Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento giustizia
Titolo: Amnistia e indulto (A.C. 525 e abb.) - Lavori preparatori della Legge n. 241/2006 - Iter alla Camera (parte I)
Riferimenti:
L n. 241 del 31-LUG-06   AC n. 372/XV
AC n. 662/XV   AC n. 663/XV
AC n. 665/XV   AC n. 1122/XV
AC n. 1266/XV   AC n. 1323/XV
AC n. 1333/XV   AC n. 525/XV
Serie: Progetti di legge    Numero: 14    Progressivo: 2
Data: 25/09/2006
Descrittori:
AMNISTIA GRAZIA INDULTO     
Organi della Camera: II-Giustizia
Altri riferimenti:
L n. 241 del 31-LUG-06     


Camera dei deputati

XV LEGISLATURA

 

SERVIZIO STUDI

 

Progetti di legge

Amnistia e indulto

Lavori preparatori della

Legge n. 241 del 31 Luglio 2006

Iter alla Camera

 

 

 

 

 

n. 14/2

parte prima

 

25 settembre 2006

 


 

La collana si compone dei seguenti dossier:

n. 14 (schede di lettura e riferimenti normativi dell’A.C. 525 e abb.)

14/1 ( i lavori preparatori nella XIV Legislatura)

14/2 (lavori preparatori della Legge n. 241 del 31 Luglio 2006, suddiviso in due parti: la parte prima contiene l’iter alla Camera; la parte seconda  contiene l’iter al Senato).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dipartimento giustizia

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File: gi0007aa.doc

 

 


INDICE

 

Legge n. 241 del 31 Luglio 2006

Iter alla Camera

Progetti di legge

§      A.C. 372, (on. Jannone), Concessione di indulto revocabile  9

§      A.C. 525, (on. Buemi ed altri), Concessione di amnistia e di indulto  13

§      A.C. 662, (on. Boato), Concessione di amnistia e di indulto  19

§      A.C. 663, (on. Boato), Concessione di amnistia condizionata e di indulto  33

§      A.C. 665, (on. Forlani ed altri), Concessione di amnistia e di indulto  49

§      A.C. 1122, (on. Giordano ed altri), Concessione di amnistia condizionata e di indulto revocabile  59

§      A.C. 1266, (on. Capotasti ed altri), Concessione di amnistia e di indulto  71

§      A.C. 1323, (on. Crapolicchio ed altri), Concessione di amnistia e di indulto  84

§      A.C. 1333, (on. Balducci e Zanella), Concessione di amnistia e di indulto  98

Esame in sede referente

-       II Commissione (Giustizia)

Seduta del 4 luglio 2006  109

Seduta del 6 luglio 2006  121

Seduta dell’11 luglio 2006  127

Seduta del 18 luglio 2006  131

Esame in Assemblea

Seduta del 18 luglio 2006 (Deliberazione sulla richiesta di stralcio relativa alle proposte di legge nn. 525, 662, 663, 665, 1122, 1266, 1323 e 1333)143

Progetti di legge derivati dallo stralcio

§      A.C. 525-bis, (on. Buemi ed altri), Concessione di indulto  157

§      A.C. 662-bis, (on. Boato), Concessione di indulto  159

§      A.C. 663-bis, (on. Boato), Concessione di indulto  161

§      A.C. 665-bis, (on. Forlani ed altri), Concessione di indulto  163

§      A.C. 1122-bis, (on. Giordano ed altri), Concessione di indulto revocabile  167

§      A.C. 1266-bis, (on. Capotasti ed altri), Concessione di indulto  169

§      A.C. 1323-bis, (on. Crapolicchio ed altri), Concessione di indulto  177

§      A.C. 1333-bis, (on. Balducci e Zanella), Concessione di indulto  181

Esame in sede referente

-       II Commissione (Giustizia)

Seduta del 19 luglio 2006  182

Esame in sede consultiva

§      Pareri resi alla II Commissione (Giustizia)

-       I Commissione (Affari costituzionali)

Seduta del 19 luglio 2006  189

-       V Commissione (Bilancio e tesoro)

Seduta del 19 luglio 2006  191

-       XII Commissione (Affari sociali)

Seduta del 19 luglio 2006  195

§      Pareri resi all’Assemblea

-       I Commissione (Affari costituzionali])

Seduta del 25 luglio 2006  199

-       V Commissione (Bilancio e tesoro])

Seduta del 25 luglio 2006  201

Relazione della II Commissione Giustizia

§      A.C N. 525-bis, 372, 662-bis, 663-bis, 665-bis, 1122-bis, 1266-bis, 1323-bis, 1333-bis-A  207

Esame in Assemblea

Seduta del 24 luglio 2006  217

Seduta del 25 luglio 2006  267

Seduta del 26 luglio 2006  375

Seduta del 27 luglio 2006  487

 


Legge n. 241 del 31 Luglio 2006

 


Legge 31 luglio 2006, n. 241

Concessione di indulto

 

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 176 del 31 luglio 2006

 

Art. 1.

1. E' concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

2. L'indulto non si applica:

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270 (associazioni sovversive), primo comma;

2) 270-bis (associazioni con finalita' di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico);

3) 270-quater (arruolamento con finalita' di terrorismo anche internazionale);

4) 270-quinquies (addestramento ad attivita' con finalita' di terrorismo anche internzionale);

5) 280 (attentato per finalita' terroristiche o di eversione);

6) 280-bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi);

7) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

8) 289-bis (sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione);

9) 306 (banda armata); 10) 416, sesto comma (associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale); 11) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

12) 422 (strage);

13) 600 (riduzione o mantenimento in schiavitu' o in servitu);

14) 600-bis (prostituzione minorile);

15) 600-ter (pornografia minorile), anche nell'ipotesi prevista dall'articolo 600-quater.1 del codice penale;

16) 600-quater (detenzione di materiale pornografico), anche nell'ipotesi prevista dall'articolo 600-quater.1 del codice penale, sempre che il delitto sia aggravato ai sensi del secondo comma del medesimo articolo 600-quater;

17) 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile);

18) 601 (tratta di persone);

19) 602 (acquisto e alienazione di schiavi);

20) 609-bis (violenza sessuale);

21) 609-quater (atti sessuali con minorenne);

22) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

23) 609-octies (violenza sessuale di gruppo);

24) 630 (sequestro di persona a scopo di estorsione), commi primo, secondo e terzo;

25) 644 (usura);

26) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilita' provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope;

b) per i delitti riguardanti la produzione, il traffico e la detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, di cui all'articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, aggravati ai sensi dell'articolo 80, comma 1, lettera a), e comma 2, del medesimo testo unico, nonche' per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui all'articolo 74 del citato testo unico, in tutte le ipotesi previste dai commi 1, 4 e 5 del medesimo articolo 74;

c) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, da1la legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni;

d) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni;

e) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205.

3. Il beneficio dell'indulto e' revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

4. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

 


Iter alla Camera

 


Progetti di legge

 


N. 372

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato JANNONE

¾

 

Concessione di indulto revocabile

 

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Presentata il 3 maggio 2006

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Onorevoli Colleghi! - La popolazione carceraria vive in un contesto di costante emergenza. Troppo spesso il sovraffollamento degli istituti di pena e l'inadeguatezza delle strutture ledono la dignità non solo di quanti sono chiamati a scontare una pena reclusiva, ma anche di coloro che in carcere lavorano e operano, così come sono causa di disagio per le famiglie coinvolte. La dignità della persona, anche della persona che ha commesso un reato, va sempre salvaguardata; sarebbe grave se il carcere fosse considerato una parte a se stante dello Stato e se i cittadini che lo popolano, a diverso titolo, non dovessero godere dei medesimi diritti riconosciuti a ogni uomo dal dettato costituzionale.

Proprio l'articolo 27 della Costituzione sancisce che: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Risulta quindi evidente che le condizioni in cui il cittadino è chiamato a scontare una pena detentiva non possono in alcun caso ledere la dignità della persona e devono comunque avere come fine ultimo il reinserimento nella società al termine della condanna.

Il sovraffollamento carcerario costringe alla coabitazione forzata in spazi inadatti un numero di detenuti eccessivo, rendendo la convivenza più difficile ed enfatizzando gli aspetti deteriori della pena.

L'altissimo richiamo ad un tangibile «segno di clemenza» da parte del Santo Padre, in occasione della visita del 14 novembre 2002 al Parlamento italiano, ha

 

certamente scosso le coscienze dell'Assemblea e ha fornito ulteriori motivazioni per il ricorso a un provvedimento legislativo straordinario.

Non sfugge che agli aspetti pragmaticamente utili dell'atto di indulto corrisponda senz'altro la condivisione di molte tra le motivazioni di coloro che si professano contrari a provvedimenti di clemenza assunti con eccessiva magnanimità e costanza temporale.

Tuttavia, l'eccezionalità della situazione delle carceri giustifica un provvedimento che va considerato nella sua emergenza contingente.

La presente proposta di legge prevede in ogni caso la revoca immediata dell'indulto in caso di recidiva, in modo tale da costituire un deterrente finalizzato al recupero dei condannati e nel contempo a evitare nuovi sconfinamenti nell'illegalità.



 

 


 


proposta di legge

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Art. 1.

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 15 mila euro per le pene pecuniarie, sole o congiunte alle pene detentive.

Art. 2.

1. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha beneficiato commette, entro sette anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

Art. 3.

1. L'indulto ha efficacia per i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006.

 

 

 

 


 

 

N. 525

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato

BUEMI, D’ELIA, VILLETTI, TURCI, BONINO, BOSELLI, CAPEZZONE, ANTINUCCI, BELTRANDI, CREMA, DI GIOIA, MANCINI, ANGELO PIAZZA, PORETTI, SCHIETROMA, TURCO

¾

 

Concessione di amnistia e di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

Presentata l’8 maggio 2006

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Onorevoli Colleghi! - La disastrosa situazione delle carceri e, più in generale, la non-amministrazione della giustizia costituiscono ormai la prima e principale questione sociale del nostro Paese, questione per cui lo Stato italiano è condannato dalla giustizia europea, ogni anno e per centinaia di volte negli ultimi vent'anni, per violazione di diritti umani fondamentali.

Il 30 novembre scorso il Consiglio d'Europa ha infatti denunciato che «i ritardi della giustizia in Italia sono causa di numerose violazioni della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sin dal 1980» e che tali ritardi «costituiscono un pericolo effettivo per il rispetto dello Stato di diritto in Italia».

Secondo i dati sull'amministrazione della giustizia, ad oggi, risultano pendenti quasi dieci milioni di processi, di cui circa quattro milioni civili e sei milioni penali. Commentando questi dati, il Procuratore generale Francesco Favara ha svolto queste considerazioni: «Se si pensa che per ogni causa civile vi sono almeno due parti interessate (ma spesso ve ne sono tante altre), e che ogni processo penale coinvolge un numero di persone, come imputati o come parti lese, certamente superiore a quella grande cifra che ho sopra indicato, si ha subito la sensazione concreta della entità dell'interesse - e del malcontento - che per la giustizia hanno i cittadini. Non senza poi considerare le spese e i costi materiali e le ansie che i processi comportano per ciascuno di essi».

È comunque fuori da ogni ragionevole dubbio, in vario modo e in varia misura, che almeno dieci milioni di famiglie - stiamo parlando di oltre un terzo della

 

popolazione italiana! - nel loro vissuto e nella loro vita attuale, hanno sofferto, spesso in modo atroce, per il loro coinvolgimento nella giustizia e nell'ordinamento penitenziario.

Non si tratta solo della condizione delle carceri, nelle quali 60.000 detenuti, un record nella storia repubblicana, sono ammassati in celle che potrebbero ospitarne a malapena 42.000; si tratta anche e soprattutto della vita e della dignità di milioni di cittadini italiani, in attesa da molti anni di una decisione giudiziaria. Tra la data del delitto e quella della sentenza la durata media è di 35 mesi per il primo grado del processo e di 65 mesi per l'appello. I tempi di attesa sono ancora più lunghi nel campo della giustizia civile.

Con la «Marcia di Natale» del 2005, promossa da Marco Pannella, per la prima volta in Italia è stata denunciata con forza questa realtà, e si è manifestato per dare voce alle persone che ne sono vittima, che sono sia le vittime di reati che restano impuniti, sia le vittime di processi che non si celebrano in tempi ragionevoli e che sono destinati a risolversi per prescrizione, come è accaduto a un milione di processi penali negli ultimi cinque anni.

Ma se molti sono i reati che vengono prescritti, assai di più sono quelli che non vengono neppure perseguiti: nel 2005 i delitti denunciati sono stati 2.855.372, tra cui circa un milione e mezzo di furti, la quasi totalità dei quali resta impunita per essere rimasti ignoti gli autori. Da questi dati emerge che il sistema attuale di contrasto alla criminalità nel nostro Paese, bene che vada, riguarda oggi solo il 10 o il 20 per cento del problema.

Coloro i quali hanno veramente a cuore il problema della sicurezza sociale sanno che la soluzione non sta quindi nella politica propagandistica sulla «certezza della pena», intesa banalmente come lo «sbattere in cella e buttare via la chiave», ma in quella volta ad aumentare la probabilità che chi ha commesso un delitto sia individuato e ne risponda in un'aula di giustizia. È il processo, non l'entità o la durata della pena, il vero deterrente contro la criminalità.

Chi si oppone all'amnistia e all'indulto dimentica che in molti casi è il carcere stesso a portare alla commissione di nuovi reati. I dati dicono che mentre la percentuale della recidiva è del 75 per cento nei casi di detenuti che scontano per intero la condanna in carcere, questa si abbassa drasticamente al 27 per cento nel caso di tossicodipendenti condannati che scontano la condanna o una parte di essa in affidamento ai servizi sociali e al 12 per cento nel caso di non tossicodipendenti affidati ai servizi sociali.

L'amnistia e l'indulto, dunque, non sono contraddittori con l'attenzione ai problemi della sicurezza. Investire sul recupero e sulla prevenzione è la vera politica per la sicurezza, una politica meno costosa socialmente, umanamente ed economicamente. Tenere una persona in carcere, peraltro nelle attuali condizioni miserevoli e spesso illegali (basti pensare che il nuovo regolamento penitenziario, predisposto nel 2000 e che doveva entrare in vigore entro il 2005, è rimasto lettera morta), costa 63.875 euro l'anno, in gran parte per la struttura, mentre per il vitto di ogni recluso si spendono mediamente solo 1,58 euro al giorno. Tenere un tossicodipendente in carcere (e sono almeno 18.000) costa il quadruplo che assisterlo in una comunità o affidarlo a un servizio pubblico.

Attualmente sono 60.000 i detenuti nel nostro Paese. Altre 50.000 persone sono sottoposte a misure alternative alla detenzione, mentre 70-80.000 persone sono in attesa della decisione del giudice circa la possibilità di scontare la condanna in misura alternativa. II totale ammonta a 180-190.000 persone, il che porterebbe, nel volgere di 15 anni, a una crescita esponenziale della popolazione carceraria fino a sei volte quella attuale. Come se non bastasse, si calcola che con le disposizioni sulla recidiva contenute nella cosiddetta «legge ex Cirielli», approvata dal Parlamento alla fine della scorsa legislatura, entreranno in carcere altri 20.000 detenuti. Lo stesso ex Ministro della giustizia Castelli si era dichiarato allarmato di questa prospettiva e aveva chiesto al Governo interventi straordinari che non potevano (e non possono) consistere nella costruzione di nuove carceri, dato che le nuove carceri appena aperte o in via di apertura (una decina in tutto) sono in grado, tutt'al più, di risolvere il problema di due o tremila detenuti tuttora ristretti in «loculi» sovraffollati e invivibili, mentre quelle da mettere eventualmente in cantiere saranno «pronte» fra quindici anni.

Ogni giorno vi sono casi clamorosi di veri e propri omicidi colposi o preterintenzionali di detenuti per lo più malati, lasciati per violazione delle leggi alla violenza di agonia e di morte. Lo Stato è l'origine, la causa consapevole di questa realtà, senza alcun dubbio criminale e criminogena.

Nelle carceri italiane il 7,5 per cento dei detenuti è sieropositivo, il 38 per cento positivo al test per l'epatite C e il 50 per cento a quello per l'epatite B, il 7 per cento presenta l'infezione in atto e il 18 per cento risulta positivo al test della TBC. Nel corso del 2004 vi sono stati almeno 52 suicidi, 713 tentati suicidi, 5.939 episodi di autolesionismo, 10.268 gli scioperi della fame e manifestazioni di protesta. La percentuale di suicidi in carcere è superiore di 19 volte a quella registrata fuori! Nel 2005 i suicidi sono stati almeno 57, senza tenere conto di altri 22 casi di detenuti morti per «cause non ancora accertate», cioè per i quali sono in corso inchieste della magistratura volte ad accertare i reali motivi del decesso. Nei primi tre mesi del 2006 si sono tolti la vita almeno 14 detenuti, mentre altri 6 sono morti per malattia o, sarebbe meglio dire, a causa di una assistenza sanitaria disastrata e di una situazione di emergenza determinata dal taglio dei fondi della sanità penitenziaria, che sono diminuiti del 20 per cento negli ultimi anni, a fronte dell'aumento dei detenuti.

Grave ed intollerabile è anche la situazione degli altri soggetti che «risiedono» nelle strutture carcerarie, gli operatori pubblici dell'amministrazione, per primi gli agenti della polizia penitenziaria.

L'immensa gravità della realtà sociale che questi dati sull'amministrazione della giustizia e del carcere svelano è tale anche perché la cultura dominante della classe dirigente, politica e no, da decenni (e in questi anni in un crescendo letteralmente spaventoso), la risolve in pratica negandola, comunque condannandola alla clandestinità e al silenzio.

Non è più morale, e legale, subire inerti questa tragedia.

In questo contesto, la concessione dell'amnistia e dell'indulto non è un atto di clemenza, è innanzitutto un atto volto al ripristino della legalità e al buon governo dell'amministrazione della giustizia e del carcere, per rispondere a una situazione di emergenza che rischia di divenire irreversibile e di tramutarsi in catastrofe vera e propria.

Occorre varare la più straordinaria, forte, ampia, decisa e rapida delle amnistie che la Repubblica italiana abbia conosciuto dalla sua nascita, per ridurre immediatamente di almeno un terzo il carico processuale dell'amministrazione della giustizia, affinché essa, liberata dai processi meno gravi, possa proficuamente impegnarsi a concludere quelli più gravi.

È necessario un indulto, di almeno due anni, che possa sgravare di un terzo il carico umano che soffre - in tutte le sue componenti: i detenuti, il personale amministrativo e di custodia - la condizione disastrosa delle carceri.

Dopo sei anni dal Giubileo e tre anni e mezzo da quando il Parlamento applaudì ripetutamente Giovanni Paolo II mentre invocava un atto di clemenza, atto che in Italia non viene promulgato da ormai 15 anni, è ora di cominciare a dare risposta, con un provvedimento straordinario di buon governo, alla straordinarietà di questa crisi sociale e istituzionale del nostro Paese, accertata dalle decine e decine di condanne che vengono da Strasburgo e che pongono l'Italia al di fuori dei trattati costituitivi dell'Unione europea e dalla Carta dei diritti dell'uomo.

Con questo provvedimento di buon governo i tribunali verrebbero sostanzialmente decongestionati dalla paralisi in cui sono precipitati e le carceri tornerebbero ad essere luoghi passabilmente vivibili per

 

i detenuti e per tutti coloro che vivono e lavorano in quella realtà.

Senza vita del diritto evapora qualsiasi diritto alla vita. L'amnistia e l'indulto sono gli unici strumenti tecnici a disposizione delle istituzioni per interrompere e rendere possibile l'uscita dalla situazione di flagrante criminalità nella quale si trova lo Stato italiano.

L'amnistia e l'indulto non sono solo strumenti adeguati a ripristinare la legalità violata nei tribunali e nelle carceri, sono anche strumenti volti a conquistare il tempo necessario a mettere in moto le numerose altre proposte che giacciono nei cassetti per la riforma della giustizia e la riforma del carcere nel nostro Paese.

C'è l'obbligo di tutti e di ciascuno, secondo le proprie funzioni e responsabilità - dal Capo dello Stato al Capo del Governo, dai parlamentari eletti ai cittadini elettori - di affrontare e risolvere quella che senza alcun dubbio è la massima urgenza sociale della storia della Repubblica italiana.

Con l'approvazione di questa proposta di legge per la concessione di amnistia e di indulto, per la difesa dello Stato di diritto e per la riforma della giustizia, la Camera dei deputati potrà dire di aver fatto la sua parte.


 


 


proposta  di legge

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Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia per tutti i reati commessi entro il 31 dicembre 2005 per i quali è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena. Non si applicano le esclusioni di cui all'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

2. L'amnistia non si applica ai reati di cui all'articolo 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni.

3. L'amnistia non si applica qualora l'interessato faccia esplicita dichiarazione di non volerne usufruire.

Art. 2.

(Indulto).

1. È concesso indulto per tutti i reati commessi entro il 31 dicembre 2005 nella misura non superiore a due anni per le pene detentive e per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

2. II beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

 

Art. 3.

(Entrata in vigore).

1. La presente legge entra in vigore il trentesimo giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 



N. 662

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato BOATO

¾

 

Concessione di amnistia e di indulto

 

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Presentata il 12 maggio 2006

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Onorevoli Colleghi! - La situazione del nostro sistema penitenziario ha assunto, da anni, i limiti e gli aspetti propri di una crisi strutturale, in ragione sia del ricorso sempre più diffuso alla legislazione penale con i problemi che non da oggi motivano una riforma del codice penale, sia dell'assenza da oltre quindici anni di provvedimenti di amnistia e di indulto resi impossibili dalla riforma costituzionale che ha elevato a due terzi dei componenti di ciascuna Camera la maggioranza necessaria alla loro deliberazione.

È opinione, costantemente motivata nel corso di questi anni dal proponente, così come dalle tesi di molti costituzionalisti, di esponenti della magistratura e del diritto, nonché di operatori e di associazioni che lavorano nel sistema penitenziario, che una nuova riforma costituzionale dell'articolo 79, tale dunque da incidere sul quorum deliberativo, costituisca la premessa indispensabile a un effettivo e non rituale confronto, libero da ogni logica di schieramento, nel merito di possibili provvedimenti di amnistia e indulto. Per tale ragione il presentatore di questa proposta di legge - che prevede la concessione di un'amnistia, con le esclusioni oggettive di cui all'articolo 2, per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a tre anni, analogamente a quanto stabilito per l'indulto - cui si associa un'altra proposta di legge (atto Camera n. 663) con la previsione di pene detentive non superiori nel massimo a cinque anni per l'amnistia e a tre anni per l'indulto - ha presentato, come nella XIV legislatura, una proposta di legge costituzionale (atto Camera n. 38) che prevede la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera ai fini della deliberazione di provvedimenti di amnistia e di indulto.

Fra le proposte di legge che già nella XIII e nella XIV legislatura sono state all'esame - senza esito, analogamente ad altre ipotesi di provvedimenti - del Parlamento, vi sono state quelle elaborate da due autorevoli esponenti della magistratura e del diritto, il dottor Francesco Maisto, sostituto procuratore generale di Milano, e il professore Massimo Pavarini dell'università degli studi di Bologna: quella che di seguito si ripropone integralmente, (e l'altra ipotesi di provvedimento che presentiamo con una diversa proposta di legge) sono a contributo di una scelta - le cui fondamenta costituzionali sono state prima qualificate - che il Parlamento è chiamato a valutare e ad assumere.

«1. Nella cultura penalistica e in quella politica da tempo è condivisa una valutazione fortemente negativa nei confronti dei provvedimenti indulgenziali. In buona sostanza lo sfavore nei confronti delle leggi d'amnistia e di indulto - tenendo criticamente conto delle passate quanto numerose esperienze - si fonda su un giudizio di fondo difficilmente contestabile: attraverso detti provvedimenti "eccezionali" non si dà alcuna soluzione ai problemi critici del sistema penale-penitenziario italiano (gli effetti deflativi dei provvedimenti di clemenza sono stati mediamente assorbiti nell'arco medio di due anni) e nel contempo si sospenderebbe momentaneamente la tensione verso una soluzione strutturale e "fisiologica" ai problemi della crisi della giustizia penale che deve, invece, essere perseguita in una radicale riforma del sistema penale stesso.

Se questo giudizio di fondo è astrattamente condivisibile, assai meno lo è con riferimento in concreto alla situazione del nostro Paese. A chi presta uno sguardo meno svagato e superficiale alle politiche penali nel lungo periodo - dallo Stato post-unitario ad oggi - si avvede infatti che sempre e costantemente si è fatto ricorso ai provvedimenti di clemenza come risorsa decisiva per il governo della penalità entro i limiti di volta in volta posti dalle necessità di compatibilità sistemica. Pertanto niente affatto politica di eccezione, ma scelta costante ed "ordinaria" volta ad operare momentanei ma necessari riequilibri tra input ed output del sistema penale. Ed infatti è bastato che il sistema della politica si astenesse dall'utilizzare questo mezzo, che in un solo decennio, questo ultimo, la popolazione detenuta raddoppiasse e il sistema processuale-penale pericolosamente si avvicinasse ad uno stato di assoluta paralisi.

L'esperienza comparata ci insegna che in quasi tutte le realtà occidentali moderne, i sistemi di giustizia penale - in quanto dinamicizzati al loro interno da logiche di autoreferenzialità - corrono il rischio di "uscire di controllo", per la loro naturale tendenza a favorire una crescita esponenziale di domande di giustizia a cui nessun incremento di risorse sarà mai in grado di dare risposta. Ed è per questo che, in altri Paesi e in altri contesti culturali, aggiustamenti e riequilibri vengono "fisiologicamente" implementati all'interno del sistema di giustizia penale stesso: si pensi alla valvola di sicurezza data dalla facoltatività dell'azione penale ovvero alla larga "negoziabilità" della pena e del processo.

Orbene: se contingenze politiche particolarmente avvertite e sofferte impediscono di adottare queste "tecniche" di controllo della "produttività", giocoforza il sistema della politica sarà chiamato permanentemente ad "interferire" dall'esterno sul sistema della giustizia penale per determinare, sia pure contingentemente, nuovi livelli di compatibilità tra risorse e funzioni. E sotto questo punto di vista, l'intervento del sistema politico è non solo utile, ma doveroso.

Doveroso e non indebito, se non altro perché se la politica non si assumesse questo diritto di interferire dall'"esterno", il sistema della giustizia penale "naturalmente" sarebbe costretto ad adottare soluzioni di compensazione "interne" offerte appunto dalla sua progressiva inefficacia: la prescrizione - ovvero il negare giustizia per decorso del tempo - di fatto opererebbe inesorabilmente, ma con un esito pericolosamente delegittimante per il sistema della giustizia stesso. Come ognuno ben sa, la giustizia negata per prescrizione ulteriormente accentua i criteri di selettività della giustizia penale, favorendo prevalentemente coloro che possono economicamente e culturalmente "resistere" ai tempi lunghi del processo. Per cui la recuperata efficacia del sistema criminale finirebbe per "scaricarsi" sui soggetti più deboli, di fatto immunizzando coloro che possono sostenere una giustizia lenta e alla fine ineffettiva.

Considerazioni diverse debbono invece valere per chi paventa l'ennesimo provvedimento clemenziale perché capace di favorire la connaturata pigrizia del legislatore a mettere mano ad alcune decisive e da troppo tempo attese riforme penali che unitariamente intese potrebbero, almeno astrattamente, operare nel senso anche di una maggiore efficienza dell'"impresa giustizia".

È certo da condividere la posizione di chi confida che solo una drastica riduzione dell'area della criminalizzazione primaria sia in grado di dare efficienza e effettività al sistema della giustizia penale. Ma un atteggiamento di realismo politico ci induce a non confidare troppo in questa soluzione: anche i Paesi che in quest'ultimo decennio si sono felicemente confrontati con una riforma del codice penale (Francia, Germania, Spagna e Portogallo) pur avendo sempre ed esplicitamente assunto questo obiettivo di politica criminale, di fatto non sono stati in grado di raggiungerlo. Ed è seriamente dubitabile che una significativa rinuncia alla risorsa penale possa effettivamente oggi darsi all'interno di sistemi sociali di diritto.

Pertanto una maggiore efficienza del sistema della giustizia penale con più realismo è invece possibile guadagnarla sul versante di una più estesa negoziabilità in fase processuale attraverso ad esempio un allargamento delle ipotesi di patteggiamento, ovvero - come è nella ratio della recente riforma del giudice unico di primo grado - in una virtuosa economizzazione delle risorse. Poi certo altro si potrà guadagnare in efficienza nell'attribuire ad esempio al giudice di pace alcune significative competenze penali; ovvero nel dare spazio anche nel nostro ordinamento all'istituto della mediazione penale. Ma di più: sulla stessa indicazione offerta dalla commissione per la riforma del codice penale (Commissione Grosso), la scelta in favore di pene sostitutive edittalmente diverse da quella privativa della libertà (come ad esempio il lavoro di pubblica utilità), potrebbe consentire di produrre una qualche differenziazione processuale che finirebbe per tradursi anche in una maggiore efficienza del sistema stesso. Mentre onestamente non ci sembra che si possano nutrire eccessive speranze in un'ulteriore dilatazione dei termini della flessibilità della pena in fase esecutiva - se non appunto limitatamente ad un allargamento dei termini oggettivi per fruire della liberazione condizionale - perché allo stato attuale delle risorse rese politicamente disponibili i circuiti alternativi sono già al limite di tenuta, oltre i quali l'esecuzione penitenziaria extra-moenia rischia di diventare una semplice foglia di fico ad una tendenza decarcerizzante sconsiderata, a meno che non si decida finalmente di investire di più. Cosa che auspichiamo senza riserve.

Questo orizzonte di realistico riformismo - rispetto al quale scientificamente si deve confidare con estrema moderazione - non soddisfa completamente. Certo - detto diversamente - piace di meno che un diritto penale veramente "minimo", tanto nei codici che nelle prassi dei tribunali. Ma non vorremmo che l'ansia verso il meglio, ci sollevasse dal compito di operare subito - oggi - per il meno peggio. Comunque, a volere tacere dalle diverse opinioni in merito, rimane comunque la circostanza che quale strategia si voglia adottare per dare soluzione a questa crisi di efficienza del sistema giustizia, il sistema deve potere contare come pre-condizione su un suo per quanto inadeguato funzionamento. Infatti nessuna delle riforme messe in atto e nessuna di quelle che si vorrebbero poter mettere, può entrare a regime se il sistema si blocca.

A noi non dispiace se il ricorso alla leva della indulgenza viene etichettato come provvedimento di sola e limitata nel tempo "narcotizzazione" delle sofferenze della giustizia. Esso in effetti lo è. La questione che preme decidere è altra: se la sospensione momentanea del dolore deve servire per intervenire sulle cause attraverso processi di riforma, ovvero se si vuole solo rinviare la prossima emergenza ad un futuro prossimo. La questione ci pare di non poco conto.

2. Alla emergenza del sistema giustizia si accompagna e si somma quella del sottosistema carcerario. Come sempre su questo delicato tema si rischia di parlare tra il patetico, i buoni sentimenti e l'ovvio. Qualche volta anche con indifferenza. In estrema sintesi: la situazione è effettivamente drammatica. Drammatica in primo luogo per i detenuti. Ma drammatica anche per chi professionalmente opera in carcere. I termini di questa drammaticità possono essere sintetizzati in una sola parola, inelegante quanto emotivamente neutra: sovraffollamento. Ma solo chi conosce la realtà del carcere sa cosa cela questo termine.

Si dirà che da che esiste il carcere e non solo in Italia, sempre si è sofferto di questo male. È vero, ma oggi il sovraffollamento non indica purtroppo una sofferenza che ci si possa illudere di sanare naturaliter in tempi brevi. L'attuale sovraffollamento è infatti originato da un processo significativo di nuova ri-carcerizzazione iniziato a metà degli anni novanta che con ogni probabilità si dispiegherà su un arco di tempo medio-lungo.

All'inizio della precedente legislatura la presenza media dei detenuti è stata superiore alle 57.000 unità e in questi ultimi anni è ulteriormente cresciuta. Una tendenza che si è consolidata e che, anche per alcuni provvedimenti approvati nella XIV legislatura, si è ulteriormente accentuata e aggravata. Se così purtroppo è, temiamo che non sarà nell'immediato futuro possibile governare il carcere nel rispetto dei diritti dei detenuti e inoltre che la qualità dell'impegno professionale degli operatori penitenziari dovrà essere ulteriormente ridotta. Per altro - se mai si volesse rispondere al problema attraverso un programma di nuova edilizia penitenziaria - si deve tenere conto che per edificare e mettere in funzione un nuovo carcere necessitano mediamente più di dieci anni.

Il sistema politico non può quindi chiamarsi fuori da chi l'interroga su come garantire la legalità e il rispetto dei diritti umani in carcere, già da oggi. Nell'immediato non esiste altra alternativa che deflazionare per forza di legge il carcere. Il costo di un provvedimento legislativo deflativo è oggi prevalentemente politico. La classe politica si avvede che a questa decisione dovrà prima o poi arrivare, ma teme di pagare un prezzo eccessivamente alto sul piano del consenso sociale e quindi politico. Da un lato, inutile nascondercelo, c'è il timore che attraverso un provvedimento clemenziale di fatto si operi nel senso di un colpo di spugna rispetto ai reati di Tangentopoli (senza però riflettere che il destino di questi - vale a dire la prescrizione - è oramai segnato); dall'altro lato si paventa che l'opinione pubblica oggi particolarmente sensibile ai problemi di sicurezza dalla criminalità predatoria e di strada, intenda ogni provvedimento clemenziale come un pericoloso arretramento in tema di difesa sociale (senza poi riflettere che, trattandosi in questo caso prevalentemente di micro-criminalità, la risposta sanzionatoria e detentiva sarebbe comunque di breve periodo).

È certo comunque che questi timori - ove anche in parte fondati - rischiano nella presente congiuntura di determinare una situazione di stallo nell'iniziativa politica. Come dire: tutti alla finestra per vedere chi fa la prima mossa, con il rischio effettivo che nessuno la faccia. Ed è per questo motivo che - in ragione solamente delle nostre competenze professionali e della nostra sensibilità nei confronti della tutela della società e dei diritti dei detenuti - confidiamo di potere modestamente contribuire in un senso positivo ad affrontare l'attuale situazione di crisi, avanzando una proposta realistica. Si tratta solamente di una "modesta proposta" per invitare chi ha responsabilità di governo e politica prendere posizione. E per fare ciò, ci è parso utile offrire una traccia tecnica che mentre recepisce e tiene nel dovuto conto ad esempio le proposte di legge recentemente avanzate da alcuni parlamentari, a nostro avviso sia in grado di segnare i confini all'interno dei quali è ragionevole sperare in una possibile mediazione politica.

 

3. Poche parole infine di commento all'articolato normativo che segue, capace di indicarne sinteticamente la "filosofia".

Riteniamo che lo spazio di decisione politica nei confronti di un provvedimento di indulto e di amnistia si dispieghi oggi tra quello segnato da due limiti, che abbiamo voluto tracciare nelle due ipotesi estreme: un'amnistia ampia per i reati sanzionati fino a cinque anni, ma prudentemente condizionata per alcune tipologie di reato o d'autore e una più contenuta - di soli tre anni - ma incondizionata».

La presente proposta di legge ha per oggetto l'ipotesi di amnistia incondizionata ma relativa alle tipologie di reato con pene fino a tre anni, mentre quella più ampia ma condizionata è materia di un'altra e contestuale proposta di legge (atto Camera n. 663).

Secondo quanto previsto dall'articolo 1 è concessa amnistia per ogni reato per il quale la legge stabilisce una pena non superiore a tre anni, ovvero una pena pecuniaria sola o congiunta a quella detentiva, oltre ad una tassativa serie di reati a prescindere dalla pena edittale massima prevista. Nell'indicare questi ultimi, si è da un lato tenuto conto, riportandoli, dei reati già contemplati dalla precedente legislazione in materia di indulto ed amnistia del 1990 (decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1990 e decreto del Presidente della Repubblica n. 75 del 1990) aggiungendone altri, quali la ricettazione (articolo 648, secondo comma, del codice penale) e i reati connessi all'offerta di stupefacenti previsti dai commi 4 e 5 dell'articolo 73 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, con la sola esclusione delle condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione di dette sostanze.

In ragione dei termini assai ampi - anche da un punto di vista del presumibile effetto deflativo - dei termini di concessione dell'amnistia, si è ritenuto di essere particolarmente severi nell'indicazione di alcune esclusioni oggettive al beneficio. In particolare, oltre a quelle di norma ricorrenti nei precedenti provvedimenti clemenziali (quali i reati commessi in occasione di calamità naturali, l'evasione limitatamente alle ipotesi aggravate di cui al secondo comma dell'articolo 385 del codice penale, il commercio e la somministrazione di farmaci guasti ovvero di sostanze alimentari nocive ovvero infine dei delitti contro la salute pubblica) si è ritenuto opportuno includere anche una serie di condotte criminose o direttamente offensive di interessi collettivi e diffusi (ad esempio: omicidio e lesioni personali colpose per violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ovvero condotte penalmente rilevanti in tema di inquinamento delle acque, produzione di sostanze pericolose, nonché per violazione delle disposizioni contro l'immigrazione clandestina previste dall'articolo 12 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998; eccetera) ovvero oggi avvertite in termini di particolare odiosità, come alcuni delitti a sfondo sessuale.

Per il resto - sia per quanto concerne il computo della pena per l'applicazione dell'amnistia (articolo 3) sia per quanto concerne la rinunciabilità all'amnistia (articolo 4) - si è seguito lo schema tecnico già sperimentato nei precedenti provvedimenti clemenziali.

Infine l'indulto: esso è concesso nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive ed è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna detentiva superiore a due anni, così come il precedente provvedimento di indulto del 1990 (decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1990).

Il tema carcere e le sue problematiche complesse rinviano, e da lungo tempo, ad interventi legislativi e ad iniziative politiche e sociali che non attribuiscono a un provvedimento di amnistia e di indulto un valore e un'efficacia più ampi della sua natura emergenziale. Né alcuno fra i firmatari le diverse proposte di legge in Parlamento, né gli autori del documento sopra citato, né le associazioni che operano in rapporto con il sistema penitenziario ed a sostegno dei diritti del detenuto o in relazione ai problemi della giustizia penale, appaiono in dissenso su tale punto.

Assume, così, particolare rilievo, ad avviso del proponente, la raccomandazione che il dottor Maisto e il professor Pavarini pongono a conclusione del loro documento, in diretta relazione con le iniziative proposte da Sergio Cusani per l'associazione Liberi e Sergio Segio del gruppo Abele ad accompagnamento del provvedimento di amnistia e di indulto e che, più avanti, si richiameranno. La raccomandazione è che «in attesa che celermente si provveda a portare a termine - nei tempi certamente non lunghi offerti dagli effetti deflativi della legge di amnistia ed indulto - quel necessario processo riformatore del sistema complessivo della giustizia penale, capace di trovare un nuovo e più avanzato equilibrio tra efficienza del sistema e tutela dei diritti umani dei detenuti, è necessario trovare la volontà e le risorse per governare in senso positivo le conseguenze immediate del provvedimento clemenziale stesso».

Tra le migliaia di detenuti, condannati o rinviati a giudizio che improvvisamente riacquisteranno la libertà, non ci si deve dimenticare che c'è una quota significativa di soggetti deboli, troppo deboli per resistere all'impatto con la libertà spesso «selvaggia» che li attende nella società libera. Giovani tossicodipendenti, immigrati disperati, ammalati gravi, disagiati psichici. Insomma i soliti «poveri diavoli», clientela privilegiata del sistema criminale e delle patrie galere. Difficile pensare che per questi l'amnistia condizionata ovvero l'indulto revocabile possano «da soli» giocare un ruolo significativo nel trattenerli dal «recidivare». In mancanza di alternative che permettano un loro regolare reinserimento nel tessuto sociale e produttivo, per loro la pena e il carcere non sono un rischio sociale, ma un destino ineludibile.

È necessario quindi che al provvedimento di clemenza immediatamente si accompagnino tutti quegli interventi che consentano appunto il reinserimento. La relazione tra carcere e società civile non può essere lasciata alle logiche del libero mercato, che in questo caso vorrebbe dire che ognuno provveda come meglio crede e può. Essa deve essere assistita, nel senso di favorire in ogni modo la presa in carico da parte della società civile di questa popolazione che, prima e più che essere criminale, è solo marginale e marginalizzata.

Le iniziative di reinserimento sociale dei detenuti, con un contestuale rafforzamento della sicurezza dei cittadini, secondo Cusani e Segio, dovrebbero essere concepite come un vero e proprio piccolo «Piano Marshall», avente tre piani di riferimento: prevenzione, recupero e reinserimento.

Non v'è dubbio, al di là dei pur importanti passi in avanti compiuti in questi anni, che in ordine alle problematiche del sistema carcere sia ancor oggi insostenibile il peso delle misure legislative adottate ma non pienamente attuate, dei princìpi e dei criteri di equità della pena disattesi, del fallimento obbligato, in assenza di strumenti e di risorse adeguati, di molte, seppure non tutte, misure di reinserimento sociale dei detenuti.

Nessuno fra gli operatori del settore e fra coloro che al carcere non dedicano un'attenzione superficiale, emergenziale, né al carcere attribuiscono la responsabilità di affrontare e di risolvere problemi che appartengono all'intera struttura sociale, dissente sulla assoluta necessità di valutare tali problemi con criteri equilibrati, equi, strutturali, ponendo il nostro Paese al di là delle logiche emergenzialistiche spesso, se non sempre, ispirate ad una cultura esclusivamente repressiva che, negli anni, a carico dei soggetti più deboli, ha aggravato le condizioni di vivibilità nel sistema penitenziario senza alcun vantaggio per la sicurezza dei cittadini.

«Prevenzione, recupero e reinserimento sociale vanno certamente considerati capitoli egualmente indispensabili e strettamente intrecciati di uno stesso discorso. In tale senso, possono divenire parti di un "circuito virtuoso", o, viceversa, costituire gli anelli di una cronica catena di disfunzionamenti destinata a riprodurre il delitto, certificando in tale modo la debolezza del sistema penal-penitenziario, alimentando la sfiducia dei cittadini e lasciando al corrispettivo economico ed alla vendetta del castigo la funzione riparativa per la vittima.

Si tratta di creare le premesse, le condizioni e le opportunità (vale a dire la definizione delle strutture, la dislocazione delle risorse, la promozione e la formazione delle competenze) in grado di consentire che (non tutti, realisticamente) una quota significativa di quanti escono dal carcere non abbia a rientrarvi da lì a poco.

Si tratta, in definitiva, di definire e finanziare un piano straordinario d'azione sociale per sostenere il reinserimento e tutelare la legalità, collegato al varo dell'amnistia e dell'indulto e con un impegno distribuito almeno su un triennio, i cui titoli, possibili e necessari, corrispondono a quelle che sono le facce più problematiche della attuale composizione della popolazione detenuta ed in particolare i malati di AIDS e di altre malattie infettive e i tossicodipendenti».

Anche sotto questo profilo, con questa proposta di legge si può contribuire, dunque, alle ragioni di nuove politiche in materia di carcere e di giustizia penale, di cui un provvedimento di amnistia e indulto non è la base ma oggi, nelle condizioni drammatiche in cui versano i nostri istituti penitenziari, è la premessa ineludibile.



 


proposta di legge

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Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a tre anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

c) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336 (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale), primo comma, e 337 (resistenza a un pubblico ufficiale), sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 del codice penale o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 372 (falsa testimonianza), quando la testimonianza verte su un reato per il quale è concessa amnistia;

3) 588, secondo comma, (rissa), sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

4) 614, quarto comma (violazione di domicilio), limitatamente all'ipotesi in cui il fatto è stato commesso con violenza sulle cose;

5) 625 (furto aggravato), qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 4), del codice penale;

6) 640, secondo comma, (truffa), sempre che non ricorra la circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale;

7) 648, secondo comma (ricettazione);

d) per ogni reato commesso dal minore degli anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale e senza che si applichino le disposizioni dei commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale;

e) per i reati previsti dall'articolo 73, commi 4 e 5, con esclusione delle condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione di sostanze stupefacenti, e dall'articolo 83 del testo unico, delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applica il quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 2.

(Esclusioni oggettive dall'amnistia).

1. L'amnistia non si applica:

a) ai reati commessi in occasione di calamità naturali approfittando delle condizioni determinate da tali eventi, ovvero in danno di persone danneggiate ovvero al fine di approfittare illecitamente di provvedimenti adottati dallo Stato o da altro ente pubblico per fare fronte alla calamità, risarcire i danni e portare sollievo alla popolazione e all'economia dei luoghi colpiti dagli eventi;

b) ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale e ai reati di falsità in atti previsti del capo III del titolo VII del citato libro secondo del medesimo codice, quando siano stati compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

c) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 385 (evasione), limitatamente alle ipotesi previste dal secondo comma;

2) 391 (procurata inosservanza di misure di sicurezza detentive), limitatamente alle ipotesi previste dal primo comma. Tale esclusione non si applica ai minori degli anni diciotto;

3) 443 (commercio o somministrazione di medicinali guasti);

4) 444 (commercio di sostanze alimentari nocive);

5) 445 (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica);

6) 452 (delitti colposi contro la salute pubblica), primo comma, numero 3), e secondo comma;

7) 589, secondo comma (omicidio colposo), e 590, commi secondo e terzo (lesioni personali colpose), limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro, che abbiano determinato le conseguenze previste dal primo comma, numero 2), o dal secondo comma dell'articolo 583 del codice penale;

8) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

d) ai reati previsti:

1) dagli articoli 4, 5 e 6 della legge 30 aprile 1962, n. 283, e successive modificazioni;

2) dall'articolo 20, primo comma, lettere b) e c), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dall'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni di un'area di piccola estensione, in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti e sempre che non siano stati violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della citata legge n. 47 del 1985, o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma dello stesso articolo;

3) dall'articolo 163 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e dell'articolo 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, salvo che sia conseguita in sanatoria l'autorizzazione da parte delle competenti autorità;

4) dall'articolo 12 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni;

5) dall'articolo 59 del decreto legislativo 11 marzo 1999, n. 152, e successive modificazioni, e dall'articolo 137 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

6) dall'articolo 27 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, e successive modificazioni;

7) dal capo I del titolo V del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, e del capo I del titolo VI della parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

Art. 3.

(Computo della pena per l'applicazione

dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Si tiene conto della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale, nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del medesimo codice. Quando le predette circostanze attenuanti concorrono con le circostanze aggravanti di qualsiasi specie, si tiene conto soltanto delle prime, salvo che concorrano le circostanze di cui all'articolo 583 del codice penale. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle citate circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento ai sensi dell'articolo 469, del codice di procedura penale.

Art. 4.

(Rinunciabilità all'amnistia).

1. L'amnistia non si applica qualora l'interessato faccia esplicita dichiarazione di non volerne usufruire.

Art. 5.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini del presente articolo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna detentiva superiore a due anni.

Art. 6.

(Termini di efficacia).

1. L'amnistia e l'indulto hanno efficacia per i reati commessi fino a tutto il 12 maggio 2006.

 


N. 663

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato BOATO

¾

 

Concessione di amnistia condizionata e di indulto

 

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Presentata il 12 maggio 2006

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Onorevoli Colleghi! - La situazione del nostro sistema penitenziario ha assunto, da anni, i limiti e gli aspetti propri di una crisi strutturale, in ragione sia del ricorso sempre più diffuso alla legislazione penale con i problemi che non da oggi motivano una riforma del codice penale, sia dell'assenza da oltre quindici anni di provvedimenti di amnistia e indulto resi impossibili dalla riforma costituzionale che ha elevato a due terzi dei componenti di ciascuna Camera la maggioranza necessaria alla loro deliberazione.

È opinione, costantemente motivata nel corso di questi anni dal proponente, come dalle tesi di molti costituzionalisti, di esponenti della magistratura e del diritto, operatori e associazioni che lavorano nel sistema penitenziario, che una nuova riforma costituzionale dell'articolo 79, tale dunque da incidere sul quorum deliberativo, costituisca la premessa indispensabile a un effettivo e non rituale confronto, libero da ogni logica, di schieramento nel merito di possibili provvedimenti di amnistia e indulto. Per tale ragione il presentatore di questa proposta di legge - che prevede la concessione di un'amnistia condizionata, con le esclusioni oggettive di cui all'articolo 2, per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, e dell'indulto in misura non superiore a tre anni - cui si associa un'altra proposta di legge (atto Camera n. 662) con la previsione di pene detentive non superiori nel massimo a tre anni sia per l'amnistia che per l'indulto - ha presentato come nella XIV legislatura, una proposta di legge costituzionale (atto Camera n. 38) che prevede la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera ai fini della deliberazione di provvedimenti di amnistia e indulto.

Fra le proposte di legge di merito che già nella XIII e nella XIV legislatura sono state all'esame - senza esito, analogamente ad altre ipotesi di provvedimenti - del Parlamento, vi sono state quelle elaborate da due autorevoli esponenti della magistratura e del diritto, il dottor Francesco Maisto, sostituto procuratore generale di Milano, e il professore Massimo Pavarini dell'università degli studi di Bologna: quella che di seguito si ripropone integralmente (e l'altra ipotesi di provvedimento che presentiamo con diversa proposta di legge) sono a contributo di una scelta - le cui fondamenta costituzionali sono state prima qualificate - che il Parlamento è chiamato a valutare e ad assumere.

«1. Nella cultura penalistica e in quella politica da tempo è condivisa una valutazione fortemente negativa nei confronti dei provvedimenti indulgenziali. In buona sostanza lo sfavore nei confronti delle leggi d'amnistia e di indulto - tenendo criticamente conto delle passate quanto numerose esperienze - si fonda su un giudizio di fondo difficilmente contestabile: attraverso detti provvedimenti "eccezionali" non si dà alcuna soluzione ai problemi critici del sistema penale-penitenziario italiano (dagli effetti deflativi dei provvedimenti di clemenza sono stati mediamente assorbiti nell'arco medio di due anni) e nel contempo si sospenderebbe momentaneamente la tensione verso una soluzione strutturale e "fisologica" ai problemi della crisi della giustizia penale che deve, invece, essere perseguita in una radicale riforma del sistema penale stesso.

Se questo giudizio di fondo è astrattamente condivisibile, assai meno lo è con riferimento in concreto alla situazione del nostro Paese. Chi presta uno sguardo meno svagato e superficiale alle politiche penali nel lungo periodo - dallo Stato post-unitario ad oggi - si avvede infatti che sempre e costantemente si è fatto ricorso ai provvedimenti di clemenza come risorsa decisiva per il governo della penalità entro i limiti di volta in volta posti dalle necessità di compatibilità sistemica. Pertanto niente affatto politica di eccezione, ma scelta costante ed "ordinaria" volta ad operare momentanei ma necessari riequilibri tra input ed output del sistema penale. Ed infatti è bastato che il sistema della politica si astenesse dall'utilizzare questo mezzo, che in un solo decennio, questo ultimo, la popolazione detenuta raddoppiasse e il sistema processuale-penale pericolosamente si avvicinasse ad uno stato di assoluta paralisi.

L'esperienza comparata ci insegna che in quasi tutte le realtà occidentali moderne, i sistemi di giustizia penale - in quanto dinamicizzati al loro interno da logiche di autoreferenzialità - corrono il rischio di "uscire di controllo", per la loro naturale tendenza a favorire una crescita esponenziale di domande di giustizia a cui nessun incremento di risorse sarà mai in grado di dare risposta. Ed è per questo che, in altri Paesi e in altri contesti culturali, aggiustamenti e riequilibri vengono "fisiologicamente" implementati all'interno del sistema di giustizia penale stesso: si pensi alla valvola di sicurezza data dalla facoltatività dell'azione penale ovvero alla larga "negoziabilità" della pena e del processo.

Orbene: se contingenze politiche particolarmente avvertite e sofferte impediscono di adottare queste "tecniche" di controllo della "produttività", giocoforza il sistema della politica sarà chiamato permanentemente ad "interferire" dall'esterno sul sistema della giustizia penale per determinare, sia pure contingentemente, nuovi livelli di compatibilità tra risorse e funzioni. E sotto questo punto di vista, l'intervento del sistema politico è non solo utile, ma doveroso.

Doveroso e non indebito, se non altro perché se la politica non si assumesse questo diritto di interferire dall'"esterno", il sistema della giustizia penale "naturalmente" sarebbe costretto ad adottare soluzioni di compensazione "interne" offerte appunto dalla sua progressiva inefficacia: la prescrizione - ovvero il negare giustizia per decorso del tempo - di fatto opererebbe inesorabilmente, ma con un esito pericolosamente delegittimante per il sistema della giustizia stesso. Come ognuno ben sa, la giustizia negata per prescrizione ulteriormente accentua i criteri di selettività della giustizia penale, favorendo prevalentemente coloro che possono economicamente e culturalmente "resistere" ai tempi lunghi del processo. Per cui la recuperata efficacia del sistema criminale finirebbe per "scaricarsi" sui soggetti più deboli, di fatto immunizzando coloro che possono sostenere una giustizia lenta e alla fine ineffettiva.

Considerazioni diverse debbono invece valere per chi paventa l'ennesimo provvedimento clemenziale perché capace di favorire la connaturata pigrizia del legislatore a mettere mano ad alcune decisive e da troppo tempo attese riforme penali che unitariamente intese potrebbero, almeno astrattamente, operare nel senso anche di una maggiore efficienza dell'"impresa giustizia".

È certo da condividere la posizione di chi confida che solo una drastica riduzione dell'area della criminalizzazione primaria sia in grado di dare efficienza e effettività al sistema della giustizia penale. Ma un atteggiamento di realismo politico ci induce a non confidare troppo in questa soluzione: anche i Paesi che in quest'ultimo decennio si sono felicemente confrontati con una riforma del codice penale (Francia, Germania, Spagna e Portogallo) pur avendo sempre ed esplicitamente assunto questo obiettivo di politica criminale, di fatto non sono stati in grado di raggiungerlo. Ed è seriamente dubitabile che una significativa rinuncia alla risorsa penale possa effettivamente oggi darsi all'interno di sistemi sociali di diritto.

Pertanto una maggiore efficienza del sistema della giustizia penale con più realismo è invece possibile guadagnarla sul versante di una più estesa negoziabilità in fase processuale attraverso ad esempio un allargamento delle ipotesi di patteggiamento, ovvero - come è nella ratio della recente riforma del giudice unico di primo grado - in una virtuosa economizzazione delle risorse. Poi certo altro si potrà guadagnare in efficienza nell'attribuire ad esempio al giudice di pace alcune significative competenze penali; ovvero nel dare spazio anche nel nostro ordinamento all'istituto della mediazione penale. Ma di più: sulla stessa indicazione offerta dalla commissione per la riforma del codice penale (Commissione Grosso), la scelta in favore di pene sostitutive edittalmente diverse da quella privativa della libertà (come ad esempio il lavoro di pubblica utilità), potrebbe consentire di produrre una qualche differenziazione processuale che finirebbe per tradursi anche in una maggiore efficienza del sistema stesso. Mentre onestamente non ci sembra che si possano nutrire eccessive speranze in un'ulteriore dilatazione dei termini della flessibilità della pena in fase esecutiva - se non appunto limitatamente ad un allargamento dei termini oggettivi per fruire della liberazione condizionale - perché allo stato attuale delle risorse rese politicamente disponibili i circuiti alternativi sono già al limite di tenuta, oltre i quali l'esecuzione penitenziaria extra-moenia rischia di diventare una semplice foglia di fico ad una tendenza decarcerizzante sconsiderata, a meno che non si decida finalmente di investire di più. Cosa che auspichiamo senza riserve.

Questo orizzonte di realistico riformismo - rispetto al quale scientificamente si deve confidare con estrema moderazione - non soddisfa completamente. Certo - detto diversamente - piace di meno che un diritto penale veramente "minimo", tanto nei codici che nelle prassi dei tribunali. Ma non vorremmo che l'ansia verso il meglio ci sollevasse dal compito di operare subito - oggi - per il meno peggio.

Comunque, a volere tacere delle diverse opinioni in merito, rimane comunque la circostanza che, quale strategia si voglia adottare per dare soluzione a questa crisi di efficienza del sistema giustizia, il sistema deve potere contare come pre-condizione su un suo per quanto inadeguato funzionamento. Infatti nessuna delle riforme messe in atto e nessuna di quelle che si vorrebbero poter mettere, può entrare a regime se il sistema si blocca.

A noi non dispiace se il ricorso alla leva della indulgenza viene etichettato come provvedimento di sola e limitata nel tempo "narcotizzazione" delle sofferenze della giustizia. Esso in effetti lo è. La questione che preme decidere è altra: se la sospensione momentanea del dolore deve servire per intervenire sulle cause attraverso processi di riforma, ovvero se si vuole solo rinviare la prossima emergenza ad un futuro prossimo. La questione ci pare di non poco conto.

2. Alla emergenza del sistema giustizia si accompagna e si somma quella del sottosistema carcerario. Come sempre su questo delicato tema si rischia di parlare tra il patetico, i buoni sentimenti e l'ovvio. Qualche volta anche con indifferenza. In estrema sintesi: la situazione è effettivamente drammatica. Drammatica in primo luogo per i detenuti. Ma drammatica anche per chi professionalmente opera in carcere. I termini di questa drammaticità possono essere sintetizzati in una sola parola, inelegante quanto emotivamente neutra: sovraffollamento. Ma solo chi conosce la realtà del carcere sa cosa cela questo termine.

Si dirà che da che esiste il carcere e non solo in Italia, sempre si è sofferto di questo male. È vero, ma oggi il sovraffollamento non indica purtroppo una sofferenza che ci si possa illudere di sanare naturaliter in tempi brevi. L'attuale sovraffollamento è infatti originato da un processo significativo di nuova ri-carcerizzazione iniziato a metà degli anni novanta che con ogni probabilità si dispiegherà su un arco di tempo medio-lungo. All'inizio della precedente legislatura la presenza media dei detenuti è stata superiore alle 57.000 unità e in questi ultimi anni è ulteriormente cresciuta. Una tendenza che si è consolidata e che, anche per alcuni provvedimenti approvati nella XIV legislatura, si è ulteriormente aggravata. Se così purtroppo è, temiamo che non sarà nell'immediato futuro possibile governare il carcere nel rispetto dei diritti dei detenuti e inoltre che la qualità dell'impegno professionale degli operatori penitenziari dovrà essere ulteriormente ridotta. Per altro - se mai si volesse rispondere al problema attraverso un programma di nuova edilizia penitenziaria - si deve tenere conto che per edificare e mettere in funzione un nuovo carcere necessitano mediamente più di dieci anni.

Il sistema politico non può quindi chiamarsi fuori da chi l'interroga su come garantire la legalità e il rispetto dei diritti umani in carcere, già da oggi. Nell'immediato non esiste altra alternativa che deflazionare per forza di legge il carcere. Il costo di un provvedimento legislativo deflativo è oggi prevalentemente politico. La classe politica si avvede che a questa decisione dovrà prima o poi arrivare, ma teme di pagare un prezzo eccessivamente alto sul piano del consenso sociale e quindi politico. Da un lato, inutile nascondercelo, c'è il timore che attraverso un provvedimento clemenziale di fatto si operi nel senso di un colpo di spugna rispetto ai reati di Tangentopoli (senza però riflettere che il destino di questi - vale a dire la prescrizione - è oramai segnato): dall'altro lato si paventa che l'opinione pubblica oggi particolarmente sensibile ai problemi di sicurezza dalla criminalità predatoria e di strada, intenda ogni provvedimento clemenziale come un pericoloso arretramento in tema di difesa sociale (senza poi riflettere che, trattandosi in questo caso prevalentemente di micro-criminalità, la risposta sanzionatoria e detentiva sarebbe comunque di breve periodo). È certo comunque che questi timori - ove anche in parte fondati - rischiano nella presente congiuntura di determinare una situazione di stallo nell'iniziativa politica. Come dire: tutti alla finestra per vedere chi fa la prima mossa, con il rischio effettivo che nessuno la faccia.

Ed è per questo motivo che - in ragione solamente delle nostre competenze professionali e della nostra sensibilità nei confronti della tutela della società e dei diritti dei detenuti - confidiamo di potere modestamente contribuire in un senso positivo ad affrontare l'attuale situazione di crisi, avanzando una proposta realistica. Si tratta solamente di una "modesta proposta" per invitare chi ha responsabilità di governo e politiche a prendere posizione. E per fare ciò, ci è parso utile offrire una traccia tecnica che mentre recepisce e tiene nel dovuto conto ad esempio le proposte di legge recentemente avanzate da alcuni parlamentari, a nostro avviso sia in grado di segnare i confini all'interno dei quali è ragionevole sperare in una possibile mediazione politica.

 3. Poche parole infine di commento all'articolato normativo che segue, capace di indicarne sinteticamente la "filosofia".

Riteniamo che lo spazio di decisione politica nei confronti di un provvedimento di indulto e di amnistia si dispieghi oggi tra quello segnato da due limiti, che abbiamo voluto tracciare nelle due ipotesi estreme: un'amnistia ampia per i reati sanzionati fino a cinque anni, ma prudentemente condizionata per alcune tipologie di reato o d'autore e una più contenuta - di soli tre anni - ma incondizionata».

La presente proposta di legge ha per oggetto «la prima e più ampia ipotesi di amnistia e di indulto» mentre l'ipotesi più contenuta è materia di un'altra e contestuale proposta di legge (atto Camera n. 662).

«Secondo quanto previsto dall'articolo 1 è concessa amnistia per ogni reato per il quale la legge stabilisce una pena non superiore a cinque anni, ovvero una pena pecuniaria sola o congiunta a quella detentiva, oltre ad una tassativa serie di reati a prescindere dalla pena edittale massima prevista. Nell'indicare questi ultimi, si è da un lato tenuto conto, riportandoli, dei reati già contemplati dalla precedente legislazione in materia di indulto e di amnistia del 1990 (decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1990 e decreto del Presidente della Repubblica n. 75 del 1990), aggiungendone altri, quali la ricettazione (articolo 648, secondo comma, del codice penale) e i reati connessi all'offerta di stupefacenti prevista dai commi 4 e 5 dell'articolo 73 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, con la sola esclusione delle condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione di dette sostanze.

In ragione dei termini assai ampi - anche da un punto di vista del presumibile effetto deflativo - dei termini di concessione dell'amnistia, si è ritenuto di essere particolarmente severi nell'indicazione di alcune esclusioni oggettive al beneficio. In particolare, oltre a quelle di norma ricorrenti nei precedenti provvedimenti clemenziali (quali i reati commessi in occasione di calamità naturali, l'evasione limitatamente alle ipotesi aggravate di cui al secondo comma dell'articolo 385 del codice penale, il commercio e la somministrazione di farmaci guasti ovvero di sostanze alimentari nocive ovvero infine dei delitti contro la salute pubblica) si è ritenuto opportuno includere anche una serie di condotte criminose o direttamente offensive di interessi collettivi e diffusi (ad esempio: omicidio e lesioni personali colpose per violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, ovvero condotte penalmente rilevanti in tema di inquinamento delle acque, produzione di sostanze pericolose, nonché per violazione delle disposizioni contro l'immigrazione clandestina prevista dall'articolo 12 del testo unico di cui al decreto legislativo n. 286 del 1998; eccetera) ovvero oggi avvertite in termini di particolare odiosità, come alcuni delitti a sfondo sessuale.

Ma il cuore del provvedimento è costituito dall'articolo 3 che specifica appunto le ipotesi di amnistia condizionata. Le ipotesi che si sono tenute presenti sono fondamentalmente sei: a) condannati definitivi; b) coloro che sono già stati rinviati a giudizio; c) coloro che già rinviati a giudizio devono rispondere di un delitto commesso con abuso di potere o con violazione di doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio; d) coloro che almeno in primo grado sono stati condannati ad una pena superiore ad anni quattro; e) i condannati almeno in primo grado, immigrati clandestinamente; f) tutti coloro che non rientrano nelle ipotesi di cui all'articolo in oggetto. Per questi ultimi la amnistia è incondizionata.

Per coloro invece che sono stati condannati definitivamente per alcuno dei reati di cui all'articolo 1, l'amnistia è concessa a condizione che costoro, nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della legge, diano prove effettive e costanti di buona condotta e di volontà di reinserimento sociale.

Per chi invece è stato già rinviato a giudizio, si prevede la sospensione anche d'ufficio del procedimento penale per i successivi cinque anni; decorso tale periodo, se il beneficiato ha dato prova effettiva e costante di buona condotta si provvederà ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale, altrimenti il provvedimento di amnistia verrà revocato, ragione per cui durante il periodo di sospensione è interrotto il decorso dei termini di prescrizione.

Orbene, tra coloro che sono già stati rinviati a giudizio, nei confronti di chi risponde per un delitto commesso con l'abuso di poteri o con la violazione di doveri inerenti a una pubblica funzione o ad un pubblico servizio, l'amnistia è concessa a condizione che il beneficiato si dimetta da detta pubblica funzione o pubblico servizio. Per quanto detta condizione abbia il contenuto proprio di una pena accessoria, per altro atipica, in presenza di un provvedimento di amnistia essa non può definirsi in alcun modo tale. Per chi non ha subìto il giudizio definitivo, infatti, l'amnistia non solo è sempre rinunciabile, ma la rinunciabilità assicura il rispetto di precise esigenze. Pertanto il non adempiere alla condizione significa che l'interessato esplicitamente non vuole usufruirne.

Altrettanto deve argomentarsi per le due residue ipotesi di amnistia condizionata: nel caso che si sia già stati condannati almeno in primo grado ad una pena compresa tra i quattro e i cinque anni di reclusione, il beneficio dell'amnistia è concesso a condizione che già sia stata riconosciuta la circostanza attenuante dell'avere agito per motivi di particolare valore morale o sociale, ovvero che il colpevole abbia spontaneamente provveduto al risarcimento del danno nonché, ove possibile, alle restituzioni e all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato; qualora sia invece stata irrogata sentenza di condanna sempre di primo grado nei confronti di chi è immigrato clandestinamente, l'amnistia è concessa a condizione che chi ne beneficia abbandoni il territorio dello Stato entro quindici giorni.

Certamente queste ipotesi di amnistia condizionata segnano un percorso di ragionevole compromesso che pensiamo possibile nell'attuale situazione politica. E quindi solo sotto questa ottica devono essere considerate, anche se è innegabile che possano suscitare alcune perplessità dogmatiche.

Il fatto che lo straniero immigrato clandestinamente possa beneficiare dell'amnistia dopo avere già riportato una sentenza di condanna di primo grado solo se spontaneamente abbandona lo Stato, dovrebbe rispondere ai timori di chi teme che la sola efficacia deterrente costituita dall'obbligo di buona condotta e dalla volontà di reinserimento sociale possano dimostrarsi inefficaci nel prevenire la commissione di altri reati. Così per coloro che già sono stati - sia pure in primo grado - riconosciuti colpevoli e puniti con una pena compresa tra i quattro e i cinque anni di reclusione, ovvero per coloro che sono già stati rinviati a giudizio per delitti commessi con l'abuso di poteri e con la violazione dei doveri, sembra che le condizioni del risarcimento del danno ovvero della dimissione dalla pubblica funzione o pubblico servizio siano un doveroso riconoscimento all'azione di moralizzazione della vita pubblica ed economica agita in questi anni dal potere giudiziario. E poi, allo stato attuale della crisi del sistema giustizia, a bene intendere queste condizioni, ci si avvede che esse, se adempiute, rappresentano le sole ipotesi superstiti di efficacia preventiva, sia generale che speciale, dell'azione delle agenzie repressive. E non è poca cosa.

Per il resto - sia per quanto concerne il computo della pena per l'applicazione dell'amnistia (articolo 4) sia per quanto concerne la rinunciabilità all'amnistia (articolo 5) - si è seguito lo schema tecnico già sperimentato nei precedenti provvedimenti clemenziali.

Infine l'indulto: esso è concesso nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive ed è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna detentiva superiore a due anni, così come il precedente provvedimento di indulto del 1990 (decreto del Presidente della Repubblica n. 394 del 1990)». 

Il tema carcere e le sue problematiche complesse rinviano, e da lungo tempo, ad interventi legislativi e ad iniziative politiche e sociali che non attribuiscono a un provvedimento di amnistia e di indulto un valore e un'efficacia più ampi della sua natura emergenziale. Né alcuno fra i firmatari le diverse proposte di legge in Parlamento, né gli autori del documento sopra citato, né le associazioni che operano in rapporto con il sistema penitenziario ed a sostegno dei diritti del detenuto o in relazione ai problemi della giustizia penale, appaiono in dissenso su tale punto.

Assume, così, particolare rilievo, ad avviso del proponente, la raccomandazione che il dottor Maisto e il professore Pavarini pongono a conclusione del loro documento, in diretta relazione con le iniziative proposte da Sergio Cusani per l'associazione Liberi e Sergio Segio del gruppo Abele ad accompagnamento del provvedimento di amnistia e di indulto e che, più avanti, richiameremo. La raccomandazione è che «in attesa che celermente si provveda a portare a termine - nei tempi certamente non lunghi offerti dagli effetti deflativi della legge di amnistia ed indulto - quel necessario processo riformatore del sistema complessivo della giustizia penale, capace di trovare un nuovo e più avanzato equilibrio tra efficienza del sistema e tutela dei diritti umani dei detenuti, è necessario trovare la volontà e le risorse per governare in senso positivo le conseguenze immediate del provvedimento clemenziale stesso».

Tra le migliaia di detenuti, condannati o rinviati a giudizio che improvvisamente riacquisteranno la libertà, non ci si deve dimenticare che c'è una quota significativa di soggetti deboli, troppo deboli per resistere all'impatto con la libertà spesso «selvaggia» che li attende nella società libera. Giovani tossicodipendenti, immigrati disperati, ammalati gravi, disagiati psichici. Insomma i soliti «poveri diavoli», clientela privilegiata del sistema criminale e delle patrie galere. Difficile pensare che per questi l'amnistia condizionata ovvero l'indulto revocabile possano «da soli» giocare un ruolo significativo nel trattenerli dal recidivare. In mancanza di alternative che permettano un loro regolare reinserimento nel tessuto sociale e produttivo, per loro la pena e il carcere non sono un rischio sociale, ma un destino ineludibile.

È necessario quindi che al provvedimento di clemenza immediatamente si accompagnino tutti quegli interventi che consentano appunto il reinserimento. La delega tra carcere e società civile non può essere lasciata alle logiche del libero mercato, che in questo caso vorrebbe dire che ognuno provveda come meglio crede e può. Essa deve essere assistita, nel senso di favorire in ogni modo la presa in carico da parte della società civile di questa popolazione che prima e più che essere criminale, è solo marginale e marginalizzata.

Le iniziative di reinserimento sociale dei detenuti, con un contestuale rafforzamento della sicurezza dei cittadini, secondo Cusani e Segio, dovrebbero essere concepite come un vero e proprio piccolo «Piano Marshall», avente tre piani di riferimento: prevenzione, recupero e reinserimento.

Non v'è dubbio, al di là dei pur importanti passi in avanti compiuti in questi anni, che in ordine alle problematiche del sistema carcere sia ancor oggi insostenibile il peso delle misure legislative adottate ma non pienamente attuate, dei princìpi e dei criteri di equità della pena disattesi, del fallimento obbligato, in assenza di strumenti e di risorse adeguati, di molte, seppure non tutte, misure di reinserimento sociale dei detenuti.

Nessuno fra gli operatori del settore e fra coloro che al carcere non dedicano un'attenzione superficiale, emergenziale, né al carcere attribuiscono la responsabilità di affrontare e risolvere problemi che appartengono all'intera struttura sociale, dissentono sulla assoluta necessità di valutare tali problemi con criteri equilibrati, equi, strutturali, ponendo il nostro Paese al di là delle logiche emergenzialistiche spesso, se non sempre, ispirate a una cultura esclusivamente repressiva che, negli anni, a carico dei soggetti più deboli, ha aggravato le condizioni di vivibilità nel sistema penitenziario senza alcun vantaggio per la sicurezza dei cittadini.

«Prevenzione, recupero e reinserimento sociale vanno certamente considerati capitoli egualmente indispensabili e strettamente intrecciati di uno stesso discorso. In tale senso, possono divenire parti di un "circuito virtuoso", o, viceversa, costituire gli anelli di una cronica catena di disfunzionamenti destinata a riprodurre il delitto, certificando in tale modo la debolezza del sistema penal-penitenziario, alimentando la sfiducia dei cittadini e lasciando al corrispettivo economico ed alla vendetta del castigo la funzione riparativa per la vittima.

Si tratta di creare le premesse, le condizioni e le opportunità (vale a dire la definizione delle strutture, la dislocazione delle risorse, la promozione e la formazione delle competenze) in grado di consentire che (non tutti, realisticamente) una quota significativa di quanti escono dal carcere non abbiano a rientrarvi da lì a poco.

Si tratta, in definitiva, di definire e finanziare un piano straordinario d'azione sociale per sostenere il reinserimento e tutelare la legalità, collegato al varo dell'amnistia e dell'indulto e con un impegno distribuito almeno su un triennio, i cui titoli, possibili e necessari, corrispondono a quelle che sono le facce più problematiche della attuale composizione della popolazione detenuta ed in particolare i malati di AIDS e di altre malattie infettive e i tossicodipendenti».

Anche sotto questo profilo, con questa proposta di legge si può contribuire, dunque, alle ragioni di nuove politiche in materia di carcere e di giustizia penale, di cui un provvedimento di amnistia e indulto non è la base ma oggi, nelle condizioni drammatiche in cui versano i nostri istituti penitenziari, è la premessa ineludibile.



 


proposta di legge

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Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

c) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336 (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale), primo comma, e 337 (resistenza a un pubblico ufficiale), sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 del codice penale o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 372 (falsa testimonianza), quando la testimonianza verte su un reato per il quale è concessa amnistia;

3) 588, secondo comma, (rissa), sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

4) 614 (violazione di domicilio), quarto comma, limitatamente all'ipotesi in cui il fatto è stato commesso con violenza sulle cose;

5) 625 (furto aggravato), qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 4, del codice penale);

6) 640, secondo comma, (truffa), sempre che non ricorra la circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale;

7) 648, secondo comma, (ricettazione);

d) per ogni reato commesso dal minore di anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale e senza che si applichino le disposizioni di cui ai commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale;

e) per i reati previsti dall'articolo 73, commi 4 e 5, con esclusione delle condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione di sostanze stupefacenti, e dall'articolo 83 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applica il quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 2.

(Esclusioni oggettive dall'amnistia).

1. L'amnistia non si applica:

a) ai reati commessi in occasione di calamità naturali approfittando delle condizioni determinate da tali eventi, ovvero in danno di persone danneggiate ovvero al fine di approfittare illecitamente di provvedimenti adottati dallo Stato o da altro ente pubblico per fare fronte alla calamità, risarcire i danni e portare sollievo alla popolazione e all'economia dei luoghi colpiti dagli eventi;

b) ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale e ai reati di falsità in atti previsti dal capo III del titolo VII del citato libro secondo del medesimo codice, quando siano stati compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

c) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 385 (evasione), limitatamente alle ipotesi previste dal secondo comma;

2) 391 (procurata inosservanza di misure di sicurezza detentive), limitatamente alle ipotesi previste dal primo comma. Tale esclusione non si applica ai minori di anni diciotto;

3) 443 (commercio o somministrazione di medicinali guasti);

4) 444 (commercio di sostanze alimentari nocive);

5) 445 (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica);

6) 452 (delitti colposi contro la salute pubblica), primo comma, numero 3), e secondo comma;

7) 589, secondo comma (omicidio colposo), e 590, commi secondo e terzo (lesioni personali colpose), limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro, che abbiano determinato le conseguenze previste dal primo comma, numero 2), o dal secondo comma dell'articolo 583 del codice penale;

8) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

d) ai reati previsti:

1) dagli articoli 4, 5 e 6 della legge 30 aprile 1962, n. 283, e successive modificazioni;

2) dall'articolo 20, primo comma, lettere b) e c), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dall'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni di un'area di piccola estensione, in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti e sempre che non siano stati violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della citata legge n. 47 del 1985, o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma dello stesso articolo;

3) dall'articolo 163 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e dall'articolo 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, salvo che sia conseguita in sanatoria l'autorizzazione da parte delle competenti autorità;

4) dall'articolo 12 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni;

5) dall'articolo 59 del decreto legislativo 11 marzo 1999, n. 152, e successive modificazioni, e dall'articolo 137 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

6) dall'articolo 27 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, e successive modificazioni;

7) dal capo I del titolo V del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, e dal capo I del titolo VI della parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

Art. 3.

(Amnistia condizionata).

1. L'amnistia nei confronti dei condannati è sempre concessa a condizione che costoro, nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della presente legge, diano prove effettive e costanti di buona condotta e di volontà di reinserimento sociale.

2. Qualora il reato per il quale si procede rientri in quelli previsti dalla presente legge e nei confronti di un soggetto che sia per il medesimo reato già stato rinviato a giudizio, il giudice sospende, anche d'ufficio, in ogni stato e grado, il procedimento per il periodo di cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Decorso tale periodo il giudice, qualora sussistano le condizioni di cui al comma 1 del presente articolo, provvede ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale; nel caso contrario, revoca il provvedimento di sospensione. Durante la sospensione disposta ai sensi del presente comma è interrotto il decorso dei termini di prescrizione.

3. In ogni stato e grado del processo nei confronti di coloro che rispondono dei delitti commessi con l'abuso di poteri o con la violazione di doveri inerenti a una pubblica funzione o ad un pubblico servizio, l'amnistia è concessa a condizione che il beneficiato si dimetta da detta pubblica funzione o pubblico servizio ovvero provveda al risarcimento del danno, nonché, ove possibile, alle restituzioni e all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.

4. Per coloro che sono stati condannati in primo grado a una pena superiore a quattro anni, l'amnistia è concessa qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 1), del codice penale, ovvero il colpevole abbia spontaneamente provveduto al risarcimento del danno, nonché, ove possibile, alle restituzioni e all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.

5. Qualora sia già stata irrogata sentenza di condanna di primo grado nei confronti di cittadini stranieri immigrati clandestinamente, l'amnistia è concessa a condizione che il beneficiato abbandoni il territorio dello Stato entro quindici giorni.

6. Nelle ipotesi di cui al presente articolo, ove si accerti che le condizioni ivi previste non sono state rispettate, l'amnistia ovvero il provvedimento di sospensione del procedimento penale sono revocati.

Art. 4.

(Computo della pena per l'applicazione

dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Si tiene conto della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale, nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del medesimo codice. Quando le predette circostanze attenuanti concorrono con le circostanze aggravanti di qualsiasi specie, si tiene conto soltanto delle prime, salvo che concorrano le circostanze di cui all'articolo 583 del codice penale. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle citate circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento ai sensi dell'articolo 469 del codice di procedura penale.

 

Art. 5.

(Rinunciabilità all'amnistia).

1. L'amnistia non si applica qualora l'interessato faccia esplicita dichiarazione di non volerne usufruire.

 

Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna detentiva superiore a due anni.

Art. 7.

(Termini di efficacia).

1. L'amnistia e l'indulto hanno efficacia per i reati commessi fino a tutto il 12 maggio 2006.

 

 


N. 665

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CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati FORLANI, LUCCHESE, MELE, SANZA, TUCCI

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Concessione di amnistia e di indulto

 

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Presentata il 15 maggio 2006

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Onorevoli Colleghi! - Dal 1990 la popolazione carceraria è costantemente aumentata, passando dai 25.804 detenuti alla fine del 1990 ai 44.909 della fine del 1995 per superare oggi le 60.000 presenze. La distinzione dei reclusi secondo il genere evidenzia una forte disparità di composizione a tutto «favore» della popolazione maschile. Il grande numero di imputati presenti all'interno delle strutture penitenziarie va ricondotto alle carenze dell'amministrazione, alla lentezza della giustizia, alla crescente mancanza di progettualità per l'effettivo recupero e reinserimento di chi ha vissuto l'esperienza del carcere.

Il rapporto tra il numero dei detenuti presenti all'interno degli istituti e la capienza teorica delle strutture è in grado di fornire l'entità del fenomeno del sovraffollamento. Un altro elemento che influisce in senso negativo sulla qualità della vita nelle carceri italiane consiste infatti nel pessimo stato delle strutture di detenzione.

Il 9 luglio 2000, in occasione del Giubileo nelle carceri, il Santo Padre Giovanni Paolo II diffuse un Suo messaggio, invitando tutti a non chiudere ulteriormente gli occhi di fronte alla drammatica situazione in cui si trovava il «pianeta-carcere»: le realtà che operano con maggiore assiduità nelle carceri, come la Caritas, hanno elaborato analisi e proposte che, pur non limitandosi a provvedimenti di sola emergenza, non omettevano di ricorrere allo strumento amnistia-indulto, che tradizionalmente nel nostro Paese è stato adoperato per deflazionare la «polveriera-carcere». A fronte di un suo utilizzo reiteratamente indulgenziale, la più avveduta dottrina non si è mai spinta a negarne in toto l'utilità, ma ha preferito discernere tra l'uso ragionevole e l'uso arbitrario della potestà di clemenza (Gustavo Zagrebelsky). Eppure il Parlamento nel 1992 pensò che l'unico freno all'uso indulgenziale dei provvedimenti di amnistia-indulto

 

fosse l'aggravamento della procedura di adozione, fissando il quorum necessario alla deliberazione in una maggioranza pari ai due terzi dei componenti di ciascuna Camera, per ogni articolo e per la votazione finale. Dal punto di vista dell'efficacia deflazionante, la legge costituzionale 6 marzo 1992, n. 1, ha raggiunto il suo scopo, non essendo stato approvato da allora alcun provvedimento di amnistia o di indulto, e si tratta ormai di un record nella storia dell'Italia unita. Ma, paradossalmente, coincidente con gli abusi dei decenni passati è anche l'impossibilità di esprimere un indirizzo politico in materia di politica del diritto penale, quando si è obbligati a fronteggiare un'emergenza «carceri» che non a caso è stata uno dei principali temi della replica dell'allora Ministro della giustizia Castelli, nel corso della discussione del primo bilancio del Ministero presentato nella scorsa legislatura. Ecco perché si impone di sgomberare il campo da questo pesante retaggio, per lo più di reati bagatellari che oberano anche gli uffici giudiziari; lo si e fatto, nella presente proposta di legge, riprendendo il testo dell'ultima amnistia concessa, sia pure con alcuni aggiustamenti.

Rispetto all'amnistia del 1990 (legge 11 aprile 1990, n.73), si è scelto di eliminare il riferimento alla discussa (e potenzialmente indeterminata) nozione di «reato finanziario». La pena detentiva che deve essere prevista, per dare luogo all'estinzione del reato, è quella non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena.

Nell'elencazione dei singoli reati estinguibili, si è scelto di includere (in più rispetto al 1990) quelli previsti nel codice penale all'articolo 372, quando la testimonianza verte su un reato per il quale è concessa amnistia, all'articolo 624, aggravato dalle circostanze di cui all'articolo 625, qualora ricorra una circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 4), ovvero numero 6), e all'articolo 648, secondo comma.

Si è anche aggiunto, conformemente alla sentenza della Corte costituzionale n. 272 del 18 luglio 1997, il delitto di truffa militare aggravata, previsto dall'articolo 234, secondo comma, del codice penale militare di pace, sempre che non ricorra la circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale.

S'è meglio specificato, in rapporto ai reati di cui agli articoli 1, 2 e 4 della legge 2 ottobre 1967, n. 895 (Disposizioni per il controllo delle armi), il requisito della concomitanza delle attenuanti di cui all'articolo 5 e 7 della predetta legge (quando, per la quantità o per la qualità delle armi, delle munizioni, esplosivi o aggressivi chimici, il fatto debba ritenersi di lieve entità, e quando i fatti si riferiscono alle armi comuni da sparo, o a parti di esse, atte all'impiego, previste dall'articolo 44 del regolamento di cui al regio decreto 6 maggio 1940, n. 635).

Sono stati eliminati, rispetto al 1990, i riferimenti alla condotta di chiunque sottragga, o tenti di sottrarre in qualunque modo, il gas o l'energia elettrica al regolare accertamento dell'imposta, visto che nel 1993 essa è stata sostituita da sanzione amministrativa.

Si sono inclusi anche i reati previsti dall'articolo 73, commi 4 (produzione e traffico del non titolare di autorizzazione) e 5 (produzione e traffico di lieve entità), del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, sempre che non ricorra taluna delle circostanze aggravanti di cui all'articolo 80 dello stesso testo unico. L'articolo 2 della citata legge n. 73 del 1990, poi, contemplava l'amnistia per i reati previsti dal secondo comma dell'articolo 2 del decreto-legge 10 luglio 1982, n. 429, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 1982, n. 516, se il versamento delle ritenute fosse stato effettuato entro il termine prevista per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto di imposta: se ne è preferita la non ripetizione in questa sede, perché la fattispecie è stata soppressa dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, e non pare in altra veste ripetuta, oltre a

poter interferire con l'operatività del rimpatrio dei capitali dall'estero, di cui all'articolo 14 del decreto-legge 25 settembre 2001, n. 350, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 novembre 2001, n. 409. Anche la previsione dell'errata indicazione del termine del 31 novembre 1989 per la presentazione dell'istanza di definizione ad ogni effetto amministrativo e penale contenuto nel comma 1 dell'articolo 21 del decreto-legge 2 marzo 1989, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 aprile 1989, n. 154, pare riferita all'operatività della specifica disciplina dell'epoca sulle irregolarità, infrazioni e inosservanze di obblighi o adempimenti, anche se connessi all'esercizio di facoltà diverse dalle opzioni (che non rilevano ai fini della determinazione del reddito e dell'imposta sul valore aggiunto, commesse fino al 31 dicembre 1988) e perciò non è stata ripetuta.

Tra le esclusioni oggettive, stante la soppressione medio tempore del titolo autonomo di reato di cui all'articolo 521 del codice penale (atti di libidine violenti), in relazione all'articolo 520, si è scelto di fare riferimento all'articolo 609-quinquies (corruzione di minorenne), che è l'unica fattispecie che preveda una pena inferiore a 4 anni fra i reati contro la libertà sessuale.

Si è poi anteposto l'articolo 589, secondo comma (omicidio colposo), all'articolo 590, commi secondo e terzo (lesioni personali colpose), limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro, che abbiano determinato le conseguenze previste dal primo comma, numero 2) o dal secondo comma dell'articolo 583 del codice penale.

Esclusi sono anche la frode tossica e il traffico di clandestini, mentre si sono adeguati allo ius superveniens i riferimenti normativi contenuti nell'amnistia del 1990 in riferimento ai beni culturali e ambientali, alla qualità dell'acqua e dell'aria relativamente a specifici agenti inquinanti e all'inquinamento prodotto dagli impianti industriali, ai rifiuti e ai rischi di incidenti rilevanti connessi con determinate attività industriali.

Nel computo, si è omesso il riferimento ai procedimenti indicati negli articoli 241 e 242 delle norme di attuazione del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, che nel 1990 era esplicitato affinché la sussistenza delle predette circostanze fosse accertata dal giudice istruttore o dal pretore nel corso dell'istruzione, ovvero dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al giudizio ai sensi dell'articolo 421 del codice di procedura penale, che era stato abrogato: presumibilmente, tale parte era motivata dalla vicinanza dell'entrata in vigore del codice Vassalli.

Non si concorda inoltre con le varie ipotesi di amnistia condizionata avanzate in passato, subordinatamente a certi requisiti: il controllo sulla buona condotta dell'amnistiato sarebbe incombenza non meno gravosa per gli uffici competenti, che andrebbero anche individuati e forniti delle risorse economiche necessarie; l'amnistia condizionata in sé si presta, poi, all'obiezione che essa mantiene in vita (in certi casi anche dopo il termine di prescrizione del reato) procedimenti che si accumulano negli uffici giudiziari per un altro quinquiennio. Ciò nondimeno, un certo calcolo (anche a fronte della rinunciabilità dell'amnistia) è legittimo che sia fatto dagli interessati: ecco perché un determinato effetto è contemplato per gli stranieri illegalmente presenti sul territorio nazionale, cioè la misura dell'espulsione (articolo 4, comma 5, per l'amnistia e articolo 7, comma 3, per l'indulto), con la conseguente revoca del beneficio in caso di reingresso illegale nei successivi dieci anni.

Per l'indulto, si è scelto di elevare la soglia a quattro anni, contemplando altresì la sua concessione nella misura non superiore a cinque anni per gli affetti da determinate patologie gravissime. Tra gli ambiti oggettivi di esclusione si è aggiunto, rispetto al 1990, l'articolo 644 del codice penale (usura).

Quanto, infine, al termine per l'applicazione dell'amnistia e dell'indulto, si è scelto di fissare la data al giorno precedente la presentazione di questa iniziativa legislativa.



 


proposta di legge

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Capo I

AMNISTIA

Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

c) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336 (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale), primo comma, e 337 (resistenza a un pubblico ufficiale), sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 del codice penale o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 372 (falsa testimonianza), quando la testimonianza verte su un reato per il quale è concessa amnistia;

3) 588 (rissa), secondo comma, sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

4) 614 (violazione di domicilio), quarto comma, limitatamente all'ipotesi in cui il fatto è stato commesso con violenza sulle cose;

5) 624 (furto), aggravato dalle circostanze di cui all'articolo 625, qualora ricorra una delle circostanze attenuanti previste dall'articolo 62, numeri 4) e 6), del codice penale;

 

 

6) 640 (truffa), secondo comma, sempre che non ricorra la circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale;

7) 648 (ricettazione), limitatamente alle ipotesi di cui al secondo comma;

d) per il delitto di truffa militare aggravata, previsto dall'articolo 234, secondo comma, del codice penale militare di pace, sempre che non ricorra la circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale;

e) per i reati di cui agli articoli 1, 2 e 4 della legge 2 ottobre 1967, n. 895, e successive modificazioni, quando ricorrano in concomitanza le attenuanti di cui agli articoli 5 e 7 della stessa legge n. 895 del 1967, e successive modificazioni;

f) per il reato di detenzione di armi o canne clandestine di cui al terzo comma dell'articolo 23 della legge 18 aprile 1975, n. 110, e successive modificazioni, quando concerne armi la cui detenzione l'imputato o il condannato aveva denunciato all'autorità di pubblica sicurezza;

g) per il reato previsto dall'articolo 1 del decreto legislativo 22 gennaio 1948, n. 66, e successive modificazioni, commesso a causa o in occasione di manifestazioni sindacali o in conseguenza di situazioni di gravi disagi dovuti a disfunzioni di pubblici servizi o a problemi abitativi, anche se il suddetto reato è aggravato dal numero o dalla riunione delle persone e dalle circostanze di cui all'articolo 61 del codice penale, fatta esclusione per quella prevista dal numero 1) del predetto articolo, nonché da quelle di cui all'articolo 112, primo comma, numero 2), del codice penale, sempre che non ricorrano altre aggravanti e il fatto non abbia cagionato ad altri lesioni personali o la morte;

h) per ogni reato commesso da minore degli anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale ai sensi dell'articolo 19 del regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio 1935, n. 835, come da ultimo sostituito dall'articolo 112 della legge 24 novembre 1981, n. 689, ma non si applicano le disposizioni dei commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale;

i) per i reati relativi a violazioni delle norme concernenti il monopolio dei tabacchi, limitatamente alla vendita al pubblico e all'acquisto e alla detenzione di quantitativi di tali prodotti destinati alla vendita al pubblico direttamente da parte dell'agente;

l) per i reati di cui all'articolo 5 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, commessi fino a tutto il giorno 16 giugno 2002 in relazione ad attività commerciali svolte da enti pubblici e privati diversi dalle società che non hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di attività commerciali, di cui all'articolo 73, comma 1, lettere c) e d), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e successive modificazioni;

m) per i reati previsti dall'articolo 73, commi 4 e 5, del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, sempre che non ricorra taluna delle circostanze aggravanti di cui all'articolo 80 dello stesso testo unico;

n) per i reati di cui al capo I del titolo XI del libro V del codice civile.

2. Non si applica il quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 2.

(Esclusioni oggettive dall'amnistia).

1. L'amnistia non si applica:

a) ai reati commessi in occasione di calamità naturali approfittando delle condizioni determinate da tali eventi, ovvero in danno di persone danneggiate ovvero al fine di approfittare illecitamente di provvedimenti adottati dallo Stato o da altro ente pubblico per fare fronte alla calamità, risarcirne i danni e portare sollievo alla popolazione e all'economia dei luoghi colpiti dagli eventi;

b) ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale, e ai reati di falsità in atti previsti dal capo III del titolo VII del citato libro secondo del medesimo codice, quando siano compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

c) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 316 (peculato mediante profitto dell'errore altrui);

2) 318 (corruzione per un atto d'ufficio);

3) 319 (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio);

4) 320 (corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio), in relazione ai fatti previsti negli articoli 318, primo comma, e 319;

5) 321 (pene per il corruttore);

6) 353 (turbata libertà degli incanti) e 354 (astensione dagli incanti), quando siano compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

7) 355 (inadempimento di contratti di pubbliche forniture), salvo che si tratti di fatto commesso per colpa;

8) 371 (falso giuramento della parte);

9) 372 (falsa testimonianza), quando la deposizione verte su fatti relativi all'esercizio di pubbliche funzioni espletate dal testimone;

10) 378 (favoreggiamento personale), fuori delle ipotesi previste dal terzo comma, salvo che si tratti di fatto commesso in relazione a reati per i quali è concessa amnistia;

11) 385 (evasione), limitatamente alle ipotesi previste dal secondo comma;

12) 391 (procurata inosservanza di misure di sicurezza detentive), limitatamente alle ipotesi previste dal primo comma. Tale esclusione non si applica ai minori degli anni diciotto;

13) 420 (attentato a impianti di pubblica utilità);

14) 443 (commercio o somministrazione di medicinali guasti);

15) 444 (commercio di sostanze alimentari nocive);

16) 445 (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica);

17) 452 (delitti colposi contro la salute pubblica), primo comma, numero 3), e secondo comma;

18) 471 (uso abusivo di sigilli e strumenti veri), quando sia compiuto in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

19) 478 (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in copie autentiche di atti pubblici o privati e in attestati del contenuto di atti);

20) 501 (rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio);

21) 501-bis, (manovre speculative su merci);

22) 589 (omicidio colposo), secondo comma, e 590 (lesioni personali colpose), commi secondo e terzo, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro, che abbiano determinato le conseguenze previste dal primo comma, numero 2), o secondo comma dell'articolo 583 del codice penale;

23) 595 (diffamazione), terzo comma, quando l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato ed è commessa con mezzi di diffusione radiofonica o televisiva;

24) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

25) 610 (violenza privata), nelle ipotesi di cui al secondo comma;

26) 644 (usura);

27) 733 (danneggiamento al patrimonio archeologico, storico o artistico nazionale);

28) 734 (distruzione o deturpamento di bellezze naturali);

d) al delitto previsto dall'articolo 218 del codice penale militare di pace (peculato militare mediante profitto dell'errore altrui);

e) ai reati previsti:

1) dagli articoli 5 e 6 della legge 30 aprile 1962, n. 283, e successive modificazioni;

2) dall'articolo 20, primo comma, lettere b) e c), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dall'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), delle disposizioni legislative e regolamentari di materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni riguardanti un'area di piccola estensione, in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti, e sempre che non siano violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della citata legge n. 47 del 1985 o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma del medesimo articolo;

3) dall'articolo 59 del decreto legislativo 11 marzo 1999, n. 152, e successive modificazioni, e dall'articolo 137 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

4) dall'articolo 9, commi sesto e settimo, della legge 16 aprile 1973, n. 171, e successive modificazioni;

5) dal capo I del titolo V del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, e del capo I del titolo VI della parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

6) dall'articolo 2 della legge 26 aprile 1983, n. 136, e successive modificazioni;

7) dagli articoli 17 e 20 della legge 31 dicembre 1982, n. 979;

8) dall'articolo 27 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334;

9) dagli articoli 3 e 10, commi sesto, ottavo, nono e decimo, della legge 18 aprile 1975, n. 110, salvo che il fatto, limitatamente alle ipotesi previste dai commi sesto e ottavo dello stesso articolo 10, debba ritenersi di lieve entità per la qualità e il numero limitato delle armi;

10) dagli articoli 10-bis, commi settimo e nono, quando si tratti di condotta dolosa, e 10-quinquies, primo comma, della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni;

11) dall'articolo 12 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni;

12) dall'articolo 127 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e dall'articolo 178 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42.

2. Quando vi è stata condanna ai sensi dell'articolo 81 del codice penale, ove necessario, il giudice dell'esecuzione applica l'amnistia secondo le disposizioni della presente legge, determinando le pene corrispondenti ai reati estinti.

Art. 3.

(Computo della pena per l'applicazione dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Si tiene conto della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui all'articolo 62, numeri 4) e 6), del medesimo codice. Quando le predette circostanze attenuanti concorrono con circostanze aggravanti di qualsiasi specie, si tiene conto soltanto delle prime. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle predette circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento ai sensi dell'articolo 469 del codice di procedura penale;

e) si tiene conto delle circostanze attenuanti previste dall'articolo 48 del codice penale militare di pace quando siano prevalenti o equivalenti, ai sensi dell'articolo 69 del codice penale, rispetto ad ogni tipo di circostanza aggravante.

 

Art. 4.

(Declaratoria dell'amnistia. Rinunciabilità).

1. Alla declaratoria dell'amnistia di cui al presente capo si procede ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale.

2. Prima dell'esercizio dell'azione penale, il pubblico ministero può richiedere al giudice per le indagini preliminari di provvedere all'applicazione dell'amnistia nelle forme previste dall'articolo 409 del codice di procedura penale.

3. La richiesta del pubblico ministero, di cui al comma 2, è notificata alla persona sottoposta alle indagini, con l'avviso che entro trenta giorni dalla notificazione può prendere visione degli atti e chiedere di essere sentita dal giudice per le indagini preliminari, anche al fine di dichiarare che non intende fruire dell'amnistia.

4. L'amnistia non si applica qualora l'imputato, prima che sia pronunciata sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere per estinzione del reato per amnistia, faccia espressa dichiarazione di non volerne usufruire.

5. Nei confronti dello straniero che si trovi in taluna delle situazioni indicate nell'articolo 13, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, la declaratoria dell'amnistia è adottata dal giudice congiuntamente alla misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni, con ordine di accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica. Il beneficio dell'amnistia è revocato di diritto qualora, entro dieci anni dall'esecuzione dell'espulsione ai sensi del presente comma, lo straniero sia rientrato illegittimamente nel territorio dello Stato.

Art. 5.

(Termine di efficacia dell'amnistia).

1. L'amnistia di cui al presente capo ha efficacia per i reati commessi fino a tutto il 14 maggio 2006.

 

Capo II

INDULTO

Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a quattro anni per le pene detentive e non superiore a lire venti milioni o a 10.330 euro per le pene pecuniarie, sole o congiunte alle pene detentive.

2. È altresì concesso indulto nella misura non superiore a cinque anni:

a) a coloro che risultano affetti dalla patologia derivante da HIV, diagnosticata, su base chimico-ematologica, da apposite commissioni mediche istituite nell'ambito di ciascun istituto di pena, al secondo stadio dello standard definito dall'Organizzazione mondiale della sanità;

b) a coloro che risultano affetti da gravi forme di epatite, di patologie oncologiche o da altre gravi malattie, diagnosticate dalle commissioni mediche di cui alla lettera a), assolutamente incompatibili con il regime di detenzione carceraria.

3. Per la concessione dell'indulto di cui al comma 2, il Governo adotta i provvedimenti necessari affinché il Servizio sanitario nazionale garantisca che i soggetti di cui al medesimo comma 2 possano essere sottoposti alle cure richieste per la specificità della loro condizione.

Art. 7.

(Indulto per le pene accessorie e misura dell'espulsione dello straniero).

1. È concesso indulto, per intero, per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è applicato, anche solo in parte, l'indulto.

2. All'indulto di cui al presente capo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Nei confronti dello straniero, identificato, detenuto, che si trova in taluna delle situazioni indicate nell'articolo 13, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il magistrato di sorveglianza dispone con decreto motivato la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni, con ordine di accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica, al termine del periodo di detenzione nell'ambito del quale sia stato applicato, anche solo in parte, l'indulto. Il magistrato di sorveglianza decide senza formalità, acquisite le informazioni degli organi di polizia sull'identità e sulla nazionalità dello straniero. Il decreto di espulsione è comunicato allo straniero che, entro il termine di dieci giorni, può proporre opposizione dinanzi al tribunale di sorveglianza. Il tribunale decide nel termine di venti giorni.

Art. 8.

(Esclusioni dall'indulto).

1. L'indulto non si applica alle pene:

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

2) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

3) 422 (strage);

4) 630 (sequestro di persona a scopo di estorsione), commi primo, secondo e terzo;

5) 644 (usura);

6) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope;

b) per i delitti previsti dagli articoli 73, commi 1, 1-bis, 2, 2-bis e 3, ove siano applicate le circostanze aggravanti specifiche di cui all'articolo 80, e 74 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

Art. 9.

(Revoca dell'indulto).

1. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

2. Il beneficio dell'indulto è altresì revocato di diritto laddove, entro dieci anni dall'esecuzione dell'espulsione ai sensi dell'articolo 7, comma 3, lo straniero sia rientrato illegittimamente nel territorio dello Stato. In tale caso, lo stato di detenzione è ripristinato e riprende l'esecuzione della pena.

Art. 10.

(Termine di efficacia dell'indulto).

1. L'indulto di cui al presente capo ha efficacia per i reati commessi fino a tutto il 14 maggio 2006.

Capo III

ENTRATA IN VIGORE

Art. 11.

(Entrata in vigore).

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

 

 

 


N. 1122

 

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati GIORDANO, MIGLIORE, ACERBO, BURGIO, CACCIARI, CANNAVÒ, CARDANO, CARUSO, COGODI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE, DEIANA, DIOGUARDI, DURANTI, FALOMI, DANIELE FARINA, FERRARA, FOLENA, FORGIONE, FRIAS, GUADAGNO detto VLADIMIR LUXURIA, IACOMINO, KHALIL, LOCATELLI, LOMBARDI, MANTOVANI, MASCIA, MUNGO, OLIVIERI, PEGOLO, PERUGIA, PROVERA, ANDREA RICCI, MARIO RICCI, ROCCHI, FRANCO RUSSO, SINISCALCHI, SMERIGLIO, SPERANDIO, ZIPPONI

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Concessione di amnistia condizionata e di indulto revocabile

 

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Presentata il 14 giugno 2006

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Onorevoli Colleghi! - Da diversi anni, da parte di esponenti del mondo politico, della magistratura e dell'avvocatura, si susseguono prese di posizione sull'opportunità o meno di adottare provvedimenti di amnistia o di indulto.

Tali prese di posizione, e l'acceso confronto che ne è conseguito negli ultimi mesi della scorsa legislatura, hanno determinato aspettative all'interno del mondo carcerario e più in generale un clima di incertezza fra gli operatori della giustizia che non può che essere dannoso.

Ad avviso dei proponenti, sussistono le condizioni perché possa essere adottato un provvedimento di amnistia (condizionata) e di indulto (revocabile), soprattutto se finalizzato a garantire il funzionamento della giustizia e ad evitare che falliscano le numerose riforme approvate nella XIII legislatura - giudice unico di primo grado, depenalizzazione dei reati minori, nuovo rito monocratico con rafforzamento dei riti alternativi, modifica all'articolo 111 della Costituzione, incentivi ai magistrati per le sedi disagiate - già duramente colpite dalla disastrosa politica sulla giustizia perseguita dal centrodestra negli ultimi anni, contribuendo a ridurre l'eccessivo arretrato accumulato negli anni per procedimenti relativi a reati di non grave allarme sociale che, oltre tutto, prima della sentenza definitiva, finiscono in gran parte con una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

La giustizia penale italiana versa, infatti, in condizioni critiche, aggravate dai provvedimenti voluti dal Governo nella XIV legislatura, e riforme di notevole rilievo, finalizzate a coniugare maggiore celerità dei tempi processuali e maggiori garanzie per i cittadini, rischiano di non produrre gli effetti positivi auspicati se non addirittura di fallire, a causa dell'enorme mole di procedimenti arretrati.

Se si considerano le centinaia di migliaia di processi già prescritti o per i quali elevata è la probabilità di prescrizione, si verrebbe comunque a determinare un'amnistia di fatto, i cui beneficiari sarebbero peraltro individuati in modo casuale e prevalentemente tra coloro che dispongono di mezzi economici tali da affrontare i costi dei diversi gradi di giudizio. Ci troveremmo dunque di fronte a un'amnistia di fatto, basata sul censo.

Non si può non considerare, del resto, che, dall'entrata in vigore della Costituzione fino al 1992, vi sono stati 34 provvedimenti di amnistia e di indulto, mentre negli ultimi quattordici anni non è stato adottato alcun provvedimento di clemenza.

La presente proposta di legge prevede la concessione di un'amnistia condizionata e di un indulto revocabile per le pene detentive. Si propone l'applicazione dell'amnistia per i reati puniti con una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni - ovvero a cinque anni se è stato risarcito il danno o se ricorre la circostanza attenuante dell'aver agito per motivi di alto valore morale o sociale - e per una serie di reati specificamente indicati. Il provvedimento di clemenza è soggetto alla condizione che l'imputato non commetta, nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della legge, un delitto non colposo (e, nei casi più gravi, sempre nell'ambito di reati la cui pena edittale massima è di cinque anni di reclusione, abbia provveduto spontaneamente - tenuto conto delle sue condizioni economiche e sociali - al risarcimento del danno e all'eliminazione delle conseguenze del reato). Si prevede a tal fine la sospensione dei procedimenti penali in corso e dei relativi termini di prescrizione, nonché dell'esecuzione delle pene: decorso un periodo di cinque anni, se risulteranno soddisfatte le condizioni previste dalla legge, il reato o la pena saranno estinti; in caso contrario, i procedimenti penali e l'esecuzione delle pene riprenderanno il loro corso. In questo periodo di tempo, oltre tutto - ed è questo uno degli scopi principali della presente proposta di legge - si potrebbero celebrare con maggiore celerità i processi per i reati più gravi, evitando il danno e la "beffa" della prescrizione e limitando i numerosissimi casi di scarcerazione per decorrenza dei termini, anche in presenza di condanne gravissime in primo e secondo grado.

Per quanto riguarda l'indulto, da concedere per pene o residui di pena non superiori a tre anni, si prevede la revoca qualora l'interessato commetta un reato doloso nei cinque anni dalla concessione del condono.

Queste condizioni - sospensione del processo, buona condotta, possibilità di revoca del condono - avrebbero, a nostro parere, una notevole efficacia deterrente, in quanto ben difficilmente tornerebbe a commettere un reato chi è perfettamente consapevole che, in tal caso, gli verrebbe revocato il condono o non gli sarebbe applicata l'amnistia, e sconterebbe così la pena sia per il nuovo reato sia per quello precedente: una vera e propria "spada di Damocle" dalla non trascurabile efficacia dissuasiva.

Tali provvedimenti, e in particolare l'indulto, determinerebbero anche una diminuzione significativa della popolazione carceraria, rendendo così più vivibili gli istituti penitenziari, sia per i detenuti sia per gli operatori. La diminuzione della popolazione carceraria, inoltre, recherebbe un non trascurabile vantaggio economico. Le risorse così risparmiate potrebbero essere utilizzate per interventi in favore dei tossicodipendenti, ad esempio potenziando le strutture pubbliche di assistenza e le comunità terapeutiche, nonché per rafforzare i servizi sociali di supporto - con assunzione di educatori, assistenti sociali, psicologi - la cui carenza determina oggi molto spesso l'inefficacia delle misure alternative alla detenzione, come l'affidamento in prova al servizio sociale e/o la semilibertà.

Molti dei detenuti che beneficierebbero del provvedimento di indulto sarebbero soggetti condannati per reati di minore gravità, in gran parte dei casi connessi all'uso di sostanze stupefacenti, rispetto ai quali la pena detentiva ha dimostrato tutta la sua inefficacia, sia sotto il profilo della rieducazione del condannato e di un trattamento che favorisca la disintossicazione, sia sotto quello della tutela della collettività. I condannati per tali tipi di reati, infatti, una volta scontata la pena, e non avendo avuto la possibilità in carcere di usufruire di un trattamento e di un aiuto anche di carattere psicologico per uscire dallo stato di tossicodipendenza, tornano spesso a commettere reati connessi all'abuso di sostanze stupefacenti, in quanto non riescono a sottrarsi a quel circolo vizioso - necessità di procurarsi la dose per uso personale e reati per poter acquistare la droga - che comporta altissimi costi economici e sociali non solo per loro, ma per l'intera collettività.

Si tratta dunque di una proposta di legge che guarda al mondo complessivo della giustizia, che accelererebbe i tempi dello svolgimento dei processi per i reati di più grave allarme sociale, eviterebbe un gran numero di prescrizioni e di scarcerazioni per decorrenza dei termini, incentiverebbe il risarcimento dei danni in favore delle vittime, aumenterebbe le possibilità di reinserimento per chi ha commesso reati di minore gravità, senza sacrificare le esigenze di sicurezza della collettività, e anzi creando - attraverso le condizioni alle quali sarebbe subordinata l'applicazione dell'amnistia e la possibilità di revoca dell'indulto - le premesse per limitare, per quanto possibile, i casi di recidiva. Quello che si propone non è dunque un provvedimento "tampone", determinato esclusivamente dalla situazione esplosiva delle nostre carceri, ma un provvedimento che vuole dare una risposta più complessiva, nel tentativo di raggiungere un obiettivo da tutti, almeno a parole, auspicato: quello di una giustizia nello stesso tempo più efficiente e più umana.

La presente proposta di legge vuole essere anche un punto di partenza per avviare - su un tema particolarmente delicato - una riflessione, il più possibile pacata e costruttiva, che coinvolga le forze politiche, gli operatori del diritto e i cittadini tutti, nel tentativo di trovare, in un confronto costruttivo, soluzioni il più possibile condivise.



 


proposta di legge

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Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 1), del codice penale, ovvero la circostanza attenuante prevista dal medesimo articolo 62, numero 6), ovvero l'imputato si sia adoperato, tenuto conto delle sue condizioni economiche e sociali, per risarcire anche parzialmente il danno ovvero si sia adoperato per elidere o attenuare, ove possibile, le conseguenze dannose o pericolose del reato;

c) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

d) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336, primo comma (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale), e 337 (resistenza a un pubblico ufficiale), sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 588 (rissa), sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

3) 614, quarto comma (violazione di domicilio), limitatamente all'ipotesi in cui il fatto è stato commesso con violenza sulle cose;

4) 624 (furto), aggravato dalle circostanze di cui all'articolo 625, qualora ricorra almeno una delle circostanze attenuanti previste dall'articolo 62, numeri 4) e 6);

e) per ogni reato commesso da minore degli anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale ai sensi dell'articolo 19 del regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio 1935, n. 835, e successive modificazioni; non si applicano le disposizioni di cui ai commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applica il quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. L'amnistia è concessa a condizione che il condannato non commetta, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo.

4. In ogni stato e grado del processo il giudice, qualora il reato per il quale si procede rientri tra quelli previsti dal comma 1, sospende, anche d'ufficio, il procedimento per un periodo di cinque anni a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge. Decorso tale periodo, il giudice, qualora sussistono le condizioni di cui al comma 3 del presente articolo, provvede ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale; nel caso contrario, revoca il provvedimento di sospensione. Durante la sospensione del procedimento disposta ai sensi del presente comma è sospeso il decorso dei termini di prescrizione.

Art. 2.

(Computo della pena per l'applicazione dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia ai sensi dell'articolo 1:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Si tiene conto della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del medesimo codice. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle citate circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento ai sensi dell'articolo 468 del codice di procedura penale.

Art. 3.

(Rinunciabilità dell'amnistia).

1. L'amnistia non si applica qualora l'imputato, prima che sia pronunciata l'ordinanza che dispone la sospensione del procedimento ai sensi del comma 4 dell'articolo 1, faccia espressa dichiarazione di non volerne usufruire.

Art. 4.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna a pena detentiva superiore a sei mesi.

 


N. 1266

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CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

CAPOTOSTI, FABRIS, SATTA, MORRONE, ADENTI, AFFRONTI, CIOFFI, DEL MESE, D'ELPIDIO, GIUDITTA, LI CAUSI, PICANO, ROCCO PIGNATARO, PISACANE

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Concessione di amnistia e di indulto

 

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Presentata il 3 luglio 2006

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Onorevoli Colleghi! - La fine della XIV legislatura e l'inizio di quella in corso sono stati caratterizzati dalla pressante richiesta, proveniente da ambienti che attraversano l'intero tessuto sociale, politico e religioso del Paese, di un provvedimento di clemenza generale volto a porre rimedio alla grave situazione di disagio in cui versa la popolazione carceraria.

Tradizionalmente, la concessione di atti di clemenza si accompagna a riforme di ampio respiro. Per tale ragione, l'amnistia e l'indulto sono generalmente «incondizionati».

Tale natura incondizionata, del resto, distingue, secondo la prevalente opinione, gli atti di clemenza da misure «premiali», quali quelle alternative alla detenzione previste dall'ordinamento penitenziario, la cui concessione è subordinata alla verifica, da parte dell'autorità giudiziaria, della reale intrapresa di un percorso di recupero sociale del condannato.

Pur auspicando interventi normativi «di sistema», che consentano di superare i problemi di inefficienza del processo penale e di sovrappopolazione del sistema carcerario, allo stato, le misure allo studio sono sganciate da questa prospettiva. Pertanto, onde evitare di essere percepite nell'opinione pubblica come una «resa incondizionata» dello Stato, si è ritenuto di ancorare dette misure alla sussistenza di taluni presupposti.

A tale fine sono stati presi in considerazione anche i numerosi progetti di legge presentati nel corso della precedente legislatura relativi alla tematica in esame, molti dei quali sintetizzati in un testo unificato del gennaio 2006, successivamente non approvato (atto Camera n. 458 e abb.-A, XIV legislatura).

 

 

Si è pensato, quindi, di modulare gli istituti tenendo conto, anzitutto, della distinzione fra amnistia «propria» e «impropria».

Per quest'ultima e per l'indulto è stato previsto un percorso rieducativo del condannato che si concretizza attraverso l'effettuazione di lavoro di pubblica utilità secondo determinati obblighi e condizioni, l'inosservanza dei quali determina la revoca del beneficio.

Per l'amnistia «propria» si sono tenute distinte le varie fasi del procedimento, stabilendo la natura incondizionata del beneficio per quei reati ancora oggetto di investigazioni preliminari, e, viceversa, subordinando a determinate condizioni l'applicazione del beneficio per i reati oggetto di procedimento in relazione al quale è stata esercitata l'azione penale.

Del resto, la possibilità che misure di clemenza possano essere subordinate a «condizioni o a obblighi» è testualmente prevista dall'articolo 151, quarto comma, del codice penale, in tema di amnistia, richiamato dall'articolo 174 del medesimo codice penale in materia di indulto.

Sul punto, la Corte costituzionale (sentenza n. 5 del 1o febbraio 1964) ha avuto modo di affermare la legittimità costituzionale di un intervento normativo che condizionava l'amnistia per i reati finanziari al pagamento del tributo evaso.

L'intervento normativo proposto si compone di 16 articoli.

Quanto all'amnistia che estingue il reato, si propone di prevedere la concessione del beneficio (articolo 1, comma 1, lettera a) per i reati che prevedono una pena edittale non superiore a quattro anni, limite che attualmente coincide con la competenza per materia del giudice monocratico «a citazione diretta» (con le indubbie conseguenze deflattive che da ciò conseguono).

Non sono stati contemplati i reati finanziari, per i quali, in passato, si è fatto ricorso a un provvedimento legislativo autonomo.

Le lettere b), c), d) e f) del comma 1 del medesimo articolo 1 includono nel provvedimento clemenziale alcuni specifici reati i quali, pur prevedendo una pena edittale superiore ai quattro anni, si connotano per uno scarso allarme sociale, ovvero sono connessi alla commissione di un reato amnistiato.

Le lettere da g) a l) del citato comma 1 prevedono l'amnistia anche per i reati di allontanamento illecito e di renitenza alla leva obbligatoria, ora abolita, ovvero «sospesa»; provvedimento quest'ultimo già oggetto di specifici progetti di legge della passata legislatura.

Sul punto va osservato che l'emanazione di una legislazione speciale tesa alla progressiva affermazione del principio di professionalità nell'arruolamento delle Forze armate (legge delega 14 novembre 2000, n. 331, articolo 3, comma 1; decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, articolo 7, comma 1, come sostituito dall'articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 226), quanto meno ha fatto nascere il dubbio circa la sopravvivenza delle norme incriminatrici che, nel nostro ordinamento, presuppongono l'esistenza della chiamata alle armi, istituto regolato da fonti legislative diverse da quella penale.

Il riferimento è non solo all'articolo 151 del codice penale militare di pace (mancanza alla chiamata), ma anche all'ipotesi di allontanamento illecito (articolo 147 dello stesso codice), nonché alla fattispecie di cui all'articolo 160 del medesimo codice e a quelle previste dalle leggi speciali sul servizio sostitutivo civile.

Il dubbio viene alimentato, peraltro, dalle oscillanti interpretazioni della giurisprudenza di merito e di legittimità. Proprio al fine di evitare disparità di trattamento e censurabili profili di irragionevolezza nei confronti di soggetti che si sono resi responsabili, fino al 31 ottobre 2005 (data cui si deve far risalire l'ultimo giorno di coscrizione obbligatoria), dei reati sopra indicati, si ritiene che la soluzione tecnica migliore sia quella dell'amnistia, che non va, peraltro, ad intaccare il quadro delle fattispecie incriminatrici. E ciò perché si tratta di reati per i quali non è più avvertito il disvalore sociale del fatto, anche se non possono ritenersi abrogati (Cassazione sezione I, sentenza n. 546 del 2 maggio 2006).

 

 

Ai sensi del comma 3, non si applica l'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale, che esclude dai benefìci i recidivi e i delinquenti abituali, professionali o per tendenza (articoli 99, 102, 103, 105 e 108 del codice penale).

L'articolo 2 contiene le esclusioni oggettive dall'amnistia, con riferimento ad alcune categorie di reati particolarmente gravi, vuoi per l'allarme sociale che destano (per esempio delitti di mafia, terrorismo, eccetera), vuoi per la natura particolarmente odiosa (ad esempio, reati sessuali), vuoi per la gravità del vulnus che essi arrecano alla gestione della res publica (delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione), ovvero al territorio e all'ambiente (reati urbanistici e ambientali).

Il comma 5 disciplina l'ipotesi in cui l'amnistia debba essere applicata solo ad alcuni reati fra quelli posti tra loro in continuazione o concorso formale.

L'articolo 3 disciplina le modalità di computo della pena ai fini dell'applicazione dell'amnistia. A tale fine si prevede che si debba avere riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato e che non si debba tenere conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa.

Quanto alle circostanze del reato, si prevede che si debba tenere conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti ad efficacia speciale ovvero ad effetto speciale, nonché della circostanza aggravante di cui all'articolo 61, numero 7), del codice penale, nei reati contro il patrimonio, della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale, nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del codice penale. Si prevede altresì che, quando le predette attenuanti concorrono con le circostanze aggravanti di cui alla lettera c) del comma 1 dell'articolo 3 in oggetto, si tiene conto soltanto delle prime, salvo che concorrano le circostanze di cui agli articoli 583 e 625, numero 2), prima ipotesi, del codice penale, nel qual caso si tiene conto soltanto di queste ultime. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle predette circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, dal giudice procedente.

Si prevede infine che si debba tenere conto delle circostanze attenuanti previste dall'articolo 48 del codice penale militare di pace quando esse siano prevalenti o equivalenti, ai sensi dell'articolo 69 del codice penale, rispetto ad ogni tipo di circostanza aggravante.

L'articolo 4, vera pietra angolare dell'intervento normativo, prevede, al comma 1, che l'amnistia debba essere «incondizionata» per i procedimenti in relazione ai quali l'azione penale non è ancora stata esercitata.

Viceversa, per i procedimenti per i quali vi è stato esercizio dell'azione penale, si è ipotizzata la sospensione del processo e un periodo di osservazione di due anni (comma 2); se l'imputato si astiene dal commettere ulteriori reati, il reato viene dichiarato estinto dal giudice procedente ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale.

Si è ritenuto di attribuire maggiore certezza alla previsione normativa mediante un esplicito riferimento all'esercizio dell'azione penale in ordine al nuovo reato commesso; attendere il passaggio in giudicato della nuova condanna avrebbe infatti significato prolungare per un tempo spesso lunghissimo il termine di sospensione. Onde consentire al giudice di conoscere tempestivamente l'avvenuto esercizio dell'azione penale in ordine al nuovo reato, si è ritenuto di inserire, in capo al pubblico ministero per esso procedente, un obbligo di informativa al giudice che ha disposto la sospensione, mediante un richiamo all'articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale (comma 6).

Durante il periodo di sospensione i termini di prescrizione sono sospesi (comma 3) e della sospensione viene fatta menzione nel certificato del casellario giudiziale (comma 5), al fine di consentire un rapido aggiornamento della posizione in caso di commissione di nuovi reati durante l'osservazione.

 

 

Con tale condizione si è voluto munire la legge anche di una notevole carica deterrente, in quanto è da presumere che sia altamente improbabile che torni a delinquere chi è consapevole che, in tale caso, non gli verrebbe applicata l'amnistia.

L'articolo 5 disciplina la cosiddetta «amnistia impropria», ossia quella concessa per reati in relazione ai quali è già intervenuta sentenza di condanna definitiva.

Sul punto, stante la contemporanea concessione di indulto, si è ritenuto di dover ancorare la concessione del beneficio agli stessi presupposti e condizioni dell'indulto condizionato, per un periodo pari alla pena da amnistiare e comunque non inferiore a un anno. Si rinvia quindi, quanto alla disciplina, ai contenuti dell'articolo 10.

Ai sensi dell'articolo 6, l'amnistia è rinunciabile.

Quanto all'indulto, si è pensato (articolo 7) a un limite di pena di due anni.

Il successivo articolo 8 precisa che esso non si applica alle sanzioni sostitutive di cui alla legge n. 689 del 1981 e ai condannati che non hanno scontato almeno un quarto della pena comminata.

L'articolo 9 contiene le esclusioni oggettive dall'indulto, ossia i reati ritenuti di particolare gravità o allarme sociale: articoli 270, 270-bis, 270-ter, 270-quater, 270-quinquies, 280, 280-bis, 284, 285, 416-bis, 422, 600, 600-bis, 600-ter, commi primo e secondo, 600-quinquies, 601, 602, 603, 609-bis, 609-quater, 609-octies, 630, commi primo, secondo e terzo, 648-bis, limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope, e 648-ter del codice penale; delitti commessi con finalità di terrorismo od eversione; delitti previsti dagli articoli 74 e 80 del Testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309.

Si è ritenuto che la concessione dello stesso, onde essere ancorata comunque alla finalità rieducativa del condannato stabilita dall'articolo 27 della Costituzione, debba essere condizionata alla prestazione volontaria di attività non retribuita in favore della collettività (articolo 10, comma 1). Tale misura risulta attualmente prevista come pena, e non come semplice misura alternativa alla detenzione, per i reati di competenza del giudice di pace (articolo 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274), nonché dalla recente riforma in materia di stupefacenti, dall'articolo 73, comma 5-bis, del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, introdotto dal decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 febbraio 2006, n. 49, il quale prevede che su richiesta della parte, qualora non possa essere concessa la sospensione condizionale della pena, in luogo delle pene detentive possa essere irrogata la sanzione in oggetto, mediante esplicito richiamo al citato articolo 54 del decreto legislativo n. 274 del 2000.

La sua introduzione per i reati di competenza del tribunale potrebbe costituire un banco di prova importante in previsione di un futuro e improcrastinabile ripensamento del sistema sanzionatorio nel suo complesso, già oggetto di studio di apposita commissione istituita presso il Consiglio superiore della magistratura. In tale senso si muoveva anche il progetto di riforma del codice penale varato nella scorsa legislatura (cosiddetto «progetto Nordio»), che nella parte generale inseriva all'articolo 70 il lavoro di pubblica utilità tra le pene cosiddette «prescrittive».

Ai fini che qui interessano, tuttavia, l'istituto viene disciplinato in modo da assumere, di fatto, i connotati di una sorta di misura alternativa alla detenzione «straordinaria», ossia non prevista dall'ordinamento penitenziario in via generale, ma concessa una tantum qualora ne ricorrano i presupposti.

Si è previsto (articolo 10, commi 1 e 2) che il lavoro socialmente utile debba essere prestato presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti od organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato, per non meno di sei e non più di diciotto ore settimanali; il progetto Nordio

 

prevedeva la cifra «secca» di sei ore, ritenuta incongrua in ragione della necessità di modulare la sanzione sostitutiva tenuto conto della gravità del fatto in relazione al caso concreto e all'entità della pena da condonare.

Seguendo la traccia del progetto Nordio, si prevede che, normalmente, l'attività viene svolta nell'ambito della provincia di residenza, con modalità e tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato. Tale previsione tuttavia non tiene conto del fatto che la contiguità del condannato con ambienti criminali può gravemente ostacolare il percorso rieducativo dello stesso. Seguendo la previsione di un disegno di legge decaduto della XIV legislatura (atto Camera n. 6253, d'iniziativa dell'onorevole Antonio Russo, recante «Disposizioni in materia di detenzione concordata e di messa alla prova»), si stabilisce pertanto che, qualora la permanenza nella provincia di residenza possa pregiudicare l'allontanamento del condannato da ambienti illeciti, il giudice può autorizzare lo stesso a prestare l'attività e dimorare, per un periodo corrispondente, presso un'altra provincia.

Cardine della concessione del beneficio è che l'imputato presti la propria attività non retribuita volontariamente, stante il principio dell'incoercibilità degli obblighi di facere che è immanente al nostro ordinamento.

Si prevede quindi (articolo 10, comma 3) che il giudice dell'esecuzione, sollecitato dal pubblico ministero, debba raccogliere il consenso in apposita udienza camerale fissata secondo i meccanismi del cosiddetto «incidente di esecuzione» (articolo 666 del codice di procedura penale, ma la presenza del pubblico ministero viene resa facoltativa); in tale sede può imporre le debite prescrizioni (modificabili anche ex officio) onde facilitare il reinserimento sociale del condannato ed evitare la ripetizione di condotte criminose.

Ai sensi dell'articolo 11, comma 6, contro gli obblighi e le prescrizioni relativi alla dimora e alla presentazione all'autorità di polizia il condannato può ricorrere al giudice dell'esecuzione, che decide con la procedura di cui all'articolo 666 del codice di procedura penale.

La scelta di affidare al giudice dell'esecuzione, anziché alla magistratura di sorveglianza, la concessione del beneficio, deriva dalla constatazione dell'enorme carico di lavoro da cui la seconda è costantemente oberata (come risulta anche da apposito studio del Centro studi del Consiglio superiore della magistratura in materia di pene e di sanzioni sostitutive). Al contrario, si è ritenuto che l'aumento del carico di lavoro per il giudice dell'esecuzione determinato dalla necessità di fissare gli incidenti di esecuzione potrà essere adeguatamente bilanciato dalla deflazione derivante dall'applicazione dell'amnistia.

Si è comunque ritenuto di dover tutelare anche la persona offesa dal reato, mediante apposita previsione della possibilità, per il giudice dell'esecuzione, di condizionare l'indulto, in luogo che alla prestazione di attività lavorativa non retribuita, al risarcimento del danno in favore della persona offesa, ovvero all'eliminazione o all'attenuazione delle conseguenze del reato. Tale previsione è diretta a dare piena attuazione alla decisione quadro del Consiglio d'Europa del 15 marzo 2001 (2001/220/GAI), il cui articolo 9, paragrafo 2, invita gli Stati membri ad adottare «le misure atte a incoraggiare l'autore del reato a prestare adeguato risarcimento alla vittima». Essa, peraltro, trova un precedente anche in iniziative legislative della precedente legislatura e segnatamente nell'atto Camera n. 724 (proponente onorevole Pisapia, recante «Delega al Governo per la riforma della disciplina sanzionatoria dei reati di minore allarme sociale e norme in materia di applicazione della pena su richiesta delle parti, di arresti domiciliari e di misure alternative alla detenzione»), che prevedeva la sostituzione della pena detentiva per taluni reati con la «prestazione di attività non retribuita a favore della collettività o finalizzata al risarcimento del danno, all'eliminazione o attenuazione delle conseguenze del reato».

 

 

L'articolo 11, commi 1 e 2, dispone che con il provvedimento di sospensione dell'esecuzione della sentenza per effetto dell'indulto condizionato, o in un momento successivo durante il periodo di sospensione, al beneficiato possono essere imposte talune delle prescrizioni o degli obblighi di cui ai commi 5, 6 e 7 dell'articolo 47 della legge 26 luglio 1975, n. 354. Al detenuto che risulta tossicodipendente è sempre imposto l'obbligo di mettersi in contatto con il servizio per le tossicodipendenze dell'azienda sanitaria locale competente immediatamente dopo la scarcerazione.

Il comma 4 dispone che nei casi di pena da condonare superiore a un anno, al condannato può essere imposto in qualsiasi momento l'obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria, secondo le modalità previste dall'articolo 282 del codice di procedura penale, per il periodo di sospensione dell'esecuzione.

La sorveglianza sull'ottemperanza alle prescrizioni è rimessa (articolo 12) al servizio sociale del Ministero della giustizia (che deve rimanere in contatto costante con il condannato) e, qualora la pena da condonare sia superiore a un anno, alle Forze di polizia.

Scaduto il termine fissato nel provvedimento di sospensione (articolo 13), gli organi deputati alla sorveglianza relazionano al pubblico ministero. Se la «prova» risulta positiva, la pena viene condonata.

Se durante il periodo di prova vengono violate le prescrizioni o gli obblighi, il pubblico ministero può chiedere la cessazione anticipata.

L'articolo 14 prevede che l'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, nel periodo di cinque anni dalla data di entrata in vigore del decreto di concessione, un delitto non colposo, per il quale è prevista una pena edittale non inferiore nel massimo a quattro anni.

Anche l'indulto, come l'amnistia, è rinunciabile da parte del condannato (articolo 15).

La proposta di legge prevede che entrambi i benefìci si applichino a tutti i reati commessi fino al 31 dicembre 2005 (articolo 16).


 

 


 


proposta di legge

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Art. 1.

(Concessione di amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato non finanziario per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

c) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336, primo comma, e 337, sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 del codice penale o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 372, quando la testimonianza verte su un reato per il quale è concessa amnistia;

3) 588, secondo comma, sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

4) 624 e 625, primo comma, numero 2), limitatamente al furto commesso con mezzo fraudolento, numero 4), numero 6) e numero 8), purché non ricorra l'ipotesi di cui al secondo comma;

5) 640, secondo comma, numero 2);

6) 648, secondo comma;

d) per ogni reato commesso dal minore di anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale ai sensi dell'articolo 19 del regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio 1935, n. 835, come da ultimo sostituito dall'articolo 112 della legge 24 novembre 1981, n. 689, e senza che si applichino le disposizioni dei commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale;

e) per i reati relativi a violazioni delle norme concernenti il monopolio dei tabacchi e le imposte di fabbricazione sugli apparecchi di accensione, limitatamente alla vendita al pubblico e all'acquisto e alla detenzione di quantitativi di tali prodotti destinati alla vendita al pubblico direttamente da parte dell'agente;

f) per i reati previsti dall'articolo 73, comma 5, e dall'articolo 83 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni;

g) per il delitto di cui all'articolo 147 del codice penale militare di pace;

h) per il delitto di cui all'articolo 151 del codice penale militare di pace, anche qualora ricorrano le circostanze aggravanti previste dagli articoli 152 e 154 del medesimo codice;

i) per il delitto di cui all'articolo 160 del codice penale militare di pace, per i fatti di cui agli articoli 157, 158 e 159 dello stesso codice commessi dagli iscritti di leva o durante lo stato di congedo;

l) per il delitto previsto dall'articolo 14 della legge 8 luglio 1998, n. 230.

2. L'amnistia prevista per i reati di cui al comma 1, lettere h) e i), si applica ai concorrenti nel reato, purché non sia applicabile la circostanza aggravante prevista dall'articolo 162 del codice penale militare di pace.

3. Non si applica l'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 2.

(Esclusioni oggettive dall'amnistia).

1. L'amnistia non si applica:

a) ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione previsti dal capo I del titolo II del libro II del codice penale;

b) ai reati previsti dagli articoli 10-bis, commi settimo e nono, quando si tratti di condotta dolosa, e 10-quinquies, primo comma, della legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni;

c) ai reati commessi in occasione di calamità naturali, approfittando delle condizioni determinate da tali eventi, ovvero in danno di persone danneggiate ovvero al fine di approfittare illecitamente di provvedimenti adottati dallo Stato o da altro ente pubblico per fare fronte alla calamità, risarcire i danni e portare sollievo alla popolazione e all'economia dei luoghi colpiti dagli eventi;

d) ai reati di falsità in atti previsti dal capo III del titolo VII del libro II del codice penale, quando siano stati compiuti in relazione a eventi di calamità naturale ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

e) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270-ter;

2) 353;

3) 354;

4) 371, solo qualora la falsità concerna procedimenti per reati in ordine ai quali non è concessa amnistia;

5) 371-bis e 371-ter, solo qualora la falsità concerna procedimenti per reati in ordine ai quali non è concessa amnistia;

6) 374;

7) 377;

8) 378, solo qualora il favoreggiamento concerna procedimenti per reati in ordine ai quali non è concessa amnistia;

9) 385;

10) 391; tale esclusione non si applica ai minori di anni diciotto;

11) 424;

12) 443;

13) 444;

14) 445;

15) 452, primo comma, numero 3), e secondo comma;

16) 471, quando siano stati compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

17) 478;

18) 501;

19) 501-bis;

20) 590, commi secondo e terzo, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro;

21) 600-ter, ultimo comma;

22) 600-quater;

23) 609-quater;

24) 610, nell'ipotesi di cui al secondo comma;

25) 644-bis;

26) 733;

27) 734;

f) ai reati previsti dalle disposizioni penali in materia di società e consorzi di cui al titolo XI del libro V del codice civile;

g) ai reati previsti:

1) dall'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni riguardanti un'area di piccola estensione, in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti, e sempre che non siano stati violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma del medesimo articolo;

2) dagli articoli 169, 170, 171, 172, 173, 174, 175, 176, 178, 180 e 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42;

3) dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

2. L'amnistia non si applica a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni.

3. L'amnistia non si applica a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni.

4. L'amnistia non si applica a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205.

5. Quando vi è stata condanna ai sensi dell'articolo 81 del codice penale, ove necessario, il giudice dell'esecuzione applica l'amnistia secondo le disposizioni del decreto determinando le pene corrispondenti ai reati estinti.

Art. 3.

(Computo della pena per l'applicazione

dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena diversa;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale nonché, nei reati contro il patrimonio, dalla circostanza aggravante di cui all'articolo 61, numero 7), del codice penale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale, nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del medesimo codice. Quando le predette circostanze attenuanti concorrono con le circostanze aggravanti di cui alla lettera c) del presente comma, si tiene conto soltanto delle prime, salvo che concorrano le circostanze di cui agli articoli 583 e 625, numero 2), prima ipotesi, del codice penale, nel quale caso si tiene conto soltanto di queste ultime. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle predette circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, dal giudice procedente;

e) si tiene conto delle circostanze attenuanti previste dall'articolo 48 del codice penale militare di pace quando siano prevalenti o equivalenti, ai sensi dell'articolo 69 del codice penale, rispetto a ogni tipo di circostanza aggravante.

Art. 4.

(Amnistia condizionata propria).

1. L'amnistia per i reati di cui all'articolo 1, in ordine ai quali non è stata esercitata l'azione penale, è concessa senza condizioni.

2. L'amnistia per i reati di cui all'articolo 1, in ordine ai quali è stata esercitata l'azione penale, è concessa a condizione che nei confronti dell'imputato, nei due anni successivi alla data di entrata in vigore della presente legge, non venga esercitata l'azione penale per un delitto non colposo, per il quale è prevista la pena edittale non inferiore nel massimo a quattro anni, commesso successivamente alla medesima data di entrata in vigore.

3. Durante il biennio previsto dal comma 2, il giudice, in ogni stato e grado, sospende il processo. Decorso tale periodo, qualora sussistano le condizioni di cui al citato comma 2, il giudice provvede ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale. Nel caso contrario revoca la sospensione.

4. Durante la sospensione disposta ai sensi dei commi 2 e 3 il decorso dei termini di prescrizione è sospeso.

5. Il provvedimento di sospensione di cui ai commi 1, 2 e 3 è annotato nel casellario giudiziario.

6. Nell'ipotesi di cui al comma 2 il pubblico ministero comunica l'avvenuto esercizio dell'azione penale in ordine al nuovo reato al giudice che ha disposto la sospensione, con le forme previste all'articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271.

Art. 5.

(Amnistia condizionata impropria).

1. L'amnistia per i reati previsti dalla presente legge, in ordine ai quali è stata pronunciata sentenza di condanna definitiva, è concessa a condizione che il condannato, per un periodo corrispondente alla pena inflitta e, comunque, non inferiore a un anno, presti volontariamente attività non retribuita in favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti od organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.

2. L'attività di cui al comma 1 viene svolta nell'ambito della provincia in cui risiede il condannato e comporta la prestazione di non meno di sei e non più di diciotto ore di lavoro settimanale, da svolgere con modalità e con tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato. Qualora la permanenza nella provincia di residenza possa pregiudicare l'allontanamento del condannato da ambienti illeciti, il giudice può autorizzare lo stesso a prestare attività e a dimorare, per un periodo corrispondente a quello di prestazione dell'attività stessa, presso un'altra provincia.

3. Il provvedimento di cui al comma 1 è adottato con ordinanza, su richiesta del pubblico ministero, dal giudice dell'esecuzione individuato ai sensi dell'articolo 665 del codice di procedura penale, che provvede a raccogliere il consenso del detenuto con la procedura di cui all'articolo 666 del medesimo codice; in deroga a quanto previsto dal comma 4 del citato articolo 666, la presenza del pubblico ministero all'udienza in camera di consiglio non è obbligatoria. Il provvedimento è comunicato al servizio sociale del Ministero della giustizia.

4. Il giudice dell'esecuzione, sentite le parti, inclusa la persona offesa, nell'udienza di cui al comma 3, può, in luogo della prestazione dell'attività di cui al comma 1, condizionare la concessione dell'amnistia al risarcimento del danno in favore della persona offesa ovvero all'eliminazione o all'attenuazione delle conseguenze del reato.

5. Durante il periodo di sospensione si applicano gli articoli 11, 12 e 13.

6. L'amnistia di cui al presente articolo è revocata di diritto se chi ne ha usufruito commette, nel periodo di cinque anni dalla data di entrata in vigore del decreto di concessione, un delitto non colposo, per il quale è prevista una pena edittale non inferiore nel massimo a quattro anni.

Art. 6.

(Rinuncia all'amnistia).

1. L'amnistia non si applica qualora l'imputato, prima che sia pronunciata sentenza di non luogo a procedere o di non doversi procedere per estinzione del reato per amnistia, faccia espressa dichiarazione di non volerne usufruire.

Art. 7.

(Concessione di indulto).

1. È concesso indulto per le pene detentive non superiori a due anni e per le pene pecuniarie non superiori a 10.000 euro, sole o congiunte alla pena detentiva, alle condizioni e con i limiti stabiliti dalla presente legge.

2.L'applicazione dell'indulto rende inapplicabili le misure di sicurezza inflitte con la sentenza di condanna, ad esclusione della confisca.

3. È concesso indulto, per intero, per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è applicato, anche solo in parte, l'indulto.

4. Non si applica la disposizione contenuta nell'ultimo comma dell'articolo l51 del codice penale.

Art. 8.

(Ambito di applicazione).

1. L'indulto non si applica alle sanzioni sostitutive di cui al capo III della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni.

2. L'indulto si applica ai detenuti che hanno scontato almeno un quarto della pena detentiva, tenuto conto della liberazione anticipata.

Art. 9.

(Esclusioni oggettive).

1. L'indulto non si applica alle pene:

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270, 270-bis, 270-ter, 270-quater, 270-quinquies, 280, 280-bis e 284;

2) 285;

3) 416-bis;

4) 422;

5) 600, 600-bis, 600-ter, commi primo e secondo, 600-quinquies, 601, 602, 603, 609-bis, 609-quater e 609-octies;

6) 630, commi primo, secondo, terzo;

7) 648-bis, limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope, e 648-ter;

b) per i delitti previsti dagli articoli 74 e 80 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

2. L'indulto non si applica alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni.

3. L'indulto non si applica alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni.

4. L'indulto non si applica alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205.

Art. 10.

(Condizioni di applicazione).

1. L'indulto si applica a condizione che il condannato, per il periodo di tempo corrispondente alla pena condonata e comunque non inferiore a un anno, presti volontariamente attività non retribuita in favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti od organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.

2. L'attività di cui al comma 1 viene svolta nell'ambito della provincia in cui risiede il condannato e comporta la prestazione di non meno di sei e non più di diciotto ore di lavoro settimanale, da svolgere con modalità e con tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato. Qualora la permanenza nella provincia di residenza possa pregiudicare l'allontanamento del condannato da ambienti illeciti, il giudice può autorizzare lo stesso a prestare l'attività e a dimorare, per un periodo corrispondente a quello di prestazione dell'attività stessa, presso un'altra provincia.

3. Il provvedimento di cui al comma 1 è adottato con ordinanza, su richiesta del pubblico ministero, dal giudice dell'esecuzione individuato ai sensi dell'articolo 665 del codice di procedura penale, che provvede a raccogliere il consenso del detenuto con la procedura di cui all'articolo 666 del medesimo codice; in deroga a quanto previsto dal comma 4 del citato articolo 666, la presenza del pubblico ministero all'udienza in camera di consiglio non è obbligatoria. Il provvedimento è comunicato al servizio sociale del Ministero della giustizia.

4. Il giudice dell'esecuzione, sentite le parti, inclusa la persona offesa, nell'udienza di cui al comma 3, può, in luogo della prestazione dell'attività di cui al comma 1, condizionare la concessione dell'indulto al risarcimento del danno in favore della persona offesa ovvero all'eliminazione o all'attenuazione delle conseguenze del reato.

Art. 11.

(Prescrizioni e obblighi).

1. Con il provvedimento di sospensione dell'esecuzione della sentenza per effetto dell'indulto condizionato, o in un momento successivo durante il periodo di sospensione, al beneficiato possono essere imposte talune delle prescrizioni o degli obblighi di cui ai commi 5, 6 e 7 dell'articolo 47 della legge 26 luglio 1975, n. 354.

2. Al detenuto che risulta tossicodipendente è sempre imposto l'obbligo di mettersi in contatto con il servizio per le tossicodipendenze dell'azienda sanitaria locale competente immediatamente dopo la scarcerazione.

3. Se la pena da condonare è superiore a un anno, con il provvedimento di sospensione è sempre imposto l'obbligo di dimora per tutto il periodo di sospensione di esecuzione della pena nel territorio del comune di dimora abituale o dove il condannato esercita la propria attività lavorativa ai sensi dell'articolo 10, comma 2. Si applicano i commi 3, 4 e 5 dell'articolo 238 del codice di procedura penale.

4. Nei casi di cui al comma 3 al condannato può essere imposto in qualsiasi momento l'obbligo di presentazione periodico alla polizia giudiziaria, secondo le modalità previste dall'articolo 282 del codice di procedura penale, per il periodo di sospensione dell'esecuzione della pena.

5. Le prescrizioni e gli obblighi di cui al presente articolo possono essere modificati anche d'ufficio, al fine di favorire il reinserimento sociale del beneficiato e di evitare la ripetizione di condotte criminose.

6. Contro le prescrizioni e gli obblighi relativi alla dimora e alla presentazione all'autorità di polizia il condannato può ricorrere al giudice dell'esecuzione, che decide con la procedura di cui all'articolo 666 del codice di procedura penale.

Art. 12.

(Controlli).

1. Entro due mesi dalla scadenza del termine di cui al comma 1 dell'articolo 10, il servizio sociale del Ministero della giustizia riferisce al pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza di condanna sul comportamento del beneficiato, con particolare riferimento al suo reinserimento sociale e all'osservanza di eventuali prescrizioni ad obblighi. A tale fine lo stesso servizio si mantiene in contatto con il condannato, con la sua famiglia, con gli altri suoi ambienti di vita e con eventuali strutture o istituzioni che curano il sostegno e il recupero del condannato.

2. Entro lo stesso termine previsto dal comma 1 del presente articolo, nel caso di cui al comma 3 dell'articolo 11, l'autorità di pubblica sicurezza riferisce al pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza di condanna sull'adempimento della condizione ivi prevista.

3. In qualsiasi momento il servizio sociale del Ministero della giustizia e l'autorità di pubblica sicurezza riferiscono al pubblico ministero eventuali violazioni di prescrizioni o di obblighi da parte del condannato o fatti significativi relativi al suo recupero e al suo reinserimento sociale.

Art. 13.

(Applicazione definitiva).

1. Scaduto il termine fissato nel provvedimento di sospensione, il pubblico ministero raccoglie le relazioni del servizio sociale del Ministero della giustizia e quelle dell'autorità di pubblica sicurezza e le invia al giudice dell'esecuzione con il proprio parere sull'applicazione definitiva dell'indulto.

2. Il giudice dell'esecuzione applica definitivamente l'indulto quando, dagli atti raccolti dal pubblico ministero, risultano adempiute le condizioni e rispettati le prescrizioni e gli obblighi eventualmente imposti durante il periodo di sospensione.

3. Qualora durante il periodo di sospensione il comportamento del condannato, reiteratamente contrario alla legge o alle prescrizioni e agli obblighi imposti, faccia ritenere l'impossibilità di adempimento delle condizioni di cui all'articolo 10, il pubblico ministero può chiedere al giudice dell'esecuzione una decisione anticipata di non applicazione dell'indulto. Se il giudice non accoglie la richiesta, restituisce gli atti al pubblico ministero.

4. Nella decisione sull'applicazione dell'indulto il giudice dell'esecuzione procede ai sensi dell'articolo 667, comma 4, del codice di procedura penale.

Art. 14.

(Revoca).

1. L'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, nel periodo di cinque anni dalla data di entrata in vigore del decreto di concessione, un delitto non colposo, per il quale è prevista una pena edittale non inferiore nel massimo a quattro anni.

Art. 15.

(Rinuncia all'indulto).

1. Fino alla decisione del giudice dell'esecuzione sull'applicazione definitiva, il condannato può rinunciare all'indulto con dichiarazione resa personalmente al pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza.

Art. 16.

(Termini di efficacia).

1. L'amnistia e l'indulto hanno efficacia per i reati commessi sino a tutto il 31 dicembre 2005.

Art. 17.

(Entrata in vigore).

1. La presente legge entra in vigore il sessantesimo giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

 

 

 


N. 1323

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CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

CRAPOLICCHIO, DILIBERTO, SGOBIO, BELLILLO, CANCRINI, CESINI, DE ANGELIS, GALANTE, LICANDRO, NAPOLETANO, PAGLIARINI, FERDINANDO BENITO PIGNATARO, SOFFRITTI, TRANFAGLIA, VACCA, VENIER

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Concessione di amnistia e di indulto

 

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Presentata il 10 luglio 2006

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Onorevoli Colleghi! - Ormai da anni si discute della necessità di varare un provvedimento di amnistia e di indulto al fine di offrire una prima e concreta risposta alla situazione delle carceri italiane, che ha raggiunto livelli drammatici. Sono sedici anni, peraltro, che in Italia non viene concesso un atto di clemenza. La revisione dell'articolo 79 della Costituzione, approvata nel 1992, prevede infatti che siano le Camere a concedere amnistia e indulto con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, sia nella votazione articolo per articolo, sia nella votazione finale.

Un quorum davvero elevato, che ha reso impossibile, fino ad oggi, una larga intesa nelle Aule parlamentari e ne ha, nei fatti, impedito l'approvazione.

La modifica dell'articolo 79 della Costituzione, con la corrispondente entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, si proponeva di restringere il ricorso ai menzionati istituti di clemenza e consentire l'applicazione dei riti alternativi previsti dal nuovo codice. Nel frattempo la situazione nelle carceri si è andata via via aggravando ed è divenuta allarmante. Una condizione denunciata dalle associazioni che da anni si occupano dei detenuti e nella quale, allo stato, appaiono a rischio gli stessi diritti civili e della persona previsti dalla nostra Costituzione.

Il problema è sotto gli occhi di tutti: le carceri italiane sono al tracollo. I dati forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (DAP), in questo senso, appaiono assai eloquenti: «a fronte di una capacità ricettiva regolamentare di 45.490 posti, si registra una presenza di detenuti di 60.483 unità, di cui 57.564 uomini e 2.919 donne, 44 delle quali ristrette con bimbi al seguito». Tra i detenuti, il 30 per cento è affetto da HIV, il 36 per cento da epatite B, il 27 per cento rischia la tubercolosi; 10 mila detenuti, inoltre, sono malati di epatite C.

Ma non solo: mancano medici, assistenti, operatori sociali, psicologi, personale di servizio e, soprattutto, fondi, decurtati dal precedente Governo per oltre il 40 per cento.

Il vertiginoso aumento della popolazione detenuta è dovuto, essenzialmente, a due normative: quella sugli stupefacenti (testo unico decreto del Presidente della Repubblica n. 390 del 1990) e quella sull'immigrazione (legge n. 189 del 2002, cosiddetta «Bossi-Fini»). L'amministrazione penitenziaria, infatti, riferisce che, dal 1998 ad oggi, il numero di detenuti per reati gravi (quali mafia, sequestri di persona, traffico di droga eccetera) risulta costantemente pari al 14 per cento del totale della popolazione carceraria, mentre aumenta in maniera esponenziale la presenza di imputati e di condannati per reati di droga e per reati legati all'immigrazione clandestina.

Da un recente studio del DAP risulta che, degli oltre 60.000 detenuti presenti nelle carceri italiane, più della metà sono costituiti da persone provenienti dal mondo della tossicodipendenza e dall'immigrazione clandestina. La ricerca, dal titolo «Analisi statistica del sovraffollamento carcerario», del gennaio 2006, segnala che nel corso del 2005 si è registrato un aumento vertiginoso del numero di ingressi di soggetti per violazione del testo unico sugli stupefacenti (decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990) e che attualmente i detenuti con condanne per violazione dell'articolo 73 del suddetto Testo unico sono circa 10.000, di cui 800 non hanno altre condanne a carico. Tra i condannati per l'articolo 73, circa il 47 per cento sono detenuti stranieri.

E tutto ciò mentre ancora non sono entrate a pieno regime le norme recentemente approvate dal Parlamento (la legge n. 49 del 2006, cosiddetta «Fini-Giovanardi», varata in tutta fretta e «trainata» dal decreto-legge sulle Olimpiadi invernali n. 272 del 2005, che essa ha convertito in legge con modificazioni), norme che hanno ulteriormente inasprito le pene legate all'utilizzo di sostanze stupefacenti, praticamente abolito l'uso personale di droghe e depennato la differenza tra droghe pesanti e leggere, circostanze, queste, che avranno quale inevitabile conseguenza l'aumento esponenziale dei soggetti che conosceranno il carcere.

«Altro fattore determinante di crescita della popolazione carceraria [continua la ricerca prima richiamata] è certamente costituito dall'applicazione delle norme del testo unico sull'immigrazione, come modificato dalla legge n. 189 del 2002 (Bossi-Fini)». Soltanto nel 2005, si è registrata nelle carceri italiane la presenza di 13.654 soggetti stranieri contro i 3.295 dell'anno precedente. «La gran parte degli ingressi in carcere per reati di cui al testo unico sull'immigrazione (84 per cento) è dovuta dalla violazione delle norme sull'espulsione [...]. Dei soggetti entrati in carcere perché non in regola con le disposizioni impartite in merito all'allontanamento dal territorio dello Stato, una buona parte (83 per cento, circa 10.000 persone) non ha commesso altri reati».

Una situazione, quella descritta dall'Amministrazione penitenziaria, che evidenzia, dunque, quanto siano i deboli, gli emarginati, gli ultimi ad affollare le nostre carceri. La detenzione, infatti, riguarda i settori più marginali della società, una massa di soggetti senza diritti, tossicodipendenti e immigrati clandestini, che affolla le carceri senza alcuna prospettiva di reinserimento sociale.

Su questi, inoltre, si è abbattuta la scure della cosiddetta «tolleranza zero» veicolata dall'approvazione della legge cosiddetta «ex Cirielli», (legge n. 251 del 2005), destinata ad aumentare il numero dei «disperati» nelle nostre carceri.

Tutti coloro che non potranno permettersi bravi e costosi avvocati, capaci di fare uso di ogni mezzo difensivo idoneo a consentire, ai fini della prescrizione, una più lunga durata del processo, verranno catalogati come «recidivi reiterati» e, in quanto tali, si vedranno attribuire un aumento obbligatorio di pena, a prescindere dalla gravità del reato commesso.

Si tratta per lo più di tossicodipendenti, quasi sempre recidivi per il semplice fatto di non aver risolto il rapporto con le sostanze stupefacenti, e di immigrati clandestini, che, una volta colpiti dal decreto di espulsione, tentino di rientrare nel nostro Paese.

È in questo quadro e per queste ragioni che un atto di amnistia e di indulto consentirebbe di ripartire dai più deboli e, nello stesso tempo, di conferire nuovo vigore e senso all'articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

Nel corso della recente audizione presso la Commissione Giustizia della Camera dei deputati, il Ministro Mastella ha dichiarato che un indulto di due anni darebbe luogo alla scarcerazione di circa 10.481 persone, mentre l'effetto dell'amnistia consentirebbe una ulteriore riduzione del 20 per cento della popolazione carceraria. Questo, naturalmente, provocherebbe anche la contrazione di circa un terzo del carico di lavoro degli uffici giudiziari, sui quali, allo stato, gravano circa 10 milioni di procedimenti.

È chiaro, dunque, che l'indulto da solo non consentirebbe una riduzione della popolazione carceraria entro i limiti della capienza effettiva ed è dunque per questo che si ravvisa la necessità che tale strumento sia accompagnato dalla concessione dell'amnistia.

Peraltro, ridurre l'affollamento delle carceri consentirebbe anche, come recentemente stimato, di guadagnare due anni di tempo ai fini della pianificazione di una serie di interventi necessari per la ristrutturazione delle carceri e per renderle maggiormente vivibili.

Certamente, a nostro giudizio, un atto di clemenza, comunque necessario e doveroso in un uno Stato di diritto quale il nostro, non può da solo risolvere una situazione che trae origine, anche e soprattutto, da una cattiva legislazione, che, in questi anni, ha puntato essenzialmente a un generale inasprimento delle pene, senza tuttavia essere accompagnata da un piano di recupero e di reinserimento sociale dei detenuti.

Di qui la necessità di pianificare un programma di intervento che inverta completamente l'attuale situazione di cronica carenza di organico, un programma capace di incentivare la presenza di psicologi, medici, assistenti sociali e personale penitenziario, attivando anche istituti di pena alternativi che possano accompagnare il detenuto verso una nuova dimensione.

Ma tutto questo deve ovviamente essere accompagnato anche dalla rapida revisione delle leggi che hanno portato nelle carceri masse di disperati a fronte di reati per i quali potrebbero applicarsi pene alternative o addirittura per i quali, in precedenza, la detenzione non era affatto prevista.

Il Parlamento deve dunque porre mano immediatamente alla modifica della legge sulle droghe «Fini-Giovanardi», prima che questa esplichi i suoi effetti ancora più devastanti della normativa precedente; deve procedere a una rapida revisione della legge sull'immigrazione così come modificata dalla normativa introdotta dalla legge «Bossi-Fini», visto che il carcere non può costituire un argine all'immigrazione clandestina; infine, dovrà modificare le parti più ingiuste e inopportune della cosiddetta «legge ex-Cirielli», laddove la stessa inasprisce le pene per i recidivi, limita la concessione dei benefìci previsti dalla cosiddetta «legge Gozzini» (legge n. 354 del 1975), nonché tutte le previsioni migliorative apportate dalla cosiddetta legge «Simeoni-Saraceni» (legge n. 165 del 1998).

Non meno importante, peraltro, appare una rapida revisione dell'articolo 79 della Costituzione nel senso di ridurre il quorum previsto per la concessione dell'amnistia e dell'indulto, resi fino ad oggi, per le esposte argomentazioni, del tutto inapplicabili.

Da ultimo, il Parlamento dovrà dunque procedere a una rapida e profonda revisione del codice penale, dando luogo alla depenalizzazione alcuni reati, prevedendo pene alternative per taluni reati e riparative per altri.

Un quadro dunque complesso, nel quale l'approvazione dell'amnistia e dell'indulto costituisce solo un primo e doveroso passo.

La presente proposta di legge, pertanto, si propone di prevedere congiuntamente un provvedimento di amnistia e di indulto come unico strumento capace di incidere effettivamente sul sovraffollamento della popolazione carceraria.

In linea con i provvedimenti varati negli anni precedenti, e in particolare con quello del 1990, per l'amnistia si è proceduto a un elenco dettagliato dei benefìci dell'amnistia stessa in relazione a una lista di reati con pene massime più elevate del limite massimo individuato in via generale in quattro anni (articolo 1). All'articolo 2 sono elencati i reati per i quali l'amnistia è comunque preclusa, individuando i reati cosiddetti «più odiosi», legati all'articolo 4-bis della legge n. 354 del 1975, recante ordinamento penitenziario, nonché gli altri reati così come nell'ultimo provvedimento di clemenza del 1990.

L'articolo 3 limita la concessione dell'amnistia alla condizione che il condannato, nei cinque anni successivi alla concessione, dia prova di buona condotta e volontà di reinserimento sociale e non commetta delitti non colposi. Per quanto riguarda il computo della pena, si è voluto apertamente escludere, all'articolo 4, che sia calcolata la recidiva così come prevista dalla legge; questo per limitare gli effetti di quanto richiamato in ordine alla cosiddetta «ex-Cirielli» e includere nel provvedimento anche i recidivi.

L'amnistia, comunque, è sempre rinunciabile (articolo 5).

Per quanto riguarda l'indulto, è concesso nella misura non superiore a due anni e non si applica nei confronti delle pene irrogate in conseguenza di delitti di mafia, terrorismo, pedofilia e violenza sessuale (articoli 6 e 7).

Anche l'indulto è sottoposto a precise condizioni, mentre esplicitamente i due istituti si applicano anche ai recidivi e ai delinquenti abituali o professionali in deroga all'articolo 151, quinto comma, del codice penale.

 


 

 


 

PROPOSTA DI LEGGE

Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a quattro anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

c) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336 (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale), primo comma, e 337 (resistenza a un pubblico ufficiale), sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 del codice penale o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 372 (falsa testimonianza), quando la testimonianza verte su un reato per il quale è concessa amnistia;

3) 588, secondo comma (rissa), sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

4) 614 (violazione di domicilio), quarto comma, limitatamente all'ipotesi in cui il fatto è stato commesso con violenza sulle cose;

5) 625 (furto aggravato), qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 4), del codice penale);

6) 640, secondo comma (truffa), sempre che non ricorra la circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale;

7) 648, secondo comma (ricettazione);

d) per ogni reato commesso dal minore di anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale e senza che si applichino le disposizioni di cui ai commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale;

e) per i reati previsti dall'articolo 73, commi 4 e 5, con esclusione delle condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione di sostanze stupefacenti, e dall'articolo 83 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni previste dal quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 2.

(Esclusioni oggettive dall'amnistia).

1. L'amnistia non si applica:

a) ai reati di cui all'articolo 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354, e successive modificazioni;

b) ai delitti contro la pubblica amministrazione previsti dal codice penale e dal codice penale militare di pace, quando non vi è stata la restituzione delle somme di denaro o dei beni pubblici indebitamente sottratti;

c) ai reati commessi in occasione di calamità naturali approfittando delle condizioni determinate da tali eventi, ovvero in danno di persone danneggiate ovvero al fine di approfittare illecitamente di provvedimenti adottati dallo Stato o da altro ente pubblico per fare fronte alla calamità, risarcire i danni e portare sollievo alla popolazione e all'economia dei luoghi colpiti dagli eventi;

d) ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale e ai reati di falsità in atti previsti dal capo III del titolo VII del citato libro secondo del medesimo codice, quando sono stati compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

e) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 385 (evasione), limitatamente alle ipotesi previste dal secondo comma;

2) 391 (procurata inosservanza di misure di sicurezza detentive), limitatamente alle ipotesi previste dal primo comma. Tale esclusione non si applica ai minori di anni diciotto;

3) 443 (commercio o somministrazione di medicinali guasti);

4) 444 (commercio di sostanze alimentari nocive);

5) 445 (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica);

6) 452 (delitti colposi contro la salute pubblica), primo comma, numero 3), e secondo comma;

7) 589, secondo comma (omicidio colposo), e 590, commi secondo e terzo (lesioni personali colpose), limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro, che hanno determinato le conseguenze previste dal primo comma, numero 2), o dal secondo comma dell'articolo 583 del codice penale;

8) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

f) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice civile:

1) 2621 (false comunicazioni sociali);

2) 2622 (false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori);

g) ai reati previsti:

1) dagli articoli 4, 5 e 6 della legge 30 aprile 1962, n. 283, e successive modificazioni;

2) dall'articolo 20, primo comma, lettere b) e c), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dall'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni di un'area di piccola estensione, in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti e sempre che non siano stati violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della citata legge n. 47 del 1985, o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma dello stesso articolo;

3) dall'articolo 163 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e successive modificazioni, e dall'articolo 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, salvo che sia conseguita in sanatoria l'autorizzazione da parte delle competenti autorità;

4) dall'articolo 59 del decreto legislativo 11 marzo 1999, n. 152, e successive modificazioni, e dall'articolo 137 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

5) dall'articolo 27 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, e successive modificazioni;

6) dal capo I del titolo V del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, e dal capo I del titolo VI della parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

Art. 3.

(Amnistia condizionata).

1. L'amnistia nei confronti dei condannati è sempre concessa a condizione che costoro, nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della presente legge, diano prove effettive e costanti di buona condotta e di volontà di reinserimento sociale e il condannato non commetta, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo.

2. In ogni stato e grado del processo il giudice, qualora il reato per il quale si procede rientri tra quelli previsti dal comma 1, sospende, anche d'ufficio, il procedimento per un periodo di cinque anni a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge. Decorso tale periodo, il giudice, qualora sussistono le condizioni di cui al comma 3 del presente articolo, provvede ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale; nel caso contrario, revoca il provvedimento di sospensione. Durante la sospensione del procedimento disposta ai sensi del presente comma è sospeso il decorso dei termini di prescrizione.

3. Per coloro che sono stati condannati in primo grado a una pena superiore a quattro anni, l'amnistia è concessa qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 1), del codice penale, ovvero il colpevole abbia spontaneamente provveduto al risarcimento del danno, nonché, ove possibile, alle restituzioni e all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.

Art. 4.

(Computo della pena per l'applicazione dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e dalla recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Si tiene conto della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale, nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del medesimo codice. Quando le predette circostanze attenuanti concorrono con le circostanze aggravanti di qualsiasi specie, si tiene conto soltanto delle prime, salvo che concorrano le circostanze di cui all'articolo 583 del codice penale. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle citate circostanze è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento ai sensi dell'articolo 469 del codice di procedura penale.

Art. 5.

(Rinunciabilità all'amnistia).

1. L'amnistia non si applica qualora l'interessato faccia esplicita dichiarazione di non volerne usufruire.

Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a due anni per le pene detentive e per quelle pecuniarie sole o congiunte a dette pene.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni previste dal quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporta una condanna detentiva superiore a due anni.

Art. 7.

(Esclusioni oggettive dall'indulto).

1. L'indulto non si applica nei confronti delle pene irrogate in conseguenza di condanne concernenti i seguenti delitti:

a) associazione per delinquere di tipo mafioso, di cui all'articolo 416-bis del codice penale;

b) partecipazione, a qualsiasi titolo, ad associazioni sovversive e ad associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico, di cui agli articoli 270 e 270-bis, primo comma, del codice penale;

c) riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, tratta di persone e acquisto e alienazione di schiavi, di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale;

d) prostituzione e pornografia minorili, di cui agli articoli 600-bis e 600-ter del codice penale;

e) violenza sessuale, atti sessuali con minorenne e violenza sessuale di gruppo, di cui agli articoli 609-bis, 609-quater, 609-octies del codice penale.

Art. 8.

(Termini di efficacia dell'amnistia).

1. L'amnistia ha efficacia per i reati commessi fino a tutto l'8 maggio 2006.

Art. 9.

(Termini di efficacia dell'indulto).

1. L'indulto ha efficacia per i reati commessi fino a tutto l'8 maggio 2006.

Art. 10.

(Entrata in vigore).

1. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

 

 

 

 


N. 1333

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

BALDUCCI, ZANELLA

¾

 

Concessione di amnistia e di indulto

 

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Presentata l’11 luglio 2006

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Onorevoli Colleghi! - Sono passati ormai troppi anni da quando diversi esponenti del mondo politico, della magistratura e dell'avvocatura hanno assunto posizione sull'opportunità di adottare o meno provvedimenti di amnistia o di indulto.

Sono passati, altresì, molti anni senza aver di fatto assunto una decisione esplicita in un senso o nell'altro; tale situazione ha determinato aspettative all'interno del mondo carcerario e più in generale un clima di incertezza fra gli operatori della giustizia che non può che essere dannoso. Da tempo e mai come adesso, quindi, sussistono le condizioni perché possa essere adottato un provvedimento di amnistia e di indulto, finalizzato a garantire il funzionamento della giustizia, liberandolo dall'eccessivo arretrato per procedimenti relativi a reati di non grave allarme sociale che, quasi sempre, prima della sentenza definitiva, finiscono con una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione. La giustizia penale italiana versa, infatti, in condizioni critiche e necessita di riforme di notevole rilievo, finalizzate a coniugare maggiore celerità dei tempi processuali e maggiori garanzie per i cittadini; in assenza di un provvedimento di clemenza, tali riforme, a causa dell'elevatissimo numero di procedimenti arretrati, rischierebbe ancora una volta di non produrre gli effetti positivi auspicati. Bisogna essere consapevoli che, se si considerano le centinaia di migliaia di processi già prescritti o per i quali è elevata la probabilità di prescrizione, siamo ormai di fronte al verificarsi costante di un'amnistia di fatto, di cui però beneficiano solo coloro che dispongono di mezzi economici tali da affrontare i costi dei diversi gradi di giudizio.

Va altresì considerato che, dall'entrata in vigore della Costituzione fino al 1992, vi sono stati trentaquattro provvedimenti di amnistia e di indulto, mentre negli ultimi quattordici anni non è stato adottato alcun provvedimento di clemenza.

Ad avviso dei proponenti sussistono le condizioni perché possa essere adottato un provvedimento di amnistia (condizionata) e di indulto (revocabile), soprattutto se finalizzato a garantire il funzionamento della giustizia e ad evitare che falliscano le numerose riforme approvate nella XIII legislatura - giudice unico di primo grado, depenalizzazione dei reati minori, nuovo rito monocratico con rafforzamento dei riti alternativi, modifica all'articolo 111 della Costituzione, incentivi ai magistrati per le sedi disagiate - a causa dell'eccessivo arretrato per procedimenti relativi a reati di non grave allarme sociale.

La presente proposta di legge prevede che sia concessa amnistia per ogni reato non finanziario per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, nonché per un limitato numero di articoli del codice penale di non grave allarme sociale, con particolare riferimento ad ogni reato commesso dal minore di anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia: si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato; non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e della recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa; si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale, nonché della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale.

L'articolo 4 della proposta di legge specifica le esclusioni oggettive dall'amnistia, con particolare riferimento ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, di cui al capo I del titolo II del libro II del codice penale, ai reati compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali e ad una serie di reati contro la salute pubblica e l'ambiente. È inoltre prevista la possibilità che l'interessato rinunci all'amnistia.

Un provvedimento di amnistia non avrebbe effetti positivi rilevanti sulla situazione carceraria qualora non fosse accompagnato da una misura che dispone l'indulto.

A ciò si provvede mediante l'articolo 6, con il quale è concesso indulto nella misura massima di tre anni, ad eccezione dei reati per associazione di tipo mafioso, strage, sequestro di persona e usura.

Il termine di efficacia per entrambe le misure di clemenza è stabilito al 31 maggio 2006.

Tali provvedimenti, e in particolare l'indulto, incidendo sulla popolazione carceraria, avrebbero effetti positivi sugli istituti penitenziari, sia per i detenuti sia per gli operatori, determinando anche un recupero di fondi che potrebbero essere utilizzati per interventi di prevenzione e di miglioramento delle inaccettabili condizioni in cui versano i servizi sociali di supporto, la cui carenza danneggia l'efficacia delle misure alternative alla detenzione.

Si tratta, dunque, di una proposta di legge volta a prevenire il fenomeno delle prescrizioni e delle scarcerazioni per decorrenza dei termini, senza sacrificare le esigenze di sicurezza della collettività, e per questo se ne auspica un sollecito esame, anche per consentire una seria riflessione sulla situazione delle carceri e dei detenuti italiani.


 

 


 


proposta di legge

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Art. 1.

(Amnistia).

1. È concessa amnistia:

a) per ogni reato non finanziario per il quale è stabilita una pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero una pena pecuniaria, sola o congiunta a detta pena;

b) per i reati previsti dall'articolo 57 del codice penale commessi dal direttore o dal vicedirettore responsabile, quando è noto l'autore della pubblicazione;

c) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 336, primo comma, e 337, sempre che non ricorra taluna delle ipotesi previste dall'articolo 339 del codice penale o il fatto non abbia cagionato lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

2) 588, secondo comma, sempre che dal fatto non siano derivate lesioni personali gravi o gravissime ovvero la morte;

3) 614, quarto comma, limitatamente alle ipotesi in cui il fatto è stato commesso con violenza sulle cose;

4) 624, aggravato dalla circostanza di cui all'articolo 625 del codice penale, qualora ricorra la circostanza attenuante prevista dall'articolo 62, numero 4), o numero 6), del codice penale;

5) 648, secondo comma;

d) per ogni reato commesso dal minore di anni diciotto, quando il giudice ritiene che possa essere concesso il perdono giudiziale e senza che si applichino le disposizioni dei commi terzo e quarto dell'articolo 169 del codice penale;

 e) per i reati previsti dall'articolo 73, commi 4 e 5, con esclusione delle condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione di sostanze stupefacenti, e dall'articolo 83 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni previste dal quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 2.

(Amnistia condizionata).

1. L'amnistia è concessa a condizione che il condannato non commetta, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo.

2. In ogni stato e grado del processo il giudice, qualora il reato per il quale si procede rientri tra quelli previsti dall'articolo 1, sospende, anche d'ufficio, il procedimento per un periodo di cinque anni a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge. Decorso tale periodo, il giudice, qualora sussistono le condizioni di cui al comma 1 del presente articolo, provvede ai sensi dell'articolo 129 del codice di procedura penale; nel caso contrario, revoca il provvedimento di sospensione. Durante la sospensione disposta ai sensi del presente comma è sospeso il decorso dei termini di prescrizione.

Art. 3.

(Computo della pena per l'applicazione dell'amnistia).

1. Ai fini del computo della pena per l'applicazione dell'amnistia:

a) si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato consumato o tentato;

b) non si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalla continuazione e della  recidiva, anche se per quest'ultima la legge stabilisce una pena di specie diversa;

c) si tiene conto dell'aumento di pena derivante dalle circostanze aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa o dalle circostanze ad effetto speciale. Si tiene conto della circostanza aggravante prevista dall'articolo 61, numero 7), del codice penale. Non si tiene conto delle altre circostanze aggravanti;

d) si tiene conto della circostanza attenuante di cui all'articolo 98 del codice penale, nonché, nei reati contro il patrimonio, delle circostanze attenuanti di cui ai numeri 4) e 6) dell'articolo 62 del medesimo codice.

2. Ai fini dell'applicazione dell'amnistia la sussistenza delle circostanze di cui al comma 1 è accertata, dopo l'esercizio dell'azione penale, anche dal giudice per le indagini preliminari, nonché dal giudice in camera di consiglio nella fase degli atti preliminari al dibattimento ai sensi dell'articolo 469 del codice di procedura penale.

Art. 4.

(Esclusioni oggettive dall'amnistia).

1. L'amnistia non si applica:

a) ai reati commessi dai pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, di cui al capo I del titolo II del libro II del codice penale;

b) ai reati previsti dalla legge 31 maggio 1965, n. 575, e successive modificazioni;

c) ai reati commessi in occasione di calamità naturali, approfittando delle condizioni determinate da tali eventi, ovvero in danno di persone danneggiate ovvero al fine di approfittare illecitamente di provvedimenti adottati dallo Stato o da altro ente pubblico per fare fronte alla calamità, risarcire i danni e portare sollievo alla popolazione e all'economia dei luoghi colpiti dagli eventi;

 d) ai reati di falsità in atti previsti dal capo III del titolo VII del libro II del codice penale, quando siano compiuti in relazione ad eventi di calamità naturali ovvero ai conseguenti interventi di ricostruzione e di sviluppo dei territori colpiti;

e) ai reati previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 385 (evasione), limitatamente alle ipotesi previste dal secondo comma;

2) 443 (commercio o somministrazione di medicinali guasti);

3) 444 (commercio di sostanze alimentari nocive);

4) 445 (somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica);

5) 452 (delitti colposi contro la salute pubblica), primo comma, numero 3), e secondo comma;

6) 589, secondo comma (omicidio colposo), e 590, commi secondo e terzo (lesioni personali colpose), limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all'igiene del lavoro, che abbiano determinato le conseguenze previste dal primo comma, numero 2), o dal secondo comma dell'articolo 583 del codice penale;

7) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

8) 644 (usura)

f) ai reati previsti:

1) dagli articoli 4, 5 e 6 della legge 30 aprile 1962, n. 283, e successive modificazioni;

2) dall'articolo 20, primo comma, lettere b) e c), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e dall'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni di un'area di piccola estensione,  in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti e sempre che non siano stati violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della citata legge n. 47 del 1985, o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma dello stesso articolo;

3) dall'articolo 163 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e successive modificazioni, e dall'articolo 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, salvo che sia conseguita in sanatoria l'autorizzazione da parte delle competenti autorità;

4) dall'articolo 12 del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni;

5) dall'articolo 59 del decreto legislativo 11 marzo 1999, n. 152, e successive modificazioni, e dall'articolo 137 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152;

6) dall'articolo 27 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 334, e successive modificazioni;

7) dal capo I del titolo V del decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, e successive modificazioni, e dal capo I del titolo VI della parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152.

Art. 5.

(Rinunciabilità all'amnistia).

1. L'amnistia non si applica qualora l'interessato faccia esplicita dichiarazione di non volerne usufruire.

 

Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini di cui al presente articolo 8 non si applicano le esclusioni previste dal quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 7.

(Esclusioni oggettive dall'indulto).

1. L'indulto non si applica alle pene per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

a) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

b) 422 (strage);

c) 630, primo, secondo e terzo comma (sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione);

d) 644 (usura);

e) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione

Art. 8.

(Termini di efficacia).

1. L'amnistia e l'indulto hanno efficacia per i reati commessi fino a tutto il 31 maggio 2006.

 

 

 

 


 

Esame in sede referente

 


II COMMISSIONE PERMANENTE

(Giustizia)

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SEDE REFERENTE

Martedì 4 luglio 2006. - Presidenza del presidente Pino PISICCHIO. - Intervengono i sottosegretari di Stato per la giustizia Luigi Li Gotti, Luigi Manconi e Daniela Melchiorre.

La seduta comincia alle 14.30.

Amnistia e indulto.

C. 525 Buemi, C. 662 Boato, C. 663 Boato e C. 1122 Giordano.

(Esame e rinvio).

La Commissione inizia l'esame.

Pino PISICCHIO, presidente, avverte che la Conferenza dei presidenti di gruppo ha inserito nel calendario dell'Assemblea a partire dal 24 luglio la discussione della proposta n. 525 Buemi, ove la Commissione ne abbia concluso l'esame in sede referente. Comunica che ad essa risultano abbinate le proposte di legge nn. 662 e 663 Boato e 1122 Giordano.

Enrico BUEMI (LaRosanelPugno), relatore, nel ricordare che la Conferenza dei presidenti di gruppo ha accolto una proposta della «Rosa nel Pugno», fa presente che la Commissione è chiamata oggi a cominciare l'esame abbinato delle proposte di legge in materia di amnistia e indulto - vale a dire quella di cui sono è firmatario insieme ai colleghi del suo gruppo, la 525; le due presentate dal collega Boato, la 662 e la 663; e da ultimo quella del gruppo di Rifondazione comu nista, che reca quale prima firma quella del segretario del partito Giordano (1122).

Rileva che la Commissione ritorna, pertanto, ad occuparsi di un tema che ha accompagnato tutta la scorsa legislatura - anche nell'attività del Comitato per l'esame dei problemi penitenziari - e che ha purtroppo avuto esito negativo in Assemblea nello scorso mese di gennaio quando, durante la votazione degli articoli del testo licenziato da questa Commissione, non è stato raggiunto il quorum dei 2/3 dei componenti di cui all'articolo 79, primo comma della Costituzione, necessario non solo nella votazione finale, ma anche nella votazione di ciascuno degli articoli della relativa proposta di legge. Non può fare a meno di richiamare la circostanza che da ben 15 anni in Italia non è stato emanato alcun provvedimento di amnistia e di indulto, proprio in concomitanza con la vigenza della citata disposizione costituzionale, che risale alla legge di revisione 6 marzo 1992, n. 1. Come ricorda, invece, la relazione che accompagna la proposta di legge Giordano e altri, dall'entrata in vigore della Costituzione al 1992 si sono succeduti ben 34 provvedimenti di amnistia e indulto.

Ringrazia il Presidente della Commissione per avergli conferito l'incarico di relatore, anche in quanto presentatore della prima proposta di legge depositata nella corrente legislatura, e confida nello spirito di collaborazione dei colleghi di tutti i gruppi politici per affrontare e risolvere i nodi che hanno impedito al Parlamento di adottare un provvedimento che si qualifica come una vera e propria «urgenza sociale».

Rinvia poi alla relazione che accompagna la proposta di legge di cui è primo firmatario soltanto per la parte - che considera decisiva - in cui si chiarisce come la concessione dell'amnistia e dell'indulto non sia un mero gesto di clemenza, ma un atto volto al ripristino della legalità e al buon governo dell'amministrazione della giustizia e della pena.

Il cuore della questione è peraltro efficacemente evidenziato - a suo avviso - nella relazione che accompagna le due  proposte di legge del collega Boato, che si domanda - e domanda in particolare ai critici di tale provvedimento - «se la sospensione momentanea del dolore deve servire per intervenire sulle cause attraverso processi di riforma, ovvero se si vuole solo rinviare la prossima emergenza ad un futuro prossimo».

Rammenta che il Presidente del consiglio in carica, nelle sue dichiarazioni programmatiche allegate alla seduta del 22 maggio 2006, ha fatto riferimento alla lentezza dell'amministrazione della giustizia ed all'insostenibile situazione delle carceri. Ramenta altresì che - nell'audizione dello scorso 28 giugno - il Ministro della giustizia è ritornato sull'argomento riprendendo le parole pronunciate nell'aula di Montecitorio da Giovanni Paolo II nel novembre 2002. Gli dà altresì atto di avere in proposito manifestato di voler ossservare il più ampio rispetto delle prerogative parlamentari.

In quell'occasione, la Commissione ha appreso che i detenuti al 26 maggio 2006 erano 61.353 a fronte di una ricettività regolamentare di 45.490 posti. Secondo le stime dello stesso ministro, un indulto di due anni porterebbe alla scarcerazione di 10.481 unità, mentre un indulto di tre anni riguarderebbe 12.756 unità. L'effetto dell'amnistia - oltre all'ovvia riduzione di circa un terzo del carico di lavoro degli uffici giudiziari su cui gravano circa 10 milioni di procedimenti - è stato a sua volta stimato dallo stesso ministro in un ulteriore 20 per cento. Ne consegue che il solo indulto - anche nell'ipotesi dei tre anni - non consentirebbe di ridurre la popolazione carceraria entro i limiti di capienza.

Non è pertanto un caso, a suo giudizio, che tutte e quattro proposte di legge abbinate contemplino sia l'una che l'altra misura. Esse presentano molteplici aspetti comuni, ma anche significative diverse articolazioni, sicché gli sembra quanto mai opportuno procedere ad un loro esame comparativo. In via preliminare, rileva che tutte e quattro prevedono congiuntamente la concessione sia dell'amnistia che dell'indulto, anche se due di loro - le proposte nn. 663 e 1122 - optano per un'amnistia condizionata, mentre l'indulto è sempre sottoposto a revocabilità. Quanto al termine temporale per la commissione dei reati sia ai fini dell'amnistia che dell'indulto, la proposta n. 525 fissa il 31 dicembre 2005, le proposte nn. 662 e 663 il 12 maggio 2006 (data della loro presentazione), la proposta n, 1122 il 1o gennaio 2006.

Con riferimento all'amnistia, osserva innanzitutto che, fatte salve le pene pecuniarie sole o congiunte, diversi sono i termini edittali previsti: la pena detentiva non deve essere superiore nel massimo a 5 anni, secondo le proposte nn. 525 e 663, a 3 anni secondo la proposta n. 662, ovvero a 4 anni secondo la proposta n. 1122. Al riguardo, nota che le proposte nn.662, 663 e 1122 - al contrario della proposta n.525 - estendono esplicitamente i benefici dell'amnistia ad una lista di reati con pene massime più elevate del limite massimo individuato in via generale. In tutte e tre figurano i reati a mezzo stampa, la violenza o minaccia e la resistenza a pubblico ufficiale, la rissa, la violazione di domicilio, il furto aggravato (ma con l'attenuante risarcitoria), i reati minorili ammessi a perdono giudiziale. Le due proposte nn. 662 e 663 presentate dall'onorevole Boato aggiungono anche la falsa testimonianza (limitatamente a reati amnistiati), la truffa e la ricettazione, nonché talune condotte meno gravi in materia di traffico e detenzione illegale di stupefacenti, ivi inclusa la prescrizione abusiva.

Evidenzia poi che sia le due proposte a firma dell'onorevole Boato che la proposta n. 1122 presentata dall'onorevole Giordano ritengono necessario dedicare un articolo al computo della pena per l'applicazione dell'amnistia, ove si precisa che si ha riguardo alla pena stabilita per ciascun reato tentato o consumato, si esclude l'aumento di pena derivante dalla continuazione o dalla recidiva e si chiarisce il regime di influenza delle aggravanti e delle attenuanti.

Sottolinea altresì quali tratti comuni a tutte le proposte di legge la rinunciabilità e l'inclusione dei recidivi e dei delinquenti abituali o professionali in deroga all'articolo  151, quinto comma del codice penale (quest'ultima deroga è richiamata anche per l'indulto).

Salvo che nella proposta n. 1122, osserva come siano previste invece alcune significative esclusioni, benché diversamente modulate. Con soluzione sintetica, la 525 fa riferimento ai reati di cui all'articolo 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 e successive modificazioni (la cui rubrica è: divieto di concessione dei benefici e accertamento della pericolosità sociale dei condannati per taluni delitti): terrorismo, eversione, associazione mafiosa, schiavitù, pedofilia, tratta di esseri umani, sequestro di persona, traffico di stupefacenti, contrabbando. Le proposte nn. 662 e la 663 contengono invece un medesimo elenco dettagliato, che va dai reati in caso di calamità naturali all'evasione ed all'inosservanza di misure detentive, dalla somministrazione di medicinali ovvero alimenti nocivi ai delitti contro la salute, dall'omicidio e dalle lesioni personali gravi anche colpose purché in violazione della sicurezza sul lavoro alla corruzione dei minorenni. Altre fattispecie escluse riguardano la somministrazione di alimenti e bevande pericolose, gli abusi edilizi, la promozione dell'immigrazione clandestina, l'esecuzione di opere non autorizzate su beni ambientali e paesaggistici, il controllo dei pericoli di incidenti determinati dall'uso di sostanze pericolose ed altri reati ambientali in materia di scarichi e rifiuti.

Come ha anticipato, le proposte nn. 663 e 1122 si differenziano dalle altre per l'opzione a favore della amnistia condizionata: la revoca dell'amnistia già concessa ovvero la revoca del provvedimento di sospensione del procedimento penale nei confronti di soggetti non ancora condannati con sentenza passata in giudicato. La proposta Boato pone tale condizione in termini positivi, richiedendo nell'arco dei 5 anni successivi «prove effettive e costanti di buona condotta e di volontà di reinserimento sociale». Condizioni specifiche riguardano poi i pubblici ufficiali, cui è richiesta la rassegnazione delle dimissioni ovvero l'obbligo di risarcimento, e gli immigrati clandestini, cui è richiesto di lasciare l'Italia entro quindici giorni. La proposta presentata dall'onorevole Giordano pone invece una sola condizione generale, e cioè la non commissione di qualsivoglia delitto non colposo nel medesimo arco di 5 anni.

Quanto all'indulto, rileva che, mentre la proposta n. 525 lo prevede soltanto sino a 2 anni, le altre tre proposte lo prevedono sino a 3 anni. La condizione di revocabilità è indicata nelle proposte nn. 525, 662 e 663 in caso di condanna almeno a 2 anni per un delitto anche non colposo compiuto entro 5 anni, mentre per la proposta n. 1122 sarebbe sufficiente una condanna a soli sei mesi.

A conclusione della rassegna delle diverse proposte di legge, riepiloga le questioni principali che si presentano alla Commissione, ritenendo prioritarie, con riferimento all'amnistia, le seguenti scelte di metodo: preliminarmente, valutare se essa debba essere o meno condizionata; stabilire il massimo edittale in 5 anni ovvero prevedere nello specifico ulteriori casi di applicazione dei benefici; precisare le esclusioni oggettive in termini sintetici ovvero analitici. Con riferimento all'indulto, considera come la questione appaia più semplice, essendo invece da optare tra i due o i tre anni e quindi da verificare quale debba essere l'entità della pena del reato che farebbe scattare la revocabilità.

Conclusivamente, invita le forze politiche ad affrontare l'esame del provvedimento sforzandosi di orientarsi verso i punti di convergenza e di non accentuare quelli di divergenza.

Pino PISICCHIO, presidente, prende atto delle prime richieste di parola formulate dagli onorevoli Palomba e Mario Pepe, ma, in ragione dei tempi ristretti della seduta odierna, rinvia il seguito dell'esame ad altra seduta.


 


II COMMISSIONE PERMANENTE

(Giustizia)

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SEDE REFERENTE

Giovedì 6 luglio 2006. - Presidenza del presidente Pino PISICCHIO. - Intervengono i sottosegretari di Stato per la giustizia Luigi Li Gotti e Daniela Melchiorre.

La seduta comincia alle 14.15.

Variazione nella composizione della Commissione.

Pino PISICCHIO, presidente, avverte che l'onorevole Paola Balducci è entrata a far parte della Commissione.

Amnistia e indulto.

C. 525 Buemi, C. 662 Boato, C. 663 Boato e C. 1122 Giordano.

(Seguito dell'esame e rinvio).

La Commissione prosegue l'esame rinviato il 4 luglio 2006.

Pino PISICCHIO, presidente, avverte che la proposta di legge C. 1266, presentata dall'onorevole Capotosti, è stata assegnata oggi alla Commissione Giustizia e quindi abbinata alle altre proposte di legge sulla stessa materia.

Enrico BUEMI (RosanelPugno), relatore, riferisce alla Commissione sulla proposta di legge n. 1266 presentata dall'onorevole Capotosti ed appena abbinata alle altre proposte di legge in materia di amnistia e indulto. Rileva che l'ambito di concessione dell'amnistia è esteso ad ogni reato non finanziario punibile sino a 4 anni, nonché ad una serie di reati anche con pene superiori secondo un elenco più dettagliato di quello delle altre proposte di legge. Il termine per la commissione dei reati è il medesimo della n. 525 (31 dicembre  2005). È altresì presente analiticamente un elenco delle esclusioni oggettive dall'amnistia. Gli articoli sul computo della pena e la rinunciabilità riprendono il testo delle altre proposte di legge.

Osserva che la principale diversità della nuova proposta di legge riguarda la condizionalità dell'amnistia che può essere sia propria che impropria, fatti salvi i reati per cui non è iniziata l'azione penale che sono amnistiati senza condizioni. In caso invece di esercizio intercorso dell'azione penale, l'amnistia è concessa alla condizione «propria» che nei due anni successivi l'interessato non subisca azione penale per un delitto non colposo punibile almeno con 4 anni. Nell'ulteriore caso di condanna definitiva, l'amnistia è concessa alla condizione «impropria» che - per l'intera durata della pena inflitta - l'interessato presti volontariamente attività non retribuita in favore della collettività di norma nella sua provincia di residenza. Tale prestazione può essere trasformata dal giudice nel risarcimento del danno ovvero nell'eliminazione o nell'attenuazione delle conseguenze del reato.

L'indulto viene concesso per le pene detentive non superiori a 2 anni e per le sanzioni pecuniarie non superiori a 10.000 euro (escludendosi però quelle sostitutive). A differenza delle altre proposte di legge, sono previste una serie di esclusioni oggettive, mentre l'ambito di applicazione è comunque ristretto in via generale a chi abbia scontato almeno 1/4 della pena. L'indulto è pure sottoposto alla condizione della prestazione di almeno un anno (ovvero della rimanente pena) in attività non retribuita in favore della collettività. Anche in questo caso, tale prestazione può essere trasformata dal giudice nel risarcimento del danno ovvero nell'eliminazione o nell'attenuazione delle conseguenze del reato. Sono altresì previsti obblighi e controlli anche nell'ottica del reinserimento sociale, fatta salva l'ipotesi di sospensione del beneficio. L'indulto è comunque revocato di diritto se nei successivi 5 anni l'interessato commette un delitto non colposo con pena edittale non inferiore nel massimo a 4 anni. Ne è prevista anche la rinunciabilità.

Nel rammentare la decisione della Conferenza dei presidenti di gruppo di inserire nel calendario dei lavori dell'Assemblea la discussione del provvedimento a far data dal 24 luglio prossimo, ove ne sia concluso l'esame in Commissione, rileva che il tempo disponibile è poco ed invita a sviluppare le direttrici più importanti dell'esame. Facendo riferimento ai contatti informali che sono comunque in corso tra le forze politiche, rivendica la competenza della Commissione ad affrontare nel merito la questione in oggetto.

Daniele FARINA (RC-SE), sottolineando il carattere di urgenza del provvedimento alla luce del clima insostenibile che si vive nelle carceri, evidenzia la complementarietà esistente tra amnistia e indulto, non solo con riferimento all'ulteriore effetto del 20 per cento di riduzione della popolazione penitenziaria, ma anche allo snellimento dei procedimenti presso gli uffici giudiziari, obiettivo che peraltro ci si ripropone di perseguire anche con altri provvedimenti.

Qualora tuttavia si ritenesse preferibile stralciare l'indulto dall'amnistia, ritiene ovvio che la relativa tipologia andrebbe riconsiderata e i termini del beneficio andrebbero senz'altro ampliati. Ribadisce comunque come, a suo avviso, sarebbe più corretto, non solo nell'interesse dei detenuti ma anche in quello di tutti i cittadini, procedere congiuntamente all'amnistia e all'indulto.

Gaetano PECORELLA (FI) nel rammentare che sin dalla scorsa legislatura la sua parte politica ha sostenuto la concessione contemporanea dell'amnistia e dell'indulto, si limita ad osservare che prevedere il solo indulto obbligherebbe comunque a celebrare processi i cui risultati sarebbero poi vanificati. Manifesta tuttavia la consapevolezza che oggi l'indulto riveste un'urgenza massima, a fronte di una situazione ambientale che va aggravandosi e che mette in forse la sopravvivenza in vita  degli individui. Nell'aggiungere la considerazione che si è ormai maturata una forte attesa da parte dei detenuti, rileva che le proposte di legge in esame presentano maggiori punti di convergenza in relazione all'indulto rispetto all'amnistia. Propone pertanto di non abbandonare l'esame dell'amnistia, ma di individuare una priorità in favore dell'indulto. A suo avviso, infatti, in tema di amnistia si rischierebbe di non trovare accordo in tempi brevi sulle esclusioni oggettive e su altre significative questioni, sicché, al fine di concludere prima dell'estate, occorre concentrarsi sull'indulto.

Paola BALDUCCI (Verdi) concorda con l'intervento dell'onorevole Pecorella, pur ricordando che nel passato i provvedimenti di amnistia e indulto sono stati sempre contemporanei. Confermando l'orientamento della sua parte politica in favore di una concessione congiunta, condivide l'opportunità che nell'immediato si cerchi di concludere almeno sull'indulto, mantenendo comunque in calendario l'amnistia, che, a suo giudizio, resta un istituto fondamentale per la deflazione dei processi, in conformità dell'articolo 111 della Costituzione.

Alessandro MARAN (Ulivo) condivide l'esigenza di rispondere tempestivamente alla domanda attuale che proviene dalle carceri e concorda quindi sulla scelta di procedere più rapidamente sull'indulto, pur non scartando a priori l'amnistia. Invita pertanto a concentrare la programmazione dei lavori sulla strada che appare più percorribile.

Edmondo CIRIELLI (AN) rileva che oggi i gruppi politici di sinistra sono favorevoli all'amnistia, mentre nella scorsa legislatura avevano osteggiato la riforma della prescrizione considerandola un'amnistia «mascherata». Nell'esprimersi recisamente contro l'amnistia, denuncia la mancanza di un progetto complessivo da parte del Governo per la tutela della sicurezza dei cittadini, rammentando che anche il Papa Giovanni Paolo II vi aveva fatto riferimento nel suo intervento in Parlamento quando aveva auspicato un provvedimento di clemenza. Pur consapevole dell'esistenza del problema del sovraffollamento carcerario e dell'umanizzazione della pena, dichiara che il suo gruppo politico ha a cuore non solo la sorte dei detenuti, ma anche quella delle vittime o comunque un'idea generale di giustizia. Pur escludendo atteggiamenti ostruzionistici, rinnova le sue perplessità anche a proposito dell'indulto e sollecita piuttosto da parte del Governo la costruzione di nuove carceri e la stipula di accordi con i paesi stranieri di origine dei detenuti extracomunitari.

Paolo GAMBESCIA (Ulivo) invita a sgombrare il campo dall'equivoco per cui le forze politiche favorevoli all'amnistia e all'indulto sarebbero contrarie alla sicurezza dei cittadini. Con riferimento all'affollamento delle carceri, riterrebbe opportuna una riflessione generale in un'ottica riformatrice sullo stesso uso della pena detentiva, che non rappresenta la sola soluzione possibile. Invitando i colleghi al senso della realtà, rileva che oggi molto detenuti non destano preoccupazione alcuna di allarme sociale ed esprime il dubbio che un eventuale disaccordo sull'amnistia blocchi anche la concessione dell'indulto, a proposito del quale, fatte salve le riserve del collega Cirielli, intravvede la concreta possibilità di un'intesa nelle prossime due settimane. A suo avviso, anzi, un accordo prioritario sull'indulto potrebbe gettare le premesse per andare più speditamente sull'amnistia. Nel ritenere opportuno che il Parlamento vari un provvedimento prima della fine dell'estate, come hanno auspicato gli onorevoli Farina e Pecorella, considera che lasciare i detenuti senza una risposta significa infliggere loro una pena aggiuntiva.

Carolina LUSSANA (LNP), nel rifiutare la schematizzazione delle forze politiche più o meno favorevoli alla sicurezza dei cittadini, rileva come esistano comunque in Parlamento due diversi modi di pensare su come risolvere i problemi sulla giustizia.

Con riferimento all'articolo 111 della Costituzione, precisa all'onorevole Balducci che una maggiore produttività dei magistrati contribuirebbe a sveltire i processi, così come si è riproposta la riforma dell'ordinamento giudiziario approvato nella scorsa legislatura. Nel dichiarare la disponibilità della sua forza politica a discutere, manifesta contrarietà a provvedimenti di clemenza che creino rischi per la sicurezza dei cittadini. Difende al riguardo l'inasprimento di alcune pene detentive così come previste dalla legge Bossi-Fini, che sono invece state oggetto di critica da parte del Ministro della giustizia in occasione dell'audizione sulle linee programmatiche del suo dicastero. Nell'evidenziare come l'indulto si traduca in un mero sconto di pena con buona pace della rieducazione e del reinserimento sociale, denuncia il comportamento di coloro i quali, per visibilità personale ovvero politica, hanno illuso i detenuti e le loro famiglie. Nel contestare al Ministro della giustizia di non aver presentato un piano complessivo sull'edilizia carceraria, rammenta come invece il suo predecessore vi avesse posto mano, anche prospettando l'eventualità di accordi con i privati.

Nel dichiarare di avere paura anche come donna con riferimento alle condizioni di sicurezza della vita quotidiana, riterrebbe preferibile alla concessione dell'indulto un'ulteriore depenalizzazione dei reati minori nonché di accodi bilaterali con i paesi dei Balcani e del Maghreb affinché i detenuti extracomunitari possano scontare la pena nel loro paese di origine. Rammenta a questo proposito che la legge Bossi-Fini prevede la possibilità di abbuonare due anni di reclusione per gli extracomunitari disponibili a lasciare l'Italia, proponendo che tale abbuono possa essere elevato a tre anni.

Nella certezza che, a causa dell'elevata recidiva, le carceri tornerebbero a ripopolarsi nonostante l'indulto in tempi assai brevi invita a pensare in generale a misure alternative alla detenzione e a fare proposte serie e non solo parole.

Luigi VITALI (FI), nel rilevare come non vi sia un dovere del Parlamento a concedere l'amnistia e l'indulto, ma vi sia un diritto della popolazione carceraria a sapere che cosa il Parlamento intenda fare, esprime le sue perplessità sulle dichiarazioni che il Ministro della giustizia ha reso poco dopo la sua nomina in un istituto penitenziario della capitale, suscitando ulteriori aspettative tra i detenuti. Nel rammentare di essere sempre stato nella passata legislatura favorevole sia all'amnistia e all'indulto d'accordo con l'onorevole Pecorella e con la maggioranza della sua parte politica, rileva che invece nel centro-sinistra era già allora prevalente la tendenza a limitarsi all'indulto. Pur ribadendo la sua opzione per un provvedimento congiunto, dichiara che per senso di responsabilità, insieme a tutto il suo gruppo, accetterà di affrontare prima l'indulto, nell'impegno di trattare successivamente l'amnistia anche se i tempi fossero più lunghi. Esprime apprezzamento per la posizione assunta dal relatore ed auspica il raggiungimento di una visione comune. Rivolgendosi agli altri gruppi politici della coalizione di cui fa parte, dichiara che non è affatto suo intendimento abbassare la soglia della sicurezza dei cittadini. A suo avviso, avendo nella scorsa legislatura aumentato le pene edittali e irrigidito i benefici carcerari, occorre un bilanciamento per rendere coerente la politica giudiziaria e penalistica allora perseguita. Nel ricordare infine l'applauso unanime del Parlamento alle parole di clemenza pronunciate dal Papa Giovanni Paolo II, raccomanda tuttavia l'esigenza di adottare una complessiva politica carceraria per non ritrovarsi presto nelle stesse gravi condizioni attuali. In particolare, pone il problema di quel terzo dei detenuti che è rappresentato dagli extracomunitari e di quel terzo rappresentato dai tossicodipendenti, invitando il Governo ad affrontarlo seriamente.

Manlio CONTENTO (AN) riservandosi di entrare successivamente nel merito del provvedimento, preannuncia da parte del suo gruppo una richiesta di informazioni  al Governo, ai sensi dell'articolo 79, comma 5, del regolamento della Camera, che vadano oltre la mera quantificazione della popolazione carceraria. Invita la Commissione a darsi un metodo, decidendo quindi di concentrarsi o meno sull'indulto.

Enrico BUEMI (RosanelPugno) dichiara che si orienterà in funzione del dibattito e quindi dell'opinione prevalente in seno alla Commissione. Rammenta che il provvedimento non riguarda solo i detenuti ma anche i cittadini e le vittime in attesa di giudizio, nonché l'interesse generale del Paese che è oggi penalizzato dai ritardi dell'amministrazione della giustizia. Precisa altresì che la pericolosità sociale è già stata valutata in ciascuna delle proposte di legge in esame nell'indicazione della pena massima edittale. Ribadisce l'obiettivo prioritario di riportare sotto controllo la situazione carceraria, ponendo fine alle condizioni di illegalità in cui oggi versano non solo i detenuti ma anche gli agenti penitenziari. Al riguardo, sollecita la Commissione a ricostituire tempestivamente il competente comitato per l'esame dei problemi penitenziari. Altrettanto prioritario è a suo avviso conseguire l'obiettivo della ragionevole durata dei processi, anche in considerazione del fatto che nel nostro paese si proclama l'obbligatorietà dell'azione penale senza che essa sussista. Ritiene pertanto che la concessione dell'amnistia e indulto non sarebbe soltanto un atto umanitario, ma un vero e proprio atto di giustizia eccezionale, cui fare seguire concreti e solleciti interventi strutturali.

Il Sottosegretario di Stato Luigi LI GOTTI, precisando che l'attuale Governo si trova a gestire una difficile situazione che ha ereditato, afferma il principio che ogni provvedimento di clemenza debba inserirsi in un contesto strutturale di riforma. Al riguardo, preannuncia che il Governo intende rivedere i codici, la legislazione antimafia, le misure di prevenzione. Con riferimento alla questione carceraria, rileva come oggi i limiti di capienza siano stati ampiamente superati e si rischi pertanto l'ingestibilità. Esprimendo apprezzamento per l'intervento dell'onorevole Pecorella, distingue l'amnistia dall'indulto in quanto la prima ha natura ablativa mentre il secondo ha natura clemenziale, pur riconoscendo che i due istituti sono stati sempre tradizionalmente abbinati. Prendendo atto che a proposito dell'indulto esiste una maggiore convergenza che consentirebbe di rispettare i previsti tempi parlamentari, si dichiara favorevole poiché in tal modo si migliorerebbe la situazione carceraria al momento delicata e difficile, facendo altresì notare che ne beneficerebbero detenuti che hanno già scontato parte della pena e che la ricaduta del provvedimento sarebbe comunque destinata a durare nel tempo.

Edmondo CIRIELLI (AN) afferma che è responsabilità del Governo dire cosa intende fare per risolvere i problemi del Paese, senza scaricare la colpa sui Governi precedenti. Insiste per l'avvio di un progetto complessivo che in cinque anni affronti il problema carcerario. Contestando il fatto che l'attenzione dei mezzi di comunicazione sia stata a questo proposito enfatizzata dalle improvvide dichiarazioni del Ministro della giustizia, ribadisce il dovere del Governo nel suo complesso a garantire ai cittadini un quadro generale di sicurezza.

Pino PISICCHIO, presidente, ringrazia i colleghi per la ricchezza degli interventi svolti, che ovviamente non esauriscono la discussione. Nel rammentare la richiesta di informazioni al Governo preannunciata dall'onorevole Contento, prende atto del prevalente orientamento a trattare distintamente e prioritariamente l'indulto rispetto all'amnistia. Ritiene, pertanto, che la Commissione debba programmare rigorosamente i propri lavori per concludere l'esame nelle prossime due settimane, per cui diventa prioritaria l'adozione del testo base entro il prossimo giovedì così da poter fissare il termine per la presentazione degli emendamenti al lunedì successivo 17 luglio.

Gaetano PECORELLA (FI), nel concordare con il programma proposto dal presidente, sottolinea l'importanza che la Commissione assolva al suo compito istruttorio e che sia quindi poi l'Assemblea ad assumersi le ulteriori responsabilità.

Pino PISICCHIO, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell'esame ad altra seduta.


 

 

 


II COMMISSIONE PERMANENTE

(Giustizia)

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SEDE REFERENTE

Martedì 11 luglio 2006. - Presidenza del presidente Pino PISICCHIO. - Intervengono i Sottosegretari di Stato alla giustizia Luigi Li Gotti e Daniela Melchiorre.

La seduta comincia alle 13.10.

Amnista e indulto.

C. 525 Buemi, C. 662 Boato, C. 663 Boato, C. 1122 Giordano e C. 1266 Capotosti.

(Seguito dell'esame e rinvio)

La Commissione prosegue l'esame del provvedimento, rinviato nella seduta del 6 luglio 2006.

Pino PISICCHIO, presidente, avverte che è stata appena assegnata alla Commissione la proposta di legge n. 665 in materia di amnistia e indulto - il cui il primo firmatario è l'onorevole Alessandro Forlani - che risulta quindi abbinata alle proposte di legge in esame.

Enrico BUEMI (RosanelPugno), relatore, si riserva di riferire sulla proposta di legge n. 665 nella prossima seduta.

Paola BALDUCCI (Verdi) annuncia la presentazione di un'altra proposta di legge sulla stessa materia.

Federico PALOMBA (IdV), nell'esprimere la posizione del suo gruppo, peraltro già ampiamente resa nota sia alla stampa che nelle riunioni della coalizione di maggioranza, dichiara di disapprovare l'emanazione di qualunque provvedimento di clemenza che sia sganciato da una riforma complessiva. A suo giudizio, un temporaneo alleviamento della situazione penitenziaria non risolverebbe alla radice il problema delle carceri, ma si ridurrebbe ad una banalizzazione della regola giuridica e sociale di cui è presupposto fondamentale la certezza della pena. Nel ribadire la contrarietà sua e del suo gruppo ad ogni ipotesi di perdonismo, condonismo, indulgentismo in tutti i campi, da quello fiscale a quello calcistico, respinge quella che sarebbe una resa dello Stato senza che vi fossero accompagnati incisivi interventi normativi. Nel distinguere tale posizione da quella pure contraria di alcune forze politiche dell'opposizione, preoccupate soltanto dalla tutela della sicurezza, ritiene tuttavia pericoloso che si rilascino detenuti senza aver loro offerto una concreta possibilità di reinserimento sociale. Contesta altresì l'argomento per cui si tratterebbe di ripristinare la legalità, domandandosi come possa il Ministro per la giustizia avallare una simile impostazione che cerca una risposta ai problemi nella disapplicazione della legge. Nel rinnovare la disapprovazione dell'amnistia salvo che nel quadro di una revisione complessiva dell'ordinamento processuale, prende atto con soddisfazione che sta emergendo in Commissione la tendenza ad accantonarla e a concentrarsi soltanto sull'indulto, a proposito del quale avrebbe comunque preferito che si procedesse contestualmente alla revisione delle norme incriminatici nonché alla riduzione delle pene ed alla previsione di misure alternative alla detenzione. Pertanto, pur potendo eventualmente acconsentire ad un indulto che fosse estremamente limitato ed accompagnato da robuste esclusioni oggettive, conclude  affermando che, in mancanza di un serio impegno riformatore, il suo gruppo si vedrebbe costretto a non collaborare.

Giuseppe CONSOLO (AN) si domanda quale senso abbia proseguire la discussione quando le posizioni contrarie di alcuni gruppi sono ormai note. Rammentando di essersi già espresso sull'argomento per le vie brevi nella qualità di capogruppo della sua parte politica, giudica un blitz la calendarizzazione del provvedimento, che a suo avviso non sarà mai approvato a causa dell'elevato quorum costituzionale. Esprimendo al riguardo dubbi sulla stessa coerenza costituzionale del suddetto quorum, riterrebbe più opportuno che si procedesse ad una revisione costituzionale, eventualmente di intesa con l'altro ramo del Parlamento. Nel paragonare la discussione in corso alla condizione di immobilismo che è determinata da un'«elica piatta», fa presente che il suo gruppo politico non ravvisa alcuna ragione per concedere l'amnistia, nel mentre ricorda che l'ultimo precedente in materia risale alla riforma del rito penale. A suo avviso, in mancanza di un piano complessivo, lo svuotamento delle carceri non condurrebbe a nulla. Rivendicando piuttosto il principio della rieducatività della pena di cui all'articolo 27 della Costituzione, invita il Governo a prendere più concreti provvedimenti, quali ad esempio l'emanazione di un decreto che consentisse l'espiazione della pena ai detenuti extracomunitari nei rispettivi Paesi di origine, a costi decisamente inferiori. Affermando poi che un eventuale ostruzionismo parlamentare bloccherebbe senz'altro l'amnistia, ribadisce l'incomprensione delle motivazioni che hanno indotto ad una così inopinata calendarizzazione. Con riferimento all'indulto, manifesta un orientamento non integralmente ostile in ossequio al già menzionato principio costituzionale della rieducatività della pena, purché ne siano esclusi i reati di maggior allarme sociale, a cominciare dalla pedofilia, sia posta ove possibile la condizione del risarcimento dei danni provocati e sia comunque previsto dal Ministero della giustizia un fondo per il risarcimento delle vittime.

Gaetano PECORELLA (FI) nel ritenere che la Commissione non stia affatto perdendo il suo tempo esaminando le proposte di legge in materia di amnistia e indulto, sottolinea che il voto in proposito sarà un caso di coscienza che quindi potrebbe prescindere dall'appartenenza di gruppo in quanto si tratta di decidere sulla vita di molti individui, più in qualità di giudici che di legislatori. Osservando peraltro che in seno ai singoli gruppi parlamentari non mancano posizioni diverse, considera giusto che la Commissione concluda l'esame referente e metta a disposizione dell'Assemblea il provvedimento che viene incontro, del resto, non solo agli auspici a suo tempo espressi dal Papa Govanni Paolo II, ma anche a quelli più recenti del Presidente della Repubblica e del Ministro della giustizia. Precisa all'onorevole Palomba che, a suo avviso, l'amnistia non dovrebbe essere accantonata ma semplicemente portata avanti in tempi diversi rispetto all'indulto. Ricorda ad un collega esperto come l'onorevole Consolo che di fatto l'amnistia è oggi nelle mani dei pubblici ministeri i quali, sulla base dell'obbligatorietà dell'azione penale, scelgono quali reati lasciar cadere in prescrizione e quali no. Considerando al riguardo preferibile che sia il Parlamento a decidere chi debba essere processato e chi no, ribadisce il suo orientamento per la contestualità dell'amnistia non fosse altro perché il successivo indulto finirebbe per rendere inutili i processi svolti, salvo che per l'affermazione del fatto. Quanto alla situazione carceraria, nel rilevare l'impossibilità della rieducazione a causa della mancanza dello spazio fisico che sottopone i detenuti a livelli minimi di esistenza umana, ritiene che si sia di fronte ad un'incapacità gestionale dello Stato che provoca sofferenze fisiche e morali. Tale situazione è stata poi aggravata dalle frustrate attese della scorsa legislatura, ravvivate da recenti prese di posizione ed anche dalla stagione estiva. Conclude rinnovando l'invito alla Commissione a svolgere  il proprio compito referente per consentire all'Assemblea la possibilità di scegliere.

Roberto GIACHETTI (Ulivo) nel concordare con molte delle osservazioni svolte dall'onorevole Pecorella, ritiene che la materia rientri nella sfera della responsabilità individuale di ciascun parlamentare che potrà quindi esprimersi indipendentemente dall'appartenenza politica. Ricorda peraltro ai colleghi Palomba e Consolo che l'amnistia e l'indulto non sono un'invenzione dal nulla ma l'applicazione di un istituto costituzionale, comunque previsto in via straordinaria nonostante l'intervenuta modifica relativa al quorum. Rammentando altresì il lungo tempo trascorso dall'ultima emanazione di analoghi provvedimenti, si dichiara consapevole dell'impossibilità di risolvere radicalmente per tale via il problema carcerario, ma considera tuttavia insostenibile l'attuale situazione degli istituti di pena in cui i detenuti sono ammassati. A titolo personale, esprime la sua preferenza per la concessione contestuale dell'amnistia e dell'indulto anche se quest'ultimo potrebbe essere approvato per primo, in quanto solo l'amnistia consentirebbe alle procure di liberarsi dell'arretrato processuale e di introdurre le necessarie norme di revisione del sistema giustizia che consentirebbero di non ritrovarsi nelle medesime condizioni di emergenza. Segnalando infine al collega Consolo che anche la precedente maggioranza non è stata in grado di varare il decreto a cui faceva riferimento per il trasferimento dei detenuti extracomunitari, conclude ritenendo che l'Assemblea debba avere la possibilità di esprimersi al più presto su una così delicata questione.

Manlio CONTENTO (AN), anche a nome dei colleghi del suo gruppo Consolo, Bongiorno e Cirielli, presenta formalmente la richiesta di informazioni al Governo ai sensi dell'articolo 79, comma 6, del regolamento della Camera (vedi allegato). Motiva tale richiesta sulla base del fatto che tutte le proposte di legge fanno riferimento a dati statistici per legittimare le ragioni della concessione sia dell'amnistia che dell'indulto. Rilevando la mancanza di univocità nella coalizione di maggioranza, contesta al Ministro della giustizia la mancata assunzione di una doverosa responsabilità politica che induce il Parlamento ad agire in termini di supplenza. Considera comunque paradossale un simile modo di procedere, che ha sistematicamente ignorato ogni iniziativa che potesse eventualmente sgombrare il campo dalle perplessità esistenti e diffuse al riguardo. Contestando il generico riferimento al sovraffollamento carcerario, illustra i termini della richiesta di dati presentata al Governo anche con riferimento agli effetti del cosiddetto «indultino», varato nella scorsa legislatura. Nel domandarsi se analoghi risultati non avrebbero potuto essere conseguiti con altri provvedimenti o esperimenti, come ad esempio il cosiddetto «braccialetto elettronico», dichiara che non si può avere soltanto attenzione alla condizione dei detenuti ma si deve anche tenere conto di altri valori, tra cui la tutela delle vittime. Nel ribadire l'opportunità del trasferimento dei detenuti extracomunitari, ritiene che non si tratti di far riferimento a casi di coscienza, ma si debbano affrontare i problemi nella loro concretezza. Si domanda infine quale futuro sarebbe riservato ai detenuti scarcerati, in mancanza del reinserimento sociale, della formazione professionale, di uno sbocco lavorativo e quali conseguenze ricadrebbero sugli enti locali e sui servizi sociali.

Pino PISICCHIO, presidente, essendo imminenti votazioni in Assemblea, rinvia quindi il seguito dell'esame ad altra seduta.

La seduta termina alle 14.


 


II COMMISSIONE PERMANENTE

(Giustizia)

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SEDE REFERENTE

Martedì 18 luglio 2006. - Presidenza del presidente Pino PISICCHIO. - Interviene il sottosegretario di Stato per la giustizia Luigi Li Gotti.

La seduta comincia alle 13.35.

Amnistia e indulto.

Nuovo testo C. 525 Buemi, C. 662 Boato, C. 663 Boato, C. 1122 Giordano, C. 1266 Capotosti, C. 665 Forlani, C. 1323 Crapolicchio, C. 372 Jannone e C. 1333 Balducci.

(Seguito dell'esame e rinvio).

La Commissione prosegue l'esame, rinviato, da ultimo, nella seduta del 13 luglio 2006.

Pino PISICCHIO, presidente, avverte che sono stati presentati emendamenti (vedi allegato 3) al testo base adottato nella seduta del 13 luglio 2006.

Enrico BUEMI (Rosanelpugno), relatore, esprime parere favorevole sugli identici emendamenti Maran 1.3 e Palomba 1.47, nonché sull'emendamento Lussana 1.7. Raccomanda l'approvazione del proprio emendamento 1.85. Manifesta un orientamento favorevole, fatta salva la necessità di ulteriori approfondimenti, sugli emendamenti Crapolicchio 1.41, Mazzoni 1.81 e Palomba 1.52. Esprime parere favorevole sull'emendamento Lussana 1.31 al comma 4, purché riformulato nel seguente testo: «4. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro dieci anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più delitti non colposi per i quali sia stato condannato complessivamente ad una pena detentiva non inferiore a due anni».

Si riserva di esprimersi sugli emendamenti Lussana 1.59 e 1.60, in attesa di chiarimenti da parte del presentatore. Invita al ritiro, salvo parere contrario, degli emendamenti Maran 1.2, Lussana 1.5, Forgione 1.57, Palomba 1.48 e 1.49, Balducci 1.43 e 1.42, Lussana 1.22 e Crapolicchio 1.39. Esprime parere contrario sui restanti emendamenti.

Il Sottosegretario Luigi LI GOTTI, nel rimettersi alla Commissione riguardo agli emendamenti di iniziativa parlamentare, presenta alcuni emendamenti volti a prevedere ulteriori ipotesi di esclusioni oggettive inerenti ai reati con finalità di terrorismo, mafia, razzismo e odio religioso (vedi allegato 3).

Pino PISICCHIO, presidente, nessun altro chiedendo di intervenire, passa alla votazione degli emendamenti presentati.

La Commissione respinge, con distinte votazioni, gli emendamenti Lussana 1.90, Gasparri 1.6, Lussana 1.91 e 1.64.

Carolina LUSSANA (LNP), nel riferirsi ai dati forniti dal Ministero della giustizia, che giudica utili ma insufficienti perché non adeguatamente rielaborati, fa presente - a proposito dell'emendamento 1.65 a sua firma - di aver formulato proposte volte a ridurre a scalare l'entità dell'indulto e richiede in proposito ulteriori e più specifici dati al Governo.

Pino PISICCHIO, presidente, ricorda che la Commissione è ormai impegnata nella votazione degli emendamenti, avendo concluso la fase istruttoria.

Il Sottosegretario Luigi LI GOTTI precisa che il Ministero della giustizia ha depositato in Commissione una serie di tabelle che distinguono la popolazione carceraria per reato commesso.

Federico PALOMBA (IdV) chiede che il Ministero indichi quanti detenuti sarebbero scarcerati in relazione alle diverse ipotesi di entità dell'indulto, ritenendo opportuno che la Commissione possa licenziare il testo con piena cognizione di causa.

La Commissione respinge, con distinte votazioni, gli emendamenti Lussana 1.65, 1.66 e 1.67, nonché gli identici emendamenti Lussana 1.8 e Palomba 1.45.

Manlio CONTENTO (AN) chiede chiarimenti al relatore circa il suo emendamento 1.85.

Gaetano PECORELLA (FI) ritiene che l'emendamento 1.85, ponendo un limite all'indulto delle pene pecuniarie, introdurrebbe una disparità di trattamento poco comprensibile, con riguardo in particolare a coloro i quali, non disponendo dei mezzi di pagamento, subirebbero ulteriori afflizioni.

Pino PISICCHIO, presidente, rammenta che un'analoga previsione era contenuta nell'ultimo provvedimento di indulto concesso nel 1990.

Enrico BUEMI (Rosanelpugno), relatore, richiamandosi al principio di ragionevolezza motiva la presentazione del proprio emendamento in relazione alla tendenza manifestatasi di punire gravi reati soltanto in via pecuniaria.

La Commissione approva l'emendamento 1.85 del relatore.

Pino PISICCHIO, presidente, a seguito della votazione intervenuta, dichiara preclusi gli emendamenti Lussana 1.63 e 1.62.

La Commissione respinge l'emendamento Lussana 1.68.


ALLEGATO 3

Amnistia e indulto. Nuovo testo C. 525 Buemi, C. 662 Boato, C. 663 Boato, C. 1122 Giordano, C. 1266 Capotosti, C. 665 Forlani, C. 1323 Crapolicchio, C. 372 Jannone e C. 1333 Balducci.

EMENDAMENTI

ART. 1.

Sopprimerlo.

 1. 90.Lussana.

Sopprimerlo.

 1. 6.Gasparri.

Sopprimere il comma 1.

1. 4.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: 2 maggio 2006 con le seguenti: 1 gennaio 2006.

1. 91Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: 2 maggio 2006 con le seguenti: 1 gennaio 2004.

1. 64.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: tre anni con le seguenti: sei mesi.

1. 65.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: tre anni con le seguenti: un anno.

1. 66.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: tre anni con le seguenti: un anno e due mesi.

1. 67.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: tre anni con le seguenti: due anni.

 1. 8.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: tre anni con le seguenti: due anni.

 1. 45.Palomba.

Al comma 1, dopo le parole: per le pene detentive e inserire le seguenti: non superiore a 10.000 euro.

1. 85.Il Relatore.

Al comma 1, sostituire le parole: e per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive con le seguenti: e per quelle pecuniarie non superiori a mille euro.

1. 63.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: e per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive con le seguenti: e per quelle pecuniarie non superiori a duemila euro.

1. 62.Lussana.

Al comma 1, sopprimere l'ultimo periodo.

1. 68.Lussana.

Al comma 1, sostituire l'ultimo periodo con il seguente: L'indulto non si applica nei confronti dei recidivi né nei confronti dei delinquenti abituali, professionali o per tendenza.

1. 69.Lussana.

Al comma 1, sostituire l'ultimo periodo con il seguente: L'indulto non si applica nei confronti dei recidivi né nei confronti dei delinquenti abituali, professionali o per tendenza né nei confronti di coloro che siano sottoposti a regime di sorveglianza speciale ai sensi dell'articolo 14-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354.

1. 70.Lussana.

Al comma 1, sostituire l'ultimo periodo con il seguente: L'indulto non si applica ai recidivi nei casi previsti dal terzo e dal quarto comma dell'articolo 99 del codice penale né ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza, nel caso di condanna per delitti.

1. 79.Mazzoni.

Sopprimere il comma 2.

 1. 2.Maran, Tenaglia, Suppa, Gambescia, Naccarato, Cesario, Samperi, Mantini.

Sopprimere il comma 2.

 1. 5.Lussana.

Sopprimere il comma 2, con i seguenti:

2. L'indulto si applica a condizione che il condannato, per il periodo di tempo corrispondente alla pena condonata e comunque non inferiore ad un anno, dia prova effettiva e costante di buona condotta e di volontà di reinserimento sociale.

2-bis. L'indulto si applica al cittadino straniero immigrato clandestinamente a condizione che abbandoni il territorio dello Stato entro trenta giorni dalla sospensione dell'esecuzione della sentenza.

1. 71.Lussana.

Sostituire il comma 2, con il seguente:

2. L'indulto non si applica quando il detenuto non abbia provveduto all'eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose del reato.

1. 59.Lussana.

Sostituire il comma 2, con il seguente:

2. L'indulto non si applica quando non è avvenuto il risarcimento della persona offesa dal reato.

1. 60.Lussana.

Sostituire il comma 2, con il seguente:

2. L'indulto non si applica senza il consenso della persona offesa da reato.

1. 61.Lussana.

Al comma 2, sostituire il primo periodo con il seguente: Le pene accessorie temporanee sono estinte con l'indulto solo se questo estingue completamente la pena da espiare.

1. 46.Palomba.

Al comma 2, sopprimere il secondo periodo.

 1. 3.Maran, Tenaglia, Cesario, Samperi, Gambescia, Suppa, Naccarato, Mantini.

Al comma 2, sopprimere il secondo periodo.

 1. 47.Palomba.

Al comma 2, sostituire le parole: cinque anni con le seguenti: un anno.

1. 72.Lussana.

Dopo il comma 2, aggiungere il seguente:

2-bis. L'indulto si applica al cittadino straniero immigrato clandestinamente a condizione che abbandoni il territorio dello Stato o regolarizzi la sua posizione entro trenta giorni dalla sospensione dell'esecuzione della sentenza.

1. 78.Mazzoni.

Dopo il comma 2, aggiungere il seguente:

2-bis. L'indulto si applica al cittadino straniero immigrato clandestinamente a condizione che abbandoni il territorio dello Stato.

1. 75.Lussana.

Dopo il comma 2, aggiungere il seguente:

2-bis. L'indulto si applica ai condannati che abbiano espiato almeno metà della pena detentiva.

1. 73.Lussana.

Dopo il comma 2, aggiungere il seguente:

2-bis. L'indulto si applica ai condannati che abbiano espiato almeno due terzi della pena detentiva.

1. 74.Lussana.

Al comma 3, sostituire la lettera a) con la seguente:

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270, primo comma (associazioni sovversive);

2) 270-bis (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico);

3) 270-ter (assistenza agli associati di cui agli articoli 270 e 270-bis);

4) 270-quater (arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale);

5) 270-quinquies (addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale);

6) 280 (attentato per finalità terroristiche o di eversione);

7) 280-bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi);

8) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

9) 289-bis (sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione);

10) 319-ter (corruzione in atti giudiziari);

11) 416, sesto comma (associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602);

12) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

13) 419, secondo comma (devastazione e saccheggio);

14) 420, terzo comma (attentato a impianti di pubblica utilità);

15) 422 (strage);

16) 432, commi primo e terzo (attentato alla sicurezza dei trasporti);

17) 440 (adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari);

18) 600 (riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù);

19) 600-bis (prostituzione minorile); 

20) 600-ter (pornografia minorile);

21) 600-quater (detenzione di materiale pornografico) aggravato ai sensi del secondo comma;

22) 600-quater.1 (pornografia virtuale), nella sola ipotesi aggravata ai sensi del secondo comma dell'articolo 600-quater qualora il materiale pornografico sia stato esclusivamente procurato o detenuto;

23) 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile);

24) 601 (tratta di persone);

25) 602 (acquisto ed alienazione di schiavi);

26) 609-bis (violenza sessuale);

27) 609-quater (atti sessuali con minorenne);

28) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

29) 609-octies (violenza sessuale di gruppo);

30) 630, commi primo, secondo e terzo, (sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione);

31) 644 (usura);

32) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope.

1. 80.Mazzoni.

Al comma 3, lettera a), sopprimere il n. 1).

1. 57.Forgione, Farina, Migliore, Mascia.

Al comma 3, lettera a), sostituire il numero 1) con il seguente: 1) i delitti previsti dai capi I e II del Titolo I del Libro II del codice penale.

1. 48.Palomba.

Al comma 3, sostituire il numero 2) con il seguente: 2) i delitti connessi con attività di terrorismo».

Conseguentemente sopprimere i numeri da 4 a 8.

1. 49.Palomba.

Al comma 3, lettera a), n. 6), aggiungere le seguenti parole: e i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, nella legge 6 febbraio 1980, n. 15.

1. 102. Governo.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), introdurre il seguente:

8-bis) 306 (banda armata).

1. 7.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), introdurre il seguente:

8-bis) 314, 316-bis, 317, 318, 319, 319-ter, 320, 321, 322, 322-bis, 324, 368, 372, 373.

1. 50.Palomba.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) delitti contro la pubblica amministrazione quando non vi sia stata la restituzione delle somme di denaro o dei beni pubblici indebitamente sottratti.

Conseguentemente dopo la lettera a) inserire la seguente:

a-bis) per i delitti contro la pubblica amministrazione previsti dal codice penale militare di pace, quando non vi sia stata  la restituzione delle somme di denaro e dei beni pubblici indebitamente sottratti.

1. 41.Crapolicchio.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) i delitti contro la pubblica amministrazione previsti dal codice penale, libro II, titolo II, capo I, quando non vi sia stata la restituzione delle somme di denaro o dei beni pubblici indebitamente sottratti.

1. 81.Mazzoni.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) 314 (peculato).

1. 8.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) 317 (concussione).

1. 9.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) 318 (corruzione per un atto d'ufficio).

1. 10.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) 319 (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio).

1. 11.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), introdurre il seguente:

8-bis) 320 (corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio), 321 (pene per il corruttore).

1. 12.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 8), inserire il seguente:

8-bis) 322 (istigazione alla corruzione).

1. 13.Lussana.

Al comma 3, lettera a), numero 9), sopprimere le seguenti parole: sesto comma.

1. 14.Lussana.

Al comma 3, lettera a), n. 10), aggiungere le seguenti parole: e i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni nella legge 12 luglio 1991, n. 203.

1. 101. Governo.

Al comma 3, dopo il n. 10), inserire il seguente:

10-bis) 416-ter (scambio elettorale politico-mafioso).

1. 51.Palomba.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 10), inserire il seguente:

10-ter) delitti connessi con quelli di cui agli articoli 416-bis e 416-ter del codice penale.

1. 52.Palomba.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 10), inserire il seguente:

10-bis) 419 (devastazione e saccheggio).

1. 15.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 10), inserire il seguente:

10-bis) 420 (attentato a impianti di pubblica utilità).

1. 16.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 423 (incendio).

1. 17.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 423-bis (incendio boschivo).

1. 18.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 430 (disastro ferroviario).

1. 19.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 432 (attentato alla sicurezza dei trasporti).

1. 20.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 438 (epidemia).

1. 21.Lussana.

Al comma 3, dopo il numero 11), inserire i seguenti numeri:

11-bis) 439 (avvelenamento delle acque);

11-ter) 440 (adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari);

11-quater) 442 (commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate).

1. 43.Balducci.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 440 (adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari).

1. 22.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) da 499 (distruzione di materie prime o di prodotti agricoli o industriali ovvero di mezzi di produzione) a 517 (vendita di prodotti industriali con segni mendaci).

1. 77.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 572, comma 2 (maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli).

1. 23.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 11), inserire il seguente:

11-bis) 575 (omicidio).

1. 24.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 23, inserire il seguente:

23-bis) 624-bis (furto in abitazione e furto con strappo).

1. 25.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 23), inserire il seguente:

23-bis) 628, (rapina).

1. 26.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 23), inserire il seguente:

23-bis) 629, (estorsione).

1. 27.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 24), inserire il seguente:

24-bis) 640 (truffa).

1. 28.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 24), inserire il seguente:

24-bis) 644 (usura).

 1. 29.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 24), inserire il seguente:

24-bis) 644 (usura).

 1. 44.Balducci.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 24), inserire il seguente:

24-bis) 648 (ricettazione).

1. 30.Lussana.

Al comma 3, lettera a), dopo il numero 25), inserire il seguente:

25-bis) 727 (maltrattamento di animali).

1. 42.Balducci.

Al comma 3, lettera a), dopo il n. 25), inserire il seguente:

25-bis) alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, nella legge 25 giugno 1993, n. 305.

1. 103. Governo.

Al comma 3, dopo la lettera b), aggiungere la seguente:

b-bis) per i reati previsti dagli articoli 2621, 2622, 2623, 2624, 2625, 2626, 2627, 2628, 2629, 2630, 2631, 2632, 2633, 2634, 2635, 2636, 2638 del codice civile.

1. 58.Lussana.

Al comma 3, dopo la lettera a), aggiungere la seguente:

a-bis) per i reati previsti dagli articoli 2621 (false comunicazioni sociali) e 2622 (false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori).

1. 40.Crapolicchio.

Al comma 3, dopo la lettera a), inserire la seguente:

a-bis) per il delitto di cui all'articolo 2621 del codice civile.

1. 53.Palomba.

Al comma 3, dopo la lettera a), inserire la seguente:

a-bis) per i reati in materia fiscale puniti con pena detentiva.

1. 54.Palomba.

Al comma 3, dopo la lettera a), inserire le seguenti:

a-bis) per i reati di cui all'articolo 20, primo comma, lettere b) e c), della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e successive modificazioni, e all'articolo 44, comma 1, lettere b) e c), del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al decreto del Presidente della  Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, salvo che si tratti di violazioni di un'area di piccola estensione, in assenza di opere edilizie, ovvero di violazioni che comportino limitata entità dei volumi illegittimamente realizzati o limitate modifiche dei volumi esistenti e sempre che non siano stati violati i vincoli di cui all'articolo 33, primo comma, della citata legge n. 47 del 1985, o il bene non sia assoggettato alla tutela indicata nel secondo comma dello stesso articolo;

a-ter) per i reati di cui all'articolo 163 del testo unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali, di cui al decreto legislativo 29 ottobre 1999, n. 490, e dall'articolo 181 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, e successive modificazioni, salvo che sia conseguita in sanatoria l'autorizzazione da parte delle competenti autorità.

1. 39.Crapolicchio.

Dopo il comma 3, inserire i seguenti:

3-bis. Con il provvedimento di sospensione dell'esecuzione della sentenza per effetto dell'indulto condizionato, al beneficiato sono imposte le prescrizioni e gli obblighi di cui ai commi 5, 6 e 7 dell'articolo 47 della legge 26 luglio 1975, n. 354.

3-ter. Con il provvedimento di sospensione è imposto l'obbligo di presentazione periodica alla polizia giudiziaria, secondo le modalità previste dall'articolo 282 del codice di procedura penale, per il periodo di sospensione dell'esecuzione.

3-quater. Con il provvedimento di sospensione della pena è sempre disposto per il cittadino italiano il divieto di espatrio ai sensi dell'articolo 281 del codice di procedura penale, per tutto il periodo di sospensione.

1. 56.Lussana.

Al comma 4, sostituire le parole: entro cinque anni con le seguenti parole: entro dieci anni.

1. 31.Lussana.

Subemendamento all'emendamento Lussana 1.31 (seconda formulazione)

Sostituire le parole: dieci anni con le seguenti: sette anni.

0.1.31 (seconda formulazione).1. Il Relatore.

Sostituire il comma 4 con il seguente:

4. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro dieci anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più delitti non colposi per i quali sia stato condannato complessivamente ad una pena detentiva non inferiore a due anni.

1.31. (seconda formulazione) Lussana.

Al comma 4, sostituire le parole: riporti condanna con le seguenti parole: riporti una o più condanne.

1. 32.Lussana.

Al comma 4, sostituire le parole: non inferiore a due anni con le seguenti: non inferiore a sei mesi.

1. 34.Lussana.

Al comma 4, sostituire le parole: non inferiore a due anni con le seguenti: non inferiore ad un anno.

1. 33.Lussana.

Dopo il comma 4, inserire il seguente comma:

4-bis. La revoca del beneficio si applica anche nei confronti di chi, nei tre anni  successivi al termine di cui al comma 4, commette più delitti in conseguenza dei quali riporta condanne ad una pena detentiva complessivamente superiore a due anni.

1. 35.Lussana.

Dopo il comma 4, inserire il seguente comma:

4-bis. La revoca del beneficio si applica anche nei confronti di chi, nei cinque anni successivi al termine di cui al comma 4, commette più delitti in conseguenza dei quali riporta condanne ad una pena detentiva complessivamente superiore a due anni.

1. 36.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: giorno successivo con le seguenti: decimo giorno.

1. 37.Lussana.

Al comma 1, sostituire le parole: giorno successivo con le seguenti: trentesimo giorno.

1. 38.Lussana.


 


Esame in Assemblea

 


 

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

 


______________   ______________


 

27.

 

Seduta di Martedì 18 luglio 2006

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE

CARLO LEONI

indi

DEL VICEPRESIDENTE

PIERLUIGI CASTAGNETTI,

DEL PRESIDENTE

FAUSTO BERTINOTTI

E DEL VICEPRESIDENTE

GIULIO TREMONTI

 

(omissis)

 

 


Deliberazione sulla richiesta di stralcio relativa alle proposte di legge nn. 525, 662, 663, 665, 1122, 1266, 1323 e 1333.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la deliberazione su una richiesta di stralcio.

La II Commissione (Giustizia), nel corso dell'esame delle proposte di legge C. 525 ed abbinate, in materia di concessione di amnistia e di indulto, ha deliberato di chiedere all'Assemblea lo stralcio delle disposizioni in materia di amnistia, ovvero: degli articoli 1 e 3 della proposta Buemi ed altri n. 525; degli articoli 1, 2, 3, 4 e 6 della proposta Boato n. 662; degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 7 della proposta Boato n. 663; degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 11 della proposta Forlani ed altri n. 665; degli articoli 1, 2 e 3 della proposta Giordano n. 1122; degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 16 e 17 della proposta Capotosti n. 1266; degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 8 e 10 della proposta Crapolicchio n. 1323; degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 8 della proposta Balducci e Zanella n. 1333.

Sulla richiesta di stralcio ha chiesto di parlare contro il deputato Donadi. Ne ha facoltà.

MASSIMO DONADI. Signor Presidente, il gruppo dell'Italia dei Valori esprimerà un voto contrario su questa proposta di stralcio, in quanto riteniamo che, con o senza stralcio, il provvedimento di indulto - come anche quello riguardante l'amnistia, ad esso originariamente collegato - non sia accettabile da chi in questo Parlamento (e mi auguro che ciò riguardi un numero più ampio dei componenti il nostro gruppo) ritiene che in questo paese si debba ancora tenere alto il significato e il valore della legalità.

Presidente, il nostro non è un voto contrario dettato da ragioni di cosiddetto giustizialismo. Diciamoci la verità, siamo di fronte ad un provvedimento di indulto del quale noi stessi conosciamo le ragioni, legate ad un sovraffollamento delle nostre carceri che ormai è divenuto insostenibile.

Tuttavia, prevedere un provvedimento di indulto - dunque, un atto di clemenza - non per ragioni proprie di clemenza, ma per motivi di necessità, dovuta al numero esorbitante di detenuti rispetto alla capienza del sistema carcerario, non può costituire una giustificazione per inserire all'interno di tale testo anche reati e situazioni di carattere generale che nulla hanno a che vedere con le motivazioni di diminuzione della pressione carceraria.

In Commissione giustizia, abbiamo avanzato richieste precise affinché dal provvedimento di indulto fossero cancellati... Chiedo scusa, ci farebbe piacere se, almeno dai banchi della nostra maggioranza, ci fosse un po' di attenzione sulla problematica che poniamo, ma evidentemente l'interesse non c'è!

Noi abbiamo chiesto che alcune tipologie di reati - mi riferisco ai reati contro la pubblica amministrazione, ai reati societari (falso in bilancio e analoghi) e fiscali - fossero escluse dal contenuto di un provvedimento che, come ho già detto, ha come giustificazione chiara, esplicita e più volte ribadita (in quest'aula e fuori da essa, anche utilizzando i mezzi di comunicazione), non la volontà di approvare un atto di clemenza, ma una necessità.

Ebbene, non vediamo la necessità di includere nel campo di applicazione del provvedimento le indicate tipologie di reati, che, da quanto abbiamo potuto apprendere a seguito di una prima, parziale indagine dei nostri uffici, vedono reclusi nelle carceri italiane - per tutte e tre le tipologie che ho menzionato - da 35 a 70 persone in tutto! Non crediamo che liberare un numero così limitato di persone, peraltro a costo di rimettere in discussione tre punti cardine del programma dell'Unione (mi riferisco alla volontà di contrastare il problema dell'evasione fiscale, cresciuta in questi anni, alla necessità di contrastare le mille speculazioni dei tanti «furbetti del quartierino», pagate dal milione di famiglie italiane truffate negli ultimi dieci anni, nonché alla necessità di contrastare fenomeni di corruzione e di degenerazione nella pubblica amministrazione), giustifichi l'inclusione dei suddetti reati nel provvedimento di indulto.

Questi sono i motivi per cui oggi voteremo «no». Qualora non si fosse trattato, come invece si tratta, di un atto trasversale espressione di una maggioranza nata e formatasi in quest'aula, ma di un atto del Governo e della maggioranza, avremmo immediatamente tratto le doverose conseguenze dal mancato accoglimento delle  nostre proposte e dalla grave violazione dei patti costitutivi dell'accordo di maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo dell'Italia dei Valori).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare a favore il deputato Boato. Ne ha facoltà.

MARCO BOATO. Signor Presidente, con il massimo rispetto per il collega Donadi, che, ovviamente, si è pronunciato del tutto legittimamente, poco fa, contro la proposta di stralcio, nell'invitare l'Assemblea ad esprimere, invece, un voto favorevole sulla proposta della Commissione giustizia, desidero ricondurre la discussione nell'ambito appropriato.

Il collega Donadi si è riferito a questioni legittime, ma di merito. Esse riguardano la portata del provvedimento di indulto, che, come tutti sappiamo, è all'esame della Commissione giustizia di questa Camera. Poiché l'orientamento maturato all'interno della Commissione non può essere di maggioranza politica di Governo (l'articolo 79 della Costituzione, nel testo in vigore dal 1992, prevede che i provvedimenti di amnistia e/o di indulto siano approvati con la maggioranza dei due terzi dei componenti delle Camere, per cui è necessario che, in relazione a tali provvedimenti, si formi un'ampia maggioranza parlamentare che vada ben al di là di quella di Governo), e poiché in seno alla Commissione giustizia è maturato un orientamento favorevole alla predisposizione per l'Assemblea, nel corso della prossima settimana, di un testo riguardante, in questa fase, esclusivamente l'indulto, logica istituzionale e legislativa vuole che tutti gli aspetti delle numerose proposte di legge che lei, signor Presidente, ha elencato poco fa, tutti gli articoli delle proposte concernenti un eventuale provvedimento di amnistia, siano stralciati; in caso contrario, sarebbe necessario, per tutti i proponenti o per altri colleghi, ripresentare altre proposte di legge riguardanti la materia dell'amnistia.

Quindi, rinviando il dibattito di merito, che il collega Donadi ha voluto introdurre poco fa, all'esame in sede referente in Commissione giustizia (e, successivamente, all'esame in Assemblea), invito la Camera ad approvare la semplice proposta di stralcio. Ciò comporterà che giunga in Assemblea, la prossima settimana, un provvedimento esclusivamente limitato all'istituto dell'indulto. Nei prossimi mesi, la Commissione valuterà l'opportunità di affrontare anche la tematica dell'amnistia, che rimarrà formalmente aperta in virtù dello stralcio che ci accingiamo a votare.

Quindi, invito i colleghi a votare a favore della proposta di stralcio.

PRESIDENTE. Poiché sono state avanzate alla Presidenza numerose richieste di intervento, ai sensi dell'articolo 45 del regolamento, darò la parola ad un rappresentante per ciascun gruppo che ne faccia richiesta.

Inviterei i deputati che prendono la parola a farlo nel modo più conciso possibile, ricordando a tutti che subito dopo si svolgerà una discussione assai impegnativa: quella conseguente all'informativa urgente del Governo sulla situazione in Medio Oriente.

Ha chiesto di parlare il deputato La Russa. Ne ha facoltà.

IGNAZIO LA RUSSA. Signor Presidente, raccolgo il suo invito all'estrema sintesi. Vorrei annunziare che il gruppo di Alleanza Nazionale non é favorevole alla richiesta di stralcio delle disposizioni in questione dal provvedimento originario; tuttavia, si asterrà, con una semplice motivazione. Abbiamo manifestato un'apertura rispetto alla possibilità di esaminare con attenzione la proposta di votare il provvedimento sull'indulto. Abbiamo rivolto all'esecutivo, ai promotori del provvedimento, alcune richieste. Abbiamo sottolineato la necessità di intervenire sui presupposti necessari a farci compiere tale sforzo, primo tra tutti (lo voglio ripetere) la prosecuzione di quanto è già stato fatto riguardo alla situazione di emergenza e, in particolare, agli interventi avviati nella passata legislatura e sostenuti finanziariamente dal Governo Berlusconi a favore delle vittime del dovere. Abbiamo anche  chiesto, in maniera molto chiara e sintetica, che il provvedimento di indulto fosse accompagnato da una statuizione di non applicazione ai plurirecidivi e che venissero quantificate, fin dal prossimo Documento di programmazione economico-finanziaria, le risorse da investire sui fronti prima annunziati, ossia l'edilizia carceraria e la legge sulle vittime del dovere. Queste ed altre proposte non sono state minimamente degnate di attenzione.

A questo punto, lo stralcio per noi è indifferente. Ci apprestiamo a votare contro l'indulto; lo dico chiaramente: contro l'indulto, così come viene proposto. Dunque, ci è del tutto indifferente la proposta di stralcio. Per tale motivo, adotteremo una posizione di astensione.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Forgione. Ne ha facoltà.

FRANCESCO FORGIONE. Signor Presidente, colleghi deputati, il gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea, voterà a favore dello stralcio riguardante la misura dell'indulto. Credo sia un atto dovuto a livello di civiltà, civiltà da ricostruire nelle carceri del nostro paese, che oggi versano in una condizione di sovraffollamento inaccettabile, una condizione priva di una rete di diritti che non possono essere cancellati neanche nell'espiazione di una pena. Credo che di questo - ne parleremo entrando nel merito del provvedimento - dobbiamo tenere assolutamente conto.

C'è un'attesa nel nostro paese, nelle carceri e non solo. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro, alla conclusione della passata legislatura con il provvedimento sull'amnistia, al dibattito che si è sviluppato in questi mesi e che credo richieda a questo Parlamento un atto di clemenza, come hanno saputo fare le Camere nei momenti alti della storia di questo paese e di questa Repubblica.

Pur tuttavia, pronunciandoci a favore dello stralcio della misura relativa all'indulto, non possiamo non rimarcare, come crediamo, che questa misura rimane monca se il Parlamento non affronterà in termini brevissimi anche il provvedimento di amnistia. È un tema che riproponiamo alla ripresa dei lavori; lo abbiamo riproposto nella Commissione giustizia. Lo faremo nel momento in cui il Governo proporrà una riforma del codice penale avviandosi così ad una ridefinizione del sistema delle sanzioni penali, coerentemente con le trasformazioni sociali intervenute nel paese.

Rispetto a ciò, credo che questo Parlamento debba assumere impegni precisi.

Avremmo voluto un provvedimento di indulto diverso rispetto a quello che verrà sottoposto all'esame dell'Assemblea e che, attualmente, è in discussione presso la Commissione giustizia. Avremmo voluto, ad esempio, estenderlo a tutti i reati connessi con gli anni di piombo, per rispondere ad un dibattito che più volte ha impegnato in modo trasversale le forze politiche non solo in Parlamento, ma anche al di fuori di esso.

Tuttavia, pensiamo che questo sia un primo importante passo per la ricostruzione di una civiltà giuridica del nostro paese e per dare una risposta positiva ai problemi del carcere, che rappresenta solo una parte della risposta più complessiva che dovremo fornire in ordine alla riforma dell'ordinamento (Applausi dei deputati del gruppo di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Casini. Ne ha facoltà.

PIER FERDINANDO CASINI. Signor Presidente, questo dibattito, evidentemente, non si avvia oggi: non siamo all'anno zero. Tale dibattito ha avuto un prologo durante il periodo natalizio dello scorso anno. In quella circostanza, come Presidente della Camera, mi trovai a dire che non vi erano le condizioni per un provvedimento di clemenza, come successivamente dimostrò il dibattito in Assemblea, che mi sembra si svolse il 27 dicembre.

In questa occasione, ci troviamo, ancora una volta, a fare i conti con un tema - collega Donadi, me lo consenta - che  non riguarda, come lei stesso ha ricordato, l'attenuazione di un principio di legalità che va salvaguardato sempre e comunque, bensì riguarda le condizioni disumane esistenti nelle carceri italiane. Ora, mi chiedo se vogliamo ricominciare tale dibattito, tra l'altro, dopo le impegnative dichiarazioni del ministro della giustizia. Quest'ultimo, a mio parere, è stato anche un po' troppo coraggioso, perché forse nelle carceri certi temi è bene non evocarli. Certi provvedimenti il legislatore o li fa oppure non li preannuncia!

Oggi, ci troviamo nella condizione di fare i conti con questa realtà sociale, con il rischio - che intravedo nelle sue parole - di ricominciare il balletto degli equivoci e gli argomenti tipici delle campagne elettorali, in un dibattito che non appartiene alla campagna elettorale. La campagna elettorale è finita, cari colleghi! È molto onesto che ci sia chi, come l'onorevole La Russa, afferma di essere contrario a prescindere, e rispetto questa posizione. Non la condivido, ma la rispetto.

Tuttavia, se si ritiene che oggi dobbiamo entrare nel merito della tipologia dei reati ed esprimere un giudizio positivo o negativo, allora, seguendo la stessa strada, si dovrebbe affrontare anche la questione, posta dal collega di Rifondazione Comunista, concernente i cosiddetti anni di piombo. Ma non lo dobbiamo fare! Non lo abbiamo fatto! Abbiamo un senso di responsabilità che ci deve portare in questa Assemblea ad assumere una decisione chiara: o «sì» o «no». Tutto il resto, secondo me, non ci deve e non ci può appartenere.

In caso contrario, ancora una volta, avremo dimostrato che questo Parlamento - e non solo quello della precampagna elettorale - è imprigionato in una logica che poco ha a che fare con la pelle dei detenuti e che ha molto più a che vedere con gli interessi dei nostri partiti [Applausi dei deputati dei gruppi dell'UDC (Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro) e di Forza Italia].

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Buemi. Ne ha facoltà.

ENRICO BUEMI. Signor Presidente, il problema della legalità riguarda certamente i cittadini, ma nella fattispecie riguarda anche lo Stato. Di qui nasce la necessità di sfasare l'esame dei due provvedimenti: quello relativo all'amnistia e quello concernente l'indulto.

Ci troviamo in una situazione particolarmente grave di inadempienza da parte dello Stato rispetto ai principi costituzionali e alle leggi ordinarie del nostro paese. Vi è, quindi, la necessità di ricondurre ad una condizione di normalità la situazione esistente nelle carceri. In tal senso, la Commissione giustizia della Camera ha ritenuto di richiedere lo stralcio, dal provvedimento in oggetto, delle parti relative all'istituto della amnistia, affinché esso possa essere più celermente approvato.

Ciò fermo restando l'impegno, assunto sia dal relatore, sia dalla stessa Commissione giustizia, di portare al più presto all'esame dell'Assemblea anche un provvedimento di amnistia, poiché la concessione dell'indulto senza varare una amnistia costituisce un intervento zoppo, nonché irrazionale. Esiste l'esigenza di applicare entrambi gli istituti, anche se, per lo stato di necessità che ho precedentemente rappresentato, si impone al momento la separazione delle due misure di clemenza (Applausi dei deputati del gruppo de La Rosa nel Pugno).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Lussana. Ne ha facoltà.

CAROLINA LUSSANA. Signor Presidente, intervengo per ribadire che il gruppo della Lega Nord Padania è contrario alla richiesta di stralcio avanzata; al contempo, vogliamo esprimere, in questa sede, la nostra contrarietà all'adozione di qualsiasi provvedimento di clemenza, sia che si tratti di amnistia, sia che si tratti di indulto. Ritengo giusto assumere una posizione precisa e chiara in tale materia: o si è a favore o si è contro, e su tale aspetto mi trovo perfettamente d'accordo con l'onorevole Casini.

Vorrei formulare, tuttavia, un'ulteriore considerazione. Oggi ci troviamo ad affrontare  tali questioni in Assemblea proprio perché, onorevole Casini, la campagna elettorale è finita. Infatti, voi, che nella passata legislatura ritenevate di approvare comunque provvedimenti clemenziali di questo tipo, non avete avuto il coraggio di andare fino in fondo, nonostante la cosiddetta marcia di Natale e tutte le attese suscitate nella popolazione carceraria che non siete riusciti a soddisfare.

Adesso che la campagna elettorale è conclusa, è chiaro che si può adottare anche una scelta impopolare, come quella alla nostra attenzione. È vero che, quando si parla di provvedimenti di amnistia e indulto, si cerca di offrire una soluzione tampone al problema del sovraffollamento carcerario, tuttavia vorrei far presente che si varano misure assolutamente pericolose per la sicurezza dei cittadini. Ricordo che, negli anni passati, quando tali istituti sono stati applicati, abbiamo registrato un indice di recidiva altissimo! Chi viene rimesso in libertà senza aver completato il proprio processo di rieducazione, infatti, purtroppo torna ad essere facile vittima della criminalità!

Per quanto riguarda la condizione difficile delle nostre carceri, allora, starei attenta a parlare di «disumanità»; magari, esistono situazioni sicuramente particolari, ma vorrei ricordare che, nei cinque anni della passata legislatura, molto è stato realizzato per migliorare le condizioni di vivibilità all'interno dei penitenziari.

Pertanto, non ritengo giusto scaricare la responsabilità del sovraffollamento carcerario sui cittadini onesti e sulle vittime dei reati, le quali, ancora una volta, in questa Assemblea risulteranno essere silenti, dimenticate ed offese due volte (Applausi dei deputati del gruppo della Lega Nord Padania)! Esse, infatti, sono state offese nel momento in cui hanno subito il reato e saranno egualmente offese quando lo Stato rimetterà in libertà il loro aguzzino! Sono altre, a nostro avviso, le strade da seguire per contrastare il sovraffollamento nei penitenziari!

Il ministro Mastella non è stato così chiaro riguardo a ciò che vorrà compiere nel corso di questa legislatura. Egli, infatti, non ha parlato chiaramente, come ha fatto l'ingegner Castelli, di un piano certo a favore dell'edilizia carceraria! Non ha detto che vuole far applicare in modo rigido la cosiddetta legge Bossi-Fini, la quale prevede, ad esempio, la conversione delle pene detentive fino a due anni in un provvedimento immediato di espulsione! Non ha affermato, inoltre, di voler continuare lungo la strada degli accordi bilaterali con i paesi dell'area balcanica e del Maghreb, al fine di far scontare ai detenuti extracomunitari la pena a casa propria!

Noi attendevamo risposte su tali questioni, nonché rispetto alla questione della depenalizzazione. Intanto, voi trovate la scorciatoia o la via breve. Oggi assistiamo allo stralcio di parti del provvedimento di clemenza alla nostra attenzione semplicemente per risolvere problemi all'interno della vostra maggioranza. La volta scorsa, infatti, abbiamo visto che vi era qualcuno a favore dell'indulto ma non della amnistia; Forza Italia, invece, insisteva sul fatto che non poteva esservi indulto senza la concessione dell'amnistia.

Adesso, avete stipulato un accordo politico abbastanza «trasversale», che troverà applicazione con il provvedimento di indulto, sul quale ribadiamo comunque la nostra contrarietà. Si tratta sicuramente della via più breve per approvare un provvedimento tampone, che rimetterà in libertà detenuti che hanno commesso anche reati pericolosi.

Avete sicuramente compiuto una selezione oggettiva dei crimini, come la violenza sessuale ed i reati connessi alla pedofilia o alla mafia, come peraltro ha affermato il ministro Mastella.

Però usciranno anche come fine pena coloro che hanno commesso degli omicidi, così come coloro che hanno commesso reati finanziari. Cosa dice al riguardo l'Italia dei Valori? Vedremo nel prosieguo del dibattito in Commissione.

Tutto ciò dunque per motivare la nostra netta e decisa contrarietà alla proposta di stralcio in esame (Applausi dei deputati dei gruppi della Lega Nord Padania e di Alleanza Nazionale).

Preavviso di votazioni elettroniche senza registrazione di nomi (ore 16).

PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta avranno luogo votazioni mediante procedimento elettronico senza registrazione di nomi, decorre da questo momento il termine di preavviso di cinque minuti previsto dall'articolo 49, comma 5, del regolamento.

Si riprende la discussione.

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Crapolicchio. Ne ha facoltà.

SILVIO CRAPOLICCHIO. Noi Comunisti Italiani voteremo «sì», però subendo questa decisione. Avremmo voluto un progetto generale di amnistia e di indulto, ma ciò non è possibile. Per i Comunisti Italiani questa è una priorità ed in tal senso abbiamo presentato una proposta di legge, proprio perché riteniamo l'atto di clemenza un atto doveroso, anche alla luce di alcune leggi, come la Bossi-Fini, che hanno riempito le carceri. Daremo quindi battaglia per portare avanti l'amnistia (Applausi dei deputati del gruppo dei Comunisti Italiani).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Maran. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO MARAN. Nel programma dell'Unione abbiamo scritto, citando Dostoevskij, che il livello di civiltà di un paese si misura osservando le condizioni delle sue carceri ed abbiamo sostenuto che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Nel nostro paese le condizioni attuali di vita carceraria sono lontane da ogni senso di umanità e di rispetto della dignità del detenuto. Il degrado è connesso sempre più pesantemente al sovraffollamento delle carceri. In cima alle nostre priorità abbiamo posto la necessità di prevedere la detenzione in carcere come misura ultima.

Per questo noi voteremo lo stralcio proposto - perché di questo si discute, dello stralcio e non dei contenuti del provvedimento -, cogliendo l'opportunità di giungere ad un provvedimento di clemenza che sia condiviso (non è detto che poi ci si riesca, ma vogliamo cogliere tale opportunità), poiché riteniamo condivisibile l'iniziativa diretta all'adozione di un provvedimento di indulto, posto che non risulta più rinviabile l'esigenza di affrontare lo stato di degrado in cui versa il nostro sistema carcerario. Uno stato di degrado che è connesso alle condizioni di sovraffollamento che si sono determinate negli istituti penitenziari.

Se è vero, come è vero, che il regime di detenzione della popolazione carceraria deve sempre essere conforme alle finalità di recupero e di reinserimento dei detenuti nel tessuto sociale, è altrettanto vero che lo stato di deterioramento che si è verificato nelle strutture carcerarie in questi anni, in ragione del costante aumento della popolazione, appare ormai assolutamente incompatibile con tali finalità.

Naturalmente dei contenuti discuteremo, e già ne stiamo discutendo, in Commissione. Vi sono dei problemi che dovremo affrontare in merito alle esclusioni ed in merito al quadro complessivo del provvedimento. Tuttavia ritengo di poter essere ragionevolmente fiducioso che si possa giungere ad un provvedimento condiviso. Se così riusciremo a fare, noi potremo anche realizzare l'auspicio che Giovanni Paolo II ha rivolto in questa sede a tutti noi, perché un segno di clemenza verso i carcerati, diceva il Papa qualche anno fa, mediante una riduzione della pena, costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l'impegno di personale recupero, in vista di un positivo reinserimento nella società. Sono anche consapevole che la concessione di misure di clemenza deve abbinarsi a misure di sistema ed è per questo che rivestono un interesse primario gli interventi anche ordinamentali volti a garantire il rispetto del canone costituzionale della ragionevole durata dei processi, già indicati come assoluta priorità.

Ma questo è compito del Governo e della maggioranza che lo sostiene, che non mancherà di incalzarlo anche su questo tema (Applausi dei deputati dei gruppi de L'Ulivo e di Rifondazione Comunista-Sinistra Europea).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Pecorella. Ne ha facoltà.

GAETANO PECORELLA. Signor Presidente, c'è chi ha colto l'occasione di questa decisione, che riguarda semplicemente il programma della Commissione giustizia, per discutere nel merito la questione dell'indulto e dell'amnistia. È singolare come, quanto più sia necessario procedere con serenità e con razionalità, tanto più si colga ogni occasione, viceversa, per dividere gli animi.

Noi siamo convinti che la questione dell'indulto e dell'amnistia riguardi la coscienza di ciascuno di noi e che sia impossibile, solo per l'appartenenza politica ad un gruppo, essere tutti contro o tutti a favore, laddove la coscienza di ognuno sta decidendo, nel momento in cui si vota, del destino di singole persone; infatti, non si sta trattando di un provvedimento in astratto.

Non è il caso di entrare nel merito, ma semplicemente di prendere atto della questione - se ciò è possibile in questo momento - e di dare una risposta al paese sulla situazione d'emergenza delle carceri, trattando anche l'amnistia o soltanto l'indulto. Mi pare evidente l'impossibilità di raggiungere un accordo in tempi ragionevoli sui contenuti dell'amnistia, mentre si sta delineando la possibilità, perlomeno in linea di massima, di un testo abbastanza condiviso sull'indulto; ebbene, se così è, abbiamo a che fare con un senso di responsabilità che appartiene a tutti noi. Pur convinti che i due provvedimenti dovrebbero andare in parallelo, affrontiamo il più urgente, quello che tocca direttamente la pelle e la vita delle persone. Si deve dare una risposta allo stesso Presidente della Repubblica che lo ha considerato come un impegno di civiltà del paese, così come anche il Pontefice.

Vorrei ricordare ad alcuni colleghi che essi, di fronte al Pontefice, ebbero una reazione emotiva di approvazione, così come oggi hanno una reazione emotiva di dissenso. Ebbene, noi cerchiamo di seguire, viceversa, una giusta linea, secondo cui è possibile discutere subito, anche in quest'aula, dell'indulto ma, probabilmente, non è possibile farlo per l'amnistia. Vi è un'aspettativa politica, un impegno politico per affrontare anche questo secondo tema, e noi lo faremo quando ci saranno la maturità e il momento per poterlo fare.

Per tutti questi motivi il gruppo di Forza Italia voterà a favore dello stralcio, pur nell'impegno di tutti a proseguire i lavori per ciò che concerne anche l'amnistia (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Barani. Ne ha facoltà.

LUCIO BARANI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, scriveva la brillante penna di Curzio Maltese nel dicembre 2005: «Cinque anni fa si erano levati tutti ad applaudire, commossi, l'appello di Giovanni Paolo II al Parlamento per alleviare la pena supplementare e barbara inflitta a migliaia di detenuti, ormai stipati in carceri di livello boliviano». Passata la festa, gabbato il Santo Padre: sono trascorsi cinque anni, con cinque Pasque, cinque Natali, cinque Capodanni, cinque Epifanie e, soprattutto, cinque Carnevali, senza mai trovare la data giusta per approvare il provvedimento.

Il garantismo da salotto che imperversa da un decennio non si smentisce mai. Il solo commento serio è venuto da dietro le sbarre di Rebibbia, dove il comitato dei detenuti ha fatto sapere di non essere deluso perché, alla lettera: «non ci aspettavamo nulla»; e qualcuno continua ad aggiungere di non aspettarsi nulla neppure da questa XV legislatura.

Si vede che ci conoscono bene, eppure voglio ricordare come le passate amnistie ed i passati indulti abbiano segnato importanti passaggi di civiltà e importanti decisioni politiche per la vita democratica  della nazione. L'ultima amnistia risale al 10 aprile 1990 e fu concessa durante il settennato al Quirinale di Francesco Cossiga, in concomitanza con l'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale approvato nel 1989. Quella amnistia-indulto, come ricordò l'allora ministro della giustizia Giuliano Vassalli in sede di replica in Parlamento, segnava un passaggio importante del sistema giuridico. Ma voglio ricordarne altre per far comprendere l'importanza politica di un indulto e poi di un'amnistia.

Quella del 22 giugno 1946 è passata alla storia come l'amnistia Togliatti, perché portava la firma dell'allora segretario del PCI, ministro della giustizia. Venne varata 20 giorni dopo il referendum per la scelta tra Repubblica e monarchia, in un clima di pacificazione nazionale, e ne beneficiarono, infatti, tutti coloro che erano rimasti compromessi con la Repubblica di Salò ed anche con i delitti dell'immediato dopoguerra. Portò alla scarcerazione di 11.800 detenuti politici.

Poi, ve ne furono altre nel 1953, nel 1959, nel 1966, nel 1970, nel 1978; nel 1981 ne beneficiarono oltre diecimila detenuti.

Dal 1990 ad oggi, le carceri italiane si sono gonfiate di stracci e di dolore. Il carcere è un luogo di contrasti stridenti, dove pericolosi assassini vivono insieme ad improvvisati ladruncoli, dove i casi più strillati dai media sono proprio quelli che, in genere, se la cavano con poco, mentre rimangono intrappolati per anni quelli anonimi, di cui nessuno parla, che hanno fatto più che altro sciocchezze; il problema è che non avevano gli avvocati «giusti», gli amici influenti, la «parolina» appropriata al momento opportuno.

Si chiederà qual è oggi il senso politico per il Parlamento di approvare nella quasi totalità l'indulto e, poi, l'amnistia. Le carceri affollate, certo, sono un problema; la lentezza della giustizia è un altro problema; un atto di umanità per accontentare in modo postumo il Santo Padre, che non c'è più, è un atto di coscienza personale.

Noi del gruppo della Democrazia Cristiana-Partito Socialista ravvisiamo invece un altro motivo. Il Parlamento ed i cittadini italiani si rendono conto dei pericoli inerenti ad un potere incontrollabile della magistratura e vogliono ormai una vera riforma della giustizia. Ci rendiamo conto che, tra lentezze, politicizzazione, inefficienze e sistemi di diffusa illegalità massmediatica, il problema di una giustizia «giusta» - direi di una giustizia «normale» - non è più differibile. Il Governo ed il Parlamento, nel corso dell'attuale legislatura, dovranno mettere profondamente mano al sistema della giustizia.

Se questa è la consapevolezza e questo è giusto che si faccia, allora l'indulto - e l'amnistia poi - avrà una forte valenza politica di cambiamento. Lo si realizzi con questa motivazione, per dare un preciso segnale al paese, e sarà un grande cambiamento che tutti aspettano. Per ora votiamo a favore dello stralcio per poter procedere al varo dell'indulto, perché siamo stati, siamo e saremo sempre garantisti (Applausi dei deputati del gruppo della Democrazia Cristiana-Partito Socialista).

PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Capotosti. Ne ha facoltà.

GINO CAPOTOSTI. Signor Presidente, signori colleghi, la questione su cui siamo chiamati a pronunciarci rientra nel piano della tecnica legislativa e vorrei sottolineare che ciò significa tenere conto di tutte le condizioni: condizioni relative alla maggioranza qualificata, nonché all'indirizzo e alla vocazione delle varie sensibilità che compongono il Parlamento, che è sovrano.

Come altri hanno ricordato, raggiungere una maggioranza così ampia impone a tutte le forze politiche un confronto laico, sereno, oggettivo. Per quanto attiene al gruppo cui appartengo, i Popolari-Udeur, abbiamo predisposto e presentato un progetto di legge che indica le nostre concezioni, che non abbiamo esitato a mettere in discussione, perché anche una deliberazione come quella oggi al nostro esame, di natura formale, ha un contenuto di merito.

Per noi si tratta di un merito che viene da lontano, dall'impegno preso in Assemblea con il Pontefice. Per altri sarà presente una connotazione più laicista. In ogni caso, si potrà tenere conto del sovraffollamento delle carceri e della necessità di una riforma sistematica dell'intero sistema giustizia, che addita l'Italia come un paese arretrato rispetto agli altri paesi d'Europa?

Per questo motivo, il Governo sta mettendo mano ad una riforma di ampio respiro che tiene conto dei vari processi, del sistema delle carceri, dell'intera nostra storia e, per questo motivo, marcando il fatto che, oggi, ci pronunciamo solamente sullo stralcio, cioè sulla modalità che, forse, renderà possibile, un domani, portare a termine il provvedimento, il gruppo dei Popolari-Udeur annuncia un voto favorevole (Applausi dei deputati del gruppo dei Popolari-Udeur).

ANTONIO BORGHESI. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. A che titolo?

ANTONIO BORGHESI. Per un richiamo all'articolo 41 del regolamento.

PRESIDENTE. Le ricordo che il suo gruppo, l'Italia dei Valori, è già intervenuto.

ANTONIO BORGHESI. Allora, chiedo di parlare a titolo personale...

PRESIDENTE. Mi scusi, non è possibile.

Passiamo ai voti.

Pongo in votazione, mediante procedimento elettronico senza registrazione di nomi, la richiesta di stralcio relativa alle proposte di legge numeri 525, 662, 663, 665, 1122, 1266, 1323 e 1333.

(È approvata).

L'assegnazione delle proposte di legge risultanti dallo stralcio dei predetti articoli - cui è stato attribuito un nuovo titolo - è comunicata nell'allegato A al resoconto della seduta odierna.


 


Allegato A

 

(omissis)

 

 


Assegnazione a Commissione in sede referente di proposte di legge risultanti da stralcio.

Le seguenti proposte di legge risultanti dallo stralcio delle disposizioni in materia di amnistia contenute nelle proposte di legge n. 525, 662, 663, 665, 1122, 1266, 1323 e 1333, deliberato dall'Assemblea nella seduta odierna, sono assegnate alla II Commissione (Giustizia), in sede referente:

BUEMI ed altri: «Concessione di amnistia» (525-ter), Parere delle Commissioni I e V

BOATO: «Concessione di amnistia» (662-ter), Parere delle Commissioni I, V, VII e VIII;

BOATO: «Concessione di amnistia condizionata» (663-ter), Parere delle Commissioni I, V, VII, VIII e XI;

FORLANI ed altri: «Concessione di amnistia» (665-ter) Parere delle Commissioni I, V, VIII, XI e XII;

GIORDANO: «Concessione di amnistia condizionata» (1122-ter) Parere delle Commissioni I e V;

CAPOTOSTI ed altri: «Concessione di amnistia» (1266-ter) Parere delle Commissioni I e V;

CRAPOLICCHIO: «Concessione di amnistia» (1323-ter) Parere delle Commissioni I, V e VIII;

BALDUCCI e ZANELLA: «Concessione di amnistia» (1333-ter) Parere delle Commissioni I, V e VIII.

Le restanti parti delle medesime proposte di legge restano assegnate alla II Commissione (Giustizia), in sede referente:

BUEMI ed altri: «Concessione di indulto» (525-bis) Parere delle Commissioni I e V;

BOATO: «Concessione di indulto» (662-bis) Parere delle Commissioni I e V;

BOATO: «Concessione di indulto» (663-bis) Parere delle Commissioni I e V;

FORLANI ed altri: «Concessione di indulto» (665-bis) Parere delle Commissioni I, V e XII;

GIORDANO: «Concessione di indulto revocabile» (1122-bis) Parere delle Commissioni I e V;

CAPOTOSTI ed altri: «Concessione di indulto» (1266-bis) Parere delle Commissioni I, V e XII;

CRAPOLICCHIO: «Concessione di indulto» (1323-bis) Parere delle Commissioni I e V;

BALDUCCI e ZANELLA: «Concessione di indulto» (1333-bis) Parere delle Commissioni I e V.


 

 


Progetti di legge derivati dallo stralcio

 


N. 525-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

BUEMI, D'ELIA, VILLETTI, TURCI, BONINO, BOSELLI, CAPEZZONE, ANTINUCCI, BELTRANDI, CREMA, DI GIOIA, MANCINI, ANGELO PIAZZA, PORETTI, SCHIETROMA, TURCO

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1 e 3 della proposta di legge n. 525, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

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proposta di legge

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Art. 1.

.................................................................

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.................................................................

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Art. 2.

(Indulto).

1. È concesso indulto per tutti i reati commessi entro il 31 dicembre 2005 nella misura non superiore a due anni per le pene detentive e per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

2. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

Art. 3.

..................................................................

.................................................................

.................................................................

.................................................................

 

 

 

 


N. 662-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato BOATO

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4 e 6 della proposta di legge n. 662, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

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proposta di legge

¾¾¾

 

Artt. 1-4.

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Art. 5.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini del presente articolo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna detentiva superiore a due anni.

Art. 6.

............................................................

............................................................

............................................................

............................................................

 

 

 

 


N. 663-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato BOATO

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 7 della proposta di legge n. 663, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

¾¾¾¾¾¾¾¾

 


proposta di legge

¾¾¾

 

 

Artt. 1-5.

..............................................................

..............................................................

..............................................................

.............................................................

Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque

 

anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna detentiva superiore a due anni.

Art. 7.

...............................................................

...............................................................

...............................................................

..............................................................

 

 

 

 


N. 665-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

FORLANI, LUCCHESE, MELE, SANZA, TUCCI

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 11 della proposta di legge n. 665, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

¾¾¾¾¾¾¾¾

 

 


proposta di legge

¾¾¾

 

 

Capo I

AMNISTIA

Artt. 1-5.

.................................................................

.................................................................

................................................................

.................................................................

 

Capo II

INDULTO

Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a quattro anni per le pene detentive e non superiore a lire venti milioni o a 10.330 euro per le pene pecuniarie, sole o congiunte alle pene detentive.

2. È altresì concesso indulto nella misura non superiore a cinque anni:

a) a coloro che risultano affetti dalla patologia derivante da HIV, diagnosticata, su base chimico-ematologica, da apposite commissioni mediche istituite nell'ambito di ciascun istituto di pena, al secondo stadio dello standard definito dall'Organizzazione mondiale della sanità;

b) a coloro che risultano affetti da gravi forme di epatite, di patologie oncologiche o da altre gravi malattie, diagnosticate dalle commissioni mediche di cui alla lettera a), assolutamente incompatibili con il regime di detenzione carceraria.

3. Per la concessione dell'indulto di cui al comma 2, il Governo adotta i provvedimenti necessari affinché il Servizio sanitario nazionale garantisca che i soggetti di cui al medesimo comma 2 possano essere sottoposti alle cure richieste per la specificità della loro condizione.

Art. 7.

(Indulto per le pene accessorie e misura dell'espulsione dello straniero).

1. È concesso indulto, per intero, per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è applicato, anche solo in parte, l'indulto.

2. All'indulto di cui al presente capo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Nei confronti dello straniero, identificato, detenuto, che si trova in taluna delle situazioni indicate nell'articolo 13, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, il magistrato di sorveglianza dispone con decreto motivato la misura dell'espulsione per un periodo non inferiore a cinque anni, con ordine di accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica, al termine del periodo di detenzione nell'ambito del quale sia stato applicato, anche solo in parte, l'indulto. Il magistrato di sorveglianza decide senza formalità, acquisite le informazioni degli organi di polizia sull'identità e sulla nazionalità dello straniero. Il decreto di espulsione è comunicato allo straniero che, entro il termine di dieci giorni, può proporre opposizione dinanzi al tribunale di sorveglianza. Il tribunale decide nel termine di venti giorni.

Art. 8.

(Esclusioni dall'indulto).

1. L'indulto non si applica alle pene:

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

2) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

3) 422 (strage);

4) 630 (sequestro di persona a scopo di estorsione), commi primo, secondo e terzo;

5) 644 (usura);

6) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope;

b) per i delitti previsti dagli articoli 73, commi 1, 1-bis, 2, 2-bis e 3, ove siano applicate le circostanze aggravanti specifiche di cui all'articolo 80, e 74 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

Art. 9.

(Revoca dell'indulto).

1. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

2. Il beneficio dell'indulto è altresì revocato di diritto laddove, entro dieci anni dall'esecuzione dell'espulsione ai sensi dell'articolo 7, comma 3, lo straniero sia rientrato illegittimamente nel territorio dello Stato. In tale caso, lo stato di detenzione è ripristinato e riprende l'esecuzione della pena.

Art. 10.

(Termine di efficacia dell'indulto).

1. L'indulto di cui al presente capo ha efficacia per i reati commessi fino a tutto il 14 maggio 2006.

Capo III

ENTRATA IN VIGORE

Art. 11.

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..................................................................

..................................................................

 

 


N. 1122-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

GIORDANO, MIGLIORE, ACERBO, BURGIO, CACCIARI, CANNAVÒ, CARDANO, CARUSO, COGODI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE, DEIANA, DIOGUARDI, DURANTI, FALOMI, DANIELE FARINA, FERRARA, FOLENA, FORGIONE, FRIAS, GUADAGNO detto VLADIMIR LUXURIA, IACOMINO, KHALIL, LOCATELLI, LOMBARDI, MANTOVANI, MASCIA, MUNGO, OLIVIERI, PEGOLO, PERUGIA, PROVERA, ANDREA RICCI, MARIO RICCI, ROCCHI, FRANCO RUSSO, SINISCALCHI, SMERIGLIO, SPERANDIO, ZIPPONI

¾

 

Concessione di indulto revocabile

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2 e 3 della proposta di legge n. 1122, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

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proposta di legge

¾¾¾

 

 

Artt. 1-3.

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Art. 4.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni di cui al quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti una condanna a pena detentiva superiore a sei mesi.

 

 

 

 


N. 1266-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato

CAPOTOSTI, FABRIS, SATTA, MORRONE, ADENTI, AFFRONTI, CIOFFI, DEL MESE, D'ELPIDIO, GIUDITTA, LI CAUSI, PICANO, ROCCO PIGNATARO, PISACANE

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 16 e 17 della proposta di legge n. 1266, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

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proposta di legge

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Artt. 1-6.

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Art. 7.

(Concessione di indulto).

1. È concesso indulto per le pene detentive non superiori a due anni e per le pene pecuniarie non superiori a 10.000 euro, sole o congiunte alla pena detentiva, alle condizioni e con i limiti stabiliti dalla presente legge.

2.L'applicazione dell'indulto rende inapplicabili le misure di sicurezza inflitte con la sentenza di condanna, ad esclusione della confisca.

3. È concesso indulto, per intero, per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è applicato, anche solo in parte, l'indulto.

4. Non si applica la disposizione contenuta nell'ultimo comma dell'articolo l51 del codice penale.

Art. 8.

(Ambito di applicazione).

1. L'indulto non si applica alle sanzioni sostitutive di cui al capo III della legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni.

2. L'indulto si applica ai detenuti che hanno scontato almeno un quarto della pena detentiva, tenuto conto della liberazione anticipata.

Art. 9.

(Esclusioni oggettive).

1. L'indulto non si applica alle pene:

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270, 270-bis, 270-ter, 270-quater, 270-quinquies, 280, 280-bis e 284;

2) 285;

3) 416-bis;

4) 422;

5) 600, 600-bis, 600-ter, commi primo e secondo, 600-quinquies, 601, 602, 603, 609-bis, 609-quater e 609-octies;

6) 630, commi primo, secondo, terzo;

7) 648-bis, limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope, e 648-ter;

b) per i delitti previsti dagli articoli 74 e 80 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni.

2. L'indulto non si applica alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni.

3. L'indulto non si applica alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni.

4. L'indulto non si applica alle pene che conseguono a tutti i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205.

Art. 10.

(Condizioni di applicazione).

1. L'indulto si applica a condizione che il condannato, per il periodo di tempo corrispondente alla pena condonata e comunque non inferiore a un anno, presti volontariamente attività non retribuita in favore della collettività, da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni o presso enti od organizzazioni di assistenza sociale e di volontariato.

2. L'attività di cui al comma 1 viene svolta nell'ambito della provincia in cui risiede il condannato e comporta la prestazione di non meno di sei e non più di diciotto ore di lavoro settimanale, da svolgere con modalità e con tempi che non pregiudichino le esigenze di lavoro, di studio, di famiglia e di salute del condannato. Qualora la permanenza nella provincia di residenza possa pregiudicare l'allontanamento del condannato da ambienti illeciti, il giudice può autorizzare lo stesso a prestare l'attività e a dimorare, per un periodo corrispondente a quello di prestazione dell'attività stessa, presso un'altra provincia.

3. Il provvedimento di cui al comma 1 è adottato con ordinanza, su richiesta del pubblico ministero, dal giudice dell'esecuzione individuato ai sensi dell'articolo 665 del codice di procedura penale, che provvede a raccogliere il consenso del detenuto con la procedura di cui all'articolo 666 del medesimo codice; in deroga a quanto previsto dal comma 4 del citato articolo 666, la presenza del pubblico ministero all'udienza in camera di consiglio non è obbligatoria. Il provvedimento è comunicato al servizio sociale del Ministero della giustizia.

4. Il giudice dell'esecuzione, sentite le parti, inclusa la persona offesa, nell'udienza di cui al comma 3, può, in luogo della prestazione dell'attività di cui al comma 1, condizionare la concessione dell'indulto al risarcimento del danno in favore della persona offesa ovvero all'eliminazione o all'attenuazione delle conseguenze del reato.

Art. 11.

(Prescrizioni e obblighi).

1. Con il provvedimento di sospensione dell'esecuzione della sentenza per effetto dell'indulto condizionato, o in un momento successivo durante il periodo di sospensione, al beneficiato possono essere imposte talune delle prescrizioni o degli obblighi di cui ai commi 5, 6 e 7 dell'articolo 47 della legge 26 luglio 1975, n. 354.

2. Al detenuto che risulta tossicodipendente è sempre imposto l'obbligo di mettersi in contatto con il servizio per le tossicodipendenze dell'azienda sanitaria locale competente immediatamente dopo la scarcerazione.

 

 

3. Se la pena da condonare è superiore a un anno, con il provvedimento di sospensione è sempre imposto l'obbligo di dimora per tutto il periodo di sospensione di esecuzione della pena nel territorio del comune di dimora abituale o dove il condannato esercita la propria attività lavorativa ai sensi dell'articolo 10, comma 2. Si applicano i commi 3, 4 e 5 dell'articolo 238 del codice di procedura penale.

4. Nei casi di cui al comma 3 al condannato può essere imposto in qualsiasi momento l'obbligo di presentazione periodico alla polizia giudiziaria, secondo le modalità previste dall'articolo 282 del codice di procedura penale, per il periodo di sospensione dell'esecuzione della pena.

5. Le prescrizioni e gli obblighi di cui al presente articolo possono essere modificati anche d'ufficio, al fine di favorire il reinserimento sociale del beneficiato e di evitare la ripetizione di condotte criminose.

6. Contro le prescrizioni e gli obblighi relativi alla dimora e alla presentazione all'autorità di polizia il condannato può ricorrere al giudice dell'esecuzione, che decide con la procedura di cui all'articolo 666 del codice di procedura penale.

Art. 12.

(Controlli).

1. Entro due mesi dalla scadenza del termine di cui al comma 1 dell'articolo 10, il servizio sociale del Ministero della giustizia riferisce al pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza di condanna sul comportamento del beneficiato, con particolare riferimento al suo reinserimento sociale e all'osservanza di eventuali prescrizioni ad obblighi. A tale fine lo stesso servizio si mantiene in contatto con il condannato, con la sua famiglia, con gli altri suoi ambienti di vita e con eventuali strutture o istituzioni che curano il sostegno e il recupero del condannato.

2. Entro lo stesso termine previsto dal comma 1 del presente articolo, nel caso di cui al comma 3 dell'articolo 11, l'autorità

 

di pubblica sicurezza riferisce al pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza di condanna sull'adempimento della condizione ivi prevista.

3. In qualsiasi momento il servizio sociale del Ministero della giustizia e l'autorità di pubblica sicurezza riferiscono al pubblico ministero eventuali violazioni di prescrizioni o di obblighi da parte del condannato o fatti significativi relativi al suo recupero e al suo reinserimento sociale.

Art. 13.

(Applicazione definitiva).

1. Scaduto il termine fissato nel provvedimento di sospensione, il pubblico ministero raccoglie le relazioni del servizio sociale del Ministero della giustizia e quelle dell'autorità di pubblica sicurezza e le invia al giudice dell'esecuzione con il proprio parere sull'applicazione definitiva dell'indulto.

2. Il giudice dell'esecuzione applica definitivamente l'indulto quando, dagli atti raccolti dal pubblico ministero, risultano adempiute le condizioni e rispettati le prescrizioni e gli obblighi eventualmente imposti durante il periodo di sospensione.

3. Qualora durante il periodo di sospensione il comportamento del condannato, reiteratamente contrario alla legge o alle prescrizioni e agli obblighi imposti, faccia ritenere l'impossibilità di adempimento delle condizioni di cui all'articolo 10, il pubblico ministero può chiedere al giudice dell'esecuzione una decisione anticipata di non applicazione dell'indulto. Se il giudice non accoglie la richiesta, restituisce gli atti al pubblico ministero.

4. Nella decisione sull'applicazione dell'indulto il giudice dell'esecuzione procede ai sensi dell'articolo 667, comma 4, del codice di procedura penale.

Art. 14.

(Revoca).

1. L'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, nel periodo di cinque anni dalla data di entrata in vigore del decreto di concessione, un delitto non colposo, per il quale è prevista una pena edittale non inferiore nel massimo a quattro anni.

Art. 15.

(Rinuncia all'indulto).

1. Fino alla decisione del giudice dell'esecuzione sull'applicazione definitiva, il condannato può rinunciare all'indulto con dichiarazione resa personalmente al pubblico ministero che cura l'esecuzione della sentenza.

Artt. 16-17.

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N. 1323-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

CRAPOLICCHIO, DILIBERTO, SGOBIO, BELLILLO, CANCRINI, CESINI, DE ANGELIS, GALANTE, LICANDRO, NAPOLETANO, PAGLIARINI, FERDINANDO BENITO PIGNATARO, SOFFRITTI, TRANFAGLIA, VACCA, VENIER

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 8 e 10 della proposta di legge n. 1323, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

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proposta di legge

¾¾¾

 

 

Artt. 1-5.

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Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a due anni per le pene detentive

 

e per quelle pecuniarie sole o congiunte a dette pene.

2. Ai fini di cui al presente articolo non si applicano le esclusioni previste dal quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

3. Il beneficio dell'indulto è revocato se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporta una condanna detentiva superiore a due anni.

Art. 7.

(Esclusioni oggettive dall'indulto).

1. L'indulto non si applica nei confronti delle pene irrogate in conseguenza di condanne concernenti i seguenti delitti:

a) associazione per delinquere di tipo mafioso, di cui all'articolo 416-bis del codice penale;

b) partecipazione, a qualsiasi titolo, ad associazioni sovversive e ad associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico, di cui agli articoli 270 e 270-bis, primo comma, del codice penale;

c) riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù, tratta di persone e acquisto e alienazione di schiavi, di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale;

d) prostituzione e pornografia minorili, di cui agli articoli 600-bis e 600-ter del codice penale;

e) violenza sessuale, atti sessuali con minorenne e violenza sessuale di gruppo, di cui agli articoli 609-bis, 609-quater, 609-octies del codice penale.

Art. 8.

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Art. 9.

(Termini di efficacia dell'indulto).

1. L'indulto ha efficacia per i reati commessi fino a tutto l'8 maggio 2006.

Art. 10.

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N. 1333-bis

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

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PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa dei deputati

BALDUCCI, ZANELLA

¾

 

Concessione di indulto

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 8 della proposta di legge n. 1333, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

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proposta di legge

¾¾¾

 

 

Artt. 1-5.

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Art. 6.

(Indulto).

1. È concesso indulto nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive.

2. Ai fini di cui al presente articolo 8 non si applicano le esclusioni previste dal

 

quinto comma dell'articolo 151 del codice penale.

Art. 7.

(Esclusioni oggettive dall'indulto).

1. L'indulto non si applica alle pene per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

a) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

b) 422 (strage);

c) 630, primo, secondo e terzo comma (sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione);

d) 644 (usura);

e) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione.

Art. 8.

...................................................................

...................................................................

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Esame in sede referente

 


II COMMISSIONE PERMANENTE

(Giustizia)

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SEDE REFERENTE

Mercoledì 19 luglio 2006. - Presidenza del presidente Pino PISICCHIO. - Interviene il Sottosegretario di Stato per la giustizia Luigi Li Gotti.

La seduta comincia alle 15.40.

(omissis)

Disposizioni in materia di indulto.

Nuovo testo C. 525-bis Buemi, C. 662-bis Boato, C. 663-bis Boato, C. 1122-bis Giordano, C. 1266-bis Capotosti, C. 665-bis Forlani, C. 1323-bis Crapolicchio, C. 372 Jannone e C. 1333-bis Balducci.

(Seguito dell'esame e conclusione).

La Commissione prosegue l'esame, rinviato, da ultimo, nella seduta del 18 luglio 2006.

Pino PISICCHIO, presidente, avverte che le competenti Commissioni hanno espresso il parere richiesto sul nuovo testo della proposta di legge C. 525-bis Buemi, come risultante dagli emendamenti approvati.

Gaetano PECORELLA (FI) ritiene opportuno che la Commissione, una volta concluso l'esame in sede referente delle proposte di legge in materia di indulto, proceda senza indugio all'esame delle proposte  di legge in materia di amnistia, risultanti dallo stralcio deliberato dall'Assemblea nella seduta di ieri, su proposta della Commissione Giustizia. A tale proposito, ricorda che si è proceduto allo stralcio per consentire l'approvazione di un provvedimento di indulto prima della pausa estiva dei lavori parlamentari, senza tuttavia voler abbandonare l'esame delle disposizioni in materia di amnistia.

Federico PALOMBA (IdV) ricorda che la scelta di inserire nel calendario della Commissione dei provvedimenti in materia di amnistia spetta all'Ufficio di Presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi. Per quanto riguarda il provvedimento in materia di indulto che la Commissione si accinge ad approvare ribadisce la contrarietà del gruppo Italia dei valori.

Nessun altro chiedendo di intervenire, la Commissione delibera di conferire il mandato al relatore, onorevole Buemi, di riferire in senso favorevole all'Assemblea sul nuovo testo della proposta di legge C. 525-bis, così come modificato dagli emendamenti approvati. Delibera altresì di chiedere l'autorizzazione a riferire oralmente.

Pino PISICCHIO, presidente, si riserva di designare i componenti del Comitato dei nove sulla base delle indicazioni dei gruppi.

La seduta termina alle 16.20.


 


Esame in sede consultiva

 


I COMMISSIONE PERMANENTE

(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)

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COMITATO PERMANENTE PER I PARERI

Mercoledì 19 luglio 2006 - Presidenza del presidente Riccardo MARONE.

La seduta comincia alle 15.10.

Disposizioni in materia di amnistia e indulto.

Nuovo testo C. 525-bis Buemi ed abb.

(Parere alla II Commissione).

(Esame e conclusione - Parere favorevole).

Alessandro NACCARATO (Ulivo), relatore, rileva che le disposizioni recate dal provvedimento in esame sono riconducibili alla materia «giurisdizione e norme processuali e ordinamento penale» che l'articolo 117, secondo comma, lettera l) della Costituzione riserva alla potestà legislativa esclusiva dello Stato, e che non sussistono motivi di rilievo sugli aspetti di legittimità costituzionale. Formula pertanto una proposta di parere favorevole.

Il Comitato approva la proposta di parere del relatore (vedi allegato 1).

La seduta termina alle 15.15.


 

ALLEGATO 1

Disposizioni in materia di amnistia e indulto (Nuovo testo C. 525-bis Buemi ed abb.).

PARERE APPROVATO

Il Comitato permanente per i pareri della I Commissione,

esaminato il nuovo testo della proposta di legge C. 525-bis Buemi ed abb., recante «Disposizioni in materia di indulto»,

rilevato che le disposizioni da esso recato sono riconducibili alla materia «giurisdizione e norme processuali e ordinamento penale» che l'articolo 117, secondo comma, lettera l) della Costituzione riserva alla potestà legislativa esclusiva dello Stato,

ritenuto che non sussistano motivi di rilievo sugli aspetti di legittimità costituzionale,

esprime

PARERE FAVOREVOLE.


 

 


V COMMISSIONE PERMANENTE

(Bilancio e tesoro)

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SEDE CONSULTIVA

Mercoledì 19 luglio 2006 - Presidenza del presidente Lino DUILIO. - Interviene il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze Antonangelo Casula.

La seduta comincia alle 15.15.

Amnistia e indulto.

Nuovo testo C. 525-bis.

(Parere alla II Commissione).

(Esame e conclusione - Nulla osta).

La Commissione inizia l'esame del provvedimento.

Dante BORDO (Ulivo), relatore, rileva che il provvedimento, di iniziativa parlamentare, e non corredato da relazione tecnica, reca disposizioni per l'applicazione dell'istituto dell'indulto.

In particolare, il provvedimento, che consta di un solo articolo, dispone la concessione dell'indulto per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni e per le pene detentive e non superiore a 10 mila euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Vengono inoltre individuate le fattispecie per le quali l'indulto è escluso.

Per quanto concerne i profili di competenza della Commissione, rileva la necessità di acquisire l'avviso del Governo circa le conseguenze di carattere finanziario derivanti dalla previsione della concessione dell'indulto per le pene pecuniarie le quali, ricorda, affluiscono al capitolo 2301 dello stato di previsione dell'entrata.

Nel predetto capitolo 2301 sono iscritte, nel bilancio per il 2006, risorse in conto competenza per un importo pari a 1.557.760.000 euro, mentre nel bilancio per il 2005 erano iscritte risorse per un importo di 1.447.760.000 euro.

Peraltro, dal rendiconto generale dello Stato per l'anno 2005, nel predetto capitolo 2301 nello scorso esercizio finanziario risultavano versati soltanto 151,4 milioni di euro, mentre rimarrebbero da versare 23,9 milioni di euro e da riscuotere 593,8 milioni di euro.

Ricorda poi che in occasione dell'esame del disegno di legge C. 458-A, recante disposizioni in materia di amnistia e indulto, il quale recava, tra le altre, disposizioni volte alla concessione dell'indulto anche alle pene pecuniarie non superiori a 10 mila euro, era emerso che la suddetta previsione era suscettibile di determinare effetti finanziari in termini di minori entrate per il bilancio dello Stato.

Il Governo aveva in particolare evidenziato la necessità di sopprimere il riferimento alle pene pecuniarie.

Conseguentemente, la Commissione, nel parere espresso in data 12 gennaio 2006, aveva formulato una condizione, ai sensi dell'articolo 81, quarto comma, della Costituzione, tesa a sopprimere la concessione dell'indulto anche alle pene pecuniarie.

Considerato che anche il provvedimento in esame prevede la concessione dell'indulto anche alle pene pecuniarie di misura non superiore a 10 mila euro, chiede di acquisire l'avviso del Governo in ordine alla questione se anche nel caso in esame possano riscontrarsi i medesimi profili finanziari in termini di minori entrate per il bilancio dello Stato rilevati in riferimento al disegno di legge C. 458-A.

Ricordare che una valutazione del Governo dovrebbe assumere anche le eventuali minori spese a carico del bilancio dello Stato derivanti dalla riduzione del numero dei soggetti reclusi e chiarire se le stesse risulterebbero eccedenti rispetto alle eventuali minori entrate al fine di compensare gli effetti.

Il sottosegretario Antonangelo CASULA esprime il parere favorevole del Governo sul provvedimento, evidenziando che gli  effetti finanziari in termini di minori entrate per il bilancio dello Stato derivanti dalla concessione dell'indulto anche alle pene pecuniarie risulta compensata dalla riduzione dei costi derivanti dalla riduzione della popolazione carceraria derivante dal provvedimento.

Alberto GIORGETTI (AN) ritiene che l'applicazione dell'indulto anche alle pene pecuniarie determini una riduzione di entrate a fronte della quale non vi sarebbe certezza sui risparmi che il Governo ritiene di conseguire dalla riduzione della popolazione carceraria. Ritiene quindi che nella proposta di parere debba essere inserita una condizione ai sensi dell'articolo 81, comma 4, della Costituzione finalizzata a rendere effettiva la copertura dei costi del provvedimento.

Gaspare GIUDICE (FI), condividendo in parte le considerazioni dell'onorevole Giorgetti, ritiene che, qualora si voglia inserire una simile condizione ai sensi dell'articolo 81, comma 4, della Costituzione, bisognerebbe effettuare un'analisi puntuale dei profili finanziari chiedendo al Governo di presentare una puntuale relazione tecnica. Nel caso contrario, si dovrebbe fare affidamento sulle assicurazioni del Governo in merito ai presunti effetti compensativi non ponendo, pertanto, la suddetta condizione.

Lino DUILIO, presidente, chiede al Governo di fornire ulteriori elementi conoscitivi riguardanti gli annunciati effetti compensativi.

Il sottosegretario Antonangelo CASULA precisa, con riguardo ai possibili effetti finanziari derivanti dall'applicazione dell'indulto anche per le pene pecuniarie, che l'indulto non si applica ad un numero rilevante di reati tassativamente indicati nel provvedimento in esame; che l'indulto è concesso per le sole pene pecuniarie non superiori a 10 mila euro; che quindi la concessione dell'indulto anche alle pene pecuniarie determina effetti finanziari in termini di minori entrate per il bilancio dello Stato non di rilevante entità, peraltro non quantificabili per la natura promiscua del capitolo di entrata 2301, dal quale è difficile scorporare la parte relativa alle pene pecuniarie; che occorre valutare la compensatività degli effetti finanziari tra le minori entrate derivanti dall'indulto per le pene pecuniarie ed i risparmi derivanti dalla riduzione della popolazione carceraria, il cui numero può essere ragionevolmente stimato in 12 mila unità; che la diminuzione della popolazione carceraria derivante dal provvedimento, comporta una riduzione solo parziale dei costi per la gestione del sistema carcerario, con esclusione dei costi fissi, e che tale riduzione è stata quantificata con riferimento al solo costo del pasto giornaliero ai detenuti nella misura pro capite di 3 euro. Tutto ciò premesso, ritiene prudenzialmente che il risparmio derivante dalla riduzione della popolazione carceraria può essere stimato in 12.960.000,00 euro su base annua. Ritiene quindi che tale risparmio possa adeguatamente compensare le minori entrate derivanti dall'applicazione dell'indulto per le pene pecuniarie.

Dante BORDO (Ulivo), relatore, anche sulla base dei chiarimenti forniti dal Governo, formula la seguente proposta di parere:

«La Commissione bilancio, tesoro e programmazione,

esaminato il nuovo testo del provvedimento elaborato dalla Commissione di merito;

preso atto dei chiarimenti forniti dal Governo per cui la concessione dell'indulto anche con riferimento alle pene pecuniarie determinerebbe effetti finanziari, in termini di minori entrate, tuttavia di modesta entità, e comunque largamente compensate dai consistenti risparmi di spesa derivanti dalla riduzione della popolazione carceraria;

esprime

NULLA OSTA».

Alberto GIORGETTI (AN) preannuncia il suo voto contrario, in quanto non ritiene 

vi siano sufficienti elementi di valutazione per assicurare la neutralità finanziaria del provvedimento ed in quanto ritiene che vi sia una disparità evidente di tale proposta di parere con il parere contrario già reso in materia dalla Commissione bilancio il 12 gennaio 2006, pur non essendo mutati gli elementi di riferimento.

La Commissione approva la proposta di parere.

La seduta termina alle 15.35.


 

 


XII COMMISSIONE PERMANENTE

(Affari sociali)

¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾


SEDE CONSULTIVA

Mercoledì 19 luglio 2006. - Presidenza del presidente Mimmo LUCÀ. - Intervengono il sottosegretario di Stato per la salute, Serafino Zucchelli e il sottosegretario di Stato per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali, Paolo Naccarato.

La seduta comincia alle 8.50.

(omissis)

Disposizioni in materia di indulto.

Nuovo testo C. 525-bis Buemi e abb.

(Parere alla II Commissione).

(Esame e conclusione - Parere favorevole).

La Commissione inizia l'esame del provvedimento in oggetto.

Mimmo LUCÀ, presidente, avverte che il provvedimento è iscritto nel calendario dei lavori dell'Assemblea a partire da lunedì 24 luglio e che la Commissione giustizia ha previsto di concludere l'esame in sede referente entro la giornata di domani. Pertanto, il parere dovrà essere espresso entro la giornata odierna.

Lalla TRUPIA (Ulivo), relatore, ricorda che la Commissione è convocata per il parere alla II Commissione sul nuovo testo delle proposte di legge in materia di indulto C. 525-bis e abbinate, come risultante dagli emendamenti approvati. Osserva inoltre che il nuovo testo elaborato dalla Commissione prevede la concessione dell'indulto per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Ricorda poi che il comma 3 dell'unico articolo del testo in esame elenca una serie di esclusioni oggettive, prevedendo che l'indulto non si applichi ad alcune fattispecie criminose, ritenute particolarmente gravi e pertanto non meritevoli di essere beneficiate. Tra queste ricorda, per quanto di competenza della XII Commissione, i reati in materia di pedopornografia, di violenza sessuale, di traffico di persone, tutti di forte impatto sociale; più specificamente, sono esclusi dall'applicazione dell'indulto i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale: articolo 600 (riduzione o mantenimento in schiavitù o servitù); articolo 600-bis (prostituzione minorile); articolo 600-ter (pornografia minorile); articolo 600-quater (detenzione di materiale pornografico) aggravato ai sensi del secondo comma; articolo 600-quater.1 (pornografia virtuale), nella sola ipotesi  aggravata ai sensi del secondo comma dell'articolo 600-quater qualora il materiale pornografico sia stato esclusivamente procurato o detenuto; articolo 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile); articolo 601 (tratta di persone); articolo 602 (acquisto ed alienazione di schiavi); articolo 609-bis (violenza sessuale); articolo 609-quater (atti sessuali con minorenne); articolo 609-quinquies (corruzione di minorenne); articolo 609-octies (violenza sessuale di gruppo) e articolo 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope. Ricorda infine che l'esclusione è prevista per il delitto riguardante la produzione e il traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, e per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, puniti, rispettivamente, dagli articoli 73 e 74 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309. In conclusione, condividendo sia le finalità del provvedimento sia le esclusioni oggettive previste, propone di esprimere parere favorevole.

Salvatore MAZZARACCHIO (FI) ricorda come si stia parlando di un provvedimento richiesto dallo stesso Presidente della Repubblica e, in più occasioni, dalla Chiesa cattolica. Dichiara di non sapere se questo provvedimento possa avviare il processo di riforma del sistema carcerario ed è certo che esso non lo esaurisca. Comprende anche che la possibile uscita dal carcere di circa 12.000 detenuti possa ingenerare un certo allarme nella popolazione, ma ritiene che occorra comunque intervenire e che l'indulto si inserisca nell'ambito di un processo complessivo di riforma della Giustizia nel nostro Paese. Dopo aver ricordato come restino comunque esclusi dal provvedimento i reati più turpi, auspica che quel più ampio processo di riforma sia presto avviato e, in conclusione, esprime il voto favorevole di Forza Italia alla proposta di parere del relatore.

Massimo GARAVAGLIA (LNP) esprime la contrarietà del gruppo della Lega Nord Padania al provvedimento in esame, in quanto esso mette in dubbio la certezza della pena, andando ad aggiungersi peraltro ad istituti già presenti nell'ordinamento di sospensione condizionata della pena.

Angela NAPOLI (AN), premesso che non intende entrare nel merito del provvedimento nel suo complesso, rispetto al quale dubita persino che esista una reale e fondata competenza della Commissione, desidera comunque esprimere la contrarietà del gruppo di Alleanza Nazionale all'indulto. Ritiene che il problema del sovraffollamento delle carceri non basti a giustificare tale provvedimento e che il Paese abbia soprattutto bisogno di garantire il principio di certezza della pena, già oggi seriamente compromesso. Osserva inoltre che misure come questa finiscono per tutelare solo chi ha commesso reati, ma non offrono nessuna tutela a chi tali reati ha subiti. Dopo aver rilevato che al sovraffollamento delle carceri si deve piuttosto far fronte attraverso il ricorso all'edilizia carceraria e all'adozione di misure volte a rendere più efficienti gli istituti carcerari che esistono, dichiara di considerare sbagliato il ricorso all'indulto anche sotto il profilo educativo, in quanto ritiene che i minori possano essere spinti verso forme anche gravi di delinquenza se viene meno il principio di certezza della pena.

Francesco Paolo LUCCHESE (UDC) si dichiara favorevole all'indulto, ricordando l'appello a favore di misure di clemenza pronunciato da Giovanni Paolo II nell'aula di Montecitorio nella scorsa legislatura. Ritiene inoltre che la misura in esame possa rivelarsi utile per risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri e migliorare le condizioni della vita carceraria, sensibilmente peggiorata anche a causa del venir meno del ricorso a provvedimenti di clemenza negli anni più recenti.

Lalla TRUPIA (Ulivo), relatore, giudica importante che una parte consistente dell'opposizione condivida il provvedimento in esame, in quanto ritiene che misure di questo tipo segnino il grado di civiltà cui è giunto il Paese. Rispondendo ai deputati Garavaglia e Napoli, afferma che, a suo avviso, la certezza della pena non rappresenta un argomento significativo in questo caso, poiché dal provvedimento è stata stralciata la parte relativa all'amnistia, mentre l'indulto è riferito a reati commessi in un periodo di tempo ben delimitato, ha una portata contenuta ed esclude i reati più gravi. Osserva inoltre che chi conosce la realtà delle carceri sa bene come la certezza della pena valga oggi solo nei confronti della piccola delinquenza, mentre fuori dalle carceri rimangono normalmente quanti si rendono colpevoli di reati anche gravi, per esempio contro il patrimonio dello Stato. Rileva infine la necessità di investire maggiormente nella prevenzione e nell'educazione come strumento di inclusione sociale e, concludendo, raccomanda l'approvazione della proposta di parere favorevole.

La Commissione approva la proposta di parere del relatore.


 

 

 


I COMMISSIONE PERMANENTE

(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)

¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾

 

 


COMITATO PERMANENTE PER I PARERI

Martedì 25 luglio 2006. - Presidenza del presidente Riccardo MARONE.

La seduta comincia alle 13.35

(omissis)

Concessione di indulto.

C. 525-bis ed abb./A.

(Parere all'Assemblea).

(Esame emendamenti e conclusione - Parere).

Alessandro NACCARATO (Ulivo), relatore, fa presente che gli emendamenti contenuti nel fascicolo n. 1 non presentano profili problematici quanto al rispetto del riparto di competenze tra Stato e regioni e formula una proposta di parere di nulla osta.

Nessuno chiedendo di intervenire, il Comitato approva la proposta di parere.

La seduta termina alle 13.40.


 

 


V COMMISSIONE PERMANENTE

(Bilancio e tesoro)

¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾

 


SEDE CONSULTIVA

Martedì 25 luglio 2006. - Presidenza del presidente Lino DUILIO. - Interviene il sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze Paolo Cento.

La seduta comincia alle 9.05.

Disposizioni in materia di indulto.

C. 525-bis-A.

(Parere all'Assemblea).

(Esame e conclusione - Nulla osta - Parere su emendamenti).

La Commissione inizia l'esame per il parere all'Assemblea del provvedimento.

Lino DUILIO, presidente, saluta il sottosegretario Cento che per la prima volta interviene in Commissione, formulandogli auguri di buon lavoro. In sostituzione del relatore, osserva che il provvedimento, recante la concessione di indulto per alcuni reati, è già stato esaminato dalla Commissione bilancio nella seduta del 19 luglio 2006. In quella occasione, preso atto dei chiarimenti forniti dal Governo per cui i maggiori oneri derivanti dalla concessione dell'indulto anche alle pene pecuniarie, peraltro valutati di modesta entità, sarebbero largamente compensati dai consistenti risparmi di spesa derivanti dalla riduzione della popolazione carceraria, la Commissione ha espresso parere di nulla osta. La Commissione di merito, nella medesima giornata del 19 luglio, ha concluso l'esame del provvedimento apportando alcune modifiche al comma 3 dell'articolo 1, con riferimento ai reati per i quali l'indulto non si applica. Rileva, al riguardo, che le predette modifiche non appaiono tuttavia comportare conseguenze di carattere finanziario. Chiede, sul punto, una conferma da parte del Governo.

Con riguardo agli emendamenti trasmessi dall'Assemblea in data 24 luglio 2006, la cui quantificazione o copertura appare carente o inidonea, rileva che l'articolo aggiuntivo 1.0.1 Contento introduce un articolo aggiuntivo che prevede che il  Ministro della giustizia individui, in sede di approvazione della legge finanziaria per il 2007, un programma di interventi urgenti in materia di edilizia carceraria, da realizzare già a partire dal 2007, apportando la necessaria copertura finanziaria. Al riguardo, segnala che l'articolo aggiuntivo non risulta pienamente conforme alla vigente disciplina contabile in quanto appare vincolare il contenuto della legge finanziaria, rinviando alla medesima il compito di reperire le risorse per la copertura degli interventi indicati. Con riferimento agli articoli aggiuntivi 1.0.2 Palomba e 1.0.3 Palomba, osserva che essi tendono a introdurre articoli aggiuntivi che prevedono l'istituzione per l'anno 2006, nello stato di previsione del Ministero della giustizia, rispettivamente, di un Fondo per la corresponsione di un contributo a favore dei Consigli di aiuto sociale e di un Fondo per la corresponsione di un contributo a favore dei detenuti che beneficiano dell'indulto di cui al presente provvedimento. La dotazione dei fondi è stabilita in 6 milioni di euro per l'anno 2006. Segnala che il relativo onere è posto a carico dell'accantonamento del fondo speciale di parte corrente del Ministero del lavoro, che tuttavia non reca la necessaria disponibilità. Segnala che i restanti emendamenti trasmessi non sembrano presentare profili problematici dal punto di vista finanziario. Chiede pertanto di acquisire al riguardo l'avviso del Governo.

Il sottosegretario Paolo CENTO, ricambiando gli auguri di buon lavoro, conferma il parere di nulla osta sul testo del provvedimento, in quanto le minori entrate relative alla mancata corresponsione delle sanzioni pecuniarie risulterebbero compensate dalla minor spesa conseguente alla riduzione della popolazione carceraria. Condivide l'avviso del relatore sull'articolo aggiuntivo 1.0.1 Contento, recante disposizioni che non appaiono coerenti con la vigente disciplina contabile in quanto vincolanti il contenuto della legge finanziaria, rinviando alla medesima il compito di reperire le risorse per la copertura degli interventi indicati. Condivide inoltre l'avviso del relatore sugli articoli aggiuntivi 1.0.2 Palomba e 1.0.3 Palomba.

Alberto GIORGETTI (AN), pur considerando che la formulazione dell'articolo aggiuntivo 1.0.1. si presta ai rilievi avanzati, segnala che esso pone un serio problema di merito. Al riguardo, chiede al Governo se sussiste un interesse concreto che possa far prendere in considerazione anche un'eventuale riformulazione dell'emendamento, stante la necessità di un piano specifico di edilizia per l'emergenza carceraria.

Lino DUILIO, presidente, rileva che, evidentemente, ove l'emendamento fosse riformulato, la Commissione potrà riesaminarlo.

Il sottosegretario Paolo CENTO conferma la disponibilità del Governo sul tema dell'edilizia carceraria, segnalando che non vi è alcuna preclusione su un'eventuale riformulazione.

Lino DUILIO, presidente, formula, anche alla luce dell'avviso del Governo, la seguente proposta di parere:

«La Commissione bilancio, tesoro e programmazione,

sul testo del provvedimento elaborato dalla Commissione di merito:

esprime

NULLA OSTA

sugli emendamenti trasmessi dall'assemblea:

PARERE CONTRARIO

sugli articoli aggiuntivi 1.0.1, 1.0.2 e 1.0.3, in quanto suscettibili di determinare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica privi di idonea quantificazione e copertura;  NULLA OSTA

sui restanti emendamenti contenuti nel fascicolo n. 1.».

La Commissione approva la proposta di parere.

La seduta termina alle 9.25.


 


 

I COMMISSIONE PERMANENTE

(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)

¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾

II COMMISSIONE PERMANENTE

(Giustizia)

¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾¾

 

 

Incollare (Control V) il testo copiato da Internet. Selezionare il testo e dal menù MACRO, lanciare la MACRO 1, la MACRO 3 e la MACRO 2 (Dopo il primo lancio la macro 2 cancella il "Num. Pag." e le linee prima e dopo della prima voce che trova e  si posiziona su un paragrafo che qualche volta va aggiustato manualmente, cancellando per esempio il paragrafo precedente; bisogna ripetere il lancio della MACRO 2 ogni volta, finché appare il messaggio "Raggiunta la fine del documento: Continuare la ricerca dall'inizio?": Rispondere NO e dare il comando Control Z

- Ricordarsi di entrare nelle intestazioni ed aggiungere la data (le intestazioni sono 2: pagina dispari e pagina pari)

- Lavorare sempre in visualizzazione di  layout di pagina (in tal modo è possibile vedere le intestazioni, i numeri di pagina, ecc.)

- Non cancellare mai le sezioni perché in tal modo si perde tutta la formattazione (intestazioni, caratteri, ecc.).

 

 

 


Relazione della II Commissione Giustizia

 


N. 525-bis, 372, 662-bis, 663-bis, 665-bis, 1122-bis, 1266-bis, 1323-bis, 1333-bis-A

¾

CAMERA DEI DEPUTATI

¾¾¾¾¾¾¾¾

PROPOSTA DI LEGGE

 

d’iniziativa del deputato

¾

 

titolo

 

¾¾¾¾¾¾¾¾

Presentata il

¾¾¾¾¾¾¾¾

n. 525-bis, d'iniziativa dei deputati

BUEMI, D'ELIA, VILLETTI, TURCI, BONINO, BOSELLI, CAPEZZONE, ANTINUCCI, BELTRANDI, CREMA, DI GIOIA, MANCINI, ANGELO PIAZZA, PORETTI, SCHIETROMA, TURCO, MELLANO

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1 e 3 della proposta di legge n. 525, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

e

PROPOSTE DI LEGGE

n. 372, d'iniziativa del deputato JANNONE

Concessione di indulto revocabile

Presentata il 3 maggio 2006


NOTA: La II Commissione permanente (Giustizia), il 19 luglio 2006, ha deliberato di riferire favorevolmente sul testo della proposta di legge n. 525-bis. In pari data, la Commissione ha chiesto di essere autorizzata a riferire oralmente. Per il testo delle proposte di legge nn. 372, 662-bis, 663-bis, 665-bis, 1122-bis, 1266-bis, 1323-bis e 1333-bis, si vedano i relativi stampati.

 

n. 662-bis, d'iniziativa del deputato BOATO

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4 e 6 della proposta di legge n. 662, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

n. 663-bis, d'iniziativa del deputato BOATO

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 7 della proposta di legge n. 663, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

n. 665-bis, d'iniziativa dei deputati

FORLANI, LUCCHESE, MELE, SANZA, TUCCI

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 11 della proposta di legge n. 665, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

n. 1122-bis, d'iniziativa dei deputati

GIORDANO, MIGLIORE, ACERBO, BURGIO, CACCIARI, CANNAVÒ, CARDANO, CARUSO, COGODI, DE CRISTOFARO, DE SIMONE, DEIANA, DIOGUARDI, DURANTI, FALOMI, DANIELE FARINA, FERRARA, FOLENA, FORGIONE, FRIAS, GUADAGNO detto VLADIMIR LUXURIA, IACOMINO, KHALIL, LOCATELLI, LOMBARDI, MANTOVANI, MASCIA, MUNGO, OLIVIERI, PEGOLO, PERUGIA, PROVERA, ANDREA RICCI, MARIO RICCI, ROCCHI, FRANCO RUSSO, SINISCALCHI, SMERIGLIO, SPERANDIO, ZIPPONI

Concessione di indulto revocabile

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2 e 3 della proposta di legge n. 1122, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

 

n. 1266-bis, d'iniziativa dei deputati

CAPOTOSTI, FABRIS, SATTA, MORRONE, ADENTI, AFFRONTI, CIOFFI, DEL MESE, D'ELPIDIO, GIUDITTA, LI CAUSI, PICANO, ROCCO PIGNATARO, PISACANE

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 16 e 17 della proposta di legge n. 1266, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

n. 1323-bis, d'iniziativa dei deputati

CRAPOLICCHIO, DILIBERTO, SGOBIO, BELLILLO, CANCRINI, CESINI, DE ANGELIS, GALANTE, LICANDRO, NAPOLETANO, PAGLIARINI, FERDINANDO BENITO PIGNATARO, SOFFRITTI, TRANFAGLIA, VACCA, VENIER

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 8 e 10 della proposta di legge n. 1323, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

n. 1333-bis, d'iniziativa dei deputati

BALDUCCI, ZANELLA

Concessione di indulto

(Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1, 2, 3, 4, 5 e 8 della proposta di legge n. 1333, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006)

(Relatore: BUEMI)

 

 

torna su

PARERE DELLA I COMMISSIONE PERMANENTE

(Affari costituzionali, della Presidenza del Consiglio e interni)

La I Commissione,

esaminato il nuovo testo della proposta di legge C. 525-bis Buemi ed abb., recante «Disposizioni in materia di indulto»,

rilevato che le disposizioni da esso recato sono riconducibili alla materia «giurisdizione e norme processuali e ordinamento penale» che l'articolo 117, secondo comma, lettera l) della Costituzione riserva alla potestà legislativa esclusiva dello Stato,

ritenuto che non sussistano motivi di rilievo sugli aspetti di legittimità costituzionale,

esprime

PARERE FAVOREVOLE

 

PARERE DELLA V COMMISSIONE PERMANENTE

(Bilancio, Tesoro e programmazione)

La V Commissione,

esaminato il nuovo testo del provvedimento elaborato dalla Commissione di merito,

preso atto dei chiarimenti forniti dal Governo per cui la concessione dell'indulto anche con riferimento alle pene pecuniarie determinerebbe effetti finanziari, in termini di minori entrate, tuttavia di modesta entità, e comunque largamente compensate dai consistenti risparmi di spesa derivanti dalla riduzione della popolazione carceraria;

esprime

NULLA OSTA

 

 

PARERE DELLA XII COMMISSIONE PERMANENTE

(Affari sociali)

PARERE FAVOREVOLE

 

 

 

TESTO

della proposta di legge

torna su

TESTO

della Commissione

Concessione di indulto.

Concessione di indulto.

Art. 1.

Stralciato.

....................................................................

....................................................................

....................................................................

....................................................................

 

Art. 2.

(Indulto).

Art. 1.

(Indulto).

1. È concesso indulto per tutti i reati commessi entro il 31 dicembre 2005 nella misura non superiore a due anni per le pene detentive e per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

1. È concesso indulto per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006 nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all'ultimo comma dell'articolo 151 del codice penale.

 

2. È concesso indulto, per intero, per le pene accessorie temporanee, conseguenti a condanne per le quali è applicato, anche solo in parte, indulto.

 

3. L'indulto non si applica:

 

a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

 

1) 270 (associazioni sovversive), primo comma;

 

2) 270-bis (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell'ordine democratico);

 

3) 270-quater (arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale);

 

4) 270-quinquies (addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale);

 

5) 280 (attentato per finalità terroristiche o di eversione);

 

6) 280-bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi);

 

7) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

 

8) 289-bis (sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione);

 

9) 306 (banda armata);

 

10) 416, sesto comma (associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale);

 

11) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

 

12) 422 (strage);

 

13) 600 (riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù);

 

14) 600-bis (prostituzione minorile);

 

15) 600-ter (pornografia minorile), anche nell'ipotesi prevista dall'articolo 600-quater.1;

 

16) 600-quater (detenzione di materiale pornografico), anche nell'ipotesi prevista dall'articolo 600-quater.1 del codice penale, sempre che il delitto sia aggravato ai sensi del secondo comma del medesimo articolo 600-quater;

 

17) 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile);

 

18) 601 (tratta di persone);

 

19) 602 (acquisto e alienazione di schiavi);

 

20) 609-bis (violenza sessuale);

 

21) 609-quater (atti sessuali con minorenne);

 

22) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

 

23) 609-octies (violenza sessuale di gruppo);

 

24) 630 (sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione), commi primo, secondo e terzo;

 

25) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all'ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope;

 

b) per i delitti riguardanti la produzione, il traffico e la detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, di cui all'articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, aggravati ai sensi dell'articolo 80, comma 1, lettera a), e comma 2, del medesimo testo unico, nonché per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui all'articolo 74 del citato testo unico, in tutte le ipotesi previste dai commi 1, 4 e 5 del medesimo articolo 74;

 

c) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 1 del decreto legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni;

 

d) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 7 del decreto legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni;

 

e) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all'articolo 3 del decreto legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 305.

2. Il beneficio dell'indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

4. I benefìci di cui ai commi 1 e 2 sono revocati di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

 

5. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Art. 3.

Stralciato.

....................................................................

....................................................................

....................................................................

....................................................................

 

 

 

 


Esame in Assemblea

 


 

 

RESOCONTO

SOMMARIO E STENOGRAFICO

 


______________   ______________


 

30.

 

Seduta di lunedì 24 luglio 2006

 

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE

GIORGIA MELONI

indi

DEL VICEPRESIDENTE

PIERLUIGI CASTAGNETTI

(omissis)

 


Discussione della proposta di legge: Buemi ed altri: Concessione di indulto (Testo risultante dallo stralcio degli articoli 1 e 3 della proposta di legge n. 525, deliberato dall'Assemblea il 18 luglio 2006) (A.C. 525-bis ); e delle abbinate proposte di legge: Jannone; Boato; Boato; Forlani ed altri; Giordano ed altri; Capotosti ed altri; Crapolicchio ed altri; Balducci e Zanella (A.C. 372-662-bis-663-bis-665-bis-1122-bis-1266-bis-1323-bis-1333-bis) (ore 9,37).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge Buemi ed altri: Concessione di indulto; e delle abbinate proposte di legge: Jannone; Boato; Boato; Forlani ed altri; Giordano ed altri; Capotosti ed altri; Crapolicchio ed altri; Balducci e Zanella.

Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione sulle linee generali è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali - A.C. 525-bis ed abbinate)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.

Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari di Alleanza Nazionale e di Forza Italia ne hanno chiesto l'ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell'articolo 83, comma 2, del regolamento.

Avverto, altresì, che la II Commissione (Giustizia) si intende autorizzata a riferire oralmente.

Il relatore, onorevole Buemi, ha facoltà di svolgere la relazione.

ENRICO BUEMI, Relatore. Signor Presidente, signor sottosegretario, colleghi, dopo circa sei mesi l'Assemblea - sia pure in diversa composizione a causa dell'avvicendamento di legislatura - torna nuovamente ad occuparsi di un provvedimento di clemenza.

Una maggiore consapevolezza della necessità di ricondurre alla normalità la situazione esistente nelle carceri, dove lo Stato è inadempiente nell'attuare i principi costituzionali che attengono all'esecuzione della pena, e il mutato contesto politico nel quale oggi discutiamo, al contrario di allora - ovvero non ci troviamo in mezzo alla campagna elettorale - sono elementi che consentono di ritenere che finalmente si possano realizzare le condizioni politiche necessarie per il raggiungimento del quorum qualificato richiesto dalla Costituzione per approvare una legge di concessione dell'indulto.

Un'ulteriore differenza rispetto alle esperienze della scorsa legislatura è data dal contenuto più limitato del provvedimento  all'esame dell'Assemblea, che si limita al solo indulto. L'esigenza di porre rimedio, senza indugio, alla insostenibile e sempre più crescente invivibilità delle carceri ha reso necessario sfasare l'esame e l'approvazione dei provvedimenti di amnistia e di indulto. La maggiore complessità nella quale ci si imbatte quando si affronta il tema dell'amnistia avrebbe finito per rallentare anche la concessione dell'indulto, la quale, invece, non è differibile.

La scelta di dare priorità all'indulto non significa voler abbandonare l'ipotesi di amnistia. Proprio perché vi è la consapevolezza che la concessione dell'indulto, senza varare una amnistia, costituirebbe un intervento irrazionale, la Commissione ha chiesto all'Assemblea, che ha deliberato in tal senso, lo stralcio dai provvedimenti in esame delle disposizioni in materia di amnistia. Ciò consentirà alla Commissione di iniziare molto presto, probabilmente la prossima settimana, l'esame delle proposte di legge in materia di amnistia risultanti dallo stralcio.

Vi è l'esigenza di applicare entrambi gli istituti, anche se, per lo stato di necessità che mi appresto a giustificare, si impone, al momento, la separazione delle due misure di clemenza.

Un provvedimento di indulto è necessario, urgente, indispensabile e non più procrastinabile per ripristinare una situazione di legalità nelle carceri e di efficienza nel campo della giustizia penale. Le carceri italiane ospitano circa ventimila detenuti in più rispetto ai posti disponibili, i quali - è bene ricordarlo - sono stati calcolati sulla base di parametri di vivibilità estremamente rigorosi.

Il sovraffollamento quale uno dei principali fattori che rendono invivibili le carceri, oltre a costituire una pena illegale aggiuntiva a quella legale, finisce per rendere quasi inesistente la possibilità di percorsi individuali di reinserimento nella società.

Questo è un aspetto fondamentale. Quando si affronta il tema dell'indulto, si deve sempre tenere conto che un carcere vivibile è una garanzia, in primo luogo, per la società civile. È impensabile, infatti, che il carcere dove la dignità dell'uomo è mortificata sia in grado di restituire alla società persone rieducate. È innegabile, infatti, che dalle condizioni ambientali nelle quali è fatta vivere una persona condannata dipende se, al termine della pena, questa persona sarà migliore o peggiore.

Il livello di guardia raggiunto dal sovraffollamento non solo costituisce un rischio di continua violazione del principio costituzionale secondo cui sono vietati i trattamenti contrari al senso di umanità, ma ha anche ridotto ai minimi termini le risorse umane e finanziarie destinate ad una efficace politica per il reinserimento dei detenuti. L'indulto rappresenta, quindi, una vera e propria urgenza sociale, che sarebbe non solo riduttivo, ma anche errato, considerare esclusivamente come un mero sconto di pena in favore dei soggetti condannati per ripagarli delle insostenibili condizioni delle carceri.

L'indulto, infatti, non è solo questo. Per essere valutato correttamente, l'indulto deve essere riportato nell'ottica del ripristino della legalità e del buon governo dell'amministrazione della giustizia e della pena. Un sistema carcerario in cui la legalità è negata, è un sistema carcerario che non garantisce la sicurezza dei cittadini, bensì crea nuovi recidivi, come, infatti, avviene nella realtà quotidiana.

Altro profilo rilevante dell'indulto è che esso consente di salvaguardare anche i diritti di coloro che lavorano nelle carceri. Mi riferisco al personale amministrativo e a quello di polizia penitenziaria, nonché a tutti coloro che si occupano direttamente della delicatissima fase del recupero sociale dei detenuti. Il sovraffollamento determina per questi soggetti una vera e propria mortificazione delle condizioni di lavoro.

Una volta collocato l'indulto in un'ottica anche rieducativa, occorre precisare, comunque, che esso non rappresenta la soluzione unica dei problemi penitenziari. Per risolvere tali problemi, occorrono anche altre misure, tra le quali mi limito a ricordare: la riforma del sistema delle  pene alternative; la rivisitazione della normativa sulla recidiva, recentemente modificata; l'istituzione del garante o difensore dei diritti dei detenuti; la previsione dell'affettività in carcere; il diritto di voto dei detenuti; la giurisdizionalizzazione dei reclami dei detenuti; l'ordinamento penitenziario minorile; l'ampliamento dei soggetti istituzionali con diritto di visita nelle istituzioni penitenziarie da parte dei sindaci; la previsione del reato di tortura.

Inoltre, occorre rammodernare le strutture penitenziarie.

Tutte queste misure hanno un senso, se sono precedute dalla concessione dell'indulto. Non posso fare a meno di ricordare la circostanza che, da ben 15 anni, in Italia, non è stato emanato alcun provvedimento di amnistia e di indulto. Da quando nel 1992 è stato introdotto il quorum qualificato della maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, il Parlamento non è più stato in grado di approvare un atto di amnistia o di indulto. Da allora, sono state presentate senza successo decine di proposte di legge in tema di amnistia e di indulto.

Lo stesso Pontefice, Giovanni Paolo II, in occasione della visita al Parlamento, nel novembre 2002, ebbe a dire che un segno di clemenza verso i carcerati, mediante una riduzione della pena, costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolare l'impegno di personale recupero in vista di un positivo reinserimento nella società.

Come ho già avuto modo di sottolineare, l'indulto rappresenta un'urgenza sociale. È bene tenere conto che un indulto di tre anni non sarebbe, comunque, in grado di riportare a normalità le carceri. A maggio di quest'anno, i detenuti erano 61.353, a fronte di una ricettività regolamentare di 45.490 posti. Secondo le stime del Ministero della giustizia, un indulto di 2 anni porterebbe alla scarcerazione di 10.481 unità, mentre uno di tre anni riguarderebbe 12.756 unità. L'effetto dell'amnistia, oltre all'ovvia riduzione di procedimenti, è stato a sua volta stimato in un ulteriore 20 per cento. Ne consegue che il solo indulto, anche nell'ipotesi di tre anni, non consentirebbe di ridurre la popolazione carceraria entro i limiti di capienza.

Per quanto riguarda, più in dettaglio, la proposta di legge della Commissione giustizia presentata all'Assemblea, essa è volta a concedere, per i reati commessi fino al 2 maggio 2006, un indulto revocabile per le pene detentive fino a tre anni, per quelle pecuniarie sino a diecimila euro e per le pene accessorie temporanee. Dall'indulto sono esclusi i reati che sono stati considerati di particolare allarme sociale.

Il lavoro della Commissione si è concentrato sui seguenti punti: individuazione delle date di applicazione dell'indulto, della misura dell'indulto, delle esclusioni oggettive, del periodo di osservazione del soggetto che ha beneficiato dell'indulto, al fine di un'eventuale revoca della misura. La data del 2 maggio 2006 è stata individuata sulla base del parametro costituzionale del terzo comma dell'articolo 79 della Costituzione, secondo cui l'amnistia e l'indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge. Considerato che la Commissione ha esaminato una serie di proposte di legge abbinate, è stata considerata come data di presentazione, ai fini del citato articolo 79, quella della proposta di legge abbinata presentata per prima, la proposta A.C. 372, presentata il 3 maggio 2006 dall'onorevole Jannone. Naturalmente, si tratta di un termine ultimo che non può essere superato, mentre nulla osta a prevedere un termine più risalente nel tempo.

In ordine all'individuazione in tre anni della misura dell'indulto, si è ritenuto che una misura più ridotta non avrebbe consentito al provvedimento di conseguire risultati apprezzabili in termini deflattivi.

Di particolare delicatezza è stata l'individuazione dei reati considerati di particolare allarme sociale, come tali non meritevoli dell'indulto. Si tratta di un'operazione estremamente delicata, in quanto potrebbe rischiare la violazione del principio costituzionale di parità di trattamento, se non operata con cautela. Questa operazione si sovrappone a quella che il  legislatore effettua nell'individuazione, in astratto, di un limite massimo di pena per ciascun reato.

Il parametro utilizzato dal legislatore è proprio quello della gravità del fatto e, quindi, anche dell'allarme sociale, il quale costituisce un elemento di gravità. È evidente che occorrono motivazioni oggettive per escludere dall'indulto reati puniti con pene uguali o inferiori a quelle previste per i reati ai quali l'indulto viene applicato. Dall'indulto, quindi, possono essere esclusi unicamente quei reati che destano nella collettività un particolare allarme sociale.

La Commissione ha individuato questi reati nei delitti di terrorismo, mafia, pedofilia, violenza sociale e traffico di droga.

Altro aspetto di particolare importanza è quello della revocabilità dell'indulto. In Commissione, da parte di tutte le forze politiche, si è convenuto sull'opportunità di prevedere la revocabilità dell'indulto nel caso in cui il soggetto beneficiario ritorni a delinquere. La revocabilità, infatti, rappresenta uno strumento preventivo necessario per un corretto funzionamento dell'istituto.

Il testo, riprendendo quanto previsto dall'indulto nel 1990, prevede espressamente che l'indulto sia revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del provvedimento in discussione, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

In Commissione si è a lungo discusso sull'opportunità di estendere a sette o a dieci anni il periodo di revocabilità (sembrando un termine maggiore di quello di cinque anni più adeguato per il conseguimento della finalità preventiva della revocabilità) e sulla previsione di una condizione di revocabilità più rigorosa della pena detentiva non inferiore a due anni. Comunque, come si può constatare dal testo presentato all'Assemblea, si è confermata la previsione dei cinque anni.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il rappresentante del Governo.

LUIGI LI GOTTI, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Balducci. Ne ha facoltà.

PAOLA BALDUCCI. Signor Presidente, onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, onorevole rappresentante del Governo, da troppi anni, da parte di esponenti del mondo politico, della magistratura e dell'avvocatura, si susseguono prese di posizione sull'opportunità e l'urgenza di adottare provvedimenti di amnistia o di indulto, senza però che a tali prese di posizione abbiano fatto seguito decisioni concrete. Ciò ha contribuito a determinare e deludere aspettative all'interno del mondo carcerario e, più in generale, a creare un clima di incertezza tra gli operatori della giustizia.

Il programma dell'Unione, sottoscritto da tutte le componenti politiche del centrosinistra, aveva correttamente posto come centrale l'adozione di provvedimenti di clemenza che accompagnassero un processo più organico di riforma del sistema della giustizia penale.

Con coerenza, oggi, il Parlamento, con il decisivo contributo delle forze di maggioranza e del Governo, è chiamato a dare risposta alle domande che da anni provengono dal mondo carcerario, dagli operatori della giustizia e dagli operatori del volontariato.

La convergenza che si è determinata su tale provvedimento in Commissione tra componenti della maggioranza e dell'opposizione rappresenta il migliore viatico per l'avvio di una stagione di riforme improntata al dialogo non solo tra le parti politiche, ma anche e soprattutto tra e con i protagonisti sul campo del sistema giustizia e, in ultima analisi, nell'interesse della comunità dei cittadini.

Non appaia, quindi, fuor d'opera il ringraziamento che rivolgo al Presidente della Camera, al Governo e, in specie, al ministro della giustizia e a tutti i componenti della Commissione giustizia di tutte le parti politiche, che hanno consentito,  ciascuno nell'ambito delle proprie prerogative istituzionali, di approdare ad un risultato importante, che va al di là del provvedimento in questione e si configura come positiva premessa per il lavoro che ci attende.

Da troppi anni il tema della giustizia divide e anima conflitti spesso strumentali. Abbiamo oggi l'occasione storica di annodare le fila di un dialogo che, partendo da visioni culturali e ideali differenti, si ponga l'obiettivo comune di una modernizzazione del sistema giustizia ispirata alla tutela dei diritti del cittadino, all'efficienza e alla mitezza.

La giustizia penale italiana versa in condizioni critiche e necessita di riforme strutturali finalizzate a coniugare maggiore celerità dei tempi processuali e maggiori garanzie per i cittadini anche in termini di sicurezza e certezza della pena, assumendo con coraggio l'iniziativa per affrontare l'inaccettabile e incivile situazione delle strutture detentive.

L'indulto - strumento eccezionale - costituisce una causa estintiva della pena, come prevede espressamente l'articolo 174 del codice penale, e la sua applicazione condona in tutto o in parte la pena. Se, però, non sarà accompagnato, appunto, da riforme strutturali, costruzione di nuovi edifici penitenziari, incremento dell'organico dell'amministrazione penitenziaria, potenziamento del servizio sociale per consentire un reale inserimento, ripensamento del ruolo della magistratura di sorveglianza nell'applicazione delle misure alternative alla pena, tale provvedimento può rivelarsi inutile.

La proposta all'esame dell'Assemblea risponde a problemi che sono da anni sotto gli occhi di tutti, denunciati in ogni sede ed oggetto di richiamo da parte di autorità morali e religiose. L'abbiamo detto più volte, e lo ripeto anch'io: non dimentico le parole pronunciate in quest'aula dal Pontefice né dimentico, a maggior ragione, gli applausi di adesione che - maggioritariamente - si levarono da tutti gli scranni.

Non ritengo di sottoporre, in questa sede, l'elencazione fredda di numeri che testimoniano dell'inaccettabilità della situazione carceraria, della sua inumanità e della sua inefficienza. Tali numeri sono noti ad ognuno di noi; e sappiamo tutti che, dietro di essi, vi sono casi umani troppo spesso dimenticati. I Verdi, da sempre, hanno fatto dell'umanità della condizione carceraria e della mitezza del sistema penale una bandiera, l'elemento che misura il grado di civiltà di un paese. A ciò si aggiunga l'aberrazione di un sistema sanzionatorio tutto imperniato sulla misura detentiva, la più afflittiva. Noi crediamo, invece, che vada riformato profondamente il sistema sanzionatorio, prevedendo misure alternative proporzionate al disvalore della condotta. Insieme a tale riforma, che riteniamo importante ed in linea con i più civili sistemi europei, va affrontato il tema della depenalizzazione di condotte che, per la loro natura, vanno inquadrate nell'ambito degli illeciti amministrativi.

Non si è riusciti a fare nulla per migliorare la situazione esistente, già molto deficitaria anche in virtù di una mentalità deteriore che considera i detenuti carcerati espressione di una società reietta dalla quale prendere soltanto le distanze, così tradendo lo spirito della norma costituzionale, che assegna al fine rieducativo un ruolo centrale, ed anzi discriminante, nella legittimità della misura detentiva.

La mia esperienza di avvocato penalista e di studiosa del processo penale, che ha avuto e continua ad avere come maestri Giovanni Conso e Giuliano Vassalli, mi induce a ricordare a me stessa ed a tutta l'Assemblea che il grado di civiltà di un paese è dato dell'efficienza del suo sistema penale, dove l'efficienza va intesa non solo nel senso di certezza della pena, ma anche nel senso di proporzionalità ed umanità, attraverso un processo penale giusto che garantisca i diritti di difesa. Per queste ragioni, onorevoli colleghi, mi sento di dire oggi che esistono le condizioni perché possa essere adottato un provvedimento di clemenza, soprattutto se finalizzato a garantire il funzionamento della giustizia nel  quadro di un processo riformatore che deve vedere tutto il Parlamento impegnato.

Il testo al nostro esame è il risultato della discussione svoltasi nell'ambito della Commissione giustizia ed ha ricevuto parere favorevole anche da parte di alcune rilevanti componenti dell'opposizione. La Commissione è stata il luogo del dialogo: spero che anche in Assemblea avvenga lo stesso. Si è deciso di redigere un unico testo, frutto dell'unificazione delle varie proposte originarie. Quale firmataria di una delle proposte confluite nel testo oggi all'esame dell'Assemblea, intendo ribadire la posizione del gruppo che rappresento, orientata a collegare il provvedimento ad uno concernente l'amnistia (da calendarizzare subito dopo la pausa estiva) e, più complessivamente, ad una riscrittura sistematica della normativa penale processuale attenta a coniugare diritto alla sicurezza, certezza della pena e garanzie del cittadino, nel quadro di una missione civile e moderna del sistema penale.

Una particolare sollecitazione desidero rivolgere a quegli amici della maggioranza che esprimono perplessità sul provvedimento in esame. A questi amici voglio ricordare che la difesa della legalità, da non confondere mai con il giustizialismo, di facile presa populistica, si alimenta proprio della capacità delle istituzioni di fornire risposte forti, attente all'interesse generale, scevre da visioni ideologico-fideistiche e da intenti personalistici. Sono integralmente d'accordo con quanto ha dichiarato in un'intervista, qualche giorno fa, Anna Finocchiaro, la quale, rispondendo ad una domanda sugli effetti del provvedimento rispetto a determinate situazioni personali, ha affermato: «Se davvero vogliamo fare le leggi pensando a qualcuno in particolare, allora io in testa ho le donne che allevano i bambini in carcere. Sono una cinquantina. È una vergogna: basterebbe mettere a disposizione qualche alloggio!».

E io aggiungo che bisogna tenere conto dei tanti tossicodipendenti ed extracomunitari, ormai la maggioranza della popolazione carceraria, che si trovano a scontare una pena detentiva in condizioni spesso disumane e, per molti versi, criminogene, lontane da quel fine rieducativo finalizzato al reinserimento nella società che rende un sistema sanzionatorio costituzionalmente accettabile. Un pensiero solidale va sicuramente anche al personale carcerario, che vive spesso in situazioni disumane.

Nel merito, sempre a questi amici, ricordo che il vero discrimine punitivo per i reati di tipo finanziario o contro la pubblica amministrazione è costituito dalle pene accessorie che dovranno essere sicuramente modificate in un nuovo sistema più moderno. Sono convinta, onorevoli colleghi, che stiamo scrivendo una pagina parlamentare importante, che richiama tutti ad un senso di responsabilità ed alla consapevolezza di rappresentare l'intera comunità nazionale. Stiamo dando risposta ad un tema che sollecita le coscienze, il senso di umanità, i principi di civiltà di un paese. Spero che sarà questo l'obiettivo che insieme intenderemo perseguire, nel rispetto delle diversità ideali e politiche, ma nell'interesse del paese (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Mario Pepe. Ne ha facoltà.

MARIO PEPE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor sottosegretario, ho ragione di credere, o speranza di credere, che domani questo provvedimento troverà i numeri in quest'aula per la sua approvazione. I numeri che la Costituzione ci impone li abbiamo cercati per molte legislature e, nonostante autorevoli ed appassionati appelli, non li abbiamo trovati.

Voglio anche sperare che il Senato non modifichi il testo, perché il provvedimento possa essere approvato per quei detenuti che aspettano la libertà prima della pausa estiva. Altrimenti, questo gesto di clemenza, questo atto di misericordia, diventa un atto di misericordia crudele o, peggio, una beffa.

L'emergenza umanitaria nelle carceri è nei numeri: 60 mila detenuti in un sistema che ne può contenere 40 mila. Ho ancora davanti ai miei occhi la cella che ho  visitato pochi giorni fa: i detenuti con gli asciugamani bagnati sulla fronte per difendersi dal caldo e sui loro volti, illuminati da una lama di luce che filtrava attraverso le sbarre, sofferenza e speranza. Ecco, il Parlamento deve fare i conti e confrontarsi con la sofferenza e la speranza dei detenuti.

Signor Presidente, nelle carceri italiane non ci sono solo pericolosi criminali: i detenuti per reati gravi di sangue o di criminalità organizzata sono solo il 12 per cento. Prevalgono i poveri cristi, i cosiddetti cani senza collare cresciuti sui marciapiedi delle nostre città. Nelle carceri italiane si sono date appuntamento le persone più deboli della nostra società: i tossicodipendenti, gli extracomunitari, gli emarginati mentali, i disturbati mentali. Ebbene, queste persone, come disse il cardinal Martini alla vigilia del Giubileo, non hanno bisogno di pene alternative, ma di alternative alla pena. Non c'è futuro per i tossicodipendenti dietro le sbarre e neanche a dire che il carcere rappresenta una specie di barriera all'uso della droga: nulla di più falso! La droga entra nelle nostre carceri nei modi più disparati: attraverso i cannelloni ripieni, attraverso i tacchi delle scarpe, nel bacio della fidanzata, sotto i francobolli. Il carcere non può essere la risposta alla tossicodipendenza.

Si parlava prima del sovraffollamento, ma il sovraffollamento è solo l'ultima delle sofferenze dei detenuti. Esistono sofferenze peggiori: le sofferenze dei diritti negati. Più volte mi sono chiesto: le leggi che questo Parlamento ha approvato sono valide anche per i detenuti? Se è così, perché vengono disattese?

I detenuti non portano più il pigiama ed il berretto cifrato, ma rappresentano un numero, un fascicolo che il tribunale di sorveglianza ha aperto poche volte per concedere quei benefici divenuti diritti.

E che dire del diritto alla salute in carcere? Nelle carceri ci sono patologie emergenti, che fanno del carcere un concentrato spaventoso di malati e di malattie: la tubercolosi, portata nelle nostre carceri dagli immigrati, i 10 mila malati di epatite C, frutto della promiscuità del sovraffollamento (l'epatite C uccide più dell'AIDS); e poi i disturbi mentali, i suicidi, che sono particolarmente frequenti fra i detenuti ancora ufficialmente innocenti, ossia quelli in attesa di giudizio.

Signor Presidente, che dire della grave situazione della medicina penitenziaria, smantellata dai decreti Bindi? I miei colleghi medici vivono un doppio disagio in carcere: sono costretti a curare le malattie che il carcere crea e vivono anche il disagio dell'incertezza del loro futuro. Mi auguro che la Commissione giustizia possa riprendere la discussione della mia proposta di legge sul riordino della medicina penitenziaria.

L'indulto, dunque, diventa ineludibile. L'onorevole Pecorella, in un pregevole articolo comparso su Il foglio, parla di moralità dell'indulto, perché l'indulto ripaga i detenuti di quella sofferenza rispetto alle pene aggiuntive che il carcere infligge. Consentitemi di leggervi un passo di quell'articolo: «La pena dovrebbe consistere soltanto nella perdita della libertà che sta fuori dal carcere, mentre in carcere si dovrebbe garantire che un uomo possa restare tale, svolgendo ogni forma di attività che gli consenta di rieducarsi e di essere pronto a rientrare nella società».

Signor Presidente, a questo punto vorrei rivolgermi al mio collega Consolo e a tutti coloro che voteranno contro questo provvedimento, perché preoccupati della sicurezza dei cittadini e dei loro beni. La sicurezza dei cittadini passa anche attraverso carceri più umane. Incrudelire le pene dei detenuti significa creare nemici dello Stato che, una volta fuori, si macchieranno di delitti ben più gravi di quelli per i quali erano stati incarcerati.

L'indulto non è un atto di capitolazione È un patto fra lo Stato e i detenuti, clemenza in cambio di buona condotta per cinque anni. Quindi, l'indulto coniuga sicurezza e clemenza. Ma l'indulto deve essere l'inizio di un cammino di riforme, deve seguire l'amnistia obbligatoriamente per diminuire la sofferenza dei processi pendenti, per evitare, come diceva l'onorevole Pecorella, di celebrare molti processi  inutili per effetto dell'indulto. L'indulto deve essere l'inizio di un cammino di riforme del nostro sistema penale.

Mi avvio alla conclusione, ricordando che, in questi anni appassionati di esperienza nella Commissione giustizia e nel comitato carceri, ho avuto modo di girare l'Italia in un pellegrinaggio laico delle carceri italiane e di approfondire i problemi dei detenuti. Mi hanno colpito molto le parole che un detenuto disse al proprio medico, professor Cerando, sono la spia della situazione, lo specchio fedele della condizione del detenuto prigioniero: vivere in cella è come vivere in un corridoio; se uno cammina, l'altro sta disteso sulla branda. Si mangia gomito a gomito, si dorme come in un'astronave; devi contenderti i centimetri, gli spicchi di luce e di sole e, attraverso di essi, la vita.

Mi auguro, signor Presidente, anche grazie alle riforme che faremo, di non sentire più queste parole (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Suppa. Ne ha facoltà.

ROSA SUPPA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, prendere la parola in quest'aula per la prima volta per anticipare il mio voto favorevole sulla proposta di legge oggi in discussione mi emoziona, ma mi gratifica e non mi impedisce, tuttavia, di avvertire la responsabilità del momento che investe me come ciascuno dei presenti in quest'aula.

Un provvedimento clemenziale non era ulteriormente rinviabile. Sono ormai trascorsi, nonostante le aspettative più volte createsi in questi anni, più di 15 anni dall'ultima legge di indulto ed il Parlamento non può più sottrarsi alle sollecitazioni che sono venute non solo dall'ambiente giudiziario e carcerario, ma anche dal Santo Padre e dal Presidente della Repubblica. Sarebbe stato troppo facile rifiutare di affrontare un argomento per molti versi scomodo - un argomento che, certamente, non riceve riscontri in termini elettorali, anzi può comportare il rischio di far perdere il consenso già acquisito -, ma vi sono scelte a cui siamo chiamati dalla nostra coscienza e che dobbiamo compiere con responsabilità. Scelte che devono essere informate al senso dello Stato, rifuggendo dai luoghi comuni e delle facili argomentazioni, facendosi carico, nel rispetto anche delle paure diffuse nel nostro paese - e solo questi sono i motivi delle esclusioni oggettive -, di spiegare a fondo le ragioni e le finalità vere di un provvedimento di clemenza.

Sono profondamente convinta che la privazione della libertà sia la punizione più grande che uno Stato democratico possa infliggere ad un individuo; altro non è consentito in una società civile. Tutto quanto eccede la privazione della libertà diventa arbitraria ed illegittima violenza, è un'afflizione ulteriore che si aggiunge alla pena comminata. Per questo, uno sconto di pena non rappresenta la resa dello Stato, come hanno detto i colleghi che mi hanno preceduto, ma la scelta di uno Stato civile e democratico di riequilibrare pene accessorie perché queste vengono scontate in modo inumano.

Vi è, quindi, la necessità etica e giuridica di restituire alla pena la funzione che le è propria, secondo il dettato costituzionale e la filosofia del nostro ordinamento penitenziario, che è la filosofia di ogni società civile. La pena come rieducazione, fuori da intenti retributivi, perché solo un'esecuzione della pena volta al recupero sociale vale a rendere legittimo, anche sul piano morale, il potere di punire delle democrazie contemporanee. Il nostro sistema carcerario sembra fondato su un paradosso giuridico: «l'illegalità legale».

Una detenzione scontata in condizione civili - e, quindi, con modalità legali - è, invece, il presupposto affinché lo Stato pretenda il rispetto delle sue regole da chi queste stesse regole ha violato. È in questa ottica che possono condividersi anche le ragioni pratiche che spingono verso l'emanazione di un provvedimento di indulto, indulto come mezzo deflattivo contro il grave problema del sovraffollamento delle carceri, che non è sicuramente l'unico problema, ma è, comunque, alla base di tutte le questioni.

I numeri sono ormai noti, li ha esposti bene il relatore: oltre 61 mila persone detenute rispetto ad una ricettività di 43 mila, aumento delle patologie del sistema nervoso, purtroppo stabile il numero dei suicidi (57 nel solo 2005), comunque un aumento dei tentati suicidi (circa 900) e, addirittura, circa 6 mila atti di autolesionismo. Il sovraffollamento raggiunge in Campania, la mia regione, ed in particolare in alcune strutture carcerarie, cifre così elevate che è veramente difficile garantire le condizioni materiali minime di civiltà. Nel carcere di Poggioreale, a Napoli, il rapporto tra il numero di educatori e di detenuti è di 1 a 400. Un dato che si commenta da solo ai fini della risocializzazione del condannato, nonostante lo straordinario lavoro - lo voglio rimarcare - che viene svolto da tutti gli operatori. Mi limito ai dati perché è ancora vivo il monito che ho ricevuto da un detenuto del carcere di Poggioreale, che mi diceva: «Non si può raccontare quello che non si è vissuto e descrivere il carcere non vivendolo: è impossibile, non fatelo».

Il nostro carcere non solo è inumano, tanto da far ricevere all'Italia le denunce da tutte le associazioni umanitarie e anche dal Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, ma, soprattutto, non riesce a dare, nell'interesse primario della nostra collettività, uno scopo alla carcerazione, che - non mi stancherò mai di ripeterlo - deve tendere alla rieducazione e, talvolta, addirittura alla iniziale educazione del detenuto. Anzi, il carcere è esso stesso scuola di delinquenza, con grandissimo rischio per la sicurezza pubblica. Va quindi respinta con decisione la presunta correlazione carcerazione-sicurezza pubblica e, anzi, deve essere affermato con chiarezza che la vera prevenzione e la tanto invocata sicurezza dei nostri territori parte e deve partire, come diceva prima l'onorevole Pepe, dalle carceri.

Il provvedimento di clemenza, che mi auguro approveremo, deve essere accompagnato da assunzioni di responsabilità e da un impegno serio del Governo, per restituire immediatamente vivibilità al mondo carcerario secondo i parametri della legalità costituzionale. Occorre investire in nuove strutture e in risorse umane, nonché predisporre adeguate misure di accoglienza e di sostegno, attivando l'associazionismo e gli enti locali, per sostenere chi esce dal carcere. In questo modo si combatte la recidiva. Bisogna soprattutto evitare il ricorso a nuove misure deflattive e, quindi, optare, con modifiche del codice penale, per la previsione di pene diverse dalla detenzione. Io penso - e credo che di ciò siamo tutti convinti in questa Assemblea - che possano essere coniugate sicurezza e clemenza.

Perdonatemi la citazione, è tratta dal De clementia di Seneca: «La clemenza è la moderazione dell'animo nell'uso del suo potere di punire (...); solo gli ignoranti reputano contraria alla clemenza la severità, ma nessuna virtù è contraria ad un'altra virtù». Sembra retorica di altri tempi ed invece è verità drammaticamente attuale, perché nessuna autorità statuale può essere severa e rigorosa con i propri sudditi se non lo è prima con se stessa, attraverso l'esatta e rigorosa applicazione delle sue stesse leggi. Il sovraffollamento, con le sue ricadute nelle condizioni di vita della popolazione detenuta, rappresenta oggi, onorevoli colleghi, la prima e più vistosa tra le violazioni sistematiche della legge sull'ordinamento penitenziario (Applausi dei deputati dei gruppi de L'Ulivo, de La Rosa nel Pugno e dei Verdi).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Consolo. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE CONSOLO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, onorevoli colleghe, sono state dette e scritte molte cose riguardo alla posizione di Alleanza Nazionale sul provvedimento di amnistia e di indulto. Molte cose errate su cui è bene cominciare a fare chiarezza.

Richiamo, non a caso, anche il provvedimento di amnistia oltre a quello di indulto, ben sapendo che oggi si parla  esclusivamente di indulto, perché, al momento di votare lo stralcio delle disposizioni finalizzate ad estinguere la pena da quelle volte ad estinguere il reato, Alleanza Nazionale ha espresso un voto di astensione che è stato male interpretato. Alleanza Nazionale non si è astenuta sul merito del provvedimento: si è astenuta, per motivi tecnici, sullo stralcio del provvedimento di amnistia da quello di indulto, il che non significa che Alleanza Nazionale - mi riferisco al partito in generale, nel quale, è noto, vi sono anche posizioni diverse da quella ufficiale - discutesse e si astenesse circa l'opportunità o meno di stralciare il provvedimento di amnistia dal provvedimento di indulto. Alleanza Nazionale non può essere favorevole all'approvazione di entrambi questi provvedimenti, qualora non siano preceduti da un piano di riordino della giustizia e da specifici e precisi impegni che il ministro guardasigilli ancora non ha assunto.

Qualora non vi fosse questa posizione del Governo e della maggioranza parlamentare che lo rappresenta, Alleanza Nazionale non potrebbe che essere contraria. Mi chiedo, e vi chiedo, avendo ascoltato le appassionate argomentazioni che sono state addotte, che fanno sicuramente presa sull'osservatore meno attento: per quale motivo lo Stato dovrebbe rinunciare ad esercitare la propria potestà punitiva nei confronti di quanti hanno violato la legge e stanno, quindi, espiando la pena, al caldo, con asciugamani bagnati per il caldo eccessivo? Ma quanti italiani soffrono il caldo, senza aver violato il precetto penale? Il che non significa, sia chiaro, che le condizioni di vita nelle nostre carceri siano accettabili; è esattamente il contrario. La risposta più affrettata che è stata data a questo mio interrogativo - anche se, lo ripeto, l'argomentazione contraria presenta alcuni aspetti di validità - è che nelle nostre carceri (è stato ricordato da tutti i colleghi mi hanno preceduto) vi sono 61 mila ed oltre detenuti a fronte di una capienza di 40 mila. Ma se i detenuti sono troppi in relazione al numero dei possibili ospiti nelle nostre carceri, cosa si deve fare? Si devono ampliare le carceri esistenti e si devono costruirne di nuove.

Si può rinunciare, al buio, ad esercitare la propria capacità punitiva? Mi viene obiettato: l'articolo 27 della Costituzione prevede la pena con funzione rieducativa. Alleanza Nazionale lo sa bene. Conosciamo bene tale principio e con sofferenza assistiamo a questo sistema di pena afflittiva, contraria al nostro ordinamento. A differenza della cultura anglosassone, nel nostro ordinamento giuridico e nella nostra Carta fondamentale - lo ricordo a me stesso, - la pena deve tendere a rieducare il condannato. Mi viene risposto: come può rieducarsi un condannato se, oltre alla privazione della libertà, vi è anche questa sorta di tortura, nei fatti, rappresentata dal sovraffollamento delle carceri? Siamo d'accordo. Siamo assolutamente d'accordo. Il precetto costituzionale viene tradito: le carceri, così sovraffollate, non possono andare avanti. Siamo d'accordo, ma se vi sono troppi detenuti ciò riguarda non solo una parte dei detenuti, ma tutti; è il sistema che è sbagliato. Se vi è un'epidemia si aumenta il numero degli ospedali, non il numero dei cimiteri.

Signor Presidente, ciò che mi dà, anche a livello personale, una certa sofferenza ed un certo disagio, è sentir dire che Alleanza Nazionale «mostra i muscoli», che Alleanza Nazionale ce l'ha con i detenuti. Non è così. Non è così, perché il partito al quale mi onoro di appartenere - ed io personalmente: i colleghi della Commissione giustizia me ne daranno atto - ha cercato di chiedere, con umiltà, ma con fermezza, che fossero osservate determinate condizioni per poter, anche noi, votare a favore di questo provvedimento.

Sembra, infatti, assolutamente lapalissiano: le carceri sono piene, si costruiscano più carceri. Poiché qualcuno potrebbe obiettare che ci vorrebbe la bacchetta magica per costruire più carceri, considerato il tempo ed i mezzi necessari, allora, nel frattempo con decreto-legge, invece di prendersela con altre categorie verso le quali è stata emanata la decretazione d'urgenza, considerata la particolare  necessità ed urgenza proprio della situazione carceraria, avrebbero potuto essere perseguiti provvedimenti di reciprocità con paesi stranieri per far scontare la pena in tali paesi, facendo immediatamente ridurre il numero dei carcerati in Italia.

Dopodiché quel decreto avrebbe avuto certamente l'approvazione della stragrande maggioranza, forse addirittura maggiore dei due terzi di questa Assemblea. Invece ci si limita, al buio, a svuotare le carceri, ben sapendo - di questo, colleghi, me ne dovete dare atto - che questo provvedimento non è altro che un palliativo, che non risolve il problema principale. L'ultimo provvedimento di clemenza - assunto nel lontano 1990, quando c'era il Guardasigilli Vassalli - ha portato un beneficio di pochi mesi. Anche se all'epoca non ero parlamentare, ricordo le discussioni in Parlamento, quando si affermò che l'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale - prevista per la data fatidica del 24 ottobre 1989 - ed il provvedimento di clemenza avrebbero restituito maggiore efficienza all'ordinamento giudiziario, cosicchè non sarebbero stati necessari ulteriori provvedimenti di clemenza.

Niente di più errato. Se non ci sono stati altri provvedimenti di clemenza, è solo perché nel 1992 il quorum previsto da una legge costituzionale per l'approvazione di questo tipo di provvedimenti è stato portato a due terzi: un altro errore, al quale ho cercato nel mio piccolo di oppormi con i fatti, presentando una proposta di legge, pur essendo contrario al provvedimento di clemenza, perché trovo ridicolo che in uno Stato di diritto si possa, in base all'articolo 138 della nostra Costituzione, varare a maggioranza la Costituzione, mentre per varare un provvedimento di clemenza non è sufficiente la maggioranza, bensì occorrono i due terzi dei voti dei componenti del Parlamento. Quella proposta di legge, che avrebbe attribuito ad una maggioranza parlamentare una responsabilità maggiore rispetto a quella odierna, è rimasta lettera morta. Quel provvedimento è stato poi ripresentato nella XIV legislatura e così anche in questa XV legislatura, ma è rimasto lettera morta.

Ecco perché, colleghi, personalmente e con la stragrande maggioranza del mio partito avevamo chiesto al Guardasigilli risposte politiche ai nostri interrogativi, che non possono che essere definiti legittimi. Avevamo chiesto al Guardasigilli di integrare il disegno riformatore della legge n. 206 del 2004 - che aveva introdotto una disciplina organica in favore di chi avesse subito dei danni, per sé o per i propri familiari, a causa del terrorismo (così come avviene peraltro per le vittime della criminalità organizzata) - con una norma che prevedesse aiuti analoghi per tutti coloro che nell'adempimento del dovere, per quelle Forze dell'ordine che mi sono particolarmente care, avessero subito danni, anche in assenza di una motivazione terroristica o mafiosa alla base dell'offesa.

Nessuna risposta. Un'altra richiesta, che a me sembrava ovvia e scontata, era quella di non applicare il provvedimento di clemenza nei confronti dei plurirecidivi. Siamo andati soltanto nel tecnicismo, ai recidivi specifici.

Avevamo posto un'altra richiesta, cioè quella di imporre l'obbligo del risarcimento del danno per usufruire dell'indulto, così come quello di aver scontato almeno un terzo della pena. Di fronte alle nostre richieste la risposta è stata, signor Presidente, il silenzio e la denegazione.

Il risultato è quello di affermare che Alleanza Nazionale è contraria alla richiesta dell'indulto. Non è così, e lo sto spiegando. Noi non abbiamo visto degli impegni formali precisi da parte del Guardasigilli davanti alle nostre richieste, così come non abbiamo visto un atteggiamento costruttivo da parte della Commissione giustizia, nella quale in un primo tempo, come ben sa il relatore Buemi - che peraltro non vedo in questo momento in aula e mi dispiace - vi era stata un'apertura da parte di Alleanza Nazionale. Ecco che torna ai banchi il relatore: è bene che senta e che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Quando avevamo chiesto di  escludere i plurirecidivi dal beneficio dell'indulto, il relatore Buemi aveva detto che vi era però la norma - ben diversa - in base alla quale chi avesse commesso dei reati in un determinato periodo di tempo, che poi restrittivamente è stato portato a cinque anni, avrebbe perso ex post i benefici dell'indulto.

Abbiamo assistito - mi dispiace dirlo perché questa Commissione giustizia sta lavorando molto bene e ne devo dare atto anche al presidente - ad un balletto di numeri: i cinque anni erano stati portati a dieci, poi era stata raggiunta un'intesa di fatto con i colleghi della maggioranza per cui i dieci anni passavano a sette. Al momento di votare, i cinque anni sono rimasti un punto non valicabile: mi riferisco al periodo di tempo nel quale non dovrebbero essere commessi ulteriori reati. Non è stato preso alcun impegno normativo a favore delle vittime del dovere; non è stato preso alcun impegno a favore del risarcimento del danno; non è stata prevista alcuna norma per i plurirecidivi (quanto previsto per i plurirecidivi specifici è un'altra cosa, lo sappiamo bene).

Io mi auguro di sentire alla fine della discussione generale delle risposte concrete, ma non per me, Giuseppe Consolo, bensì per un popolo italiano che è sensibile anche nei confronti delle vittime del dovere e nei confronti delle vittime del reato, le quali rappresentano i protagonisti emarginati, in questo caso. Infatti, sfavorire e penalizzare le vittime del reato con un provvedimento a favore soltanto di chi ha commesso il reato medesimo non riequilibra in alcun modo, come dovrebbe, quel sinallagma tra chi ha commesso il reato e chi, invece, ha patito le conseguenze dello stesso.

Vi è, quindi, una palese sproporzione, nel testo della Commissione portato all'esame dell'Assemblea (mi avvio a concludere, signor Presidente; peraltro, come lei ci insegna, posso avvalermi anche del tempo assegnato ai colleghi di gruppo). Il testo, signor Presidente, signor rappresentante del Governo, favorisce infatti palesemente «Caino», favorisce palesemente chi ha commesso il reato rispetto a chi ne ha subito le conseguenze negative: quell'«Abele», quella parte più debole che ha patito, e ancora oggi patisce, il danno conseguente.

Non vorrei che, con l'approvazione di questo provvedimento, «Abele» - vale a dire, le vittime del reato - subisse anche la beffa di vedere perdonati, senza condizioni di sorta, quanti erano, sono e rimangono i suoi carnefici.

Se deve fare una scelta, peraltro dolorosa, tra «Caino» ed «Abele», il mio partito, per la maggior parte delle sue componenti, sta dalla parte di «Abele» (Applausi dei deputati del gruppo di Alleanza Nazionale).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Brigandì. Ne ha facoltà.

MATTEO BRIGANDÌ. Signor Presidente, onorevoli colleghi, vorrei anzitutto osservare che, forse, sarebbe stato meglio se questo provvedimento fosse stato condiviso da tutte le forze politiche o se, quanto meno, si fosse compiuto un tentativo in tal senso. La Lega, infatti, non è stata interpellata nel corso dell'esame del provvedimento.

Ciò detto, a mio avviso, il provvedimento dell'indulto, considerato sic et simpliciter, deve essere calato all'interno della logica, giudiziaria e storica, di questo paese. Mi spiego: parecchi anni fa, vale a dire prima di Tangentopoli, i provvedimenti di amnistia e di indulto intervenivano, di regola, ogni tre o quattro anni. Poi, ad un certo punto, a seguito della vicenda di Tangentopoli e di quell'innalzamento del quorum di cui riferiva il collega dianzi intervenuto, non si sono più varate misure di amnistia e di indulto. Molto probabilmente, proprio per via delle vicende di Tangentopoli, non si voleva generare nell'opinione pubblica il sospetto che i parlamentari, deputati e senatori, potessero favorire sé stessi.

Ma oggi una tale situazione può dirsi ormai superata; la vicenda di Tangentopoli si è conclusa e questa Camera ed il Senato devono riacquistare la loro dignità. A mio  avviso, se un provvedimento di indulto deve essere varato, esso deve intendersi come atto di clemenza e, quindi, senza alcuna preclusione rispetto ad eventuali fatti commessi, in ipotesi, da parlamentari. Per esemplificare, non ha senso varare l'indulto per tutto il mondo tranne che per Previti, un cittadino che era parlamentare e che, avendo sbagliato, è in carcere. Se la Camera ritiene di approvare un provvedimento di clemenza, il cittadino Previti ha diritto di godere di tale misura esattamente come tutti gli altri. Infatti, come è vero che i parlamentari non devono essere considerati con maggiore favore rispetto agli altri cittadini, così è altrettanto vero che essi hanno almeno pari dignità rispetto a tutti gli altri.

Seconda questione, a me più cara: bisogna tenere presente il motivo ispiratore del provvedimento. Mi piacerebbe che il relatore spiegasse la ragione per la quale si intende oggi varare tale atto di clemenza. Tra le finalità che ho sentito addurre a giustificazione dell'adozione del provvedimento di clemenza, vi sarebbe la necessità di ridurre il sovraffollamento delle carceri. A tale riguardo, mi sono stati forniti studi di settore dal mio partito, con statistiche relative al numero dei detenuti e di quanti fruirebbero dell'atto di clemenza, ipotesi di esclusione in base alle condizioni soggettive, e via dicendo. Bisogna dirlo in maniera chiara: in questo momento - è un'idea alla quale io sono affezionato - stiamo pagando lo scotto per aver subito il fascismo nel secolo scorso. Non è fantasia; il problema è costituito dal fatto che, nel secolo scorso, la magistratura era una istituzione intoccabile, al punto che il regime fascista ha dovuto istituire i tribunali speciali perché non riusciva ad ottenere le sentenze secondo la giustizia quale era intesa dal fascismo. Il prestigio che aveva un secolo fa, la magistratura se lo porta dietro ancora oggi. Perciò, qualsiasi iniziativa intrapresa da un parlamentare, anche la migliore del mondo, non va bene; invece, qualunque cosa un magistrato faccia, anche la peggiore del mondo, è considerata valida ed idonea.

Ricordo, a titolo di esempio, quell'orrendo delitto commesso a Biella nei confronti di una ragazza la quale è stata tormentata da un corteggiatore che è arrivato fino al punto di ucciderla. Intervistato, il magistrato alzò le spalle e affermò di non aver potuto fare alcunché - sull'omicida pendevano 200 denunce - perché la minaccia non prevede l'ordine di cattura. Non un solo rappresentante politico o un mezzo di comunicazione di massa, compresa la RAI, hanno fatto presente che, se è vero che la minaccia non prevede l'ordine di cattura, è altrettanto vero che prevede un processo. I magistrati devono celebrare i processi e, se avessero celebrato 200 processi con condanne di sei mesi l'uno, quel tale sarebbe stato in carcere e non avrebbe commesso l'omicidio.

Il problema è che il provvedimento di clemenza dell'indulto può essere condiviso soltanto se siamo d'accordo sul fatto che la magistratura lavora male. Dispongo di tutti i dati tranne di quelli relativi a coloro che sono in carcere in via provvisoria, senza che sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Tuttavia, se le carceri sono sovraffollate, a questi ultimi dati dobbiamo mettere mano e dobbiamo renderci conto che i processi devono essere celebrati e in carcere devono stare le persone che sono state condannate. Bisogna provvedere al reinserimento ed è necessario che ci siano i giudici incaricati di seguire il momento dell'esecuzione - altrimenti evitiamo la fase del giudice dell'esecuzione e sostituiamolo con l'assistente sociale! - e di sfoltire, quanto più possibile, le carceri. Altro che teoria della supplenza della magistratura rispetto al Parlamento che non fa le leggi! Bisogna che si affermi in modo chiaro che questa è una teoria della supplenza del Parlamento rispetto ai giudici che non giudicano, che non fanno il loro lavoro o lo fanno male! Sono persone che beneficiano di 45 giorni di ferie all'anno, che lavorano se vogliono lavorare, altrimenti non lavorano e non c'è nessuno che li controlli. Potrei occupare il tempo a mia disposizione  e quello degli altri colleghi che interverranno successivamente per spiegare questi fatti.

L'impostazione che bisogna dare, secondo me, è la seguente: noi dobbiamo pervenire all'indulto per un motivo molto semplice, cioè perché abbiamo un problema da risolvere: il cattivo comportamento della magistratura. Questo problema, tuttavia, non possiamo risolverlo esclusivamente attraverso l'indulto. Mi piacerebbe confrontarmi con chi intende adottare questo genere di provvedimenti, perché io sono concettualmente più favorevole ad una ipotesi di amnistia che ad una ipotesi di indulto. Il motivo è estremamente semplice: nel caso di amnistia, il meccanismo - dati i presupposti che esporrò - interviene su ipotesi di reato; nel caso di indulto, invece, siamo di fronte a un provvedimento di clemenza che interviene su reati oggettivamente commessi. L'indulto, infatti, è concesso una volta che sia accertata l'esistenza del reato e sia definitiva la sentenza di condanna. Peraltro, se di opportunismo si può parlare, siamo di fronte ad un ulteriore carico di lavoro per i magistrati, i quali dovranno celebrare il processo, concluderlo e, una volta terminato, dovranno, di fatto, «pestare l'acqua nel mortaio» in quanto emetteranno una condanna che non sarà eseguita in virtù del provvedimento di indulto.

A questo proposito, vorrei segnalare due momenti - che ritengo significativi - vissuti nei giorni scorsi qui alla Camera. Mi riferisco all'appello rivolto dall'onorevole Casini e recepito dal Presidente in occasione di quello che è stato definito un attacco giudiziario nei confronti del collega Fitto. Come il Presidente stesso ha detto, bisognerà cercare delle soluzioni per riequilibrare il fronteggiarsi di quelli che a tutti gli effetti sono due poteri dello Stato. In realtà, anche se parlo di poteri dello Stato, sappiamo che la magistratura non è tale, posto che la Costituzione stessa la ritiene un ordine. La magistratura non può essere un potere dello Stato perché in base alla Rivoluzione francese il potere deriva dal popolo; quindi, se la magistratura è un potere, si faccia eleggere (siamo anche disponibili a questa ipotesi)!

Vorrei anche segnalare il caso di diniego all'arresto di due colleghi, la scorsa settimana, caso in cui si è visto come l'intera Camera abbia ritenuto il provvedimento dei giudici palesemente persecutorio nei confronti dei deputati interessati. Inoltre, osservo che il diniego del provvedimento restrittivo presuppone non l'accertamento della fondatezza o meno dell'ordine di cattura, bensì l'accertamento - cosa che abbiamo fatto all'unanimità - del fumus persecutionis. In sostanza, abbiamo riconosciuto che alcuni giudici stanno perseguitando alcuni politici.

Ricordo - non ero parlamentare ma ho seguito l'evento in televisione - la visita in quest'aula del Santo Padre, il quale ha invocato un provvedimento di clemenza davanti a tutta l'Assemblea. Tale provvedimento non è stato adottato. Ciò significa - è stata una responsabilità abbastanza seria che ci siamo assunti - che la Camera non ha ritenuto, allora, di poter procedere in termini di un provvedimento di clemenza secco, espressione di un potere «grazioso» dello Stato (in realtà, del Presidente della Repubblica, per il tramite delle Camere, che adottano tale provvedimento di clemenza). In quel caso si è detto «no».

Se dunque ciò è accaduto, significa che il provvedimento di clemenza deve essere adottato in presenza di forti ragioni politiche, più forti dell'invito che il Santo Padre ha lanciato in quest'aula. Io, però, simili forti ragioni politiche non le vedo, perché il sovraffollamento delle carceri non è certamente una forte ragione politica, bensì un problema al quale bisogna dare risposta, mettendo «al trotto» coloro che vi sono preposti, che fanno 45 giorni di ferie l'anno, guadagnando quanto un parlamentare, con la differenza che i parlamentari sono 900 e loro sono 9 mila e il 60 per cento del loro lavoro viene in pratica svolto da precari pagati 50 euro a sentenza: i giudici di pace. Questa è la verità! Quindi, un provvedimento per lo sfollamento delle carceri andrebbe sollecitato in questo senso.

Ma allora, quale altra ragione politica potrebbe esservi? Personalmente, ne vedo solo una. Il collega Castelli ha proposto una riforma dell'ordinamento giudiziario, per la verità in maniera molto blanda. È chiaro, infatti, che un conto è il pensiero, altro conto è ricercare le convergenze in aula. Tuttavia, ritengo che potremmo varare questo provvedimento se abbiamo in cantiere degli accordi, se esistono dei meccanismi attraverso i quali raggiungere un accordo su un punto fondamentale, quello, cioè, di dare un riassetto generale al sistema della magistratura.

Un appello più forte di quello lanciato dal Pontefice potrebbe essere dato solo da un riassetto costituzionale della magistratura; occorre cioé che quest'organo dello Stato si metta davanti allo specchio, la smetta di «mettere le zampe» anche in quest'aula, di essere parte di una corrente o di un partito (o peggio, la corrente principale di questo o quel partito posto che, ultimamente, mi chiedo chi comandi, se la corrente o il partito), e si dia un riassetto in maniera politica e democratica.

I giudici ci devono dire di voler fare i giudici, di voler essere sottoposti alla legge - quindi, sotto la legge -, senza che vi sia alcun tipo di intralcio di carattere politico.

Ricordo i congressi della magistratura quando la corrente della magistratura indipendente dichiarava la propria indipendenza anche dai politici. Avevano ragione: fuori i politici dalla magistratura e, soprattutto, fuori i magistrati dalla politica!

Non vorrei essere sgradevole nel fornire un elenco di nomi, ma vorrei sapere quali meriti politici hanno avuto illustri magistrati che, appena entrati in politica, sono stati incaricati di fare i ministri.

Noi della Lega, che vantiamo il merito di attaccare manifesti, scontrandoci con le segreterie politiche e provinciali, vediamo una serie di giudici per i quali il Parlamento è un cursus honorum per arrivare a determinate cariche. Dovete dirmi cosa ha fatto politicamente il ministro Di Pietro prima di diventare ministro! Quale merito aveva se non quello di aver attribuito riconoscimenti ad una determinata parte politica? Ricordo, anche in quest'aula, alcuni interventi, anche tragici, ove parti politiche hanno usato, purtroppo, la magistratura come una clava.

Se affermiamo che la magistratura è un potere, visto che il potere deriva dal popolo, occorre che i magistrati siano eletti. Almeno, vi sarà una giustizia di maggioranza contro una minoranza, che è certamente peggio di una giustizia di un magistrato sottoposto alla legge, ma che darebbe il primato di una giustizia giusta. Invece, sono nate queste correnti e le persone si sono inserite in questo meccanismo politico: vi è una magistratura che porta avanti una giustizia di minoranza contro la maggioranza.

Allora, se vi è questa idea e questa intenzione, ritengo che un riequilibrio dell'assetto costituzionale dello Stato possa rendere accettabile il diniego fatto al Pontefice. Ma, se tale meccanismo non sussiste, siamo nuovamente di fronte ad un criterio non giustificabile logicamente.

Se, allo stato attuale, i politici sono considerati la sentina della società, non si potrà andare molto in avanti. Occorre che la Camera ed il Senato riacquistino il proprio prestigio e la loro importanza in quanto, senza tali istituzioni, manca la democrazia!

PRESIDENTE. Sospendo la seduta per cinque minuti.

La seduta, sospesa alle 10,55, è ripresa alle 11.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Leoluca Orlando. Ne ha facoltà.

LEOLUCA ORLANDO. Signora Presidente, signor rappresentante del Governo, colleghi deputati, questo è il primo intervento in materia giudiziaria del nuovo Parlamento e di questa Camera dei deputati dopo le elezioni dell'aprile scorso. Questo mio intervento è il primo di quelli che i parlamentari dell'Italia dei Valori faranno per spiegare le ragioni di una posizione molto forte e chiara.

Noi siamo convinti che bisogna procedere in armonia con una riforma del sistema penale e, all'interno di questa, anche con l'adozione di atti di clemenza, peraltro previsti dalla nostra Costituzione.

Siamo di fronte, invece, soltanto ad un atto di clemenza, peraltro parziale, in quanto si prevede il solo indulto, e all'assenza di una ipotesi di riforma, anzi - cosa ancor più grave -, siamo in presenza di un atto di clemenza in contrasto con le ipotesi di riforma nelle quali noi dell'Italia dei Valori crediamo e nelle quali crede la coalizione dell'Unione.

Si adduce, come ragione di questa scelta, il sovraffollamento degli istituti carcerari. Si parla di un sistema carcerario che dovrebbe essere civile, della funzione rieducativa della pena e della sua umanizzazione. Si parla dell'esigenza di un trattamento diverso e migliore dei detenuti e anche di coloro che detenuti non sono, ma che, per ragioni di lavoro, operano all'interno degli istituti carcerari.

Si parla di tutto questo ma, in realtà, si propone soltanto un indulto, senza amnistia e senza riforma. Si afferma che devono essere esclusi da questa applicazione i reati commessi successivamente al 2 maggio 2006. Si sceglie questa data, piuttosto che, come si potrebbe fare, una data anteriore.

Si sceglie anche di escludere i reati che presentano particolare allarme sociale. Qui è evidente la contraddizione, perché, nell'individuazione dei reati che causano particolare allarme sociale, sostanzialmente assistiamo ad una elencazione che riguarda il terrorismo, la mafia e la pedofilia, ma non i reati che, a nostro avviso, destano particolare e gravissimo allarme sociale e che contrastano con l'esclusione annunciata in via di principio.

Voglio citare per tutti l'esempio dell'articolo 416-ter. Ritiene il Parlamento che non produca allarme sociale il voto di scambio mafioso? Questo indulto produrrebbe effetti, ove venisse approvato nel testo proposto dalla maggioranza della Commissione, nei confronti di condannati per reati di voto di scambio mafioso. La data del 2 maggio serve proprio a coprire le elezioni di questo Parlamento. Quindi, se durante le elezioni politiche nazionali qualcuno avesse commesso il reato di voto di scambio mafioso, starebbe tranquillo, perché l'indulto opererà a favore della sua non espiazione della pena.

Come se non bastasse, si ritiene che non destino allarme sociale i reati previsti dai capi primo e secondo del titolo I del libro secondo del codice penale? Il reato di peculato non determina allarme sociale? La malversazione in danno dello Stato non determina allarme sociale? La concussione non determina allarme sociale? La corruzione in atti giudiziari? Si è approvata una apposita norma, l'articolo 319-ter, proprio per il particolare allarme sociale causato dalla corruzione di magistrati, perché vogliamo essere liberi da un sistema nel quale esistono corruttori di magistrati e, soprattutto, magistrati corrotti. L'indulto si applica anche a loro.

L'indulto si applica anche all'articolo 372, in materia di falso in informazioni al pubblico ministero, all'articolo 459, sull'avvelenamento delle acque. Ma l'avvelenamento delle acque non è un reato che produce allarme sociale? L'indulto si applica ancora, all'articolo 440, sull'adulterazione alimentare, e non produce, questa, allarme sociale?

Si dice che vi sia sovraffollamento delle carceri, ma esso non dipende dai responsabili di questi reati perché, per fortuna, il voto di scambio mafioso non riguarda migliaia di persone. Invece, si utilizzano le vittime di una brutta legge, la cosiddetta Bossi-Fini, come «ostaggio», come un cavallo di Troia che serve ad inviare un messaggio, che è esattamente l'alternativa rispetto alla riforma della giustizia penale.

Per favore, per rispetto alla mia identità di laico e di credente, per rispetto al Santo Padre e al Parlamento, non ritengo opportuno continuare a citare l'intervento del Pontefice in Assemblea: è una mancanza di rispetto per il Santo Padre e per il Parlamento. È mancanza di rispetto pensare che Giovanni Paolo II avesse voluto far riferimento alle false comunicazioni sociali ed ai reati contro la pubblica amministrazione.

Dobbiamo farci carico di dire «no» al voto di scambio mafioso, dire «no» in maniera chiara «ai furbetti del quartiere» e ai vari personaggi coinvolti nello scandalo Parmalat e dintorni, ai corruttori di magistrati ed ai magistrati corrotti, se non vogliamo che il Parlamento inizi nel modo peggiore ad affrontare i temi della giustizia.

Chiediamo che si proceda a depenalizzare alcuni reati, si proceda a depenalizzare la cosiddetta Bossi-Fini, piuttosto che a ripenalizzare, come proponiamo, il falso in bilancio. Questo è il nostro appello, affinché il provvedimento di legge in esame non sia un cavallo di Troia.

È vero: è necessario un patto, in quanto occorre una maggioranza di due terzi, ma se il patto...

PRESIDENTE. Onorevole, dovrebbe concludere: il tempo a sua disposizione è terminato.

LEOLUCA ORLANDO. Grazie, signora Presidente, utilizzerò anche parte del tempo concesso ai colleghi del mio gruppo.

Ma se il patto dovesse, eventualmente, avere per oggetto, come accade, uno sciagurato provvedimento legislativo, possiamo chiamare questo patto «sciagurato», un patto che gli elettori non capirebbero.

Per questo rivolgiamo un forte appello a tutte le forze del Parlamento e, in particolare, ai partiti dell'Unione. Che cosa avrebbero fatto, che cosa avremmo fatto, se tale proposta fosse stata presentata dalla coalizione della Casa delle libertà? Avremmo parlato di «salva corrotti», di «salva corruttori», di «salva evasori», di legge ad personam, di «salva Previti» e di «salva Berlusconi».

Per favore, serve coerenza con quanto, anche in Parlamento, abbiamo detto nei giorni passati e su cui abbiamo ottenuto il consenso da parte degli elettori! Serve coerenza anche con l'ipotesi di riforma del sistema carcerario e del sistema giudiziario che questo «sciagurato» provvedimento smentisce clamorosamente.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Naccarato. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO NACCARATO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la proposta di legge in discussione nasce innanzitutto dall'esigenza di rispondere al sovraffollamento della popolazione carceraria, come ha bene illustrato il relatore questa mattina.

Si tratta di un problema antico e, infatti, anche nella passata legislatura si discusse a lungo e in più occasioni di indulto. Alla fine del 2005, si arrivò addirittura a porre in votazione, e a respingere nei fatti attraverso l'approvazione di alcuni emendamenti, un provvedimento per la concessione di amnistia e di indulto.

In passato, il Parlamento è ricorso più volte a provvedimenti di questo tipo. Dal 1946 ad oggi vi sono stati venti provvedimenti, per quanto riguarda solo l'indulto, che hanno rappresentato uno strumento efficace per ridurre il sovraffollamento negli istituti carcerari. I dati sono conosciuti (diversi interventi si sono soffermati su tali aspetti): abbiamo, oggi, circa 16.700 carcerati in più rispetto alla capienza possibile, quasi il 45 per cento in più di quelle 43 mila potenziali presenze che le nostre carceri potrebbero ospitare.

Ciò significa che le nostre carceri versano in condizioni difficili, spesso al limite della sopportabilità, e che i detenuti e gli altri soggetti che lavorano in questa struttura (penso in particolare agli agenti di polizia penitenziaria ed al personale amministrativo) subiscono condizioni peggiori di quanto il nostro ordinamento preveda.

Non dobbiamo scordare, infatti, che l'articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato ed il carcere, perciò, è il luogo dove il condannato sconta una pena e viene privato della libertà.

Il carcere è anche il luogo dove lo stesso condannato dovrebbe essere recuperato per essere reinserito come cittadino nella nostra società. Oggi, molto spesso e soprattutto a causa delle condizioni delle carceri, accade esattamente il contrario. Il carcere è un luogo criminogeno dove i condannati, magari per reati minori, imparano a delinquere ed entrano in relazione con soggetti ed organizzazioni criminali  che accolgono il detenuto al termine della pena. Il carcere è in molte occasioni una scuola di malavita, che non migliora le persone, ma al contrario le riempie di odio verso la società e le mette in condizione di delinquere di più e peggio nel momento in cui escono dalle strutture.

In questo modo, rischiamo di convivere con un atteggiamento di grande ipocrisia e di scarsissima efficacia nella lotta alla criminalità. Non si può continuare a fingere senza vedere che l'attuale situazione carceraria rende in realtà la nostra società meno sicura. Con queste motivazioni si è posta l'esigenza di un provvedimento di indulto. Infatti, se le carceri funzionano meglio, possono recuperare delle persone e contribuire a reinserirle nella vita comune.

Il sovraffollamento - ho ascoltato in proposito l'intervento dell'onorevole Brigandì - non è causato dai giudici che non lavorano. Credo dovremmo finirla di dare la colpa di tutto ciò che non funziona nel nostro paese ai magistrati, magari utilizzando espressioni più o meno offensive. Dovremmo dire la verità su un altro aspetto: casomai, il sovraffollamento è causato dagli scarsi investimenti dello Stato nelle strutture relative al funzionamento della giustizia, delle carceri. In particolare, nella scorsa legislatura vi sono state riduzioni particolarmente significative in questo campo. Forse, lì troviamo le cause del sovraffollamento carcerario, e non nel lavoro che molti carcerati - come noto - svolgono in maniera egregia nel rispetto delle nostre istituzioni e del nostro ordinamento.

Con queste finalità, il provvedimento in discussione contiene diversi aspetti positivi. In particolare, propone un indulto condizionato, una sorta di patto tra Stato e condannato. In cambio di uno sconto di pena, il beneficiario non deve commettere reati nei cinque anni successivi, pena l'annullamento dell'indulto. A me pare un modo concreto e semplice per offrire un'opportunità a chi è stato condannato, cercando in questo modo di limitare e contrastare i rischi, molto frequenti, che il detenuto, una volta fuori, ricominci a delinquere.

L'indulto, inoltre, estingue solo la pena e non il reato. Pertanto, presuppone l'accertamento della colpevolezza dell'imputato e il completamento dell'azione penale. Non vi è, dunque, alcun colpo di spugna. Anche su questo punto, credo sia opportuno che nel nostro dibattito vi sia la massima chiarezza: non vi è alcun colpo di spugna, ma semplicemente una riduzione, dopo l'accertamento della colpevolezza, della pena detentiva.

Per tali ragioni, appaiono strumentali le critiche di chi vorrebbe estendere i reati esclusi dall'indulto a delitti odiosi e gravi, ma che già oggi non comportano di fatto la detenzione in carcere.

Per i reati contro la pubblica amministrazione, della cui gravità siamo convintissimi (non servono il dibattito di questi giorni ed ulteriori elementi di convinzione in questo senso), è importante l'accertamento delle responsabilità, delle relazioni criminali, dei complici coinvolti. Per questo motivo, non vogliamo l'amnistia, che estinguerebbe il reato. Tuttavia, bisogna anche sapere, per essere efficaci e concreti nella lotta contro questi reati, che per punire i colpevoli di reati contro la pubblica amministrazione spesso, più che le pene detentive, sarebbero molto efficaci l'interdizione dai pubblici uffici o serie pene pecuniarie che, non a caso, sono escluse dal provvedimento di cui si sta ragionando. Infatti, a questo tipo di pene l'indulto non si applica, lasciando intatto il sistema sanzionatorio verso i colpevoli di simili reati. Su questo tema la Commissione ha discusso a lungo e credo si sia raggiunto un buon punto di intesa.

Ritengo che, senza cedere a spinte di natura demagogica o all'attenzione che l'opinione pubblica sta rivolgendo, in particolare, a questo aspetto del provvedimento, dobbiamo dire con chiarezza che con l'indulto - nel testo licenziato dalla Commissione che è oggi in discussione - tutti i processi si svolgeranno, i reati saranno perseguiti e i colpevoli saranno individuati e puniti, anche rispetto a quei reati di cui parlava il collega che mi ha preceduto. Mi riferisco ai reati finanziari, ai reati contro la pubblica amministrazione  e al reato di cui all'articolo 416-ter del codice penale. Le responsabilità saranno accertate. Inoltre (anche su questo punto credo sarebbe giusto prestare un po' di attenzione), sono stati esclusi alcuni reati oggettivamente pericolosi dal punto di vista dell'allarme sociale che destano. Non credo che questi ultimi possano essere paragonati ad altri reati che, invece, abbiamo compreso nel provvedimento. Parliamo dei reati contro le istituzioni democratiche (come i delitti di terrorismo interno e internazionale, la partecipazione a banda armata, i reati per mafia) e di reati gravissimi contro la persona come la violenza sessuale, il sequestro di persona, la pedofilia, nonché la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti.

Questi sono i reati che sono stati esclusi dall'ambito di applicazione dell'indulto.

Infine - e concludo -, per rendere più credibile ed efficace il provvedimento, tutti dovremmo cominciare ad immaginare di accompagnare all'indulto misure che favoriscano e consentano il reinserimento dei detenuti, in applicazione dell'articolo 27 della Costituzione: credo che questo sarà il terreno dell'ulteriore lavoro della Commissione e del Parlamento (Applausi dei deputati del gruppo de L'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pecorella. Ne ha facoltà.

GAETANO PECORELLA. Signor Presidente, vorrei dire subito all'amico Consolo che non sto dalla parte di Caino (e credo che nessuno di noi stia dalla parte di Caino); ciò non significa, però, che non riconosca anche a Caino il diritto di essere trattato come un essere umano, il diritto a vedere rispettata la sua persona.

Credo che, nella discussione di un provvedimento difficile ma importante, dovremmo abbandonare, con lucidità e con senso di responsabilità, ogni divisione ideologica. Non vi sono, come si vorrebbe far credere, due visioni contrapposte del mondo: da una parte, coloro che si schierano con gli autori dei reati, dall'altra, quelli che si schierano con le vittime; da una parte, chi è tollerante, dall'altra, chi sceglie la strada del rigore; da una parte, chi vede la pena come rieducazione, dall'altra, chi la vede come vendetta. Viceversa, dovremmo ragionare in termini molto concreti, tenendo conto della situazione che dobbiamo affrontare: parliamo di indulto non per la scelta libera di affrontare il tema, ma perché uno stato di necessità ce lo impone.

Tutti i colleghi che sono intervenuti si sono trovati d'accordo su un dato. Oggi, la situazione carceraria non corrisponde in alcun modo a ciò che vorrebbe la Costituzione: la Costituzione vuole una pena che tenda alla rieducazione. Per questo ci vogliono spazi, ci vuole l'istruzione in carcere, ci vuole il lavoro, ci vuole lo sport: in sostanza, un sistema carcerario che restituisca alla società un uomo migliore rispetto a quello che vi era entrato. Credo che un senso di pudore ci impedisca di affermare che le carceri hanno oggi, in misura minima, un simile ruolo. Quindi, come politici e come uomini di legge, dobbiamo prendere atto che lo Stato italiano non ha rispettato e non sta rispettando la Costituzione oramai da molti anni.

La Costituzione contiene anche un limite all'accettabilità della pena. Il limite è che la pena non deve essere contraria al senso di umanità. Allora, dovremmo chiederci - e dovrebbero chiederselo coloro che sono contrari all'indulto - se la visione delle carceri di oggi offenda o meno il nostro senso di umanità.

Signor Presidente - mi rivolgo a chi si è dichiarato contrario -, io credo che il senso di umanità consista semplicemente nel non volere che un uomo soffra più di ciò che è giusto per quanto riguarda la pena che deve scontare; il senso di umanità consiste nell'avere la certezza che ogni uomo è comunque rispettato, anche nel momento in cui deve pagare per le sue colpe. Siete convinti, voi che vi opponete, che il vostro senso di umanità resti indifferente rispetto alla situazione attuale delle carceri?

Se questa è la situazione, se le cose stanno così - e stanno così -, il Parlamento ha l'obbligo di porre rimedio alla  mancata attuazione, all'offesa di un principio costituzionale. Sembra quasi strano che non ci si renda conto che una norma di questo peso, come l'articolo 27 della Costituzione, sia violata e che qualcuno voglia continuare a violarla.

Se ciò è vero, bisogna trovare un rimedio: questo è il punto, non la vittima, l'autore o altro, ma il rimedio. Ci sono altri rimedi, oggi, diversi da un provvedimento di clemenza? Certo, c'è la possibilità di costruire nuove carceri. Oggi? Nell'arco di tempo necessario perché questa situazione diventi più tollerabile? C'è la possibilità di cambiare il codice penale, il codice di procedura penale. Oggi? Nei tempi necessari perché questa situazione diventi più tollerabile?

L'onorevole Consolo proponeva un decreto-legge per consentire agli stranieri di scontare la pena nel loro paese. Mi permetto di fargli osservare che non si può procedere in questo modo: bisogna fare i trattati internazionali, e per fare i trattati internazionali ci vuole tempo, come per costruire le carceri, come per consentire di avere un nuovo codice penale. Non possiamo nemmeno - lo dico con tutta franchezza - non tenere conto che siamo stati responsabili per cinque anni dell'amministrazione della giustizia, ed oggi non possiamo dire che se certe cose non sono state fatte non sia anche responsabilità di chi ha amministrato questo paese.

L'indulto non è un'invenzione di un gruppo di persone troppo buoniste; l'indulto è previsto dalla Costituzione. È uno strumento che la Costituzione ha considerato per un motivo molto chiaro: quello di consentire che la pena, che non deve essere contraria al senso di umanità, quando vi siano situazioni di emergenza, recuperi le sue caratteristiche costituzionali attraverso un provvedimento di clemenza. Perché mai la Costituzione si sarebbe dovuta preoccupare di regolamentare l'indulto se questo non fosse un istituto di bilanciamento, di contrappeso all'interno della Costituzione? Tale istituto è così rilevante che non si potrebbe cancellarlo dal nostro ordinamento, se non attraverso una legge costituzionale.

L'indulto non è soltanto uno strumento per sfollare le carceri: questa è una visione troppo semplicistica del problema. Calcoliamo la pena attraverso il tempo: il tempo di un giorno, di un anno, di dieci anni. Tuttavia, il tempo non è sempre uguale. Lo sappiamo bene, la nostra vita ha tempi diversi: un'ora di felicità può avere la durata di un secondo di sofferenza. Ebbene, il tempo delle carceri cambia a seconda del trattamento a cui una persona è sottoposta. Un anno di carcere dove sia rispettata la persona e le sia dato ciò di cui ha diritto è diverso rispetto ad un anno trascorso in un carcere dove viene negata anche l'umanità che a tutti compete, fuori o dentro dal carcere. Credo che, nel momento in cui pensiamo ad un provvedimento di indulto, abbiamo anche in mente che quando si sconta la detenzione in questo tipo di carceri i tempi sono molto più lunghi e molto più pesanti.

Certo, a noi sta a cuore anche la sicurezza, non c'è dubbio: è la base della vita sociale. Questo provvedimento ne tiene conto perché ha voluto escludere i reati di grave allarme sociale e ha voluto prevedere la revoca, una condizione per cui coloro che escono dal carcere, in quei tre anni che probabilmente li avrebbero resi peggiori per il trattamento subito, sappiano che torneranno in carcere se non rispetteranno le regole della società.

Qualcuno vorrebbe l'esclusione di alcuni reati non perché questo risponda ad un principio di giustizia, non perché risponda ad un principio di sicurezza, ma in odio a qualcuno. Ebbene, non credo si possano approvare provvedimenti in odio a persone particolari. La scelta della Commissione si è basata su alcuni criteri razionali: i precedenti, la natura violenta e l'eccezionale odiosità dei reati, i criteri di esclusione previsti nella legge del 2003, il cosiddetto indultino, il testo unitario che si è rifatto ai testi base. Dunque, si tratta di una soluzione condivisa, non perché vi sia una convergenza di interessi singolari, come qualcuno sostiene, ma perché è un punto di equilibrio e sappiamo bene che l'indulto e l'amnistia non si possono approvare, se non si raggiunge un punto di  equilibrio tra le diverse forze politiche. A nostro avviso, il testo presentato all'Assemblea contiene le caratteristiche dell'equilibrio; quindi, crediamo vada sostanzialmente mantenuto.

Siamo egualmente sensibili alle vittime dei reati. Chi non lo è? Chi non è sensibile a chi ha subito una violenza, un torto? Ma questo non significa che si debba trasformare la pena in una vendetta, perché se concepiamo la pena come una vendetta, torniamo al principio del taglione.

Questo non significa che il rispetto delle vittime non comporti anche, in misura diversa e secondo criteri diversi, il dovere di rispettare anche l'autore del reato. Ad avviso dell'onorevole Consolo, avremmo dovuto prevedere il risarcimento come condizione. Ma perché non è così e perché non è possibile? In primo luogo, perché ciò avrebbe creato una disparità tra coloro che sono in grado di risarcire e coloro che non sono in grado di farlo. In secondo luogo, perché il risarcimento è già previsto nella sentenza di condanna, quindi, o la sentenza può avere esecuzione, perché vi sono i beni, o non può avere esecuzione. Non è che non abbiamo voluto prevedere il risarcimento, perché non abbiamo interesse alla tutela della vittima. E poi, d'altra parte, la vittima, che è presente e forte e che giustamente è la persona offesa nel nostro ordinamento, non esclude che l'ordinamento preveda una serie di istituti che tengano conto del passare del tempo nell'esecuzione della pena e sono istituti che non sono di oggi, ma che risalgono addirittura ai tempi di Stati autoritari: la sospensione condizionale della pena, la liberazione anticipata, la semilibertà, la liberazione condizionale, la conversione della pena detentiva in pena pecuniaria, che tanto è servito anche a qualcuno che è un rappresentante importante della politica.

Bene, queste sono misure ordinarie. Riteniamo che oggi sia necessario un provvedimento eccezionale per la situazione eccezionale in cui ci troviamo. Non andiamo contro la logica del codice. Attuiamo una norma costituzionale, che è l'indulto, e ne rispettiamo un'altra, che è l'articolo 27.

Nel concludere il mio intervento, chiedo soltanto che si torni al rispetto della ragione e del buonsenso. Non è il momento di farsi propaganda politica sulla sofferenza di qualcuno. Credo che, se il Parlamento arrivasse ad un voto senza divisioni, darebbe un segno di saper guardare al di là degli interessi di parte, anche al di là dell'utilità che può arrivare da una scelta piuttosto che da un'altra. Il Parlamento sa guardare ai diritti fondamentali della persona, come uno dei suoi compiti e delle sue missioni fondamentali. Credo che, in tal modo, ci dimostreremmo giusti e responsabili, non scontrandoci per cercare di guadagnare un voto in più o in meno. Non è questa la nobiltà della politica (Applausi dei deputati dei gruppi di Forza Italia, de L'Ulivo e dei Verdi - Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Capotosti. Ne ha facoltà.

GINO CAPOTOSTI. Signor Presidente, signori rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, molto è già stato detto in quest'aula stamattina in ordine al testo su cui discutiamo. Tuttavia, vorrei sottolineare ancora una volta le condizioni obiettive nelle quali ci muoviamo.

Parliamo dunque di un sistema giustizia che è assolutamente in crisi, che è in ritardo in ordine ai molti moniti provenienti dall'Unione europea e ai molti precetti contenuti nella nostra Costituzione: quindi, su tutti i fronti. Possiamo parlare del processo civile, del processo penale - per tacere delle altre giurisdizioni -, del sistema carcerario, come quest'oggi in qualche modo ci accingiamo a fare. Parlare del sistema carcerario vuol dire sottolineare la natura della pena e cercare di capire - nell'adempimento di una funzione che compete allo Stato sociale, cioè ad uno Stato avanzato che promuove la personalità dei singoli, che è funzione dei singoli che lo compongono e che, quindi, è semplicemente un ente esponenziale, non  un ente che dall'alto procede autonomamente - e di rivedere il sistema delle pene.

Un sistema che dovrebbe essere improntato, come già è stato detto, ad una funzione di repressione, di prevenzione, ma, certamente - e questo è il dato carente -, di reinserimento sociale. Per noi cattolici pensare ad una pena che non tenda alla rieducazione e non consenta oggettivamente di reinserirsi nel tessuto sociale vuol dire commettere un abominio, vuol dire che lo Stato non assolve ai suoi doveri e non tende a quelle conquiste di civiltà e libertà che hanno fatto dell'Italia un grande paese nel mondo. Noi non vogliamo abdicare a questa funzione, non vogliamo pensare che lo Stato italiano sia così in difficoltà, che questa Camera sia così in difficoltà, da non partire dalle condizioni obiettive.

Allora, si parla dell'indulto, un istituto costituzionale, premiale, così viene definito nei codici. In buona sostanza, il testo odierno parla di una liberazione anticipata, che consente ad una serie di soggetti di uscire prima di essere messi in libertà, a condizione che non ricadano ancora in errore. Quindi, parliamo di una misura di clemenza estremamente limitata e condizionata, che non incide sull'accertamento del reato, cioè sulla violazione penale. La violazione penale è stata accertata, rimarrà iscritta, ma persone che hanno sbagliato avranno la possibilità di mettersi prima alla prova. Quindi, si tratta di un istituto che, da un lato, ha una funzione, più che sociale, squisitamente politica nel senso che prima ho enunciato, dall'altro, tiene anche conto delle nostre condizioni obiettive, nelle quali non è più possibile, addirittura in molti casi, arrivare all'esecuzione.

Nella mia proposta di legge avevo previsto un sistema di condizioni più pesanti per accedere all'indulto, quasi sulla scorta dell'affidamento in prova. Mi sono confrontato con diversi magistrati e mi hanno detto che si trattava di un'idea bellissima, ma mi confermavano che non c'erano assolutamente le strutture in grado di attuarla. Per cui, sulla carta avrei anche potuto insistere, ma, davanti alla natura obiettiva dei fatti, ho inteso fare una scelta di libertà e di responsabilità.

Per questo motivo credo che l'atto parlamentare che oggi andiamo a compiere - squisitamente parlamentare per la maggioranza particolare che esso deve raggiungere - non sia un pactum sceleris come alcuni hanno sostenuto, ma un momento di equilibrio che tiene conto delle condizioni obiettive nelle quali siamo costretti a lavorare. Tiene conto del fatto che è necessario riformare al più presto i processi, rivedere i sistemi delle pene, per arrivare al fine per cui tutti questi istituti sono stati concepiti: punire i colpevoli, aiutarli a capire che hanno sbagliato e a reinserirsi nella società, di modo che domani possano contribuire alla crescita.

Sarebbe troppo facile, nonché fortemente demagogico, dire: tutti in carcere (benissimo, però non ci sono le carceri e non c'è capienza); tutti a scontare le pene negli altri siti (benissimo, ma non è una misura fisicamente attuabile).

Non possiamo mettere la testa sotto la sabbia e continuare a farci belli con affermazioni che non hanno alcuna concreta possibilità di diventare reali. Dobbiamo partire da ciò che esiste in un quadro di riforma di sistema che sia, però, costituzionale. Un quadro di sistema che - mi dispiace che non sia presente l'onorevole Brigandì che ho ascoltato prima - sia rispettoso della divisione dei poteri conquistata in tanti secoli di lotte, in cui i poteri siano liberi ed indipendenti, in cui vi sia un quadro di raccordo ed in cui il sistema giustizia assolva ad una funzione che dovrebbe essere sempre più residuale, soprattutto per quanto attiene al piano carcerario. Un sistema giustizia che, avanzando, trovi le soluzioni più attuali rispetto a quelle che erano tali sessanta anni fa, per consentire il progresso della società.

Diversamente, noi sprechiamo risorse immense su soggetti che condanniamo dall'inizio a tornare a delinquere, perché non diamo loro alcuna possibilità effettiva e concreta di reinserirsi nella società. Ovviamente, ciò va fatto nel quadro della  sicurezza generale; per questo motivo tutta una serie di crimini non possono entrare in questo provvedimento; per tale motivo si può parlare obbiettivamente di reinserimento, perché non parliamo di situazioni di particolare allarme sociale; per tale motivo ancora non si può essere una volta di più ipocriti.

Parlare di reati finanziari sapendo che saranno risolti dalle norme in tema di prescrizione - ma, forse, ci si riferisce a quelle sedici o diciotto persone che sono in condizioni di detenzione, anche se ancora per poco - e concentrare su questo una forma di giudizio che, addirittura, diventa una crociata contro, mi spinge a rifiutare di pensare che il Parlamento possa essere vincolato da «leggi-contro».

Voglio credere e rimarcare ancora una volta una funzione di Stato sociale che promuova effettivamente le condizioni di libertà e la realizzazione della persona. Uno Stato che adempia ai precetti costituzionali in tal senso mai potrà essere rappresentato da un Parlamento che pensa «contro». A me hanno insegnato che la politica si fa «per», e non «contro», qualcosa. Noi siamo qui in rappresentanza di tutti, possibilmente al servizio di tutti.

Tenuto conto del sistema generale, ritengo che il provvedimento, che stiamo oggi discutendo, sia equilibrato e possa essere approvato. A noi cattolici piace sottolineare la possibilità di maggiore rispetto della persona umana. Girando la medaglia si potrà dire: è un atto dovuto perché non siamo più in condizione di mantenere la popolazione carceraria. Io preferisco concentrarmi sul primo aspetto. Preferisco pensare ad un quadro di riforme a cui si sta dando avvio, nel quale la pena sarà sempre più strutturata come una misura alternativa alla detenzione, tale da mettere oggettivamente i soggetti che ne hanno i requisiti in condizione di partecipare, perché così noi li recupereremo al bene. In questo modo noi li sottrarremo effettivamente ad un contesto di delinquenza, nel quale, diversamente, continueranno a rimanere.

Credo che gli uomini possano sbagliare, nessuno di noi è perfetto, nessuno di noi ha la verità in tasca. Ritengo, però, che vi sia un principio di buona fede da rispettare. Credo che l'atto, in quanto riferibile ad una maggioranza parlamentare particolare, sia frutto di diverse esperienze e di diversi contesti, che tengono conto di tutte le situazioni che ho esposto. Credo che il provvedimento sia in condizioni di fornire oggi una risposta, rappresentando un primo segnale importante per una revisione generale del sistema. Sicuramente sarà necessario procedere nella direzione delle riforme globali.

Credo, tuttavia, che se oggi ci sotraessimo a questo confronto, semplicemente nascondendoci dietro la politica del «contro» o dietro un ragionamento particolare, renderemmo un cattivo servizio alla nazione, ossia alla comunità dei cittadini sul territorio nazionale e, soprattutto, negheremmo il mandato parlamentare che oggi ci vincola (Applausi dei deputati del gruppo dei Popolari-Udeur).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pisicchio. Ne ha facoltà.

PINO PISICCHIO. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, desidero anzitutto esprimere una considerazione di gratitudine ai colleghi della Commissione giustizia, che hanno affrontato, con animo sgombro da pregiudiziali ideologiche, un tema sensibile e carico di drammaticità, quale quello dei provvedimenti di clemenza. Voglio riferire a quest'Assemblea il senso profondo della responsabilità dell'essere legislatore che ognuno dei componenti la Commissione giustizia ha dimostrato in questa circostanza non facile, così drammaticamente in bilico tra impulsi e spinte contrapposti, tra ragioni di partito e ragioni di coscienza, tra ricerca del consenso e tensione verso il risultato possibile, riuscendo a non cadere mai nelle derive della propaganda, della facile retorica e della contrapposizione pregiudiziale.

Va dato merito ai deputati della II Commissione di aver concorso a costruire  un clima - so che ciò è stato ricordato in precedenza dall'onorevole Consolo -, un metodo di lavoro, una possibilità fondata sul rispetto reciproco, sfidando e sconfiggendo l'endiadi letale amico-nemico che troppo spesso ha caratterizzato i dibattiti politici nelle ultime stagioni. L'esperienza di lavoro su questo provvedimento ci ha restituito il senso di una possibilità antica, epppure spesso caduta in desuetudine: un Parlamento quale luogo del confronto e non del conflitto, dell'iniziativa legislativa e non solo della ratifica, della rappresentanza delle culture e delle sensibilità plurali del paese e non del pensiero conforme. Ciò è una grande risorsa, all'altezza della migliore tradizione parlamentare dell'Italia democratica, che dobbiamo insieme valorizzare. Grazie, dunque, a tutti i deputati della Commissione, ai funzionari, al relatore, ai colleghi che hanno condiviso il testo proposto all'attenzione dell'Assemblea ed a quelli che, motivatamente, non l'hanno condiviso in toto o in alcune sue parti, quali i deputati del mio gruppo, L'Italia dei Valori, cui va la mia considerazione e la mia solidarietà per l'impegno coerente con i principi fondativi del movimento.

Credo sia un esercizio necessario in questo dibattito asciugare le nostre parole da ogni ridondanza retorica e puntare dritto al cuore delle questioni, facendoci guidare dai riferimenti costituzionali. È, infatti, l'articolo 79 della Costituzione, lo ricordava il collega Pecorella, a dichiarare subito la natura del provvedimento di clemenza, una natura squisitamente parlamentare, considerato l'altissimo quorum richiesto per l'approvazione, superiore addirittura a quello necessario per operare modifiche alla Costituzione. Perché il Parlamento, nel 1992, modificò la norma, enfatizzando in tal modo la natura consensuale dell'amnistia e dell'indulto? Perché, evidentemente, intendeva sottolineare l'eccezionalità dell'intervento clemenziale, immaginando non solo che non potesse essere brandito come strumento politico di parte, ma anche che il suo potenziale abuso non inficiasse il significato della pena, che ha un valore dissuasivo, perché serve per mostrare a tutti che il crimine non paga e, in ragione di ciò, anche a prevenire la commissione di nuovi reati. Ma la pena è chiamata anche ad un'altra funzione.

Il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione rammenta che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. Il costituente dunque privilegiò il profilo rieducativo, anche rispetto a quello afflittivo, pur confermando ovviamente il valore retributivo della pena. Attraverso quali modalità potrà attuarsi il fine della rieducazione? Lo dice la prima parte dello stesso comma, che recita: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Non v'è dubbio alcuno sul fatto che, se le celle delle carceri italiane, concepite per ospitare 41 mila detenuti, sono costrette ad ospitarne 61 mila, queste costringono per ciò stesso, ma non solo per questo - ce lo ricordava in quest'aula Giovanni Paolo II nel novembre del 2002 - ad una condizione di cattività.

Queste considerazioni, io credo, sono state alla base delle determinazioni che hanno condotto la Commissione giustizia ad adottare il testo proposto poi all'Assemblea, costruito con una valutazione rigorosa quanto alle cause di esclusione dai benefici, ben ventisette, riferite ad una gamma di reati gravi: esclusioni inusuali in un provvedimento di indulto, in genere proiettato verso sconti di pena oggettivi perché calibrati sul tempo. Certo, altre esclusioni avrebbero potuto trovare luogo nel testo; penso in particolare alle istanze dell'Italia dei Valori, riferite ai reati finanziari e contro la pubblica amministrazione, probabilmente incontrando una condivisione molto larga nel paese, anche se probabilmente non la condivisione dei due terzi dei parlamentari richiesta dalla Costituzione.

Sia chiaro: nessun legislatore serio