Camera dei deputati - XV Legislatura - Dossier di documentazione (Versione per stampa)
Autore: Servizio Studi - Dipartimento bilancio
Titolo: Rilancio economico e sociale, contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica, interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale - D.L. 223/2006 - A.C. 1475 - Schede di lettura
Riferimenti:
DL n. 223 del 04-LUG-06   AC n. 1475/XV
Serie: Progetti di legge    Numero: 28
Data: 31/07/2006
Descrittori:
CONCORRENZA   EVASIONI FISCALI
PIANI DI SVILUPPO   SPESA PUBBLICA
Organi della Camera: V-Bilancio, Tesoro e programmazione
VI-Finanze


Camera dei deputati

XV LEGISLATURA

 

 

 

 

 

SERVIZIO STUDI

Progetti di legge

 

 

 

 

Rilancio economico e sociale, conteni­mento e razionalizzazione della spesa pubblica, interventi in materia di entrate e di contrasto all'evasione fiscale

D.L. 223/2006 – A.C. 1475

Schede di lettura

 

 

 

 

 

 

 

n. 28

 

31 luglio 2006


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coordinamento:   Dipartimento Bilancio e politica economica e Dipartimento Finanze

 

I dossier del Servizio studi sono destinati alle esigenze di documentazione interna per l'attività degli organi parlamentari e dei parlamentari. La Camera dei deputati declina ogni responsabilità per la loro eventuale utilizzazione o riproduzione per fini non consentiti dalla legge.

 

File: D06223.doc

 


I N D I C E

 

Scheda di sintesi per l’istruttoria legislativa

Dati identificativi3

Struttura e oggetto. 4

§      Contenuto. 4

Elementi per l’istruttoria legislativa. 26

§      Motivazioni della necessità ed urgenza. 26

§      Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite. 26

§      Specificità ed omogeneità delle disposizioni28

§      Osservazioni sul testo. 29

§      La manovra correttiva dei conti pubblici33

Schede di lettura

§      Articolo 1 (Finalità e ambito di intervento)39

§      Articolo 2 (Disposizioni urgenti per la tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali)46

§      Articolo 3 (Regole di tutela della concorrenza nel settore della distribuzione commerciale)78

§      Articolo 4 (Disposizioni urgenti per la liberalizzazione dell'attività di produzione di pane)86

§      Articolo 5 (Interventi urgenti nel campo della distribuzione di farmaci)92

§      Articolo 6 (Interventi per il potenziamento del servizio di taxi)105

§      Articolo 7 (Misure urgenti in materia di passaggi di proprietà di beni mobili registrati)115

§      Articolo 8 (Clausole anticoncorrenziali in tema di assicurazione per la responsabilità civile auto)119

§      Articolo 9 (Prime misure per il sistema informativo sui prezzi dei prodotti agro-alimentari)126

§      Articolo 10 (Modifica unilaterale delle condizioni contrattuali)129

§      Articolo 11 (Disposizioni urgenti in materia di soppressione di commissioni)135

§      Articolo 12 (Disposizioni in materia di circolazione dei veicoli e di trasporto comunale e intercomunale)141

§      Articolo 13 (Norme per la riduzione dei costi degli apparati pubblici regionali e locali e a tutela della concorrenza)149

§      Articolo 14 (Integrazione dei poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato)154

§      Articolo 14-bis (Integrazione dei poteri dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni)159

§      Articolo 15 (Disposizione sulla gestione del servizio idrico integrato)164

§      Articolo 16, comma 1 (Contratto collettivo 2004-2005 trasporto pubblico locale)169

§      Articolo 16, comma 2 (Esclusione dal Patto di stabilità interno delle spese in conto capitale per il trasporto su ferro nel territorio della Capitale)173

§      Articolo 17, comma 1 (Ferrovie Spa)177

§      Articolo 17, comma 2 (ANAS)180

§      Articolo 17-bis (Deroga ai limiti alle spese per le autorità portuali)182

§      Articolo 18, comma 1 (Integrazione del Fondo nazionale per il servizio civile)185

§      Articolo 18, comma 2 (Integrazione del Fondo nazionale per le politiche sociali)187

§      Articolo 18, comma 3 (Fondo Unico Spettacolo - FUS)190

§      Articolo 18-bis (Lotta agli incendi boschivi del Corpo forestale dello Stato)193

§      Articolo 19 (Fondi per le politiche della famiglia, per le politiche giovanili e per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità)197

§      Articolo 20, commi 1, 2, 3-bis e 3-ter (Contributi per l’editoria)206

§      Articolo 20, comma 3 (Servizio nazionale della protezione civile)213

§      Articolo 21 (Spese di giustizia)215

§      Articolo 22 (Riduzione delle spese di funzionamento per enti ed organismi pubblici non territoriali)222

§      Articolo 22-bis, comma 1 (Riduzione della spesa per gli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale. 230

§      Articolo 22-bis, commi 2, 3 e 4 (Attività libero professionale presso studi professionali esterni)232

§      Articolo 23 (Parere del Consiglio Universitario Nazionale)236

§      Articolo 24 (Contenimento spesa per compensi spettanti agli arbitri)239

§      Articolo 25 (Misure di contenimento con responsabilizzazione amministrazioni)241

§      Articolo 26 (Sanzioni per mancato rispetto del limite all’incremento delle spese da parte degli enti pubblici non territoriali)261

§      Articolo 27 (Riduzione del limite di spesa annua per studi e incarichi di consulenza, per relazioni pubbliche,convegni, mostre, pubblicità e di rappresentanza)264

§      Articolo 28 (Diarie per missioni all’estero)267

§      Articolo 29 (Contenimento spesa per commissioni comitati ed altri organismi)273

§      Articolo 30 (Verifica delle economie in materia di personale per regioni ed enti locali)280

§      Articolo 31 (Riorganizzazione del servizio di controllo interno)288

§      Articolo 32 (Contratti di collaborazione)291

§      Articolo 33 (Trattenimento in servizio dei dipendenti pubblici)296

§      Articolo 34 (Criteri per i trattamenti accessori massimi e pubblicità degli incarichi di consulenza)304

§      Articolo 34-bis (Autofinanziamento dei servizi anagrafici informatizzati del Ministero dell’interno)308

§      Articolo 34-ter (Deroghe ai limiti all’acquisizione di immobili)311

§      Articolo 34-quater (Controllo del costo del lavoro)314

§      Articolo 34-quinquies (Proroga dei trasferimenti ai sensi del D.Lgs. 112/1998)316

§      Articolo 35, comma 1 (Regime IVA applicabile alle consumazioni obbligatorie nelle discoteche e sale da ballo)318

§      Articolo 35, commi 2-4 (Accertamento degli imponibili derivanti da transazioni immobiliari)319

§      Articolo 35, commi 5-6-ter (Disposizioni in materia di IVA nei subappalti)323

§      Articolo 35, comma 7 (Sanzioni penali tributarie)327

§      Articolo 35, commi 8-10-sexies (Regime IVA degli immobili e dei fabbricati)329

§      Articolo 35, comma 11 (Contrasto delle elusioni fiscali in tema di veicoli)342

§      Articolo 35, commi 12 e 12-bis (Conti correnti di esercenti arti e professioni)345

§      Articolo 35, commi 13 e 14 (Disposizioni in materia di sede delle società controllanti società o enti residenti)347

§      Articolo 35, commi 15 e 16 (Contrasto di fenomeni elusivi connessi all’attività  delle società non operative)350

§      Articolo 35, commi 17 e 18 (Effetti fiscali della retrodatazione delle operazioni di fusione societaria)355

§      Articolo 35, commi 19 e 20 (Documentazione delle spese sostenute per ristrutturazioni edilizie)357

§      Articolo 35, commi 21-23-ter (Nuove disposizioni fiscali sulle cessioni immobiliari)358

§      Articolo 35, comma 24 (Estensione dei poteri di accertamento delle imposte di registro, ipotecaria e catastale)363

§      Articolo 35, commi 25, 26 e 26-bis (Ampliamento delle prerogative degli agenti della riscossione)366

§      Articolo 35, commi 26-ter e 26-quater (Versamenti per la sanatoria per i concessionari della riscossione)368

§      Articolo 35, commi 26-quinquies (Estensione dei casi di impugnazione)370

§      Articolo 35, comma 27 (Obblighi di comunicazione da parte degli operatori del settore assicurativo)371

§      Articolo 35, commi 28-34 (Responsabilità solidale dell’appaltatore per gli obblighi del subappaltatore)373

§      Articolo 35, comma 35 (Estensione dei poteri dell’Agenzia delle dogane)378

§      Articolo 36, comma 1 (Ridefinizione ambito applicazione IVA ridotta)386

§      Articolo 36, comma 2 (Decorrenza del carattere di edificabilità delle aree urbane ai fini dell’IVA, dell’imposta di registro e dell’ICI)387

§      Articolo 36, commi 3-4-bis (Disposizione antielusiva in materia di utili di partecipazione)388

§      Articolo 36, commi 5-8 (Ammortamento del costo dei beni strumentali)392

§      Articolo 36, commi 9-11 (Utilizzo di perdite fiscali anteriori alla “tassazione per trasparenza”)396

§      Articolo 36, commi 12-14 (Riporto delle perdite)398

§      Articolo 36, comma 15 (Soppressione dell’imposta di registro agevolata per i trasferimenti di immobili compresi in piani urbanistici particolareggiati)401

§      Articolo 36, commi 16 e 17 (Opzione per la trasparenza fiscale delle società a responsabilità limitata a ristretta base proprietaria)403

§      Articolo 36, commi 18 e 19 (Indeducibilità di minusvalenze)405

§      Articolo 36, commi 20 e 21 (Soppressione della facoltà di ridurre il valore delle variazioni delle rimanenze finali delle opere, forniture e servizi)406

§      Articolo 36, comma 22 (Redditi dei non residenti)407

§      Articolo 36, comma 23 (Abrogazione dell’esenzione dall’IRPEF per incentivazioni dell’esodo di lavoratori dipendenti)410

§      Articolo 36, commi 24-34 (Recupero di base imponibile)412

§      Articolo 36, comma 34-bis (Classificazione tributaria dei proventi da illecito)424

§      Articolo 36-bis (Misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e per la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro)426

§      Articolo 37, comma 1 (Inserimento del curatore fallimentare e  del commissario liquidatore tra i sostituti d’imposta)453

§      Articolo 37, commi 2 e 3 (Accertamento in base agli studi di settore)454

§      Articolo 37, commi 4-7 (Indagini economico-finanziarie)457

§      Articolo 37, commi 8 e 9 (Elenchi dei clienti e dei fornitori ai fini IVA)463

§      Articolo 37, commi 10-14 (Modalità e termini di presentazione delle dichiarazioni fiscali e di versamento di imposte)466

§      Articolo 37, commi 15-17 (Contribuenti minimi in franchigia)473

§      Articolo 37, commi 18-20 (Controlli sui titolari di partita IVA)480

§      Articolo 37, commi 21, 22 e 23 (Obblighi di comunicazione all’anagrafe tributaria da parte  delle Camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura)483

§      Articolo 37, comma 21-bis (Presentazione di atti al registro delle imprese)486

§      Articolo 37, commi 24-26 (Termini dell’attività di accertamento)489

§      Articolo 37, commi 27 e 28 (Notificazione di atti e avvisi)491

§      Articolo 37, commi 29 e 30 (Rafforzamento delle prerogative della Guardia di finanza)495

§      Articolo 37, comma 31 (Allargamento del novero dei soggetti sottoposti ad obblighi di comunicazione alla Guardia di finanza)497

§      Articolo 37, comma 32 (Nuove disposizioni in materia di accertamento  delle imposte sui redditi)499

§      Articolo 37, commi 33-37 (Trasmissione telematica dei corrispettivi)501

§      Articolo 37, commi 38 e 39 (Plusvalenze derivanti da cessione di immobili donati)505

§      Articolo 37, commi 40 e 41 (Termini di notifica delle cartelle di pagamento)507

§      Articolo 37, comma 42 (Termini per iscrizioni a ruolo)509

§      Articolo 37, comma 43 (Iscrizione a ruolo e rimborsi delle imposte  relative a redditi soggetti a tassazione separata)512

§      Articolo 37, comma 44 (Notifiche per i condoni)513

§      Articolo 37, commi 45 e 46 (Nuove disposizioni in materia di ammortamento dei beni immateriali)515

§      Articolo 37, commi 47 e 48 (Deducibilità extra-contabile delle spese relative a studi e ricerche di sviluppo)517

§      Articolo 37, comma 49 (Modalità telematiche per i versamenti IVA)519

§      Articolo 37, comma 50 (Interessi anatocistici)521

§      Articolo 37, comma 51 (Abrogazione della programmazione fiscale  e dell’adeguamento dei redditi dei periodi di imposta precedenti)522

§      Articolo 37, comma 52 (Comitati di gestione delle Agenzie fiscali)525

§      Articolo 37, commi 53-55 (Dichiarazioni, comunicazioni e versamenti ICI. Base dei dati catastali)526

§      Articolo 37, comma 56 (Cartolarizzazioni)531

§      Articolo 37, comma 57 (Copertura finanziaria per il recepimento di direttiva comunitaria)533

§      Articolo 38 (Misure di contrasto del gioco illegale)538

§      Articolo 39 (Modifica di norma interpretativa sulle esenzioni dall’ICI)567

§      Articolo 39-bis (Disposizioni in materia di rimborsi elettorali)570

§      Articolo 40 (Copertura finanziaria)576

§      Articolo 40-bis (Validità di atti e contratti pubblici in rapporto all’entrata in vigore del decreto-legge)578

§      Articolo 41 (Entrata in vigore)579

 


Scheda di sintesi
per l’istruttoria legislativa


Dati identificativi

Numero del disegno di legge di conversione

A.C. 1475

Numero del decreto-legge

4 luglio 2006, n. 223

Titolo del decreto-legge

Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale

Settore d’intervento

Vari

Iter al Senato

Numero di articoli

 

§       testo originario

41

§       testo approvato dal Senato

52

Date

 

§       emanazione

4 luglio 2006

§       pubblicazione in Gazzetta ufficiale

4 luglio 2006

§       approvazione del Senato

25 luglio 2006

§       assegnazione

26 luglio 2006

§       scadenza

2 settembre 2006

Commissione competente

V Bilancio e VI Finanze

Pareri previsti

I, II, III, IV, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII e XIV

 

 


 

Struttura e oggetto

Contenuto

Il provvedimento si articola in 4 titoli. Il titolo I (articoli 1-15) reca misure urgenti per lo sviluppo, la crescita e la promozione della concorrenza e della competitività, per la tutela dei consumatori e per la liberalizzazione dei settori produttivi; il titolo II (articoli 16-34-quinquies) reca misure per la ripresa degli interventi infrastrutturali, interventi per il sostegno della famiglia e misure di contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica; il titolo III (articoli 35-38) reca misure in materia di contrasto all’evasione ed elusione fiscale, di recupero della base imponibile, di potenziamento dei poteri di controllo dell’amministrazione finanziaria, di semplificazione degli adempimenti tributari e in materia di giochi; il titolo IV (articoli 39-41) comprende le disposizioni finali.

 

L'articolo 1, comma 1, definisce le finalità e l’ambito di intervento del titolo I del provvedimento, concernente le misure urgenti per la promozione della concorrenza, la tutela dei consumatori e la liberalizzazione dei settori produttivi.

Il comma 1-bis introduce nella legge - con riferimento a tutte le sue disposizioni - la clausola di “compatibilità” con l’ordinamento delle regioni a statuto speciale e delle province autonome.

 

Il comma 1 dell’articolo 2 abroga le disposizioni legislative e regolamentari che, nell’ambito delle attività libero professionali e intellettuali, prevedono l’obbligatorietà delle tariffe fisse o minime ed il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti. Esso abroga altresì le norme che contemplano divieti di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni, prescrivendo che tale pubblicità si conformi a criteri di trasparenza e veridicità del messaggio il cui rispetto è verificato dall’Ordine. L’articolo 2 abroga, infine, le norme concernenti il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, a condizione che l’oggetto sociale relativo all’attività libero professionale sia esclusivo, che il medesimo professionista non partecipi a più di una società e che la specifica prestazione sia resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria responsabilità.

Il comma 2 precisa che l’abrogazione non riguarda le disposizioni concernenti l’attività professionale esercitata nell’ambito del Servizio sanitario nazionale o in rapporto convenzionale con lo stesso né le tariffe massime a tutela degli utenti. Lo stesso comma chiarisce, inoltre, che, in caso di liquidazione giudiziale e di gratuito patrocinio, il giudice provvede alla liquidazione delle spese di giudizio e dei compensi professionali sulla base della tariffa professionale. Nelle procedure ad evidenza pubblica, inoltre, le stazioni appaltanti possono motivatamente utilizzare le tariffe come criterio o base di riferimento per la determinazione dei compensi professionali.

Il comma 2-bis, nel sopprimere il divieto di patto quota lite, riscrive l’articolo 2233 del codice civile, sanzionando con la nullità i patti tra gli avvocati e praticanti abilitati ed i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali, ove non conclusi in forma scritta.

Il comma 3, infine, prescrive l’adeguamento, anche con misure a garanzia della qualità delle prestazioni professionali, delle disposizioni deontologiche e pattizie di cui al comma 1 entro il 1° gennaio 2007, prevedendo, in caso di inadempimento, la nullità delle norme contrastanti.

 

L'articolo 3 dispone che le attività commerciali di cui al decreto legislativo n. 114 del 1998 si svolgono senza i limiti e le prescrizioni elencate dal medesimo articolo 3, fatta eccezione per le vendite sottocosto e i saldi di fine stagione.

 

L'articolo 4 prevede la soppressione delle disposizioni normative che subordinavano l’apertura, il trasferimento o la trasformazione dei panifici a un regime autorizzatorio (comprendente la verifica dell’opportunità del nuovo impianto in relazione alla densità di panifici esistenti). In luogo di tale regime, si prevede la presentazione di una dichiarazione di inizio attività, corredata dall’autorizzazione della competente Azienda sanitaria locale in merito ai requisiti igienico-sanitari e dall’autorizzazione alle emissioni in atmosfera, nonché l'indicazione del nominativo del responsabile dell'attività produttiva, che assicura l'utilizzo di materie prime in conformità alle norme vigenti, l'osservanza delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza dei luoghi di lavoro e la qualità del prodotto finito.

Il comma 2-ter prevede l’emanazione, entro 12 mesi, da parte del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro delle politiche agricole ed il Ministro della salute, previa intesa con la Conferenza Stato-regioni, di un decreto volto a disciplinare le denominazioni di “panificio” , di “pane fresco” e di “pane conservato”.

 

L’articolo 5 reca alcune innovazioni al sistema di vendita dei farmaci, con particolare riferimento alla vendita di farmaci non soggetti a prescrizione medica al di fuori delle farmacie, alla disciplina degli sconti sui medesimi farmaci, alla revisione degli obblighi a carico dei distributori di farmaci e alla disciplina della titolarità delle farmacie.

 

L’articolo 6 reca interventi per il potenziamento del servizio di taxi. In particolare, la disposizione prevede che i comuni possano: prevedere turnazioni integrative in aggiunta a quelle ordinarie; bandire concorsi straordinari in conformità alla vigente disciplina numerica ovvero in deroga ad essa; rilasciare titoli autorizzatori temporanei o stagionali, non cedibili, per fronteggiare particolari eventi straordinari; prevedere la possibilità di utilizzare veicoli sostitutivi ed aggiuntivi per l’espletamento di servizi diretti a specifiche categorie di utenti; prevedere in via sperimentale forme innovative di servizio agli utenti; prevedere la possibilità per gli utenti di avvalersi di tariffe predeterminate dal comune per percorsi prestabiliti.

 

L’articolo 7 reca disposizioni in materia di passaggi di proprietà dei beni mobili registrati, prevedendo che l’autenticazione della sottoscrizione degli atti e delle dichiarazioni aventi ad oggetto l'alienazione di beni mobili registrati e rimorchi o la costituzione di diritti di garanzia sui medesimi possa essere richiesta anche agli uffici comunali e ai titolari degli sportelli telematici dell'automobilista L’autenticazione deve essere rilasciata nella stessa data della richiesta, salvo motivato diniego, e gratuitamente, tranne i diritti di segreteria.

 

L’articolo 8 vieta alle compagnie d’assicurazione e ai loro agenti, a pena di nullità, la stipulazione di clausole di distribuzione esclusiva, di imposizione di prezzi minimi o di sconti massimi praticabili ai consumatori relativamente all’assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile auto. Le clausole contrattuali esistenti sono fatte salve sino alla naturale scadenza, comunque non oltre il 1° gennaio 2008. L’imposizione di tali clausole è dichiarata intesa restrittiva della concorrenza.

Dispone inoltre che l’intermediario di contratti d’assicurazione per la responsabilità civile auto deve rilasciare preventiva informazione al consumatore sulle provvigioni a lui riconosciute. La stessa informazione deve essere affissa nei locali in cui l’intermediario opera e deve risultare nella documentazione rilasciata al contraente. Prescrive altresì che i preventivi e le polizze indichino distintamente il premio di tariffa, la provvigione dell’intermediario, nonché lo sconto complessivamente riconosciuto al sottoscrittore del contratto.

 

L’articolo 9 consente a regioni e enti locali di avvalersi del collegamento al Consorzio obbligatorio Infomercati, al fine di promuovere una più diffusa informazione al consumatore sui prezzi all’ingrosso e al dettaglio dei prodotti agro-alimentari.

 

Il comma 1 dell’articolo 10 sostituisce l’articolo 118 del testo unico bancario prevedendo che nei contratti di durata bancari possa essere riconosciuta alla banca la facoltà di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali solo in presenza di un giustificato motivo e nel rispetto dell’articolo 1341, secondo comma, del codice civile. Le modifiche devono essere comunicate espressamente al cliente per iscritto, ovvero mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente, secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula “proposta di modifica unilaterale del contratto”, con un preavviso minimo di trenta giorni. Entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione scritta, il cliente ha diritto di recedere senza penalità e senza spese di chiusura e di ottenere, in sede di liquidazione del rapporto, l’applicazione delle condizioni precedentemente praticate. Si prevede inoltre che le variazioni dei tassi d’interesse dipendenti da decisioni di politica monetaria debbano avere effetto sia sui tassi debitori che su quelli creditori.

Il comma 2 prevede che in ogni caso, nei contratti di durata, il cliente ha sempre la facoltà di recedere dal contratto senza penalità e senza spese di chiusura.

 

L'articolo 11 dispone la soppressione delle commissioni consultive comunali e provinciali per l’autorizzazione all’insediamento e all’attività dei pubblici esercizi; della commissione centrale per l’esame dei ricorsi degli agenti di affari in mediazione del commercio; delle commissioni provinciali presso le Camere di commercio per le iscrizioni nei ruoli di mediatore e di agente di commercio e della Commissione centrale per l’esame dei ricorsi contro le decisioni delle Commissioni provinciali sull’iscrizione al ruolo degli agenti di commercio. Si prevede inoltre che gli iscritti al ruolo degli agenti d’affari in mediazione non possano far parte della commissione giudicatrice per l’iscrizione all’albo della medesima qualifica e che dei Comitati tecnici istituiti presso le Camere di commercio per la rilevazione degli usi non possano far parte i rappresentanti delle categorie interessate.

 

L’articolo 12 reca disposizioni in materia di trasporto comunale e intercomunale e di circolazione dei veicoli. In particolare, il comma 1 riconosce in capo ai comuni la facoltà di prevedere che il trasporto di linea dei passeggeri sia svolto - in ambito comunale e intercomunale, in tutto il territorio o in tratte e per tempi determinati - anche da soggetti in possesso dei requisiti tecnico-professionali, in assenza di qualsiasi forma di finanziamento pubblico. Il comma 2 dispone che gli enti locali disciplinano l’accesso, il transito e la fermata di ciascuna categoria di veicoli nelle aree dei centri abitati, tenendo in considerazione le specifiche modalità di utilizzo in particolari contesti urbani e di traffico.

 

L’articolo 13 stabilisce che le società, a capitale interamente pubblico o misto, costituite o partecipate dalle amministrazioni pubbliche regionali e locali per la produzione di beni e servizi strumentali all'attività di tali enti, debbono avere oggetto sociale esclusivo e operare esclusivamente con gli enti costituenti e affidanti, non possono svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati e non possono partecipare ad altre società o enti. I contratti difformi sono nulli. La disposizione non riguarda i servizi pubblici locali.

 

L'articolo 14 integra i poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato.

In particolare, si consente all’Autorità di adottare misure cautelari nei casi di urgenza dovuta al rischio di un danno grave e irreparabile per la concorrenza, di chiudere anticipatamente i procedimenti d’infrazione in presenza di impegni delle imprese tali da far cessare l’infrazione contestata (fatta salva la possibilità di riaprire il procedimento in caso di mancato rispetto degli impegni o di mutata situazione di fatto) e di stabilire in via generale le fattispecie nelle quali è consentita, in ragione della collaborazione prestata delle imprese, la riduzione della sanzione amministrativa.

 

L’articolo 14-bisprevede la presentazione di impegni da parte delle imprese anche nei procedimenti di competenza dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni in cui occorra promuovere la concorrenza nella fornitura delle reti e servizi di comunicazione elettronica.

 

L’articolo 15 proroga al 31 dicembre 2007 la durata del periodo di transizione per le concessioni rilasciate con procedure diverse dall’evidenza pubblica relative alla gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica (servizio idrico integrato).

 

L’articolo 16, comma 1, modifica parzialmente la disciplina relativa allo stanziamento di risorse finanziarie per il rinnovo del contratto collettivo per il trasporto pubblico locale per il periodo 2004-2007. In particolare, si prevede che dal 2006 l’importo di 60 milioni di euro annui posto a carico delle finanze regionali sia corrisposto ai servizi di trasporto pubblico locale direttamente dalle regioniinteressate, invece che dallo Stato previa corrispondente riduzione dei trasferimenti erariali alle medesime regioni.

Il comma 2 esclude dalla disciplina del Patto di stabilità interno le spese in conto capitale relative agli interventi per il trasporto su ferro ricadenti nel territorio della Capitale della Repubblica.

 

Il comma 1 dell’articolo 17 prevede la concessione per il 2006 di un contributo in conto impianti, nel limite massimo di 1.800 milioni di euro, a favore di Ferrovie dello Stato S.p.A. o di società del gruppo per la prosecuzione degli interventi relativi al «Sistema alta velocità/alta capacità».

Il comma 2 innalza di 1 miliardo di euro il limite posto a carico dell’ANAS per l’effettuazione dei pagamenti relativi a spese di investimento e destina le risorse integrative in esso previste a copertura delle spese per i cantieri aperti.

 

L’articolo 17-bis aumenta (da 30 milioni a 60 milioni di euro per il 2006 e a 90 milioni di euro per il 2007) il limite massimo entro cui le autorità portuali sono autorizzate a derogare nel 2006 e nel 2007 ai limiti di incremento alla spesa (cd. regola del 2 per cento) stabiliti per gli enti pubblici non territoriali dalla legge finanziaria 2005.

 

L’articolo 18, comma 1, integra di 30 milioni di euro per il 2006 il Fondo nazionale per il servizio civile.

Il comma 2 integra di 300 milioni di euro annui, per ciascuno degli anni 2006-2008, la dotazione del Fondo nazionale per le politiche sociali di cui all’art. 20, comma 8, della legge n. 328 del 2000.

Il comma 3 integra la dotazione del Fondo unico per lo spettacolo (FUS) di 50 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2006, 2007 e 2008.

 

L’articolo 18-bis autorizza la spesa di 4 milioni di euro per il 2006 e di 10 milioni di euro annui a decorrere dal 2007 per le esigenze operative del Corpo forestale dello Stato connesse alle attività antincendi boschivi.

 

L’articolo 19 istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei ministri tre distinti Fondi (dotato ciascuno di 3 milioni di euro per il 2006 e 10 milioni di euro annui dal 2007) per interventi riguardanti le politiche della famiglia, le politiche giovanili e le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità.

 

L’articolo 20, comma 1 riduce l’autorizzazione di spesa per il settore dell’editoria, di cui alla legge n. 67 del 1987, di 1 milione di euro per l'anno 2006 e di 50 milioni di euro a decorrere dall'anno 2007.

Il comma 2 prevede che con apposito decreto del Presidente del Consiglio dei ministri siano rideterminati i contributi e le provvidenze per l'editoria di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250.

Il comma 3 riduce di 39 milioni di euro per il 2006 le risorse destinate al Servizio nazionale della protezione civile.

Il comma 3-bis estende a decorrere dal 1° gennaio 2002 il contributo integrativo di cui all’articolo 3, comma 11, della legge n. 250 del 1990 ai giornali quotidiani italiani editi e diffusi all’estero.

Il comma 3-ter prevede che per accedere ai contributi di cui all’articolo 3, comma 10, della legge n. 250 del 1990 non sia più necessario il requisito della rappresentanza parlamentare per gli organi di partiti o movimenti politici, che alla data del 31 dicembre 2005 abbiano già maturato il diritto ai contributi in questione.

 

I commi 1 e 2 dell'articolo 21 stabiliscono che per il pagamento delle spese di giustizia non è ammesso il ricorso all’anticipazione da parte degli uffici postali tranne che per gli atti di notifiche nei procedimenti penali e per gli atti di notifiche e di espropriazione forzata nei procedimenti civili quando i relativi oneri sono a carico dell’erario e impongono che si provveda secondo le ordinarie procedure stabilite dalla vigente normativa di contabilità generale dello Stato.

Il comma 3 riduce lo stanziamento previsto in bilancio per le spese di giustizia.

I commi 4, 5 e 6 intervengono sugli importi del contributo unificato dovuti in relazione ai processi amministrativi e ad alcuni procedimenti espressamente indicati, e sulla relativa copertura finanziaria delle disposizioni introdotte.

 

L’articolo 22 introduce disposizioni volte a ridurre gli stanziamenti di spesa per consumi intermedi - ovvero, per gli enti che adottano una contabilità esclusivamente civilistica, dei costi di produzioneconcernenti i beni di consumo e servizi ed il godimento di beni di terzi - previste nei bilanci relativi all’anno 2006 di enti ed organismi pubblici non territoriali, inseriti nel conto economico consolidato delle pubbliche amministrazioni e soggetti alla cd. regola del 2 per cento, nonché a contenere le relative previsioni di spesa nei bilanci del triennio 2007-2009.

 

L’articolo 22-bis, comma 1, riduce del 10 per cento la spesa derivante dagli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale.

I commi 2, 3 e 4 dispongono un nuovo rinvio del termine del 31 luglio 2006, previsto dalla normativa vigente, per l’utilizzo di studi professionali esterni per l’attività c.d. intramoenia.

 

L’articolo 23 sopprime il parere del Consiglio universitario nazionale (CUN) sulle procedure di valutazione comparativa per posti di ricercatore universitario bandite fino al 30 settembre 2013, nonché su quelle per posti di professore ordinario e associato bandite secondo la normativa previgente alla legge 4 novembre 2005, n. 230, fino alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 6 aprile 2006, n. 164.

 

L’articolo 24 detta disposizioni in tema di compensi spettanti agli arbitri, sancendo l’applicazione dei compensi stabiliti per gli avvocati che svolgano la funzione arbitrale a tutti i componenti dei collegi arbitrali anche se non rivestono tale qualifica.

 

L'articolo 25 prevede che negli stati di previsione della spesa dei Ministeri è accantonata e resa indisponibile una parte degli stanziamenti relativi alle unità previsionali di base indicate nell'Elenco 1 allegato al decreto-legge, nella misura ivi indicata, ai fini del successivo riversamento all’entrata. Nello stesso elenco sono indicate le riduzioni da apportare alle previsioni di bilancio a legislazione vigente per il triennio 2007 – 2009. I conseguenti risparmi di spesa sono stimati, in termini di saldo netto da finanziare, pari a 683,5 milioni di euro per il 2006 e a 793 milioni per ciascun anno del triennio 2007-2009. Il 65,6 per cento degli accantonamenti per il 2006 e il 52 per cento delle riduzioni per gli anni successivi è a carico del Ministero della difesa.

 

L'articolo 26 introduce un meccanismo sanzionatorio in caso di mancato rispetto del limite all’incremento delle spese degli enti pubblici non territoriali introdotto dalla legge finanziaria 2005 (cd. regola del 2 per cento). Esso, in particolare, dispone, per gli enti beneficiari di trasferimenti statali, una riduzione dei trasferimenti in misura pari alla maggiore spesa verificata in sede di rendiconto consuntivo per gli esercizi 2005, 2006 e 2007, e, per gli enti che non ricevono trasferimenti, l’obbligo di provvedere al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di un importo corrispondente alle maggiori spese effettuate rispetto al limite previsto.

 

L’articolo 27 riduce ulteriormente, rispetto a quanto disposto dalla legge finanziaria per il 2006, il limite di spesa annua per studi e incarichi di consulenza a soggetti estranei alla pubblica amministrazione, per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza. Tali spese non possono superare il 40% (anziché il 50%) della spesa sostenuta nel 2004.

 

L’articolo 28 dispone una riduzione del 20 per cento delle diarie per missioni all’estero dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni e la soppressione della maggiorazione del 30 per cento sull’indennità per l’estero prevista per le delegazioni italiane presso commissioni, enti o comitati internazionali, che si rechino all'estero per partecipare alle relative riunioni. Le disposizioni non riguardano il personale civile e militare impegnato nelle missioni internazionali di pace.

 

L’articolo 29, dispone una riduzione del 30 per cento, rispetto alla spesa sostenuta nel 2005, della spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche per organi collegiali e altri organismi, anche monocratici, operanti nelle amministrazioni (con esclusione degli organi di direzione, amministrazione e controllo). Per gli enti territoriali e gli enti del servizio Sanitario nazionale, le disposizioni dell’articolo in esame costituiscono disposizioni di principio ai fini del coordinamento della finanza pubblica. Per la finalità indicata, le amministrazioni statali, entro 120 giorni, adottano regolamenti per il riordino degli organismi, anche mediante soppressione o accorpamento sulla base di princìpi di razionalizzazione delle strutture; le amministrazioni non statali provvedono analogamente. Si prevede la soppressione degli organismi non individuati da tali regolamenti entro il termine di 120 giorni. Qualora le amministrazioni non procedano al riordino nei termini previsti, è fatto divieto di corrispondere compensi ai componenti degli organismi.

Si prevede infine un meccanismo in base al quale la Presidenza del Consiglio può proporre iniziative per l’eventuale proroga della durata dell’organismo, valutatane la perdurante utilità.

 

L’articolo 30 reca modifiche all’articolo 1, comma 204, della legge finanziaria per il 2006, prevedendo che in caso di mancato rispetto degli obiettivi di contenimento degli oneri di personale da parte delle amministrazioni regionali e locali, sia fatto divieto di procedere ad assunzioni a qualsiasi titolo. Al fine del controllo del rispetto di tali limiti, viene istituito un tavolo tecnico con rappresentanti del sistema delle autonomie locali, del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, del Dipartimento della funzione pubblica, del Dipartimento degli affari regionali e del Ministero dell’interno. Inoltre si prevede che per gli enti locali che abbiano registrato negli ultimi tre esercizi un avanzo di bilancio siano escluse dal computo, ai fini della verifica del contenimento degli oneri di personale, le spese riferite a contratti a tempo determinato o a contratti di collaborazione coordinata e continuativa, stipulati nel corso dell’anno 2005.

 

L’articolo 31, comma 1, contiene disposizioni circa la riorganizzazione del servizio di controllo interno di ciascun Ministero. In particolare, si prevede che il servizio di controllo interno sia affidato ad un organo monocratico o formato da tre componenti. Il comma 2 contiene disposizioni in materia di uffici preposti all’attività di valutazione e controllo strategico. In particolare, si prevede che il personale di tali uffici non possa superare il 10% di quello complessivamente assegnato agli uffici di diretta collaborazione degli organi d’indirizzo politico.

 

L’articolo 32 subordina il conferimento di incarichi di collaborazione (occasionali o coordinate e continuative) da parte delle pubbliche amministrazioni alla sussistenza di presupposti legati alla elevata specializzazione della prestazione richiesta, alla temporaneità dell’incarico e all’oggettiva impossibilità di reperire personale specializzato all’interno delle pubbliche amministrazioni.. Si prevede inoltre che le disposizioni introdotte costituiscono norme di principio cui devono attenersi i regolamenti sull’ordinamento degli uffici e dei servizi degli enti locali.

 

L’articolo 33 dispone la soppressione delle norme che autorizzano il trattenimento in servizio dei dipendenti pubblici fino al compimento dei settantesimo anno di età. Si prevede inoltre che i limiti d’età per il collocamento a riposo dei dipendenti pubblici, come modificati dalla disposizione in esame, si applicano anche per l’attribuzione di incarichi dirigenziali a soggetti esterni alle pubbliche amministrazioni.

 

L’articolo 34, comma 1, dispone che i criteri per la determinazione dei trattamenti accessori massimi dei dirigenti titolari di incarichi di funzione dirigenziale di livello generale siano stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

I commi 2 e 3 recano disposizioni circa la pubblicità degli incarichi di consulenza. Si prevede, in particolare, che le amministrazioni rendano noti gli elenchi dei consulenti, unitamente all’oggetto, alla durata e al compenso dell’incarico, mediante inserimento nelle proprie banche dati, accessibili al pubblico per via telematica.

 

L’articolo 34-bisdispone che con i decreti che determinano gli importi dei contributi da corrispondere per il rilascio di carte valori sia altresì stabilita annualmente la quota da riassegnare, anche per le esigenze dei comuni, allo stato di previsione del Ministero dell’interno quali proventi per la copertura dei costi del servizio.

 

L’articolo 34-ter esclude gli enti previdenziali pubblici destinatari delle operazioni di cartolarizzazione dalla disciplina limitativa degli acquisti di beni immobili da parte delle pubbliche amministrazioni introdotta della legge finanziaria 2006.

 

L’articolo 34-quater dispone che il conto annuale delle spese sostenute per il personale e la relazione sui risultati della gestione ad esso allegata, presentati annualmente dalle amministrazioni pubbliche e comunicati alla Corte dei conti, siano trasmesse anche all’Unione delle province d’Italia, all’Associazione nazionale dei comuni italiani e all’Unione nazionale comuni, comunità ed enti montani.

 

L’articolo 34-quinquies dispone la proroga dei trasferimenti erariali alle regioni per il finanziamento delle funzioni conferite con il decreto legislativo 112/1998, fino al secondo anno successivo all’adozione dei provvedimenti di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione.

 

Il comma 1 dell’articolo 35 dichiara le consumazioni obbligatorie nelle discoteche e sale da ballo accessorie alle attività d’intrattenimento e spettacolo, agli effetti dell’IVA, e per conseguenza soggette all’applicazione dell’aliquota ordinaria del 20 per cento.

I commi da 2 a 4 consentono agli uffici finanziari, relativamente alle cessioni di immobili, di rettificare le dichiarazioni IVA e le dichiarazioni dei redditi d'impresa delle persone fisiche determinati in base alle scritture contabili anche in base al valore normale degli immobili medesimi (prezzo mediamente praticato per beni della stessa specie o similari nel tempo e luogo dell’operazione). Viene abrogata la disposizione che esclude la rettifica ai fini dell'IVA quando il corrispettivo sia indicato nell'atto in misura non inferiore al valore determinato in base al reddito catastale.

Il comma 5 dispone che, in caso di subappalto nel settore edile, le prestazioni di servizi (anche di manodopera) sono fatturate dal subappaltatore, senza addebito d’imposta; al versamento dell’imposta è tenuta l’impresa di costruzione o l’appaltatore principale destinataria della prestazione, se soggetto passivo d'imposta nel territorio dello Stato (reverse charge).

Il comma 6 subordina l’efficacia della disposizione all’approvazione da parte della Commissione dell’Unione europea.

Il comma 6-biscoordina con la predetta disposizione la formulazione delle norme riguardanti il rimborso dell'eccedenza detraibile dell’IVA.

Il comma 6-ter fa salva altresì, per i suddetti subappaltatori, la possibilità di compensazione infra-annuale, relativamente a rimborsi d’imposta relativi a periodi inferiori all'anno, per l'ammontare massimo corrispondente all'eccedenza detraibile del trimestre di riferimento. Qualora il volume d’affari per l’anno precedente sia costituito almeno per l’80 per cento da prestazioni in subappalto, il limite annuo massimo dei crediti d’imposta compensabili è elevato a euro 1 milione.

Il comma 7 integra il sistema delle sanzioni tributarie penali con la previsione della reclusione da sei mesi a due anni in caso di omesso versamento dell’IVA o di utilizzazione in compensazione di crediti non spettanti o inesistenti, ove l’ammontare ecceda cinquantamila euro per ciascun periodo d'imposta.

Il comma 8 modifica il regime dell’IVA per le locazioni e gli affitti di terreni e fabbricati, nonché per le cessioni di fabbricati.

Sono esenti da IVA le locazioni e gli affitti di terreni a destinazione non edificatoria, nonché di fabbricati, escluse le locazioni di fabbricati strumentali non diversamente utilizzabili effettuate nei confronti di soggetti passivi IVA che svolgono attività da cui derivi il diritto alla detrazione in misura non superiore al 25 per cento, ovvero di soggetti che non agiscono nell’esercizio di impresa, arti o professioni, o di locatori che dichiarino nell’atto di optare per l’imposizione mediante IVA. Sono altresì esenti da IVA le cessioni di fabbricati o porzioni di fabbricati, escluse quelle effettuate entro quattro anni dall’impresa costruttrice o che vi abbia eseguito interventi di restauro e risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia o urbanistica. Relativamente ai fabbricati strumentali non diversamente utilizzabili, nonché alle loro porzioni, rimangono soggette a IVA le cessioni effettuate entro quattro anni dall’impresa costruttrice o che vi abbia eseguito interventi di restauro e risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia o urbanistica, quelle effettuate nei confronti di soggetti passivi IVA che svolgono attività da cui derivi il diritto alla detrazione in misura non superiore al 25 per cento, ovvero di soggetti che non agiscono nell’esercizio di impresa, arti o professioni, e quelle effettuate da cedenti che dichiarino nell’atto di optare per l’imposizione mediante IVA.

Il comma 9 esclude la rettifica delle detrazioni, in conseguenza del nuovo regime tributario, limitatamente ai fabbricati, diversi da quelli strumentali non diversamente utilizzabili, posseduti alla data del 4 luglio 2006. Non debbono altresì operare la rettifica le imprese costruttrici o che hanno eseguito interventi di restauro e risanamento conservativo o di ristrutturazione edilizia o urbanistica, limitatamente ai fabbricati o loro porzioni per cui il termine quadriennale scade entro la predetta data. Per gli immobili strumentali non diversamente utilizzabili, la rettifica si esegue soltanto qualora nel primo atto stipulato dopo l’entrata in vigore della legge di conversione non sia esercitata l’opzione per l’imposizione mediante IVA.

Il comma 10 disciplina l’applicazione dell’imposta di registro, assoggettandovi fra l’altro le locazioni di immobili strumentali, anche qualora siano soggette a IVA, con l’aliquota dell’1 per cento.

Il comma 10-bissottopone il trasferimento di proprietà di immobili strumentali all’imposta ipotecaria, nella misura del 3 per cento, e all’imposta catastale, nella misura del 10 per mille: il comma 10-ter riduce della metà le aliquote, dal 1° ottobre 2006, qualora della cessione sia parte un fondo immobiliare chiuso, un’impresa di locazione finanziaria, una banca o un intermediario finanziario. A norma del comma 10-sexies, in caso di beni immobili strumentali in locazione finanziaria, le somme corrisposte a titolo di imposta di registro possono essere detratte dalle imposte ipotecaria e catastale dovute in caso di riscatto della proprietà del bene.

Il comma 10-quaterstabilisce che le disposizioni si applicano, se meno favorevoli, anche per l’affitto di aziende il cui valore complessivo sia costituito per più della metà da fabbricati.

Il comma 10-quinquies prescrive, per l’applicazione dell’imposta proporzionale di registro ai contratti di locazione in essere alla data di entrata in vigore del decreto-legge, che le parti debbono presentare per la registrazione apposita dichiarazione, nella quale, ricorrendone i presupposti, possono esercitare l’opzione per la tassazione mediante IVA.

Il comma 11 pone limiti alla deducibilità agli effetti IRES ed esclude la detraibilità IVA relativamente ai veicoli, individuati con provvedimenti dell’Agenzia delle entrate, aventi caratteristiche che non impediscono l’uso per il trasporto privato di persone.

Il comma 12 prevede che gli esercenti arti e professioni, soggetti al regime di contabilità semplificata, sono obbligati a utilizzare uno o più conti correnti bancari o postali per versarvi le somme riscosse nell'esercizio dell'attività e prelevarne quelle occorrenti per il pagamento delle spese. Essi possono ricevere i compensi di importo pari o superiore a 100 euro esclusivamente mediante assegni non trasferibili o bonifici ovvero altre modalità di pagamento bancario o postale nonché mediante sistemi di pagamento elettronico.

Il comma 12-bisspecifica che Il limite di 100 euro verrà applicato a decorrere dal 1° luglio 2008; fino al 30 giugno 2007 tale limite è stabilito in 1000 euro e dal 1° luglio 2007 al 30 giugno 2008 in 500 euro.

Il comma 13 prevede che, salvo prova contraria, si presume avere sede nello Stato la società controllante una società di capitali, una cooperativa o un altro ente commerciale residente, qualora sia controllata anche indirettamente da soggetti residenti o qualora la maggioranza degli amministratori risieda nel territorio dello Stato.

Il comma 14 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 13.

Il comma 15 adegua le percentuali previste per l’individuazione delle società non operative (società di comodo) e per la determinazione del loro reddito minimo. Sono modificate le ipotesi di inapplicabilità della disciplina, prevedendosi in particolare la facoltà di richiedere la disapplicazione delle disposizioni antielusive in presenza di oggettive situazioni di carattere straordinario. È infine esclusa la possibilità di rimborso o utilizzazione in compensazione per l’eccedenza di credito risultante dalla dichiarazione IVA ed è limitata la facoltà di riportare l’eccedenza in periodi d’imposta successivi.

Il comma 16 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 15.

Il comma 17 prevede che i limiti relativi al computo delle perdite delle società partecipanti a una fusione nella determinazione del reddito della società risultante dall’operazione si applicano, in caso di retrodatazione degli effetti fiscali della fusione, anche al risultato negativo che si sarebbe generato in capo ai singoli soggetti partecipanti.

Il comma 18 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 17.

Il comma 19 prevede che l’applicazione delle agevolazioni per il recupero del patrimonio edilizio è subordinata alla condizione che il costo della manodopera sia riportato distintamente nella fattura.

Il comma 20 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 19.

I commi da 21 a 23-ter intervengono nel settore delle cessioni immobiliari. In particolare stabiliscono che le parti hanno l’obbligo di indicare nell’atto il corrispettivo pattuito; la misura della riduzione degli onorari notarili è elevata dal 20 al 30 per cento; è prevista una sanzione amministrativa pecuniaria qualora sia occultato, anche in parte, il corrispettivo pattuito, oltre a calcolare per intero l’imposta; le parti debbono dichiarare le modalità di pagamento del corrispettivo, nonché l’eventuale ricorso a mediatore, il compenso di questo e le modalità di pagamento. In caso di omessa o falsa dichiarazione sono previste la sanzione amministrativa pecuniaria e l’accertamento del valore del bene; è altresì introdotta la detraibilità, nella misura del 19 per cento, dei compensi pagati a intermediari immobiliari per l’acquisto dell’abitazione principale, nel limite annuo di 1000 euro; s’interviene altresì circa la determinazione del valore quando l’acquisto sia finanziato con mutui fondiari o finanziamenti bancari, nonché circa i l’esercizio dei poteri di rettifica agli effetti dell’imposta di registro.

Il comma 24 estende all’accertamento delle imposte di registro, ipotecaria e catastale i poteri di accertamento e controllo conferiti agli uffici finanziari in materia di imposte indirette. Sono indicate le sanzioni amministrative applicabili in caso di inottemperanza alle richieste di documentazione.

I commi da 25 a 26-bis consentono agli agenti della riscossione di utilizzare, per la sola riscossione mediante ruolo e previa autorizzazione, i dati dell’anagrafe tributaria, nonché di accedere, previa richiesta, ai dati rilevanti detenuti da soggetti pubblici o privati.

I commi 26-ter e 26-quater recano disposizioni circa la sanatoria delle somme dovute dai concessionari della riscossione per inadempimento, considerando efficaci i mancati versamenti se effettuati entro il 10 luglio 2006 unitamente agli interessi.

Il comma 26-quinquies estende la possibilità di impugnazione, nell’ambito del processo tributario, all’iscrizione di ipoteca sugli immobili e al fermo dei beni mobili registrati del debitore e dei coobbligati.

Il comma 27 stabilisce che a decorrere dal 1° ottobre 2006 le imprese di assicurazione che erogano risarcimenti in denaro devono darne comunicazione all'anagrafe tributaria, secondo quanto stabilito con provvedimento dell’Agenzia delle entrate.

I commi da 28 a 34 recano disposizioni circa la responsabilità in solido dell'appaltatore con il subappaltatore – nei limiti del corrispettivo dovuto a quest’ultimo – circa l’effettuazione e il versamento delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente e del versamento dei contributi previdenziali e assicurativi obbligatori cui è tenuto il subappaltatore.

Il comma 35 attribuisce nuove prerogative all’Agenzia delle dogane in relazione alle attività di prevenzione e contrasto delle violazioni tributarie, prevedendo l’acquisizione di dati e documenti relativi ai costi di trasporto, assicurazione, nolo e di ogni altro elemento di costo che forma il valore dichiarato per l'importazione, l'esportazione, l'introduzione in deposito doganale o IVA e il transito.

Il comma 35-bis stabilisce che le società di calcio professionistiche devono trasmettere per via telematica all’Agenzia delle entrate copia dei contratti relativi all’acquisto dei giocatori e ai loro compensi.

Il comma 35-ter proroga per l’anno 2006 il regime IVA agevolato per le ristrutturazioni edilizie con l’aliquota al 10% per le prestazioni fatturate dal 1° ottobre 2006. Con decorrenza dalla stessa data e sino al 31 dicembre 2006 il comma 35-quater riduce dal 41% al 36% la quota di detraibilità, agli effetti dell’IRPEF, delle spese sostenute per il recupero del patrimonio edilizio.

 

L’articolo 36 al comma 1 sottopone all’aliquota IVA ordinaria del 20 per cento i servizi telefonici resi attraverso posti telefonici pubblici e telefoni a disposizione del pubblico, in precedenza sottoposti all’aliquota ridotta del 10 per cento.

Il comma 2 definisce come fabbricabile un’area se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale adottato dal comune, indipendentemente che sia intervenuta la relativa approvazione da parte della Regione e siano stati adottati strumenti attuativi del medesimo piano regolatore

Il comma 3 sottopone a tassazione integrale tutti gli utili provenienti, anche indirettamente, da società residenti in Stati e territori a regime fiscale privilegiato e non solo quelli corrisposti direttamente da tali società in relazione alla partecipazione al capitale o al patrimonio, ai titoli e ad altri strumenti finanziari.

Il comma 4 determina la decorrenza della disposizione di cui al comma 3.

Il comma 4-bisstabilisce che non concorrono alla formazione del reddito imponibile agli effetti dell’IRES tutti gli utili corrisposti dalle società e dagli enti commerciali residenti all’estero (fatta eccezione per quelle residenti in Stati a regime fiscale privilegiato) e non solo quelli relativi alla partecipazione alla capitale e al patrimonio, ai titoli e ad altri strumenti finanziari.

Il comma 5 esclude dalla possibilità di ammortamento anticipato le spese e le altre componenti negative riferite all’acquisto di autoveicoli, autocaravan, ciclomotori e motocicli che non sono utilizzati esclusivamente come beni strumentali dell’impresa.

Il comma 6 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 5.

Il comma 6-bis esclude la deducibilità dei canoni di locazione finanziaria dei beni di cui al comma 5 la cui durata risulti superiore al periodo di ammortamento ordinario dei medesimi beni.

Il comma 6-ter stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 6-bis.

Il comma 7 stabilisce che, al fine del calcolo delle quote di ammortamento deducibili, il costo dei fabbricati strumentali deve essere assunto al netto del costo delle aree occupate dalla costruzione. Vengono definite le modalità per la determinazione del costo di tali aree.

Il comma 8 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 7.

Il comma 9 stabilisce, mediante una novella all’articolo 115 del TUIR, che, in caso di opzione per il regime fiscale di trasparenza, le perdite fiscali dei soci partecipanti relative agli esercizi anteriori all’inizio della tassazione per trasparenza non possono essere utilizzate per compensare i redditi imputati dalle società partecipate.

Il comma 10 reca una disposizione di coordinamento formale conseguente alle modifiche introdotte nell’articolo 115 del TUIR dal comma 9.

Il comma 11 stabilisce la decorrenza delle disposizioni di cui ai commi 9 e 10.

Il comma 12 circoscrive all’avvio di nuove attività produttive l’applicazione delle disposizioni in materia di riporto illimitato in diminuzione del reddito complessivo delle perdite realizzate nei primi tre esercizi di imposta dalla data di costituzione; viene inoltre estesa l’esclusione dal regime generale di riporto delle perdite all’ipotesi in cui intervenga modifica dell’attività quando la società che riporta la perdita sia acquisita da società controllata dallo stesso soggetto ovvero dal soggetto che ne controlla il controllante.

Il comma 13 consente, per le perdite realizzate nei primi tre esercizi d’imposta e prive dei requisiti sopra richiamati, il riporto in diminuzione non oltre l’ottavo esercizio successivo.

Il comma 14 stabilisce la decorrenza delle disposizioni di cui all’articolo 36.

Il comma 15 sopprime l’aliquota agevolata di registro per i trasferimenti di immobili inseriti in piani urbanistici particolareggiati, fatta eccezione per quelli diretti all’attuazione di programmi prevalentemente di edilizia residenziale convenzionata.

Il comma 16 consente l’esercizio del regime di trasparenza fiscale di cui all’articolo 115 del TUIR anche alle società a ristretta base proprietaria che detengano partecipazioni sottoposte a regime di esenzione parziale e stabilisce che tali plusvalenze e tali dividendi concorrano a formare la base imponibile IRES nella misura del 40 per cento.

Il comma 17 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 16 dell’articolo 36.

Il comma 18 esclude la deducibilità delle minusvalenze se conseguenti all’assegnazione di beni a soci o alla destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa.

Il comma 19 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 18.

Il comma 20 sopprimono la possibilità, di cui all’articolo 93, comma 3, del TUIR, di ridurre il valore delle rimanenze finali per rischio contrattuale ai fini della determinazione del reddito di impresa.

Il comma 21 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui all’articolo 36.

Il comma 22 esclude l’applicazione delle disposizioni in materia di oneri deducibili, deduzioni per oneri di famiglia e no-tax area ai redditi prodotti nel territorio dello Stato da soggetti non residenti in Italia.

Il comma 23 sopprime la previsione dell’applicazione di un’aliquota IRPEF agevolata alle somme corrisposte in occasione della cessazione del rapporto di lavoro al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori che abbiano superato l’età di 50 anni se donne e di 55 anni se uomini, fatta eccezione per le somme corrisposte in relazione a rapporti di lavoro cessati prima dell’entrata in vigore del decreto-legge, ovvero in attuazione di atti o accordi di data certa anteriore al medesimo termine.

Il comma 24 prevede l’applicazione della ritenuta alla fonte anche ai compensi per l’assunzione di obblighi di fare, non fare o permettere.

Il comma 25 subordina l’applicabilità della disposizione che esclude dalla base imponibile IRPEF la differenza tra il valore delle azioni assegnate al dipendente (c.d. stock option) al momento dell’assegnazione e l’ammontare corrisposto dal dipendente stesso alla condizione che le azioni non siano cedute o costituite in garanzia per cinque anni dall’assegnazione, e che il loro valore complessivo, per ciascun periodo d’imposta, non sia superiore alla retribuzione lorda del dipendente nel periodo d’imposta precedente. Il reddito derivante dall’applicazione delle suddette disposizioni rileva anche a fini contributivi, limitatamente ai piani di assegnazioni deliberati dopo l’entrata in vigore del decreto-legge e con esclusivo riferimento, ai fini del calcolo delle prestazioni alle anzianità maturate in data successiva alla data di entrata in vigore del decreto.

Il comma 25-bis stabilisce che qualora, in applicazione del comma 25, il valore delle azioni distribuite ai dipendenti concorra alla formazione del loro reddito, il corrispondente importo rileva anche a fini contributivi.

Il comma 26 stabilisce la decorrenza dell’entrata in vigore della disposizione di cui al comma 25.

Il comma 27 dispone che le perdite derivanti dall’esercizio di imprese minori in contabilità semplificata ovvero di arti e professioni non siano sottratte dal reddito complessivo, bensì dal relativo reddito d’impresa o di lavoro autonomo nel periodo d’imposta interessato e nei cinque successivi. La disposizione si applica ai redditi e alle perdite realizzati dal periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del decreto.

Il comma 28 stabilisce la decorrenza della disposizione di cui al comma 27.

Il comma 29 prevede che concorrano a determinare il reddito di lavoro autonomo le plusvalenze e le minusvalenze dei beni strumentali in caso di cessione a titolo oneroso, destinazione a finalità estranee all’attività di lavoro autonomo ovvero al consumo proprio o familiare, risarcimento, anche in forma assicurativa, per la loro perdita o danneggiamento. Concorrono altresì i corrispettivi per cessione della clientela e di altri elementi immateriali comunque riferibili all’attività artistica o professionale: questi ultimi redditi sono sottoposti a tassazione separata se percepiti in unica soluzione.

Il comma 30 reca una norma d’interpretazione autentica volta a precisare che il prestatore di lavoro dipendente all’estero, per le imposte pagate all’estero, fruisce di un credito d’imposta non pieno, ma proporzionale alla misura in cui il reddito così prodotto, in quanto determinato convenzionalmente ai sensi dell’articolo 51, comma 8-bis, del TUIR, concorre alla formazione del reddito imponibile.

Il comma 31 sopprime il regime fiscale speciale per il comune di Campione d’Italia.

Il comma 32 prevede che i contributi deducibili dal reddito i cui termini di versamento siano sospesi a causa di calamità pubblica possano essere dedotti nel periodo d’imposta cui si riferiscono, ancorché sospesi, e non in quello nel quale sono effettivamente versati. In via transitoria è consentita la deduzione nel periodo d’imposta in cui sono versati, salvo che non siano già stati dedotti precedentemente.

Il comma 33 abroga alcune disposizioni legislative in contrasto.

Il comma 34 prevede che nella determinazione degli acconti IRES e IRAP da parte dei soggetti passivi IRES per il periodo d’imposta in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto venga assunta quale imposta versata nel periodo precedente quella che si sarebbe determinata applicando le disposizioni del decreto medesimo. Eventuali conguagli sono versati con la seconda o unica rata.

Il comma 34-bis reca una norma interpretativa dell’articolo 14 della legge n. 537 del 1993 che prevede che i proventi derivanti da fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo se non già sottoposti a sequestro o confisca penale devono intendersi come redditi diversi.

 

L’articolo 36-bis contiene una serie di disposizioni volte al contrasto del lavoro sommerso e alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. In primo luogo si prevede che violazioni di una certa gravità della disciplina relativa alla regolarità delle assunzioni e all’orario di lavoro possano condurre all’emanazione di provvedimenti di sospensione dei lavori e di interdizione alla contrattazione con le pubbliche amministrazioni (compresa la partecipazione a gare pubbliche). Inoltre si prevede che il personale occupato nei cantieri edili venga dotato, a decorrere dal 1° ottobre 2006, di apposita tessera di riconoscimento. Si introduce, per i datori di lavoro del settore edile, un obbligo di comunicare l’assunzione di nuovi lavoratori il giorno antecedente all’instaurazione dei relativi rapporti. Vengono poi introdotte modifiche alla disciplina delle sanzioni amministrative pecuniarie previste per il caso di impiego di personale non risultante dalle scritture o dai documenti obbligatori. Si limita ai datori di lavoro del settore edile in possesso dei requisiti per il rilascio della certificazione di regolarità contributiva la possibilità di usufruire delle agevolazioni contributive previste dall’art. 29 del decreto legge n. 244/1995. Inoltre, per i lavoratori iscritti alla gestione separata di cui all’articolo 2, comma 26, della L. 8 agosto 1995, n. 335, viene prorogato al 31 dicembre 2007 il termine di prescrizione per la contribuzione previdenziale e assistenziale obbligatoria relativa all’anno 1996. Infine l’articolo destina una quota di 24 milioni di euro delle risorse attribuite dall’articolo 1, comma 410, della legge n. 266 del 2005 (legge finanziaria per il 2006) per i trattamenti di sostegno al reddito “in deroga”, alla proroga dei trattamenti straordinari di integrazione salariale di cui all’articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 249 del 2004.

 

L’articolo 37, comma 1, inserisce i curatori fallimentari e i commissari liquidatori nell’elenco dei soggetti obbligati ad effettuare la ritenuta di acconto IRPEF sui redditi di lavoro dipendente.

I commi 2 e 3 abrogano alcune limitazioni alla possibilità di effettuare l’accertamento in base agli studi di settore e dettano disposizioni transitorie per l’adeguamento alle risultanze dei suddetti studi.

I commi 4 e 5 impongono agli operatori finanziari obblighi di comunicazione all’Anagrafe tributaria. Il comma 6 novella il sistema sanzionatorio predisposto a tutela del rispetto degli obblighi degli operatori finanziari. Il comma 7 amplia le possibilità di utilizzazione dei dati acquisiti dall’Anagrafe tributaria.

Il comma 8 introduce l’obbligo, per i contribuenti IVA, di presentare gli elenchi dei clienti e dei fornitori. Il comma 9 detta disposizioni transitorie.

I commi da 10 a 14 intervengono in materia di modalità e termini di presentazione delle dichiarazioni fiscali e di termini di effettuazione di versamenti.

I commi 15-17 introducono un regime di franchigia dall’IVA per i contribuenti persone fisiche esercenti attività commerciali, agricole e professionali con volume di affari non superiore a 7.000 euro. L’applicazione del regime di franchigia comporta l’esonero dal versamento dell’IVA e da tutti gli altri obblighi relativi a tale imposta, ad eccezione gli obblighi di numerazione e di conservazione delle fatture di acquisto e delle bollette doganali, nonché di certificazione e comunicazione telematica dei corrispettivi.

I commi da 18 a 20,modificati nel corso dell’esame presso il Senato, disciplinano l’effettuazione di controlli sui titolari di partita IVA.

I commi 21, 22 e 23 disciplinano la comunicazione all’Anagrafe tributaria da parte delle camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura dei dati e delle notizie contenuti nelle domande di iscrizione, variazione e cancellazione nei registri delle ditte e negli albi degli artigiani, nonché i dati dei bilanci di esercizio depositati.

Il comma 21-bis stabilisce che un decreto del Ministro dello sviluppo dovrà disciplinare le modalità di presentazione degli atti al registro delle imprese in formato elettronico elaborabile. Le nuove modalità di presentazione saranno applicabili a decorrere da una data non successiva al 31 marzo 2007.

I commi da 24 a 26 raddoppiano i termini di decadenza dell’azione amministrativa di accertamento, ai fini delle imposte sui redditi e dell’IVA, in riferimento a periodi di imposta in cui siano state riscontrate, a carico del contribuente, violazioni che comportano l’obbligo di denuncia penale per uno dei reati tributari di cui al D.Lgs. n. 74 del 2000.

Il comma 27 reca modifiche alla disciplina di notifica di avvisi e atti in materia di imposte sui redditi.

Il comma 28 dispone che le comunicazioni e notificazioni nell’ambito del processo tributario siano effettuate in modo tale che dal relativo plico non possa desumersi il contenuto dell’avviso o dell’atto.

I commi 29 e 30 comminano una sanzione amministrativa pecuniaria per la mancata restituzione dei questionari inviati dalla Guardia di finanza nello svolgimento delle funzioni di polizia economica e finanziaria e per l’inottemperanza all’invito a comparirefatto dalla Guardia di finanza nello svolgimento delle suddette funzioni.

Il comma 31 modifica l’articolo 36 del D.P.R. n. 600/1973, n. 600, stabilendo che anche gli organi requirenti e giudicanti in materia penale – al pari dei già previsti organi giurisdizionali civili e amministrativi – siano tenuti a comunicare alla Guardia di finanza fatti potenzialmente configurabili come violazioni tributarie, di cui vengano a conoscenza a causa o nell’esercizio delle rispettive funzioni. Tale obbligo è esteso – previa autorizzazione – anche alla polizia giudiziaria.

Il comma 32 amplia i poteri dell’Amministrazione finanziaria in materia di accertamento delle imposte dirette, introducendo la possibilità di inviare questionari, nonché richiedere dati, notizie e documenti o acquisire informazioni relativamente al complesso dei rapporti economici intrattenuti dal destinatario dell’istanza conoscitiva.

I commi da 33 a 37 disciplinano la trasmissione telematica all’Agenzia delle entrate dei corrispettivi giornalieri da parte delle imprese esercenti il commercio.

I commi 38 e 39 dispongono l’imponibilità delle plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso di immobili ricevuti per donazione, quando la cessione a titolo oneroso è effettuata entro cinque anni dalla data di acquistoda parte del donante.

I commi 40 e 41 modificano i termini di iscrizione a ruolo delle somme dovute nei casi di pagamento rateale e delle somme, soggette a tassazione separata, erogate a titolo di indennità di fine rapporto e di prestazione pensionistica complementare.

Il comma 42 interviene in materia di termini di iscrizione a ruolo delle somme dovute a seguito di controlli automatici, consentendo l’iscrizione nei termini ordinariamente previsti e non entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, come previsto dall’articolo 36-bis del DPR n. 600 del 1973 e dall’articolo 54-bis del DPR n. 633 del 1972.

Il comma 43 stabilisce che non si effettua iscrizione a ruolo, né rimborso per gli importi a debito o a credito inferiori a 100 euro risultanti dalla riliquidazione delle imposte sui redditi soggetti a tassazione separata, corrisposti nel periodo 1° gennaio 2003 – 31 dicembre 2005.

Il comma 44 stabilisce il termine del 31 dicembre 2008 per la notifica delle cartelle di pagamento conseguenti alle iscrizioni a ruolo per mancato pagamento degli importi dovuti da parte dei soggetti che si sono avvalsi degli istituti definitorî di cui alla legge n. 289 del 2002 (legge finanziaria per il 2003).

Il comma 45 interviene in materia di ammortamento dei beni immateriali, riducendo il periodo di ammortamento di opere dell’ingegno, brevetti e simili e aumentando il periodo di ammortamento del costo dei marchi d’impresa. Il comma 46 determina la decorrenza del comma 45.

Il comma 47 estende alle spese relative a studi e ricerche di sviluppo e alle spese relative ai contratti di locazione finanziaria la deducibilità, agli effetti delle imposte sui redditi, anche nel caso in cui non siano imputate al conto economico (c.d. disinquinamento del bilancio). Il comma 48 determina la decorrenza della disposizione di cui al comma precedente.

Il comma 49 prevede che a decorrere dal 1° ottobre 2006, tutti i titolari di partita IVA debbono effettuare in via telematica, direttamente o per mezzo di intermediari, i versamenti per imposte, contributi e premi, nonché i versamenti in favore di enti e casse previdenziali.

Il comma 50 esclude la possibilità di corresponsione di interessi anatocistici sui rimborsi di tributi. Gli interessi dovuti sui tributi rimborsati sono, quindi, dovuti nella misura stabilita dalla singola legge d’imposta.

Il comma 51 sopprime gli istituti della programmazione fiscale e dell’adeguamento dei redditi dei periodi di imposta precedenti, introdotti nell'ordinamento dalla legge 23 dicembre 2005, n. 266 del 2005 (legge finanziaria per il 2006).

Il comma 52 dell’articolo 37 reca disposizioni relative al numero dei componenti dei comitati di gestione delle Agenzie fiscali.

I commi 53 e 55 recano disposizioni relative alle dichiarazioni e comunicazioni in materia di imposta comunale sugli immobili – ICI, nonché alle modalità di versamento della stessa imposta.

Il comma 54 riguarda il funzionamento della base dei dati catastali gestita dall’Agenzia del territorio.

Il comma 56 integra la disciplina relativa all’applicazione dei coefficienti di abbattimento per la determinazione del prezzo di vendita degli immobili residenziali pubblici, oggetto di cartolarizzazione.

Il comma 57 provvede alla copertura delle minori entrate derivanti dal recepimento della direttiva 2003/123/CE del 22 dicembre 2003 inerente al trattamento fiscale delle società madri-figlie di Stati membri diversi, in via di recepimento da parte dello Stato italiano.

 

L’articolo 38 reca misure di contrasto del gioco illegale. In particolare il comma 1 prevede l’emanazione, entro il 31 dicembre 2006, di regolamenti al fine di disciplinare le scommesse a distanza a quota fissa con modalità di interazione diretta tra i singoli giocatori (c.d. scommesse peer to peer), i giuochi di abilità a distanza con vincita in denaro, nei quali il risultato dipende, in misura prevalente rispetto all'elemento aleatorio, dall'abilità dei giocatori, le caratteristiche dei punti di vendita aventi come attività principale la commercializzazione dei prodotti di giuoco pubblici.

Il comma 2 rimette a provvedimenti del Ministero dell'economia e delle finanze – A.A.M.S. la determinazione delle modalità di distribuzione del giuoco su eventi diversi dalle corse dei cavalli.

Il comma 3 modifica, con decorrenza dal 1° gennaio 2007, le modalità di determinazione dell’aliquota d’imposta unica sulle scommesse sportive,

Il comma 4 rimette a provvedimenti del Ministero dell'economia e delle finanze – A.A.M.S. la determinazione delle nuove modalità di distribuzione del giuoco su base ippica.

I commi da 5 a 8 recano, rispettivamente, disposizioni circa il numero massimo di apparecchi da giuoco installabili presso pubblici esercizi, la decadenza dalle autorizzazioni o dagli incarichi riguardanti la raccolta di giuochi, concorsi o scommesse in caso di reiterazione dei reati connessi, il pagamento delle vincite agli apparecchi da intrattenimento, il canone di concessione per la conduzione operativa della rete telematica dei giuochi.

 

L’articolo 39 sostituisce la norma interpretativa, contenuta nel D.L. n. 203 del 2005, relativa all’esenzione dall’ICI in favore degli immobili utilizzati dagli enti non commerciali, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di religione o di culto. Tale esenzione s’intende applicabile alle suddette attività a condizione che non abbiano esclusivamente natura commerciale.

 

L’articolo 39-bis modifica la legge n. 157/1999 e la legge n. 515/1993, concernenti la disciplina dei rimborsi elettorali, introducendo specifiche disposizioni concernenti principalmente il rimborso spettante a partiti o movimenti politici per le spese sostenute in campagna elettorale nella circoscrizione Esteroe il rimborso previsto per i comitati promotori dei referendum.

 

L'articolo 40 reca la norma di copertura finanziaria degli oneri recati dalle disposizioni del provvedimento in esame.

 

Con l’articolo 40-bis vengono sostanzialmente fatti salvi gli effetti degli atti e dei contratti, pubblici o privati, emanati, stipulati o comunque posti in essere nello stesso giorno della pubblicazione del decreto-legge (coincidentecon la sua entrata in vigore), nel rispetto della normativa previgente.

 

L'articolo 41 reca la consueta clausola relativa all'entrata in vigore


 

Elementi per l’istruttoria legislativa

Motivazioni della necessità ed urgenza

Il decreto-legge motiva la necessità ed urgenza del provvedimento, ai sensi dell’articolo 77 della Costituzione, in riferimento all’esigenza di rafforzare la libera scelta dei consumatori e di rendere più concorrenziali gli assetti di mercato, favorendo anche il rilancio dell'economia e dell'occupazione, e di adottare interventi intesi a razionalizzare e contenere i livelli di spesa pubblica, nonché in tema di entrate e di contrasto all'evasione ed elusione fiscale.

 

Rispetto delle competenze legislative costituzionalmente definite

Il provvedimento in esame, che incide su una pluralità di settori, appare in larga parte riconducibile, specie in considerazione delle finalità generali[1], alla materia della “tutela della concorrenza”, nonché alla materia “sistema tributario e contabile dello Stato”, entrambe riservate alla potestà legislativa esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lett. e), Cost.

Assumono altresì rilievo le seguenti materie, sempre riservate alla potestà legislativa esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma:

§         ordinamento civile” (lett. l))

§         ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici nazionali” (lett. g));

§         determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti sull’intero territorio nazionale” (lett. m));

 

Con riferimento a singole disposizioni, possono altresì essere richiamate le materie “ordinamento penale”, “legislazione elettorale”, e “tutela del risparmio e mercati finanziari”, sempre rimesse alla potestà legislativa esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma (rispettivamente, lett. l), p) ed e)).

Sempre con riferimento a singole disposizioni, possono altresì rilevare, tra le materie di legislazione concorrente di cui all’art. 117, terzo comma Cost.:

§         “coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario”;

§         “professioni”;

§         “tutela della salute”;

§         “tutela e sicurezza del lavoro”;

 

Con specifico riferimento all’articolo 19, commi 1 e 2, appare opportuno un approfondimento in ordine alle finalità del Fondo per la famiglia e di quello per le politiche giovanili (che vengono istituiti presso la Presidenza del Consiglio dei ministri), anche alla luce della giurisprudenza della Corte costituzionale relativa a fondi settoriali (o di impiego delle risorse del Fondo per le politiche sociali) in materie non rientranti nella competenza esclusiva dello Stato.

Si ricorda infatti che la Corte costituzionale si è pronunciata più volte sulla illegittimità costituzionale di disposizioni di legge statale volte a vincolare l’impiego di risorse finanziarie non solo nelle materie rientranti nella competenza residuale delle regioni (come i servizi sociali)[2], ma anche in settori riconducibili alla competenza concorrente di Stato e regioni (come per i servizi per l’infanzia, nei quali sono prevalenti gli aspetti relativi all’istruzione e alla formazione prescolare dei bambini)[3].

Da ultimo, con la sentenza n. 118 del 2006, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di due norme contenute nella legge n. 311 del 2004 (legge finanziaria per il 2004): la prima[4], riguardante l’impiego di una quota delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali per promuovere politiche giovanili finalizzate a favorire la partecipazione dei giovani sul piano culturale e sociale; la seconda[5], volta ad introdurre un Fondo per l’acquisto della prima casa per le giovani coppie.

 

Con specifico riferimento all’articolo 28, che dispone una riduzione delle diarie per missioni all’estero dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (senza alcuna esclusione relativa agli enti territoriali), si fa presente che la giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 417 del 2005), in relazione al principio di autonomia di spesa degli enti territoriali, ha escluso l’ammissibilità di vincoli puntuali, stabiliti dal legislatore statale, relativi a singole voci di spesa dei bilanci delle regioni e degli enti locali.

In particolare, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di una disposizione della legge finanziaria 2004, che ha introdotto un limite al rimborso delle spese di viaggio aereo per il personale delle pubbliche amministrazioni che si reca all’estero per ragioni di servizio nell’ambito dell’Unione europea o per conto dell’Unione europea, nella parte in cui si applicava al personale delle Regioni (sentenza n. 449 del 2005).

 

Specificità ed omogeneità delle disposizioni

Il provvedimento reca contenuti eterogenei complessivamente finalizzati, direttamente o indirettamente, a migliorare i saldi di finanza pubblica e ad introdurre misure di rilancio economico, intervenendo sia dal lato delle entrate che della spesa pubblica, nonché adottando misure di liberalizzazione di settori produttivi; ad esse si aggiungono tuttavia, anche a seguito delle modificazioni apportate dal Senato con l’approvazione di un maxiemendamento sui cui il Governo ha posto la fiducia, disposizioni ulteriori non immediatamente riferibili alla finalità complessiva del provvedimento (ad esempio, l’articolo 39-bis, avente ad oggetto rimborsi elettorali).

Coordinamento con la normativa vigente

Con riferimento all’articolo 6 relativo ad interventi per il potenziamento del servizio di taxi, si segnala che andrebbe valutata l’opportunità di formulare la disposizione in esame in termini di novella alla legge n. 21 del 1992 recante la disciplina generale del servizio di taxi.

 

Con riferimento all’articolo 12 andrebbe valutata l’opportunità di un coordinamento della disposizione in esame con la disciplina generale sul trasporto pubblico locale di cui al richiamato D.Lgs. 422/199. Circa il comma 2, relativo alla circolazione dei veicoli, non appare chiara la relazione tra la disposizione ivi recata e le previsioni del codice della strada recanti la regolamentazione della circolazione nei centri abitati (art. 7), attesa l’analogia delle fattispecie contemplate dai due atti normativi (decreto legge e codice della strada.

 

Con riferimento all’articolo 14-bis, relativo all’integrazione dei poteri dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni nei procedimenti diretti alla promozione della concorrenza nella fornitura delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica, si segnala che andrebbe valutata l’opportunità di formulare la disposizione in esame in termini di novella al codice delle comunicazioni elettroniche, attesa la collocazione in tale fonte normativa di disposizioni che affidano all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il potere di imposizione di precisi obblighi (obbligo di trasparenza, obbligo di non discriminazione, obbligo di separazione contabile, obblighi in materia di accesso e di uso di determinate risorse di rete, obblighi in materia di controllo dei prezzi e di contabilità dei costi) qualora, in esito all'analisi del mercato, un'impresa venga designata come detentrice di un significativo potere di mercato in un mercato specifico (artt. 46, 47, 48, 49 e 50).

 

Con riferimento all’articolo 20, comma 3-ter, in materia di requisiti per l’accesso ai contributi all’editoria per i quotidiani o periodici di partiti o movimenti politici, si osserva che esso interviene sul comma 10 dell’articolo 3 della legge n. 250 del 1990 che risulta essere superato dall’articolo 153 della legge n. 388 del 2000 per quanto riguarda la definizione dei requisiti di riconoscimento come “forza politica” avente diritto ai contributi per i propri organi.

 

Appare opportuno un coordinamento, formale e sostanziale, delle disposizioni di cui all’articolo 22-bis, commi 2, 3 e 4, in materia di attività intramoenia, con la disciplina di cui all’articolo 15-quinquies, comma 3, del decreto legislativo n. 502 del 1992.

Collegamento con lavori legislativi in corso

Alcune UPB del bilancio dello Stato, ridotte dall’articolo 25 del decreto-legge in esame, sono oggetto di variazioni in aumento da parte del disegno di legge di assestamento, attualmente in corso di esame presso la Camera (AC 1254). Appare al riguardo opportuno un chiarimento da parte del Governo in ordine alle ragioni che hanno indotto ad intervenire sulle medesime UPB in aumento in sede di assestamento e in riduzione nell’ambito del provvedimento in esame.

Osservazioni sul testo

Con riferimento all’articolo 3, commi 3 e 4, si osserva che nel periodo compreso tra l'entrata in vigore del decreto-legge e il 1° gennaio 2007, potrebbe risultare di non agevole individuazione il quadro normativo di riferimento in merito allo svolgimento sul territorio italiano delle attività commerciali e della somministrazione di alimenti e bevande.

Infatti, mentre la normativa statale previgente, "superata" dalle disposizioni in esame, viene meno per l'abrogazione espressa in ragione dell'incompatibilità, quella regionale viene meno quando sostituita, entro il 1° gennaio 2007, sopravvivendo fino a quella data. La questione ha rilievo circa il trattamento delle eventuali aperture di esercizi commerciali tra il 4 luglio 2006 (data di entrata in vigore del testo qui in esame) ed il 1 gennaio 2007 (data entro la quale le Regioni devono adeguarsi), e ciò perché non è improbabile che convivano nel periodo indicato norme statali (quelle qui in esame) sulla concorrenza e norme regionali sul commercio di segno potenzialmente contrario.

 

All’articolo 8, commi 1 e 3-bis, si osserva che il riferimento all’ “assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile auto“ comprende solo una parte delle fattispecie soggette all’assicurazione obbligatoria da ultimo disciplinata dal titolo X del codice delle assicurazioni, emanato con decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, che riguarda tutti i veicoli a motore senza guida di rotaie circolanti su strade di uso pubblico (art. 122) e le unità nautiche da diporto dotate di motore naviganti in acque ad uso pubblico (art. 123).

 

Con riferimento all’articolo 12 recante disposizioniin materia di trasporto comunale e intercomunale e di circolazione dei veicoli, si segnalache la disposizione non chiarisce - né rinvia in proposito ad altra fonte normativa - quali siano i requisiti tecnico-professionali che i soggetti devono possedere per potere erogare il servizio di trasporto di linea di passeggeri accessibile al pubblico previsto dalla norma in esame. Inoltre la disposizione non precisa alcunché in merito alle modalità per l’individuazione dei nuovi soggetti chiamati ad erogare il servizio di trasporto.

 

All’articolo 16, comma 1, sotto il profilo della tecnica legislativa si osserva che sarebbe opportuno individuare il richiamato decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti - emanato di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze e d'intesa con la Conferenza unificata -, facendo espresso riferimento al comma 3 dell’articolo 1 del D.L. 16/2005, e non solamente alla data di emanazione dello stesso decreto.

 

Con riferimento all’articolo 22-bis, comma 1, che stabilisce una riduzione di almeno il 10 per cento della spesa complessiva derivante dagli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale, si osserva che la disposizione non reca alcuna indicazione circa le relative modalità di attuazione. Si osserva altresì che il riferimento ad una riduzione di “almeno il 10 per cento” non appare del tutto chiaro, non essendo specificate le modalità con cui pervenire ad una riduzione superiore al 10 per cento.

 

Con riferimento all’articolo 21, si segnala che il comma 6, in materia di destinazione del contributo unificato per spese di giustizia, appare privo di reale contenuto normativo: esso reca infatti una modifica all'articolo 1, comma 309, della legge n. 311/2004 (legge finanziaria 2005), identica a quella prevista dall'articolo 1, comma 47, della legge 266/2005 (legge finanziaria 2006).

 

Con riferimento all’articolo 22-bis, comma 1, che prevede la riduzione di almeno il 10 per cento della spesa complessiva derivante dagli incarichi di funzione dirigenziale di livello generale, si osserva che la disposizione non reca alcuna indicazione circa le relative modalità di attuazione. Si osserva altresì che il riferimento ad una riduzione di “almeno il 10 per cento” non appare del tutto chiaro, non essendo specificate le modalità con cui pervenire ad una riduzione superiore al 10 per cento.

 

Con riferimento all’articolo 24, in materia di compensi spettanti agli arbitri, si rileva che esso fa rinvio, ampliandone l'ambito di applicazione, a due punti del D.M. 127/2004 che, prevedendo onorari minimi e massimi per l'attività arbitrale, rientrano in parte nella previsione dell'articolo 2 del decreto-legge in esame, che ha abrogato, tra l’altro, tutte le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono, con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali, la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime. Inoltre il ricorso a una fonte primaria, quale è il decreto-legge, per estendere l'ambito di applicazione di un decreto ministeriale andrebbe considerato alla luce delle Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica del testi legislativi (di cui alla circolare del Presidente della Camera del 20 aprile 2001).

 

All’articolo 28, comma 1, si osserva che con fonte normativa di rango primario si modifica un allegato a un decreto ministeriale.

Si evidenzia inoltre che il decreto del Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica del 27 agosto 1998 riguarda esclusivamente il personale dello Stato (compreso quello delle amministrazioni ad ordinamento autonomo), delle università e della scuola, mentre il comma 1 dell’articolo 28 in esame prevede che la riduzione dell’indennità di missione all’estero si applichi al personale appartenente alle pubbliche amministrazioni di cui all’art. 1, comma 2 del D.Lgs. 165/2001 (quindi ad una platea di personale pubblico più ampia). Sarebbe quindi opportuno formulare in maniera più chiara il comma in esame con riferimento all’ambito di applicazione della riduzione dell’indennità di missione all’estero.

 

All’articolo 30, comma 1, capoverso “comma 204”, andrebbe chiarito il riferimento agli "enti esponenziali del sistema delle autonomie".

Al capoverso “comma 204-bis”, sarebbe opportuno prevedere espressamente il divieto di assunzione anche nel caso di invio di documentazione incompleta.

Al capoverso “comma 204-ter”, sarebbe opportuno sostituire le parole “, anche in forma di collaborazione coordinata e continuativa” con le seguenti “o a contratti di collaborazione coordinata e continuativa”.

 

All’articolo 33 sembrerebbe, anche in considerazione dell’intentio legis, che la disposizione sia volta a precisare che l’attribuzione di incarichi dirigenziali a soggetti esterni deve in ogni caso rispettare il limite di età per il collocamento a riposo dei pubblici dipendenti (65 anni più eventualmente la permanenza in servizio per un altro biennio), per cui in sostanza il soggetto esterno non potrebbe ricevere incarichi la cui scadenza sia successiva al compimento dell’età massima per il collocamento a riposo. Se si accedesse a tale interpretazione, andrebbe chiarito se la disposizione si applica anche agli incarichi già attribuiti e in corso di svolgimento (che quindi dovrebbero cessare al compimento dell’età per il collocamento a riposo). Tuttavia è possibile anche un’altra opzione interpretativa meno restrittiva, secondo cui gli incarichi dirigenziali non potrebbero essere conferiti a soggetti esterni che abbiano già superato l’età massima per il collocamento a riposo.

Sarebbe quindi opportuna una formulazione che chiarisca meglio la portata della norma.

 

All’articolo 34-quatersarebbe opportuno specificare che le comunicazioni relative al conto annuale delle spese sostenute per il personale e alla relazione illustrativa ad esso allegata, sono trasmesse a cura del “Dipartimento della ragioneria generale dello Stato”.

 

All’articolo 36-bis, comma 1, sarebbe opportuno formulare la disposizione in maniera più perspicua, al fine di precisare se il provvedimento emanato dagli uffici del Ministero delle infrastrutture possa sin dall’inizio prevedere l’interdizione dalla contrattatazione con le PP.AA. per un periodo più lungo rispetto alla sospensione dei lavori o se, al contrario, tale maggiore durata dell’interdizione possa eventualmente essere disposta solamente in un secondo momento, con un apposito provvedimento di proroga. Perplessità suscita inoltre la previsione secondo cui l’eventuale maggiore durata della interdizione non possa essere disposta per un periodo interiore al doppio della durata della sospensione. Infine si osserva che non è chiaro se il provvedimento di interdizione dalla contrattatazione con le PP.AA. debba essere in ogni caso adottato in conseguenza del provvedimento di sospensione dei lavori, o se invece gli uffici competenti mantengano una certa discrezionalità sulla relativa adozione. Al comma 4, non è chiaro se il limite dimensionale delle dieci unità si riferisca al personale assunto dall’impresa o esclusivamente al personale utilizzato nell’ambito del singolo cantiere dalla stessa impresa. All’ultimo periodo dello stesso comma la previsione secondo cui nel computo delle unità lavorative si considerano anche i lavoratori autonomi sembra incongruente rispetto alla ratio della norma, dal momento che ai sensi del precedente comma 3 gli stessi lavoratori autonomi sono tenuti a provvedere per proprio conto all’obbligo relativo alla tessera identificativa.

 

Con riferimento all’articolo 40, recante la norma di copertura finanziaria, si osserva che la norma non fa cenno alla copertura degli oneri successivi al 2008.

 


La manovra correttiva dei conti pubblici

Secondo le indicazioni dell’allegato sui saldi di finanza pubblica contenuto nella relazione tecnica al maxiemendamento del Governo al Senato, il decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, nel testo modificato dal Senato, comporta un miglioramento dell’indebitamento netto (“manovra netta”) per il 2006 pari a 1,2 miliardi di euro, corrispondenti allo 0,1 per cento del PIL (precisamente lo 0,08).

Per gli anni successivi il miglioramento è compreso tra lo 0,4 e lo 0,5 del PIL ed è pari a 6,6 miliardi di euro per il 2007, 6,0 miliardi di euro per il 2008 e 7,1 miliardi di euro per il 2009.

 

 

L’ammontare lordo della manovra risulta pari a 4,5 miliardi di euro per il 2006, 7,2 miliardi di euro per il 2007, 6,7 miliardi di euro per il 2008 e 7,7 miliardi di euro per il 2009.

Sono infatti previste misure di carattere espansivo per 3,3 miliardi di euro nel 2006, 0,6 miliardi di euro per il 2007, 0,7 miliardi di euro per il 2008 e 0,6 miliardi di euro per il 2009.

 

 

(dati in miliardi di euro)

 

2006

2007

2008

2009

Manovra lorda (A)

4,5

7,2

6,7

7,7

Misure espansive (B)

3,3

0,6

0,7

0,6

Manovra netta (A-B)

1,2

6,6

6,0

7,1

 


Le risorse complessivamente reperite derivano dalle seguenti maggiori entrate e minori spese:

(dati in miliardi e milioni di euro)

 

2006

2007

2008

2009

Maggiori entrate (A)

3,61 mld

5,90 mld

5,26 mld

6,20 mld

di cui(*):

 

 

 

 

IVA sulle locazioni di terreni e fabbricati e sulle cessioni di fabbricati (art. 35, commi 8-10)

1.343

2.368

1.628

1.950

Studi di settore (art. 37, commi 2 e 3)

453

298

298

298

Giochi (art. 38)

367

262

290

290

IRES sull’ammortamento dei terreni (art. 37, commi 7-8)

261

341

341

341

IRES sull’ammortamento dei beni immateriali (art. 37, commi 45-46)

186

245

951

1.350

IRES sulle società non operative (art. 35, commi 15-16)

125

222

209

239

Abolizione dell’aliquota agevolata sull’imposta di registro (art. 36, comma 15)

117

233

233

233

Rafforzamento della riscossione (art. 35, commi 25-26)

100

300

300

300

Limitazione dell’esenzione dall’ICI per gli enti non commerciali (art. 39)

100

100

100

100

Rafforzamento poteri Agenzia delle dogane (art. 35, comma 35)

92

220

220

220

Indeducibilità minusvalenze (art. 36, commi 18-19)

92

119

133

127

Aumento IVA dal 10% al 20% su alcuni prodotti (art. 36, comma 1)

80

136

136

136

IRPEF – Incentivazione per l’esodo (art. 36, comma 23)

64

162

171

171

IRPEF sulle stock option (art. 36, commi 25-26)

52

131

145

145

Imposta di registro su compravendite immobiliari (art. 35, comma 22)

36

186

282

222

Deducibilità dei canoni leasing delle autovetture (art. 36, commi 6-bis e 6-ter)

38

50

383

95

 

 

 

 

 

Minori spese (B)

0,92 mld

1,26 mld

1,45 mld

1,45 mld

di cui (*):

 

 

 

 

Riduzione stanziamenti bilancio dello Stato (art. 25)

653

773

783

793

Riduzione spese funzionamento enti pubblici non territoriali (art. 22)

99

197

297

297

Spese di giustizia (art. 21)

50

100

200

200

 

 

 

 

 

Totale (A+B)

4,53 mld

7,16 mld

6,71 mld

7,65 mld

       (*) Si riportano solo le disposizioni il cui impatto sull’indebitamento netto è di maggior rilievo.


Le principali misure di carattere espansivo sono riportate nella seguente tabella:

 

(dati in miliardi e milioni di euro)

 

2006

2007

2008

2009

Misure espansive

3,3 mld

0,6 mld

0,7 mld

0,6 mld

di cui(*):

 

 

 

 

Ferrovie dello Stato: contributo in conto impianti (art. 17, comma 1)

1.800

0

0

0

ANAS: innalzamento limite ai pagamenti (art. 17, comma 2)

1.000

0

0

0

Fondo politiche sociali (art. 18, comma 2)

300

300

300

0

Esclusione dal patto di stabilità interno delle spese per il trasporto su ferro di Roma Capitale (art. 16, comma 2)

50

120

300

500

       (*) Si riportano solo le disposizioni il cui impatto sull’indebitamento netto è di maggior rilievo.

 


 

Schede di lettura


Articolo 1
(Finalità e ambito di intervento)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Le norme del presente titolo, adottate ai sensi degli articoli 3, 11, 41 e 117, commi primo e secondo, della Costituzione, con particolare riferimento alle materie di competenza statale della tutela della concorrenza, dell'ordinamento civile e della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, recano misure necessarie ed urgenti per garantire il rispetto degli articoli 43, 49, 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea ed assicurare l'osservanza delle raccomandazioni e dei pareri della Commissione europea, dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato e delle Autorità di regolazione e vigilanza di settore, in relazione all'improcrastinabile esigenza di rafforzare la libertà di scelta del cittadino consumatore e la promozione di assetti di mercato maggiormente concorrenziali, anche al fine di favorire il rilancio dell'economia e dell'occupazione, attraverso la liberalizzazione di attività imprenditoriali e la creazione di nuovi posti di lavoro.

1. Identico.

 

1-bis. Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano in conformità agli statuti speciali e alle relative norme di attuazione.

 

 

L’articolo 1, comma 1 - nel definire l’ambito di intervento del titolo I del decreto-legge in esame, che contiene gli articoli da 1 a 15 – afferma esplicitamente che le disposizioni normative del decreto-legge sono adottate ai sensi degli articoli 3, 11, 41 e 117, commi primo e secondo, della Costituzione, e recano misure necessarie a garantire il rispetto di alcuni articoli del Trattato istitutivo della Comunità europea e l’osservanza dei pareri della Commissione europea, dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato e delle Autorità di vigilanza e di regolazione di settore.

Tra le finalità del provvedimento sono citate l’esigenza di rafforzare la libertà di scelta dei consumatori e la promozione di assetti concorrenziali, anche al fine di favorire il rilancio economico e dell’occupazione.

 

Come è noto, le norme costituzionali citate nella prima parte del comma in esame riguardano, rispettivamente, il principio di uguaglianza (art. 3), i rapporti internazionali (art. 11, normalmente invocato tra i fondamenti dell’adesione dell’Italia all’Unione europea), la libertà di iniziativa economica (art. 41), i limiti al potere legislativo dello Stato e delle Regioni (art. 117, primo comma) e la competenza legislativa esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma).

La relazione al disegno di legge precisa che, ai sensi del primo comma della norma citata “anche le Regioni” devono conformarsi alla normativa comunitaria in materia di promozione della concorrenza e tutela del consumatore.

 

Particolare riferimento è fatto alle seguenti materie:

§         tutela della concorrenza,

§         ordinamento civile,

§         determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

 

Come è altrettanto noto, tali materie fanno parte della competenza esclusiva dello Stato (art. 117, secondo comma) e, segnatamente delle materie contrassegnate con le lettere

§      e): moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari; tutela della concorrenza; sistema valutario; sistema tributario e contabile dello Stato; perequazione delle risorse finanziarie;

§      l): giurisdizione e norme processuali; ordinamento civile e penale; giustizia amministrativa;

§      m): determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.

 

Con riguardo alla materia “concorrenza”, la citata relazione al disegno di legge richiama la sentenza 14/2004, con la quale la Corte costituzionale ha disegnato la tutela della concorrenza in senso “dinamico”.

La nozione di concorrenza – ha argomentato la Corte – non può non riflettere quella operante in ambito comunitario, che comprende interventi regolativi, la disciplina antitrust e misure destinate a promuovere un mercato aperto e in libera concorrenza. La “concorrenza” (art. 117, secondo comma, lettera e) sopra citato) proprio perché accorpata a moneta, tutela del risparmio e mercati finanziari, sistema valutario, sistemi tributario e contabile dello Stato, perequazione delle risorse finanziarie, costituisce una delle leve della politica economica statale e pertanto non può essere intesa soltanto in senso statico, come garanzia di interventi di regolazione e ripristino di un equilibrio perduto, ma anche nell’accezione dinamica (nota al diritto comunitario), che giustifica misure pubbliche volte a ridurre squilibri, a favorire le condizioni di un sufficiente sviluppo del mercato o ad instaurare assetti concorrenziali. Una nozione trasversale che, peraltro, non può svuotare il vigente riparto di competenze: la Corte si è così riservato il vaglio sulla non irrazionalità dell’intervento. Appartengono, invece, alla competenza delle Regioni gli interventi sintonizzati sulla realtà produttiva regionale (senza frapporre ostacoli, secondo l’insegnamento dell’art. 120, primo comma, Cost.).

La relazione citata introduce, poi, un ulteriore profilo di inerenza dell’esercizio della competenza statale con effetti sulle materie di competenza (anche esclusiva) delle Regioni, con riferimento alla sentenza 242/2005. In questa sentenza la Corte, peraltro, ha negato la pertinenza della “tutela della concorrenza”, sia pure in senso dinamico, a fronte di finalità di maggiore capitalizzazione di alcune imprese medio-grandi, con impatto sul miglioramento del sistema societario, più che sull’attività economica. Tuttavia la Corte ha statuito che sussiste una ineludibile responsabilità degli organi statali in tema di scelte di politica economica di sicura rilevanza nazionale, anche al di là della specifica utilizzabilità di strumenti come la “tutela della concorrenza”; peraltro – ha aggiunto – in questi diversi casi, gli organi statali dovranno necessariamente utilizzare altri poteri riconosciuti dal Titolo V della Costituzione.

La Corte, inoltre, ha ritenuto che il legislatore statale possa considerare necessario che anche in materie affidate alla competenza legislativa residuale o concorrente delle Regioni, si possano attrarre a livello centrale determinate funzioni amministrative “sulla base dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza” di cui al primo comma dell’art. 118 Cost., dettando la relativa disciplina della funzione amministrativa in questione, ciò che la Corte ritiene essere accaduto nel caso di specie, per quanto concerne le funzioni amministrative di temporaneo sostegno finanziario a determinate imprese produttive per evidenti finalità di politica economica. Si tratta dell’insegnamento che ammette che la legge statale “chiami in sussidiaretà” alcune funzioni di normale competenza delle Regioni, a determinate condizioni, alla stregua di uno stretto scrutinio di razionalità (sentenza n. 303/2003) e nel rispetto dei principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza, e sempreché venga dettata una disciplina logicamente pertinente, idonea e limitata a quanto strettamente indispensabile (sentenza 6/2004).

 

Poiché la nozione “dinamica” della concorrenza si lega – come visto – alla nozione comunitaria, è possibile cogliere un legame con gli articoli 11 e 41 della Costituzione, citati dal testo in esame. L’articolo chiarisce in effetti che le misure del decreto-legge sono tese a garantire il rispetto di norme del Trattato della Comunità europea e di raccomandazioni e pareri delle competenti Autorità garanti in tema di concorrenza, attraverso la liberalizzazione di attività imprenditoriali e la creazione di nuovi posti di lavoro, obiettivi anch’essi coperti dai riferimento di cui agli artt. 11 e 41 Cost..

L’art. 3 Cost., pure citato, esprime – come è noto – un’amplissima valenza anche perché costituisce tra l’altro un parametro generale per la misura della ragionevolezza dell’intervento del legislatore. Va ricordato infatti che la Corte costituzionale ha sì ammesso l’intervento “trasversale” statale, ma ha richiesto la proporzionalità e ragionevolezza delle misure, caratteristiche di cui l’art. 3 costituisce fonte e presidio.

Per quanto concerne invece le materie – di competenza esclusiva statale, nell’ambito delle quali il decreto intende operare – dell’ordinamento civile e della determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale, vi sono diverse disposizioni del decreto che agiscono con rilievo nell’ambito dell’ordinamento civilistico, sia specificamente (tra le altre: la responsabilità civile obbligatoria) sia in riferimento all’area dei rapporti commerciali tra privati, in stretta connessione con interventi di tipo fiscale (compravendite mobiliari ed immobiliari).

I “livelli essenziali” (di cui la giurisprudenza costituzionale non ha spesso riscontrato la ricorrenza[6]) – sono evocati dall’art. 3 del decreto in esame (cfr. la relativa scheda) che – oltre a far riferimento all’obiettivo di assicurare condizioni di “pari opportunità” nel commercio – si propone un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità ai prodotti ed ai servizi sul territorio nazionale.

Non si fa riferimento, nel testo, al comma terzo dell’art. 117, vale a dire alle materie di competenza ripartita tra Stato e Regioni, nell’ambito delle quali spetta allo Stato la determinazione dei soli princìpi fondamentali.

 

Per quanto riguarda gli articoli del Trattato della Comunità europea citati dal provvedimento in esame, tali norme riguardano la libertà di stabilimento dei cittadini e di accesso alle attività non salariate e al loro esercizio (articolo 43); il divieto di restrizioni alla libera prestazione dei servizi (art. 49); il divieto di accordi tra imprese che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune (art. 81); il divieto di sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato comune (art. 82); il divieto - per gli Stati membri - di mantenere, nei confronti delle imprese pubbliche, alcuna misura contraria alle norme del Trattato, specialmente a quelle relative alla concorrenza (art. 86).

 

La relazione al disegno di legge richiama, infine, numerosi pareri e documenti delle istituzioni nazionali e sopranazionali che hanno ispirato le disposizioni contenute nel decreto-legge in esame. Altri riferimenti sono contenuti nei documenti illustrativi al provvedimento disponibili presso il sito del Ministero dello Sviluppo economico.

L’elenco che segue riporta gli estremi di tali documenti, distinti per materia e istituzione di riferimento.

 

Libere professioni

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 9 ottobre 1997 – (IC15) Indagine conoscitiva nel settore degli Ordini e Collegi professionali;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 5 febbraio 1999 – Disegno di legge recante "Delega al Governo per il riordino delle professioni intellettuali" (A.C. 5092/XIII legislatura);

§      Commissione Europea, Comunicazione, COM(2004)83def;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 27 aprile 2005 – Disegno di legge di conversione del Decreto-Legge 14 marzo 2005, n. 35, recante "Disposizioni urgenti nell’ambito del Piano di azione per lo sviluppo economico, sociale e territoriale" (A.S. 3344/XIV legislatura), art. 2;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 14 luglio 2005 – Schema di decreto legislativo di ricognizione dei principi fondamentali in materia di professioni" (Atto n. 543 /XIV legislatura);

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 18 novembre 2005 – Incontri con il settore delle professioni intellettuali.

 

Distribuzione commerciale

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 19 aprile 1999 – Decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, recante "Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell’art. 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59" – Leggi regionali in materia;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 9 luglio 2004 – Legge della Regione Siciliana 22 dicembre 1999, n. 28, recante "Riforma della disciplina del commercio" (art. 5);

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 10 novembre 2004 – Decreto legislativo 11 febbraio 1998, n. 32, recante "Razionalizzazione del sistema di distribuzione dei carburanti, a norma dell’art. 4, comma 4, lettera c), della L. 15 marzo 1997, n. 59" - Decreto legge 29 ottobre 1999, n. 383, recante "Disposizioni urgenti in materia di accise sui prodotti petroliferi e di accelerazione del processo di liberalizzazione del relativo settore", convertito, con modificazioni, in legge 28 dicembre 1999, n. 496 - Decreto ministeriale 31 ottobre 2001, con il quale è stato adottato il "Piano nazionale contenente le linee guida per l’ammodernamento del sistema distributivo dei carburanti"- Normative regionali di attuazione.

 

Panifici

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 8 novembre 2002 – Legge 31 luglio 1956, n. 1002, recante "Nuove norme sulla panificazione".

 

Medicinali da Banco

§      I.C. 6 novembre 1997 – (IC 14) Indagine conoscitiva nel settore farmaceutico

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 18 giugno 1998 – Decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 recante "Riforma della disciplina del commercio" (art. 15, commi 7,8 e 9);

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 3 giugno 2005 – Decreto-legge maggio 2005 n. 87, recante "Disposizioni urgenti per il prezzo dei farmaci non rimborsabili dal Servizio sanitario nazionale";

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 22 settembre 2005 – Modalità di accesso ai farmaci di automedicazione (c.d. farmaci da banco), come disciplinate dalla legge del 16 novembre 2001, n. 405;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 10 febbraio 2006 – Normativa concernente l’esercizio delle farmacie.

 

Taxi

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 1 agosto 1995 – Legge 15 gennaio 1992, n. 21, recante "Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea". Legge regionale del Lazio 26 ottobre 1993, n. 58 recante "Disposizioni per l’approvazione dei regolamenti comunali relativi all’esercizio del trasporto pubblico non di linea". Delibera della Giunta municipale 30 aprile 1966 n. 2860 concernente "Regolamento delle vetture pubbliche del Comune di Roma". Delibera della Giunta comunale 1° marzo 1994 n. 530;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 3 marzo 2004 – Legge 15 gennaio 1992, n. 21, recante "Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici non di linea".

 

Polizze RC Auto

§      I.C. 17 aprile 2003 – (IC18) Indagine conoscitiva sul settore "Assicurazione autoveicoli".

 

Servizi Bancari

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 26 maggio 2006 – Disciplina dello "ius variandi" nei contratti bancari.

 

Mediatori Immobiliari

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 14 aprile 2006 – Attività di rilevazione degli usi tariffari in materia di servizi di mediazione immobiliare.

 

Servizi Pubblici locali

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 22 ottobre 1999 – Disegno di legge recante "Modifica degli articoli 22 e 23 della legge 8 giugno 1990, n. 142, in materia di riordino dei servizi pubblici locali e disposizioni transitorie" (A.S. 4014/XIII legislatura);

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 9 novembre 2001 – Disegno di legge, recante "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato" (AS 699/XIV legislatura) - art. 23;

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 7 agosto 2003 – Legge 5 gennaio 1994, n. 36, recante "Disposizioni in materia di risorse idriche" – Decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, recante "Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali" e successive modifiche – Disegno di legge governativo recante "Delega al Governo per il riordino, il coordinamento e l’integrazione della legislazione in materia ambientale e misure di diretta applicazione (AC 1798-B/XIV legislatura)";

§      Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, Pareri e Segnalazioni - 13 settembre 2005 – Modalità di affidamento della gestione di servizi pubblici locali.

 

Il comma 1-bis dell’articolo 1, introdotto al Senato con l’approvazione dell’emendamento interamente sostitutivo del Governo, introduce nella legge - con riferimento a tutte le sue disposizioni - la clausola di “compatibilità” con l’ordinamento delle regioni a statuto speciale e delle province autonome.

La clausola di “compatibilità” è oramai introdotta sistematicamente in tutte le leggi finanziarie – e nelle leggi recanti misure per la finanza pubblica - ed a completamento di molte altre disposizioni che disciplinano materie ed oggetti rientranti nelle competenze di quelle regioni e delle due province autonome.

Le disposizioni della legge ordinaria non modificano, in effetti, il quadro delle competenze definite dagli statuti (che sono adottati con legge costituzionale) e dalle relative norme di attuazione; esse si applicano pertanto in quegli ordinamenti solo in quanto non contrastino con le speciali attribuzioni di quegli enti. L’esplicitazione di questo principio – che discende peraltro dall’ordinario rapporto tra le due fonti – è stata introdotta per evitare che regioni e province autonome, nel dubbio sull’effettiva estensione di disposizioni che incidono sulle materie di loro competenza, ritenessero necessario chiedere una pronuncia alla Corte costituzionale.


Articolo 2
(Disposizioni urgenti per la tutela della concorrenza nel settore dei servizi professionali)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. In conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché al fine di assicurare agli utenti un'effettiva facoltà di scelta nell'esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato, dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali:

1. Identico:

a) la fissazione di tariffe obbligatorie fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti;

a) l'obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti;

b) il divieto, anche parziale, di pubblicizzare i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto e il prezzo delle prestazioni;

b) il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni secondo criteri di trasparenza e veridicità del messaggio il cui rispetto è verificato dall'ordine;

c) il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.

c) il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che l'oggetto sociale relativo all'attività libero-professionale deve essere esclusivo, che il medesimo professioni­sta non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.

2. Sono fatte salve le disposizioni riguardanti l'esercizio delle professioni reso nell'ambito del Servizio sanitario nazionale o in rapporto convenzionale con lo stesso, nonché le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti.

2. Sono fatte salve le disposizioni riguardanti l'esercizio delle professioni reso nell'ambito del Servizio sanitario nazionale o in rapporto convenzionale con lo stesso, nonché le eventuali tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti. Il giudice provvede alla liquidazione delle spese di giudizio e dei compensi professionali, in caso di liquidazione giudiziale e di gratuito patrocinio, sulla base della tariffa professionale. Nelle procedure ad evidenza pubblica, le stazioni appaltanti possono utilizzare le tariffe, ove motivatamente ritenute adeguate, quale criterio o base di riferimento per la determinazione dei compensi per attività professionali.

 

2-bis. All'articolo 2233 del codice civile, il terzo comma è sostituito dal seguente:

«Sono nulli, se non redatti in forma scritta, i patti conclusi tra gli avvocati ed i praticanti abilitati con i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali».

3. Le disposizioni deontologiche e pattizie e i codici di autodisciplina che contengono le prescrizioni di cui al comma 1 sono adeguate, anche con l'adozione di misure a garanzia della qualità delle prestazioni professionali, entro il 1o gennaio 2007. In caso di mancato adeguamento, a decorrere dalla medesima data le norme in contrasto con quanto previsto dal comma 1 sono in ogni caso nulle.

3. Identico.

 

 

Il comma 1 dell’articolo 2 è finalizzato a dare attuazione al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché ad assicurare agli utenti un’effettiva facoltà di scelta nell’esercizio dei propri diritti e di comparazione delle prestazioni offerte sul mercato.

Il predetto comma abroga, quindi, le disposizioni legislative e regolamentari che prevedono, con riferimento alle attività libero professionali e intellettuali:

a) l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ovvero il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti;

b) il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni secondo criteri di trasparenza e veridicità del messaggio il cui rispetto è verificato dall’Ordine;

c) il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che l’oggetto sociale relativo all’attività libero professionale deve essere esclusivo, che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.

 

Le disposizioni legislative e regolamentari abrogate dal comma in questione non sono espressamente individuate dal presente articolo[7], che demanda dunque tale compito all'interprete. A tal fine, è necessario analizzare la nozione di "attività libero professionali e intellettuali". In proposito si rileva che l'art. 2229, primo comma, c.c., che apre il capo dedicato alle professioni intellettuali, non fornisce una definizione di tale concetto, ma lascia intendere che le professioniintellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi o elenchi[8] costituiscono la species di un genus le cui caratteristiche vengono individuate nella professionalità (e dunque lo svolgimento dell'attività in via continuativa e mediante l'applicazione di un bagaglio di conoscenze tecniche) e nell'impiego di intelligenza e cultura in misura prevalente rispetto all'uso di eventuale lavoro manuale.

 

La lettera a) in particolare abroga le disposizioni concernenti:

 

(i) l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime;

Al riguardo, si ricorda che il testo originario del comma 1, lettera a) è stato modificato a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Senato, nella seduta del 25 luglio 2006, del maxi-emendamento (1.1000) presentato dal Governo.

La disposizione in esame dispone l'abrogazione esclusivamente delle tariffe fisse o minime (e dunque non delle tariffe massime, che sono fatte salve dal comma 2 dell'articolo in esame) che siano obbligatorie (e dunque non una mera raccomandazione priva di portata precettiva).

 

Sovente l'ordinamento generale dello Stato demanda all'ordinamento particolare delle singole professioni il compito di individuare i compensi dovuti al professionista per lo svolgimento della propria attività. Tale compito è assolto mediante l'elaborazione di tariffe, che riportano, per ogni attività astrattamente realizzabile nell'adempimento del mandato professionale, l'indicazione di un compenso minimo e di uno massimo. All'interno di tale "forchetta", il professionista determina, con un margine di discrezionalità, l'onorario applicabile al caso concreto. E' anche possibile che la tariffa contenga, in luogo della citata "forchetta", l'indicazione di compensi fissi. Le tariffe possono essere inderogabili o meno. Nel caso in cui esse non lo siano, la loro funzione è sostanzialmente quella di un suggerimento che l'ente esponenziale della professione rivolge ai propri membri in merito ai prezzi praticabili. Le tariffe sono invece inderogabili laddove ciò sia espressamente previsto dalla legge, da un atto regolamentare, dal codice deontologico o da altra fonte interna alla singola professione e laddove alla deroga da parte del professionista sia ricollegata una sanzione. L'inderogabilità può riguardare il compenso minimo, il compenso massimo o entrambi.

 

(ii) il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti.

 

La possibilità di variare il compenso dovuto al professionista sulla base del risultato raggiunto (ad esempio, a seconda dell'esito di un procedimento giurisdizionale) è stato tradizionalmente ritenuto non coerente con un ordinamento in cui l'obbligazione del professionista intellettuale è considerata come un'obbligazione di mezzi e non di risultato[9].

La lettera b), invece, dispone l'abrogazione di tutte le disposizioni legislative e regolamentari che contengano il divieto, anche parziale, di svolgere pubblicità informativa circa i titoli e le specializzazioni professionali, le caratteristiche del servizio offerto, nonché il prezzo e i costi complessivi delle prestazioni secondo criteri di trasparenza e veridicità del messaggio il cui rispetto è verificato dall’Ordine.

Il testo della lettera b) del comma 1 è stato riformulato a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Senato del citato maxi-emendamento presentato dal Governo.

 

Per la gran parte delle professioni vige un divieto più o meno esteso di ricorrere alla pubblicità: essa, infatti, è tradizionalmente considerata uno strumento esclusivo del settore commerciale, incompatibile con gli standard di decoro e dignità delle professioni. Va peraltro ricordato come l'ordinamento si sia progressivamente dotato di strumenti volti a tutelare i consociati da eventuali abusi nella pubblicità[10].

 

La disposizione in questione non dispone l'abrogazione di tutti i divieti di pubblicità informativa, ma solo di quelli relativi ai seguenti elementi:

§      titoli e specializzazioni professionali;

§      caratteristiche del servizio offerto;

§      prezzo e costi complessivi delle prestazioni.

Si tratta dunque di elementi che sono necessari all’utente per valutare le prestazioni offerte ed effettuare una scelta ragionata. In particolare, la pubblicità informativa sul prezzo ed i costi complessivi delle prestazioni si riconnette alla disposizione sulle tariffe di cui al primo comma, lettera a) dell’articolo 1.

 

A titolo meramente esemplificativo, si riportano di seguito le principali disposizioni in materia di tariffe e di pubblicità, relative ad alcune delle principali professioni. Si noti che in certi casi le tariffe appaiono assai risalenti e potrebbero non essere più applicate nella pratica.

 

Avvocati

Per quanto riguarda le tariffe, ai sensi dell'art. 57 del regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578[11], convertito, con modificazioni, nella legge 22 gennaio 1934, n. 36, i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennità dovute agli avvocati ed ai procuratori in materia penale e stragiudiziale sono stabiliti ogni biennio con deliberazione del Consiglio nazionale forense. Nello stesso modo provvede il Consiglio nazionale forense per quanto concerne la determinazione degli onorari nei giudizi penali davanti alla Corte suprema di cassazione ed al Tribunale supremo militare. Tali deliberazioni devono essere approvate dal Ministro della giustizia. I suddetti criteri sono stabiliti con riferimento al valore delle controversie ed al grado dell'autorità chiamata a conoscerne, e, per i giudizi penali, anche alla durata di essi. Per ogni atto o serie di atti devono essere fissati i limiti di un massimo e di un minimo. Nelle materie stragiudiziali va tenuto conto dell'entità dell'affare.

Successivamente il legislatore è tornato sulla materia. L'art. 1 della legge 3 agosto 1949, n. 536[12] prevede che i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennità dovute agli avvocati in materia penale e stragiudiziale sono stabiliti ogni biennio con deliberazione del Consiglio nazionale forense, approvata dal Ministro della giustizia. L'articolo unico della legge 7 novembre 1957, n. 1051[13] estende tale procedimento anche agli onorari, diritti e indennità spettanti agli avvocati per prestazioni giudiziali in materia civile. Attualmente la determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali, in materia civile, amministrativa, tributaria, penale e stragiudiziale è contenuta nel decreto del Ministro della Giustizia 8 aprile 2004, n. 127[14].

Per ciò che attiene alle prestazioni stragiudiziali si veda anche la scheda relativa all'art. 24 del presente decreto-legge.

L'art. 24 della legge 13 giugno 1942, n. 794[15] prevede che gli onorari e i diritti stabiliti per le prestazioni dei procuratori e gli onorari minimi stabiliti per le prestazioni degli avvocati sono inderogabili e che ogni convenzione contraria è nulla. Tale principio è ripreso dal suddetto D.M. 127/2004 che all'art. 4 stabilisce che gli onorari minimi ed i diritti stabiliti per le prestazioni dell'avvocato sono inderogabili e specifica che i minimi possono essere diminuiti ed i massimi aumentati soltanto qualora fra le prestazioni dell'avvocato e l'onorario previsto dalle tabelle appaia, per particolari circostanza del caso, una manifesta sproporzione e la parte che vi abbia interesse esibisca il parere del competente Consiglio dell'ordine. L'inderogabilità comporta altresì che l'autorità giudiziaria, nel liquidare gli onorari al termine del giudizio, deve contenere la liquidazione entro i limiti del massimo e del minimo contenuti nella tariffa, come previsto dall'art. 60, quarto comma, del regio decreto-legge 1578/1933. Ai sensi dell'art. 43, quinto comma, del codice deontologico, è consentito all’avvocato concordare onorari forfettari per le prestazioni continuative solo in caso di consulenza e assistenza stragiudiziale, purché siano proporzionali al prevedibile impegno.

L'art. 2233, terzo comma, del codice civile prevede che gli avvocati non possono, neppure per interposta persona, stipulare con i loro clienti alcun patto relativo ai beni che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio, sotto pena di nullità e dei danni. Anche l'art. 45 del codice deontologico vieta la pattuizione diretta ad ottenere, a titolo di corrispettivo della prestazione professionale, una percentuale del bene controverso ovvero una percentuale rapportata al valore della lite. Esso consente tuttavia la pattuizione scritta di un supplemento di compenso, in aggiunta a quello previsto, in caso di esito favorevole della lite, purché sia contenuto in limiti ragionevoli e sia giustificato dal risultato conseguito.

Per quanto riguarda la pubblicità, manca una disposizione legislativa o regolamentare che disciplini espressamente tale attività. Il fondamento normativo del tradizionale divieto di ricorrere alla pubblicità (originariamente inserito all'art. 17 del codice deontologico e successivamente ammorbidito) veniva individuato nelle clausole generali in materia di dignità e decoro della professione.

 

Notai

Per quanto riguarda le tariffe, l'art. 74 della legge 16 febbraio 1913, n. 89[16] prevede che il notaio ha diritto per ogni atto, copia, estratto o certificato, e per ogni altra operazione eseguita nell'esercizio della sua professione, ad essere retribuito dalle parti mediante onorario, oltre al rimborso delle spese ed ai diritti accessori. Esso prevede altresì che gli onorari, i diritti accessori e le spese dovute in rimborso sono determinati dalla tariffa annessa alla stessa legge. In realtà, l'articolo unico della legge 5 marzo 1973, n. 41[17] ha stabilito che la tariffa degli onorari, dei diritti accessori e delle indennità ed i criteri per il rimborso delle spese spettanti ai notai sono stabiliti con deliberazione del Consiglio nazionale del notariato, approvato con decreto del Ministro della giustizia. La tariffa attualmente in vigore è contenuta nel D.M. 27 novembre 2001[18]. Si noti che tale decreto, con riferimento ad alcune attività, rinvia a ulteriori tariffe che devono essere adottate dai Consigli notarili distrettuali[19].

Ai sensi dell'art. 147 della legge 89/1913, il notaio che, con riduzioni degli onorari e diritti accessori, faccia ai colleghi illecita concorrenza è punito con la censura o con la sospensione fino ad un anno, e nei casi più gravi con la destituzione. La destituzione sarà sempre applicata qualora il notaio, dopo essere stato condannato per due volte alla sospensione per contravvenzione a tali disposizioni vi contravvenga nuovamente. Viceversa, l'art. 80 della legge 89/1913 prevede che, salvo il caso di errore scusabile, il notaio che abbia esatto per gli onorari, per i diritti accessori e per le spese una somma maggiore di quella dovutagli, incorre in una sanzione amministrativa uguale alla somma esatta in più, salvo sempre il diritto alla parte di chiedere la restituzione dell'indebito pagato. Anche il codice deontologico si occupa dei compensi richiesti dal notaio.

Per quanto riguarda invece la pubblicità, ai sensi dell'art. 14 del regio decreto-legge 14 luglio 1937, n. 1666[20], convertito, con modificazioni, in legge 30 dicembre 1937, n. 2358, è vietato al notaio di fare concorrenza ai colleghi servendosi dell'opera di procacciatori di clienti, di richiami, di pubblicità, o di qualunque altro mezzo non confacente al decoro ed al prestigio della classe notarile.


Ingegneri e architetti

La tariffa professionale degli ingegneri e architetti era originariamente contenuta nella legge 2 marzo 1949, n. 143[21]. Successivamente, la legge 4 marzo 1958, n. 143[22] ha stabilito che le tariffe degli onorari e delle indennità ed i criteri per il rimborso delle spese agli ingegneri ed architetti sono stabilite mediante decreto del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro per i lavori pubblici, su proposta dei Consigli nazionali riuniti degli ingegneri e degli architetti, sentite, da parte dei Consigli stessi, le organizzazioni sindacali a carattere nazionale delle due categorie[23].

Ai sensi del secondo comma dell'articolo unico della legge 143/1958, i minimi di tariffa per gli onorari a vocazione, a percentuale ed a quantità sono inderogabili (l'inderogabilità non si applica invece agli onorari a discrezione per le prestazioni di cui all'art. 5 del testo unico approvato con la citata legge 143/1949).

 

Dottori commercialisti e ragionieri

Originariamente, gli artt. 47 e 48 dei D.P.R. 27 ottobre 1953, nn. 1067[24] e 1068[25] disponevano che i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennità e per la liquidazione delle spese, spettanti, rispettivamente, ai dottori commercialisti e ai ragionieri e periti commerciali, erano stabiliti con tariffa, a carattere nazionale, approvata con decreto del Capo dello Stato, su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con i Ministri per l'industria e il commercio e per il tesoro, sentito il Consiglio nazionale. I compensi per le prestazioni professionali erano liquidati con riferimento alla durata ed alla complessità delle prestazioni medesime. Si teneva conto altresì della sede, della urgenza, delle responsabilità assunte dal professionista e dei risultati conseguiti. Sulla base di tali previsioni è stato da ultimo adottato il D.P.R. 10 ottobre 1994, n. 645 ("Regolamento recante la disciplina degli onorari, delle indennità e dei criteri per il rimborso delle spese per le prestazioni professionali dei dottori commercialisti") e il D.P.R. 6 marzo 1997, n. 100 ("Regolamento recante la disciplina degli onorari, delle indennità e dei criteri per il rimborso delle spese per le prestazioni professionali dei ragionieri commercialisti e dei periti commerciali")[26]. A tali decreti sono allegate le tabelle contenenti i massimi ed i minimi per le singole attività. Per la concreta determinazione degli onorari, si deve far riferimento alla natura, alle caratteristiche, alla durata ed al valore della pratica. Si deve inoltre tenere conto del risultato economico conseguito, nonché dei vantaggi anche non patrimoniali derivati al cliente. In alcuni casi, qualora vi sia una manifesta sproporzione tra le prestazioni svolte e gli onorari stabiliti, con riferimento al valore della pratica, gli onorari dovuti possono essere determinati, con criteri e misure di equità tenuto conto della gravità della sperequazione, nonché dell'entità dell'impegno professionale, e comunque nei limiti dei massimi previsti da apposite disposizioni su conforme parere del consiglio del collegio/ordine di appartenenza richiesto dal professionista o dal cliente con istanza documentata. Gli onorari minimi stabiliti nella tariffa debbono avere sempre integrale applicazione (anche nel caso in cui gli onorari vengano preconcordati), salvo che disposizioni della medesima o particolari norme di legge speciali non dispongano espressamente, in materia, in modo diverso.

La legge 24 febbraio 2005, n. 34[27] ha delegato il Governo ad unificare l'ordine dei dottori commercialisti e l'ordine dei ragionieri e periti commerciali nell'ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili presso il quale è istituito l'albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili. Alla delega è stata data attuazione con l'adozione del decreto legislativo 28 giugno 2005, n. 139[28], che all'art. 29, lettera n) prevede che tra le attribuzioni del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili vi sia quella di proporre al Ministro competente le tariffe professionali, che devono essere aggiornate ogni quattro anni. Il decreto legislativo dispone l'abrogazione dei D.P.R. 1067 e 1068 del 1953.

Il codice deontologico dei dottori commercialisti contempla il caso di deroga ai minimi tariffari.

 

La lettera c) del comma 1 prevede l'abrogazione di tutte le norme legislative e regolamentari recanti il divieto di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, fermo restando che l’oggetto sociale relativo all’attività libero professionale deve essere esclusivo, che il medesimo professionista non può partecipare a più di una società e che la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria personale responsabilità.

La sopracitata disposizione è stata modificata a seguito dell’approvazione, da parte dell’Assemblea del Senato del suddetto maxi-emendamento presentato dal Governo.

La disposizione in commento, nell’abrogare la normativa concernente i divieti di fornire all'utenza servizi professionali di tipo interdisciplinare da parte di società di persone o associazioni tra professionisti, prescrive l’osservanza di tre condizioni:

a)      l’oggetto sociale relativo all’attività libero professionale deve essere esclusivo;

b)      il medesimo professionista non può partecipare a più di una società;

c)      la specifica prestazione deve essere resa da uno o più soci professionisti previamente indicati, sotto la propria responsabilità.

Scopo della previsione in esame è quello di rendere i prestatori di attività libero professionali più concorrenziali sul mercato, permettendo loro di offrire un ampio ventaglio di servizi.

 

Ai sensi dell'art. 1 della legge 23 novembre 1939, n. 1815[29], le persone che, munite dei necessari titoli di abilitazione professionale, ovvero autorizzate all'esercizio di specifiche attività in forza di particolari disposizioni di legge, si associano per l'esercizio delle professioni o delle altre attività per cui sono abilitate o autorizzate, debbono usare, nella denominazione del loro ufficio e nei rapporti coi terzi, esclusivamente la dizione di «studio tecnico, legale, commerciale, contabile, amministrativo o tributario», seguito dal nome e cognome, coi titoli professionali, dei singoli associati. L'art. 2 della medesima legge vietava la costituzione, l'esercizio o la direzione, sotto qualsiasi forma diversa da quella di cui all'art. 1, di società, istituti, uffici, agenzie od enti, i quali avessero lo scopo di dare, anche gratuitamente, ai propri consociati od ai terzi, prestazioni di assistenza o consulenza in materia tecnica, legale, commerciale, amministrativa, contabile o tributaria.L'esigenza di dotare i professionisti italiani di strumenti più adatti ad affrontare il mercato si è registrato inizialmente nell'ambito dei lavori pubblici. L'art. 17, comma 6, della legge 11 febbraio 1994, n. 109[30] ha disciplinato, alla lettera a), la società di professionisti, ossia quelle società costituite esclusivamente tra professionisti iscritti negli appositi albi, nelle forme delle società di persone ovvero nella forma di società cooperativa, che eseguono studi di fattibilità, ricerche, consulenze, progettazioni o direzioni dei lavori, valutazioni di congruità tecnico-economica o studi di impatto ambientale, nonché, alla lettera b), le società di ingegneria, ossia società di capitali ovvero società cooperative che non abbiano i requisiti di cui alla lettera a), che eseguono studi di fattibilità, ricerche, consulenze, progettazioni o direzioni dei lavori, valutazioni di congruità tecnico-economica o studi di impatto ambientale[31]. Successivamente, l'art. 24 della legge 7 agosto 1997, n. 266[32] ha disposto l'abrogazione dell'art. 2 della suddetta legge 1815/1939 e ha previsto che i requisiti per l'esercizio delle attività professionali di cui all'art. 1 della legge 1815/1939 dovessero essere fissati con regolamento. Nelle more, il decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96[33]ha introdotto la società tra avvocati. L'art. 16 prevede, infatti, che l'attività professionale di rappresentanza, assistenza e difesa in giudizio può essere esercitata in forma comune esclusivamente secondo il tipo della società tra professionisti, denominata società tra avvocati, regolata, per tutto quanto non previsto dallo stesso decreto legislativo, dalle norme che regolano la società in nome collettivo. La società tra avvocati ha per oggetto esclusivo l'esercizio in comune della professione dei propri soci. Ai sensi dell'art. 21, i soci della società tra avvocati devono essere in possesso del titolo di avvocato e la partecipazione ad una società tra avvocati è incompatibile con la partecipazione ad altra società tra avvocati.

 

L'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha dedicato particolare attenzione ai profili oggetto dell'articolo in esame ed, in generale, al tema della riforma delle professioni. Appare pertanto utile riassumere, qui di seguito, le conclusioni cui l’Autorità è pervenuta in occasione dell’indagine conoscitiva nel settore degli Ordini e Collegi professionali e delle professioni dagli stessi regolamentate, deliberata dall'Autorità ai sensi dell'art. 12, comma 2, della legge 10 ottobre 1990, n. 287[34] e conclusasi nell'ottobre del 1997[35].

 

Per quanto concerne l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime ed il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti, l'Autorità ha affermato che tale previsione non appare riconducibile al perseguimento dell'interesse generale a garantire elevati livelli qualitativi delle prestazioni, quanto invece alla protezione delle categorie interessate. Ciò sarebbe confermato dallo svantaggio derivante alla collettività dalla fissazione di tariffe uniformi per le medesime prestazioni e dal fatto che le categorie professionali assumono un ruolo preponderante nella determinazione delle tariffe. L'Autorità ha escluso, inoltre, che i minimi tariffari possano costituire una tutela per i giovani professionisti, osservando che, al contrario, il divieto di concorrenza sul prezzo impedisce a questi ultimi di conquistare quote di mercato. L'Autorità ha poi negato che la fissazione di minimi tariffari possa giovare alla qualità del servizio reso: la qualità, infatti, dovrebbe essere tutelata dalla selezione all'accesso e dal rispetto degli standard previsti dalla legge e dai codici deontologici. L'Autorità si è infine espressa con favore in merito all'introduzione di compensi la cui entità sia collegata, anche in parte, all'esito dell'attività svolta.

Con riferimento al divieto di svolgere pubblicità informativa, l'Autorità ha osservato che tale divieto si pone in contrasto con l'interesse generale, in particolare con l'interesse dei consumatori ad essere compiutamente informati in merito al tipo di prestazioni offerte dal professionista e (laddove venisse meno il sistema tariffario) ai prezzi praticati. Analogamente a quanto sostenuto con riferimento ai prezzi, l'Autorità sostiene che l'introduzione della pubblicità andrebbe a vantaggio dei giovani professionisti.

In merito all’esercizio della professione in forma societaria, l'Autorità ha rilevato che non appaiono esservi ragioni per precludere ad alcune categorie l'esercizio della professione anche nella forma delle società di capitali, idonee alla creazione di strutture di maggiori dimensioni e più competitive a livello internazionale. Essa, inoltre, ha sollecitato una riforma sistematica della materia.

Le posizioni espresse dall’Autorità al termine della citata indagine sono state riprese e approfondite successivamente in numerosi pareri e segnalazioni[36].

 

Il comma 2 chiarisce che le abrogazioni disposte dal comma 1 non trovano applicazione con riferimento all'esercizio delle professioni reso nell'ambito del Servizio sanitario nazionale o in rapporto convenzionale con lo stesso. Esso precisa, altresì, che non vengono abrogate le tariffe massime prefissate in via generale a tutela degli utenti.

A seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Senato (seduta del 25 luglio 2006) del richiamato maxi-emendamento presentato dal Governo, sono stati aggiunti, in fine, due nuovi periodi al testo dell’originario comma 2.

In particolare, il primo di tali periodi aggiuntivi stabilisce che, in caso di liquidazione giudiziale e di gratuito patrocinio, il giudice provvede alla liquidazione delle spese di giudizio e dei compensi professionali sulla base della tariffa professionale.

Per quanto concerne la liquidazione delle spese, l’articolo 91, primo comma, del codice di procedura civile prevede che “il giudice, con la sentenza che chiude il processo davanti a lui, condanna la parte soccombente al rimborso delle spese a favore dell'altra parte e ne liquida l'ammontare insieme con gli onorari di difesa. Eguale provvedimento emette nella sua sentenza il giudice che regola la competenza”. L’articolo 93, primo comma, del codice di procedura civile prevede, altresì, che “Il difensore con procura può chiedere che il giudice, nella stessa sentenza in cui condanna alle spese, distragga in favore suo e degli altri difensori gli onorari non riscossi e le spese che dichiara di avere anticipate”.

La disciplina delle spese del processo penale, contenuta nel Titolo V, Libro X, del relativo codice di procedura è stata modificata dal Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia).

In particolare, l’articolo 4 del predetto Decreto 115/2002 prevede che le spese del processo penale siano anticipate dall'erario, ad eccezione di quelle relative agli atti chiesti dalle parti private e di quelle relative alla pubblicazione della sentenza, ai sensi dell'articolo 694, comma 1, del codice di procedura penale e dell'articolo 76, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231. Se la parte è ammessa al patrocinio a spese dello Stato, l'erario anticipa anche le spese relative agli atti chiesti dalla parte privata.

Per quanto riguarda la liquidazione degli onorari, si rinvia a quanto esposto nel paragrafo concernente la normativa sulle tariffe degli avvocati.

 

L'ammissione del cittadino non abbiente al patrocinio a spese dello Stato, previsto dall’articolo 24, terzo comma, della Costituzione e disciplinato dal già citato Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, importa che l'assistito sia esentato dalle spese legali e che il compenso dovuto al difensore sia posto a carico dell'erario secondo le tariffe professionali[37].

 

In particolare, l’articolo 82 (Onorario e spese del difensore) del predetto Decreto 115/2002 reca le seguenti disposizioni:

1. L'onorario e le spese spettanti al difensore sono liquidati dall'autorità giudiziaria con decreto di pagamento, osservando la tariffa professionale in modo che, in ogni caso, non risultino superiori ai valori medi delle tariffe professionali vigenti relative ad onorari, diritti ed indennità, tenuto conto della natura dell'impegno professionale, in relazione all'incidenza degli atti assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa.

2. Nel caso in cui il difensore nominato dall'interessato sia iscritto in un elenco degli avvocati di un distretto di corte d'appello diverso da quello in cui ha sede il magistrato competente a conoscere del merito o il magistrato davanti al quale pende il processo, non sono dovute le spese e le indennità di trasferta previste dalla tariffa professionale.

3. Il decreto di pagamento è comunicato al difensore e alle parti, compreso il pubblico ministero”.

 

Il secondo periodo aggiunto al comma 2 dell’articolo 2 prevede che, nelle procedure ad evidenza pubblica, le stazioni appaltanti possano utilizzare le tariffe, ove motivatamente ritenute adeguate, quale criterio o base di riferimento per la determinazione dei compensi per attività professionali.

 

Le procedure di evidenza pubblica sono procedure amministrative che precedono la conclusione dei contratti dello Stato e degli enti pubblici: esse consentono alla pubblica amministrazione di esternare i motivi di pubblico interesse che giustificano la stipula dei contratti e di pervenire alla scelta della controparte, mediante l’utilizzo degli strumenti dell’asta pubblica, della licitazione privata, dell’appalto-concorso o della trattativa privata.

Il comma 2-bis, introdotto nel testo del provvedimento a seguito dell’approvazione da parte dell’Assemblea del Senato del maxi-emendamento presentato dal Governo, prevede la sostituzione del terzo comma dell’articolo 2233 del codice civile.

 

Come già ricordato, l’articolo 2233 del codice civile, concernente il compenso nei contratti di prestazioni d’opera intellettuale, prevede, al terzo comma, che “Gli avvocati, i procuratori e i patrocinatori non possono, neppure per interposta persona, stipulare con i loro clienti alcun patto relativo ai beni che formano oggetto delle controversie affidate al loro patrocinio, sotto pena di nullità e dei danni”(c.d. divieto del patto di quota-lite)[38].

 

In base alla nuova formulazione, che sopprime il divieto del cosiddetto patto quota-lite, il terzo comma dell’articolo 2233 del codice civile contempla la nullità dei patti, non redatti in forma scritta, conclusi tra gli avvocati e praticanti abilitati ed i loro clienti che stabiliscono i compensi professionali.

Ai fini della validità di tali patti (aventi ad oggetto la determinazione dei compensi professionali), è richiesta, pertanto, la forma scritta.

Tale disposizione completa, dunque, le previsioni di cui al comma 1, lettera a) relativa all’abrogazione dei divieti di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti.

 

Al fine di assicurare l'effettività di quanto disposto al comma 1, il comma 3 impone ai soggetti preposti di adeguare, entro il 1 gennaio 2007, le disposizioni deontologiche e pattizie e i codici di autodisciplina che contengono le prescrizioni di cui al comma 1.

 

Va rilevato, in proposito, che molte di tali disposizioni impongono il rispetto dei minimi tariffari (con conseguente sottoposizione a procedimento disciplinare del professionista che non vi si adegui) e, soprattutto, disciplinano - in maniera restrittiva - la pubblicità (materia che non è invece normalmente disciplinata da disposizioni di legge o di regolamento).

Si ricorda, inoltre, che alcuni enti professionali, su sollecitazione dell'Autorità Garante della concorrenza e del mercato, hanno già provveduto a modificare i propri codici deontologici.

 

Il comma in questione richiede inoltre l'adozione di misure a garanzia della qualità delle prestazioni professionali.

In caso di mancato adeguamento, a decorrere dalla medesima data del 1° gennaio 2007 le norme in contrasto con quanto previsto dal comma 1 sono in ogni caso nulle.

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Politiche del mercato interno e della concorrenza

Strategia per il mercato interno

Il 20 aprile 2006 la Commissione ha predisposto un documento in vista dell’elaborazione di nuovi orientamenti nel settore del mercato interno[39] nel quale effettua una valutazione della situazione attuale ed individua una serie di priorità politiche future.

Per quanto riguarda la situazione attuale, la Commissione sottolinea come, malgrado alcuni risultati globalmente positivi raggiunti in termini di crescita del PIL, creazione di nuovi posti di lavoro e maggiore scelta di beni e di servizi a prezzi inferiori, il mercato interno debba ancora affrontare un certo numero di sfide al fine di migliorare la competitività delle imprese europee e di generare crescita ed occupazione. Tali sfide riguardano in particolare la frammentazione in alcuni settori, quali il mercato dei servizi; l’allargamento, che impone la gestione di una maggiore diversità nel settore del mercato interno; la globalizzazione con la conseguente trasformazione radicale dei sistemi economico, sociale e regolamentare; le rapide trasformazioni tecnologiche che rendono necessario un adeguamento rapido, soprattutto in termini di innovazione; la persistenza di atteggiamenti protezionistici in particolare per quanto riguarda le fusioni e le acquisizioni transfrontaliere in una serie di settori sensibili.

Relativamente alle priorità future, la Commissione individua cinque settori di intervento:

1.         incoraggiare il dinamismo e l’innovazione nel mercato internomediante azioni in settori quali la proprietà intellettuale, gli appalti,nuove forme di finanziamentoper i progetti innovativi e un migliore accesso al mercato per i servizi;

2.    garantire un quadro normativo di alta qualità soprattutto per favorire lo sviluppo delle PMI – spesso soggette ad un peso regolamentare eccessivo - e di rendere più attraenti i mercati europei. La Commissione ricorda i metodi utilizzati a tal fine ovvero la consultazione delle parti interessate sulle future iniziative legislative e la valutazione di impatto dellestesse iniziativesotto il profilo economico, sociale ed ambientale. In tale contesto la Commissione invita il Parlamento europeo e il Consiglio - nella loro veste di colegislatori - nonché gli Stati membri - in sede di recepimento della normativa europea - a non perdere di vista l’importante obiettivo del miglioramento della qualità della legislazione;

3.    migliorare l’attuazione e l’applicazione della normativa. La Commissione sottolinea, a tal riguardo, l’importante ruolo che spetta agli Stati membri in sede di applicazione della normativa in materia di mercato interno e ricorda alcune delle iniziative che intende intraprendere a tal fine fra cui l’istituzione di un sistema di informazione del mercato interno (SIMI) per favorire lo scambio di informazioni fra le amministrazioni dei vari Stati membri e di meccanismi più efficaci e mirati per le procedure di infrazione;

4.    rispondere più efficacemente alla globalizzazione,introducendo adeguamenti nel mercato interno al fine di attrarre investimenti esteri e di consentire alle imprese europee di essere competitive a livello internazionale;

5.    migliorare l’informazione dei cittadini e delle imprese sulle opportunità offerte dal mercato interno per consentire loro di trarne i massimi benefici.

 

Libera prestazione dei servizi

Il 4 aprile 2006 la Commissione ha presentato una versione modificata (COM(2006)160) della proposta di direttiva relativa ai servizi nel mercato interno (COM(2004)2) (cosiddetta “direttiva Bolkenstein”). Il testo recepisce in larghissima misura gli emendamenti adottati dal Parlamento europeo il 16 febbraio 2006, che hanno modificato sostanzialmente la proposta iniziale della Commissione al fine di tenere conto delle preoccupazioni espresse da tutti i gruppi politici del Parlamento europeo riguardo ai possibili rischi di riduzione dell’acquis comunitario nel settore sociale.

La proposta, che segue la procedura di codecisione con la votazione a maggioranza qualificata del Consiglio, è stata presentata dalla Commissione il 13 gennaio 2004 e si inserisce nel processo di riforme economiche varato dal Consiglio europeo di Lisbona (23-24 marzo 2000) al fine di fare dell’Unione europea, entro il 2010, l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e più dinamica del mondo.

L’obiettivo della proposta è quello di stabilire un quadro giuridico che elimini gli ostacoli alla libertà di stabilimento dei prestatori di servizi ed alla libera circolazione dei servizi tra Stati membri.

Gli aspetti più controversi della proposta sui quali, in particolare, si è concentrato il dibattito, riguardano:

§       il campo di applicazione (artt. 1-3): il testo modificato della Commissione presenta un elenco di tutti i settori espressamente esclusi dal campo di applicazione della direttiva.

Fra questi figurano i servizi di interesse generale. La direttiva si applica, tuttavia, ai servizi di interesse economico generale come definiti da ciascuno Stato membro, ovvero ai servizi che corrispondono ad un’attività economica e sono aperti alla concorrenza quali i servizi postali, i servizi di trasmissione, distribuzione e fornitura di energia elettrica e di gas o i servizi di distribuzione e di fornitura idrica; tali servizi, tuttavia, non sono soggetti all’applicazione del principio della libera prestazione dei servizi di cui all’articolo 16 (vedi infra). Sono, inoltre, esclusi dal campo di applicazione della direttiva il diritto del lavoro, il distacco dei lavoratori[40], le cure sanitarie, i servizi sociali, i servizi finanziari, i servizi e le reti di comunicazioni elettroniche, i servizi audiovisivi, i servizi di trasporto compresi i taxi, i servizi portuali, le agenzie di lavoro interinale, i servizi di sicurezza privati, le attività connesse all’esercizio di un pubblico potere (in particolare quella di notaio) e i giochi d’azzardo. La direttiva proposta stabilisce altresì che, in caso di conflitto con strumenti comunitari esistenti - come è il caso della direttiva 2005/36/CE relativa alle qualifiche professionali - che disciplinano aspetti specifici dell’accesso ad un’attività di servizi o del suo esercizio, queste disposizioni specifiche prevalgono;

§       la libertà di stabilimento (artt. 9-15): il testo modificato stabilisce che i regimi di autorizzazione siano più chiari e trasparenti e che venga soppressa la verifica di natura economica che subordina il rilascio di un’autorizzazione alla prova dell’esistenza di un “bisogno economico” per evitare che l’attività di un’impresa possa destabilizzare la concorrenza locale.

La proposta prevede che il rilascio dell’autorizzazione non sia subordinato neanche alla partecipazione di operatori concorrenti al rilascio delle autorizzazioni, ad eccezione degli organismi o ordini e delle associazioni professionali o di altre organizzazioni che agiscono in qualità di autorità competente. Per quanto riguarda i requisiti da valutare, la proposta specifica che il processo di valutazione reciproca non pregiudica la libertà degli Stati membri di fissare un alto livello di tutela dell’interesse generale e che tale valutazione deve tenere conto della specificità dei servizi di interesse economico generale e degli obiettivi specifici loro assegnati che potrebbero giustificare alcune limitazioni alla libertà di stabilimento;

§       la libera prestazione dei servizi (artt. 16-19): il “principio del Paese di origine” - presente nella proposta originaria - in base al quale un prestatore poteva fornire i propri servizi in uno Stato membro diverso da quello di appartenenza unicamente in base alla legislazione dello Stato membro di origine, è stato sostituito dal principio della “libera circolazione dei servizi” in base al quale per la fornitura dei servizi si applica la legislazione del paese in cui essi vengono effettivamente prestati.

La direttiva proposta stabilisce l’obbligo per gli Stati membri di rispettare il diritto del prestatore di fornire i propri servizi liberamente sul loro territorio senza imporre requisiti discriminatori, ingiustificati e sproporzionati tranne che per motivi di pubblica sicurezza, protezione dell'ambiente e sanità pubblica. La proposta fissa un insieme di deroghe al principio della libera prestazione dei servizi fra cui figurano i servizi di interesse economico generale, il distacco dei lavoratori, le qualifiche professionali, la tutela dei dati personali, la libera prestazione dei servizi da parte degli avvocati e i sistemi di sicurezza sociali;

§       diritti dei destinatari dei servizi e qualità dei servizi (artt. 20-23 e 26-32): la proposta fissa l’obbligo a carico delle imprese di mettere a disposizione dei consumatori alcune informazioni chiave. Essa stabilisce, inoltre, che le regole professionali in materia di comunicazioni commerciali devono rispettare i principi di non discriminazione, necessità e proporzionalità;

§       cooperazione amministrativa (artt. 34-38): gli Stati membri devono rafforzare la cooperazione amministrativa, anche mediante la trasmissione elettronica delle informazioni, al fine di assicurare un controllo migliore e più efficace delle imprese. In questo contesto la proposta modificata prevede l’istituzione di un meccanismo di allerta in virtù del quale,qualora uno Stato membro sia a conoscenza di fatti gravi suscettibili di nuocere gravemente alla salute o alla sicurezza delle persone o all’ambiente, è tenuto ad informarne tempestivamente lo Stato membro di stabilimento, gli altri Stati membri interessati e la Commissione.

Il Consiglio competitività del 24 luglio 2006 ha adottato sulla proposta - con l’astensione delle delegazioni belga e lituana – la posizione comune in prima lettura, basata su un testo di compromesso predisposto dalla Presidenza austriaca. Il testo adottato dal Consiglio si attiene strettamente al testo adottato dal PE e dalla Commissione.

La seconda lettura del Parlamento europeo dovrebbe aver luogo presumibilmente in occasione della plenaria del 15 novembre 2006.

 

Concorrenza

Il 15 giugno 2006 la Commissione ha presentato la relazione sulla politica della concorrenza per il 2005 (SEC(2006)761) nella quale dà conto dei principali risultati raggiunti in questo settore nell’anno di riferimento.

La relazione sottolinea la realizzazione di progressi importanti nella politica della concorrenza comunitaria, soprattutto per quanto riguarda l’adozione di un approccio ai problemi della concorrenza più orientato sugli effetti e sull’analisi economica attraverso gli strumenti esistenti. Fra i principali risultati la Commissione annovera:

§       l’adozione del piano di azione per la riforma degli aiuti di Stato (COM(2005)107) che ha individuato una serie di misure da realizzare durante il periodo 2005-2009 con lo scopo di razionalizzare e semplificare le procedure e di creare un quadro chiaro e prevedibile in materia di aiuti di Stato;

§       le decisioni adottate nel settore delle intese e delle posizioni dominanti, in particolare per quanto riguarda la lotta contro i cartelli che costituiscono la forma più pregiudizievole di comportamento anticoncorrenziale e la creazione presso la DG concorrenza di un’apposita direzione;

§      l’avvio delle prime due inchieste settoriali - una nel settore dei servizi finanziari e l’altra nel settore del gas e dell’elettricità - ai sensi dell’articolo 17[41] del regolamento (CE) n. 1/2003 riguardante l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81[42] e 82[43] del Trattato CE. I risultati di tali inchieste serviranno per determinare se, in questi settori, siano necessarie indagini individuali o misure regolamentari al fine di garantire il buon funzionamento del mercato interno;

§       un aumento delle attività di controllo delle operazioni di concentrazione, in particolare delle operazioni suscettibili di ostacolare la realizzazione degli obiettivi dell’UE in materia di liberalizzazione;

§       un’applicazione più efficiente e coerente delle regole comunitarie in materia di concorrenza grazie al ricorso alla REC (rete europea della concorrenza) che riunisce la Commissione e le autorità nazionali della concorrenza.

Sulla base dell’analisi della politica della concorrenza effettuata nella relazione per il 2005, la Commissione ha presentato gli orientamenti che intende seguire nel 2006 al fine di contribuire al raggiungimento dei tre obiettivi pluriennali generali in materia di concorrenza: concentrare l’applicazione delle regole della concorrenza sulle pratiche maggiormente nocive per l’economia dell’UE, accrescere la competitività e focalizzare l’azione su settori chiave per il mercato interno e la strategia di Lisbona.

Gli obiettivi che la Commissione intende perseguire nel 2006 sono articolati in quattro settori:

§       intese e abuso di posizione dominante: la Commissione intende proseguire la propria azione di contrasto ai cartelli ed assicurare il completamento e il seguito delle inchieste avviate nel 2005 nei settori dell’energia e dei servizi finanziari, individuando le misure necessarie per risolvere i problemi riscontrati e mettendo in luce altri aspetti del mercato dove si registrano comportamenti anticoncorrenziali;

§       concentrazioni: la Commissione cercherà di garantire l’applicazione delle regole relative alle concentrazioni, prestando particolare attenzione alle operazioni suscettibili di ostacolare gli obiettivi dell’UE in materia di liberalizzazione, e la continuità del modo in cui valuta gli effetti della ristrutturazione delle imprese;

§       aiuti di Stato; la Commissione intende dare attuazione alle priorità specifiche individuate per il 2006 nel citato piano di azione sugli aiuti di Stato;

§       attività internazionali: nel corso del 2006, la Commissione intende proseguire la propria attività con i paesi candidati e con gli altri paesi dei Balcani occidentali e rafforzare la propria cooperazione con i paesi terzi.

Servizi professionali

Concorrenza nei servizi professionali

Il 9 febbraio 2004 la Commissione ha presentato una relazione sulla concorrenza nei servizi professionali (COM(2004)83).

L’obiettivo della relazione è quello di individuare le possibilità di riforma o di modernizzazione delle regole professionali, sotto il profilo della politica della concorrenza, e proporre misure per eliminare le restrizioni ingiustificate.

La relazione ricorda il ruolo importante che servizi professionali liberalizzati e di qualità possono svolgere ai fini del miglioramento della competitività dell’economia europea – obiettivo cardine della strategia di Lisbona – e della possibilità di scelta per i consumatori.

Le valutazioni svolte dalla Commissione nella relazione riguardano alcune categorie professionali quali gli avvocati, i notai, i contabili, gli architetti, gli ingegneri e i farmacisti, già esaminate dalla Commissione in occasione dell’adozione di altri provvedimenti, come ad esempio la direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali. La Commissione precisa che le stesse conclusioni valgono per professioni affini quali i consulenti fiscali o gli agenti immobiliari; sono, invece, escluse le professioni mediche. Essa ricorda, inoltre, che le suddette professioni sono oggetto di un’ampia regolamentazione adottata dai governi nazionali o di forme di autoregolamentazione messe in atto da associazioni professionali.

In relazione ai servizi professionali nell’Unione europea, la Commissione individua cinque categorie principali di regolamentazione potenzialmente restrittiva; si tratta, in particolare, di norme riguardanti l’autorizzazione all’esercizio della professione come ad esempio i requisiti di accesso o le attività riservate nonché regole di comportamento attinenti alla fissazione dei prezzi (prezzi fissi e prezzi raccomandati), alla pubblicità ed infine alla struttura aziendale e alle pratiche multidisciplinari. Tali regolamentazioni restrittive, secondo la Commissione, oltre ad avere effetti negativi per i consumatori, sono suscettibili di eliminare o limitare la concorrenza tra prestatori di servizi e pertanto disincentivare i professionisti a lavorare in modo efficace sotto il profilo dei costi, a ridurre i prezzi, a migliorare la qualità e ad offrire servizi innovativi.

La Commissione ritiene che un certo grado di regolamentazione dei servizi professionali sia necessario per almeno tre ragioni: 1) l’asimmetria dell’informazione fra clienti e prestatori di servizi dovuta al fatto che i professionisti dispongono di un alto livello di conoscenze tecniche di cui i consumatori sono privi con conseguente difficoltà a giudicare la qualità dei servizi che acquistano; 2) le esternalità nel senso che i servizi in questione possono avere un impatto anche su terzi, oltre che sull’acquirente del servizio; 3) il concetto di bene pubblico in quanto alcuni servizi professionali sono destinati a produrre beni pubblici che presentano un valore per la società in generale.

Per quanto riguarda le responsabilità connesse con l’esistenza di tali regolamentazioni restrittive, occorre distinguere tra la responsabilità degli organismi professionali e quella degli Stati membri.

La Commissione sostiene che le autoregolamentazioni adottate dagli organismi professionali siano decisioni di associazioni di imprese potenzialmente in conflitto con il divieto di cui all’articolo 81 del Trattato CE[44].

La regolamentazione statale che impone o favorisce un comportamento anticoncorrenziale viola l’articolo 3, paragrafo 1, l’articolo 10, paragrafo 2[45], e l’articolo 81 del Trattato CE che, in combinato disposto, vietano agli Stati membri di introdurre o mantenere in vigore misure, anche di natura legislativa o regolamentare, che potrebbero rendere inefficaci le regole di concorrenza applicabili alle imprese. Per la violazione di questi articoli la Commissione o un altro Stato membro possono avviare un procedimento di infrazione a norma degli articoli 226 e 227 del TCE.

Alla luce di queste considerazioni, la Commissione invita le autorità di regolamentazione e gli organismi professionali ad eliminare o a riformare le regole ingiustificate e a compiere un’analisi complessiva delle necessità di riforma nelle rispettive professioni e della compatibilità delle regole esistenti con i principi del diritto della concorrenza. Tale esame, secondo la Commissione, dovrebbe essere effettuato sulla base del principio di proporzionalità, ovvero valutando se tali regole siano effettivamente necessarie per raggiungere un determinato obiettivo di interesse generale e se rappresentano il meccanismo meno restrittivo della concorrenza atto a raggiungerlo.

La Commissione ritiene, tuttavia, che l’eliminazione dei meccanismi anti-concorrenziali potrebbe non essere sufficiente da sola a favorire una maggiore concorrenza nel settore delle professioni. Invita, pertanto, le autorità di regolamentazione e gli organismi professionali a valutare l’opportunità di ricorrere a meccanismi di sostegno della concorrenza, come, ad esempio, il controllo attivo da parte delle associazioni dei consumatori.

Per quanto riguarda l’applicazione della normativa relativa alle professioni, la Commissione ricorda che a partire dal 1° maggio 2004 – data di entrata in vigore del regolamento (CE) n. 1/2003 concernente l’applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato CE - le autorità nazionali garanti della concorrenza e gli organi giurisdizionali avranno un ruolo più importante nella valutazione della legittimità delle regole e delle regolamentazioni relative alle professioni e, considerato che le restrizioni della concorrenza si attuano essenzialmente negli Stati membri, tali organi potranno applicare direttamente gli articoli 81 e 82 del TCE. L’applicazione di tali articoli sarà favorita anche grazie alla Rete europea della concorrenza (REC) che riunisce la Commissione europea e le autorità nazionali garanti della concorrenza. La Commissione, dal canto suo, continuerà ad occuparsi, se necessario, di casi concreti.

 

Successivamente, il 5 settembre 2005, la Commissione ha presentato il seguito alla relazione con una comunicazione dal titolo “I servizi professionali – Proseguire la riforma” (COM(2005)405).

La comunicazione ribadisce la necessità di liberalizzare i mercati e di eliminare la regolamentazione non necessaria per promuovere una maggiore concorrenza. La Commissione ricorda che questo obiettivo è stato sottolineato dalla rinnovata strategia di Lisbona e dal Consiglio europeo del marzo 2005 che ha invitato gli Stati membri a verificare la compatibilità delle normative nazionali con la normativa comunitaria al fine di aprire maggiormente il mercato interno alla concorrenza.

La comunicazione sostiene che il lavoro della Commissione nel settore dei servizi professionali dovrebbe essere visto in tale contesto al fine di esaminare se l’attuale quadro normativo sia il più efficace e il meno restrittivo della concorrenza o se una migliore regolamentazione possa contribuire a rilanciare la crescita economica e ad assicurare servizi e condizioni migliori per i consumatori.

La comunicazione, in particolare, illustra i progressi realizzati nella revisione e nell’eliminazione delle restrizioni ingiustificate da parte degli Stati membri.

Con riferimento alle ragioni che giustificano una regolamentazione restrittiva dei servizi professionali - ovvero asimmetria delle informazioni, esternalità e concetto di bene pubblico - la Commissione ritiene che essi non interessino nella stessa misura tutti gli utenti dei servizi professionali. Secondo la Commissione, pertanto, sarebbe opportuno svolgere un’analisi economica dei servizi professionali più mirata ed approfondita al fine di comprendere meglio il rapporto tra domanda e offerta per ciascun servizio professionale, tenere conto degli interessi divergenti delle varie categorie di utenti e definire un quadro per la revisione della regolamentazione esistente.

La comunicazione ricorda che nel corso del 2004 la Commissione ha stabilito un dialogo strutturato con gli organismi professionali europei di avvocati, notai, ingegneri, architetti, contabili, consulenti fiscali e farmacisti e con le autorità nazionali di regolamentazione per discutere quale sia la giustificazione per la regolamentazione professionale esistente e per studiare il modo per renderla più favorevole alla concorrenza. Da tale processo, secondo la Commissione, si evince che il livello di ricettività alla riforma dipende dall’esistente livello di apertura e di deregolamentazione della professione in esame. Grazie al lavoro svolto dalle autorità nazionali di regolamentazione, sono state soppresse alcune restrizioni ingiustificate esistenti nella legislazione e nella regolamentazione degli organismi professionali e sono stati creati gruppi di lavoro governativi incaricati di studiare nel dettaglio le raccomandazioni presentate e di avanzare proposte per riforme più radicali.

Per quanto riguarda l’applicazione delle norme per la tutela della concorrenza, la comunicazione ricorda - oltre ai nuovi poteri riconosciuti dal regolamento (CE) n. 1/2003 alle autorità nazionali garanti della concorrenza e agli organi giurisdizionali nazionali (vedi paragrafo precedente) - anche quanto previsto dalla giurisprudenza della Corte[46] in base alla quale quando le imprese adottano un comportamento contrario all’articolo 81, paragrafo 1, del TCE e quando esso è imposto o agevolato da misure statali, l’autorità nazionale garante della concorrenza ha l’obbligo di disapplicare tali misure statali e di applicare gli articoli 81 e 82 del TCE. La Commissione ritiene, inoltre, che nelle azioni che essa può intraprendere nei confronti di comportamenti restrittivi da parte di Stati membri, è possibile utilizzare l’articolo 86[47] in combinato disposto con gli articolo 81 e 82 del TCE.

Per quanto riguarda le prospettive future, la Commissione continuerà i propri sforzi al fine di contribuire alla diffusione delle migliori pratiche, creare forme di partenariato con le autorità nazionali garanti della concorrenza per incoraggiarle a proseguire il lavoro di riforma, migliorare i rapporti con le autorità nazionali di regolamentazione e favorire la cooperazione fra queste ultime e le autorità nazionali garanti della concorrenza.

Alla luce delle suddette considerazioni, la Commissione sostiene che:

§       sarebbe necessario che gli Stati membri promuovessero un processo di riforma sistematico del settore delle professioni a livello nazionale per migliorare l’economia, la concorrenza e la tutela dei consumatori;

§       rientra nelle prerogative degli Stati membri stabilire in che misura essi desiderano disciplinare direttamente le professioni mediante norme a livello statale o lasciare che sia fatto dagli organismi professionali mediante l’autoregolamentazione. Raccomanda, tuttavia, agli Stati membri di sorvegliare la portata dell’autoregolamentazione per evitare che diventi eccessivamente restrittiva e che possa nuocere agli interessi dei consumatori;

§       è necessario che gli Stati membri affrontino la questione della modernizzazione delle norme relative alle professioni nei programmi nazionali per l’applicazione della strategia di Lisbona;

§       gli Stati membri dovrebbero avviare un processo analitico di revisione delle restrizioni esistenti, sia di quelle che possono essere eliminate velocemente come i prezzi fissi o le limitazioni alla pubblicità, sia delle strutture regolamentari per valutare la necessità di più ampie riforme al fine di realizzare progressi entro il 2010.

 

Già nel dicembre 2003 il Parlamento europeo aveva adottato una risoluzione sulle regolamentazioni di mercato ele norme di concorrenza per le libere professioni.

Con questa risoluzione, il PE sottolinea, in particolare, la necessità che le libere professioni siano aperte quanto più possibile alla libera concorrenza nell’interesse dei consumatori, della qualità del servizio e dell’economia europea; ritiene, tuttavia, che l’obiettivo di promuovere la concorrenza debba essere conciliato con quello di mantenere norme puramente etiche proprie a ciascuna professione e di rispettare i compiti di interesse pubblico affidati ad ogni singola professione. Il PE rileva che ogni attività dell’associazione professionale in questione deve essere considerata separatamente affinché le norme sulla concorrenza siano applicate all’associazione solo quando questa operi esclusivamente nell’interesse dei propri membri, evidenzia che un organismo professionale non costituisce un’impresa ai sensi dell’articolo 82 del Trattato CE e fa presente che le caratteristiche specifiche dei mercati dei servizi professionali richiedono un’adeguata regolamentazione.

Il PE sostiene, altresì, che sono necessarie norme nel contesto specifico di ciascuna professione e, in particolare, per quanto riguarda l’organizzazione, le qualifiche, l’etica professionale, la vigilanza, la responsabilità, l’imparzialità e la competenza dei membri della professione o norme destinate ad impedire conflitti di interesse o forme di pubblicità ingannevole purché offrano agli utenti finali l’assicurazione di godere delle necessarie garanzie in materia di integrità ed esperienza e non costituiscano restrizioni della concorrenza. Il PE, infine, invita la Commissione a considerare attentamente i principî e le preoccupazioni espressi nella presente risoluzione all’atto dell’analisi delle norme che disciplinano l’esercizio delle libere professioni negli Stati membri.


 

Le professioni nella proposta di direttiva sui servizi

Per quanto riguarda i servizi professionali, la proposta di direttiva sui servizi nel mercato interno (COM(2004)2), cosiddetta “direttiva Bolkenstein”, (vedi il paragrafo “Libera prestazione dei servizi”), nella versione modificata(COM(2006)160) presentata dalla Commissione europea il 4 aprile 2006, stabilisce che:

§       conformemente all’articolo 3, sono esclusi dall’ambito di applicazione della direttiva proposta l’accesso ad un’attività di servizio e il suo esercizio in settori specifici e per professioni specifiche disciplinati da apposite disposizioni comunitarie.

La normativa settoriale a cui si fa riferimento comprende anche la direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali. In particolare, il nuovo considerando 13 bis stabilisce che la direttiva proposta è coerente con la direttiva 2005/36/CE e non la pregiudica in quanto essa riguarda questioni diverse da quelle inerenti alle qualifiche professionali, quali l’assicurazione di responsabilità professionale, le comunicazioni commerciali o le attività multidisciplinari. Sono escluse, inoltre, dal campo di applicazione della direttiva le professioni legate all’esercizio dell’autorità pubblica, in particolare quella di notaio;

§       il nuovo considerando 41 quater prevede che, qualora la normativa di uno Stato membro, nel pieno rispetto del diritto comunitario, riservi un’attività ad una professione specifica, ad esempio nel caso in cui sia previsto l’esercizio esclusivo della consulenza giuridica da parte degli avvocati, la disposizione sulla libera prestazione dei servizi non si applica;

§       il considerando 64 e l’articolo 29 evidenziano la necessità di eliminare i divieti totali in materia di comunicazioni commerciali per le professioni regolamentate.

Tale misura non deve riguardare i divieti relativi al contenuto di una comunicazione commerciale, bensì le norme che in generale e per una determinata professione proibiscono una o più forme di comunicazione commerciale, come ad esempio il divieto assoluto di pubblicità in un determinato mezzo di comunicazione. Per quanto riguarda il contenuto e le modalità delle comunicazioni commerciali, gli operatori del settore devono essere incoraggiati ad elaborare codici di condotta a livello comunitario. La proposta stabilisce l’obbligo a carico degli Stati membri di adoperarsi affinché le comunicazioni commerciali elaborate dalle professioni regolamentate ottemperino alle regole professionali in conformità del diritto comunitario e in particolare per quanto riguarda la dignità, l’indipendenza, l’integrità della professione, il segreto professionale, nel rispetto della specificità di ciascuna professione. Infine, l’articolo 29 stabilisce che le regole professionali in materia di comunicazioni commerciali devono essere non discriminatorie, giustificate da motivi di interesse generale e proporzionate;

§       il nuovo considerando 64 bis e l’articolo 30 evidenziano l’importanza di assicurare la possibilità per i prestatori di servizi di fornire servizi multidisciplinari.

La direttiva proposta invita gli Stati membri a non imporre requisiti che obblighino i fornitori di servizi ad esercitare esclusivamente una determinata attività specifica o che limitino l’esercizio congiunto o in associazione di attività diverse. La proposta precisa, tuttavia, che tali requisiti possono essere imposti alle professioni regolamentate qualora ciò sia necessario per garantire il rispetto di norme deontologiche diverse tenuto conto della specificità di ciascuna professione di cui è necessario garantire l’indipendenza e l’imparzialità. Quando le attività multidisciplinari sono autorizzate, gli Stati membri provvedono affinché siano evitati i conflitti di interesse e le incompatibilità fra determinate attività, siano garantire l’indipendenza e l’imparzialità che alcune attività richiedono, siano compatibili tra loro le regole in materia di deontologia professionale e condotta relative alle diverse attività, soprattutto in materia di segreto professionale. La direttiva proposta stabilisce infine che, su richiesta del destinatario, i prestatori sono tenuti a comunicare informazioni sulle loro attività multidisciplinari e sulle misure prese per evitare conflitti di interesse. Tali informazioni devono figurare in tutta la documentazione con la quale i prestatori presentano i propri servizi;

§       i considerando 67, 67-bis e 67-ter nonché l’articolo 39 stabiliscono che le parti interessate, e in particolare ordini, organismi o associazioni professionali, sono tenute ad elaborare, nel pieno rispetto del diritto comunitario e in particolare di quello della concorrenza, codici di condotta a livello comunitario al fine di promuovere la qualità dei servizi, tenendo conto delle caratteristiche specifiche di ciascuna professione.

Tali codici devono essere compatibili con le norme di deontologia professionale giuridicamente vincolanti negli Stati membri; inoltre, in relazione alla natura specifica di ogni professione, tali codici dovrebbero includere norme per le comunicazioni commerciali relative alle professioni regolamentate e norme deontologiche delle professioni regolamentate volte a garantire l’indipendenza, l’imparzialità e i segreto professionale. Inoltre, in tali codici dovrebbero essere inserite le condizioni cui sono soggette le attività degli agenti immobiliari. I codici di condotta adottati a livello comunitario hanno lo scopo di fissare regole di condotta minime e sono complementari ai requisiti di legge degli Stati membri. E’ fatta salva la facoltà degli Stati membri di adottare, in conformità al diritto comunitario, misure più rigorose nonché quella degli organismi o degli ordini professionali nazionali di prevedere una maggiore tutela nei rispettivi codici di condotta nazionali;

§       l’articolo 17 fissa una serie di deroghe all’applicazione dell’articolo 16 che stabilisce il principio della libera circolazione dei servizi in base al quale per la fornitura dei servizi si applica la legislazione del paese in cui essi vengono effettivamente prestati. Fra i settori esclusi dall’applicazione dell’articolo 16 figurano le materie disciplinate dalla direttiva 77/249/CEE volta a facilitare l’esercizio effettivo della libera prestazione di servizi da parte degli avvocati nonché quelle disciplinate dal titolo II della citata direttiva 2005/36/CE relativo alla libera prestazione dei servizi;

§       l’articolo 31 stabilisce che gli Stati membri, in collaborazione con la Commissione, incoraggino i prestatori di servizi e gli ordini professionali a promuovere la qualità dei servizi nonché lo sviluppo della comunicazione critica, in particolare da parte delle associazioni dei consumatori, relativa alla qualità e ai difetti dei servizi.

Procedure di contenzioso in sede comunitaria
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Tariffe professionali degli avvocati

Il 21 dicembre 2005 la Commissione ha inviato all’Italia una lettera di messa in mora complementare[48]con cui rileva l’incompatibilità con gli articoli 43[49] e 49[50] del Trattato CE delle norme nazionali in materia di tariffe di onorari minimi e massimi per le attività degli avvocati.

I rilievi mossi dalla Commissione riguardano, in particolare, le seguenti disposizioni:

§       il regio decreto-legge 27 novembre 1933, n. 1578, convertito in legge 22 gennaio 1934, n. 36, come successivamente modificato, che disciplina la professione di avvocato in Italia. In particolare, l’articolo 57 stabilisce che i criteri per la determinazione degli onorari e delle indennità dovuti agli avvocati in materia civile, penale e extragiudiziale sono fissati con cadenza biennale con deliberazione del Consiglio nazionale forense (CNF) - istituito presso il Ministero della Giustizia - successivamente approvata dal Ministro. L’articolo 58 precisa che i criteri di cui all’articolo 57 sono stabiliti con riferimento al valore delle controversie e al grado dell’autorità chiamata a conoscerne e, per i giudizi penali, con riferimento alla durata di questi ultimi. Ai sensi dell’articolo 58, comma 2, il CNF fissa, per ogni atto, un limite massimo e un limite minimo; il comma 3 precisa che il CNF tiene conto dell’entità della causa allorché si tratta di definire i criteri per determinare gli onorari in materia extragiudiziale. Infine, l’articolo 61 del regio decreto stabilisce che l’onorario degli avvocati, in materia sia giudiziale sia extragiudiziale, è determinato in base ai criteri di cui all’articolo 57, tenuto conto della gravità e del numero delle questioni trattate. Come previsto dall’articolo 61, comma 2, tale onorario può essere più elevato di quello liquidato a carico della parte condannata alle spese se il carattere speciale della controversia o il valore della prestazione lo giustifichino;

§       l’articolo 24 della legge 13 giugno 1942, n. 794, in base al quale gli onorari e i diritti stabiliti per le prestazioni dei procuratori e gli onorari minimi stabiliti per le prestazioni degli avvocati sono inderogabili. Ogni convenzione contraria è pertanto nulla;

§       l’articolo 13 della legge 9 febbraio 1982, n. 31[51] in base al quale l’obbligo di rispettare le tariffe professionali in vigore è esteso agli avvocati di altri Stati membri che svolgono attività giudiziali o extragiudiziali in Italia;

§       il decreto ministeriale 24 novembre 1990, n. 392, il decreto ministeriale 5 ottobre 1994, n. 585 e il decreto ministeriale 8 aprile 2004, n. 127 che hanno disciplinato successivamente gli onorari di avvocato. A questo proposito la Commissione cita l’articolo 4, paragrafo 1, della delibera del Consiglio nazionale allegata al decreto ministeriale 8 aprile 2004, n. 127, che vieta di derogare agli onorari fissati per la professione di avvocato. L’articolo 9 della medesima delibera precisa che in caso di sproporzione manifesta, per ragioni specifiche al caso, tra la prestazione e l’onorario previsto nella tabella, previo parere del Consiglio dell’Ordine competente i limiti massimi possono essere aumentati e i limiti minimi diminuiti; al di fuori di questa ipotesi non sono possibili deroghe all’onorario minimo.

La Commissione, inoltre, fa riferimento alla giurisprudenza della Corte di cassazione italiana in base alla quale il divieto di derogare alla tariffa professionale degli avvocati comporta la nullità di qualsiasi accordo contrario tra le parti interessate dalla prestazione. Conformemente a quanto deciso dalla Corte di cassazione, quindi, se le parti hanno previsto onorari inferiori a quelli fissati dalla tariffa professionale, la retribuzione minima prevista da quest’ultima si sostituisce di diritto all’importo pattuito dalle parti.

La Commissione ha quindi proceduto a verificare la compatibilità della citata normativa italiana con gli articoli 43 e 49 del TCE[52] ed è giunta alla conclusione che la normativa italiana è incompatibile con i suddetti articoli.

A tal riguardo la Commissione precisa che l’applicazione della normativa italiana su cui essa ha mosso dei rilievi costituisce un ostacolo alla libera prestazione dei servizi:

§       per il cliente: a causa del divieto di deroga agli onorari prestabiliti, infatti, l’avvocato non è in grado di adeguare il proprio onorario alla situazione specifica del cliente. Inoltre, un cliente stabilito in uno Stato membro diverso dall’Italia potrebbe essere dissuaso dal rivolgersi ad un avvocato stabilito in Italia in quanto quest’ultimo sarebbe obbligato a conformarsi alle tariffe italiane senza che questo corrisponda necessariamente alla realtà del mercato e del servizio legale reso in un altro Stato membro;

§       per l’avvocato: quest’ultimo si troverebbe, infatti, in una posizione di svantaggio concorrenziale in quanto le tariffe sono stabilite sulla base di costi medi che non tengono necessariamente conto delle condizioni specifiche di una causa. Inoltre, un avvocato stabilito in un altro Stato membro potrebbe essere dissuaso dal prestare i propri servizi in Italia poiché dovrebbe adeguarsi alle tariffe italiane e non potrebbe includere negli onorari le spese di viaggio e di rappresentanza.

Alla luce di queste considerazioni la Commissione conclude che la determinazione del prezzo delle prestazioni è uno dei principali fattori di promozione nei confronti dei clienti e il divieto di deroga alle tariffe prestabilite rappresenta un grave ostacolo all’esercizio dell’attività di avvocato in Italia perché limita l’accesso al mercato.

Secondo la Commissione, inoltre, la normativa italiana viola l’articolo 49 in quanto essa rende la prestazione di servizi fra Stati membri più difficile della prestazione di servizi all’interno di un determinato Stato membro. Inoltre, il divieto di derogare ai tariffari prestabiliti costituisce un ostacolo alla libertà contrattuale delle parti.

La Commissione individua, infine, un altro profilo di violazione dell’articolo 49 del TCE da parte della normativa italiana in questione. L’articolo 5 della direttiva 77/249/CEE, intesa a facilitare l’esercizio effettivo della libera prestazione di servizi da parte degli avvocati, dispone infatti che, per l’esercizio delle attività relative alla rappresentanza e alla difesa in giudizio di un cliente, ogni Stato membro può imporre agli avvocati di agire di concerto con un avvocato localeche eserciti dinnanzi alla giurisdizione adita dello Stato ospitante. A questo riguardo la Commissione rileva che la normativa italiana viola l’articolo 49 del TCE poiché non contiene nessuna disposizione che consenta di prendere in considerazione i costi relativi all’attività di un avvocato locale in caso di prestazione temporanea da parte di un avvocato stabilito in un altro Stato membro. Ciò non consente di distinguere, in sede di liquidazione degli onorari da parte del giudice, tra le spese sostenute per il lavoro effettuato dall’avvocato responsabile del fascicolo e quello effettuato dal corrispondete locale. Secondo la Commissione, questa lacuna della normativa italiana rende meno attraente la prestazione transfrontaliera dei servizi, pregiudicando la posizione concorrenziale degli avvocati degli altri Stati membri.

La Commissione ha verificato, infine, se gli ostacoli alla libera prestazione dei servizi e al diritto di stabilimento possano essere giustificati sulla base di motivi imperiosi di interesse generale. Alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia relativa all’interpretazione dell’articolo 49 del TCE (sentenza del 30 novembre 1995, causa C-55/94), ostacoli o restrizioni delle libertà fondamentali stabilite nel Trattato da parte di provvedimenti nazionali possono essere giustificati per motivi imperiosi di interesse generale, se hanno carattere non discriminatorio, se sono idonei a garantire il perseguimento dello scopo e se sono proporzionali rispetto all’obiettivo da raggiungere.

La Commissione conclude che la normativa in questione è sproporzionata rispetto all’esistenza di motivi imperiosi di interesse generale.

Tariffe professionali di architetti ed ingegneri

Il 21 dicembre 2005 la Commissione ha inviato all’Italia un parere motivato[53] con il quale constata l’incompatibilità con gli articoli 43 e 49 del Trattato CE delle norme nazionali in materia di tariffe minime per le prestazioni di architetti ed ingegneri.

I rilievi mossi dalla Commissione riguardano, in particolare, l’articolo 1 della legge n. 143 del 4 marzo 1958, modificata dalla legge n. 340 del 5 maggio 1976,in base al quale le tariffe degli onorari e delle spese di rimborso degli ingegneri e degli architetti sono stabilite mediante decreto ministeriale, su proposta dei Consigli nazionali riuniti degli ingegneri e degli architetti, previa consultazione dei Consigli competenti e delle organizzazioni sindacali a carattere nazionale delle due categorie. I minimi tariffari stabiliti dalla legge sono inderogabili. A tale riguardo, l’articolo 6 della legge n. 404 del 1° luglio 1977 precisa che il carattere inderogabile delle tariffe minime stabilite dalla legge deve intendersi applicabile esclusivamente ai rapporti tra privati. L’articolo 17, paragrafo 12-ter, della legge n. 109 del 17 febbraio 1994 relativa ai lavori pubblici precisa che qualsiasi convenzione contraria alle tariffe minime stabilite dalla legge per gli architetti e gli ingeneri è nulla. Tuttavia, l’articolo 4, comma 12bis del decreto-legge 2 marzo 1989, n. 65, convertito nella legge n. 155 del 26 aprile 1989 stabilisceche per le prestazioni rese dai professionisti allo Stato e agli altri enti pubblici relativamente alla realizzazione di opere pubbliche o comunque di interesse pubblico, il cui onere è in tutto o in parte a carico dello Stato e degli altri enti pubblici, la riduzione dei minimi di tariffa non può superare il 20 per cento.

Nella risposta del 19 settembre 2005, il Governo italiano precisa che la normativa applicabile agli architetti e agli ingegneri comprende anche l’articolo 2233 del Codice civile in virtù del quale qualora il compenso se non sia convenuto dalle parti e non possa essere determinato secondo le tariffe o gli usi, esso è determinato dal giudice, sentito il parere dell’associazione professionale a cui il professionista appartiene. Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione citata dalle autorità italiane (sentenza n. 5675 del 18 ottobre 1988) gli onorari sono oggetto di libero accordo contrattuale tra le parti.

La Commissione, tuttavia, contesta quanto sostenuto dalle autorità italiane in materia di libertà contrattuale per la fissazione degli onorari, richiamandosi alla sentenza della Corte costituzionale n. 249 del 16 giugno 1995, in base alla quale gli onorari stabiliti dalla legge sono da considerare minimi inderogabili e qualsiasi accordo contrario va considerato nullo. Inoltre, la sentenza della seconda sezione della Corte di cassazione n. 8787 del 28 giugno 2000 precisa che un architetto o un ingegnere possono derogare alle tariffe minime stabilite dalla legge e fornire prestazioni gratuite solo per motivi quali considerazioni di carattere sociale; in qualsiasi altra situazione gli accordi che derogano alle tariffe minime vanno considerati nulli.

La Commissione conclude, quindi, che nemmeno le supreme istanze giurisdizionali italiane confermano le argomentazioni sostenute dalle autorità italiane in base alla quale il principio della libertà contrattuale prevarrebbe rispetto alle tariffe minime obbligatorie per gli architetti e gli ingegneri. La Commissione fa notare, inoltre, che in occasione delle cause discusse davanti alla Corte di giustizia e riguardanti le tariffe applicabili alle prestazioni degli avvocati in Italia, il Governo italiano non ha contestato l’inderogabilità di tali tariffe e non ha fatto riferimento all’articolo 2233 del Codice civile per dimostrare la prevalenza del principio della libertà contrattuale tra le parti. Alla luce di queste considerazioni, la Commissione sostiene che, al fine di rispettare i principî della certezza del diritto e della tutela dei privati nelle materie disciplinate dal diritto comunitario, la normativa degli Stati membri deve avere una formulazione non equivoca che consenta agli interessati di conoscere i propri diritti e obblighi in modo chiaro e preciso a ai giudici di garantirne l’osservanza.

La Commissione ha deciso, pertanto, di procedere ad un esame della normativa italiana sulla base degli articoli 43 e 49 del TCE al fine di valutarne la giustificazione e la proporzionalità[54].

Secondo la Commissione, la normativa italiana costituisce una restrizione alla libera prestazione di servizi:

§       per il cliente: a causa del divieto di deroga agli onorari prestabiliti, infatti, l’architetto o l’ingegnere non sono in grado di adeguare il proprio onorario alla situazione specifica del cliente. Inoltre, un cliente stabilito in uno Stato membro diverso dall’Italia potrebbe essere dissuaso dal rivolgersi ad un architetto o ingegnere stabilito in Italia in quanto questi ultimi sarebbe obbligati a conformarsi alle tariffe italiane senza che questo corrisponda necessariamente alla realtà del mercato e del servizio reso in un altro Stato membro;

§       per l’architetto o l’ingegnere: questi ultimi si troverebbero, infatti, in una posizione di svantaggio concorrenziale in quanto le tariffe sono stabilite sulla base di costi medi che non tengono necessariamente conto delle condizioni specifiche per esempio di un cantiere. Di conseguenza, un architetto o un ingegnere stabiliti in un altro Stato membro potrebbero essere dissuasi dal prestare i propri servizi in Italia poiché dovrebbero adeguarsi alle tariffe italiane e non potrebbero includere negli onorari le spese di viaggio.

Alla luce di queste considerazioni la Commissione conclude che la determinazione del prezzo delle prestazioni è uno dei principali fattori di promozione nei confronti dei clienti e il divieto di deroga alle tariffe prestabilite rappresenta un grave ostacolo all’esercizio dell’attività di architetto o ingegnere in Italia perché limita l’accesso al mercato. Inoltre, il divieto di derogare ai tariffari prestabiliti costituisce un ostacolo alla libertà contrattuale delle parti.

La Commissione conclude il proprio esame della normativa italiana in materia di tariffe minime per gli architetti e gli ingegneri, sostenendo che il divieto di deroga alle tariffe minime degli onorari stabiliti dalla legge non sembra giustificato ai sensi degli articoli 43 e 49 del TCE, né in virtù dell’obiettivo di interesse generale di garantire la tutela degli utenti di servizi, nonché la qualità dei servizi forniti. Alla luce della giurisprudenza della Corte di giustizia relativa all’interpretazione dell’articolo 49 del TCE (sentenza del 30 novembre 1995, causa C-55/94), ostacoli o restrizioni delle libertà fondamentali stabilite nel Trattato da parte di provvedimenti nazionali possono essere giustificati per motivi imperiosi di interesse generale, se hanno carattere non discriminatorio, se sono idonei a garantire il perseguimento dello scopo e se sono proporzionali rispetto all’obiettivo da raggiungere.

Per quanto riguarda la normativa italiana in questione, la Commissione ritiene che esistano mezzi meno restrittivi per garantire misure relative all’accesso alla professione o al suo esercizio, tanto più che sia gli architetti, sia gli ingegneri sono sottoposti al controllo disciplinare dell’ordine professionale che ha facoltà di sanzionare un eventuale comportamento inaccettabile.

 


Articolo 3
(Regole di tutela della concorrenza
nel settore della distribuzione commerciale)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Ai sensi delle disposizioni dell'or­dinamento comunitario in materia di tutela della concorrenza e libera circolazione delle merci e dei servizi ed al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità all'acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale,ai sensi dell'articolo 117, comma secondo, lettere e) ed m), della Costituzione, le attività economiche di distribuzione commerciale, ivi comprese la somministrazione di alimenti e bevande, sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni:

1. Ai sensi delle disposizioni dell'or­dinamento comunitario in materia di tutela della concorrenza e libera circolazione delle merci e dei servizi ed al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità all'acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale,ai sensi dell'articolo 117, comma secondo, lettere e) ed m), della Costituzione, le attività commer­ciali, come individuate dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, e di somministrazione di alimenti e bevande, sono svolte senza i seguenti limiti e prescrizioni:

a) l'iscrizione a registri abilitanti ovvero possesso di requisiti professionali soggettivi per l'esercizio di attività commerciali, fatti salvi quelli riguardanti la tutela della salute e la tutela igienico-sanitaria degli alimenti;

a) l'iscrizione a registri abilitanti ovvero possesso di requisiti professionali soggettivi per l'esercizio di attività commerciali, fatti salvi quelli riguardanti il settore alimentare e della sommini­strazione degli alimenti e delle bevande;

b) il rispetto di distanze minime obbli­gatorie tra attività commerciali apparte­nenti alla medesima tipologia di esercizio;

b) identica;

c) le limitazioni quantitative all'assor­timento merceologico offerto negli eser­cizi commerciali;

c) le limitazioni quantitative all'assor­timento merceologico offerto negli esercizi commerciali, fatta salva la distinzione tra settore alimentare e non alimentare;

d) il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale;

d) identica;

e) la fissazione di divieti generali ad effettuare vendite promozionali, a meno che non siano prescritti dal diritto comunitario;

e) la fissazione di divieti ad effettuare vendite promozionali, a meno che non siano prescritti dal diritto comunitario;

f) l'ottenimento di autorizzazioni preventive e le limitazioni di ordine temporale allo svolgimento di vendite promozionali di prodotti, effettuate all'interno degli esercizi commerciali.

f) l'ottenimento di autorizzazioni preventive e le limitazioni di ordine temporale o quantitativo allo svolgimento di vendite promozionali di prodotti, effettuate all'interno degli esercizi commerciali, tranne che nei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione per i medesimi prodotti;

 

f-bis) il divieto o l'ottenimento di autorizzazioni preventive per il consumo immediato dei prodotti di gastronomia presso l'esercizio di vicinato, utilizzando i locali e gli arredi dell'azienda con l'esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l'osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie.

2. Sono fatte salve le disposizioni che disciplinano le vendite sottocosto e i saldi di fine stagione.

2. Identico.

3. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogate le disposizioni legislative e regolamentari statali di disciplina del settore della distribuzione commerciale incompatibili con le disposizioni di cui al comma 1.

3. Identico.

4. Le regioni e gli enti locali adeguano le proprie disposizioni legislative e regolamentari ai princìpi e alle disposizioni di cui al comma 1 entro il 1o gennaio 2007.

4. Identico.

 

 

L'articolo 3 reca disposizioni volte alla tutela della concorrenza nel settore delle attività commerciali e di somministrazione di alimenti e bevande.

In particolare, la norma si riferisce alle attività commerciali individuate dal decreto legislativo n. 114 del 1998.

 

Dal momento che la nozione di ”attività economiche di distribuzione commerciale” è stata sostituita nel corso dell’esame presso il Senato da quella di “attività commerciali”, sarebbe opportuno estendere tale sostituzione anche alla rubrica dell’articolo e al comma 3.

Il decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114 recante “Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell'articolo 4, comma 4, della L. 15 marzo 1997, n. 59”, costituisce la normativa di riferimento che definisce - tra l'altro - le nozioni di "commercio all'ingrosso" e "commercio al dettaglio" (art. 4, comma 1).

Il decreto citato (art. 4, comma 2), con un'articolata e dettagliata disposizione alla quale si rinvia, esclude dal proprio ambito di applicazione una serie di soggetti tra cui: farmacisti e titolari di rivendite di generi di monopolio (qualora vendano, rispettivamente, solo prodotti di farmacia in senso stretto e generi di monopolio), associazioni dei produttori ortofrutticoli, produttori agricoli, vendite di carburanti, artigiani, pescatori, qualora ricadano nell'ambito delle speciali disposizioni di legge ivi citate o delle speciali condizioni ivi specificate, nonché altre categorie particolari (chi venda opere d'arte, o dell'ingegno; beni del fallimento; fiere campionarie; enti pubblici per quanto concerne l'oggetto della loro attività).

Quanto all’attività di somministrazione di alimenti e bevande, richiamata dalla disposizione in esame, si ricorda che a livello nazionale è disciplinata dalla legge 25 agosto 1991, n. 287 "Aggiornamento della normativa sull'insediamento e sull'attività dei pubblici esercizi".

Ai sensi della citata legge, per somministrazione al pubblico di alimenti e bevande si intende sia la vendita al consumo sul posto in tutti i casi in cui gli acquirenti consumano i prodotti nei locali dell’esercizio o in una superficie attrezzata aperta al pubblico (art. 1, comma 1), sia la distribuzione automatica effettuata mediante macchinari in locali esclusivamente adibiti a tali attività (art. 1, comma 2).

La legge, all' articolo 5 individua quattro tipologie di esercizi:

a)       esercizi di ristorazione, per la somministrazione di pasti e di bevande, comprese quelle aventi un contenuto alcoolico superiore al 21 per cento del volume, e di latte (ristoranti, trattorie, tavole calde, pizzerie, birrerie ed esercizi similari);

b)       esercizi per la somministrazione di bevande, comprese quelle alcooliche di qualsiasi gradazione, nonché di latte, di dolciumi, compresi i generi di pasticceria e gelateria, e di prodotti di gastronomia (bar, caffè, gelaterie, pasticcerie ed esercizi similari);

c)       esercizi di cui alle lettere a) e b), in cui la somministrazione di alimenti e di bevande viene effettuata congiuntamente ad attività di trattenimento e svago, in sale da ballo, sale da gioco, locali notturni, stabilimenti balneari ed esercizi similari;

d)       esercizi di cui alla lettera b), nei quali è esclusa la somministrazione di bevande alcooliche di qualsiasi gradazione.

A seguito della riforma del Titolo V, parte seconda, della Costituzione italiana, la materia del "commercio interno", e quindi dei pubblici esercizi è stata trasferita alla competenza esclusiva delle Regioni.

 

Il comma 1 dell’articolo 3 in esame stabilisce, in particolare, il diritto allo svolgimento delle attività commerciali e di somministrazione di alimenti e bevande, senza i limiti e le prescrizioni specificamente individuati dallo stesso comma ed elencati in 7 punti contrassegnati dalle lettere da a) a g)[55].

 

Il suddetto diritto viene stabilito ai sensi:

§      delle disposizioni dell'ordinamento comunitario in materia di tutela della concorrenza e libera circolazione delle merci e dei servizi;

La relazione al disegno di legge (alla quale si rinvia anche per la particolare ampiezza del commento illustrativo sull'articolo 3), osserva, in relazione all'ordinamento comunitario, che, " per ciò che riguarda il settore del commercio, nel presupposto che legislazioni vincolistiche non favoriscono l’ammodernamento della rete, tra le azioni individuate a livello europeo per favorire l’incremento dell’efficienza e della produttività del settore, viene indicata la necessità di previsione di un sistema regolatore fondato sulla semplificazione amministrativa, con un alleggerimento degli adempimenti che gravano sulle imprese, e sull’affermazione di processi di liberalizzazione in grado di rappresentare uno stimolo concorrenziale".

 

§      dell’articolo 117, comma secondo, lettere e) ed m) della Costituzione, al fine di garantire la libertà di concorrenza secondo condizioni di pari opportunità ed il corretto ed uniforme funzionamento del mercato, nonché di assicurare ai consumatori finali un livello minimo ed uniforme di condizioni di accessibilità all’acquisto di prodotti e servizi sul territorio nazionale.

La Corte costituzionale (sentenze nn. 1/2004, nonché 49/2006, 196/2004 seppure incidentalmente) sembra ascrivere il commercio alla competenza regionale in forza del comma quarto dell'art. 117, che non prevede la possibilità per lo Stato di dettare i principi fondamentali. Nell'ambito della propria articolata e complessa giurisprudenza la stessa Corte (sentenza 272/2004), tuttavia, ha sancito che l’ambito di operatività della competenza legislativa statale attinente alla "tutela della concorrenza" (lettera e) del secondo comma dell'art. 117 Cost.), materia-funzione di competenza esclusiva dello Stato, non ha un’estensione rigorosamente circoscritta e determinata, ma è, per così dire, "trasversale" (cfr. sentenze n. 14/2004 e 407/2002), poiché si intreccia inestricabilmente con una pluralità di altri interessi – alcuni dei quali rientranti nella sfera di competenza concorrente o residuale (quale potrebbe essere quella del commercio) delle Regioni – connessi allo sviluppo economico-produttivo del Paese; in questo quadro, sostiene peraltro la Corte,- emerge con evidenza la necessità di basarsi sul criterio di proporzionalità/adeguatezza al fine di valutare, nelle diverse ipotesi, se la tutela della concorrenza legittimi o meno determinati interventi legislativi dello Stato.

 

Le condizioni, i limiti o le prescrizioni individuati dal comma 1 che non devono ostacolare lo svolgimento del commercio sono i seguenti:

§      l’iscrizione a registri abilitanti o il possesso di requisiti professionali per lo svolgimento dell’attività, ad eccezione di quelli riguardanti il settore alimentare e della somministrazione di alimenti e bevande (quest’ultima precisazione, introdotta durante l’esame presso il Senato, dovrebbe fare riferimento al possesso di requisiti di carattere igienico-sanitaria);

§      il rispetto di distanze minime obbligatorie tra medesime tipologie di commercio;

§      le limitazioni quantitative all’assortimento merceologico offerto negli esercizi commerciali, fatta salva la distinzione tra settore alimentare e non alimentare (il riferimento alla distinzione tra i due settori è stata disposta dal Senato);

§      il rispetto di limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale; sul punto la già citata relazione al DDL specifica di tener conto della specifica segnalazione dell’Antitrust (AS 281 del 9 luglio 2004) riguardo alla regolamentazione adottata in materia di commercio dalla Regione siciliana[56];

§      i divieti di vendita promozionale, ma restando validi quelli prescritti dal diritto comunitario;

§      le autorizzazioni preventive e le limitazioni temporali o quantitative alle vendite promozionali all’interno degli esercizi, ad esclusione dei periodi immediatamente precedenti i saldi di fine stagione;

§       il divieto o l’obbligo di autorizzazioni preventive per il consumo immediato dei prodotti gastronomici presso l’esercizio di vicinato, attraverso l’utilizzo dei locali e degli arredi dell’azienda, senza il servizio assistito di somministrazione e nel rispetto delle prescrizioni igienico sanitarie (la lettera g) è stata aggiunta nel corso dell’esame al Senato).

 

Tra i corpi normativi statali più significativi in tema di commercio - che contengono o possono contenere limiti, divieti e prescrizioni del tipo di quelli elencati nella norma in esame - si ricordano, sinteticamente:

§      il citato D.Lgs. 114/1998: “Riforma della disciplina relativa al settore del commercio, a norma dell’articolo 4, comma 4, della legge 15 marzo 1997, n. 59”; con tale intervento sono state soppresse le tabelle merceologiche (ed istituiti i settori alimentare e non alimentare); è stato soppresso l’obbligo di iscrizione al REC (conservati i requisiti morali e quelli professionali se si esercita il commercio nel settore alimentare); per aprire un negozio non serve più un’autorizzazione con superficie di vendita fino a 250 metri quadrati (è sufficiente una comunicazione al Comune).

§      la citata legge 25 agosto 1991, n. 287: Aggiornamento della normativa sull'insediamento e sull'attività dei pubblici esercizi;

§      l'ordinanza del 2/3/2000 del Ministero Sanità in tema di requisiti igienico-sanitari per il commercio dei prodotti alimentari sulle aree pubbliche.

 

Il comma 2 dell'articolo in esame fa salva la disciplina delle vendite sottocosto e dei saldi di fine stagione.

Come ricorda la stessa relazione al disegno di legge in esame con il DPR n. 218 del 2001 è stata data attuazione alla previsione sulle vendite sottocosto; l'Autorità "antitrust" vi ha ravvisato "effetti negativi sulle dinamiche concorrenziali nella distribuzione al dettaglio. Una limitazione generalizzata delle possibilità di utilizzazione delle vendite sottocosto, oltre che ridurre la concorrenza tra gli esercizi più grandi, penalizza infatti senza giustificazione gli esercizi più piccoli"[57].

 

Il comma 3 dell'articolo in esame abroga le disposizioni statali (sia legislative che regolamentari) di disciplina del settore dell’attività commerciale incompatibili con il comma 1 con decorrenza 4 luglio 2006 (data di entrata in vigore del decreto, avvenuta lo stesso giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale).

 

Il comma in esame non prevede effetti nei confronti della normativa regionale che, dunque, potrebbe essere ritenuta in vigore anche se incompatibile con le norme del decreto.

Tale comma configura una "formula abrogativa esplicita innominata" che le vigenti Regole e raccomandazioni per la formulazione tecnica dei testi legislativi segnalano di non utilizzare, perché superflua e, al limite, equivoca ripetizione del principio generale contenuto nell'art. 15 delle preleggi.

 

Ai sensi del comma 4 dell'articolo in esame le regioni e gli enti locali adeguano le proprie disposizioni legislative e regolamentari ai principi e alle disposizioni di cui al comma 1 entro il 1° gennaio 2007[58].

In relazione ai commi 3 e 4 si osserva che nel periodo compreso tra l'entrata in vigore del decreto-legge e il 1° gennaio 2007, potrebbe risultare di non agevole individuazione il quadro normativo di riferimento in merito allo svolgimento sul territorio italiano delle attività commerciali e della somministrazione di alimenti e bevande.

Infatti, mentre la normativa statale previgente, "superata" dalle disposizioni in esame, viene meno per l'abrogazione espressa in ragione dell'incompatibilità, quella regionale viene meno quando sostituita, entro il 1° gennaio 2007, sopravvivendo fino a quella data. La questione ha rilievo circa il trattamento delle eventuali aperture di esercizi commerciali tra il 4 luglio 2006 (data di entrata in vigore del testo qui in esame) ed il 1 gennaio 2007 (data entro la quale le Regioni devono adeguarsi), e ciò perché non è improbabile che convivano nel periodo indicato norme statali (quelle qui in esame) sulla concorrenza e norme regionali sul commercio di segno potenzialmente contrario.

 

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

(Vedi paragrafo Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE nella scheda relativa all’articolo 2).

 

 


Articolo 4
(Disposizioni urgenti per la liberalizzazione
dell'attività di produzione di pane)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Al fine di favorire la promozione di un assetto maggiormente concorrenziale nel settore della panificazione ed assicurare una più ampia accessibilità dei consumatori ai relativi prodotti, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono abrogate la legge 31 luglio 1956, n. 1002, e la lettera b), del comma 2 dell'articolo 22 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112.

1. Identico.

2. L'impianto di un nuovo panificio ed il trasferimento o la trasformazione di panifici esistenti sono soggetti a dichiarazione di inizio attività da presentare al comune competente per territorio ai sensi dell'articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241. La dichiarazione deve essere corredata dall'autorizzazione della competente Azienda sanitaria locale in merito ai requisiti igienico-sanitari e dall'autor­izzazione alle emissioni in atmosfera, dal titolo abilitativo edilizio e dal permesso di agibilità dei locali.

2. L'impianto di un nuovo panificio ed il trasferimento o la trasformazione di panifici esistenti sono soggetti a dichiarazione di inizio attività da presentare al comune competente per territorio ai sensi dell'articolo 19 della legge 7 agosto 1990, n. 241. La dichiarazione deve essere corredata dall'autorizzazione della competente Azienda sanitaria locale in merito ai requisiti igienico-sanitari e dall'auto­rizzazione alle emissioni in atmosfera, dal titolo abilitativo edilizio e dal permesso di agibilità dei locali, nonché dall'indica­zione del nominativo del responsabile dell'attività produttiva, che assicura l'utilizzo di materie prime in conformità alle norme vigenti, l'osservanza delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza dei luoghi di lavoro e la qualità del prodotto finito.

 

2-bis. È comunque consentita ai titolari di impianti di cui al comma 2 l'attività di vendita dei prodotti di propria produzione per il consumo immediato, utilizzando i locali e gli arredi dell'azienda con l'esclusione del servizio assistito di somministrazione e con l'osservanza delle prescrizioni igienico-sanitarie.

 

2-ter. Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, il Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali e con il Ministro della salute, previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti fra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, emana un decreto ai sensi dell'articolo 17 della legge 23 agosto 1988, n. 400, volto a disciplinare, in conformità al diritto comunitario:

 

a) la denominazione di «panificio» da riservare alle imprese che svolgono l'intero ciclo di produzione del pane, dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale;

 

b) la denominazione di «pane fresco» da riservare al pane prodotto secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento, alla surgelazione o alla conservazione prolungata delle materie prime, dei prodotti intermedi della panificazione e degli impasti, fatto salvo l'impiego di tecniche di lavorazione finalizzate al solo rallentamento del processo di lievitazione, da porre in vendita entro un termine che tenga conto delle tipologie panarie esistenti a livello territoriale;

 

c) l'adozione della dicitura «pane conservato» con l'indicazione dello stato o del metodo di conservazione utilizzato, delle specifiche modalità di confezionamento e di vendita, nonché delle eventuali modalità di conserva­zione e di consumo.

3. I comuni e le autorità competenti in materia igienico-sanitaria esercitano le rispettive funzioni di vigilanza.

3. Identico.

4. Le violazioni delle prescrizioni di cui al presente articolo sono punite ai sensi dell'articolo 22, commi 1, 2, 5, lettera c), e 7, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114.

4. Identico.

 

 

Il comma 1, a decorrere dal 4 luglio 2006, (data di entrata in vigore del presente provvedimento) abroga integralmente la legge 1002/1956 recante "Nuove norme sulla panificazione" e la lettera b) dell'articolo 22 del D.Lgs. 112/1998 ("Conferimento di funzioni e compiti amministrativi dello Stato alle regioni ed agli enti locali, in attuazione del capo I della L. 15 marzo 1997, n. 59").

L’abrogazione, come si legge anche nella relazione al DDL, risponde all’esigenza di promuovere il dispiegarsi della concorrenza nel settore della panificazione.

La legge del 1956 prevedeva che i panifici di nuovo impianto fossero soggetti ad autorizzazione della Camera di commercio, industria ed agricoltura della provincia con il parere di una Commissione composta da due rappresentanti della Camera di commercio, un rappresentante dell'associazione provinciale panificatori, un rappresentante delle organizzazioni sindacali degli operai panettieri, un rappresentante del Comune interessato. La Commissione per esprimere il parere accertava l'opportunità del nuovo impianto in relazione alla densità dei panifici esistenti e del volume della produzione nella località ove era stata chiesta l'autorizzazione. Una volta ottenuta l'autorizzazione, il panificio doveva ottenere la licenza di panificazione dalla Camera di commercio, industria ed agricoltura della Provincia. Tale licenza era rilasciata previo accertamento della efficienza degli impianti e della loro rispondenza ai requisiti tecnici ed igienico-sanitari previsti dalle leggi e regolamenti vigenti anche in materia di igiene del lavoro, e previo pagamento, inoltre, della relativa tassa di concessione governativa. Contro il provvedimento che negava la licenza o, nel caso che non fosse stato provveduto al rilascio della stessa, trascorsi 60 giorni dall'accertamento favorevole da parte della Commissione, era ammesso ricorso al Ministro per l'industria e per il commercio entro 30 giorni dalla data della notificazione o da quella della scadenza del termine suddetto di 60 giorni. La stessa procedura si applicava per le trasformazioni ed i trasferimenti di panifici esistenti. La legge vietava inoltre la vendita del pane in forma ambulante e nei pubblici mercati, fatta eccezione per quelli coperti.

Il Ministero dell'industria, del commercio e dell'artigianato aveva emanato la circolare 18 luglio 1997 n. 161 contenente le istruzioni relative agli adempimenti previsti dalla suddetta legge del 1956. In essa si prevedeva, tra l'altro, che "nell'ambito di ciascuna località, l'autorità preposta al rilascio dell'autorizzazione alla apertura di nuovi panifici deve impedire che l'offerta destinata alla stessa località superi la domanda".

L'art. 22 del D.Lgs. 112/1998, alla lettera b) prevedeva che il rilascio della licenza di panificazione di cui all'art. 3 della citata legge del 1956 fosse soggetto alla disciplina del silenzio assenso di cui all'art. 20 della legge 241/1990. L'eventuale provvedimento di diniego doveva essere comunicato nel termine di sessanta giorni. Il termine poteva essere ridotto con regolamento emanato ai sensi dell'articolo 20 della legge 7 agosto 1990, n. 241.

 

Il comma 2 prevede che l'impianto di un nuovo panificio ed il trasferimento o la trasformazione di panifici esistenti siano soggetti a dichiarazione di inizio attività da presentare al comune competente. La dichiarazione deve essere corredata da:

§      l'autorizzazione della competente Azienda sanitaria locale in merito ai requisiti igienico-sanitari;

§      l'autorizzazione alle emissioni in atmosfera;

§      il titolo abilitativo edilizio;

§      il permesso di agibilità dei locali;

§      il nominativo del responsabile dell’attività che assicura l’utilizzo di materie prime conformi alle vigenti norme, l’osservanza delle norme igienico-sanitarie e di sicurezza nei luoghi di lavoro, la qualità del prodotto finito (quest’ultimo punto è stato aggiunto dal Senato).

 

La disciplina della dichiarazione di inizio attività è quella recata dall'art. 19 della legge 241/1990. Essa prevede che l'attività oggetto della dichiarazione può essere iniziata decorsi trenta giorni dalla data di presentazione della dichiarazione all'amministrazione competente. Contestualmente all'inizio dell'attività, l'interessato ne dà comunicazione all'amministrazione competente. L'amministrazione competente, in caso di accertata carenza delle condizioni, modalità e fatti legittimanti, nel termine di trenta giorni dal ricevimento della comunicazione di inizio attività, adotta motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione dei suoi effetti, salvo che, ove ciò sia possibile, l'interessato provveda a conformare alla normativa vigente detta attività ed i suoi effetti entro un termine fissato dall'amministrazione, in ogni caso non inferiore a trenta giorni. È fatto comunque salvo il potere dell'amministrazione competente di assumere determinazioni in via di autotutela.

 

Il comma 2-bis, aggiunto in corso d’esame presso il Senato, consente lo svolgimento dell’attività di vendita dei prodotti del panificio per il consumo immediato, nei locali della stessa azienda, utilizzando le relative attrezzature e rispettando le prescrizioni igienico-sanitarie. Da tale attività è escluso il servizio assistito di somministrazione dei prodotti.

 

Il successivo comma 2-ter, introdotto al Senato, rimette ad un regolamento del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro delle politiche agricole, alimentari e forestali e con il Ministro della salute, previa intesa con la Conferenza Stato-regioni, la disciplina, in conformità al diritto comunitario, delle denominazioni di “panificio”, “pane fresco” e “pane conservato”.

La normativa sulla produzione e sulla commercializzazione del pane fa capo ad una serie di provvedimenti succedutisi nel tempo.

Le disposizioni concernenti gli ingredienti, la composizione e l'etichettatura dei cereali, delle farine e dei loro derivati, sono tuttora contenute nella legge 4 luglio 1967, n. 580, che disciplina la lavorazione ed il commercio di tali prodotti. In particolare, l’articolo 14 fornisce la definizione di pane, che va inteso come il prodotto ottenuto dalla cottura totale o parziale di impasti convenientemente lievitati, preparati con sfarinati di grano, acqua e lievito, con o senza aggiunta di sale comune. I successivi commi 2, 3 e 4 precisano le condizioni di preconfezionamento e di etichettatura del pane sottoposto a trattamento di surgelazione o solo parzialmente cotto (e successivamente surgelato o non), prevedendo, in particolare, che tale pane deve essere distribuito e messo in vendita in comparti separati dal pane fresco e con le necessarie indicazioni per informare il consumatore sulla natura del prodotto. L’articolo 16 della legge determina quale sia il contenuto massimo in acqua ammesso nel pane al termine del processo di cottura, mentre l’articolo 17 stabilisce quali siano le denominazione del pane in relazione alle farine utilizzate (di grano tenero, di semola, integrale). Gli articoli da 23 a 27, infine, regolano le modalità di vendita e di trasporto del pane.

Sulla materia è quindi intervenuto il DPR n. 502 del 1998, che ha disposto (abrogando in più parti la legge n. 580 del 1967) una generale revisione della normativa in materia di lavorazione e commercio del pane. In particolare, gli articoli 3 e 4 hanno disciplinato l’impiego di ingredienti aggiuntivi nella produzione del pane, precisando che l’utilizzo di ingredienti particolari deve trovare una menzione in etichetta.

Quanto all’utilizzo degli sfarinati consentiti nel processo di panificazione, infine, occorre fare riferimento al regolamento adottato con DPR n. 187/2001, che ha provveduto a dettare le nuove disposizioni in materia di produzione e commercializzazione di sfarinati e paste alimentari. In particolare, l’articolo 1 disciplina le farine di grano tenero e l’articolo 3 regola le miscele, mentre l’articolo 4 sancisce i divieti.

 

Il comma 3 demanda ai comuni e alle autorità competenti in materia igienico-sanitaria l'esercizio delle rispettive funzioni di vigilanza.

 

Il comma 4 prevede che le violazioni delle prescrizioni di cui all'articolo in esame siano punite ai sensi dell'articolo 22 commi 1, 2, 5 lettera c), e 7 del citato decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114.

Il richiamato comma 1 prevede la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da lire 5.000.000 a lire 30.000.000.

Il richiamato comma 2 prevede che in caso di particolare gravità o di recidiva il sindaco può disporre la sospensione dell'attività di vendita per un periodo non superiore a venti giorni. La recidiva si verifica qualora sia stata commessa la stessa violazione per due volte in un anno, anche se si è proceduto al pagamento della sanzione mediante oblazione.

Il comma 5, lettera c) prevede che il sindaco ordini la chiusura di un esercizio di vicinato nel caso di ulteriore violazione da parte del titolare delle prescrizioni in materia igienico-sanitaria avvenuta dopo la sospensione dell'attività disposta ai sensi del comma 2.

Il comma 7 per le violazioni menzionate individua come autorità competente il sindaco del comune nel quale hanno avuto luogo. Alla medesima autorità pervengono i proventi derivanti dai pagamenti in misura ridotta ovvero da ordinanze ingiunzioni di pagamento.

 

Nella relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione del presente decreto-legge, il governo afferma di aver tratto spunto da una segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato del 24 ottobre 2002. In essa, l'Autorità afferma tra l'altro che "la normativa in commento (la legge del 1956) appare determinare un'evidente distorsione della concorrenza nel settore interessato non essendo peraltro giustificata da alcuna esigenza di carattere generale" e che pertanto tale normativa "risulta di esclusivo stampo protezionistico a favore degli operatori già presenti sul mercato". L'Autorità prosegue rilevando come una "rimozione della limitazione numerica di tali imprese possa comportare una maggiore articolazione dell'offerta, anche sotto il profilo delle scelte di prezzo e di qualità/varietà del prodotto, con conseguente vantaggio dei consumatori".

 

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

(Vedi paragrafo Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE, nella scheda relativa all’articolo 2).

 


Articolo 5
(Interventi urgenti nel campo della distribuzione di farmaci)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Gli esercizi commerciali di cui all'articolo 4, comma 1, lettere d), e) e f), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, possono effettuare attività di vendita al pubblico dei farmaci da banco o di automedicazione, di cui all'articolo 9-bis del decreto-legge 18 settembre 2001, n. 347, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a prescrizione medica, secondo le modalità previste dal presente articolo. È abrogata ogni norma incompatibile.

1. Gli esercizi commerciali di cui all'articolo 4, comma 1, lettere d), e) e f), del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, possono effettuare attività di vendita al pubblico dei farmaci da banco o di automedicazione, di cui all'articolo 9-bis del decreto-legge 18 settembre 2001, n. 347, convertito, con modificazioni, dalla legge 16 novembre 2001, n. 405, e di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a prescrizione medica, previa comunica­zione al Ministero della salute e alla regione in cui ha sede l'esercizio e secondo le modalità previste dal presente articolo. È abrogata ogni norma incompatibile.

2. La vendita di cui al comma 1 è consentita durante l'orario di apertura dell'esercizio commerciale e deve essere effettuata nell'ambito di un apposito reparto, con l'assistenza di uno o più farmacisti abilitati all'esercizio della professione ed iscritti al relativo ordine. Sono, comunque, vietati i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo aventi ad oggetto farmaci.

2. La vendita di cui al comma 1 è consentita durante l'orario di apertura dell'esercizio commerciale e deve essere effettuata nell'ambito di un apposito reparto, alla presenza e con l'assistenza personale e diretta al cliente di uno o più farmacisti abilitati all'esercizio della professione ed iscritti al relativo ordine. Sono, comunque, vietati i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo aventi ad oggetto farmaci.

3. Ciascun distributore al dettaglio può determinare liberamente lo sconto sul prezzo indicato dal produttore o dal distributore sulla confezione del farmaco, purché lo sconto sia esposto in modo leggibile e chiaro al consumatore e sia praticato a tutti gli acquirenti. Ogni clausola contrattuale contraria è nulla. Sono abrogati l'articolo 1, comma 4, del decreto-legge 27 maggio 2005, n. 87, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 luglio 2005, n. 149, ed ogni altra norma incompatibile.

3. Ciascun distributore al dettaglio può determinare liberamente lo sconto sul prezzo indicato dal produttore o dal distributore sulla confezione del farmaco rientrante nelle categorie di cui al comma 1, purché lo sconto sia esposto in modo leggibile e chiaro al consumatore e sia praticato a tutti gli acquirenti. Ogni clausola contrattuale contraria è nulla. Sono abrogati l'articolo 1, comma 4, del decreto-legge 27 maggio 2005, n. 87, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 luglio 2005, n. 149, ed ogni altra norma incompatibile.

 

3-bis. Nella provincia di Bolzano è fatta salva la vigente normativa in materia di bilinguismo e di uso della lingua italiana e tedesca per le etichette e gli stampati illustrativi delle specialità medicinali e dei preparati galenici come previsto dal decreto del Presidente della Repubblica 15 luglio 1984, n. 578.

4. Alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 105 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, è aggiunto, infine, il seguente periodo: «L'obbligo di chi commercia all'ingrosso farmaci di detenere almeno il 90 per cento delle specialità in commercio non si applica ai medicinali non ammessi a rimborso da parte del servizio sanitario nazionale, fatta salva la possibilità del rivenditore al dettaglio di rifornirsi presso altro grossista.».

4. Identico.

5. Al comma 1 dell'articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362, sono soppresse le seguenti parole: «che gestiscano farmacie anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge»; al comma 2 del medesimo articolo sono soppresse le seguenti parole: «della provincia in cui ha sede la società»; al comma 1, lettera a), dell'articolo 8 della medesima legge è soppressa la parola: «distribuzione».

5. Al comma 1 dell'articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362, sono soppresse le seguenti parole: «che gestiscano farmacie anteriormente alla data di entrata in vigore della presente legge»; al comma 2 del medesimo articolo sono soppresse le seguenti parole: «della provincia in cui ha sede la società»; al comma 1, lettera a), dell'articolo 8 della medesima legge è soppressa la parola: «distribuzione,».

6. Sono abrogati i commi 5, 6, 7, 9 e 10 dell'articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362.

6. Sono abrogati i commi 5, 6 e 7 dell'articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362.

 

6-bis. I commi 9 e 10 dell'articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362, sono sostituiti dai seguenti:

 

«9. A seguito di acquisto a titolo di successione di una partecipazione in una società di cui al comma 1, qualora vengano meno i requisiti di cui al secondo periodo del comma 2, l'avente causa cede la quota di partecipazione nel termine di due anni dall'acquisto medesimo.

 

10. Il termine di cui al comma 9 si applica anche alla vendita della farmacia privata da parte degli aventi causa ai sensi del dodicesimo comma dell'articolo 12 della legge 2 aprile 1968, n. 475».

 

6-ter. Dopo il comma 4 dell'articolo 7 della legge 8 novembre 1991, n. 362, è inserito il seguente:

 

«4-bis. Ciascuna delle società di cui al comma 1 può essere titolare dell'esercizio di non più di quattro farmacie ubicate nella provincia dove ha sede legale.».

7. All'articolo 100 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, il comma 2 è sostituito dal seguente:

«2. Le attività di distribuzione all'ingrosso di medicinali e quella di fornitura al pubblico di medicinali in farmacia sono tra loro incompatibili se svolte dal medesimo soggetto imprenditoriale.».

7. Il comma 2 dell'articolo 100 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219, è abrogato.

 

 

Le disposizioni in esame, modificate dal Senato, recano alcune innovazioni al sistema di vendita dei farmaci, con riferimento ai seguenti aspetti:

§      vendita di farmaci non soggetti a prescrizione medica al di fuori delle farmacie (commi 1 e 2);

§      nuove modalità per gli sconti sui prodotti non soggetti a prescrizione medica (comma 3);

§      etichettatura e stampati illustrativi dei prodotti commercializzati nella provincia di Bolzano (comma 3-bis);

§      revisione degli obblighi a carico dei distributori di farmaci (comma 4);

§      disciplina della titolarità delle farmacie (commi 5, 6, 6-ter e 7);

§      nuova disciplina della successione mortis causa (comma 6-bis).

 

La relazione illustrativa sottolinea le finalità delle disposizioni in esame, volte a favorire una maggiore concorrenza nel settore della distribuzione dei farmaci, recependo anche le indicazioni provenienti dall’Autorità per la concorrenza e gli orientamenti emersi a livello comunitario[59] (su questi ultimi aspetti vedi infra la scheda redatta dal Servizio Rapporti con l’Unione europea).

Vendita al pubblico dei farmaci non soggetti a prescrizione medica (commi 1 e 2)

Il comma 1 autorizza la vendita al pubblico dei farmaci e prodotti non soggetti a prescrizione medica da parte degli esercizi commerciali al dettaglio. Nel testo del Senato è prevista una comunicazione al Ministero della salute e alla regione interessata dell’avvio di tale attività da parte degli esercizi commerciali.

 

I prodotti non soggetti a prescrizione medica (SOP), sono acquistabili privatamente senza bisogno di ricetta medica. I medicinali OTC (Over the counter) hanno le medesime caratteristiche dei SOP, ma per essi sono consentite forme di "pubblicità presso il pubblico”[60].

Si segnala che, in base ai dati elaborati dall’OSMED[61], la spesa per prodotti di automedicazione e da banco relativa all’anno 2005 risulta pari a 2.113 milioni di euro, pari al 10,8% circa della spesa farmaceutica complessiva (19.459 milioni di euro).

 

Per quanto riguarda gli esercizi commerciali abilitati alla vendita dei SOP, la facoltà riguarda tutte le tipologie di strutture generali di vendita - quindi, sia gli esercizi di vicinato sia le medie e grande strutture di vendita (di cui all’art. 4, comma 1, lettere d), e) ed f), del D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 114[62]).

Più in particolare, il D.lgs n. 114 del 1998 così identifica tali strutture:

§      esercizi di vicinato: sono "quelli aventi superficie di vendita non superiore a 150 mq. nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 250 mq. nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti";

§      medie strutture di vendita: sono gli esercizi aventi superficie superiore ai limiti di cui al punto precedente "e fino a 1.500 mq nei comuni con popolazione residente inferiore a 10.000 abitanti e a 2.500 mq. nei comuni con popolazione residente superiore a 10.000 abitanti";

§      grandi strutture di vendita: sono gli esercizi aventi superficie superiore ai limiti di cui al precedente punto.

Il comma 2 dell'art. 4 del D.Lgs. n. 114 individua le tipologie specifiche di attività commerciali escluse dall'àmbito di applicazione del medesimo decreto legislativo.

 

Ai sensi del comma 2, nel testo del Senato, la vendita è consentita durante l'orario di apertura dell'esercizio commerciale, nell'àmbito di un apposito reparto, “alla presenza e con l'assistenza personale e diretta al cliente” di uno o più farmacisti abilitati all'esercizio della professione ed iscritti al relativo ordine[63]. Sono in ogni caso vietati, per i medicinali in oggetto, i concorsi, le operazioni a premio e le vendite sotto costo.

 

La relazione illustrativa sottolinea - facendo anche riferimento alla Segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato n. 300 del 1° giugno 2005 - che le disposizioni in esame sono volte ad incrementare la concorrenza e, pertanto, ad avere effetti positivi sui prezzi dei farmaci non soggetti a prescrizione medica.

Si segnala che le disposizioni in esame non recano norme limitative circa le altre attività economiche dell'impresa (o del gruppo societario) titolare della struttura commerciale, previste dall’ordinamento con riferimento ai soci di società che gestiscono farmacie (private o comunali) e ai titolari individuali di farmacie (vedi i paragrafi successivi).

Disciplina degli sconti sui prezzi dei prodotti non soggetti a prescrizione medica (comma 3)

La norma in esame modifica la disciplina sugli sconti che i distributori al dettaglio possono praticare sui farmaci non soggetti a prescrizione medica[64].

 

La normativa fino ad ora vigente[65] ammette uno sconto fino al 20 per cento sul prezzo massimo stabilito dall'azienda titolare; lo sconto può variare da medicinale a medicinale e deve essere applicato, senza discriminazioni, a tutti i clienti del distributore.

 

La nuova disciplina di cui al comma 3 - che abroga esplicitamente quella summenzionata - sopprime il limite del 20 per cento, subordinando la facoltà dello sconto solo alle condizioni che il medesimo sia esposto in modo leggibile e chiaro al consumatore e che sia riconosciuto (come già prevede la normativa fino ad ora vigente) a tutti gli acquirenti. Si specifica, inoltre, che sono nulle le eventuali clausole contrattuali intese a porre limiti alla possibilità di praticare gli sconti nei termini suddetti.

 

La relazione illustrativa osserva - facendo anche riferimento ad una Segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato (la n. 300 del 2005) - che la disposizione in esame è volta a lasciare al farmacista piena autonomia nella determinazione del prezzo dei farmaci non soggetti a prescrizione medica.

Disciplina specifica per i medicinali in commercio nella provincia di Bolzano (comma 3-bis)

La disposizione in esame, introdotta dal Senato, appare volta a salvaguardare la disciplina specifica per i prodotti medicinaliin commercio nella provincia di Bolzano, in base alla quale le etichette e gli stampati illustrativi devono essere redatti congiuntamente nelle due lingue italiana e tedesca.

 

In base al D.P.R. n. 574 del 1988, le etichette e gli stampati illustrativi delle specialità medicinali e dei preparati galenici erogabili dal Servizio sanitario nazionale, posti o mantenuti in commercio in provincia di Bolzano, devono essere redatti congiuntamente nelle due lingue italiana e tedesca.

Qualora i predetti farmaci siano posti o mantenuti in commercio in provincia di Bolzano con etichettatura o foglio illustrativo difformi da quelli approvati dal Ministero della sanità, il Ministro della salute intima al titolare dell'autorizzazione all'immissione in commercio l'adeguamento dell'etichettatura o del foglio illustrativo, stabilendo un termine per l'adempimento non superiore a sei mesi.

In caso di mancata ottemperanza entro il termine indicato, il Ministro della salute sospende l'autorizzazione all'immissione in commercio del medicinale fino all'adempimento.

Ai sensi dell’articolo 80 del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219[66], almeno le indicazioni relative all’etichettatura, al contenuto del foglio illustrativo ed ai segni o pittogrammi dei medicinali in commercio nella provincia di Bolzano, sono redatte anche in lingua tedesca e devono comunque essere compatibili con il riassunto delle caratteristiche del prodotto.

La versione del foglio illustrativo in lingua tedesca può essere resa disponibile all'acquirente in farmacia all'atto della vendita del medicinale secondo modalità da stabilire con decreto del Ministro della salute.

Per alcuni medicinali orfani, su domanda motivata del richiedente, l'AIFA può autorizzare che le indicazioni relative alla etichettatura siano redatte soltanto in una delle lingue ufficiali della Comunità.

Se il medicinale non è destinato direttamente al paziente, l'AIFA può dispensare dall'obbligo di far figurare determinate indicazioni sull'etichettatura e sul foglio illustrativo e di redigere il foglio illustrativo in lingua italiana e, per i medicinali in commercio nella provincia di Bolzano, anche in lingua tedesca.

Obblighi per i distributori all’ingrosso di medicinali (comma 4)

La disposizione in esame modifica gli obblighi a carico dei distributori, con riferimento ai prodotti medicinali non a carico del SSN.

 

La normativa fino ad ora vigente (art. 105, comma 1, lettera b), del D.Lgs. 24 aprile 2006, n. 219[67]) richiede che i titolari dell'autorizzazione alla distribuzione all'ingrosso di medicinali detengano almeno il novanta per cento dei farmaci in possesso di un'AIC (autorizzazione all'immissione in commercio) - inclusi i medicinali omeopatici autorizzati ai sensi dell'art. 18 del medesimo D.Lgs. n. 219 (cioè, i medicinali omeopatici non rientranti nella procedura semplificata di registrazione) - e che la stessa percentuale sia rispettata anche nell'àmbito dei soli medicinali generici[68][69].

La novella di cui al comma 4 esclude dall'obbligo in esame i medicinali non ammessi al rimborso (totale o parziale) a carico del Servizio sanitario nazionale. Viene fatta salva la possibilità del rivenditore al dettaglio di rifornirsi presso altro grossista.

 

La relazione illustrativa osserva - facendo anche riferimento alla citata Segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza n. 300 del 2005 - che la norma è volta a ridurre gli oneri di detenzione delle scorte a carico dei distributori all'ingrosso e a consentire ai medesimi di determinare autonomamente "la propria politica di approvvigionamento sulla base dell'effettiva domanda, mettendo così in concorrenza tra loro i produttori, che sarebbero incentivati a competere anche sul prezzo".

Disposizioni sulle farmacie (commi 5, 6, 6-ter e 7)

La prima parte del comma 5[70]consente che le società di persone e le società cooperative a responsabilità limitata gestiscano farmacie private.

La formulazione fino ad ora vigente ammette che le farmacie private siano gestite, oltre che da persone fisiche, da società - sempreché appartenenti alle due tipologie suddette - solo nel caso in cui la medesima gestione sia cominciata prima dell'entrata in vigore della stessa legge n. 362[71].

 

La seconda parte del comma 5[72] riguarda i requisiti dei soci delle società in oggetto.

La versione fino ad ora vigente richiede che i soci siano farmacisti iscritti all'albo della provincia in cui ha sede la società e posseggano il requisito dell'idoneità, conseguita ad un concorso per sedi farmaceutiche.

La novella in esame sopprime il vincolo relativo alla provincia, restando fermo che i soci debbano essere farmacisti iscritti all'albo ed in possesso dell'idoneità.

 

La terza parte del comma 5[73]sopprime l'incompatibilità della posizione di socio (di società di gestione delle farmacie) con l'esercizio di attività di distribuzione dei medicinali.

La disciplina fino ad ora vigente[74] stabilisce l'incompatibilità:

a)      con qualsiasi altra attività esplicata nel settore della produzione, distribuzione, intermediazione e informazione scientifica del farmaco;

b)      con la posizione di titolare, gestore provvisorio, direttore o collaboratore di altra farmacia;

c)      con qualsiasi rapporto di lavoro pubblico e privato.

 

Si segnala che, in séguito alla sentenza della Corte costituzionale n. 275 dell'8-24 luglio 2003, le attività di cui alla precedente lettera a) sono incompatibili anche con la partecipazione a società di gestione di farmacie comunali.

Alla luce della citata sentenza della Corte costituzionale, si deve forse intendere che tale soppressione concerne anche la fattispecie di socio delle società di gestione di farmacie comunali.

 

Il comma 6 abroga i commi 5, 6 e 7 dell'art. 7 della già ricordata legge n. 362 del 1991. Il Senato ha nel contempo approvato il comma 6-ter.

Sono, di conseguenza, soppressi:

§      il divieto, per le società di gestione di farmacie private, di titolarità dell'esercizio di più farmacie ed il vincolo in base al quale la farmacia, ai fini della medesima titolarità, deve essere ubicata nella provincia ove si trova la sede legale della società (tali norme sono poste dal comma 5 dell'art. 7 della legge n. 362);

§      il divieto di partecipare a più di una società di gestione di farmacie private (divieto di cui al comma 6 dell'art. 7 della legge n. 362);

§      la norma che limita la possibilità di gestione delle farmacie private ai farmacisti iscritti all'albo della provincia in ha sede la farmacia (divieto di cui al comma 7 dell'art. 7 della legge n. 362);

§      con il comma 6-ter, approvato dal Senato, si prevede che ciascuna società può essere titolare dell’esercizio di non più di quattro farmacie nella provincia in cui ha sede legale.

 

La relazione illustrativa sottolinea - facendo anche riferimento alla Segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza n. 326 del 2006 - la norma volontà di accrescere l’efficienza del mercato, in particolare attraverso la possibilità di costituire catene di farmacie, ricercando cioè “forme più evolute e più efficienti di organizzazione di uno o più punti di vendita”.

 

Il comma 7, nel testo modificato dal Senato, abroga l’intero l'art. 100, comma 2, del D.Lgs. n. 219 del 2006, in base al quale l'attività di distribuzione all'ingrosso di medicinali e quella di fornitura al pubblico di medicinali in farmacia sono tra loro incompatibili.

Si segnala che il testo originario del decreto limitava invece l’incompatibilità al caso in cui tali attività venissero svolte dal medesimo soggetto imprenditoriale.

Disposizioni sulla successione mortis causa (comma 6-bis)

Il testo, modificato dal Senato, detta una nuova disciplina sulle fattispecie di successione mortis causa di una partecipazione in una società di gestione di farmacie private (e di eventuale insussistenza, da parte del medesimo o dei medesimi aventi causa, dei requisiti stabiliti per i soci delle società in oggetto) nonché di successione mortis causa nella titolarità di una farmacia privata (individuale e non gestita in forma societaria) da parte di aventi causa non in possesso dei requisiti per la stessa titolarità[75].

 

La disciplina vigente prevede che l'avente causa debba, nelle fattispecie in esame, cedere la partecipazione o (a seconda dei casi) la titolarità della farmacia nel termine di tre anni dall'acquisizione. Nel caso in cui l'avente causa sia il coniuge ovvero l'erede in linea retta entro il secondo grado[76], il suddetto termine è differito al compimento del trentesimo anno di età dell'avente causa, ovvero - sempreché questo secondo termine risulti successivo e qualora il medesimo avente causa, entro un anno dall'acquisizione, si iscriva ad una facoltà di farmacia, in qualità di studente, presso un'università, statale o abilitata a rilasciare titoli aventi valore legale - al termine di dieci anni dall'acquisizione della partecipazione o della titolarità.

Qualora, nel caso di successione in una partecipazione societaria, gli aventi causa siano più d'uno, essi provvedano alla nomina di un rappresentante comune nei rapporti con la società e che, in caso di conflitto tra i medesimi aventi causa, il tribunale competente per territorio provveda alla nomina di un curatore, preposto alla gestione della partecipazione.

 

La norma introdotta dal Senato prevede che gli eredi che acquisiscano partecipazioni nelle società di gestione della farmacia, in assenza dei prescritti requisiti professionali, possano mantenere tale partecipazione per un periodo massimo di due anni, dovendola entro tale termine comunque dismettere. Il medesimo termine di due anni viene indicato per la vendita della farmacia da parte degli eredi del titolare privi dei prescritti requisiti professionali, ai sensi dell’articolo 12 della legge n. 475 del 1968.

 

Secondo la relazione illustrativa del disegno di legge - la quale fa anche riferimento ad un'indagine conoscitiva dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato, indagine chiusa il 9 ottobre 1997 -, la normativa in esame (di cui ai commi 9 e 10 dell'art. 7 della L. n. 362) "determina un ingiustificato innalzamento dei costi dei potenziali entranti nel settore". La medesima relazione illustrativa richiama altresì i più recenti orientamenti a livello comunitario in ordine alle limitazioni della concorrenza nel settore della distribuzione dei farmaci (vedi al riguardo la scheda seguente).

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Il Consiglio occupazione del 3 giugno 2005 ha effettuato un primo esame della nota “Una strategia per promuovere l’industria farmaceutica europea” (atti del Consiglio n. 9368/05) della Commissione, in cui si propone una strategia per promuovere l’industria farmaceutica europea e per contrastare la crescente concorrenza da parte di Stati Uniti, India ed Estremo Oriente.

Secondo la Commissione la mancanza di un mercato unico europeo per i farmaci è un ostacolo significativo per la competitività dell’industria farmaceutica, che può essere superato attraverso un impegno a due vie, sostenuto dalla Commissione stessa, tra industrie e Stati membri. La strategia proposta dalla Commissione, costruita sulle conclusioni adottate nel 2003 dal Consiglio in merito al lavoro del gruppo G10 Medicinali[77] nonché sulla nuova normativa del settore farmaceutico approvata nel 2004[78], punta su alcuni aspetti ritenuti prioritari come l’innovazione, l’informazione ai pazienti, la farmacovigilanza e la politica dei prezzi; su quest’ultimala Commissione intenderebbe avviare un processo di riflessione che, nel pieno rispetto delle competenze nazionali, prenda in considerazione i benefici di una maggiore flessibilità per le industrie nella definizione dei prezzi.

 

La direttiva 2001/83/CE, recante un codice comunitario dei medicinali per uso umano, è oggetto di alcuni interventi di modifica e integrazione previsti da due proposte legislative della Commissione europea:

§      la proposta di regolamento relativo ai medicinali per uso pediatrico (COM(2004)599), presentata il 29 settembre 2004, con l’obiettivo di migliorare la salute dei bambini, stimolando la ricerca, lo sviluppo e l’autorizzazione alla commercializzazione di medicinali specifici. Nell’ambito di tale proposta, si prospettano modifiche all’art. 6 della direttiva 2001/83/CE, al fine di adeguare il codice comunitario dei medicinali per uso umano al nuovo quadro normativo previsto dalla proposta medesima.

Il 7 settembre 2005 il Parlamento europeo ha esaminato in prima lettura, nell’ambito della procedura di codecisione, la proposta della Commissione, approvandola con emendamenti. L’11 novembre 2005 la Commissione ha adottato una proposta modificata (COM(2005)577), accogliendo parzialmente gli emendamenti del Parlamento europeo. Il 10 marzo 2006 il Consiglio ha adottato una posizione comune, esaminata in seconda lettura dal Parlamento europeo il 1° giugno 2006 con l’approvazione di alcuni emendamenti.

§      la proposta di regolamento sui medicinali per terapie avanzate (COM(2005)567), presentata il 16 novembre 2005 e volta a riempire la lacuna normativa in materia di terapia cellulare somatica, terapia genica e ingegneria tessutale. Anche nell’ambito di tale proposta, si prospettano modifiche agli articoli 3, 4 e 6 della direttiva 2001/83/CE, finalizzate all’adeguamento del codice comunitario dei medicinali per uso umano al nuovo quadro normativo previsto dalla medesima proposta.

La proposta, che segue la procedura di codecisione, è in attesa di essere esaminata dal Parlamento europeo. Il Consiglio ha avviato l’esame il 2 giugno 2006.

Procedure di contenzioso in sede comunitaria
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Il 5 luglio 2005 la Commissione ha inviato all’Italia una lettera con la quale reitera la messa in mora (procedura d’infrazione n. 2002/5113) del 2004 su talune misure nazionali riguardanti la fissazione dei prezzi delle specialità medicinali e il loro rimborso, nonché l’etichettatura e il confezionamento dei medicinali. Secondo la Commissione, dette misure risulterebbero in contrasto con le disposizioni della direttiva 89/105/CEE, riguardante la trasparenza delle misure che regolano la fissazione dei prezzi delle specialità per uso umano e la loro inclusione nei regimi nazionali di assicurazione malattia, e della direttiva 2001/83/CE recante un codice comunitario relativo ai medicinali per uso umano. Il 4 aprile 2006 la Commissione ha inviato all’Italia un parere motivato. Successivamente è stato adottato il decreto legislativo 24 aprile 2006 n. 219,relativo all’attuazione della direttiva 2001/83/CE, nonché della direttiva 2003/94/CE. Attualmente la procedura d’infrazione risulterebbe provvisoriamente archiviata.

 

Il 28 giugno 2006 la Commissione ha inviato un parere motivato all’Italia (procedura d’infrazione n. 2005/989) per la mancata attuazione della direttiva 2004/27/CE che modifica la direttiva 2001/83/CE relativa al codice comunitario dei medicinali per uso umano. La direttiva doveva essere recepita nell’ordinamento nazionale entro il 30 ottobre 2005.

 

Il 28 giugno 2006 la Commissione ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia per le restrizioni imposte dalla legislazione nazionale in tema di assunzione di partecipazione e di proprietà delle farmacie che vendono al dettaglio (procedura d’infrazione n. 2004/4928; parere motivato del 13.12.2005) Secondo la Commissione, l’Italia verrebbe meno agli obblighi imposti dagli artt. 43 (libertà di stabilimento) e 56 (libera circolazione dei capitali) del TCE. In particolare, la Commissione contesta:

a)        il divieto d’acquisizione di partecipazione in società farmaceutiche private o in farmacie comunali da parte di imprese aventi un’attività di distribuzione di medicinali (o legate a società aventi tale attività. La regolamentazione italiana, come interpretata dalla Corte costituzionale e come recentemente modificata dal decreto legislativo 24 aprile 2006 n. 219 (art. 100, comma 2) prevede l’incompatibilità tra l’attività di distribuzione all’ingrosso e l’attività di vendita al dettaglio di prodotti farmaceutici. Ciò comporta il divieto per le imprese attive (o legate a imprese attive) nella distribuzione farmaceutica di assumere partecipazioni in società che gestiscono farmacie comunali;

b)        la riserva di titolarità di farmacie private ai soli farmacisti o alle sole persone giuridiche composte da farmacisti. La legge italiana vieta ai soggetti che non possiedono un diploma di laurea in farmacia o alle persone giuridiche non composte da farmacisti la titolarità di farmacie private che vendono al pubblico. Tale esclusiva impedisce l’acquisto di partecipazioni o lo stabilimento di farmacie che vendono al pubblico a tutti gli operatori (in particolare quelli di altri Stati membri che non sono in possesso del diploma di farmacista).

 

Tali limitazioni hanno l’effetto di impedire o rendere più difficoltosa l’assunzione di partecipazioni da parte di operatori di altri Stati membri e pertanto possono essere considerate compatibili con il TCE solo se giustificate da obiettivi di interesse generale, necessarie e proporzionate al raggiungimento di tali obiettivi.

Le autorità italiane hanno giustificato le limitazioni in questione con la necessità di tutelare la salute pubblica: in special modo, riguardo alla prima contestazione si intenderebbero evitare conflitti di interesse; riguardo alla seconda contestazione si intenderebbe realizzare un miglior controllo delle persone che rilasciano i medicinali.

La Commissione ritiene però che le limitazioni contestate vadano oltre ciò che è necessario per raggiungere l’obiettivo di tutela della salute.

Da un lato, gli eventuali rischi di conflitti d’interesse potrebbero essere evitati adottando misure diverse dal divieto puro e semplice (per le imprese legate a imprese attive nel settore della distribuzione farmaceutica) di assumere partecipazioni in farmacie che vendono al pubblico. La Commissione risulta essere a conoscenza del fatto che in Italia si verificano numerosi casi di esercizio dell’attività di distribuzione o di partecipazioni in società di distribuzione farmaceutica da parte di farmacisti titolari di farmacie private.

Dall’altro lato, anche il divieto di essere titolari di una farmacia per chi non ha la laurea in farmacia o per persone giuridiche non composte da farmacisti va al di là, secondo la Commissione, di ciò che è necessario per tutelare la sanità pubblica, in quanto sarebbe sufficiente esigere la presenza di un farmacista per la consegna dei medicinali ai pazienti o per la gestione degli stock di prodotti farmaceutici. La Commissione osserva, infine, che è la legislazione italiana stessa a riconoscere, d’altra parte, che il requisito della qualificazione professionale non è assolutamente indispensabile e prioritario ai fini della proprietà di una farmacia, quando prevede che membri della famiglia di un farmacista deceduto possano essere titolari della sua farmacia per periodi non superiori ai dieci anni, pur non essendo farmacisti.


Articolo 6
(Interventi per il potenziamento del servizio di taxi)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Al fine di assicurare agli utenti del servizio taxi una maggiore offerta, in linea con le esigenze della mobilità urbana, all'articolo 8 della legge 15 gennaio 1992, n. 21, dopo il comma 2 è aggiunto il seguente:

«2-bis. Fatta salva la possibilità di conferire nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica, i comuni possono bandire pubblici concorsi, nonché concorsi riservati ai titolari di licenza taxi, in deroga alle disposizioni di cui ai commi 1 e 2, per l'assegnazione a titolo oneroso di licenze eccedenti la vigente programmazione numerica. Nei casi in cui i comuni esercitino la facoltà di cui al primo periodo, i soggetti di cui all'articolo 7 assegnatari delle nuove licenze non le possono cedere separatamente dalla licenza originaria. I proventi derivanti dall'assegnazione a titolo oneroso delle nuove licenze sono ripartiti, in misura non superiore all'80 per cento e non inferiore al 60 per cento, tra i titolari di licenza taxi del medesimo comune che mantengono una sola licenza. In ogni caso i titolari di licenza devono esercitare il servizio personalmente, ovvero avvalersi di conducenti iscritti nel ruolo di cui all'articolo 6, il cui contratto di lavoro subordinato deve essere trasmesso all'amministrazione vigilante entro le ore 24 del giorno precedente il servizio. I comuni possono altresì rilasciare titoli autorizzatori temporanei, non cedibili, per fronteggiare eventi straordinari.».

1. Al fine di assicurare per il servizio di taxi il tempestivo adeguamento dei livelli essenziali di offerta del servizio taxi necessari all'esercizio del diritto degli utenti alla mobilità, in conformità al principio comunitario di libera concorrenza ed a quello di libertà di circolazione delle persone e dei servizi, nonché la funzionalità e l'efficienza del medesimo servizio adeguati ai fini della mobilità urbana ai sensi degli articoli 43, 49, 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea e degli articoli 3, 11, 16, 32, 41 e 117, comma secondo, lettere e) e m), della Costituzione, i comuni, sentite le commissioni consultive di cui all'articolo 4, comma 4, della legge 15 gennaio 1992, n. 21, ove funzionanti, o analogo organo parte­cipativo, possono:

a) disporre turnazioni integrative in aggiunta a quelle ordinarie, indivi­duando idonee forme di controllo sistematico circa l'effettivo svolgi­mento del servizio nei turni dichiarati. Per l'espletamento del servizio integrativo di cui alla presente lettera, i titolari di licenza si avvalgono, in deroga alla disciplina di cui all'articolo 10 della legge 15 gennaio 1992, n. 21, di sostituti alla guida in possesso dei requisiti stabiliti all'articolo 6 della medesima legge. I sostituti alla guida devono espletare l'attività in conformità alla vigente normativa ed il titolo di lavoro deve essere trasmesso al comune almeno il giorno precedente all'avvio del servizio;

 

b) bandire concorsi straordinari in conformità alla vigente programma­zione numerica, ovvero in deroga ove la programmazione numerica manchi o non sia ritenuta idonea dal comune ad assicurare un livello di offerta adeguato, per il rilascio, a titolo gratuito o a titolo oneroso, di nuove licenze da assegnare ai soggetti in possesso dei requisiti stabiliti dall'articolo 6 della citata legge n. 21 del 1992, fissando, in caso di titolo oneroso, il relativo importo ed individuando, in caso di eccedenza delle domande, uno o più criteri selettivi di valutazione automatica o immediata, che assicurino la conclusione della procedura in tempi celeri. I proventi derivanti sono ripartiti in misura non inferiore all'80 per cento tra i titolari di licenza di taxi del medesimo comune; la restante parte degli introiti può essere utilizzata dal comune per il finanziamento di iniziative volte al controllo e al miglioramento della qualità degli autoservizi pubblici non di linea e alla sicurezza dei conducenti e dei passeggeri, anche mediante l'impiego di tecnologie satellitari;

 

c) prevedere il rilascio ai soggetti in possesso dei requisiti stabiliti dall'arti­colo 6 della citata legge n. 21 del 1992, e in prevalenza ai soggetti di cui all'articolo 7, comma 1, lettere b) e c), della medesima legge, di titoli autoriz­zatori temporanei o stagionali, non cedibili, per fronteggiare particolari eventi straordinari o periodi di prevedibile incremento della domanda e in numero proporzionato alle esigenze dell'utenza;

 

d) prevedere in via sperimentale l'attribuzione, prevalentemente a favore di soggetti di cui all'articolo 7, comma 1, lettere b) e c), della citata legge n. 21 del 1992, della possibilità di utilizzare veicoli sostitutivi ed aggiuntivi per l'espletamento di servizi diretti a specifiche categorie di utenti. In tal caso, l'attività dei sostituti alla guida deve svolgersi secondo quanto previsto dalla lettera a);

 

e) prevedere in via sperimentale forme innovative di servizio all'utenza, con obblighi di servizio e tariffe differenziati, rilasciando a tal fine apposite autorizzazioni ai titolari di licenza del servizio di taxi o ai soggetti di cui all'articolo 7, comma 1, lettere b) e c), della citata legge n. 21 del 1992;

 

f) prevedere la possibilità degli utenti di avvalersi di tariffe predeterminate dal comune per percorsi prestabiliti;

 

g) istituire un comitato permanente di monitoraggio del servizio di taxi al fine di favorire la regolarità e l'efficienza dell'espletamento del servizio e di orientare costantemente le modalità di svolgimento del servizio stesso alla domanda effettiva, composto da funzionari comunali competenti in materia di mobilità e di trasporto pubblico e da rappresentanti delle organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative, degli operatori di radiotaxi e delle associazioni degli utenti.

 

2. Sono fatti salvi il conferimento di nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica e il divieto di cumulo di più licenze al medesimo intestatario, ai sensi della legge 15 gennaio 1992, n. 21, e della disciplina adottata dalle regioni.

 

 

L’articolo 6 - modificato nel corso dell’esame del provvedimento al Senato (sul contenuto del testo originario vigente, vedi infra) - reca interventi per il potenziamento del servizio di taxi.

 

La disciplina del servizio di taxi con autovettura, motocarrozzetta, natante e veicoli a trazione animale è dettata dalla legge 15 gennaio 1992, n. 21 recante “Legge quadro per il trasporto di persone mediante autoservizi pubblici di linea”[79].

Ai sensi dell’articolo 2 della legge, il servizio di taxi ha lo scopo di soddisfare le esigenze del trasporto individuale o di piccoli gruppi di persone e si rivolge ad una utenza indifferenziata. Lo stazionamento avviene in luogo pubblico, le tariffe sono determinate amministrativamente dagli organi competenti, che stabiliscono anche le modalità del servizio. Il prelevamento dell'utente ovvero l'inizio del servizio avvengono all'interno dell'area comunale o comprensoriale. In tali aree la prestazione è obbligatoria.

Le regioni esercitano le loro competenze nel quadro dei principi fissati dalla legge del 1992 stabilendo i criteri cui devono attenersi i comuni nel redigere i regolamenti sull’esercizio degli autoservizi pubblici non di linea (art. 4).

I comuni, nel predisporre i regolamenti sull'esercizio degli autoservizi pubblici non di linea, stabiliscono (art. 5):

a) il numero ed il tipo dei veicoli da adibire ad ogni singolo servizio;

b) le modalità per lo svolgimento del servizio;

c) i criteri per la determinazione delle tariffe per il servizio di taxi;

d) i requisiti e le condizioni per il rilascio della licenza per l'esercizio del servizio di taxi.

Presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura è istituito il ruolo dei conducenti di veicoli adibiti ad autoservizi pubblici non di linea. L'iscrizione nel ruolo avviene previo esame da parte di apposita commissione regionale che accerta i requisiti di idoneità all'esercizio del servizio, con particolare riferimento alla conoscenza geografica e toponomastica. L'iscrizione nel ruolo costituisce requisito indispensabile per il rilascio della licenza per l'esercizio del servizio di taxi e per prestare attività di conducente in qualità di sostituto del titolare della licenza per un tempo definito e/o un viaggio determinato (art. 6).

La licenza per l'esercizio del servizio di taxi è rilasciata dalle amministrazioni comunali, attraverso bando di pubblico concorso, ai singoli che abbiano la proprietà o la disponibilità in leasing del veicolo o natante, che possono gestirla in forma singola o associata. La licenza è riferita ad un singolo veicolo. Non è ammesso, in capo ad un medesimo soggetto, il cumulo di più licenze per l'esercizio del servizio di taxi ovvero il cumulo della licenza per l'esercizio del servizio di taxi e dell'autorizzazione per l'esercizio del servizio di noleggio con conducente (art. 8).

La licenza per l'esercizio del servizio di taxi è trasferita, su richiesta del titolare, a persona dallo stesso designata, purché iscritta nel ruolo ed in possesso dei requisiti prescritti, quando il titolare stesso si trovi in una delle seguenti condizioni:

a) sia titolare di licenza da cinque anni;

b) abbia raggiunto il sessantesimo anno di età;

c) sia divenuto permanentemente inabile o inidoneo al servizio per malattia, infortunio o per ritiro definitivo della patente di guida.

In caso di morte del titolare, la licenza può essere trasferita ad uno degli eredi appartenenti al nucleo familiare del titolare, qualora in possesso dei requisiti prescritti, ovvero può essere trasferita, entro il termine massimo di due anni, dietro autorizzazione del sindaco, ad altri, designati dagli eredi appartenenti al nucleo familiare del titolare, purché iscritti nel ruolo ed in possesso dei requisiti prescritti (art. 9).

I titolari di licenza per l'esercizio del servizio di taxi possono essere sostituiti temporaneamente alla guida del taxi da persone iscritte nel ruolo e in possesso dei requisiti prescritti (art. 10):

a) per motivi di salute, inabilità temporanea, gravidanza e puerperio;

b) per chiamata alle armi;

c) per un periodo di ferie non superiore a giorni trenta annui;

d) per sospensione o ritiro temporaneo della patente di guida;

e) nel caso di incarichi a tempo pieno sindacali o pubblici elettivi.

 

Il testo originario dell’articolo 6 - introducendo una novella all’articolo 8 della legge n. 21 del 1992 – recava la deroga al divieto di cumulo di licenze per il servizio di taxi.

In particolare, veniva introdotto all’articolo 8 il comma 2-bis, che consentiva ai comuni di bandire, per l'assegnazione a titolo oneroso di licenze eccedenti la vigente programmazione numerica, pubblici concorsi e/o concorsi riservati ai titolari di licenza taxi in deroga al divieto di cumulo di licenze. Restava salva la facoltà dei comuni di conferire nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica.

Nei casi in cui i comuni avessero esercitato la facoltà sopra prevista, i soggetti assegnatari delle nuove licenze non potevano cedere queste ultime separatamente dalla licenza originaria.

I proventi derivanti dall'assegnazione a titolo oneroso delle nuove licenze - in misura non superiore all'80% e non inferiore al 60% - erano ripartiti tra i titolari di licenza taxi del medesimo comune che mantengono una sola licenza.

I soggetti assegnatari delle licenze dovevano esercitare il servizio personalmente ovvero avvalersi, sotto la propria responsabilità, di conducenti il cui contratto di lavoro subordinato doveva essere trasmesso all'amministrazione vigilante entro le ore 24 del giorno precedente il servizio. Tali conducenti dovevano essere iscritti nel ruolo dei conducenti di veicoli adibiti ad autoservizi pubblici non di linea, istituito presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.

Per fronteggiare eventi straordinari i comuni potevano altresì rilasciare autorizzazioni temporanee, non cedibili.

 

Nella relazione illustrativa del disegno di legge di conversione del decreto-legge in esame sono richiamate – in relazione alla disposizione recante deroga al divieto di cumulo di licenze per il servizio di taxi - due segnalazioni dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato rispettivamente del 1° agosto 1995 e del 3 marzo 2004 .

Nella segnalazione del 2004 l'Autorità rileva che "il mercato del servizio di taxi risulta generalmente caratterizzato, a livello locale, da una insufficiente apertura alla concorrenza, che si manifesta in una domanda da parte dei consumatori non pienamente soddisfatta dall'attuale offerta" e che "un incremento quantitativo dell'offerta appare idoneo a determinare una serie di benefici per i consumatori". L'Autorità osserva che i comuni incontrano una forte resistenza da parte degli operatori del settore, favorevoli al mantenimento delle restrizioni quantitative. Secondo l'Autorità "tali comportamenti trovano fondamento nell'elevato costo che gli operatori già attivi sul mercato hanno sostenuto per l'acquisto di una licenza da altri soggetti. Infatti, benché le licenze siano state originariamente rilasciate gratuitamente da parte delle autorità pubbliche, le stesse sono state sovente alienate sulla base di valori economici, di volta in volta crescenti in termini reali, circostanza questa che, di per sé, riflette la scarsità del numero delle licenze". Dunque "il timore che un incremento del numero delle licenze possa determinare una riduzione del valore di mercato delle stesse, nonché una riduzione dei ricavi attesi, spiega le resistenze". Tra le possibili soluzioni idonee a favorire una maggiore apertura del mercato del servizio di taxi[80] l’Autorità indica:

§         il ricorso a una procedura d'asta a seguito della quale le amministrazioni potrebbero rilasciare nuove licenze, a titolo oneroso: gli introiti derivanti da tale procedura potrebbero essere così impiegati per compensare una tantum gli attuali titolari delle licenze;

§         la distribuzione a titolo gratuito agli operatori del settore di un'ulteriore licenza. "Tale misura avrebbe l'effetto di compensare gli attuali titolari delle licenze della perdita di valore, in termini economici, di queste ultime. I fornitori del servizio taxi, infatti, potrebbero procedere alla vendita della nuova licenza, realizzandone un ricavo, oppure sfruttare entrambe le licenze mediante affidamento della seconda licenza a un altro operatore mantenendone la titolarità. Affinché tale misura sia efficace, appare opportuno che la nuova licenza venga ceduta, ovvero utilizzata, entro un congruo periodo di tempo compatibile con il graduale processo di liberalizzazione.".

 

A seguito della modifica introdotta al Senato, la formulazione dell’articolo 6 risulta integralmente mutata.

Il comma 1 del nuovo testo prevede la facoltà per i comuni – previo parere delle commissioni consultive di cui all'articolo 4, comma 4, della legge n. 21 del 1992[81], ove funzionanti, o di analogo organo partecipativo - di :

§      disporre turnazioni integrative che si aggiungono a quelle ordinarie.

Per l'espletamento del servizio integrativo, i titolari di licenza si avvalgono, in deroga alla disciplina dì cui all'articolo 10 della legge n. 21 del 1992 (vedi supra), di sostituti alla guida in possesso dei requisiti stabiliti dalla medesima legge. I sostituti alla guida devono espletare l'attività in conformità alla vigente normativa ed il titolo di lavoro deve essere trasmesso al comune almeno il giorno precedente all'avvio del servizio.

I comuni dovranno così individuare idonee forme di controllo sistematico circa l'effettivo svolgimento del servizio nei turni dichiarati (lett. a));

§      bandire concorsi straordinari per il rilascio di nuove licenze da assegnare ai soggetti in possesso dei requisiti stabiliti dall'articolo 6 della Iegge n. 21 del 1992: in caso di eccedenza delle domande, i comuni dovranno individuare uno o più criteri selettivi di valutazione automatica o immediata, che assicurino la conclusione della procedura in tempi celeri (lett. b)).

Il rilascio delle nuove licenze deve avvenire:

-       a titolo gratuito o a titolo oneroso.

In caso di rilascio a titolo oneroso, che deve essere effettuato previa determinazione dell’importo della licenza, i proventi sono utilizzati secondo le seguenti modalità:

·         una parte non inferiore all'80 per cento, deve essere ripartita tra i titolari di licenza di taxi del medesimo comune;

·         la restante parte può essere utilizzata dal comune per il finanziamento di iniziative volte al controllo e al miglioramento della qualità degli autoservizi pubblici non di linea e alla sicurezza dei conducenti e dei passeggeri, anche mediante l'impiego di tecnologie satellitari;

-          in conformità alla vigente programmazione numerica ovvero in deroga ove la programmazione numerica sia assente o non sia ritenuta idonea dal comune ad assicurare un livello di offerta adeguato;

§         prevedere il rilascio di titoli autorizzatori temporanei o stagionali di natura non cedibile (lett. c)):

-       per fronteggiare particolari eventi straordinari o periodi di prevedibile incremento della domanda;

-       in numero proporzionato alle esigenze dell'utenza;

-       in favore di soggetti in possesso dei requisiti stabiliti dall'articolo 6 della legge n. 21 del 1992 ed in prevalenza a soggetti iscritti, nella qualità di titolari di impresa artigiana di trasporto, all'albo delle imprese artigiane previsto dall'articolo 5 della legge 8 agosto 1985, n. 443, o associati in cooperative di produzione e lavoro, intendendo come tali quelle a proprietà collettiva, ovvero in cooperative di servizi, operanti in conformità alle norme vigenti sulla cooperazione[82];

§      prevedere in via sperimentale la possibilità per soggetti associati in cooperative di produzione e lavoro o associati in consorzio tra imprese artigiane ed in tutte le altre forme previste dalla legge[83], dì utilizzare veicoli sostitutivi ed aggiuntivi, per l'espletamento di servizi diretti a specifiche categorie di utenti: n tal caso, l'attività dei sostituti alla guida deve svolgersi secondo quanto previsto dalla lettera a) (lett. d));

§      prevedere in via sperimentale forme innovative di servizio all'utenza, con obblighi di servizio e tariffe differenziati, rilasciando a tal fine apposite autorizzazioni ai titolari di licenza del servizio di taxi o ai soggetti di cui all'articolo 7, comma 1, lettere b) e c), della legge n. 21 del 1992 (titolari di licenza di taxi associati in cooperative di produzione e lavoro o titolari di licenza di taxi associati in consorzio tra imprese artigiane ed in tutte le altre forme previste dalla legge)(lett. e)).

§      prevedere la possibilità degli utenti di avvalersi di tariffe predeterminate dal comune per percorsi prestabiliti;

§      istituire un comitato permanente di monitoraggio del servizio dì taxi - composto da funzionari comunali competenti in materia di mobilità e di trasporto pubblico e da rappresentanti delle organizzazioni di categoria maggiormente rappresentative degli operatori di radiotaxi e delle associazioni degli utenti - al fine di:

-       favorire la regolarità e l'efficienza dell'espletamento del servizio;

-       orientare costantemente le modalità di svolgimento del servizio alla domanda effettiva.

 

La disposizione finalizza espressamente le facoltà dei comuni sopra elencate ai seguenti obiettivi:

1) assicurare per il servizio di taxi il tempestivo adeguamento dei livelli essenziali di offerta del servizio taxi necessari all'esercizio del diritto degli utenti alla mobilità, in conformità ai principi comunitari di libera concorrenza e di libertà di circolazione delle persone e dei servizi;

2) garantire la funzionalità e l'efficienza del servizio adeguati ai fini della mobilità urbana ai sensi degli articoli 43, 49, 81, 82 ed 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea[84] e degli articoli 3,11, 16, 32, 41 e 117, comma secondo, lettere e) ed m) della Costituzione.

 

L’art. 43 del Trattato TCE vieta le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro, mentre l’articolo 49 vieta le restrizioni alla libera prestazione dei servizi all'interno della Comunità nei confronti dei cittadini degli Stati membri stabiliti in un paese della Comunità, che non sia quello del destinatario della prestazione.

Ai sensi dell’articolo 81 del Trattato, sono incompatibili con il mercato comune e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all'interno del mercato comune.

È incompatibile con il mercato comune e vietato, nella misura in cui possa essere pregiudizievole al commercio tra Stati membri, lo sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato comune o su una parte sostanziale di questo (art. 82).

Gli Stati membri non emanano né mantengono, nei confronti delle imprese pubbliche e delle imprese cui riconoscono diritti speciali o esclusivi, alcuna misura contraria alle norme del presente trattato. Le imprese incaricate della gestione di servizi di interesse economico generale o aventi carattere di monopolio fiscale sono sottoposte alle norme del presente trattato, e in particolare alle regole di concorrenza, nei limiti in cui l'applicazione di tali norme non osti all'adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata. Lo sviluppo degli scambi non deve essere compromesso in misura contraria agli interessi della Comunità.

 

Si fa presente che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato - nella segnalazione sopra citata del 3 marzo 2004 - individua, quali criteri funzionali a garantire una regolazione pro-concorrenziale della prestazione dei servizi di taxi, tre profili ritenuti essenziali: accesso al mercato, gamma dei servizi offerti, modalità di prestazione del servizio (come ad esempio i turni).

Oltre alle iniziative volte a favorire una maggiore apertura del mercato dei servizi dei taxi (vedi supra), l’Autorità indica le seguenti misure collaterali idonee a facilitare il riassorbimento dello squilibrio tra domanda e offerta del servizio taxi:

§       rilascio di licenze part-time, onde permettere una maggiore copertura del servizio di taxi durante gli orari di "punta". Al riguardo, l’Autorità osserva che “la fissazione dei turni di servizio non appare necessaria ai fini del corretto funzionamento del mercato prestandosi, al contrario, alla ripartizione dell'offerta del servizio per fasce orarie tra i concorrenti. La determinazione dei turni di servizio rappresenta, in tal senso, una garanzia a vantaggio degli operatori del settore piuttosto che un beneficio per i consumatori.”;

§       eliminazione dell'attuale segmentazione territoriale prevista per ciascuna area comunale, consentendo ai possessori di licenze di esercitare la propria attività anche al di fuori dell'area geografica per la quale sono state rilasciate originariamente le licenze stesse;

§       autorizzazioni per un servizio di taxi innovativo, associato ad un minore assoggettamento agli obblighi di servizio, sull'esempio dei minicabs londinesi, i quali possono effettuare il servizio di trasporto clienti solo tramite prenotazione telefonica ed applicare tariffe differenziate da quelle dei taxi a chiamata diretta su strada;

§       ottimizzazione degli spazi utilizzati come aree di sosta dei taxi, in un’ottica di incremento dell'offerta, nonché di una maggiore efficienza del servizio di taxi;

§       sviluppo dei servizi alternativi o complementari al taxi tradizionale, quali il "taxibus" e il servizio di "uso collettivo del taxi", ampliando e diversificando l'offerta complessiva di tali servizi a vantaggio dell'utenza finale[85].

 

Si segnala che non appare chiaro - in relazione al contenuto della disposizione in esame - il senso dei riferimenti agli articoli 11 e 32 della Costituzione, stante che il primo è relativo al ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, e il secondo attiene al riconoscimento della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.

 

Il comma 2 stabilisce che restano comunque fermi:

§      il conferimento di nuove licenze secondo la vigente programmazione numerica;

§      il divieto di cumulo di più licenze al medesimo intestatario, ai sensi della legge n. 21 del 1992 e della disciplina adottata dalle regioni.

 

Si segnala che andrebbe valutata l’opportunità di formulare la disposizione in esame in termini di novella alla legge n. 21 del 1992 recante la disciplina generale del servizio di taxi.


Articolo 7
(Misure urgenti in materia di passaggi di proprietà
di beni mobili registrati)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. L'autenticazione degli atti e delle dichiarazioni aventi ad oggetto l'alienazione di beni mobili registrati e rimorchi o la costituzione di diritti di garanzia sui medesimi può essere richiesta anche agli uffici comunali ed ai titolari degli sportelli telematici dell'automobilista di cui all'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 2000, n. 358, che sono tenuti a rilasciarla gratuitamente, tranne i previsti diritti di segreteria, nella stessa data della richiesta, salvo motivato diniego.

1. L'autenticazione della sottoscri­zione degli atti e delle dichiarazioni aventi ad oggetto l'alienazione di beni mobili registrati e rimorchi o la costituzione di diritti di garanzia sui medesimi può essere richiesta anche agli uffici comunali ed ai titolari degli sportelli telematici dell'automobilista di cui all'articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 19 settembre 2000, n. 358, che sono tenuti a rilasciarla gratuitamente, tranne i previsti diritti di segreteria, nella stessa data della richiesta, salvo motivato diniego.

2. I commi 390 e 391 dell'articolo 1 della legge 23 dicembre 2005, n. 266, sono abrogati.

2. Identico.

 

 

L’articolo 7 reca disposizioni in materia di passaggi di proprietà dei beni mobili registrati, abrogando conseguentemente i commi 390-391 della legge 266/2005 (legge finanziaria per il 2006) relativi alla disciplina in esame.

 

Il comma 1 prevede che l’autenticazione della sottoscrizione[86] degli atti e delle dichiarazioni aventi ad oggetto l'alienazione di beni mobili registrati e rimorchi o la costituzione di diritti di garanzia sui medesimi possa essere richiesta anche:

§      agli uffici comunali;

§      ai titolari degli sportelli telematici dell'automobilista ossia:

-       uffici provinciali del Dipartimento dei trasporti terrestri (ex motorizzazione civile);

-       uffici provinciali dell'A.C.I. che gestiscono il P.R.A.;

-       delegazioni dell'A.C.I.

-       imprese di consulenza automobilistica, ossia agenzie di pratiche auto.

 

La disposizione nasce, come esplicitato nella relazione illustrativa del disegno di legge di conversione del decreto legge, dalla necessità di superare non solo l'attuale normativa - considerata non del tutto univoca in ordine all'individuazione dei soggetti competenti alla autentica ed alle modalità per effettuarla - ma anche le difficoltà attuative di quei dispositivi normativi che pure già prevedevano semplificazioni e la possibile gratuità di tali operazioni.

 

Lo sportello telematico dell’automobilista (cd. “STA”) è stato istituito con DPR n. 358/2000[87] al fine di semplificare i procedimenti relativi all'immatricolazione, alla reimmatricolazione, alla registrazione della proprietà, ai passaggi di proprietà degli autoveicoli, dei motoveicoli e dei loro rimorchi.

Lo Sportello Telematico dell'Automobilista è attivato presso gli Uffici Provinciali dell'ACI, gli Uffici Provinciali della Motorizzazione Civile, le delegazioni ACI e le imprese di consulenza automobilistica[88] abilitate al servizio che devono esporre un logo .

Lo Sportello è entrato a regime il 16 dicembre 2002 per i trasferimenti di proprietà con data dell'atto di vendita posteriore al 15 dicembre 2002, e per le radiazioni. Per le prime immatricolazioni/iscrizioni di veicoli nuovi l'obbligo di utilizzo delle procedure attraverso lo STA è in vigore dal 1° giugno 2004.

Le pratiche gestite dallo Sportello Telematico dell'Automobilista, come previsto dal DPR 358/2000 come successivamente integrato e modificato, sono:

-       l'immatricolazione e l'iscrizione di autoveicoli e motoveicoli nuovi (ad esclusione dei veicoli nuovi provenienti da Stati diversi da quelli membri dell'Unione europea o aderenti allo spazio economico europeo tramite canali d'importazione non ufficiali e perciò privi del codice di antifalsificazione o del codice di omologazione nazionale; dei veicoli usati già in possesso della documentazione di circolazione rilasciata da uno Stato diverso da quelli membri dell'Unione europea o aderenti allo spazio economico europeo; dei veicoli che necessitano di particolari titoli autorizzativi oppure di collaudo o certificato di approvazione);

-       la reimmatricolazione o il rinnovo di iscrizione e il trasferimento di proprietà degli autoveicoli e dei motoveicoli (ad esclusione dei veicoli che necessitano di particolari titoli autorizzativi oppure di collaudo o certificato di approvazione);

-       la cessazione dalla circolazione (radiazione) per demolizione e per esportazione definitiva all'estero degli autoveicoli, dei motoveicoli e dei rimorchi.

 

I soggetti sopra indicati sono tenuti ad effettuare l’autenticazione della sottoscrizione:

§      nella stessa data della richiesta, salvo motivato diniego;

§      gratuitamente, tranne i diritti di segreteria.

 

Si sottolinea che la disposizione in esame non reca alcuna specificazione in merito alla competenza territoriale sia degli uffici comunali sia degli uffici titolari di sportello telematico.

 

Il comma 2 reca l'abrogazione dei commi 390 e 391 dell'articolo 1 della legge n. 266 del 2005 (legge finanziaria 2006).

 

Il comma 390 stabiliva che l'autenticazione degli atti e delle dichiarazioni aventi ad oggetto l'alienazione o la costituzione di diritti di garanzia sui veicoli fosse effettuata dai dirigenti del comune di residenza del venditore, dai funzionari di cancelleria in servizio presso gli uffici giudiziari appartenenti al distretto di corte d'appello di residenza del venditore, dai funzionari degli uffici del Dipartimento per i trasporti terrestri del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, nonché dai funzionari del pubblico registro automobilistico gestito dall'Automobile Club d'Italia (ACI) o dai titolari delle agenzie automobilistiche autorizzate presso le quali fosse stato attivato lo sportello telematico dell'automobilista, o da un notaio iscritto all'albo. L’autenticazione doveva essere effettuata gratuitamente da tutti i soggetti sopra indicati, fatta eccezione per i notai.

Il comma 391 rinviava ad un decreto di natura non regolamentare - peraltro, non ancora emanato alla data di entrata in vigore del decreto legge in esame - adottato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, di concerto con il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con il Ministero dell'economia e delle finanze, con il Ministero della giustizia e con il Ministero dell'interno, per la disciplina le concrete modalità applicative dell'attività di cui al comma 390.

A fini di completezza, si ricorda che il comma 392 dell’articolo 1 della legge finanziaria reca l’abrogazione dei commi 4, 5 e 6 dell’articolo 3 del DL 35/2005[89], che recavano la previgente disciplina dell’attività di autenticazione oggetto delle disposizioni in esame.

 

Rispetto alla normativa oggetto di abrogazione, la disposizione in esame non include tra i soggetti competenti per l’autenticazione i funzionari di cancelleria degli uffici giudiziari e reca il riferimento ai “beni mobili registrati” in luogo di quello ai “veicoli”: risulta, così, esteso il campo di applicazione della disposizione anche a navi o aeromobili.

 


Articolo 8
(Clausole anticoncorrenziali in tema di assicurazione per la responsabilità civile auto)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. In conformità al principio comu­nitario della concorrenza e alle regole sancite dagli articoli 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea, dalla data di entrata in vigore del presente decreto è fatto divieto alle compagnie assicurative e ai loro agenti di vendita di stipulare nuove clausole contrattuali di distribuzione esclusiva e di imposizione di prezzi minimi o di sconti massimi per l'offerta di polizze relative all'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile auto.

1. In conformità al principio comu­nitario della concorrenza e alle regole sancite dagli articoli 81, 82 e 86 del Trattato istitutivo della Comunità europea, dalla data di entrata in vigore del presente decreto è fatto divieto alle compagnie assicurative e ai loro agenti di vendita di stipulare nuove clausole contrattuali di distribuzione esclusiva e di imposizione di prezzi minimi o di sconti massimi per l'offerta ai consumatori di polizze relative all'assicurazione obbli­gatoria per la responsabilità civile auto.

2. Le clausole contrattuali che impegnano, in esclusiva, uno o più agenti assicurativi o altro distributore di servizi assicurativi relativi al ramo responsabilità civile auto ad una o più compagnie assicurative individuate, o che impongono ai medesimi soggetti il prezzo minimo o lo sconto massimo praticabili ai consumatori per gli stessi servizi, sono nulle secondo quanto previsto dall'articolo 1418 del codice civile. Le clausole sottoscritte prima della data di entrata in vigore del presente decreto sono fatte salve fino alla loro naturale scadenza e comunque non oltre il 1o gennaio 2008.

2. Identico.

3. Fatto salvo quanto disposto dal comma 2, costituiscono intesa restrittiva ai sensi dell'articolo 2 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, l'imposizione di un mandato di distribuzione esclusiva o del rispetto di prezzi minimi o di sconti mas­simi al consumatore finale nell'adempi­mento dei contratti che regolano il rapporto di agenzia di assicurazione relativamente all'assicurazione obbligato­ria per responsabilità civile auto.

3. Identico.

 

3-bis. All'articolo 131 del codice delle assicurazioni private, di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, dopo il comma 2 sono inseriti i seguenti:

 

«2-bis. Per l'offerta di contratti relativi all'assicurazione r.c. auto, l'intermediario rilascia preventiva informazione al consumatore sulle provvigioni riconosciutegli dall'im­presa o, distintamente, dalle imprese per conto di cui opera. L'informazione è affissa nei locali in cui l'inter­mediario opera e risulta nella documentazione rilasciata al contraente.

 

2-ter. I preventivi e le polizze indicano, in modo evidenziato, il premio di tariffa, la provvigione dell'intermediario, nonché lo sconto complessivamente riconosciuto al sottoscrittore del contratto».

 

 

Il comma 1 vieta alle compagnie di assicurazione e ai loro agenti di vendita operanti nel settore dell'assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile auto di stipulare nuove clausole contrattuali:

§      di distribuzione esclusiva;

§      di imposizione di prezzi minimi ovvero di sconti massimi praticabili nei riguardi dei consumatori contraenti.

Il divieto è efficace dal 4 luglio 2006 (data di entrata in vigore del presente decreto-legge).

La misura è dichiaratamente volta a dare attuazione ai princìpi comunitari sulla concorrenza, di cui agli articoli 81, 82 e 86 del trattato istitutivo della Comunità europea (TCE).

 

L'articolo 81 del Trattato riguarda il divieto di accordi tra imprese che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all'interno del mercato comune; l'articolo 82 il divieto di sfruttamento abusivo da parte di una o più imprese di una posizione dominante sul mercato comune; l'articolo 86 il divieto - per gli Stati membri - di mantenere, nei confronti delle imprese pubbliche, qualunque misura contraria alle norme del Trattato, specialmente a quelle relative alla concorrenza.

 

Si osserva che il riferimento all’ “assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile auto“ comprende solo una parte delle fattispecie soggette all’assicurazione obbligatoria da ultimo disciplinata dal titolo X del codice delle assicurazioni, emanato con decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, che riguarda tutti i veicoli a motore senza guida di rotaie circolanti su strade di uso pubblico (art. 122) e le unità nautiche da diporto dotate di motore naviganti in acque ad uso pubblico (art. 123).

 

Il comma 2 dichiara nulle per contrarietà a norme imperative, ai sensi dell'articolo 1418 del codice civile, le clausole contrattuali vietate dal comma 1, estendendone l'ambito di applicazione non solo agli agenti assicurativi ma anche ad ogni altro “distributore di servizi assicurativi" relativi al ramo responsabilità civile auto.

 

Le clausole sottoscritte prima del 4 luglio 2006 (data di entrata in vigore del presente decreto) sono fatte salve fino alla loro naturale scadenza, comunque non oltre il 1° gennaio 2008.

In base alle norme del codice civile, la nullità può essere fatta valere da chiunque vi ha interesse e può essere rilevata d'ufficio dal giudice (art. 1421); la relativa azione è imprescrittibile (art. 1422).

 

Si osserva che l’articolo 1418 del codice civile disciplina le cause di nullità del contratto, disponendo fra l’altro che esso sia nullo quando è contrario a norme imperative, salvo che la legge disponga diversamente.

La disposizione qui illustrata riguarda invece la nullità di singole clausole contrattuali, che dovrebbero intendersi come non apposte, senza che ne risulti inficiata la validità del contratto cui accedono.

 

Il comma 3 dichiara rientranti nella categoria delle intese restrittive della libertà di concorrenza disciplinata dall'articolo 2 della legge n. 287 del 1990[90] le clausole già menzionate, facendo salva la nullità disposta dal comma 2.

 

L'articolo 2 della legge n. 287 del 1990 riprende i princìpi dell'articolo 81 TCE. In particolare sono definite come intese "gli accordi e/o le pratiche concordati tra imprese nonché le deliberazioni, anche se adottate ai sensi di disposizioni statutarie o regolamentari, di consorzi, associazioni di imprese ed altri organismi similari". L'articolo 2 vieta e dichiara nulle le intese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza all'interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante.

 

L'inclusione delle clausole qui considerate nella fattispecie definita dall'articolo 2 della legge n. 287 del 1990 determina l'applicabilità delle norme previste dal capo II (articoli da 12 a 15) della stessa legge. Pertanto, l'Autorità garante della concorrenza e del mercato può procedere a indagini conoscitive di natura generale e ad istruttorie per verificare l'esistenza di infrazioni. Nei casi di presunta infrazione, l'apertura dell'istruttoria è notificata alle imprese e enti interessati, i cui rappresentanti legali hanno diritto di essere sentiti e di presentare deduzioni. L'Autorità può chiedere alle imprese o enti di fornire informazioni e di esibire documenti; disporre ispezioni, perizie e analisi economiche e statistiche; avvalersi di esperti. Se a seguito dell'istruttoria l'Autorità ravvisa infrazioni, fissa un termine per la cessazione delle infrazioni. Nel caso di infrazioni gravi può disporre l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria sino al 10 per cento del fatturato.

Per l'esame degli articoli 14-bis e 14-ter nonché del comma 2-bis dell’articolo 15, introdotti nella legge n. 287 del 1990 dal presente decreto, si rimanda all’illustrazione del successivo articolo 14.

 

Nella sua relazione, il governo fa riferimento all'indagine conoscitiva dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato conclusasi il 17 aprile 2003.

 

Nelle sue conclusioni, l'Autorità afferma che la soluzione organizzativa prevalente in Italia, nella distribuzione delle polizze RC auto, resta quella incentrata sull'impiego di agenti monomandatari. Ciò determina, secondo l'Autorità, due effetti distorsivi:

-       ostacola l'ingresso di nuovi operatori;

-       obbliga i consumatori ad una costosa ricerca e determina dunque una scarsa mobilità.

Le relazioni verticali di esclusiva tra produttori e distributori accrescono i costi dell'attività di ricerca per i consumatori, contribuendo ad irrigidire la domanda che si rivolge alle singole imprese, in un contesto in cui la domanda complessiva di mercato è rigida per effetto dell'obbligatorietà della polizza. L'Autorità ha registrato infatti che non è soltanto la domanda complessiva ad essere rigida, ma anche la domanda della singola impresa. In linea teorica il consumatore potrebbe reagire alle variazioni di prezzo praticate da una singola compagnia, ricercando un'altra compagnia che propone un'offerta migliore in termini di prezzo e qualità del servizio. Tuttavia tale attività di ricerca viene svolta solo quando i vantaggi attesi dalla stessa risultano superiori ai costi che questa comporta. Quando i consumatori sperimentano elevati costi di ricerca, anche la domanda di impresa risulta rigida.

 

La seguente tabella[91] illustra il diverso grado di mobilità degli assicurati italiani rispetto a quelli esteri.


 

Clienti che non cercano polizze alternative
al momento del rinnovo del contratto

Italia
(2004)

Spagna
(2005)

Germania (2004)

Francia
(2005)

69%

56%

42%

39%

 

 

Periodo medio di fedeltà dei clienti
(anni)

Italia

Germania

Regno Unito

12,5

4,7

2,9

 

L'Autorità affronta anche l'altra questione che costituisce oggetto del presente decreto: l'imposizione di sconti massimi e di prezzi minimi. Al riguardo, essa afferma che la scarsa flessibilità tariffaria consentita agli agenti assicurativi impedisce agli agenti di agire sulla leva del prezzo, anche rinunciando ad una parte dei loro compensi per acquisire nuovi clienti. Ciò riduce di conseguenza la concorrenza. L'Autorità nota però che "[p]er consentire ai consumatori di beneficiare effettivamente dei vantaggi del nuovo sistema distributivo è necessaria una modifica del metodo di retribuzione dei distributori. Ciò al fine di evitare che questi ultimi siano incentivati a proporre al consumatore esclusivamente i prodotti delle compagnie che corrispondono loro il compenso più elevato. In questo senso le imprese potrebbero limitarsi a fissare il prezzo di cessione all'agente della polizza (una sorta di "prezzo all'ingrosso") e non il premio finale per il consumatore, avvicinando così la figura dell'agente a quella di un normale distributore".

 

Al riguardo va ricordato che l'articolo 132 del codice delle assicurazioni private (decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209), nel disciplinare l’obbligo di contrarre, prevede che le imprese di assicurazione hanno l'obbligo di stabilire preventivamente le tariffe per ogni rischio derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti. Tale norma riproduce, per ciò che qui interessa, la previgente norma recata dall'articolo 11 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, come modificato dall'articolo 126 del D.Lgs. n. 175 del 1995. In merito, l'ISVAP aveva emesso la circolare n. 260 del 1995, nella quale affermava che le imprese dovevano prevedere nelle direttive impartite alla propria rete agenziale la percentuale massima dello sconto nonché la percentuale massima dei contraenti ai quali lo sconto poteva essere concesso. Questa parte della circolare è stata tuttavia abrogata dalla successiva circolare n. 502/D del 2003, nella quale si afferma che l'impresa ha facoltà di utilizzare la flessibilità tariffaria quale strumento di ulteriore personalizzazione del rischio, tenuto conto del fabbisogno tariffario complessivo.

D’altronde, l’articolo 35 del medesimo codice delle assicurazioni disciplina la formazione delle tariffe per i rami responsabilità civile veicoli e natanti, in particolare prescrivendo che in questo caso l'impresa calcoli distintamente i premi puri e i caricamenti in coerenza con le proprie basi tecniche, sufficientemente ampie ed estese ad almeno cinque esercizi. Ove tali basi non siano disponibili, l'impresa può fare ricorso a rilevazioni statistiche di mercato. A norma dell’articolo 34, le basi tecniche, i metodi statistici e le ipotesi tecniche e finanziarie utilizzate nonché la coerenza dei premi di tariffa sono soggette a verifica da parte di un attuario incaricato dall’impresa, anche per agevolare l’esercizio dei poteri di vigilanza da parte dell’ISVAP.

 

Il comma 3-bis integra la formulazione dell’articolo 131 del codice delle assicurazioni, emanato con decreto legislativo 7 settembre 2005, n, 209, inserendovi i nuovi commi 2-bis e 2-ter, volti a integrare le regole di trasparenza ivi stabilite per la stipulazione dei contratti d’assicurazione sulla responsabilità civile per la circolazione di veicoli e natanti, segnatamente in relazione alle provvigioni riconosciute all’intermediario.

 

L’articolo 131 del codice delle assicurazioni concerne la trasparenza dei premi e delle condizioni di contratto per l’assicurazione obbligatoria dei veicoli e dei natanti.

Il comma 1 prescrive alle imprese di mettere a disposizione del pubblico, presso ogni punto di vendita e nei siti internet, la nota informativa e le condizioni di contratto praticate nel territorio della Repubblica.

Il comma 2 impone di pubblicizzare i premi mediante preventivi personalizzati rilasciati presso ogni punto di vendita dell'impresa di assicurazione, nonché mediante siti internet che permettono di ricevere il medesimo preventivo per i veicoli e per i natanti individuati nel regolamento di attuazione.

Il comma 3 rimette all'ISVAP di determinare con regolamento gli obblighi a carico delle imprese e degli intermediari.

 

Il nuovo comma 2-bis prescrive che per l’offerta di contratti relativi all’assicurazione responsabilità civile auto, l’intermediario rilasci preventiva informazione al consumatore sulle provvigioni riconosciutegli dall’impresa o, distintamente, dalle diverse imprese per conto delle quali opera. L’informazione deve essere affissa nei locali in cui l’intermediario opera e deve risultare nella documentazione rilasciata al contraente.

Il comma 2-ter dispone che i preventivi e le polizze debbono indicare, in modo evidenziato (ossia separatamente), il premio di tariffa, la provvigione dell’intermediario, nonché lo sconto complessivamente riconosciuto al sottoscrittore del contratto.

 

Come già rilevato in relazione al comma 1, si osserva che il riferimento all’ “assicurazione responsabilità civile auto“ comprende solo una parte delle fattispecie soggette all’assicurazione obbligatoria, disciplinate nei restanti commi dell’articolo 131 qui novellato.

 

Procedure di contenzioso in sede comunitaria
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Il 19 aprile 2006 la Commissione ha trasmesso un parere motivato supplementare all’Italia (Procedura d’infrazione 2004/4252) in merito alla legislazione italiana che impone, a tutte le imprese di assicurazione abilitate a fornire l’assicurazione di responsabilità civile auto (RC auto) in Italia, l’obbligo di offrire l'assicurazione per tutte le categorie di assicurati in tutte le regioni italiane. In merito la Commissione ha ricevuto una serie di denunce di diverse compagnie assicurative.

In primo luogo la Commissione esamina l’obbligo per le imprese di assicurazione di calcolare le proprie tariffe per l’assicurazione RC auto conformemente alle basi tecniche utilizzate per la fissazione dei premi nel corso degli ultimi cinque esercizi.

A parere della Commissione, tale meccanismo è contrario al principio della libertà tariffaria di cui alla terza direttiva assicurazione non vita (92/49/CEE).

Inoltre, dal momento che la norma sul controllo delle tariffe si applica anche ad imprese aventi la propria sede principale in altri Stati membri, la Commissione ritiene che il regime sia anche contrario al principio fondamentale del Mercato interno del controllo dello Stato d’origine.

In secondo luogo, la Commissione ritiene che l’obbligo a contrarre sia in quanto tale una limitazione immotivata del principio della libertà di stabilimento di cui all’articolo 43 CE e del principio della libera prestazione di servizi di cui all'articolo 49 CE.

Nell’ottobre 2005 la Commissione aveva già trasmesso all’Italia un parere motivato. Nella loro risposta le autorità italiane avrebbero essenzialmente ribadito che le norme contestate sono necessarie affinché tutti i guidatori possano ottenere l’assicurazione in tutte le parti d'Italia.

Pur riconoscendo che i motivi di tutela dei consumatori e di ordine pubblico possono giustificare restrizioni alle libertà fondamentali, la Commissione considera le restrizioni previste dalla normativa italiana non proporzionate in quanto esisterebbero mezzi meno restrittivi per raggiungere tale obiettivo.

 


Articolo 9
(Prime misure per il sistema informativo
sui prezzi dei prodotti agro-alimentari)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. All'articolo 23 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, dopo il comma 2-ter, sono aggiunti i seguenti:

1. Identico:

«2-quater. Al fine di garantire l'informazione al consumatore, poten­ziando il sistema della rilevazione dei prezzi all'ingrosso ed al dettaglio dei prodotti agro-alimentari e migliorandone l'efficienza ed efficacia, il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali mettono a disposizione delle regioni, delle province e dei comuni il collegamento ai sistemi informativi delle strutture ad essi afferenti, secondo le modalità prefissate d'intesa dai medesimi Ministeri.

«2-quater. Al fine di garantire l'informazione al consumatore, poten­ziando il sistema della rilevazione dei prezzi all'ingrosso ed al dettaglio dei prodotti agro-alimentari e migliorandone l'efficienza ed efficacia, il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali mettono a disposizione delle regioni, delle province e dei comuni il collegamento ai sistemi informativi delle strutture ad essi afferenti, secondo le modalità prefissate d'intesa dai medesimi Ministeri.

2-quinquies. I dati aggregati raccolti sono resi pubblici anche mediante la pubblicazione sul sito internet e la stipula di convenzioni gratuite con testate giornalistiche ed emittenti radio televisive.».

2-quinquies. I dati aggregati raccolti sono resi pubblici anche mediante la pubblicazione sul sito internet e la stipula di convenzioni gratuite con testate giornalistiche ed emittenti radio televisive e gestori del servizio di telefonia.».

2. All'articolo 2, comma 1, del decreto-legge 17 giugno 1996, n. 321, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1996, n. 421, dopo la lettera c), è aggiunta, in fine, la seguente lettera:

«c-bis) effettuare, a richiesta delle amministrazioni pubbliche interessate, rilevazioni dei prezzi al dettaglio dei prodotti agro-alimentari.».

2. Identico.

 

 

L’articolo 9 è volto a consentire a regioni e enti locali di avvalersi del collegamento al Consorzio obbligatorio Infomercati, al fine di promuovere una più diffusa informazione al consumatore sui prezzi all’ingrosso e al dettaglio dei prodotti agro-alimentari.

 

Il comma 1 aggiunge i commi 2-quater e 2-quinquies dell'articolo 23 del decreto legge 269/2003[92] convertito dalla legge 326/2003.

 

Il nuovo comma 2-quater prevede che il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, mettano a disposizione delle regioni, delle province e dei comuni il collegamento "ai sistemi informativi delle strutture ad essi afferenti", secondo le modalità prefissate d'intesa dai medesimi Ministeri. Tale operazione è effettuata al fine di potenziare il sistema della rilevazione dei prezzi all'ingrosso ed al dettaglio dei prodotti agro-alimentari e di migliorarne l'efficienza ed efficacia. In tal modo, secondo la relazione del governo, si intende garantire una più diffusa informazione a vantaggio dei consumatori sui prezzi all'ingrosso dei prodotti agro-alimentari.

 

Secondo la relazione che accompagna il disegno di legge di conversione del decreto-legge, si tratta del Consorzio obbligatorio Infomercati, di cui all'articolo 2 del decreto-legge 17 giugno 1996, n. 321[93], convertito nella legge 8 agosto 1996, n. 421, peraltro non espressamente richiamato dalla disposizione in esame.

 

Il nuovo comma 2-quinquies prevede che i dati aggregati siano resi pubblici anche mediante la pubblicazione sul sito internet (il testo non specifica quale; è probabilmente da intendersi quello del Consorzio Infomercati: www.infomercati.com) e la stipula di convenzioni gratuite con testate giornalistiche, con emittenti radio-televisive e (a seguito di una modifica apportata al Senato) con gestori del servizio di telefonia.

 

Il comma 2 prevede l'aggiunta della lettera c-bis) all'articolo 2, comma 1, del decreto legge 321/1996, convertito dalla legge 421/1996. Il richiamato art. 2 è la norma che disciplina i compiti del Consorzio Infomercati.

 

Il Consorzio ha il compito di:

a) realizzare un sistema di collegamento informatico e telematico su tutto il territorio nazionale dei mercati agro-alimentari all'ingrosso;

b) gestire e diffondere le informazioni raccolte in modo da assicurare la trasparenza della formazione dei prezzi all'ingrosso dei prodotti agro-alimentari;

c) provvedere al collegamento con organismi comunitari ed extra-comunitari, anche al fine di raccogliere e diffondere l'informazione sulle tendenze dei mercati internazionali.

Con la nuova lettera c-bis) al Consorzio è assegnato l'ulteriore compito di effettuare, a richiesta delle Amministrazioni pubbliche interessate, rilevazioni dei prezzi al dettaglio dei prodotti agro-alimentari.

Il Consorzio Infomercati ha personalità giuridica ed è stato istituito dall'art. 2 del citato decreto-legge 321/1996 come "Consorzio obbligatorio per la realizzazione e gestione del sistema informatico dei mercati agro-alimentari all'ingrosso".

Al Consorzio devono partecipare le società consortili a maggioranza di capitale pubblico che usufruiscono, per la realizzazione dei mercati agro-alimentari all'ingrosso, delle agevolazioni previste dall'articolo 11, comma 16, della legge 28 febbraio 1986, n. 41, e tutti gli altri enti e società gestori dei mercati agro-alimentari all'ingrosso inseriti nei piani regionali. I destinatari delle agevolazioni di cui alla citata legge del 1986 sono le società promotrici di centri commerciali all'ingrosso, i consorzi tra operatori che gestiscono aree pubbliche destinate allo svolgimento dei mercati, anche partecipati da capitale pubblico, per la realizzazione, la ristrutturazione e l'ammodernamento delle aree attrezzate per l'attività mercatale, nonché le società consortili con partecipazione maggioritaria di capitale pubblico che realizzano mercati agro-alimentari all'ingrosso di interesse nazionale, regionale e provinciale.

Il Consorzio non ha fini di lucro ed è retto da uno statuto approvato con decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato[94]. Le deliberazioni degli organi del Consorzio adottate in relazione agli scopi del presente decreto ed a norma dello statuto sono obbligatorie per tutti i partecipanti.

Il Consorzio può, altresì, secondo le modalità che saranno stabilite nello statuto erogare servizi a chi dovesse richiederli verso pagamento del relativo prezzo.

Le quote di partecipazione al Consorzio sono determinate in base alla quantità di merce movimentata ed alle merceologie presenti nei mercati. I costi di gestione sono ripartiti tra i consorziati proporzionalmente alle quote di partecipazione possedute.

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Il 14 luglio 2006 la Commissione ha presentato una comunicazione (COM(2006)325) con la quale viene avviata una consultazione, che terminerà il 1° settembre 2006, relativa alla applicazione nei diversi Stati membri della direttiva 1998/CE sulla protezione dei consumatori in materia di indicazione del prezzo dei prodotti. Sulla base dei risultati di tale consultazione e alla luce del processo di revisione in corso dell’acquis in materia di protezione dei consumatori, la Commissione valuterà l’opportunità di nuove iniziative legislative relative all’indicazione dei prezzi.

 


Articolo 10
(Modifica unilaterale delle condizioni contrattuali)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

Articolo 10.

(Condizioni contrattuali dei conti correnti bancari).

Articolo 10.

(Modifica unilaterale delle condizioni contrattuali).

1. L'articolo 118 del decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385, è sostituito dal seguente:

1. L'articolo 118 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385, è sostituito dal seguente:

«Art. 118. - (Modifica unilaterale delle condizioni contrattuali). - 1.Nei contratti di durata può essere convenuta la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni di contratto qualora sussista un giustificato motivo.

«Art. 118. - (Modifica unilaterale delle condizioni contrattuali). - 1.Nei contratti di durata può essere convenuta la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni di contratto qualora sussista un giustificato motivo nel rispetto di quanto previsto dall'articolo 1341, secondo comma, del codice civile.

2. Qualunque modifica unilaterale delle condizioni contrattuali deve essere comunicata espressamente al cliente per iscritto, secondo modalità immedia­tamente comprensibili, con preavviso minimo di trenta giorni.

3. Entro sessanta giorni dal ricevimento della comunicazione scritta, il cliente ha diritto di recedere senza penalità e senza spese di chiusura e di ottenere, in sede di liquidazione del rapporto, l'applicazione delle condizioni precedentemente praticate.

2. Qualunque modifica unilaterale delle condizioni contrattuali deve essere comunicata espressamente al cliente secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula: "Proposta di modifica unilaterale del contratto", con preavviso minimo di trenta giorni, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente. La modifica si intende approvata ove il cliente non receda, senza spese, dal contratto entro sessanta giorni. In tal caso, in sede di liquidazione del rapporto, il cliente ha diritto all'applicazione delle condizioni precedentemente praticate.

4.Le variazioni contrattuali per le quali non siano state osservate le prescrizioni del presente articolo sono inefficaci, se pregiudizievoli per il consumatore.

3. Le variazioni contrattuali per le quali non siano state osservate le prescrizioni del presente articolo sono inefficaci, se sfavorevoli per il cliente.

5. Le variazioni dipendenti da modifiche del tasso di riferimento devono operare, contestualmente e in pari misura, sia sui tassi debitori sia su quelli creditori.».

4. Le variazioni dei tassi di interesse conseguenti a decisioni di politica monetaria riguardano contestualmente sia i tassi debitori che quelli creditori e si applicano con modalità tali da non recare pregiudizio al cliente».

 

2. In ogni caso, nei contratti di durata, il cliente ha sempre la facoltà di recedere dal contratto senza penalità e senza spese di chiusura.

 

 

L’articolo 10, comma 1, sostituisce interamente l’articolo 118 (“Modifica unilaterale delle condizioni contrattuali”: c.d. ius variandi) del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, recante “Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia” (c.d. TUB). L’articolo è stato integralmente sostituito nel corso dell’esame al Senato.

 

La disposizione precedente all’entrata in vigore del decreto stabiliva (comma 1) che - qualora nei contratti stipulati dalle banche e dagli intermediari finanziari con i correntisti fosse prevista la facoltà di modificare unilateralmente i tassi di interesse, i prezzi e le altre condizioni – le variazioni sfavorevoli si sarebbero dovute comunicare al cliente secondo le modalità e i termini stabiliti dal Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio (CICR).

 

Il comma 2 statuiva l’inefficacia delle variazioni contrattuali per le quali non si fossero osservate le prescrizioni sancite dal comma 1.

 

Il comma 3 fissava in quindici giorni dal ricevimento della comunicazione scritta (oppure dall’effettuazione di altre forme di comunicazione attuate ai sensi del comma 1) il termine entro il quale il cliente poteva esercitare il diritto di recesso dal contratto senza penalità, beneficiando, in sede di liquidazione del rapporto, dell’applicazione delle condizioni contrattuali applicate in precedenza.

 

In attuazione del previgente articolo 118 TUB, il CICR adottava la deliberazione 4 marzo 2003 recante “Disciplina della trasparenza delle condizioni contrattuali delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari”.

Con tale provvedimento – dopo aver previsto che, nei contratti di durata, le variazioni sfavorevoli al cliente riguardanti tassi di interesse, prezzi e altre condizioni delle operazioni e dei servizi venissero comunicate al cliente con la chiara evidenziazione delle variazioni intervenute – si attribuiva alle banche la facoltà di comunicare alla clientela le variazioni sfavorevoli generalizzate, mediante apposite inserzioni in Gazzetta Ufficiale, valevoli pure ai fini dell’esercizio del diritto di recesso di cui al menzionato comma 3 dell’articolo 118 del TUB.

Si prevedeva che le suddette variazioni generalizzate fossero comunicate individualmente al cliente alla prima occasione utile, nell’ambito delle comunicazioni periodiche[95] e di quelle riguardanti operazioni specifiche.

Si escludevano dagli obblighi di comunicazione così determinati le modifiche dei tassi conseguenti a variazioni di parametri contrattualmente previsti ed indipendenti dalla volontà delle parti.

 

Su tale materia è intervenuta la segnalazione del 29 maggio 2006 dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. La segnalazione si fonda sui primi risultati dell’indagine conoscitiva riguardante i prezzi alla clientela dei servizi bancari, avviata dall’Autorità in data 18 gennaio 2006. La segnalazione evidenziava il contrasto tra la normativa speciale per i contratti bancari e la disciplina di carattere generale riguardante i contratti con i consumatori aventi ad oggetto la prestazione di servizi finanziari (come recata dal codice del consumo, emanato con decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206) che consente variazioni unilaterali delle condizioni contrattuali in presenza di un giustificato motivo ed informando adeguatamente e con congruo preavviso il cliente (art. 33, comma 2, lettera b) del Codice). In particolare, l’Autorità ha osservato che tale disciplina recava effetti oggettivamente anticoncorrenziali, rilevando, peraltro, che, in conseguenza delle disposizioni del TUB, il numero di correntisti che si è concretamente avvalso del diritto di recesso previsto dall’articolo 118 è stato nell’ultimo biennio assolutamente marginale. Più in generale, l’Autorità ha rilevato che la disciplina dello ius variandi si collocava in un contesto caratterizzato da numerosi ostacoli alla mobilità alla clientela. Tali ostacoli venivano individuati: nella difficoltà di conoscere le variazioni contrattuali e di comprenderne concretamente la portata economica (la comunicazione oggetto del documento di sintesi inviato al cliente non consentirebbe di individuare immediatamente le voci modificate al correntista); nell’impedimento alla ricerca di condizioni di offerta alternative in tempi rapidi e con costi contenuti (le condizioni contrattuali di conto corrente presenterebbero una elevata eterogeneità nelle voci di costo); nel disincentivo al trasferimento verso altra banca a causa della difficoltà di esercitare il recesso con tempi e costi contenuti (in particolare, si rileva che i tempi e i costi di trasferimento del rapporto di conto corrente risultano strettamente dipendenti da numerosi altri servizi offerti al correntista dalla medesima banca, ognuno dei quali, pur basandosi su un singolo rapporto contrattuale, cessa di regola di essere erogato nel caso di recesso dal contratto di conto corrente).

Rispetto a tali aspetti, la documentazione depositata dall’Associazione bancaria italiana nel corso delle audizioni informali svolte dagli Uffici di presidenza delle Commissioni 5a e 6a del Senato nel corso dell’esame del provvedimento evidenzia che il ricorso a forme impersonali di pubblicizzazione delle variazioni delle condizioni contrattuali risulta giustificato, per economie di scala, nel caso di variazioni generalizzate suscettibili di interessare milioni di clienti ovvero nel caso in cui sia necessario raggiungere i titolari di rapporti dove non sia possibile l’individuazione del cliente.

 

L’articolo 118, come riformulato dall’articolo 10 del decreto-legge in esame, dispone ora che (comma 1)- nei contratti di durata stipulati dalle banche o da altri intermediari finanziari con i clienti – la facoltà di modificare unilateralmente i tassi, i prezzi e le altre condizioni contrattuali sia subordinata alla presenza di un giustificato motivo ed al rispetto dell’articolo 1341, secondo comma, del codice civile, che stabilisce che non abbiano comunque effetto, se non specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità, facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’esecuzione, ovvero sanciscano a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni, restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria.

In base al nuovo comma 2, tutte le modifiche unilaterali delle condizioni contrattuali dovranno essere comunicate espressamente al cliente, secondo modalità contenenti in modo evidenziato la formula “proposta di modifica unilaterale del contratto”, per iscritto ovvero mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente, con un preavviso minimo di trenta giorni. La proposta si intende accettata se il cliente non recede dal contratto entro 60 giorni. In caso di recesso, il cliente ha diritto all’applicazione delle condizioni precedentemente praticate.

Il comma 3 prevede che le variazioni contrattuali per le quali non siano state osservate le prescrizioni della comunicazione individuale e del preavviso minimo sono inefficaci, se pregiudizievoli per il consumatore.

Il comma 4 stabilisce che la variazioni dei tassi di interesse conseguenti a decisioni di politica monetaria che riguardino contestualmente sia i tassi debitori che quelli creditori si applicano con modalità tali da non recare pregiudizio ai clienti.

 

Sul punto la documentazione consegnata dall’ABI nel corso dell’audizione informale presso gli Uffici di presidenza delle Commissioni 5a e 6a del Senato evidenzia che tale norma non trova riscontro in nessun altro paese dell’area Euro ed in generale dell’Unione europea, così come non è presente negli altri principali paesi industrializzati. L’introduzione in Italia di tale previsione normativa avrebbe pertanto l’effetto, a giudizio dell’ABI, di imporre dei vincoli nella gestione dei tassi considerati in coincidenza con una manovra di politica monetaria, restrittiva o accomodante, attuata dalla BCE. Infine, la disposizione, combinata con il periodo di preavviso per le modifiche unilaterali previsto avrebbe l’effetto finale di sterilizzare gli impulsi di politica monetaria per un lasso di tempo di almeno trenta giorni con conseguenze fortemente negative sulle capacità di contenere il livello generale dei prezzi in Italia.

 

Il comma 2 dell’articolo 10 prevede infine che in ogni caso, nei contratti di durata, il cliente ha facoltà di recedere dal contratto senza penalità e senza spese di chiusura.

 

In proposito, si osserva che potrebbe risultare opportuna, in considerazione del contenuto della disposizione, una più puntuale definizione delle fattispecie contrattuali alle quali essa si applica.

 

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

L’11 settembre 2002 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva (COM(2002)443) relativa all’armonizzazione delle normative nazionali in materia di contratti di credito ai consumatori. La Commissione propone l’armonizzazione della normativa comunitaria in questo settore. Campo di applicazione della proposta sono tutti i tipi di credito offerti ai consumatori, ad eccezione del credito immobiliare. Le principali disposizioni riguardano gli obblighi in materia di informazione del creditore e del consumatore, la facoltà di ritrattazione, le clausole considerate abusive, il diritto al rimborso anticipato e la creazione da parte degli Stati membri di una base di dati che registri consumatori e garanti incorsi in problemi di pagamento.

Il 24 aprile 2004 il Parlamento europeo ha esaminato la proposta, in prima lettura e, nell’ambito della procedura di codecisione, ha approvato diversi emendamenti. In considerazione di tali emendamenti, il 28 ottobre 2004 la Commissione ha presentato una proposta modificata La discussione sulla proposta si è protratta nel tempo fino alla rinuncia, da parte della Commissione, all’idea di un’armonizzazione piena dell’intera materia. Un’ulteriore proposta modificata è stata quindi presentata il 7 ottobre 2005 (COM(2005)483). Tale proposta modificata si fonda su un approccio a favore della piena armonizzazione, ma lascia anche un certo margine di manovra in sede di attuazione a livello nazionale di un numero limitato di disposizioni, tenendo conto dell’eterogeneità dei mercati e delle legislazioni nazionali. Il Consiglio ha iniziato un dibattito orientativo su quest’ultima proposta il 29 maggio 2006.

 

Il 6 aprile 2005, la Commissione europea ha presentato la comunicazione “Migliorare la salute, la sicurezza e la fiducia dei cittadini: una strategia in materia di salute e di tutela dei consumatori” ed una proposta di decisione che istituisce il programma comunitario per la salute e la protezione dei consumatori per gli anni 2007-2013 (COM(2005)115). La proposta prospetta, rispetto alla disciplina vigente, l’unificazione dei due settori di attività fino ad oggi separati e amplia i programmi attuali in materia di salute pubblica e tutela dei consumatori, individuando le azioni nei diversi settori di intervento previsti.

Il 16 marzo 2006 il Parlamento europeo ha esaminato la proposta di decisione, nell’ambito della procedura di codecisione, approvando diversi emendamenti alcuni dei quali in senso contrario all’impostazione della Commissione sulla unificazione dei settori della salute e tutela dei consumatori. Il 24 maggio 2006 la Commissione ha presentato due proposte di decisione modificate (COM(2006)234) e (COM(2006)235), relative, la prima, ad un programma d’azione per la salute con una dotazione finanziaria di 365,6 milioni di euro per il periodo di programmazione 2007-2013; e la seconda, relativa ai programmi di protezione dei consumatori con una dotazione di 156,8 milioni di euro per il periodo di programmazione 2007-2013. Sulle proposte, il Consiglio dovrebbe raggiungere un accordo politico sulla posizione comune presumibilmente il 30 novembre 2006.

 

II 1° dicembre 2005 la Commissione europea ha presentato il Libro bianco sulla politica comunitaria nel settore dei servizi finanziari 2005-2010 (COM(2005)629)[96].

Il Libro bianco, che fa seguito alla consultazione pubblica avviata con il Libro verde sui servizi finanziari, indica i gli obiettivi generali della politica dell’Unione europea nel settore dei servizi finanziari.

Per quanto riguarda i servizi finanziari al dettaglio, e in particolare i conti correnti bancari, la Commissione è intenzionata a costituire un gruppo di esperti, composto di rappresentanti del settore e degli utenti, per individuare i problemi relativi alla mobilità degli utenti (per esempio l’apertura, anche online, di un conto in un altro Stato membro, le spese per la chiusura di un conto ed i trasferimenti interbancari) e per esaminare l’utilità di un conto bancario standard opzionale. I risultati raggiunti dal gruppo di esperti dovrebbero essere disponibili nei primi mesi del 2007. La Commissione valuterà quindi l’opportunità, in termini economici, di prendere iniziative in materia.

Il Libro bianco è stato esaminato il 5 maggio 2006 dal Consiglio, che ha adottato conclusioni in materia, e il 4 luglio 2006 dal Parlamento europeo, che ha approvato una risoluzione.

 


Articolo 11
(Disposizioni urgenti in materia di soppressione di commissioni)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Sono soppresse le commissioni istituite dall'articolo 6 della legge 25 agosto 1991, n. 287. Le relative funzioni sono svolte dalle amministrazioni titolari dei relativi procedimenti amministrativi.

1. Identico.

2. Sono soppresse le commissioni istituite dagli articoli 4 e 7 della legge 3 febbraio 1989, n. 39. Le relative funzioni sono svolte rispettivamente dal Ministero dello sviluppo economico e dalle Camere di commercio.

2. Sono soppresse le commissioni istituite dagli articoli 4 e 7 della legge 3 febbraio 1989, n. 39. Le relative funzioni sono svolte rispettivamente dal Ministero dello sviluppo economico e dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura.

3. Della commissione giudicatrice prevista dall'articolo 1 del decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato 7 ottobre 1993, n. 589, non possono far parte gli iscritti al ruolo degli agenti d'affari in mediazione.

3. Della commissione giudicatrice prevista dall'articolo 1 del regolamento di cui al decreto del Ministro dell'in­dustria, del commercio e dell'artigianato 21 febbraio 1990, n. 300, e successive modificazioni, non possono far parte gli iscritti al ruolo degli agenti d'affari in mediazione.

4. Sono soppresse le commissioni istituite dagli articoli 4 e 8 della legge 3 maggio 1985, n. 204. Le relative funzioni sono svolte rispettivamente dalle Camere di commercio e dal Ministero dello sviluppo economico.

4. Sono soppresse le commissioni istituite dagli articoli 4 e 8 della legge 3 maggio 1985, n. 204. Le relative funzioni sono svolte rispettivamente dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e dal Ministero dello sviluppo economico.

5. Dei Comitati tecnici istituiti presso le Camere di commercio per la rilevazione degli usi commerciali non possono far parte i rappresentanti di categorie aventi interesse diretto nella specifica materia oggetto di rilevazione.

5. Dei Comitati tecnici istituiti presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per la rilevazione degli usi commerciali non possono far parte i rappresentanti di categorie aventi interesse diretto nella specifica materia oggetto di rilevazione.

 

 

L’articolo 11 introduce disposizioni cheprevedono la soppressione di alcuni organi collegiali di natura consultiva.

 

In particolare, il comma 1 sopprime le commissioni previste dall'articolo 6 della legge 287/1991, recante "Aggiornamento della normativa sull'insediamento e sull'attività dei pubblici esercizi".

 

L'articolo 6 citato istituiva commissioni comunali o provinciali (a seconda che il comune in questione superasse o meno i diecimila abitanti) competenti ad esprimere un parere al sindaco per l'autorizzazione all'apertura ed al trasferimento di sede degli esercizi di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, comprese quelle alcoliche.

Il parere della commissione ai fini del rilascio dell'autorizzazione si intendeva favorevole qualora fossero trascorsi quarantacinque giorni dalla richiesta di parere da parte del sindaco, senza che la commissione medesima si fosse espressa in merito.

L'effetto di tale disposizione è dunque quello di eliminare il parere delle commissioni, lasciando al solo sindaco la potestà autorizzatoria in materia.

In particolare, il citato art. 6 prevedeva che nei comuni con popolazione superiore a diecimila abitanti il consiglio comunale nominasse una commissione composta:

a) dal sindaco, o da un suo delegato, che la presiede;

b) da un funzionario delegato dal questore;

c) dal direttore dell'ufficio provinciale dell'industria, del commercio e dell'artigianato o da un funzionario dallo stesso delegato;

d) da due rappresentanti designati dalle organizzazioni del commercio, del turismo e dei servizi maggiormente rappresentative a livello provinciale;

e) da un rappresentante designato dall'azienda di promozione turistica, ove esistente;

f) da tre esperti nel settore della somministrazione di alimenti e di bevande, designati dalle organizzazioni nazionali di categoria maggiormente rappresentative;

g) da un rappresentante designato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori del settore maggiormente rappresentative a livello provinciale;

h) da un rappresentante designato dalle associazioni dei consumatori e degli utenti maggiormente rappresentative a livello nazionale.

Per i comuni con popolazione non superiore a diecimila abitanti era istituita, su nomina del presidente della giunta provinciale (per la Valle d'Aosta la nomina della commissione spettava al Presidente della giunta regionale o ad un suo delegato), un'unica commissione per ciascuna provincia, composta:

a) dal presidente della giunta provinciale o da un suo delegato (per la regione Valle d'Aosta, dal presidente della giunta regionale o da un suo delegato, che la presiedeva);

b) dal sindaco del comune di volta in volta interessato o da un suo delegato;

c) da un funzionario delegato dal prefetto;

d) da un funzionario delegato dal questore;

e) dal direttore dell'ufficio provinciale dell'industria, del commercio e dell'artigianato, o da un funzionario dallo stesso delegato;

f) da due rappresentanti designati dalle organizzazioni del commercio, del turismo e dei servizi maggiormente rappresentative a livello provinciale;

g) da tre esperti nel settore della somministrazione di alimenti e di bevande designati dalle organizzazioni nazionali di categoria maggiormente rappresentative;

h) da un rappresentante designato dalle aziende di promozione turistica della provincia;

i) da un rappresentante designato dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori del settore maggiormente rappresentative a livello provinciale;

l) da un rappresentante designato dalle associazioni dei consumatori e degli utenti maggiormente rappresentative a livello nazionale.

Le commissioni duravano in carica quattro anni.

 

Il comma 2 sopprime le commissioni istituite dagli articoli 4 e 7 della legge n. 39 del 1989 recante “Modifiche ed integrazioni alla legge 21 marzo 1958, n. 253, concernente la disciplina della professione di mediatore”.

 

Per quanto riguarda la commissione di cui all'articolo 4 citato, si trattava di una commissione centrale per l'esame dei ricorsi degli agenti di affari in mediazione e per la definizione delle materie e delle modalità degli esami per l'iscrizione al ruolo degli agenti di affari in mediazione (i c.d. agenti immobiliari).

Secondo la disposizione in esame le funzioni finora svolte da tale commissione sono ora demandate al ministero dello sviluppo economico.

La commissione era istituita presso il Ministero dell'industria, del commercio e dell'artigianato ed era nominata con decreto dello stesso ministro con la seguente composizione:

a) un rappresentante del Ministero dell'industria, del commercio e dell'artigianato, che la presiede;

b) un rappresentante del Ministero del commercio con l'estero;

c) un rappresentante delle regioni, designato dalla commissione interregionale di cui all'articolo 13 della legge 16 maggio 1970, n. 281;

d) un rappresentante del Ministero di grazia e giustizia;

e) un rappresentante del Ministero dell'agricoltura e delle foreste;

f) un rappresentante del Ministero dei lavori pubblici;

g) tre membri designati rispettivamente dalle organizzazioni più rappresentative, a livello nazionale, del commercio, dell'agricoltura e dell'industria;

h) un rappresentante delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura designato dalla Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura;

i) sette rappresentanti dei mediatori scelti tra le persone designate dalle associazioni sindacali nazionali di categoria, per i mediatori immobiliari e per gli agenti merceologici.

La commissione durava in carica quattro anni; i membri svolgevano il loro incarico in forma gratuita e potevano essere riconfermati.

 

Per quanto riguarda la commissione di cui all'articolo 7 citato, si trattava di una commissione istituita presso ciascuna camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura con il compito di provvedere alle iscrizioni nel ruolo degli agenti di affari in mediazione ed alla tenuta del medesimo.

Con la disposizione in esame le funzioni finora svolte da tale commissione sono ora assegnate alla camera di commercio di riferimento.

La commissione era nominata con deliberazione della giunta camerale e durava in carica quattro armi.

Essa era composta:

a) da un membro della giunta camerale;

b) da un rappresentante degli agricoltori, uno degli industriali e uno dei commercianti, designati rispettivamente dalle organizzazioni a livello nazionale e scelti dalla giunta camerale sulla base della maggiore rappresentatività;

c) da cinque rappresentanti degli agenti di affari in mediazione designati dalle organizzazioni di categoria più rappresentative a livello nazionale.

 

Il comma 3 prevede che della commissione giudicatrice degli esami per l'iscrizione a ruolo degli agenti di affari in mediazione non possano fare parte gli iscritti allo stesso ruolo.

 

Secondo l'art. 1 del D.M. 21 febbraio 1990 n. 1, recante "Regolamento sulla determinazione delle materie e delle modalità degli esami prescritti per l'iscrizione a ruolo degli agenti d'affari in mediazione", come modificato dall'art. 1 del decreto ministeriale 7 ottobre 1993, n. 589, la commissione giudicatrice è presieduta dal segretario generale della camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura ed è composta da altri quattro membri, due dei quali docenti di scuola secondaria superiore nelle materie sulle quali vertono le prove di esame e due agenti scelti tra i componenti effettivi della commissione di cui all'art. 7 della legge n. 39/1989 (abrogata dal secondo comma del presente articolo). Per l'espletamento della prova orale, il presidente della camera di commercio può integrare la composizione della commissione giudicatrice, su proposta della commissione stessa, con la nomina di un esperto per ciascuno degli specifici rami di mediazione. Tale esperto è chiamato a fare parte della commissione per gli esami relativi al ramo di mediazione di sua competenza.

 

Il comma 4 sopprime le commissioni istituite dagli articoli 4 e 8 della legge n. 204/1985 recante "Disciplina dell'attività di agente e rappresentante di commercio".

Quanto alla commissione di cui all'art. 4 citato si trattava di una commissione istituita presso ciascuna camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura con il compito di provvedere alle iscrizioni nel ruolo per gli agenti e rappresentanti di commercio ed alla tenuta del medesimo.

Con la disposizione in esame le funzioni finora svolte da tale commissione sono ora assegnate alla camera di commercio di riferimento.

 

La commissione era nominata con deliberazione della giunta camerale e durava in carica quattro anni. Essa era composta:

a) da un membro di giunta della camera di commercio;

b) da sette membri scelti fra gli agenti e rappresentanti di commercio, iscritti al ruolo su designazione delle organizzazioni sindacali di categoria più rappresentative a livello nazionale;

c) da un rappresentante delle associazioni provinciali dell'industria, del commercio e dell'artigianato firmatarie degli accordi economici collettivi degli agenti e rappresentanti di commercio o comunque più rappresentative a livello nazionale, scelto sulla base delle designazioni effettuate dalle categorie stesse;

d) da un rappresentante dell'ufficio provinciale del lavoro e della massima occupazione.

 

Per quanto riguarda la commissione di cui all'art. 8 citato, si trattava di una commissione centrale istituita presso il Ministero dello sviluppo economico per decidere sui ricorsi avverso le decisioni delle commissioni istituite presso le camere di commercio.

Con la disposizione in esame le funzioni finora svolte da tale commissione sono ora assegnate al Ministero dello sviluppo economico.

 

La commissione centrale era nominata con decreto del Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato e dura in carica quattro anni; essa era composta:

a) da un rappresentante del Ministero dell'industria, del commercio e dell'artigianato che la presiede;

b) da un rappresentante del Ministero del commercio con l'estero;

c) dal presidente dell'Ente nazionale di assistenza per gli agenti e rappresentanti di commercio (ENASARCO) o da un suo delegato;

d) da sette membri scelti fra gli agenti e rappresentanti di commercio, iscritti ad un ruolo professionale provinciale, su designazione delle organizzazioni sindacali nazionali di categoria più rappresentative a livello nazionale;

e) da un rappresentante delle organizzazioni nazionali dell'industria, del commercio e dell'artigianato firmatarie degli accordi economici collettivi degli agenti e rappresentanti di commercio, o comunque di quelle più rappresentative, scelto sulla base delle designazioni effettuate dalle stesse organizzazioni.

 

Il comma 5 prevede che dei Comitati tecnici istituiti presso le Camere di commercio per la rilevazione degli usi commerciali non possano far parte i rappresentanti di categorie aventi interesse diretto nella specifica materia oggetto di rilevazione.

 

L'attività di rilevazione degli usi è disciplinata dagli artt. 32 e ss. del Regio Decreto 20 settembre 1934, n. 2011 e dalla Circolare ministeriale 1695/C del 2 luglio 1964, All. B.

In particolare, secondo gli articolo 32, comma 6, e 39 del R.D. n. 2011/34, le Camere di Commercio provvedono "all'accertamento degli usi e delle consuetudini commerciali ed agrari della provincia e dei comuni, le cui raccolte sono da ess[e] compilate e rivedute periodicamente", almeno ogni cinque anni.

La procedura di accertamento e revisione degli usi è stata definita in una circolare del Ministero dell'Industria e Commercio n. 1695/C del 2 luglio 1964 che uniforma sull'intero territorio nazionale i comportamenti delle Camere di Commercio con riguardo alle modalità di rilevazione degli usi e agli organi a ciò preposti.

L'articolo 1 dell'All. B alla Circolare prevede l'istituzione di un'apposita Commissione provinciale usi (di seguito Commissione Usi), che organizza e coordina le operazioni di revisione degli usi, ed è composta da undici rappresentanti di diverse categorie economiche (agricoltura, credito, industria, commercio e artigianato) e da quattro membri tecnici, due esperti giuridici e due magistrati. I primi sono designati "dalle Commissioni Permanenti di cui all'articolo 13 del R.D. n. 2011/34 … o, in mancanza, dalle competenti Associazioni" (articolo 3 dell'All. B.).

Inoltre, la Circolare prevede che la Commissione Usi opera mediante Comitati Tecnici, da questa istituiti a seconda delle varie tipologie di merci e/o servizi interessati, i quali effettuano in concreto la rilevazione degli usi. I Comitati Tecnici sono composti da tre a cinque membri, designati dalla Commissione Usi secondo i criteri previsti per la stessa Commissione Usi e, dunque, anche tramite le Associazioni di categoria (artt. da 1 a 4 dell'All. B).

Il Comitato Tecnico esamina il materiale raccolto e formula una proposta che sottopone all'approvazione della Commissione Usi.

La rilevazione degli usi commerciali ha rilevanza, ad esempio nel settore degli agenti di affari in mediazione, per la determinazione della misura delle provvigioni e della proporzione in cui questa deve gravare su ciascuna delle parti, che, in mancanza di patto, sono determinate dalle giunte camerali, tenendo conto degli usi locali.

Proprio sul settore dei c.d. agenti immobiliari è intervenuta una segnalazione dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato dell'11 aprile 2006, citata dal governo nella relazione al disegno di legge di conversione del presente decreto-legge. In essa si afferma, tra l'altro, "che l'attività di rilevazione degli usi, prevista dall'articolo 6, comma 2, della legge 39/1989 ha avuto un'applicazione concreta che presenta profili di rilievo concorrenziale". Nelle sue conclusioni, l'Autorità ritiene che "l'attività di rilevazione degli usi, prevista dall'articolo 6, comma 2, della l. n. 39/89 sia compatibile con la disciplina a tutela della concorrenza, a condizione che: i) sia svolta da soggetti indipendenti dagli operatori economici interessati e dalle associazioni di categoria del settore maggiormente rappresentative – prevedendo una composizione di Comitati Tecnici e Commissioni Usi che valorizzi la possibilità di bilanciare gli interessi contrapposti fin dalla fase dei lavori dei Comitati stessi e comunque evitando di associare le Commissioni ruolo ai lavori di rilevazione degli usi". E' da notare che le Commissioni ruolo cui si riferisce l'Autorità sono ora abrogate dal comma 2 dell'articolo qui in esame.

 


Articolo 12
(Disposizioni in materia di circolazione dei veicoli e di trasporto comunale e intercomunale)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Fermi restando i princìpi di universalità, accessibilità ed adeguatezza dei servizi pubblici di trasporto locale ed al fine di assicurare un assetto maggiormente concorrenziale delle connesse attività economiche e di favorire il pieno esercizio del diritto dei cittadini alla mobilità, i comuni possono prevedere che il trasporto di linea di passeggeri accessibile al pubblico, in ambito comunale e intercomunale, sia svolto, in tutto il territorio o in tratte e per tempi predeterminati, anche dai soggetti in possesso dei necessari requisiti tecnico-professionali, fermi restando la disciplina di cui al comma 2 ed il divieto di disporre finanziamenti in qualsiasi forma a favore dei predetti soggetti. Il comune sede di scalo ferroviario, portuale o aeroportuale è comunque tenuto a consentire l'accesso allo scalo da parte degli operatori autorizzati ai sensi del presente comma da comuni del bacino servito.

1. Identico.

2. A tutela del diritto alla salute, alla salubrità ambientale ed alla sicurezza degli utenti della strada e dell'interesse pubblico ad una adeguata mobilità urbana, gli enti locali disciplinano secon­do modalità non discriminatorie tra gli operatori economici ed in conformità ai princìpi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione, l'accesso, il transito e la fermata nelle diverse aree dei centri abitati di ciascuna categoria di veicolo, anche in relazione alle specifiche modalità di utilizzo in particolari contesti urbani e di traffico. Per ragioni di sicurezza della circolazione, possono altresì essere previste zone di divieto di fermata, anche limitato a fasce orarie. Le infrazioni possono essere rilevate senza contestazione immediata, anche median­te l'impiego di mezzi di rilevazione fotografica o telematica.

2. A tutela del diritto alla salute, alla salubrità ambientale ed alla sicurezza degli utenti della strada e dell'interesse pubblico ad una adeguata mobilità urbana, gli enti locali disciplinano secondo modalità non discriminatorie tra gli operatori economici ed in conformità ai princìpi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione, l'accesso, il transito e la fermata nelle diverse aree dei centri abitati di ciascuna categoria di veicolo, anche in relazione alle specifiche modalità di utilizzo in particolari contesti urbani e di traffico. Per ragioni di sicurezza della circolazione, possono altresì essere previste zone di divieto di fermata, anche limitato a fasce orarie. Le infrazioni possono essere rilevate senza contestazione immediata, anche median­te l'impiego di mezzi di rilevazione fotografica o telematica nel rispetto della normativa vigente in tema di riservatezza del trattamento dei dati personali.

 

 

L'articolo 12 reca disposizioniin materia di trasporto comunale e intercomunale e di circolazione dei veicoli.

 

Il comma 1 detta disposizioni in materia di trasporto pubblico comunale e intercomunale, riconoscendo in capo ai comuni la facoltà di prevedere che il trasporto di linea dei passeggeri sia svolto anche da soggetti in possesso dei requisiti tecnico-professionali.

Il servizio deve essere effettuato da tali soggetti:

§      in ambito comunale e intercomunale: i comuni possono prevedere l’erogazione del servizio di trasporto da parte dei soggetti privati in tutto il territorio o in tratte e per tempi determinati;

§      in assenza di qualsiasi forma di finanziamento pubblico.

Il riconoscimento di tale facoltà in capo ai comuni è finalizzato espressamente ad assicurare un assetto maggiormente concorrenziale delle attività economiche connesse al trasporto pubblico locale e di favorire il pienoesercizio del diritto alla mobilità. Restano comunquefermi i principi di universalità, accessibilità ed adeguatezza dei sevizi di trasporto pubblico locale.

Per il comune sede di scalo ferroviario, portuale o aeroportuale è previsto l’obbligo di consentire in ogni caso l’accesso allo scalo da parte degli operatori autorizzati secondo la normativa sopra riportata dai comuni del bacino servito dallo scalo.

 

La relazione illustrativa del decreto legge in esame precisa che la competizione, lungo alcune tratte, tra il servizio pubblico locale e i nuovi servizi privati aperti al pubblico, comporterà, senza aggravio per la finanza pubblica, una positiva dinamica competitiva tale da determinare, da un lato, il progressivo miglioramento della qualità del servizio offerto dal gestore del servizio pubblico e, dall'altro, una progressiva articolazione e differenziazione dell' offerta del servizio. L'offerta del nuovo servizio privato potrà così interessare molti soggetti che oggi non si avvalgono usualmente del servizio pubblico, determinando un incremento complessivo della domanda di trasporto di linea, con benefici effetti anche sul piano della mobilità urbana

 

II settore del trasporto pubblico locale (TPL) è stato oggetto di un rilevante processo di riforma, regolato dal D.Lgs. 422/1997[97], successivamente modificato ed integrato dal d.lgs 400/1999, nonché da ulteriori disposizioni di carattere puntuale. Alla revisione del settore il legislatore ha provveduto in occasione del riassetto generale dell’organizzazione amministrativa centrale, disposto dalla legge 15 marzo 1997, n. 59, che - per il settore dei trasporti - ha espressamente previsto che le regioni assumano la funzione programmatoria e definiscano il livello dei servizi minimi qualitativamente e quantitativamente sufficienti a soddisfare la domanda di mobilità dei cittadini, con costi a carico dei bilanci regionali e offrendo come strumento di garanzia la subordinazione del conferimento delle funzioni a preventivi accordi di programma da stipularsi tra il Ministero dei trasporti e le regioni.

Il D.Lgs 422/1997 ha quindi disciplinato il conferimento alle regioni ed agli enti locali delle funzioni e dei compiti in materia di servizi pubblici di trasporto di interesse regionale e locale con qualsiasi modalità effettuati ed in qualsiasi forma affidati, ed ha fissato i criteri di organizzazione dei servizi.

Sono stati definiti servizi pubblici di trasporto regionale e locale - esercitati da qualunque organo o amministrazione dello Stato, centrale e periferica, anche tramite enti o altri soggetti pubblici - quei servizi di trasporto di persone e merci (esclusi quelli di interesse nazionale, lasciati alla competenza dello Stato) che comprendono l'insieme dei sistemi di mobilità terrestri, marittimi, lagunari, lacuali, fluviali e aerei che operano in modo continuativo o periodico con itinerari, orari, frequenze e tariffe prestabilite, ad accesso generalizzato, nell'ambito di un territorio di dimensione normalmente regionale o infraregionale.

Per quanto concerne le funzioni delegate alle regioni, esse riguardano l'intero comparto del servizio di trasporto, comprese le ferrovie di interesse regionale e locale, e le competenze conferite sono essenzialmente di carattere programmatorio, nonché di carattere amministrativo e finanziario. E’ stato previsto il conferimento e l’attribuzione delle relative risorse, previo accordo di programma tra Ministero dei trasporti e regione interessata, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, emanato sentiti i Ministri interessati ed il Ministro del tesoro e tale da prevedere un trasferimento di beni e risorse che sia comunque congruo rispetto alle competenze trasferite e che comporti la parallela soppressione dell'amministrazione statale periferica, ovvero il suo ridimensionamento in rapporto ad eventuali compiti residui.

Il D.Lgs. 422/1997, disciplinando le forme di esercizio locale dei servizi di trasporto pubblico, ha stabilito, inoltre, in ossequio al principio di sussidiarietà, che le regioni conferiscano a province, comuni ed enti locali – pena l’intervento sostitutivo del Governo - le funzioni in materia di trasporto pubblico locale che non richiedano un unitario esercizio a livello regionale. Gli enti locali hanno inoltre competenza residuale, appartenendo ad essi i compiti e le funzioni che non sono di competenza dello Stato e delle regioni; in particolare sono ad essi espressamente conferiti i compiti amministrativi e le funzioni nei settori del trasporto lagunare e lacuale .

Al fine della effettiva realizzazione del trasferimento o della delega di funzioni agli enti locali, il D.Lgs. n. 422 ha previsto l’intervento, entro sei mesi dalla data di emanazione dello stesso, di apposite leggi regionali che individuassero in modo puntuale le funzioni conferite[98]..

Si segnala che l’articolo 14 del D.Lgs. 422/1997 prevede che, per l'esercizio dei servizi pubblici di trasporto locale in territori a domanda debole, al fine di garantire comunque il soddisfacimento delle esigenze di mobilità nei territori stessi, le regioni, sentiti gli enti locali interessati e le associazioni nazionali di categoria del settore del trasporto di persone, possono individuare modalità particolari di espletamento dei servizi di linea, da affidare, attraverso procedure concorsuali, alle imprese che hanno i requisiti per esercitare autoservizi pubblici non di linea o servizi di trasporto di persone su strada. Nei comuni montani o nei territori in cui non vi è offerta dei servizi predetti possono essere utilizzati veicoli adibiti ad uso proprio, fermo restando l'obbligo del possesso dei requisiti professionali per l'esercizio del trasporto pubblico di persone.

 

Si segnala che la disposizione in esame non chiarisce - né rinvia in proposito ad altra fonte normativa - quali siano i requisiti tecnico-professionali che i soggetti devono possedere per potere erogare il servizio di trasporto di linea di passeggeri accessibile al pubblico previsto dalla norma in esame. Inoltre la disposizione non precisa alcunché in merito alle modalità per l’individuazione dei nuovi soggetti chiamati ad erogare il servizio di trasporto.

Andrebbe, infine, valutata l’opportunità di un coordinamento della disposizione in esame con la disciplina generale sul trasporto pubblico locale di cui al richiamato D.Lgs. 422/1997.

 

Il comma 2 reca disposizioni in materia di circolazione dei veicoli.

In particolare, il commadispone che gli enti locali disciplinano l’accesso, il transito e la fermata di ciascuna categoria di veicoli nelle aree dei centri abitati[99], tenendo in considerazione le specifiche modalità di utilizzo in particolari contesti urbani e di traffico.

 

L’articolo 7 del nuovo codice della strada (D.Lgs. n. 285/1992) relativo alla regolamentazione della circolazione nei centri abitati prevede che nei centri abitati i comuni possono, con ordinanza del sindaco, tra l’altro, limitare la circolazione di tutte o di alcune categorie di veicoli per accertate e motivate esigenze di prevenzione degli inquinamenti e di tutela del patrimonio artistico, ambientale e naturale, conformemente alle direttive impartite dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, sentiti, per le rispettive competenze, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio ed il Ministro per i beni culturali e ambientali.

 

La disciplina deve essere adottata dagli enti locali:

§      secondo modalità non discriminatorie tra gli operatori economici;

§      in conformità ai principi di sussidiarietà, proporzionalità e leale cooperazione;

§      al fine di tutelare il diritto alla salute, il diritto alla salubrità ambientale, il diritto alla sicurezza degli utenti della strada e l’interesse pubblico ad una adeguata mobilità urbana.

Il comma prevede, poi, anche la facoltà per gli enti locali di istituire – per ragioni di sicurezza della circolazione - zone di divieto di fermata, anche limitate a fasce orarie: le infrazioni possono essere rilevate anche con strumenti di rilevazione fotografica e telematica e senza contestazione immediata, nel rispetto della normativa vigente in tema di riservatezza del trattamento dei dati personali.

 

La relazione illustrativa del decreto legge chiarisce che le disposizioni di cui al comma 2 dell’articolo in esame sono coerenti con le finalità del provvedimento di tutela dei diritti degli utenti e connesse alla prevista parziale apertura al mercato dei servizi di trasporto pubblico urbano di linea. Tali disposizioni sono volte a salvaguardare i poteri degli enti locali relativamente alla regolamentazione del traffico locale che sono già previsti dal vigente codice della strada ma secondo una disciplina che si è rivelata non del tutto idonea a garantire le comunità locali.

 

Si segnala che – anche alla luce di quanto precisato dalla relazione illustrativa – non appare chiara la relazione tra la disposizione di cui al comma 2 dell’articolo in esame e le previsioni del codice della strada relative alla regolamentazione della circolazione nei centri abitati, atteso che le fattispecie contemplate dai due atti normativi (decreto legge e codice della strada) sembrerebbero analoghe.

 

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Obblighi di servizio pubblico

Il 20 luglio 2005 la Commissione ha presentato una proposta riveduta di regolamento riguardante i servizi pubblici di trasporto viaggiatori per strada e per ferrovia (COM(2005)319) che mira, tra l’altro, a precisare e rendere più trasparenti le condizioni per il versamento di compensazioni agli operatori per gli oneri di servizio pubblico connessi ai servizi di trasporto da essi effettuati.

La proposta intende istituire un nuovo quadro normativo che sostituisca quello attualmente definito dal (regolamento (CEE) n. 1191 del 1969 e modificato da ultimo dal regolamento (CEE) n. 1893/91, al fine di rendere il mercato europeo dei servizi pubblici di trasporto passeggeri sempre più aperto alla concorrenza e competitivo, attraverso norme che rafforzino la trasparenza e la certezza del diritto sia per gli operatori, sia per le autorità responsabili dell’organizzazione del servizio pubblico.

Le misure proposte intendono disciplinare, tra l’altro, gli interventi delle autorità competenti che possono maggiormente incidere sulla concorrenza e sugli scambi tra Stati membri quali la compensazione dei costi e la concessione dei diritti esclusivi in cambio dell’assolvimento di obblighi di servizio pubblico, nell’intento di rendere tale disciplina trasparente e non discriminatoria, evitando altresì che dette compensazioni possano configurare aiuti di Stato.

La proposta intende fissare, inoltre, le modalità con cui i contratti di servizio pubblico di trasporto devono essere aggiudicati prevedendo due soli metodi di aggiudicazione, la gara pubblica e l’aggiudicazione diretta, quest’ultima limitata ad una specifica serie di situazioni.

Con la proposta presentata nel luglio 2005, che riformula quella originaria del 2000 (COM(2000)7), la Commissione intende, anche alla luce degli ultimi sviluppi giurisprudenziali[100] e del Libro bianco sui servizi d’interesse generale (COM(2004)374), riconciliare le posizioni del Parlamento europeo, espresse in prima lettura nel 2001, e del Consiglio, che ha bloccato la discussione del dossier per cinque anni, a causa dei forti contrasti sorti al suo interno. Sulla proposta, che segue la procedura di codecisione, il Consiglio Trasporti ha raggiunto, nella riunione del 8-9 giugno 2006, un accordo politico in vista dell’adozione di una posizione comune in una delle prossime sessioni. La proposta sarà quindi esaminata, in seconda lettura, dal Parlamento europeo.

Libro bianco sui trasporti

Il 22 giugno 2006 la Commissione europea ha presentato una comunicazione “Mantenere l’Europa in movimento – Mobilità sostenibile per il nostro continente -Riesame intermedio del Libro bianco sui trasporti del 2001” (COM(2006)314), la quale definisce una serie di orientamenti per la futura politica comunitaria dei trasporti.

Nella comunicazione la Commissione, ribadendo che la mobilità è essenziale per la prosperità dell’Europa e la libera circolazione dei cittadini, considera tuttavia opportuno ridurne le conseguenze negative in termini di consumo di energia e qualità dell’ambiente.

Gli orientamenti emersi dopo il riesame intermedio intendono adattare gli strumenti individuati nel Libro bianco del 2001 al nuovo contesto dell’Europa allargata e al mutato scenario energetico mondiale.

La comunicazione della Commissione sottolinea, tra l’altro, l’esigenza di iniziative più ambiziose per modificare la mobilità nelle aree urbane. A tal fine la Commissione intende presentare, nel corso del 2007, un libro verde sul trasporto urbano con cui avviare un dibattito volto stimolare l’adozione di azioni innovative per risolvere questioni rilevanti quali la congestione, l’inquinamento e gli incidenti.

Veicoli puliti

Il 21 dicembre 2005 la Commissione ha presentato una proposta di direttiva relativa alla promozione di veicoli puliti nel trasporto stradale (COM(2005)634) con l’obiettivo di ridurre le emissioni inquinanti prodotte dal settore dei trasporti e contribuire a creare un mercato per i veicoli puliti.

La proposta di direttiva prevede che gli Stati membri adottino le misure necessarie affinché enti pubblici[101] o operatori che prestano servizi di trasporto in concessione o per conto di un ente pubblico, siano soggetti all’obbligo di indire appalti per veicoli puliti. In particolare l’obbligo concerne i “veicoli ecologici migliorati[102], che devono costituire una quota minima, del 25%, degli acquisti annui di mezzi pesanti, cioè di peso superiore alle 3,5 tonnellate, effettuati da tali operatori.

La Commissione ha elaborato tale proposta in linea con le raccomandazioni contenute nel Libro verde sull’efficienza energetica “Fare di più con meno” (COM(2005)265), che suggerisce, tra l’altro, di incoraggiare a livello comunitario gli investimenti necessari per favorire lo sviluppo di una nuova generazione di veicoli, che consumino meno energia e producano meno emissioni inquinanti.

 

La proposta, che segue la procedura di codecisione, è in attesa dell’esame in prima lettura da parte del Parlamento europeo.

Ambiente urbano

La Commissione ha presentato, l’11 gennaio 2006, una comunicazione relativa ad una Strategia tematica sull’ambiente urbano (COM(2005)718) intesa a promuovere, attraverso una serie di misure specifiche, un approccio maggiormente integrato nella gestione delle aree urbane.

La comunicazione indica, tra gli altri, orientamenti tesi ad esortare le autorità locali ad elaborare ed attuare piani per un trasporto urbano sostenibile che riguardino tutte le modalità di trasporto, sia di passeggeri che di merci, e che tengano conto dei vari aspetti inerenti la sicurezza, l’accesso a beni e servizi, l’inquinamento atmosferico, il rumore, le emissioni di gas serra, i consumi energetici e l’utilizzazione del territorio.

Le proposte contenute nella comunicazione scaturiscono da un ampio processo di consultazione, promosso dalla Commissione e concluso il 21 settembre 2005, che ha avuto per oggetto una precedente comunicazione “Verso una strategia tematica sull’ambiente urbano” (COM(2004)60), presentata l’11 febbraio 2004, con cui la Commissione ha proposto una serie di azioni nel settore del trasporto urbano sostenibile, individuato, tra gli altri, quale settore prioritario d’intervento per migliorare la qualità dell’ambiente urbano.

 


Articolo 13
(Norme per la riduzione dei costi degli apparati pubblici regionali e locali e a tutela della concorrenza)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Al fine di evitare alterazioni o distorsioni della concorrenza e del mercato e di assicurare la parità degli operatori, le società, a capitale interamente pubblico o misto, costituite dalle amministrazioni pubbliche regionali e locali per la produzione di beni e servizi strumentali all'attività di tali enti, nonché, nei casi consentiti dalla legge, per lo svolgimento esternalizzato di funzioni amministrative di loro competenza, debbono operare esclusivamente con gli enti costituenti ed affidanti, non possono svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati, né in affidamento diretto né con gara, e non possono partecipare ad altre società o enti.

1. Al fine di evitare alterazioni o distorsioni della concorrenza e del mercato e di assicurare la parità degli operatori, le società, a capitale interamente pubblico o misto, costituite o partecipate dalle amministrazioni pubbliche regionali e locali per la produzione di beni e servizi strumentali all'attività di tali enti, in funzione della loro attività, con esclusione dei servizi pubblici locali, nonché, nei casi consentiti dalla legge, per lo svolgimento esternalizzato di funzioni amministrative di loro competenza, devono operare esclusivamente con gli enti costituenti o partecipanti o affidanti, non possono svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati, né in affidamento diretto né con gara, e non possono partecipare ad altre società o enti. Le società che svolgono l'attività di intermediazione finanziaria prevista dal testo unico di cui al decreto legislativo 1o settembre 1993, n. 385, sono escluse dal divieto di partecipazione ad altre società od enti.

2. Le predette società sono ad oggetto sociale esclusivo e non possono agire in violazione delle regole di cui al comma 1.

2. Le società di cui al comma 1 sono ad oggetto sociale esclusivo e non possono agire in violazione delle regole di cui al comma 1.

3. Al fine di assicurare l'effettività delle precedenti disposizioni, le società di cui al comma 1 cessano entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto le attività non consentite. A tale fine possono cedere le attività non consentite a terzi ovvero scorporarle, anche costituendo una separata società da collocare sul mercato, secondo le procedure del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 1994, n. 474, entro ulteriori dodici mesi.

3. Al fine di assicurare l'effettività delle precedenti disposizioni, le società di cui al comma 1 cessano entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto le attività non consentite. A tale fine possono cedere, nel rispetto delle procedure ad evidenza pubblica, le attività non consentite a terzi ovvero scorporarle, anche costituendo una separata società da collocare sul mercato, secondo le procedure del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 1994, n. 474, entro ulteriori diciotto mesi. I contratti relativi alle attività non cedute o scorporate ai sensi del periodo precedente perdono efficacia alla scadenza del termine indicato nel primo periodo del presente comma.

4. I contratti conclusi in violazione delle prescrizioni dei commi 1 e 2 sono nulli.

4. I contratti conclusi, dopo la data di entrata in vigore del presente decreto, in violazione delle prescrizioni dei commi 1 e 2 sono nulli. Restano validi, fatte salve le prescrizioni di cui al comma 3, i contratti conclusi dopo la data di entrata in vigore del presente decreto, ma in esito a procedure di aggiudicazione perfezionate prima della predetta data.

 

 

L'articolo 13 del decreto in esame è intitolato alla riduzione dei costi degli apparati pubblici regionali e locali e a tutela della concorrenza.

 

Il comma 1 dispone limiti all'attività delle società a capitale interamente pubblico o anche misto[103], costituite, o partecipate, dalle amministrazioni pubbliche regionali e locali con le seguenti finalità (verosimilmente aventi riflesso sull'oggetto sociale):

§      per la produzione di beni e servizi strumentali all'attività di tali enti;

§      per lo svolgimento esternalizzato di funzioni amministrative di loro competenza (nei casi consentiti dalla legge, vale a dire per le funzioni "esternalizzabili"; al di fuori di tale condizioni si verserebbe per definizione in ipotesi di illegittimità);

 

Con l’approvazione al Senato dell’emendamento 1.1000 del Governo, interamente sostitutivo, si chiarisce che per produzione di beni e servizi strumentali all’attività di regioni e di enti locali si intendono quelli “in funzione della loro attività”, ad esclusione dei servizi pubblici locali. La disposizione originaria poteva, infatti, sembrare rivolta alle attività di tutte le società gravitanti nell’ambito delle amministrazioni regionale e locali, comprese quelle di gestione ed erogazione dei servizi pubblici locali.

 

La norma potrebbe essere ritenuta rivolta alle società costituite per gli affidamenti "domestici" (c.d. in house)[104], che diverse rilevazioni[105] segnalano essere numerose ed attive anche in settori diversi ed ulteriori rispetto allo svolgimento di attività per il "proprio" ente territoriale.

 

Le società destinatarie della norma sono quelle costituite ... per attività strumentali "di tali enti" o per lo svolgimento (esterno) di funzioni di "loro competenza". Potrebbe essere ritenuto di non univoca interpretazione il riferire tali condizioni - valide in definitiva per identificare quali società siano destinatarie della norma - al singolo ente (il riferimento equivarrebbe a "degli enti che le hanno costituite") o alla generica categoria di enti ("delle amministrazioni pubbliche regionali e locali"); in questo secondo caso la platea di destinatari sarebbe destinata a divenire assai più ampia.

 

Tali società:

1.      debbono operare esclusivamente con gli enti costituenti, partecipanti o affidanti; la norma richiede dunque che le società siano affidatarie di compiti solo da parte degli enti costituenti;

2.      non possono svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati, ne' in affidamento diretto ne' con gara; la norma è complementare a quella precedente, ma specifica l'ininfluenza della modalità di affidamento, se con gara o diretta: neppure la presenza di una gara legittima la società ad assumere servizi per conto di soggetti che non siano gli enti costituenti.

3.      non possono partecipare ad altre società o enti (sono escluse da tale divieto, come specificato dall’emendamento 1.1000, le società di intermediazione finanziaria, la cui attività istituzionale comprende anche l’assunzione di partecipazioni[106]);

4.      sono ad oggetto sociale esclusivo (comma 2).

 

Finalità esplicita di tali disposizioni è quella di evitare alterazioni o distorsioni della concorrenza del mercato e di assicurare la parità degli operatori. Come già osservato, è stato evidenziato come le società di servizi a capitale pubblico affidatarie "in house" spesso operino "extraterritorialmente", vale a dire anche in settori e territori diversi dal proprio.

 

Il comma 2, prevede che le società in questione sono ad oggetto sociale esclusivo e non possono agire in violazione delle regole disposte al comma 1 e sopra riportate. E' il successivo comma 4 a sanzionare specificamente con la nullità i contratti conclusi in violazione delle prescrizioni sopra descritte (di cui ai commi sia 1 che 2).

 

Inoltre, le società predette (comma 3):

1.      cessano entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto le attività non consentite.

2.      in alternativa, cedono le attività non consentite a terzi ovvero le scorporano, anche costituendo una separata società da collocare sul mercato, secondo le procedure del decreto-legge 31 maggio 1994, n. 332, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 1994, n. 474, entro 18 mesi (sono 24 mesi nel testo vigente del decreto legge). Il decreto-legge 332 citato reca norme per l'accelerazione delle procedure di dismissione di partecipazioni dello Stato e degli enti pubblici in società per azioni.

 

Finalità esplicita di tale disposizione è quella di assicurare l'effettività delle precedenti disposizioni. L’emendamento 1.1000 approvato dal Senato, ha aggiunto una norma di chiusura che prevede in caso di inadempienza dell’obbligo di cessione delle attività, la decadenza dei relativi contratti che perdono efficacia allo scadere dei 12 mesi previsti sopra per la cessazione delle attività.

In particolare il richiamato D.L. n. 332/94, per quanto riguarda la parte generale relativa alle procedure di vendita, stabilisce innanzitutto che, in deroga alla legislazione vigente, tutte le operazioni necessarie alle dismissioni delle partecipazioni azionarie dello Stato e degli enti pubblici possono essere compiute anche in difformità dalle norme sulla contabilità generale, con lo scopo di facilitare il processo di privatizzazione. Il decreto poi stabilisce le procedure di vendita che sono due: offerta pubblica di vendita e trattativa diretta con i potenziali acquirenti, ammettendo anche entrambe le procedure. Il decreto precisa che l'alienazione dovrà effettuarsi "di norma" mediante offerta pubblica di vendita.

 

Il comma 4, come anticipato sopra, stabilisce la nullità dei contratti stipulati, dopo l’entrata in vigore del presente provvedimento, in difformità di quanto qui previsto. A seguito di una modifica apportata dal Senato, sono fatti salvi gli effetti dei contratti conclusi dopo l’entrata in vigore del decreto, ma le cui procedure di aggiudicazione si sono concluse prima. Resta, comunque, l’obbligo anche per questa ipotesi di cessione dell’attività entro 12 mesi come prescritto dal comma 3.

 


Articolo 14
(Integrazione dei poteri dell'Autorità garante
della concorrenza e del mercato)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Al capo II della legge 10 ottobre 1990, n. 287, dopo l'articolo 14 sono inseriti i seguenti:

«Art. 14-bis. - (Misure cautelari). - 1. Nei casi di urgenza dovuta al rischio di un danno grave e irreparabile per la concorrenza, l'Autorità può, d'ufficio, ove constati ad un sommario esame la sussistenza di un'infrazione, deliberare l'adozione di misure cautelari.

1. Al capo II del titolo II della legge 10 ottobre 1990, n. 287, dopo l'articolo 14 sono inseriti i seguenti:

«Art. 14-bis. - (Misure cautelari) - 1. Identico.

2.Le decisioni adottate ai sensi del comma 1 sono applicabili per un determinato periodo di tempo e, se necessario ed opportuno, possono essere rinnovate.

2.Le decisioni adottate ai sensi del comma 1 non possono essere in ogni caso rinnovate o prorogate.

3.L'Autorità, quando le imprese non adempiano a una decisione che dispone misure cautelari, può infliggere sanzioni amministrative pecuniarie fino al 3 per cento del fatturato.

3. Identico.

«Art. 14-ter. - (Impegni). - 1.Fino alla decisione di cui all'articolo 15 che accerta la violazione degli articoli 2 o 3 o degli articoli 81 o 82 del Trattato CE, le imprese possono presentare impegni tali da far cessare l'infrazione. L'Autorità, qualora ritenga tali impegni idonei a far cessare l'infrazione, può renderli obbligatori per le imprese e chiudere il procedimento senza accertare l'illecito.

Art. 14-ter. - (Impegni). - 1.Entro tre mesi dalla notifica dell'apertura di un'istruttoria per l'accertamento della violazione degli articoli 2 o 3 della presente legge o degli articoli 81 o 82 del Trattato CE, le imprese possono presentare impegni tali da far venire meno i profili anticoncorrenziali oggetto dell'istruttoria. L'Autorità, valutata l'idoneità di tali impegni, può, nei limiti previsti dall'ordinamento comunitario, renderli obbligatori per le imprese e chiudere il procedimento senza accertare l'infrazione.

2.L'Autorità in caso di mancato rispetto degli impegni resi obbligatori ai sensi del comma 1 può irrogare un sanzione amministrativa pecuniaria fino al 10 per cento del fatturato.

2.L'Autorità in caso di mancato rispetto degli impegni resi obbligatori ai sensi del comma 1 può irrogare una sanzione amministrativa pecuniaria fino al 10 per cento del fatturato.

3.L'Autorità può d'ufficio riaprire il procedimento se:

3. Identico.

a) si modifica la situazione di fatto rispetto ad un elemento su cui si fonda la decisione;

 

b) le imprese interessate contravven­gono agli impegni assunti;

 

c) la decisione si fonda su infor­mazioni trasmesse dalle parti che sono incomplete inesatte o fuorvianti».

 

2. All'articolo 15 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, dopo il comma 2, è aggiunto il seguente:

2. Identico:

«2-bis. L'Autorità, in conformità all'ordinamento comunitario, definisce con proprio provvedimento generale i casi in cui, in virtù della qualificata collaborazione prestata dalle imprese nell'accertamento di infrazioni alle regole di concorrenza, la sanzione ammini­strativa pecuniaria può essere ridotta in misura non superiore alla metà.».

«2-bis. L'Autorità, in conformità all'ordinamento comunitario, definisce con proprio provvedimento generale i casi in cui, in virtù della qualificata collaborazione prestata dalle imprese nell'accertamento di infrazioni alle regole di concorrenza, la sanzione ammini­strativa pecuniaria può essere non applicata ovvero ridotta nelle fattispecie previste dal diritto comunitario.».

 

 

Il comma 1 dell'articolo 14 è volto ad integrare l’articolo 14 della legge 287 del 1990 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato), concernente i poteri dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato in materia di intese restrittive della libertà di concorrenza e di abuso di posizione dominante.

 

Il nuovo articolo 14-bis della legge 287 del 1990, in particolare, attribuisce all'Autorità garante della concorrenza e del mercato il potere di adottare misure cautelari.

Tali misure possono essere deliberate d'ufficio in presenza dei seguenti presupposti:

§      urgenza dovuta al rischio di un danno grave e irreparabile per la concorrenza (c.d. periculum in mora);

§      constatazione, dopo un sommario esame, dell'esistenza di un'infrazione (c.d. fumus boni juris).

 

Le misure cautelari sono applicabili solo per un periodo di tempo determinato e non possono essere, in ogni caso rinnovate o prorogate, diversamente da quanto previsto dal testo originario del decreto legge che prevedeva, se necessario e opportuno, la possibilità di rinnovo (comma 2).

In caso di inadempienza da parte delle imprese alle misure cautelari, l'Autorità può disporre sanzioni amministrative pecuniarie fino al 3 per cento del fatturato (comma 3).

L'attribuzione di poteri cautelari all'Autorità risulta in linea con quanto previsto a livello europeo dal regolamento del Consiglio n. 1/2003 concernente l'applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato istitutivo della Comunità europea, il quale ha abrogato il precedente regolamento n. 17/1962. Il nuovo regolamento ha segnato, nell'ambito della tutela della concorrenza, il passaggio da un sistema centralizzato ad un modello decentrato, attribuendo maggiori poteri alle Autorità nazionali e rafforzando la collaborazione Commissione-Autorità nazionali.

Per ciò che qui interessa, l'articolo 5 del nuovo regolamento ha previsto che le Autorità nazionali sono competenti ad applicare gli articoli 81 e 82 del trattato in casi individuali. A tal fine, agendo d'ufficio o in seguito a denuncia, possono, tra l'altro, "disporre misure cautelari". Tuttavia l'articolo 35 del regolamento prevede che gli Stati possano designare sia le autorità amministrative sia le autorità giurisdizionali per l'applicazione degli artt. 81 e 82. E' così lasciata agli Stati la scelta circa l'assetto istituzionale più appropriato. Inoltre, la legge 287/1990, all'art. 33, conferisce alla corte d'appello la competenza ad emanare provvedimenti d'urgenza. Ciò è per taluni indicativo della scelta effettuata dallo Stato italiano a favore dell'autorità giurisdizionale e ad esclusione dell'autorità amministrativa.

Il suddetto regolamento è entrato in vigore il 1° maggio 2004 e nel giugno 2005 l'Autorità italiana per la prima volta ha deciso di applicare misure cautelari[107]. In tale decisione l'Autorità ha utilizzato due argomenti per giustificare la titolarità del potere.

Innanzitutto, ha richiamato un'ordinanza della Corte di giustizia[108] adottata durante la vigenza del regolamento del 1962 che non attribuiva espressamente poteri cautelari alla Commissione europea. Nonostante ciò la Corte di giustizia in tale sede riconobbe alla Commissione la potestà di emettere provvedimenti provvisori. Richiamando tale precedente, l'Autorità afferma che "la possibilità di intervenire in sede cautelare rappresenta un ordinario strumento di intervento così connaturato all'enforcement della disciplina antitrust da far ritenere superflua, alla Corte di Giustizia, la necessità di una previsione normativa volta a conferire all'autorità agente il potere in questione".

Come secondo argomento, l'Autorità ha fatto riferimento all'articolo 7, comma 2, della legge n. 241/1990 sul procedimento amministrativo. Tale norma fa salva la facoltà dell'amministrazione di adottare provvedimenti cautelari anche prima della comunicazione di avvio del procedimento. Sull'interpretazione della norma citata la dottrina è però divisa: alcuni la considerano come fondativa di un principio generale secondo cui la misura cautelare è un potere implicito in tutti i procedimenti; altri ne danno un'interpretazione restrittiva e ne delimitano l'applicabilità ai soli casi in cui un potere cautelare sia già espressamente attribuito da una specifica norma di legge.

Riguardo all'art. 33, co. 2 della legge 287/1990, che ha attribuito alla corte d'appello la competenza ad adottare provvedimenti d'urgenza, l'Autorità rileva che si tratta di una competenza complementare e non alternativa alla propria in quanto di "private enforcement", cioè un'azione ad iniziativa dei privati.

Rispetto alla situazione appena esposta, il nuovo art. 14-bis chiarisce comunque che l'Autorità ha il potere di adottare d'ufficio misure cautelari.

 

L'articolo 14-ter della legge 287 del 1990, nel testo novellato dal Senato, consente alle imprese la presentazione di impegni tali da far venir meno i profili anticoncorrenziali oggetto di un’istruttoria da parte dell’Autorità, tesa all’accertamento della violazione degli articoli 2 e 3 della presente proposta di legge, ovvero degli articolo 81 o 82 del Trattato CE. La presentazione degli impegni è consentita entro precisi limiti temporali, ossia, entro tre mesi dalla notifica di apertura della suddetta istruttoria. All’Autorità Antitrust è riconosciuta la facoltà - da esercitarsi entro i limiti fissati dall’ordinamento comunitario - di rendere obbligatori gli impegni in esame, una volta che sia stata valutata la loro idoneità (comma 1).

 

Qualora gli impegni resi obbligatori ai sensi del precedente comma non vengano rispettati, l’Autorità può irrogare una sanzione amministrativa pecuniaria fino al 10 per cento del fatturato. Si tratta della stessa sanzione che l'Autorità può irrogare ai sensi dell'articolo 15 della legge 287/90 (comma 2).

All'Autorità è inoltre riconosciuta dal comma 3 la facoltà di riaprire d'ufficio il procedimento nei seguenti casi:

§      in presenza di una modifica della situazione di fatto rispetto ad un elemento su cui si fonda la decisione;

§      se le imprese interessate contravvengono agli impegni assunti;

§      se la decisione si fonda su informazioni incomplete inesatte o fuorvianti trasmesse dalle parti.

 

Anche questa innovazione risulta coerente con quanto previsto dal regolamento (CE) n. 1/2003. All'articolo 5 esso prevede che le Autorità nazionali possono, tra l'altro, "accettare impegni". La disciplina degli impegni per quanto riguarda la Commissione europea è recata dall'articolo 9 e corrisponde a quella del nuovo art. 14-ter. Peraltro nella pratica l'Autorità ha già fatto ricorso a tale potere spingendo le imprese a offrire e adottare spontaneamente impegni ai fini della concessione di esenzioni o della commisurazione della sanzione pecuniaria.

 

Il comma 2 del presente articolo integra il citato articolo 15 della legge 287/1990 aggiungendo il nuovo comma 2-bis .

La nuova disposizione prevede che l'Autorità – conformemente a quanto previsto dall’ordinamento comunitario - definisca con un proprio provvedimento generale i casi in cui la sanzione può non essere applicata ovvero ridotta (il testo originario prevedeva la possibilità di una riduzione fino a metà) in virtù della qualificata collaborazione prestata dalle imprese nell'accertamento di infrazioni.

 

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

(Vedi paragrafo Documenti all’esame delle istituzioni dell’UE, Politiche del mercato interno e della concorrenza, nella scheda relativa all’articolo 2).

 


Articolo 14-bis
(Integrazione dei poteri dell'Autorità
per le garanzie nelle comunicazioni)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

 

1. Ferme restando le competenze assegnate dalla normativa comunitaria e dalla legge 10 ottobre 1990, n. 287, all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, la presentazione di impegni da parte delle imprese inte­ressate è parimenti ammessa nei procedimenti di competenza dell'Au­torità per le garanzie nelle comu­nicazioni in cui occorra promuovere la concorrenza nella fornitura delle reti e servizi di comunicazione elettronica e delle risorse e servizi correlati, ai sensi del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1o agosto 2003, n. 259, salva la disciplina recata dagli articoli 17 e seguenti del medesimo codice per i mercati individuati nelle raccomandazioni comunitarie relative ai mercati rilevanti di prodotti e servizi del settore delle comunicazioni elettroniche.

 

2. Nei casi previsti dal comma 1, l'Autorità per le garanzie nelle comu­nicazioni, qualora ritenga gli impegni proposti idonei ai fini rispettivamente indicati, può approvarli con l'effetto di renderli obbligatori per l'impresa proponente. In caso di mancata attuazione degli impegni resi obbligatori dall'Autorità trovano applicazione le sanzioni previste dalle discipline di settore. Qualora la proposta di impegno provenga da un'impresa incorsa in illecito non ancora punito, l'Autorità tiene conto dell'attuazione dell'impegno da essa approvato ai fini della decisione circa il trattamento sanzionatorio appli­cabile al caso concreto.

 

 

L’articolo in esame – introdotto nel corso dell’esame del provvedimento al Senato - introduce disposizioni recanti integrazione dei poteri dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), in analogia a quanto disposto dall’articolo 14 del decreto legge in esame (vedi supra) per l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM).

 

Il comma 1 prevede che nei procedimenti di competenza dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni diretti alla promozione della concorrenza nella fornitura delle reti e dei servizi di comunicazione elettronica e delle risorse e servizi correlati, ai sensi del codice delle comunicazioni elettroniche[109], è ammessa la presentazione di impegni da parte delle imprese interessate.

 

Il decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, recante codice delle comunicazioni elettroniche, emanato sulla base della norma di delega di cui all'articolo 41, comma 1, della legge 1° agosto 2002, n. 166 (c.d. collegato infrastrutture), ha recepito nell’ordinamento nazionale il pacchetto di direttive sulle “comunicazioni elettroniche” (direttiva “quadro” 2002/21; direttiva sull’accesso 2002/19; direttiva “autorizzazioni” 2002/20; direttiva sul servizio universale 2002/22).

Il D.Lgs. 259/2003 ha introdotto – in attuazione di uno dei principi e criteri direttivi della delega - un codice delle disposizioni legislative in materia di telecomunicazioni che presenta un quadro regolamentare connotato dalle seguenti principali innovazioni:

§      inclusione delle reti di trasporto del segnale televisivo nell’insieme denominato “reti di comunicazione elettronica”, a seguito della constatata tendenziale assimilazione delle tecnologie di trasporto del segnale sulle diverse reti di comunicazione elettronica, astrattamente tutte in grado di trasmettere segnali digitalizzati che riproducono indifferentemente suoni, dati o immagini in movimento;

§      unificazione dei regimi giuridici relativi al titolo che legittima lo svolgimento dell’attività: il sistema della “autorizzazione generale” - che si sostanzia fondamentalmente in una denuncia di inizio attività da parte dell’impresa interessata - assorbe il sistema dualista precedente, articolato in licenze individuali e autorizzazioni generali ;

§      assetto degli obblighi posti a carico degli ex monopolisti, e degli operatori individuati come aventi un significativo potere di mercato, che dipende – nella nuova disciplina - dall’esito di una analisi di mercato e dalla individuazione - caso per caso - delle occorrenti misure, commisurate alle distorsioni da eliminare; diventa dunque fondamentale l’individuazione di un mercato rilevante ai fini della regolamentazione, e l’individuazione di posizioni di significativo potere di mercato in grado di condizionarne il funzionamento. Peraltro, i mercati in cui sono imponibili misure specifiche nei confronti delle imprese che hanno un significativo potere di mercato sono individuati in via preliminare ed in modo uniforme a livello comunitario, anche se non viene esclusa una procedura di identificazione a livello nazionale, soggetta ad una sostanziale ratifica comunitaria, attraverso un procedimento di silenzio-assenso.

 

Si ricorda che l’integrazione dei poteri dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato introdotti dal precedente articolo 14 del decreto legge in esame è stata disposta in linea con quanto previsto a livello europeo dal regolamento del Consiglio n. 1/2003 concernente l'applicazione delle regole di concorrenza di cui agli articoli 81 e 82 del Trattato istitutivo della Comunità europea, che ha abrogato il regolamento n. 17/1962. Il nuovo regolamento ha introdotto, nell'ambito del sistema della tutela della concorrenza, un modello decentrato, attribuendo maggiori poteri alle Autorità nazionali e rafforzando la collaborazione Commissione-Autorità nazionali.

Con riferimento agli impegni, l'articolo 5 del regolamento prevede che le Autorità nazionali possono, tra l'altro, "accettare impegni". La disciplina degli impegni per quanto riguarda la Commissione europea è recata dall'articolo 9 e corrisponde a quella prevista dall’articolo 14-ter della legge 287/1990 introdotto dall’articolo 14 del decreto legge in esame.

 

La disposizione mantiene comunque ferme:

§      le competenze in materia di concorrenza attribuite dalla normativa comunitaria e dalla legge n. 287 del 1990 in capo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato;

§      la disciplina prevista dal codice delle comunicazioni elettroniche per i mercati individuarti nelle Raccomandazioni comunitarie relative ai mercati rilevanti di prodotti e servizi del settore delle comunicazioni elettroniche.

 

Il codice delle comunicazioni elettroniche riprende – agli articoli 17, 18 e 19 - la disciplina europea sui presupposti per l’intervento regolatorio, prevedendo sostanzialmente:

-       la necessità di individuazione dei mercati nazionali rilevanti, al fine della possibile introduzione di obblighi ex ante;

-       la possibilità di sottoporre a regole ex ante solo il mercato non effettivamente concorrenziale;

-       l’imposizione di misure regolatorie ad imprese dotate di significativo potere di mercato, ossia alle imprese che detengono una posizione equivalente ad una posizione dominante, sia singola che collettiva, nel mercato considerato o in un mercato così connesso al mercato in esame da costituire un potenziale di leva volto all’estensione della dominanza su entrambi i mercati;

-       l’imposizione di obblighi appropriati ossia proporzionali al problema concorrenziale da risolvere.

L’articolo 18 del codice stabilisce che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, tenendo in massima considerazione le Raccomandazioni relative ai mercati rilevanti di prodotti e servizi del settore delle comunicazioni elettroniche e le linee direttrici[110], definisce i mercati rilevanti conformemente ai princìpi del diritto della concorrenza e sulla base delle caratteristiche e della struttura del mercato nazionale delle comunicazioni elettroniche. In particolare, l’Autorità è chiamata a definire i mercati sulla base dei principi del diritto della concorrenza, che si sostanziano nella verifica della sostituibilità dei prodotti e servizi dal lato della domanda e, come criterio sussidiario, della sostituibilità dell’offerta, cioè della possibilità per altre imprese di realizzare e immettere rapidamente sul mercato tali prodotti e servizi.

 

Il comma 2 stabilisce che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, qualora ritenga gli impegni proposti idonei ai fini per i quali sono stati presentati, può renderli obbligatori per l’impresa proponente.

In caso di mancato rispetto degli impegni resi obbligatori, trovano applicazione le sanzioni previste dalle discipline di settore.

La proposta di impegno è valutata dall’Autorità ai fini del trattamento sanzionatorio da applicare, qualora l’impegno sia stato presentato da un’impresa incorsa in illecito non ancora punito.

 

Si segnala che andrebbe valutata l’opportunità di formulare la disposizione in esame in termini di novella al codice delle comunicazioni elettroniche, attesa la collocazione in tale fonte normativa di disposizioni che affidano all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni il potere di imposizione di precisi obblighi (obbligo di trasparenza, obbligo di non discriminazione, obbligo di separazione contabile, obblighi in materia di accesso e di uso di determinate risorse di rete, obblighi in materia di controllo dei prezzi e di contabilità dei costi) qualora, in esito all'analisi del mercato, un'impresa venga designata come detentrice di un significativo potere di mercato in un mercato specifico (artt. 46, 47, 48, 49 e 50).

 


Articolo 15
(Disposizione sulla gestione del servizio idrico integrato)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. All'articolo 113, commi 15-bise 15-ter, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, le parole: «31 dicembre 2006» sono sostituite dalle seguenti: «31 dicembre 2007».

1. All'articolo 113, commi 15-bise 15-ter, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, le parole: «31 dicembre 2006» sono sostituite dalle seguenti: «31 dicembre 2006, relativamente al solo servizio idrico integrato al 31 dicembre 2007».

 

 

L'articolo 15, attraverso una novella ai commi 15-bis e 15-ter dell'art. 113 del Testo Unico degli enti locali (TUEL), di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, in tema di gestione delle reti ed erogazione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, posticipa di un anno - dal 31 dicembre 2006 al 31 dicembre 2007, per il solo servizio idrico integrato -il termine previsto per la cessazione delle concessioni rilasciate con procedute diverse dall'evidenza pubblica.

La relazione governativa allegata al decreto in esame precisa che oggetto del posticipo di un anno dei termini previsti dall’art. 113, commi 15-bis e 15-ter, del TUEL è la “gestione del relativo servizio idrico integrato”.

Tuttavia, nel testo originario del decreto legge tale riferimento era ricavabile dalla sola rubrica, mentre è solo grazie all’approvazione, prima dell’emendamento 15.3 (Baldassarri e altri) durante l’esame in sede referente nella Commissione Bilancio del Senato del ddl di conversione, e successivamente dell’emendamento interamente sostitutivo presentato dal Governo, che viene specificato, anche nell’articolato, che la proroga riguarda il solo settore dei servizi idrici.

Si osserva che, senza tale specificazione, il testo della disposizione avrebbe contraddetto la rubrica dell’articolo, in quanto – com’è noto - l’art. 113 del TUEL reca disposizioni di carattere generale, applicabili a tutti i servizi pubblici locali aventi rilevanza economica.

In particolare, essendo stati esclusi dall’ambito di applicazione di tale disciplina generale i servizi di trasporto pubblico locale[111], nonché i servizi di erogazione dell’energia elettrica e del gas[112], le due grandi categorie di servizi pubblici locali che ricadono nell’ambito di applicazione dell’art. 113 sono quello idrico e quello di gestione dei rifiuti.

La disposizione di proroga, come emendata durante l’iter al Senato, è pertanto limitata al servizio idrico. Rimarrebbe invece applicabile ai servizi di gestione dei rifiuti affidati senza gara il termine originario del 31 dicembre 2006, alla scadenza del quale tali concessioni saranno da considerarsi comunque cessate. Si ricorda in proposito che l’art. 204, comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006 (decreto che, sulla base della delega recata dalla legge n. 308 del 2004, ha riordinato e profondamente modificato la normativa in materia ambientale) aveva disposto che proprio “in relazione alla scadenza del termine di cui al comma 15 bis dell’articolo 113 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 l’Autorità d’ambito dispone i nuovi affidamenti, nel rispetto delle disposizioni di cui alla parte quarta del presente decreto, entro nove mesi dall’entrata in vigore della medesima parte quarta”.

Si ricorda, per completezza, che le disposizioni vigenti relative agli affidamenti del servizio idrico sono oggi rinvenibili non solo nell’articolo 113 del TUEL, ma anche nell’articolo 150 del citato decreto legislativo n. 152 del 2006, la cui formulazione non sembra tuttavia incidere sulla portata delle disposizione di proroga in commento.

 

In merito alla disposizione di proroga, appare opportuno ricordare che, pur non esistendo una direttiva comunitaria che disciplina i servizi pubblici locali, tuttavia, in più occasioni la Commissione Europea ha ricordato come le modalità di affidamento di tali servizi, non privi di rilevanza economica, siano comunque assoggettate alle norme dei trattati sulla tutela della concorrenza e come un indefinito protrarsi di concessioni affidate senza procedura di evidenza pubblica sia da considerarsi contrario alla progressiva apertura al mercato richiesta, anche in questi settori, dagli stessi trattati. L’unica eccezione ammessa, sul piano del diritto comunitario, sono i cd. affidamenti “in house”, ma la proroga in commento non sembra riconducibile e tale fattispecie, per la quale è necessaria la sussistenza di determinate condizioni (particolari forme di controllo da parte dell’amministrazione sul soggetto affidatario, capitale interamente pubblico del soggetto affidatario stesso, prevalenza dell’attività svolta con l’ente pubblico rispetto al complesso delle attività svolte dal soggetto affidatario).

 

Nella relazione tecnica allegata si precisa che la disposizione è compresa in un elenco di disposizioni del decreto legge per le quali non sono da determinarsi oneri per la finanza pubblica; al contrario, tali disposizioni sarebbero, secondo la stessa fonte “foriere di benefici effetti per la competitività del sistema produttivo e, quindi, per lo sviluppo economico con possibili riflessi positivi per la finanza pubblica”.

Una valutazione sugli impatti sulla finanza pubblica della disposizione di proroga in commento appare invero alquanto difficile, in quanto gli obiettivi di lungo periodo (privatizzazione e liberalizzazione dl settore) mirano ad un miglioramento complessivo del servizio, congiuntamente ad una riduzione delle risorse pubbliche impegnate nella manutenzione e potenziamento delle reti (con progressivo aumento di risorse provenienti da operatori privati). Pertanto, una proroga della piena operatività di uno dei cardini della riforma (ricorso a procedure di gara) potrebbe configurare effetti (ma comunque indiretti) a carico della finanza locale. Tuttavia, tali effetti sarebbero in ogni caso difficili da quantificare e variabili in base a situazioni locali estremamente differenziate.

 

Allo scopo di ricostruire le complesse vicende della disciplina dei servizi pubblici locali, si ricorda, innanzitutto, che la materia, regolata (prevalentemente ma non solo) dall’art. 113 del Testo unico cui è rivolta la proroga, è stata oggetto – durante la XIV legislatura - di una ampia riforma volta a promuovere la progressiva privatizzazione e liberalizzazione di mercati nei quali tradizionalmente le aziende speciali “municipalizzate” avevano una posizione di preminenza. Tale riforma è stata operata dapprima con l’art. 35 della legge finanziaria per il 2002 (L. 28 dicembre 2001, n. 448) e successivamente completata con il decisivo intervento del decreto legge n. 269 del 2003 (art. 14, comma 1) ed, infine, della legge finanziaria per il 2004 (L. 24 dicembre 2003, n. 350) che ha integrato e chiarito ulteriori aspetti della disciplina.

L’art. 35 della legge n. 448 del 2001 ha riformato interamente la materia la cui regolamentazione risaliva in gran parte alla legge n. 142 del 1990 (artt. 22 e seguenti, successivamente confluiti negli artt. 113 e seguenti del TUEL).

In particolare, l’articolo ha sostituito interamente l’art. 113 del TUEL sulla la gestione delle reti e l’erogazione dei servizi pubblici di rilevanza industriale (ed ha introdotto un nuovo art. 113-bis relativo alla gestione dei servizi pubblici privi di rilevanza industriale).

Di particolare rilievo è l’introduzione del principio generale secondo il quale l’erogazione dei servizi di rilevanza industriale avviene in regime di concorrenza e attraverso l’affidamento del servizio con due condizioni:

1.       il soggetto erogatore del servizio deve essere costituito in forma di società di capitali;

2.       l’affidamento del servizio deve avvenire attraverso l’espletamento di una gara pubblica.

L’ente locale titolare del servizio rimane proprietario delle reti e degli impianti necessari all’erogazione del servizio. L’azienda speciale – tradizionalmente la forma prevalente di gestione dei servizi – è destinata a scomparire progressivamente, dal momento che gli enti locali devono procedere alla trasformazione delle aziende speciali in società per azioni.

Tra le altre disposizioni recate dal citato art. 35, si ricordano, i co. 2, 3 e 4, i quali recavano norme sulla durata delle concessioni per il periodo transitorio, e il co. 5, concernente l’affidamento da parte delle regioni del servizio idrico integrato.

Successivamente è intervenuto l’art. 14 del decreto legge n. 269 del 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, con lo scopo di avviare la riforma (in realtà ancora non completata), e di risolvere un contenzioso a livello europeo nel frattempo sorto (per violazione dei principi di non discriminazione e trasparenza nella disciplina in materia di servizi pubblici locali).

Tra le principali modifiche apportate dal decreto legge alla disciplina previgente si segnalano:

-          la sostituzione della nozione di servizi di rilevanza industriale con quella di servizi di rilevanza economica;

-          la previsione della possibilità di affidare l’erogazione dei servizi di rilevanza economica non esclusivamente a società scelte mediante gara, ma anche a società a capitale misto pubblico-privato, oppure a società interamente pubbliche mediante procedura c.d. in house;

-          la soppressione del regime transitorio previsto dall’art. 35 con la determinazione di una data unica – il 31 dicembre 2006 – entro la quale tutte le gestioni rilasciate con procedure diverse dall’evidenza pubblica cesseranno. Si ricorda, inoltre che i commi 15-bis e 15-ter hanno anche previsto - come già nell’art. 35 previgente – alcune possibilità di ulteriore proroga;

-          l’abolizione del rinvio al regolamento di attuazione, previsto dall’art. 35 e non ancora adottato.

Con riferimento specifico alla soppressione del regime transitorio, il comma 15-bis dell’art. 113 - introdotto dall’art. 14, comma 1, lettera h) – stabiliva, per le ipotesi in cui le norme di settore non prevedevano un congruo periodo di transizione, che le concessioni rilasciate con procedure diverse dall’evidenza pubblica cessassero alla data del 31 dicembre 2006, ex lege e senza necessità di apposita deliberazione dell’ente affidante.

Non cessano invece le concessioni:

§       rilasciate con procedura di evidenza pubblica (che, quindi, giungono a scadenza contrattuale;

§       nei casi in cui la disciplina di settore stabilisce un congruo periodo di transizione;

§       le concessioni affidate in house.

 

Il comma 15-terdell’art. 113 – introdotto, anch’esso, dall’art. 14, comma 1, lett. h-bis) - prevedeva che il termine del 31 dicembre 2006 potesse essere differito:

§       a non più di un anno se, entro il 31 dicembre 2005, si fosse dato luogo, mediante una o più fusioni, alla costituzione di una nuova società capace di servire un bacino di utenza complessivamente non inferiore a due volte quello originariamente servito dalla società maggiore;

§       a non più di due anni se, entro il 31 dicembre 2005, un’impresa affidataria, anche a seguito di una o più fusioni, si fosse trovata ad operare in un ambito corrispondente almeno all’intero territorio provinciale ovvero a quello ottimale, laddove previsto dalle norme vigenti.

In ogni caso il differimento dei termini avrebbe dovuto essere concordato, “caso per caso”, con la Commissione europea.

 

In particolare, con le disposizioni in commento, la data del 31 dicembre 2006 viene sostituita – ma, come si è detto, solo in relazione ai servizi idrici - da quella del 31 dicembre 2007, sia nel corpo del comma 15 bis, sia in quello del comma 15-ter. Pertanto, è quest’ultimo (e non più il 31 dicembre 2006) il termine entro il quale:

§      o la concessione affidata senza procedura di evidenza pubblica dovrà cessare (comma 15 bis),

§      ovvero, la sua cessazione potrà essere differita previo accordo “caso per caso” con la Commissione europea, ma solo ove ricorrano le condizioni tassativamente previste dal comma 15-ter.

 

Si osserva che la formulazione della novella, come emendata durante l’esame al Senato, risulta non del tutto congrua, in particolare nella parte relativa al comma 15-ter dell’art. 113. Infatti il testo del suddetto comma, risulterebbe formulato in modo poco comprensibile: “Il termine del 31 dicembre 2006, relativamente al solo servizio idrico integrato al 31 dicembre 2007, di cui al comma 15-bis, può essere differito …”.

 


Articolo 16, comma 1
(Contratto collettivo 2004-2005 trasporto pubblico locale)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. A parziale modifica di quanto stabilito dall'articolo 1, commi 2 e 3, del decreto-legge 21 febbraio 2005, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 aprile 2005, n. 58, a decorrere dall'anno 2006 l'importo di 60 milioni di euro annui è corrisposto ai servizi di trasporto pubblico locale direttamente dalle regioni individuate con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, del 1o marzo 2006, emanato d'intesa con la Conferenza unificata di cui all'articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, senza dover procedere preliminarmente alla corrispondente riduzione dei trasferimenti erariali nei confronti delle predette regioni.

1. Identico.

 

 

L’articolo 16, comma 1, modifica parzialmente la disciplina relativa allo stanziamento di risorse finanziarie per il rinnovo del contratto collettivo per il trasporto pubblico locale, di cui all’articolo 1, commi 2 e 3, del D.L. 21 febbraio 2005, n. 16[113], convertito dalla L. 22 aprile 2005, n. 58.

 

Si ricorda che l’articolo 1, comma 2, del richiamato D.L. 16 del 2005 ha disposto un’autorizzazione di spesa pari a 260 milioni di euro annui, a decorrere dal 2005, per il finanziamento della spesa relativa al rinnovo del primo biennio (anni 2004-2005) del contratto collettivo nazionale 2004-2007 del trasporto pubblico locale, in applicazione dell'intesa sottoscritta presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri tra i rappresentanti delle associazioni datoriali ed i sindacati in data 18 novembre 2004[114].

Lo stesso articolo 1, comma 2 ha altresì disposto che alla copertura degli oneri derivanti dall’assegnazione delle risorse per il rinnovo del contratto relativo al biennio 2004-2005 si dovesse provvedere:

§       per 200 milioni di euro annui con quota parte delle maggiori entrate derivanti dall’aumento delle aliquote di accisa sulle benzine e sul gasolio usato come carburante, previsto dall’art. 1, comma 9 del D.L. 16 del 2005;

§       per 60 milioni di euro annui mediante corrispondente riduzione dei trasferimenti erariali “attribuiti dal Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato a qualsiasi titolo assegnati a ciascun ente territoriale sulla base del riparto stabilito con il decreto di cui al comma 3” (cfr. infra).Sembrerebbe, pertanto, che la riduzione dei trasferimenti a ciascun ente debba essere effettuata in proporzione alle risorse aggiuntive per il rinnovo del contratto del trasporto pubblico locale attribuite all’ente medesimo.

 

Il successivo comma 3 prevede infatti che le risorse di cui al precedente comma siano assegnate alle regioni e alle province autonome[115], con decreto del Ministro delle infrastrutture, di concerto con il Ministro dell'economia, d'intesa con la Conferenza unificata Stato-regioni. Si precisa che la ripartizione delle risorse dovrà essere effettuata con riferimento alla consistenza del personale in servizio alla data del 30 novembre 2004 presso le aziende di trasporto pubblico locale.

L’ultimo periodo del comma 3 stabilisce altresì che le spese sostenute dagli enti territoriali per la corresponsione alle aziende di trasporto pubblico locale degli importi derivanti dal rinnovo del primo biennio (anni 2004-2005) del contratto collettivo nazionale siano escluse dal patto di stabilità interno. In considerazione delle funzioni svolte non soltanto dalle regioni e dalle province autonome, ma anche dagli enti locali in materia di trasporto pubblico locale, pare che si debba ritenere che l’esclusione riguardi anche quest’ultima categoria di enti territoriali. Sulla base della disposizione in esame, pertanto, le somme che le regioni, le province autonome e gli enti locali trasferiscono alle aziende di trasporto pubblico locale in conseguenza del rinnovo del contratto collettivo, non rientrano nel calcolo complessivo delle spese finali (spese correnti e spese di conto capitale) rilevanti ai fini del patto di stabilità interno per l’anno 2005 e per gli anni successivi.

 

Si ricorda, inoltre, che l’articolo 23, comma 1, del D.L. 355 del 2003, convertito dalla legge n. 48/2004, ha autorizzato la spesa di 337,5 milioni di euro per l’anno 2004 e di 214,3 milioni di euro a decorrere dal 2005 per il rinnovo del contratto collettivo relativo al settore del trasporto pubblico locale[116].

Più precisamente l’importo delle risorse stanziate dal D.L. n. 355 veniva determinato tenendo conto di due elementi:

§       incremento, di carattere strutturale, della retribuzione pari a 81 euro lordi. Il costo è stimato pari a 214,30 milioni di euro;

§       una tantum per il periodo 1° gennaio 2002-30 ottobre 2003 pari a 970 euro. Questa somma veniva coperta per 800 euro dallo Stato e per 170 euro dalle regioni e autonomie locali. Il costo stimato complessivo è pari a circa 148 milioni di euro, di cui 123,20 milioni di diretta competenza dello Stato.

 

In particolare, l’articolo 16, comma 1 in esame dispone che a decorrere dall'anno 2006 l'importo di 60 milioni di euro annui posto a carico delle finanze regionali dalla normativa su richiamata (art. 1, comma 2, del D.L. 16/2005) venga corrisposto ai servizi di trasporto pubblico locale direttamente dalle regioni individuate con il decreto del 1° marzo 2006del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, emanato di concerto con il Ministero dell'economia e delle finanze e d'intesa con la Conferenza unificata, senza dover procedere preliminarmente alla corrispondente riduzione dei trasferimenti erariali nei confronti delle medesime regioni.

In sostanza la disposizione è volta a modificare la procedura di erogazione delle risorse finanziarie per il rinnovo contrattuale, prevedendo che lo Stato trasferisce alle regioni solamente l’importo posto a carico del bilancio statale (200 milioni di euro), mentre le regioni devono provvedere direttamente a corrispondere ai servizi di trasporto pubblico locale i 60 milioni di euro posti a carico del proprio bilancio dalla normativa su citata. In tal modo si semplifica la procedura, eliminando la necessità di procedere alla riduzione dei trasferimenti erariali per l’importo corrispondente ai 60 milioni posti a carico delle regioni.

 

Si rileva, in proposito, che il richiamato decreto ministeriale del 1° marzo 2006, emanato per il riparto delle risorse ai sensi dell’articolo 1, comma 3, del richiamato D.L. 16 del 2005, non risulta ancora pubblicato.

Sotto il profilo della tecnica legislativa, si osserva inoltre che sarebbe opportuno individuare il richiamato decreto ministeriale facendo espresso riferimento al comma 3 dell’articolo 1 del D.L. 16/2005, e non solamente alla data di emanazione dello stesso.

 

La relazione illustrativa che accompagna il disegno di legge di conversione del decreto-legge (A.S. 741) spiega che la modifica alla suddetta normativa si rende necessaria al fine di superare le perplessità manifestate dalla Corte dei Conti, in sede di applicazione del ricordato articolo 1, commi 2 e 3, del decreto legge n. 16 del 2005, sul decreto di variazione al bilancio dello Stato per l' anno 2005 con il quale si è proceduto a disporre la riduzione dei trasferimenti erariali spettanti alle regioni a statuto ordinario, in maniera corrispondente all'onere che la richiamata normativa ha posto a carico delle regioni (60 milioni di euro), a valere sulle somme da attribuire a titolo di compartecipazione all'IVA. Le perplessità, si legge nella relazione illustrativa, sono state manifestate poiché la compartecipazione IVA non configura un trasferimento ma una manifestazione di fiscalità locale.

Inoltre la relazione illustrativa chiarisce che le disposizioni contenute nell'articolo in esame non comportano alcun effetto sostanziale sull’assegnazione di risorse finanziarie disposta per il rinnovo del primo biennio del contratto collettivo 2004-2007 relativo al settore del trasporto pubblico locale. Difatti la modifica (come già detto) è volta soltanto ad eliminare la complessa procedura originariamente prevista, stabilendo che lo Stato, per il rinnovo del contratto in questione, trasferisce alle regioni solamente l’importo posto a effettivo carico del bilancio statale (200 milioni di euro), anziché l’importo lordo di 260 milioni di euro comprensivo della quota di 60 milioni di euro posta a carico delle regioni e successivamente recuperato sui trasferimenti statali.


Articolo 16, comma 2
(Esclusione dal Patto di stabilità interno delle spese in conto capitale per il trasporto su ferro nel territorio della Capitale)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

2. All'articolo 1, comma 147, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Le spese in conto capitale relative agli interventi per il trasporto su ferro ricadenti nel territorio della Capitale della Repubblica sono escluse dal patto di stabilità interno.».

2. Identico.

 

 

Il comma 2 dell'articolo 16 in esame reca modifiche alla disciplina del Patto di stabilità interno per regioni ed enti locali per l’anno 2006, dettata dall’articolo 1, commi da 138 a 150, della legge finanziaria per il 2006 (legge n. 266 del 2005).

In particolare, la disposizione in esame integra il comma 147 della legge n. 266/2005, che reca la esclusione dalle regole del patto di stabilità, per il solo anno 2006, delle spese in conto capitale derivanti da interventi cofinanziati dall'Unione europea, comprese le corrispondenti quote di parte nazionale.

 

Introducendo un ulteriore periodo al comma 147 dell’articolo 1 della legge finanziaria per il 2005, il comma in esame esclude dalla disciplina del Patto di stabilità interno le spese in conto capitale relative agli interventi per il trasporto su ferro ricadenti nel territorio della Capitale della Repubblica.

 

Si ricorda che i commi da 138 a 150 dell’articolo unico della legge finanziaria per il 2006 (legge n. 266/2005) dettano la disciplina del patto di stabilità interno per le regioni e per gli enti localicon riferimento al triennio 2006-2008.

Le citate disposizioni definiscono una disciplina uniforme per tutte le tipologie di enti territoriali, basata sul principio dell’evoluzione controllata della spesa, definendo peraltro vincoli diversificati con riferimento alle spese correnti e alle spese in conto capitale.

In particolare, la disciplina del Patto impone una riduzione delle spese correnti[117] consentendo, invece, una crescita programmata delle spese di investimento.

In particolare, per quanto concerne le spese di conto capitale, il comma 141 stabilisce per ciascun ente un limite all’incremento delle spese in conto capitale nel 2006, calcolato in misura pari al corrispondente ammontare di spese in conto capitale dell'anno 2004, aumentato dell’8,1 per cento.

Con riferimento al complesso delle spese in conto capitale, il comma 143 dell’articolo 1 della legge finanziaria per il 2006 esclude dalla disciplina del Patto di stabilità:

a)       le spese per trasferimenti in conto capitale destinati alle amministrazioni pubbliche, in quanto consolidate nell’ambito del conto economico;

b)       le spese derivanti da concessioni di crediti,in quanto, trattandosi di operazioni finanziarie, non sono rilevanti ai fini del conto economico delle amministrazioni pubbliche[118];

c)       le spese per calamità naturali, per le quali sia stato dichiarato lo stato di emergenza, e le spese sostenute dai comuni per il completamento dell’attuazione delle ordinanze emanate dal Presidente del Consiglio dei ministri a seguito di dichiarazioni di stato di emergenza;

d)       le spese derivanti dall’esercizio di funzioni trasferite o delegate da parte delle regioni ed esercitate dagli enti locali a partire dal 1° gennaio 2005, nei limiti dei corrispondenti trasferimenti finanziari attribuiti dall’amministrazione regionale.

Come già ricordato, limitatamente all’anno 2006, dall’ammontare delle spese in conto capitale soggette al Patto sono escluse le spese in conto capitale cofinanziate dalla Unione europea (comma 147). L’esclusione è relativa anche alle quote di finanziamento di parte nazionale, corrispondenti a quelle cofinanziate dall’Unione europea.

 

La nuova disposizione introdotta nel comma 147 della legge n. 266/2005 esclude pertanto dal computo del complesso delle spese in conto capitale degli enti territoriali, cui si applica il vincolo di incremento stabilito dal comma 139 per le regioni e dal comma 141 per gli enti locali, il complesso delle spese in conto capitale effettuate dal comune di Roma, relative agli interventi per il trasporto su ferro ricadenti nel territorio della Capitale della Repubblica

Tale esclusione sembra riferirsi all’intero triennio.

 

La disposizione comporta un impatto in termini di fabbisogno e di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche pari a 50 milioni di euro per il 2006, 120 milioni di euro per il 2007, 300 milioni di euro per il 2008 e 500 milioni di euro per il 2009.

 

Per quanto concerne l’individuazione delle spese cui si riferisce la norma in esame, la Relazione tecnica fa riferimento ai finanziamenti relativi all’articolo 9 della legge 26 febbraio 1992, n. 211, recante "Interventi nel settore dei sistemi di trasporto rapido di massa".

Sulla base delle indicazioni fornite nella relazione tecnica, la norma richiamata, come successivamente rifinanziata, ha determinato l’autorizzazione di limiti di impegno pluriennali pari a complessivi 205,5 milioni di euro, per interventi a favore del trasporto rapido di massa, a fronte dei quali i comuni interessati possono porre in essere operazioni di mutuo con istituti di credito.

Per quanto concerne, in particolare, il comune di Roma, il governo specifica che tali somme sono finalizzate, tra l'altro, al finanziamento delle linee metropolitane della città di Roma.

A tali spese partecipa anche il comune di Roma con una quota a proprio carico; inoltre il CIPE ha proceduto a deliberare apposite risorse nell'ambito della "legge obiettivo".

La relazione tecnica riporta una tabella riepilogativa del profilo di spesa dell’investimento attivabile a fronte dei limiti di impegno destinati agli interventi per il trasporto su ferro ricadenti nel territorio della Capitale della Repubblica per il periodo 2006-2009:

 

ANNO

Risorse finanziarie (in euro)

TOTALE

Stato

Comune

2006

30.000.000

20.000.000

50.000.000

2007

72.000.000

48.000.000

120.000.000

2008

180.000.000

120.000.000

300.000.000

2009

300.000.000

200.000.000

500.000.000

 

La città di Roma è attualmente impegnata in un'opera di riorganizzazione complessiva del trasporto su ferro, che prevede, con riferimento alle metropolitane, l'ammo­dernamento della linea A, la costruzione delle linee C e B1, nonché la progettazione della linea D. In particolare, la società "Roma Metropolitane s.r.l.", emanazione organica del Comune di Roma che ne è l'unico proprietario e che esercita nei suoi confronti attività di direzione e di coordinamento (ai sensi della deliberazione del Consiglio comunale n 97 del 24 maggio 2004), è chiamata ad occuparsi in concreto dello svolgimento di tutte le funzioni connesse alla realizzazione, all'ampliamento, al prolungamento ed all'ammodernamento delle linee metropolitane della capitale, come si evince dal sito web ufficiale[119] della società, utilizzato come fonte per alcune delle informazioni di seguito riportate.

Si ricorda a tal riguardo che il CIPE, con deliberazione 27 maggio 2005 ha preso atto della modifica del soggetto aggiudicatore, dopo che il Consiglio del Comune di Roma, con delibera del 24 maggio 2004, n. 97, ha ritenuto, in relazione alla rilevanza degli appalti da affidare per l’opera in oggetto, di “accentrare le responsabilità connesse al supporto per la realizzazione dei lavori in capo ad un soggetto appositamente dedicato”. Il soggetto ritenuto più idoneo, sulla scorta di indicazioni già contenute in una memoria di Giunta del 7 ottobre 2003, è stato individuato nella “Servizi Operativi per la Mobilità s.r.l.” (S.O.M. s.r.l.), la cui denominazione sociale è stata poi variata in “Società per la realizzazione delle metropolitane della Città di Roma s.r.l” (abbreviativamente “Roma metropolitane s.r.l.”).

 


Articolo 17, comma 1
(Ferrovie Spa)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Per la prosecuzione degli interventi relativi al «Sistema alta velocità/alta capacità», per l'anno 2006, è concesso un contributo in conto impianti nel limite massimo di 1.800 milioni di euro a favore di Ferrovie dello Stato S.p.A. o a società del gruppo.

1. Identico.

 

 

Il comma 1 detta disposizioni per la concessione di un contributo in conto impianti nel limite massimo di 1.800 milioni di euro, per il solo anno 2006, alle Ferrovie dello Stato Spa o a società del gruppo al fine di consentire la prosecuzione degli interventi per il "Sistema alta velocità /alta capacità".

 

Si rammenta che la realizzazione di una rete europea di treni ad alta velocità – che rappresenta una delle linee guida della politica comunitaria dei trasporti - è stata individuata già dal primo Piano Generale dei Trasporti del 1986.

Il contratto di programma 1991-1992 tra Ministero dei trasporti e FS Spa ha stabilito che il finanziamento della realizzazione del sistema Alta Velocità dovesse essere ripartito tra Stato e privati.

In data 19 luglio 1991 è stata costituita la società TAV (Treno Alta velocità s.p.a.), avente per oggetto sociale la progettazione esecutiva e la costruzione delle linee e delle infrastrutture e di quant'altro occorra ai fini del Sistema Alta Velocità, nonché lo sfruttamento economico delle stesse, finalizzato al recupero ed alla remunerazione del capitale investito da parte della società stessa. Al capitale sociale della società hanno partecipato per il 55,5 % istituti di credito italiani ed esteri, e per il restante 45,5% FS.

Nel 1998 Ferrovie dello Stato - ormai trasformatasi da ente pubblico in società per azioni - ha acquisito il controllo del 100% della società TAV Spa, che è diventata così la società di scopo di FS s.p.a. -Rete Ferroviaria Italiana (RFI) per la progettazione e la costruzione delle linee ferroviarie veloci (Alta Velocità/Alta Capacità[120]) da realizzare lungo le principali direttrici di trasporto del Paese,.

L'articolo 75 della legge 289/2002 (legge finanziaria per il 2003) ha recato - per quanto concerne i primi quattro commi - disposizioni in materia di finanziamenti per la realizzazione della infrastruttura ferroviaria per il sistema Alta velocità/Alta capacità, nel quadro di una impostazione affermata dai documenti di programmazione economico-finanziaria, secondo la quale occorre promuovere un sostanziale coinvolgimento del settore privato nella realizzazione e gestione degli investimenti pubblici.

In particolare, l’articolo ha affidato alla società Infrastrutture s.p.a. (ISPA)[121] il compito di finanziare prioritariamente, anche attraverso la costituzione di uno o più patrimoni separati, gli investimenti per la realizzazione della infrastruttura ferroviaria destinata al sistema Alta velocità/Alta capacità, anche allo scopo di ridurre la quota a carico dello Stato, reperendo le risorse necessarie mediante ricorso al mercato bancario e al mercato dei capitali. L’equilibrio economico-finanziario della società è garantito da una disposizione che prevede che in caso di oneri per Infrastrutture S.p.A, non adeguatamente remunerabili utilizzando i soli flussi di cassa previsionali per lo sfruttamento economico del “Sistema AV/AC”, l’equilibrio sia a carico dallo Stato.

L'articolo 75, comma 5, ha poi stabilito che il Gestore dell’infrastruttura ferroviaria (RFI) fosse autorizzato a compensare gli oneri di manutenzione ordinaria dell’infrastruttura anche attraverso l’utilizzazione del Fondo di ristrutturazione, previsto all’articolo 43, comma 5, della legge 448/1998, in cui si prevede che il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica autorizza la società Ferrovie dello Stato Spa a costituire, a valere sul proprio netto patrimoniale, un fondo di ristrutturazione di importo pari al valore netto dell'infrastruttura risultante dal bilancio al 31 dicembre 1997.

La legge finanziaria per il 2006 ha infine recato diverse disposizioni incidenti sul sistema Alta velocità/Alta capacità, in particolare:

§       i commi da 79 a 83 dell’articolo unico dispongono la fusione per incorporazione della Infrastrutture s.p.a. nella Cassa depositi e prestiti s.p.a., che continua a svolgere, attraverso il patrimonio separato, le attività connesse agli interventi finanziari intrapresi da Infrastrutture Spa fino al 1° gennaio 2006, ai sensi dell’articolo 75 della legge finanziaria per il 2003 .

Le obbligazioni emesse ed i mutui contratti da Infrastrutture Spa fino al 1° gennaio 2006 sono integralmente garantiti dallo Stato, ferme restando le previsioni del richiamato articolo 75 della legge finanziaria per il 2003.

Al finanziamento degli investimenti per la realizzazione della infrastruttura ferroviaria per il sistema alta velocità/alta capacità, continuano, così, ad applicarsi le disposizioni concernenti Infrastrutture Spa, ivi comprese quelle relative al regime fiscale e al patrimonio separato;

§       il comma 84 prevede la concessione alla società Ferrovie dello Stato Spa o a società del gruppo di contributi per 15 anni di 85 milioni di euro a decorrere dal 2006 e di 100 milioni di euro a decorrere dal 2007 per la prosecuzione degli interventi relativi al “Sistema alta velocità/alta capacità”, nonché la concessione alle stesse di ulteriori contributi per 15 anni, di 15 milioni di euro annui a decorrere dal 2006. al fine di finanziare le attività preliminari ai lavori di costruzione, nonché le attività e i lavori – da avviare in via anticipata – delle linee AV/AC Milano -Genova e Milano – Verona, incluso il nodo di Verona.

 


Articolo 17, comma 2
(ANAS)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

2. All'articolo 1, comma 32, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, come modificato dall'articolo 3 del decreto-legge 6 marzo 2006, n. 68, convertito, con modificazioni, dall'articolo 1 della legge 24 marzo 2006, n. 127, le parole: «1.913 milioni» sono sostituite dalle seguenti: «2.913 milioni».

2. All'articolo 1, comma 32, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, come modificato dall'articolo 3 del decreto-legge 6 marzo 2006, n. 68, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2006, n. 127, le parole: «1.913 milioni» sono sostituite dalle seguenti: «2.913 milioni». Le risorse integrative di cui al presente comma devono essere utilizzate esclusivamente per i cantieri aperti.

 

 

Il comma 2 dell'articolo 17 novella l'articolo 1, comma 32, della legge finanziaria 2006 (legge 23 dicembre 2005, n. 266), nel testo già novellato dall'articolo 3 del decreto-legge 6 marzo 2006, n. 68, elevando per l'anno 2006 il limite dei pagamenti per spese di investimento di ANAS Spa, ivi compresi quelli a valere sulle risorse derivanti dall'accensione dei mutui, da 1.913 a 2.913 milioni di euro.

Durante l’iter al Senato, è stato aggiunto un ulteriore periodo al comma 2 in virtù del quale le risorse integrative di 1 miliardo di euro, in esso previste, dovranno essere utilizzate esclusivamente per i cantieri aperti.

Si ricorda che l’obiettivo di privilegiare, nell’assegnazione delle risorse, le opere stradali già iniziate rispetto al complesso delle opere elencate nei documenti di programmazione, era già stato indicato dal Governo durante l’esame del DPEF per gli anni 2007-2011[122], ove, proprio in tale sede, era stata sottolineata la necessità di permettere all’ANAS di portare a termine le opere già cantierate “…sulle quali il Governo intende investire, come peraltro ha recentemente dimostrato con l'innalzamento del limite dei pagamenti di ANAS e RFI, al fine di evitare la chiusura dei cantieri”.

Si ricorda che la formulazione originaria dell’art. 1, comma 32, della legge finanziaria 2006 fissava il limite dei pagamenti per spese di investimento di ANAS s. p. a in 1.700 milioni di euro. Successivamente, l’art. 3 del decreto legge n. 68 del 6 marzo 2006, recante "Misure urgenti per il reimpiego di lavoratori ultracinquantenni e proroga dei contratti di solidarietà, nonché disposizioni finanziarie", convertito, con modificazioni, dall'art. 1 delle legge 24 marzo 2006, n. 127, ha novellato la disposizione sopra citata, innalzando il limite da 1.700 a 1.913 milioni di euro.

Si ricorda che la situazione di ANAS S.p.a, all’indomani dell’approvazione della legge finanziaria 2006, è stata oggetto di specifica attenzione anche a livello parlamentare. In particolare, il Ministro delle infrastrutture, on. Antonio Di Pietro, audito dalla Commissione ambiente e lavori pubblici della Camera dei deputati – in data 27 giugno 2006 – e dalla Commissione trasporti - in data 28 giugno 2006 – ha rilevato la necessità di reperire urgentemente, pena la chiusura dei cantieri, risorse pari circa ad 1 miliardo di euro.

 


Articolo 17-bis
(Deroga ai limiti alle spese per le autorità portuali)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

 

1. All'articolo 34-septies del decreto-legge 10 gennaio 2006, n. 4, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 marzo 2006, n. 80, sono apportate le seguenti modifiche:

 

a) al comma 1, le parole: «nei limiti di 30 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2006 e 2007» sono sostituite dalle seguenti: «nei limiti di 60 milioni di euro per l'anno 2006 e di 90 milioni di euro per l'anno 2007»;

 

b) al comma 3, le parole: «30 milioni di euro per ciascuno degli anni 2006 e 2007» sono sostituite dalle seguenti: «60 milioni di euro per l'anno 2006 e 90 milioni di euro per l'anno 2007».

 

 

L’articolo 17-bis, introdotto dal Senato, novella l’articolo 34-septies del D.L. 10 gennaio 2006, n. 4 (convertito con modificazioni, dalla legge n. 80/2006) aumentando il limite entro cui le autorità portuali sono autorizzate a derogare nel 2006 e nel 2007 ai limiti di incremento alla spesa stabiliti per gli enti pubblici non territoriali dalla legge finanziaria 2005 (articolo 1, comma 57, legge n. 311 del 2004).

 

Il comma 57 della legge finanziaria 2005disciplina le modalità di contenimento delle spese degli enti pubblici non territoriali nel triennio 2005-2007 (con esclusione degli enti previdenziali, del servizio sanitario nazionale e del sistema universitario), in coerenza con la regola generale di evoluzione della spesa complessiva delle amministrazioni pubbliche - la cd. regola del 2 per cento - prevista, quale strumento generale di controllo delle dinamiche di spesa, dal comma 5 della legge finanziaria medesima.

In particolare, il comma 57 ha fissato per gli enti pubblici non territoriali - tra i quali rientrano anche le Autorità portuali - un limite massimo all’incremento della spesa nel 2005, al netto delle spese di personale, del 4,5% rispetto all’ammontare delle spese effettuate nell’anno 2003.

Per gli anni 2006 e 2007, il limite all’incremento della spesa è fissato al 2% rispetto al livello della spesa programmato per l’anno precedente, sempre al netto della spesa per personale.

La norma esclude dall’applicazione del limite all’incremento della spesa le Casse di previdenza, le altre associazioni e fondazioni di diritto privato e gli enti del sistema camerale (Unioncamere e Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura).

Con successivi provvedimenti normativi sono state stabilite ulteriori esclusioni dall’applicazione della regola del 2 per cento, che hanno riguardato i progetti dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica, finanziati con contributi non statali (art. 1, comma 404, della legge n. 266/2005); il Registro italiano dighe, nel limite di spesa di 50 milioni di euro per l’anno 2006, al fine di assicurare l’espletamento della messa in sicurezza delle grandi dighe fuori esercizio (art. 2 del D.L. 6 marzo 2006, n. 68, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 127/2006); nonché le Autorità portuali.

 

L’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 1, comma 57 della legge finanziaria per il 2005 nei confronti delle Autorità portuali, sono state limitate a seguito dell’intervento di specifici interventi normativi.

In particolare:

§      l’articolo 14-ter del D.L. 30 giugno 2005, n. 115 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 168/2005) ha disposto l’esclusione dalla regola del 2 per cento delle autorità portuali istituite a decorrere dall’anno 2001, ai sensi dell'art. 6, comma 8, della legge n. 84/1994, e i cui organi rappresentativi siano stati nominati a decorrere dall'anno 2003.

L’esclusione si applicava, tuttavia, con riferimento al solo anno 2005.

§      l’articolo 34-septies del D.L. 10 gennaio 2006, n. 4 (convertito, con modificazioni, dalla legge n. 80/2006) ha disposto per gli anni 2006 e 2007, in favore di tutte le autorità portuali istituite ai sensi della legge n. 84/1994, la deroga all’applicazione delle disposizioni previste dal comma 57 dell’articolo 1 della legge finanziaria 2005, nei limiti di spesa di 30 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2006 e 2007.

Le disposizioni attuative della norma, volte ad assicurare il rispetto del limite di spesa di 30 milioni di euro, saranno stabilite con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da adottare d'intesa con il Ministro dell'economia e delle finanze. Tale decreto non risulta ancora emanato.

 

L’articolo 17-bis, comma 1,in esame interviene sulla citata normativa aumentando da 30 milioni a 60 milioni di euro per il 2006 e a 90 milioni di euro per il 2007 il limite massimo di spese che possono essere effettuate dalla Autorità portuali in deroga all’art. 1, comma 57, della legge finanziaria per il 2005.

 

Ai fini della compensazione degli effetti finanziari sui saldi di finanza pubblica, il comma 2 novella altresì la norma di copertura finanziaria, recata dal comma 3 dell’articolo 34-septies del D.L. n. 4/2006, al fine di provvedere agli ulteriori oneri recati dalla novella in esame.

Gli ulteriori oneri, quantificati in 30 milioni di euro per il 2006 e in 60 milioni di euro per il 2007, sono posti a valere sul fondo speciale di conto capitale, utilizzando allo scopo l’accantonamento relativo al Ministero dell'economia e delle finanze.

 


Articolo 18, comma 1
(Integrazione del Fondo nazionale per il servizio civile)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. La dotazione del Fondo nazionale per il servizio civile di cui all'articolo 19 della legge 8 luglio 1998, n. 230, come determinata dalla tabella C della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è integrata di 30 milioni di euro per l'anno 2006.

1. Identico.

 

 

La disposizione in esame prevede un incremento pari a 30 milioni per l’anno 2006 della dotazione - determinata dalla tabella C della legge finanziaria per il 2006 (legge 23 dicembre 2005, n. 266) - del Fondo nazionale per il servizio civile.

 

La tabella seguente evidenzia l’impatto della norma sugli stanziamenti previsti dalla legge finanziaria 2006:

 

TABELLA C (Legge finanziaria 2006)

Stanziamenti autorizzati in relazione a disposizioni di legge la cui quantificazione annua è demandata alla legge finanziaria

OGGETTO DEL PROVVEDIMENTO

2006

2007

2008

Ministero dell'economia e delle finanze

(migliaia di euro)

Legge n. 230 del 1998: Nuove norme in materia di obiezione di coscienza: - Art. 19: Fondo nazionale per il servizio civile (3.1.1.16 - Presidenza del Consiglio dei ministri - Servizio civile nazionale - cap. 2185)

207.760

207.760

207.760

Modifiche recate dal D.L.

+30.000

0

0

Stanziamenti risultanti

237.760

207.760

207.760

 

 

Il Fondo nazionale per il servizio civile è stato istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri dall’articolo 19 della legge n. 230 del 1998[123]. Ai sensi dell’art. 11, co. 1, della legge n. 64 del 2001[124] il Fondo è costituito:

a) dalla specifica assegnazione annuale iscritta nel bilancio dello Stato;

b) dagli stanziamenti per il servizio civile nazionale disposti da regioni, province, enti locali, enti pubblici e fondazioni bancarie;

c) dalle donazioni di soggetti pubblici e privati.

Gli stanziamenti del Fondo nazionale per il servizio civile sono destinati, fra l’altro, a finanziare le spese di funzionamento dell’Ufficio nazionale per il servizio civile, il quale cura l'organizzazione, l'attuazione e lo svolgimento del Servizio civile nazionale.

 

Si ricorda che l’articolo 1, comma 6, del decreto-legge n. 181 del 2006[125], con il quale si proceduto al riordino delle attribuzioni della Presidenza del Consiglio dei ministri e dei Ministeri, ha, tra l’altro, disposto il trasferimento delle funzioni in materia di organizzazione, indirizzo e controllo del Servizio civile nazionale, in precedenza esercitate dalla Presidenza del Consiglio, al Ministero della solidarietà sociale, contestualmente istituito dalla medesima disposizione del decreto-legge.

 


Articolo 18, comma 2
(Integrazione del Fondo nazionale per le politiche sociali)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

2. La dotazione del Fondo per le politiche sociali di cui all'articolo 20, comma 8, della legge 8 novembre 2000, n. 328, come determinata dalla tabella C della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è integrata di 300 milioni di euro annui per il triennio 2006-2008.

2. La dotazione del Fondo nazionale per le politiche sociali di cui all'articolo 20, comma 8, della legge 8 novembre 2000, n. 328, come determinata dalla tabella C della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è integrata di 300 milioni di euro annui per il triennio 2006-2008.

 

 

Il comma 2 provvede ad integrare la dotazione del Fondo nazionale per le politiche sociali di cui all’art. 20, comma 8, della legge n. 328 del 2000. L'integrazione è pari a 300 milioni di euro per ciascuno degli anni del periodo 2006-2008.

 

Nella seguente tabella, si riporta il quadro delle nuove dotazioni del Fondo per il suddetto triennio.

 

Legge n. 328 del 2000: Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali: - Art. 20, comma 8: Fondo da ripartire per le politiche sociali (7.1.5.2 - Fondo per le politiche sociali - cap. 3671)

 

2006

2007

2008

(migliaia di euro)

Tabella C della Legge finanziaria 2006

1.157.000

1.161.000

1.161.000

comma 429 dell'art. 1 della Legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Legge finan­ziaria 2006)

- 3.000

- 3.000

- 3.000

stanziamento di Bilancio - 7.1.5.2 - Fondo da ripartire per le politiche sociali - cap. 3671

1.154.000

1.158.000

1.158.000

articolo 18, comma 2, del presente decreto-legge

+ 300.000

+ 300.000

+ 300.000

Nuovo stanziamento

1.454.000

1.458.000

1.458.000

 

 

Va sottolineato che nel Fondo nazionale per le politiche sociali, nella sua dizione più ampia, confluiscono anche altre risorse afferenti al bilancio del Ministero del lavoro e delle politiche sociali (che peraltro è stato oggetto di un importante riorganizzazione con il decreto-legge con il decreto-legge n. 181/2006).

Nel corso degli anni scorsi si è registrato un incremento delle risorse complessive del Fondo fino al 2004, cui a fatto seguito una riduzione degli stanziamenti, così come riassunti nella tabella seguente.

 

Anno

Risorse complessive del Fondo nazionale per le politiche sociali

2001

1.590.713.072

2002

1.622.889.199

2003

1.716.555.931

2004

1.884.346.940(a)

2005

2006

1.308.080.940

1.308.080.940

 

(a) Tale importo comprende anche 150.000.000 euro relativi all’ex Fondo per gli asili nido.

 

Si ricorda inoltre che la legge n. 289/2002(finanziaria per il 2003, art. 46) ha modificato la disciplina relativa al Fondo, facendovi confluire gli stanziamenti previsti per numerosi interventi disciplinati da altre disposizioni. Tali stanziamenti affluiscono “senza vincolo di destinazione”, fatta eccezione per le risorse destinate a soddisfare diritti soggettivi. La ripartizione per le diverse finalità avviene con decreto annuale del Ministro del lavoro e delle politiche sociali (ora del Ministro della solidarietà sociale), d’intesa con la Conferenza unificata Stato ed autonomie locali.

Sulla base del più recente decreto di riparto (relativo all’anno 2005) la quota molto consistente è stata assegnata all’INPS per l’attribuzione degli assegni di maternità e per i nuclei familiari (706 milioni circa); una quota rilevante delle risorse (518 milioni) è gestita dalle Regioni, che decidono autonomamente la loro destinazione[126] (proprio tale quota si è significativamente ridotta a partire dal 2005, in conseguenza della riduzione complessiva delle risorse del Fondo). Le risorse finanziarie gestite direttamente dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali sono invece pari a 39 milioni circa.

 

(Per un’analisi più approfondita dell’evoluzione normativa del Fondo vedi il dossier documentazione e ricerche del Servizio Studi n. 126 della scorsa legislatura)

 


Articolo 18, comma 3
(Fondo Unico Spettacolo - FUS)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

3. La dotazione del Fondo unico per lo spettacolo di cui alla legge 30 aprile 1985, n. 163, come determinata dalla tabella C della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è integrata di 50 milioni di euro annui per il triennio 2006-2008.

3. Identico.

 

Il comma 3 integra la dotazione del Fondo unico per lo spettacolo (FUS) di 50 milioni di euro annui per ciascuno degli anni 2006, 2007 e 2008.

 

Si ricorda che la legge 30 aprile 1985, n. 163, recante Nuova disciplina degli interventi dello Stato a favore dello spettacolo, ha unificato la spesa per lo spettacolo, affidata in precedenza a singoli provvedimenti di carattere settoriale. L’art. 1 della legge ha infatti istituito nello stato di previsione del Ministero del turismo e dello spettacolo (oggi, del Ministero per i beni e le attività culturali) il Fondo unico per lo spettacolo (FUS), destinato a finanziare le diverse attività e alimentato da un importo da definirsi annualmente in sede di legge finanziaria (tabella C). Inoltre, ai sensi dell’art. 6 della citata legge, il Ministro per i beni e le attività culturali presenta annualmente al Parlamento una relazione sulla utilizzazione del F.U.S. e sull’andamento complessivo dello spettacolo[127].

Il decreto-legge 18 febbraio 2003, n. 24, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 aprile 2003, n. 82[128], aveva introdotto una disciplina transitoria rimettendo la determinazione delle aliquote di ripartizione annuale del Fondo unico per lo spettacolo a decreti del Ministro per i beni e le attività culturali non aventi natura regolamentare. Tale decreto è stato oggetto della pronuncia della Corte costituzionale n. 255 del 2004 che, pur confermando la legittimità della norma in quanto introdotta in via transitoria, segnalava tuttavia l’esigenza di prevedere opportuni strumenti di collaborazione con il sistema delle autonomie regionali[129]. La disciplina transitoria è stata poi confermata per l’anno 2005 dal decreto-legge 30 dicembre 2004, n. 314[130], convertito, con modificazioni, dalla legge 1 marzo 2005, n. 26.

Alla sistemazione definitiva della materia ha quindi provveduto la legge 15 novembre 2005, n. 239[131], che, in linea con quanto previsto dalla sentenza della Corte costituzionale n. 255 del 2004, ha introdotto l’intesa con la Conferenza unificata nella procedura di adozione dei decreti ministeriali concernenti i criteri e le modalità di erogazione dei contributi del FUS alle attività dello spettacolo previsti dal DL n. 24 del 2003 e ha eliminato la cadenza annuale per l’adozione dei citati decreti.

 

La tabella C della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (legge finanziaria 2006) stabilisce l'ammontare del FUS in una dotazione di 377,3 milioni di euro per il 2006, di 294 milioni di euro per il 2007 e di 294 milioni di euro per il 2008.

La tabella seguente indica la dotazione del FUS con le modifiche apportate dal presente decreto-legge.

 

Segue infine una tabella che riporta gli stanziamenti del FUS nelle leggi finanziarie dal 2000 al 2006.

Si ricorda a tale proposito che, per quanto concerne l’anno 2004, il D.L. 72/2004[132] ha previsto l’utilizzo a favore del sostegno al cinema e alle attività di spettacolo, nonché per la Arcus s.p.a., di 90 milioni di euro provenienti dal gioco del lottosecondo le modalità definite dall’articolo 3, comma 83, della legge 23 dicembre 1996, n. 662[133].

 

TABELLA C (Legge finanziaria 2006)

Stanziamenti autorizzati in relazione a disposizioni di legge la cui quantificazione annua è demandata alla legge finanziaria

OGGETTO DEL PROVVEDIMENTO

2006

2007

2008

Ministero per i beni e le attività culturali

(migliaia di euro)

Legge n. 163 del 1985: Nuova disciplina degli interventi dello Stato a favore dello spettacolo (5.1.2.2 - Fondo unico per lo spettacolo - capp. 2641, 2642,2643, 2644, 2645, 2646, 2647) (5.2.3.9 - Fondo unico per lo spettacolo - capp. 8218, 8219, 8220, 8221, 8222, 8223)

377.301

294.000

294.000

D.L. 4 luglio 2006, n. 223

+50.000

+50.000

+50.000

Stanziamenti definitivi

427.301

344.000

344.000


Gli stanziamenti per il FUS
nelle leggi finanziarie dal 2000 al 2006

(migliaia di euro)

 

 

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

Legge finanziaria 2000

500.963

500.963

506.127

 

 

 

 

 

 

Legge finanziaria 2001

 

516.456

521.621

521.621

 

 

 

 

 

Legge finanziaria 2002

 

 

500.990

506.629

505.840

 

 

 

 

Legge finanziaria 2003

 

 

 

506.629

500.000

500.000

 

 

 

Legge finanziaria 2004

 

 

 

 

500.000

500.000

500.000

 

 

Legge finanziaria 2005

 

 

 

 

 

464.590

453.675

454.995

 

Legge finanziaria2006

 

 

 

 

 

 

377.301

294.000

294.000

 


Articolo 18-bis
(Lotta agli incendi boschivi del Corpo forestale dello Stato)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

 

1. Per le esigenze operative del Corpo forestale dello Stato connesse alle attività antincendi boschivi di competenza, è autorizzata la spesa di 4 milioni di euro per l'anno 2006 e di 10 milioni di euro annui a decorrere dal 2007.

 

2. All'onere di cui al comma 1, si provvede mediante corrispondente riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 2006-2008, nell'ambito dell'unità previsionale di base di parte corrente «Fondo speciale» dello stato di previsione del Ministero dell'economia e delle finanze per l'anno 2006, allo scopo parzial­mente utilizzando i seguenti accanto­namenti: per l'anno 2006, quanto a 3.550.000 euro l'accantonamento rela­tivo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, a 250.000 euro quello relativo al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e a 200.000 euro quello relativo al Ministero per i beni e le attività culturali; per l'anno 2007, quanto a 3.100.000 euro l'accantona­mento relativo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, a 5.000.000 di euro quello relativo al Ministero degli affari esteri, a 500.000 euro quello relativo al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e a 1.400.000 euro quello relativo al Ministero delle politiche agricole e forestali; per l'anno 2008, quanto a 5.650.000 euro l'accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri, a 1.550.000 euro quello relativo al Ministero dell'istru­zione, dell'università e della ricerca, a 1.900.000 euro quello relativo al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio, a 500.000 euro quello relativo al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e a 400.000 euro quello relativo al Ministero delle politiche agricole e forestali.

 

3. Il Ministro dell'economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

 

 

L’articolo 18-bis, introdotto al Senato, autorizza la spesa di 4 milioni di euro per l’anno 2006 e di 10 milioni di euro annui a decorrere dal 2007 per le esigenze operative del Corpo forestale dello Stato connesse alle attività di lotta agli incendi boschivi[134].

La copertura degli oneri è assicurata mediante riduzione del Fondo speciale di parte corrente del Ministero dell’economia e delle finanze per gli anni 2006-2008, utilizzando, in diversa misura, gli accantonamenti dei Ministeri del lavoro, delle infrastrutture, dei beni culturali, degli affari esteri, delle politiche agricole, della pubblica istruzione e dell’ambiente.

 

Nel corso della XIV legislatura è stata approvata la legge 6 febbraio 2004, n. 36 recante Nuovo ordinamento del Corpo Forestale dello Stato, che con l'articolo 1 ha definito la natura e i compiti istituzionali del C.F.S. riconoscendone la qualifica di forza di polizia e le funzioni di tutela del patrimonio agroforestale; esso svolge anche attività di polizia giudiziaria e di repressione dei reati contro il patrimonio agroambientale del Paese.

L'articolo 2 disciplina più dettagliatamente le funzioni, che possono così essere individuate:

-       attività di ordine e sicurezza pubblica, in particolare relativamente ai territori montani ed alle aree rurali;

-       attività di sorveglianza controllo e repressione dei reati ambientali, anche in attuazione di convenzioni internazionali e di normative comunitarie;

-       attività di controllo volta al rispetto delle norme in materia di sicurezza alimentare e biosicurezza in genere;

-       pubblico soccorso ed interventi di rilievo nazionale di protezione civile su tutto il territorio nazionale anche con riferimento alla lotta agli incendi boschivi e all’utilizzo di mezzi aerei per il loro spegnimento;

-       attività di studio in merito alla rilevazione qualitativa e quantitativa delle risorse forestale;

-       attività di supporto al Ministero delle politiche agricole nella rappresentanza degli interessi forestali nazionali in sede comunitaria ed internazionale e nel raccordo con le politiche forestali regionali;

-       reclutamento, formazione e gestione del proprio personale

-       ogni altro compito assegnatogli dalla legislazione vigente.

L'articolo 3 stabilisce che il Corpo opera alle dipendenze del Ministro delle politiche agricole, fatta salva: la dipendenza funzionale dal Ministero dell'interno per gli interventi di l’ordine e la sicurezza pubblica, il pubblico soccorso e la protezione civile; e la dipendenza dal Ministero dell’ambiente per tutta l’attività di tutela ambientale del territorio.

Con l'articolo 4 sono regolati i rapporti tra il Corpo forestale dello Stato e le regioni. Qualora le stesse non intendano istituire propri servizi tecnici forestali, il Ministero delle politiche agricole può stipulare convenzioni per l'affidamento al Corpo forestale di compiti e funzioni proprie delle regioni medesime.

Viene, altresì, istituito un Comitato di coordinamento delle attività del Corpo forestale dello Stato con quelle dei servizi tecnici regionali.

Per quanto riguarda l’assegnazione delle necessarie risorse per l’espletamento dei propri compiti, va rammentato il decreto legge 19 aprile 2002, n. 68, recante Disposizioni urgenti per il settore zootecnico e per la lotta gli incendi boschivi, che con l’articolo 2 aveva assegnato al CFS, per la propria attività di contrasto agli incendi, 25.822.844 euro per ciascuno degli anni 2002, 2003 e 2004. A decorrere dal 2005 si può procedere al rifinanziamento della norma con l’iscrizione di un’autorizzazione di spesa nella tabella D della legge finanziaria, riservata alle spese in conto capitale.

 

In merito agli incendi boschivi, il problema ha assunto dimensioni a dir poco drammatiche nell’ultimo decennio, nel quale sono andati perduti sul territorio nazionale più di 500 mila ettari di bosco, causando un danno al quale non si è potuto porre rimedio nemmeno con l’attività di rimboschimento e di la ricostituzione boschiva messa in atto.

Con la legge 21 novembre 2000, n. 353, Legge quadro in materia di incendi boschivi, l’Italia si è dotata di uno strumento importante nella lotta agli incendi, le cui principali disposizioni riguardano il rafforzamento del ruolo delle regioni e degli enti locali, la previsione di una articolata attività di programmazione e di coordinamento tra le regioni e lo Stato nella lotta attiva contro gli incendi, l'ampliamento tematico dei piani regionali di prevenzione e un nuovo sistema sanzionatorio. Particolare attenzione nel corpo della legge è dedicato alla eliminazione delle cause che originano i cosiddetti incendi per “interessi”, attraverso l’introduzione di particolari vincoli sulle aree percorse dal fuoco. Tuttavia questa legge risulta ancora largamente disattesa nel nostro territorio. Infatti, secondo i dati diffusi da Legambiente[135]: “Tra le amministrazioni comunali oggetto dell’indagine solo il 5% è risultato applicare pienamente la legge quadro in materia di incendi boschivi n. 353 del 2000. Soltanto un comune su cinque ha realizzato il catasto delle aree percorse dal fuoco, uno degli strumenti più importanti nella lotta ai focolai. Meno del 40% dei Comuni realizza attività di manutenzione dei boschi, di prevenzione e di avvistamento dei focolai”.

In merito alla illustrata legge quadro n. 353/2000, vale solo rammentare la modifiche apportate con l’art. 4, comma 173 della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (finanziaria 2004), che è intervenuta modificando i vincoli di edificabilità nei territori colpiti da incendi boschivi;

Da ultimo poi, al fine di porre in essere ogni indispensabile azione di carattere preventivo in materia di lotta attiva agli incendi boschivi, nonché di garantire il funzionale espletamento di tali attività, è stato affidato al Presidente del Consiglio dei ministri il compito di definire i programmi per gli interventi di spegnimento degli incendi boschivi. Il Dipartimento per la protezione civile è stato autorizzato al compimento di attività volte a garantire l’adeguamento tecnologico e operativo della componente aerea nel settore della lotta agli incendi boschivi (art. 1, del decreto legge 31 maggio 2005, n. 90[136]).

 


Articolo 19
(Fondi per le politiche della famiglia, per le politiche giovanili e
per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

1. Al fine di promuovere e realizzare interventi per la tutela della famiglia, in tutte le sue componenti e le sue problematiche generazionali, nonché per supportare l'Osservatorio nazionale sulla famiglia, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è istituito un fondo denominato «Fondo per le politiche della famiglia», al quale è assegnata la somma di 3 milioni di euro per l'anno 2006 e di dieci milioni di euro a decorrere dall'anno 2007.

Identico.

2. Al fine di promuovere il diritto dei giovani alla formazione culturale e professionale e all'inserimento nella vita sociale, anche attraverso interventi volti ad agevolare la realizzazione del diritto dei giovani all'abitazione, nonché a facilitare l'accesso al credito per l'acquisto e l'utilizzo di beni e servizi, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è istituito un fondo denominato «Fondo per le politiche giovanili», al quale è assegnata la somma di 3 milioni di euro per l'anno 2006 e di dieci milioni di euro a decorrere dall'anno 2007.

 

3. Al fine di promuovere le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri è istituito un fondo denominato «Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità», al quale è assegnata la somma di 3 milioni di euro per l'anno 2006 e di dieci milioni di euro a decorrere dall'anno 2007.

 

 

 

L’articolo in esame istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei ministri tre distinti Fondi per interventi riguardanti:

§      politiche della famiglia (comma 1);

§      politiche giovanili (comma 2);

§      politiche relative ai diritti e alle pari opportunità (comma 3).

 

Lo stanziamento per ciascuno dei tre Fondi è pari a 3 milioni di euro per il 2006 e a 10 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2007.

 

La relazione di accompagnamento e la relazione tecnica non forniscono ulteriori elementi al riguardo.

Fondo per le politiche della famiglia

In base al comma 1 il Fondo è espressamente finalizzato a:

§      “realizzare e promuovere interventi per la tutela della famiglia, in tutte le sue componenti e le sue problematiche generazionali”;

§      “supportare l’Osservatorio nazionale sulla famiglia”.

 

L’istituzione del Fondo può essere posto in relazione con la recente attribuzione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, operata dal d.l. 181/2006[137], delle funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di politiche per la famiglia (comma 19 dell’art. 1). Nell’ambito del Governo Prodi II, l’incarico relativo alle politiche per la famiglia è stato attribuito al Ministro senza portafoglio Rosy Bindi.

Si ricorda, inoltre, che l’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia si basa su una convenzione a titolo oneroso tra l’ex Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Comune di Bologna con funzioni di Comune capofila[138]. Della struttura, oltre alla costituzione di un apposito Comitato di coordinamento tecnico scientifico, supportato da esperti e rappresentanti delle Amministrazione e da componenti e rappresentanti delle istituzioni regionali, locali e del mondo dell'associazionismo, fanno parte i rappresentanti di 25 Comuni italiani.

 

L’Osservatorio svolge in particolare i seguenti compiti:

-       Osservazione dei cambiamenti strutturali della famiglia e delle tipologie familiari

-       Monitoraggio dei principali indicatori socio-demografici

-       Individuazione di nuovi modelli di relazione tra le famiglie, le istituzioni, l’associazionismo sociale e il sistema produttivo

-       Strategie per la promozione e il sostegno delle relazioni e responsabilità familiari.

-       Raccolta e diffusione delle iniziative delle amministrazioni locali e delle associazioni promosse sul territorio nazionale;

-       Mappatura delle risorse esistenti sul territorio a sostegno delle famiglie

-       Raccordo con gli Osservatori già esistenti a livello regionale e locale;

-       Banca dati della legislazione esistente in campo nazionale e internazionale;

-       Analisi delle modalità di coordinamento e di raccordo nella governance delle politiche per la famiglia tra il livello nazionale, regionale, locale;

-       Analisi successive di impatto reale e differenziato per quanto riguarda la formazione delle famiglie, la procreazione, la cura e crescita dei figli, l’assistenza parentale;

-       Attività di rilevazione e monitoraggio su esperienze locali di solidarietà familiare e reti di associazioni familiari, con particolare attenzione alla costruzione di relazioni e raccordi con la gestione delle politiche locali.

 

Si segnala che, nel corso dell’audizione presso la XII Commissione della Camera, il Ministro Rosy Bindi ha sottolineato l’orientamento del Governo di “promuovere l’elaborazione di proposte di legge e progetti di interesse nazionale con il coinvolgimento delle autonomie regionali e locali e finanziati dal Fondo nazionale delle politiche della famiglia anche attraverso forme di cofinanziamento e partenariato”. Il Ministro ha altresì espresso la volontà di potenziare il ruolo dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia, che dovrà qualificarsi anche come organismo tecnico scientifico di supporto alla Presidenza del Consiglio, prevedendo l’apertura di una nuova sede in una regione del Mezzogiorno (cfr. seduta del 18 luglio 2006)

 

Si rammenta, infine, che con la legge n. 266 del 2005[139] è stata prevista la costituzione di un Fondo di 1.140 milioni di euro per il 2006 per interventi “volti al sostegno delle famiglie e della solidarietà per lo sviluppo socio economico”. La quota più rilevante di tali risorse (696 milioni di euro) è destinata al sostegno dei genitori, con l’assegnazione di un assegno di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato nell’anno 2005 e per ogni figlio nato nel 2006, secondo o ulteriore per ordine di nascita, ovvero adottato.

In base a quanto emerso durante l’iter parlamentare, le altre risorse del Fondo risulterebbero impiegate per far fronte alle seguenti finalità:

-       sostegno all’accesso alla locazione;

-       interventi per i portatori di handicap;

-       finanziamenti a favore delle scuole paritarie;

-       agevolazioni fiscali per le spese relative agli asili nido.

Fondo per le politiche giovanili

In base al comma 2, il Fondo è espressamente finalizzato a “promuovere il diritto dei giovani alla formazione culturale e professionale e all'inserimento nella vita sociale, anche attraverso interventi volti ad agevolare la realizzazione del diritto dei giovani all'abitazione nonché a facilitare l’accesso al credito per l'acquisto e l'utilizzo di beni e servizi”.

 

L’istituzione del Fondo appare connessa alla recente attribuzione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, operata dal già ricordato d.l. 181/2006, delle funzioni di indirizzo e coordinamento in materia di politiche giovanili (comma 19 dell’art. 1). Si ricorda che, nell’ambito del Governo Prodi II, l’incarico relativo alle politiche giovanili è stato attribuito al Ministro senza portafoglio Giovanna Melandri che, nell’ambito dell’audizione svolta il 18 luglio 2006 presso la Commissione Affari sociali della Camera, ha precisato che presto, in accordo con le Regioni e gli enti territoriali, saranno regolamentate le modalità di funzionamento del Fondo per le politiche giovanili.

 

Appare opportuno un approfondimento delle finalità del Fondo per la famiglia (per la parte non riguardante il finanziamento dell’Osservatorio nazionale) e di quello per le politiche giovanili, anche alla luce della giurisprudenza della Corte costituzionale in materia di fondi settoriali (o di impiego delle risorse del Fondo per le politiche sociali) in materie non rientranti nella competenza esclusiva dello Stato.

La Corte si è pronunciata più volte sulla illegittimità costituzionale di disposizioni di legge volte a vincolare l’impiego di risorse finanziarie non solo nelle materie rientranti nella competenza esclusiva delle regioni (come i servizi sociali[140]) ma anche in settori riconducibili alla competenza concorrente di Stato e regioni (ad esempio per i servizi per l’infanzia, nei quali sono prevalenti gli aspetti relativi all’istruzione e alla formazione prescolare dei bambini[141]).

 

La Corte ha affermato che il sistema di ripartizione delle risorse di cui all’art. 117 della Costituzione “vieta comunque che in una materia di competenza legislativa regionale, in linea generale, si prevedano interventi finanziari statali seppur destinati a soggetti privati, poiché ciò equivarrebbe a riconoscere allo Stato potestà legislative e amministrative sganciate dal sistema costituzionale di riparto delle rispettive competenze” (sentenza n. 320 del 2004).

Da ultimo, con la sentenza n. 118 del 2006, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di due norme contenute nella legge n. 311 del 2004 (legge finanziaria per il 2005). La prima[142], riguardante l’impiego di una quota delle risorse del Fondo nazionale per le politiche sociali per promuovere politiche giovanili finalizzate a favorire la partecipazione dei giovani sul piano culturale e sociale; la seconda[143], volta ad introdurre un Fondo per l’acquisto della prima casa per le giovani coppie.

 

(Per un’analisi più approfondita della giurisprudenza costituzionale in materia cfr. il dossier documentazione e ricerche del Servizio studi n. 2/12, pag. 85 ss.)

Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità

In base al comma 3 il Fondo è denominato “Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità”.

Si ricorda che, nell’ambito del Governo Prodi II, l’incarico relativo alle politiche per i diritti e le pari opportunità è stato conferito al ministro senza portafoglio on. Barbara Pollastrini.

La relativa delega di funzioni, disposta con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri in data 15 giugno 2006[144], ha ad oggetto le funzioni di programmazione, indirizzo e coordinamento di tutte le iniziative, anche normative, nonché ogni altra funzione attribuita dalle vigenti disposizioni al Presidente del Consiglio dei ministri nelle materie concernenti la promozione dei diritti della persona e delle pari opportunità, nonché la prevenzione e rimozione di ogni forma e causa di discriminazione tra gli individui.

 

Le competenze del Presidente del Consiglio dei ministri (o del ministro delegato) in materia di pari opportunità sono oggi riassunte nell’art. 2 del recente Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, approvato con D.Lgs. 198/2006[145], ai sensi del quale spetta al Presidente del Consiglio promuovere e coordinare le azioni di Governo volte ad assicurare pari opportunità, a prevenire e rimuovere le discriminazioni, nonché a consentire l'indirizzo, il coordinamento e il monitoraggio della utilizzazione dei relativi fondi europei.

Sull’ambito di tali competenze ha inciso il recente D.L. 181/2006[146] (art. 1, co. 19, lett. f) e g), che ha trasferito alla Presidenza del Consiglio talune funzioni di competenza statale in materia di pari opportunità nei rapporti di lavoro e di azioni positive per l'imprenditoria femminile, in precedenza attribuite rispettivamente al ministro del lavoro e delle politiche sociali e al ministro delle attività produttive.

Nel 1997 è stato istituito, nell’ambito della Presidenza del Consiglio, il Dipartimento per le pari opportunità, come struttura di supporto per l’attività del ministro. Ai sensi dell’art. 19 del D.P.C.M. 23 luglio 2002, recante l’ordinamento delle strutture generali della Presidenza del Consiglio, il Dipartimento opera nell'area funzionale concernente la promozione e il coordinamento delle politiche di pari opportunità e delle azioni di Governo volte a prevenire e rimuovere le discriminazioni.

Presso il Dipartimento opera la segreteria della Commissione per le pari opportunità fra uomo e donna, organo consultivo e di proposta del Presidente del Consiglio con compiti di elaborazione e promozione di iniziative, anche di tipo legislativo, per assicurare l’uguaglianza tra i sessi; nonché l’Ufficio per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica[147], che ha la funzione di garantire, in piena autonomia di giudizio ed in condizioni di imparzialità, l'effettività del principio di parità di trattamento fra le persone, di vigilare sull'operatività degli strumenti di tutela vigenti contro le discriminazioni nonché di contribuire a rimuovere le discriminazioni fondate sulla razza e l'origine etnica analizzando il diverso impatto che le stesse hanno sul genere ed il loro rapporto con le altre forme di razzismo di carattere culturale e religioso.

 

Si segnala da ultimo che nel parere espresso dalla Conferenza unificata Stato-regioni-autonomie locali del 19 luglio scorso, è stato richiesto che alla ripartizione dei tre Fondi si provveda annualmente con decreto del Presidente del consiglio, previa intesa con la medesima Conferenza unificata, ai sensi dell’art. 8 del D.Lgs. 281/1997.

Documenti all’esame delle Istituzioni dell’UE
(a cura dell’Ufficio rapporti con l’Unione europea)

Gioventù

Il 14 luglio 2004 la Commissione ha presentato la proposta di decisione relativa alla nuova generazione del programma gioventù, per il periodo 2007-2013 (COM(2004) 471). Il programma - che si iscrive tra gli strumenti connessi al nuovo quadro finanziario dell’Unione europea per il periodo 2007-2013, adottato con accordo interistituzionale del 17 maggio 2006 - ha l’obiettivo di promuovere la partecipazione civica e la cittadinanza attiva dei giovani di età compresa tra 13 e 30 anni provenienti dagli Stati membri e dai paesi terzi che rientrano nella politica di vicinato.

Gli obiettivi generali del programma sono i seguenti:

§       promuovere la cittadinanza attiva dei giovani, in generale, e la loro cittadinanza europea in particolare;

§       sviluppare la solidarietà dei giovani, in particolare per rafforzare la coesione sociale dell’Unione europea;

§       favorire la comprensione reciproca dei popoli tramite i giovani;

§       contribuire allo sviluppo della qualità dei sistemi in sostegno alle attività dei giovani ed allo sviluppo della capacità delle organizzazioni della società civile nel settore della gioventù;

§       favorire la cooperazione europea in materia di politiche della gioventù.

Gli obiettivi del programma sono attuati attraverso le azioni seguenti:

§       gioventù per l’Europa;

§       il servizio volontario europeo;

§       gioventù per il mondo;

§       animatori socioeducativi e sistemi di sostegno;

§       sostegno alla cooperazione politica.

Il Consiglio ha raggiunto, il 27 giugno 2006, l’accordo politico in vista della posizione comune in prima lettura. In particolare, il Consiglio ha provveduto a fissare la dotazione finanziaria del programma nella misura di 785 milioni di EUR, in conformità agli stanziamenti previsti a riguardo dal richiamato accordo sul quadro finanziario dell’UE 2007-2013. Dopo l’adozione formale, in una delle prossime riunioni del Consiglio, la posizione comune verrà trasmessa al Parlamento europeo per la seconda lettura, secondo la procedura di codecisione.

 

Il 20 luglio 2006 la Commissione ha presentato una comunicazione sulle politiche europee relative alla partecipazione e informazione dei giovani (COM(2006) 417), al fine di presentare una valutazione del modo in cui gli Stati membri hanno realizzato gli obiettivi comuni in materia, adottati dal Consiglio nel 2003 - conformemente al metodo di coordinamento aperto - e di formulare proposte per migliorare la situazione.

La Commissione sottolinea l’importanza di associare i giovani, compresi quelli svantaggiati, a tutti i livelli di concezione ed esecuzione delle politiche, al fine di elaborare una politica durevole e una democrazia partecipativa. A tal fine ritiene necessario approfondire il dialogo già avviato tra i giovani e le istituzioni europee. Riconoscendo che il quadro giuridico relativo alla partecipazione dei giovani è stato migliorato, la Commissione ricorda, fra l’altro, che l’Italia ha previsto dei fondi speciali per finanziare le politiche per la gioventù.

Sulla base dell’analisi delle relazioni nazionali sulla partecipazione e l’informazione, la Commissione propone di confermare la pertinenza e la validità degli obiettivi comuni in materia di partecipazione e informazione, prevedendo adattamenti delle linee d’azione adottate nel 2003.

La Commissione chiede agli Stati membri, fra l’altro, di:

§      identificare, entro la fine del 2006, linee d’azione in materia di partecipazione e informazione sulle quali intendano concentrarsi e sulla cui base intendano definire piani d’azione;

§      attuare un “seguito” associando i giovani e le loro organizzazioni e predisporre una relazione di valutazione per la fine del 2008.

La Commissione invita il Consiglio ad approvare le proposte formulate nella comunicazione.

Pari opportunità

Con decisione n. 771/2006/CE, del 17 maggio 2006, è stato istituito l’anno europeo delle pari opportunità per tutti (2007) – Verso una società giusta.

Gli obiettivi dell’anno europeo sono i seguenti:

§       diritti: sensibilizzare sul diritto alla parità e alla non discriminazione nonché sulla problematica delle discriminazioni multiple;

§       rappresentatività: stimolare il dibattito sulle possibilità di incrementare la partecipazione alla vita sociale dei gruppi vittime di discriminazioni nonché una partecipazione equilibrata alla vita sociale di uomini e donne;

§       riconoscimento: favorire e valorizzare la diversità e la parità;

§       rispetto: promuovere una società più solidale.

Per conseguire tali obiettivi, verranno organizzate o sostenute le seguenti attività: incontri e manifestazioni; campagne promozionali, informative ed educative; indagini e studi a livello comunitario o nazionale.

La dotazione finanziaria prevista per le attività indicate, relativamente al periodo dal 1° gennaio 2006 al 31 dicembre 2007, è pari a 15 milioni di EUR.

 

Il 14 luglio 2004, la Commissione ha presentato, nel quadro delle proposte collegate al quadro finanziario 2007-2013, una proposta di decisione relativa ad un programma comunitario per l’occupazione e la solidarietà sociale PROGRESS (COM(2004) 488).

Il programma comunitario, relativo al periodo 2007-2013, intende sostenere la realizzazione degli obiettivi dell’Unione europea nel campo dell’occupazione e degli affari sociali, contribuendo in tal modo alla realizzazione della strategia di Lisbona in tali settori. Il programma si articola in cinque sezioni corrispondenti a cinque grandi settori di attività: occupazione; protezione sociale e inclusione; condizioni di lavoro; lotta contro la discriminazione e la diversità; pari opportunità.

La sezione 5, in particolare, sostiene l’applicazione efficace del principio della parità fra uomini e donne e promuove l’integrazione della dimensione di genere nelle politiche dell’UE:

§       migliorando la comprensione della situazione relativa alle questioni di genere e all’integrazione della dimensione di genere;

§       sostenendo l’applicazione della legislazione dell’UE in tema di parità;

§       sensibilizzando, diffondendo informazioni e promuovendo il dibattito sulle principali sfide e questioni politiche relative alla parità fra uomini e donne e all’integrazione della dimensione di genere;

§       sviluppando la capacità delle principali reti dell’UE di perseguire gli obiettivi politici dell’Unione.

L’importo finanziario proposto per il programma ammonta a 657,59 milioni di EUR.

Il Consiglio ha adottato, il 18 luglio 2006, la posizione comune in prima lettura, che verrà trasmessa al Parlamento europeo per la seconda lettura, secondo la procedura di codecisione.

 


Articolo 20, commi 1, 2, 3-bis e 3-ter
(Contributi per l’editoria)

 

Testo del decreto-legge

Testo del decreto-legge comprendente le modificazioni apportate dal Senato della Repubblica

 

 

Articolo 20.

(Presidenza del Consiglio dei Ministri).

Articolo 20.

(Presidenza del Consiglio dei Ministri).

1. L'autorizzazione di spesa di cui alla legge 25 febbraio 1987, n. 67, come determinata dalla tabella C della legge 23 dicembre 2005, n. 266, è ridotta di 1 milione di euro per l'anno 2006 e di 50 milioni di euro a decorrere dall'anno 2007.

1. Identico.

2. In relazione a quanto disposto dal comma 1, con apposito decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono rideterminati i contributi e le provvidenze per l'editoria di cui alla legge 7 agosto 1990, n. 250.

2. Identico.

omissis

omissis

 

3-bis. All'articolo 3, comma 2-ter, secondo periodo, della legge 7 agosto 1990, n. 250, e successive modi­ficazioni, le parole: «Gli stessi contributi» sono sostituite dalle seguenti: «A decorrere dal 1o gennaio 2002 i contributi di cui ai commi 8 e 11».

 

3-ter. Il requisito della rappresen­tanza parlamentare indicato nell'alinea dell'articolo 3, comma 10, della legge 7 agosto 1990, n. 250, e successive modificazioni, non è richiesto per le imprese editrici di quotidiani o periodici che risultano essere giornali o organi di partiti o movimenti politici che alla data del 31 dicembre 2005 abbiano già maturato il diritto ai contributi di cui al medesimo comma 10.

 

 

L’articolo in esame è volto a ridurre l’autorizzazione di spesa per il settore dell’editoria, di cui alla legge n. 67 del 1987 (“Rinnovo della L. 5 agosto 1981, n. 416, recante disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l'editoria”).

Dalla relazione illustrativa si evince che la misura in esame è intesa a dare continuità all’intervento di raz