finalità primaria dell'intervento legislativo consiste nell'«innalzamento della qualità e della sicurezza del lavoro per tutti i lavoratori, anche valorizzando il dialogo sociale e la bilateralità, e garantendo la semplificazione di adempimenti e di controlli nonché lo sviluppo della responsabilità sociale delle imprese».

      Rispetto al decreto legislativo n. 626 del 1994, nella presente proposta di legge si è preferito distinguere nettamente il campo di applicazione «oggettivo» da quello «soggettivo», invece che racchiudere tutta la disciplina in un unico articolo genericamente dedicato al campo di applicazione.

      Così, nell'articolo dedicato al campo di applicazione «oggettivo» (l'articolo 2) vengono indicate le attività soggette alla normativa della presente proposta di legge, mentre nel campo di applicazione «soggettivo» (individuato all'articolo 3) vengono individuati i lavoratori (subordinati ed equiparati) beneficiari della normativa di tutela e di prevenzione.

      L'articolo 2 statuisce, innanzitutto, il principio indefettibile per il quale la proposta di legge si applica a «tutti i settori di attività pubblici o privati», confermando la previsione di cui al comma 1 dell'articolo 1 del decreto legislativo n. 626 del 1994. Il comma 2 del medesimo articolo 2, sempre conformemente alla corrispondente previsione del decreto legislativo n. 626 del 1994, puntualizza che in alcuni settori le norme della proposta di legge si applicano tenendo conto delle particolari esigenze connesse al servizio che in detti settori si esplica, quali individuate con decreti ministeriali. Si tratta di una scelta dettata dalla necessità di diversificare l'applicazione delle normative di sicurezza con riferimento ad alcuni settori (si pensi, per tutti, alle Forze armate e di polizia e alla protezione civile) nei quali applicare sic et simpliciter le regole in tema di salute e sicurezza produrrebbe problemi di compatibilità con le attività in parola, se non, addirittura, risultati controproducenti.

      L'articolo 3 definisce, come anticipato, il campo di applicazione soggettivo della proposta di legge, riproponendo, al comma 1, il comma 4-bis dell'articolo 1 del decreto legislativo n. 626 del 1994, attraverso la previsione che sono tenuti all'osservanza della medesima proposta di legge «il datore di lavoro che esercita le attività di cui all'articolo 2 e, nell'ambito delle rispettive attribuzioni e competenze, i dirigenti e i preposti che dirigono o sovraintendono le stesse attività».

      Il comma 2 dell'articolo 3 esprime il principio generale che la proposta di legge si applica a tutti i lavoratori, quali definiti dall'articolo dedicato alle definizioni (articolo 5), «indipendentemente dal tipo di contratto stipulato con il datore di lavoro o con il committente» e fatte salve le specificazioni contenute ai commi da 3 a 6 dell'articolo in commento. La disposizione è pienamente aderente al testo della delega che prevede (lettera f) del comma 1 dell'articolo 3 della citata legge 29 luglio 2003, n. 229) l'assicurazione della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro in tutti i settori di attività, pubblici e privati, e a tutti i lavoratori, indipendentemente dal tipo di contratto stipulato con il datore di lavoro o con il committente.

      Il successivo comma 3 specifica che nei confronti dei lavoratori a domicilio di cui alla legge 18 dicembre 1973, n. 877, e dei lavoratori che rientrano nel campo di applicazione del contratto collettivo dei proprietari di fabbricati trovano applicazione gli obblighi di informazione e formazione di cui al testo unico. Al riguardo, si rammenta che ai sensi dell'articolo 2 della legge n. 877 del 1973, non è ammessa l'esecuzione a domicilio di attività che comportino l'impiego di sostanze o materiali nocivi o pericolosi per la salute o l'incolumità del lavoratore o dei suoi familiari. Nei confronti di detti lavoratori si è puntualizzato come, ove lo richiedano le mansioni effettuate, essi debbano essere muniti di dispositivi di protezione individuale e come le attrezzature di lavoro fornite dal datore di lavoro, anche tramite terzi, debbano essere conformi alle disposizioni della proposta di legge.

      Stessa previsione è contemplata, al comma 4 dell'articolo 3, con riferimento ai rapporti svolti a distanza mediante collegamento informatico o telematico, ai quali si applicherà comunque - indipendentemente dal titolo giuridico per il quale la prestazione è resa e dall'ambito (aziendale o non) nel quale essa è svolta - l'insieme di previsioni di cui al titolo VIII (uso di attrezzature munite di videoterminali).

      Il successivo comma 5 prevede che nei confronti dei collaboratori coordinati e continuativi di cui all'articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile, anche nella modalità a progetto di cui agli articoli 61 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, le disposizioni della proposta di legge si applichino quando la prestazione lavorativa sia svolta nei locali del committente, sempre che compatibili con le caratteristiche del singolo rapporto di lavoro. Al riguardo, va rimarcato come la puntualizzazione appena riportata sia necessaria per evidenziare la peculiarità del lavoratore coordinato e continuativo, al quale si applicheranno le tutele previste dalla proposta di legge unicamente quando, come accade per ogni altro lavoratore, sia chiamato a lavorare in un ambiente del quale il datore di lavoro ha la disponibilità.

      Per quanto concerne le altre tipologie contrattuali introdotte o disciplinate dal decreto legislativo n. 276 del 2003, si rammenta che esse prevedono una disciplina ad hoc in materia di tutela della salute e sicurezza del lavoro.

      Il comma 6 rinvia all'articolo 9 (sul quale si veda più avanti) per l'individuazione della normativa di sicurezza applicabile ai componenti dell'impresa familiare di cui all'articolo 230-bis del codice civile e ai lavoratori autonomi.

      Il comma 7 dell'articolo 3 della presente proposta di legge specifica che la normativa di sicurezza non riguarda le prestazioni che esulano dal mercato del lavoro (articolo 74 del decreto legislativo n. 276 del 2003) e i lavoratori che svolgono piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l'assistenza domiciliare alla persona, e di insegnamento privato supplementare, ai sensi dell'articolo 70, comma 1, lettere a) e b), del medesimo decreto legislativo.

      Infine, il comma 8 puntualizza come le disposizioni di cui ai commi 3, 4, 5 e 6 del medesimo articolo 3 non pregiudichino l'applicazione di norme di legge e di contratto collettivo o individuale più favorevoli per il lavoratore.

      L'articolo 4 della proposta di legge è dedicato, in assenza di una corrispondente autonoma previsione nel decreto legislativo n. 626 del 1994, alla disciplina del computo dei lavoratori, rilevante a fini di sicurezza con riferimento alla soglia al di sotto della quale è consentito al datore di lavoro lo svolgimento diretto dei compiti di prevenzione e protezione dai rischi, a quella che impone la presenza in azienda del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, e a quella che consente la certificazione ad opera degli organismi bilaterali.

      Al riguardo, la presente proposta di legge - anche in attuazione del criterio di delega di cui alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, che impone di considerare la peculiarità delle piccole e medie imprese - ha ritenuto di diversificare, rispetto all'impianto del decreto legislativo 19 settembre 1994, n. 626, parte della previgente disciplina in base ai requisiti dimensionali dell'impresa sul presupposto, non tenuto nel debito conto dalla normativa in vigore, che l'organizzazione del lavoro e le necessità delle aziende meno grandi non possono avere eguali caratteristiche rispetto alle aziende con più ampio organico. In pratica, per la realizzazione dell'obiettivo di diversificazione si è ritenuto opportuno non computare - o computarli in parte qua tenendo conto della loro effettiva presenza sui luoghi di lavoro - i lavoratori non stabilmente inseriti nella organizzazione aziendale.

      In applicazione di tale principio restano esclusi dal computo dei lavoratori, ai fini della determinazione del numero dal quale la proposta di legge fa discendere gli obblighi citati: i lavoratori in prova, i lavoratori sostituti, i lavoratori a domicilio, i volontari, i lavoratori socialmente utili, gli obiettori di coscienza, i telelavoratori, i lavoratori a progetto e i lavori con contratti di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co), gli occasionali e quelli con contratto di lavoro accessorio. I lavoratori con contratto a tempo ripartito e intermittente, i lavoratori a tempo parziale e quelli utilizzati nell'ambito di un contratto di somministrazione di lavoro vengono computati sulla base del numero di ore di lavoro effettivamente prestato nell'arco di un semestre.

      L'articolo 5 la proposta di legge individua una serie di definizioni, a partire da quella di «lavoratore» individuato in colui che: «presta il proprio lavoro fuori dal proprio domicilio alle dipendenze o sotto la direzione altrui, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un'arte o una professione, inclusi tutti i prestatori di lavoro con rapporti di lavoro subordinato speciale o di durata determinata, i prestatori di lavoro nell'ambito di un contratto di somministrazione di lavoro di cui agli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e i prestatori di lavoro con altri rapporti di collaborazione che si concretizza in una prestazione d'opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato, qualora siano stabilmente inseriti nell'ambiente di lavoro organizzato dal committente».

      Va sottolineato che si tratta di una formulazione parzialmente innovativa rispetto a quelle precedenti: posto che il campo di applicazione va oltre i tradizionali ambiti del lavoro subordinato (lavoro alle dipendenze e sotto la direzione dell'imprenditore in base alla formulazione dell'articolo 2094 del codice civile) si è ritenuto preferibile utilizzare la disgiuntiva «o» in luogo della congiuntiva «e». Rientrano, infatti, nel campo di applicazione della proposta di legge non solo i lavoratori subordinati in senso stretto, ma anche coloro che operano semplicemente sotto le direttive altrui, ancorché formalmente non dipendenti, allorché vengano a trovarsi più o meno stabilmente inseriti in un contesto organizzativo gestito da altri.

      Si tratta di assecondare, in altri termini ed anticipando in parte qua la logica dello «Statuto dei lavori» (legge n. 300 del 1970), una tendenza storica verso l'estensione delle tutele fondamentali del diritto del lavoro al di fuori di rigide definizioni concettuali.

      Il riferimento letterale, contenuto all'articolo 5, comma 1, lettera a), alla prestazione d'opera coordinata e continuativa riprende sostanzialmente il disposto dell'articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile. Si è tuttavia preferito non farne espressa menzione nel testo in quanto l'articolo 409, numero 3), citato, non definisce una fattispecie sostanziale (trattasi di norma processuale), identificando semplicemente una serie di rapporti (o anche di contratti) che sociologicamente possono essere definiti atipici e che giuridicamente verrebbero tuttavia ricondotti al lavoro autonomo pur in presenza delle condizioni di debolezza contrattuale tipiche del lavoro dipendente. Lo stesso vale anche quando la collaborazione viene resa nella modalità a progetto di cui al decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, perché il lavoro a progetto non identifica un nuovo tipo contrattuale.

      Ad eguale regime giuridico rispetto a quello riservato al «lavoratore» - ai sensi e per gli effetti della proposta di legge - sono sottoposti, come già previsto all'articolo 2, comma 1, lettera a), del decreto legislativo n. 626 del 1994, i soci lavoratori di cooperative o di società, anche di fatto, che prestino la loro attività per conto delle società e degli enti stessi, i volontari come definiti dalla legge 1o agosto 1991, n. 266, e gli utenti dei servizi di orientamento o di formazione scolastica, universitaria e professionale avviati presso datori di lavoro per agevolare o per perfezionare le loro scelte professionali. Sono altresì equiparati gli allievi degli istituti di istruzione e universitari e partecipanti a corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di laboratori, macchine, apparecchi e attrezzature di lavoro in genere, agenti chimici, fisici e biologici.

      Le lettere b) e c) del comma 1 dell'articolo 5 definiscono il «datore di lavoro» e il «servizio di prevenzione e protezione» conformemente alle lettere b) e c) del citato comma 1 dell'articolo 2 del decreto legislativo n. 626 del 1994, il cui testo non è stato modificato.

      Per quanto concerne il «medico competente», tra i titoli dei quali tale figura deve essere in possesso, in aggiunta a quelli già contemplati alla lettera d) del comma 1 dell'articolo 2 del decreto legislativo n. 626 del 1994, all'articolo 5, comma 1, lettera d), si è provveduto a inserire le modifiche inerenti le specializzazioni in igiene e medicina preventiva, in medicina legale e in medicina dello sport e a specificare che il numero totale degli specialisti in igiene e medicina preventiva ed in medicina legale ammessi ogni anno a livello nazionale alla frequenza di master in medicina occupazionale, non può superare il cinquanta per cento del numero totale delle borse di studio assegnate dal Ministero dell'università e della ricerca alle scuole di specializzazione in medicina del lavoro per l'anno accademico precedente.

      La successiva lettera e) opera un rinvio alla disciplina di cui al decreto legislativo n. 195 del 2003, richiamata all'articolo 15 della proposta di legge, per la individuazione delle capacità del «responsabile del servizio di prevenzione e protezione», mentre le lettere f) e g) riprendono la formulazione letterale già contenuta al decreto legislativo n. 626 del 1994 con riferimento al «rappresentante dei lavoratori per la sicurezza» e alla «prevenzione».

      È stato ritenuto opportuno, alle successive lettere h), i), e l), inserire le definizioni di «pericolo», «rischio» e «sorveglianza sanitaria», non contemplate nel decreto legislativo n. 626 del 1994. Ciò al fine di non dover riproporre di volta in volta nelle singole parti del testo (nelle quali si troverà, pertanto, il semplice rinvio alla corrispondente lettera del comma 1 dell'articolo 5) la relativa definizione.

      Allo stesso modo si è reputato necessario inserire la definizione di «norma di buona tecnica» (lettera n) del comma 1 dell'articolo 5) e di «buone prassi» (lettera o) del comma 1 dell'articolo 5). A queste definizioni si rinvierà, pertanto, nelle previsioni (trattasi di un numero assai rilevante) che di volta in volta, nell'ambito della proposta di legge, tali concetti andranno a richiamare.

      In particolare, le «norme di buona tecnica» costituiscono un «numero chiuso», identificato unicamente nelle specifiche promananti dagli organismi indicati alla lettera n) dell'articolo 5 (CEN, CENELEC, ISO, IEC, UNI e CEI) e nelle disposizioni legislative relative ad elementi di natura tecnica o costruttiva contenute nei decreti del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547, 7 gennaio 1956, n. 164, 19 marzo 1956, n. 302, 19 marzo 1956, n. 303, 20 marzo 1956, n. 320, 20 marzo 1956, n. 321, 20 marzo 1956, n. 322, e 20 marzo 1956, n. 323. Si tratta, come anticipato nella parte generale della presente relazione, delle disposizioni non inserite nel testo della proposta di legge - con applicazione dell'attuale regime di obbligatorietà e sanzionatorio - in quanto non direttamente incidenti sulle condizioni di sicurezza e, a seguito dello sviluppo tecnologico e delle procedure di sicurezza, ormai obsolete.

      Eguale ruolo di «parametro di riferimento» per valutare l'adempimento degli obblighi di sicurezza è riservato alle «buone prassi», definite alla lettera o) del comma 1 dell'articolo 5 come «soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e generalizzabili, che permettono di ottenere una riduzione dei rischi, miglioramenti delle condizioni di lavoro e in generale la promozione della salute sui luoghi di lavoro raccolte e validate dalle regioni, dall'ISPESL, dall'INAIL e dagli enti bilaterali».

      La definizione appena riportata evidenzia, tra l'altro, il ruolo di assoluta rilevanza che la proposta di legge riserva agli organismi bilaterali, definiti dalla lettera p) del comma 1 dell'articolo 5 come: «organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la promozione di un'occupazione regolare e di qualità; la programmazione di attività formative e l'elaborazione di buone pratiche a fini prevenzionistici; lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro; ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla legge o dai contratti collettivi di riferimento». Come già esposto nella parte generale della presente relazione, gli organismi bilaterali vedono di molto ampliate nella presente proposta di legge le prerogative loro riservate dall'articolo 20 del decreto legislativo n. 626 del 1994, sul presupposto che essi possano costituire lo strumento privilegiato per la diffusione, specie nelle piccole e medie imprese, di una sicurezza fondata più sulla programmazione degli interventi sugli ambienti di lavoro che sul semplice adempimento formale degli obblighi di sicurezza, da realizzare anche attraverso una semplificazione degli oneri burocratici in materia ove le aziende siano sottoposte alla verifica degli enti de quo.

      Il capo II del titolo I, dedicato ai «princìpi generali di prevenzione», si apre con l'articolo 6, che identifica le «misure generali di tutela» conformemente a quanto fatto dall'articolo 3 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Nella proposta di legge si è ritenuto di individuare in questa sede unicamente i princìpi di natura più generale e metodologica e non quelli più attinenti ad obblighi specifici. Questi secondi, tuttavia, non sono stati eliminati bensì collocati in altra parte del documento (ad esempio, le misure di emergenza da adottare in caso di pronto soccorso, di cui alla lettera p) del comma 1 dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 626 del 1994, sono contemplate nella parte relativa al primo soccorso o, ancora, gli obblighi di informazione e di consultazione sono riportati nelle disposizioni relative all'informazione e alla consultazione dei lavoratori).

      Al fine di rendere più efficace l'obbligo di limitare i rischi collegati all'ambiente di lavoro tenendo conto degli sviluppi della tecnica e, quindi, tenendo nel dovuto conto la diffusa giurisprudenza formatasi in materia di «massima sicurezza tecnologicamente fattibile», si è ritenuto opportuno puntualizzare, alle lettera b) del comma 1 dell'articolo 6 che l'eliminazione o la riduzione dei rischi al minimo deve essere realizzata «mediante misure tecniche, organizzative e procedurali concretamente attuabili nei diversi settori e nelle differenti lavorazioni in quanto generalmente utilizzate», enfatizzando in tale modo il ruolo delle buone pratiche in funzione di un adeguamento effettivo dei requisiti di sicurezza in azienda agli sviluppi della tecnologia e delle procedure di sicurezza.

      La medesima ottica, corrispondente al criterio di delega di cui alla lettera h) del comma 1 dell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, ha suggerito di inserire - alla lettera n) del comma 1 dell'articolo 6 - tra le misure generali di tutela la «programmazione delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza, attraverso l'adozione di codici di condotta e di buone prassi». Tale previsione pone a carico del datore di lavoro una attività di programmazione della sicurezza in azienda, in modo che sia possibile per lui pianificare gli interventi in materia, interventi da realizzare per mezzo di codici di condotta e buone prassi.

      Inoltre, si segnala che la lettera l) del comma 1 dell'articolo 6 specifica che l'allontanamento del lavoratore dall'esposizione a rischio per motivi sanitari deve essere effettuato, a seguito della relativa comunicazione di inidoneità, attraverso l'individuazione di una mansione compatibile con lo stato di salute del dipendente, ove possibile. Si è, in tale modo, reputato opportuno specificare che il datore di lavoro ha l'obbligo di allontanare il lavoratore solo ove abbia ricevuto la comunicazione del giudizio di inidoneità temporale o parziale del lavoratore, al fine di evitare ipotesi di responsabilità oggettiva del datore ove il medesimo non abbia avuto - né abbia potuto avere - notizia del rischio per la salute del dipendente. Al contempo, è stato puntualizzato che il datore di lavoro che abbia ricevuto tale comunicazione di inidoneità debba adibire il prestatore di lavoro ad altra mansione, ovviamente compatibile con il mutato stato di salute del dipendente; tale obbligo viene meno ove non sia possibile (ad esempio a causa dell'assenza di mansioni nella azienda così come attualmente organizzata) lo spostamento senza modificare la organizzazione aziendale.

      Il comma 2 dell'articolo 6 della proposta di legge conferma il principio già espresso dal comma 2 dell'articolo 3 del decreto legislativo n. 626 del 1994 per il quale «le misure relative alla sicurezza, all'igiene ed alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori».

      L'articolo 7 del disegno di legge («Obblighi dei datori di lavoro e dei dirigenti»), come già l'articolo 4 del decreto legislativo n. 626 del 1994, conferma l'indelegabilità da parte del datore di lavoro della valutazione del rischio e della nomina del responsabile e degli addetti del servizio di prevenzione e protezione, oltre che l'impianto generale del citato articolo 4 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Tra le novità introdotte rispetto all'attuale previsione individuativa degli obblighi di datore di lavoro e dirigenti va, tuttavia, segnalata l'introduzione del principio della piena libertà del datore di lavoro di scegliere come redigere il documento di valutazione del rischio. Pertanto, egli può produrre il documento di valutazione che ritiene opportuno, all'unica condizione che sia completo (nel senso che in esso siano stati valutati tutti i rischi presenti in azienda) quanto al suo contenuto. Non a caso, il numero 1) della lettera b) del comma 1 dell'articolo 7 specifica che ciò che conta non è la forma del documento quanto la sua «completezza» e la sua «idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione».

      Il medesimo numero 1) prevede, nel successivo periodo, che le indicazioni contenute nel documento di valutazione del rischio non costituiscono, in difetto di un inadempimento degli obblighi di sicurezza da parte del datore di lavoro, di per sé prova ai fini dell'applicazione di sanzioni penali o amministrative, a condizione che la rimozione delle situazioni di mancata o inadeguata ottemperanza di cui vi è traccia nel documento sia programmata nel documento medesimo. La disposizione non intende impedire all'autorità giudiziaria di «trarre notizie di reato» dal documento di valutazione del rischio, ma solo evitare che le indicazioni contenute nello stesso documento vengano assunte, di per sé, quali «fonte o elemento di prova» ai fini sanzionatori. In effetti, il documento di valutazione dei rischi è efficace se e in quanto ne sia riconosciuta la natura di documento di lavoro e, come tale, i suoi contenuti non siano sanzionati indipendentemente da riscontri probatori in ordine a effettive omissioni di adempimenti di sicurezza.

      Altra novità introdotta in ordine agli obblighi del datore di lavoro e del dirigente consiste nella previsione dell'obbligo di fornire al servizio di prevenzione e protezione informazioni su funzioni e compiti assegnati a lavoratori «atipici», quali i lavoratori assunti con contratto a tempo determinato ovvero utilizzati mediante contratto di somministrazione di lavoro di cui agli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, nonché sulla presenza in azienda di lavoratori con rapporti di collaborazione, anche nella modalità a progetto di cui agli articoli 61 e seguenti del medesimo decreto legislativo n. 276 del 2003, che si concretino in una prestazione d'opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato.

      Sempre con riferimento al servizio di prevenzione e protezione, nell'ottica di favorire il funzionamento del servizio stesso e il permanente aggiornamento dei dati a sua disposizione, al comma 2, lettera a), dell'articolo 7 della proposta di legge, si è reputato di inserire una previsione di contenuto del tutto corrispondente al comma 2 dell'articolo 9 del decreto legislativo n. 626 del 1994, prevedendo l'obbligo di informazione del datore di lavoro e del dirigente in ordine a natura dei rischi, organizzazione del lavoro, degli impianti e dei processi produttivi, ai dati del registro infortuni ed, infine, alle prescrizioni degli organi di vigilanza. Ne deriva, ovviamente, che non vi sarà un comma corrispondente nell'articolo relativo ai compiti del servizio di prevenzione e protezione.

      L'articolo 7 della presente proposta di legge conserva, al comma 5, l'obbligo di custodire il documento di valutazione del rischio in azienda specificando, tuttavia - coerentemente con quanto previsto al comma 1, lettera b), dello stesso articolo - che l'organo di vigilanza ne prende visione unicamente a fini conoscitivi.

      In ultimo, si segnala che il comma 6 dell'articolo in commento prevede la possibilità che le aziende fino a cinquanta dipendenti possano usufruire di una modalità semplificata di redazione del documento di valutazione del rischio ove seguano le indicazioni degli organismi bilaterali. Si tratta di una previsione diretta, in attuazione del criterio di delega di cui alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, a tenere conto delle peculiarità delle piccole e medie imprese, attraverso l'intervento di organismi radicati nei territori di riferimento e nei quali opera una corretta dialettica delle parti sociali.

      La predisposizione di un articolo specificamente dedicato agli obblighi dei preposti si è resa necessaria al fine di dare attuazione al criterio di delega di cui alla lettera d) del citato comma 1 dell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, il quale prevede la riformulazione dell'apparato sanzionatorio, con specifico riferimento alle fattispecie contravvenzionali a carico dei preposti. Tali obblighi sono stati individuati con riferimento a quelli indicati all'articolo 4 del decreto legislativo n. 626 del 1994 e operando una loro delimitazione con riferimento alla figura del preposto, tenendo conto della necessità di limitarne il numero, eccessivo rispetto ai compiti e alle responsabilità del preposto in azienda.

      Con l'articolo 8 («Obblighi dei preposti») sono stati individuati specificamente i compiti dei preposti, tra i quali sono stati, in particolare, ricompresi la vigilanza sull'osservanza delle disposizioni di legge da parte dei lavoratori (con relativa previsione dell'obbligo di comunicazione della perduranza dell'inosservanza ai diretti superiori), l'obbligo di informazione ai lavoratori esposti a un rischio di pericolo grave e immediato e quello di segnalare al datore di lavoro o al dirigente le deficienze dei mezzi, delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale e, più in generale, di ogni situazione di pericolo della quale il preposto sia venuto a conoscenza.

      Il comma 2 del medesimo articolo, relativo agli obblighi dei preposti, puntualizza che in loro assenza i compiti di cui al comma 1 sono svolti dai datori di lavoro o dai dirigenti.

      L'articolo 9 della proposta di legge opera una ridefinizione degli obblighi dei lavoratori, quali descritti dall'articolo 5 del decreto legislativo n. 626 del 1994, ai quali viene chiesta collaborazione fattiva, ovvero di «contribuire, insieme al datore di lavoro, ai dirigenti e ai preposti, all'adempimento degli obblighi previsti a tutela della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro», ai fini del miglioramento delle condizioni di sicurezza dell'ambiente di lavoro.

      Sempre nell'ottica, appena segnalata, dell'implementazione del coinvolgimento del lavoratore nella gestione della sicurezza in azienda, la lettera i) del comma 2 dell'articolo 9 prevede che i lavoratori si debbano sottoporre, oltre che ai controlli sanitari già previsti dal decreto n. 626 del 1994, anche ai controlli che possono essere disposti dal medico competente in funzione di prevenzione dei rischi per la salute del lavoratore.

      Rispetto alla corrispondente previsione del decreto legislativo n. 626 del 1994 (articolo 5), l'articolo che la proposta di legge dedica agli obblighi dei lavoratori - vale a dire l'articolo 9 - comprende il comma 3, diretto a imporre obblighi a soggetti ai quali finora non si è affatto applicata la normativa di sicurezza e che, viceversa, vengono ora considerati come destinatari delle disposizioni legali in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro. Si tratta dei lavoratori autonomi e dei componenti dell'impresa familiare (articolo 230-bis del codice civile) ai quali - in ragione della peculiare natura dei rispettivi rapporti e per le ragioni già anticipate nella parte più generale della presente relazione - vengono imposti due specifici obblighi, relativi ai dispositivi di protezione individuale e alla sottoposizione alla sorveglianza sanitaria, nei casi previsti dalla proposta di legge.

      L'articolo 10 della proposta di legge individua innanzitutto gli obblighi dei datori di lavoro committenti ed appaltatori nei contratti di appalto, riprendendo la previsione di cui all'articolo 7 del decreto legislativo n. 626 del 1994 e riferendola anche al contratto d'opera. Anche nella rinnovata formulazione, è stato confermato il principio fondamentale (ora espresso al comma 3 dell'articolo 10), in forza del quale il datore di lavoro non può rispondere dei rischi propri dell'impresa appaltatrice, principio anzi esteso ai rischi propri del lavoratore autonomo.

      È stato, altresì, introdotto, al comma 4 dell'articolo 10 della proposta di legge, rispetto al testo dell'articolo 7 del decreto legislativo n. 626 del 1994, il riferimento all'obbligo per il datore di lavoro committente di fornire in uso unicamente macchine o attrezzi rispettosi dei presìdi antinfortunistici di cui alla medesima proposta di legge, attualmente contenuto all'articolo 5, terzo comma, del decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955.

      Il comma 5 dell'articolo 10 della proposta di legge è diretto a specificare la ripartizione degli obblighi di salute e sicurezza nel distacco, fattispecie ora regolata dall'articolo 30 del decreto legislativo n. 276 del 2003.

      Tenuto conto dell'analogia tra la fattispecie del distacco e quella della somministrazione di cui agli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo n. 276 del 2003 (rilevata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali nella circolare n. 3 del 15 gennaio 2004), si è ritenuto applicabile lo stesso schema previsto per la somministrazione in ordine all'adempimento degli obblighi di sicurezza posti in capo, rispettivamente, al somministratore e all'utilizzatore. Pertanto, il comma in parola costituisce applicazione, con i necessari adattamenti, di tale schema per la determinazione degli obblighi di sicurezza in capo al datore di lavoro distaccante e al soggetto distaccatario.

      L'articolo 6 del decreto legislativo n. 626 del 1994 disciplina gli obblighi di progettisti, fabbricanti, fornitori e installatori. Per ragioni sistematiche, si è scelto di predisporre tre diversi articoli, destinati, rispettivamente, agli obblighi di progettisti, fabbricanti e fornitori e, infine, installatori (articoli 11, 12 e 13), il cui contenuto - salvi i necessari adattamenti alla diversa «filosofia» e struttura della proposta di legge - ripropone quello delle corrispondenti disposizioni del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Il capo III («Attività di prevenzione e protezione») del titolo I della presente proposta di legge si apre con l'articolo 14, dedicato al servizio di prevenzione e protezione dai rischi.

      Dopo aver puntualizzato, al comma 1, che il servizio può essere interno o esterno all'azienda (nel rispetto delle regole di cui alla proposta di legge), nell'articolo 14 si è preferito subito (al comma 2) specificare che i responsabili e gli addetti al servizio in parola devono avere i requisiti e le capacità professionali di cui all'articolo 15 (come individuati dal decreto legislativo n. 195 del 2003). Nello stesso comma si è ritenuto di inserire i princìpi (che hanno portata «generale») in forza dei quali essi devono essere in numero sufficiente, devono poter disporre di mezzi e tempi adeguati per lo svolgimento dei compiti loro assegnati e, infine, che non possono subire pregiudizio a causa dell'attività svolta nell'espletamento del loro compito.

      L'impianto dell'articolo 14 qui illustrato ripropone sostanzialmente quello dell'articolo 8 del decreto legislativo n. 626 del 1994, con l'introduzione di un comma, il 9, nel quale si prevede che nei casi di aziende con più unità produttive e nei casi di gruppi di imprese, può essere istituito un unico servizio di prevenzione e protezione, anche all'interno di società o di strutture appositamente costituite od organizzate dalla società capogruppo.

      L'articolo 15 («Capacità e requisiti professionali degli addetti e dei responsabili dei servizi di prevenzione e protezione interni o esterni») della proposta di legge corrisponde pressoché integralmente all'articolo 8-bis del decreto legislativo n. 626 del 1994, nel testo introdotto dall'articolo 2 del decreto legislativo 23 giugno 2003, n. 195. Va segnalato, tuttavia, che si è reputato opportuno inserire tra i soggetti organizzatori dei corsi di formazione, di cui al comma 2 dell'articolo 15, l'Associazione nazionale dei consulenti del lavoro, in virtù delle competenze in possesso di tale Ordine.

      L'articolo 16 («Compiti del servizio di prevenzione e protezione») corrisponde sostanzialmente all'articolo 9 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Tuttavia, nella presente proposta di legge non si prevede più che il servizio di prevenzione e protezione provveda in proprio a svolgere i compiti, essendosi ritenuto più logico stabilire che esso collabori con il datore di lavoro o con i dirigenti nel porre in essere le misure organizzative individuate all'articolo in oggetto. Tali misure sostanzialmente coincidono con quelle previste dal decreto legislativo n. 626 del 1994; si consideri che, ad ogni modo, i compiti di cui alle lettere b) e c) del comma 1 dell'articolo 9 del decreto legislativo n. 626 del 1994, sono state accorpate alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 16 in commento, mentre rispetto a quanto previsto dalla lettera e) del citato comma 1 dell'articolo 9 del decreto legislativo n. 626 del 1994, nella lettera d) del comma 1 dell'articolo in commento non vi è più il riferimento alla partecipazione alle consultazioni prevista dalla norma sulla riunione periodica di prevenzione e protezione dei rischi, in quanto sovrabbondante.

      Come già esposto con riferimento agli obblighi del datore di lavoro, si è ritenuto corretto non riproporre nell'articolo 16 della proposta di legge che si commenta la previsione di cui al comma 2 dell'articolo 9 del decreto legislativo n. 626 del 1994 la quale, trattando di un obbligo del datore di lavoro, non può che essere collocata nel relativo articolo. Inoltre, è stato eliminato il comma 4 del citato articolo 9 (il quale statuiva che «il servizio di prevenzione e protezione è utilizzato dal datore di lavoro») in quanto del tutto pleonastico, mentre il comma 3 del medesimo articolo è stato conservato nella sua formulazione, divenendo comma 2 dell'articolo 16 della proposta di legge che si illustra.

      L'articolo 17 («Svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di prevenzione e protezione») della proposta di legge conferma che il datore di lavoro ha facoltà di svolgere direttamente i compiti propri del servizio di prevenzione e protezione dai rischi nonché di prevenzione incendi e di evacuazione, dandone preventiva informazione al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza.

      Al riguardo, viene mantenuta la tecnica usata dal decreto legislativo n. 626 del 1994 del rinvio all'allegato I per individuare le aziende nelle quali è possibile per il datore di lavoro svolgere direttamente i compiti del servizio di prevenzione e protezione e di prevenzione incendi e di evacuazione; tuttavia, si è provveduto - nella ridefinizione dell'allegato I - ad innalzare la soglia minima di addetti al di sotto della quale è possibile per il datore svolgere in proprio i compiti in oggetto. Sul punto, si consideri quanto già prima esposto in ordine all'introduzione nella proposta di legge di un articolo ad hoc, l'articolo 4, per l'individuazione dei soggetti che non vengono computati nell'organico dell'impresa e di quelli che vengono computati in proporzione al numero delle ore effettivamente prestate nell'arco di un semestre (lavoratori assunti attraverso somministrazione di lavoro, contratto di lavoro ripartito o intermittente). Entrambe le modifiche sono state pensate nell'ottica della semplificazione degli adempimenti per le piccole e medie imprese, in attuazione del criterio di delega di cui alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 3 della legge 29 luglio 2003, n. 229, ferma restando la necessità che le medesime imprese rispettino tutti gli obblighi di cui alla proposta di legge.

      Il comma 2 dell'articolo 17 della proposta di legge puntualizza, così come già fatto al comma 2 dell'articolo 10 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che il datore di lavoro che intende svolgere i compiti di cui al comma 1, deve frequentare un apposito corso di formazione, i cui contenuti formativi sono ora individuati specificamente nel decreto dei Ministri del lavoro e della previdenza sociale e della sanità 16 gennaio 1997, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 27 del 3 febbraio 1997, e tenere a disposizione degli organi di vigilanza il relativo attestato.

      Si è ritenuto opportuno, in applicazione della logica della riforma (quella di una gestione della sicurezza che non passi per adempimenti formali e burocratici ma per adempiamenti sostanziali e per obiettivi), non riproporre a carico del datore di lavoro gli adempimenti di trasmissione di cui alle lettere a), b) e c) del comma 2 dell'articolo 10 del decreto legislativo n. 626 del 1994, in quanto sovrabbondanti perché inidonei a determinare un innalzamento dei livelli di tutela e, comunque, superati tenendo conto del rinnovato assetto, in funzione più marcatamente prevenzionistica, di tutti gli adempimenti in materia di sicurezza delineato nella proposta di legge (per un esempio, si veda quanto tra poco si dirà con riferimento alla previsione di cui alla lettera b) del comma 2 dell'articolo 18 della presente proposta di legge; sempre a titolo esemplificativo si consideri, inoltre, che datore di lavoro o dirigenti - come previsto dal numero 3) della lettera a) del comma 2 dell'articolo 7 della presente proposta di legge - devono fornire al servizio di prevenzione e protezione i dati del registro infortuni e malattie professionali). Sul punto, si consideri che si parla di comunicazioni che erano dirette, nel sistema delineato dall'articolo 10 del decreto legislativo n. 626 del 1994, all'organo di vigilanza, quindi ex se orientate più alla repressione di comportamenti di inadempimento degli obblighi di sicurezza che alla loro prevenzione.

      Il comma 1 dell'articolo 18 («Riunione periodica di prevenzione e protezione») della presente proposta di legge è conforme al comma 1 dell'articolo 11 del decreto legislativo n. 626 del 1994, mentre al comma 2 del medesimo articolo 18 si è inserito, nell'ottica della migliore prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e ai fini della pianificazione nel tempo delle misure maggiormente idonee a tale scopo, in aggiunta a quanto stabilito dall'articolo 11, comma 2, del decreto legislativo n. 626 del 1994, che il datore di lavoro sottoponga all'esame dei partecipanti della riunione anche «l'andamento degli infortuni e delle malattie professionali» (lettera b), che «sostituisce», rendendolo maggiormente idoneo ad assicurare una effettiva funzione prevenzionistica dell'adempimento, la previsione di cui alla lettera c) del comma 2 dell'articolo 10 del decreto legislativo n. 626 del 1994) e «l'organizzazione della sorveglianza sanitaria» (lettera c).

      Inoltre, sempre nel comma 2, appena citato, si è ritenuto di eliminare la previsione, contenuta nel comma 2, lettera b), dell'articolo 11 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che riguarda la sottoposizione all'esame dei partecipanti anche «dell'idoneità dei mezzi di protezione individuale», di incerta portata e di infelice formulazione letterale.

      Il comma 3 dell'articolo 18 della presente proposta di legge è stato inserito al fine di dare una portata meno burocratica e più propositiva alla riunione periodica, cogliendo tale occasione come la più idonea per l'individuazione di buone prassi di prevenzione e di obiettivi di miglioramento della sicurezza sulla base di linee guida da applicare nella specifica realtà aziendale. L'ottica è quella della gestione della sicurezza per obiettivi ed attraverso buone prassi.

      Il successivo comma 4 corrisponde testualmente al comma 3 dell'articolo 11 del decreto legislativo n. 626 del 1994, confermando il principio in forza del quale la riunione va indetta in ogni ipotesi di significative variazioni delle condizioni di esposizione al rischio nell'ambiente di lavoro e ove l'introduzione di nuove tecnologie possa incidere sulle condizioni di sicurezza.

      In ragione della loro peculiarità rispetto alle realtà lavorative più grandi (specie per quanto concerne il contatto quotidiano tra i componenti della compagine aziendale, che rende superfluo indire una specifica riunione su temi di certo già dibattuti in azienda), si è ritenuto - sempre nell'ottica della semplificazione degli adempimenti per le imprese più piccole - di non riproporre nella presente proposta di legge la previsione di cui al comma 4 dell'articolo 11 del decreto legislativo n. 626 del 1994, in forza della quale nelle aziende fino a quindici dipendenti è possibile che il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza chieda un'apposita riunione in caso di modifiche dell'organizzazione aziendale o di introduzione di nuove tecnologie.

      Infine, il comma 5 dell'articolo 18 ha mantenuto, a fini di verifica e per scoraggiare l'utilizzo della riunione come adempimento burocratico privo di effettivi contenuti, la previsione della redazione di un verbale della riunione medesima (comma 5 del decreto legislativo n. 626 del 1994, la cui formulazione è stata modificata per ragioni stilistiche, anche eliminando la previsione - inutile - per cui debba essere necessariamente il datore di lavoro a redigere, eventualmente anche tramite il servizio di prevenzione e protezione, il verbale).

      Il capo III del titolo I («Prevenzione degli incendi, evacuazione dei luoghi di lavoro e primo soccorso»), la cui rubrica comprende - così come si farà in altre parti del testo - l'espressione «primo soccorso», usata in luogo del «pronto soccorso» citato nel decreto legislativo n. 626 del 1994, in quanto meglio rispondente al concetto di first aid di cui alle direttive comunitarie di riferimento, si apre con l'articolo 19 («Disposizioni generali»), il quale corrisponde, con piccole modifiche di tipo stilistico, all'articolo 12 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      All'articolo 20 («Prevenzione degli incendi») della presente proposta di legge, così come fatto nel decreto legislativo n. 626 del 1994, in materia di prevenzione degli incendi, si è innanzitutto fatto salvo il rinvio alle previsioni del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 29 luglio 1982, n. 577; tuttavia, rispetto all'articolo 13 del decreto legislativo n. 626 del 1994, si è preferito richiamare le previsioni del decreto del Ministro dell'interno 10 marzo 1998, pubblicato come supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 81 del 7 aprile 1998, recante «Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell'emergenza nei luoghi di lavoro» specificando come esse (a seconda della loro tipologia) si considereranno come norme di buona tecnica o buone prassi, ai sensi e per gli effetti della proposta di legge.

      L'articolo 21 («Diritti dei lavoratori in caso di pericolo grave e immediato») della proposta di legge corrisponde testualmente all'articolo 14 del decreto legislativo n. 626 del 1994 e sancisce il principio per il quale in caso di pericolo grave, immediato e che non può essere evitato, il lavoratore può allontanarsi dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, senza subire pregiudizio alcuno e, al contempo, che deve prendere le misure idonee per evitare le conseguenze del pericolo, ove non sia possibile contattare il superiore gerarchico.

      I primi due commi dell'articolo 22 («Primo soccorso») della proposta di legge che si commenta corrispondono ai primi due commi dell'articolo 15 del decreto legislativo n. 626 del 1994. Il comma 3 del medesimo articolo 22, a differenza del corrispondente comma 3 dell'articolo 15 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che prevedeva in materia l'emanazione di un decreto interministeriale, individua le caratteristiche minime delle attrezzature di primo soccorso con il rinvio al recente regolamento di cui al decreto dei Ministri della salute, del lavoro e delle politiche sociali, per la prevenzioni pubblica e delle attività produttive 15 luglio 2003, n. 388.

      Di conseguenza, il comma 4 dell'articolo 15 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che statuiva che restassero in vigore le disposizioni previgenti sino all'emanazione della normativa prevista dal comma 2, è stato eliminato nel presente testo, appunto in quanto il regolamento appena citato costituisce tale normativa.

      Il capo V («Sorveglianza sanitaria») del titolo I della presente proposta di legge si apre con l'articolo 23 («Contenuto della sorveglianza sanitaria»), il quale corrisponde alla formulazione dell'articolo 16 del decreto legislativo n. 626 del 1994. Tuttavia, si è inserita al comma 2 dell'articolo 23 una lettera c) che - in funzione del potenziamento della prevenzione della salute dei lavoratori - include all'interno della sorveglianza sanitaria le «visite mediche richieste dal lavoratore ove il medico competente le ritenga correlate a rischi professionali».

      L'articolo 24 («Medico competente») individua i compiti del medico competente, figura di rilievo centrale per la gestione della sicurezza in azienda, sulla falsariga del modello già delineato all'articolo 17 del decreto legislativo n. 626 del 1994, il cui impianto risulta, salvo modifiche di dettaglio, sostanzialmente confermato.

      Tra le novità introdotte, rispetto alla formulazione di cui all'articolo 17 del decreto legislativo n. 626 del 1994, con l'articolo 24 della proposta di legge, si segnala la previsione (lettera c) del comma 1 dell'articolo in commento) della custodia della cartella sanitaria o di rischio presso lo studio del medico e non più in azienda per le piccole imprese (quali individuate dall'allegato I alla proposta di legge), quella della necessità di rilasciare copia delle documentazione sanitaria al lavoratore alla cessazione del rapporto di lavoro (lettera e) inserita in funzione di una tutela della salute del lavoratore che prescinda dalla sussistenza di un rapporto di lavoro e in qualche misura «sopravviva» alla sua cessazione), e quella (lettera i), in attuazione delle previsioni comunitarie al riguardo) dell'invio all'ISPESL delle cartelle sanitarie e di rischio e di ogni altra documentazione nei casi previsti dalla proposta di legge, alla cessazione del rapporto di lavoro.

      Inoltre, i commi 3 e 4 dell'articolo 24 della proposta di legge prevedono l'obbligo di comunicazione per iscritto nei confronti del datore di lavoro e del lavoratore del giudizio di inidoneità parziale, temporanea o totale, e la possibilità di ricorrere in via amministrativa avverso tali giudizi.

      Il capo VI («Consultazione e partecipazione dei lavoratori») disciplina innanzitutto, all'articolo 25 («Rappresentante per la sicurezza»), le prerogative del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, le quali sono le medesime già conferite e regolate dai primi quattro commi dell'articolo 18 del decreto legislativo n. 626 del 1994, la cui formulazione è stata trasposta nei primi quattro commi dell'articolo in commento.

      Si è, invece, reputato opportuno eliminare la previsione di cui al comma 5 dell'articolo 18 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che prevede l'intervento del Ministero del lavoro e della previdenza sociale in caso di mancato accordo tra le parti, in quanto superato dall'intervento della contrattazione collettiva in materia e, comunque, ove si considerino le previsioni inderogabili in materia di individuazione delle prerogative dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza contenute nella proposta di legge.

      Il comma 6 dell'articolo 25 della presente proposta di legge differisce dal comma 7 dell'articolo 18 del decreto legislativo n. 626 del 1994, in quanto individua i contenuti minimi della formazione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza attraverso lo specifico rinvio alle previsioni di cui all'articolo 2 del citato decreto interministeriale 16 gennaio 1997.

      L'articolo 26 («Attribuzioni del rappresentante per la sicurezza») della proposta di legge introduce, al comma 1, un rinvio alla contrattazione collettiva, diretto a evidenziare la conferma della scelta, già al riguardo operata dal decreto legislativo n. 626 del 1994, nel senso che la materia delle attribuzioni dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza sia innanzitutto rimessa alla dialettica sindacale, nel rispetto dei requisiti «di base» stabiliti da legge.

      La lettera a) del medesimo comma 1, puntualizza un principio già contenuto in diversi contratti collettivi in forza del quale la facoltà di accesso del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza ai luoghi di lavoro deve essere esercitata «previa informativa al datore di lavoro o al dirigente o al preposto competente» in modo che le prerogative del rappresentante vengano esercitate salvaguardando l'andamento delle attività lavorative. La medesima logica è sottesa alla previsione di cui al comma 3 dell'articolo 26 il quale impone al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza il rispetto del segreto industriale relativamente alle informazioni contenute nel documento di valutazione dei rischi.

      Sempre con riferimento al documento di valutazione dei rischi, la lettera e) del comma 1 dell'articolo 26 conferma l'obbligo datoriale di fornire al rappresentante le informazioni e la documentazione aziendale inerenti alla valutazione dei rischi e alle relative misure di prevenzione, puntualizzando che il rappresentante non riceve il documento di valutazione. Tale ultima specificazione è diretta a chiarire definitivamente che un obbligo di riproduzione del documento e di consegna dello stesso al rappresentante non può essere configurato, anche nel caso in cui ciò fosse tecnicamente praticabile, a motivo della riservatezza industriale (si consideri, al riguardo, quanto previsto dal già citato comma 3 dell'articolo in commento) che spesso caratterizza molte delle informazioni in esso contenute. Al riguardo, si è tenuto conto che le stesse parti sociali, nell'accordo interconfederale Confindustria-CGIL-CISL-UIL del 22 giugno 1995, hanno convenuto che il diritto di accesso del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza al documento di valutazione dei rischi di cui all'articolo 4, comma 2, del decreto legislativo n. 626 del 1994 - a differenza della documentazione di cui all'articolo 19, comma 1, lettera e), del medesimo decreto legislativo («documentazione aziendale inerente alla valutazione dei rischi», che è cosa diversa dal vero e proprio «documento di valutazione dei rischi») - si esercita esclusivamente mediante consultazione presso la sede aziendale.

      Rispetto alla correlativa previsione (articolo 20) del decreto legislativo n. 626 del 1994, l'articolo 27 («Organismi bilaterali») della presente proposta di legge sostituisce alla precedente dizione di «organismi paritetici» quella di «organismi bilaterali», il cui ruolo nel rinnovato «sistema di sicurezza» delineato dalla proposta di legge è di assoluto rilievo. Appunto in ragione della importanza delle prerogative attribuite a tali organismi, al comma 1 dell'articolo 27, si è introdotto un rinvio ai contratti collettivi nazionali, come sedi idonee a individuare la struttura tecnica della quale gli enti in parola devono essere muniti per svolgere le funzioni loro attribuite.

      Sempre il comma 1 dell'articolo 27 conferma la previsione già contenuta all'articolo 20 del decreto legislativo n. 626 del 1994, attribuendo innanzitutto agli organismi bilaterali funzioni di orientamento e di promozione di iniziative formative nei confronti dei lavoratori e dei loro rappresentanti. Allo stesso modo, il comma 2 dell'articolo 27 ribadisce (eguale previsione si trova al secondo periodo del comma 1 dell'articolo 20 del decreto legislativo n. 626 del 1994) che gli organismi paritetici rappresentano la prima istanza di riferimento in merito a controversie sorte sull'applicazione dei diritti di rappresentanza, informazione e formazione previsti dalle norme vigenti.

      Il comma 3 dell'articolo 27 (che riguarda il pubblico impiego) corrisponde alla formulazione del comma 3 dell'articolo 20 del decreto legislativo n. 626 del 1994, mentre nella presente proposta di legge si è ritenuto di non riproporre il comma 2 del citato articolo 20 in quanto disposizione - relativa agli organismi bilaterali o partecipativi previsti da accordi collettivi alla data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 626 del 1994 - allo stato ormai priva di senso.

      Il comma 4 dell'articolo 27 conferisce agli organismi bilaterali l'importante facoltà di effettuare, nelle aziende che occupano fino a 100 dipendenti e a richiesta dei datori di lavoro, sopralluoghi finalizzati a verificare l'applicazione in azienda delle vigenti norme in materia di sicurezza e tutela della salute sui luoghi di lavoro e di rilasciare una certificazione. Di tali attività di controllo e certificazione, sempre nell'ottica della natura volontaria del controllo e non vincolante della certificazione, gli organi di vigilanza in materia di sicurezza e salute tengono conto ai fini della programmazione delle proprie attività ispettive di vigilanza.

      Infine, il comma 5 dell'articolo 27 attribuisce agli organismi bilaterali il compito di formulare proposte alla Commissione consultiva di cui all'articolo 35 per quanto concerne l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori biologici relativi agli agenti chimici, delle norme di buona tecnica e delle buone prassi nonché con riferimento alle specifiche problematiche discusse dai gruppi eventualmente creati ad hoc nell'ambito della stessa Commissione consultiva.

      Il primo articolo del capo VII («Informazione e formazione dei lavoratori») del titolo I della proposta di legge è l'articolo 28, in materia di informazione, il quale riprende la formulazione dell'articolo 21 del decreto legislativo n. 626 del 1994. I due testi differiscono, tuttavia, quanto alla specificazione, contenuta nell'articolo 28, che gli obblighi di informazione gravano sul dirigente, ove non sul datore di lavoro, e nell'eliminazione, sempre nel citato articolo 28, della previsione per cui datore o dirigente devono fornire ai lavoratori informazioni sul responsabile del servizio di prevenzione e protezione e sul medico competente (lettera f) del comma 1 dell'articolo 21 del decreto legislativo n. 626 del 1994) in quanto di infelice formulazione letterale e di nessuna effettiva rilevanza sul miglioramento dei livelli di sicurezza in azienda.

       Infine, al medesimo articolo 28 non si trova una previsione analoga a quella di cui al comma 2 dell'articolo 21 del decreto legislativo n. 626 del 1994, relativa all'informazione ai lavoratori a domicilio e con contratto di portierato, in quanto l'articolo 3, comma 3, della proposta di legge statuisce che nei confronti di tali tipologie di lavoratori trovano applicazione gli obblighi di informazione e formazione di cui alla medesima proposta di legge.

      L'articolo 29 della proposta di legge è dedicato alla formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti, introducendo, al comma 1, il concetto per il quale la formazione dei lavoratori può essere considerata adeguata solo ove commisurata al rischio dell'ambiente di lavoro quale considerato nel documento di valutazione dei rischi, in tale modo consentendo alla norma un margine di adattabilità alle diverse, molteplici, possibili situazioni aziendali.

      Tuttavia, al fine di predisporre un livello «minimo» di formazione per tutte le aziende, si è reputato (lettere a) e b) del comma 1 dell'articolo 29) opportuno puntualizzare che la formazione deve comunque svolgersi con riferimento ai rischi correlati al lavoro, alle misure di prevenzione e protezione e, infine, relativamente ai diritti ed ai doveri del lavoratore in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Per le stesse ragioni indicate al commento dell'articolo 28, nessuna specificazione è stata operata nei confronti dei lavoratori a domicilio o con contratto privato di portierato.

      I commi 2 e 3 del medesimo articolo 29 coincidono con i commi 2 e 3 dell'articolo 22 del decreto legislativo n. 626 del 1994; il comma 4 dell'articolo 29 coincide sostanzialmente (salvo affinamenti linguistici) con il comma 5 del citato articolo 22 e il comma 5 dell'articolo 29 coincide con il comma 4 dello stesso articolo 22.

      Il comma 6 dell'articolo 29 prevede il rinvio alla contrattazione collettiva nazionale di categoria per l'individuazione di modalità e contenuti specifici della formazione del rappresentante per la sicurezza, eliminando in tale modo la previsione del possibile intervento (invero, mai verificatosi) del Ministero del lavoro e della previdenza sociale in una materia che deve essere riservata alle parti sociali, quale contenuta al comma 7 dell'articolo 22 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Il comma 7 dell'articolo 29, riproponendo la sostanza del comma 6 dell'articolo 22 del decreto legislativo n. 626 del 1994, specifica che la formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire, in collaborazione con gli organismi bilaterali di cui all'articolo 27, durante l'orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori.

      L'articolo 30 («Formazione dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione») opera il rinvio alla disciplina in materia di formazione di responsabile e di addetti del servizio di prevenzione e protezione, così come risultante dall'accordo (attuativo delle disposizioni di cui al decreto legislativo n. 195 del 2003) in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano (provvedimento 26 gennaio 2006, pubblicato in nella Gazzetta Ufficiale n. 37 del 14 febbraio 2006) in materia.

      Il capo VIII («Disposizioni concernenti la pubblica amministrazione») del titolo I della proposta di legge si occupa, innanzitutto, della vigilanza in materia di salute e sicurezza, il cui attuale assetto di competenze risulta del tutto confermato.

      L'articolo 31 della proposta di legge, appunto dedicato alla vigilanza, rispetto all'articolo 23 del decreto legislativo n. 626 del 1994, differisce, innanzitutto, per il riferimento, contenuto al comma 1, alla futura attuazione della delega di cui al decreto legislativo n. 300 del 1999.

      Inoltre, l'articolo 31 non comprende più le previsioni dei commi 2 e 3 dell'articolo 23 del decreto legislativo n. 626 del 1994, relative alla possibile diversificazione delle competenze istituzionali in materia di vigilanza per le attività lavorative comportanti rischi particolarmente elevati per mezzo di decreto, che sono state eliminate.

      Il comma 2 dell'articolo 31 contiene, così come già il comma 1, il riferimento alla futura attuazione della delega di cui al decreto legislativo n. 300 del 1999, corrispondendo, per il resto, al comma 4 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      L'articolo 32 («Potere di disposizione») del disegno di legge che qui si commenta «rivitalizza» lo strumento della disposizione, innanzitutto utilizzabile - ai sensi del comma 1 dell'articolo 32 - nei casi in cui siano applicabili norme di buona tecnica o buone prassi, nei limiti e con i meccanismi delineati nella proposta di legge.

      Il comma 2 del citato articolo 32 dispone che avverso le disposizioni di cui al comma 1 è possibile proporre ricorso - entro un mese e con eventuale richiesta di sospensione - all'autorità gerarchicamente superiore all'organo di vigilanza che ha impartito il provvedimento. Detta tipologia di ricorso è già prevista dall'articolo 21, quinto e sesto comma, della legge 23 dicembre 1978, n. 833, e dall'articolo 10 del decreto del Presidente della Repubblica n. 520 del 1955.

      L'eventuale inosservanza delle citate disposizioni comporterà l'applicazione di una pesante sanzione penale (arresto da tre a sei mesi) o di un'ammenda di notevole ammontare (da 3.000 a 5.000 euro), quali individuate nell'apparato sanzionatorio.

      L'articolo 33 («Informazione, consulenza ed assistenza») della presente proposta di legge coincide con l'articolo 24 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che si è reputato di non modificare.

      Il successivo articolo 34 («Verifica sull'applicazione della normativa») esprime una delle linee portanti della struttura della proposta di legge prevedendo, al comma 1, l'effettuazione di un'attività di monitoraggio e di verifica sull'effettiva applicazione della normativa di sicurezza e salute effettuata congiuntamente dalle regioni, dalle province autonome, dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale e dal Ministero della salute e dalle parti sociali mediante accordi e con metodi di misurazione condivisi.

      Il comma 2 dell'articolo 34 specifica che ai fini della citata attività di «benchmarking» deve essere utilizzato il sistema informativo nazionale, delle regioni, dell'ISPESL, dell'INAIL e del Ministero del lavoro e della previdenza sociale.

      L'articolo 35 («Commissione permanente per la prevenzione degli infortuni e l'igiene del lavoro») della proposta di legge provvede a una rivisitazione della Commissione consultiva di cui agli articoli 393 e 394 del decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, e successive modificazioni, sia quanto alla sua composizione, necessariamente ridotta a favore dell'efficacia ed effettività dell'azione dell'organismo, pure conservando la partecipazione delle pubbliche amministrazioni e delle parti sociali, sia quanto alle sue attribuzioni, inquadrate nel rinnovato quadro giuridico delineato dalla proposta di legge.

      Tra le novità contenute nell'articolo si segnalano, in particolare:

          1) l'aumento del numero di anni di carica a cinque (dagli attuali tre), al fine di permettere una migliore pianificazione nel tempo e una superiore efficacia dei compiti della Commissione (comma 3);

          2) la possibilità per la Commissione di richiedere la consulenza di esperti nei diversi settori di interesse per l'attività della Commissione (comma 2);

          3) la previsione dell'istituzione di un gruppo per la determinazione e l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici (comma 5, lettera a));

          4) la previsione dell'istituzione di un gruppo per l'aggiornamento delle norme di buona tecnica e delle buone prassi di cui ai citati decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta (comma 5, lettera b));

          5) la possibilità di costituire gruppi di lavoro temporanei per specifiche problematiche (comma 5, lettera c)).

      Le nuove competenze della Commissione vengono identificate al comma 6 dell'articolo 35 in commento nell'elaborazione dei piani di azione annuali per la promozione della salute e della sicurezza su tutto il territorio nazionale, in quella di linee guida tecniche da parte dell'INAIL, dell'ISPESL e dell'IIMS finalizzate ad assicurare unità e omogeneità di comportamenti in tutto il territorio nazionale nell'applicazione delle disposizioni in materia di sicurezza e salute dei lavoratori anche ai fini del coordinamento dei codici e delle raccolte di buone prassi realizzate da parte delle regioni e, infine, nell'elaborazione dei piani di coordinamento delle attività di sostegno alle imprese da parte di INAIL, ISPESL e IIMS.

      Il comma 7 dell'articolo 35 - in applicazione del criterio per cui occorre evitare ogni onere per la finanza pubblica - puntualizza che ai componenti della Commissione non spetta alcun gettone di presenza e che le eventuali spese di viaggio e di soggiorno sono poste a carico dell'amministrazione, dell'ente o dell'organizzazione di appartenenza.

      Il comma 1 dell'articolo 36 («Azioni positive per le piccole e medie imprese») della presente proposta di legge, prevede un ampliamento delle competenze istituzionali dell'INAIL, tra le quali viene fatto rientrare il miglioramento della sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, specie con riferimento alle piccole e medie imprese e ai settori agricolo e artigianale.

      A seguito dell'attribuzione della competenza istituzionale di cui al comma 1, il comma 2 dell'articolo in commento dispone che l'INAIL esercita tale competenza per mezzo di sostegni finanziari (così come ha fatto con i finanziamenti di cui al decreto legislativo n. 38 del 2000) a interventi informativi e formativi in materia di sicurezza e di sostegno per l'adeguamento di strutture, impianti e organizzazione delle imprese alla normativa antinfortunistica nonché di individuazione e diffusione di buone pratiche per lo sviluppo delle azioni di prevenzione.

      Il successivo comma 3 specifica che gli interventi di cui ai commi 1 e 2 sono a carico dell'INAIL e non possono comportare oneri aggiuntivi per la finanza pubblica.

      L'articolo 37 («Attività promozionali») della proposta di legge è diretto a potenziare il ruolo del Ministero del lavoro e della previdenza sociale in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, sia attraverso l'utilizzo di una percentuale dei fondi oggi destinati al finanziamento di progetti di ricerca in tale materia al fine del finanziamento di attività congressuali o promozionali, che per il tramite del coordinamento - a seguito del confronto con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano - dei piani di azione e delle attività di sostegno definite dalla «nuova» Commissione di cui all'articolo 35.

      Il capo IX («Documentazione tecnico-amministrativa e statistiche degli infortuni e delle malattie professionali») del titolo I della proposta di legge introduce il principio generale per il quale tutta la documentazione di cui alla medesima proposta di legge può essere memorizzata per mezzo di sistemi di elaborazione automatica di dati, a condizione che si rispettino le previsioni di cui all'articolo 38 della stessa proposta di legge.

      L'articolo appena citato individua, al comma 2, una procedura «di sicurezza» che deve essere necessariamente seguita da chi decida di utilizzare strumenti automatici per la memorizzazione di documenti rilevanti per la sicurezza.

      Il successivo comma 3 prevede che nelle aziende ad articolazione complessa l'accesso ai dati può avvenire mediante reti di comunicazione elettronica, sempre nel rispetto delle citate regole «generali», di cui al comma 2, in materia di immissione e di validazione dei dati.

      Il comma 4 dell'articolo 38 impone che tutta la documentazione sia custodita nel rispetto delle disposizioni del recente codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo n. 196 del 2003.

      In piena coerenza con quanto previsto dall'articolo appena illustrato, l'articolo 39 («Comunicazioni e trasmissione di documentazione») della presente proposta di legge formula il principio che ogni trasmissione nei confronti di enti o di amministrazioni pubblici può essere effettuata tramite sistemi informatizzati (posta elettronica eccetera), nel rispetto delle istruzioni che ciascun ente o amministrazione fornirà al riguardo.

      L'articolo 40 («Statistiche degli infortuni e delle malattie professionali»), in materia di creazione e funzionamento di un sistema nazionale per lo scambio di dati relativi agli infortuni e alle malattie professionali, coincide totalmente con l'articolo 29 del decreto legislativo n. 626 del 1994, che si è scelto di non modificare.

      Il titolo II («Luoghi di lavoro») della presente proposta di legge costituisce il primo dei titoli «speciali», come tali intendendosi i titoli dedicati all'attuazione di specifiche direttive comunitarie in materia di salute e sicurezza «figlie» della citata direttiva «madre», 89/391/CEE. Al riguardo, si puntualizza sin d'ora che tali titoli sono stati riformulati tenendo conto innanzitutto delle previsioni delle direttive di volta in volta applicabili e dei rispettivi allegati, le quali hanno costituito il parametro indefettibile di riferimento per individuare quale parte della normativa italiana - sia di attuazione delle previsioni comunitarie che previgente ad esse (si pensi ai citati decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta) - mantenere intatta nella sua formulazione, quale modificata o integrata, quale trasformata in norma di buona tecnica, e, infine, quale abrogata.

      Il primo risultato di tale metodologia di redazione della proposta di legge è già visibile negli articoli dedicati ai luoghi di lavoro (articoli 41-44), che sono stati predisposti tenendo conto delle previsioni delle direttive 89/654/CEE del Consiglio, del 30 novembre 1989, e 92/57/CEE del Consiglio, del 24 giugno 1992, e dei rispettivi allegati, trasposti negli allegati III (che raccoglie tutti gli allegati alla direttiva 89/654/CEE) e IV (trattasi dell'allegato che comprende in un unico documento gli allegati alla direttiva 92/57/CEE) della proposta di legge.

      L'articolo 41 della proposta di legge definisce il concetto di «luoghi di lavoro» riprendendo, appunto, la formulazione di cui alla direttiva 89/654/CEE, già sostanzialmente recepita dall'articolo 30 del decreto legislativo n. 626 del 1994. Anche le esclusioni dell'applicazione della normativa in materia di luoghi di lavoro (che non ha effetto relativamente ai mezzi di trasporto, alle industrie estrattive, ai pescherecci, nonché ai campi, boschi e altri terreni facenti parte di una impresa agricola o forestale, ma situati fuori dall'area edificata dell'azienda) sono state individuate, come già fatto dal citato articolo 30 del decreto legislativo n. 626 del 1994, secondo la formulazione della citata direttiva. Tuttavia, nella proposta di legge si è reputato opportuno prevedere che le disposizioni in materia di luoghi di lavoro si applichino anche ai cantieri temporanei e mobili, per i quali è stato predisposto un apposito allegato, il già citato allegato IV, richiamato dall'articolo 42 («Requisiti di sicurezza e di salute») della proposta di legge.

      L'articolo appena richiamato specifica che tutti i luoghi di lavoro devono essere conformi ai requisiti generali di salute e sicurezza di cui all'allegato III o, qualora trattasi di cantieri temporanei o mobili, a quelli di cui all'allegato IV, puntualizzando che i luoghi di lavoro realizzati secondo «norme di buona tecnica», ai sensi della proposta di legge, si considerano rispondenti a tali requisiti generali di salute e sicurezza. Infine, ai commi 3 e 4, il medesimo articolo 42 specifica quali disposizioni, in relazione ai citati decreti del Presidente della Repubblica degli anni cinquanta, si debbano considerare «norme di buona tecnica» o «buone prassi».

      Il successivo articolo 43 conserva, nella stessa formulazione le lettere a), b), c) e d) del comma 1 dell'articolo 32 del decreto legislativo n. 626 del 1994, attuative delle previsioni di direttiva divenute rispettivamente lettere c), d), e) e f) del comma 1 dell'articolo in commento. Inoltre, nell'articolo 43 della proposta di legge vengono introdotte le lettere a) e b) del comma 1 le quali impongono, rispettivamente, che i luoghi di lavoro devono essere rispondenti ai requisiti generali di cui all'articolo 42, comma 1, e che devono essere adottate, previa consultazione del rappresentante per la sicurezza, le misure alternative - autorizzate dall'organo di vigilanza competente per territorio - che garantiscano un livello di sicurezza equivalente, qualora vincoli urbanistici o architettonici ostino all'attuazione di quanto previsto alla lettera a).

      L'articolo 44 della proposta di legge corrisponde all'articolo 8 del decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 303, che detta la disciplina per i locali sotterranei conservando il generale divieto di adibizione al lavoro di locali sotterranei o semisotterranei, salvo deroghe (alle condizioni di cui alla proposta di legge) e, comunque, in modo che siano assicurate idonee condizioni di aerazione, di illuminazione e microclimatiche. Infine, il comma 3 dell'articolo in commento prevede che l'organo di vigilanza può consentire l'uso dei locali sotterranei e semisotterranei anche per altre lavorazioni per le quali non ricorrono le esigenze tecniche, quando dette lavorazioni non diano luogo ad emissioni di agenti nocivi, sempre che siano rispettate le norme della presente proposta di legge e si sia provveduto ad assicurare le condizioni di cui al comma 2 dello stesso articolo 44.

      Il titolo III («Attrezzature di lavoro») della presente proposta di legge individua innanzitutto, all'articolo 45 («Definizioni») in cosa consistano le attrezzature di lavoro. Le definizioni sono state mutuate tutte dalla direttiva 89/655/CEE, del Consiglio, del 30 novembre 1989, e successive modificazioni, ad eccezione di quella di «lavoro in quota», che si è preferito definire a seguito della constatazione di una serie di difficoltà della giurisprudenza a delineare in maniera uniforme il campo di applicazione della disciplina delle attrezzature di lavoro utilizzate nei lavori in quota e per evitare, in tale modo, interpretazioni difformi.

      Pertanto, la citata direttiva costituisce, così come modificata dalla direttiva 95/63/CE del Consiglio, del 5 dicembre 1995, e della direttiva 2001/45/CE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2001, il provvedimento comunitario considerato - insieme ai relativi allegati I e II (così come risultano dalle modifiche succedutesi) - al fine di individuare le prescrizioni minime di sicurezza in materia.

      Il successivo articolo 46 («Requisiti di sicurezza») enuncia, al comma 1, il principio che le attrezzature di lavoro definite all'articolo 45 devono essere conformi alle relative norme legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto, emanate ai sensi dell'articolo 95 del Trattato istitutivo della Comunità europea.

      In tale modo è stato operato il necessario raccordo tra le «direttive di prodotto» e le «direttive di utilizzo» relativamente alle attrezzature; in altri termini, i datori di lavoro che acquistano attrezzature marcate CE, rispondenti, quindi, alle norme comunitarie sulla libera circolazione, possono impiegarle essendo certi del rispetto anche delle norme di utilizzo. Ovviamente, tali attrezzature devono essere installate secondo le indicazioni fornite dal fabbricante, mantenute in efficienza eccetera.

      Il comma 2 dell'articolo 46 specifica che in mancanza di disposizioni legislative regolamentari di recepimento di tali direttive comunitarie di prodotto, tutte le attrezzature di prodotto messe a disposizione dei lavoratori devono essere conformi ai princìpi minimi di sicurezza contenuti negli allegati I e II della direttiva 89/655/CEE, e successive modificazioni, inseriti nella proposta di legge come allegato V. In tale modo i requisiti generali di sicurezza in materia (vale a dire lo standard che deve essere rispettato in materia di macchine) sono stati individuati nelle direttive comunitarie applicabili in materia e nei loro allegati. Il mancato rispetto di tali princìpi generali è sanzionato penalmente.

      Nell'ipotesi di assenza di norme legislative e regolamentari «di prodotto», si è reso necessario richiamare le norme tecniche europee, internazionali o nazionali - applicabili nei vari settori di riferimento - che devono essere rispettate nella costruzione delle attrezzature. Tale richiamo consente di modificare «automaticamente» il parametro «tecnico» di riferimento della conformità delle attrezzature al livello minimo di sicurezza richiesto dalle direttive comunitarie in relazione ai cambiamenti della tecnica dei vari settori, quali recepiti nelle citate norme tecniche, senza necessità di interventi legislativi o regolamentari.

      Pertanto, sono considerate rispondenti ai princìpi generali di sicurezza, sopra citati, e quindi a norma, le attrezzature conformi a tutte le disposizioni legislative di cui ai titoli III, IV, V e VI del decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, che vengono considerate alla stregua di «norme di buona tecnica».

      L'articolo 47 della proposta di legge, il quale individua gli obblighi del datore di lavoro, è stato formulato verificando l'attuazione delle previsioni delle direttive 89/655/CEE e 2001/45/CE - ai sensi delle previsioni dell'articolo 35 del decreto legislativo n. 626 del 1994 - considerata tenendo conto della successione delle previsioni contenute nelle citate direttive. Si è, in tale modo, operata un'operazione di chiarificazione della normativa di recepimento, resa più aderente alla struttura delle direttive citate, anche per il tramite di modifiche, anche di sostanza, alle previsioni di trasposizione contenute nel citato articolo 35 del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      La disposizione della proposta di legge sugli obblighi del datore di lavoro per l'uso di attrezzature nei lavori temporanei in quota (articolo 48, recante «Obblighi del datore di lavoro per l'uso di attrezzature nei lavori temporanei in quota») riproduce una parte dell'allegato II della direttiva 89/655/CEE (quella individuativa di obblighi comportamentali per il datore di lavoro), mentre il successivo articolo 49 della proposta di legge («Informazione e formazione») riproduce l'articolo 6 della medesima direttiva 89/655/CEE.

      Il capo II del titolo III, rubricato «Ponteggi metallici fissi» ripropone gli articoli da 30 a 34 e 37 del decreto del Presidente della Repubblica n. 164 del 1956. Rispetto al testo degli articoli citati, il capo si differenzia unicamente in quanto si è ritenuto (per rendere maggiormente spedito il procedimento di rilascio dell'autorizzazione all'impiego di ciascun tipo di ponteggio metallico) di non riportare le norme contenute nel terzo comma dell'articolo 30 del citato decreto del Presidente della Repubblica e di sottoporre l'autorizzazione all'impiego dei ponteggi in oggetto ad un termine decennale di rinnovo, necessario al fine di verificare l'adeguatezza dei ponteggi alla evoluzione del progresso tecnico.

      Il titolo IV disciplina gli impianti e le apparecchiature elettrici. Nel rispetto degli obiettivi di semplificazione e di razionalizzazione perseguiti dalla riforma, la precedente normativa (contenuta nel titolo VII, articoli 267-350, del decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955, e nell'articolo 11 del decreto del Presidente della Repubblica n. 164 del 1956) è stata modificata imponendo innanzitutto il principio generale (sancito dal comma 1 dell'articolo 56 della proposta di legge) che «Tutti i materiali, le apparecchiature e gli impianti elettrici devono essere costruiti, installati e mantenuti in modo da prevenire i rischi che possono derivare dal loro uso, anche in condizioni di funzionamento anomalo».

      Così come già per le attrezzature di lavoro, anche per gli impianti elettrici si è fatto ricorso alle norme di buona tecnica (comma 2 dell'articolo 56) e alle buone prassi (comma 3 dell'articolo 56) per individuare le regole alle quali è necessario conformarsi ai fini del rispetto del principio generale appena citato, mentre l'articolo 57 della proposta di legge impone specificamente al datore di lavoro di mettere a disposizione dei lavoratori materiali, apparecchiature e impianti elettrici nonché di adottare procedure di uso e di manutenzione rispettose dei requisiti di sicurezza, quali individuati nell'articolo 56.

      Si è reputato necessario ribadire esplicitamente che i lavori sotto tensione sono vietati (come già statuito dall'articolo 344 del decreto del Presidente della Repubblica n. 547 del 1955), salvo che non vengano adottate le procedure individuate all'articolo 58 della proposta di legge, e che i lavori in prossimità di linee elettriche nude necessitano dell'adozione delle misure di sicurezza di cui all'articolo 59 della medesima proposta di legge (messa fuori tensione e in sicurezza delle parti attive per tutta la durata dei lavori, rispetto delle distanze, applicazione di ostacoli rigidi che evitino l'avvicinamento alle parti attive).

      Inoltre, sono stati posti a carico del datore di lavoro gli obblighi di protezione di edifici, impianti, strutture e attrezzature (articolo 60 della proposta di legge) dagli effetti dei fulmini e di verifica degli impianti secondo le modalità previste dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462 (articolo 61).

      Il titolo V (articoli 62-65) della proposta di legge, rubricato «Uso dei dispositivi di protezione individuale» recepisce la direttiva 89/686/CEE del Consiglio, del 21 dicembre 1989 (e le modifiche ad essa effettuate con le direttive 93/68/CEE del Consiglio, del 22 luglio 1993, e 93/95/CEE del Consiglio, del 29 ottobre 1993), attraverso la rivisitazione della disciplina sui dispositivi di protezione individuale contenuta nel titolo IV del decreto legislativo n. 626 del 1994, ma anche nei decreti del Presidente della Repubblica n. 164 del 1956, n. 303 del 1956, n. 547 del 1955 e n. 277 del 1991.

      Così i primi due articoli del titolo V in oggetto (articolo 62, recante «Definizioni», e articolo 63, recante «Disposizione generale») corrispondono testualmente agli articoli 40 e 41 del decreto legislativo n. 626 del 1994, mentre si è ritenuto di modificare l'articolo relativo agli obblighi del datore di lavoro (articolo 64 della proposta di legge, già 43 del decreto legislativo n. 626 del 1994), nel quale si rinvengono le disposizioni attualmente contenute all'articolo 42 del decreto legislativo n. 626 del 1994, in quanto anch'esse dirette ad individuare obblighi in capo al datore di lavoro.

      Si è ritenuto di non predisporre un articolo specificamente dedicato agli obblighi dei lavoratori, presente nella vigente normativa (articolo 44 del decreto legislativo n. 626 del 1994), in quanto sarebbe stato ripetitivo degli obblighi - sanzionati penalmente - già imposti ai lavoratori in linea generale dall'articolo 9 della proposta di legge nonché delle previsioni di cui all'articolo 64 (dirette al datore di lavoro) e, comunque, in quanto la direttiva 89/686/CEE nulla prevede al riguardo.

      L'articolo 65 della proposta di legge esprime il principio in forza del quale la scelta e l'uso dei dispositivi di protezione individuale devono essere effettuati tenendo conto dei criteri di cui alla proposta di legge (in questo caso, individuati nell'allegato IX) e delle norme di buona tecnica emanate in materia. In tal modo, anche con riferimento ai dispositivi di protezione individuale, si obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure più aggiornate per porre i propri lavoratori nelle condizioni più sicure di lavoro possibili in quel momento storico e, al contempo, lo si libera di responsabilità in caso di infortunio ove abbia ottemperato a tale obbligo.

      Nel titolo VI della proposta di legge sono state trascritte le disposizioni riguardanti la segnaletica di sicurezza contenute nel decreto legislativo n. 493 del 1996, attuativo della direttiva 92/58/CEE, concernente le prescrizioni minime per la segnaletica di sicurezza e/o di salute sul luogo di lavoro (nona direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE), rispetto alle quali è stata effettuata una operazione di semplificazione tenendo conto delle previsioni della direttiva di riferimento e rinviando al relativo allegato (allegato X) per individuare i requisiti della segnaletica.

      Il titolo VII della proposta di legge (articoli 70, 71 e 72) concerne la movimentazione manuale dei carichi, precedentemente disciplinata dal titolo V, articoli 47, 48 e 49, del decreto legislativo n. 626 del 1994, che riproduce le disposizioni della direttiva 90/269/CEE del Consiglio, del 29 maggio 1990 (quarta direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE).

      L'articolo 70 della proposta di legge corrisponde testualmente all'articolo 47 del decreto legislativo n. 626 del 1994, mentre il successivo articolo 71 è stato modificato rispetto al corrispondente articolo 48 del decreto legislativo n. 626 del 1994, sia attraverso l'accorpamento delle previsioni di cui ai commi 3 e 4 del citato articolo 48 al comma 2 dell'articolo 71, sia mediante l'introduzione, necessaria nella innovativa logica della proposta di legge, del rinvio alle norme di buona tecnica (articolo 71, comma 3).

      Il titolo si chiude con l'articolo 72, corrispondente all'articolo 49 del decreto legislativo n. 626 del 1994, dal quale si differenzia per alcune modifiche stilistiche e per il rinvio all'allegato XI.

      Il titolo VIII è dedicato alla disciplina dell'uso di attrezzature munite di videoterminali. Tramite esso viene recepita la direttiva 90/270/CEE del Consiglio, del 29 maggio 1990, relativa alle prescrizioni minime in materia di sicurezza e di salute per le attività lavorative svolte su attrezzature munite di videoterminali (quinta direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE) già trasposta nel nostro ordinamento dal titolo VI (articoli da 50 a 59) del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Rispetto alla disciplina appena citata, il titolo VIII si differenzia innanzitutto per l'introduzione di un articolo (articolo 75) dedicato ai requisiti di sicurezza e salute, il quale ribadisce anche in materia di videoterminali il principio che i posti di lavoro devono avere i requisiti minimi individuati nell'allegato XII, nonché sulla base delle norme di buona tecnica e delle buone prassi, tra le quali vengono espressamente fatte rientrare le linee guida d'uso dei videoterminali, di cui al decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 2 ottobre 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 244 del 18 ottobre 2000.

      Inoltre, sempre rispetto al corpus normativo vigente in materia e in osservanza delle disposizioni comunitarie, sono state operate semplificazioni e modifiche anche in materia di organizzazione del lavoro, sorveglianza sanitaria, informazione e formazione, mentre si è ritenuto di non riproporre nella presente proposta di legge una specifica previsione (articolo 57 del decreto legislativo n. 626 del 1994) relativa alla consultazione e partecipazione in ordine alle disposizioni del titolo sui videoterminali, in quanto ripetitiva delle previsioni di cui al titolo I della proposta di legge.

      Nel titolo IX («Protezione da agenti chimici pericolosi») sono state accorpate le disposizioni sulla protezione da agenti chimici (titolo VII-bis del decreto legislativo n. 626 del 1994) e le disposizioni sulla protezione da agenti cancerogeni e mutageni (titolo VII del decreto legislativo n. 626 del 1994), prevedendo, nell'ambito dello stesso titolo IX, disposizioni specifiche per gli agenti cancerogeni e mutageni.

      Pertanto, il capo I («Disposizioni generali per gli agenti chimici») ha accorpato le disposizioni contenute nel titolo VII («Protezione da agenti cancerogeni e mutageni») e nel titolo VII-bis («Protezione da agenti chimici») del decreto legislativo n. 626 del 1994, e successive modificazioni [il titolo VII del decreto legislativo n. 626 del 1994 è stato modificato dal decreto legislativo n. 66 del 2000, attuativo della direttiva 90/394/CEE sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da un'esposizione ad agenti cancerogeni durante il lavoro (sesta direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE) e successive direttive di modifica (direttive 97/42/CE e 1999/38/CE; questa ultima estendeva la materia anche agli agenti mutageni). Le disposizioni di cui al titolo VII-bis del decreto legislativo n. 626 del 1994 sono state introdotte dal decreto legislativo n. 25 del 2002, attuativo della direttiva 98/24/CE sulla protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori contro i rischi derivanti da agenti chimici durante il lavoro (quattordicesima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE). Si consideri, inoltre, che le previsioni contenute nella direttiva 2000/39/CE della Commissione, dell'8 giugno 2000, relativa alla messa a punto di un primo elenco di valori limite indicativi in applicazione della direttiva 98/24/CE sulla protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti dall'esportazione ad agenti chimici sul luogo di lavoro, sono state inserite nella presente proposta di legge facendo parte integrante dell'allegato XIII], considerando anche le disposizioni contenute nel decreto del Presidente della Repubblica n. 303 del 1956, e, in particolare, quelle previste dagli articoli 18, 19, 20 e 41.

      Il capo II raccoglie le disposizioni contenute nel titolo VIII-bis (articoli da 88-bis a 88-undecies) del decreto legislativo n. 626 del 1994, introdotto dal decreto legislativo n. 233 del 2003, attuativo della direttiva 1999/92/CE relativa alle prescrizioni minime per il miglioramento della tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori che possono essere esposti al rischio di atmosfere esplosive (quindicesima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE).

      Infine, il capo III del titolo IX detta la disciplina attuativa della cosiddetta «direttiva amianto», direttiva 83/477/CEE, recepita con il decreto legislativo n. 277 del 1991. Tale operazione si è resa opportuna al fine di predisporre una disciplina unitaria di tale delicata materia evitando ogni possibile disomogeneità, frequente in ipotesi di interventi legislativi che si succedono a distanza di anni l'uno dall'altro.

      Il titolo X della proposta di legge riguarda la protezione dei lavoratori dal rischio di esposizione agli agenti biologici durante il lavoro, costituendo attuazione della direttiva 2000/54/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2000. Quest'ultima aveva abrogato la direttiva 93/88/CEE, a sua volta modificativa della direttiva 90/679/CEE (settima direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE), la quale è stata attuata dal titolo VIII (articoli da 73 a 88) e dagli allegati IX, X, XI e XII del decreto legislativo n. 626 del 1994.

      Nel titolo XI («Agenti fisici») è stata, al capo II, data attuazione alla direttiva 2003/10/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 6 febbraio 2003, relativa all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti da rumore. Sempre nello stesso titolo, al capo III, è stata recepita la direttiva 2002/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 giugno 2002, relativa all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dalle vibrazioni.

      Nel titolo XII («Cantieri temporanei e mobili») sono state collocate le norme del decreto legislativo n. 494 del 1996, attuativo della direttiva 92/57/CEE concernente le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili (ottava direttiva particolare ai sensi dell'articolo 16, paragrafo 1, della direttiva 89/391/CEE).

      Sempre nel titolo XII sono state riprodotte alcune norme del regolamento sui contenuti minimi dei piani di sicurezza nei cantieri temporanei o mobili, di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 222 del 2003. Per la sua natura regolamentare, tale provvedimento è stato connotato con la clausola di cedevolezza nei confronti dell'intervento regolatorio ad opera delle regioni. Al riguardo, non si è ritenuto di ridurre tale regolamento al rango di «buone prassi», come in altri casi è stato fatto nella proposta di legge, in quanto il provvedimento in parola è costituito da contenuti minimi di natura generale e astratta ritenuti da tutti gli operatori del settore un importante riferimento tecnico e, pertanto, non sostituibile con «buone prassi».

      Il titolo XIII contiene l'apparato sanzionatorio della presente proposta di legge, definito sul modello del titolo IX del decreto legislativo n. 626 del 1994, dal quale si differenzia innanzitutto per la considerazione dei lavoratori e dei componenti dell'impresa familiare tra i destinatari delle sanzioni.

      Inoltre, come imposto dalla riformulazione della normativa operata nella proposta di legge e per rendere più agevole la lettura delle rispettive disposizioni sanzionatorie, si è ritenuto di individuare specificamente le sanzioni a carico, rispettivamente, dei datori di lavoro committenti, degli appaltatori, dei datori di lavoro distaccanti e di quelli distaccatari, dei responsabili dei lavori e dei coordinatori.

      Infine, a differenza dell'opzione operata nel 1994, si è scelto di dedicare un articolo agli obblighi dei progettisti, uno a quello di fabbricanti e fornitori e uno a quelli degli installatori.

      Il titolo XIII, nella parte dedicata alle disposizioni finali, contiene l'elenco delle abrogazioni e l'indicazione delle disposizioni previgenti considerate norme di buona tecnica o di buone prassi, fermo restando il principio che, alla data di entrata in vigore della legge, risulteranno comunque abrogate le norme incompatibili con le disposizioni in essa contenute. Inoltre, il medesimo titolo individua la data di entrata in vigore della legge nel giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e contiene un articolo, il 193, il quale esonera gli imprenditori edili - in virtù dell'acclarata pericolosità delle lavorazioni che ivi si svolgono - dall'obbligo di assunzione dei lavoratori diversamente abili di cui all'articolo 4, comma 1, della legge del n. 68 del 1999, limitatamente al personale destinato a operare in cantiere o addetto ai trasporti. Infine, l'articolo 194 evidenzia come dall'attuazione della legge non possono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, in ossequio al principio di invarianza della spesa pubblica.

 


 


 


proposta di legge

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TITOLO I

DISPOSIZIONI GENERALI

Capo I

FINALITÀ, CAMPO DI APPLICAZIONE, DEFINIZIONI

Art. 1.

(Finalità).

      1. La presente legge ha lo scopo di riordinare, coordinare, armonizzare e semplificare le disposizioni di legge vigenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, nel rispetto della normativa comunitaria, della disciplina dei diritti dei lavoratori e degli obblighi previsti per i datori di lavoro e dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, esercitano la propria competenza legislativa in materia, in attuazione dei princìpi fondamentali della presente legge.
      2. L'individuazione dei prìncipi fondamentali e il riordino della normativa vigente previsti dal comma 1 hanno come finalità primaria l'innalzamento della qualità e della sicurezza del lavoro per tutti i lavoratori, anche valorizzando il dialogo sociale e la bilateralità e garantendo la semplificazione degli adempimenti e dei controlli nonché lo sviluppo della responsabilità sociale delle imprese.

Art. 2.

(Campo di applicazione oggettivo).

      1. La presente legge prescrive misure per la tutela della salute e per la sicurezza dei lavoratori durante il lavoro in tutti i settori di attività privati o pubblici.
      2. Nei riguardi delle Forze armate e di polizia, dei servizi di protezione civile, nonché nell'ambito delle strutture giudiziarie, penitenziarie, di quelle destinate per finalità istituzionali alle attività degli organi con compiti in materia di ordine e sicurezza pubblica, delle università, degli istituti di istruzione universitaria, degli istituti di istruzione ed educazione di ogni ordine e grado, degli archivi, delle biblioteche, dei musei e delle aree archeologiche dello Stato, delle rappresentanze diplomatiche e consolari e dei mezzi di trasporto aerei e marittimi, le norme della presente legge si applicano tenendo conto delle particolari esigenze connesse al servizio espletato, individuate con decreti emanati dai Ministri competenti di concerto con i Ministri del lavoro e della previdenza sociale, della salute e per le riforme e le innovazioni nella pubblica amministrazione.

Art. 3.

(Campo di applicazione soggettivo).

      1. Il datore di lavoro che esercita le attività di cui all'articolo 2 e, nell'ambito delle rispettive attribuzioni e competenze, i dirigenti e i preposti che dirigono o sovraintendono le stesse attività, sono tenuti alla osservanza delle disposizioni della presente legge.
      2. Rientrano nel campo di applicazione della presente legge tutti i lavoratori di cui all'articolo 5, comma 1, lettera a), indipendentemente dal tipo di contratto stipulato con il datore di lavoro o con il committente, fatte salve le disposizioni contenute nei commi 3, 4, 5 e 6 del presente articolo, nell'articolo 10 e in ogni altra disposizione speciale di legge.
      3. Nei confronti dei lavoratori a domicilio di cui alla legge 18 dicembre 1973, n. 877, e successive modificazioni, e dei lavoratori che rientrano nel campo di applicazione del contratto collettivo dei proprietari di fabbricati trovano applicazione gli obblighi di informazione e formazione di cui agli articoli 28 e 20 della presente legge. Ai lavoratori di cui al presente comma devono inoltre essere forniti i necessari dispositivi di protezione individuale in relazione alle effettive mansioni assegnate. Nell'ipotesi in cui il datore di lavoro fornisca attrezzature proprie, o per il tramite di terzi, tali attrezzature devono essere conformi alle disposizioni di cui al titolo III.
      4. A tutti i rapporti svolti a distanza mediante collegamento informatico e telematico si applicano le disposizioni di cui al titolo VIII, quale che sia il titolo giuridico della prestazione lavorativa dedotta in contratto e indipendentemente dall'ambito aziendale o extra-aziendale in cui si svolge la prestazione stessa. I lavoratori di cui al presente comma devono in ogni caso essere forniti dei necessari dispositivi di protezione individuale in relazione alle effettive mansioni assegnate. Nell'ipotesi in cui il datore di lavoro fornisca attrezzature proprie, o per il tramite di terzi, tali attrezzature devono essere conformi alle disposizioni di cui al titolo III.

      5. Nei confronti dei collaboratori coordinati e continuativi di cui all'articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile, anche nella modalità a progetto di cui agli articoli 61 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, le disposizioni della presente legge si applicano quando la prestazione lavorativa è svolta nei locali del committente e per quanto compatibili con le caratteristiche del singolo rapporto di lavoro.
      6. Nei confronti dei componenti dell'impresa familiare di cui all'articolo 230-bis del codice civile e dei lavoratori autonomi si applicano le disposizioni dell'articolo 9 della presente legge.
      7. Sono escluse dal campo di applicazione della presente legge le prestazioni che esulano dal mercato del lavoro ai sensi dell'articolo 74 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, i lavoratori che svolgono piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l'assistenza domiciliare alle persone, e di insegnamento privato supplementare ai sensi dell'articolo 70, comma 1, lettere a) e b), del citato decreto legislativo n. 276 del 2003.
      8. Le disposizioni di cui ai commi 3, 4, 5 e 6 non pregiudicano l'applicazione di norme di legge e di contratto collettivo o individuale più favorevoli per il lavoratore.

Art. 4.

(Computo dei lavoratori).

      1. Ai fini della determinazione del numero di lavoratori dal quale la presente legge fa discendere particolari obblighi non devono essere computati:

          a) il coniuge e i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea retta e in linea collaterale;

          b) gli allievi degli istituti di istruzione e universitari e i partecipanti ai corsi di formazione professionale nei quali si fa uso di laboratori, macchine, apparecchi e attrezzature di lavoro in genere, agenti chimici, fisici e biologici;

          c) i lavoratori in prova e i lavoratori assunti in sostituzione di altri prestatori di lavoro assenti con diritto alla conservazione del posto di lavoro;

          d) i lavoratori occasionali;

          e) i lavoratori che svolgono prestazioni di lavoro accessorio o prestazioni che esulano dal mercato del lavoro ai sensi, rispettivamente, degli articoli 71 e 74 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;

          f) i lavoratori assunti con contratti di inserimento;

          g) i lavoratori di cui alla legge 18 dicembre 1973, n. 877, e successive modificazioni, e i lavoratori che svolgono prestazioni a distanza mediante collegamento informatico e telematico;

          h) i volontari, come definiti dalla legge 11 agosto 1991, n. 266, e successive modificazioni, e gli obiettori di coscienza che prestano attività di servizio civile;

          i) i lavoratori occupati in programmi di lavori socialmente utili;

          l) gli stagisti e gli utenti dei servizi di orientamento o di formazione scolastica, universitaria e professionale avviati presso datori di lavoro per agevolare o perfezionare le loro scelte professionali;

          m) i collaboratori coordinati e continuativi di cui all'articolo 409, numero 3), del codice di procedura civile, ancorché nella modalità a progetto di cui agli articoli 61 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276;

          n) i lavoratori stagionali, qualora il loro inserimento non sia indispensabile alla realizzazione del ciclo produttivo e, con particolare riferimento alle aziende agricole, qualora non siano inclusi nell'organico dell'azienda o dell'unità produttiva necessario ad assicurarne la normale attività per l'intera annata agraria o almeno per un rilevante periodo di essa.

      2. I lavoratori con contratto di lavoro ripartito e intermittente, i lavoratori a tempo parziale e i lavoratori utilizzati nell'ambito di un contratto di somministrazione di lavoro ai sensi degli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, si computano sulla base del numero di ore di lavoro effettivamente prestato nell'arco di un semestre.

Art. 5.

(Definizioni).

      1. Ai fini e agli effetti della presente legge si intende per:

          a) lavoratore: persona che presta il proprio lavoro fuori dal proprio domicilio alle dipendenze o sotto la direzione altrui, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un'arte o una professione, inclusi tutti i prestatori di lavoro con rapporti di lavoro subordinato speciale o di durata determinata, i prestatori di lavoro nell'ambito di un contratto di somministrazione di lavoro di cui agli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, e i prestatori di lavoro con altri rapporti di collaborazione che si concretano in una prestazione d'opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato, qualora siano stabilmente inseriti nell'ambiente di lavoro organizzato dal committente. Sono equiparati i soci lavoratori di cooperative o di società, anche di fatto, che prestano la loro attività per conto delle società e degli enti stessi, i volontari come definiti dalla legge 11 agosto 1991, n. 266, e successive modificazioni, e gli utenti dei servizi di orientamento o di formazione scolastica, universitaria e professionale avviati presso datori di lavoro per agevolare o perfezionare le loro scelte professionali. Sono altresì equiparati gli allievi degli istituti di istruzione e universitari e partecipanti a corsi di formazione professionale nei quali si fa uso di laboratori, macchine, apparecchi ed attrezzature di lavoro in genere, agenti chimici, fisici e biologici;

          b) datore di lavoro: il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l'organizzazione dell'impresa, ha la responsabilità dell'impresa stessa o dell'unità produttiva, definita ai sensi della lettera m), in quanto titolare dei poteri decisionali e di spesa. Nelle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, per datore di lavoro si intende il dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest'ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale;

          c) servizio di prevenzione e protezione: insieme delle persone, sistemi e mezzi esterni o interni all'azienda finalizzati all'attività di prevenzione e protezione dai rischi professionali nell'azienda o nell'unità produttiva;

          d) medico competente: medico in possesso di uno dei seguenti titoli:

              1) specializzazione in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica o in tossicologia industriale o in igiene industriale o in fisiologia ed igiene del lavoro o in clinica del lavoro o in igiene e medicina preventiva o in medicina legale e delle assicurazioni ed altre specializzazioni individuate, ove necessario, con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell'università e della ricerca;

              2) docenza o libera docenza in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica o in tossicologia industriale o in igiene industriale o in fisiologia ed igiene del lavoro;

              3) autorizzazione di cui all'articolo 55 del decreto legislativo 15 agosto 1991, n. 277;

              4) specializzazione in igiene e medicina preventiva e in medicina legale integrata con la frequenza di master di durata biennale in medicina occupazionale attivati, attraverso le sezioni di medicina del lavoro, dalle facoltà di medicina e chirurgia di una o più università consorziate. Il numero totale degli specialisti in igiene e medicina preventiva e in medicina legale ammessi ogni anno a livello nazionale alla frequenza di master in medicina occupazionale non può superare il 50 per cento del numero totale delle borse di studio assegnate dal Ministero dell'università e della ricerca alle scuole di specializzazione in medicina del lavoro per l'anno accademico precedente;

              5) specializzazione in medicina dello sport con esclusivo riferimento alla sorveglianza sanitaria degli sportivi professionisti.

          e) responsabile del servizio di prevenzione e protezione: persona in possesso delle capacità e dei requisiti professionali di cui all'articolo 15, designata dal datore di lavoro, per coordinare il servizio di cui alla lettera c) del presente comma;

          f) rappresentante dei lavoratori per la sicurezza: persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro, di seguito denominato «rappresentante per la sicurezza»;

          g) prevenzione: il complesso delle disposizioni o misure necessarie per evitare o diminuire i rischi professionali nel rispetto della salute della popolazione e dell'integrità dell'ambiente esterno;

          h) pericolo: la proprietà intrinseca di un determinato fattore o agente avente il potenziale di causare un danno;

          i) rischio: la probabilità che si raggiunga il potenziale di danno delle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente;

          l) sorveglianza sanitaria: valutazione preventiva e periodica dello stato di salute dei lavoratori in funzione dei fattori di rischio sul luogo di lavoro, nei casi previsti dalla normativa vigente;

          m) unità produttiva: stabilimento o struttura finalizzata alla produzione di beni e di servizi, dotata di autonomia finanziaria e tecnico funzionale;

          n) norma di buona tecnica: specifica tecnica emanata dai seguenti organismi europei, internazionali e nazionali: Comitato europeo di normalizzazione (CEN), Comitato europeo per la standardizzazione elettrotecnica (CENELEC), Organizzazione internazionale per la standardizzazione (ISO), Commissione internazionale elettrotecnica (IEC), Ente nazionale italiano di unificazione (UNI), Comitato elettrotecnico italiano (CEI). Sono considerate altresì norme di buona tecnica le disposizioni legislative relative ad elementi di natura tecnica o costruttiva contenute nel decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547, nel decreto del Presidente della Repubblica 7 gennaio 1956, n. 164, nel decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 302, nel decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 303, nel decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956,

n. 320, nel decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 321, nel decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 322, nel decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 323, e successive modificazioni;

          o) buone prassi: soluzioni organizzative o procedurali coerenti con la normativa vigente e generalizzabili, che permettono di ottenere una riduzione dei rischi, miglioramenti delle condizioni di lavoro e in generale la promozione della salute sui luoghi di lavoro raccolte e validate dalle regioni, dall'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro (ISPESL), dall'Istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (INAIL) e dagli enti bilaterali;

          p) organismi bilaterali: organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per: la promozione di una occupazione regolare e di qualità; la programmazione di attività formative e l'elaborazione di buone pratiche a fini prevenzionistici; lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro; ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla legge o dai contratti collettivi di riferimento.

Capo II

PRINCÌPI GENERALI DI PREVENZIONE

Art. 6.

(Misure generali di tutela).

      1. I princìpi generali di prevenzione per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono:

          a) valutazione dei rischi per la salute e sicurezza;

          b) eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico mediante misure

tecniche, organizzative e procedurali concretamente attuabili nei diversi settori e nelle differenti lavorazioni in quanto generalmente utilizzate;

          c) riduzione dei rischi alla fonte;

          d) programmazione della prevenzione, mirando a un complesso che integri in modo coerente nella prevenzione le condizioni tecniche produttive e organizzative dell'azienda nonché l'influenza dei fattori dell'ambiente di lavoro;

          e) sostituzione di ciò che è pericoloso con ciò che non è pericoloso o è meno pericoloso;

          f) rispetto dei princìpi ergonomici nella concezione dei posti di lavoro, nella scelta delle attrezzature e nella definizione dei metodi di lavoro e di produzione, in particolare al fine di ridurre gli effetti sulla salute del lavoro monotono e di quello ripetitivo;

          g) priorità delle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale;

          h) limitazione al minimo del numero dei lavoratori che sono, o che possono essere, esposti al rischio;

          i) utilizzo limitato degli agenti chimici, fisici e biologici sui luoghi di lavoro;

          l) allontanamento del lavoratore dall'esposizione al rischio per motivi sanitari inerenti la sua persona a seguito della comunicazione di cui al comma 2 dell'articolo 24 e adibizione del medesimo, ove possibile, ad altra mansione;

          m) istruzioni adeguate ai lavoratori;

          n) programmazione delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di sicurezza, attraverso l'adozione di codici di condotta e di buone prassi.

      2. Le misure relative alla sicurezza, all'igiene e alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori.

Art. 7.

(Obblighi dei datori di lavoro e dei dirigenti).

      1. Il datore di lavoro che esercita le attività di cui all'articolo 2, senza possibilità di delega, deve:

          a) in relazione alla natura dell'attività dell'azienda o dell'unità produttiva, valutare tutti i rischi per la sicurezza e per la salute dei lavoratori, ivi compresi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari per condizioni soggettive o per tipologia contrattuale utilizzata, anche nella scelta delle attrezzature di lavoro e delle sostanze o dei preparati chimici impiegati, nonché nella sistemazione dei luoghi di lavoro;

          b) all'esito della valutazione di cui alla lettera a) elaborare un documento contenente:

              1) una relazione sulla valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro, nella quale sono specificati i criteri adottati per la valutazione stessa. La scelta dei criteri di redazione del documento è rimessa al datore di lavoro, che vi provvede con criteri di semplicità, brevità e comprensibilità, in modo da garantirne la completezza e l'idoneità quale strumento operativo di pianificazione degli interventi aziendali e di prevenzione. Le indicazioni del documento eventualmente riferibili a situazioni di mancata o inadeguata ottemperanza a obblighi previsti dalla presente legge non costituiscono elemento di prova ai fini dell'applicazione di sanzioni penali o amministrative, sempre che la rimozione delle predette situazioni sia congruamente programmata nello stesso documento, anche attraverso la contestuale previsione di immediate misure transitorie idonee a preservare i lavoratori da pericoli diretti per la loro sicurezza e salute;

              2) l'individuazione delle misure di prevenzione e di protezione e dei dispositivi di protezione individuali;

          c) designare il responsabile, il cui nominativo è inserito nel documento di cui alla lettera b), e gli addetti del servizio di prevenzione e protezione interno o esterno all'azienda secondo le disposizioni di cui al capo III.

      2. Il datore di lavoro che esercita le attività di cui all'articolo 2, o i dirigenti che organizzano e dirigono le stesse attività, secondo le attribuzioni e competenze ad essi conferite, devono:

          a) fornire ai servizi di prevenzione e protezione informazioni in merito a:

              1) organizzazione del lavoro e natura dei rischi;

              2) descrizione degli impianti e dei processi produttivi;

              3) dati del registro degli infortuni e delle malattie professionali;

              4) funzioni e compiti assegnati a lavoratori assunti con contratto a tempo determinato ovvero utilizzati mediante contratto di somministrazione di lavoro di cui agli articoli 20 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, nonché della presenza in azienda di lavoratori con rapporti di collaborazione, anche nella modalità a progetto di cui agli articoli 61 e seguenti del citato decreto legislativo n. 276 del 2003, che si concretano in una prestazione d'opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale, anche se non a carattere subordinato;

              5) prescrizioni degli organi di vigilanza;

          b) nominare, nei casi in cui è obbligatoria la sorveglianza sanitaria, il medico competente;

          c) adottare, in materia di primo soccorso, di lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro e di gestione dell'emergenza, le misure necessarie, adeguate alla natura delle attività, alle dimensioni dell'azienda o dell'unità produttiva e del numero delle persone presenti, conformemente a quanto previsto nel capo IV;

          d) aggiornare le misure di prevenzione in relazione ai mutamenti organizzativi e produttivi che hanno rilevanza ai fini della salute e della sicurezza del lavoro, o in relazione al grado di evoluzione della tecnica della prevenzione e della protezione, secondo le applicazioni tecnologiche generalmente praticate nel settore di attività dell'azienda o dell'unità produttiva;

          e) tenere conto, nell'affidare i compiti ai lavoratori, delle capacità degli stessi in materia di sicurezza e salute;

          f) fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispostivi di protezione individuale;

          g) prendere le misure appropriate affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni accedano alle zone che li espongono a un rischio grave e specifico;

          h) richiedere l'osservanza da parte dei singoli lavoratori delle norme vigenti, nonché delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza e igiene del lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuale messi a loro disposizione;

          i) permettere ai lavoratori di verificare, mediante il rappresentante per la sicurezza, l'applicazione delle misure di sicurezza e di protezione della salute e consentire al rappresentante per la sicurezza di accedere alle informazioni e alla documentazione aziendale ai sensi dell'articolo 26, comma 1, lettera e);

          l) consultare i rappresentanti per la sicurezza nei casi previsti dall'articolo 26;

          m) prendere appropriati provvedimenti per evitare che le misure tecniche adottate possano causare rischi per la salute della popolazione o deteriorare l'ambiente esterno;

          n) adottare le misure necessarie ai fini della prevenzione degli incendi e dell'evacuazione dei luoghi di lavoro, nonché in caso di pericolo grave e immediato. Tali misure devono essere adeguate alla natura dell'attività, alle dimensioni dell'azienda o dell'unità produttiva e al numero delle persone presenti, conformemente a quanto previsto nel capo IV;

          o) tenere un registro nel quale sono annotati cronologicamente gli infortuni sul lavoro che comportano un'assenza dal lavoro di almeno un giorno, secondo le modalità di cui all'allegato I. Il registro deve essere conservato, ove possibile, sul luogo di lavoro o, comunque, presso la sede dell'azienda o dell'unità produttiva;

          p) informare e formare i lavoratori e i loro rappresentanti, secondo le disposizioni di cui al capo VII;

          q) astenersi, salvo eccezioni debitamente motivate, dal richiedere ai lavoratori di riprendere l'attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave e immediato.

      3. La valutazione di cui al comma 1, lettera a), deve essere effettuata e il documento di cui al comma 1, lettera b), deve essere elaborato in collaborazione con il servizio di prevenzione e protezione e con il medico competente, nei casi in cui è obbligatoria la sorveglianza sanitaria, previa consultazione del rappresentante per la sicurezza.
      4. La valutazione e il relativo documento di cui al comma 1, lettere a) e b), sono aggiornati in occasione di modifiche del processo produttivo significative ai fini della sicurezza e della salute dei lavoratori.
      5. Il documento di cui al comma 1, lettera b), è custodito presso l'azienda o l'unità produttiva ed è esibito a richiesta dell'organo di vigilanza, che ne prende visione a fini conoscitivi e per gli effetti di cui alla medesima lettera b).
      6. Nelle aziende di cui all'allegato II, il documento di valutazione dei rischi, di cui al comma 1, lettera b), del presente articolo, può essere redatto in forma semplificata sulla base di indicazioni fornite dagli organismi bilaterali di cui all'articolo 27.

      7. Gli obblighi relativi agli interventi strutturali e di manutenzione necessari per assicurare, ai sensi della presente legge, la sicurezza dei locali e degli edifici assegnati in uso a pubbliche amministrazioni o a pubblici uffici, ivi comprese le istituzioni scolastiche ed educative, restano a carico dell'amministrazione tenuta, per effetto di norme o convenzioni, alla loro fornitura e manutenzione. In tal caso gli obblighi previsti dalla presente legge, relativamente ai predetti interventi, si intendono assolti, da parte dei dirigenti o funzionari preposti agli uffici interessati, con la richiesta del loro adempimento alla amministrazione competente o al soggetto che ne ha l'obbligo giuridico.

Art. 8.

(Obblighi dei preposti).

      1. I preposti che sovrintendono alle attività indicate all'articolo 2, secondo le loro attribuzioni e competenze, devono:

          a) richiedere l'attuazione e vigilare sulla osservanza da parte dei singoli lavoratori dei loro obblighi di legge, nonché delle disposizioni aziendali in materia di sicurezza e igiene del lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuale messi a loro disposizione. In caso di persistenza dell'inosservanza informano i loro superiori diretti;

          b) prendere le misure appropriate affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni accedano alle zone che li espongono a un rischio grave e specifico;

          c) richiedere l'osservanza delle misure per il controllo delle situazioni di rischio in caso di emergenza e dare istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave, immediato e inevitabile, abbandonino il posto di lavoro o la zona pericolosa;

          d) informare il più presto possibile i lavoratori esposti al rischio di un pericolo grave e immediato circa il rischio stesso e le disposizioni prese o da prendere in materia di protezione;

          e) astenersi, salvo eccezioni debitamente motivate, dal richiedere ai lavoratori di riprendere la loro attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave e immediato;

          f) segnalare al datore di lavoro o al dirigente le deficienze dei mezzi e delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale, nonché le altre eventuali condizioni di pericolo di cui vengono a conoscenza.

      2. In assenza di preposti i compiti di cui al comma 1 sono svolti dai datori di lavoro o dai dirigenti.

Art. 9.

(Obblighi dei lavoratori, dei lavoratori autonomi e dei componenti dell'impresa familiare).

      1. Ogni lavoratore deve prendersi cura della propria sicurezza e della propria salute e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui possono ricadere gli effetti delle sue azioni od omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro.
      2. I lavoratori devono in particolare:

          a) contribuire, insieme al datore di lavoro, ai dirigenti e ai preposti, all'adempimento degli obblighi previsti a tutela della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro;

          b) osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti, ai fini della protezione collettiva e individuale;

          c) utilizzare correttamente i macchinari, le apparecchiature, gli utensili, le sostanze e i preparati pericolosi, i mezzi di trasporto e le altre attrezzature di lavoro, nonché i dispositivi di sicurezza;
          d) utilizzare in modo appropriato i dispositivi di protezione messi a loro disposizione;

          e) segnalare immediatamente al datore di lavoro, al dirigente o al preposto le deficienze dei mezzi e dei dispositivi di cui alle lettere c) e d), nonché qualsiasi eventuale condizione di pericolo di cui vengono a conoscenza, adoperandosi direttamente, in caso di urgenza, nell'ambito delle proprie competenze e possibilità e fatto salvo l'obbligo di cui alla lettera f), per eliminare o per ridurre le situazioni di pericolo grave e incombente, dandone notizia al rappresentante per la sicurezza;

          f) non rimuovere o modificare senza autorizzazione i dispositivi di sicurezza di segnalazione o di controllo;

          g) non compiere di propria iniziativa operazioni o manovre che non sono di loro competenza ovvero che possono compromettere la sicurezza propria o di altri lavoratori;

          h) sottoporsi ai programmi di formazione e di addestramento organizzati dal datore di lavoro;

          i) sottoporsi ai controlli sanitari previsti dalla presente legge o comunque disposti dal medico competente.

      3. I lavoratori autonomi e i componenti dell'azienda familiare devono:

          a) munirsi di dispositivi di protezione individuale e utilizzarli conformemente alle disposizioni di cui al titolo V;

          b) sottoporsi alla sorveglianza sanitaria nei casi previsti dalla presente legge.

Art. 10.

(Obblighi dei datori di lavoro committenti e appaltatori nel contratto di appalto, dei lavoratori autonomi nel contratto d'opera, del distaccante e del distaccatario).

      1. Il datore di lavoro committente, in caso di affidamento dei lavori all'interno

dell'azienda o dell'unità produttiva a imprese appaltatrici o a lavoratori autonomi:

          a) verifica, anche attraverso l'iscrizione alla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura, l'idoneità tecnico-professionale delle imprese appaltatrici o dei lavoratori autonomi in relazione ai lavori da affidare in appalto o in contratto d'opera;

          b) fornisce ai datori di lavoro delle imprese appaltatrici e ai lavoratori autonomi dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti nell'ambiente in cui sono destinati a operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.

      2. Nell'ipotesi di cui al comma 1 i datori di lavoro committenti e appaltatori e i lavoratori autonomi:

          a) cooperano all'attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi incidenti sull'attività lavorativa oggetto dell'appalto o del contratto d'opera;

          b) coordinano gli interventi di protezione e prevenzione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, informandosi reciprocamente anche al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle diverse imprese e dei lavoratori autonomi coinvolti nell'esecuzione dell'opera complessiva.

      3. Il datore di lavoro committente promuove la cooperazione e il coordinamento di cui al comma 2. Tale obbligo non si estende ai rischi specifici propri dell'attività delle imprese appaltatrici o dei singoli lavoratori autonomi.
      4. Nel caso in cui dal datore di lavoro committente siano concessi in uso macchine o attrezzi di sua proprietà per l'esecuzione dei lavori di cui al comma 1, tali macchine o attrezzi devono essere conformi alle norme di sicurezza previste dalla presente legge.
      5. I lavoratori distaccati ai sensi dell'articolo 30 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni, sono formati e addestrati dal datore di lavoro distaccante per l'uso delle attrezzature di lavoro necessarie allo svolgimento dell'attività lavorativa per la quale viene attuato il distacco in conformità alle disposizioni della presente legge. Tali adempimenti possono essere svolti dal soggetto distaccatario previo accordo scritto con il distaccante. Nel caso in cui le mansioni cui è destinato il lavoratore distaccato richiedano una sorveglianza sanitaria o comportino rischi specifici, il distaccatario ne informa il lavoratore in conformità alle disposizioni della presente legge. Il distaccatario osserva, altresì, nei confronti del medesimo lavoratore distaccato tutti gli obblighi di protezione previsti nei confronti dei propri dipendenti.

Art. 11.

(Obblighi dei progettisti).

      1. I progettisti dei luoghi e dei posti di lavoro e degli impianti rispettano i princìpi generali di prevenzione in materia di sicurezza e di salute ai fini delle scelte progettuali e tecniche e scelgono macchine e dispositivi di protezione rispondenti alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia.

Art. 12.

(Obblighi dei fabbricanti e dei fornitori).

      1. Sono vietati la fabbricazione, la vendita, il noleggio e la concessione in uso di macchine, di attrezzature di lavoro e di impianti non rispondenti alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia di sicurezza e salute. Chiunque concede in locazione finanziaria beni assoggettati a procedure di attestazione della conformità è tenuto a provvedere affinché gli stessi siano accompagnati dalla relativa documentazione.

Art. 13.

(Obblighi degli installatori).

      1. Gli installatori e i montatori di impianti, macchine o altri mezzi tecnici, per la parte di loro competenza, devono attenersi alle norme di sicurezza e salute del lavoro, nonché alle istruzioni fornite dai rispettivi fabbricanti.

Capo III

ATTIVITÀ DI PREVENZIONE E PROTEZIONE

Art. 14.

(Servizio di prevenzione e protezione).

      1. Salvo quanto previsto dall'articolo 17, il datore di lavoro o i dirigenti organizzano il servizio di prevenzione e protezione all'interno dell'azienda, o dell'unità produttiva, o incaricano persone o servizi esterni alla azienda, secondo le disposizioni di cui al presente articolo.
      2. Gli addetti e i responsabili dei servizi, interni o esterni, di cui al comma 1, devono possedere le capacità e i requisiti professionali di cui all'articolo 15, devono essere in numero sufficiente e disporre di mezzi e di tempo adeguati per lo svolgimento dei compiti loro assegnati. Essi non possono subire pregiudizio a causa dell'attività svolta nell'espletamento del proprio incarico.
      3. I servizi di prevenzione e protezione, interni o esterni, devono disporre di personale professionalmente preparato in relazione alla natura dei rischi presenti nelle aziende nel cui ambito svolgono la loro attività.
      4. Nell'ipotesi di utilizzo di un servizio interno, il datore di lavoro o i dirigenti possono avvalersi di persone esterne alla azienda in possesso delle conoscenze professionali necessarie, per integrare, ove occorra, l'azione di prevenzione e protezione del servizio.
      5. Il ricorso a persone o a servizi esterni è obbligatorio in assenza di dipendenti che, all'interno dell'azienda ovvero dell'unità produttiva, sono in possesso dei requisiti di cui all'articolo 15.

      6. Il servizio esterno di prevenzione e protezione deve essere adeguato alle caratteristiche dell'azienda o dell'unità produttiva a favore della quale è chiamato a prestare la propria opera, anche con riferimento al numero degli operatori.
      7. Qualora il datore di lavoro o il dirigente ricorrano a persone o a servizi esterni essi non sono per tale motivo liberati della propria responsabilità in materia, salvo quanto previsto dall'articolo 2049 del codice civile.
      8. L'istituzione del servizio di prevenzione e protezione all'interno dell'azienda, ovvero dell'unità produttiva, è comunque obbligatoria nei seguenti casi:

          a) negli stabilimenti di cui all'articolo 2 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, e successive modificazioni, soggetti all'obbligo di notifica o di redazione del documento di prevenzione o del rapporto di sicurezza, di cui agli articoli 6, 7 e 8 del medesimo decreto legislativo;

          b) nelle centrali termoelettriche;

          c) negli impianti e nelle installazioni di cui agli articoli 7, 28 e 33 del decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, e successive modificazioni;

          d) nelle aziende per la fabbricazione e il deposito separato di esplosivi, polveri e munizioni;

          e) nelle aziende industriali con oltre 200 lavoratori dipendenti;

          f) nelle industrie estrattive con oltre 50 lavoratori dipendenti;

          g) nelle strutture di ricovero e cura pubbliche e private.

      9. Nei casi di aziende con più unità produttive e nei casi di gruppi di imprese, può essere istituito un unico servizio di prevenzione e protezione, anche all'interno di società o di strutture appositamente costituite o organizzate dalla società capogruppo.

Art. 15.

(Capacità e requisiti professionali degli addetti e dei responsabili dei servizi di prevenzione e protezione interni o esterni).

      1. Le capacità e i requisiti professionali dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione interni o esterni devono essere adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative.
      2. Per lo svolgimento delle funzioni da parte dei soggetti di cui al comma 1 è necessario essere in possesso di un titolo di studio non inferiore al diploma di istruzione secondaria di secondo grado ed essere inoltre in possesso di un attestato di frequenza, con verifica dell'apprendimento, a specifici corsi di formazione adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative. In sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano sono individuati gli indirizzi e i requisiti minimi dei citati corsi.
      3. Possono svolgere le funzioni di responsabile o addetto dei servizi di prevenzione e protezione interni o esterni coloro che pur non in possesso del titolo di studio di cui al comma 2 dimostrano di avere svolto una delle funzioni ivi richiamate, professionalmente o alle dipendenze di un datore di lavoro, almeno da sei mesi alla data del 13 agosto 2003, previo svolgimento dei corsi di cui ai commi 2 e 5.
      4. I corsi di formazione di cui al comma 2 sono organizzati dalle regioni e province autonome, dalle università, dall'ISPESL, dall'INAIL, dall'Istituto italiano di medicina sociale, dal Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile del Ministero dell'interno, dall'Amministrazione della difesa, dall'Agenzia per la formazione dei dirigenti e dipendenti delle amministrazioni pubbliche - Scuola nazionale della pubblica amministrazione, dalle associazioni sindacali dei datori di lavoro o dei lavoratori, dall'Associazione nazionale dei consulenti del lavoro o dagli organismi paritetici. Altri soggetti formatori possono essere individuati in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

      5. Per lo svolgimento della funzione di responsabile del servizio prevenzione e protezione, oltre ai requisiti di cui al comma 2, è necessario possedere un attestato di frequenza, con verifica dell'apprendimento, a specifici corsi di formazione in materia di prevenzione e protezione dei rischi, anche di natura ergonomica e psico-sociale, di organizzazione e gestione delle attività tecnico-amministrative e di tecniche di comunicazione in azienda e di relazioni sindacali.
      6. I responsabili e gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione sono tenuti a frequentare corsi di aggiornamento secondo indirizzi definiti in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, con cadenza almeno quinquennale.
      7. Coloro che sono in possesso di laurea di ingegneria della sicurezza e protezione, in scienze della sicurezza e protezione, in tecnica della prevenzione nell'ambiente e nei luoghi di lavoro, in ingegneria per la sicurezza del lavoro e dell'ambiente o in ingegneria della sicurezza industriale e nucleare sono esonerati dalla frequenza ai corsi di formazione di cui al comma 2.
      8. Resta fermo quanto disposto dall'articolo 17.
      9. Gli organismi statali di formazione pubblici, previsti al comma 4, organizzano i corsi di formazione secondo tariffe, determinate sulla base del costo effettivo del servizio, da stabilire, con le relative modalità di versamento, con decreto del Ministro competente per materia, entro un mese dalla data di entrata in vigore della presente legge.

      10. Le amministrazioni pubbliche di cui alla presente legge organizzano i corsi di formazione nei limiti delle risorse finanziarie proprie o con le maggiori entrate derivanti dall'espletamento di tali attività a carico dei partecipanti.
      11. La partecipazione del personale delle amministrazioni pubbliche ai corsi di formazione di cui al presente articolo è disposta nei limiti delle risorse destinate dalla legislazione vigente alla formazione del personale medesimo.

Art. 16.

(Compiti del servizio di prevenzione e protezione).

      1. Il servizio di prevenzione e protezione collabora con il datore di lavoro o con i dirigenti:

          a) all'individuazione dei fattori di rischio, alla valutazione dei rischi e all'individuazione delle misure per la sicurezza e la salubrità degli ambienti di lavoro, nel rispetto della normativa vigente sulla base della specifica conoscenza dell'organizzazione aziendale;

          b) nell'elaborazione delle misure preventive e protettive, nonché delle procedure di sicurezza per le varie attività aziendali e per i relativi sistemi di controllo;

          c) nella promozione di programmi d'informazione e di formazione dei lavoratori;

          d) alle consultazioni in materia di tutela della salute e di sicurezza di cui all'articolo  18;

          e) a fornire ai lavoratori le informazioni di cui all'articolo 28.

      2. I componenti del servizio di prevenzione e protezione e i rappresentanti per la sicurezza sono tenuti al segreto in ordine ai processi lavorativi di cui vengono a conoscenza nell'esercizio delle funzioni di cui alla presente legge.

Art. 17.

(Svolgimento diretto da parte del datore di lavoro dei compiti di prevenzione e protezione).

      1. Il datore di lavoro può svolgere direttamente i compiti propri del servizio

di prevenzione e protezione nonché di prevenzione degli incendi e di evacuazione, nei casi previsti nell'allegato II, dandone preventiva informazione al rappresentante per la sicurezza e alle condizioni di cui agli articoli 18 e seguenti.
      2. Il datore di lavoro che intende svolgere i compiti di cui al comma 1 deve frequentare il corso di formazione di cui all'articolo 3 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale e del Ministro della sanità 16 gennaio 1997, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 27 del 3 febbraio 1997, e tenere a disposizione degli organi di vigilanza il relativo attestato.

Art. 18.

(Riunione periodica di prevenzione e protezione).

      1. Nelle aziende e nelle unità produttive che occupano più di 15 dipendenti, il datore di lavoro o i dirigenti, direttamente o tramite il servizio di prevenzione e protezione, indicono almeno una volta all'anno una riunione cui partecipano:

          a) il datore di lavoro o un suo rappresentante ovvero il dirigente;

          b) il responsabile del servizio di prevenzione e protezione;

          c) il medico competente ove previsto;

          d) il rappresentante per la sicurezza.

      2. Nel corso della riunione il datore di lavoro o i dirigenti sottopongono all'esame dei partecipanti:

          a) il documento di valutazione dei rischi;

          b) l'andamento degli infortuni e delle malattie professionali;

          c) l'organizzazione della sorveglianza sanitaria;

          d) i programmi di informazione e di formazione dei lavoratori ai fini della

sicurezza e della protezione della loro salute.

      3. Nel corso della riunione possono essere individuati:

          a) codici di comportamento e buone prassi per prevenire i rischi di infortuni e di malattie professionali;

          b) obiettivi di miglioramento della sicurezza complessiva sulla base delle linee guida per un sistema di gestione della salute e sicurezza sul lavoro.

      4. La riunione ha altresì luogo in occasione di eventuali significative variazioni delle condizioni di esposizione al rischio, comprese la programmazione e l'introduzione di nuove tecnologie che hanno riflessi sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori.
      5. Della riunione deve essere redatto un verbale che è a disposizione dei partecipanti per la consultazione.

Capo IV

PREVENZIONE DEGLI INCENDI, EMERGENZE, EVACUAZIONE DEI LUOGHI DI LAVORO E PRIMO SOCCORSO

Art. 19.

(Disposizioni generali).

      1. Ai fini degli adempimenti di cui all'articolo 7, comma 2, lettera q), i datori di lavoro o i dirigenti:

          a) organizzano i necessari rapporti con i servizi pubblici competenti in materia di primo soccorso, salvataggio, lotta antincendio e gestione dell'emergenza;

          b) designano preventivamente i lavoratori incaricati di attuare le misure di cui all'articolo 7, comma 2, lettera q);

          c) informano tutti i lavoratori che possono essere esposti a un pericolo grave e immediato circa le misure predisposte e i comportamenti da adottare;

          d) programmano gli interventi, prendono i provvedimenti e danno istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave e immediato che non può essere evitato, possano cessare la loro attività o mettersi al sicuro, abbandonando immediatamente il luogo di lavoro;

          e) prendono i provvedimenti necessari affinché qualsiasi lavoratore, in caso di pericolo grave e immediato per la propria sicurezza o per quella di altre persone e nell'impossibilità di contattare il competente superiore gerarchico, possa prendere le misure adeguate per evitare le conseguenze di tale pericolo, tenendo conto delle sue conoscenze e dei mezzi tecnici disponibili.

      2. Ai fini delle designazioni di cui al comma 1, lettera b), il datore di lavoro o il dirigente tengono conto delle dimensioni o dei rischi specifici dell'azienda o dell'unità produttiva.
      3. I lavoratori non possono, se non per giustificato motivo, rifiutare la designazione di cui al comma 1, lettera b). Essi devono essere formati, essere in numero sufficiente e disporre di attrezzature adeguate, tenendo conto delle dimensioni o dei rischi specifici dell'azienda o dell'unità produttiva.
      4. Il datore di lavoro o il dirigente devono, salvo eccezioni debitamente motivate, astenersi dal chiedere ai lavoratori di riprendere la loro attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave e immediato.

Art. 20.

(Prevenzione degli incendi).

      1. Fermo restando quanto previsto dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 29 luglio 1982, n. 577, le disposizioni del decreto del Ministro dell'interno 10 marzo 1998, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 81 del 7 aprile 1998, relative ad elementi strutturali si considerano norme di buona tecnica ai sensi dell'articolo 5, comma 1, lettera n), della presente legge. Le disposizioni relative alle norme comportamentali e procedurali di sicurezza contenute nel medesimo decreto si considerano buone prassi.

Art. 21.

(Diritti dei lavoratori in caso di pericolo grave e immediato).

      1. Il lavoratore che, in caso di pericolo grave e immediato che non può essere evitato, si allontana dal posto di lavoro o da una zona pericolosa, non può subire pregiudizio alcuno e deve essere protetto da qualsiasi conseguenza dannosa.
      2. Il lavoratore che, in caso di pericolo grave e immediato e nell'impossibilità di contattare il competente superiore gerarchico, prende misure per evitare le conseguenze di tale pericolo, non può subire pregiudizio per tale azione, a meno che non abbia commesso una grave negligenza.

Art. 22.

(Primo soccorso).

      1. Il datore di lavoro, tenendo conto della natura dell'attività e delle dimensioni dell'azienda o dell'unità produttiva, sentito il medico competente ove previsto, prende i provvedimenti necessari in materia di primo soccorso e di assistenza medica di emergenza, tenendo conto delle altre eventuali persone presenti sui luoghi di lavoro e stabilendo i necessari rapporti con i servizi esterni, anche per il trasporto dei lavoratori infortunati.
      2. Il datore di lavoro, qualora non vi provveda direttamente, designa uno o più lavoratori incaricati dell'attuazione dei provvedimenti di cui al comma 1.
      3. Le disposizioni del regolamento di cui al decreto dei Ministri della salute, del lavoro e delle politiche sociali, per la funzione pubblica e delle attività produttive 15 luglio 2003, n. 388, si considerano buone prassi.

 

Capo V

SORVEGLIANZA SANITARIA

Art. 23.

(Contenuto della sorveglianza sanitaria).

      1. La sorveglianza sanitaria è effettuata nei casi previsti dalla presente legge.
      2. La sorveglianza di cui al comma 1 è effettuata dal medico competente e comprende:

          a) accertamenti preventivi, anche in fase preassuntiva, intesi a constatare l'assenza di controindicazioni al lavoro cui i lavoratori sono destinati, ai fini della valutazione della loro idoneità alla mansione specifica;

          b) accertamenti periodici per controllare lo stato di salute dei lavoratori;

          c) visite mediche richieste dal lavoratore ove il medico competente le ritenga correlate a rischi professionali.

      3. Gli accertamenti di cui al comma 2 non possono riguardare lo stato di gravidanza, di tossicodipendenza o essere effettuati qualora vietati dalla normativa vigente.
      4. Gli accertamenti di cui al comma 2 comprendono esami clinici e biologici e indagini diagnostiche mirati al rischio ritenuti necessari dal medico competente.

Art. 24.

(Medico competente).

      1. Il medico competente:

          a) collabora, nell'ambito delle proprie competenze, con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione di cui all'articolo 14, alla predisposizione della attuazione delle misure per la tutela della salute e della integrità psico-fisica dei lavoratori, e all'organizzazione del servizio di primo soccorso;

          b) effettua gli accertamenti sanitari ed esprime i giudizi di idoneità alla mansione specifica al lavoro di cui all'articolo 23;

          c) istituisce e aggiorna, sotto la propria responsabilità, per ogni lavoratore sottoposto a sorveglianza sanitaria, una cartella sanitaria e di rischio da custodire presso il datore di lavoro con salvaguardia del segreto professionale o presso il suo studio, nel caso delle aziende di cui all'allegato II;

          d) fornisce informazioni ai lavoratori sul significato degli accertamenti sanitari cui sono sottoposti e, nel caso di esposizione ad agenti con effetti a lungo termine, sulla necessità di sottoporsi ad accertamenti sanitari anche dopo la cessazione dell'attività che comporta l'esposizione a tali agenti. Fornisce altresì, a richiesta, informazioni analoghe ai rappresentanti per la sicurezza;

          e) informa ogni lavoratore interessato dei risultati degli accertamenti sanitari di cui alla lettera b) e, a richiesta dello stesso, gli rilascia copia della documentazione sanitaria; una copia viene comunque consegnata alla cessazione del rapporto di lavoro;

          f) comunica, in occasione delle riunioni di cui all'articolo 18, ai rappresentanti per la sicurezza, i risultati anonimi collettivi degli accertamenti clinici e strumentali effettuati e fornisce indicazioni sul significato di tali risultati;

          g) congiuntamente al responsabile del servizio di prevenzione e protezione, visita gli ambienti di lavoro almeno due volte all'anno e partecipa alla programmazione del controllo dell'esposizione dei lavoratori i cui risultati gli sono forniti con tempestività ai fini delle valutazioni e dei pareri di competenza;

          h) collabora alle attività di informazione e di formazione di cui al capo VII;

          i) invia all'ISPESL le cartelle sanitarie e di rischio e ogni altra documentazione, nei casi previsti dalla presente legge, alla cessazione del rapporto di lavoro.

      2. Qualora il medico competente, a seguito degli accertamenti di cui al comma 1, lettera b), esprima un giudizio sull'inidoneità parziale, temporanea o totale del lavoratore, ne informa per iscritto il datore di lavoro e il lavoratore.
      3. Avverso i giudizi di cui al comma 1, lettera b), è ammesso ricorso, entro trenta giorni dalla data di comunicazione del giudizio medesimo, all'organo di vigilanza territorialmente competente che dispone, dopo eventuali ulteriori accertamenti, la conferma, la modifica o la revoca del giudizio stesso.
      4. Il medico competente svolge la propria opera in qualità di:

          a) dipendente da una struttura esterna pubblica o privata convenzionata con l'imprenditore per lo svolgimento dei compiti di cui al presente capo;

          b) libero professionista;

          c) dipendente del datore di lavoro.

      5. Il dipendente di una struttura pubblica non può svolgere l'attività di medico competente qualora esplichi attività di vigilanza.
      6. Qualora il medico competente sia dipendente del datore di lavoro, questi gli fornisce i mezzi e gli assicura le condizioni necessari per lo svolgimento dei suoi compiti.
      7. Il medico competente può avvalersi, per motivate ragioni, della collaborazione di medici specialisti scelti dal datore di lavoro che ne sopporta gli oneri.

Capo VI

CONSULTAZIONE E PARTECIPAZIONE DEI DATORI DI LAVORO

Art. 25.

(Rappresentante per la sicurezza).

      1. In tutte le aziende, o unità produttive, è eletto o designato il rappresentante per la sicurezza.
      2. Nelle aziende o unità produttive che occupano sino a 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza è eletto direttamente dai lavoratori al loro interno. Nelle aziende che occupano fino a 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza può essere individuato per più aziende nell'ambito territoriale o del comparto produttivo. Esso può essere designato o eletto dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali, come definite dalla contrattazione collettiva di riferimento.
      3. Nelle aziende o unità produttive con più di 15 dipendenti il rappresentante per la sicurezza è eletto o designato dai lavoratori nell'ambito delle rappresentanze sindacali in azienda. In assenza di tali rappresentanze, è eletto dai lavoratori dell'azienda al loro interno.
      4. Il numero, le modalità di designazione o di elezione del rappresentante per la sicurezza, nonché il tempo di lavoro retribuito e gli strumenti per l'espletamento delle funzioni, sono stabiliti in sede di contrattazione collettiva.
      5. In ogni caso il numero minimo dei rappresentanti di cui al comma 1 è il seguente:

          a) un rappresentante nelle aziende o unità produttive sino a 200 dipendenti;

          b) tre rappresentanti nelle aziende o unità produttive da 201 a 1.000 dipendenti;

          c) sei rappresentanti in tutte le altre aziende o unità produttive.

      6. Le modalità e i contenuti specifici della formazione del rappresentante per la sicurezza sono stabiliti in sede di contrattazione collettiva nazionale di categoria, con il rispetto dei contenuti minimi previsti dall'articolo 2 del decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 16 gennaio 1997, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 27 del 3 febbraio 1997.

Art. 26.

(Attribuzioni del rappresentante per la sicurezza).

      1. Fatto salvo quanto stabilito in sede di contrattazione collettiva, il rappresentante per la sicurezza:

          a) accede, nel rispetto delle esigenze produttive e previa informativa al datore di lavoro o al dirigente o al preposto competente, ai luoghi di lavoro in cui si svolgono le lavorazioni;

          b) è consultato preventivamente e tempestivamente in ordine alla valutazione dei rischi, all'individuazione, programmazione, realizzazione e verifica della prevenzione nell'azienda o unità produttiva;

          c) è consultato sulla designazione degli addetti al servizio di prevenzione e protezione, all'attività di prevenzione degli incendi, al primo soccorso e all'evacuazione dei luoghi di lavoro;

          d) è consultato in merito all'organizzazione della formazione di cui all'articolo 29;

          e) riceve le informazioni e la documentazione aziendale inerenti alla valutazione dei rischi e alle misure di prevenzione relative, con esclusione del documento di cui all'articolo 7, comma 1, lettera b), nonché quelle inerenti alle sostanze e ai preparati pericolosi, alle macchine, agli impianti, alla organizzazione e agli ambienti di lavoro, agli infortuni e alle malattie professionali;

          f) riceve le informazioni provenienti dai servizi di vigilanza;

          g) promuove l'elaborazione, l'individuazione e l'attuazione delle misure di prevenzione idonee a tutelare la salute e l'integrità fisica dei lavoratori;

          h) formula osservazioni in occasione di visite e di verifiche effettuate dalle autorità competenti;

          i) partecipa alla riunione periodica di cui all'articolo 18;

          l) fa proposte in merito all'attività di prevenzione;

          m) avverte il responsabile dell'azienda dei rischi individuati nel corso della sua attività;

          n) può fare ricorso alle autorità competenti qualora ritenga che le misure di prevenzione e protezione adottate dal datore di lavoro o dai dirigenti e i mezzi impiegati per attuarle non sono idonei a garantire la sicurezza e la salute durante il lavoro.

      2. Il rappresentante per la sicurezza deve disporre del tempo necessario allo svolgimento dell'incarico senza perdita di retribuzione, nonché dei mezzi necessari per l'esercizio delle funzioni e delle facoltà riconosciutegli. Non può subire pregiudizio alcuno a causa delle svolgimento della propria attività e nei suoi confronti si applicano le stesse tutele previste dalla legge per le rappresentanze sindacali.
      3. Il rappresentante per la sicurezza è tenuto al rispetto del segreto industriale relativamente alle informazioni contenute nel documento di valutazione dei rischi di cui all'articolo 7, comma 1, lettera b).

Art. 27.

(Organismi bilaterali).

      1. Gli organismi bilaterali, purché dotati di struttura tecnica definita dai contratti collettivi nazionali, svolgono funzioni di orientamento e di promozione di iniziative formative nei confronti dei lavoratori e dei loro rappresentanti.
      2. Gli organismi bilaterali costituiscono la prima istanza di riferimento in merito a controversie sorte sull'applicazione dei diritti di rappresentanza, informazione e formazione previsti dalle norme vigenti in materia.
      3. Agli effetti dell'articolo 42 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, gli organismi bilaterali sono parificati alla rappresentanza indicata nel medesimo articolo.
      4. Nelle aziende che occupano fino a 100 dipendenti, gli organismi bilaterali possono, a richiesta dei datori di lavoro, effettuare sopralluoghi finalizzati a verificare l'applicazione in azienda delle norme vigenti in materia di sicurezza e tutela della salute sui luoghi di lavoro e rilasciare relativa certificazione. Gli organi di vigilanza in materia di sicurezza e salute tengono conto di tali certificazioni ai fini della programmazione delle attività ispettive di vigilanza.
      5. Gli organismi bilaterali possono formulare proposte negli ambiti di competenza della Commissione consultiva di cui all'articolo 35, comma 6.

Capo VII

INFORMAZIONE E FORMAZIONE DEI LAVORATORI

Art. 28.

(Informazione).

      1. Il datore di lavoro o il dirigente provvedono affinché ciascun lavoratore riceva una adeguata informazione:

          a) sui rischi per la sicurezza e la salute connessi all'attività dell'impresa in generale;

          b) sulle misure e le attività di protezione e prevenzione adottate;

          c) sui rischi specifici cui è esposto in relazione all'attività svolta, le normative di sicurezza e le disposizioni aziendali in materia;

          d) sui pericoli connessi all'uso delle sostanze e dei preparati pericolosi sulla base delle schede dei dati di sicurezza previste dalla normativa vigente e dalle norme di buona tecnica;

          e) sulle procedure che riguardano il primo soccorso, la lotta antincendio, l'evacuazione dei luoghi di lavoro;

          f) sui nominativi dei lavoratori incaricati di applicare le misure di cui agli articoli 19 e 22.

Art. 29.

(Formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti).

      1. Il datore di lavoro o i dirigenti assicurano che ciascun lavoratore riceva una formazione commisurata alle risultanze della valutazione dei rischi e che deve riguardare almeno:

          a) i rischi riferiti al posto di lavoro e alle mansioni nonché ai possibili danni e le conseguenti misure e procedure di prevenzione e protezione;

          b) nozioni relative ai diritti e ai doveri dei lavoratori in materia di sicurezza e salute sul posto di lavoro.

      2. La formazione deve avvenire in occasione:

          a) dell'assunzione;

          b) del trasferimento o del cambiamento di mansioni;

          c) dell'introduzione di nuove attrezzature di lavoro o di nuove tecnologie, di nuove sostanze e preparati pericolosi.

      3. La formazione deve essere periodicamente ripetuta in relazione all'evoluzione dei rischi ovvero all'insorgenza di nuovi rischi.
      4. I lavoratori incaricati dell'attività di prevenzione degli incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave e immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione dell'emergenza devono essere adeguatamente formati.
      5. Il rappresentante per la sicurezza ha diritto ad una formazione particolare in materia di salute e sicurezza concernente i rischi specifici esistenti nel proprio ambito di rappresentanza, tale da assicurargli adeguate nozioni sulle principali tecniche di controllo e di prevenzione dei rischi stessi.
      6. Le modalità e i contenuti specifici della formazione del rappresentante per la sicurezza sono stabiliti in sede di contrattazione collettiva nazionale di categoria.
      7. La formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire, in collaborazione con gli organismi bilaterali di cui all'articolo 27, durante l'orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori.

Art. 30.

(Formazione dei responsabili e degli addetti ai servizi di prevenzione e protezione).

      1. I responsabili e gli addetti ai servizi di prevenzione e protezione devono essere in possesso dei requisiti di formazione di cui al capo III.

Capo VIII

DISPOSIZIONI CONCERNENTI LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Art. 31.

(Vigilanza).

      1. La vigilanza sull'applicazione della legislazione vigente in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro è svolta dall'azienda sanitaria locale e, per quanto di specifica competenza, dalle direzioni provinciali del lavoro, dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, nonché, per il settore minerario, dal Ministero dello sviluppo economico e, per le industrie estrattive di seconda categoria e le acque minerali e termali, dalle regioni e dalle province autonome di Trento e di Bolzano.
      2. Restano ferme le competenze in materia di sicurezza e salute dei lavoratori attribuite dalle disposizioni vigenti agli uffici di sanità aerea e marittima e alle autorità marittime, portuali e aeroportuali, per quanto riguarda la sicurezza dei lavoratori a bordo di navi e di aeromobili e in ambito portuale ed aeroportuale, nonché ai servizi sanitari e tecnici istituiti per le Forze armate e per le Forze di polizia; i predetti servizi sono competenti altresì per le aree riservate od operative e per quelle che presentano analoghe esigenze da individuare, anche per quel che riguarda le modalità di attuazione, con decreto del Ministro competente di concerto con i Ministri del lavoro e della previdenza sociale e della salute. L'Amministrazione della giustizia può avvalersi dei servizi istituiti per le Forze armate e di polizia, anche mediante convenzione con i rispettivi Ministeri, nonché dei servizi istituiti con riferimento alle strutture penitenziarie.

Art. 32.

(Potere di disposizione).

      1. Gli ispettori che effettuano attività di vigilanza impartiscono disposizioni esecutive ai fini dell'applicazione delle norme di buona tecnica e delle buone prassi di cui all'articolo 5, comma 1, lettere n) e o), qualora ne riscontrino la mancata adozione.
      2. Avverso le disposizioni di cui al comma 1 è ammesso ricorso, entro trenta giorni, con eventuale richiesta di sospensione delle stesse, all'autorità gerarchicamente superiore nell'ambito dei rispettivi organi di vigilanza.
      3. Le inosservanze delle disposizioni legittimamente impartite dagli ispettori degli organi di vigilanza sono punite con l'arresto da tre a sei mesi o con l'ammenda da 3.000 a 5.000 euro.

Art. 33.

(Informazione, consulenza e assistenza).

      1. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, il Ministero dell'interno tramite le strutture del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, l'ISPESL, anche mediante i propri dipartimenti periferici, il Ministero del lavoro e della previdenza sociale, per mezzo delle direzioni provinciali del lavoro, il Ministero dello sviluppo economico, per il settore estrattivo, tramite gli uffici della Direzione generale per l'energia e le risorse minerarie, l'Istituto italiano di medicina sociale, l'INAIL e gli enti di patronato, svolgono attività di informazione, consulenza e assistenza in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, in particolare nei confronti delle imprese artigiane e delle piccole e medie imprese nonché delle rispettive associazioni dei datori di lavoro.
      2. L'attività di consulenza non può essere prestata dai soggetti che svolgono attività di controllo e di vigilanza.

Art. 34.

(Verifica sull'applicazione della normativa).

      1. Il monitoraggio e la verifica sull'effettiva applicazione della normativa di sicurezza e salute sono effettuati congiuntamente dalle regioni, dalle province autonome di Trento e di Bolzano, dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale, dal Ministero della salute e dalle parti sociali mediante accordi e con metodi di misurazione condivisi.
      2. In coerenza con il principio di sussidiarità, ai fini di cui al comma 1 è utilizzato il sistema informativo nazionale, delle regioni, dell'ISPESL, dell'INAIL e del Ministero del lavoro e della previdenza sociale.

Art. 35.

(Commissione consultiva permanente per la prevenzione degli infortuni e l'igiene del lavoro).

      1. Presso il Ministero del lavoro e della previdenza sociale è istituita una Commissione consultiva permanente per la prevenzione degli infortuni e per l'igiene del lavoro. La Commissione è presieduta dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale o dal direttore generale della Direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro delegato dallo stesso Ministro, ed è composta da:

          a) un rappresentante del Ministero della salute;

          b) un rappresentante del Ministero dello sviluppo economico;

          c) un rappresentante del Ministero dell'interno;

          d) un rappresentante del Ministero delle infrastrutture;

          e) tre funzionari esperti designati dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale;

          f) tre rappresentanti delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano nominati dal presidente del coordinamento degli assessori regionali alla salute;

          g) un rappresentante dell'INAIL;

          h) un rappresentante dell'ISPESL;

          i) un rappresentante dell'Istituto italiano di medicina sociale;

          l) quattro esperti nominati dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale su designazione delle organizzazioni sindacali dei lavoratori maggiormente rappresentative a livello nazionale;

          m) quattro esperti nominati dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale su designazione delle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro, anche dell'artigianato e della piccola e media impresa, maggiormente rappresentative a livello nazionale.

      2. La Commissione può richiedere la consulenza di esperti nei diversi settori di interesse.
      3. I componenti della Commissione e i segretari sono nominati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale, su designazione degli organismi competenti, e durano in carica cinque anni. Per ogni rappresentante effettivo è designato un membro supplente.
      4. Le funzioni inerenti alla segreteria della Commissione sono svolte da personale del Ministero del lavoro e della previdenza sociale.
      5. All'inizio di ogni mandato la Commissione istituisce:

          a) un gruppo per la determinazione e l'aggiornamento dei valori limite di esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici;

          b) un gruppo per l'aggiornamento delle norme di buona tecnica e delle buone prassi di cui ai titoli II, III, IV, V e VI del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547, ai capi II, III, IV, V, VI, VII, VIII e IX del decreto del Presidente della Repubblica 7 gennaio 1956, n. 164, ai capi I, II, III, IV, V, VI, VII VIII, IX e XI del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 320, e successive modificazioni, all'articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 323, e al decreto del Ministro per il lavoro e per la previdenza sociale 2 settembre 1968, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 242 del 23 settembre 1968;

          c) gruppi di lavoro temporanei per specifiche problematiche.

      6. La Commissione può essere consultata in ordine a:

          a) l'elaborazione dei piani di azione annuali per la promozione della salute e della sicurezza su tutto il territorio nazionale;

          b) l'elaborazione di linee guida tecniche da parte dell'ISPESL e dell'INAIL e dell'Istituto italiano di medicina sociale finalizzate ad assicurare unità e omogeneità di comportamenti in tutto il territorio nazionale nell'applicazione delle disposizioni in materia di sicurezza e salute dei lavoratori anche ai fini del coordinamento dei codici e delle raccolte di buone prassi realizzate da parte delle regioni;

          c) l'elaborazione dei piani di coordinamento delle attività di sostegno alle imprese da parte dell'INAIL, dell'ISPESL e dell'Istituto italiano di medicina sociale.

      7. Ai componenti della Commissione per le riunioni o le giornate di lavoro non spetta alcun gettone di presenza e le eventuali spese di viaggio e di soggiorno sono a carico dell'amministrazione, dell'ente o dell'organizzazione di appartenenza.

Art. 36.

(Azioni positive per le piccole e medie imprese).

      1. L'INAIL promuove il miglioramento della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, con particolare riferimento alle piccole e medie imprese e ai settori dell'agricoltura e dell'artigianato.

      2. L'attività di cui al comma 1 si realizza attraverso il sostegno finanziario finalizzato a interventi informativi e formativi, di miglioramento in termini di sicurezza delle strutture, degli impianti, dei processi produttivi, dell'organizzazione delle imprese, di individuazione e diffusione di buone pratiche per lo sviluppo delle azioni di prevenzione.
      3. Gli interventi di sostegno di cui al comma 2 sono a carico dell'INAIL e non comportano alcun onere aggiuntivo per la finanza pubblica.

Art. 37.

(Attività promozionali).

      1. Il Ministero del lavoro e della previdenza sociale:

          a) utilizza il 20 per cento dei fondi derivanti dall'applicazione dell'articolo 176 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n. 1124, e successive modificazioni, per il finanziamento di attività promozionali in materia di salute e sicurezza;

          b) coordina i piani di azione e le attività di sostegno dell'INAIL, dell'ISPESL e dell'Istituto italiano di medicna sociale che sono individuati annualmente nell'ambito della Commissione di cui all'articolo 35, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

Capo IX

DOCUMENTAZIONE TECNICO-AMMINISTRATIVA E STATISTICHE DEGLI INFORTUNI E DELLE MALATTIE PROFESSIONALI

Art. 38.

(Tenuta della documentazione).

      1. È consentito l'impiego di sistemi di elaborazione automatica dei dati per la memorizzazione di qualunque tipo di documentazione prevista dalla presente legge.
      2. Le modalità di memorizzazione dei dati e di accesso al sistema di gestione della documentazione di cui al comma 1 devono essere tali da assicurare che:

          a) l'accesso alle funzioni del sistema sia consentito solo ai soggetti a ciò espressamente abilitati dal datore di lavoro;

          b) la validazione delle informazioni inserite sia consentita solo alle persone responsabili, in funzione della natura dei dati;

          c) le operazioni di validazione dei dati di cui alla lettera b) siano univocamente riconducibili alle persone responsabili che le hanno effettuate mediante la memorizzazione di un codice identificativo autogenerato dagli stessi;

          d) le eventuali informazioni di modifica, ivi comprese quelle inerenti alle generalità e ai dati occupazionali del lavoratore, siano solo aggiuntive a quelle già memorizzate;

          e) sia possibile riprodurre su supporti a stampa, sulla base dei singoli documenti, ove previsti dalla presente legge, le informazioni contenute nei supporti di memoria;

          f) le informazioni siano conservate almeno su due distinti supporti informatici di memoria e siano implementati programmi di protezione e di controllo del sistema da codici virali;

          g) sia redatta, a cura dell'esercente del sistema, una procedura in cui siano dettagliatamente descritte le operazioni necessarie per la gestione del sistema medesimo. Nella procedura non devono essere riportati i codici di accesso.

      3. Nel caso di aziende articolate su vari sedi geografiche o su distinti settori funzionali, l'accesso ai dati può avvenire mediante reti di comunicazione elettronica, fermo restando quanto previsto al comma 2 relativamente all'immissione e alla validazione dei dati da parte delle persone responsabili.

      4. La documentazione, sia su supporto cartaceo che informatico, deve essere custodita nel rispetto del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, e successive modificazioni.

Art. 39.

(Comunicazioni e trasmissione di documentazione).

      1. La trasmissione di documentazione e le comunicazioni a enti o ad amministrazioni pubblici, comunque previste dalla presente legge, possono avvenire tramite sistemi informatizzati, nel formato e con le modalità indicati dalle strutture riceventi.

Art. 40.

(Statistiche degli infortuni e delle malattie professionali).

      1. L'INAIL e l'ISPESL si forniscono reciprocamente i dati relativi agli infortuni e alle malattie professionali anche con strumenti telematici.
      2. L'INAIL e l'ISPESL indicono una conferenza permanente di servizio per assicurare il necessario coordinamento in relazione a quanto previsto dall'articolo 7, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e successive modificazioni, nonché per verificare l'adeguatezza dei sistemi di prevenzione e assicurativi, e per studiare e proporre soluzioni normative e tecniche atte a ridurre il fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali.
      3. I criteri per la raccolta e l'elaborazione delle informazioni relative ai rischi e ai danni derivanti da infortunio durante l'attività lavorativa sono individuati nelle norme UNI, riguardanti i parametri per la classificazione dei casi di infortunio e i criteri per il calcolo degli indici di frequenza e gravità, e loro successivi aggiornamenti.
      4. Con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale e del Ministro della salute, sentita la Commissione di cui all'articolo 35, possono essere individuati i criteri integrativi di quelli di cui al comma 3 in relazione a particolari rischi.
      5. I criteri per la raccolta e l'elaborazione delle informazioni relative ai rischi e ai danni derivanti dalle malattie professionali, nonché ad altre malattie e forme patologiche eziologicamente collegate al lavoro, sono individuati con decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale e del Ministro della salute, sentita la Commissione di cui all'articolo 35, sulla base delle norme di buona tecnica.

TITOLO II

LUOGHI DI LAVORO

Art. 41.

(Definizioni).

      1. Ai fini dell'applicazione delle disposizioni di cui al presente titolo si intendono per luoghi di lavoro i luoghi destinati a contenere posti di lavoro, ubicati all'interno dell'azienda o dell'unità produttiva, nonché ogni altro luogo accessibile da parte dei lavoratori nell'ambito delle proprie attività.
      2. Le disposizioni del presente titolo non si applicano:

          a) ai mezzi di trasporto;

          b) alle industrie estrattive;

          c) ai pescherecci;

          d) ai campi, boschi e altri terreni facenti parte di una impresa agricola o forestale, ma situati fuori dall'area edificata dell'azienda.

Art. 42.

(Requisiti di sicurezza e di salute).

      1. I luoghi di lavoro devono essere conformi ai requisiti generali di salute e sicurezza di cui all'allegato III o, qualora si tratti di cantieri temporanei o mobili, a quelle di cui all'allegato IV.

      2. I luoghi di lavoro realizzati secondo le norme di buona tecnica di cui all'articolo 5, comma 1, lettera n), si considerano rispondenti ai requisiti di cui al comma 1 del presente articolo.
      3. Le disposizioni legislative relative a elementi di natura tecnica di cui ai titoli II e VI del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547, ai capi II, III, VIII e IX del decreto del Presidente della Repubblica 7 gennaio 1956, n. 164, e ai capi I, II, III, IV, V, VI, VII VIII, IX e XI del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 320, e successive modificazioni, si considerano norme di buona tecnica.
      4. Le disposizioni legislative relative alle procedure di sicurezza contenute nelle normative richiamate al comma 3 si considerano buone prassi.

Art. 43.

(Obblighi del datore di lavoro).

      1. Fermo restando quanto disposto dal titolo I il datore di lavoro provvede affinché:

          a) i luoghi di lavoro siano rispondenti ai requisiti generali di cui all' articolo 42, comma 1;

          b) siano adottate, previa consultazione del rappresentante per la sicurezza, le misure alternative che garantiscano un livello di sicurezza equivalente, qualora vincoli urbanistici o architettonici ostino all'attuazione di quanto previsto alla lettera a). Le misure, nel caso di cui alla presente lettera, sono autorizzate dall'organo di vigilanza competente per territorio;

          c) le vie di circolazione che conducono a uscite o ad uscite di emergenza e le uscite o le uscite di emergenza medesime siano sgombre allo scopo di consentirne l'utilizzo in ogni momento;

          d) i luoghi di lavoro, gli impianti e i dispositivi siano sottoposti a regolare manutenzione tecnica e vengano eliminati, quanto più rapidamente possibile, i difetti rilevati che possano pregiudicare la sicurezza e la salute dei lavoratori;
          e) i luoghi di lavoro, gli impianti e i dispositivi siano sottoposti a regolare pulitura, al fine di assicurare condizioni igieniche adeguate;

          f) gli impianti e i dispositivi di sicurezza, destinati alla prevenzione o all'eliminazione dei pericoli, siano sottoposti a regolare manutenzione e al controllo del loro funzionamento.

Art. 44.

(Locali sotterranei).

      1. È vietato adibire al lavoro locali chiusi sotterranei o semisotterranei.
      2. In deroga a quanto previsto dal comma 1, possono essere destinati al lavoro locali sotterranei o semisotterranei, quando ricorrono particolari esigenze tecniche. In tali casi il datore di lavoro provvede ad assicurare idonee condizioni di aerazione, di illuminazione e microclimatiche.
      3. L'organo di vigilanza può consentire l'uso dei locali sotterranei e semisotterranei anche per altre lavorazioni per le quali non ricorrono le esigenze tecniche, quando tali lavorazioni non diano luogo ad emissioni di agenti nocivi, sempre che siano rispettate le norme della presente legge e si sia provveduto ad assicurare le condizioni di cui al comma 2.

TITOLO III

ATTREZZATURE DI LAVORO

Capo I

DISPOSIZIONI GENERALI

Art. 45.

(Definizioni).

      1. Agli effetti delle disposizioni di cui al presente titolo si intende per:

          a) attrezzatura di lavoro: qualsiasi macchina, apparecchio, utensile o impianto destinato ad essere usato durante il lavoro;

          b) uso di un'attrezzatura di lavoro: qualsiasi operazione lavorativa connessa ad un'attrezzatura di lavoro, quali la messa in servizio o fuori servizio, l'impiego, il trasporto, la riparazione, la trasformazione, la manutenzione, la pulizia, lo smontaggio;

          c) zona pericolosa: qualsiasi zona all'interno ovvero in prossimità di un'attrezzatura di lavoro nella quale la presenza di un lavoratore costituisce un rischio per la salute o la sicurezza dello stesso;

          d) lavoratore esposto: qualsiasi lavoratore che si trova in una zona pericolosa;

          e) operatore: il lavoratore incaricato dell'uso di un'attrezzatura di lavoro;

          f) lavoro in quota: attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 metri rispetto a un piano stabile.

Art. 46.

(Requisiti di sicurezza).

      1. Le attrezzature di lavoro messe a disposizione dei lavoratori devono essere conformi alle relative norme legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto, emanate ai sensi del Trattato istitutivo della Comunità europea.
      2. In assenza delle disposizioni legislative e regolamentari di cui al comma 1, le attrezzature di lavoro devono essere conformi ai requisiti generali di sicurezza di cui all'allegato V.
      3. Tutte le attrezzature di lavoro messe a disposizione dei lavoratori antecedentemente alla data di entrata in vigore delle norme legislative e regolamentari di recepimento delle direttive comunitarie di cui al comma 1 devono essere conformi ai requisiti generali di sicurezza di cui al comma 2.
      4. Le attrezzature di lavoro rispondenti alle norme di buona tecnica di cui all'articolo 5, comma 1, lettera n), si considerano conformi ai requisiti di cui ai commi 2 e 3 del presente articolo.
      5. Le disposizioni legislative di carattere costruttivo di cui ai titoli II, III, IV, V e VI del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955, n. 547, ai capi II, IV, V, VI e VII del decreto del Presidente della Repubblica 7 gennaio 1956, n.164, ai capi II, III e IV del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 320, e successive modificazioni, all'articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1956, n. 323, e al decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 2 settembre 1968, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 242 del 23 settembre 1968, si considerano norme di buona tecnica.
      6. Le disposizioni legislative relative a procedure organizzative e comportamentali di sicurezza e salute contenute nella normativa richiamata al comma 5 si considerano buone prassi.

Art. 47.

(Obblighi del datore di lavoro).

      1. Il datore di lavoro mette a disposizione dei lavoratori attrezzature adeguate al lavoro da svolgere o adattate a tali scopi e rispondenti ai requisiti di idoneità ai fini della salute e della sicurezza, di cui all'articolo 46.
      2. All'atto della scelta delle attrezzature di lavoro, il datore di lavoro prende in considerazione:

          a) le condizioni e le caratteristiche specifiche del lavoro da svolgere;

          b) i rischi presenti nell'ambiente di lavoro;

          c) i rischi derivanti dall'impiego delle stesse attrezzature di lavoro.

      3. Qualora non sia possibile assicurare pienamente, in applicazione delle disposizioni di cui al comma 2, la sicurezza e la salute degli operatori e dei lavoratori esposti durante l'uso delle attrezzature di lavoro, il datore di lavoro adotta le misure tecniche e organizzative adeguate per ridurre al minimo i rischi connessi all'uso delle medesime attrezzature di lavoro.
      4. Il datore di lavoro prende le misure necessarie affinché le attrezzature di lavoro siano:

          a) installate in conformità alle istruzioni del fabbricante;

          b) utilizzate correttamente in conformità a quanto previsto dall'allegato VI e al comma 6 dell'articolo 46;

          c) oggetto di idonea manutenzione al fine di garantire nel tempo la rispondenza ai requisiti generali di sicurezza di cui all'allegato V e corredate, ove necessario, da apposite istruzioni d'uso.

      5. Qualora le attrezzature di lavoro richiedano per il loro impiego conoscenze o responsabilità particolari in relazione ai loro rischi specifici, il datore di lavoro si assicura che:

          a) l'uso dell'attrezzatura di lavoro sia riservato ai lavoratori allo scopo incaricati;

          b) in caso di riparazione, di trasformazione o manutenzione, i lavoratori interessati siano qualificati in maniera specifica per svolgere tali compiti.

      6. Il datore di lavoro, secondo la normativa vigente, provvede affinché le attrezzature di lavoro di cui all'allegato VII siano sottoposte:

          a) a verifica iniziale dopo ogni installazione, al fine di assicurarne il corretto montaggio e il buon funzionamento;

          b) a verifiche periodiche, secondo quanto stabilito nell'allegato VII;

          c) a verifiche straordinarie, al fine di garantire il mantenimento di buone condizioni di sicurezza, ogni volta che intervengano eventi eccezionali che possano avere conseguenze pregiudizievoli per la sicurezza delle attrezzature di lavoro, quali trasformazioni, incidenti, fenomeni naturali o periodi prolungati di inattività.

      7. I risultati delle verifiche di cui al comma 6 devono essere riportati per iscritto e, almeno quelli relativi alle ultime tre verifiche, devono essere conservati e tenuti a disposizione degli organi di vigilanza.
      8. Qualora le attrezzature di lavoro sottoposte alle verifiche di cui al comma 6 siano usate al di fuori dell'impresa devono essere accompagnate da un documento attestante l'esecuzione dell'ultima verifica.

Art. 48.

(Obblighi del datore di lavoro per l'uso di attrezzature nei lavori temporanei in quota).

      1. Il datore di lavoro, nei casi in cui i lavori temporanei in quota non possano essere eseguiti in condizioni di sicurezza e in condizioni ergonomiche adeguate, sceglie le attrezzature di lavoro più idonee a garantire e a mantenere condizioni di lavoro sicure, in conformità ai seguenti criteri:

          a) priorità alle misure di protezione collettiva rispetto alle misure di protezione individuale, in particolare, mediante solidi parapetti sufficientemente alti dotati almeno di un fermapiede, di un corrimano e di un corrente intermedio o di altro mezzo equivalente;

          b) dimensioni delle attrezzature di lavoro confacenti alla natura dei lavori da eseguire, alle sollecitazioni prevedibili e ad una circolazione priva di rischi.

      2. L'utilizzo da parte del datore di lavoro per i lavori temporanei in quota di scale a pioli, di ponteggi e di sistemi di accesso e di posizionamento mediante funi deve essere conforme alle prescrizioni minime di sicurezza di cui all'allegato VIII.

Art. 49.

(Informazione e formazione).

      1. Nell'adempimento degli obblighi di cui agli articoli 28 e 29, il datore di lavoro provvede affinché, per ogni attrezzatura di lavoro messa a disposizione, i lavoratori incaricati dell'uso dispongano di ogni necessaria informazione e istruzione e ricevano una formazione adeguata in rapporto alla sicurezza relativamente:

          a) alle condizioni di impiego delle attrezzature di lavoro anche sulla base delle conclusioni eventualmente tratte dalle esperienze acquisite nella fase di utilizzazione delle medesime attrezzature;

          b) alle situazioni anormali prevedibili.

      2. Il datore di lavoro provvede altresì a informare i lavoratori sui rischi cui sono esposti durante l'uso delle attrezzature di lavoro, sulle attrezzature di lavoro presenti nell'ambiente immediatamente circostante, anche se da essi non usate direttamente, nonché sui cambiamenti di tali attrezzature.
      3. Le informazioni e le istruzioni d'uso devono risultare comprensibili ai lavoratori interessati.
      4. Il datore di lavoro provvede affinché i lavoratori incaricati dell'uso delle attrezzature che richiedono conoscenze e responsabilità particolari, di cui all'articolo 47, comma 5, ricevano una formazione adeguata e specifica che li metta in grado di usare tali attrezzature in modo idoneo e sicuro anche in relazione ai rischi causati ad altre persone.
      5. In sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano sono individuati i soggetti formatori, la durata, gli indirizzi e i requisiti minimi di validità della formazione di cui ai punti 3.6 e 4.1, lettera f), dell'allegato VIII.

Capo II

PONTEGGI METALLICI FISSI

Art. 50.

(Autorizzazione alla costruzione e all'impiego).

      1. La costruzione e l'impiego dei ponteggi le cui strutture portanti sono costituite totalmente o parzialmente da elementi metallici sono disciplinati dalle norme del presente capo.
      2. Per ciascun tipo di ponteggio metallico il fabbricante deve chiedere al Ministero del lavoro e della previdenza sociale l'autorizzazione all'impiego, corredando la domanda di una relazione nella quale devono essere specificati gli elementi di cui all'articolo 51.
      3. L'autorizzazione di cui al comma 2 è soggetta a rinnovo ogni dieci anni per verificare l'adeguatezza del ponteggio all'evoluzione del progresso tecnico.
      4. Chiunque intende impiegare ponteggi metallici deve farsi rilasciare dal fabbricante copia conforme dell'autorizzazione di cui al comma 2 del presente articolo, nonché delle istruzioni e degli schemi elencati all'articolo 51, comma 1, lettere d), e), f) e g).

Art. 51.

(Relazione tecnica).

      1. La relazione di cui all'articolo 50, comma 2, deve contenere:

          a) la descrizione degli elementi che costituiscono il ponteggio, le loro dimensioni con le tolleranze ammissibili e lo schema dell'insieme;

          b) le caratteristiche di resistenza dei materiali impiegati e i coefficienti di sicurezza adottati per i singoli materiali;

          c) l'indicazione delle prove di carico, a cui sono stati sottoposti i vari elementi;

          d) il calcolo del ponteggio secondo varie condizioni di impiego;

          e) le istruzioni per le prove di carico del ponteggio;

          f) le istruzioni per il montaggio, l'impiego e lo smontaggio del ponteggio;

          g) gli schemi tipo di ponteggio con l'indicazione dei massimi ammessi di sovraccarico, di altezza dei ponteggi e di larghezza degli impalcati per i quali non sussiste l'obbligo del calcolo per ogni singola applicazione.

Art. 52.

(Progetto).

      1. I ponteggi metallici di altezza superiore a 24 metri e le altre opere provvisionali, costituite da elementi metallici, o di notevole importanza e complessità in rapporto alle loro dimensioni e ai sovraccarichi, devono essere eretti in base a un progetto comprendente:

          a) il calcolo eseguito secondo le istruzioni approvate nell'autorizzazione ministeriale;

          b) il disegno esecutivo.

      2. Dal progetto di cui al comma 1, che deve essere firmato da un ingegnere o da un architetto abilitato a norma di legge all'esercizio della professione, deve risultare quanto occorre per definire il ponteggio nei riguardi dei carichi, delle sollecitazioni e dell'esecuzione.
      3. Copia dell'autorizzazione ministeriale di cui all'articolo 50 e copia del progetto e dei disegni esecutivi di cui al comma 1 del presente articolo devono essere tenute ed esibite, a richiesta degli organi di vigilanza, nei cantieri in cui vengono usati i ponteggi e le opere provvisionali di cui al citato comma 1.

Art. 53.

(Disegno).

      1. Il datore di lavoro, nei cantieri in cui vengono usati ponteggi metallici, deve curare che sia tenuta ed esibita a richiesta degli organi di vigilanza, copia dell'autorizzazione di cui all'articolo 50 e copia del disegno esecutivo di cui all'articolo 52, dai quali risultino:

          a) l'indicazione del tipo di ponteggio usato;

          b) le generalità e la firma del progettista, salvo che nei casi di cui all'articolo 51, comma 1, lettera g);

          c) i sovraccarichi massimi per metro quadrato di impalcato;

          d) l'indicazione degli appoggi e degli ancoraggi.

      2. Quando non sussiste l'obbligo del calcolo, ai sensi dell'articolo 51, comma 1, lettera g), in luogo delle indicazioni di cui al comma 1, lettera b), del presente articolo sono sufficienti le generalità e la firma del responsabile del cantiere.
      3. Il datore di lavoro provvede affinché le eventuali modifiche al ponteggio, che devono essere subito riportate sul disegno esecutivo, restino nell'ambito dello schema tipo che ha giustificato l'esenzione dall'obbligo del calcolo.

Art. 54.

(Nome del fabbricante).

      1. Gli elementi metallici dei ponteggi devono portare impressi, a rilievo o ad incisione, il nome o il marchio del fabbricante.

Art. 55.

(Manutenzione e revisione).

      1. Il datore di lavoro, prima della messa in servizio del ponteggio e successivamente ad intervalli periodici, nonché dopo qualsiasi modifica, ovvero a seguito di violente perturbazioni atmosferiche o scosse sismiche o nel caso di prolungata interruzione del lavoro e conseguente periodo di inutilizzazione del ponteggio o per qualsiasi altra causa che abbia potuto comprometterne la resistenza o la stabilità, deve assicurarsi della verticalità dei montanti, del giusto serraggio dei giunti, dell'efficienza degli ancoraggi e dei controventi, curando l'eventuale sostituzione o il rinforzo degli elementi inefficienti.

TITOLO IV

IMPIANTI E APPARECCHIATURE ELETTRICI

Art. 56.

(Requisiti di sicurezza).

      1. Tutti i materiali, le apparecchiature e gli impianti elettrici devono essere costruiti, installati e mantenuti in modo da prevenire i rischi che possono derivare dal loro uso, anche in condizioni di funzionamento anomalo.
      2. I materiali, le apparecchiature e gli impianti costruiti e installati nel rispetto delle norme di buona tecnica di cui all'articolo 5, comma 1, lettera n), si considerano conformi ai requisiti di cui al comma 1 del presente articolo.
      3. Le procedure di uso e di manutenzione di apparecchiature e di impianti elettrici e le procedure di intervento rispondenti alle buone prassi di cui all'articolo 5, comma 1, lettera o), si considerano conformi ai requisiti di cui comma 1 del presente articolo.

Art. 57.

(Obblighi del datore di lavoro).

      1. Il datore di lavoro mette a disposizione dei lavoratori materiali, apparecchiature e impianti elettrici e adotta procedure di uso e di manutenzione rispondenti ai requisiti di cui all'articolo 56.

Art. 58.

(Lavori sotto tensione).

      1. È vietato eseguire lavori sotto tensione.
      2. Si può derogare al divieto di cui al comma 1:

          a) per tensioni nominali non superiori a 1.000 V in corrente alternata e 1.500 V in corrente continua, purché:

              1) l'ordine di eseguire i lavori su parti in tensione sia dato dal capo responsabile;

              2) siano adottate le necessarie misure atte a garantire l'incolumità dei lavoratori;

          b) per tensioni nominali superiori a 1.000 V in corrente alternata e 1.500 V in corrente continua, purché:

              1) i lavori su parti in tensione siano effettuati da aziende autorizzate a operare sotto tensione;

              2) i lavori su parti in tensione siano affidati a personale abilitato;

              3) sia osservato uno specifico piano di intervento.

Art. 59.

(Lavori in prossimità di linee elettriche nude).

      1. Quando occorre effettuare lavori in prossimità di linee elettriche o in prossimità di impianti con parti attive non protette si deve rispettare almeno una delle seguenti indicazioni:

          a) effettuare la messa fuori tensione e in sicurezza per tutta la durata dei lavori delle parti attive;

          b) applicare ostacoli rigidi che impediscano l'avvicinamento alle parti attive;

          c) tenere in permanenza persone, macchine operatrici, apparecchi di sollevamento, ponteggi e attrezzature a una distanza che non comporti contatti accidentali o esposizione a rischi di scariche elettriche.

Art. 60.

(Protezione dai fulmini).

      1. Il datore di lavoro provvede affinché gli edifici, gli impianti, le strutture e le attrezzature, quando esistono situazioni di rischio di esplosione, di incendio o di altra natura, siano protetti dagli effetti dei fulmini con sistemi di protezione realizzati secondo norme di buona tecnica.

Art. 61.

(Verifiche).

      1. Il datore di lavoro provvede affinché gli impianti di terra, gli impianti di protezione dai fulmini e le installazioni elettriche nelle zone classificate 0, 1, 20 e 21 ai sensi dell'articolo 97 e dell'allegato XIII, parte F, della presente legge, nonché quelli nelle aree adibite a produzione, manipolazione e deposito di materie esplosive siano sottoposti a verifica secondo le modalità previste dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 ottobre 2001, n. 462.

TITOLO V

USO DEI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE

Art. 62.

(Definizioni).

      1. Si intende per dispositivo di protezione individuale (DPI) qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
      2. Non sono DPI:

          a) gli indumenti di lavoro ordinari e le uniformi non specificamente destinati a proteggere la sicurezza e la salute del lavoratore;

          b) le attrezzature dei servizi di soccorso e di salvataggio;

          c) le attrezzature di protezione individuale delle Forze armate, delle Forze di polizia e del personale incaricato dei servizi per il mantenimento dell'ordine pubblico;

          d) le attrezzature di protezione individuale proprie dei mezzi di trasporto stradali;

          e) i materiali sportivi;

          f) i materiali per l'autodifesa o per la dissuasione;

          g) gli apparecchi portatili per individuare e per segnalare rischi e fattori nocivi.

Art. 63.

(Disposizione generale).

      1. I DPI devono essere impiegati quando i rischi non possono essere evitati o sufficientemente ridotti da misure tecniche di prevenzione, da mezzi di protezione collettiva, nonché da misure, metodi o procedimenti di riorganizzazione del lavoro.

Art. 64.

(Obblighi del datore di lavoro).

      1. Il datore di lavoro, ai fini della scelta dei DPI:

          a) effettua l'analisi e la valutazione dei rischi che non possono essere evitati con altri mezzi;

          b) individua le caratteristiche dei DPI necessarie affinché questi:

              1) siano adeguati ai rischi da prevenire, senza comportare di per sé un rischio maggiore;

              2) siano adeguati alle condizioni esistenti sul luogo di lavoro;

              3) tengano conto delle esigenze ergonomiche o di salute del lavoratore;

              4) possano essere adattati all'utilizzatore secondo le sue necessità;

              5) in caso di rischi multipli che richiedono l'uso simultaneo di più DPI, questi siano tra loro compatibili e tali da mantenere, anche nell'uso simultaneo, la propria efficacia nei confronti del rischio o dei rischi corrispondenti;

          c) valuta, sulla base delle informazioni a corredo dei DPI fornite dal fabbricante e dei criteri di cui all'articolo 65, le caratteristiche dei DPI disponibili sul mercato e le raffronta con quelle individuate alla lettera b);

          d) aggiorna la scelta ogni qualvolta intervenga una variazione significativa negli elementi di valutazione.

      2. Il datore di lavoro, anche sulla base dei criteri di cui all'articolo 65, individua le condizioni in cui un DPI deve essere usato, specie per quanto riguarda la durata dell'uso, in funzione di:

          a) entità del rischio;

          b) frequenza dell'esposizione al rischio;

          c) caratteristiche del posto di lavoro di ciascun lavoratore;

          d) prestazioni del DPI.

      3. Il datore di lavoro fornisce ai lavoratori i DPI conformi ai requisiti previsti dal decreto legislativo 4 dicembre 1992, n. 475, e successive modificazioni.
      4. Il datore di lavoro:

          a) mantiene in efficienza i DPI e ne assicura le condizioni d'igiene, mediante la manutenzione, le riparazioni e le sostituzioni necessarie;

          b) provvede affinché i DPI siano utilizzati soltanto per gli usi previsti, salvo casi specifici ed eccezionali, conformemente alle informazioni del fabbricante;

          c) fornisce istruzioni comprensibili per i lavoratori;

          d) destina ogni DPI ad un uso personale e, qualora le circostanze richiedano l'uso di uno stesso DPI da parte di più persone, prende misure adeguate affinché tale uso non ponga alcun problema sanitario e igienico ai vari utilizzatori;

          e) informa preliminarmente il lavoratore dei rischi dai quali il DPI lo protegge;

          f) rende disponibile nell'azienda o nell'unità produttiva informazioni adeguate su ogni DPI;

          g) assicura una formazione adeguata e organizza, se necessario, uno specifico addestramento circa l'uso corretto e l'utilizzo pratico dei DPI. In ogni caso l'addestramento è indispensabile:

              1) per ogni DPI che, ai sensi del decreto legislativo 4 dicembre 1992, n. 475, e successive modificazioni, appartiene alla terza categoria;

              2) per i DPI dell'udito.

Art. 65.

(Criteri per la scelta e l'uso).

      1. Ai fini della scelta e dell'uso dei DPI si tiene conto dei criteri indicativi di cui all'allegato IX e delle norme di buona tecnica in materia.

TITOLO VI

SEGNALETICA DI SICUREZZA

Art. 66.

(Campo di applicazione).

      1. Il presente titolo stabilisce le prescrizioni per la segnaletica di sicurezza e di salute sul luogo di lavoro.
      2. Le disposizioni del presente titolo non si applicano alla segnaletica impiegata per regolare il traffico stradale, ferroviario, fluviale, marittimo e aereo.

Art. 67.

(Definizioni).

      1. Ai fini del presente titolo si intende per:

          a) segnaletica di sicurezza e di salute sul luogo di lavoro, di seguito denominata «segnaletica di sicurezza»: una segnaletica che, riferita ad un oggetto, ad un'attività o ad una situazione determinata, fornisce una indicazione o una prescrizione concernente la sicurezza o la salute sul luogo di lavoro, e che utilizza, a seconda dei casi, un cartello, un colore, un segnale luminoso o acustico, una comunicazione verbale o un segnale gestuale;

          b) segnale di divieto: un segnale che vieta un comportamento che potrebbe far correre o causare un pericolo;

          c) segnale di avvertimento: un segnale che avverte di un rischio o di un pericolo;

          d) segnale di prescrizione: un segnale che prescrive un determinato comportamento;

          e) segnale di salvataggio o di soccorso: un segnale che fornisce indicazioni relative alle uscite di sicurezza o ai mezzi di soccorso o di salvataggio;

          f) segnale di informazione: un segnale che fornisce indicazioni diverse da quelle specificate alle lettere da b) ad e);

          g) cartello: un segnale che, mediante combinazione di una forma geometrica, di colori e di un simbolo o pittogramma, fornisce una indicazione determinata, la cui visibilità è garantita da una illuminazione di intensità sufficiente;

          h) cartello supplementare: un cartello impiegato con un cartello del tipo indicato alla lettera g) e che fornisce indicazioni complementari;

          i) colore di sicurezza: un colore al quale è assegnato un significato determinato;

          l) simbolo o pittogramma: un'immagine che rappresenta una situazione o che prescrive un determinato comportamento, impiegata su un cartello o su una superficie luminosa;

          m) segnale luminoso: un segnale emesso da un dispositivo costituito da materiale trasparente o semitrasparente, che è illuminato dall'interno o dal retro in modo da apparire esso stesso come una superficie luminosa;

          n) segnale acustico: un segnale sonoro in codice emesso e diffuso da un apposito dispositivo, senza impiego di voce umana o di sintesi vocale;

          o) comunicazione verbale: un messaggio verbale predeterminato, con impiego di voce umana o di sintesi vocale;

          p) segnale gestuale: un movimento o una posizione delle braccia o delle mani in forma convenzionale per guidare persone che effettuano manovre implicanti un rischio o un pericolo attuale per i lavoratori.

Art. 68.

(Obblighi del datore di lavoro).

      1. Quando, a seguito della valutazione effettuata in conformità all'articolo 7, risultano rischi che non possono essere evitati o sufficientemente limitati con misure, metodi o sistemi di organizzazione del lavoro, o con mezzi tecnici di protezione collettiva, il datore di lavoro fa ricorso alla segnaletica di sicurezza, in conformità alle prescrizioni di cui all'allegato X.
      2. Il datore di lavoro, per regolare il traffico all'interno dell'impresa o dell'unità produttiva, fa ricorso, se del caso, alla segnaletica prevista dalla legislazione vigente relativa al traffico stradale, ferroviario, fluviale, marittimo o aereo, fatto salvo quanto previsto nell'allegato X.

Art. 69.

(Informazione e formazione).

      1. Nell'ambito degli obblighi di cui agli articoli 28 e 29, il datore di lavoro provvede affinché:

          a) i rappresentanti per la sicurezza siano informati sulle misure da adottare riguardo alla segnaletica di sicurezza da impiegare sul luogo di lavoro;

          b) i lavoratori ricevano una formazione adeguata, in particolare sotto forma di istruzioni precise concernenti il significato della segnaletica di sicurezza, in particolare quando questa implica l'uso di gesti o di parole, nonché i comportamenti generali e specifici da seguire.

TITOLO VII

MOVIMENTAZIONE MANUALE DEI CARICHI

Art. 70.

(Campo di applicazione).

      1. Le norme del presente titolo si applicano alle attività che comportano la movimentazione manuale dei carichi, da cui possa derivare il rischio di lesioni dorso-lombari o di altri infortuni per i lavoratori durante il lavoro.
      2. Si intende per:

          a) movimentazione manuale dei carichi: le operazioni di trasporto o di sostegno di un carico ad opera di uno o più lavoratori, comprese le azioni del sollevare, deporre, spingere, tirare, portare o spostare un carico che, per le sue caratteristiche o in conseguenza delle condizioni ergonomiche sfavorevoli, comporta, tra l'altro, rischi di lesioni dorso-lombari;

          b) lesioni dorso-lombari: lesioni a carico delle strutture osteomiotendinee e nerveovascolari a livello dorso-lombare.

Art. 71.

(Obblighi dei datori di lavoro).

      1. Il datore di lavoro adotta le misure organizzative necessarie o ricorre a mezzi appropriati, in particolare ad attrezzature meccaniche, per evitare la necessità di una movimentazione manuale dei carichi da parte dei lavoratori.
      2. Qualora non sia possibile evitare la movimentazione manuale dei carichi ad opera dei lavoratori, il datore di lavoro adotta le misure organizzative necessarie, ricorre ai mezzi appropriati o fornisce ai lavoratori stessi i mezzi adeguati, allo scopo di ridurre il rischio che comporta la movimentazione manuale di tali carichi, tenendo conto di quanto disposto dall'allegato XI, e in particolare:

          a) organizza i posti di lavoro in modo che la movimentazione sia quanto più possibile sicura e sana;

          b) valuta, se possibile preliminarmente, le condizioni di sicurezza e di salute connesse al lavoro e tiene conto in particolare delle caratteristiche del carico, in relazione a quanto disposto dall'allegato XI, punto 1;

          c) evita o riduce i rischi, in particolare di lesioni dorso-lombari, adottando le misure adeguate, considerando in particolare le caratteristiche dell'ambiente di lavoro e le esigenze connesse all'attività, in relazione a quanto disposto dall'allegato XI, punti 3 e 4;

          d) sottopone i lavoratori alla sorveglianza sanitaria di cui all'articolo 23, sulla base della valutazione del rischio e dei fattori individuali di rischio di cui all'allegato XI, punto 5.

      3. Le norme di buona tecnica di cui all'articolo 5, comma 1, lettera n), si considerano conformi ai criteri indicati nell'allegato XI.

Art. 72.

(Informazione e formazione).

      1. Nell'ambito degli obblighi di cui agli articoli 28 e 29, il datore di lavoro fornisce ai lavoratori informazioni e assicura una formazione adeguata, in particolare per quanto riguarda:

          a) il peso di un carico;

          b) il centro di gravità o il lato più pesante nel caso in cui il contenuto di un imballaggio abbia una collocazione eccentrica;

          c) la movimentazione corretta dei carichi e i rischi che i lavoratori corrono se queste attività non vengono eseguite in maniera corretta, tenuto conto degli elementi di cui all'allegato XI.

TITOLO VIII

USO DI ATTREZZATURE MUNITE DI VIDEOTERMINALI

Art. 73.

(Campo di applicazione).

      1. Le norme del presente titolo si applicano alle attività lavorative che comportano l'uso di attrezzature munite di videoterminali.
      2. Le norme del presente titolo non si applicano ai lavoratori addetti:

          a) ai posti di guida di veicoli o di macchine;

          b) ai sistemi informatici montati a bordo di un mezzo di trasporto;

          c) ai sistemi informatici destinati in modo prioritario all'utilizzazione da parte del pubblico;

          d) ai sistemi denominati «portatili» qualora non siano oggetto di utilizzazione prolungata in un posto di lavoro;

          e) alle macchine calcolatrici, ai registratori di cassa e a tutte le attrezzature munite di un piccolo dispositivo di visualizzazione dei dati o delle misure, necessario all'uso diretto della stessa attrezzatura;

          f) alle macchine di videoscrittura senza schermo separato.

Art. 74.

(Definizioni).

      1. Ai fini del presente titolo si intende per:

          a) videoterminale: uno schermo alfanumerico o grafico a prescindere dal tipo di procedimento di visualizzazione utilizzato;

          b) posto di lavoro: l'insieme che comprende le attrezzature munite di videoterminale, eventualmente con tastiera ovvero con altro sistema di immissione dati, ovvero con software per l'interfaccia uomo-macchina, gli accessori opzionali, le apparecchiature connesse, comprendenti l'unità a dischi, il telefono, il modem, la stampante, il supporto per i documenti, la sedia, il piano di lavoro, nonché l'ambiente di lavoro immediatamente circostante;

          c) lavoratore: il lavoratore che utilizza un'attrezzatura munita di videoterminale in modo sistematico e abituale, per almeno venti ore settimanali, dedotte le interruzioni di cui all'articolo 77.

Art. 75.

(Requisiti di sicurezza e di salute).

      1. I posti di lavoro dei lavoratori di cui all'articolo 74, comma 1, lettera c), devono essere conformi ai requisiti minimi di cui all'allegato XII.
      2. I posti di lavoro conformi alle norme di buona tecnica di cui all'articolo 5, comma 1, lettera n), si considerano rispondenti ai requisiti minimi di cui al comma 1 del presente articolo.
      3. Le linee guida d'uso dei videoterminali di cui al decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale 2 ottobre 2000, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 244 del 18 ottobre 2000, si considerano buone prassi.

Art. 76.

(Obblighi del datore di lavoro).

      1. Il datore di lavoro, all'atto della valutazione del rischio di cui all'articolo 7, analizza i posti di lavoro con particolare riguardo ai rischi per la vista e all'affaticamento fisico o mentale.

      2. Il datore di lavoro adotta le misure appropriate per ovviare ai rischi riscontrati in base alle valutazioni di cui al comma 1, tenendo conto della somma ovvero della combinazione dell'incidenza dei rischi riscontrati.

Art. 77.

(Svolgimento quotidiano del lavoro).

      1. Il lavoratore, qualora svolga la sua attività per almeno quattro ore consecutive, ha diritto ad un'interruzione dell'attività mediante pause ovvero cambiamento di attività.
      2. Le modalità delle interruzioni di cui al comma 1 sono stabilite dalla contrattazione collettiva anche aziendale.
      3. In assenza di una disposizione contrattuale riguardante l'interruzione di cui al comma 1, il lavoratore ha comunque diritto ad una pausa di quindici minuti ogni centoventi minuti di applicazione continuativa al videoterminale.
      4. Le modalità e la durata delle interruzioni possono essere stabilite temporaneamente a livello individuale ove il medico competente ne evidenzi la necessità.
      5. È comunque esclusa la cumulabilità delle interruzioni all'inizio e al termine dell'orario di lavoro.
      6. Nel computo dei tempi di interruzione non sono compresi i tempi di attesa della risposta da parte del sistema elettronico, che sono considerati, a tutti gli effetti, tempo di lavoro, ove il lavoratore non possa abbandonare il posto di lavoro.
      7. La pausa è considerata a tutti gli effetti parte integrante dell'orario di lavoro e, come tale, non è riassorbibile all'interno di accordi che prevedono la riduzione dell'orario complessivo di lavoro.

Art. 78.

(Sorveglianza sanitaria).

      1. Il lavoratore è sottoposto alla sorveglianza sanitaria di cui all'articolo 23:

          a) prima di essere addetto alle attività di cui al presente titolo;

          b) periodicamente, con la periodicità stabilita dal medico competente;

          c) allorché subentrino disturbi visivi attribuibili all'attività su videoterminale.

      2. Qualora il medico competente ne evidenzi la necessità, il lavoratore è sottoposto ad esami specialistici.
      3. Il datore di lavoro fornisce, a sue spese, al lavoratore i dispositivi speciali di correzione, in funzione dell'attività svolta, qualora i risultati degli esami di cui ai commi 1 e 2 ne evidenzino la necessità e non sia possibile utilizzare i dispositivi normali di correzione.

Art. 79.

(Informazione e formazione).

      1. Nell'ambito degli obblighi di cui agli articoli 28 e 29, il datore di lavoro fornisce ai lavoratori informazioni e assicura un'adeguata formazione, in particolare per quanto riguarda:

          a) le misure applicabili al posto di lavoro, in base ai requisiti di cui all'articolo 75;

          b) le modalità di svolgimento dell'attività;

          c) la protezione degli occhi e della vista.

TITOLO IX

PROTEZIONE DA AGENTI CHIMICI PERICOLOSI

Capo I

DISPOSIZIONI GENERALI PER GLI AGENTI CHIMICI

Art. 80.

(Campo di applicazione).

      1. Il presente titolo determina i requisiti minimi per la protezione dei lavoratori contro i rischi per la salute e la sicurezza che derivano, o possono derivare, dagli effetti di agenti chimici presenti sul luogo di lavoro o come risultato di ogni attività lavorativa che comporta la presenza di agenti chimici.
      2. I requisiti individuati dal presente titolo si applicano a tutti gli agenti chimici pericolosi che sono presenti sul luogo di lavoro, fatte salve le disposizioni relative agli agenti chimici per i quali trovano applicazione provvedimenti di protezione radiologica disciplinati dal decreto legislativo 17 marzo 1995, n. 230, e successive modificazioni.
      3. Le disposizioni del presente titolo si applicano altresì al trasporto di agenti chimici pericolosi, fatte salve le disposizioni specifiche contenute nei decreti del Ministro dei trasporti e della navigazione 4 settembre 1996, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 282 del 2 dicembre 1996, e successive modificazioni, e 3 maggio 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 129 del 6 giugno 2001, e successive modificazioni, nel decreto legislativo 13 gennaio 1999, n. 41, e successive modificazioni, nonché le disposizioni del codice marittimo internazionale per il trasporto delle merci pericolose (IMDG), del codice internazionale dell'IMO per la costruzione e le dotazioni delle navi addotte al trasporto alla rinfusa di prodotti chimici pericolosi (IBC) e del codice internazionale dell'IMO per la costruzione e le dotazioni delle navi adibite al trasporto alla rinfusa di gas liquefatti (IGC), della direttiva 2002/59/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 giugno 2002, le disposizioni dell'Accordo europeo relativo al trasporto internazionale di merci pericolose per vie navigabili interne (ADN) e del Regolamento per il trasporto delle sostanze pericolose sul Reno (ADNR), come incorporate nella normativa comunitaria, e le istruzioni tecniche per il trasporto sicuro di merci pericolose vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge.
      4. Per le attività comportanti rischio di esposizione ad amianto si applicano le disposizioni particolari di cui al capo III.

Art. 81.

(Definizioni).

      1. Ai fini del presente capo, si intende per:

          a) agenti chimici: tutti gli elementi o composti chimici, sia da soli sia nelle loro miscele, allo stato naturale od ottenuti, utilizzati o smaltiti, compreso lo smaltimento come rifiuti, mediante qualsiasi attività lavorativa, siano essi prodotti intenzionalmente o casualmente e siano essi immessi o non immessi sul mercato;

          b) agenti chimici pericolosi:

              1) gli agenti chimici classificati come sostanze pericolose ai sensi del decreto legislativo 3 febbraio 1997, n. 52, e successive modificazioni, nonché gli agenti che rispondono ai criteri di classificazione come sostanze pericolose di cui al medesimo decreto legislativo, indipendentemente dal fatto che tali sostanze siano classificate nell'ambito dello stesso decreto legislativo. Sono escluse le sostanze pericolose solo per l'ambiente;

              2) agenti chimici classificati come preparati pericolosi ai sensi del decreto legislativo 14 marzo 2003, n. 65, nonché gli agenti che rispondono ai criteri di classificazione come preparati pericolosi di cui al medesimo decreto legislativo, indipendentemente dal fatto che tali preparati siano classificati nell'ambito dello stesso decreto legislativo. Sono esclusi i preparati pericolosi solo per l'ambiente;

              3) agenti chimici che, pur non essendo classificabili come pericolosi ai sensi dei numeri 1) e 2), possono comportare un rischio per la sicurezza e la salute dei lavoratori a causa di loro proprietà chimico-fisiche, chimiche o tossicologiche e del modo in cui sono utilizzati o presenti sul luogo di lavoro, ivi compresi gli agenti chimici cui è stato assegnato un valore limite di esposizione professionale;

          c) agenti cancerogeni:

              1) agenti chimici pericolosi di cui alla lettera b), che rispondono ai criteri per la classificazione quali categorie cancerogene 1 o 2 stabiliti ai sensi dei decreti legislativi richiamati nella stessa lettera b);

              2) una sostanza, un preparato o un processo di cui all'allegato XIII, parte A, nonché una sostanza o un preparato prodotti durante un processo previsto dal medesimo allegato XIII, parte A;

          d) agenti mutageni: agenti chimici pericolosi di cui alla lettera b), che rispondono ai criteri per la classificazione come categorie mutagene 1 o 2 ai sensi dei decreti legislativi richiamati nella stessa lettera b);

          e) attività che comporta la presenza di agenti chimici: ogni attività lavorativa in cui sono utilizzati agenti chimici, o se ne prevede l'utilizzazione, in ogni tipo di procedimento, compresi la produzione, la manipolazione, l'immagazzinamento, il trasporto o l'eliminazione e il trattamento dei rifiuti, o che risultino da tale attività lavorativa;

          f) valore limite di esposizione professionale: se non diversamente specificato, il limite della concentrazione media ponderata nel tempo di un agente nell'aria all'interno della zona di respirazione di un lavoratore in relazione a un determinato periodo di riferimento; un primo elenco di tali valori limite e il periodo di riferimento sono riportati nell'allegato XIII, parte B;

          g) valore limite biologico: il limite della concentrazione del relativo agente, di un suo metabolita, o di un indicatore di effetto, nell'appropriato mezzo biologico; un primo elenco di tali valori limite è riportato nell'allegato XIII, parte C.

Art. 82.

(Valutazione dei rischi).

      1. Nell'adempiere agli obblighi di cui all'articolo 7, il datore di lavoro determina preliminarmente l'eventuale presenza di agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro e, se presenti, valuta tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori derivanti da tali agenti, tenendo conto in particolare dei seguenti elementi:

          a) le loro proprietà pericolose;

          b) le informazioni sulla salute e la sicurezza comunicate dal produttore o dal fornitore tramite la scheda informativa in materia di sicurezza predisposta ai sensi dei decreti legislativi 3 febbraio 1997, n. 52, e successive modificazioni, e 14 marzo 2003, n. 65;

          c) le ulteriori informazioni, necessarie per la completa valutazione del rischio, che il fornitore o il produttore è tenuto a dare, anche ai sensi dell'articolo 2 del decreto del Ministro della salute 7 settembre 2002, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 252 del 26 ottobre 2002, e successive modificazioni;

          d) il livello, il tipo e la durata dell'esposizione, tenendo conto delle possibili vie d'introduzione nell'organismo, compreso l'assorbimento cutaneo, anche in relazione allo stato di aggregazione degli agenti stessi;

          e) le circostanze in cui viene svolto il lavoro in presenza di tali agenti, comprese la quantità e la concentrazione degli stessi;

          f) i valori limite di esposizione professionale o i valori limite biologici;

          g) gli effetti delle misure preventive adottate o da adottare;

          h) le conclusioni tratte dalla sorveglianza sanitaria già in corso, se disponibili.

      2. Nella valutazione dei rischi devono essere incluse le attività, ivi compresa la manutenzione, per le quali è prevedibile la possibilità di esposizione significativa o che, per altri motivi, possono provocare effetti nocivi per la salute e la sicurezza, anche dopo che sono state adottate tutte le misure tecniche.
      3. La valutazione di cui al comma 1 del presente articolo individua le misure di prevenzione e protezione necessarie ai sensi dell'articolo 83 e, ove applicabile,

dell'articolo 84 ed è documentata in conformità all'articolo 7, comma 2.
      4. Nelle attività comportanti rischio di esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni, il documento di cui all'articolo 7, comma 1, lettera b), deve comprendere un'indicazione dettagliata dei seguenti elementi:

          a) le attività lavorative che comportano la presenza di sostanze o di preparati cancerogeni o mutageni o di processi di cui all'allegato XIII, parte A, con l'indicazione dei motivi per i quali sono impiegati agenti cancerogeni o mutageni;

          b) le indagini svolte per la possibile sostituzione degli agenti cancerogeni o mutageni e le sostanze e i preparati eventualmente utilizzati come sostituti;

          c) i quantitativi di sostanze o di preparati cancerogeni o mutageni prodotti ovvero utilizzati;

          d) il numero dei lavoratori esposti ad agenti cancerogeni o mutageni;

          e) la natura dell'esposizione di cui alla lettera d) e il grado della stessa, ove noto;

          f) le misure preventive e protettive applicate e il tipo dei DPI utilizzati.

      5. Il datore di lavoro aggiorna la valutazione, in particolare:

          a) in occasione di cambiamenti significativi che potrebbero averla resa superata;

          b) quando i risultati delle misurazioni di cui all'articolo 84 lo rendono necessario;

          c) quando i risultati della sorveglianza medica ne mostrano la necessità.

      6. Nel caso di attività lavorative che comportano l'esposizione a più agenti chimici pericolosi, i rischi sono valutati in base al rischio che comporta la combinazione di tutti i suddetti agenti chimici.
      7. Nel caso di un'attività nuova che comporta la presenza di agenti chimici pericolosi, tale attività può iniziare solo dopo che si è proceduto alla valutazione dei rischi che essa presenta e all'attuazione di misure di prevenzione.

Art. 83.

(Misure generali per la prevenzione dei rischi).

      1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 6, al fine di garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori in ogni attività che comporta la presenza di agenti chimici pericolosi, il datore di lavoro elimina o riduce al minimo i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori derivanti da tali agenti, adottando le seguenti misure:

          a) progettazione e organizzazione dei sistemi di lavorazione sul luogo di lavoro;

          b) fornitura di attrezzature idonee per il lavoro specifico e relative procedure di manutenzione adeguate;

          c) riduzione al minimo del numero di lavoratori che sono o potrebbero essere esposti, anche isolando le lavorazioni valutate come pericolose; i locali in cui si svolgono lavorazioni comportanti il rischio di esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni devono essere provvisti di adeguati segnali di avvertimento e di sicurezza e accessibili solo ai lavoratori che devono recarvisi per motivi connessi con la loro mansione o funzione;

          d) riduzione al minimo della durata e dell'intensità dell'esposizione;

          e) misure igieniche adeguate;

          f) riduzione al minimo della quantità di agenti presenti sul luogo di lavoro in funzione delle necessità della lavorazione;

          g) procedure di lavoro appropriate, comprese disposizioni che garantiscano la sicurezza nella manipolazione, nell'immagazzinamento e nel trasporto sul luogo di lavoro di agenti chimici pericolosi nonché dei rifiuti che contengono tali agenti chimici;

          h) sistematica e regolare pulitura dei locali, delle attrezzature e degli impianti, comunque adeguata al rischio;

          i) divieti di assumere cibi o bevande o di fumare nelle aree di lavoro;

          l) custodia in condizioni di sicurezza delle materie prime non in corso di lavorazione, dei residui e dei rifiuti, in particolare utilizzando contenitori muniti di una chiusura tale che, tenendo conto della volatilità degli agenti e del loro stato di aggregazione, non ne permetta l'emissione.

      2. Fatta eccezione per le attività comportanti la presenza di agenti cancerogeni o mutageni, se i risultati della valutazione del rischio dimostrano che, in relazione alle quantità di un agente chimico pericoloso presente sul luogo di lavoro, vi è solo un rischio lieve per la sicurezza e la salute dei lavoratori e che le misure adottate ai sensi del comma 1 del presente articolo sono sufficienti a ridurre il rischio, non si applicano le disposizioni di cui agli articoli 84, 85 e 87.

Art. 84.

(Misure specifiche di protezione e di prevenzione).

      1. Il datore di lavoro evita l'utilizzazione di agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro, in particolare sostituendoli con altri agenti o processi che, nelle condizioni di uso, non sono o sono meno pericolosi per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
      2. Fermo restando quanto previsto al comma 1, il datore di lavoro, nelle attività comportanti rischio di esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni, se non è tecnicamente possibile sostituire tali agenti, provvede affinché la produzione o l'utilizzazione dell'agente cancerogeno o mutageno avvenga in un sistema chiuso.
      3. Se il ricorso a quanto previsto nei commi 1 e 2 non è tecnicamente possibile anche in relazione alla natura dell'attività, il datore di lavoro, sulla base della valutazione dei rischi di cui all'articolo 82, provvede affinché l'esposizione sia ridotta per quanto tecnicamente possibile e, in ogni caso, a un livello non superiore al valore limite, mediante l'adozione delle seguenti misure nell'indicato ordine di priorità:

          a) progettazione di appropriati processi lavorativi e controlli tecnici, nonché uso di attrezzature e materiali adeguati;

          b) appropriate misure organizzative;

          c) misure di protezione collettiva alla fonte del rischio, quali adeguata ventilazione generale dell'ambiente di lavoro e aspirazione localizzata. In particolare, le attrezzature di lavoro che comportano pericoli dovuti ad emissioni di agenti chimici pericolosi sotto qualunque forma, quale gas, vapori, liquidi, aerosol, polveri o fibre, devono essere munite di idonei dispositivi di ritenuta o di captazione situati il più vicino possibile al punto di emissione;

          d) misure igieniche congrue con l'entità del rischio; in particolare, sulla base della valutazione del rischio e comunque nelle attività che comportano rischio di esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni, i lavoratori devono essere dotati di idonei indumenti protettivi da riporre in posti separati dagli abiti civili e i DPI devono essere custoditi in luoghi determinati, controllati e puliti dopo ogni utilizzazione, provvedendo altresì a far riparare o sostituire quelli difettosi, prima di ogni nuova utilizzazione;

          e) misure di protezione individuale, compresi i DPI, qualora non si riesca a prevenire con altri mezzi l'esposizione;

          f) sorveglianza sanitaria dei lavoratori ai sensi dell'articolo 88.

      4. Nelle attività di cui al comma 2, il datore di lavoro, oltre alle misure previste al comma 3, limita al massimo la durata dell'esposizione dei lavoratori e permette l'accesso alle aree interessate soltanto alle persone autorizzate.
      5. Salvo che non possa dimostrare con altri mezzi il conseguimento di un adeguato

livello di prevenzione e di protezione, il datore di lavoro provvede periodicamente, e ogni qualvolta sono modificate le condizioni di esposizione, ad effettuare la misurazione degli agenti che possono presentare un rischio per la salute, anche al fine di individuare eventuali esposizioni anomale. La misurazione è effettuata con metodiche standardizzate, di cui un elenco non esaustivo è riportato nell'allegato XIII, parte D, o, in mancanza, con metodiche appropriate, e con particolare riferimento ai valori limite di esposizione professionale e per periodi rappresentativi dell'esposizione stessa.
      6. Se è stato superato un valore limite di esposizione professionale, il datore di lavoro identifica e rimuove le cause dell'evento, adottando immediatamente le misure appropriate.
      7. I risultati delle misurazioni di cui al comma 5 sono allegati al documento di valutazione dei rischi di cui all'articolo 7, comma 1, lettera b), e resi noti ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Il datore di lavoro tiene conto di tali misurazioni per l'adempimento degli obblighi di cui all'articolo 82 o conseguenti ad esso.
      8. Ai fini della protezione dei lavoratori dai rischi derivanti dalle proprietà chimico-fisiche degli agenti chimici, sulla base della valutazione dei rischi e dei princìpi generali di prevenzione, il datore di lavoro adotta le misure tecniche e organizzative adeguate alla natura delle operazioni, compresi l'immagazzinamento, la manipolazione e l'isolamento di agenti chimici incompatibili fra di loro; in particolare, il datore di lavoro previene sul luogo di lavoro la presenza di concentrazioni pericolose di sostanze infiammabili o di quantità pericolose di sostanze chimicamente instabili.
      9. Quando la natura dell'attività non consente di prevenire sul luogo di lavoro la presenza di concentrazioni pericolose di sostanze infiammabili o di quantità pericolose di sostanze chimicamente instabili, il datore di lavoro deve:

          a) evitare la presenza di fonti di accensione che potrebbero dare luogo a incendi o ad esplosioni, ovvero l'esistenza di condizioni avverse che potrebbero provocare danni fisici per i lavoratori ad opera di sostanze o miscele di sostanze chimicamente instabili;

          b) limitare, anche attraverso misure procedurali e organizzative, gli effetti pregiudizievoli sulla salute e nella sicurezza dei lavoratori in caso di incendio o di esplosione dovuti all'accensione di sostanze infiammabili, o derivanti da sostanze o miscele di sostanze chimicamente instabili.

      10. Il datore di lavoro mette a disposizione attrezzature di lavoro e adotta sistemi di protezione collettiva ed individuale conformi alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti in materia, in particolare per quanto riguarda l'uso dei suddetti mezzi in atmosfere potenzialmente esplosive.
      11. Il datore di lavoro adotta le necessarie misure per assicurare un sufficiente controllo degli impianti, apparecchi e macchinari o mette a disposizione sistemi di soppressione delle esplosioni o dispositivi di sfogo della pressione di esplosione.
      12. In presenza di agenti chimici pericolosi che possono dare luogo alla formazione di atmosfere esplosive si applica il capo II.
      13. Le disposizioni legislative relative ad elementi di natura tecnica di cui al decreto del Presidente della Repubblica 19 marzo 1956, n. 302, e successive modificazioni, si considerano norme di buona tecnica. Le disposizioni legislative relative alle procedure di sicurezza contenute nel medesimo decreto del Presidente della Repubblica n. 302 del 1956 si considerano buone prassi.

Art. 85.

(Disposizioni in caso di incidenti o di emergenze).

      1. Ferme restando le disposizioni di cui agli articoli 19 e 20, il datore di lavoro, per proteggere la salute e la sicurezza dei lavoratori dalle conseguenze di incidenti o di emergenze derivanti dalla presenza di agenti chimici pericolosi sul luogo di lavoro, predispone procedure di intervento adeguate da attuare al verificarsi di tali eventi. Tali misure comprendono esercitazioni di sicurezza da effettuare a intervalli regolari e la messa a disposizione di appropriati mezzi di primo soccorso.
      2. Nel caso di incidenti o di emergenza, il datore di lavoro adotta immediate misure dirette ad attenuarne gli effetti, in particolare misure di assistenza, di evacuazione e di soccorso, e ne informa i lavoratori. Il datore di lavoro adotta, inoltre, misure adeguate per porre rimedio nel più breve tempo possibile alla situazione.
      3. Ai lavoratori cui è consentito operare nell'area colpita o ai lavoratori indispensabili all'effettuazione delle riparazioni e delle attività necessarie sono forniti indumenti protettivi, DPI e idonee attrezzature di intervento, che devono essere utilizzate sino a quando persiste la situazione anomala.
      4. Il datore di lavoro adotta le misure necessarie per approntare sistemi d'allarme e altri sistemi di comunicazione necessari per segnalare tempestivamente l'incidente o l'emergenza.
      5. Le misure di emergenza devono essere contenute in un piano in cui sono, in particolare, inserite:

          a) informazioni preliminari sulle attività pericolose, sugli agenti chimici pericolosi, sulle misure per l'identificazione dei rischi, sulle precauzioni e sulle procedure, in modo tale che i servizi competenti per le situazioni di emergenza possano mettere a punto le relative procedure e misure precauzionali;

          b) qualunque altra informazione disponibile sui rischi specifici derivanti o che possano derivare dal verificarsi di incidenti o situazioni di emergenza, comprese le informazioni sulle procedure elaborate in base alle disposizioni del presente articolo.

      6. Nel caso di incidenti o di emergenza i soggetti non protetti devono immediatamente abbandonare la zona interessata.

Art. 86.

(Informazione e formazione per i lavoratori).

      1. Fermo restando quanto previsto agli articoli 28 e 29, il datore di lavoro garantisce che i lavoratori o i loro rappresentanti dispongano di:

          a) dati ottenuti attraverso la valutazione del rischio e ulteriori informazioni ogni qualvolta modifiche importanti intervenute sul luogo di lavoro determinino un cambiamento dei medesimi dati;

          b) informazioni sugli agenti chimici pericolosi presenti sul luogo di lavoro, quali la loro identità, i rischi per la sicurezza e la salute, le misure igieniche da osservare, ivi compresi i rischi supplementari dovuti al fumare, i valori limite di esposizione professionale relativi ai citati agenti e altre disposizioni normative ad essi relative;

          c) formazione ed informazioni sulle precauzioni e sulle azioni adeguate da intraprendere per proteggere loro stessi e altri lavoratori sul luogo di lavoro, ivi comprese la necessità di indossare e impiegare gli indumenti di lavoro ed i DPI messi a loro disposizione e il loro corretto impiego, nonché le misure da adottare per prevenire il verificarsi di incidenti e per ridurne al minimo le conseguenze;

          d) accesso a ogni scheda dei dati di sicurezza, di cui all'articolo 82, comma 1, lettere b) e c).

      2. Il datore di lavoro assicura che le informazioni siano:

          a) fornite in modo adeguato al risultato della valutazione dei rischi di cui all'articolo 82. Tali informazioni possono essere costituite da comunicazioni orali o dalla formazione e dall'addestramento individuali con il supporto di informazioni scritte, a seconda della natura e del grado di rischio rivelato dalla valutazione del rischio;

          b) aggiornate per tenere conto del cambiamento delle situazioni.

      3. Qualora i contenitori e le condutture per gli agenti chimici pericolosi presenti sul luogo di lavoro, anche sotto forma di rifiuti, non siano contrassegnati in base a quanto disposto dalla legislazione vigente in materia di etichettatura degli agenti chimici e di segnali di sicurezza nel luogo di lavoro, il datore di lavoro provvede, senza pregiudizio delle deroghe previste nella medesima legislazione, affinché il contenuto dei contenitori e delle condutture, la natura dello stesso e tutti i pericoli ad esso connessi siano chiaramente identificabili.

Art. 87.

(Divieti).

      1. Sono vietati la produzione, la lavorazione e l'impiego sul luogo di lavoro degli agenti chimici pericolosi indicati nell'allegato XIII, parte E.
      2. Il divieto di cui al comma 1 non si applica se un agente chimico pericoloso è presente in un preparato, o quale componente di rifiuti, purché la concentrazione individuale sia inferiore al limite indicato nell'allegato XIII, parte E.
      3. In deroga al divieto di cui al comma 1, possono essere effettuate, previa autorizzazione, le seguenti attività:

          a) attività a fini esclusivi di ricerca e sperimentazione scientifica, ivi comprese le analisi;

          b) attività volte ad eliminare gli agenti chimici pericolosi presenti sotto forma di sottoprodotto o di rifiuti;

          c) produzione degli agenti chimici pericolosi destinati ad essere usati come intermedi.

      4. Ferme restando le disposizioni di cui al presente capo, nei casi di cui al comma 3, lettera c), il datore di lavoro evita l'esposizione dei lavoratori, stabilendo che la produzione e l'uso più rapido possibile

degli agenti chimici pericolosi come prodotti intermedi avvengano in un unico sistema chiuso, dal quale gli stessi possono essere rimossi soltanto nella misura necessaria per il controllo del processo o per la manutenzione del sistema.
      5. Il datore di lavoro che intende effettuare le attività di cui al comma 3 invia una richiesta di autorizzazione al Ministero del lavoro e della previdenza sociale, che la rilascia previa intesa con il Ministero della salute e con la regione interessata. La richiesta di autorizzazione deve essere corredata dalle seguenti informazioni:

          a) i motivi della richiesta di deroga;

          b) i quantitativi dell'agente chimico pericoloso da utilizzare annualmente;

          c) il numero dei lavoratori addetti;

          d) la descrizione delle attività e delle reazioni o dei processi;

          e) le precauzioni previste per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nonché le misure tecniche e organizzative adottate per prevenire l'esposizione dei lavoratori ad agenti chimici pericolosi.

Art. 88.

(Accertamenti sanitari e norme preventive e protettive specifiche).

      1. Qualora l'esito della valutazione del rischio ne rilevi la necessità, i lavoratori esposti ad agenti chimici pericolosi, fatta eccezione per gli agenti pericolosi solo per la sicurezza, quali esplosivi, infiammabili e comburenti, sono sottoposti alla sorveglianza sanitaria di cui all'articolo 23, secondo le procedure previste all'allegato XIII, parte C, punto 2.
      2. La sorveglianza sanitaria viene effettuata:

          a) prima di adibire il lavoratore alla mansione che comporta l'esposizione ad agenti chimici pericolosi;

          b) periodicamente, di norma una volta l'anno o con periodicità diversa fissata dal medico competente con adeguata motivazione riportata nella cartella sanitaria, in funzione della valutazione del rischio e dei risultati della sorveglianza medica;

          c) all'atto della cessazione dell'attività comportante esposizione e, nel caso di agenti chimici pericolosi con effetti a lungo termine, per tutto il tempo ritenuto opportuno dal medico competente;

          d) all'atto della cessazione del rapporto di lavoro, qualora essa coincida con la cessazione dell'esposizione ad agenti chimici pericolosi. In tale occasione il medico competente deve fornire al lavoratore le eventuali indicazioni relative alle prescrizioni mediche da osservare.

      3. Il monitoraggio biologico è obbligatorio per i lavoratori esposti agli agenti per i quali è stato fissato un valore limite biologico nell'allegato XIII, parte C. Dei risultati di tale monitoraggio viene informato il lavoratore interessato.
      4. Gli accertamenti sanitari di cui al presente articolo devono essere a basso rischio per il lavoratore.
      5. Qualora la sorveglianza sanitaria evidenzi, in un lavoratore o in un gruppo di lavoratori esposti in maniera analoga ad uno stesso agente, l'esistenza di anomalie imputabili a tale esposizione o il superamento di un valore limite biologico, il medico competente ne informa il datore di lavoro.
      6. Nel caso di cui al comma 5 il datore di lavoro:

          a) sottopone a revisione la valutazione dei rischi effettuata ai sensi dell'articolo 82;

          b) sottopone a revisione le misure predisposte per eliminare o per ridurre il rischio;

          c) tiene conto del parere del medico competente nell'attuazione delle misure necessarie per eliminare o per ridurre il rischio;

          d) adotta le misure necessarie affinché tutti gli altri lavoratori che hanno subìto un'esposizione simile siano sottoposti ad una visita medica straordinaria.

Art. 89.

(Registro di esposizione e cartelle sanitarie e di rischio).

      1. Il medico competente provvede a istituire e aggiornare una cartella sanitaria e di rischio, secondo quando previsto dall'articolo 24, comma 1, lettera c). Nella cartella sono, tra l'altro, riportati i valori di esposizione individuali comunicati dal datore di lavoro per il tramite del servizio di prevenzione e protezione.
      2. Il datore di lavoro, in caso di esposizione del lavoratore ad agenti cancerogeni o mutageni, oltre a quanto previsto al comma 1, tiene un registro aggiornato dei lavoratori addetti alle attività che, in base alla valutazione di cui all'articolo 82, comportano un rischio per la salute, indicando, per ciascuno dei lavoratori, l'attività svolta, l'agente cancerogeno o mutageno e, ove noto, il valore dell'esposizione a tale agente.
      3. Su richiesta, è fornita agli organi di vigilanza copia dei documenti di cui ai commi 1 e 2.
      4. In caso di cessazione del rapporto di lavoro la cartella sanitaria e di rischio del lavoratore interessato, unitamente alle annotazioni individuali contenute nel registro di cui al comma 2, viene inviata all'ISPESL.
      5. L'ISPESL provvede a conservare i documenti di cui al comma 4 per un periodo di almeno quaranta anni dalla cessazione dell'esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni e per un periodo di almeno dieci anni le cartelle sanitarie e di rischio relative ai lavoratori esposti agli altri agenti chimici pericolosi.

Art. 90.

(Registrazione dei tumori).

      1. È istituito presso l'ISPESL il registro nazionale dei casi di neoplasia di sospetta origine professionale.

      2. Il registro di cui al comma 1 contiene, per ciascun lavoratore, almeno le seguenti informazioni:

          a) l'anamnesi lavorativa con l'indicazione del tipo di azienda, della mansione e della durata dell'esposizione all'agente, nonché il tipo di agente con il relativo livello di esposizione, se noto;

          b) la sede e il tipo di neoplasia.

      3. I medici competenti, le strutture sanitarie pubbliche e private, nonché gli istituti previdenziali assicurativi pubblici o privati, che redigono referti di casi di neoplasie da loro ritenute causate da esposizione lavorativa ad agenti cancerogeni o mutageni, trasmettono all'ISPESL, tramite strutture individuate dalle regioni, copia della relativa documentazione clinica o anatomopatologica nonché quella inerente l'anamnesi lavorativa.
      4. Le modalità di tenuta del registro nonché della raccolta e della trasmissione delle informazioni di cui al comma 3 sono determinate dall'ISPESL d'intesa con le regioni.

Capo II

DISPOSIZIONI PARTICOLARI PER LA PROTEZIONE DA ATMOSFERE ESPLOSIVE

Art. 91.

(Campo di applicazione).

      1. Il presente capo prescrive le misure per la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori che possono essere esposti al rischio di atmosfere esplosive definite ai sensi dell'articolo 92.
      2. Il presente capo si applica anche nei lavori in sotterraneo ove è presente un'area con atmosfere esplosive, oppure è prevedibile, sulla base di indagini geologiche, che tale area si possa formare nell'ambiente.
      3. Le disposizioni di cui al presente capo non si applicano:

          a) alle aree utilizzate per le cure mediche dei pazienti, nel corso della loro effettuazione;

          b) all'uso di apparecchi a gas disciplinati dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 novembre 1996, n. 661;

          c) alla produzione, manipolazione, uso, stoccaggio e trasporto di esplosivi o di sostanze chimicamente instabili;

          d) alle industrie estrattive di cui al decreto legislativo 25 novembre 1996, n. 624;

          e) all'impiego di mezzi di trasporto terrestre, marittimo, fluviale e aereo per i quali si applicano le pertinenti disposizioni di accordi internazionali tra i quali il regolamento per il trasporto delle sostanze pericolose sul Reno (ADNR), il regolamento relativo al trasporto internazionale di merci pericolose per vie navigabili interne (ADN), le norme emanate dall'Organizzazione per l'aviazione civile internazionale (ICAO) e dall'Organizzazione marittima internazionale (IMO) nonché la relativa normativa comunitaria di attuazione.

      4. Il presente capo si applica ai veicoli destinati a essere utilizzati in atmosfera potenzialmente esplosiva.

Art. 92.

(Definizione).

      1. Ai fini del presente capo, per «atmosfera esplosiva» si intende una miscela con l'aria, a condizioni atmosferiche, di sostanze infiammabili allo stato di gas, vapori, nebbie o polveri in cui, dopo accensione, la combustione si propaga all'insieme della miscela incombusta.

Art. 93.

(Prevenzione e protezione contro le esplosioni).

      1. Ai fini della prevenzione e della protezione contro le esplosioni, sulla base della valutazione dei rischi e dei princìpi generali di tutela di cui all'articolo 6, il datore di lavoro adotta le misure di cui all'articolo 84, commi 8 e 9.
      2. Se necessario, le misure di cui al comma 1 sono combinate e integrate con altre misure contro la propagazione delle esplosioni e sono riesaminate periodicamente e, in ogni caso, ogniqualvolta si verifichino cambiamenti rilevanti.

Art. 94.

(Valutazione dei rischi di esplosione).

      1. Nell'assolvere gli obblighi di cui all'articolo 7, il datore di lavoro valuta i rischi specifici derivanti da atmosfere esplosive, tenendo conto almeno dei seguenti elementi:

          a) probabilità e durata della presenza di atmosfere esplosive;

          b) probabilità che le fonti di accensione, comprese le scariche elettrostatiche, siano presenti e divengano attive ed efficaci;

          c) caratteristiche dell'impianto, sostanze utilizzate, processi e loro possibili interazioni;

          d) entità degli effetti prevedibili.

      2. I rischi di esplosione sono valutati complessivamente.
      3. Nella valutazione dei rischi di esplosione sono presi in considerazione i luoghi che sono o possono essere in collegamento, tramite aperture, con quelli in cui possono formarsi atmosfere esplosive.

Art. 95.

(Obblighi generali).

      1. Al fine di salvaguardare la sicurezza e la salute dei lavoratori, e secondo i princìpi fondamentali della valutazione dei rischi e quelli di cui all'articolo 93, il datore di lavoro prende i provvedimenti necessari affinché:

          a) gli ambienti di lavoro nei quali possono svilupparsi atmosfere esplosive in

quantità tale da mettere in pericolo la sicurezza e la salute dei lavoratori o di altre persone siano strutturati in modo tale da permettere lo svolgimento del lavoro in condizioni di sicurezza;

          b) negli ambienti di lavoro in cui possono svilupparsi atmosfere esplosive in quantità tale da mettere in pericolo la sicurezza e la salute dei lavoratori, durante la presenza dei lavoratori sia garantito un adeguato controllo in funzione della valutazione del rischio, mediante l'utilizzo di mezzi tecnici adeguati.

Art. 96.

(Coordinamento).

      1. Qualora nello stesso luogo di lavoro operino lavoratori di diverse imprese, ciascun datore di lavoro è responsabile per le questioni soggette al suo controllo.
      2. Fermi restando la responsabilità individuale di ciascun datore di lavoro e gli obblighi di cui all'articolo 10, il datore di lavoro responsabile del luogo di lavoro coordina l'attuazione di tutte le misure relative alla salute e alla sicurezza dei lavoratori e specifica, nel documento sulla protezione contro le esplosioni di cui all'articolo 98, l'obiettivo, le misure e le modalità di attuazione del predetto coordinamento.

Art. 97.

(Aree in cui possono formarsi atmosfere esplosive).

      1. Il datore di lavoro ripartisce in zone, a norma dell'allegato XIII, parte F, le aree in cui possono formarsi atmosfere esplosive.
      2. Il datore di lavoro assicura che per le aree di cui al comma 1 siano applicate le prescrizioni minime di cui all'allegato XIII, parte G.
      3. Se necessario, le aree in cui possono formarsi atmosfere esplosive in quantità tali da mettere in pericolo la sicurezza e la salute dei lavoratori sono segnalate nei punti di accesso.

Art. 98.

(Documento sulla protezione contro le esplosioni).

      1. Nell'assolvere gli obblighi stabiliti dall'articolo 94 il datore di lavoro provvede a elaborare e a tenere aggiornato un documento sulla protezione contro le esplosioni.
      2. Il documento di cui al comma 1, in particolare, reca:

          a) l'individuzione e la valutazione dei rischi di esplosione;

          b) le misure che si intendono adottare per il raggiungimento degli obiettivi del presente capo;

          c) i luoghi che sono stati classificati nelle zone di cui all'allegato XIII, parte F;

          d) i luoghi in cui si applicano le prescrizioni minime di cui all'allegato XIII, parte G;

          e) la concessione, l'utilizzo e il mantenimento in efficienza dei luoghi e delle attrezzature di lavoro, compresi i dispositivi di allarme, tenendo nel debito conto la sicurezza;

          f) l'indicazione che, ai sensi del titolo III, sono stati adottati gli accorgimenti per l'impiego sicuro di attrezzature di lavoro.

      3. Il documento di cui al comma 1 è compilato prima dell'inizio dell'attività lavorativa ed è aggiornato qualora i luoghi di lavoro, le attrezzature o l'organizzazione del lavoro subiscano modifiche, ampliamenti o trasformazioni rilevanti.
      4. Il documento di cui al comma 1 è parte integrante del documento di valutazione dei rischi di cui all'articolo 7.

Art. 99.

(Termini per l'adeguamento).

      1. I luoghi di lavoro comprendenti aree in cui possono formarsi atmosfere esplosive già utilizzati prima del 30 giugno 2003

devono essere adeguati entro il 30 giugno 2008 alle prescrizioni minime stabilite dal presente capo.
      2. Il datore di lavoro che procede a modifiche, ampliamenti o trasformazioni dei luoghi di lavoro che comprendono aree in cui possono formarsi atmosfere esplosive prende i necessari provvedimenti per assicurarsi che tali modifiche, ampliamenti o trasformazioni rispondano ai requisiti minimi di cui al presente capo.

Art. 100.

(Verifiche).

      1. Il datore di lavoro provvede affinché le installazioni elettriche nelle aree classificate come zone 0, 1, 20 o 21 ai sensi dell'articolo 97 e dell'allegato XIII, parte F, siano sottoposte alle verifiche di cui all'articolo 61.

 

Capo III

DISPOSIZIONI PARTICOLARI PER LA PROTEZIONE DA AMIANTO

Art. 101.

(Campo di applicazione).

      1. Le disposizioni del presente capo costituiscono recepimento della direttiva 2003/18/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 marzo 2003, di modifica della direttiva 83/477/CEE del Consiglio sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con un'esposizione all'amianto durante il lavoro.
      2. Fermo restando quanto previsto dalla legge 27 marzo 1992, n. 257, e successive modificazioni, le norme del presente capo si applicano alle attività lavorative che possono comportare il rischio di esposizione ad amianto, quali manutenzione, rimozione dell'amianto o dei materiali contenenti amianto, smaltimento e trattamento dei relativi rifiuti nonché bonifica delle aree interessate.

Art. 102.

(Definizioni).

      1. Ai fini del presente capo con il termine «amianto» si intendono i seguenti silicati fibrosi:

          a) actinolite, numero di registro del Chemical Abstracts Service (CAS) 77536-66-4;

          b) grunerite di amianto (amosite) n. CAS 12172-73-5;

          c) antofillite, n. CAS 77536-67-5;

          d) crisotilo, n. CAS 12001-29-5;

          e) crocidolite, n. CAS 12001-28-4;

          f) tremolite, n. CAS 77536-68-6.

 

Art. 103.

(Individuazione della presenza di amianto).

      1. Prima di intraprendere lavori di demolizione o di manutenzione, il datore di lavoro adotta, anche chiedendo informazioni ai proprietari dei locali, ogni misura necessaria volta a individuare la presenza di materiali a potenziale contenuto di amianto; se vi è il minimo dubbio sulla presenza di amianto in un materiale o in una costruzione, si applicano le disposizioni previste dal presente capo.

Art. 104.

(Valutazione del rischio).

      1. Ai fini della valutazione di cui all'articolo 7, il datore di lavoro considera i rischi dovuti alla polvere proveniente dall'amianto e dai materiali contenenti amianto, al fine di stabilire la natura e il grado dell'esposizione e le misure preventive e protettive da attuare.
      2. Nei casi di esposizioni sporadiche e di debole intensità e a condizione che dalla valutazione dei rischi di cui all'articolo 7 risulti che il valore limite di esposizione

all'amianto non sia comunque superato nell'aria dell'ambiente di lavoro, non si applicano gli articoli 105, 114 e 115, comma 2, nelle seguenti attività:

          a) brevi attività non continuative di manutenzione durante le quali il lavoro è effettuato solo su materiali non friabili;

          b) rimozione senza deterioramento di materiali non degradati nei quali le fibre di amianto sono fermamente legate ad una matrice;

          c) incapsulamento e confinamento di materiali contenenti amianto che si trovano in buono stato;

          d) sorveglianza e controllo dell'aria e prelievo dei campioni ai fini dell'individuazione della presenza di amianto in un determinato materiale.

      3. L'ISPESL, previa consultazione delle parti sociali, elabora linee guida per la determinazione delle esposizioni sporadiche e di debole intensità di cui al comma 2.
      4. Il datore di lavoro effettua una nuova valutazione ogniqualvolta si verifichino modifiche che possano comportare un mutamento significativo dell'esposizione dei lavoratori alla polvere proveniente dall'amianto o dai materiali contenenti amianto

Art. 105.

(Notifica).

      1. Prima dell'inizio delle attività lavorative di cui all'articolo 101, comma 2, il datore di lavoro presenta una notifica all'organo di vigilanza competente per territorio.
      2. La notifica di cui al comma 1 comprende una descrizione sintetica dei seguenti elementi:

          a) ubicazione del cantiere;

          b) tipi e quantitativi di amianto manipolati;

          c) attività e procedimenti applicati;

          d) numero di lavoratori interessati;

          e) data di inizio dei lavori e relativa durata;

          f) misure adottate per limitare l'esposizione dei lavoratori all'amianto.

      3. I lavoratori ovvero i loro rappresentanti hanno accesso alla documentazione oggetto della notifica di cui al comma 1.
      4. Il datore di lavoro, ogniqualvolta una modifica delle condizioni di lavoro possa comportare un aumento significativo dell'esposizione alla polvere prodotta dall'amianto o da materiali contenenti amianto, effettua una nuova notifica.

Art. 106.

(Misure di prevenzione e protezione).

      1. Nelle attività di cui all'articolo 101, comma 2, l'esposizione dei lavoratori alla polvere prodotta dall'amianto o dai materiali contenenti amianto nel luogo di lavoro deve essere ridotta al minimo e, in ogni caso, al di sotto del valore limite di cui all'articolo 109, in particolare adottando le seguenti misure:

          a) il numero dei lavoratori esposti o che possono essere esposti alla polvere prodotta dall'amianto o da materiali contenenti amianto deve essere limitato al numero più basso possibile;

          b) i processi lavorativi devono essere concepiti in modo da evitare di produrre polvere di amianto o, se ciò non sia possibile, da evitare emissione di polvere di amianto nell'aria;

          c) tutti i locali e le attrezzature per il trattamento dell'amianto devono essere sottoposti a regolare pulizia e manutenzione;

          d) l'amianto o i materiali che rilasciano polvere di amianto o che contengono amianto devono essere stoccati e trasportati in appositi imballaggi chiusi;

          e) i rifiuti devono essere raccolti e rimossi dal luogo di lavoro il più presto

possibile in appropriati imballaggi chiusi su cui è apposta un'etichettatura indicante che contengono amianto. Tali rifiuti devono essere successivamente trattati ai sensi della normativa vigente in materia di rifiuti pericolosi.

 

Art. 107.

(Misure igieniche).

      1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 104, comma 2, per tutte le attività di cui all'articolo 101, comma 2, il datore di lavoro adotta le misure appropriate affinché:

          a) i luoghi in cui si svolgono tali attività siano:

              1) chiaramente delimitati e contrassegnati da appositi cartelli;

              2) accessibili esclusivamente ai lavoratori che vi devono accedere a motivo del loro lavoro o della loro funzione;

              3) oggetto di un divieto di fumare;

          b) siano predisposte aree speciali che consentano ai lavoratori di mangiare e di bere senza rischio di contaminazione da polvere di amianto;

          c) siano messi a disposizione dei lavoratori adeguati indumenti di lavoro o protettivi;

          d) gli indumenti di lavoro o protettivi restino all'interno dell'impresa. I predetti indumenti possono essere trasportati all'esterno solo per il lavaggio in lavanderie attrezzate per tale tipo di operazioni, in contenitori chiusi, qualora l'impresa stessa non vi provveda;

          e) gli indumenti di lavoro o protettivi siano riposti in un luogo separato da quello destinato agli abiti civili;

          f) i lavoratori possano disporre di impianti sanitari adeguati, provvisti di docce, in caso di operazioni in ambienti polverosi;

          g) l'equipaggiamento protettivo sia custodito in locali destinati a tale scopo e controllato e pulito dopo ogni utilizzazione;

          h) l'equipaggiamento difettoso sia riparato o sostituito prima di una nuova utilizzazione.

Art. 108.

(Controllo dell'esposizione).

      1. Al fine di garantire il rispetto del valore limite di cui all'articolo 109 e in funzione dei risultati della valutazione iniziale dei rischi, il datore di lavoro effettua periodicamente la misurazione della concentrazione di fibre di amianto nell'aria del luogo di lavoro. I risultati delle misure sono riportati nel documento di valutazione dei rischi.
      2. Il campionamento deve essere rappresentativo dell'esposizione personale del lavoratore alla polvere prodotta dall'amianto o dai materiali contenenti amianto.
      3. I campionamenti sono effettuati previa consultazione dei lavoratori ovvero dei loro rappresentanti.
      4. Il prelievo dei campioni deve essere effettuato da personale in possesso di idonee qualifiche nell'ambito del servizio di cui all'articolo 14. I campioni prelevati sono successivamente analizzati con le metodologie previste dal comma 6 del presente articolo nei laboratori di cui all'articolo 5 del decreto del Ministro della sanità 14 maggio 1996, pubblicato nel supplemento ordinario n. 178 alla Gazzetta Ufficiale n. 251 del 25 ottobre 1996.
      5. La durata dei campionamenti deve essere tale da consentire di stabilire un'esposizione rappresentativa, per un periodo di riferimento di otto ore tramite misurazioni o calcoli ponderati nel tempo.
      6. Il conteggio delle fibre è effettuato di preferenza tramite microscopia a contrasto di fase, applicando il metodo raccomandato dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) o qualsiasi altro metodo che offra risultati equivalenti.

      7. Ai fini della misurazione dell'amianto nell'aria, di cui al comma 1, si prendono in considerazione unicamente le fibre che abbiano una lunghezza superiore a 5 micrometri e una larghezza inferiore a 3 micrometri e il cui rapporto tra lunghezza e larghezza sia superiore a 3 su 1.

Art. 109.

(Valore limite).

      1. Il valore limite di esposizione per l'amianto è fissato a 0,1 fibre per cm3 di aria, misurato come media ponderata nel tempo di riferimento di otto ore.
      2. Qualora il valore limite fissato al comma 1 venga superato, il datore di lavoro individua le cause del superamento e adotta nel più breve tempo possibile le misure appropriate per ovviare alla situazione. Il lavoro può proseguire nella zona interessata solo se sono adottate misure adeguate per la protezione dei lavoratori interessati.
      3. Per verificare l'efficacia delle misure di cui al comma 2, il datore di lavoro procede immediatamente ad una nuova misurazione della concentrazione di amianto nell'aria.
      4. In ogni caso, qualora l'esposizione non possa essere ridotta con altri mezzi e al fine di rispettare il valore limite, il datore di lavoro prevede l'uso di un DPI delle vie respiratorie. L'utilizzo del predetto dispositivo non può essere permanente e la sua durata, per ogni lavoratore, deve essere limitata al minimo strettamente necessario.
      5. Nel caso di cui al comma 4, il datore di lavoro, di concerto con i lavoratori o con i loro rappresentanti, programma i periodi di riposo necessari, in funzione dell'impegno fisico e delle condizioni climatiche.

 

Art. 110.

(Operazioni lavorative particolari).

      1. Nel caso di operazioni lavorative in cui, nonostante l'adozione di misure tecniche preventive per limitare la concentrazione di amianto nell'aria, è prevedibile che l'esposizione dei lavoratori superi il valore limite di cui all'articolo 109, il datore di lavoro adotta adeguate misure per la protezione dei lavoratori addetti, e in particolare:

          a) fornisce ai lavoratori un adeguato dispositivo di protezione delle vie respiratorie e altri DPI e ne rende obbligatorio l'uso durante tali lavori;

          b) provvede all'affissione di cartelli per segnalare che si prevede il superamento del valore limite di esposizione;

          c) adotta le misure necessarie per impedire la dispersione della polvere al di fuori dei locali o dei luoghi di lavoro;

          d) consulta i lavoratori o i loro rappresentanti sulle misure da adottare prima di procedere alle operazioni di cui alle lettere a), b) e c).

Art. 111.

(Lavori di demolizione e di rimozione dell'amianto).

      1. I lavori di demolizione o di rimozione dell'amianto possono essere effettuati solo da imprese rispondenti ai requisiti di cui all'articolo 12, comma 4, della legge 27 marzo 1992, n. 257.
      2. Il datore di lavoro, prima dell'inizio di lavori di demolizione o di rimozione dell'amianto o di materiali contenenti amianto da edifici, strutture, apparecchi e impianti, nonché dai mezzi di trasporto, predispone un piano di lavoro.
      3. Il piano di cui al comma 2 prevede le misure necessarie per garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro e la protezione dell'ambiente esterno.
      4. Il piano di cui al comma 2, in particolare, prevede e contiene informazioni su:

          a) rimozione dell'amianto o dei materiali contenenti amianto prima dell'applicazione delle tecniche di demolizione, a meno che tale rimozione non possa costituire per i lavoratori un rischio maggiore di quello rappresentato dal fatto che l'amianto o i materiali contenenti amianto vengano lasciati sul posto;

          b) fornitura ai lavoratori dei DPI;

          c) verifica dell'assenza di rischi dovuti all'esposizione all'amianto sul luogo di lavoro, al termine dei lavori di demolizione o di rimozione dell'amianto;

          d) adeguate misure per la protezione e per la decontaminazione del personale incaricato dei lavori;

          e) adeguate misure per la protezione dei terzi e per la raccolta e lo smaltimento dei materiali;

          f) adozione, nel caso in cui sia previsto il superamento del valore limite di cui all'articolo 109, delle misure di cui all'articolo 110, adattandole alle particolari esigenze del lavoro specifico;

          g) natura dei lavori e loro durata presumibile;

          h) luogo ove i lavori saranno effettuati;

          i) tecniche lavorative adottate per la rimozione dell'amianto;

          l) caratteristiche delle attrezzature o dei dispositivi che si intendono utilizzare ai fini di cui alle lettere d) ed e).

      5. Una copia del piano di cui al comma 2 è inviata all'organo di vigilanza, almeno un mese prima dell'inizio dell'attività lavorativa.
      6. L'invio della documentazione di cui al comma 4 del presente articolo sostituisce gli adempimenti di cui all'articolo 105.
      7. I lavoratori ovvero i loro rappresentanti hanno accesso al piano di cui al comma 2.

Art. 112.

(Informazione dei lavoratori).

      1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 28, il datore di lavoro fornisce ai lavoratori, prima che essi siano adibiti ad attività comportanti esposizione ad amianto, nonché ai loro rappresentanti, informazioni su:

          a) i rischi per la salute dovuti all'esposizione alla polvere proveniente dall'amianto o dai materiali contenenti amianto;

          b) le specifiche norme igieniche da osservare, ivi compresa la necessità di non fumare;

          c) le modalità di pulitura e di uso degli indumenti protettivi e dei DPI;

          d) le misure di precauzione particolari da prendere per ridurre al minimo l'esposizione.

          e) l'esistenza del valore limite di cui all'articolo 109 e la necessità del monitoraggio ambientale.

      2. Oltre a quanto previsto al comma 1, qualora dai risultati delle misurazioni della concentrazione di amianto nell'aria emergano valori superiori al valore limite fissato dall'articolo 109, il datore di lavoro informa il più presto possibile i lavoratori interessati e i loro rappresentanti del superamento e delle cause dello stesso e li consulta sulle misure da adottare o, in caso d'urgenza, li informa delle misure adottate.

Art. 113.

(Formazione dei lavoratori).

      1. Fermo restando quanto previsto dall'articolo 29, il datore di lavoro assicura che tutti i lavoratori esposti o potenzialmente esposti a polveri contenenti amianto ricevano regolarmente una formazione sufficiente e adeguata.
      2. Il contenuto della formazione deve essere facilmente comprensibile per i lavoratori e deve consentire loro di acquisire le conoscenze e le competenze necessarie in materia di prevenzione e di sicurezza, in particolare per quanto riguarda:

          a) le proprietà dell'amianto e i suoi effetti sulla salute, incluso l'effetto sinergico del tabagismo;

          b) i tipi di prodotti o di materiali che possono contenere amianto;

          c) le operazioni che possono comportare un'esposizione all'amianto e l'importanza dei controlli preventivi per ridurre al minimo tale esposizione;

          d) le procedure di lavoro sicure, i controlli e le attrezzature di protezione;

          e) la funzione, la scelta, la selezione, i limiti e la corretta utilizzazione dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie;

          f) le procedure di emergenza;

          g) le procedure di decontaminazione;

          h) l'eliminazione dei rifiuti;

          i) la necessità della sorveglianza medica.

      3. I lavoratori addetti alla rimozione e allo smaltimento dell'amianto e alla bonifica delle aree interessate devono aver frequentato i corsi di formazione professionale di cui all'articolo 10, comma 2, lettera h), della legge 27 marzo 1992, n. 257.

Art. 114.

(Sorveglianza sanitaria).

      1. Ferme restando le disposizioni di cui all'articolo 104, comma 2, i lavoratori esposti ad amianto sono sottoposti alla sorveglianza sanitaria di cui all'articolo 23.
      2. La sorveglianza sanitaria viene effettuata:

          a) prima di adibire il lavoratore alla mansione che comporta esposizione;

          b) periodicamente, almeno una volta ogni tre anni o con periodicità fissata dal medico competente con adeguata motivazione riportata nella cartella sanitaria, in funzione della valutazione del rischio e dei risultati della sorveglianza medica;

          c) all'atto della cessazione dell'attività comportante esposizione, per tutto il tempo ritenuto opportuno dal medico competente;

          d) all'atto della cessazione del rapporto di lavoro ove coincidente con la cessazione dell'esposizione all'amianto. In tale occasione il medico competente deve fornire al lavoratore le eventuali indicazioni relative alle prescrizioni mediche da osservare.

      3. Gli accertamenti sanitari devono comprendere almeno l'anamnesi individuale, l'esame clinico generale e in particolare del torace nonché esami della funzione respiratoria, quali spirometria e curva flusso-volume.
      4. Il medico competente, sulla base dell'evoluzione delle conoscenze scientifiche e dello stato di salute del lavoratore, valuta l'opportunità di effettuare esami ulteriori rispetto a quelli previsti dal comma 3, quali la citologia dello sputo, l'esame radiografico del torace o la tomodensitometria.

 

Art. 115.

(Registro di esposizione e cartelle sanitarie e di rischio).

      1. Il medico competente, per ciascuno dei lavoratori di cui all'articolo 114, provvede a istituire e aggiornare una cartella sanitaria e di rischio, ai sensi di quanto previsto dall'articolo 24, comma 1, lettera c). Nella cartella sono riportati, tra l'altro, i valori di esposizione individuali comunicati dal datore di lavoro per il tramite del servizio di prevenzione e protezione di cui all'articolo 14.
      2. Oltre a quanto previsto al comma 1 del presente articolo, il datore di lavoro, iscrive i lavoratori esposti nel registro di cui all'articolo 89, comma 2.
      3. Su richiesta, è fornita agli organi di vigilanza copia dei documenti di cui ai commi 1 e 2.
      4. In caso di cessazione del rapporto di lavoro, la cartella sanitaria e di rischio del lavoratore interessato, unitamente alle annotazioni individuali contenute nel registro di cui al comma 2, è trasmessa all'ISPESL.

      5. L'ISPESL provvede a conservare i documenti di cui al comma 4 per un periodo di quaranta anni dalla data di cessazione dell'esposizione.

 

 

Art. 116.

(Mesoteliomi).

      1. Nei casi accertati di mesotelioma asbesto-correlato si applicano le disposizioni di cui all'articolo 90.

TITOLO X

AGENTI BIOLOGICI

Art. 117.

(Campo di applicazione).

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